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Piccolo commentario dell’Antico Testamento

Lamentazioni di Geremia

Jean Koechlin

Indice:
   Lamentazioni di Geremia 1    Lamentazioni di Geremia 2    Lamentazioni di Geremia 3    Lamentazioni di Geremia 4    Lamentazioni di Geremia 5

Lamentazioni di Geremia

Cap. 1, vers. da 1 a 11
 

Le Lamentazioni di Geremia esprimono il dolore del profeta dinanzi agli avvenimenti raccontati nell’ultimo capitolo del suo libro, cioè la presa e la destruzione di Gerusalemme per opera dell’esercito Nebucadnetsar. Ma, come tutta la profezia, la portata di essa oltrepassa le circostanze che l’hanno occasionata e lo Spirito ci conduce in questi capitoli fino al tempo futuro della «grande tribolazione» per la quale Israele dovrà passare.

È commovente di vedere Geremia, benché personalmente non colpevole, prendere la parte più grande all’umiliazione di Gerusalemme e identificarsi col popolo che è sotto il giudizio di Dio. Le sventure che egli non aveva cessato di annunziare, e alle quali il popolo non aveva voluto credere, sono ora giunte. Un altro non avrebbe perso l’occasione per prender la rivincita: «Ve l’avevo ben detto! Ah! se mi aveste ascoltato!» Ma non è così che parla il servitore di Dio. Al contrario! Gerusalemme, che nel giorno della sua distretta non trova più nessuno che l’aiuti (vers. 7; parag. Luca 15:16), nessuno che la consoli (vcrs. 2, 9, 17, 21) avrà in Geremia (tipo di Cristo) l’amico più fedele, l’intercessore più fervente (vedere Proverbi 17:17).




Lamentazioni di Geremia

Cap. 1, vers. da 12 a 22
 

«O voi, che passate di qui, mirate, guardate, se v’è dolore pari al mio dolore!» esclama Gerusalemme di mezzo alla sua calamità (vers. 12). Quante volte passiamo insensibili a lato delle sofferenze altrui! (vers. 21). Quante occasioni preziose perdiamo di esprimere un po’ di simpatia! Chiediamo al Signore di darci dei cuori più sensibili, in grado di comprendere meglio le pene di quelli che ci attorniano e di portar loro, da parte di Dio, una vera consolazione.

Come non pensare alla croce in presenza di quel dolore senza simile inflitto dall’ira di Dio? (vers. 12). Ma Cristo non aveva fatto «nulla che non si dovesse fare», mentre Gerusalemme riconosce, come il brigante, di aver pienamente meritato ciò che le è accaduto (vers. 18; Luca 23:41). Ci sembra pure vedere la folla di «quelli che passavano di lì», davanti al Salvatore crocifisso (Matteo 27:39). Vi erano fra quei passanti, — e ce ne sono anche oggi in presenza della croce — della gente ostile, degli schernitori, ma soprattutto degl’indifferenti. È a loro che s’indirizza la domanda del versetto 12. Cari amici, quelle sofferenze di Gesù erano per la vostra salvezza. Vi lasciano insensibili? Non è forse questo nulla per voi?




Lamentazioni di Geremia

Cap. 2, vers. da 1 a 10
 

Al cap. 1, i nemici di Gerusalemme erano considerati come responsabili delle sue sventure. Ma ora tutto ciò che è avvenuto è visto come opera del Signore e di Lui solo. Sappiamo anche noi riconoscere Colui che ci disciplina... talvolta per castigarci, ma sempre per benedirci alla fine. E invece di fermarci ai mezzi di cui Dio si serve a questo scopo: preoccupazione di salute, di denaro, contrarietà sopraggiunte nel nostro lavoro... invece di cercare soltanto di esserne alleviati più presto possibile, umiliamoci sotto la potente mano di Dio e gettiamo su Lui tutta la nostra sollecitudine, poiché Egli ha cura di noi (1 Pietro 5:6 e 7).

Gerusalemme fa l’inventario completo del suo disastro. Il suo re, i suoi sacerdoti, i suoi profeti sono prigionieri o massacrati, i suoi culti solenni aboliti, le sue mura in rovina. Nulla è stato risparmiato, persino le cose più sacre: l’altare e il santuario sono stati contaminati (cap. 1:10), devastati, e gli oggetti preziosi portati a Babilonia. Sì, persino l’arca stessa, «lo sgabello dei Suoi piedi». (vers. 1; Salmo 132:7) con la legge che essa conteneva! (vers. 9; 1 Re 8:9). Essa sparisce per sempre, prova che Dio troncava per il futuro ogni relazione col suo popolo colpevole.




Lamentazioni di Geremia

Cap. 2, vers. da 11 a 22
 

Immensa è la desolazione del profeta davanti al quadro dei versetti precedenti. Scorrono le sue lacrime, inesauribili, in presenza di quella rovina «larga come il mare» (vers. 18).

Anche Gesù ha pianto su Gerusalemme, sapendo in anticipo quali dovevano essere, per la città colpevole, le conseguenze del suo rigettamento (Luca 19:41...).

Se il re, i principi, i sacerdoti, i falsi profeti (vers. 14) e la maggior parte del popolo, hanno meritato i colpi che son caduti su loro, numerosi sono quelli che soffrono senza essere direttamente responsabili. Lattanti muoiono di fame; vecchi e bambini cadono di sfinimento nelle vie (vers. 11, 19, 21). Tuttavia Geremia non solleva nessun perché. Mette se stesso «alla breccia» in favore di quel popolo che ama.

I versetti 15 e 16 ci presentano nuovamente «i passanti». Ma non si tratta più soltanto d’indifferenza, come al cap. 1:12. Questa volta scuotono il capo, digrignano i denti, sfrontati insultano e si beffano. Gesù, santa Vittima, ha conosciuto durante le ore della croce tutte queste manifestazioni della malvagità umana (vedere Salmo 22:7 e 8; Salmo 35:21).




Lamentazioni di Geremia

Cap. 3, vers. da 1 a 24
 

Col capitolo 3 giungiamo al cuore di questo piccolo libro e ad un tempo in fondo alla distretta del profeta. Benché non colpevole, Geremia prende personalmente su di sé le iniquità del suo popolo, talché il castigo è considerato come cadesse pure su lui solo: «Io sono l’uomo che ha veduto l’afflizione sotto la verga del suo furore...» (vers. 1). Egli rappresenta così il Signore Gesù, mentre compie l’espiazione dei nostri peccati. Le sofferenze sopportate alla croce da parte dell’uomo, e che ci ricordano i versetti 14 e 30 (parag. rispettivamente Salmo 69:12 e Isaia 50:6), sono state seguite, durante le tre ore di tenebre, dalle sofferenze che gli sono state inflitte da Dio, quando lo trattò come il peccato stesso. Quelle terribili espressioni della sua ira divina sono state tutte la parte del Salvatore (parag. vers. 8 e Salmo 22:2). Tuttavia la sua fiducia e la sua speranza non son venute meno neppure un istante; mentre quelle di Geremia l’abbandonano (vers. 18).

Ma dal vers. 21, l’afflitto cerca soccorso presso di Colui stesso che lo colpisce. Allora la sua fede, sottomessa e fiduciosa, gli fa trovare le meravigliose compassioni dell’Eterno «che si rinnovano ogni mattina» (vers. 23).




Lamentazioni di Geremia

Cap. 3, vers. da 25 a 51
 

Affinché la prova non ci conduca mai a dubitare dell’amore di Dio, il profeta si affretta ora ad aggiungere che «non è volentieri ch’Egli umilia ed affligge i figliuoli degli uomini» (vers. 33). A maggior ragione i suoi riscattati! Ma se è necessario farlo, «Egli ha altresì compassione, secondo la moltitudine delle sue bontà». Il riscattato può realizzare che né tribolazione, né distretta, né persecuzione... possono separarci dall’amore di Cristo (Romani 8:35). D’altronde la prova, spezzando la nostra volontà propria, ci prova che buona cosa è per l’uomo portare il giogo «nella sua giovinezza» (vers. 27). Applicarsi all’obbedienza quando si è ancora fanciullo, imparare la sottomissione nella casa paterna, vuol dire prepararsi ad accettare in seguito, durante tutta la vita, l’autorità del Signore. Inoltre, la prova è ben sovente per noi l’occasione d’un ritorno su noi stessi: «Esaminiamo le nostre vie, scrutiamole...» (vers. 40).

Tutto questo conferma ciò che un cantico esprime: «La prova è piena di frutti benedetti per me». Sì, possiamo dire con l’autore del Salmo 119: «È stato un bene per me l’essere afflitto» (vers. 71).




Lamentazioni di Geremia

Cap. 3, vers. da 52 a 66
Cap. 4, vers. da 1 a 8

Noi sappiamo dell’orribile cisterna in cui Geremia era stato gettato da quelli che erano «suoi nemici senza motivo». Essa ha ispirato i vers. 52 e seguenti ed illustra i terrori della morte in cui il nostro Salvatore è entrato realmente.

Ma i vers. 55 a 58 possono essere l’esperienza di chiunque geme sotto il peso dei suoi peccati e giunge a realizzare ciò che il Signore ha fatto per lui.

Il cap. 4 mette in contrasto lo stato attuale di Gerusalemme con quello che era stata precedentemente. Al tempo della sua prosperità, tutto aveva l’aspetto più brillante. I figliuoli di Sion erano stimati simili all’oro fino. Simili soltanto, notatelo, poiché quando la prova è passata come il fuoco dell’affinatore, tutto è stato consumato, mentre il vero oro vi resiste vittoriosamente. Sì, non si trattava, purtroppo, che d’uno splendore ingannevole. Ricordiamocene, è sempre la prova che fa cadere le apparenze e manifesta il vero stato d’un cuore. La crudeltà (vers. 3), la mancanza d’ogni compassione (vers. 4), l’odioso egoismo che conducono agli atti più abominevoli (vers. 10), ecco quel che ora appare, mettendo a nudo quegli abitanti di Gerusalemme. Dio manifesta il fondo del loro cuore, e il fuoco del Suo giudizio non lascia sussistere nulla della loro falsa pietà.




Lamentazioni di Geremia

Cap. 4, vers. da 7 a 22
 

La corruzione in Israele ha raggiunto persino i suoi nazareni, cioè quelli che (come i cristiani oggi) dovevano distinguersi per la purezza della loro condotta e la loro assoluta separazione per Dio. Essi sono al colmo del decadimento. «Non si riconoscono più per le vie» (vers. 8). Nulla li fa più notare fra gli altri infelici abitanti di Gerusalemme! Chiediamoci in che misura il nostro comportamento in mezzo al mondo ci fa riconoscere come veramente messi a parte per il Signore.

E quelli che erano incaricati di vegliare sul popolo, cioè i suoi profeti e i suoi sacerdoti, avevano sparso il sangue dei giusti! (vers. 13).

«La nostra fine è prossima... la nostra fine è giunta», dicono gli afflitti del popolo (vers. 18), dopo aver inutilmente atteso «un soccorso vano», e constatato che nessuno poteva salvarli (vers. 17). Ebbene! è il momento in cui Dio dichiara: «Il castigo della tua iniquità è finita» (parag. Isaia 40:1 e 2). Ora sarà il turno di Edom di subire il castigo. E così è sempre. Quando è reso evidente che nulla può venirci in aiuto e che siamo all’estremo delle nostre forze, è giunto il momento per Dio d’intervenire sovranamente e liberarci.




Lamentazioni di Geremia

Cap. 5, vers. da 1 a 22
 

In un ultimo lamento, il «residuo» del popolo fa la triste ed umiliante descrizione del suo stato senza nulla nascondere. Non soltanto i loro padri (vers. 7) ma loro stessi hanno peccato e ne portano le conseguenze. È a questo punto che deve giungere tanto un inconvertito quanto il credente allorché si è lasciato cogliere da un fallo. Tutti noi conosciamo questo penoso lavoro di Dio nella nostra coscienza, al quale il nostro orgoglio fa sovente ostacolo! Ma, a differenza degli afflitti di questo capitolo (vers. 22), nel momento in cui confessiamo i nostri peccati, sappiamo che Dio ci ha già perdonati (parag. vers. 22 e 1 Giovanni 1:9).

Questi versetti 1 a 22, come d’altronde tutto il libro, ci mettono dinanzi specialmente il lato del peccato collettivo. E noi pensiamo al male che ha invaso la Chiesa come un lievito, alla mondanità, alla rovina che ne è risultata e i cui effetti morali sono tanto deplorevoli come il quadro di questo capitolo. Ah! se fossimo preoccupati della gloria del Signore, non potremmo restare indifferenti a uno stato di cose tanto desolante. Ci siano dati dei cuori veramente umiliati, ma anche fiduciosi in un Dio che non cambia mai (parag. vers. 19).




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