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Piccolo commentario del Nuovo Testamento

Prima Epistola di Pietro

Jean Koechlin

Indice:
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1 Pietro

Capitolo 1, versetti da 1 a 12

Il Signore aveva detto al suo discepolo Pietro, ancora prima di essere da lui rinnegato: «Quando sarai convertito, conferma i tuoi fratelli» (Luca 22:32). È il servizio che compie l’apostolo in questa epistola. Egli ricorda i nostri incomparabili privilegi: la salvezza delle anime (v. 9) e un’eredità celeste al riparo da ogni attacco (v. 4). Dio la conserva per gli eredi e conserva questi ultimi per l’eredità. Ma, fin da ora, essi ne hanno già un’idea: «un’allegrezza ineffabile e gloriosa», che ha origine nella speranza vivente che i credenti hanno in una Persona vivente, cioè Gesù risorto (v. 3); nella fede (v. 5,7); nell’amore per Colui che i riscattati non hanno ancora visto, ma che il loro cuore conosce bene (v. 8). E più noi ameremo il Signore, più sentiremo che non l’amiamo abbastanza.

In ragione del valore che riconosce alla fede, Dio si adopera per purificarla al crogiolo della prova. Tuttavia, ci è data una certezza: Egli lo fa solo «se così bisogna» (v. 6).

Tali sono, cari amici, le felici realtà che ci riguardano, delle quali i profeti si sono informati con cura (v. 10,11) e nelle quali gli angeli desiderano riguardare bene addentro (v. 12). Vorremmo forse essere gli unici a non interessarcene?




1 Pietro

Capitolo 1, versetti da 13 a 25

La verità, come ce la presenta l’apostolo, ha dei diritti e degli effetti su di noi: è quella cintura che fortifica la nostra mente e tiene a freno la nostra immaginazione (v. 13; Efesini 6:14). Ed è alla verità che dobbiamo ubbidire (v. 22). Noi che un tempo camminavamo tra i «figli della disubbidienza» (Colossesi 3:6,7), siamo divenuti «figli d’ubbidienza» (v. 14), ubbidienza non solo a ma di Gesù Cristo (v. 2), cioè conforme alla sua, motivata dall’amore per il Padre (Giovanni 8:29; 14:31). D’altronde, tutto qui è in contrasto con l’Antico Testamento. Non sono l’argento, l’oro, né qualunque altra cosa che possono riscattarci (Esodo 30:11-16; Numeri 31:50), ma il prezioso sangue di Cristo. Non è, come per l’Israelita, la nascita naturale che ci fa entrare nei diritti e nei privilegi del popolo di Dio: che nessuno pensi di essere un figlio di Dio solo perché ha dei genitori cristiani! Siamo rigenerati mediante la Parola incorruttibile, vivente, permanente. La santità richiesta in tutta la nostra condotta risponde a questa nuova natura; noi invochiamo il Dio Santo come Padre (v. 15-17). Essa è anche la conseguenza del valore ch’Egli attribuisce al sacrificio dell’Agnello perfetto.




1 Pietro

Capitolo 2, versetti da 1 a 12

Un bambino che viene al mondo deve subito essere nutrito. Per questo la Parola di Dio, dopo averci dato la vita (1:23), fornisce anche il necessario per mantenerla. Essa è l’«alimento completo» dell’anima, «il puro latte spirituale» di cui Cristo è la sostanza. Se abbiamo gustato che il Signore è buono, non potremo più fare a meno di questo nutrimento divino (v. 3; Salmo 34:8).

Dopo il seme vivente (e la speranza vivente al cap. 1), troviamo qui le pietre viventi. Esse sono edificate insieme su Colui che è la pietra angolare, preziosa sia per Dio che per noi che crediamo (v. 7), per costituire un edificio spirituale (vedere Efesini 2:20-22). Anche tu sei una di queste pietre, aveva detto il Signore a Simone (confr. Matteo 16:18). Ebbene, simili privilegi comportano altrettante responsabilità. Se siamo un santo sacerdozio, lo siamo per offrire sacrifici spirituali accettevoli a Dio. Se siamo un popolo ch’Egli si è acquistato, lo siamo per annunciare le Sue virtù (Isaia 43:21).

Dopo esser stati «chiamati dalle tenebre alla sua meravigliosa luce», potremmo ancora ospitare nel nostro spirito le concupiscenze carnali? Basta uno sguardo per dar loro inizio, ed esse guerreggiano contro l’anima (v. 11).




1 Pietro

Capitolo 2, versetti da 13 a 25

Il cristiano è invitato a rispettare l’ordine stabilito, non per paura della polizia, ma per un motivo ben più grande che deve agire sul nostro cuore: l’amore per il Signore (v. 13; Giovanni 15:10). Siamo servi solo di Dio (fine dei v. 16), ed è Lui che ci detta il nostro atteggiamento nei confronti di ognuno. Non tutti i padroni sono «buoni e moderati»; ve ne sono anche di difficili, e la nostra testimonianza avrà più forza e più rilievo se avremo a che fare con questi. L’ingiustizia, l’oltraggio e tutte le forme d’afflizione costituiscono per il figlio di Dio altrettante occasioni per glorificarlo. In questo sentiero, qualcuno ci ha preceduto: colui che fu l’Uomo di dolori.

Certo, nell’opera dell’espiazione Cristo non ha avuto e non avrà mai né compagni né imitatori: «Ha portato egli stesso — e Lui solo — i nostri peccati nel suo corpo» (v. 24). Ma nel suo cammino di giustizia (e, di conseguenza, di sofferenza), Egli è il nostro Modello perfetto (1 Giovanni 2:6). La contraddizione e la perversità degli uomini non facevano che mettere in evidenza la sua pazienza, la sua dolcezza, la sua umiltà, la sua sapienza, la sua completa fiducia in Dio...: orme benedette nelle quali dobbiamo camminare. Ubbidiremo così all’ultima ingiunzione fatta dal Signore a Pietro: «Tu, seguimi» (Giovanni 21:22).




1 Pietro

Capitolo 3, versetti da 1 a 12

«Parimente voi, mogli... (v. 1), voi, mariti... (v. 7), voi più giovani...» (5:5). È sempre lo stesso motivo del cap. 2:13: l’amore del Signore, che detta ad ognuno la condotta che deve tenere nella sua famiglia e nell’assemblea. Una moglie cristiana rivela dove si trovano i suoi affetti col suo modo di ornarsi. Se si preoccupa della bellezza occulta del cuore, quella che solo il Signore può vedere, ricerca ciò che vale molto agli occhi di Dio: «uno spirito benigno e pacifico» (v. 4). Questo «ornamento» fa parte di ciò che è incorruttibile, come la Parola (1:23) e l’eredità celeste (1:4). Ella non seguirà la moda; Dio anche oggi apprezzerà in lei ciò che apprezzava in Sara.

Il nostro titolo di eredi della grazia della vita (v. 7) e della benedizione (fine del v. 9) costituisce, con l’esempio che ci ha dato Colui che fa del bene (v. 13; 2:21,22), un motivo imperioso per non rendere oltraggio in cambio di oltraggio.

La lunga citazione del Salmo 34 ci ricorda che cos’è il governo di Dio. Se il male si trova nelle nostre bocche (v. 10) o nelle nostre vie (v. 11), ne potrebbero derivare fin da quaggiù dolorose conseguenze, permesse dal Signore (v. 12). Al contrario, un cammino nel bene e nella pace è il mezzo sicuro per essere benedetti; anche se riterrà opportuno provarci, godremo della comunione del Signore.




1 Pietro

Capitolo 3, versetti da 13 a 22

Cristo ha sofferto sulla croce, Lui, il Giusto, per noi ingiusti (v. 18). In cambio, ci è concesso di soffrire un po’ per Lui (Filippesi 1:29). Facendo il bene, noi soffriamo con Lui come Lui ha sofferto (v. 14). Infine, in tutte le nostre pene, il Signore simpatizza con noi (v. 12).

Se soffrite per la giustizia siete beati, afferma il v. 14 (leggere anche Matteo 5:10). Che Dio ci guardi da ogni timore umano e ci dia il suo timore accompagnato dalla dolcezza, per testimoniare in ogni momento della speranza che è in noi... (ma c’è davvero?). Quando la nostra condotta non è buona davanti agli uomini, parlar loro del Signore potrebbe far ricadere su Lui il disprezzo che noi meritiamo.

Possa lo Spirito di Cristo servirsi di noi per avvertire i nostri simili, come un tempo si è servito di Noè che costruiva la sua arca per predicare agli increduli del suo tempo (v. 19,20). Il diluvio è la figura del giudizio pronto a cadere sul mondo; esso ci ricorda la morte, salario del peccato. In. figura, i credenti l’hanno attraversata nel battesimo, che ci parla della nostra morte con Cristo, e si sono messi al riparo nell’arca, che è Cristo. Egli ha subìto la morte al loro posto, ed essi risusciteranno con Lui per una nuova vita (v. 21,22).




1 Pietro

Capitolo 4, versetti da 1 a 11

Quanto ha travagliato il Signore Gesù il peccato di cui si è dovuto occupare! Ora Egli si riposa, avendolo abolito con la sua morte; allo stesso modo, il cristiano deve abbandonare le concupiscenze degli uomini. Cari amici, non ci basta aver perso, prima della nostra conversione, del tempo prezioso in un cammino insensato verso la morte? Viviamo il resto del nostro tempo per la «volontà di Dio»!

Senza dubbio il nostro nuovo comportamento farà contrasto con quello del mondo attorno a noi, e quest’ultimo si meraviglierà del fatto che ci asteniamo dalle sue gioie corrotte. Faranno pressione su di noi, ci prenderanno in giro e, forse, subiremo anche delle ingiurie. Perché? Perché il mondo si sentirà condannato dalla nostra separazione, prima di essere giudicato dal grande Giudice (v. 5). Anzi, proprio l’imminenza di questo giudizio deve dettare la nostra condotta: sobrietà, vigilanza, preghiera, amore fervente (1:22). Quest’ultimo si manifesta in molti modi: cercando il ristabilimento dei nostri fratelli (fine del v. 8), praticando una gioiosa ospitalità, utilizzando i doni della svariata grazia di Dio al servizio gli uni degli altri. È così che Gesù, che è nel cielo, continua sulla terra a glorificare il Padre (il che costituisce il suo grande desiderio) nella vita dei suoi riscattati (v. 11: Giovanni 17:4,11; 15:8).




1 Pietro

Capitolo 4, versetti da 12 a 19

Nel cielo, mediteremo senza stancarci sulle sofferenze del Signore Gesù, ed esse saranno il tema inesauribile della nostra adorazione eterna. Ma l’occasione di partecipare a tali sofferenze sarà passata. Soffrire con Cristo è un’esperienza più profonda e più intima che soffrire per Lui. Partecipare ai suoi dolori, conoscere l’ingratitudine, il disprezzo, la contraddizione, l’insulto (v. 14), l’aperta opposizione ch’Egli ha incontrato, significa conoscere Gesù stesso in tutti i sentimenti che, allora, sono stati suoi. Tutto il desiderio di Paolo era di «conoscere Cristo... e la comunione delle sue sofferenze...» (Filippesi 3:10).

Ma vi è un tipo di sofferenza che Cristo non poteva provare: quelle che ci attiriamo per aver fatto del male. Non possiamo sfuggire alle conseguenze delle nostre incoerenze. Un cristiano disonesto raccoglierà ciò che ha seminato davanti ai tribunali degli uomini, e chi si sarà intromesso sconsideratamente negli affari d’un altro avrà forse la sua punizione per mano di quest’ultimo. Ma in tali casi la conseguenza più triste non sono le miserie che ci attiriamo, ma il disonore gettato sul nome del Signore. Invece, soffrire come cristiano, cioè come Cristo, è glorificare Dio portando questo nome (v. 16; Atti 4:17,21).




1 Pietro

Capitolo 5, versetti da 1 a 14

«Pasci i miei agnelli...; pastura le mie pecorelle», aveva detto il Signore a Pietro (Giovanni 21:15-17). Lungi dal valersene per porsi al di sopra degli altri cristiani (posizione che gli è stata attribuita dalla cristianità), l’apostolo si designa semplicemente come anziano con gli altri anziani e raccomanda a questi ultimi di non signoreggiare sul gregge del buon Pastore, ma di esserne gli esempi (v. 3). Le pecore non appartengono a loro; essi ne sono responsabili davanti al sommo Pastore. A loro volta, i giovani devono essere sottomessi agli anziani, e tutti devono rivestirsi d’umiltà; in altre parole, mettersi «il grembiule del servizio» (v. 5; confr. 3:8). È agli umili che è elargita la grazia da parte del «Dio d’ogni grazia».

«Gettando su lui ogni vostra sollecitudine — aggiunge l’apostolo — perch’Egli ha cura di voi» (v. 7). Questa fiducia e questo abbandono a Dio non dispensano dall’essere vigilanti. Satana, il nemico che ci minaccia continuamente, spia il minimo rilassamento, e resistergli significa soffrire ancora (v. 8,9). Così per il cristiano, nella sua misura, ma come per il suo divino Modello, la Scrittura rende ancora una volta testimonianza delle sofferenze che «per breve tempo» sono la sua parte... e delle glorie che seguiranno (v. 10; 1:11).




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