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Introduzione allo studio del Nuovo Testamento

John Nelson Darby

Il Dispensatore, 1887
I sottotitoli sono stati aggiunti da un'edizione francese.



[Seconda parte dell'Introduzione allo studio della Bibbia, pubblicato in francese.]

Indice:
  1. Dio si rivela pienamente in Gesù — I suoi consigli di grazia si compiono 2. Quattro grandi soggetti del Nuovo Testamento 3. Gli Evangeli ci presentano la vita di Gesù 4. Gli Evangeli ci presentano i caratteri di Gesù 5. Somiglianza e differenza fra l'insegnamento di Paolo e quello di Giovanni 6. Riassunto dei libri del Nuovo Testamento: Atti, Epistole, Apocalisse

1. Dio si rivela pienamente in Gesù — I suoi consigli di grazia si compiono

Il Nuovo Testamento ha un carattere ben diverso dell’Antico, in quanto che, se questo ci dà la rivelazione dei pensieri che Dio ha comunicati a coloro che ne furono gli strumenti, e ci fa adorare la sapienza che in esso si sviluppa, Egli però vi resta sempre nascosto dietro il velo. Nel Nuovo Testamento invece Dio manifesta Sé stesso, Lo si trova personalmente dolce, buono, umano; e nei Vangeli si vede Dio sulla terra, con una luce divina che rischiara nelle comunicazioni susseguenti dello Spirito. Precedentemente Dio aveva fatto delle promesse, ed aveva eseguito dei giudizi; aveva governato un popolo sulla terra; aveva agito verso le nazioni in vista di questo popolo, gli aveva dato la sua legge, gli aveva accordato per mezzo di profeti una luce crescente, che annunziava sempre di più la venuta di Colui che doveva dire loro ogni cosa dalla parte di Dio. Ma la presenza di Dio stesso, Uomo fra gli uomini, viene a cambiare tutto. — O l’uomo avrebbe dovuto riceverlo nella persona del Cristo, come corona di benedizione e di gloria, di Colui, la presenza del quale doveva bandire ogni male, sviluppare e condurre alla perfezione ogni elemento di bene, e dare in pari tempo un oggetto ed un centro a tutte le affezioni rese perfettamente felici dal godimento di questo oggetto. — Oppure, rigettando il Cristo, la nostra natura doveva mostrarsi ciò che è, inimicizia contro Dio, e rendere evidente la necessità d’un ordine di cose affatto nuovo, dove la felicità dell’uomo e la gloria di Dio sarebbero basati su una nuova creazione. Noi sappiamo ciò che n’è avvenuto: Colui che era l’immagine del Dio invisibile ha dovuto dire, dopo l’esercizio d’una pazienza perfetta: «Padre giusto, il mondo non ti ha conosciuto», ed ancora: «Hanno odiato me ed il Padre mio» (Giov. 17:25, 15:24).

Questo stato dell’uomo, però, non ha minimamente impedito Dio di compiere i Suoi consigli; anzi, questo miserabile stato gli ha fornito l’occasione di glorificarsi mandandoli a compimento. Dio non ha voluto rigettare l’uomo, finché l’uomo non avesse rigettato Lui: come nel giardino dell’Eden, l’uomo, conscio del peccato, non potendo sopportare la presenza di Dio, se ne allontanò prima che Egli ne lo avesse scacciato. Ma quando l’uomo, da parte sua, ebbe interamente respinto Dio venuto in bontà nel mezzo della sua miseria, Dio fu libero (se si osa parlare così, e l’espressione è moralmente giusta), Dio fu libero di proseguire i Suoi eterni disegni. Ora, qui Dio non eseguisce il giudizio come in Eden, allorché l’uomo s’allontanava da Lui ; ma è la grazia sovrana che, quando l’uomo è manifestamente perduto e s’è dichiarato nemico di Dio, compie l’opera sua per far risplendere la Sua gloria agli occhi dell’universo nella salvezza dei poveri peccatori che l’avevano rigettato. Ma, affinché la sapienza divina si manifestasse anche nei particolari, quest’opera di grazia sovrana, nella quale Dio stesso si rivelava, dovette coordinarsi con tutte le Sue vie precedenti, rivelate nell’Antico Testamento, e lasciare inoltre tutto il posto al Suo governo del mondo.

2. Quattro grandi soggetti del Nuovo Testamento

Tutto ciò fa si che nel Nuovo Testamento, all’infuori della grande idea predominante, vi sono quattro soggetti che si spiegano agli occhi della fede, il primo dei quali, il gran fatto per eccellenza, è che la luce perfetta è manifestata, che Dio stesso si rivela.

Poi Cristo, che è la manifestazione di questa luce, Cristo che, se fosse stato ricevuto, sarebbe stato il compimento di tutte le promesse, Cristo è presentato all’uomo ed in particolare ad Israele, considerato dal punto di vista della sua responsabilità, con tutte le prove personali, morali e di potenza, che hanno lasciato questo popolo senza scusa. Inoltre, Cristo essendo rigettato, il Suo rigettamento diviene il mezzo per il quale si compie la salvezza; e viene messo sotto i nostri occhi il nuovo ordine di cose, cioè la nuova creazione, l’uomo glorificato, e la Chiesa che partecipa con Cristo alla gloria celeste.

Dopo vengono esposti i rapporti tra l’antico ordine di cose ed il nuovo sulla terra, in quanto alla legge, alle promesse, alle profezie od alle istituzioni divine sulla terra; sono esposti, sia presentando il nuovo ordine come compimento di ciò ch’era invecchiato, sia constatando il contrasto che esiste tra l’antico e questo nuovo ordine, sia mostrando la sapienza perfetta di Dio in tutti i particolari delle Sue vie.

Infine, viene messo in evidenza il governo di Dio sul mondo; ed allorché le relazioni di Dio con Israele cessano per il rigettamento del Messia, ne viene profeticamente annunciata la ripresa in giudizio e in benedizione.

Si può aggiungere che è dato abbondantemente all’uomo pellegrino sulla terra tutto quello che gli è necessario, finché Dio compia i disegni della Sua grazia in potenza. Alla chiamata di Dio, essendo uscito da ciò che è rigettato o condannato (e non essendo ancora messo in possessione di ciò che Egli gli ha preparato) l’uomo che ha seguito questa chiamata, ha bisogno d’una direzione e di ciò che gli riveli le sorgenti della forza necessaria per camminare verso lo scopo della sua vocazione, ed i mezzi per appropriarsi questa forza. Dio, chiamandolo a seguire il suo Maestro, che il mondo ha rigettato, non l’ha lasciato senza fornirgli tutta la luce e tutte le direzioni, proprie per illuminarlo ed incoraggiarlo nel suo cammino.

3. Gli Evangeli ci presentano la vita di Gesù

Gli Evangeli ci raccontano la storia della vita del Signore e Lo presentano ai nostri cuori, sia per i Suoi atti, sia per i Suoi discorsi, nei diversi caratteri che Lo rendono prezioso, sotto tutti i rapporti, alle anime dei riscattati, secondo l’intelligenza che è loro accordata e secondo i loro bisogni. L’insieme di questi caratteri forma la pienezza della Sua gloria personale, in quanto che noi siamo capaci di afferrarla mentre siamo quaggiù in questi vasi d’argilla, a parte però ciò che concerne le relazioni di Cristo con la Chiesa, poiché, salvo il fatto che Cristo edificherebbe una Chiesa sulla terra, non è che per lo Spirito Santo mandato dopo la Sua ascensione, ch’Egli ha dato agli apostoli e profeti la rivelazione di questo prezioso mistero.

È chiaro che il Signore, secondo i consigli di Dio e secondo le rivelazioni della Sua Parola, ha dovuto riunire sulla terra più d’un carattere per il compimento della Sua gloria e per il mantenimento della manifestazione di quella del Padre Suo. Ma, affinché ciò potesse aver luogo, ha pure dovuto essere qualche cosa, sia che Lo si consideri come camminando quaggiù, sia dal punto di vista della Sua vera natura. Cristo ha dovuto compiere il servizio che gli incombeva di rendere a Dio, come essendo Lui stesso il vero servitore per eccellenza, e ciò servendo Dio per la Parola nel mezzo del Suo popolo. (Vedere per esempio Salmo 40:8-10; Isaia 49:4-5, ed altri passi.)

4. Gli Evangeli ci presentano i caratteri di Gesù

Innumerevoli testimonianze avevano annunziato che il Figlio di Davide si sarebbe seduto dalla parte di Dio sul trono di suo padre; ed il compimento dei consigli di Dio quanto ad Israele non vanno disgiunti, nell’Antico Testamento, da Colui che doveva così venire, e che sulla terra avrebbe avuto la relazione di Figlio di Dio con l’Eterno Dio. Il Cristo, il Messia, o (ciò che non è se non la traduzione di questo nome) l’Unto doveva apparire e presentarsi ad Israele secondo la rivelazione ed i consigli di Dio. I Giudei limitavano la loro aspettazione a un dipresso a questo carattere di Cristo, Messia e Figlio di Davide; ed anche ciò nella loro maniera, non vedendovi che l’elevazione della loro nazione, senza avere il sentimento dei loro peccati e delle relative conseguenze. Però questo carattere di Cristo non era tutto ciò che la parola profetica (la quale aveva dichiarato i consigli di Dio) annunziava intorno a Colui che il mondo stesso aspettava. Cristo doveva essere Figlio dell’uomo; e questo titolo che il Signore Gesù ama di darsi, è d’una grande importanza per noi. Il Figlio dell’uomo è, mi sembra, secondo la Parola, l’erede di tutto ciò che i consigli di Dio destinavano all’uomo come appartenendo alla posizione dell’uomo in gloria, di tutto ciò che Dio doveva dare all’uomo, secondo i Suoi consigli (vedi Daniele 7:13-14, e Salmo 8:5-6). Ma per essere erede di tutto ciò che Dio destinava all’uomo, Cristo doveva essere uomo. Il Figlio dell’uomo era veramente della razza umana (preziosa e consolante verità!), nato da una donna; era realmente e veramente un uomo, partecipando al sangue ed alla carne, fatto simile ai Suoi fratelli, eccetto il peccato. In questo carattere ha dovuto soffrire ed essere rigettato; per ereditare ogni cosa, ha dovuto morire e risuscitare: l’eredità era contaminata, e l’uomo era in ribellione contro Dio — i coeredi di Cristo anche colpevoli come gli altri.

Gesù, dunque, doveva essere servitore, figlio di Davide e Figlio dell’uomo; e per conseguenza realmente uomo sopra la terra, nato sotto la legge, nato da una donna, dalla posterità di Davide, erede dei diritti della famiglia di Davide, erede dei destini dell’uomo secondo l’intenzione ed i consigli di Dio. [Perciò Egli doveva glorificare Dio secondo la posizione dove si trovava l’uomo che aveva mancato alla propria responsabilità, doveva soddisfare questa responsabilità glorificando Dio, e doveva quaggiù portare la testimonianza d’un profeta, del «testimone fedele».] Ma chi avrebbe riunito tutti questi caratteri? Questa gloria era essa soltanto una gloria ufficiale, che l’Antico Testamento aveva detto che un uomo doveva eredare? Lo stato dell’uomo, manifestato sotto la legge, dimostrava l’impossibilità di farlo partecipare tal quale egli era alla benedizione di Dio; ed il rigettamento di Cristo metteva il culmine a questo prove. Infatti, l’uomo, al disopra d’ogni altra cosa, aveva bisogno d’essere lui stesso riconciliato con Dio, all’infuori d’ogni economia o del governo speciale d’un popolo sulla terra. L’uomo era peccatore; bisognava che si compiesse la redenzione per la gloria di Dio e per la salvezza degli uomini. Ma chi poteva compierla? — l’uomo ne aveva bisogno per sé stesso; — un angelo doveva stare al posto che gli era stato destinato, e riempierlo, non potendo fare di più; altrimenti non sarebbe stato un angelo. E chi fra gli uomini poteva essere l’erede d’ogni cosa, ed avere sotto la sua dominazione tutte le opere di Dio, secondo la Parola? Era il Figlio di Dio che doveva eredarle; era Colui che le aveva create che doveva possederle. Colui, dunque, che era il servitore, figlio di Davide, Figlio dell’uomo, Redentore, — era il Figlio di Dio, il Dio creatore.

A questi differenti caratteri di Cristo vi corrisponde non solo il carattere particolare di ognuno dei Vangeli, ma anche la differenza che v’è fra i tre primi e quello di Giovanni. Quelli presentano Cristo all’uomo, onde esso Lo riceva, e mostrano il Suo rigettamento; mentre Giovanni fa di questo rigettamento il punto di partenza del suo Vangelo, e presenta la natura divina manifestata in una Persona, in presenza della quale l’uomo ed il Giudeo si sono trovati e che hanno rigettato: «Egli era nel mondo, ed il mondo è stato fatto per esso; ma il mondo non l’ha conosciuto».

Ma ritorniamo un poco indietro: Matteo è il compimento della promessa e della profezia; perciò troviamo nel suo Vangelo Emmanuele nel mezzo dei Giudei, i quali Lo rigettano, urtando così nella pietra d’inciampo. Poi Cristo è presentato come essendo un vero seminatore: perché era inutile cercare del frutto; e poi vengono la Chiesa ed il regno, sostituiti ad Israele, benedetto secondo delle promesse ch’esso ha rifiutato nella persona di Gesù; — ma dopo il giudizio che dovrà cadere su di essi, i Giudei sono riconosciuti come oggetti di misericordia. In Matteo non è questione dell’ascensione: e crediamo che sia precisamente per questo motivo che la Galilea, e non Gerusalemme, è la scena del ritrovo del Signore con i Suoi discepoli dopo la risurrezione. Gesù è con i poveri della greggia che hanno ascoltato la parola del Signore; Egli è là dove la luce s’è levata sul popolo circondato dalle tenebre; di là parte la missione di battezzare, che si applica alle nazioni. Marco ci dà il servitore-profeta, Figlio di Dio; Luca ci presenta il Figlio dell’uomo, offrendoci nei primi due capitoli un delizioso quadro del residuo d’Israele; Giovanni, l’abbiamo già detto, ci fa conoscere la persona divina e incarnata del Signore, il fondamento d’ogni benedizione, ed un’opera di propiziazione che è la base stessa della condizione nella quale il peccato non si trova più, — i nuovi cieli e la nuova terra, dove la giustizia abita; alla fine abbiamo il dono del Consolatore, e tutto ciò in contrasto con il giudaismo. Invece di fare risalire la genealogia del Signore ad Abrahamo ed a Davide (le radici della promessa), o ad Adamo, come Figlio dell’uomo che porta la benedizione all’umanità, invece di raccontarci il Suo ministerio attivo come il gran Profeta che doveva venire, — Giovanni introduce nel mondo una Persona divina, il Verbo incarnato.

5. Somiglianza e differenza fra l'insegnamento di Paolo e quello di Giovanni

Paolo e Giovanni ci rivelano che noi siamo in una posizione interamente nuova in Cristo; ma il grande oggetto di Giovanni è di rivelarci il Padre nel Figlio, e così la vita per il Figlio in noi; mentre Paolo ci presenta a Dio e ci rivela i suoi consigli di grazia. Se restiamo nelle epistole, soltanto Paolo parla della Chiesa, eccetto ciò che concerne l’edificazione di pietre vive (edificio non ancora finito) che troviamo nella 1a Pietro 2; ma Paolo solo parla del «corpo».

6. Riassunto dei libri del Nuovo Testamento: Atti, Epistole, Apocalisse

Gli Atti ci raccontano lo stabilimento della Chiesa per lo Spirito Santo venuto dal cielo, poi i lavori degli apostoli a Gerusalemme od in Palestina, e di altri operai, specialmente l’opera di Pietro e poi quella di Paolo, la storia della Scrittura che finisce col racconto del rigettamento dell’Evangelo di quest’ultimo, avvenuto da parte dei Giudei della dispersione.

Esporre, foss’anche sommariamente, il contenuto delle epistole, ci condurrebbe troppo lungi: ci limiteremo a dire qualche cosa sul loro ordine cronologico, facendo soltanto notare che essi sviluppano l’efficacia dell’opera di Cristo e l’amore del Padre rivelato in Lui.

In primo luogo bisogna menzionare quelle che hanno una data certa: la 1a e la 2a ai Tessalonicesi, la 1a e la 2a ai Corinzi, quelle ai Romani, agli Efesini, ai Colossesi, ai Filippesi, a Filemone, queste ultime quattro scritte durante la prigionia di Paolo. L’epistola ai Galati fu scritta fra quattordici e venti anni dopo la chiamata dell’Apostolo, e dopo ch’ebbe lavorato qualche tempo nell’Asia Minore, forse nel suo soggiorno ad Efeso, quantunque non fosse trascorso molto tempo dalla fondazione delle assemblee nella Galazia. La 1a a Timoteo fu scritta nell’occasione della partenza dell’Apostolo da Efeso — in quale epoca precisa, non si sa; la seconda ebbe luogo alla fine della vita dell’Apostolo, quand’era pronto per soffrire il martirio. L’epistola a Tito ha rapporto con un viaggio di Paolo a Creta, senza ci sia dato sapere quando questo viaggio fu effettuato (si è pensato che forse avvenne mentre l’Apostolo dimorava ad Efeso); moralmente essa è sincrona (contemporanea) della 1a a Timoteo, poiché non fu l’intenzione di Dio di darci delle date cronologiche; la sapienza divina non l’ha voluto, ma l’ordine morale è chiarissimo, come lo si vede di già nel modo con cui la 2a epistola a Timoteo ha rapporto con la ruina di ciò il cui ordine era stabilito nella prima.

L’epistola agli Ebrei fu scritta in un’epoca relativamente tarda, in vista dell’imminente giudizio di Gerusalemme: essa esortava i Giudei cristiani di separarsi da ciò che Dio stava per giudicare.

L’epistola di Giacomo si riferisce a quell’epoca di cui una tale separazione non aveva luogo in nessuna maniera: dei cristiani Giudei sono ancora considerati come facenti parte d’Israele che non era ancora stato definitivamente rigettato, riconoscendo soltanto Gesù quale Signore della gloria. Come tutte le epistole cattoliche, quella di Giacomo fu scritta negli ultimi giorni della storia apostolica, allorquando il cristianesimo aveva avuto una larga entrata fra le tribù d’Israele, e che il giudizio stava per chiudere la storia dei Giudei.

Nella 1a epistola di Pietro vediamo che l’Evangelo s’era molto sparso fra i Giudei; ed essa è indirizzata ai cristiani Giudei della dispersione. La seconda è posteriore, ciò s’intende, ed appartiene alla fine della carriera dell’Apostolo, quando il tempo di posare la sua tenda e di separarsi dai suoi fratelli s’avvicinava; — egli non voleva lasciarli senza avvertirli che ben presto sarebbero stati privati delle cure apostoliche; ed è perciò che, come quella di Giuda, questa seconda epistola di Pietro, vede coloro che avevano rinnegato la fede, abbandonando il sentiero della pietà, e degli schernitori che si elevano contro la testimonianza della venuta del Signore.

Nella 1a epistola di Giovanni, secondo la testimonianza di Giovanni stesso, noi siamo all’«ultima ora»; s’erano già manifestati degli apostati della verità del cristianesimo, i quali negavano il Padre ed il Figlio, e, con l’incredulità giudaica, negavano in pari tempo che Gesù fosse il Cristo.

Giuda viene moralmente con Giovanni; nella sua epistola vediamo dei falsi fratelli che si erano introdotti furtivamente fra i santi, e ci presenta la scena estendendosi fino alla rivolta finale ed al giudizio. Essa differisce dalla 2a di Pietro in ciò, che non considera il male come una semplice iniquità, ma come un abbandono del primitivo stato.

L’Apocalisse termina il quadro, mostrando Cristo che giudica nel mezzo dei candelabri la prima Chiesa che ha abbandonato il suo primo amore, avvertendola che se essa non si pentiva e non ritornava al suo stato primitivo, il suo candelabro sarebbe stato tolto. In Tiatiri ed in Laodicea si trova il giudizio finale della Chiesa, mostrando in seguito il giudizio del mondo ed il ritorno del Signore, il regno e la città celeste, e lo stato eterno.

Questo carattere generale d’apostasia e di decadimento che si trova in tutti gli ultimi libri del Nuovo Testamento, dall’epistola agli Ebrei all’Apocalisse, è notevolissimo. Le epistole di Paolo, eccetto la 2a a Timoteo, che fornisce la direzione individuale nel mezzo della ruina, pur annunziando anticipatamente questo stato di cose, sono l’espressione del lavoro e delle cure del savio architetto. L’interesse delle loro date va unito alla storia degli Atti; ma l’epistola agli Ebrei, le epistole cattoliche, e l’Apocalisse ci mostrano il decadimento già avvenuto (la 1a di Pietro, che ha meno delle altre quest’impronta, ci dice che il tempo era venuto affinché il giudizio cominciasse dalla casa di Dio), e per conseguenza il giudizio della Chiesa professante; poi, profeticamente, quello del mondo che s’è ribellato contro Dio. Il carattere finale delle epistole cattoliche ha qualche cosa d’istruttivo e che colpisce.




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