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Piccolo commentario del Nuovo Testamento

Atti degli Apostoli

Jean Koechlin

Indice:
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Atti

Capitolo 1, versetti da 1 a 14

Luca, autore ispirato del libro degli Atti, inizia il suo racconto con l’ascensione di Gesù in cielo, benché l’avesse già riportata alla fine del suo Vangelo. Quell’avvenimento è importante perché la discesa dello Spirito Santo, e tutta l’opera che ne doveva derivare «fino all’estremità della terra», dipende dalla presenza di Cristo nella gloria (Giovanni 16:7). Inoltre, questo inizio conferma che tutto ciò che fecero gli apostoli corrispondeva agli ordini ricevuti dal Signore (v. 2,8) e giustifica il loro servizio. «Voi mi sarete testimoni», dice loro Gesù, poiché i loro pensieri erano ancora volti verso le cose della terra (v. 6). Divenivano così i depositari delle meravigliose verità che li concernevano: Colui che aveva sofferto era adesso vivente (v. 3). Elevato nel cielo sotto i loro occhi (v. 9), sarebbe ritornato nello stesso modo, secondo la promessa sicura comunicata dagli angeli (v. 11). E loro avrebbero dovuto annunciare queste cose mediante la potenza dello Spirito che stavano per ricevere (v. 8).

La prima riunione dopo l’ascensione del Signore è dedicata alla preghiera, e tutti gli apostoli sono presenti. Giunti alla fine della storia della Chiesa sulla terra, facciamo in modo di non mancare a quella che sarà l’ultima, prima del Suo ritorno (leggere Ebrei 10:25).




Atti

Capitolo 1, versetti da 15 a 26

Pietro — pienamente riabilitato — prende la parola in mezzo ai primi discepoli e ricorda la miserabile fine di Giuda che si era impiccato (Matteo 27:5-8). Fu una morte terribile, ma la sua sorte eterna sarà infinitamente più terribile! (v. 25).

Poi, basandosi sull’autorità delle Scritture, Pietro mostra la necessità di sostituire il discepolo decaduto. Dodici apostoli dovevano essere i testimoni, in qualche modo «ufficiali», di questo fattore fondamentale del cristianesimo: la risurrezione del Signore Gesù (confr. 1 Corinzi 15:5). Giuseppe e Mattia erano tra coloro che avevano avuto il privilegio d’accompagnare Gesù durante il suo ministerio quaggiù. Forse facevano parte dei settanta ch’Egli aveva già mandato (Luca 10:1). Dopo aver chiesto al Signore, che conosce «i cuori di tutti», di manifestare la sua scelta, tirano a sorte e Mattia è designato.

Tirare a sorte oggi non è più da fare, poiché lo Spirito Santo è qui per dare a noi credenti il discernimento di cui abbiamo bisogno. È interessante paragonare questa scena con Atti 13:2, in cui lo Spirito comanda: «Mettetemi a parte Barnaba e Saulo per l’opera alla quale li ho chiamati».




Atti

Capitolo 2, versetti da 1 a 21

Sono trascorsi alcuni giorni dall’ascensione del Signore. La sua promessa, che è anche quella del Padre, sta per compiersi (cap. 1:4). Sotto forma di «lingue come di fuoco che si dividevano», lo Spirito Santo, persona divina, scende sulla terra e si posa sui discepoli. Subito la sua potenza si manifesta in loro: essi riescono ad esprimersi in lingue che non conoscevano. Dio rimedia così in grazia alla maledizione di Babele (Genesi 11:1-9).

La festa giudaica della Pentecoste portava ogni anno a Gerusalemme una considerevole folla di Israeliti dispersi fra le nazioni. Questa affluenza sarà l’occasione della prima grande riunione di evangelizzazione. Ma quale soggetto di stupore per questa moltitudine! Ognuno può udire nella propria lingua «le cose grandi di Dio». E quelli che parlano sono dei «Galilei» senza istruzione (confr. cap. 4:13; Giovanni 7:15). Non è assolutamente necessario far parte d’una élite, né aver fatto certi studi per essere operai del Signore. Dipendere da Lui, sottomettersi all’azione del suo Spirito, sono le sole condizioni richieste. Che ognuno di noi le possa soddisfare!




Atti

Capitolo 2, versetti da 22 a 41

Partendo da un testo del profeta Gioele, Pietro ha dimostrato ai Giudei che la potenza che agisce in mezzo a loro è d’origine divina. Quando udiamo una lettura biblica o una meditazione, non dimentichiamo mai che Dio ci parla. Ora Pietro ricorda il meraviglioso cammino di Cristo sulla terra, la sua morte e la sua risurrezione preannunciate da molti passi della Scrittura e attestate dagli apostoli. Così «questo Gesù» che il popolo aveva crocifisso, Dio l’ha fatto sedere alla sua destra, designandolo Signore e Cristo. È un motivo di paura per i suoi uccisori, convinti ora d’aver commesso un crimine. Colpiti nelle loro coscienze, gli uditori sono colti da compunzione, cioè da timore e dispiacere contemporaneamente. Come placare Dio dopo un simile oltraggio? In primo luogo col pentimento, risponde Pietro. Non si tratta di un semplice rimorso per aver agito male, ma di un giudizio che bisogna portare con Dio sulle proprie azioni passate, e dell’abbandono di questa antica condotta; questa è già una prima manifestazione della fede (perciò l’apostolo non ha bisogno di invitarli a credere). Tremila persone sono convertite e battezzate in seguito a questa prima predicazione.




Atti
 

Capitolo 2, versetti da 42 a 47
Capitolo 3, versetti da 1 a 11

Il Capitolo 2 termina con uno stupendo quadro dell’assemblea agli inizi. Vi erano, come oggi, delle riunioni per l’edificazione, la Cena del Signore e la preghiera (v. 42). Ma noi limitiamo spesso la vita dell’assemblea a questo, mentre essa deve avere il suo prolungamento nelle case di coloro che la compongono (v. 46).

«Ogni anima era presa da timore», dichiara il v. 43. La gravità e la serietà possono accordarsi perfettamente con la gioia segnalata alla fine del v. 46.

Nel cap. 3 vediamo la potenza dello Spirito Santo manifestarsi non solo nelle parole degli apostoli, ma anche nelle loro opere.

Chiedendo l’elemosina a Pietro e Giovanni, il povero zoppo seduto alla porta del tempio detta «Bella» non si aspettava certo il dono che stava per ricevere: una miracolosa guarigione per la fede nel nome di Gesù! «Quello che ho, te lo do», dice Pietro (v. 6). Quando si tratta di dare, generalmente si pensa subito al denaro (v. 6); più raramente all’inesauribile tesoro celeste, cioè alla conoscenza del Salvatore che abbiamo il grande privilegio di comunicare attorno a noi.

Che cambiamento per il povero zoppo! Fino a quel momento egli era «alla porta». Ora entra alla presenza di Dio per lodarlo (v. 8). Forse uno dei nostri lettori è ancora «alla porta»?




Atti

Capitolo 3, versetti da 12 a 26

Venendo a conoscenza della guarigione dell’uomo invalido, la folla, curiosa, si raduna. Tutti sono pieni di stupore e ammirazione (v. 10). Ma Pietro distoglie immediatamente l’attenzione da sé e da Giovanni, per attribuire il miracolo al potere del nome di Gesù. Quest’opera dimostrava in modo lampante la vita e la potenza in risurrezione di Colui che avevano messo a morte. «Voi rinnegaste il Santo ed il Giusto», egli dice; non lo fa per condannarli, ma come uno che conosce, per esperienza personale, la vergogna di questo peccato (v. 14; Luca 22:57). «Io so che lo faceste per ignoranza» (v. 17), aggiunge, confermando le parole del Salvatore sulla croce: «Padre, perdona loro, perché non sanno quello che fanno» (Luca 23:34). L’occasione offerta ancora una volta ai Giudei dì udire l’Evangelo e di pentirsi risponde a questa preghiera del Signore! Essi hanno in mezzo a loro la testimonianza dello Spirito Santo che parla per bocca di Pietro ed era visibile nell’assemblea (cap. 2:44-47). Se la nazione, riconoscendo il suo peccato, si volge ora verso Dio, il Signore potrà ritornare; altrimenti non avrà più, d’ora in poi, la scusa dell’ignoranza.




Atti

Capitolo 4, versetti da 1 a 22

Un’opera così potente non può mancare di provocare l’opposizione di Satana. I suoi strumenti sono noti: Anna, Caiàfa, i sacerdoti, gli anziani e gli scribi; insomma, i principali responsabili della condanna del Signore. Se avessero risparmiato i discepoli, avrebbero ammesso di essere stati ingiusti nel far morire il Maestro. L’orgoglio impedisce che questo avvenga. Essi perseverarono nel loro odio contro il nome di Gesù. Egli stesso diventa d’ora in poi la pietra di paragone per eccellenza: per gli uni la «pietra angolare, eletta, preziosa», per gli altri «una pietra d’inciampo e un sasso d’intoppo» (confr. v. 11 e 1 Pietro 2:4-8). I1 versetto 12 è fondamentale; esso afferma il valore e la necessità del nome di Gesù per essere salvati.

I discepoli sono riconosciuti per esser stati con Gesù (v. 13). Se viviamo abitualmente nella comunione col Signore, questo sarà notato.

Tutta l’opposizione dei capi dei Giudei non può fermare l’azione dell’Evangelo (v. 4), né chiudere la bocca degli apostoli, perché essi hanno ricevuto da Dio stesso la loro chiamata e la loro missione (v. 19). E la Parola è in loro «come un fuoco ardente» (v. 20; Geremia 20:9).




Atti

Capitolo 4, versetti da 23 a 37

Pietro e Giovanni ritrovano gli altri apostoli (chiamati «i loro» al v. 23) e riferiscono loro i propositi dei capi del popolo. Poi, invece di decidere sul da farsi, usano la loro unica, vera risorsa: la preghiera (vedere anche cap. 6:4; 12:5-12; 14:23). Essi riconoscono, nella rivolta dei Giudei e delle nazioni contro Dio e contro il suo «santo Servitore Gesù», il compiersi delle Scritture sebbene in modo ancora parziale; per questo gli apostoli omettono, citando il Salmo 2, la terribile risposta divina a queste provocazioni degli uomini.

La franchezza è un termine caratteristico di questo capitolo (v. 13, 29, 31). Non ha niente in comune con l’energia carnale che un tempo faceva agire Pietro... e l’abbandonava un momento dopo! I discepoli la ottengono in risposta alla loro preghiera. Imitiamoli quando sentiamo che ci manca il coraggio.

Segue, nei versetti da 32 a 37, una nuova magnifica descrizione della Chiesa nella freschezza del suo primo amore. Senza pretendere di ritornare a questo felice inizio, sforziamoci di realizzarne lo spirito mettendo da parte il nostro egoismo e cogliendo tutte le occasioni per dedicarci ai nostri fratelli.




Atti

Capitolo 5, versetti da 1 a 16

Il capitolo 4 cominciava con un «or», che preannunciava l’azione del nemico dall’esterno contro la verità. Il capitolo 5 inizia con un «ma», che introduce la sua opera all’interno per corrompere la Chiesa. Ahimè! Satana non ha smesso da allora di essere attivo in questo duplice modo. Lo spirito d’imitazione e il desiderio di darsi un’apparenza di pietà hanno portato Anania e Saffira a mentire. Pietro li riprende con una santa indignazione e la coppia è subito colpita dalla mano di Dio. La loro sorte eterna non è qui in dubbio; questa è solo una manifestazione del governo di Dio. Col pretesto che siamo gli oggetti della grazia non pensiamo che Dio abbia il peccato meno in orrore. Egli è santo, e tali devono essere i suoi figli (1 Pietro 1:15-17).

Un grande timore s’impossessa dei presenti. È un sentimento che dobbiamo coltivare anche noi nei riguardi di Colui che legge i nostri pensieri più segreti.

I versetti da 12 a 16 ci parlano dei miracoli d’amore compiuti «per le mani degli apostoli» e ci mostrano anche che non basta ammirare i credenti; bisogna fare personalmente il passo e unirsi al Signore (v. 13,14). In Apocalisse 21:8 i codardi sono i primi ad essere nominati tra coloro che saranno perduti per l’eternità.




Atti

Capitolo 5, versetti da 17 a 32

Il sommo sacerdote e quelli che sono con lui sono pieni di invidia nel vedere degli uomini senza istruzione, e non facenti parte del clero, ottenere un simile successo presso le folle. Inoltre, i Sadducei, che negano la resurrezione, sono particolarmente eccitati contro gli apostoli che predicano quella del Signore (v. 17; cap. 4:1-2). Incapaci di imporre la loro autorità in altro modo, essi gettano in prigione quegli uomini che non sono riusciti a far tacere. Ma il Signore manda un angelo per liberare i suoi servitori che tornano subito ad insegnare nel tempio. I capi sono avvisati e li fanno comparire davanti al sinedrio. «Volete trarci addosso il sangue di quell’uomo», dicono loro; mentre, davanti a Pilato, essi stessi avevano richiesto col popolo che il suo sangue fosse su loro e sui loro figli (Matteo 27:25). Poi ingiungono loro di tacere. «Bisogna ubbidire a Dio anziché agli uomini», rispondono Pietro e gli apostoli (vedere cap. 4:19). E rendono una volta di più un’eccezionale testimonianza alla risurrezione gloriosa di Gesù, «Principe e Salvatore» e alla remissione dei peccati per mezzo di Lui.




Atti

Capitolo 5, versetti da 33 a 42

Dopo il suo angelo, Dio si serve, per liberare i suoi, d’un eminente fariseo (setta opposta a quella dei Sadducei) di nome Gamaliele. Era un dottore della legge conosciuto e rispettato tra i Giudei. Con moderazione, servendosi di esempi che tutti conoscevano, esorta i colleghi alla pazienza. La fine avrebbe mostrato se quest’opera era degli uomini o se era di Dio. D’altronde, non è mai difficile discernere a quale sponda appartengono coloro che si dicono esser qualche gran cosa (v. 36). Ma non è così degli apostoli. Riconoscendo che, in quanto a se stessi, non erano niente, essi davano tutta la gloria al nome di Gesù che non smettevano d’annunziare (cap. 3:12; 4:10).

Il Signore aveva avvertito i discepoli che i Giudei avrebbero messo le mani su di loro, che sarebbero stati perseguitati, cacciati dalle sinagoghe e imprigionati (Luca 21:12). E tutte queste prove non avevano tardato ad arrivare (v. 17 a 32), e non hanno mai smesso di essere la parte dei credenti. Spesso ringraziamo il Signore perché ci risparmia le persecuzioni che imperversano in altri paesi. Ma non dimentichiamo che soffrire per il suo Nome è un onore. Gli apostoli si rallegrano di esserne stimati degni (v. 41; confr. 1 Pietro 4:19; Matteo 5:11-12).




Atti

Capitolo 6, versetti da 1 a 15

L’armonioso quadro dei capitoli 2:42 e 4:32 è già offuscato. Un mormorio (una lamentela che non si osa formulare ad alta voce) è sorto in mezzo ai discepoli. Facciamo tacere in noi simili mormorii di malcontento e di gelosia, poiché con questo mezzo «il distruttore» si sforza di turbare la comunione dei figli di Dio (leggere 1 Corinzi 10:10).

Per rimediare a questo stato di cose, sono scelti dei servitori. Noi non avremmo pensato che, anche per servire alle mense, fosse necessario essere «pieni di Spirito» (v. 3). Ma quello è lo stato normale del cristiano, e può essere anche il nostro se lo desideriamo; non chiedendo, come alcuni credono, una nuova discesa dello Spirito Santo; lo Spirito è già nel credente. Ma lasciandogli tutto il posto nel tempio del nostro cuore.

In Stefano in modo particolare lo Spirito brilla nei suoi tre caratteri: potenza, amore e sapienza (v. 8 e 10; confr. 2 Timoteo 1:7). Le opere (v. 8) e le parole (v. 10) di quest’uomo di Dio chiudono la bocca a tutti i suoi avversari, che sono costretti ad assoldare contro di lui dei falsi testimoni (confr. Matteo 26:59). Ma il suo viso splende già d’una bellezza celeste (v. 15).




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Capitolo 7, versetti da 1 a 19

Stefano non approfitta del fatto che il sommo sacerdote gli concede la parola per giustificarsi delle false accuse di cui è oggetto. Lo Spirito Santo, di cui è ripieno, gli detta «in quell’ora stessa» ciò che deve rispondere (Luca 12:11-12). Egli si serve della storia d’Israele per esporre le vie di Dio e la sua fedeltà, contrapposta all’infedeltà del suo popolo. Infatti questo racconto, che occupa un simile posto nella Parola di Dio, contiene sotto forma di «figure» degli insegnamenti destinati a servire d’ammonizione (1 Corinzi 10:11). Abramo era stato chiamato e aveva ubbidito (Ebrei 11:8); aveva colto per fede le promesse che Dio gli aveva fatto prima della nascita d’Isacco. I suoi discendenti dovevano soggiornare in Egitto, subirne il giogo, per poi uscirne e servire l’Eterno nella terra promessa. Essi mi renderanno il loro culto (v. 7): parola adatta a colpire la coscienza di questo popolo indomabile e ribelle.

La storia di Giuseppe, respinto dai suoi fratelli ed esaltato in seguito da Faraone, illustra magnificamente l’odio dei Giudei contro Cristo e la posizione gloriosa che Dio gli ha riservato dopo averlo liberato «da tutte le sue distrette» (v. 10).




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Capitolo 7, versetti da 20 a 43

Avevano accusato Stefano di proferire parole blasfeme contro Mosè (cap. 6:11). Ma vedete invece con che venerazione egli parla di questo patriarca! La bellezza che Dio discerneva nel bambino fin dalla nascita (v. 20) e più tardi la sua potenza nelle parole e nelle opere (v. 22), l’amore per i suoi fratelli che l’ha spinto a visitarli (v. 23), l’incomprensione che ha incontrato da parte loro quando ha voluto liberarli (v. 25-35), sono tutti caratteri che avrebbero dovuto portare gli sguardi del popolo sul prezioso Salvatore che ha rigettato. D’altronde, Mosè stesso aveva annunciato la Sua venuta esortando ad ascoltarlo (v. 37). E Pietro, prima di Stefano, aveva già citato questo v. 15 del cap. 18 di Deuteronomio nel suo discorso del cap. 3 (v. 22). Doppia testimonianza al compimento delle Scritture! Ma questo popolo si è dimostrato non sottomesso e idolatra fin dall’inizio della sua storia e, nonostante le più grandi testimonianze d’amore e di pazienza da parte di Dio, il suo carattere naturale non è cambiato. Lo stesso si può dire per i nostri poveri cuori. Per quanto lontano possiamo risalire nei nostri ricordi, anche nella più tenera età, ritroviamo la disobbedienza e la cupidigia. Solo la potenza di Dio ha potuto darci un’altra natura.




Atti

Capitolo 7, versetti da 44 a 60

Stefano termina il suo racconto. Comparso nelle vesti di accusato davanti al sinedrio, è lui che, da parte di Dio, fa il terribile processo di questo popolo dal collo duro (vedere Esodo 32:9; 33:3). «Voi contrastate sempre allo Spirito Santo» afferma Stefano, che ne era ripieno. Capita spesso anche a noi di resistere allo Spirito Santo, che si tratti di fare la volontà del Signore o di non fare la nostra.

Che contrasto tra la pace del discepolo, assorto dalla visione gloriosa di Gesù alla destra di Dio, e la rabbia dei suoi avversari. Questa rabbia li spinge, senza nemmeno una parvenza di giudizio, al crimine che provocherà per molti secoli il castigo dei Giudei come nazione e la loro dispersione per tutta la terra. Paragonando le ultime parole del fedele testimone (v. 56,60) a quelle del Signore sulla croce (Luca 23:46 e 34), notiamo ancora una volta come il discepolo assomigli al Maestro sul quale fissava gli occhi. Questo assassinio è la tragica conclusione della storia del popolo ribelle raccontata da Stefano, e che egli suggella col proprio sangue, diventando, dopo la lunga lista dei profeti perseguitati (v. 52), il primo martire della Chiesa (leggere 1 Tessalonicesi 2:15-16).




Atti

Capitolo 8, versetti da 1 a 25

Il Signore aveva comandato ai discepoli: «Voi mi sarete testimoni e in Gerusalemme, e in tutta la Giudea e Samaria, e fino all’estremità della terra» (cap. 1:8). Fin qui avevano adempiuto solo alla prima parte di quest’ordine. Per far loro superare la tappa successiva, il Signore ricorre, nella sua saggezza, ad un mezzo doloroso: la persecuzione (il cui primo segnale è dato dalla morte di Stefano). Questa ha come risultato di disperdere i credenti e, di conseguenza, di portare l’Evangelo altrove. È così che un vento sgradevole ha spesso il buon effetto di portare lontano i semi utili.

Filippo l’evangelista (nominato al cap. 6:5) si reca in Samaria per predicare «il Cristo»; non una dottrina, ma una Persona (v. 5; confr. v. 35). Che potenza avrebbe la nostra testimonianza se, invece di presentare solo delle verità, parlassimo attorno a noi di Colui di cui è (... o dovrebbe essere) ripieno il nostro cuore!

Così i Samaritani, detestati e disprezzati dai Giudei, partecipano oramai con loro al battesimo e al dono dello Spirito Santo. Né la nascita, né i meriti, né il denaro, come credeva il mago Simone, danno l’accesso ad un simile privilegio. Tutto proviene dalla pura grazia di Dio.




Atti

Capitolo 8, versetti da 26 a 40

Filippo stava per essere lo strumento per una grande opera in Samaria. Quale deve essere stato il suo stupore nel ricevere l’ordine di lasciare il suo campo di lavoro per recarsi in una via deserta! che luogo strano per annunciare l’evangelo! Tuttavia egli ubbidisce senza discutere; ed ecco che passa il carro d’un nobile ministro africano che ha fatto un lungo viaggio per adorare a Gerusalemme. Ma come avrebbe potuto trovare Dio in quella città che aveva respinto e ucciso il suo Figlio? Quest’uomo, tuttavia, porta con sé un tesoro infinitamente più grande dei tesori della sua sovrana (v. 27): una porzione delle Sante Scritture. E Dio l’ha condotto nella sua lettura fino al cuore del libro d’Isaia, il cap. 53. Così, tutto è stato preparato davanti al servitore del Signore. L’Etiopo impara da lui a conoscere Gesù. Può così essere battezzato e continuare il suo cammino «tutto allegro» per diventare, a sua volta, un messaggero della grazia nel suo lontano paese.

Non sono evangelisti solo quelli che si rivolgono alle folle. Cominciamo coll’essere obbedienti: il Signore permetterà allora che anche noi ci troviamo, proprio al momento giusto, sulla strada di qualcuno a cui potremo annunciare Gesù.




Atti

Capitolo 9, versetti da 1 a 22

Il cap. 8:3 menzionava un giovane chiamato Saulo, avversario particolarmente accanito dei cristiani. Secondo le sue stesse parole, era «un bestemmiatore, un persecutore e un oltraggiatore»: il primo dei peccatori (1 Timoteo 1:13.15)! Ma la potenza di Dio sta per strappare a Satana uno dei suoi migliori strumenti per arruolarlo al Suo servizio. Non contento di tormentare i cristiani di Gerusalemme, Saulo, nel suo furore e nel suo fanatismo, porta la persecuzione in altre città in cui l’opera di Dio si era estesa (confr. cap. 26:11). Eccolo recarsi a Damasco avendo nelle mani una procura del sommo sacerdote e nel cuore un odio implacabile contro i discepoli del Signore. Ma sulla strada, in pieno giorno, è improvvisamente accecato da un chiarore sfolgorante e gettato per terra; e viene a sapere, immaginiamo con quale emozione, che Colui che l’interpellava dall’alto della gloria era quel Gesù contro cui egli combatteva nei suoi discepoli. Il Signore s’identifica infatti coi suoi cari riscattati; essi fanno parte di Lui stesso.

Saulo, cieco, è condotto a Damasco, mentre un lavoro profondo si compie nel suo animo. Il Signore incarica Anania di visitare il nuovo convertito, di aprirgli gli occhi e di battezzarlo.




Atti

Capitolo 9, versetti da 23 a 43

Subito convertito, Saulo si è messo a predicare il nome che aveva tanto combattuto fino a quel momento (v. 20). Tuttavia, sono necessari ancora molti anni per prepararlo al ministerio di cui è parlato al v. 15. Giovani amici credenti, non aspettate d’avere molta conoscenza per parlare agli altri del Signore. Ma, nello stesso tempo, non pensate che basti essere salvati per intraprendere subito qualunque servizio. È stato necessario a Paolo un tempo di ritiro in Arabia (Galati 1:17), poi un nuovo periodo a Tarso (Atti 9:30; 11:25), prima di essere chiamato a portare l’Evangelo alle nazioni, in compagnia di Barnaba. Solo quattordici anni dopo la conversione, gli altri apostoli gli diedero «la mano d’associazione» per l’opera tra le nazioni.

Quattro bei caratteri hanno le assemblee in questi tempi dell’inizio: la pace, l’edificazione, un santo timore, ed infine dei progressi dovuti all’azione del divino «Consolatore» (v. 31). Lo Spirito Santo è sempre con noi per farci realizzare questi caratteri.

Il capitolo si chiude con la guarigione di Enea e la risurrezione di Tabita: due miracoli, compiuti da Pietro, che sono il mezzo per portare delle anime al Signore e per far godere i discepoli della consolazione dello Spirito Santo.




Atti

Capitolo 10, versetti da 1 a 24

Questo capitolo è molto importante per noi che apparteniamo alle nazioni, cioè a popolazioni che erano pagane. Infatti, vediamo Pietro aprire a queste le porte del regno dei cieli (Matteo 16: 19). Bisogna notare con quale cura e con quale grazia Dio ha preparato da un lato il suo servitore, dall’altro Cornelio, all’incontro che avrà per questi e per noi meravigliose conseguenze. La rivelazione di Dio li trova entrambi nella medesima preziosa occupazione: la preghiera. Ma, dalle reticenze di Pietro a mangiare del contenuto del gran lenzuolo calato dal cielo, possiamo comprendere come i pregiudizi giudaici fossero radicati anche nei discepoli, e quale fosse lo spirito di superiorità d’un Israelita nei confronti d’un pagano. Con questa visione, Dio voleva insegnare al suo servitore a non fare più distinzione tra un popolo «puro», Israele, e le nazioni «impure». Tutti, Giudei e non, sono peccatori «rinchiusi nella disubbidienza» per diventare gli oggetti d’una stessa misericordia (Romani 10:12 e 11:30-32). Che Dio ci preservi dunque dall’avere «riguardo alla qualità delle persone» (v. 34) considerando alcuni meno degni di altri di ricevere l’Evangelo. Non dobbiamo scegliere, ma obbedire.




Atti

Capitolo 10, versetti da 25 a 48

Dio usa mezzi differenti per portare le anime alla sua conoscenza. La conversione dell’Etiopo (cap. 8), quella di Saulo (cap. 9) e quella di Cornelio (cap. 10) non si assomigliano. In questi tre uomini riconosciamo i discendenti dei tre figli di Noè: Cam: le razze africane e asiatiche; Sem: Israele e alcuni popoli orientali; infine Jafet: le nazioni del Nord e dell’Occidente. «Chiunque crede» in Gesù Cristo «riceve la remissione dei peccati»: tale è d’ora in poi il messaggio universale rivolto ad ogni tribù, lingua, popolo e nazione (v. 43; Apoc. 5:9). Nella persona di Cornelio, «quelli che sono lontani» odono a loro volta «la buona novella della pace» per mezzo di Gesù Cristo (v. 36; cap. 2:39; Efesini 2:17).

Gloriose visite, in verità, per questa casa un tempo pagana: un angelo (v. 3), Pietro e i fratelli che l’accompagnano, latori del messaggio dell’Evangelo; infine, e soprattutto, lo Spirito Santo che viene a suggellare questi nuovi convertiti, a conferma della loro fede e la loro qualità di figli di Dio. Come non riconoscere, di fronte a questo segno pubblico, la volontà della grazia di Dio? Pietro non può che sancirla col battesimo cristiano (v. 48).




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Capitolo 11, versetti da 1 a 18

Non giudichiamo mai basandoci sulle apparenze o su circostanze che conosciamo solo imperfettamente. Un cristiano, il cui comportamento ci ha sorpreso, può aver agito per ubbidienza al Signore. Così era il caso di Pietro, quando era entrato in casa di Cornelio e aveva mangiato con lui. Questi dettagli erano tutto ciò che avevano voluto prendere in considerazione «quelli della circoncisione» (v. 2); mentre in quella casa erano accadute cose meravigliose, che l’apostolo racconterà! La salvezza delle nazioni era annunciata nel Vecchio Testamento (per es. Isaia 49:6 e 65:1). Pietro stesso vi aveva fatto allusione fin dal suo primo discorso (cap. 2:21,39). Tuttavia, per eliminare le perplessità dei fratelli di Gerusalemme, erano necessarie delle prove formali. Queste sono portate mediante il racconto di Pietro, confermato dai sei testimoni che l’hanno accompagnato. Venendo a conoscenza di come l’apostolo è stato illuminato e condotto a casa di Cornelio e, soprattutto, di come lo Spirito Santo è disceso sui Gentili, tutti riconoscono la volontà di Dio e gli rendono gloria. Rallegriamoci di questo favore che si è esteso fino a noi e, se non l’abbiamo ancora fatto, affrettiamoci a ricevere anche noi «il ravvedimento» per la vita (v. 18).




Atti
 

Capitolo 11, versetti da 19 a 30
Capitolo 12, versetti da 1 a 6

La porta della grazia, chiusa ai Giudei, come popolo di Dio, per la morte di Stefano, è stata aperta alle nazioni. Moltissimi Greci si volgono verso il Signore (v. 20-21). Gesù aveva già visto questo frutto della sua opera quando alcuni Greci avevano desiderato vederlo (Giovanni 12:20...). Ad Antiochia si forma allora una prospera assemblea in cui, per un anno, Barnaba e Paolo esercitano il loro ministerio. E, vedendo vivere questi credenti, viene loro attribuito il nome del loro Signore: per la prima volta sono chiamati cristiani. È un onore e una responsabilità portare il nome stesso di Cristo. Fra la moltitudine di persone battezzate che si valgono del bel titolo di cristiani, quanti lo sono veramente?

L’amore fraterno di questi credenti d’Antiochia si esprime con dei doni per «una sovvenzione ai fratelli» della Giudea che stanno per soffrire ancora (v. 27-30). Infatti Erode Agrippa (cap. 12:1) è il degno successore dello zio Erode Antipa (Luca 13:31; 23:11 ecc.) e del nonno Erode il grande (Matteo 2). La crudeltà e il desiderio di piacere (confr. v. 3 e Marco 6:26) lo spingono ad uccidere Giacomo, il fratello di Giovanni; poi, a mettere Pietro in prigione.




Atti

Capitolo 12, versetti da 7 a 25

Né le catene, né i sedici soldati, né le intenzioni omicide d’Erode possono impedire a Pietro di dormire tranquillamente nella sua cella di prigione. E nessun ostacolo può impedire al Signore di liberare il suo caro servitore (Salmo 121:4). Un angelo lo sveglia, poi lo fa uscire con potenza (v. 7 e 10) e affrettatamente (v. 8). Com’è tutto facile quando è Dio che agisce! Egli conosceva la criminale «aspettazione del popolo dei Giudei» (v. 11), ma aveva anche udito le «fervide preghiere» della chiesa per Pietro (v. 5), e sono queste che hanno il sopravvento. Quando l’esaudimento arriva, con l’apostolo in persona, manca la fede per riconoscerlo. Quante volte preghiamo con le labbra, senza aspettarci realmente la risposta della nostra richiesta! Quante volte dubitiamo ancora... quando la risposta è già alla porta!

Sordo a tutti gli avvertimenti divini, Erode presterà un orecchio compiacente alle lusinghe dei Tiri e dei Sidoni che, per ragioni politiche, cercano l’amicizia di questo assassino, il quale è improvvisamente colpito da una morte ignobile di fronte a tutti. Mentre la Parola di Colui col quale aveva combattuto, nella sua follia, si spande più che mai (v. 24).




Atti

Capitolo 13, versetti da 1 a 12

Qui incomincia una nuova suddivisione del libro degli Atti. La Chiesa d’Antiochia diventa il punto di partenza dell’opera che sta per compiersi fra le nazioni. Barnaba e Saulo sono chiamati, messi a parte, e se ne vanno accompagnati dalle preghiere dell’Assemblea. La loro prima tappa è l’isola di Cipro, di cui Barnaba era originario (cap. 4:36). Arrivando a Pafo, gli apostoli sono convocati dal proconsole Sergio Paolo, il più alto funzionano romano dell’isola. Quest’«uomo intelligente» conosceva il Dio dei Giudei e desiderava udire la sua Parola. Ma era consigliato da un inquietante personaggio: Elima, mago giudeo (che esercitava dunque un’attività abominevole agli occhi di Dio: vedere Deuteronomio 18:9-10), il quale approfittava dei bisogni spirituali di Sergio Paolo per esercitare su di lui un’influenza nefasta. L’opposizione di quest’uomo, però, produce proprio ciò che cercava d’impedire, e permette a Paolo (chiamato così per la prima volta) di dare al proconsole una prova della potenza del Signore, castigando il falso profeta.

Elima è una figura del popolo giudeo che, a motivo della sua resistenza allo Spirito di Dio, è stato reso cieco «per un certo tempo» a vantaggio delle nazioni.




Atti

Capitolo 13, versetti da 13 a 31

Gli apostoli, proseguendo il loro viaggio, giungono in Panfilia. Ma qui Giovanni (chiamato anche Marco: cap. 12:12) li abbandona e torna a Gerusalemme. La sua fede non era all’altezza del servizio per il quale si era impegnato, né delle difficoltà che intravedeva. Non basta accompagnare o imitare un servitore di Dio. Anche in un’opera comune, ognuno ha la propria responsabilità davanti al Signore e può camminare solo con la sua fede personale.

Rivolgendosi ai Giudei nella sinagoga d’Antiochia di Pisidia, Paolo, come Stefano, ricorda la storia d’Israele e mostra come Dio ha compiuto in Gesù le promesse fatte a Davide (Salmo 132:11). Quest’ultimo non era, egli stesso, una preziosa figura del Salvatore che da lui doveva discendere? (v. 23). Infatti, in contrasto con Saul, re secondo la carne, Dio si era scelto in Davide un uomo secondo il suo cuore che avrebbe fatto tutta la sua volontà (v. 22).

Tutto concordava perché Gesù fosse designato come il Messia: la testimonianza di Giovanni dopo quella di tutti i profeti; il compimento delle Scritture per quanto riguardava la sua morte, non essendo stato trovato nessun crimine in Lui (v. 28; Isaia 53:9). E, soprattutto, la sua risurrezione (v. 30).




Atti

Capitolo 13, versetti da 32 a 52

«Se Cristo non è risuscitato, vana... è la nostra predicazione» scriverà l’apostolo ai Corinzi (1 Corinzi 15:14). Non stupiamoci dunque di sentirlo insistere tanto sulla risurrezione del Signore Gesù. Ai Giudei essa dimostrava che si trattava del Messia promesso, Colui di cui parlava il Salmo 16 ed altri passi delle scritture (v. 34, 35). Ai pagani essa confermava la potenza di Dio e l’imminenza del suo giudizio (cap. 17: 31); a noi credenti, la presenza nella gloria del nostro Redentore vivente garantisce che la sua opera è stata accettata da Dio per la nostra giustificazione (Romani 4:25), che la nostra parte è celeste (Colossesi 3:1-2) e la nostra speranza «sicura e ferma» (Ebrei 6:18-20).

Purtroppo «la buona novella» (v. 32) non incontra da parte dei miserabili Giudei che contraddizione e bestemmie (v. 45). Allora, su ordine del Signore, gli apostoli si volgono solennemente verso le nazioni, confermando che la remissione dei peccati è per chiunque crede (v. 38, 39).

Questi Giudei si giudicavano indegni della vita eterna (v. 46). Si trattava di incredulità, non certo di umiltà! Il Signore li aveva visti nell’immagine del figlio maggiore della parabola (Luca 15:25) che, col suo egoismo e la sua pretesa giustizia, si privava egli stesso volontariamente delle gioie della casa paterna.




Atti

Capitolo 14, versetti da 1 a 28

Ad Iconio, la parola produce lo stesso duplice effetto ottenuto in precedenza: la fede in un gran numero di persone, l’opposizione in altri. Quanto agli apostoli, essi predicano con franchezza; e qual è il segreto del loro coraggio? Essi sono «fidenti nel Signore», il quale coopera con loro, confermando la loro parola con miracoli e prodigi (confr. v. 3 e Marco 16:20). La guarigione operata a Listra, dopo che gli apostoli sono stati cacciati da Iconio, produce una forte impressione su quei poveri pagani, i quali si apprestano ad adorare come divinità gli stessi uomini che il giorno prima si cercava altrove di lapidare! Agli occhi degli apostoli questo era ben peggio. Inorriditi, invitano questi idolatri a volgersi verso il Dio vivente (confr. cap. 12:22, 23). Ma i sentimenti delle folle durano ben poco! I Giudei arrivati da Iconio li hanno subito raggiunti, e ora lapidano Paolo col consenso di tutti. Preservato dal Signore, il fedele servitore non è né spaventato né scoraggiato. Continua tranquillamente il suo ministerio, ripassando per le città nelle quali l’Evangelo è già stato annunciato. Questo primo viaggio missionario si conclude. Gli apostoli sono pronti a raccontare alla chiesa tutte le cose gloriose che Dio ha fatto con loro.




Atti

Capitolo 15, versetti da 1 a 21

I credenti d’origine giudaica che formavano le chiese di Gerusalemme e della Giudea avevano provato grande allegrezza nell’apprendere la conversione delle nazioni; ma alcuni pensavano che, prima di diventare cristiani, fosse necessario farsi Giudei; essere circoncisi e obbedire alla legge. Paolo e Barnaba comprendono subito il pericolo di questo ragionamento, lo stesso che più tardi obbligherà l’apostolo a scrivere ai Galati una lettera severa. Tornare alla schiavitù della legge, dirà loro, significa essere scaduti dalla grazia (Galati 5:1-6). Questa questione rischiava di dividere Gerusalemme e Antiochia. Dio conduce tutto affinché la discussione si svolga a Gerusalemme, e sia salvaguardata l’unità della Chiesa. Pietro, poi Giacomo, prendono la parola e confermano che nazioni e Giudei sono salvati in un solo e medesimo modo: per la grazia del Signore Gesù (v. 11). E non bisogna schiavizzare o dare molestia (v. 19) ai nuovi convertiti mediante ciò che Galati 4:9 definisce «deboli e poveri elementi». Esistono tuttavia degli ordinamenti che Dio mantiene perché sono anteriori al popolo d’Israele, e sono validi per tutti i tempi e per tutte le sue creature. Così, l’astensione del sangue risale al diluvio (Genesi 9:4) e il rispetto del matrimonio alla creazione (Matteo 19:4-8).




Atti

Capitolo 15, versetti da 22 a 41

Gli apostoli e gli anziani riuniti a Gerusalemme si sono occupati con diligenza della questione che li aveva coinvolti. Tutta l’assemblea si è trovata d’accordo con le conclusioni di Giacomo (v. 22 e 25). E la lettera che mandano per mano di Giuda e Sila viene a rassicurare e a consolidare i fratelli d’Antiochia che erano stati turbati (v. 24). Nello stesso tempo, la visita dei due servitori di Dio contribuisce decisamente all’edificazione dell’Assemblea (v.32). Così, gli sforzi dei Nemico, volti a gettare il turbamento e a dividere, alla fine hanno prodotto gli effetti contrari. La fede dei discepoli è stata fortificata e i legami della comunione tra le varie assemblee sono stati rinsaldati. Una volta di più l’empio è stato ingannato dalla sua stessa opera (Prov. 11:18).

Risolta ogni difficoltà, il lavoro del Signore può riprendere. La sollecitudine di Paolo per le assemblee costituite durante il suo primo viaggio lo spingono ad intraprenderne un secondo per vedere «come stanno» spiritualmente i fratelli (confr. 2 Corinzi 11:28). Ma questa volta Barnaba non andrà con Paolo. Un disaccordo sorto riguardo al suo nipote Marco ne è la causa. Più tardi, quest’ultimo ritroverà la fiducia dell’apostolo e gli sarà «utile per il ministerio» (Colossesi 4:10; Timoteo 4:11).




Atti

Capitolo 16, versetti da 1 a 15

Paolo si ritrova a Derba e a Listra, dove alcune assemblee si erano formate durante il suo primo passaggio. Vi facciamo la conoscenza dei giovane Timoteo, il cui nome significa «onorato da Dio». Era stato educato nella conoscenza degli Scritti sacri da una madre e una nonna pie (2 Timoteo 1:5 e 3:15). Felice preparazione al servizio che oramai svolgerà con l’apostolo «nella maniera che un figlio serve al padre» (Filippesi 2:22)! Il «noi» usato a partire dal v. 10 mostra che Luca, l’autore del libro, da questo momento è con loro. Guardando la cartina, vediamo che, dopo aver tentato d’andare a sinistra nella provincia d’Asia (la regione di Efeso), poi a destra in Bitinia, l’apostolo e i suoi compagni sono stati chiamati dallo Spirito ad andare dritto davanti a loro, in Macedonia, dall’altra parte del mar Egeo. In presenza di porte chiuse, il servitore obbediente deve guardarsi dall’insistere, e attendere le direzioni dall’alto.

Filippi è dunque la prima città europea ad udire l’Evangelo. E la prima conversione menzionata è quella di Lidia. Il Signore aveva aperto il suo cuore per renderla attenta... Chiediamogli d’aprire anche il nostro cuore e di preservarci da ogni distrazione tutte le volte che la Parola ci viene presentata.




Atti

Capitolo 16, versetti da 16 a 40

La guarigione della serva posseduta da uno spirito satanico procura ai due servitori di Dio le torture e la prigione. Strana accoglienza in Macedonia, avrebbero potuto pensare, dopo esservi stati chiamati per soccorrere (v. 9)! Ma Paolo mette in pratica ciò che più tardi raccomanderà ai cristiani di questa città: «Rallegratevi del continuo nel Signore» (Filippesi 4:4). Coperto di piaghe, può cantare con Sila in prigione. In questi muri sinistri non erano certo mai rieccheggiate simili note. Quale testimonianza rendono questi canti per coloro che li ascoltano! Più le nostre circostanze saranno difficili, più la nostra pace e la nostra gioia parleranno a quelli che ci conoscono. Ed è spesso per questo motivo che il Signore ci manda delle tribolazioni.

A questa fedele testimonianza, Dio aggiunge la sua, liberando i prigionieri. Tutto tremante, il carceriere chiede: «Che debbo fare per esser salvato?» La risposta, meravigliosamente semplice, si rivolge ad ogni anima angustiata: «Credi nel Signor Gesù...» (v. 30,31). Allora la gioia riempie quella casa.

Dopo quella notte memorabile, gli apostoli sono ufficialmente liberati e lasciano la città, dopo aver esortato ancora una volta «i fratelli».




Atti

Capitolo 17, versetti da 1 a 15

Da Filippi, Paolo e i suoi compagni si recano a Tessalonica, altra città della Macedonia. Alcuni Giudei e numerosi Greci, tra i quali non poche donne importanti, ricevono la parola che viene loro annunciata (1 Tessalonicesi 1:5). Ma la maggior parte dei Giudei, spinti anch’essi da Satana, eccitano il popolo contro gli evangelisti. A questo scopo non esitano a servirsi di gente sbandata, che in altre occasioni avevano disprezzato, né a riprendere davanti ai magistrati lo stesso argomento utilizzato un tempo davanti a Pilato: «Noi non abbiamo altro re che Cesare» (v. 7; Giovanni 19:15).

Il soggiorno di Paolo a Tessalonica è stato dunque breve: circa tre settimane. Ma Dio ha permesso questo per nostra utilità: infatti l’apostolo si è così trovato obbligato a completare il suo insegnamento con due epistole, ricche di istruzioni per noi tutti.

A Berea i Giudei sono più generosi e retti. Invece di essere accecati dalla gelosia (confr. v. 5), cercano di rendere ferma la loro fede studiando tutti i giorni la Parola, di cui riconoscevano la sovrana autorità (v. 11; confr. Giovanni 5:39). Non insisteremo mai troppo nell’invitare ognuno dei nostri lettori a seguire quest’esempio (rifacendosi in particolare ai passi che citiamo). È lo scopo di queste semplici meditazioni quotidiane.




Atti

Capitolo 17, versetti da 16 a 34

Rimasto solo ad Atene, Paolo non è distratto dai suoi monumenti e dalle sue sculture. Gli si stringe il cuore e s’indigna nello scoprire che questa città, famosa per la sua cultura, è piena della peggiore idolatria. Nell’agorà (la piazza pubblica), incontra i filosofi di diverse scuole, universalmente rinomate per la loro saggezza. L’intelligenza è stata data all’uomo per discernere la potenza eterna e la divinità del suo Creatore (Romani 1:20). Ora, l’ignoranza di questi studiosi eminenti conferma che «il mondo non ha conosciuto Dio con la propria sapienza» (1 Corinzi 1:21). Egli era in mezzo a loro un «Dio sconosciuto». Cominciando dall’inizio, Paolo parla loro del «Signore del cielo e della terra» (v. 24) che si è ormai rivelato non solo nella creazione, ma anche nella redenzione. Questo Dio sovrano «fa ora annunziare agli uomini che tutti, per ogni dove, abbiano a ravvedersi» (v. 30). Così nessuno di noi può dire che quest’ordine divino non sia per lui.

La curiosità intellettuale non ha niente in comune col vero bisogno dell’anima. Alcuni degli uditori di Paolo si fanno beffe apertamente; altri rimettono a più tardi l’esame di quelle cose. Ma alcuni credono. Triplo effetto dell’evangelo quando è predicato, anche oggi.




Atti

Capitolo 18, versetti da 1 a 11

A Corinto, Paolo fa il felice incontro con una coppia giudea: Aquila e Priscilla. Portati a Cristo, sono diventati particolarmente cari all’apostolo, e sono giunti persino ad esporre la loro vita per lui in una circostanza che non ci è riportata (Romani 16:4). Corinto era famosa per la corruzione dei costumi e per il lusso. L’apostolo e i suoi amici, che non vogliono dipendere da questa ricchezza, si danno ad esempio, lavorando manualmente (1 Corinzi 9:15 e 18; 2 Corinzi 11:8,9).

Di fronte all’opposizione dei Giudei, Paolo declina la sua responsabilità nei loro confronti e dichiara che si volgerà verso le nazioni (v. 6). Ma Romani 9:2-5 ci fa capire come soffre a dover parlar loro in questo modo. Così il Signore incoraggia il suo caro servitore, e gli rivela che, se il suo popolo terreno non risponde alle sue aspettative, Egli ha in questa città «un gran popolo» per il cielo (v. 10). Sì, in questa città dissoluta, Egli si compiacerà di riunire un gran numero di credenti, come dimostrano le due epistole che saranno loro indirizzate. Prova che né le ricchezze, né i piaceri, in una città in cui non mancava niente, possono soddisfare i veri bisogni del cuore dell’uomo.




Atti

Capitolo 18, versetti da 12 a 28

Gli intrighi dei Giudei e le loro accuse dinanzi a Gallione non impediscono a Paolo di continuare la sua opera a Corinto. Il Signore lo protegge, secondo la sua promessa (v. 10).

Poi si rimette in strada, passa da Efeso, dove lascia Aquila e Priscilla, scende a Gerusalemme attraverso Cesarea, e termina ad Antiochia il suo secondo viaggio missionario (confrontate la cartina inserita alla fine della vostra Bibbia). Dal v. 23 comincia la descrizione del terzo viaggio dell’infaticabile apostolo. Attraversa di nuovo la Frigia e la Galazia (vedere cap. 16:6), dove si erano formate delle assemblee che gli procureranno molte preoccupazioni (Galati 1:2; 4:11).

Nel frattempo, un altro servitore di Dio è giunto a Efeso. Si tratta di Apollo, notevole per la sua eloquenza e la sua potenza nel presentare la Parola: conseguenza del suo fervore (v. 25), poiché si parla bene solo delle cose che riempiono il cuore (Matteo 12:34,35). Inoltre, egli insegna accuratamente e con franchezza «le cose relative a Gesù». Ma questi doni non impediscono ad Apollo di lasciarsi umilmente spiegare da Aquila e Priscilla la verità che ignora. Egli è pronto ad ascoltare e il suo servizio in Acaia, dove si recherà in seguito, sarà più che utile.




Atti

Capitolo 19, versetti da 1 a 22

Fedele alla sua promessa (cap. 18:21), l’apostolo arriva a Efeso, capitale della provincia d’Asia. Vi resterà tre anni (cap. 20:31), succedendo ad Apollo, il quale, a Corinto, «annaffia» là dove l’apostolo ha piantato (cap. 18:27,28; 1 Corinzi 3:6). Non vediamo tra questi servitori di Dio né gelosia, né rivendicazione di un particolare campo di lavoro.

Il battesimo di Giovanni, l’unico conosciuto da questi Efesini, preparava i Giudei pentiti a ricevere un Messia regnante sulla terra. Il cristiano, invece, ha una posizione celeste, è messo in relazione mediante lo Spirito Santo con un Cristo morto e risorto. Verità sottolineata in modo particolare dall’epistola agli Efesini.

Ora la parola del Signore «cresceva potentemente e si rafforzava», non solo per i miracoli compiuti dall’apostolo, ma per la sua autorità sui cuori (v. 20). Essa spingeva questi credenti a confessare le cose che avevano fatto e a rinunciare pubblicamente alle arti magiche. Animati dal «primo amore» (Apocalisse 2:4), questi Efesini non volevano «partecipare alle opere infruttuose delle tenebre» (Efesini 5:11).

Cari amici, la Parola del Signore mostra la sua potenza al mondo mediante dei frutti visibili nella nostra vita?




Atti

Capitolo 19, versetti da 23 a 41

Vi era ad Efeso uno splendido tempio consacrato alla dea Diana (il precedente era una delle sette meraviglie del mondo antico). Le visite dei “turisti” e le miniature in argento vendute come souvenirs, procuravano un grande guadagno agli artigiani della città. La predicazione dell’evangelo non poteva che danneggiare il loro commercio, perciò vediamo che si associano per difendere i propri interessi, dando ipocritamente alla loro azione un pretesto religioso (confr. Apocalisse 18:11). Quante persone, invece di ricercare ardentemente la verità, sono bloccate da considerazioni materiali che toccano la loro «prosperità» (v. 25) o dall’opinione degli altri!

Grandi clamori s’innalzano in favore della dea... prova che questa non era in grado di mostrare la sua «grandezza» per garantire la propria difesa (confr. 1 Re 18:26-29).

Più evoluto e più colto d’un tempo, il mondo d’oggi non ha fatto altro che cambiare i suoi dei; ma i cuori non sono cambiati. Idoli dello stadio, dello spettacolo o della canzone... le folle oggi adorano e seguono quelli che vengono loro proposti dal principe di questo mondo, vero maestro nell’arte di far smarrire le anime.




Atti

Capitolo 20, versetti da 1 a 16

L’ostile manifestazione di Efeso spinge Paolo a lasciare questa città (confr. Matteo 10:23). Dopo essere andato in Grecia attraverso la Macedonia, torna per la stessa strada e giunge a Troas. Il racconto che segue (v. 7-12) ci conferma che la «cena del Signore» si celebrava, come oggi, il primo giorno della settimana. Siamo stupiti del sonno d’Eutico durante la predicazione dell’apostolo. Ma non è ancora Paolo che ci parla quando leggiamo le sue epistole? E quale attenzione gli accordiamo? Il terribile incidente ci mostra, moralmente, dove può condurre l’indifferenza nei riguardi della Parola, particolarmente da parte di un giovane: ad una caduta e ad uno stato di morte. Ma la grazia di Dio accorda qui un miracolo consolante.

Questa scena può anche farci pensare per analogia alla storia della Chiesa responsabile. Il suo sonno, la sua rovina, la sua morte spirituale derivarono da una mancanza d’attenzione all’insegnamento degli apostoli. Tuttavia il Signore ha permesso dei risvegli seguiti da nutrimento e consolazione per i suoi, nell’attesa dell’alba della grande partenza per il cielo.

Paolo lascia Troas per via terra (v. 13; sottolineiamo il beneficio d’un cammino solo col Signore), raggiunge i suoi compagni ad Asso, da dove riprende il mare in direzione di Gerusalemme.




Atti

Capitolo 20, versetti da 17 a 38

A Mileto, Paolo fa chiamare gli anziani della chiesa d’Efeso per far loro le sue raccomandazioni e per salutarli. Ricorda il suo ministerio tra loro e l’esempio che si è impegnato a dare. Li avverte dei pericoli che, dall’esterno (v. 29) e dall’interno (v. 30), minacciano la Chiesa. Come farvi fronte? Paolo li esorta alla vigilanza (v. 31), ma soprattutto li raccomanda alla grazia di Dio (v. 32). Per quel che lo riguarda, l’apostolo ha un solo pensiero: terminare fedelmente la sua corsa (che egli considera personale; confr. 2 Timoteo 4:7) e «il servizio» (che è quello del Signore). La sua vita non ha altro scopo, ed egli è pronto a sacrificarla per questa Chiesa che gli è già costata tante lacrime (v. 19 e 31; Colossesi 1:24). Ma che cos’era di fronte al valore infinito che ha la Chiesa per Dio? Essa Gli è costata niente meno che «il sangue del suo proprio Figlio» (v. 28; 1 Pietro 1:19). L’apostolo trova, in questo prezzo immenso, il movente della sua dedizione e lo ricorda agli anziani d’Efeso per sottolineare la loro responsabilità.

Infine, Paolo riporta una preziosa parola del Signore Gesù: «Più felice cosa è il dare che il ricevere» (v. 35). Possiamo sperimentarlo anche noi imitando Colui che ci ha dato tutto.




Atti

Capitolo 21, versetti da 1 a 14

L’amore fraterno si manifesta nel corso di questo viaggio (v. 1,6,12...). A Tiro, come a Mileto, Paolo si separa dai fratelli dopo aver pregato con loro in ginocchio sulla spiaggia (v. 5; cap. 20:36,37). Lo Spirito sottolinea la presenza dei figli, così auspicabile alle riunioni!

A Cesarea, Paolo scende in casa di Filippo, che vi si era stabilito dopo aver predicato in tutte le città dopo Azot (senz’altro in Lidda e a Ioppe: vedere la cartina; cap. 8:40; 9:32,36). Le sue figlie avevano un bel servizio per il Signore, che tuttavia non esercitavano nell’assemblea (1 Corinzi 14:3 e 34).

Ciò che conduce l’apostolo in questo viaggio è il suo affetto sempre così vivo per quelli del suo popolo. Egli era portatore dei doni delle assemblee della Macedonia e dell’Acaia e si rallegrava di portarli lui stesso a Gerusalemme (Romani 15:25). Così non tiene conto né degli avvertimenti dello Spirito (v. 4), né di quelli del profeta Agabo (v. 11; vedere cap. 11:28), né delle supplicazioni dei fratelli (v. 12). Non possiamo permetterci di giudicarlo. Ma questo racconto ci è dato per insegnarci che, ascoltando solo i propri sentimenti, per quanto buoni essi siano, anche un apostolo potrebbe uscire dal cammino della dipendenza. Seria lezione per ognuno di noi!




Atti

Capitolo 21, versetti da 15 a 32

Per andare dalla Grecia a Roma l’apostolo si era proposto di passare per Gerusalemme (cap. 19:21). Malgrado questa spiacevole deviazione, la volontà del Signore sarà fatta (v. 14). Solo il cammino che noi stessi scegliamo non è mai semplice; possiamo aspettarci d’incontrarvi ogni sorta di complicazione. Paolo è invitato dagli anziani di Gerusalemme a «giudaizzare» per rassicurare i credenti giudei, e si trova così trascinato a contraddire il suo insegnamento. Penoso dilemma per lui! Ancora una volta constatiamo come i cristiani di Gerusalemme fossero rimasti attaccati alla loro religione giudaica. Essi cercano di mettere «del vino nuovo negli otri vecchi» (Matteo 9:17). È a questi Israeliti «zelanti per la legge» che Giacomo, menzionato al v. 18, parla della «legge della libertà» e della «religione pura e immacolata» (Giacomo 1:27; 2:12). Quest’ultima non consiste in una «purificazione» corporea (v. 24), ma nel «conservarsi puri dal mondo» e nel visitare gli afflitti.

Qui Paolo è come preso in un ingranaggio. Frequenta il tempio e si sottomette ai riti del culto giudaico per essere gradito ai suoi fratelli. Ma invano, poiché i Giudei intendono questo gesto come una provocazione e cercano di ucciderlo, mettendo in agitazione tutta la città (v. 30).




Atti
 

Capitolo 21, versetti da 33 a 40
Capitolo 22, versetti da 1 a 11

Paolo è strappato alla violenza della folla grazie all’intervento del tribuno, cioè del comandante della guarnigione romana. Quest’ultimo, che in un primo momento l’aveva confuso con un famoso bandito, si raddolcisce sentendolo parlare greco e l’autorizza a rivolgersi alla folla. Dinanzi a questa, e in un silenzio solenne, Paolo ricorda di avere, in effetti, un passato molto colpevole, ma in un senso del tutto opposto a quello che pensavano i Giudei. Dotato di qualità e di vantaggi poco ordinari «... ebreo d’ebrei; quanto alla legge Fariseo» (Filippesi 3:5), la sua reputazione era quella di uomo pio e irreprensibile. Ebbene! il suo zelo religioso, simile a quello che animava gl’istigatori, l’aveva condotto, malgrado gli avvertimenti del suo maestro Gamaliele, a fare guerra a Dio (v. 3; cap. 5:39). «Io sono Gesù il Nazareno, che tu perseguiti» (v. 8) era stata la terribile risposta giuntagli dal cielo. Nell’affrontare quei deboli cristiani, nel perseguitarli fino alla morte, egli aveva combattuto il Figlio di Dio. Ma, invece di punirlo per la sua empia audacia, il Signore, nel momento stesso in cui gli rendeva la vista, aveva aperto gli occhi del suo cuore (Efesini 1:18), facendo di lui, appartato fin dalla sua nascita, un fedele strumento per portare l’Evangelo alle Nazioni.




Atti

Capitolo 22, versetti da 12 a 30

«Ed ora, che indugi?», aveva chiesto Anania al nuovo convertito (v. 16). Amico, se il Signore ha fermato anche te, nel tuo cammino di smarrimento, perché tardi a prendere francamente posizione fra i suoi discepoli?

Tre anni più tardi, a Gerusalemme, Paolo ha il privilegio di vedere «il Giusto» e di ricevere ordini dalla sua bocca (v. 17...). Lui stesso avrebbe desiderato lavorare tra i Giudei, ritenendo che la sua testimonianza avrebbe avuto più forza, dal momento che, in precedenza, era conosciuto come un accanito avversario della verità (v. 19,20). Ma era stato messo da parte per il servizio tra le nazioni (Galati 1:15,16) e non fra i Giudei. Lasciamo che sia il Signore a stabilire il nostro campo di lavoro.

Il v. 18 resta vero. I Giudei, ancora una volta, non ricevono la testimonianza dell’apostolo. Il tribuno è costretto nuovamente a sottrarlo al loro furore. Nel momento in cui sta per essere torturato, Paolo fa valere il fatto di essere cittadino romano. In futuro imparerà a considerare come una perdita quelle cose che qui sono ancora un guadagno ai suoi occhi (cap. 23:6; Filippesi 3:7).

Quanto alla cittadinanza celeste, nessuno l’ha per nascita e non la si può acquistare col denaro (v. 28). La possiedono solo quelli che sono passati per la «nuova nascita» (Giovanni 3:3; Filippesi 3:20), i veri credenti in Cristo.




Atti

Capitolo 23, versetti da 1 a 15

Il tribuno non riesce ancora a spiegarsi il motivo del furore dei Giudei contro un uomo in cui non trova alcuna colpa. Per informarsi, fa comparire il prigioniero davanti al sinedrio. Un’abile parola di Paolo (ma era dettata dallo Spirito?) mette dalla sua parte il partito dei Farisei. La risurrezione di Gesù Cristo era il fondamento della sua dottrina e, indirettamente, il motivo dell’opposizione dei Giudei. Ma Paolo non ha nemmeno l’occasione di pronunciare il nome del suo Salvatore; egli ha gettato questo pomo della discordia tra gli avversari tradizionali: Farisei e Sadducei, e ne segue un gran tumulto nel sinedrio. Ancora una volta il tribuno mette Paolo al sicuro.

Ma, dopo tutti questi avvenimenti, l’apostolo, solo e scoraggiato, ha bisogno di conforto. E il Signore stesso è vicino al suo caro servitore (v. 11). Senza un rimprovero, ma riconoscendo la testimonianza che Paolo sta rendendo a Gerusalemme, lo consola e gli ricorda la sua vera missione: annunciare la salvezza non ai Giudei, ma alle Nazioni. Per questo motivo andrà a Roma.

Possiamo anche noi fare continuamente l’esperienza che «il Signore è vicino» e che non dobbiamo inquietarci di nulla (Filippesi 4:5,6; 2 Timoteo 4:17)!




Atti

Capitolo 23, versetti da 16 a 35

Non vediamo il Signore intervenire in modo miracoloso come a Filippi (cap. 16:26) o nel caso di Pietro (cap. 12:7) per liberare il suo servitore. Dirige gli eventi, si serve del giovane nipote di Paolo, della condizione di cittadino romano di quest’ultimo, ed anche dell’orgoglioso disprezzo del tribuno romano per i Giudei ai quali, senza dubbio, era contento di giocare un bel tiro. Il Signore aveva promesso al suo servitore che avrebbe reso testimonianza a Roma (v. 11). Tutte le macchinazioni dei suoi nemici non potranno dunque impedirlo, ma anzi contribuiranno a questo scopo; sono infatti queste minacce che fanno decidere a Lisia di mandare Paolo con una buona scorta a Cesarea, il porto in cui era sbarcato poco tempo prima, per sottrarlo ai complotti dei Giudei fanatici. Assieme al prigioniero, Lisia indirizza a suo riguardo una lettera ai governatore Felice. Notate come accomoda i fatti a suo vantaggio nascondendo l’errore che stava per commettere (v. 27; cap. 22:25). Nonostante questo, gli errori dei pagani sono quasi niente di fronte alla terribile colpa dei Giudei. I quaranta assassini congiurati non hanno evidentemente potuto mantenere il loro giuramento.




Atti

Capitolo 24, versetti da 1 a 21

Paolo compare davanti a Felice in presenza dei suoi accusatori. Costoro hanno bisogno d’un avvocato tanto più eloquente quanto più malvagia è la loro causa. Ma che contrasto fra le adulazioni (v. 3) poi le grossolane calunnie (v. 5; confr. Luca 23:2) dell’oratore Tertullo, e la dignità di Paolo nella sua professione di fede accompagnata dalla sincera esposizione dei fatti!

Una setta (v. 5 e 14) è un raggruppamento religioso che si vale d’un capo o d’una dottrina particolare. Ora, il riscattato deve valersi solo di Cristo. Ma il mondo religioso chiamerà setta anche i raggruppamenti dei figli di Dio che si sono separati dalle religioni ufficiali per ubbidienza alla Parola. Che importa! Quest’espressione, come tante altre, fa parte dell’obbrobrio di Cristo. Cosicché Paolo, il credente fedele, ha il glorioso privilegio d’essere associato nel disprezzo del mondo a Colui che fu il Nazareno (fine del v. 5). Ciò che invece preoccupava l’apostolo, e dovrebbe preoccupare anche noi, era il fatto d’avere sempre «una coscienza pura dinanzi a Dio e dinanzi agli uomini» (v. 16). Egli pensava al giorno della risurrezione in cui avrebbe dovuto rendere conto al Signore del suo cammino e del suo servizio. Una verità conosciuta deve avere sempre un effetto morale. A maggior ragione con la prospettiva del «tribunale di Cristo» (2 Corinzi 5:9,10).




Atti
 

Capitolo 24, versetti da 22 a 27
Capitolo 25, versetti da 1 a 12

Malgrado l’evidente innocenza di Paolo e la malafede dei suoi accusatori, Felice, per aver riguardo nei confronti di questi ultimi, ha vigliaccamente aggiornato la sua decisione (v. 22). Ma rimanderà anche una decisione molto più grave: quella che concerne la sua anima. Convocato per intrattenerlo «circa la fede in Cristo Gesù», Paolo presenta un dato della verità che Felice non si aspettava (v. 25). La Parola atterrisce, senza penetrarvi, la sua coscienza indurita dall’amore per il denaro (v. 26). Ci occuperemo più tardi di questo, risponde, lasciandosi sfuggire, probabilmente per sempre, l’occasione che Dio gli concedeva. A dispetto del suo nome, Felice ha dunque trascurato la vera felicità. Non dimentichiamolo, il «momento opportuno» è ora!

Trascorrono due anni; l’apostolo è sempre in prigione. Ma l’odio dei Giudei non si è estinto. Appena Festo sostituisce Felice, viene macchinato un nuovo complotto, dal quale il Signore libera il suo testimone. Come Felice (cap. 24:27) e, un tempo, Pilato (Marco 15:15), la principale preoccupazione di Festo è di «far cosa grata ai Giudei» (v. 9). Così Paolo si ritiene nuovamente obbligato ad invocare il suo diritto di cittadino romano, facendo appello al giudizio dell’imperatore di Roma.




Atti

Capitolo 25, versetti da 13 a 27

Agrippa, Berenice (così come Drusilla, moglie di Felice: cap. 24:24) erano i figli di Erode III (cap. 12:1) e costituivano la quarta generazione di quella dinastia criminale. La visita di cortesia che rendono al nuovo governatore sarà per quest’ultimo l’occasione per informarsi sul suo strano prigioniero. Si percepisce, dal modo in cui Festo riassume l’affare, lo scarso interesse che presentavano per lui le questioni religiose. Si tratta di «un certo Gesù morto...» (v. 19). Cristo non rappresenta niente di più, per molta gente, ancora oggi. Ma Paolo affermava che Egli era vivente, ed è in questo che sta tutta la differenza.

L’apostolo è dunque introdotto in mezzo a questa corte riunita «con molta pompa». Secondo la parola del Signore ad Anania, doveva essere «uno strumento eletto» per portare il suo nome davanti ai re (cap. 9:15). Ma Paolo era l’ambasciatore d’un Re molto più grande di quelli dinanzi ai quali doveva comparire, «un ambasciatore in catena», come si definisce altrove, che parlava con ardire del suo Signore, poiché la parola di Dio non era incatenata (Efesini 6:20; 2 Timoteo 2:9).




Atti

Capitolo 26, versetti da 1 a 18

Paolo, invitato a testimoniare davanti al re Agrippa, tende solennemente il suo braccio carico di catene. Come al cap. 22, espone il racconto del suo incontro col Signore e delle condizioni in cui gli è stato affidato il suo servizio. Essendo stati aperti i suoi occhi, ha ricevuto l’incarico di aprire gli occhi della gente delle nazioni pagane perché possano accedere, mediante la fede, alla luce, alla libertà, alla remissione dei peccati, e alla parte celeste dei santi (v. 18; confr. Colossesi 1:12,13).

Le circostanze delle conversioni non si assomigliano: Pietro era nella barca quando riconobbe il suo stato di peccato; Levi era seduto al banco della gabella e Zaccheo era su un albero al momento della chiamata del Signore (Luca 5:10 e 27; 19:5); l’Etiopo fu convertito nel suo carro e il carceriere nella prigione, a mezzanotte (cap. 8:27...; 16:29). Paolo fu convertito in pieno giorno, mentre camminava per strada (v. 13).

Potete dire dove e quando avete incontrato Gesù? In questo caso non temete, quando se ne presenta l’occasione, di raccontare la vostra conversione. Non significa gloriarsi, poiché, nello stesso tempo, bisogna parlare del triste stato in cui eravamo. Significa, invece, esaltare la grazia sovrana che ci ha voluto liberare da quella condizione.




Atti

Capitolo 26, versetti da 19 a 32

Chiamato da Gesù Cristo a un ministerio straordinario tra le nazioni, Paolo non è stato disubbidiente... (v. 19). Cerchiamo di non esserlo nemmeno noi per compiere i modesti servizi che il Signore ci ha affidato!

Per Festo, uomo senza bisogni spirituali, i discorsi di Paolo sono pure fantasticherie (v. 24). Infatti «l’uomo naturale non riceve le cose dello Spirito di Dio, perché gli sono pazzia» (1 Corinzi 2:14). Allora l’apostolo si rivolge direttamente al re (Salmo 119:46), con deferenza, ma anche con l’autorità che gli dà la Parola. Il re nasconde il suo imbarazzo evitando la domanda (v. 28). Ahimè! essere quasi convinti, diventare quasi cristiani, significa essere ancora del tutto perduti.

Tra il re e il povero prigioniero, chi aveva la parte più invidiabile? Cosciente della sua elevata posizione dinanzi a Dio, Paolo, il prigioniero di Gesù Cristo, non pensa alla corona dell’uomo che è davanti a lui, ma alla sua anima. Non lasciamoci fermare dall’apparenza degli uomini; pensiamo alla loro sorte eterna!

L’apostolo è successivamente portato davanti al sinedrio, a Felice, a Festo e ad Agrippa. È ancora necessario che compaia davanti a Cesare che, a quell’epoca, era nientemeno che il crudele imperatore Nerone.




Atti

Capitolo 27, versetti da 1 a 17

Per impedire la diffusione dell’Evangelo, il Nemico aveva spinto gli uomini contro Paolo. Si serve ora di ostacoli naturali per sbarrargli la strada.

Molti cristiani assomigliano al veliero: il loro cammino dipende dal vento che tira. Se è quello «del mezzogiorno» che li spinge dolcemente, tutto va bene; levano l’ancora pieni di coraggio (v. 13). Ma se il vento gira e diventa contrario, eccoli navigare «a fatica», «con difficoltà», non riescono più ad avanzare (v. 7,8) e cercano qua e là dei ripari umani contro le loro difficoltà (v. 4). Infine, quando sopraggiunge il vento tempestoso d’una grossa prova, non possono più resistere e sono portati alla deriva (v. 15). Il transatlantico invece, avendo i motori, continua il suo viaggio con qualunque tempo. Che mossi da una fede attiva e ferma, avanziamo sempre così verso la meta, malgrado tutti i temporali della vita!

Pur essendo benevolo nei confronti del prigioniero, il centurione preferisce dare ascolto alle parole del padrone della nave piuttosto che a quelle di Paolo (v. 11). Non capita spesso anche a noi di accordare più fiducia ai consigli e all’opinione degli uomini che alle direttive della Parola e dello Spirito Santo? E questo con nostro grave danno (v. 10).




Atti

Capitolo 27, versetti da 18 a 44

Paolo è calmo in mezzo alla tempesta così come lo è davanti ai governatori ed ai re. L’uragano non gli impedisce di sentire la voce del Dio al quale appartiene e che serve (v. 23). Mentre, nella prova, gli uomini mostrano spesso il peggiore egoismo, il caro apostolo pensa alla salvezza dei suoi compagni di viaggio. Li rassicura con la Parola del suo Dio, poi li esorta a prendere del cibo, dopo aver reso grazie davanti a tutti (1 Timoteo 4:4,5).

Dopo molte peripezie e la perdita della nave, giungono tutti sani e salvi al porto desiderato (leggere Salmo 107:25-30).

Si può vedere in questo vascello, in balia alla tormenta, l’immagine della Chiesa quaggiù. Partita con un tempo favorevole, non ha tardato ad incontrare il vento delle prove e delle persecuzioni che Satana ha sollevato contro di lei. La mancanza di nutrimento spirituale, un periodo di profonde tenebre morali, sono sopravvenuti perché la voce degli apostoli, nella Parola, non è stata ascoltata. Il giorno si avvicina; e con esso il naufragio finale della cristianità professante (la nave). Ma il Signore conosce i suoi in questa Chiesa che si fa forte del suo nome. E nessuno sarà perduto fra quelli che il Padre gli ha dato (2 Timoteo 2:19; Giovanni 17:12).




Atti

Capitolo 28, versetti da 1 a 16

Dio ha messo dei sentimenti d’umanità nel cuore dei pagani dell’isola di Malta (come precedentemente nel centurione Giulio; v. 2; cap. 27:3). Essi accolgono e confortano i naufraghi. In mezzo a loro, il Signore si compiace di far conoscere il suo servitore per mezzo d’un miracolo. L’apostolo, che non ha giudicato lesivo per la sua dignità raccogliere della legna per alimentare il fuoco, è morso da una vipera e non ne subisce alcun male. Si trattava di uno dei segni che dovevano «accompagnare» i discepoli. (Marco 16:17,18). La benevolenza dei «barbari» di Malta trova presto la sua ricompensa. Tutti gli ammalati dell’isola, a cominciare dal padre di Publio, sono guariti mediante la potenza di Dio. E vogliamo pensare che molta di questa gente abbia trovato la guarigione dell’anima. Così l’opposizione del Nemico non è servita che a gettare su una nuova terra il seme dell’Evangelo.

Il viaggio di Paolo termina. Prima di portare qualcosa ai fratelli di Roma, è lui stesso che prende animo nella loro comunione fraterna. Il più giovane credente può anche essere un motivo di gioia e d’incoraggiamento per un anziano servitore di Dio.




Atti

Capitolo 28, versetti da 17 a 31

Appena giunto a Roma, Paolo convoca i principali fra i Giudei, e spiega loro le condizioni della sua carcerazione. E, lungi dal conservare rancore nei confronti del suo popolo per tutto il male che ne ha subito, dà loro ancora e sempre il primo posto nella predicazione dell’Evangelo. Instancabilmente, dalla mattina alla sera, espone loro la verità, fino al momento in cui si ritirano (v. 25,29; leggere Ebrei 10:38,39).

Paolo resta due anni prigioniero a Roma, ma può constatare che le circostanze che attraversa «son riuscite piuttosto al progresso del Vangelo» (Filippesi 1:12). Non è forse durante questa prigionia che ha scritto varie epistole, fra cui quelle agli Efesini, ai Filippesi, ai Colossesi...? Potremmo non averle avute se fosse stato libero di visitare quelle assemblee.

D’altronde sono le epistole che ci permettono di approfondire la storia del grande apostolo. Qui infatti s’interrompe il racconto e il libro degli Atti non ha conclusione. Come per mostrarci che l’opera dello Spirito Santo quaggiù non è terminata! Essa continua, finché la Chiesa è sulla terra, nella vita di ogni credente.




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