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Piccolo commentario del Nuovo Testamento

Evangelo secondo Marco

Jean Koechlin

Indice:
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Marco

Capitolo 1, versetti da 1 a 13

L’Evangelo di Marco presenta il Signore Gesù sotto sotto l’aspetto del perfetto Servitore. Perciò non vi troviamo la narrazione della sua nascita e neppure la sua genealogia: per apprezzare un servitore contano soltanto le sue qualità d’obbedienza, di fedeltà, di prontezza... Però, fin dalle prime parole, è designato come Figlio di Dio; il suo servizio è volontario. È lui che, essendo in forma di Dio, prese forma di servo (Fil. 2:6-7).

Preceduto dalla testimonianza di Giovanni, Gesù comincia dunque immediatamente il suo ministerio, e questo primo capitolo è caratterizzato dalla parolasubito (11 volte).

Gesù si sottomette al battesimo del ravvedimento, nonostante la sua innocenza: «Colui che non ha conosciuto il peccato» prende posto in mezzo a peccatori penitenti (2 Corinzi 5:21). Ma affinché non sia confuso con loro, Dio fa dal cielo una solenne dichiarazione riguardo al suo «santo servitore Gesù» (Atti 4:27 e 30), dichiarazione che, cosa notevole, precede il suo ministerio. Non è: «in Te mi compiacerò», bensì: «in Te mi sono compiaciuto». Dio dà così una prova della divina eccellenza di Cristo e afferma che Egli è Dio, e non semplicemente un uomo perfetto, come alcuni hanno osato sostenere, un uomo pervenuto alla perfezione.

Poi Gesù è condotto nel deserto per incontrare e resistere al Nemico che ci teneva schiavi (vedere 3:27). Ovunque il peccato ci aveva condotti, l’amore e l’ubbidienza hanno condotto Gesù per la nostra liberazione.




Marco

Capitolo 1, versetti da 14 a 28

Venuto Gesù, il ministerio di Giovanni Battista è di fatto terminato. Ma, lungi dal manifestare la minima amarezza, Giovanni può dire che la sua allegrezza è compiuta, ed eclissarsi con queste belle parole: «Bisogna che Egli cresca, e io diminuisca» (Giovanni 3:29 e 30).

Il regno di Dio si è avvicinato; il Re in persona si trova in mezzo al suo popolo: Ed Egli lo proclama con due comandamenti sempre attuali: «Ravvedetevi e credete all’Evangelo». Il Signore legge nel cuore di ciascuno la risposta data a questo insistente invito. Poi, a quelli che l’hanno ascoltato e ricevuto, indirizza un altro appello individuale, un appello a servirlo mettendosi al suo seguito: «Seguitemi», dice ai quattro discepoli di cui conosce le disposizioni interiori. «Ed essi..., lasciate subito le reti, lo seguirono». Per poterlo servire, era necessario che essi fossero chiamati dal Signore. Non è l’uomo che, da se stesso, può dire a Dio: Io mi do a te; è il Signore che, conoscendo ogni cosa, decide: Io ti prendo al mio servizio.

A Capernaum, Gesù guarisce un uomo posseduto da uno spirito immondo che si trova addirittura nella sinagoga, il che comprova il terribile stato di rovina in cui Israele era allora caduto. Fu dall’inizio del suo ministerio, il Signore è alle prese con la potenza di Satana, alle quale molti credono così poco!




Marco

Capitolo 1, versetti da 29 a 45

Dopo la sinagoga di Capernaum, la casa di Andrea e di Simone è la scena d’un miracolo di grazia. Gesù è sempre pronto a trovarsi nelle nostre case e ad accordarci le sue liberazioni. Facciamo come i discepoli, parliamogli di quel che ci tormenta (vers. 30).

Appena guarita, la suocera di Simone si affretta a servire il Signore ed i suoi. Non aveva forse sotto gli occhi l’esempio di un perfetto servitore?

Cade la sera; ma per un tale Servitore la giornata non è terminata. Gli portano i malati e instancabilmente Egli li allevia e li guarisce. Qual era il segreto di quella meravigliosa attività? Dove attingeva Gesù delle forze costantemente rinnovate? Il vers. 35 ce lo dice: nella comunione col suo Dio, Vedete come questo Uomo perfetto cominciava la sua giornata (parag. Isaia 50 fine del vers. 4). Ma quando lo informano della sua popolarità, Egli lascia quella folla, soltanto curiosa di vedere dei miracoli, e se ne va a predicare l’evangelo altrove.

Poi Gesù guarisce un lebbroso e gli dice esattamente in che modo deve rendere la sua testimonianza, una testimonianza secondo la Parola (vers. 44; Levitico 14). Ma l’uomo agisce secondo i suoi propri pensieri e qusto va a detrimento dell’opera di Dio in quella città.




Marco

Capitolo 2, versetti da 1 a 17

Nella casa di Capernaum, Gesù si fa riconoscere, secondo il Salmo 103:3, come Colui che perdona tutte le iniquità, che guarisce tutte le infermità. Riguardo al paralitico, Egli compie le due parti di quel versetto in testimonianza a tutti. Sì, Colui che perdona i peccati — opera spirituale — e che ne dà una prova concreta guarendo anche la malattia, non può essere che l’Eterno, il Dio d’Israele.

I pubblicani percepivano le imposte per conto dei Romani, il che procurava loro ricchezza (poiché una certa percentuale era per loro) ma anche il disprezzo dei loro compatrioti. Ma il Signore, chiamando Levi e accettando il suo invito, mostra che non disprezza e non respinge nessuno. Anzi, era venuto per tutti i peccatori, anche i più grandi, quelli che non nascondono il loro stato (1 Timoteo 1:15). Ed Egli è a tavola con loro, perché si è fatto loro amico. Da quando ha peccato l’uomo ha paura di Dio, e lo fugge, a causa della sua cattiva coscienza. Il primo lavoro di Dio, prima di salvare la sua creatura, consisteva dunque nell’avvicinarsi a lei, nel conquistare la sua fiducia. È ciò che Gesù ha fatto abbassandosi fino ad incontrare l’uomo miserabile per fargli comprendere che Dio lo amava.




Marco

Capitolo 2, versetti da 18 a 28

Se la parola del perfetto Servitore è «subito», quella dei Giudei increduli è «perché?» (vers. 7,16,18,24). Gesù, interrogato riguardo al digiuno, spiega che si tratta d’un segno di tristezza che, per conseguenza, non sarebbe a proposito mentre Egli era con loro. La sua venuta non era forse per tutto il popolo un gran soggetto di gioia? (Luca 2:10). Poi coglie quest’occasione per mettere in contrasto le regole e le tradizioni del giudaismo con l’evangelo della libera grazia che Egli era venuto a portare. Purtroppo, l’uomo — e non soltanto il Giudeo — preferisce a questa grazia delle forme religiose, perché gli permettono di farsi una buona reputazione agli occhi altrui... pur continuando a fare la propria volontà. Invece il vers. 22 ci dice che il cristiano è un uomo completamente rinnovato. Se il suo cuore è cambiato, se è pieno d’una gioia nuova, il suo comportamento esteriore deve essere necessariamente trasformato.

I Farisei ora biasimano i discepoli perché svellono delle spighe in giorno di sabato. L’uomo distoglie sempre dal suo scopo ciò che Dio gli ha dato. Il sabato era una grazia concessa ad Israele, ma costui se ne è servito come d’un giogo per aumentare la sua schiavitù morale (Atti 15:10).




Marco

Capitolo 3, versetti da 1 a 19

Una seconda guarigione avviene nella sinagoga di Capernaum ed è di nuovo in giorno di sabato (cap. 1:21...). A questo malato la cui mano è «secca», il Signore chiede esattamente l’atto ch’egli è incapace di compiere. L’uomo avrebbe potuto rispondere: Vedi che la mia mano è paralizzata; come posso distenderla? Ma cominciando con l’obbedire, dà prova della sua fede ed è questa che permette a Gesù di guarirlo. Purtroppo, vedete la durezza di cuore di quelli che sono presenti! Invece di rallegrarsi con l’uomo guarito, invece d’ammirare la divina potenza di Gesù, quegli uomini malvagi colgono il pretesto del miracolo per cercare di farlo morire. Ma Egli prosegue il suo ministerio di grazia, e le folle, compresi gli stranieri di Tiro e di Sidone, continuano ad affluire verso di Lui per udirlo e cercare la guarigione.

Poi mette da parte dodici discepoli fra quelli che lo raggiungono sul monte e, notate l’espressione, li costituisce «per tenerli con sé e per mandarli...». Essere con Gesù: meraviglioso privilegio e, ad un tempo, condizione indispensabile per poter in seguito essere mandati. Come poter compiere un servizio senza aver prima di tutto ricevuto le sue direttive (Ger. 23:21-22)?




Marco

Capitolo 3, versetti da 20 a 35

Sempre pronto a lasciarsi avvicinare, il Signore permette alla folla d’invadere la casa nella quale è entrato, e ricomincia ad ammaestrarli senza aver neppur il tempo di mangiare. Noi che siamo sovente così poco disposti a lasciarci disturbare e a cambiare anche poco le nostre abitudini, prendiamo esemplo da questa instancabile dedizione. Pensiamo anche che un visitatore indesiderato ci può essere mandato affinché gli parliamo della salvezza della sua anima!

Certe persone sono turbate dal versetto 29. Esse temono d’aver pronunciato una volta, senza badarvi, una parola colpevole che potrebbe non essere perdonata. No. «Il sangue di Gesù Cristo suo Figlio ci purifica da ogni peccato» (1 Giovanni 1:7). La bestemmia contro lo Spirito Santo è altro; era il terribile peccato d’Israele incredulo. Questo popolo attribuiva a Satana la potenza dello Spirito Santo di cui Gesù era rivestito. Era un peccato di somma gravità che metteva lo Spirito di Dio allo stesso livello del diavolo.

Nell’ultimo paragrafo, il Signore distingue nettamente quelli ch’Egli considera come membri della sua famiglia. Fare la volontà di Dio era (ed è tuttora) ascoltare il Signore Gesù e credere alle sue parole e alla sua opera.




Marco

Capitolo 4, versetti da 1 a 12

Gesù insegna presso il mare servendosi del linguaggio figurato delle parabole. La prima è quella del Seminatore. In essa presenta se stesso come Colui che porta e spande nel mondo il buon seme del Vangelo. Benché conosca i cuori e il modo in cui riceveranno o non riceveranno la verità, Egli porge ad ognuno l’occasione d’essere in contatto con la Parola di vita. Voi l’avete ricevuta?

Il versetto 12 non deve sconcertarci, quasi che il Signore temesse di vedere gli uomini convertirsi, e ch’Egli fosse obbligato, Suo malgrado, a perdonare i loro peccati! Comprendiamo che qui si tratta del popolo giudeo nel suo insieme. Esso ha accusato Gesù di avere un demonio, rigettando così la testimonianza dello Spirito Santo. Un tale peccato non può essergli perdonato, e Israele sarà «indurato» come popolo (cap. 3:29; Rom. 11:7,8,25). Ma tutti quelli che desiderano interrogare Gesù «in disparte» trovano posto «intorno a Lui», oggi come allora, per «conoscere il mistero del regno di Dio» (vers. 11; parag. Proverbi 28, fine del vers. 5). Serviamoci di questo prezioso privilegio... e particolarmente non priviamoci delle riunioni in cui si è intorno al Signore per ascoltare la Parola di Dio.




Marco

Capitolo 4, versetti da 13 a 25

Il Signore spiega ai suoi discepoli la parabola del seminatore. Essa è il punto di partenza di tutto il suo insegnamento (vers. 13). Infatti, per comprenderlo, è necessario che l’Evangelo abbia anzitutto messo radice nel cuore.

Anche se siamo dei veri credenti, rischiamo di assomigliare a volte ai tre primi terreni, poiché non è soltanto la buona novella della salvezza che Satana cerca di rapirci appena seminata; quante parole ci ha rivolto Dio e alle quali il nostro cuore non è stato sensibile perché i nostri contatti col mondo l’avevano reso duro come la strada! Ovvero, non ci è forse accaduto di agire sotto l’effetto dei nostri sentimenti, finché una prova ha messo in evidenza la nostra mancanza di dipendenza e di fede? (parag. vers. 17).

Come la noncuranza, le sollecitudini sono ugualmente nocive (Luca 21:34)! Con «l’inganno delle ricchezze e le cupidigie delle altre cose» esse possono soffocare per un tempo la vita spirituale d’un figlio di Dio e privare il Signore del frutto che avrebbe dovuto portare a suo tempo. «Ponete mente a ciò che udite», raccomanda il Signore (vers. 24). In Luca 8:18 leggiamo: «Badate dunque come ascoltate». Sì, in qual modo riceviamo noi la divina Parola?




Marco

Capitolo 4, versetti da 26 a 41

La parabola dei vers. 26 a 29, che corrisponde a quella della zizzania nel campo in Matteo 13, presenta un insegnamento sensibilmente differente. Qui si tratta solo del lavoro di Dio, mentre in Matteo il Nemico interviene pure, a causa della negligenza degli uomini che dormivano. Nel nostro vers. 27, anche il grande Seminatore sembra dormire. Ma in realtà, di giorno come di notte, Egli veglia sul suo seme prezioso e lo circonda di tutte le cure necessarie perché cresca fino alla mietitura. Cari amici cristiani, ci sembra talvolta che il Signore sia indifferente, che non oda le nostre preghiere, che l’opera sua sia abbandonata. Ma alziamo lo sguardo, come Gesù invita i suoi discepoli a farlo con fede. Le campagne sono già bianche da mietere (Giovanni 4:35).

Per passare all’altra riva, che rappresenta la pericolosa traversata del mondo, i discepoli non sono soli. Con loro nella barca, hanno preso il Signore «così com’era» (vers. 36). Quante persone si fanno di Gesù un’immagine falsa e lontana. Riceviamolo com’è, col suo amore, ma anche con le sue sante esigenze. Se è con noi nella barca, non c’è da temere nessun naufragio. Lui che raccoglie il vento nel suo pugno, racchiude le acque nella sua veste (Prov. 30:4).




Marco

Capitolo 5, versetti da 1 a 20

Il Signore e i suoi discepoli approdano nel paese dei Gadareni. La prima persona che incontrano è un uomo completamente posseduto dai demoni, che lo rendono furioso e indomabile. Cosa terribile a dirsi, noi abbiamo in quel forsennato il ritratto morale dell’uomo peccatore, trastullo del diavolo, trascinato e tormentato dalle sue passioni brutali, contaminato dal contatto con la morte (i sepolcri), pericoloso per i suoi simili e che fa del male a se stesso. Spaventoso stato... ma che è il nostro prima di conoscere il Signore! Noi ci saremmo probabilmente allontanati con spavento e repulsione da una tale creatura. Gesù invece non se ne allontana. Anzi, si occupa di quell’infelice ma non per legarlo con catene, come avevano tentato di fare invano i suoi concittadini, bensì per liberarlo dal suo misero stato e dalla sua schiavitù.

Purtroppo, gli abitanti di quella città non vedono in quel miracolo che la causa della perdita dei loro porci! In seguito alla loro richiesta, Gesù se ne va, ma lascia dietro di sé un testimone (e quale!): «l’uomo che era stato indemoniato». Non è forse l’immagine del tempo attuale? Rigettato da questo mondo, il Signore vi mantiene quelli che ha salvato e dà loro il compito di parlare di Lui. In che modo adempiamo noi questa missione? (Salmo 66:16).




Marco

Capitolo 5, versetti da 21 a 43

Un capo della sinagoga, chiamato Iairo, ha fatto appello a Gesù per la guarigione della propria figlia. Ma mentre il Maestro è per strada, una donna, che nessun medico aveva potuto guarire, ricorre segretamente alla Sua potenza.

Caro amico che hai cercato forse da varie parti un rimedio alle tue miserie morali, Gesù passa, oggi ancora, vicino a te, forse per l’ultima volta. Afferra l’orlo del suo vestito!

La donna sa di essere salvata, e il Signore lo sa pure. Ma è necessario che tutti lo sappiano; perciò Gesù la costringe a rivelarsi, a confessare pubblicamente «tutta la verità». Così ella otterrà, in risposta alla sua fede, una parola di grazia, infinitamente più preziosa della semplice guarigione: «Figliuola, la tua fede t’ha salvata; vattene in pace...» (vers. 34).

Durante questo tempo, la casa di Iairo echeggiava di lamenti e di grida disperate (senza realtà; vedere vers. 40). Ma con una parola, Gesù conforta il povero padre (vers. 36) volgendo verso Dio i pensieri di quell’uomo... e i nostri: «Non temere, solo abbi fede». Poi con un’altra parola — così commovente che lo Spirito ce l’ha data nella lingua stessa adoperata dal Salvatore — Egli risuscita la ragazza.




Marco

Capitolo 6, versetti da 1 a 13

Per gli abitanti di Nazaret, Gesù era «il falegname». Per trent’anni, aveva nascosto la sua gloria compiendo umilmente il lavoro d’un artigiano. Un tale abbassamento del Messia è incomprensibile per l’uomo abituato a giudicare dalle apparenze. Se era difficile che la testimonianza del Signore fosse ricevuta «nella sua patria, fra i suoi parenti e in casa sua», a maggior ragione è il caso per la nostra, dove siamo conosciuti con tutti i nostri difetti e il nostro triste passato. Ma è pure qui che i frutti d’una vita nuova saranno più evidenti e costituiranno la più potente delle predicazioni (Fil. 2:15).

Dopo aver scelto i suoi apostoli al capitolo 3:13-19, il Signore li manda a predicare il pentimento (v. 12). Poi li esorta a «non prender nulla per il viaggio», eccetto dei sandali (poiché, simbolicamente, bisognava che vegliassero sul loro cammino). La loro vita deve essere quella della fede. Momento dopo momento, essi riceveranno ciò che è loro necessario sia per il servizio, sia per i loro propri bisogni. Prendendo con sé delle provviste, sarebbero stati privati di preziose esperienze e avrebbero perso di vista il legame che li univa al loro Signore assente. I sandali, invece, sono indispensabili; ci ricordano ciò che Efesini 6 chiama «la prontezza che dà l’evangelo della pace».




Marco

Capitolo 6, versetti da 14 a 29

Per chi ha una cattiva coscienza, tutto fa paura (Proverbi 28:1). Quando Erode, che aveva fatto decapitare Giovanni, ode parlare di Gesù, è terrificato al pensiero che potesse essere il profeta risuscitato, poiché questo fatto avrebbe significato che Dio stesso stava per vendicare il suo fedele testimone. Per lo stesso motivo gli uomini saranno presi da terrore quando Gesù il crocifisso apparirà sulle nuvole del cielo (Apoc. 6:2 e 15 a 17).

Beata è la sorte di Giovanni, il più grande dei profeti, e che contrasto con la sorte del suo miserabile carnefice! Questo Erode era vile più che crudele come suo padre, Erode il grande. Debole di carattere, dominato dalle passioni, faceva molte cose dopo aver ascoltato Giovanni, eccetto quella di mettere la sua vita in accordo con la volontà di Dio. Non basta, per essergli gradito, fare molte cose, anche delle buone cose. Ecco, giunge «un giorno opportuno», opportuno per Satana e per le due donne di cui si servirà. Un convito, la seduzione d’una danza, una promessa sconsiderata mantenuta per amor proprio... non occorre di più per compiere il delitto abominevole, pagato con i più spaventosi tormenti di spirito.




Marco

Capitolo 6, versetti da 30 a 44

Gli apostoli che ritornano dal Signore sembra che siano occupati di quel che hanno fatto e abbiano fretta di raccontarlo. Il Maestro sa che hanno bisogno ora d’un po’ di riposo, e l’ha loro preparato «in disparte» con Sé. Noi che aspiriamo tanto facilmente a svagarci, consideriamo qualcuna delle condizioni in cui i discepoli godono di questo riposo:

  1. Esso viene in seguito ad una attività per il Signore.
  2. Non può trattarsi che di un po’ di riposo, poiché la terra non potrebbe offrirne di durevole (vedere Michea 2:10).
  3. Se ne gode in disparte, e non nel mondo e nelle distrazioni che esso può offrire.
  4. Se ne gode col Signore.

Fu un riposo di breve durata, infatti, non avendo, a causa della folla che andava e veniva, «neppure tempo di mangiare». Gesù nutrirà la loro anima, poi il loro corpo (Matteo 4:4); ma, prima di tutto, mette alla prova i suoi discepoli. Essi avevano riferito tutto quello che avevano fatto. Ora, era giunto il momento di dar prova delle loro capacità invece di licenziare quelle turbe. «Date loro voi da mangiare», dice Gesù, perché realizzassero che ogni potere proviene da Lui. E nel medesimo tempo, li associa in grazia al suo gesto di bontà. Una volta ancora vediamo brillare la sapienza, la potenza, l’amore, caratteri del perfetto Servitore.




Marco

Capitolo 6, versetti da 45 a 56

Nella prima traversata del lago (cap. 4:35 a 41), il Signore era coi suoi discepoli, benché dormisse nella barca. Qui, la fede dei dodici è provata ancora più profondamente, poiché questa volta il loro Maestro non è con loro. È salito sul monte per pregare mentre essi, soli nella notte, lottano contro il vento e le onde. Hanno perduto Gesù di vista, ma Lui, cosa notevole, li vede sul mare agitato (vers. 48). E va alla loro volta verso la fine della notte (vedere Giobbe 9:8). Come poco sono preparati ad incontrarlo! Allora, con una parola, Egli si fa riconoscere e li rassicura: «State di buon cuore, son io; non temete» (vers. 50). Quanti credenti che attraversano la prova, pervenuti all’estremo delle forze e perso ogni coraggio, hanno udito la voce conosciuta del Signore che testimonia la sua presenza ed il suo amore (Isaia 43:2)!

Approdando per la seconda volta nella contrada di Gennesaret, Gesù è ricevuto in modo ben diverso dalla sua prima visita. Benché non vediamo qui colui «che aveva avuto la Legione», l’accoglienza premurosa che gli è riserbata non può essere che il risultato della testimonianza fedele di quell’uomo (cap. 5:20). Possa il Signore benedire pure la nostra, in attesa del Suo ritorno!




Marco

Capitolo 7, versetti da 1 a 16

I Farisei sono gelosi del successo del Signore presso la gente; ma, temendola, non osano fargli guerra apertamente. Allora accusano i suoi discepoli come hanno già fatto al cap. 2:24. Per quegli ipocriti la purezza esteriore aveva più importanza della purezza della loro coscienza. Si preoccupavano dell’approvazione degli uomini e non di quella di Dio.

Lo scopo dei credenti, invece, è anzitutto di piacere al Signore (vedere Galati 1:10). E poiché Egli guarda al cuore, questo ci condurrà a praticare un’accurata «pulizia» interna, vale a dire a giudicare attentamente i nostri pensieri, i nostri moventi e le nostre intenzioni alla luce della Parola che mette in evidenza la minima impurità.

Gesù mostra a quei Farisei che le loro tradizioni giungono fino a contraddire i comandamenti divini, e questo in un caso particolarmente flagrante: quello dei riguardi e del rispetto dovuti ai genitori. Questo è un insegnamento che non fa soltanto parte della legge (Esodo 20:12), ma che è espressamente dato dal Nuovo Testamento (Efesini 6:1 a 3; Colossesi 3:20); è quindi utile che lo prendiamo in seria considerazione. Ma facciamo attenzione alle tradizioni; non diciamo «si è sempre fatto così», ma cerchiamo il pensiero di Dio nella Scrittura.




Marco

Capitolo 7, versetti da 17 a 37

Il Signore, che conosce bene il cuore dell’uomo e non si lascia ingannare dalle belle apparenze, mette in guardia i suoi discepoli contro ciò che può uscire dal cuore, dal vostro e dal mio! Il nostro cuore è anche così ma, lode a Dio!, c’è un rimedio a questo stato (Salmo 51:10).

Dopo questa tragica e definitiva constatazione, si può pensare quale gioia procuri a Gesù il suo incontro con la donna sirofenice. La severità ch’Egli sembra usare verso di lei mette in evidenza non soltanto una grande fede che nulla scoraggia, ma anche una vera umiltà, poiché, in contrasto coi Farisei orgogliosi, questa donna non fa valere nessun titolo né alcun merito; ella prende il suo vero posto davanti a Dio e accetta il giudizio emesso sulla sua condizione (parag. Efesini 2:3 e 17).

In seguito, Gesù conduce un povero sordomuto in disparte dalla folla e gli rende l’uso dei suoi sensi. La conversione d’un peccatore esige un contatto diretto, personale, e intimo col Signore (vedere anche cap. 8:23).

La nostra lettura termina con la testimonianza resa a Gesù dalle folle: «Egli ha fatto ogni cosa bene» (vers. 37). Possiamo noi, ripassando ciò che il Signore ha fatto per noi, dichiarare nello stesso modo con riconoscenza: «Egli ha fatto ogni cosa bene»!




Marco

Capitolo 8, versetti da 1 a 21

Per fare del bene si possono avere diversi motivi più o meno confessabili: ricercare della considerazione come i Farisei, o tranquillizzare la coscienza compiendo un dovere sociale. E nella cristianità, quante opere non hanno altri motivi! Ma ciò che animava sempre il Signore Gesù era la sua compassione verso quelle moltitudini, che adesso nutre, per la seconda volta, con un atto di potenza (vers. 2; cap. 6:34). 1 nostri contatti quotidiani col mondo, i suoi bisogni, la sua contaminazione, tendono a renderci insensibili. Abituati a vedere attorno a noi la miseria materiale, morale e soprattutto spirituale, non ne soffriamo più molto. Ma Gesù aveva un cuore sempre divinamente sensibile. Lo stato del sordomuto al cap. 7:34 lo faceva sospirare (o gemere) guardando verso il cielo. Al vers. 12, è l’incredulità dei Farisei che lo fa profondamente sospirare. E infine, lo affligge pure la durezza di cuore dei suoi discepoli (vedere cap. 6:52 e 7:18). I due miracoli a cui essi avevano partecipato non erano stati sufficienti a dar loro fiducia nel Maestro! (parag. Giovanni 14:8 e 9). Quanto ha sofferto il Signore, durante la sua vita, per simpatia coi sofferenti, ma anche a motivo dell’incredulità, dell’ingratitudine degli uomini.... e molte volte dei suoi stessi discepoli!




Marco

Capitolo 8, versetti da 22 a 38

A Betsaida, quella città della quale il Signore sottolinea particolarmente l’incredulità (Matteo 11:21), Egli compie ancora un miracolo in favore d’un povero cieco. Per guarirlo è necessario un doppio intervento; è così pure che a volte un peccatore viene alla luce di Dio.

Dopo ciò, Gesù interroga i suoi discepoli sulle opinioni che corrono sul suo conto. Poi rivolge loro una domanda diretta e di capitale importanza: Chi sono io per voi? Sì, qualunque siano i pensieri degli altri intorno al Signore Gesù, devo avere di Lui una conoscenza personale. Ma essa non è che il punto di partenza del sentiero nel quale Egli m’invita a seguirlo: quello della rinuncia a me stesso e della croce dove sono morto con Lui. Alcune persone nella prova parlano della croce che devono portare, o del «calvario» che bisogna accettare con rassegnazione (e di cui tuttavia avrebbero volentieri fatto a meno). Ma non è ciò che il Signore intende dire qui. Egli chiede ad ogni credente di prendere volentieri il carico d’obbrobrio e di sofferenza che il mondo non manca di procurargli se è fedele (leggere pure Galati 6:14). «Per amor mio», specifica il Signore Gesù; poiché è il grande segreto che permette al cristiano di accettare la morte al mondo e a se stesso (v. 35; Rom. 8:36).




Marco

Capitolo 9, versetti da 1 a 13

Secondo la promessa del vers. 1, tre discepoli sono ora ammessi a contemplare in anticipo «il regno di Dio venuto con potenza». Ed è Gesù stesso che appare loro, rivestito di maestà regale e di gloria risplendente. Colui che abitualmente velava la sua «forma di Dio» sotto l’umile «forma di servo» (Filippesi 2:6 e 7) la svela per un momento agli sguardi dei suoi discepoli attoniti e stupefatti (Salmo 104:1). Visione meravigliosa che quegli uomini non possono sopportare. Allora una voce esce dalla nuvola; essa è anche per noi: «Questo è il mio diletto Figlio, ascoltatelo». Più una persona ha grandezza e dignità, più le sue parole hanno importanza. Ora, Colui che siamo invitati ad ascoltare è nientemeno che il Figlio diletto di Dio. Prestiamo dunque un’attenzione tanto maggiore al suo insegnamento (Ebrei 12:25).

Per quanto si stesse bene sul monte (vers. 5), è necessario scendere, e il Signore fa capire ai tre discepoli che quel che hanno visto avrà il suo adempimento più tardi. Né Giovanni Battista (che Elia rappresentava) né Lui stesso sono stati ricevuti dal suo popolo. Perciò è necessario ora ch’Egli passi per la croce e soffra molto, prima di entrare nella sua gloria.




Marco

Capitolo 9, versetti da 14 a 32

Sceso dal monte, il Signore riprende il suo servizio d’amore di cui l’apostolo Pietro, testimone di tutte queste cose, fa negli Atti un meraviglioso riassunto. Gesù di Nazaret, dice, «è andato attorno facendo del bene, e guarendo tutti coloro che erano sotto il dominio del diavolo, perché Dio era con Lui» (Atti 10:38 e 39). Gesù trova un gran raduno di persone che discorrono e discutono fra loro. Ahimè! L’oggetto di tanta animazione è un infelice ragazzo, colpito fin dall’infanzia da terribili crisi nervose provocate da un demonio. Invano il povero padre ha sottoposto ai discepoli il caso di questo suo unico figlio: essi non hanno potuto scacciare quel demonio. Prima di operare Egli stesso la liberazione, Gesù mette il dito sul motivo della impotenza dei discepoli: l’incredulità; poiché «ogni cosa è possibile a chi crede». Allora, piangendo, quel povero padre s’abbandona al Signore. Comprende che non è uno sforzo di volontà che potrà dargli la fede e se ne riconosce incapace. L’aiuto divino è necessario non solo per la liberazione propriamente detta, ma anche per chiederla con fiducia.

Al v. 26 la potenza demoniaca si mostra ancora una volta perché la vittoria del Signore sia evidente.




Marco

Capitolo 9, versetti da 33 a 51

Poveri discepoli! Il loro Maestro li aveva poco prima intrattenuti sulle sue sofferenze e sulla sua morte, ed ecco che la sola cosa che li interessa, al punto da provocare una disputa fra loro, è... sapere chi di loro sarà il maggiore! Per mezzo della sua domanda, il Signore li investiga (vers. 33), poi con grazia e pazienza insegna loro che cos’è l’umiltà.

Questa lezione è seguita da un’altra. I discepoli avevano creduto bene d’impedire ad un uomo di compiere dei miracoli nel nome di Gesù. «Non ci seguitava», è il motivo presentato da Giovanni. Il Signore mostra loro che anche in questo sono stati occupati di loro stessi e non di Lui. Facciamo attenzione a non essere settari! Numerosi cristiani, pur non radunandosi con noi, seguono il Signore molto da vicino nel sentiero del servizio, della rinuncia e della croce (cap. 8:34).

Abbiamo trovato in Matteo ciò che corrisponde ai vers. 42 e 51 (vedere Matteo 5:29; 18:8). Ma, in modo generale, notiamo che nell’Evangelo di Marco gl’insegnamenti del Signore tengono meno posto della sua attività. Non c’è, per esempio, il sermone sul monte. Poche parole, ma molta dedizione; tale è appunto il carattere del fedele Servitore; e Marco, che presenta il Signore appunto come servitore, dà molto spazio alle opere di Gesù.




Marco

Capitolo 10, versetti da 1 a 22

I Farisei cercano di mettere Gesù in contraddizione con Mosè sulla questione del divorzio. Ma Egli chiude loro la bocca risalendo a prima della legge, ricordando loro l’ordine delle cose come Dio l’aveva creato al principio. Il mondo ha contaminato e guastato tutto ciò che Dio aveva stabilito nella sua bella creazione e in particolare l’istituzione del matrimonio.

La durezza di cuore, l’egoismo che conducono gli uomini a disprezzare e a snaturare tutto ciò che riguarda il matrimonio, si mostra anche nella loro poca considerazione dei piccoli fanciulli. E i discepoli non sfuggono a questo spirito. I vers. 13 a 16 ci danno alcuni particolari commoventi che Matteo non riporta. Il Signore comincia con l’essere indignato per l’atteggiamento dei discepoli. Prende in seguito quei piccoli in braccio, dove si trovano in perfetta sicurezza. Infine li benedice (parag. Matteo 19:13 e 14).

Nella scena che segue, Marco è ugualmente il solo a menzionare un punto di somma importanza: l’amore del Signore per l’uomo venutogli incontro. Purtroppo, costui resta insensibile e se ne va, forse per sempre, preferendo le sue miserabili ricchezze alla compagnia presente ed eterna di Colui che l’aveva amato.




Marco

Capitolo 10, versetti da 23 a 34

Nell’Antico Testamento le benedizioni erano terrene e le ricchezze erano considerate come una prova del favore di Dio (Deut. 8:18). I discepoli erano rimasti stupiti perché avevano visto un uomo apparentemente benedetto da Dio, amabile, simpatico, di condotta irreprensibile, disposto a fare molto bene, e il Signore l’aveva lasciato andare. Veramente, se tali pregi non davano accesso al regno di Dio, chi dunque poteva essere salvato? Infatti, risponde loro Gesù, la salvezza è cosa impossibile agli uomini; Dio solo ha potuto compierla.

Qui il Signore condanna non i ricchi, ma «coloro che si confidano nelle ricchezze». D’altronde, andare dietro a Lui implica inevitabilmente delle rinunce che, per alcuni, possono essere assai dolorose (vers. 29). Ma se è fatto per amore del Signore e dell’Evangelo, esse saranno nello stesso tempo sorgente di gioie incomparabili, la prima delle quali sarà il sentimento della Sua approvazione. Sì, lo sguardo penetrante del Signore (vers. 21,23,27) legge nel nostro cuore per vedere se è quello il motivo che veramente ci fa agire, in risposta all’amore di Colui che ha lasciato tutto per noi (Zaccaria 7:5). In questo capitolo vediamo l’uomo amabile (v. 17 a 22), presuntuoso (v. 28), timoroso (v. 32), egoista (v. 35-30).




Marco

Capitolo 10, versetti da 35 a 52

Vi era della fede in Giacomo e in Giovanni; sapevano che il loro Maestro era il Messia, l’Erede del regno e a cui avrebbero partecipato con Lui. Ma la loro domanda tradisce l’ignoranza e la vanità del loro cuore naturale. Il Signore, pieno di grazia, raduna attorno a Sé i suoi discepoli e si serve di quell’intervento malaugurato dei due fratelli per il loro ammaestramento. Non comprendono essi che si trovano in presenza di Colui che è modello di umiltà, Colui che avendo tutto il diritto d’essere servito ha voluto farsi schiavo per liberare la sua creatura e per pagare con la propria vita il riscatto voluto dal Giudice Supremo? Questo meraviglioso vers. 45 può essere chiamato il versetto centrale dell’Evangelo e lo riassume completamente.

Lo Spirito ci mostra in questo capitolo tre atteggiamenti diversi: l’uomo che il Signore invita a seguirlo e che se ne va (vers. 21 e 22); i discepoli chiamati essi pure, e che l’hanno seguito... ma fanno valere la loro rinuncia (vers. 28); infine quel povero cieco, al quale apparentemente Gesù non ha chiesto nulla guarendolo, ma che, senza una parola, e gettando lungi il vestito che poteva ostacolare il suo cammino, lo segue «per la via» (vers. 52).




Marco

Capitolo 11, versetti da 1 a 14

Il cammino di Gesù volge al termine. Egli fa il suo ingresso solenne in Gerusalemme ed entra nel tempio ove comincia col «riguardare ogni cosa attorno attorno» (vers. 11). Questo dettaglio, tipico dell’evangelo di Marco, ci mostra che Dio non giudica mai affrettatamente uno stato di cose (parag. Genesi 18:21). Quali saranno stati i sentimenti del Signore vedendo profanata in tal modo quella casa di preghiera? Egli esce da quel luogo contaminato, e si ritira per la notte a Betania con i pochi che lo riconoscono e l’amano.

Ritornando la mattina a Gerusalemme, Gesù maledice il fico sterile. Quando quest’albero porta dei frutti, questi hanno la particolarità di apparire prima delle foglie. E la Parola, sempre precisa, menziona che «non era la stagione dei fichi» perché non si possa supporre che la raccolta fosse terminata. Questo fico, la cui sterilità è in tal modo dimostrata, rappresenta Israele come Gesù l’ha trovato, e in modo generale l’uomo peccatore da cui Dio non ha potuto trarre nessun frutto per Sé nonostante le sue apparenze religiose (le foglie) e ch’Egli ha definitivamente dovuto condannare (parag. Geremia 8:13).




Marco

Capitolo 11, versetti da 15 a 33

Il Signore purifica quel tempio che aveva ispezionato la sera prima. Lo zelo del perfetto Servitore lo divora per la Casa del suo Dio (Giov. 2:17).

Giunta la sera, lascia la città ribelle, ma vi ritorna il giorno seguente passando davanti al fico. In risposta all’osservazione di Pietro, Gesù non mette in risalto la sua propria potenza, ma orienta il pensiero dei discepoli su Dio. È come se dicesse loro: Colui che mi ha risposto è pronto ad esaudire anche le vostre preghiere e a togliere ogni ostacolo dalla vostra strada, se anche fosse grande come una montagna. Aver fede in Dio non significa sforzarci di credere che realizzerà i nostri desideri; è invece contare su Lui che conosciamo, che è fedele, e che ci ama. Ma in un caso Dio non potrà assolutamente risponderci: è quando abbiamo «qualcosa contro a qualcuno». Ecco una montagna insormontabile sul sentiero delle nostre relazioni con Dio. Bisogna occuparcene seduta stante, onde ritrovare verso Lui e anche verso i nostri fratelli quei sentimenti di cui parla il Salmo 84:5.

Al vers. 27 cominciano gli ultimi colloqui del Signore, durante i quali confonderà uno dopo l’altro tutti i suoi avversari.




Marco

Capitolo 12, versetti da 1 a 17

I capi del popolo sono costretti a riconoscersi nella terribile parabola dei cattivi vignaiuoli. Notate conce è designato (soltanto in Marco) l’ultimo inviato del Padrone della vigna: «Aveva ancora un unico figlio diletto» (vers. 6). Espressione che possiamo accostare a quel che dice l’Eterno ad Abrahamo: «Prendi il tuo figlio, il tuo unico, colui che tu ami» (Genesi 22:2), e che ci parla in modo commovente dell’affetto del Padre per il Diletto ch’Egli ha sacrificato per noi!

Così scoperti, i Farisei e gli erodiani cercano di rimbeccare. Con complimenti ipocriti, ma che sono una testimonianza in favore di Gesù («Tu sei verace... tu insegni la via di Dio secondo verità», vers. 14) cercano di coglierlo in fallo con una domanda delle più astute: Il suo lo avrebbe squalificato come Messia: il suo no, condannato presso i Romani. Egli risponde loro nel solo modo che non s’aspettavano, rivolgendosi alla loro coscienza. Divina e ammirevole sapienza! Tuttavia, quanto il Salvatore, in cui tutto era verità e amore, dovette soffrire per quella cattiva fede, per quella malvagità, per quella continua «opposizione dei peccatori contro a sé»! (Ebrei 12:3; vedere anche Ezechiele 13:22).




Marco

Capitolo 12, versetti da 18 a 34

A loro volta i Sadducei tentano ora di misurarsi con la sapienza di Gesù. In realtà essi non credono alla risurrezione (vedere Atti 23:8), ma il Signore al vers. 26 chiude loro la bocca per mezzo della Parola. La risurrezione è doppiamente attestata dalle Scritture e dalla potenza di Dio che ha risuscitato Cristo (vers. 24). Tuttavia è probabile che nessun’altra verità sia stata più attaccata dall’incredulità degli uomini (vedere Atti 17:32 e 26:8). Ora, come lo dimostra Paolo in 1 Corinzi 15, si tratta del fondamento stesso del cristianesimo, che non si può toccare senza che tutta la nostra fede crolli.

Contrariamente ai disputatori precedenti, vi è rettitudine e intelligenza nello scriba che interroga il Signore riguardo al comandamento primo fra tutti. L’amore, risponde Gesù; ecco il primo comandamento: l’amore per Dio e per il prossimo che costituisce l’adempimento della legge (Romani 13:10; Galati 5:14).

Cari amici, non dovremmo noi amare Dio molto più d’Israele, noi che siamo stati cercati quando eravamo più lontani di loro (di mezzo alle nazioni, estranei alle promesse) e condotti più vicino nella relazione di figli del Dio d’amore? (Efesini 2:13)




Marco

Capitolo 12, versetti da 35 a 44

Ora è Gesù che presenta un quesito imbarazzante ai suoi interlocutori. Come può il Cristo essere ad un tempo figlio e signore di Davide? (vedere Salmo 89:3,4,23,36). Non sanno spiegarlo, e il loro orgoglio impedisce loro di chiedere la risposta a Cristo stesso. Poiché è a causa del suo rigettamento che il Figlio di Davide occuperà la posizione celeste che il Salmo 110 gli attribuisce.

Per mettere il popolo in guardia contro i suoi capi indegni, il Signore fa in seguito un triste ritratto degli scribi, vanitosi, cupidi e ipocriti. Ahimè! quei dati hanno talvolta caratterizzato altri cleri oltre a quello d’Israele (1 Timoteo 6:5).

Il versetto 41 ci mostra Gesù seduto dirimpetto alla cassa delle offerte del Tempio. Con lo sguardo penetrante che gli abbiam già visto volgere su tutto e su tutti, Egli osserva non quanto (la sola cosa che interessa gli uomini) ma come ognuno dà al tesoro del Tempio. Ed ecco quella povera vedova che s’avvicina col suo commovente obolo: i pochi centesimi che le rimanevano per vivere. Commosso, il Signore chiama i discepoli e commenta quel che ha visto. Ah! quell’offerta straordinaria — «tutto ciò che possedeva» — mostrava non soltanto l’affetto di quella donna per l’Eterno e per la Sua Casa, ma anche la totale fiducia che ella aveva messo in Dio per sopperire ai suoi bisogni materiali (parag. con 1 Re 17:13).




Marco

Capitolo 13, versetti da 1 a 13

I discepoli sono impressionati dalla grandezza e dalla bellezza esteriore degli edifici del tempio. Ma il Signore non guarda «all’apparenza» (1 Samuele 16:7 e Isaia 11:3). Egli era entrato in quel tempio e aveva constatato l’iniquità che lo riempiva (cap. 11:11). Così la sua vista si dirige al di là, sugli avvenimenti che, pochi anni dopo il suo rigettamento, condurranno alla rovina la città colpevole. La storia ci insegna che nell’anno 70, Gerusalemme subì un assedio spaventevole e una distruzione quasi totale dagli eserciti di Tito. Questo castigo terribile non avvenne senza provare molto la fede dei credenti così affezionati alla città santa. Ma Gesù li aveva incoraggiati in anticipo per mezzo delle parole che abbiamo qui.

Quanti figli di Dio attraversando le persecuzioni hanno fatto in quell’occasione meravigliose esperienze! Nel momento di rendere testimonianza, ciò che avrebbero dovuto dire sarebbe stato loro dettato dallo Spirito Santo. È stato così di Pietro quando fu condotto davanti ai capi, agli anziani e ai sacerdoti al capitolo 4 degli Atti (vers. 8) e di Stefano (al cap. 7:55). Ma, nella nostra misura e secondo i nostri bisogni, possiamo pure noi realizzare la potenza dello Spirito Santo.




Marco

Capitolo 13, versetti da 14 a 37

La Chiesa non dovrà attraversare le terribili tribolazioni che il residuo Giudeo conoscerà (Apoc. 3:10). Basandosi su questa certezza, temiamo nondimeno di cadere nel sonno spirituale al quale siamo così pericolosamente esposti nella lunga ed esercitante lotta morale di questo mondo. Pensiamo al ritorno imminente del Signore, e riceviamo le serie esortazioni di questo capitolo. Una breve parabola ci presenta il Signore come un padrone di casa che si è assentato dopo aver lasciato la sua proprietà alla responsabilità dei suoi servitori. Ognuno di loro ha ricevuto «il compito suo», preciso, particolare. E il Padrone non ha messo neppure restrizioni riguardo alla varietà dei doveri da compiere. Il Signore ha preparato per i suoi un numero illimitato di vari servizi (Rom. 12:6-8). L’ordine di vegliare ricevuto dal portinaio (fine del vers. 34) s’indirizza ugualmente «a tutti»... dunque a me e a voi (vers. 37). E, cosa notevole, è sulla parola «vegliate» che termina in Marco il ministerio di Gesù. Riponiamola nel cuore, come si conserva preziosamente l’ultima raccomandazione d’una persona cara che ci ha lasciati... ma che ritornerà!




Marco

Capitolo 14, versetti da 1 a 16

Mentre il Signore procede nel suo cammino verso la morte, i sentimenti dei cuori si manifestano. Odio da parte dei capi dei popolo che complottano a Gerusalemme, affetto nella casa amica di Betania! E quella donna il cui nome non è qui rivelato (vedere Giovanni 12:3) compie a Suo riguardo «un’azione buona», frutto d’un amore intelligente. Preziosa illustrazione del culto di adorazione dei figli di Dio! Essi riconoscono in un Salvatore disprezzato dal mondo, Colui che è degno di ogni lode; e gli esprimono per mezzo dello Spirito Santo, e nel sentimento della loro propria indegnità, quell’adorazione che è un profumo di gran pregio per il suo cuore. Le critiche, certo, non mancano, anche da parte di certi credenti che pongono la beneficenza (vers. 5), o il servizio verso le anime, prima di qualsiasi altra attività cristiana. Senza trascurare queste cose, non dimentichiamo che la lode è il primo dei nostri doveri. E accontentiamoci dell’approvazione del Signore per compiere con umiltà questo santo servizio dell’adorazione, il solo che sia volto direttamente verso Lui e per l’eternità.

I versetti 10 a 16 ci mostrano le disposizioni che prendono i discepoli per preparare la pasqua... e Giuda per tradire il suo Maestro.




Marco

Capitolo 14, versetti da 17 a 31

È il momento dell’ultima cena. In quest’ora intima degli addii, in cui Gesù vorrebbe lasciar parlare liberamente i suoi affetti, qualcosa opprime l’anima sua. Non è il momento della croce che s’avvicina, ma l’indicibile tristezza di sapere che, in mezzo ai dodici, vi è un uomo che ha venduto a Satana la propria anima. «Uno di voi... mi tradirà». A loro volta i discepoli si attristano e s’interrogano; non hanno qui la fiducia in se stessi che apparirà ai versetti 29 e 31 nelle loro pretese di devozione, in particolare da parte di Pietro.

Dopo che il traditore è uscito, il Signore istituisce il santo pasto del ricordo. Benedice, spezza il pane e lo distribuisce ai suoi; prende il calice, rende grazie e lo porge loro. E spiega loro la portata di quei simboli semplici eppure solenni per i grandi fatti di cui perpetuano il ricordo: il suo corpo dato, il suo sangue sparso, fondamenti incrollabili della nostra fede. Amico, non avresti desiderato trovarti in quella stanza accanto al tuo Salvatore? Allora, perché non ti unisci a quelli che oggi, nonostante la loro debolezza, compiono ciò che il Signore ha loro espressamente chiesto in attesa del suo ritorno?

Poi Gesù canta con gli undici discepoli e si reca al giardino degli Olivi.




Marco

Capitolo 14, versetti da 32 a 54

Ora, Colui che ha preso la forma di servo mostrerà fin dove arriva la sua ubbidienza: fino alla morte, la morte della croce (Filippesi 2:7 e 8)! Satana fa di tutto per far uscire Gesù dal suo sentiero di perfezione. In questa lotta decisiva, la sua arma è l’abbattimento del cuore del Signore, che valuta tutto l’orrore del calice dell’ira di Dio contro il peccato. Ma l’arma di Gesù è la sua dipendenza. «Abba, Padre», Egli dice, cosciente del valore di quell’inesprimibile comunione che dovrà essere interrotta sulla croce quando berrà il calice. Ma proprio il suo amore senza riserve per il Padre comporta un’ubbidienza senza riserve: «Non quello che io voglio, ma quello che tu vuoi».

In presenza d’una simile lotta, com’è colpevole il sonno dei discepoli! Poco tempo prima il loro Maestro li aveva esortati a vegliare e a pregare (cap. 13:33). Ora lo chiede loro con insistenza a tre riprese. Invano; ma Egli è pronto.

Ecco il traditore che s’avanza con quelli che vengono per prenderlo. Allora tutti l’abbandonano e se ne fuggono, compreso quel giovane avvolto in un panno lino sul nudo, immagine di una professione esteriore che non regge alla prova.




Marco

Capitolo 14, versetti da 55 a 72

In piena notte, il palazzo del sommo sacerdote è in gran fermento. Gesù è davanti ai suoi accusatori. Falsi testimoni fanno delle deposizioni che non s’accordano. Ma Egli non si difende. È condannato, schiaffeggiato, battuto; gli sputano sul viso. Il nostro adorabile Salvatore accetta tutti questi oltraggi previsti dalla profezia (Isaia 50:6).

Purtroppo, un’altra scena si svolge nel cortile del palazzo. Pietro non aveva creduto al suo Maestro e lo aveva rassicurato dicendogli: «Non ti rinnegherò» (vers. 31). Poco dopo non l’aveva ascoltato per vegliare e pregare al Getsemani. Il motivo della sua sconfitta sta in questo. Tuttavia il Signore aveva avvertito i suoi che «la carne è debole» (vers. 38). Ma era una verità che Pietro non era pronto ad accettare, e così deve farne l’amara esperienza. Ciò che non vogliamo imparare col Signore ricevendo umilmente la sua Parola, forse saremo costretti a impararlo dolorosamente avendo a che fare con il Nemico delle anime nostre.

Per confermare meglio di non conoscere «quell’uomo», il povero Pietro proferisce delle imprecazioni e dei giuramenti. Non giudichiamolo troppo severamente; pensiamo piuttosto in quanti modi possiamo rinnegare il Signore se non vegliamo: per mezzo dei nostri atti, per mezzo delle nostre parole o... per mezzo del nostro silenzio quando dovremmo testimoniare di Lui.




Marco

Capitolo 15, versetti da 1 a 21

L’opera di morte deve, essa pure, compiersi subito (vers. 1). Incalzati dall’avvicinarsi della Pasqua e nella loro fretta di finirla con quel prigioniero che ispirava loro timore, i capi del popolo non perdono un istante. Conducono Gesù a Pilato dopo avergli legato quelle mani che avevano guarito tante miserie e che non avevano mai fatto altro che il bene. Davanti al governatore romano, il Salvatore anche adesso non apre bocca; è il silenzio di cui i Salmi 38:13 a 15 e 39:9 rivelano i meravigliosi motivi. La sua preghiera dice allo stesso tempo: «In te io spero, o Eterno... Tu risponderai, o Signore, Dio mio...» e: «sei Tu che hai agito».

Sotto la pressione dei capi sacerdoti, tutto il popolo nella sua cieca follia esige con gran grida che sia messo in libertà il micidiale Barabba e sia crocifisso il suo Re. Allora Pilato, volendo accontentare la folla, libera il criminale e condanna Colui di cui riconosce l’innocenza. Ecco fin dove può giungere il desiderio di compiacere agli uomini (Giov. 19:21)!

I soldati brutali si beffano, fingendo di sottomettersi a Colui che è in loro potere (perché si è dato volontariamente). E l’uomo corona il suo Creatore di spine, le spine che la terra aveva prodotto come conseguenza del peccato dell’uomo (Genesi 3:18).




Marco

Capitolo 15, versetti da 22 a 41

L’uomo compie il più infame di tutti i delitti. Crocifigge il Figlio di Dio e non gli risparmia nessuna sorta di sofferenza e d’umiliazione. Il Salvatore è sul legno infamante dove lo trattiene il suo amore per il Padre e per gli uomini, insultato e provocato, come le Scritture lo preannunciavano (v. 28; Isaia 53:12). Il mondo lo respinge (condannando così se stesso), ma ecco che anche il cielo è chiuso, come lo esprime il grido nella sua indicibile distretta: «Dio mio, Dio mio, perché m’hai abbandonato?». Il cielo è chiuso per Lui affinché possa aprirsi per noi. Poiché è per «condurre molti figli alla gloria» che il duce della nostra salvezza è stato reso perfetto per via di sofferenze (Ebrei 2:10). Questa pagina della santa Scrittura, sulla quale la nostra fede si riposa con adorazione, costituisce il meraviglioso documento che ci garantisce l’accesso al cielo di gloria; accesso il cui segno è dato dalla cortina del tempio squarciata in due, da cima a fondo. E il gran grido del Salvatore spirante è la prova ch’Egli depone da Sé la sua vità, in pieno possesso della sua forza. È l’ultimo atto d’ubbidienza di Colui che era venuto quaggiù per servire, soffrire e morire, dando la sua vita preziosa come prezzo di riscatto per molti (cap. 10:45).




Marco
 

Capitolo 15, versetti da 42 a 47
Capitolo 16, versetti da 1 a 8

Ora che le sofferenze della croce sono passate, Dio si compiace di mettere in rilievo la premura e i riguardi di alcune anime devote che hanno onorato il suo Figlio. In primo luogo Giuseppe d’Arimatea, che chiede a Pilato il corpo di Gesù e si occupa piamente della sua sepoltura. Poi, l’alba della risurrezione ci mostra tre donne che si affrettano ad andare al sepolcro. Erano fra quelle che «lo seguivano e lo servivano» prima di assistere con dolore alla scena della croce (15:40 e 41). Nel loro desiderio di compiere un ultimo servizio a Colui che esse pensano di aver perduto, portano degli aromi per imbalsamare il suo corpo. Ma devono rendersi conto dell’inutilità di quei preparativi, poiché un angelo annunzia loro la gloriosa notizia: Gesù è risuscitato.

C’è un’altra donna che non troviamo al sepolcro: quella che al capitolo 14:3 aveva unto i piedi di Gesù con un profumo. È forse mancanza d’affetto da parte sua? No, ella aveva dato prova del contrario; ma aveva saputo discernere il momento di spandere il suo profumo. Ricordiamoci che la dedizione dell’amore è tanto più preziosa al cuore del Signore quando è accompagnata dal discernimento della sua volontà e dall’ubbidienza alla sua Parola.




Marco

Capitolo 16, versetti da 9 a 20

L’opera del santo Servitore di Dio in questo mondo è terminata (vedere Giovanni 17:4). Sono i discepoli che ora devono compiere la loro, seguendo le istruzioni dei vers. 15 a 18, e il grande esempio che hanno avuto sott’occhio.

L’Uomo Cristo Gesù risuscitato prende posto nel cielo che, all’inizio del vangelo, si era aperto perché lo Spirito scendesse su Lui. Approvato da Dio nella sua vita e nella sua morte, Egli occupa ormai alla destra della Maestà il posto glorioso del perfetto riposo che gli spetta. Ma è là come Colui che distribuisce ai suoi il lavoro da fare. Il servizio è un privilegio eterno che il suo amore ci dà. Il Signore resta dunque servitore per sempre (Esodo 21:6; Luca 12:37), cooperando ora con i discepoli, e accompagnandoli con la sua potenza (vers. 20; vedere anche Ebrei 2:4). E noi, credenti, impegnati a nostra volta per il breve tempo della vita sul sentiero dell’ubbidienza ove il nostro Signore ha camminato per primo, siamo i testimoni dello stesso evangelo (vers. 15) e possiamo contare sulle stesse cure del suo amore. Ci sia dato di assomigliargli di più e di servirlo aspettandolo.




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