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Piccolo commentario del Nuovo Testamento

Seconda Epistola di Paolo ai Corinzi

Jean Koechlin

Indice:
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2 Corinzi

Capitolo 1, versetti da 1 a 11

Paolo non aveva scritto la sua prima epistola ai Corinzi nelle vesti di censore o di giudice severo. Era stato lui stesso umiliato e sconvolto dalle notizie ricevute riguardo a quell’assemblea. Tanto più che queste gli erano giunte in un momento in cui egli passava per un’estrema afflizione ad Efeso, in Asia, dove aveva molti avversari (v. 8; 1 Corinzi 16:9). Ora, anche una simile massa di sofferenze può essere un motivo di riconoscenza, poiché porta ad un duplice e prezioso risultato. Prima di tutto fa perdere al credente ogni fiducia in se stesso (v. 9); poi lo fa entrare nella profondità delle simpatie del Signore. L’abbondanza delle sofferenze ha così rivelato al caro apostolo l’abbondanza della consolazione (v. 5). Una consolazione è sempre personale, ma permette a colui che ne fa l’esperienza di entrare a sua volta nelle sofferenze degli altri e di esprimere loro una vera simpatia. Essere passato attraverso la prova col sostegno del Signore, rende un cristiano adatto a rivolgersi agli afflitti e a dirigere i loro sguardi verso «Dio, il Padre del nostro Signore Gesù Cristo, il Padre delle Misericordie e il Dio d’ogni consolazione» (v. 3).




2 Corinzi

Capitolo 1, versetti da 12 a 24

Non era nelle abitudini di Paolo dire quando pensava no (v. 17). I Corinzi potevano fidarsi: non aveva secondi fini e dava prova della stessa sincerità sia nei suoi atti e nelle sue decisioni della vita corrente, sia quando aveva annunciato loro un evangelo non falsificato (vedere cap. 2:17 e 4:2). Com’è importante! Se un figlio di Dio è mancante sotto l’aspetto della sincerità, espone coloro che l’osservano a mettere ugualmente in dubbio la Parola che predica, essendo giudicato un testimone così poco attendibile. Paolo, da parte sua, mostrava una perfetta rettitudine, sia nei rapporti col mondo che con gli altri cristiani (v. 12). Non era forse messaggero di Colui che è «l’Amen, il testimone fedele e verace», il garante che tutte le promesse di Dio si compiranno? (v. 20; Apocalisse 3:14).

I versetti 21 e 22 ci ricordano tre aspetti del dono dello Spirito Santo: per mezzo di Lui Dio ci ha unti, cioè consacrati per Lui e resi capaci di entrare nei suoi pensieri; ci ha segnati col proprio sigillo (in altre parole designati come appartenenti a Lui) e infine ci ha dato la caparra dei nostri beni celesti, offrendoci una prima prova della loro realtà e anche il mezzo per goderne fin da ora «nei nostri cuori».




2 Corinzi

Capitolo 2, versetti da 1 a 17

Paolo aveva ritardato il suo viaggio a Corinto per lasciare il tempo alla prima lettera di fare il suo effetto. Grazie a Dio, il lavoro di coscienza atteso si era prodotto, sia nell’assemblea che nell’uomo che aveva dovuto essere escluso. Ma ora i Corinzi correvano un altro pericolo: quello di dimenticare la grazia nei confronti del colpevole pentito. Da un’indulgenza biasimevole, erano passati ad una severità senza amore. Satana è sempre pronto a farci cadere da un’estremo all’altro. Vari sono i mezzi di cui il diavolo si serve per compiere i suoi disegni che non cambiano mai: annientare la testimonianza resa a Cristo e tenere gli uomini sotto il suo dominio; si serve persino delle battute scherzose a suo riguardo, così diffuse nel mondo, per far dimenticare i suoi temibili disegni. Stiamo dunque in guardia contro ogni leggerezza nei confronti del diavolo e del suo potere.

L’apostolo, a causa delle preoccupazioni che gli procuravano i Corinzi, aveva lasciato un bel campo di lavoro per andare incontro a Tito, che gli portava loro notizie. Ma Paolo si consola pensando che, ovunque vada, egli spande «il buon odore di Cristo». Questo «profumo» di Cristo è percepito da tutti coloro che ci conoscono? E, soprattutto, lo è da Dio?




2 Corinzi

Capitolo 3, versetti da 1 a 18

Gli uomini giudicavano la dottrina predicata da Paolo in base al cammino dei Corinzi. Questi erano la sua «lettera di raccomandazione» vivente, o piuttosto quella di Cristo, il cui nome era stato scritto sui loro cuori. Tutti i cristiani sono delle lettere di Cristo che Dio indirizza a coloro che non leggono la Bibbia, perché abbiano sotto gli occhi un evangelo vissuto. Ahimè! queste lettere sono spesso sgualcite o indecifrabili invece di essere conosciute e lette da tutti (v. 2). Vegliamo dunque affinché non vi sia, nemmeno sul nostro viso, qualche velo che ostacoli la nostra influenza cristiana: velo della preoccupazione, dell’egoismo, della mondanità... E che non ci sia, soprattutto, nessun velo sui nostri cuori (v. 15: per esempio, una cattiva coscienza) che intercetti i raggi che dobbiamo ricevere da Colui che è amore e luce. Nascondete un arbusto sotto un telo o uno schermo; deperirà. Esponetelo invece al sole e alla pioggia, ed ecco che crescerà da una stagione all’altra per portare i frutti o i fiori che vi aspettate. Così è per le nostre anime. Se sono mantenute nella presenza di Cristo, si opera in esse una trasformazione graduale (ma inconscia) di progresso in progresso, verso la somiglianza delle perfezioni morali di Colui che contempliamo nella sua Parola (v. 18).




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Capitolo 4, versetti da 1 a 15

Ognuno di noi ha, come l’apostolo, «rinunciato alle cose nascoste e vergognose»? (v. 2). Il cuore di Paolo era come un limpido specchio; rifletteva fedelmente attorno a sé ogni raggio che riceveva. E qual era l’oggetto che risplendeva in lui e ch’egli rendeva così visibile agli altri uomini? «La gloria di Dio che rifulge nel volto di Gesù Cristo» (v. 6). Che tesoro era per Paolo questa conoscenza di Cristo nella gloria! Egli non era che il vaso nel quale questa era contenuta. Un povero vaso di terra, fragile e senza valore proprio. Se lo strumento di Dio si fosse fatto notare per brillanti qualità umane, avrebbe attirato l’attenzione su se stesso a scapito del tesoro che doveva presentare. 1 gioiellieri sanno bene che un astuccio troppo lussuoso tende a sminuire il gioiello che vi è racchiuso; ecco perché espongono i loro gioielli più belli su un semplice velluto nero. Così «il vaso», Paolo, era nella tribolazione, nella perplessità, perseguitato, abbattuto, affinché il tesoro, cioè la vita di Gesù in lui, fosse pienamente manifestato (v. 10). Le prove d’un credente contribuiscono a spogliarlo da ogni fulgore personale, affinché brilli tanto di più Colui di cui egli non è altro, in un certo senso, che lo stelo della lampada.




2 Corinzi
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Capitolo 4, versetti da 16 a 18
Capitolo 5, versetti da 1 a 10

Quanta cura mettiamo nell’abbellire e far prosperare «il nostro uomo esterno» (v. 16)! Se anche il nostro «uomo interno» potesse essere trattato così bene! Ciò che rinnovava il cuore dell’apostolo era questo peso eterno di gloria non paragonabile alle prove che attraversava. Camminando «per fede e non per visione» (v. 7), con lo sguardo dell’anima fisso sulle cose che non si vedono ma che sono eterne, egli ne godeva già grazie alla «caparra» dello Spirito (v. 5). Per questo Paolo non si scoraggiava (cap. 4:1,16).

Che timore, che ardore dovrebbe sempre produrre in noi il pensiero del tribunale di Cristo! La nostra salvezza è garantita; noi non compariremo in giudizio, ma tutta la nostra vita sarà ripercorsa, come in un film, rivelando tutto ciò che avremo fatto, «o bene, o male», e riceveremo o guadagno o perdita. Ma, nello stesso tempo, il Signore mostrerà come la sua grazia abbia saputo trarre il suo fulgore anche dai nostri peccati. Un artista che ha finito di restaurare un ritratto deteriorato mette in valore il suo lavoro affiancandogli la foto iniziale del quadro. Essendo spesso poco sensibili al peccato, noi valutiamo anche poco la grazia che ci perdona e ci sopporta. Il tribunale di Cristo ce ne farà misurare tutta l’immensità!




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Capitolo 5, versetti da 11 a 21

Paolo desiderava con ardore la gloria celeste (v. 2) ma, nell’attesa, si impegnava con lo stesso ardore ad essere gradito al Signore (v. 9). Non avendo nulla da nascondere né a Dio, né agli uomini (v. 11), non viveva più per se stesso; egli era, corpo e anima, servo di un Cristo morto e risorto per lui (v. 15). Il Signore l’aveva chiamato — come ogni riscattato — ad un compito molto importante: essere ambasciatore del Dio supremo per offrire da parte Sua al mondo la riconciliazione. Per adempiere questa missione e persuadere gli uomini, due grandi motivi sollecitavano il caro apostolo: la solennità del giudizio, poiché conosceva il timore che si deve avere del Signore (v. 11), e l’amore di Cristo per le anime, amore senza il quale il predicatore più eloquente non è che un «rame risonante» (v. 14; 1 Corinzi 13:1).

In che cosa consiste il messaggio della riconciliazione? Cristo, il solo uomo senza peccato, è stato identificato col peccato stesso, sulla croce, per espiarlo. Così Dio ha annullato in grazia il peccato che ci separava da Lui (v. 21). «Le cose vecchie son passate»; Dio non le aggiusta e non le considera più. Preferisce fare «tutte cose nuove», fare di voi una nuova creatura (v. 17). Ma, innanzi tutto, siete riconciliati con Lui?




2 Corinzi
 

Capitolo 6, versetti da l a 18
Capitolo 7, versetto 1

«Una grande costanza» raccomanda il servitore di Dio (come ogni credente; v. 4; 12:12). Meglio di ogni discorso, il modo in cui Paolo sopportava le prove dimostrava il valore del suo evangelo. Soffriva per qualcosa per cui ne valeva la pena.

Che strano uomo è il cristiano! In un certo senso ha due facce. Agli occhi del mondo sembra nell’ignominia, seduttore, misconosciuto, rattristato, povero, senza nulla. Ma cos’è davanti a Dio? Vero, ben conosciuto, vivente, sempre felice, padrone di ogni cosa! (v. 8-10). È questo il suo vero volto.

Le esortazioni che seguono possono sembrare strette e severe, ma procedono dal cuore allargato dell’apostolo (v. 11). Il termine separazione ci ripugna, eppure chi dice santità dice separazione per Dio (Levitico 20:26). Compiere l’una (7:1) equivale necessariamente a praticare l’altra. Separazione dal mondo, perché i versetti 14 e 15 non si applicano solo ad un progetto di matrimonio con un incredulo. Anche separazione dal mondo religioso (v. 16-18); essa offre incomparabili compensazioni: la presenza del Signore Gesù «in mezzo» ai suoi, e la gioia di relazioni benedette con Dio nostro Padre. Infine (7:1), separazione dal male sotto tutte le sue forme.




2 Corinzi

Capitolo 7, versetti da 2 a 12

L’amore di Cristo univa Paolo ai suoi Corinzi. E quest’amore era vero e grande anche quando aveva scritto loro la prima lettera piuttosto severa. Ma ora il suo cuore si sente a proprio agio, ed egli può lasciar parlare liberamente il suo amore. Non dimenticate mai, cari amici, che chi vi riprende e vi avverte con maggior severità, generalmente è quello che vi ama di più (Apocalisse 3:19).

L’assemblea aveva giudicato il male che si trovava al suo interno, e aveva così mostrato la sua purezza e la sua rettitudine (v. 11): se aveva tollerato un terribile peccato, lo aveva fatto per ignoranza e per negligenza. I Corinzi avevano tuttavia dovuto umiliarsi per il loro stato, che aveva permesso che un simile male apparisse in mezzo a loro, e ne avevano provato una tristezza secondo Dio.

Il versetto 10 ci mostra che il semplice dispiacere, o la vergogna, o il rimorso... non sono il pentimento. Questo consiste nel portare sui nostri peccati lo stesso giudizio di Dio, nel riconoscere il male e nell’abbandonarlo, che si tratti di azioni commesse prima o dopo la nostra conversione (Proverbi 28:13). Il pentimento è il primo frutto della fede. Essere contristati secondo Dio è dunque una cosa gioiosa in sé (v. 9). Ognuno dei nostri lettori è passato attraverso un vero pentimento?




2 Corinzi
 

Capitolo 7, versetti da 13 a 16
Capitolo 8, versetti da 1 a 8

L’ubbidienza dei Corinzi aveva risvegliato la gioia e l’affetto di Tito e, di conseguenza, aveva doppiamente rallegrato e riconfortato Paolo stesso (7:13,15). Ma essi erano ancora lontani dall’avere lo zelo dei santi della Macedonia (cap. 8). Questi ultimi non avevano semplicemente dato una parte delle loro risorse e del loro tempo: si erano dati loro stessi, interamente. Non avevano atteso, come alcuni, la fine della loro vita per offrire a Dio solo un povero resto delle loro forze; si erano dati «prima». Non avevano nemmeno cominciato col servizio dei santi; no, prima di tutto si erano dati al Signore. E questo primo dono aveva trascinato tutti gli altri: essi si erano poi dati agli apostoli, perché questi erano dei servitori del Signore. Era forse un motivo di dolore per questi Macedoni? Al contrario! «L’abbondanza della loro allegrezza» poteva accompagnare le «molte afflizioni», e «la loro profonda povertà» abbondare nelle «ricchezze della loro liberalità» (v. 2). Ciò che noi definiremo facilmente un peso, essi lo chiamano una grazia (v. 4). Che Dio ci accordi questa stessa gioiosa consacrazione al nostro Signore, a Lui che abbiamo il privilegio di poter servire servendo i suoi riscattati.




2 Corinzi

Capitolo 8, versetti da 9 a 24

Che cos’era l’amore dei Macedoni di fronte all’esempio supremo del «Signor nostro Gesù Cristo»? Essi non avevano scelto da soli la loro profonda povertà (v. 2). Ma Lui, l’«erede di tutte le cose» (Ebrei 1:2), si è fatto povero lasciando le glorie celesti; è nato in una stalla, è stato quaggiù «il Povero», senza un luogo dove posare il capo (v. 9; Salmo 40:17; 41:1; Luca 9:58). Perché? Per arricchirci di quelle stesse glorie e fare di noi dei suoi coeredi. Adorabile mistero della grazia!

I Corinzi non avevano messo interamente in atto il loro desiderio d’aiutare le assemblee. L’apostolo scrive loro che volere era bello, ma fare era meglio ancora. Spesso, purtroppo, le nostre buone intenzioni restano tali: quella Bibbia o quel calendario evangelico da regalare, quella visita ad un malato, quel piccolo servizio che dovevamo compiere... che Dio ci dia la stessa prontezza per il volere e per il fare (v. 11,12). È Lui che produce in noi l’uno e l’altro, per la sua benevolenza (Filippesi 2:13), ma il divario tra il movimento del cuore e quello della mano proviene dalla nostra negligenza.

Paolo si preoccupava d’essere guardato non solo da ogni frode, ma anche da ogni apparenza di male nel cospetto degli uomini.




2 Corinzi

Capitolo 9, versetti da 1 a 15

Per non avere dei vani rimorsi il giorno della mietitura, seminiamo con larghezza, cioè doniamo liberamente durante l’attuale stagione della semina (v. 6; Luca 6:38; Deuteronomio 15:10). Ciò che Dio ci mette a cuore, facciamolo; e facciamolo con allegrezza. Poiché quello che teniamo per noi non ci arricchirà, e quello che diamo non ci renderà mai poveri (Proverbi 28:27). La grazia di Dio ci assicurerà «sempre in ogni cosa» non «tutto ciò che ci piacerebbe», ma «tutto quel che è necessario» (v. 8). I versetti da 11 a 14 ci ricordano che la generosità disinteressata produce, in coloro che sono soccorsi, dei rendimenti di grazie a Dio e delle preghiere per i donatori. Partendo da una questione che noi potremmo giudicare secondaria, concernente la beneficenza, l’apostolo porta i nostri pensieri sugli argomenti più gloriosi: l’abbassamento del Signore (8:9) e il dono ineffabile di Dio (v. 15). Cerchiamo anche noi di passare, allo stesso modo, dai piccoli fatti che formano la nostra vita di tutti i giorni alle beate realtà della nostra fede. Un semplice posto, un incontro di famiglia, un regalo fatto o ricevuto con affetto, rappresentano altrettante occasioni per rendere grazie a Dio e pensare al Dono per eccellenza: quello che il Dio d’amore ha fatto al mondo mandandogli il suo Figlio (v. 15; Giovanni 3:16).




2 Corinzi

Capitolo 10, versetti da 1 a 18

Paolo non si era sentito di andare dai Corinzi «con la verga» per reprimere il male (10:2; 1 Corinzi 4:21). Aveva preferito scrivere loro e attendere l’effetto che avrebbe prodotto la sua lettera. Ma alcuni avevano approfittato di questa pazienza dell’apostolo, e della sua assenza, per svalutare il suo ministerio. L’umiltà, la dolcezza e la bonarietà cristiana che Paolo dimostrava (v. 1) costituivano altrettanti pretesti per disprezzarlo. L’uomo naturale ammira infatti tutte le cose che fanno scalpore, giudica secondo l’«apparenza» (v. 7). Ora, le armi d’un soldato di Gesù Cristo non sono carnali (v. 4). Efesini 6:10 le enumera. Ricordiamoci in che modo Gedeone, Sansone, Gionathan, Davide, Ezechia, per citarne solo alcuni, hanno riportato le loro più grandi vittorie. E non lasciamoci sedurre da qualità umane come l’eloquenza o il fascino personale. Seguiamo la Parola e mai chi la presenta, per quanto dotato sia, anche se abbiamo ricevuto del bene per mezzo di lui.

Gli uomini si paragonano tra di loro e s’inorgogliscono, ed in questo non sono intelligenti (v. 12). Noi credenti abbiamo un solo modello per il cammino e per il servizio, un modello perfetto: Gesù!




2 Corinzi

Capitolo 11, versetti da 1 a 15

Dei falsi apostoli cercavano di sostituire Paolo nel cuore dei Corinzi. Ed egli è così costretto a parlare di se stesso e definisce questo modo d’agire come «follia». Non lo fa per attirare a suo vantaggio l’affetto dei credenti (vedere cap. 12:15). Egli era geloso per Cristo e rivendica con veemenza il loro amore per il solo Sposo della Chiesa.

I Corinzi rischiavano di dare ascolto ad «un Vangelo diverso» (v. 4). Erano meno spirituali degli Efesini, che avevano «messo alla prova quelli che si chiamano apostoli e non lo sono» e li avevano trovati mendaci (Apocalisse 2:2). Molti cristiani corrono lo stesso pericolo dei Corinzi, perché, in fondo, trovano il vero cristianesimo troppo esigente. Invece, un evangelo che esalti l’uomo e accordi un posto alla carne sarà ben accetto.

Dietro a questi operai ingannatori, l’apostolo smaschera il loro padrone, Satana. Un tempo cherubino risplendente (Ezechiele 28:12...), egli sa ancora rivestire questa apparenza per tentare gli uomini con l’astuzia, come fece quando sedusse Eva (v. 3,14). Ed è più pericoloso quando si presenta come astuto e sottile serpente che quando attacca di fronte, come il leone ruggente di 1 Pietro 5:8. Noi sventeremo le sue astuzie restando attaccati alla Parola del Signore.




2 Corinzi

Capitolo 11, versetti da 16 a 33

Questi attacchi contro il ministerio di Paolo sono per lo Spirito Santo un’occasione per darci un’idea più netta dei suoi travagli e delle sue pene. Egli era ministro di Cristo, e può fornirne le prove: un lungo elenco di sofferenze patite per l’Evangelo. I versetti da 23 a 28, 31 e 32, ci informano in che cosa consisteva ciò che l’apostolo definisce (al cap. 4:17) la sua «momentanea, leggera afflizione»! Ma qual era la divina risorsa che lo sosteneva per sopportare tutte quelle prove? «Un peso eterno di gloria», continuamente davanti ai suoi pensieri: Cristo glorificato e la sua eterna remunerazione.

Cari amici, ricordiamo questo segreto: Più saremo occupati del Signore, meno tempo ci resterà per pensare alle nostre piccole difficoltà: che cosa sono di fronte alle tribolazioni del grande apostolo? Più il Suo amore eterno peserà sulla bilancia dei nostri cuori, meno le circostanze del momento avranno importanza e ci opprimeranno. Vi è una cosa, tuttavia, che non ci assillerà mai troppo: «l’ansietà per tutte le chiese» (v. 28). Essa si manifesta prima di tutto mediante le preghiere. Che il Signore ci dia dell’amore per la sua cara Chiesa e per ognuno dei suoi membri.




2 Corinzi

Capitolo 12, versetti da 1 a 10

Un uomo in Cristo è uno per cui la carne ha perso i suoi diritti (Romani 8:1,2). È una «nuova creatura» (5:17). La sua posizione davanti a Dio è quella di Cristo stesso, e l’occupa già, per fede, nel cielo. Paolo è stato rapito realmente in un momento indimenticabile. E cosa avrà potuto vedere nel paradiso? Cristo risorto e glorioso. Che cosa ha potuto udire? Il linguaggio del cielo che non si può tradurre nelle lingue degli uomini (v. 4). Che favore straordinario! Ma questa esperienza unica avrebbe in seguito costituito un pericolo per l’apostolo. Perché non insuperbisse, gli viene data «una scheggia nella carne», forse una dolorosa malattia, che lo faceva disprezzare dagli altri durante la sua predicazione (10:1,10; Galati 4:14). Signore, liberamene, supplica l’apostolo; il mio servizio ne soffrirà... «La mia grazia ti basta», è la risposta del Signore. Anche se non sembrava, la scheggia era un effetto di questa grazia. Serviva a Paolo per soffocare la carne, «invadente compagno di lavoro» come è stata definita. Sì, le infermità e le prove sono preziose per il cristiano e contribuiscono ad indebolire «l’uomo» per permettere alla potenza di Dio di manifestarsi (v. 9,10; 4:7...).




2 Corinzi

Capitolo 12, versetti da 11 a 21

Che dispiacere, per l’apostolo, constatare le supposizioni fatte a suo riguardo, i motivi interessati e gli inganni che gli venivano attribuiti! (v. 14,16; cap. 7:2,3; confr. Atti 20:33). Mentre, con una condotta irreprensibile, Paolo non aveva mai smesso, coi suoi compagni d’opera, di camminare sulle «medesime orme»: quelle di Cristo (v. 18). Se risponde a lungo a queste calunnie, non è per giustificarsi, ma perché ha in vista l’edificazione dei suoi cari Corinzi (v. 19; 1 Corinzi 14:26). Infatti, non riconoscere il ministerio dell’apostolo significava respingere anche l’autorità della Parola divina ch’egli annunciava. Quanti di coloro che si definiscono cristiani, oggi, rigettano una parte della Parola ispirata, e soprattutto le epistole di Paolo! I versetti 20 e 21 mostrano a quali peccati conducono questa negligenza e questo disprezzo.

Così, in questo capitolo, troviamo lo stato più glorioso al quale un cristiano possa essere innalzato, e la condizione più misera nella quale possa cadere. Che contrasto tra questo innalzamento al terzo cielo e questa vile degradazione carnale! Ma il cristiano è capace dell’uno e dell’altra! Che lezione e che avvertimento per ogni credente!




2 Corinzi

Capitolo 13, versetti da 1 a 13

La prima epistola ai Corinzi aveva come argomento l’assemblea. La seconda ci ha parlato del ministerio e del servizio cristiano. Vi abbiamo trovato i sentimenti, le supplicazioni, le fatiche, le pene morali e fisiche del servitore del Signore. Paolo ne era solo un debole strumento, ma non desiderava sulla terra una parte migliore di quella del suo Maestro. Ora, Cristo era stato quaggiù nell’abbassamento, crocifisso per la sua debolezza; ma ora viveva, risorto per la potenza di Dio (v. 4).

Terminando la sua epistola, Paolo rivolge a Dio un’ultima preghiera per i cari Corinzi. Essa si può riassumere in una parola: il loro perfezionamento (v. 9). Ma, nello stesso tempo, li esorta: «procacciate la perfezione» (v. 11); chiedere l’aiuto del Signore non dispensa dall’applicarsi con zelo a fare dei progressi nel cammino e nel servizio cristiani.

«Rallegratevi... — dice ancora — siate consolati, abbiate un medesimo sentimento, vivete in pace...» (v. 11). Che ognuno dei nostri lettori faccia sue queste esortazioni e goda della promessa che le accompagna. Sì, che la grazia del Signore Gesù Cristo, e l’amore di Dio, e la comunione dello Spirito Santo siano con tutti voi (v. 13)!




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