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Una parola seria sull’adorazione

(Levitico 7:15-18)

John Nelson Darby

Il Dispensatore, 1885



[Estratto dei "Studi sulla Parola", "Etudes sur la Parole", "Synopsis of the Bible" sul Levitico]
 

C’era per l’Israelito un ordine importante riguardo al sacrifizio di riconoscenza (tipo del sacrifizio di Cristo che rappresenta la communione, perché c’era una parte per Dio e una parte per l’adoratore): quando l’offerta era votiva, la vittima poteva essere mangiata il giorno dopo che il grasso era stato bruciato all’Eterno. Ma normalmente, la carne del sacrificio di ringraziamento doveva essere mangiata il giorno stesso in cui esso era offerto.

È impossibile di separare la vera adorazione spirituale dal presentare Cristo come Colui che si diede interamente a Dio. Se il nostro culto è privo del sentimento del dolore di questo sacrificio davanti a Dio e dell’infinito compiacimento di Gesù presso il Padre, esso diviene od una forma vana od un piacere carnale. Se il sacrifizio di riconoscenza era mangiato separatamente dall’offerta del grasso, il festino era carnale; era una forma di culto che non aveva alcuna reale comunione con le delizie ed il buon piacere di Dio; il sacrifizio non veniva imputato a colui che l’offriva, poiché, era come un’abbominazione, e lo lasciava nelle conseguenze della sua ingiustizia.

Quando è lo Spirito Santo che ci conduce all’adorazione, allora questa ci mette in comunione con Dio, c’introduce nella Sua presenza, e l’infinito compiacimento ch’Egli ha preso nel sacrifizio di Cristo sarà presente allo spirito nostro. Quando siamo riuniti per il culto, ciò forma la nostra comunione ed adorazione; e non possiamo stare alla presenza di Dio senza di questo. Questo è difatti tanto la base della nostra accettazione, come della nostra comunione; e se questa base manca, il nostro culto diviene carnale; le nostre preghiere invece di testimoniare della comunione e d’essere l’espressione dei nostri bisogni e desideri con quell’unzione spirituale che deve distinguerle, esse consistono soventi in una eloquente enumerazione delle verità conosciute e dei principi professati; il nostro canto diviene un’occasione per soddisfare il nostro gusto musicale, e l’espressione di quei sentimenti che sono più atti a commuovere il cuore; di modo che, invece d’una comunione nello Spirito, tutto vien ridotto ad una semplice forma. Dio non può riconoscere una tal cosa, che non è in spirito e verità (Giov. 4:24); e ciò che noi chiamiamo culto, invece di essergli gradevole, è un’abbominazione agli occhi Suoi ed un’ingiustizia.

V’è pure il pericolo d’incominciare la nostra adorazione per lo Spirito e di cadere poi nella carne. Se, per esempio (come purtroppo succede spesso), continuiamo a cantare oltre a ciò che lo Spirito Santo ci dà di farlo, il nostro canto che prima era innalzato con grazia del cuor nostro al Signore, diventa una sensazione piacevole prodotta dalla musica e finirà nella carne. Il vero adoratore esercitato ad un senso spirituale, se accade una tal cosa lo scopre subito; egli vede che l’anima è indebolita, che si abitua a poco a poco ad una forma d’adorazione senza manifestarne la potenza, il che servirà di pretesto al nemico per generare del male tra gli adoratori.

Voglia il Signore tenerci vicini a Lui affinché proviamo ogni cosa alla Sua presenza, poiché fuori di essa non possiamo provare più nulla.




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