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Piccolo commentario del Nuovo Testamento

Epistola di Giacomo

Jean Koechlin

Indice:
   Giacomo 1    Giacomo 2    Giacomo 3    Giacomo 4    Giacomo 5

Giacomo

Capitolo 1, versetti da 1 a 12

Giacomo si rivolge ai suoi fratelli, cristiani usciti dal giudaesimo con il quale hanno mantenuto ancora qualche legame. Egli li invita a considerare la prova come argomento di completa allegrezza: due termini che, a prima vista, si accordano male. Eppure, tra i cristiani ebrei alcuni l’avevano già sperimentata (Ebrei 10:34), e questa loro esperienza conferma la dichiarazione di Paolo: «Ci gloriamo anche nelle afflizioni, sapendo che l’afflizione produce pazienza» (Romani 5:3; confr. Colossesi 1:11). Altra apparente contraddizione: mentre la pazienza implica l’attesa di ciò che non si possiede ancora, Giacomo aggiunge «di nulla mancanti». Ciò che ci può veramente mancare non sono i beni terreni, ma la sapienza. Allora chiediamola al Signore, seguendo l’esempio del giovane Salomone (1 Re 3:9).

Anche se povero, al cristiano non manca niente perché ha Gesù; ed il ricco può rallegrarsi nella sua umiliazione in comunione con Colui che si è annientato e abbassato fino alla morte della croce. Potremmo invidiare coloro che passeranno come fior d’erba? Non perdiamo di vista la corona della vita, che ricompenserà quelli che avranno sopportato la prova con pazienza, cioè quelli che amano il Signore (fine del v. 12).




Giacomo

Capitolo 1, versetti da 13 a 27

Nei v. 2 e 12 il termine prova significa tentazione, prova che viene dall’esterno. Dio ce la dispensa per il nostro bene e, infine, per la nostra gioia. Al v. 13, essere tentato ha un significato diverso: presuppone il male. Noi siamo «adescati» interiormente, dalle nostre concupiscenze. Come potrebbe essere Dio la causa di queste? Nulla di tenebroso può discendere dal «Padre degli astri luminosi» (confr. 1 Giovanni 1:5). Colui che ci ha mandato il suo unico Figlio ci dà, con Lui, «ogni dono perfetto» (Romani 8:32). La sorgente del male in noi sono i cattivi pensieri, da cui deriveranno cattive parole e cattive azioni. Ma non basta esserne coscienti, se no assomigliamo a uno che, constatato di avere il viso sporco guardandosi in uno specchio, non andasse subito a lavarsi. La Parola di Dio è questo specchio, e mostra all’uomo quello che è; gli insegna a fare il bene (4:17) ma non può farlo al posto suo.

In che cosa consiste l’unica «religione» riconosciuta da Dio e Padre? Non in vane cerimonie che gli uomini definiscono «la religione». Essa scaturisce dalla duplice posizione in cui il Signore ha lasciato i suoi: nel mondo, ed è la devozione dell’amore; non del mondo, il che significa che devono conservarsi puri da esso (v. 27; Giovanni 17:11,14,16).




Giacomo

Capitolo 2, versetti da 1 a 13

Noi siamo influenzati più di quanto non pensiamo dalla falsa scala di valori sulla quale si basa il mondo, come la ricchezza, il rango sociale, ecc... Anche Samuele aveva bisogno d’imparare che «l’uomo riguarda all’apparenza, ma l’Eterno riguarda al cuore» (1 Samuele 16:7). E sapete fin dove hanno portato il mondo questi «riguardi personali»? Fino al punto di disprezzare e rigettare il Figlio di Dio, perché era venuto come un povero quaggiù (2 Corinzi 8:9). Ancor oggi, il bel nome di Cristo invocato sui cristiani resta bersaglio di derisioni e bestemmie. Eppure, coloro che lo portano, quei poveri che il mondo disprezza, sono designati dal Signore come gli eredi del Regno (v. 5; Matteo 5:3)! A loro s’impone dunque «la legge regale», cioè quella del re (v. 8). Ora, mancare ad un comandamento d’amore significa trasgredire tutta la legge, così come è sufficiente la rottura d’un solo anello per spezzare una catena. In questo modo siamo tutti colpevoli, convinti di peccato. Ma Dio ha trovato una gloria maggiore nel fare misericordia che nel giudizio. Questa misericordia ci pone ormai sotto una «legge» del tutto diversa: quella della libertà. Libertà d’una nuova natura che trova il suo piacere nell’ubbidire a Dio (1 Pietro 2:16).




Giacomo

Capitolo 2, versetti da 14 a 26

Alcuni hanno creduto di vedere una contraddizione tra l’insegnamento di Giacomo e quello di Paolo (per esempio in Romani 4). In realtà, ognuno di loro presenta un lato differente della verità. Paolo dimostra che la fede basta a rendere uno giusto davanti a Dio. Giacomo spiega che, per essere giustificati agli occhi degli uomini, sono necessarie le opere (v. 24; 1 Giovanni 3:10). Non è la radice, ma il frutto che permette di giudicare la qualità d’un albero (Luca 6:43,44). La fede interiore può mostrarsi agli uomini solo mediante le opere. Non posso vedere l’elettricità, ma il funzionamento d’una lampada o d’un motore mi permette d’affermare la presenza della corrente nel filo conduttore.

La fede è un principio attivo (v. 22), un’energia interna che fa muovere gl’ingranaggi del cuore. Paolo e Giacomo illustrano il loro insegnamento con lo stesso esempio: quello d’Abramo, al quale s’aggiunge quello di Raab. Secondo la morale umana, il primo è un padre criminale, la seconda una donna di cattivi costumi che tradisce il suo popolo. Eppure, i loro atti non sono altro che la manifesta conseguenza della loro fede, che li porta a fare, per Dio, i più grandi sacrifici.

Amico, forse un giorno hai detto d’avere la fede: l’hai anche mostrata con le tue opere?




Giacomo

Capitolo 3, versetti da 1 a 18

Come la fede, se esiste, si manifesta necessariamente mediante le opere, così la sozzura del cuore si esterna, prima o poi, mediante le parole. Ogni macchina a vapore possiede una valvola attraverso la quale la pressione interna eccessiva sfugge irresistibilmente. Se lasciamo salire in noi questa «pressione» senza giudicarla, essa si mostrerà inevitabilmente con le parole che noi non potremmo contenere. Il Signore ci fa così constatare l’impurità delle nostre labbra (Isaia 6:5) e ce ne mostra la sorgente interiore: l’abbondanza del cuore (Matteo 12:34; 15:19; Proverbi 10:20). Ma ci invita, mediante il giudizio di noi stessi, a separare «ciò ch’è prezioso da ciò ch’è vile», per essere come la Sua bocca (Geremia 15:19).

C’è saggezza e saggezza. Quella che viene dall’alto, come ogni dono perfetto, discende dal Padre degli astri luminosi (1:17). Le sue motivazioni ce la faranno riconoscere: essa è sempre pura, senza volontà personale, attiva nel bene.

Dovremmo rileggere questi versetti ogni volta che siamo sul punto di fare un cattivo uso della nostra lingua: contese, menzogne (v. 14), maldicenze (4:11), vanterie (4:16), mormorii (5:9), giuramenti o parole leggere (5:12; Efesini 4:29; 5:4). E, purtroppo, quante volte ci capita ogni giorno!




Giacomo

Capitolo 4, versetti da 1 a 12

Una disputa tra figli di Dio rivela, senza rischio d’errore, che la loro personalità si vuole imporre e non è tenuta «nella morte». Il Signore c’insegna che essa è, per di più, un ostacolo all’esaudimento delle nostre preghiere (leggere Marco 11:25). Ci possono essere due ragioni per le quali non riceviamo alcuna risposta: La prima è che non domandiamo, «perché chiunque chiede riceve» (Matteo 7:8). La seconda, che domandiamo male; non si tratta qui della forma forse scorretta delle nostre preghiere («noi non sappiamo pregare come si conviene»: Romani 8:26), ma del loro fine. Preghiamo in vista della gloria del Signore o per soddisfare le nostre concupiscenze? Questi due principi non possono conciliarsi. Amare il mondo significa tradire la causa del nostro Dio, poiché il mondo gli ha dichiarato guerra crocifiggendo il suo Figlio; la neutralità non è possibile (Matteo 12:30)!

L’invidia e la concupiscenza sono le calamite con cui il mondo ci attira. Ma a coloro che sono per Lui, Dio dà infinitamente più di ciò che il mondo può offrire: una maggior grazia (v. 6; Matteo 13:12). Ne godono quelli che hanno imparato dal Salvatore la mansuetudine e l’umiltà (Matteo 11:29). Ma, per provare le virtù della grazia, è necessario aver prima provato le proprie miserie (v. 8,9; confr. Gioele 2:12,13).




Giacomo
 

Capitolo 4, versetti da 13 a 17
Capitolo 5, versetti da 1 a 6

Quelli che fanno dei progetti (v. 13-15; Isaia 56:12) e quelli che accumulano dei beni terreni (5:1-6) sono spesso le stesse persone (Luca 12:18,19). Gli uni e gli altri sono estranei alla vita della fede. Credere di poter disporre dell’avvenire significa sostituire la propria volontà a quella di Dio, e presuppone anche l’incredulità; si mostra che non si crede al prossimo ritorno del Signore. Quanto alle ricchezze, è particolarmente assurdo accumularle negli «ultimi giorni». I rischi che minacciano le fortune di quaggiù, fallimenti, furti, svalutazioni, ecc..., dimostrano che si tratta di ricchezze corruttibili, di oro e di argento che arrugginiscono (vedere Salmo 52:7). Ed è per questo motivo che il Signore raccomanda: «Fatevi delle borse che non invecchiano, un tesoro che non venga meno ne’ cieli, ove ladro non s’accosta e tignuola non guasta» (Luca 12:33). Il godimento dei beni materiali contribuisce a indurire il cuore: nei riguardi di Dio, perché si perde il sentimento della sua dipendenza e dei veri bisogni, che sono quelli dell’anima (Apocalisse 3:17); e nei riguardi del nostro prossimo, perché non ci si preoccupa di coloro ai quali manca il necessario (Proverbi 18:23).




Giacomo

Capitolo 5, versetti da 7 a 20

L’autunno è la stagione delle arature. Trascorreranno da otto a dieci mesi prima che, fra un’alternanza di freddo e di caldo, di pioggia e di sole, maturi la nuova messe. Quanta pazienza deve avere l’agricoltore! Come lui, dobbiamo avere pazienza, «perché la venuta del Signore è vicina». Dobbiamo ugualmente far uso delle nostre risorse: nei momenti di gioia, dei cantici; nella prova (come in ogni momento), della preghiera fervente della fede. Abbiamo già fatto l’esperienza ch’essa «molto può» (Giovanni 9:31)?

I v. 14 a 16, che servono nella cristianità a giustificare ogni tipo di pratica, mantengono il loro pieno valore se le condizioni menzionate sono tutte presenti. Tuttavia, un cristiano dipendente da Dio si sentirà raramente libero di chiedere insistentemente la guarigione; pregherà piuttosto con alcuni fratelli per la serena accettazione della Sua volontà.

La fine dell’epistola mette l’accento sull’aiuto fraterno nell’amore: la confessione gli uni agli altri degli errori (non ad un prete o chi esso sia), la preghiera l’uno per l’altro, le cure nei riguardi di coloro che hanno mancato. La dottrina occupa poco spazio in questa epistola, mentre ne occupa molto l’esortazione a mettere in pratica il nostro cristianesimo. Che Dio ci accordi d’essere non degli uditori dimentichevoli ma dei facitori dell’opera (1:25).




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