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Piccolo commentario del Nuovo Testamento

Evangelo secondo Luca

Jean Koechlin

Indice:
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Luca

Capitolo 1, versetti da 1 a 17

L’Evangelo secondo Luca è quello che, per così dire, avvicina maggiormente il Signore Gesù a noi, poiché ce lo fa ammirare nella sua perfetta umanità. Dio ha scelto Luca, il «medico diletto» e fedele compagno di Paolo fino alla fine (Colossesi 4:14; 2 Timoteo 4:10), per darci questa rivelazione che si presenta sotto la forma di un’esposizione destinata ad un certo Teofilo (il nome significa «colui che ama Dio»).

L’Evangelista descrive con una cura particolare come Gesù ha rivestito la nostra umanità ed ha fatto il suo ingresso nel mondo. Certo, sarebbe potuto apparire quaggiù in età adulta, ma Egli ha voluto vivere interamente la nostra storia, dalla nascita fino alla morte, alla gloria di Dio.

L’inizio del racconto ci mostra Zaccaria, un pio sacerdote, che compie il suo servizio nel tempio. Mentre esercita il sacerdozio in quel luogo solenne, si accorge improvvisamente di non essere più solo e si spaventa. Un angelo è ritto accanto all’altare dei profumi, latore d’un messaggio divino: Zaccaria ed Elisabetta avranno un figlio. Messo da parte per Dio fin dalla nascita, quel figlio sarà un grande profeta, incaricato di preparare Israele alla venuta del suo Messia (confr. v. 17 e Malachia 4:5,6).




Luca

Capitolo 1, versetti da 18 a 38

Di fronte a «questa buona notizia» (v. 19), il cuore di Zaccaria resta incredulo; eppure, non era l’esaurimento delle sue preghiere? (v. 13). Anche a noi capita di non aspettarci più dal Signore ciò che gli abbiamo domandato! Per dipanare i dubbi di Zaccaria, il messaggero celeste rivela il proprio nome: Gabriele, che significa Dio è potente. Sì, la Sua parola si compirà, malgrado i tristi ragionamenti con cui è stata accolta. Zaccaria sarà muto fino alla nascita del figlio mentre sua moglie Elisabetta, oggetto della grazia divina, si nasconderà con modestia per non attirare l’attenzione su di sé.

Poi, l’angelo Gabriele viene incaricato d’una missione ancor più straordinaria: quella di annunciare a Maria, vergine d’Israele, che sarà la madre del Salvatore; avvenimento meraviglioso, infinito nelle sue conseguenze! Si può capire il turbamento e l’emozione che colgono la giovane donna; ma, nonostante le sue obiezioni, la domanda del v. 34 non è, come quella di Zaccaria al v. 18, la richiesta d’un segno, conseguenza dell’incredulità. Maria crede e si sottomette completamente alla volontà divina: «Ecco, io son l’ancella del Signore...» Non è forse la stessa risposta che si aspetta da noi Colui che ci ha riscattati?




Luca

Capitolo 1, versetti da 39 a 56

Impaziente di condividere il felice messaggio con colei di cui l’angelo le ha appena parlato, Maria si reca dalla sua parente Elisabetta. Che colloquio ha luogo allora tra queste due donne! Il loro dialogo illustra Malachia 3:16: «Allora quelli che temono l’Eterno si son parlati l’uno all’altro...». Ciò che le occupa è la gloria di Dio, il compimento delle sue promesse, le benedizioni accordate alla fede. Abbiamo anche noi simili argomenti di conversazione quando ci incontriamo con altri figli di Dio?

«Beata è colei che ha creduto... » esclama Elisabetta; e Maria risponde: «Lo spirito mio esulta in Dio mio Salvatore» (v. 47). Questo basta a provare che Maria non sarà salvata in altro modo che per fede. Peccatrice come gli altri, aveva bisogno come tutti gli uomini del Salvatore che sarebbe nato da lei. Ed aggiunge: «Egli ha riguardato alla bassezza della sua ancella» (v. 48). Malgrado l’eccezionale onore che Dio le fa, Maria resta al suo posto davanti a Lui. Che cosa penserebbe del culto che le è oggi reso dalla cristianità?

«Egli ha rimandato a vuoto i ricchi». Dio rimanda a vuoto solo coloro che si sono riempiti di loro stessi. Notiamo quanto il bel cantico di Maria assomigli a quello di Anna (1 Samuele 2).




Luca

Capitolo 1, versetti da 57 a 80

Elisabetta mette al mondo colui che diventerà il profeta dell’Altissimo (v. 76). Vicini e parenti si rallegrano con lei. Osservate come la gioia riempia questi capitoli (1:14, 44, 47, 58; 2:10). È questa l’occasione per Zaccaria di mostrare la sua fede confermando il bel nome di questo figlio (Giovanni significa «favore dell’Eterno»). Subito gli viene restituito l’uso della parola, e le sue prime parole sono per lodare e benedire Dio. Ripieno dello Spirito Santo, Zaccaria celebra la grande liberazione che l’Eterno attuerà in favore del suo popolo. Ma quanto può salire più in alto il nostro cantico cristiano! Mediante la venuta di Cristo e la sua opera sulla croce, Dio ci ha liberati non da nemici terreni, ma dal potere di Satana! Essendo così «affrancati», è anche nostro privilegio servire il Signore «senza paura, in santità e giustizia, nel suo cospetto, tutti i giorni della nostra vita» (v. 74, 75).

«L’Aurora dall’alto ci visiterà», aggiunge Zaccaria. Ai tempi di Ezechiele, la gloria se n’era andata in direzione dell’Oriente. Ed ora, adorabile mistero, questa gloria divina torna a visitare il popolo impotente e miserabile (v. 79); e questa volta, non più sotto forma di nuvola abbagliante, ma in un umile, piccolo bambino.




Luca

Capitolo 2, versetti da 1 a 20

A sua insaputa, l’imperatore Augusto fu uno degli strumenti di cui Dio si servì per compiere i suoi meravigliosi disegni. Sconosciuti a tutti, Giuseppe e Maria si recano a Betleem, ed è lì che ha luogo la nascita del Signore. Ma che ingresso ha fatto quaggiù il Figlio di Dio! Guardatelo: riposa in una mangiatoia perché non c’è posto per Lui nell’albergo! La sua venuta disturba il mondo. Quanti cuori assomigliano a questo albergo. Non c’è posto per il Signore Gesù.

La buona novella non è annunciata a persone importanti, ma ad umili pastori: «V’è nato un salvatore»; è nato per loro e per noi. Se il mondo non si preoccupa della nascita del Salvatore, tutto il cielo celebra questo incomparabile mistero. «Colui che è stato manifestato in carne... è apparso agli angeli» (1 Timoteo 3:16). Essi rendono gloria a Dio nel loro magnifico coro, e annunciano la pace sulla terra e il gradimento di Dio fra gli uomini (confr. Proverbi 8:31). Grazie al segno che è stato loro dato, i pastori trovano il bambino, comunicano ciò che hanno appena visto e udito e, a loro volta, rendono gloria a Dio (v. 20). Uniamo la nostra riconoscenza e la nostra lode alla loro!




Luca

Capitolo 2, versetti da 21 a 38

Nei riguardi del bambino è stato fatto tutto quello che prescriveva la legge del Signore. Il nome del Signore, riferito a Dio, è ripetuto quattro volte nei v. 22 a 24, come per affermare i diritti divini su questo bambino ed il compimento della volontà di Dio fin dalla sua nascita. Il sacrificio offerto nel tempio, due tortore o due piccioni, mette in evidenza la povertà di Giuseppe e Maria (leggere Levitico 12:8); e anche questa volta, il Liberatore d’Israele non è mostrato alle persone principali del popolo, ma a due vecchi umili e timorati servitori di Dio: Simeone e Anna. A che titolo è loro accordato questo favore? Perché l’aspettavano!

Lo Spirito guida Simeone nel tempio e gli indica Colui che è «la consolazione d’Israele» (v. 25), la salvezza di Dio, la luce delle nazioni e la gloria del popolo. Egli vede coi suoi occhi e tiene fra le braccia questo bambino, che rappresenta tutto per la sua fede. Rende grazie a Dio, e poi annuncia che Gesù sarà la «pietra d’intoppo» per manifestare lo stato dei cuori (Isaia 8:14); così è anche oggi.

A sua volta Anna, donna di preghiera e fedele testimone, sopraggiunge e si unisce alla lode. Non abbandonando il tempio, essa realizza il v. 4 del Salmo 84. Infine, nell’abbondanza del suo cuore (Matt. 12:34) parla di Lui; che bell’esempio per noi!




Luca

Capitolo 2, versetti da 39 a 52

Questo passo è molto importante: è l’unica notizia che Dio abbia giudicato utile di farci avere sull’infanzia e la giovinezza del Signore Gesù. Abbiamo qui, soprattutto per i giovani e i bambini, il Modello per eccellenza. Egli è perfetto nelle sue relazioni col Padre celeste, i cui «affari» oltrepassano, per la loro importanza, ogni altra considerazione, e perfetto anche nei rapporti coi dottori del Tempio; pur essendo infinitamente più saggio di tutti loro, non insegna, ma li ascolta e fa loro delle domande, unico atteggiamento che convenga alla sua età. Ma è perfetto anche nelle relazioni coi suoi genitori: stava loro sottomesso, precisa il v. 51, perché non si pensi ch’Egli fosse sfuggito loro per insubordinazione. Lui, che aveva coscienza della sua sovranità di Figlio di Dio, si è piegato ad una completa ubbidienza fin dalla più giovane età nella casa dei suoi genitori.

Sottolineiamo, infine, l’assiduità del bambino Gesù al Tempio, e il suo precoce interesse per le verità divine. Nient’altro l’attirava nell’illustre città di Gerusalemme, visitata probabilmente per la prima volta. Che valore attribuiamo noi alla presenza del Signore e al suo insegnamento?




Luca

Capitolo 3, versetti da 1 a 14

Le strade d’un tempo erano così brutte che bisognava ripararle e risistemarle ogni volta che il corteo d’un alto personaggio doveva passare. Visto in un senso morale, questo è il servizio di Giovanni Battista. Incaricato di preparare la venuta del Messia, egli avverte i Giudei che la loro qualità di «figli d’Abrahamo» non basta a metterli al riparo dall’ira di Dio. Ciò che Dio reclama da loro è il pentimento accompagnato da veri frutti. O il pentimento o l’ira: questa è la scelta lasciata ad Israele, e a ogni uomo.

Persone appartenenti a classi differenti si rivolgono a Giovanni, gli uni dopo gli altri; ed egli ha qualcosa da dire ad ognuno di loro da parte di Dio. Così, la Parola risponde a gente di tutte le condizioni e in tutte le circostanze.

Si presentano dei soldati, che s’aspettavano forse di essere arruolati per il Messia in un esercito di liberazione dal giogo romano. La risposta di Giovanni deve averli sorpresi (v. 14). Non pensiamo che il Signore abbia bisogno di noi per compiere azioni clamorose; ciò che si aspetta da parte nostra è una testimonianza d’onestà, di dolcezza e di soddisfazione nella situazione in cui ci troviamo (1 Corinzi 7:24).




Luca

Capitolo 3, versetti da 15 a 38

Giovanni ha esortato ed evangelizzato il popolo (v. 18). Messaggero fedele qual era, ha parlato di Cristo e della sua potenza. Ora è messo da parte, avendo terminato il suo compito. Che bell’esempio per noi che desideriamo servire il Signore! Non abbiamo il potere di convertire nessuno, ma la nostra vita e le nostre parole devono preparare le persone che ci conoscono a ricevere il Signore Gesù.

Gesù, dunque, appare. In grazia, prende posto con quelli del suo popolo, fin dai loro primi passi, nel buon cammino: si fa battezzare, prega (Luca è l’unico a ricordarlo), e, come risposta divina, lo Spirito Santo scende su Lui. Nello stesso tempo, la voce del Padre si rivolge a Lui, personalmente (in Matteo 3:17 è per i presenti): «Tu sei il mio diletto Figliuolo; in te mi sono compiaciuto». Che anche noi possiamo trovare tutto il nostro piacere in Lui!

La genealogia del Signore, attraverso Maria, risale ad Adamo e a Dio, attestando la sua qualità di Figlio dell’uomo e, nello stesso tempo, di Figlio di Dio. Matteo 1:1-17 stabilisce invece il suo titolo di Figlio di Davide e d’Abramo, erede delle promesse divine fatte ad Israele.




Luca

Capitolo 4, versetti da 1 a 15

La tentazione del Signore avviene nel deserto, lo stesso luogo in cui Israele aveva moltiplicato i mormorii e le concupiscenze (Salmo 106:14). Il primo attacco del nemico è l’occasione per Gesù di ricordare questa verità fondamentale: l’uomo ha un’anima che ha bisogno di nutrimento, rappresentato dalla Parola di Dio assaporata nell’obbedienza. Poi, a quest’uomo perfettamente sottomesso, Satana offre tutti i regni del mondo e la loro gloria. Quanti hanno venduto la loro anima per molto meno! Il mondo fa infatti parte dell’eredità destinata al Signore Gesù. Ma sia che si tratti di tutta la terra o d’un semplice pezzo di pane, Cristo non voleva ricevere nulla da nessuno se non dalla mano del Padre (Salmo 2:8).

Allora Satana insinua per la seconda volta: «Se tu sei Figliuolo di Dio...» (v. 3 e 9), come se la cosa dovesse essere provata. Era mettere in dubbio ciò che il Padre aveva appena proclamato in modo solenne (3:22); era tentare Dio.

Gesù non avrebbe potuto essere un modello per noi se avesse vinto il diavolo in virtù della Sua potenza divina; qui Egli trionfa con le armi che sono a disposizione di ogni uomo: una completa sottomissione a Dio, un’obbedienza assoluta alla Sua Parola ed una fiducia incrollabile nelle Sue promesse.




Luca

Capitolo 4, versetti da 16 a 30

Vediamo iniziare il ministerio del Signore a Nazaret, luogo in cui fu cresciuto. La nostra testimonianza inizia a casa, nel nostro ambiente. Avremmo forse più coraggio di andare ad evangelizzare i pagani che prendere posizione davanti a quelli che ci conoscono?

Nella sinagoga, il divino Dottore legge il passo d’Isaia che lo presenta come il Messaggero della grazia, che proclama ai prigionieri l’apertura del carcere e la loro liberazione (vedi Isaia 61:1 e 42:7). Se qualcuno venisse ad annunciare a dei prigionieri l’amnistia e la libertà, immaginiamo che alcuni possano preferire la prigionia? che altri osino contare piuttosto sulla propria innocenza per essere liberati per vie legali? o che molti dicano: non è per me, sono troppo colpevole? o addirittura rifiutino di credere al messaggio di grazia? Sarebbero atteggiamenti insensati, molto improbabili! Eppure sono molto frequenti fra coloro che rifiutano la salvezza. Tuttavia, molti prigionieri di Satana accolgono con gioia la liberazione che viene loro offerta. A quali di questi prigionieri assomigliate? La triste fine di quest’episodio ci mostra in che modo gli abitanti di Nazaret, figura di tutto il popolo d’Israele, abbiano accolto queste buone notizie!




Luca

Capitolo 4, versetti da 31 a 44

Cacciato da Nazaret, Gesù prosegue il suo ministerio a Capernaum. Insegna e guarisce con un’autorità che non avrebbe assolutamente stupito gli uomini (v. 32, 36) se avessero voluto riconoscere in Lui il Figlio di Dio. Ma se gli uomini si stupiscono, i demoni non si sbagliano; Giacomo 2:19 dice che essi credono e tremano; mentre il Signore era quaggiù, la loro attività si raddoppiava per ostacolare la Sua. Egli incontrava questi spiriti immondi persino nella sinagoga, ma non permetteva loro di rendergli testimonianza.

I v. 38 e 39 ci raccontano la guarigione della suocera di Simone. Gesù si china affettuosamente sulla malata, poiché Egli si occupa dei nostri mali «da vicino». In che modo questa donna fa uso della salute che ha appena riavuto? In un modo che parla a tutti noi: «Prontamente, si mise a servirli».

Pur essendo estraneo a questo mondo, Gesù non era però estraneo alle sue pene ed alle sue miserie. La sera non interrompe la sua meravigliosa attività, e fin dal mattino è pronto a riprenderla, perché ha trascorso un momento in disparte, solo con Dio. Questa sottomissione non si lascia fermare dalle folle che cercano di trattenerlo.




Luca

Capitolo 5, versetti da 1 a 11

Si tratta del noto racconto della pescata miracolosa, e d’un avvenimento ancor più meraviglioso: la conversione di Simone. Cosa fa lui mentre il divino Maestro ammaestra le folle? Lava le reti sporcate dal lavoro infruttuoso della notte precedente. Gesù lo obbliga ad ascoltare; gli chiede di portarlo sul lago, in modo da potersi rivolgere, dalla barca, alla moltitudine radunata sulla riva e, nello stesso tempo, proprio a lui che si trova al suo fianco! Poi il Signore parla ancora in un altro modo a Simone e ai suoi compagni: lo fa riempiendo le loro reti e facendosi così conoscere come «il Signore dell’universo», Colui che comanda ai pesci del mare secondo il Salmo 8:6,8 e che può tutto anche dove l’uomo non può nulla. Colto da timore, convinto di peccato per la presenza del Signore, Simone si getta ai suoi ginocchi esclamando: «Dipartiti da me...» Ma è forse per ritirarsi da lui che il Salvatore pieno d’amore ha cercato il peccatore?

Luca è l’unico a raccontare quest’incontro decisivo del Signore col suo discepolo Pietro. Nel libro degli Atti, Pietro, divenuto pescatore d’uomini, è lo strumento d’una miracolosa «pescata» di circa tremila anime (Atti 2:41)!




Luca

Capitolo 5, versetti da 12 a 26

Un uomo pieno di lebbra viene a Gesù, riconoscendone la potenza, ed è guarito dalla volontà del Suo amore.

Il v. 16 ci rivela nuovamente il segreto di quest’Uomo perfetto: la sua vita di preghiera. La perfezione, per un uomo, consiste nel realizzare una completa dipendenza da Dio, e questa dipendenza trova la sua espressione nella preghiera. Ed è per questo che Luca ci mostra in ogni momento il nostro incomparabile Modello che attende a questa occupazione benedetta (3:21; 5:16; 6:12; 9:18,29; 11:1; 22:32,44).

Assistiamo, in seguito, al considerevole sforzo fatto da quattro persone per mettere un povero paralitico in contatto con Gesù (Marco 2:3). Che questo zelo e questa fede perseverante possano incoraggiarci! Possiamo così portare al Signore (mediante la preghiera) coloro la cui conversione ci sta a cuore, ed invitarli, forse, ad accompagnarci alle riunioni dell’assemblea, dove Egli ha promesso la sua presenza.

In questi capitoli 4 e 5 il peccato ci viene presentato sotto differenti aspetti: come potenza di Satana negli indemoniati (4:33,41); come contaminazione e sozzura nel lebbroso; infine come stato di morte davanti a Dio (il paralitico). Gesù è venuto a rispondere a questi tre caratteri: Egli è colui che libera, purifica e restituisce all’uomo l’uso delle sue facoltà.




Luca

Capitolo 5, versetti da 27 a 39

Levi (o Matteo: Matteo 9:9) è al suo lavoro quando la voce di Gesù lo chiama. Lascia tutto, si alza e lo segue. Poi riceve il Signore a casa sua assieme ai vecchi colleghi, per dar loro l’occasione di incontrare il suo nuovo Maestro. Che anche i nostri inviti possano avere questo scopo! Questi pubblicani, esattori d’imposte, erano odiati dagli altri Giudei perché si arricchivano a loro spese e traevano un profitto personale dalla dominazione dei Romani. Da qui deriva l’indignazione degli scribi e dei Farisei nel vedere Gesù e i suoi discepoli in compagnia di questi rinnegati. Quante persone sono portate a ritirarsi più dai peccatori che dal peccato! In risposta a questi mormorii, Gesù si fa conoscere come il grande medico delle anime. Come il dottore non si reca dalla gente sana (o che si crede tale), così il Signore può occuparsi solo di quelli che riconoscono il loro stato di peccato.

Poi gli scribi e i Farisei sollevano la questione del digiuno. Gesù risponde loro che questo segno di tristezza non era adatto mentre Lui, lo Sposo, era in mezzo a loro. Del resto, la schiavitù della legge di Mosè e degli ordinamenti non s’accorda con la libertà e la gioia che la grazia porta (v. 36, 37).




Luca

Capitolo 6, versetti da 1 a 19

Il Signore Gesù era venuto per introdurre un nuovo ordine di cose. Ma Israele trovava migliore l’antico regime della legge. L’uomo preferisce gli ordinamenti perché gli permettono di glorificarsi nel momento in cui li rispetta anche solo in parte; mentre la grazia lo umilia, considerandolo un essere perduto. Per questo motivo i Giudei ci tenevano al sabato, e il Signore dà a questo proposito due lezioni ai Farisei: l’una tratta dalle Scritture e dalla storia d’Israele (v. 3,4), l’altra dal suo esempio d’amore (v. 9,10). L’unico effetto che ha sui loro cuori è che ora tramano un complotto per sbarazzarsi di Lui!

Poi il Maestro designa i suoi apostoli; prima di farlo, però, prega una notte intera. Che importanza aveva quesa scelta per l’opera che doveva essere compiuta, in seguito! Il Signore Gesù conosceva il carattere naturale di tutti i suoi discepoli, ciò che ognuno doveva acquisire ed abbandonare... Li conosceva e li amava, così come conosce e ama noi (Giovanni 10:14, 27).

E poi, Colui che sapeva tutte le cose doveva prendere con Sé il traditore Giuda; ed anche in questa occasione trionfa la Sua perfetta sottomissione. Gesù era venuto per compiere le Scritture.




Luca

Capitolo 6, versetti da 20 a 38

Come ci sentiamo ripresi da questi insegnamenti del Maestro! Lasciamoli penetrare nei nostri cuori e, soprattutto, viviamoli! La maggior parte di queste parole si trova in Matteo 5 a 7; ma qui sono più personali. Non è scritto: «Beati quelli che...», ma «beati voi».

Il v. 31 riassume le esortazioni rivolte «a voi che ascoltate» (v. 27): «Come volete che gli uomini facciano a voi, fate voi pure a loro» (v. 31). Come sarebbero trattati bene i nostri simili se ubbidissimo a queste parole!

Tutti questi aspetti del Suo carattere sono estranei alla nostra natura orgogliosa, egoista e impaziente. Il Signore sottolinea che sono quelli di Dio stesso e che ci faranno riconoscere come i figli del Padre celeste, sulla terra (v. 35 e 36); infatti, non avremo l’occasione di manifestarli in cielo, poiché là non ci saranno più nemici da amare, né ingiustizie da sopportare, né miserie da lenire. La nostra responsabilità e il nostro privilegio sono di assomigliare a Gesù quaggiù, di riflettere la dolcezza, l’amore, l’umiltà, la pazienza del perfetto Modello «che, oltraggiato, non rendeva gli oltraggi; che, soffrendo, non minacciava...» (1 Pietro 2:21,23).




Luca

Capitolo 6, versetti da 39 a 49

Se un piccolo corpo estraneo si posa sulla lente d’un microscopio, non si può più vedere nulla. Ma per noi è il contrario; più grossa è la trave che abbiamo nell’occhio, più abbiamo la vista acuta per distinguere il bruscolo nell’occhio del nostro fratello!

Al v. 46, Gesù pone a tutti noi una domanda che deve farci riflettere: «Perché mi chiamate Signore, Signore, e non fate quel che dico?». Spesso siamo molto leggeri e sconsiderati nel pronunciare, nelle nostre preghiere, il nome del Signore Gesù. Non abbiamo il diritto di chiamarlo così se non siamo disposti a fare in ogni cosa la sua volontà (1 Giovanni 2:4). Molti figli di genitori cristiani hanno per grazia accettato Gesù Cristo come loro Salvatore; ma, finché non riconoscono anche la sua autorità di Signore, come si può dire che si sono veramente volti verso di Lui? Il vero cristianesimo consiste nel vivere non più per se stessi, ma per Colui che è morto per noi, servirlo ed aspettarlo (1 Tessalonicesi 1:9,10; 2 Corinzi 5:15).

Fondare le proprie speranze «sulla terra» significa andare incontro ad una grande rovina (v. 49). Andiamo a Gesù, ascoltiamo le sue parole e mettiamole in pratica (v. 47)!




Luca

Capitolo 7, versetti da 1 a 17

Che nobili sentimenti troviamo nel centurione di Capernaum: grande affetto per un semplice schiavo, benevolenza verso Israele, umiltà («io non son degno...» conf. v. 6), senso dell’autorità e del dovere acquisito mediante la vita militare (v. 8)... Tuttavia, non sono queste qualità morali che il Signore ammira; ma la sua fede. Gesù la cita ad esempio. La fede esiste solo attraverso l’oggetto sul quale essa si fonda: qui, è l’onnipotenza del Signore. Più l’oggetto sarà conosciuto nella sua grandezza, più grande sarà la fede. Che Cristo sia grande per il nostro cuore!

Avvicinandosi a Nain, il Signore e la folla che l’accompagna incrociano un altro corteo. Si tratta d’un funerale, come quelli che si vedono per le strade (Ecclesiaste 12:7); è un richiamo solenne al fatto che la morte è il salario del peccato. Ma questo funerale è particolarmente triste, perché si tratta dell’unico figlio d’una vedova. Mosso a compassione, Gesù comincia col consolare la povera madre. Poi tocca la bara (così come aveva toccato il lebbroso, cap. 5:13, senza esserne contagiato; conf. Numeri 19:11). Ed ecco che questo morto si siede e incomincia a parlare!

Non dimentichiamo che la confessione con la bocca è pur necessaria per dimostrare che la vita è in noi (Romani 10:9).




Luca

Capitolo 7, versetti da 18 a 35

Dalla prigione in cui Erode l’aveva rinchiuso (3:20), Giovanni Battista manda da Gesù due dei suoi discepoli per informarsi a suo riguardo. Dalla domanda che fa, traspaiono i suoi dubbi e il suo scoraggiamento. Aveva annunciato il regno, ed ha avuto la prigione! È veramente possibile che Gesù sia «colui che ha da venire»?

Molte persone, considerando lo stato attuale della Chiesa, la persecuzione dei credenti in tanti paesi, e l’indifferenza del mondo nei riguardi dell’Evangelo, cominciano a dubitare della potenza del Signore e del suo regno. Ma il regno non verrà stabilito prima del rapimento della Chiesa e del compimento degli avvenimenti previsti dalle profezie.

Le opere di Gesù risponderanno, esse stesse, alla domanda dei due messaggeri.

Giovanni aveva reso testimonianza al Signore. Ora è il Signore che, davanti alle stesse folle, rende testimonianza a Giovanni; e mostra con tristezza che brutta accoglienza il ministerio del precursore ed il suo hanno incontrato presso «questa generazione» pur così privilegiata (v. 31). Né i lamenti di Giovanni (i suoi inviti al pentimento) né il suono del flauto, ossia le buone notizie del Salvatore che dovevano produrre la gioia e la lode, avevano trovato eco presso la massa del popolo e nei suoi capi.




Luca

Capitolo 7, versetti da 36 a 50

Con sentimenti molto diversi da quelli del pubblicano Levi (cap. 5 v. 29), Simone il fariseo invita il Signore alla sua tavola. Pensava forse di riceverne dell’onore; Gesù gli darà, invece, un’umiliante lezione. Ecco che una donna, conosciuta per la sua vita di peccato, s’è introdotta nella casa, e spande ai piedi di Gesù, con l’omaggio del suo profumo, abbondanti lacrime di pentimento. Proprio questa peccatrice, e non il fariseo Simone, rinfresca e ristora il cuore del Signore! Poiché essa ha coscienza del suo grande debito verso Dio, e viene a Gesù nell’unico stato conveniente: con un cuore spezzato ed umiliato (Salmo 51:17). Prima di rivolgere a questa donna la parola di grazia che essa aspetta, il Signore ha «qualcosa da dire» a Simone, di cui conosce i pensieri segreti. Quante volte potremmo sentire il nostro nome al posto di quello di Simone. «Ho qualcosa da dire anche a te», dichiara il Maestro ad uno di noi: Tu ti paragoni forse ad altri che non hanno ricevuto come te un’educazione cristiana e ti senti migliore di loro; ma ciò che conta è l’amore che hai per me e le prove che mi vengono date.

Che possiamo discernere quanto ci è stato perdonato per amare di più il nostro Salvatore!




Luca

Capitolo 8, versetti da 1 a 15

Assieme ai suoi discepoli, alcune donne devote seguivano il Signore e l’«assistevano... coi loro beni». Ciò che queste hanno fatto per Gesù è menzionato dopo che ci è detto quello che Lui ha fatto per loro (v. 2).

I v. 4 a 15 contengono la parabola del seminatore e la sua spiegazione. Tre cose portano la sterilità del suolo: gli uccelli, figura del diavolo (v. 12); la roccia, immagine qui del cuore arido, impenetrabile ad ogni azione profonda e duratura; le spine, che simboleggiano il mondo con le sue preoccupazioni, le sue ricchezze e i suoi piaceri (v. 14). Tuttavia, anche il migliore dei terreni deve prima essere lavorato. Operazione, potremmo dire, dolorosa per il suolo che è spezzato, rimosso, rigirato, perché sia pronto a lasciar penetrare e germogliare la semenza. È così che Dio opera, spesso mediante delle prove, nella coscienza di quelli che vogliono ricevere la Parola.

Ma questo lavoro non può essere fatto nei primi tre terreni. È inutile lavorare una strada continuamente calpestata, ed è impossibile farlo sulla roccia. Quanto alle spine, è prima necessario un dissodamento, e le radici del mondo, nel cuore, sono spesso profondamente piantate.

Tutti i «terreni» odono la parola. Ma ritenerla e portare frutto con perseveranza è caratteristica della buona terra soltanto (v. 15).




Luca

Capitolo 8, versetti da 16 a 25

Non verrebbe in mente a nessuno, dopo aver acceso una lampada, di nasconderla sotto un vaso o sotto un letto. Noi siamo «figli di luce», e la nostra ragion d’essere quaggiù è di far brillare ben distintamente, nelle tenebre di questo mondo, le virtù di Colui che è Luce (v. 16; Matteo 5:14; 1 Pietro 2:9).

In occasione della venuta di sua madre e dei suoi fratelli, il Signore parla ancora di «quelli che ascoltano la parola di Dio e la mettono in pratica» (v. 21; 6:47). Solo loro possono avvalersi d’una relazione con Lui.

Il sonno di Gesù nella barca ce lo mostra come un uomo stanco per la sua giornata di lavoro. Ma, nell’istante successivo, l’ordine che impartisce al vento e alle onde ce lo fa conoscere come Dio sovrano. Colti da paura, i discepoli esclamano: «Chi è mai costui...?». Molte volte abbiamo udito questa domanda (v. 25; 5:21; 7:49). Un tempo Agur l’aveva posta: «Chi ha raccolto il vento nel suo pugno? Chi ha racchiuse l’acque nella sua veste?» (Proverbi 30:4). Colui che «comanda anche ai venti e all’acqua» e rivela la sua potenza ai discepoli che mancano di fede, è il Figlio di Dio, il Creatore. La Sua potenza oggi non è cambiata. Ma a che punto è la nostra fede?




Luca

Capitolo 8, versetti da 26 a 39

La potenza divina, di cui Gesù ha dato un’idea calmando la tempesta, si trova qui di fronte ad una violenza molto temibile: quella di Satana. Un esercito di demoni si era completamente impadronito della volontà di questo infelice Geraseno. Avevano già tentato, ma senza successo, di domarlo con ceppi e catene, immagine dei vani sforzi della società per frenare le passioni. Sempre nei sepolcri, questo posseduto era già moralmente un morto. Era nudo, cioè incapace, come Adamo, di nascondere a Dio il suo stato. Che quadro della decadenza morale della creatura! Ma che cambiamento quando interviene la liberazione del Signore (leggere Efesini 2:1-6)! Gli abitanti della città non possono che constatarlo. Essi trovano quest’uomo «che sedeva ai piedi di Gesù, vestito ed in buon senno». Sì, il riscattato trova pace e riposo solo presso al suo Salvatore; Dio lo riveste di giustizia e gli dà intelligenza per conoscerlo.

Ahimè! la presenza di Dio inquieta e disturba il mondo più della dominazione del diavolo.

L’indemoniato guarito vorrebbe accompagnare Gesù (confr. Filippesi 1:23); ma il Signore gli indica il suo campo di lavoro: la sua casa e la sua città, dove egli ha da raccontare tutto ciò che Gesù ha fatto per lui (Salmo 66:16).




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Capitolo 8, versetti da 40 a 56

Iairo, capo della sinagoga la cui figlia unica sta per morire, supplica Gesù di andare a casa sua. Non ha la stessa fede del centurione del cap. 7, il quale sapeva che una parola del Signore bastava perché il suo servitore fosse guarito, anche a distanza. Mentre Gesù sta andando, è toccato furtivamente da una donna che, in precedenza, aveva consultato, ma inutilmente, un gran numero di medici. Con la guarigione, il Signore vuole darle la certezza della pace; la obbliga così a farsi riconoscere.

Continuando la sua strada col padre angosciato, Gesù ha «una lingua esercitata», come è scritto in Isaia, per sostenerlo con un parola (v. 50; confr. 7:13 e Isaia 50:4). Avviene allora una scena straordinaria. Al richiamo del «Principe della vita» (Atti 3:15), la fanciulla si alza immediatamente. Ma il Signore sa che ora ella ha bisogno di nutrimento e, nella sua tenera sollecitudine, fa in modo che questo le sia assicurato. Così, in queste due circostanze, vediamo l’amore del Signore manifestarsi anche dopo la liberazione: nei confronti della donna, per metterla in una relazione personale con Lui e portarla a confessarlo pubblicamente; nei confronti della fanciulla, perché sia nutrita e fortificata.




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Capitolo 9, versetti da 1 a 17

Il Signore manda in missione i suoi dodici apostoli. La potenza e l’autorità che conferisce loro sono la sola cosa di cui hanno bisogno nel cammino (v. 3). Al loro ritorno, si affrettano a raccontare tutto ciò che essi hanno fatto (v. 10; confr. Atti 14:27, dove Paolo e Barnaba riferiscono «tutte le cose che Dio aveva fatte per mezzo di loro»; vedere anche Atti 21:19 e 1 Corinzi 15:10). Allora Gesù li prende con sé in disparte. Ma le folle non tardano a scoprirlo, e lui senza la minima impazienza, riprende il suo ministerio. Accoglie, parla, guarisce. I discepoli vorrebbero rimandare tutta quella gente; non tanto forse per interesse verso di loro, come vorrebbero far credere (v. 12), quanto piuttosto per assicurarsi il loro proprio riposo. Ma il Maestro, mentre si occupa di queste folle, ha preparato una lezione anche per i suoi! Nel momento in cui viene constatata l’insufficienza delle loro risorse per nutrire questa moltitudine, Gesù vi provvede con la sua potenza. Notiamo che avrebbe potuto benissimo fare a meno dei cinque pani e dei due pesci. Ma, nella sua grazia, Egli prende il poco che noi mettiamo a sua disposizione e sa trarne una grande abbondanza. La sua potenza si compie sempre nella debolezza dei suoi servitori (2 Corinzi 12:9).




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Capitolo 9, versetti da 18 a 36

Le folle considerano Gesù come un profeta, e non come il Cristo, il Figlio di Dio (v. 19). Tutto ciò spinge il Signore a parlare del suo cammino di rigettamento e di sofferenza, ed invita i suoi a seguirlo. Questo cammino implica la rinuncia non solo ad alcune cose, ma a se stessi, a tutta la propria volontà. Di fronte al mondo ed alle sue concupiscenze, i cristiani sono morti (Galati 6:14), ma sono vivi per Dio e per il cielo. Invece, coloro che vogliono vivere come vogliono la loro vita quaggiù, hanno davanti la morte eterna. La posta di questa scelta capitale è la nostra anima; essa vale più di tutto il mondo.

Mentre il Signore apre questo difficile cammino della croce, per incoraggiare i suoi desidera mostrar loro dove esso termina: nella gloria con Lui! E quale sarà lassù il grande argomento di cui saremo occupati? La morte del Signore. Egli ne parla con Mosè ed Elia, non avendo potuto farlo coi suoi discepoli (v. 22; Matteo 16:21,22). Ma, per quanto grandi siano, questi testimoni dell’Antico Testamento devono oscurarsi di fronte alla gloria del «Figlio diletto». La legge e i profeti hanno avuto termine; d’ora in poi Dio parla nel Figlio. Ascoltiamo Lui (v. 35; Ebrei 1:2)!




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Capitolo 9, versetti da 37 a 56

Dopo la scena di gloria di cui è stato il centro, Gesù deve far fronte ad una terribile situazione: l’influenza di Satana su un fanciullo, e lo sconforto del padre. La liberazione ch’Egli opera esalta la grandezza di Dio (v. 43).

Che incongruenza troviamo ora nei discepoli! Essi seguono Colui il cui abbassamento volontario lo porterà alla croce; e, mentre il Signore parla loro di questo, essi si occupano di sapere chi di loro sarà il maggiore! (v. 46). Essi stessi hanno cacciato dei demoni nel nome del Signore (una volta non ci sono riusciti! v. 40); ma proibiscono ad un altro di farlo (v. 49; conf. Numeri 11:26-29). E ancora, mentre il loro Maestro sta compiendo l’opera della salvezza degli uomini, e la loro, Giacomo e Giovanni vorrebbero far scendere il fuoco del giudizio sui Samaritani che rifiutano di riceverlo. Egoismo, gelosia, grettezza, rancore e progetti di vendetta: riconosciamo in loro il triste spirito che anima spesso anche i nostri poveri cuori naturali (v. 55).

Gesù intraprende ora il suo ultimo viaggio a Gerusalemme ben sapendo ciò che l’aspetta, ma con una santa determinazione. Egli va avanti risolutamente (v. 51). Il nostro caro Salvatore non devierà dallo scopo che il suo amore si è prefisso.




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Capitolo 9, versetti da 57 a 62
Capitolo 10, versetti da 1 a 9

È facile dichiarare: «Io ti seguirò dovunque tu andrai» (v. 57). Ma Gesù non ha nascosto che cosa comporta il fatto di seguirlo (vedere v. 23). Gli ostacoli più grandi non sono nel cammino, ma nel nostro cuore; e, per aiutarci a scoprirli, il Signore passa in rivista i suoi angoli più segreti. L’amore per le nostre comodità (v. 58), un affetto o un’abitudine (v. 59,61) rischiano di prendere il sopravvento sull’ubbidienza che dobbiamo a Cristo, e di condurci poi inevitabilmente ad avere rimorsi, a guardare indietro e, se non vegliamo, anche ad un umiliante abbandono finale.

Al cap. 10, Gesù mette da parte settanta operai che spinge Lui stesso nella sua messe. Dà loro le sue istruzioni e li manda «come agnelli in mezzo ai lupi» (v. 3), poiché devono manifestare gli stessi suoi caratteri d’umiltà e di dolcezza, Lui che era il vero Agnello in mezzo agli stessi lupi.

Vi sono pochi operai, oggi come allora. Supplichiamo dunque il Signore della grande messe (2 Tessalonicesi 3:1) perché scelga, formi e mandi nuovi servitori; tuttavia, per poterlo chiedere con fervore e rettitudine, bisogna essere disponibili e pronti ad accettare di esserevi spinti noi stessi nel suo campo.




Luca

Capitolo 10, versetti da 10 a 24

Gesù si rivolge solennemente alle città nelle quali Egli aveva insegnato e fatto tanti miracoli, e rileva la grande responsabilità dei loro abitanti. Che cosa potrebbe dire oggi di tanti giovani, allevati in famiglie cristiane, ben più privilegiati, ma anche più responsabili, di tanti altri?

I settanta tornano allegri. Il fatto che essi abbiano cacciato i demoni volge i pensieri del Signore al momento in cui il diavolo stesso sarà cacciato dal cielo e precipitato sulla terra (Apocalisse 12:7). Ma Gesù invita i discepoli a rallegrarsi per un altro motivo: il cielo, liberato dalla presenza di Satana, diventerà la loro dimora. Fin da ora i loro nomi sono scritti là. E il Signore si rallegra e si meraviglia Egli stesso, non per la potenza che è stata esercitata, ma per i progetti del Dio d’amore. È piaciuto al Padre di farsi conoscere per mezzo del Figlio. E, in contrasto con ciò che diciamo generalmente ai bambini («quando sarai grande, capirai questo o quello»), una simile rivelazione è stata fatta proprio a loro: ai piccoli fanciulli e a coloro che assomigliano a loro per l’umiltà e la semplicità della loro fede. Soddisfiamo noi a questi requisiti?




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Capitolo 10, versetti da 25 a 42

Interrogato da un dottore della legge, Gesù rigira la domanda alla coscienza del suo interlocutore. Questo, per schivarla, vorrebbe restringere la portata del termine «prossimo». Ma no! il Signore gli insegna che questo «prossimo» è prima di tutti Lui, Gesù (v. 36, 37); e che, sul suo esempio, un riscattato diventa, per amore, il prossimo di tutti gli uomini. Riconosciamo nell’infelice spogliato e lasciato mezzo morto l’essere umano peccatore perduto e senza risorse; nel sacerdote e nel levita i vani soccorsi dalla religione; ma nel Samaritano caritatevole il Salvatore che si è chinato sulla nostra miseria e ci ha strappati al nostro destino, tragico e disperato. L’albergo ci fa pensare alla Chiesa, dove l’uomo soccorso riceverà le cure appropriate, e l’oste allo Spirito Santo, che vi provvede con la Parola e la Preghiera (i due denari), di cui parlano i v. 38 e 42 e cap. 11 v. 1 a 13. Concludendo, il Signore non dice più: «Fa’ questo (la Legge) e vivrai» (v. 28), ma «va’ e fa’ tu il simigliante» (v. 37).

La scena seguente si svolge in una casa amica. Ma il servizio accaparra i pensieri di Marta, ed ella deve essere ripresa. Il cuore di Maria è aperto alla Sua Parola: ecco ciò che rallegra il Salvatore (1 Samuele 15:22).




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Capitolo 11, versetti da 1 a 20

I discepoli sono colpiti dal posto che occupa la preghiera nella vita del loro Maestro. Facciamo come loro: chiediamo al Signore di insegnarci a pregare. Si tratta forse di recitare alcune frasi imparate a memoria? No. La parabola dei due amici ci insegna ad esprimere ogni bisogno in modo semplice e preciso: «Amico, prestami tre pani...» (v. 5). È forse un bisogno spirituale che si fa sentire tutt’a un tratto e, per così dire, è venuto a bussare alla porta del nostro cuore (v. 6). Guardiamoci dal respingerlo; trattiamolo come un amico di passaggio (v. 6). E se non abbiamo nulla per soddisfarlo rivogliamoci verso l’Amico divino, senza paura d’importunarlo. Nel suo amore, Dio si compiace di rispondere ai suoi figli, e non li ingannerà mai. Se nella nostra ignoranza e mancanza di saggezza ci è capitato di chiedergli «una pietra», Egli ha saputo cambiare la nostra richiesta in «buoni doni»!

Finché non ha incontrato il Signore Gesù, l’uomo è muto per Dio come l’indemoniato del v. 14. Ma essendo salvato da Cristo e avendo ricevuto, al momento della conversione, il dono dello Spirito Santo (confr. v. 13), l’uomo può elevare la sua voce in lode e in preghiera. Facciamo largamente uso di questo privilegio!




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Capitolo 11, versetti da 21 a 36

Solo la potenza del Signore Gesù, vincitore dell’«uomo forte», può liberarci dal male che è in noi. Altrimenti, una passione scacciata sarà fatalmente sostituita da un’altra. Il nostro cuore è simile alla casa del v. 25. Non serve a niente spazzarla o ornarla se un nuovo ospite, Gesù, non viene ad abitarla e a governarla.

La benedizione, ripete poi il Signore, non dipende né dalle relazioni di famiglia (v. 27,28; confr. 8:21) né dai privilegi d’una generazione. Essa è promessa a coloro che ascoltano ed osservano la Parola di Dio.

Il v. 33 riprende l’insegnamento del cap. 8:16. Il moggio, misura di capacità, è il simbolo del commercio e degli affari; il letto, quello del sonno e della pigrizia. Cose opposte fra di loro, ma entrambe capaci di soffocare la piccola fiamma della nostra testimonianza. In Matteo 5:15, la lampada doveva far luce «a tutti quelli che sono in casa». Qui essa è accesa «affinché coloro che entrano — gli estranei — vedano la luce».

L’occhio viziato (v. 34) è quello che fa penetrare in noi le tenebre del peccato. Attenzione alla direzione che prendono talvolta i nostri sguardi (Giobbe 31:1), a certe letture che inquinano il cuore e smarriscono l’immaginazione (2 Corinzi 7:1)!




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Capitolo 11, versetti da 31 a 54

Per la seconda volta Gesù viene invitato alla tavola d’un Fariseo (conf. 7:36). Ed anche in questa occasione il suo ospite si permette di far delle critiche a suo riguardo. Allora, in un discorso veemente, il Signore, che conosce i cuori, denuncia la cattiveria e l’ipocrisia di questa classe responsabile del popolo. Dandosi un’apparenza religiosa agli occhi degli uomini, questi Farisei e dottori della legge nascondevano uno stato interiore di corruzione e di morte, come un sepolcro sul quale si cammina senza accorgersi della sua presenza.

Chi oserebbe parlare in modo così severo a qualcuno che l’ha invitato? Ma, secondo la testimonianza degli stessi Farisei, Gesù era verace, non si curava di nessuno e non guardava all’apparenza delle persone (Matteo 22:16). Che esempio per noi, che sappiamo difendere così bene la nostra reputazione con parole gentili, ma spesso così poco sincere! Col pretesto della cortesia, dimostriamo in fondo quella falsità e quel formalismo che Gesù condannava nei Farisei.

Non potendo contraddire il Signore, i suoi nemici cercano di coglierlo in fallo. Alcune preghiere del Salmo 119 ci fanno conoscere le sue preghiere mentre sopportava una simile opposizione (v. 98, 110, 150 ecc.).




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Capitolo 12, versetti da 1 a 12

L’ipocrisia dei Farisei poteva anche divenire, sotto un’altra forma, un pericolo per i discepoli. Coloro che seguono Gesù possono nascondere, agli occhi del mondo, la loro relazione con Lui. Ed è per questo motivo che il Signore, in presenza delle folle, incoraggia i suoi a confessarlo apertamente davanti agli uomini, senza timore delle conseguenze. Sappiamo infatti quali terribili persecuzioni aspettavano i discepoli ed i cristiani dei primi secoli. Con tenerezza, il Signore prepara i suoi amici (v. 4) a questi giorni difficili, e orienta i loro pensieri verso il Padre celeste. Dio, che si preoccupa della sorte d’un piccolo passero senza valore, non avrà cura dei suoi figli nella prova? Inoltre, per la testimonianza che avrebbero dovuto rendere, non dovevano preoccuparsi; lo Spirito Santo avrebbe dettato loro le parole.

Ai nostri giorni, nei nostri paesi, i credenti non sono né maltrattati né messi a morte. Ma, se sono fedeli, saranno nondimeno odiati e disprezzati dal mondo, cosa sempre dura da sopportare. Queste esortazioni e le promesse che le accompagnano sono dunque valide anche per noi. Domandiamo al Signore di darci più coraggio per confessare il suo Nome.




Luca

Capitolo 12, versetti da 13 a 31

Il Signore è interpellato da uno della folla su una questione d’eredità e ne approfitta per mettere a nudo la radice di queste contestazioni: l’avarizia. «L’amor del denaro è radice d’ogni sorta di mali» (1 Timoteo 6:10). La parabola del ricco e dei suoi granai, divenuti troppo piccoli, illustra questa passione di ammassare. Riempire le proprie tasche, accumulare, calcolare e fare progetti a lungo termine: tutto questo viene definito «previdenza». E invece questa è suprema imprevidenza, poiché significa trascurare ed ingannare ciò che abbiamo di più prezioso: la nostra anima! Nella sua follia, il ricco aveva creduto di soddisfare la propria anima offrendole «molti beni» (v. 19). Ma l’anima immortale ha bisogno d’un altro nutrimento. «Stolto» è il nome che Dio dà a quest’uomo (confr. Geremia 17:11). Su quante tombe potrebbe essere scolpito questo epitaffio (Salmo 52:7)!

Gesù, allora, insegna ai suoi che la vera previdenza consiste nel mettere la propria fiducia in Dio. Ogni inquietudine riguardo ai nostri bisogni quotidiani è regolata da questa affermazione: «Il Padre vostro sa che ne avete bisogno» (v. 30). Se diamo la precedenza al Suo regno ed ai Suoi interessi, Egli si farà carico interamente dei nostri.




Luca

Capitolo 12, versetti da 32 a 48

Il ricco nella parabola aveva ammassato dei tesori per se stesso (v. 21) e aveva perso tutto, compresa la sua anima. Il Signore rivela ora ai suoi discepoli un mezzo per farsi dei tesori al riparo da ogni rischio: fare elemosine e spartire i loro beni, poiché sarebbe come fare un’investimento sicuro alla banca del cielo (v. 33; confr. 18:22). Il cuore s’attaccherà inevitabilmente a questo tesoro celeste e aspetterà ancor più ardentemente la venuta del Signore (leggere 1 Pietro 1:4). Gesù ritorna. Questa speranza deve avere nella nostra vita delle conseguenze pratiche: distaccarci fin da ora da un mondo che lasceremo, e purificarci «com’esso è puro» (1 Giovanni 3.3); accrescere lo zelo nel servizio verso le anime, ed infine rallegrarsi. Pensiamo anche alla gioia del nostro Salvatore, il cui amore sarà soddisfatto. Egli si compiacerà nel ricevere e servire Egli stesso, al convito della grazia, coloro che l’avranno servito e aspettato sulla terra (v. 37). Allora «l’economo fedele e avveduto» riceverà la sua ricompensa, e il servo che non ha agito secondo la volontà del suo Padrone, pur conoscendola (v. 47; Giacomo 4:17), una solenne retribuzione.

«A chi molto è stato dato...». Ognuno di noi faccia il conto di tutto ciò che ha ricevuto e ne tragga la conclusione!




Luca
 

Capitolo 12, versetti da 49 a 59
Capitolo 13, versetti da 1 a 5

Fino al «battesimo» della sua morte, Gesù è «angustiato» nel suo animo. La croce è necessaria perché il suo amore possa esprimersi pienamente per la salvezza degli uomini e trovare un’eco nel loro cuore.

La sua venuta è un modo per mettere alla prova. In mezzo a famiglie un tempo unite nel fare il male, Egli sarà ricevuto da alcuni, rigettato da altri. Quante case assomigliano a quella qui descritta! (v. 52, 53).

Poi il Signore si rivolge di nuovo ai Giudei «ipocriti» con un vero amore per le loro anime (v. 56). Non stupiamoci della durezza che a volte hanno le sue parole; essa è imposta dalla durezza del cuore dell’uomo! Ci vuole un martello di ferro per spezzare il «sasso» (Geremia 23:29).

Israele era incorso nell’ira di Dio, che era diventato il suo «avversario» (v. 58). Dio, presente in Cristo, offriva ora la riconciliazione al suo popolo; ma esso rifiutava di afferrarla e di discernere i segni precursori del giudizio (v. 56). Anche oggi Dio offre ad ogni persona la riconciliazione, prima della loro morte, quando Egli potrà essere incontrato solo come Giudice inesorabile (2 Corinzi 5:19).

Al cap. 13, v. 1 a 5, Gesù evoca due avvenimenti recenti e solenni, e se ne serve per esortare i suoi ascoltatori al pentimento. Impariamo a cogliere le occasioni per avvertire quelli che ci circondano.




Luca

Capitolo 13, versetti da 6 a 21

La storia d’Israele, raccontata mediante la parabola del fico sterile, è anche quella di tutta l’umanità. Dio ha provato di tutto per trarre qualcosa di buono dalla sua creatura. Ma l’uomo «nella carne», nonostante le sue pretese religiose (delle belle foglie), è incapace di portare il benché minimo frutto per Dio. Egli occupa dunque inutilmente la terra e deve essere giudicato. Il paziente lavoro di Cristo in mezzo al suo popolo era il supremo tentativo del divino Vignaiuolo per ottenere questo frutto.

Proseguendo il suo ministerio di grazia, Gesù guarisce una povera donna inferma. Egli conosceva la durata della sua prova (v. 16).

Ancora una volta questo miracolo in giorno di sabato serve come pretesto ai suoi avversari ipocriti. Ma la sua risposta li ricopre di vergogna e li richiama ai loro doveri d’amore nei riguardi d’una sorella, figlia di Abraamo.

Le due brevi parabole che seguono descrivono il grande sviluppo visibile che il cristianesimo avrebbe avuto, pur essendo compenetrato dal lievito delle false dottrine ed invaso da uomini avidi (gli uccelli del cielo, caratterizzati dalla loro voracità). Il grande albero della cristianità subirà alla fine la stessa sorte del fico d’Israele (v. 9) .




Luca

Capitolo 13, versetti da 22 a 35

Non vediamo mai il Signore soddisfare la curiosità. Quando gli viene domandato se i salvati sono pochi, Egli ne approfitta per parlare alla coscienza, come per dire ad ognuno: Non preoccuparti degli altri; fa’ in modo di rientrare in questo numero! Certo, la porta è stretta, ma il regno è abbastanza grande per accogliere tutti quelli che desiderano entrarvi ora. E se tu non accetti questa porta stretta (v. 24), più tardi avrai davanti a te solo una porta chiusa (v. 25). Che cosa c’è di più solenne di questi colpi, di questi vani appelli e di questa terribile risposta: «Io non so d’onde voi siate»? C’è un errore, esclameranno alcuni; io sono andato regolarmente alle riunioni di chiesa, ho letto la Bibbia e ho cantato dei cantici. Ma il Signore riceverà nel suo cielo solo quelli che L’avranno ricevuto quaggiù nel loro cuore.

Queste parole severe, Gesù le indirizza particolarmente alla nazione d’Israele. Mentre Erode, «quella volpe» crudele, distruggeva «i pulcini» d’Israele, Gesù il suo vero Re, aveva cercato di raccoglierli (v. 34); ma non avevano accettato né Lui né la sua grazia, ed ora il Signore di gloria, abbandonando la casa, la «sua casa» dove non era stato ricevuto (v. 35, Giovanni 1:11), continua il suo cammino verso la croce.




Luca

Capitolo 14, versetti da 1 a 14

Troviamo nuovamente il Signore in casa d’un Fariseo, e anche questa volta è oggetto di una chiara malevolenza. Viene osservato (v. 1) per coglierlo in fallo sulla questione del sabato. Ma Gesù guarisce l’uomo idropico e, come al cap. 13:15, chiude la bocca ai suoi avversari. Poi è il suo turno d’osservarli (v. 7). Il suo occhio, al quale nulla sfugge, considera la loro corsa ai posti migliori attorno alla tavola. Succede la stessa cosa nel mondo; c’è una continua corsa per ottenere più onori o i migliori «bocconi». Ma, per noi cristiani, l’ultimo posto è sempre quello in cui saremo più felici, perché è quello in cui incontreremo Gesù! Non abbiamo infatti bisogno di chiederci da quale posto il Signore abbia fatto quelle osservazioni, poiché non sembra che il Fariseo avesse previsto di farlo salire «più in alto».

Se Gesù ha una lezione per gl’invitati, ne ha una anche per il padrone di casa. Ai primi ha insegnato a scegliere il loro posto, al secondo insegna a scegliere gli invitati. Il Signore vuole sempre farci esaminare il motivo che ci fa agire. È forse la speranza di ottenere dei vantaggi o della considerazione? O è l’amore che si soddisfa nella devozione per Lui?




Luca

Capitolo 14, versetti da 15 a 35

Fra tutte le persone invitate a questo gran convito, sembra che ci sia una gara per trovare la scusa peggiore! Quando mai si aspetta d’aver comprato un campo per vederlo, o dei buoi per provare la loro forza? Lo sposo, poi, avrebbe potuto portare la giovane sposa al banchetto. Declinando l’invito, non solo essi mancano alla festa, ma offendono il padrone di casa.

Al gran convito della sua grazia, Dio ha invitato prima il popolo Giudeo, poi, dopo il suo rifiuto, tutti coloro che non possono nascondere la loro povertà, la loro infermità, la loro miseria. Simili creature riempiranno il suo cielo (conf. v. 21 col v. 13)! Ma restano ancora dei posti vuoti... il vostro, forse, non l’avete ancora occupato.

Il v. 26 ci insegna semplicemente che, se uno era trattenuto al diventare discepolo di Cristo, fosse anche dai suoi stessi genitori, questo ostacolo sarebbe divenuto subito «odioso». Bisogna prima andare a Lui (v. 26) e poi dietro a Lui (v. 27). Ma il nemico è potente. Stolto sarebbe chi si mettesse in marcia senza aver calcolato la spesa: ed essa è grande, perché si tratta di rinunciare a tutto quello che ha (v. 33). Se uno porta la croce, non può caricarsi d’altri bagagli. Ma il guadagno è incomparabile: è Cristo stesso (Filippesi 3:8).




Luca

Capitolo 15, versetti da 1 a 10

Le tre parabole di questo capitolo formano un insieme meraviglioso. La condizione d’un peccatore ci viene presentata sotto tre diversi aspetti: quello della pecora, della dramma e del figlio, tutti e tre persi. E la loro salvezza è compiuta in amore contemporaneamente dal Figlio (il buon Pastore), dallo Spirito Santo (la donna diligente) e dal Padre.

Non solo il tenero Pastore cerca la sua pecora «finché non l’abbia ritrovata» (v. 4: confr. fine del v. 8), ma se la carica poi sulle spalle per portarla a casa.

Come quella dramma (una moneta) porta l’effigie del sovrano che l’ha emessa, così l’uomo è ad immagine di Colui che l’ha creato. Ma, una volta perso, a cosa poteva servire quell’immagine? Allora lo Spirito Santo, «accendendo un lume», s’è messo diligentemente all’opera e ci ha trovati nelle nostre tenebre e nella nostra polvere.

Ogni parabola menziona la gioia del legittimo proprietario, una gioia che cerca di essere condivisa. Quella di Dio incontra un’eco negli angeli. Se sentiamo questi cantare al momento della creazione (Giobbe 38:7), poi al momento della nascita del Salvatore (2:13), l’allegrezza riempie anche il cielo «per un solo peccatore che si ravvede». Il prezzo d’un’anima è così grande agli occhi del Dio d’amore!




Luca

Capitolo 15, versetti da 11 a 22

Un primo quadro ci presenta questo ragazzo che considera il padre come un ostacolo alla sua felicità, e che se ne va, lontano dalla sua presenza, a dissipare in modo folle tutto ciò che ha ricevuto da lui. La scena successiva ce lo mostra nel paese lontano, ridotto alla peggiore depravazione, alla più completa miseria. Ognuno di noi forse riconosce, fino a questo momento, la propria storia? Che possa anche concludersi allo stesso modo! Infatti, sotto il peso della miseria, il figlio prodigo torna in sé, si ricorda dell’abbondanza della casa paterna, si alza, prende la strada del ritorno... Ed è il terzo quadro. C’è la sollecitudine del padre che gli corre incontro a braccia aperte, ci sono i baci, la confessione seguita dal pieno perdono, gli stracci sostituiti dalla veste più bella...

Amico che realizzi la tua miseria morale, questo racconto ti insegna quali sono le disposizioni del cuore di Dio nei tuoi riguardi. Non temere d’andare a Lui. Sarai ricevuto come questo figlio.

Il padre, però, non può far condividere completamente la sua gioia. Il fratello maggiore, che non avrebbe esitato a fare una bella mangiata coi suoi amici mentre il fratello era perduto, rifiuta ora di prendere parte alla festa. È una figura del popolo Giudeo ostinato nel suo legalismo, ma anche di tutti quelli che si credono giusti e il cui cuore è chiuso alla grazia di Dio.




Luca

Capitolo 16, versetti da 1 a 13

Ci stupisce questo padrone che approva il suo servitore disonesto, come anche ci stupisce la conclusione del Signore: «Fatevi degli amici con le ricchezze ingiuste...» (v. 9). Ma proprio questo aggettivo «ingiuste» ci fornisce la chiave della parabola. Niente quaggiù appartiene all’uomo. Le ricchezze ch’egli pretende di possedere sono in realtà tutte di Dio; sono dunque delle ricchezze ingiuste. Posto sulla terra perché le amministrasse, l’uomo s’è comportato come un ladro. Ha volto a suo interesse, per soddisfare le sue concupiscenze, ciò che Dio aveva messo nelle sue mani per il Suo servizio. Ma può ancora pentirsi e mettersi ad impiegare per gli altri, ed in vista dell’avvenire, i beni del divino Proprietario finché sono nelle sue mani.

L’economo del cap. 12:42 era fedele e prudente; questo è infedele; tuttavia, agisce con avvedutezza, ed è questa la qualità che gli riconosce il suo padrone. Se le persone del mondo mostrano una simile previdenza, non dovremmo noi, che siamo «figli della luce», pensare prima alle vere ricchezze? (v. 11; 12:33).

Il v. 13 ci ricorda che non abbiamo due cuori, uno per Cristo e l’altro per Mammona e le cose del mondo; o l’abbiamo per l’uno, o per l’altro. Chi vogliamo amare e servire? (1 Re 18:21).




Luca

Capitolo 16, versetti da 14 a 31

A questi Farisei avari, Gesù dichiara che Dio conosce il loro cuore e giudica diversamente dagli uomini. Sulle più grandi opere, sui successi e sulle ambizioni terrestri, è scritta questa valutazione del v. 15: un’«abominazione dinanzi a Dio»! Così, che rovesciamenti di situazione appariranno nel mondo futuro! Il Signore ne dà un esempio avvincente. Questo ricco era precisamente un economo infedele. Pur avendo il suo prossimo alla porta, impiegava per se stesso, nel lusso e nell’egoismo, ciò che Dio l’aveva incaricato d’amministrare sulla terra. Ma un medesimo evento sopraggiunge per il ricco come per il povero: la morte. Presto o tardi ognuno la incontra. E questo racconto, fatto da Colui che non può mentire, prova che non per questo la nostra storia è terminata. Essa ha ancora un capitolo che non finirà mai, e di cui il Signore, voltanto un istante la pagina, ci permette di leggere qualche riga. Che cosa scopriamo in questo al di là del quale tanti uomini, tremando, vorrebbero spiegazioni? Un luogo di felicità ed un luogo di tormento! Allora, sarà impossibile passare dall’uno all’altro; sarà troppo tardi per credere, ma anche troppo tardi per annunciare l’Evangelo! «Eccolo ora il giorno della salvezza» (2 Corinzi 6:2).




Luca

Capitolo 17, versetti da 1 a 19

È normale che il mondo, dove regna il male, sia pieno di scandali e di occasioni di caduta. Ma che un cristiano possa essere una trappola per persone più deboli di lui è cosa infinitamente triste... e solenne per lui.

Colui che perdona (7:48) insegna qui come perdonare (v. 3,4). Tuttavia gli apostoli sentono che per agire secondo questi principi di grazia hanno bisogno di più fede, e la chiedono al Signore. Egli risponde loro che un’altra virtù è indispensabile: l’ubbidienza, perché è nella conoscenza e nel compimento della volontà di Dio che potremo contare su di Lui. Sì, la fede non si può separare dall’ubbidienza, né questa dall’umiltà.

Servitori inutili: è quello che noi dobbiamo pensare di noi stessi, poiché Dio potrebbe lavorare senza di noi; e, se si serve di noi, è per pura grazia. Ma non è questo che il Signore pensa di quelli che sono i suoi amici (confr. v. 7,8 e 12:37; Giovanni 15:15).

Dieci lebbrosi incontrano Gesù, alzano la voce verso di Lui e se ne vanno guariti. Uno solo, il Samaritano, ci tiene a ringraziare il suo Salvatore. Così, nella grande cristianità, fra tutti quelli che sono salvati, solo un piccolo numero sa «tornare indietro» per rendere il culto al Signore. Fai parte di questi?




Luca

Capitolo 17, versetti da 20 a 37

Contro ogni logica, i Farisei si preoccupano del momento in cui verrà il regno di Dio... rifiutando però di riconoscere e ricevere il re che si trova fra di loro (v. 21). Il regno di Dio, spesso menzionato nell’evangelo di Luca, è la sfera in cui i diritti di Dio sono riconosciuti. Esso comprende innanzi tutto il cielo (per questo motivo troviamo, soprattutto in Matteo, l’espressione di regno dei cieli).

Ma doveva anche estendersi ad Israele e alla terra. Il Re, per mettere i suoi sudditi alla prova, è venuto tra di loro sotto umili sembianze, senza «attirare gli sguardi» (v. 20); ed è stato rigettato. Ne risulta allora che il regno esiste ancora, ma solo sotto la sua forma «celeste». Verrà poi stabilito anche sulla terra, al momento opportuno, ma per mezzo dei giudizi di cui parla l’Apocalisse. Questi saranno improvvisi e terribili. L’antico diluvio e la distruzione di Sodoma ne rappresentano delle solenni illustrazioni (e che sorprendente figura della nostra epoca sono i versetti da 27 a 30!). Tuttavia, esiste un altro dominio in cui i diritti morali del Signore sono riconosciuti fin da ora: sono i cuori di quelli che gli appartengono. Amico, il tuo cuore è «una provincia» del regno di Dio?




Luca

Capitolo 18, versetti da 1 a 17

La parabola della vedova e del giudice iniquo ci incoraggia a pregare con perseveranza (Romani 12:12; Colossesi 4:2). Infatti, se un uomo cattivo finisce per cedere, a maggior ragione il Dio d’amore interverrà per liberare «i suoi eletti». Egli tarda talvolta a farlo, perché il frutto che attende non è maturo; ma non dimentichiamo che Lui stesso trova duro ad usare pazienza, poiché il suo amore lo porterebbe ad agire subito (fine del v. 7). Verrà un tempo, quello della tribolazione finale, in cui questo passo acquisterà tutta la sua forza per gli eletti del popolo giudaico.

Il Fariseo pieno di sé, che presenta a Dio la sua propria giustizia e il pubblicano che sta in disparte, in una profonda convinzione di peccato, sono moralmente i discendenti rispettivi di Caino e di Abele (con la differenza che Abele sapeva di essere giustificato). Il solo titolo che ci dà il diritto di avvicinarci a Dio è quello di peccatori! È umiliante per l’uomo dover mettere da parte le sue opere (v. 11), i suoi ragionamenti, la sua saggezza, la sua esperienza. Ma le verità divine del regno possono essere colte solo con la fede, di cui la fiducia semplice del piccolo fanciullo ci offre un’immagine toccante. Quando il Signore verrà, troverà in noi una simile fede? (v. 8).




Luca

Capitolo 18, versetti da 18 a 34

In presenza del capo del popolo, apparentemente dotato delle qualità più nobili, chiunque al posto di Gesù si sarebbe detto: ecco uno che mi farà onore, un discepolo di qualità che bisogna cercare di trattenere. Ma Dio guarda al cuore (1 Samuele 16:7), e il Signore sonda ora il cuore di quest’uomo.

«Che farò io?» è la sua domanda; e allora Gesù non può che ricordargli la Legge. Ma perché avrebbe dovuto rubare, se era ricco? o uccidere o dire falsa testimonianza se aveva una reputazione da mantenere? o non onorare i suoi genitori che gli avevano lasciato una così bella eredità? In realtà, egli infrange il primo comandamento, poiché il suo dio sono le sue ricchezze (Esodo 20:3). La tristezza di quest’uomo, che umanamente possedeva tutto per essere felice (situazione in vista, immensa fortuna e giovinezza per goderne) prova a coloro che invidiano tali vantaggi che niente di questo può dare la felicità. Anzi, se il cuore vi si attacca, costituiscono degli impedimenti per seguire Gesù ed aver parte alla vita eterna. Egli stesso stava per compiere l’opera che ci permette di averla. In questi v. 32 e 33, dobbiamo meditare ogni espressione e riflettere che Gesù ha sofferto così per noi.




Luca
 

Capitolo 18, versetti da 35 a 43
Capitolo 19, versetti da 1 a 10

La visita del Signore a Gerico è probabilmente l’unica occasione offerta a questi due uomini d’incontrare il Signore Gesù. Nonostante gli ostacoli, hanno saputo coglierla (confr. 16:16).

Consideriamo questo cieco; non può vedere il Salvatore che passa, ed inoltre la folla cerca di farlo tacere; ma lui grida più forte e ottiene la risposta alla sua fede. Quanto a Zaccheo, la sua piccola statura e la stessa folla che si ammassa attorno a Gesù, gli impediscono di distinguerlo. Allora, corre per precedere il corteo e sale su un albero. Egli trionfa sulle difficoltà, e che ricompensa ottiene! Immaginiamo il suo stupore e la sua gioia sentendosi chiamare per nome, invitato a scendere presto per accogliere il Signore in casa sua.

Caro amico, Gesù passa anche ora vicino a te, portanto la salvezza (v. 9). Non lasciarti fermare né dalla tua incapacità naturale, né dalle forme d’una falsa religione che, come questa folla, impediscono di vedere «chi è Gesù»; e nemmeno dal timore dell’opinione altrui. Il Signore ti chiama per nome: «Oggi debbo albergare» nel tuo cuore. Lo lascerai passare senza approfittarne?




Luca

Capitolo 19, versetti da 11 a 28

Questa parabola ci presenta contemporaneamente il rifiuto del Signore Gesú come re (v. 14) e la responsabilità dei suoi durante il periodo della sua assenza. In quella dei «talenti», in Matteo 25, ogni servitore ha ricevuto una somma diversa secondo la libera decisione del padrone, ma la ricompensa è la stessa. In questa, al contrario, ad ogni servitore è stata affidata una mina, mentre la remunerazione è proporzionale alla sua attività.

A ogni credente, Dio fa dono della stessa salvezza, della stessa parola, dello stesso Spirito, senza parlare delle svariate grazie dispensate ad ognuno. In compenso, non hanno tutti lo stesso zelo per far valere questi doni alla gloria del loro Padrone assente. Infatti, il segreto del servizio è l’amore che si ha per Colui che si serve. Più quest’amore è grande, più è grande la devozione. E perché odiava il suo padrone, trovandolo severo ed ingiusto, che il terzo servitore non ha lavorato per lui. Egli rappresenta tutti coloro che si dicono cristiani e ai quali Dio toglierà ciò che sembrano avere (v. 26). Ma capita, ahimé! a dei veri figli di Dio, d’accettare i doni pur rifiutando il servizio, defraudando così il Signore e, alla fine, anche loro stessi, del frutto che avrebbero goduto con Lui.




Luca

Capitolo 19, versetti da 29 a 48

Il cammino del Signore si avvicina al suo termine: quella città di Gerusalemme verso la quale, fin dal cap. 9:51, aveva alzato risolutamente il viso, sapendo quello che l’aspettava. Tuttavia, per un breve istante, i discepoli possono pensare che il suo regno stia per essere manifestato immediatamente (confr. v. 11). Gesù mostra la sua sovranità richiedendo il puledro (e non ci sono forse nella nostra vita tante cose di cui potremmo sentir dire: «il Signore ne ha bisogno»?; v. 34). Il Re sta per fare il suo ingresso maestoso nella città, con le acclamazioni della folla dei suoi discepoli. Ahimé! in contrasto con questa gioia, i Farisei mostrano la loro ostile indifferenza (v. 39). In realtà delle pietre sarebbero più docili all’azione della potenza divina rispetto al cuore indurito dell’infelice popolo giudeo. Scorgendo la città, Gesù piange su di essa. Sa quali saranno le tragiche conseguenze del suo accecamento. Vede già le legioni di Tito, quarant’anni più tardi, assediare la città colpevole (confr. Isaia 29:3,6). Scene indescrivibili di massacro e distruzione passano davanti ai suoi occhi!

Poi, entrando nella città e nel tempio, considera con non minor dolore il traffico che riempie quest’ultimo e, con una santa energia, si adopera per farlo cessare (confr. Ezechiele 8:6).




Luca

Capitolo 20, versetti da 1 a 18

Se fossero stati presenti al battesimo di Giovanni, i Farisei non avrebbero avuto bisogno di chiedere al Signore con quale autorità faceva «queste cose» (vedere 7:30), Dio vi aveva solennemente designato il suo Figlio diletto e l’aveva rivestito di potenza per il suo ministerio (3:22). D’altronde, tutto ciò che Gesù faceva o diceva non mostrava chiaramente che era il Padre che l’aveva mandato? (Giovanni 12:49,50).

Il Signore offre ancora a questi uomini di mala fede un’occasione di riconoscersi nella parabola dei malvagi vignaioli. Rifiutando a Dio il frutto dell’obbedienza. Israele ha disprezzato, maltrattato e talvolta messo a morte i Suoi messaggeri e profeti (2 Cronache 36:15). E quando l’amore di Dio ha dato loro il suo stesso Figlio, essi non hanno esitato a cacciarlo «fuor dalla vigna» e ad ucciderlo. Ma il Signore enumera le terribili conseguenze di quest’ultimo crimine: Dio farà morire questo popolo malvagio. Affiderà ad altri (tratti dalle nazioni) il compito di portare del frutto per Lui. Infine, se del tempio terrestre non deve restare pietra sopra pietra (19:44; 21:5,6), Cristo, «la pietra riprovata», diverrà in resurrezione il prezioso fondamento d’una casa spirituale e celeste che è l’Assemblea (leggere 1 Pietro 2:4).




Luca

Capitolo 20, versetti da 19 a 40

Alla perfida domanda che gli pongono queste «spie», Gesù risponde come al solito parlando alla loro coscienza. Bisogna rendere ad ognuno ciò che gli è dovuto e soprattutto a Dio l’ubbidienza e l’onore (Romani 13:7).

Quanto ai Sadducei, il Signore prova loro la realtà della resurrezione semplicemente per mezzo di questo titolo che Dio si attribuisce: «il Dio d’Abramo, il Dio d’Isacco e il Dio di Giacobbe» (v. 37; Esodo 3:6). Quando l’Eterno parlava così a Mosè, questi patriarchi avevano lasciato la terra da molto tempo. Ma Egli si proclamava sempre il loro Dio. Per Lui, essi erano dunque ancora vivi e dovevano risuscitare. Questi uomini di fede si erano attaccati alle «cose promesse» al di là della vita presente, e mostravano di attenderle con certezza. «Perciò Dio non si vergogna d’esser chiamato il loro Dio» (Ebrei 11:13 a 16).

Credenti, cerchiamo di mostrare attorno a noi che abbiamo una speranza vivente!

I Farisei e i Sadducei corrispondono alle due tendenze religiose di tutti i tempi: il formalismo legalista, l’attaccamento alle tradizioni, e il razionalismo, che mette in dubbio la Parola e le sue verità fondamentali.




Luca
 

Capitolo 20, versetti da 41 a 47
Capitolo 21, versetti da 1 a 9

Incontrando ricchi e poveri, colti e ignoranti, adulatori e oppositori, Gesù, nella sua perfetta saggezza, discerne i motivi ed i sentimenti di tutti, ed assume verso ciascuno l’atteggiamento adatto al suo stato. Egli denuncia la vanità dei capi del popolo e la loro cupidigia, e mette in guardia quelli che potrebbero essere da loro ingannati. Si compiace nel sottolineare, per esempio, la devozione d’una di quelle povere vedove, vittime della rapacità degli scribi, la quale, mettendo nella cassa delle offerte le sue ultime risorse, s’abbandonava completamente alle cure di Dio, mostrando di dipendere solo da Lui (1 Timoteo 5:5; confr. 2 Corinzi 8:1-5). Il Signore considera ciò che uno offre, ma attribuisce molta più importanza a ciò che uno tiene per sé. Non ha il nostro stesso modo di fare i conti (v. 3) ed è un incoraggiamento per tutti coloro che non possono offrire molto (2 Corinzi 8:12). Quanti spiccioli diventeranno delle fortune per il tesoro celeste! (confr. 12:33; 18:22).

Alcuni sono abbagliati dalle belle pietre e dagli ornamenti del tempio. Ma anche in questo caso Gesù giudica in modo diverso. Egli conosce l’interno di quel tempio e lo paragona ad una spelonca di ladroni (19:46). Poi dichiara quale sarà la sorte di quelle cose che l’uomo guarda e ammira (v. 6).




Luca

Capitolo 21, versetti da 10 a 24

Già al cap. 17, Gesù aveva preannunciato ai suoi discepoli gli improvvisi castighi che avrebbero colpito Israele e il mondo a motivo del suo rigettamento. Ma, in mezzo ad un popolo giudicato, il Signore ha sempre saputo distinguere coloro che gli appartengono. Come al cap. 12, Egli li avverte e li incoraggia in anticipo, in vista di quei tempi difficili (confr. v. 14, 15 col cap. 12:11,12). «Con la vostra perseveranza guadagnerete le anime vostre» (v. 19). Quest’esortazione è rivolta a tutti noi. «Siate dunque pazienti, fratelli...», raccomanda Giacomo, «perché la venuta del Signore è vicina» (Giamo 5:7,8). Dio è paziente (18:7) e desidera che i suoi figli manifestino questo stesso carattere.

I v. 20 e 21 si realizzeranno alla lettera prima della definitiva distruzione di Gerusalemme ad opera dei Romani, nell’anno 70. Infatti i Romani, dopo aver occupato una prima volta le loro posizioni intorno alle mura della città, tolsero l’assedio, senza alcun motivo apparente, e partirono in direzione del nord. Allora i cristiani, ricordando le parole del Signore, approfittarono di quel breve periodo di tregua per lasciare la città in tutta fretta, prima che le legioni romane tornassero nuovamente ad assediarla e distruggerla. Il v. 24 corrisponde al periodo che segue alla distruzione di Gerusalemme e dura ancora oggi, da quasi duemila anni.




Luca

Capitolo 21, versetti da 25 a 38

A partire dal v. 25, i segni annunciati riguardano avvenimenti futuri. Saranno tempi terribili. Le cose più stabili saranno sconvolte e lo saranno anche gli animi degli uomini. La paura domina già adesso il mondo. Gli uomini pensano di sfuggire facendosi dei rifugi antiatomici... (Apocalisse 6:15). Ma, per i fedeli di quel periodo, la liberazione (definita la loro «redenzione» al v. 28) verrà dall’alto: sarà il ritorno del Signore in gloria. Ma noi, credenti d’oggi, aspettiamo la sua venuta sulle nuvole; è una promessa certa, poiché il cielo e la terra passeranno, ma le Sue parole non passeranno (v. 33).

Generalmente la golosità e l’ubriachezza non vengono considerati peccati gravi, ma lo sono perché denotano che si è egoisti e che ci si dimentica dei bisogni di quelli che ci circondano (confr. 16:19). La gioia d’aspettare il Signore scompare in un cuore «aggravato» (fine del v. 34); le preoccupazioni della vita lo opprimono e lo invadono. Per questo motivo, le Epistole associano spesso l’esortazione ad essere sobri con quella di vegliare (1 Tessalonicesi 5:6,7; 1 Pietro 1:13; 5:8); e qui il Signore ci raccomanda: «Badate a voi stessi... vegliate dunque, pregando in ogni tempo» (v. 34, 36).




Luca

Capitolo 22, versetti da 1 a 23

I capi del popolo faticano a realizzare i loro disegni criminali, perché sanno che alla folla piace ascoltare Gesù (19:48). Ma Satana sta per venir loro in aiuto. Ha già preparato il suo strumento: Giuda, ed ora entra in lui, dominando la volontà di quel miserabile discepolo. Così va subito a concludere il suo orribile contratto.

Quando si tratta di celebrare la pasqua (oggi è la cena del Signore col pane e il vino), nulla è lasciato all’iniziativa dei discepoli. Gesù domanda loro di prepararla, ma aspetta anche d’essere interrogato per rivelar loro dove questa deve aver luogo. Molti cristiani, invece di porre questa domanda al Signore, hanno scelto da soli il loro luogo di radunamento. Eppure, è tutto così semplice! Basta lasciarsi condurre da quest’uomo che porta una brocca d’acqua, figura dello Spirito Santo che presenta la Parola. La grande sala ammobiliata suggerisce che c’è posto per tutti i credenti là dove si trova Gesù. «Ho grandemente desiderato...», disse ai suoi quando l’ora fu venuta. Che amore! il Signore parla non d’un favore che fa loro, ma d’un bisogno del suo cuore, come uno che, prima di lasciare la sua famiglia, desideri avere ancora con essa una riunione d’addio.




Luca

Capitolo 22, versetti da 24 a 38

È l’ultimo colloquio del Maestro coi suoi discepoli. Ma cosa fanno loro durante questo santo momento? Discutono su chi sarà reputato il maggiore! Con che pazienza e dolcezza il Signore li corregge! Un’ultima volta Egli ricorda loro, e a noi, che la vera grandezza consiste nel servire gli altri. È ciò che Egli stesso non ha mai smesso di fare (confr. v. 27 e 12:37). E non solo Egli non rivolge loro alcun rimprovero, ma si compiace nel riconoscere la loro devozione e la loro fedeltà: «Voi siete quelli che avete perseverato meco nelle mie prove». Tuttavia, stavano per giungere, per i deboli discepoli, delle tentazioni che avrebbero rischiato di abbattere la loro fede. Allora Gesù rivela in che modo serviva e avrebbe servito d’ora in poi i suoi: con la sua intercessione che precederà la loro prova e li sosterrà mentre l’attraverseranno (Giovanni 17:9,11,15). Durante il periodo in cui Egli era con loro, i discepoli non avevano avuto bisogno di nulla; il Signore provvedeva a tutto e li proteggeva. Ora che sta per lasciarli, dovranno lottare da soli; non con armi carnali (v. 38; 2 Corinzi 10:4), né «contro sangue e carne» (Efesini 6:12). Satana si avvicina, in quell’ora; è un avversario molto temibile (1 Pietro 5:8).




Luca

Capitolo 22, versetti da 39 a 53

Questo solenne racconto della scena di Getsemani contiene dei dettagli che solo Luca ci descrive. Vediamo Gesù in ginocchio (v. 41) e un angelo che gli appare per confortarlo (v. 43). Si tratta dell’angoscia del combattimento, e sappiamo bene con che nemico il Signore aveva a che fare. Combattimento così intenso, che a un certo momento il suo sudore diventò come grosse gocce di sangue! Ma proprio quest’angoscia dimostra la sua perfezione. Poiché il male fa spesso poca impressione sui nostri cuori induriti, mentre, per l’Uomo santo per eccellenza, il pensiero di portare il peccato non poteva che riempirlo d’orrore e spavento.

Poi Gesù va dai discepoli e li trova addormentati. Erano aggravati dal sonno, sulla montagna, in presenza dalla sua gloria (9:32); e lo sono anche qui, davanti alla sua sofferenza. Gesù aveva insegnato loro a chiedere: «Non ci esporre alla tentazione, ma liberaci dal maligno» (11:4; Matteo 6:13). Perché non hanno fatto questa preghiera nell’ora in cui il nemico era più vicino che mai?

Ecco Giuda e la folla che l’accompagna. È meraviglioso vedere il Signore, che un momento prima combatteva la più terribile delle lotte, mostrare ora davanti agli uomini una pazienza, una grazia (v. 51) ed una calma perfette.




Luca

Capitolo 22, versetti da 54 a 71

Povero Pietro! Mentre Gesù prega, lui dorme; mentre Egli si lasciava prendere e condurre «come un docile agnello che si mena al macello» (Geremia 11:19; Isaia 53:7), lui colpiva con la spada (v. 50; confr. Giovanni 18:10). Poi, mentre il Signore confessa la verità davanti agli uomini, lui per tre volte mente e Lo rinnega! Si era seduto alla porta in compagnia di coloro che avevano appena arrestato il suo Maestro e che parlavano contro di Lui (Salmo 69:12 e Salmo 1:1). Come avrebbe potuto rendergli testimonianza in una simile posizione?

Un semplice sguardo del Signore lavora la coscienza e tocca il cuore del povero discepolo, molto più dei rimproveri che avrebbe potuto fargli. Ah! quello sguardo penetra in profondità e intraprende un’opera di restauro. Questo rinnegamento, così doloroso per il Signore, si aggiunge a tutti gli altri oltraggi ricevuti (v. 63 e 65).

Gli stessi uomini malvagi, davanti ai quali il Signore ora si trova, sono obbligati a riconoscere che «il Figlio dell’uomo» (v. 69) è nello stesso tempo «il Figlio di Dio» (v. 70). Per questo Gesù può rispondere: «Voi lo dite, poiché io lo sono». Ed è ancora per questo motivo che essi sono infinitamente più colpevoli a condannarlo dopo tali parole!




Luca

Capitolo 23, versetti da 1 a 12

L’umanità si è trovata concorde per andare contro a Gesù. I capi del popolo si levano tutti insieme per condurlo da Pilato, l’unico che poteva condannarlo a morte. Di che cosa accusano il loro prigioniero? Di pervertire la nazione, cioè di volgerla verso il male, Lui che aveva lavorato solo per ricondurre a Dio il cuore del popolo; di proibire di dare il tributo a Cesare, mentre aveva detto al contrario: «Rendete dunque a Cesare quel ch’è di Cesare...» (20:25). Ma queste menzogne non hanno su Pilato l’effetto che i Giudei si attendevano. Nella sua perplessità, il governatore cerca un mezzo per tirarsi indietro. Fa condurre Gesù da Erode, che prova di fronte al Signore un misto di timore (9:7), di odio (13:31) e di curiosità (v. 8). Ma la curiosità non viene soddisfatta, e tutta la bassezza morale di quell’uomo si rivela nel modo con cui umilia questo prigioniero senza difesa, di cui gli avevano riferito i miracoli d’amore! Poi, deluso, lo rimanda a Pilato.

Contemplando il Signore alla mercé di tutti, che viene oltraggiato e disprezzato, i nostri cuori si rallegrano pensando al momento in cui apparirà in gloria ed ognuno dovrà riconoscere che Egli è Signore, alla gloria di Dio Padre (Isaia 53:3; Filippesi 2:11).




Luca

Capitolo 23, versetti da 13 a 32

Più imbarazzato che mai, Pilato riunisce i sacerdoti, i magistrati e il popolo, ed afferma davanti a loro, a tre riprese, di non aver trovato in Gesù nulla che meritasse la morte. Ma la sua insistenza a volerlo liberare non fa che aumentare quella del popolo a reclamare la sua crocifissione. Una folla diventa facilmente vile e crudele perché, sotto la protezione dell’anonimato, ognuno può dare libero corso agli istinti più bassi. E lo è ancor di più quando è spinta dai propri conduttori. Infine le loro grida hanno la meglio e, in cambio della liberazione dell’omicida Barabba, ottengono che Gesù sia consegnato alla loro volontà. Per Pilato infatti, uomo senza scrupoli, una vita umana vale meno del favore del volgo.

Tra coloro che accompagnano il Condannato innocente, molti sono mossi a compassione e piangono. Ma l’emozione non è una prova dell’opera di Dio in un cuore, se no quelle donne avrebbero pianto su loro stesse e sulla città criminale, come aveva fatto Gesù al cap. 19:41. Molti sono toccati sentimentalmente dalla bontà del Signore e indignati per l’ingiustizia di cui è stato oggetto, senza però pensare che essi hanno, per i loro peccati, una responsabilità personale nella sua morte (Isaia 53:6).




Luca

Capitolo 23, versetti da 33 a 49

Gesù è condotto a questo sinistro luogo detto del «Teschio», dove viene crocifisso tra due malfattori. «Padre, perdona loro...»: è la sua sublime risposta a tutto il male che gli uomini gli fanno (confr. 6:27). Se essi si pentono, il loro crimine, il più grande della storia dell’umanità, sarà espiato dalla Sua stessa morte.

Alla croce, dove tutti sono presenti, dai magistrati (v. 35) al misero brigante (v. 39), l’intera malvagità del cuore umano si scopre senza vergogna: sguardi cinici, scherni, provocazioni, ingiurie grossolane... Ma ecco intavolarsi un meraviglioso colloquio tra il Salvatore crocifisso e l’altro brigante convinto di peccato (v. 41). Illuminato da Dio, egli discerne nell’uomo disprezzato e coronato di spine che sta per morire accanto a lui una vittima santa, un re glorioso (v. 42); e riceve una promessa senza prezzo (v. 43). Così, sulla stessa croce, il Signore gusta già un primo frutto del terribile «travaglio dell’anima sua».

Dopo le ultime tre ore di tenebre impenetrabili, Gesù ritrova le relazioni interrotte durante l’abbandono che ha appena attraversato, e, con piena serenità, rimette Egli stesso il suo spirito nelle mani del Padre. La morte del Giusto è l’occasione d’un’ultima testimonianza che Dio fa rendere al centurione romano (v. 47).




Luca
 

Capitolo 23, versetti da 50 a 56
Capitolo 24, versetti da 1 a 12

L’intervento di Giuseppe d’Arimatea ci mostra che la grazia aveva raggiunto quest’uomo, uno di quei ricchi di cui si parla spesso in Luca (vedere 18:24; Matteo 27:57) ed anche uno dei principali del popolo. Questo discepolo è stato preparato soprattutto in vista del servizio che adesso deve compiere: quello di seppellire il corpo del Signore (Isaia 53:9). Lo Spirito ci presenta poi queste donne devote di cui viene ripetuto che avevano accompagnato Gesù dalla Galilea (v. 49,55). Esse rimangono al Calvario; poi, più con affetto che con intelligenza, preparano dei profumi per ungere il Suo corpo. Infine, le vediamo recarsi al sepolcro la mattina del primo giorno della settimana e fare un meraviglioso incontro: due angeli sono là per annunciar loro che quei preparativi erano fuori luogo: Colui che esse cercavano non è più nel sepolcro; era risuscitato!

L’esperienza cristiana di numerosi figli di Dio non va più lontano della croce. La domanda piena di stupore del v. 5 potrebbe essere loro rivolta. Cari amici, rallegriamoci! Gesù non è solo un Salvatore morto sulla croce per i nostri peccati; Egli è vivente per l’eternità (Apocalisse 1:18). E noi viviamo con Lui (Giovanni 14:19).




Luca

Capitolo 24, versetti da 13 a 35

Due discepoli camminano tristemente sulla via d’Emmaus. Avendo ormai perso la loro speranza terrena d’un Messia per Israele, se ne tornano ai loro campi ed ai loro affari (Marco 16:12). Ma il misterioso straniero che si unisce a loro farà cambiare completamente il corso dei loro pensieri. Egli incomincia col meravigliarsi della loro mancanza d’intelligenza e della loro incredulità (v. 25). Sono due cose che vanno spesso insieme. Quante volte la nostra ignoranza viene dal fatto che non crediamo! (Ebrei 11:3). Poi il Signore apre le Scritture a questi due compagni di strada, e fa scoprire loro «le cose che lo concernevano». Non dimentichiamolo mai: la chiave per capire l’Antico Testamento, e soprattutto le profezie, consiste nel ricercarvi Gesù.

Notate come il Signore si lasci trattenere da quelli che hanno bisogno di Lui: qui Egli entra per restare con questi due discepoli. Che anche noi possiamo fare quest’esperienza. Particolarmente quando siamo scoraggiati e le nostre circostanze sono andate in modo diverso da quello che speravamo, impariamo alla Sua presenza ad accettarle come sono. «La consolazione delle Scritture» dirigerà allora i nostri pensieri verso un Salvatore vivente e farà ardere il nostro cuore (leggere Romani 15:4).




Luca

Capitolo 24, versetti da 36 a 53

Il Signore sarebbe potuto salire nel cielo al momento della risurrezione. Ma Egli desiderava ancora incontrare i suoi cari discepoli (Giovanni 16:22); voleva dar loro la prova che non solo era vivente, ma che restava un uomo per sempre, lo stesso Gesù che avevano conosciuto, seguito e servito quaggiù. Cari amici credenti, Colui che vedremo nel cielo non è solo «uno spirito», e nemmeno uno straniero per i nostri cuori. È il Gesù degli Evangeli, il Figlio dell’uomo che Luca ci ha presentato, il tenero Salvatore che avremo imparato a conoscere ed amare sulla terra.

«Doveva», «non bisognava egli?», «bisognava» (v. 7,26,44). Tutto il disegno di Dio doveva compiersi nelle sofferenze di Cristo, ma anche nelle sue glorie.

È Betania che Gesù sceglie per lasciare i suoi. In figura, li stabilisce, per il tempo della sua assenza, su un nuovo terreno, «fuori» dal sistema giudaico (v. 50): quello della vita nuova e della comunione (Giovanni 12:1).

L’ultima parola del Signore è una promessa (v. 49), il suo ultimo gesto una benedizione (v. 50). Se n’è andato, ma il cuore dei suoi trabocca ormai di gioia e di lode. Oggetti del medesimo amore, celebriamo anche noi il nostro Dio, il nostro Padre, e rallegriamoci in un Salvatore perfetto.




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