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Studi sulla Parola

Prima Epistola ai Tessalonicesi

John Nelson Darby

Il Dispensatore, 1889-1890



["Studi sulla Parola", "Etudes sur la Parole", "Synopsis of the Bible"]

Indice:
  Introduzione 1. Capitolo 1 2. Capitolo 2 3. Capitolo 3 4. Capitolo 4 5. Capitolo 5

Introduzione

Nelle epistole ai Tessalonicesi, e particolarmente nella prima (poiché nella seconda già Paolo doveva proteggere questa freschezza contro i perfidi attacchi del nemico), troviamo la condizione e l’aspettazione del cristiano come tale in questo mondo, in tutta la sua freschezza. Se si eccettua l’epistola ai Galati, la cui data è incerta, le due epistole ai Tessalonicesi sono le prime che Paolo abbia scritte. Occupato nell’opera da lungo tempo, però è soltanto quando quest’opera è ben inoltrata, ch’egli ne prende cura per mezzo dei suoi scritti; scritti, vari nel carattere secondo lo stato delle Chiese e secondo la sapienza divina, che, con questo mezzo, accumulava nelle Scritture la verità sotto tutti i suoi aspetti, e adatta a tutte le applicazioni che diverrebbero necessarie nei secoli avvenire.

Recentemente convertiti, i cristiani di Tessalonica soffrivano molto per la persecuzione del mondo — persecuzione che i Giudei di quella città avevano già suscitato di buon’ora contro Paolo stesso. L’apostolo, felice di questa bell’opera, e rallegrandosi dello stato dei suoi cari figli nella fede, ai quali ovunque era resa testimonianza, anche dalla parte del mondo, l’apostolo, dico, apre il suo cuore; e lo Spirito constata, per la sua bocca qual’era, sulla terra, questa condizione cristiana che formava il soggetto della sua gioia, qual’era la speranza che gettava il suo chiarore sull’esistenza del fedele, che brillava attorno a lui in tutta la sua vita, e che rischiarava il suo cammino attraverso il deserto. In una parola, il carattere cristiano si spiega ai nostri occhi in questa lettera, con tutti i suoi motivi e le sue gioie; e ciò in rapporto con la testimonianza di Dio e la speranza che ci fortifica rendendo questa testimonianza.

È cosa nota che la dottrina della venuta di Gesù, dottrina che accompagna universalmente quest’opera dello Spirito che attacca il cuore alla persona del Salvatore nei primi slanci d’una nuova vita, ci è specialmente presentata nelle epistole ai Tessalonicesi. Però in queste epistole la venuta del Salvatore non ci è presentata soltanto come una dottrina formalmente insegnata; ma il fatto del ritorno di Gesù si riferisce a tutte le relazioni spirituali del cuore, e si spiega in tutte le circostanze della vita cristiana. Si è convertito per aspettare il Figlio di Dio; la gioia della comunione dei santi nel frutto dei loro lavori, si trova compiuta nella presenza del Salvatore; è alla venuta di Gesù che la santità ha tutto il suo valore, poiché la sua vera misura è vista in ciò che è allora manifestato; la venuta di Gesù è la sorgente di consolazione per un cristiano se viene a morire; è il giudizio inatteso del mondo; è per le venuta di Cristo ancora che Dio conserva tutti i suoi in santità e senza biasimo. Vedremo tutti questi punti presentati minutamente nei diversi capitoli di questa prima epistola; qui non facciamo che segnalarli. Si troverà, in generale, che le relazioni personali e l’aspettazione del Signore hanno quivi una freschezza rimarchevole e vivificante sotto tutti i rapporti. Il Signore è presento al cuore e ne è l’oggetto, e le affezioni cristiane sgorgano nell’anima e producono in abbondanza i frutti dello Spirito.

1. Capitolo 1

Non vi sono che le due lettere ai Tessalonicesi che parlano d’una Chiesa come essendo in Dio Padre, cioè costituita in una relazione con Dio in questo carattere, avendo la sua esistenza morale, la sua ragion d’essere in tale relazione. La vita della Chiesa si sviluppava nella comunione derivante da questa relazione, e lo spirito d’adozione la caratterizzava; i Tessalonicesi conoscevano il Padre coll’affetto di piccoli fanciulli. Similmente quando Giovanni parla dei fanciulli in Cristo, dice: «vi scrivo perché avete conosciuto il Padre» (1 Giovanni 2:13). Conoscere Dio in questo modo è la prima introduzione nella posizione di libertà dove Cristo ci ha posti, di libertà davanti a Dio e nella sua comunione. Quale preziosa posizione d’essere come figli con Colui che sa amare come Padre, e di godere di tutta la libertà e del tenero affetto di questa relazione, secondo la perfezione divina! Non abbiamo qui l’adattamento dell’esperienza umana di Cristo agli stessi bisogni di coloro in mezzo dei quali Egli ha fatto quest’esperienza: per quanto sia preziosa questa grazia, la dottrina dell’epistola è fondata sulla nostra introduzione nel godimento schietto della luce e delle divine affezioni, spiegate nel carattere di Padre. Questa dottrina ha il suo sviluppo in una tenera e fiduciosa comunione, ma pura, con Colui il cui amore è la sorgente d’ogni benedizione. Non dubito che per i Tessalonicesi usciti recentemente dal paganesimo, l’apostolo parlava della loro conoscenza del solo vero Dio, il Padre, in contrasto con gli idoli.

L’apostolo, dichiarando ai cristiani di Tessalonica (come abitualmente faceva con le persone alle quali indirizzava le sue lettere) ciò che sentiva a loro riguardo, sotto quale aspetto si presentavano alle sue affezioni ed al suo pensiero, non parla né di doni, come nell’epistola ai Corinzi, né dei grandi tratti d’un’esaltazione che abbracciava il Signore e tutti i santi, come si vede nell’epistola agli Efesini ed anche in quella dei Colossesi, coll’aggiunta di ciò che lo stato di quei cristiani richiedeva; nemmeno parla dell’affezione fraterna e della comunione d’amore di cui i Filippesi avevano fatto prova nei loro rapporti con lui; né d’una fede che esisteva senza ch’egli vi avesse lavorato per produrla, e nella cui comunione sperava di ritemprarsi, aggiungendovi ciò che i suoi ricchi doni lo rendevano capace di comunicar loro, come lo fa nell’epistola indirizzata ai Romani ch’egli non aveva ancor veduto... — non parla di tutto ciò; ma parla loro della vita stessa del cristiano nel suo primo albore, nelle sue qualità intrinseche come si rivelano sulla terra per l’energia dello Spirito Santo, — la vita di Dio quaggiù nei santi, dei quali l’apostolo si ricordava con tanta soddisfazione e gioia nelle sue preghiere.

Tre grandi principi, dice egli ai Corinzi, formano la base di questa vita, e ne restano sempre il fondamento: la fede, la speranza e l’amore (carità) (1 Corinzi 13). Or queste tre cose formavano i potenti e divini moventi della vita dei Tessalonicesi. Questa vita non era solo un’abitudine; essa derivava, nella sua attività, dalla comunione immediata con la sua propria sorgente. Quest’attività era vivificata e mantenuta dalla vita divina e dallo sguardo continuo sull’oggetto della fede. Presso i Tessalonicesi Paolo trovava opera, fatica e costanza; queste cose si trovavano anche nella chiesa d’Efeso, come la vediamo descritta nell’Apocalisse; ma l’opera dei Tessalonicesi era un’opera di fede; la fatica che facevano era quella dell’amore; la loro costanza (o pazienza), una costanza nutrita dalla speranza. La fede, la speranza e l’amore sono, come abbiam visto, le molle del cristianesimo in questo mondo; l’opera, la fatica, la pazienza continuavano ad Efeso, ma non erano caratterizzate da questi grandi e potenti principi: l’opera, la fatica, la pazienza continuavano come abitudini prese, ma vi mancava la comunione; il primiero amore era stato abbandonato.

La prima epistola ai Tessalonicesi è l’espressione pratica della potenza vitale che si spiega nella Chiesa nascente; la chiesa d’Efeso (Apocalisse 2), quella del primo allontanamento dalla verità.

Dio voglia che la nostra opera sia un’opera di fede; ch’essa attinga la sua forza, la sua esistenza stessa dalla comunione con Dio nostro Padre; che quest’opera sia, ad ogni momento, il frutto della realizzazione di ciò che non si vede, della vita che vive nell’immutabile assicurazione della verità della Parola; ch’essa porti così l’impronta della grazia e della verità che sono venute per Gesù Cristo, e ne sia la testimonianza.

Dio voglia che la fatica che noi facciamo per servire, sia il frutto dell’amore; ch’essa non sia compiuta come dovere ed obbligo, quantunque di fatto tale compimento sia un dovere se sappiamo che questo servizio è posto davanti a noi da Dio stesso.

E che la pazienza che bisogna avere per attraversare questo deserto sia, non la necessità in cui ci troviamo di dover camminare, perché la strada ci è posta dinanzi, ma una pazienza nutrita dalla speranza che si lega alla nostra vista di Gesù per la fede, e che aspetta il Salvatore dal cielo.

Questi principi: fede, speranza e amore, formano il nostro carattere come cristiani (*); ma questo carattere non potrebbe, né dovrebbe formarsi in noi, senza che la fede, la speranza e l’amore abbiano degli oggetti ai quali si leghino: per conseguenza lo Spirito ci presenta questi oggetti. Questi hanno un duplico carattere:

  1. Il cuore s’appoggia per la fede sopra Gesù, l’aspetta, conta su di lui, si unisce a lui nel suo cammino. Gesù ha camminato quaggiù; ora ci rappresenta nel cielo; prende cura di noi, come un buon pastore; ama i suoi e li nutrisce: la nostra fede e la nostra speranza l’hanno sempre in vista.
  2. La coscienza si tiene davanti a Dio nostro Padre; non è uno spirito di timore; non v’è nessuna incertezza quanto alla nostra relazione con Lui; siamo figli d’un padre che ci ama personalmente; ma siamo davanti a Dio. La luce ha forza ed autorità sulla coscienza; camminiamo nella coscienza che gli occhi di Dio sono sopra di noi, in amore, ma sopra di noi, e la luce manifesta ogni cosa. Essa giudica tutto ciò che potrebbe indebolire la dolce e pacifica realizzazione della presenza di Dio, la nostra comunione con Gesù, la nostra fiducia in Lui, e l’intimità delle conversazioni delle nostre anime col Salvatore.

Questi due principi sono importantissimi per la pace durevole e per il progresso delle anime nostre. Se non è sostenuta da essi, la vita s’indebolisce; l’uno dei due sostiene la nostra confidenza in Gesù; l’altro ci tiene nella luce con una buona coscienza. Senza di questa, la fede, per non dir altro, perde la sua vivacità; senza la confidenza in Gesù, la coscienza diviene legale, e la forza, la chiarezza, lo slancio spirituale ci mancano.

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(*) Li ritroviamo nei scritti di Paolo più sovente che non si pensi: per esempio 1 Tessalonicesi 5:8 e Colossesi 1:4-5. In 2 Tessalonicesi 1:3, la fede e l’amore sono menzionati, ma l’apostolo deve mettere in chiaro la speranza nel pensiero di questi cristiani.
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L’apostolo ricorda anche il modo usato da Dio per produrre la fiducia ed il timor di Dio, cioè l’Evangelo, la Parola, annunziata in potenza ed in pieno accertamento all’anima per lo Spirito Santo. La Parola aveva della potenza nel cuore dei credenti di Tessalonica; essa vi giungeva come la Parola di Dio; lo Spirito stesso si rivelava all’anima producendovi la coscienza della sua presenza, e ne veniva per conseguenza la piena certezza della verità in tutta la sua forza, in tutta la sua realtà. La vita dell’apostolo, tutta la sua condotta, confermava la testimonianza che rendeva, e ne faceva parte; il frutto dell’opera di Paolo (ed è sempre così) rispondeva nel suo carattere a colui che aveva lavorato; il cristianesimo dei Tessalonicesi rassomigliava a quel di Paolo, al cammino del Salvatore stesso che l’apostolo seguiva così da vicino. C’erano «molte sofferenze», poiché il nemico non sopportava una testimonianza così chiara; e Dio ad una tale testimonianza accordava la grazia di soffrire con Cristo e d’avere in pari tempo «la gioia che dà lo Spirito Santo» (vers. 6).

Felice testimonianza alla potenza dello Spirito operante nel cuore! Or, quando lo Spirito Santo agisce così nelle anime, tutto è in testimonianza agli altri. Il mondo vede che nei cristiani c’è una potenza ch’esso non conosce, dei motivi che non sperimenta, una gioia di cui si burla, ma ch’esso non ha, una condotta che lo colpisce e che ammira, quantunque non la imiti, una pazienza che mette a nudo l’impotenza del Nemico per lottare contro una forza che sopporta tutto, e che è gioiosa malgrado tutto ciò ch’egli può fare. Che fare di coloro che si lasciano uccidere senza che siano per questo meno gioiosi, anzi che lo sono maggiormente; che sono al di sopra di tutti i vostri motivi quando li si lasciano tranquilli; e che quando li si opprimono, sanno comportarsi in perfetta gioia, malgrado tutti i vostri sforzi? Che fare di gente che non si lasciano vincere dai tormenti, ma che questi presentano loro soltanto occasione di rendere una più potente testimonianza, ch’essi sono all’infuori del vostro potere? Una vita passata nella pace è per sé stessa una testimonianza; e la morte di qualcuno che è felice nelle sofferenze, lo è ancor più. Tal’è il cristiano, dove il cristianesimo esiste nella sua forza, nel suo stato normale secondo Dio: cioè, la Parola (dell’Evangelo) e la presenza dello Spirito, riprodotte nella vita in un mondo alienato da Dio.

Tal’era di fatto il cristianesimo dei Tessalonicesi; ed il mondo diveniva, suo malgrado, un testimonio di più per annunziare la potenza dell’Evangelo. I fedeli di Tessalonica erano esempi per i credenti di altri luoghi, ed erano il soggetto delle conversazioni e dei racconti del mondo, che non si stancava di narrare questo fenomeno così nuovo, così strano, di gente che avevano abbandonato tutto ciò che padroneggiava il cuore dell’uomo, tutto ciò a cui questo cuore era sottoposto, e che adoravano un solo Dio vivente e vero. La coscienza naturale rendeva testimonianza al Dio unico dei cristiani. Gli dei dei pagani erano i dei delle passioni, non della coscienza. E ciò dava alla loro posizione ed alla loro religione un’attualità ed una vivente realtà. Essi aspettavano il Figlio di Dio dal cielo.

Certamente sono felici i cristiani che, per il loro cammino e per tutta la loro condotta, spingono il mondo a rendere testimonianza alla verità; che sono così chiari nella loro confessione, così conseguenti nella loro vita, che un apostolo non aveva bisogno di dire ciò che aveva predicato né ciò ch’egli era stato in mezzo di loro: il mondo lo diceva per lui e per loro.

Qualche parola sulla testimonianza non sarà superflua. Per quanto sia semplice, questa testimonianza riveste un’importanza speciale e racchiude dei principi d’una grande profondità morale. Essa forma la base di tutta la vita ed anche di tutte le affezioni cristiane che si spiegano nell’epistola. Oltre questo sviluppo, la nostra epistola non contiene che una rivelazione speciale delle circostanze della venuta di Gesù per chiamare i Suoi presso di Lui, e l’ordine di queste circostanze, come pure la differenza di questo avvenimento col giorno del Signore per giudicare il mondo, quantunque tale giorno faccia seguito alla Sua venuta per prenderci con Lui.

Ciò che l’apostolo segnala come testimonianza che il fedele cammino dei Tessalonicesi rendeva al mondo, racchiude tre soggetti principali:

  1. i Tessalonicesi avevano lasciato i loro idoli, per servire il Dio vivente e vero;
  2. per aspettare dal cielo il suo Figlio, che era risuscitato dai morti;
  3. il Figlio liberava dall’ira che stava per essere rivelata.

Un semplice fatto, — ma d’un’immensa portata — caratterizza il cristianesimo. Il cristianesimo ci rivela un oggetto positivo e lo mette davanti alle anime nostre, e quest’oggetto è nientemeno che Dio stesso. La natura umana può scorgere la follia di ciò che è falso: si ride dei falsi dei delle immagini intagliate, ma l’uomo non sorpassa sé stesso, non si rivela nulla. Uno dei più famosi uomini dell’antichità si compiaceva di dirci che tutto andrebbe bene se gli uomini seguissero la natura: — è chiaro che non saprebbero sorpassarla; e, di fatto, questo filosofo avrebbe ragione se l’uomo non fosse in stato di caduta. Ma l’esigere che l’uomo segua la natura, è una prova che è in stato di caduta, e che è sceso più basso della condizione normale di questa natura. Esso non la segue in un cammino che sia convenevole al suo stato normale. Tutto è in disordine; la volontà trasporta l’uomo ed agisce nelle sue passioni. L’uomo ha abbandonato Dio ed ha perduto la forza ed il centro d’attrazione, che teneva a posto e lui e tutto ciò che c’è nella sua natura. Esso non può ricuperare il suo stato normale; non può dirigere sé stesso, poiché, lungi da Dio, l’uomo non è condotto che dalla propria volontà. Ci sono numerosi oggetti che promuovono l’azione delle passioni e della volontà, ma non c’è oggetto che, quale centro, dia all’uomo una posizione morale regolare, costante e duratura, in relazione con quest’oggetto, in modo che il suo carattere ne riceva l’impronta e sia formato moralmente secondo il valore di quest’oggetto. L’uomo deve, od avere un centro morale capace di formarlo quale essere morale, traendolo verso questo centro e riempiendo le sue affezioni, in modo che egli sia il riflesso di quest’oggetto; oppure, agire di sua volontà; in questo caso è in balia delle sue passioni; ovvero, ciò che è la conseguenza di quest’ultimo stato, bisogna che sia lo schiavo d’un oggetto che ha preso possesso di questa volontà. Una creatura che è un essere morale, non potrebbe sussistere senza un oggetto: essere sufficiente a sé stesso è proprio di Dio.

La pace che sussisteva nell’incoscienza del bene e del male è perduta: l’uomo non cammina più come un essere il quale nei suoi pensieri non ha nulla che sia estraneo al suo stato normale ed a ciò che possedeva in questo stato; che non ha una volontà propria, o, ciò che fa lo stesso, che ha una volontà la quale non vuole nulla all’infuori di ciò che essa possiede. L’uomo non è un essere che gode con riconoscenza di ciò che è già appropriato alla sua natura, ed in particolare modo d’un essere simile a lui, d’un aiuto che ha la stessa sua natura e che risponde al suo cuore, benedicendo Dio di tutto.

Ora l’uomo vuole; e mentre ha perduto ciò che formava la sfera del suo godimento, c’è in lui un’attività che cerca, che si è resa incapace di contentarsi senza slanciarsi più lungi, che già, per questa volontà, si è slanciata in una sfera che non riempie, dove le manca l’intelligenza per comprendere tutto, e dove le manca anche la forza per realizzare ciò che la volontà comprende. L’uomo, e tutto ciò che gli ha appartenuto, non basta più all’uomo come godimento: gli abbisogna ancora un oggetto. Quest’oggetto sarà al di sopra od al di sotto di lui. Se è al di sotto, l’uomo si avvilisce prendendo per oggetto ciò che è più basso di lui; ed è appunto ciò che è avvenuto. L’uomo non vive più neppure secondo la sua natura; ed il filosofo di cui ho parlato ne è testimonio: il suo stato è quello descritto dall’apostolo al principio dell’epistola ai Romani, con tutti gli orrori della semplice verità. Se l’oggetto verso cui l’uomo tende è al di sopra di lui, ma al di sotto di Dio, non c’è ancora nulla che possa dominare la sua natura, nulla che lo metta al suo posto; l’uomo non è ritornato a Dio, moralmente non è rialzato dalla sua caduta. Un essere buono non potrebbe permettere che l’uomo faccia di lui l’oggetto del suo omaggio, per escluderne Dio. Se un essere malvagio vi riesce, esso diviene per l’uomo un dio, che esclude il vero Dio, ed abbassa l’uomo nelle sue relazioni più elevate; ciò che diviene il peggiore degli avvilimenti. Ed è pur ciò che è avvenuto all’uomo. E poiché questi esseri, che son divenuti gli oggetti dell’omaggio dell’umanità sviata, non sono che creature, non potrebbero padroneggiare l’uomo se non col mezzo di quello che agisce su di lui: sono i dei delle sue passioni; abbassano l’idea della divinità; avviliscono la vita pratica dell’umanità; e questa vita degli uomini è una schiavitù di passioni mai soddisfatte e che inventano il male, quando l’eccesso in ciò che è naturale li ha nauseati e li ha lasciati senza risorsa.

Tal’era difatti lo stato dell’uomo nel paganesimo. L’uomo, e soprattuto l’uomo che ha la conoscenza del bene e del male, deve aver Dio per oggetto, e come un oggetto davanti al quale il suo cuore può stare in pace e del quale può occuparsi con gioia, oppure è perduto. L’Evangelo, il cristianesimo, ha dato all’uomo questo oggetto. Dio che riempie ogni cosa, che è la sorgente di tutto, nel quale si concentra ogni benedizione, tutto ciò che è buono; Dio che è tutto amore, che ha ogni potenza, che nella sua conoscenza abbraccia l’universo, perché tutto (eccetto l’abbandono avuto dalla sua creatura), non è che il frutto del suo pensiero e della Sua volontà; Dio si è rivelato all’uomo; si è rivelato in Cristo per l’uomo, affinché il costui cuore, occupato di Lui, con una perfetta confidenza nella sua bontà, lo conosca, goda della sua presenza, e rifletta il suo carattere.

Il peccato e la miseria dell’uomo, non hanno fatto che fornir l’opportunità ad una rivelazione molto più completa di ciò che Dio è, e delle perfezioni della sua natura, in amore, in sapienza, ed in potenza; ma qui non consideriamo che il fatto che egli s’è dato all’uomo come oggetto. Tuttavia, quantunque la miseria dell’uomo non abbia fatto che dar luogo ad una rivelazione più ammirabile di Dio, Dio stesso ha dovuto avere un oggetto degno di Lui, verso il quale potesse spiegare tutte le sue affezioni, e che fosse lo scopo dei suoi disegni: quest’oggetto è la gloria del suo Figlio, è il suo Figlio stesso. Un essere d’una natura inferiore non avrebbe potuto essere quest’oggetto, quantunque Dio possa glorificarsi nella sua grazia verso un tale essere. L’oggetto delle affezioni, e le affezioni che si esercitano di fronte a questo oggetto, sono necessariamente correlativi. Così Dio ha manifestato la sua grazia sovrana ed immensa riguardo a ciò che v’era di più misero, di più indegno, di più bisognoso: ha manifestato tutta la maestà del suo Essere, tutta l’eccellenza della sua natura, in rapporto con un oggetto nel quale poteva trovare tutte le sue delizie, e mostrare ciò che era nella gloria della sua natura. Ma è come uomo (stupenda verità degli eterni consigli di Dio!) che quest’oggetto delle delizie di Dio Padre, ha preso il suo posto in questa gloriosa rivelazione per la quale Dio si fa conoscere alle sue creature. Dio aveva ordinato e preparato l’uomo per questo. Così il cuore istruito dallo Spirito, conosce Dio rivelato nella grazia immensa, nell’amore che scende dal trono divino fino alla rovina ed alla miseria del peccatore; si trova in Cristo nella conoscenza e nel godimento dell’amore che Dio ha per l’oggetto delle sue eterne delizie, oggetto degno pure di fare le delizie di Dio; gode di questo amore, come pure delle comunicazioni con le quali Dio lo testimonia (Giovanni 17:7-8); ed infine, partecipa alla gloria che è la dimostrazione pubblica, davanti all’universo, dell’amore che Dio Padre ha per il Figlio (*). Quest’ultima parte della nostra ineffabile felicità è il soggetto delle comunicazioni di Gesù nell’ultima parte dell’Evangelo di Giovanni (capitoli 14, 16 e specialmente il capitolo 17).

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(*) Paragonare Proverbi 8:30-31 con Luca 2:14 «Benevolenza negli uomini (o piacere, gioa tra gli uomini)». È il piacere di Dio, celebrato dagli angeli, di vedere il suo Figlio tra gli uomini.
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Dal momento che il peccatore è convertito, è introdotto, quanto al principio della sua vita, nella posizione e nelle relazioni con Dio, di cui abbiamo appena parlato. Forse non è che un bambino; ma il Padre ch’egli conosce, l’amore nel quale è entrato, il Salvatore sul quale apre i suoi occhi, sono gli stessi di cui godrà, quando conoscerà come egli sia stato conosciuto. È cristiano; si è rivolto dagli idoli a Dio, e per aspettare il suo Figlio dal cielo.

Si noterà che qui non è questione della potenza che converte, né della sorgente della vita: altri passi ne parlano chiaramente; ciò che qui vien presentato, è il carattere della vita nella sua manifestazione. Or, questo carattere dipende dagli oggetti della nostra vita. La vita si esercita, si spiega, in rapporto con vari oggetti, ed acquista così il suo carattere. La sorgente da dove deriva la rende capace di godere degli oggetti che le sono presentati; ma una vita che non ha oggetto da cui dipenda, non è la vita d’una creatura. Vivere d’una vita assoluta e indipendente è la prerogativa di Dio. Ciò mostra la follia di coloro che vogliono una vita «soggettiva», come si dice, senza ch’essa abbia, nello stesso tempo un carattere positivamente «oggettivo», poiché il suo stato soggettivo dipende dall’oggetto di cui si occupa. È proprio di Dio d’essere la sorgente dei suoi propri pensieri, senza oggetto che li formi; è proprio di Dio d’essere e di dire: «Io sono» e d’essere sufficiente a Sé stesso, poiché è la perfezione, il centro e la sorgente d’ogni cosa; e crearsi altri oggetti, se vuol averne all’infuori di Lui stesso. In una parola, anche ricevendo da Dio una vita che sia capace di godere di Lui, il carattere morale dell’uomo non si forma in sé, senza un oggetto che gli comunichi il suo carattere.

Or, Dio s’è dato a noi come oggetto e si è rivelato in Cristo. Se ci occupiamo di Dio in Lui stesso, supponendo per un momento ch’egli abbia potuto rivelarsi in tal modo, il soggetto è troppo vasto per noi. Dio conosciuto in tal modo, se noi ne fossimo capaci, sarebbe una gioia infinita; ma per ciò bisognerebbe essere Dio, e la supposizione è assurda. In ciò che è puramente e assolutamente infinito, vi manca qualcosa per una creatura, quantunque il godere dell’infinito sia la sua prerogativa più elevata. Questo godimento dell’infinito è per l’uomo una necessità; da un lato, affinché l’uomo abbia il suo posto e che Dio abbia il Suo di fronte a lui; dall’altro pure, perché è ciò che lo eleva in un modo così ammirabile. Questo godimento ci è dato, ed è dato in una preziosa intimità, poiché noi siamo figli, dimoriamo in Dio, e Dio in noi. Ma nell’infinito assoluto c’è un certo peso per il cuore: questo sentimento di Dio solo ci opprime. La Scrittura parla di «un sempre più grande, smisurato peso (*) eterno di gloria». Se l’uomo pensa a Dio qual’è in Sé stesso, bisogna che sia necessariamente così: la maestà di Dio deve essere mantenuta quando pensiamo a Lui come Dio, e la Sua autorità, i suoi diritti sulla coscienza, devono farsi sentire. Il cuore, Dio l’ha fatto così, ha bisogno di qualcosa che non abbassi le sue affezioni, ma che nello stesso tempo abbia il carattere di compagno e d’amico, o per lo meno, di qualcuno a cui il cuore possa avvicinarsi, come avendo questo carattere.

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(*) Peso e gloria sono una stessa parola in ebreo: Cabod.
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E ciò lo possediamo in Cristo, nostro prezioso Salvatore. Egli è un oggetto per i nostri cuori, un oggetto che vediamo a noi vicino; non si vergogna di chiamarci fratelli; ci ha chiamati amici; tutto ciò che ha udito dal Padre Suo, ce lo ha comunicato. È possibile nello stesso tempo di distogliere i nostri sguardi da Dio? Anzi, è in Cristo che Dio è manifestato, che gli angeli stessi lo vedono; è Lui, che essendo nel seno del Padre, ci rivela il suo Dio e Padre, e ci mette in questa dolce relazione di figli con Dio; infatti ci rivela il Padre Suo come lo conosce lui stesso; e non solo questo, ma Egli è nel Padre ed il Padre in Lui, di modo che chi l’ha veduto, ha veduto il Padre. Invece di distoglierci da Dio, ce lo rivela. In grazia ce lo ha già rivelato; ora aspettiamo la rivelazione della gloria in Lui. Già sulla terra, dal momento che è nato, gli angeli hanno celebrato il compiacimento di Dio negli uomini, poiché l’oggetto delle suo eterne delizie era divenuto Uomo; ed ora ha compiuto l’opera che rende possibile l’introduzione di altri uomini — di poveri peccatori — nel godimento di questo favore di Dio del quale Egli ne gode come uomo, e ne fa godere i cristiani con Lui. È così che Dio ci ha riconciliati con Lui. Conoscendo in tal modo Dio per la fede, ci rivolgiamo dagli idoli per servire il Dio vivente e vero e per aspettare dal cielo il Suo Figlio. Il Dio vivente e vero è l’oggetto del nostro servizio. Il suo Figlio, che conosciamo, che ci conosce, che vuole che noi siamo dove egli è, che ci ha identificati con la Sua propria gloria, e la Sua gloria con noi, — Egli, uomo glorioso per sempre e primogenito fra molti fratelli, è l’oggetto della nostra aspettazione. Noi l’aspettiamo dal cielo, poiché là nel cielo ci sono le nostre speranze ed il seggio della nostra gioia.

Possediamo come oggetto dei nostri cuori, l’infinito d’un Dio d’amore, e l’intimità e la gloria di colui che ha preso parte a tutte le nostre infermità, e che, senza peccato, ha portato i nostri peccati. Quale parte meravigliosa abbiamo noi!

Ma c’è un altro lato della verità. Le creature sono responsabili, e Dio, qualunque siano il Suo amore e la Sua pazienza, non può permettere il male o il disprezzo della Sua autorità. Se li tollerasse, tutto cadrebbe in confusione e miseria; Dio stesso perderebbe il suo posto. C’è un giudizio, l’ira a venire. Noi eravamo responsabili, ed abbiamo mancato; come possiamo dunque godere di Dio e dell’Agnello nel modo di cui abbiamo parlato?

Qui si applica la terza verità di cui parla l’apostolo, quando dice: «che ci libera dall’ira imminente» (vers. 10). L’opera di Cristo ci ha messi perfettamente al sicuro da quest’ira. Egli ha preso il nostro posto di responsabilità sulla croce, ed ha abolito per noi il peccato col sacrificio di Sé stesso.

Ecco dunque i tre grandi elementi della vita cristiana: serviamo il Dio vivente e vero, avendo abbandonato i nostri idoli interni ed esterni; aspettiamo Gesù per entrare nella gloria, poiché la vita di Dio ci ha fatto sentire che cos’è questo mondo, e Gesù è a noi conosciuto; quanto ai nostri peccati ed alla nostra coscienza, siamo perfettamente purificati, non temiamo nulla. Tal’era la testimonianza che rendevano la vita ed il cammino dei Tessalonicesi.

2. Capitolo 2

Avendo posto questi grandi principi, l’apostolo ricorda con effusione di cuore tutto il suo cammino fra i Tessalonicesi per provare che egli era stato animato del medesimo spirito che raccomandava loro. Paolo non aveva indirizzato esortazioni ad altri, usando egli stesso della loro affezione per il suo vantaggio; non aveva incoraggiato gli altri a sopportare afflizioni senza avere il coraggio di subirne lui stesso. Insultato e maltrattato a Filippi, aveva avuto ordine in Dio per rinnovare i suoi attacchi contro il regno delle tenebre a Tessalonica, e ciò con grande energia. Non aveva adulato i Tessalonicesi per guadagnarli a sé; ma aveva presentato loro la verità come essendo davanti a Dio, ed aveva lavorato colle sue proprio mani per non esser loro a carico. Tutte le sue vie in mezzo di loro erano state al cospetto di Dio nella luce, per l’energia dello Spirito ed in uno spirito di devozione: nel modo che voleva che camminassero, aveva camminato egli pure fra loro, santamente, giustamente, ed in una maniera irreprensibile; come anche li aveva esortati con ogni affezione e dolcezza a camminare in un modo degno di Dio che li aveva chiamati al suo regno ed alla sua gloria.

In quest’ultima espressione si vede inoltre l’intima relazione del cristiano con Dio, nel suo carattere individuale. Il cristiano ha la sua parte nella gloria e nel regno di Dio, e la sua condotta dev’essere convenevole ad una tale posizione. Qui si tratta della posizione propria del credente in relazione con Dio, come prima è stato questione delle sue relazioni con Dio e con il Signore Gesù.

Poi l’apostolo parla del modo con cui questo mondo di nuovi pensieri è stato dato al cristiano: Dio ha parlato per rivelar Sé stesso ed i suoi consigli; aveva confidato l’Evangelo a Paolo (versetto 4), e Paolo agiva come essendo davanti a Dio e responsabile verso di Lui.

Dal canto loro i Tessalonicesi avevano ricevuto la Parola, non come la parola di Paolo, ma come la Parola di Dio stesso che era loro rivolta per la bocca di Paolo. È rimarchevole, ed è serio per noi ad un tempo, di vedere che per quanto riguarda la manifestazione della potenza di Dio quaggiù, quantunque l’opera sia di Dio, il frutto delle fatiche dei suoi servitori corrisponde col carattere e con la perfezione del lavoro compiuto. Così si stabiliscono i legami della grazia e della comunione, c’è un mutuo intendimento nelle cose, l’opera manifesta l’operaio; l’operaio si rallegra in ciò che il suo cuore sa desiderare nelle anime che sono il frutto dei suoi lavori, queste sanno apprezzare il cammino ed il lavoro dell’operaio, riconoscendo la potenza e la grazia di lui che è stato il mezzo di porle in tale posizione; e gli uni e le altre, conoscendo Dio, si rallegrano nella comunione della sua grazia.

Paolo era molto con Dio nell’anima sua e nella sua opera: i Tessalonicesi avevano, per conseguenza, ricevuto la Parola in questa stessa potenza; quindi erano con l’apostolo in comunione con Dio secondo tale potenza e secondo tale intimità.

Vediamo qui, passando, i Giudei privati di questa relazione con Dio: il residuo era ricevuto in grazia e soffriva per l’animosità della massa del popolo. Gli eletti d’infra i Gentili raccoglievano, dal canto loro, l’ostilità dei loro concittadini, per la testimonianza che rendevano contro il principe di questo mondo, col loro cammino cristiano e con la loro confessione d’un Cristo celeste, d’un Cristo che il mondo aveva rigettato.

La religione dei Giudei era diventata una gelosia contro gli altri. La pretesa della possessione esclusiva dei privilegi religiosi (privilegi preziosissimi, allorché Israele ne godeva con Dio, come testimonianza del suo favore) non diveniva che una sorgente di odio nel cuore di questo popolo, quando Dio, nella pienezza della sua grazia sovrana, voleva benedire coloro che non avevano nessun diritto. Per questa pretesa di esclusività, i Giudei rinnegavano i diritti di Dio che li aveva dapprima scelti come popolo. Rinnegavano la grazia divina secondo la quale Egli agiva nei confronti dei peccatori, e che, se essi non se ne fossero esclusi, sarebbe stata la sorgente di migliori benedizioni per loro stessi. Ora, intanto, il loro rifiuto di credere alla grazia di Dio in Cristo aveva trasportato la scena delle speranze e delle gioie del popolo di Dio dalla terra nel cielo, là dove noi conosciamo il Signore e dove resterà finché venga far valere i suoi diritti sulla terra. Prima di farli valere, ci prenderà con Lui.

Mentre aspettiamo la sua venuta, la Parola di Dio è la sorgente della nostra fiducia, la rivelazione della gloria, della verità e dell’amore. Questa Parola è efficace in coloro che credono. I Giudei sono messi da parte. Con la loro resistenza alla grazia verso i Gentili, avevano preso una posizione di inimicizia contro Dio in grazia, e l’ira era venuta sopra di loro. Quest’ira non aveva ancor avuto la sua esecuzione, ma essi avevano preso la posizione che abbiamo appena indicata: non era soltanto che avessero violato la legge; già avevano ucciso i loro profeti che erano stati mandati in grazia; già avevano messo a morte il Cristo Gesù, il Signore. Soltanto la grazia sovrana poteva portar rimedio ad un tale stato del popolo. I Giudei hanno resistito a questa grazia, perché Dio, operando con grazia sovrana verso Israele, era anche buono per i Gentili ed accordava loro, contemporaneamente che ai Giudei, dei privilegi migliori di quelli che essi (Giudei) avevano perduto. L’ira dunque era finalmente venuta su costoro, come popolo; ed i cristiani avevano il godimento di migliori privilegi invece loro.

Non è qui il luogo di spiegare le vie di Dio che avranno più tardi il loro compimento riguardo al residuo. Nel passo che ci occupa, l’apostolo parla del popolo giudeo per mostrare che i cristiani, coloro che avevano ricevuto la Parola, erano soli in relazione con Dio. Ciò che mette realmente le anime in relazione con Dio è la ricezione della Parola per la fede, e null’altro. I privilegi ereditari finivano per essere, nella natura, un’opposizione alla grazia ed alla sovranità divina, e così erano contro il carattere di Dio stesso e dei suoi divini diritti, poiché Dio è sovrano, e Dio è amore.

La Parola rivela la grazia; si obbedisce a questa Parola credendovi; ed il cristiano, messo in relazione con Dio, cammina in comunione con lui e nelle sue vie, ed aspetta il Figlio nel quale Dio si è rivelato per gli uomini. Questo è il frutto di quello che il cristiano ha ricevuto quando ha creduto; è un principio attivo di vita e una luce che viene da Dio per il cammino.

L’apostolo benediceva Dio perché i Tessalonicesi camminavano in tal modo, ed avendo constatato lo stato felice di questi cristiani ch’egli amava di un vero amore, ritorna alla gioia della sua comunione con loro, nella benedizione positiva che aveva apportato la rivelazione di Dio nel loro cuore, per la Parola. Paolo avrebbe ben voluto vedere i Tessalonicesi e godere di questa comunione, intrattenendosi con loro faccia a faccia; ma per tutto il tempo in cui la conoscenza di Dio si acquista soltanto per la Parola, cioè per la fede, per tutto il tempo che il Signore è assente, da questa assenza ne nasce una conseguenza: le gioie si alternano con i combattimenti. Però, quantunque questi combattimenti, secondo il giudizio umano, interrompano tali gioie, le rendono più dolci, più reali, conoscendo il loro carattere celeste e facendo del Signore, di cui non si può essere separato, il centro, il punto comune dove i cuori si uniscono, con la coscienza che sono nel deserto. Si sente che bisogna aspettare una scena ed un tempo, dove il male e la potenza del nemico siano distrutti, e dove Cristo sia in ogni cosa. Beata speranza, santa gioia, potente legame del cuore con Cristo! Quando Cristo sarà tutto, la nostra gioia sarà completa, e tutti i santi ne godranno. Paolo avrebbe voluto ancora vedere i Tessalonicesi, ma Satana l’aveva impedito una ed anche due volte. Il tempo verrà in cui l’apostolo godrà pienamente di essi o del suo lavoro fra di loro, vedendoli in piena possessione della gloria, alla venuta di Cristo.

Aveva già ricordato ai Tessalonicesi quale era stata la sua vita nel mezzo di loro quando egli si era trovato a Tessalonica; la vita cristiana si era sviluppata in lui pienamente nell’amore e nella santità. Era stato fra loro pieno di tenerezza come una madre che allatta il suo bambino, e li amava talmente, che era pronto a dar loro, non solo il Vangelo, ma la sua propria vita; era stato santo e senza biasimo in tutta la sua condotta. Quanta energia di vita e d’affetto sgorgava, per la forza di Dio, da un cuor cristiano come quello dell’apostolo, senza che questo cuore tenesse conto delle conseguenze all’infuori della benedizione degli eletti e la gloria di Dio! È la vita cristiana, quando non si discute nel cuore per incredulità, ma che, forte nella fede, si conta sopra Dio per poterlo servire; così l’amore è libero. Se si è fuori di sé e che vi sia dell’esaltazione, si è interamente con Dio; se si è prudente e pieno di considerazione, è soltanto per il bene degli altri. E quali legami forma quest’energia di vita spirituale! La persecuzione non fa che accelerare l’opera, obbligando l’operaio di andarsene altrove, quando forse sarebbe tentato di godere del frutto dei suoi lavori nella società di coloro che sono stati benedetti per il suo mezzo (parag. cap. 2:2). Il cuore dell’apostolo, quantunque fosse materialmente assento da Tessalonica, rimaneva pur sempre legato ai Tessalonicesi e si ricordava dei suoi diletti, pregava per loro, benediceva Dio per la grazia che era stata loro fatta, assicurandosi con gioia, pensandovi che essi avevano parte alla gloria celeste e divina come gli eletti di Dio (parag. 1:2 e 4; 2:13).

Il legame tra Paolo ed i Tessalonicesi sta fermo; ed il cammino del godimento attuale d’una comunione personale, essendo esteriormente osteggiato, con la permissione di Dio, dai artifizi di Satana, il cuor dell’apostolo si eleva più alto e cerca la piena soddisfazione del suo amor cristiano nel momento in cui un Cristo, presente nella sua potenza, avrà tolto ogni ostacolo e compiuto i disegni di Dio riguardo i santi, nel momento in cui il suo amore avrà portato tutti i suoi preziosi frutti in loro, ed in cui godranno insieme, egli, Paolo, ed i suoi cari figli nella fede, di tutto ciò che la grazia e la potenza dello Spirito avranno prodotto in essi. È verso quel giorno che Paolo, il quale per il momento non poteva soddisfare l’ardente suo desiderio di vederli, porta i suoi sguardi. E notate che se egli rimanda la piena gioia di comunione con loro a quel benedetto momento, si è che il suo cuore era già pieno per sé stesso di quella gioia. La potenza dello Spirito Santo operando secondo verità, porta sempre il cuore verso quel momento: essa spinge l’anima a lavorare in amore nel mezzo di questo mondo; e così fa realizzare l’opposizione che esiste tra le tenebre di questo mondo e la luce divina, sia che queste tenebre prevalgono negli uomini, sia che si manifestano nell’influenza diretta del principe delle tenebre. La potenza dello Spirito fa sempre sentire in tal modo anche con le difficoltà, il bisogno di quel giorno di luce, dove il male non sarà più là per impedire il nuovo uomo di godere di ciò che è buono nella comunione dei diletti di Dio, e sopra ogni cosa per impedirlo anche di godere della presenza del suo Salvatore glorificato che l’ha amato e che, per esercitar la sua fede, gli è per il momento nascosto.

È Cristo che è la sorgente e l’oggetto di tutte queste affezioni; è Lui che le sostiene e le nutrisce, che le trae sempre a Sé per la sua bellezza e per il suo amore, e nelle pene della vita cristiana, porta così il cuore verso il giorno del nostro assembramento con Lui, verso il giorno della sua venuta, dove il cuore sarà libero di occuparsi indefinitamente di tutte le cure dell’amor suo.

Questo pensiero della presenza del Salvatore domina tutto, quando la gioia divina della redenzione in tutta la sua freschezza riempie il cuore. È questo stato d’anima che pensa a Gesù stesso nella sua venuta, che si trova nella nostra epistola: siamo convertiti per aspettarlo (capitolo 1); godremo della comunione dei santi, dei frutti dei nostri lavori, quando Egli ritornerà (capitolo 2); il giorno di Cristo dà al nostro pensiero riguardo alla santità, la sua forza e la sua misura (capitolo 3); il pensiero della venuta del Signore distrugge la pena del cuore che altrimenti accompagnerebbe la morte dei santi (capitolo 4); è per quel giorno che i fedeli sono guardati (capitolo 5). La venuta del Signore, la presenza di Gesù riempie dunque il cuore del credente, là dove la vita sgorga nella sua freschezza; essa riempie il cuore d’una gioiosa speranza il cui compimento brilla davanti ai nostri occhi in una scena di gioia dove tutti i nostri desideri saranno compiuti.

Ma per ritornare alla fine del capitolo 2, il legame che Satana cercava di rompere, interrompendo il godimento della comunione personale, si andava invece fortificando in ciò che il cuor del fedele si attaccava per la fede alla venuta del Signore. La corrente dello Spirito, alla quale era permesso a Satana di mettere questa diga, sviata dal suo letto naturale, non poteva essere fermata, poiché l’acqua scorreva sempre; questa corrente si spandeva in masse che arricchivano tutto attorno ad essa, dirigendosi verso il mare dov’era la pienezza di queste acque, che nutrivano la sorgente donde sgorgava.

Si deve rimarcare qui che i frutti speciali dei nostri lavori non sono perduti, ma si ritrovano alla venuta di Gesù. La nostra principale gioia personale è di vedere il Signore stesso e d’essere simile a Lui: questo è la parte di tutti i santi; ma ci sono dei frutti speciali in rapporto con l’opera che lo Spirito opera in noi e per nostro mezzo: a Tessalonica, l’energia spirituale dell’apostolo aveva condotto un certo numero di anime a Dio, all’aspettazione di Gesù, e ad una stretta unione con sé stesso nella verità. Quest’energia doveva essere coronata, alla venuta di Gesù, per la presenza di queste persone nella gloria, come frutti dei lavori dell’apostolo; in tal modo Dio coronava i costui lavori, rendendo una grande testimonianza alla sua fedeltà per la presenza in gloria di tutti i santi che aveva, per la grazia, condotti a Gesù; e l’amore che aveva agito nel cuor dell’apostolo troverebbe la sua soddisfazione vedendo gli oggetti di quest’amore nella gloria e nella presenza di Gesù; — questi Tessalonicesi, così cari al cuor di Paolo, dovevano essere la sua gloria e la sua gioia. Questo pensiero serviva a stringere ancora di più i legami che già esistevano tra l’apostolo ed i santi di Tessalonica, ed a consolare questi nei suoi lavori e nelle sue sofferenze.

3. Capitolo 3

Or quest’allontanamento forzato dell’apostolo, come principale operaio, senza indebolire il legame tra lui ed i discepoli, formava nuovi legami con altre anime, legami che dovevano consolidare e raffermare la Chiesa, legandola insieme per tutte le giunture. Questo (non essendo ogni cosa, che lo strumento della sapienza e della potenza di Dio) va unito alle circostanze delle quali gli Atti degli apostoli ci danno i principali particolari (Atti 17:16-15).

In seguito alle persecuzioni suscitate dai Giudei, Paolo, dopo un breve soggiorno a Tessalonica, aveva dovuto lasciare questa città e recarsi a Berea; i Giudei di Tessalonica l’avevano seguito fino in quest’ultima città, ed avevano esercitato la loro influenza sui Giudei o sugli altri abitanti di Berea, di modo che i fratelli di lì avevano dovuto mettere Paolo al sicuro. Coloro ai quali fu confidato, lo condussero ad Atene, mentre Timoteo e Sila (o Silvano) restarono per il momento a Berea; ma, seguendo gli ordini di Paolo, lo raggiunsero presto ad Atene. Contemporaneamente una violenta persecuzione scoppiava a Tessalonica, importante città, dove, a quanto pare, i Giudei avevano già esercitato un’influenza abbastanza grande sulla popolazione pagana, che si trovava minata dal progresso del cristianesimo che i Giudei nella loro cecità respingevano con accanimento.

L’apostolo, essendo informato di questo stato di cose da Timoteo e da Sila, si preoccupava del pericolo a cui correvano i suoi nuovi convertiti di Tessalonica di essere scossi nella loro fede per le difficoltà del cammino, difficoltà che incontravano mentre erano affatto giovani nella fede. L’affezione dell’apostolo non poteva aver requie senza mettersi con loro in comunicazione, e già, da Atene, aveva mandato Timoteo per aver delle loro notizie e per raffermarli, ricordando loro che egli aveva già detto mentre era a Tessalonica che dovevano avvenire persecuzioni. Durante l’assenza di Timoteo, Paolo aveva lasciato Atene e se n’era venuto a Corinto, dove Timoteo l’aveva di nuovo raggiunto; ed allora l’apostolo avea ripreso il suo lavoro a Corinto con nuova forza e coraggio (vedere Atti 18:5).

È al ritorno di Timoteo che Paolo ha scritto la lettera che ci occupa. Timoteo gli aveva dato buone notizie, e gli aveva detto il buono stato in cui aveva trovato i Tessalonicesi, facendogli sapere che essi ritenevano fermamente la fede, che desideravano molto di vederlo e che camminavano fra loro nell’amore. Il cuor dell’apostolo, nel mezzo delle sue pene e dell’opposizione degli uomini, fra le afflizioni dell’Evangelo in una parola, si rallegra nell’udire queste notizie. Egli ne è fortificato: poiché se la fede dell’operaio è il mezzo della benedizione delle anime, e la misura, in generale, del carattere esteriore dell’opera, la fede dei cristiani, che sono i frutti di questi lavori e che risponde a questi lavori, è una sorgente di forza e d’incoraggiamento per l’operaio, come pure le preghiere dei santi sono una grande sorgente di benedizione per lui.

L’amore trova il suo alimento e la sua gioia in questo stato delle anime, la fede, ciò che la nutrisce e la fortifica: l’operazione di Dio è sentita nei frutti che essa produce. Io vivo, dice l’Apostolo, se voi state fermi nel Signore (vers. 8). «Come potremmo, infatti, esprimere a Dio la nostra gratitudine a vostro riguardo — aggiunge egli — per la gioia che ci date davanti al nostro Dio?» (vers. 9). Bello e commovente quadro dell’effetto dell’operazione dello Spirito di Dio, liberando le anime dalla corruzione del mondo e producendo le affezioni più pure, la più grande abnegazione di sé in favore degli altri, la più grande gioia nella loro felicita — felicità divina che si realizza al cospetto di Dio, ed il cui valore si apprezza nella sua presenza dal cuore spirituale che si tiene abitualmente a Lui vicino, e che da parte di questo Dio d’amore, è stato lo strumento della benedizione che è la sorgente della sua gioia.

Quale legame è quello dello Spirito! Come è dimenticato l’egoismo nella gioia di simili affezioni! L’apostolo, animato da quest’affezione, che invece di stancarsi s’accresce per il suo esercizio e per la soddisfazione che riceve nella felicità altrui, desidera rivedere i Tessalonicesi, e ciò tanto più che questi erano così sostenuti [nelle loro prove]; egli non cerca ora di raffermarli, ma a edificare su ciò che era già stabile, ed a completare il loro insegnamento spirituale, comunicando loro ciò che ancora mancava alla loro fede. Ma era ed ha dovuto essere operaio e non signore (è ciò che Dio ci fa sentire), e dipendere interamente da Dio per l’opera sua e per l’edificazione degli altri. Infatti, trascorsero molti anni prima che Paolo rivedesse i Tessalonicesi; ha dovuto restare molto tempo a Corinto dove il Signore aveva un gran popolo; ha di nuovo visitato Gerusalemme, poi tutta l’Asia Minore dove aveva lavorato prima; dall’alto paese dell’Asia Minore è venuto ad Efeso dove è rimasto circa tre anni, ed infine ha riveduto i Tessalonicesi, quando ha lasciato Efeso per recarsi a Corinto, prendendo la strada di Macedonia per evitare di passare a Corinto prima che l’ordine fosse ristabilito fra i cristiani di questa città.

Che Dio stesso (così s’esprimeva il desiderio dell’apostolo e la sua sottomissione alla volontà divina) che Dio stesso «ci appiani la via per venire da voi». L’augurio dell’apostolo non è vago, si rimette a Dio come al suo Padre — sorgente di tutte le sue sante affezioni. Dio è divenuto il nostro Padre e dispone tutto per il bene dei suoi figli, secondo quella perfetta sapienza che abbraccia tutte le circostanze e tutti i suoi figli ad un tempo. «Dio stesso, nostro Padre», dice egli (vers. 11). Ma un altro pensiero si presenta allo spirito dell’apostolo esprimendo questi voti, un pensiero che certamente non è mai in conflitto con quello che abbiamo appena segnalato, poiché Dio è uno; ma un pensiero che ha un altro carattere meno individuale di questo: — «e il nostro Signore Gesù [Cristo]», aggiunge. Cristo è Figlio sulla sua propria casa, ed oltre la gioia e la benedizione delle affezioni individuali, c’era a considerare per Paolo, il progresso, il benessere e lo sviluppo di tutta la Chiesa. Queste due parti del cristianesimo, cioè i nostri rapporti individuali col Padre, ed il benessere dell’insieme della Chiesa, agiscono certamente l’una sull’altra.

Là dove l’operazione dello Spirito è piena ed affatto libera, il benessere della Chiesa e le affezioni individuali sono in armonia; se c’è un difetto nell’una o nell’altra di queste due sfere d’azione, Dio impiega il difetto stesso per agire potentemente nell’altra. Da una parte, se l’insieme della Chiesa è debole, la fede individuale è esercitata in un modo particolare e s’appoggia più immediatamente su Dio. Non troviamo gli Elia e gli Elisei sotto il regno di Salomone. D’altra parte, certe cure prodigate alla Chiesa, secondo la vera energia della sua organizzazione spirituale, raffermano la vita e risvegliano le affezioni spirituali nei membri addormentati. Ma le due cose sono differenti l’una dall’altra; perciò l’apostolo a «Dio, nostro Padre» aggiunge «e il nostro Signore Gesù [Cristo]», che come abbiamo detto (secondo Ebrei 3) è Figlio sulla sua propria casa. È un gran bene che il cammino dei nostri piedi dipenda dall’amore d’un Padre che è Dio stesso, e che agisce secondo le tenere affezioni espresse da questo nome di Padre, e che il benessere della Chiesa dipenda dal governo d’un Signore come Gesù, che l’ama d’un amore perfetto, e che, sebbene abbia preso questo posto di Capo dei Suoi, è il Dio che ha fatto tutto, l’uomo che ha ogni potenza nei cieli e sulla terra, e che considera i cristiani come gli oggetti delle sue fedeli ed incessanti cure, che egli dispensa per condurre la Chiesa a sé stesso, nella gloria, secondo i consigli di Dio (*).

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(*) È bene ricordare qui che, benché Cristo sia Figlio sulla casa di Dio, non è Signore sulla Chiesa (Assemblea), ma sugli individui. Più generalmente, è anche Signore di tutti. Ma la sua azione riguardo agli individui ha per scopo, nello stesso tempo, il bene della Chiesa.
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Tale era dunque il primo voto dell’apostolo; tali erano coloro ai quali egli pensava, facendo questo voto. Intanto Paolo doveva lasciare i suoi cari Tessalonicesi alle cure immediate del Signore, dal quale egli stesso dipendeva (parag. Atti 20:32). È verso il Signore dunque che egli rivolge il suo cuore. Che Dio, dice egli, mi addirizzi un cammino per andare a voi. Il Signore vi accresca e faccia abbondare in carità gli uni verso gli altri ed verso tutti (vers. 11-12). Ed anche il cuor dell’apostolo poteva presentare la sua affezione per i Tessalonicesi come modello dell’amore che costoro dovevano avere per gli altri. Questa potenza d’amore mantiene il cuore nella presenza di Dio e gli fa trovare la sua gioia nella luce di questa presenza; poiché Dio è amore, e l’esercizio dell’amore nel cuor del cristiano (frutto della presenza e dell’operazione dello Spirito) è, di fatto, l’effetto della presenza di Dio, e, nello stesso tempo, ci fa sentire questa presenza tenendoci così davanti a lui e mantenendoci in una comunione con lui di cui si ha la coscienza intima nel cuore. L’amore può soffrire e mostrare la sua forza soffrendo; — ma noi parliamo dell’esercizio spontaneo dell’amore verso gli oggetti che Dio gli presenta.

Or così essendo lo spiegamento della natura divina in noi e ciò che mantiene il cuore nella comunione di Dio, l’amore è il legame della perfezione, il vero mezzo della santità, quando quest’amore è reale. Per esso il cuore è tenuto lungi dalla carne e dai suoi pensieri, nella pura luce della presenza di Dio, e ne fa godere l’anima. Perciò l’apostolo, aspettando il momento di poter dare loro più di luce, domanda per i santi di Tessalonica che il Signore accresca l’amore in essi per «rendere i vostri cuori saldi, irreprensibili in santità davanti a Dio nostro Padre, quando il nostro Signore Gesù verrà con tutti i suoi santi» (vers. 12-13). Qui troviamo di nuovo i due grandi principi di cui si è parlato alla fine del capitolo primo: Dio nella perfezione della sua natura, ed il Signore Gesù nell’intimità delle sue relazioni con noi — Dio, però, come Padre, e Gesù come Signore. Noi siamo davanti a Dio, e Gesù viene con i suoi santi. Egli li ha condotti alla perfezione, sono con lui, e così davanti a Dio stesso nella relazione di figli.

Notate pure che tutti i pensieri, le esortazioni ed i voti dell’apostolo si riferiscono alla speranza del ritorno di Gesù. Il suo ritorno formava l’oggetto d’un’aspettazione attuale o presente; se i Tessalonicesi erano stati convertiti per servire Dio e per aspettare dal cielo il suo Figlio (capitolo 1:9-10), tutto si riferiva per essi al meraviglioso momento in cui sarebbe venuto. Ciò che costituisce la santità, allora si mostrerà, quando saranno davanti a Dio e che i santi saranno col loro Capo. Allora manifestati con Lui nella gloria, godranno pienamente dei frutti dei loro lavori e della rimunerazione dell’amore nella gioia di tutti coloro che avranno amato. (*)

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(*) Vedete come la santità quaggiù e la manifestazione nella gloria sono riunite insieme come una stessa cosa nella Scrittura (2 Corinzi 3:18, Efesini 5:26-27...)
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La scena che compierà l’opera, si presenta qui in tutta la sua portata normale: si è davanti a Dio nella sua presenza dove la santità è manifestata tale qual’è nel suo vero carattere per la perfetta comunione con Dio nella luce. È in questa luce che verrà manifestato come questa santità si riferisca alla natura di Dio ed alla sua presenza quando è senza velo, e come questa manifestazione sia in rapporto con lo sviluppo d’una natura in noi che ci mette per la grazia in relazione con lui.

«Irreprensibili, dice egli, in santità» — e «in santità davanti a Dio». Dio è luce. Quale immensa gioia; quale potenza di sapere che noi, per la grazia, già nel tempo presente, gli siamo manifestati! Ma soltanto l’amore, conosciuto in Lui, può produrre questo effetto in noi.

A «Dio» sono aggiunte le parole «nostro Padre»: questa relazione col nostro Dio è una relazione conosciuta e reale, che ha il suo carattere proprio, una relazione d’amore. Essa non è una cosa da acquistare, e la santità non è il mezzo per acquistarla: la santità è il carattere della relazione nella quale noi siamo con Dio, come i suoi figli, resi partecipi della natura divina. La santità è la rivelazione della perfezione di questa natura in Lui in amore. L’amore stesso ci ha dato questa natura e ci ha posti in questa relazione, la santità pratica è il suo esercizio in comunione con Dio; cioè questa santità pratica prende la sua forma ed acquista la sua forza per la rivelazione di Dio all’anima quand’essa si trattiene con lui nella sua presenza secondo l’amore che conosciamo in tal modo. Or quest’amore è Dio stesso, che si è rivelato per noi in Cristo.

Ma il cuore non è solo in questa gioia ed in questa perfezione: molti santi ne godranno insieme, e non solo i santi — Gesù stesso prenderà parte alla nostra gioia. Egli verrà, sarà presente, e non solo Lui che è il Capo, ma tutti suoi santi con Lui. Questa manifestazione di Gesù con tutti i santi sarà il compimento delle vie di Dio verso coloro che aveva dato a Cristo: Lo vedremo nella Sua gloria, quella gloria che ha assunto in rapporto coll’opera Sua per noi; vedremo tutti i santi nei quali sarà ammirabile.

Notate anche che l’amore fa sormontare le difficoltà, le persecuzioni, lo spavento che il Nemico cerca di produrre nei nostri cuori: occupati di Dio, felici in Lui, il peso delle afflizioni non si fa sentire. La forza di Dio è nel cuore, il cammino si lega sensibilmente all’eterna felicità di cui si gioisce con Lui, e le nostre pene, per grandi che siano, non sono che «una nostra momentanea, leggera afflizione» (2 Corinzi 4:17). E non solo la sofferenza è relativamente leggera, ma si soffre inoltre per Cristo. Soffrire in tal modo con Lui è una gioia che aumenta l’intimità della nostra comunione con Lui, se sappiamo apprezzare Cristo, e tutto è rivestito della gloria e della liberazione che si trovano alla fine — «quando verrà con tutti i suoi santi».

Leggendo questo passo, non si può fare a meno che essere colpiti del modo immediato e vivente con cui la venuta del Salvatore è legata alla vita pratica e ordinaria, di modo che la luce perfetta di quel giorno manda il suo chiarore sul cammino giornaliero del tempo presente. I Tessalonicesi dovevano essere, per l’esercizio dell’amore, raffermati nella santità davanti a Dio alla venuta di Gesù. Questo giorno era atteso, da un momento all’altro, come l’unica fine in prospettiva della vita cristiana giornaliera. Come mette l’anima nella presenza di Dio quest’aspettazione! Inoltre, come già si è notato in parte, si vive in una relazione conosciuta con Dio, che dà luogo a questa confidenza. Egli era il Padre dei fedeli di Tessalonica; ed è il nostro. In quest’aspettazione di Cristo, la relazione dei santi con Gesù non è meno realizzata: i santi sono i Suoi santi; essi tutti vengono con Lui, e sono associati alla Sua gloria. C’è nulla di dubbioso in quest’espressione. Gesù il Signore, venendo con tutti i suoi santi, non lascia pensare a nessun altro avvenimento che al Suo ritorno in gloria. Allora sarà anche glorificato nei suoi santi che l’avranno già raggiunto per essere sempre con Lui: questo sarà il giorno della loro manifestazione, come della Sua.

4. Capitolo 4

Poi l’apostolo si occupa dei pericoli a cui erano esposti i Tessalonicesi per le loro antiche abitudini — abitudini che erano ancora quelle della società che li attorniava, e che erano in diretta contraddizione con la gioia celeste e santa di cui Paolo parla. Già aveva loro mostrato il cammino cristiano — come dovevano camminare e piacere a Dio; egli stesso, quando era fra loro, aveva camminato in questa via (capitolo 2:10), ed ora può esortare i Tessalonicesi ad una simile condotta con tutto il peso che gli dava il suo proprio cammino, nello stesso modo che poteva felicitare l’accrescimento dell’amore secondo l’affezione ch’egli stesso aveva per loro (paragonare Atti 26:29). È questo che dà autorità alle esortazioni ed a tutta la parola d’un operaio del Signore.

L’apostolo si preoccupa qui in special modo della purezza, poiché i costumi dei pagani erano talmente corrotti che fra loro l’impurità non era nemmeno considerata come peccato. Può sembrarci strano che un’esortazione simile a quella che Paolo fa qui ai Tessalonicesi, sia stata necessaria a cristiani così viventi come quelli di Tessalonica; ma noi non teniamo abbastanza conto, nel nostro modo di giudicare, delle abitudini nelle quali si è stato allevato e che fanno come parte della nostra natura e della corrente dei nostri pensieri. Ma i motivi che troviamo, mostrano su qual nuovo piede ci pone il cristianesimo, per ciò che riguarda la moralità più ordinaria. Il corpo, per il cristiano, non è che un vaso da impiegarsi a volontà per il servizio al quale noi vorremmo farlo servire: invece di lasciarsi trascinare dalla concupiscenza, si deve possedere questo vaso, poiché si conosce Dio; non dobbiamo ingannare il suo fratello in queste cose, perché il Signore ne fa vendetta. Dio ci ha chiamati a santità (vers. 7), noi abbiamo a fare con Lui. Se si sprezza il suo fratello profittando della debolezza del suo carattere per soverchiarlo nei suoi diritti a tale riguardo, si sprezza, non l’uomo, ma Dio, che ne tiene conto. In tale caso, si sprezza lo Spirito dato da Dio, in sé stesso e nel suo fratello nel quale pure dimora. Colui al quale si fa torto non è solo il marito d’una donna, ma è la dimora dello Spirito Santo, e si deve tener conto di lui come essendo la dimora dello Spirito. Quale elevazione dà all’uomo il cristianesimo! — e ciò in rapporto con le nostre migliori affezioni.

Riguardo all’amore fraterno, questo nuovo movente della loro vita, non era necessario d’esortare i Tessalonicesi: Dio stesso li aveva insegnati, e servivano d’esempio a tutti; l’apostolo vuole soltanto che essi abbondino ancora di più, camminando quietamente e lavorando, affinché non siano debitori a nessuno e che il Signore sia glorificato anche a questo riguardo.

Tali sono le esortazioni dell’apostolo ai Tessalonicesi. Ciò che segue è una nuova rivelazione positiva per la loro consolazione e loro incoraggiamento.

Abbiamo visto che i Tessalonicesi aspettavano sempre il Signore; la Sua venuta era la loro immediata e prossima speranza in rapporto con la loro vita giornalior. Erano stati convertiti «per aspettare dai cieli il Figlio suo» (cap. 1:10). Ora, per mancanza d’istruzione, sembrava loro che i santi morti non sarebbero rapiti con loro. L’apostolo rischiara questo punto e distingue tra la venuta di Gesù per prendere i suoi, ed il suo giorno («il giorno del Signore» cap. 5:2), che è un giorno di giudizio per il mondo. Esorta i Tessalonicesi di non affliggersi quanto a coloro che erano morti in Gesù, come fanno quelli che non hanno speranza per i morti. Ora il motivo che dà Paolo per non affliggersi così, è una commovento prova dello stretto legame che esiste tra d’una parte l’intera vita spirituale del Figlio di Dio e d’altra parte l’aspettazione di Gesù che deve ritornare personalmente per farlo entrare nella gloria celeste. L’apostolo consolando i Tessalonicesi al riguardo dei loro fratelli morti di recente, non dice già ch’essi li avrebbero raggiunti nel cielo; ma li mantiene nel pensiero che dovevano sempre aspettare il Signore, durante tutta la loro vita, affinché li trasformasse secondo il suo glorioso sembiante (parag. 2 Corinzi 5, e 1 Corinzi 15). Per far comprendere ai Tessalonicesi che quelli che erano morti prima che il Signore venisse avrebbero ugualmente avuto parte a questo avvenimento glorioso, occorse una speciale rivelazione.

I fratelli che si erano addormentati avevano, per così dire, una parte simile a quella che ha avuto Cristo. Egli è morto, ed è risuscitato; — così ne sarà di loro; e lo Spirito di Dio assicura i Tessalonicesi che, quando Cristo verrà in gloria (*), condurrà coloro che si erano addormentati, nello stesso modo che condurrà gli altri credenti (cioè coloro che non saranno morti) con Lui.

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(*) Cioè quando Cristo ritornerà in gloria sulla terra per il giudizio e il regno. Nota BibbiaWeb.
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Là sopra, l’apostolo dà degli schiarimenti più dettagliati sulla venuta del Signore, schiarimenti che aveva ricevuto per speciali rivelazioni. I viventi non precederono coloro che si sono addormentati in Gesù; il Signore stesso verrà come capo della sua celeste armata, dispersa per un tempo, allo scopo di raccoglierla presso presso di Lui. Egli fa l’appello; l’arcangelo con la sua potente voce fa mettere i chiamati in fila, e la tromba suona. I morti in Cristo risusciteranno i primi, cioè prima che i viventi partano; poi «noi viventi che saremo rimasti», andremo insieme con loro nelle nuvole a incontrare il Signore nell’aria; e così saremo sempre con il Signore (vers. 16-17).

È in questo modo che il Signore è salito al cielo, ed in tutto noi dobbiamo essere simili a Lui —circostanza importante qui. Tramutati o risuscitati, andremo tutti insieme nelle nuvole. Egli stesso è salito al cielo; e così saremo sempre con Lui.

In questa parte del passo (dopo il vers. 15) dove l’apostolo spiega i particolari della nostra ascensione verso Cristo nell’aria, non si tratta della venuta di Gesù sulla terra, ma del fatto che noi ce ne andiamo come Egli se n’è andato, per essere insieme con Lui; allo scopo di poter poi ritornare tutti, essere ricondotti insieme con Lui. L’apostolo in ciò che dice riguardo ai santi non va più lontano della rivelazione della nostra riunione per sempre con Cristo: non si tratta qui né di giudizio, né d’apparizione, ma della nostra associazione celeste con Cristo, nel fatto che noi ce ne andiamo dalla terra, precisamente come se n’è andato Egli stesso. Ciò è molto prezioso. C’è però questa differenza tra Lui e noi: Egli se ne andò di pien diritto — salì — mentre per quanto riguarda i Suoi, la Sua voce chiama i morti i quali escono dalla tomba; ed i vivi essendo tramutati, se ne vanno insieme con loro. È un atto solenne della potenza di Dio, che mette il suggello sulla vita del cristiano e sull’opera di Dio, e mette i cristiani nella gloria di Cristo quali compagni celesti del Salvatore. Privilegio glorioso — preziosa grazia! Se usciamo da quest’associazione con Gesù nei luoghi celesti, noi distruggiamo il carattere proprio della nostra gioia e della nostra speranza.

Altre conseguenze, che sono il risultato della Sua manifestazione, fanno seguito alla nostra riunione con Lui; ma questo adunamento è la nostra parte e la nostra speranza. Noi lasciamo la terra come Gesù, e saremo sempre con Lui.

È con queste parole che l’apostolo vuole che i cristiani si consolino l’un l’altro. Se i fedeli vengono a morire, addormentandosi in Gesù, verranno con Lui quando sarà manifestato; e per ciò che riguarda la parte che devono avere con Lui, essi se ne andranno come Lui — sia risuscitati, sia, tramutati — per essere sempre col Signore.

Tutto quello che viene dopo il rapimento dei fedeli riguarda il governo della terra, che è pure un soggetto importante, perché è una parte della gloria di Cristo. Anche noi partecipiamo a questo governo, ma non è la parte che ci compete specialmente, poiché la nostra parte è d’essere con Lui, simili a Lui, ed anche, quando il momento sarà venuto, è di andarcene nello stesso modo di Lui, da un mondo che Lo ha rigettato, che ci ha rigettati, e che deve essere giudicato.

Lo ripeto: abbandonare questa speranza, come speranza che ci è propria, equivale a perdere la nostra parte specifica. Tutto è compreso nelle parole: «e così saremo sempre con il Signore» (vers. 17). L’apostolo ha spiegato come tutto ciò accaderà.

E qui sarà bene di aprire una parentesi per paragonare il nostro passo con 2 Corinzi 5, vers. 1 e seguenti. Abbiamo già notato come un fatto, che questa parte del capitolo 4 dell’epistola ai Tessalonicesi è una nuova rivelazione che ha ricevuto l’apostolo, ma qui nei Corinzi apparisce la portata di questo fatto e mi sembra dimostrare che ha molta importanza. La vita del cristiano si lega talmente al giorno (cioè alla potenza della vita di luce della quale Cristo vive), e Cristo che è già nella gloria, è in un modo così reale la vita del fedele, che questi non pensa ad altro che a passare nella gloria per questa potenza di Cristo che lo tramuterà (vedere 2 Corinzi 5:4). Abbisognò una rivelazione accessoria e nuova per spiegare (ciò che l’intelligenza dei Tessalonicesi non aveva ancora afferrato) come i morti non avrebbero mancato al corteo celeste di Gesù in quel giorno. La stessa energia doveva essere applicata ai loro corpi morti ed ai corpi mortali dei viventi, e tutti insieme dovevano salire nel cielo; ma la vittoria sulla morte essendo già riportata, e Cristo secondo la potenza della risurrezione essendo già la vita del cristiano, ciò che era naturale secondo questa potenza, è che il cristiano passasse, senza subir la morte, nella pienezza della vita presso Gesù. Questo era talmente il pensiero naturale della fede, che abbisognava una rivelazione speciale e, come ho detto, accessoria, per spiegare come i morti avrebbero anche avuto la loro parte alla gloria del ritorno di Cristo. Per noi, ora, questo secondo lato della verità è così abitualmente afferrato come è facile a comprenderlo.

È la prima parte della verità, quella afferrata dai Tessalonicesi, che ci manca; essa appartiene ad una fede molto più vivente che non lo sia la nostra, una fede che realizza meglio la forza della vita di Gesù e la sua vittoria sulla morte. Certamente i Tessalonicesi avrebbero dovuto riflettere che Cristo era morto e risuscitato, e non avrebbero dovuto permettere che la forza abbondante della gioia che realizzava la loro parte in Cristo nascondesse loro la certezza della parte di coloro che si addormentano in Lui. Ma si vede — e Dio ha permesso che i Tessalonicesi cadessero in questo sbaglio, affinché noi lo vedessimo — come mai la vita che i Tessalonicesi possedevano, non fosse disgiunta dalla posizione del Capo trionfante sulla morte. L’apostolo non indebolisce mica questa fede e questa speranza; anzi, affinché i Tessalonicesi si consolino con questa considerazione, aggiunge che il trionfo di Cristo avrebbe la stessa potenza per coloro che si sono addormentati, come per i viventi, e che Dio addurrebbe i primi con Gesù in gloria come lo farebbe per gli ultimi; e mostra loro, quale sorte comune a tutti, che essi sarebbero tutti insieme con Lui.

Dio dà anche a noi questa verità, la rivelazione di questa potenza. Egli ha permesso che migliaia di cristiani si addormentassero, perché (sia benedetto il suo Nome) ne aveva altre migliaia da chiamare; ma la vita di Cristo non ha perduto la sua forza, né la verità la sua certezza. Noi l’aspettiamo come viventi, perché Egli è la nostra vita; in caso morissimo prima ch’Egli venga a cercarci, lo vedremo in risurrezione; ed il tempo s’avvicina.

Notate ancora che questa rivelazione al riguardo di coloro che dormono, imprime un’altra direzione alla speranza dei Tessalonicesi, perché essa stabilisce con grande esattezza la differenza tra la nostra dipartita da questo mondo per raggiungere il Signore, ed il nostro ritorno con Lui; e non solo questo, ma della nostra partenza ne fa la cosa principale per il cristiano, pur confermando e rischiarando ciò che tocca il nostro ritorno con Lui. Dubito che i Tessalonicesi comprendessero meglio il ritorno dei santi con Gesù che non la nostra partenza da quaggiù per raggiungerlo; essi erano stati insegnati fin dalla loro conversione ad aspettare Gesù dal cielo. Il grande ed essenziale principio già era stabilito per il loro cuore, la persona di Gesù era l’oggetto della loro aspettazione; ed in tal modo erano staccati dal mondo.

Forse avevano qualche idea vaga che dovevano comparire con Lui in gloria, ma ne ignoravano il come. Dovevano essere pronti ad ogni istante per la sua venuta; ed essi sarebbero glorificati insieme con Lui al cospetto dell’universo. Ecco ciò che sapevano. È il compendio della verità.

Ora l’apostolo, unitamente alla verità generale della venuta del Signore, sviluppa qui parecchi punti:

  1. Dice che i Tessalonicesi sarebbero là con Gesù alla Sua venuta: ciò, io credo, non dava che un po’ più di precisione a ciò che avevano già imparato, e non è che lo sviluppo della verità che possedevano, ma aggiunge un preziosissimo dettaglio alle loro conoscenze. Alla fine del capitolo 3 troviamo la verità (ancora vaga del resto nel cuore dei Tessalonicesi, poiché, per quanto concerne i morti in Cristo, essi li credevano privi di questo privilegio) chiaramente espressa, che tutti i santi verranno con Gesù: punto capitale quanto al carattere delle nostre relazioni con Lui. Così Gesù era aspettato: i santi saranno insieme con Lui al Suo avvenimento, verranno tutti con Lui: ciò fissava, e rendeva esatte le idee dei Tessalonicesi sopra punti che erano già più o meno da loro conosciuti.
  2. Ciò che segue è una nuova rivelazione motivata dal loro sbaglio su coloro che si sono addormentati. Avevano bensì il pensiero che i cristiani che sarebbero pronti, sarebbero glorificati con Cristo quando verrebbe in questo mondo; ma i morti erano pronti? Non erano presenti per partecipare alla manifestazione gloriosa di Gesù sulla terra; poiché non dubito che fosse quest’idea vaga che possedeva lo spirito dei Tessalonicesi. Essi pensavano che Gesù ritornerà in questo mondo, e che Coloro che l’aspettano avrano parte a tale gloriosa manifestazione in questo mondo. Or i morti, lo dice l’apostolo, sono nella stessa posizione di Gesù morto. Dio non l’ha lasciato nel sepolcro, e coloro che sono come Lui, Dio li ricondurrà anche con Lui quando Egli ritornerà in gloria sulla terra. Ma questo non è tutto: la venuta di Gesú in gloria sulla terra non è la cosa principale: i morti in Cristo risusciteranno, poi, con i viventi, andranno incontro al Signore nell’aria prima della Sua apparizione e del suo ritorno sulla terra in gloria e così saranno sempre col Signore.

Questa è la principale cosa, la parte dei cristiani, cioè di dimorare eternamente con Cristo, e nel cielo. La parte dei fedeli è in alto, è Cristo stesso, quantunque debbano apparire con Lui nella gloria; poi, per il mondo, l’avvenimento di Cristo sarà il giudizio.

Abbiamo fatto queste considerazioni, come ho detto, tra parentisi, come infatti vanno considerati tra parentesi i versetti 15-18, unendo il versetto 14 al versetto primo del capitolo 5. Così il giorno del capitolo 5 si lega col ritorno di Gesù con tutti i suoi, descritto nel capitolo 4 versetto 14. I versetti da 15 a 18 spiegano il modo con cui i fedeli vengono riuniti a Gesù affinché li riconduca con Lui.

In questo passo importante troviamo dunque il cristiano che vive nell’aspettazione del Signore come cosa che si lega alla sua vita giornaliera e la completa. Quindi la morte non è per il cristiano che un accessorio che può avvenire e che non lo priva della sua parte quando il Signore ritornerà. L’aspettazione propria del cristiano è affatto distinta da tutto ciò che segue la manifestazione di Gesù e che è in rapporto col governo di questo mondo.

Il Signore stesso viene per prenderci con Lui; non manda al Suo posto i ministri della sua potenza; ma con piena autorità sulla morte di cui è stato vincitore, e con la tromba di Dio, riunisce i suoi che sono morti, facendoli uscire dalla tomba; e questi unitamente ai viventi tramutati, vanno al suo incontro nell’aria. La nostra dipartita dal mondo rassomiglia perfettamente a quella di Gesù; lasciamo il mondo a cui non apparteniamo per andare nel cielo; una volta là, abbiamo raggiunto la nostra posizione: simili a Cristo, siamo sempre con Lui. Ma quando apparirà avrà con Lui anche i suoi, e questo è la vera consolazione per il caso di morte di un cristiano. La morte non affievolisce per nulla l’aspettazione quotidiana di Gesù; il modo con cui l’apostolo considera qui la morte, conferma quest’aspettazione. Il morto non è spogliato dei suoi diritti morendo, addormentandosi in Gesù; sarà invece il primo oggetto dell’attenzione del Signore quando verrà per chiamare i suoi. Però il punto di partenza dei suoi per raggiungerlo, è la terra; i morti saranno risuscitati — è la prima cosa — per essere pronti a partire con gli altri; ed allora da questa terra, tutti insieme partiranno per essere con Cristo nel cielo. Questo punto di vista è importantissimo per conoscere il vero carattere di quel momento in cui tutte le nostre speranze saranno compiute.

5. Capitolo 5

Così la venuta di Gesù in questo mondo non è più un vago oggetto dell’aspettazione del fedele, un’epoca di gloria; essa riveste un tutt’altro carattere. Nel capitolo 5 l’apostolo parla di questo ritorno nel mondo, ma per distinguere la posizione dei cristiani da quella degli abitanti incuranti ed increduli della terra. Il cristiano vivente, istruito dal Signore, lo aspetta del continuo. Ci sono «dei tempi e dei momenti (o stagioni)», non è necessario di parlargliene; egli sa che il giorno del Signore verrà come un ladro nella notte; ma non per lui: egli è del giorno, e partecipa alla gloria che sarà manifestata per esercitare il giudizio sul mondo incredulo. I credenti sono figli della luce; e questa luce, che è il giudizio degli increduli, è l’espressione della gloria di Dio, gloria che non supporta il male, e che, quando apparirà, lo scaccerà dalla terra. Il cristiano è di quel giorno che giudicherà e distruggerà il malvagio e la malvagità sulla terra. Cristo è il Sole di Giustizia, ed i fedeli risplenderanno come il sole nel regno del Padre loro (Matteo 13:43).

Il mondo dirà «pace e sicurezza»; crederà con tutta certezza alla durata della sua prosperità ed alla riuscita dei suoi disegni, ed invece il giorno sarà là all’improvviso! (parag. 2 Pietro 3:3). È appunto ciò che il Signore stesso ha spesso ripetuto (vedi Matteo 24:35-44; Marco 13:33-36; Luca 12:40 e seg.; 17:26 e seg.; 21:35, ...).

È una cosa solenne di vedere (Apocalisse 3:3) come la Chiesa professante che si dice vivente e nella verità, che non ha il carattere di corruzione che porta Tiatiri, debba essere trattata come il mondo — se pero non si pente.

Forse v’è a stupirsi nel vedere che il Signore ha detto che in una simile epoca di sicurezza, i cuori degli uomini spasimeranno di paura e d’aspettazione delle cose che sopraggiungeranno al mondo (Luca 21:26). Ma noi vediamo che questi due principi di sicurezza e di paura sono già in azione. Da un lato, coloro che si beffano della venuta del Signore, non vedono che progresso nell’umanità ed intravvedono una lunga durata d’un suo nuovo sviluppo; ma d’altra parte quante paure hanno gli uomini per l’avvenire e come pesano sui loro cuori! Mi sono servito della parola «principi» parlando della sicurezza e dello spavento, poiché non credo che il momento di cui parla il passo in questione sia già venuto; ma l’ombra degli avvenimenti futuri si proietta sui cuori. Come si è felice appartenere ad un altro mondo!

Poi l’apostolo applica questa posizione distinta, che siamo del giorno quindi il giorno non può venire su di noi come un ladro, al carattere ed al cammino del cristiano. Il cristiano è «del giorno» così il giorno non potrebbe sorprenderlo come un ladro. Essendo figlio di luce, deve camminare come tale. Egli vive nel giorno, quantunque nel mondo ci sia ancora notte oscura, e che le tenebre regnino tutto intorno. Di giorno non si dorme: coloro che dormono, dormono di notte; coloro che s’inebriano, s’inebriano di notte; queste sono opere delle tenebre. Il cristiano, figlio del giorno, deve vegliare ed essere sobrio, e rivestirsi di tutto ciò che forma la perfezione e la ragion d’essere della sua posizione, — deve vestirsi della fede, dell’amore e della speranza (vers. 8). Questi tre principi della vita cristiana gli danno del coraggio ed un’intera fiducia per andare avanti; ha la corazza della fede e dell’amore, e così va diritto contro il Nemico; ha per elmo la speranza di quella salvezza gloriosa dove sarà liberato di tutto, di modo ch’egli alza la sua testa fra i pericoli, senza timore. Si vede che qui l’apostolo ricorda i tre grandi principi del capitolo 13 della prima epistola ai Corinzi, per caratterizzare il coraggio e la fermezza del cristiano, come nel primo capitolo di quest’epistola ha mostrato che questi stessi principi erano per i Tessalonicesi la molla del loro cammino giornaliero.

La fede e l’amore ci mettono attualmente in rapporto con Dio, affinché ci appoggiamo su di Lui nella Sua comunione, e camminiamo con confidenza in Lui; la Sua presenza ci fortifica. Per la fede, Egli è l’oggetto glorioso dei nostri sguardi; — per l’amore, Egli dimora in noi, e noi realizziamo ciò che Egli è; — la speranza porta i nostri sguardi specialmente sopra Cristo che deve venire per farci godere della gloria con Lui.

È in questo spirito che parla l’apostolo dicendo: «Dio infatti non ci ha destinati a ira» (l’amore viene capita per la fede, si sa ciò che Dio vuole, si conoscono i Suoi pensieri a nostro riguardo), «ma ad ottenere salvezza» (versetto 9). — Ecco ciò che speriamo. L’apostolo parla qui della salvezza come la liberazione finale «per mezzo del nostro Signore Gesù Cristo». Ed aggiunge naturalmente: «il quale è morto per noi affinché, sia che vegliamo sia che dormiamo (che siamo viventi quando Egli verrà o morti prima della Sua venuta), viviamo insieme con lui» (vers. 10). La morte non ci priva di questa liberazione e di questa gloria, poiché, Gesù è morto; la morte è divenuta il mezzo d’ottenere per noi la liberazione ed anche la gloria; e se moriamo, viveremo ugualmente con Lui. «Egli è morto per noi», al nostro posto, affinché qualunque cosa avvenga, noi viviamo con Lui. Tutto quello che ci impediva di vivere con Lui, è fuori del nostro cammino, ha perduto la sua forza e più che perduto la sua forza, è una garanzia per noi del godimento senza intoppo della piena vita di Cristo in gloria. Di modo che noi possiamo consolarci, e molto di più, edificarci con queste gloriose verità, per le quali Dio provvede a tutti i nostri bisogni, a tutte le nostre necessità. Qui (vers. 10) termina quella rivelazione speciale su coloro che s’addormentano prima della venuta del Signore Gesù.

Richiamerò qui l’attenzione del mio lettore sul modo con cui l’apostolo parla della venuta di Gesù nei vari capitoli di cui ci siamo occupati. Si noterà che lo Spirito non presenta qui la Chiesa come un insieme. Quindi si tratta della vita di ogni cristiano in particolare; e questo punto certamente è importantissimo.

Nel primo capitolo l’aspettazione del Signore è presentata in generale come ciò che caratterizza il cristiano: i Tessalonicesi sono convertiti per servire il Dio vivente e vero, e per aspettare dal cielo il Suo Figlio. È l’oggetto stesso, la Persona del Signore che ci è presentata: il Figlio di Dio stesso verrà e soddisferà i bisogni del cuore. Ciò non è né il Suo regno, né il giudizio, neanche il riposo, ma il Figlio di Dio; e questo Figlio di Dio è Gesù risuscitato dai morti e che ci salva dall’ira imminente. Ognuno dunque aspetta per sé il Figlio di Dio, e l’aspetta dal cielo.

Nel secondo capitolo ci vengono presentate l’associazione con i santi, e la gioia che si prova vedendoli godere pienamente dei frutti della grazia alla venuta di Gesù.

Nel capitolo terzo si tratta piuttosto di responsabilità, di responsabilità nella libertà e nella gioia, ma d’una posizione davanti a Dio in rapporto col nostro cammino, con la nostra vita quaggiù. L’apparizione del Signore è la misura (*) e il momento del test della santità. La testimonianza resa da Dio alla nostra vita, in ciò che le lascia il suo posto naturale, trova il suo compimento nella gloria dei santi quando Gesù è manifestato con tutti i suoi santi. Non è mica la Sua venuta per cercarci, ma la Sua venuta con noi. Questa distinzione è stabilita costantemente. Per i cristiani e per la Chiesa ciò che ha attinenza con la responsabilità si trova in rapporto con l’apparizione del Signore; le nostre gioie invece sono in rapporto con la Sua venuta per prenderci con Lui.

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(*) Cioè l’apparizione del Signore definisce la norma della santità. (Nota BibbiaWeb)
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I punti svolti in questi tre primi capitoli sono dunque:

  1. l’aspettazione generale del Signore in persona, del «Figlio dai cieli»;
  2. l’amore soddisfatto alla Sua venuta;
  3. la santità che ha il Suo pieno valore ed il Suo pieno sviluppo al momento di questa venuta.

Nel quarto capitolo non è l’unione della vita col suo pieno sviluppo nel nostro adunamento con Gesù che ci vien presentato, ma la vittoria sulla morte che non mette ostacolo a questo adunamento, e nello stesso tempo la nostra speranza raffermata e stabilita nella nostra comune partenza da questo mondo, alla somiglianza di quella di Gesù, per essere sempre con Lui.

 

Le esortazioni che terminano la lettera sono brevi; la potente azione della vita di Dio in questi cari discepoli di Paolo rendeva queste esortazioni relativamente poco necessarie; però son sempre buone. Paolo non aveva a biasimare i Tessalonicesi: felice stato! Non erano forse abbastanza istruiti per avere un grande sviluppo di dottrina (per questo l’apostolo sperava vederli) ma c’era fra loro abbastanza di vita, avevano una relazione personale con Dio abbastanza vera e reale, sufficiente per edificarli su quel terreno. A chi ha, sarà dato ancor più. L’apostolo poteva rallegrarsi con i fratelli di Tessalonica, confermare la loro speranza, ed aggiungervi, come rivelazione divina, certi particolari di cui la Chiesa trarrà profitto in tutti i secoli.

Nella lettera ai Filippesi vediamo la vita nello Spirito dominare tutte le circostanze con dei pensieri che, nell’apostolo, erano i frutti d’una lunga esperienza della bontà e della fedeltà di Dio. Così Paolo mostra la notevole potenza di questa vita di fede quando l’appoggio dei santi gli mancava completamente (tutti cercavano il loro proprio interesse), quando era in distretta con la sua vita in pericolo, dopo quattro anni di prigionia, nelle mani d’un tiranno senza misericordia. È allora che può proclamare che bisogna sempre rallegrarsi nel Signore e che Cristo è tutto per lui; che in quanto a lui, vivere è Cristo e morire un guadagno. È allora che può ogni cosa in Cristo che lo fortifica. Ecco quello che ha imparato. Nella nostra lettera, è la freschezza della fontana alla sua sorgente, l’energia dei primi slanci della vita nell’anima dei santi, che si presenta ai nostri sguardi in tutta la sua bellezza, la purezza ed il vigore della sua primavera, sotto l’influenza del sole che si era levato sopra di loro e che faceva salire quella vigoria di vita le cui prime manifestazioni non erano ancora alterate dal contatto di queste anime fedeli con il mondo o dall’indebolimento della loro vista delle cose invisibili.

L’apostolo voleva che i discepoli riconoscessero coloro che lavoravano fra di loro, conducendoli nella grazia ed ammonendoli, e che li stimassero molto a cagione delle loro opere. L’operazione di Dio attira sempre l’anima mossa dallo Spirito, ed impone la sua attenzione ed il suo rispetto. E su questa base che l’apostolo fonda la sua esortazione. Non si tratta qui di una carica, ma dell’opera che attira ed attacca il cuore. Essi dovevano riconoscere coloro che faticavano (vers. 12). La spiritualità riconosce questo lavoro, operato da Dio. L’amore, la devozione, il rispondere ai bisogni delle anime, la pazienza per occuparsi delle anime dalla parte di Dio, tutto questo era considerato come legittimo dall’anima del fedele, ed egli benediceva Dio per le cure ch’Egli prodigava ai Suoi. Dio agiva nell’operaio e nel cuor del fedele; che il Suo nome sia benedetto — è un principio che dura tuttora e che non s’indebolisce mai!

Lo stesso Spirito produceva la pace fra loro. Questa grazia era preziosa; e se l’amore apprezza l’opera di Dio nell’operaio, terrà conto di tutti i fratelli secondo la presenza di Dio; la propria volontà non agisce.

Ora l’abnegazione della propria volontà e questa coscienza pratica dell’operazione e della presenza di Dio, dà la forza per ammonire i disordinati, per consolare i timorosi e per aiutare i deboli, per essere paziente verso tutti. L’apostolo esorta i Tessalonicesi ad agire in tal modo: la comunione di Dio ci rende capaci e la Sua Parola ci dirige in quest’opera. In nessun caso non dovevano rendere il male per il male, ma cercare il bene gli uni verso gli altri e verso tutti. Una tale condotta dipende essenzialmente dalla comunione con Dio, dalla Sua presenza con noi che ci eleva al disopra del male. Dio in amore è al disopra del male; ed è ciò che noi possiamo realizzare camminando con Lui.

Tali erano le esortazioni dell’apostolo destinate a dirigere la condotta dei Tessalonicesi verso i fratelli ed verso tutti gli uomini. Per quel che rifletteva il loro stato personale, dovevano essere caratterizzati dalla gioia, dalla preghiera e dai ringraziamenti per ogni cosa. Quanto all’azione pubblica dello Spirito in mezzo a questi cristiani semplici e felici, le ammonizioni dell’apostolo erano pure brevi: essi non dovevano impedire l’azione dello Spirito fra di loro (tale è la forza dell’espressione «spegnere lo Spirito»); né sprezzare ciò che Esso poteva dire, servendosi anche della bocca del più semplice, se lo Spirito desiderava impiegarlo; essi che erano spirituali, potevano giudicare di tutto. Così non dovevano già ricevere tutto ciò che si presentava sotto il nome di Spirito, ma dovevano provare ogni cosa. Dovevano ritenere ciò che era buono: quando per la fede si riceve la verità della Parola, non si vacilla, ma si tiene fermo. Non si ha bisogno d’imparare sempre la verità di ciò che è già stato imparato da Dio. Quanto al male, dovevano astenersene sotto tutte le sue forme. Tali erano le brevi esortazioni dell’apostolo a questi cristiani che in sostanza rallegravano il suo cuore. Infatti, ciò che ci viene presentato nelle comunicazioni dell’apostolo con dei tratti così vivi, non è altro che un magnifico quadro del cammino cristiano.

Termina la sua lettera raccomandando i Tessalonicesi al Dio della pace, affinché fossero conservati senza biasimo fino alla venuta del Signore Gesù.

Dopo una tale epistola, il cuore dell’apostolo parla facilmente del Dio della pace, poiché alla presenza di Dio si gode della pace, non solo nella coscienza, ma nel cuore.

Precedentemente abbiamo trovato che l’amore attivo nel cuore, cioè Dio presente ed operante in noi, considerati come partecipanti ad un tempo alla natura divina. Questa natura è il movente della santità che sarà manifestata in tutta la sua perfezione davanti a Dio alla venuta di Gesù con tutti i Suoi santi. Qui, invece, l’apostolo aspetta il compimento di quest’opera dal Dio della pace. Là, si trattava dell’attività d’un principio divino in noi, principio che si lega alla presenza di Dio ed alla comunione con Lui; qui, si tratta del perfetto riposo del cuore, nel quale la santità si sviluppa. L’assenza della pace nel cuore proviene dall’attività delle passioni e della volontà, aumentate dal sentimento dell’impotenza nella quale ci troviamo di contentarle interamente, oppure anche minimamente.

Ora, in Dio tutto è pace: Egli può essere attivo in amore; può gloriarsi creando ciò che vuole; può agire in giudizio per scacciare il male che è davanti agli occhi Suoi; ma si riposa sempre in Lui stesso, e sia che faccia il bene o che supporti il male, Egli conosce la fine del principio e non s’inquieta per nulla. Quando ci riempie il cuore, ci comunica questo riposo di cui gode Lui pure; ma noi non possiamo riposarci in noi stessi. Né nell’attività delle passioni, sotto l’influenza d’un oggetto che le eccita, né nel loro volontario movimento verso un oggetto che ricercano, né nell’energia della nostra volontà che vuol debellare e distruggere queste passioni, noi non sapremmo trovare il riposo del cuore. Troviamo invece il nostro riposo in Dio; non già un riposo che implica la stanchezza, bensì il riposo del cuore, dove abbiamo tutto quello che desideriamo non solo, ma ciò che forma i nostri desideri e li soddisfa pienamente. Troviamo questo riposo in un oggetto nel quale la coscienza non ha nulla da rimproverarci, e non ha che a tacere nella certezza che è il supremo bene di cui il cuore gioisce, l’autorità suprema ed unica alla quale si sottomette, seguendo la volontà di Chi possiede quest’autorità; e questa volontà è amore verso di noi. Dio dà il riposo, la pace. Non è mai chiamato il Dio della gioia, quantunque ci dia la gioia di cui dobbiamo rallegrarci; ma la gioia suppone qualcosa di sorprendente, d’inatteso, od almeno di eccezionale, qualcosa che fa contrasto, e che deriva dal male ([delle epoche favorevoli e delle epoche avverse, e provenienti dalla debolezza e dall’ineguaglianza]). La pace che abbiamo e che ci contenta non ha nulla che faccia contrasto, nulla che turbi: la pace è più profonda, più perfetta della gioia; essa è maggiormente la soddisfazione che prova una natura, ed una natura pura, in ciò che le conviene perfettamente ed in ciò che essa si spiega, senza che sia necessario alcun contrasto per rialzare la soddisfazione d’un cuore che non ha tutto quello che vorrebbe o di cui sia capace.

Dio, l’abbiamo detto, è questo riposo per Sé stesso ed in Sé stesso. Egli è per noi, e ci dà questa pace perfetta. La coscienza essendo perfetta per l’opera di Gesù che ha fatto la pace e che ci ha riconciliati con Dio, allora la nuova natura trova la sua perfetta soddisfazione in Dio, e la volontà tace non avendo più nulla a desiderare.

Non è soltanto che Dio soddisfi i desideri che noi abbiamo; Egli è la sorgente di questi desideri per il nuovo uomo, per la rivelazione di Sé stesso in amore (*). La parte che si è riservata, è d’essere così la sorgente del bene nell’uomo; e ciò che si fa così nell’uomo è più che creazione: è la riconciliazione che è di più della creazione, perché c’è in essa maggior sviluppo d’amore, cioè di Dio. Per quest’opera di riconciliazione noi conosciamo Dio; essa rivela ciò che Egli è essenzialmente in Cristo.

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(*) Perciò non c’è noia nel godimento celeste di Dio. Poiché Colui che è l’oggetto del godimento è anche la sorgente infinita e la potenza infinita della capacità di godere, benché godiamo come creature che possono solamente ricevere.
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Negli angeli, Egli si glorifica in creazione; gli angeli ci sorpassano in forza. Nei cristiani, si glorifica nella riconciliazione, affinché siano le primizie della Sua nuova creazione, quando avrà riconciliato ogni cosa nei cieli e sulla terra per Cristo. Perciò sta scritto: «Beati quelli che si adoperano per la pace, perché saranno chiamati figli di Dio» (Matteo 5:9) essi hanno la natura del Dio di pace ed il Suo carattere.

È in queste relazioni con Dio che la santificazione pratica si sviluppa, o meglio, è Dio nelle Sue relazioni con noi, nella pace della Sua comunione, che sviluppa la santificazione, cioè l’interna nostra conformità d’affetto e d’intelligenza (e per conseguenza di condotta esteriore) con Dio e con la Sua volontà. «Il Dio della pace vi santifichi egli stesso completamente» (vers. 23)! Che vi sia nulla in noi che non ceda a questa benefica influenza della pace, di cui si gioisce nella comunione di Dio. Che nessuna potenza o forza in noi conosca altra cosa che Lui; che in ogni cosa Egli sia il nostro tutto, di modo che nient’altro che Lui abbia posto nel nostro cuore!

Egli ci ha posti perfettamente in questa pace ed in questa comunione, in Cristo, e per l’opera Sua; tra noi e Dio non vi ha che l’esercizio del Suo amore, il godimento della nostra felicità e l’adorazione dei nostri cuori. Noi siamo la prova al Suo cospetto, la testimonianza, il frutto del compimento di tutto ciò che Egli ha di più prezioso, di ciò che l’ha glorificato in modo perfetto, di ciò in cui trova il Suo compiacimento; e nello stesso tempo, la testimonianza e la prova della gloria della Persona che ha compiuto l’opera che glorifica in tal modo Dio, — cioè di Cristo e dell’opera Sua. Noi siamo il frutto della redenzione da Lui compiuta, e gli oggetti della soddisfazione che Dio deve provare nell’esercizio del Suo amore.

Dio in grazia è il Dio della pace per noi, poiché la giustizia divina trova la sua soddisfazione nella posizione che ci è stata fatta in Cristo, e l’amore vi trova il suo perfetto esercizio.

Ora l’apostolo domanda che, secondo questo carattere, Dio operi in noi di modo che tutto in noi risponda alla natura di Colui che ci è stato in tal modo rivelato. È soltanto in questo passo che troviamo la divisione della natura dell’uomo nelle tre parti che la costituiscono: l’uomo ha un corpo, un’anima ed uno spirito. Lo scopo dell’apostolo non è certamente quello di parlare di metafisica; ma vuol esprimere l’uomo in tutte le parti del suo essere:

Che Dio si trovi in tutto come stimolo, sorgente e guida.

In generale, la Parola si serve dei termini: «anima» e «spirito», senza distinzione, poiché l’anima dell’uomo è stata formata diversamente da quella delle bestie, in ciò che Dio ha soffiato nelle narici dell’uomo lo spirito di vita, e che è così che l’uomo è divenuto anima vivente. Parlando dell’uomo, basta dunque il dire anima, la parte superiore del suo essere è sottintesa; e dicendo spirito, in questo stesso senso, si esprime il carattere elevato dell’anima sua. L’animale ha bensì le sue affezioni naturali, ha un’anima vivente, è capace di attaccarsi, riconosce quelli che gli fanno del bene, si dedica al suo padrone, l’ama, dà anche la sua vita per lui, ma non ha ciò che lo mette in rapporto con Dio (ahimè! ciò che in noi si metto anche in inimicizia contro di Lui); esso non si occupa delle cose all’infuori della sua natura, come padrone di altri.

Lo Spirito dunque vuole che l’uomo riconciliato con Dio sia consacrato in tutte le parti del suo essere, al Dio che l’ha messo in relazione con Lui stesso per la rivelazione del Suo amore e per l’opera della Sua grazia, e che nessuna parte della natura umana in lui non sia, in atti od in pensiero, sotto l’influenza di un oggetto al disotto della natura divina alla quale egli, cristiano, partecipa; e che così sia senza rimprovero fino alla venuta di Gesù.

Notiamo qui che non è affatto al disotto della nuova natura in noi, di compiere fedelmente il nostro dovere nelle diverse relazioni nelle quali Dio ci ha posti, anzi è il contrario; ciò che bisogna, è d’introdurre Dio nella nostra condotta in queste relazioni; bisogna la Sua volontà e l’intelligenza che la conoscenza della Sua volontà comunica. Perciò leggiamo in 1 Pietro 3:7: «mariti, vivete con le vostre mogli con la comprensione dovuta alla donna» (letteralmente: secondo l’intelligenza o la conoscenza), cioè, non solo con affezioni umane e naturali (che per esse sole non possono neanche bastare a conservarsi pure e buone nel posto che loro appartiene), ma come davanti a Dio e consci della Sua volontà. Può darsi che Dio, in rapporto con l’opera straordinaria della Sua grazia, ci chiami a consacrarci interamente a quest’opera; ma, se non è così, la volontà di Dio si compie nelle relazioni nelle quali ci ha posti, e l’intelligenza divina e l’obbedienza a Dio si spiegano in queste relazioni. Infine Dio ci ha chiamati a questa vita di santità con Lui; Egli è fedele, e la compierà. Che ci dia di tenerci vicino a Lui per realizzarla!

Notiamo ancora come la venuta di Gesù e l’aspettazione di questa venuta sono introdotte qui come facenti parte integrante della vita cristiana. «Or il Dio della pace vi santifichi egli stesso completamente; e l’intero essere vostro, lo spirito, l’anima e il corpo, sia conservato irreprensibile per la venuta del Signore nostro Gesù Cristo» (vers. 23) La vita che si è sviluppata nell’obbedienza e nella santità incontra il Signore alla Sua venuta. La morte non è menzionata. La vita che abbiamo è così trovata irreprensibile quando Egli appare. L’uomo completo in tutte le parti del suo essere, mosso da questa nuova vita, si trova presente davanti a Gesù, senza biasimo, quando Egli arriva. La morte era vinta (non ancora distrutta); la nostra vita è una nuova vita. Questa vita, e l’uomo vivente di questa vita si ritroveranno nella gloria con il loro Capo e la loro sorgente. Allora la debolezza che si riferisce alla condizione attuale dell’uomo sparirà, ciò che è mortale sarà «assorbito dalla vita» (2 Corinzi 5:4). Noi siamo a Cristo; Egli è la nostra vita, noi l’aspettiamo per essere con Lui e perché Egli compia tutto il consiglio di Dio a nostro riguardo nella gloria.

Esaminiamo anche un poco ciò che questi passi ci insegnano sulla santificazione: questa si riferisce ad una natura, ma si riferisce pure ad un oggetto; ed in quanto alla sua realizzazione, dipende anche dall’operazione di qualcun altro [all’infuori di colui che è santificato], cioè da Dio stesso; ed è basata sopra una riconciliazione perfetta con Dio, già compiuta. Il cristiano, poiché la sua santificazione è basata su questa riconciliazione compiuta (nella quale entriamo per il ricevimento di una nuova natura), è considerato nelle Scritture come già perfettamente santificato in Cristo. La santificazione si effettua per l’operazione dello Spirito Santo che, comunicando questa natura, ci separa (come nati da Dio) interamente dal mondo [e ci mette a parte per Dio]. È importante di mantenere questa verità e di tenerci come già santificati, in quel senso, in modo ben chiaro e ben distinto; altrimenti la santificazione pratica si stacca ben presto nei nostri pensieri dalla verità essenziale che il cristiano ha ricevuto una nuova natura; la santificazione allora non è più che il miglioramento dell’uomo naturale, e diviene affatto legale; il cristiano entra, dopo la sua riconciliazione, nel dubbio e nell’incertezza perché, benché giustificato, non è considerato pronto per il cielo; la sua accettazione dipende dai suoi progressi, quindi la giustificazione non gli procura la pace con Dio. La Scrittura dice: «ringraziando con gioia il Padre che vi ha messi in grado (letteralmente: che ci ha resi capaci) di partecipare alla sorte dei santi nella luce» (Colossesi 1:12). Ci sono progressi da fare; ma nella Scrittura i progressi non sono legati con l’essere in grado descritto in questo versetto di Colossesi. Il ladrone era pronto per il paradiso, e ci è andato. Con tali vedute, l’opera della redenzione è indebolita per non dire distrutta, cioè l’apprezzamento di quest’opera per la fede nei nostri cuori.

Noi siamo dunque santificati (è così che la Scrittura parla il più spesso) da Dio Padre, per il sangue e per l’offerta di Cristo, e per lo Spirito, cioè, messi a parte personalmente e per sempre per Dio. Sotto questo punto di vista la giustificazione è presentata nella Parola come conseguenza della santificazione, come una cosa nella quale entriamo per questa. Presi come peccatori, nel mondo, noi siamo messi a parte per lo Spirito Santo per godere di tutta l’efficacia dell’opera di Cristo secondo i consigli del Padre, essendo messi a parte per la comunicazione di una nuova vita certamente, ma posti, per questa separazione nel godimento di tutto ciò che Cristo ci ha acquistato. Ripeto che è importantissimo di tener ben ferma questa verità per la gloria di Dio e per la nostra pace; ma lo Spirito nella nostra epistola non parla della santificazione sotto questo punto di vista, ma della realizzazione pratica dello sviluppo di questa vita di separazione dal mondo e dal male. Esso parla di questo sviluppo divino nell’uomo interno, che fa della santificazione uno stato reale ed intelligente dell’anima, uno stato di comunione pratica con Dio secondo la natura divina che ci è stata comunicata e la rivelazione di Dio con la quale questa natura è in relazione.

Sotto questo aspetto, troviamo bensì un principio di vita che opera in noi, ciò che si chiama uno stato soggettivo, ma è impossibile di separare questo stato soggettivo da un oggetto dal quale esso dipende: l’uomo se fosse indipendente da un oggetto, sarebbe Dio; non si può quindi neppure separare questo stato da un’opera continua di Dio in noi, opera da cui questo stato soggettivo dipende e che ci tiene in comunione con questo oggetto che è Dio stesso. Quindi la santificazione si compie in noi per la verità, per la Parola, sia al principio nella comunicazione della vita, sia, nei particolari, durante tutto il corso del nostro cammino. «Santificali nella verità: la tua parola è verità» (Giovanni 17:17).

L’uomo si è avvilito, senza dubbio. Si è sottoposto alle concupiscenze della sua parte animale; ma in che modo? — Allontanandosi da Dio! Dio non santifica l’uomo all’infuori della conoscenza di Lui stesso, lasciandolo sempre lontano da Lui; ma dandogli una natura che è capace di godere di Dio, dando a questa natura (che non saprebbe vivere senza di ciò) un oggetto — Lui stesso — Dio non fa mica l’uomo indipendente come questo ha voluto divenire. Il nuovo uomo è l’uomo dipendente; la dipendenza è la sua perfezione. Questo è ciò che ha mostrato Gesù Cristo nella Sua vita. Il nuovo uomo è l’uomo dipendente nelle Sue affezioni, l’uomo che desidera di essere dipendente, che vuol esserlo, che non saprebbe esser felice senza essere dipendente e dipendente dall’amore, essendo nello stesso tempo ubbidiente come un essere dipendente deve esserlo.

Così i santificati hanno una natura santa nei suoi desideri e nei suoi gusti; partecipano alla natura divina, alla vita di Cristo. Ma non cessano di essere uomini. Essi hanno Dio rivelato in Cristo per oggetto. La santificazione si sviluppa in comunione con Dio e nelle affezioni che si portano su Cristo e che l’aspettano. Ma la nuova natura non può rivelarsi un oggetto, ed ancor meno il solo oggetto che le sia proprio e le basti, disponendo di Dio al suo piacimento; essa è continuamente dipendente da Dio per la rivelazione di Lui stesso; l’amore di Dio e sparso nei nostri cuori per lo Spirito Santo che ci è stato dato, e questo stesso Spirito prende le cose di Cristo e ce le comunica. Noi cresciamo così nella conoscenza di Dio, essendo potentemente fortificati per il Suo Spirito nell’uomo interno per «abbracciare con tutti i santi quale sia la larghezza, la lunghezza, l’altezza e la profondità dell’amore di Cristo» e per «conoscere questo amore che sorpassa ogni conoscenza», affinché siamo ricolmi di tutta la pienezza di Dio (Efesini 3:18). Così «noi tutti, a viso scoperto, contemplando come in uno specchio la gloria del Signore, siamo trasformati nella sua stessa immagine, di gloria in gloria, secondo l’azione del Signore, che è lo Spirito» (2 Corinzi 3:18). «Per loro io santifico me stesso, affinché anch’essi siano santificati nella verità» (Giovanni 17:19).

Vediamo da questi passi, e si potrebbe moltiplicarli, che il cristiano è dipendente d’un oggetto, e che è dipendente dalla forza altrui. L’amore agisce per operare in noi secondo questa necessità [nella quale ci troviamo come creature].

La nostra separazione (il fatto che siamo messi a parte) per Dio è completa; si effettua per il dono d’una natura che è puramente di Dio, e mettendoci sotto una responsabilità assoluta, poiché noi non siamo più a noi stessi, ma comprati a caro prezzo, santificati per il sangue, secondo la volontà di Dio che vuol averci con Lui; essa ci pone nello stesso tempo in una relazione, il cui sviluppo, per la crescente conoscenza di Dio che è l’oggetto della nostra nuova natura, è la santificazione pratica che si opera in noi per la potenza dello Spirito Santo. Testimonio dentro di noi dell’amore di Dio, lo Spirito Santo attacca il cuore a Dio, rivelandolo sempre più. Egli sviluppa nello stesso tempo la gloria di Cristo e tutte le divine qualità che si spiegano in Lui nella natura umana, e forma così la nostra natura come nati da Dio.

Perciò abbiamo trovato in quest’epistola che l’amore operante in noi, è il mezzo della santificazione (capitolo 3 vers. 12 e 13). È l’attività della nuova natura, della natura divina in noi, e questa attività è legata alla presenza di Dio. Qui al capitolo 5, i santi sono raccomandati a Dio stesso, affinché Egli operi questa santificazione, mentre noi siamo sempre messi in vista degli oggetti gloriosi della nostra fede per compierla.

Possiamo qui, in modo particolare, chiamare l’attenzione del lettore sopra questi oggetti della nostra fede; sono Dio stesso e la venuta di Gesù, la comunione con Dio da una parte, e dall’altra, l’aspettazione di Cristo. E evidentissimo che la comunione con Dio è la posizione pratica della più alta santificazione; colui che sa che vedrà Gesù, come Egli è presentemente, e che sarà simile a Lui, si purifica come Egli è puro. Per la nostra comunione con il Dio di pace, noi siamo santificati tutti interi: se Dio è tutto per noi nella nostra vita pratica, noi siamo interamente santi (non parliamo qui della carne che non potrebbe essere sottomessa a Dio, né piacergli, né essere in comunione con Lui), ed il pensiero di Cristo e della Sua venuta ci conserva senza rimprovero, in pratica ed in dettaglio e intelligentemente. È Dio stesso che ci guarda in questa comunione ed opera in noi per occupare così le nostre anime e farci sempre crescere.

Ma questo punto merita qualche parola di più. La freschezza della vita cristiana presso i Tessalonicesi, rendeva questa vita — per così dire — più oggettiva, di modo che gli oggetti della fede sono in rilievo nell’epistola e sono molto distintamente riconosciuti dal cuore. Abbiamo già detto che questi oggetti sono Dio Padre e il Signore Gesù. Quanto alla comunione d’amore con i santi, che egli considera come sua corona e sua gloria, Paolo non parla che del Signore Gesù. Questa prospettiva che si presenta qui al suo spirito ha un carattere speciale di ricompensa, pur essendo una ricompensa dove l’amore domina. Gesù stesso aveva la gioia che gli era preparata come appoggio nelle Sue sofferenze, una gioia che in questo modo gli era personale; anche l’apostolo, per quello che riguardava l’opera sua ed il suo lavoro, aspettava con Cristo il frutto di questo lavoro. Eccettuato questo passo (capitolo 2), troviamo in questa lettera che Dio stesso e Gesù sono il nostro oggetto; troviamo anche la gioia della comunione di Dio (nella relazione di Padre) e di Cristo, del quale dividiamo la gloria e la posizione per grazia.

Così non ci sono che le due epistole ai Tessalonicesi dove troviamo l’espressione: «la chiesa... in Dio Padre» (1 e 2 Tessalonicesi 1:1) (*). La sfera della comunione vivente dei Tessalonicesi è in tal modo constatata e basata sulla relazione nella quale si trovavano con Dio stesso, sotto il carattere di Padre (capitolo 1:3 e 9-10; capitolo 3:13; capitolo 4:15-16; e qui capitolo 5:23). È importante di notare che il cristianesimo più è vivente e vigoroso, e più è oggettivo. Del resto, ciò non vuol dire altro che questa semplice verità: che quando il nostro cristianesimo è vivente, Dio ed il Signore Gesù hanno un più grande posto nei nostri pensieri e si riposa realmente di più in loro. Questa lettera ai Tessalonicesi è l’istruzione che la Parola ci dà su un tale punto; e la verità alla quale ci conduce, sotto questo rapporto, è un mezzo di giudicare bene delle falsità nei nostri cuori, e di dare una grande semplicità al nostro cristianesimo.

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(*) I Tessalonicesi essendo stati, almeno in gran parte, pagani, ancora ingolfati recentemente nell’idolatria, era anche importante di far loro comprendere chiaramente e definitivamente la loro nuova relazione col solo Dio supremo, e ciò sotto il carattere di Padre.
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L’apostolo termina la sua epistola domandando le preghiere dei fratelli e salutandoli con la confidenza dell’affezione, e scongiurandolo di far leggere la sua epistola a tutti i santi fratelli (versetti 25 e seg.). Il suo cuore dimenticava nessuno e voleva essere in relazione con tutti, secondo quell’affezione spirituale ed il legame personale che le sue affezioni cristiane avevano formato. Egli, apostolo verso tutti, voleva che riconoscessero coloro che lavoravano fra di loro, ma nello stesso tempo voleva mantenere la sua propria relazione con tutti i fratelli. Il cuor di Paolo era un cuore che abbracciava tutti i consigli rivelati da Dio e che non perdeva di vista il più piccolo dei suoi santi.

Rimane una circostanza interessante a notare nel modo con cui l’apostolo istruisce i Tessalonicesi. Nei primi capitoli, egli prende le verità che erano preziose per il loro cuore, ma per le quali la loro intelligenza era rimasta un po’ nel vago, di modo che erano caduti in un errore [quanto a coloro che si erano addormentati in Gesù]: egli prende, dico, queste verità, e — prima di toccare l’errore, o per lo meno la svista che avevano fatto — le impiega, con la chiarezza con la quale le possedeva, nelle sue istruzioni pratiche, applicando queste verità a relazioni conosciute e sentite. Così, le anime dei Tessalonicesi si trovavano ben radicate e stabilite nella verità positiva, ben al chiaro riguardo all’impiego stesso di questa verità. Essi aspettavano il Figlio di Dio dal cielo: ecco ciò che possedevano già in modo chiaro nei loro cuori; ma l’apostolo fa loro vedere che sarebbero nella presenza di Dio quando Gesù verrebbe con tutti i Suoi santi: ecco un passo fatto nello schiarimento del soggetto, passo importantissimo, senza che l’apostolo abbia neanche toccato positivamente l’errore. Il cuore si orientava nella verità, nell’applicazione pratica della luce divina a ciò che esso possedeva già della verità. Capivano cosa voleva dire essere davanti al Dio Padre. Trovarsi là, era una sorgente di gioia, una felicità ben più intima e reale che una manifestazione di gloria terrestre e giudaica. Poi, si troverebbero davanti a Dio quando Gesù verrebbe con tutti i suoi santi: verità semplice che era dimostrata al cuore per il fatto stesso che Gesù non poteva avere presso di Lui soltanto qualcuno di coloro della Sua Chiesa. Il cuore abbracciava questa verità senza sforzo, ma facendolo, era stabilito, come pure l’intelligenza, in certe verità che mettevano al chiaro la verità intera riguardo alle relazioni dei Tessalonicesi stessi con Cristo e con i Suoi. La gioia medesima dell’incontro dell’apostolo con tutti loro (morti o viventi) alla venuta di Gesù, metteva l’anima, per l’arrivo di Gesù, sopra tutt’altro terreno che quello d’essere trovata quaggiù e benedetta sulla terra dove essi erano.

Così rischiarati, raffermati, stabiliti nella vera portata della verità che già possedevano per uno sviluppo che si riferiva alle loro migliori affezioni ed alle loro più intime conoscenze spirituali — affezioni e conoscenze basate sulla loro comunione con Dio — i Tessalonicesi erano preparati, con certe basi positive di verità, a trattare l’errore e a scartare così con facilità ciò che non andava d’accordo con quello che ora sapevano apprezzare al suo giusto valore, come facendo parte delle loro possessioni spirituali. La rivelazione speciale che l’apostolo aggiungeva, metteva tutto al chiaro per i dettagli. Questo modo di procedere è molto istruttivo.




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