BibbiaWeb
Home  Novità  La Bibbia  Studi biblici  Indice per autore  Indice per soggetto  Soggetti dettagliati

Piccolo commentario dell’Antico Testamento

Il libro del profeta Geremia

Jean Koechlin

Indice:
   Geremia 1    Geremia 2    Geremia 3    Geremia 4    Geremia 5    Geremia 6    Geremia 7    Geremia 8    Geremia 9    Geremia 10    Geremia 11    Geremia 12    Geremia 13    Geremia 14    Geremia 15    Geremia 16    Geremia 17    Geremia 18    Geremia 19    Geremia 20    Geremia 21    Geremia 22    Geremia 23    Geremia 24    Geremia 25    Geremia 26    Geremia 27    Geremia 28    Geremia 29    Geremia 30    Geremia 31    Geremia 32    Geremia 33    Geremia 34    Geremia 35    Geremia 36    Geremia 37    Geremia 38    Geremia 39    Geremia 40    Geremia 41    Geremia 42    Geremia 43    Geremia 44    Geremia 45    Geremia 46    Geremia 47    Geremia 48    Geremia 49    Geremia 50    Geremia 51    Geremia 52

Geremia

Capitolo 1, versetti da 1 a 19

Il libro di Geremia ci riconduce al tempo degli ultimi re di Giuda prima della cattività. L’apparire d’un profeta è sempre l’indice del cattivo stato del popolo d’Israele, ma anche la prova della grazia di Dio. L’Eterno aveva messo da parte, già prima della sua nascita, questo giovane sacerdote per il servizio al quale Egli lo destinava. Timido, Geremia comincia col resistere all’appello di Dio: «Io non sono che un fanciullo». Non parlare così, gli risponde l’Eterno. Che cosa importano le tue capacità, dato che tu non farai e non dirai null’altro che quello che io ti comanderò? È quel che esprimiamo quando cantiamo:

La nostra stessa impotenza è la nostra sicurezza,
Chi non può nulla senza Lui, può tutto per la Sua bontà.

Per incoraggiare il suo giovane messaggero, Iddio gli dà due visioni notevoli: Il ramo di mandorlo (vers. 11) rammenta la verga d’Aaronne che anticamente aveva fiorito, gettato dei bottoni, sbocciato dei fiori e maturato delle mandorle (Libro dei Numeri 17:8) e conferma la scelta di quel Dio vigilante e fedele. Quanto alla caldaia che bolle, annunzia la minaccia di nemici che vengono dal nord. Bisogna dunque affrettarsi di avvertire il popolo e sollecitarlo a pentirsi. Compito difficile! Ma Geremia riceve la forza da alto (vers. 18) con una promessa: «Io son con te» (vers. 19).




Geremia

Capitolo 2, versetti da 1 a 18

Le prime parole che l’Eterno mette nella bocca di Geremia sono destinate a riguadagnare il cuore del suo popolo dimentichevole... immagine fedele del nostro proprio cuore! È come se il Signore ci chiedesse teneramente: Ti ricordi di quel tempo felice che seguì alla tua conversione? Come ardevi allora di zelo e di riconoscenza! Certo, tu camminavi in questo mondo come in un deserto, «un paese non seminato». Ma allora io ti bastavo interamente. Ah se tu hai dimenticato quel tempo, io ne ho conservato il ricordo. Poiché mi era gradito quell’ardore del tuo affetto, quella gioia del tuo primo amore (Apocalisse 2:4).

Ahimè! dice il Signore, «il mio popolo ha cambiato la sua gloria con ciò che non giova a nulla» (vers. 11). Siate sinceri, voi che siete allontanati dal Signore, vi ha questo giovato? Egli è «la sorgente delle acque vive». A che cosa servono le «cisterne screpolate» (vers. 13)? O anche i fiumi dell’Egitto e dell’Assiria (vers. 18) a cui il mondo cerca di dissetarsi? Poiché «chi beve di quest’acqua avrà ancora sete»; ma chi beve dell’acqua che Gesù dà, non avrà mai più sete (Evangelo di Giovanni 4:10,13,14).




Geremia

Capitolo 2, versetti da 19 a 37

L’abbandono del primo amore è sempre il punto di partenza, dapprincipio nascosto, di molti altri mali. Iddio aveva chiamato Israele fuori d’Egitto perché Lo servisse (Esodo 4:23). Ed ecco che questo popolo Gli dichiara sfrontatamente: «Non voglio servire» (vers. 20). Ebbene, è anche la triste risposta di numerosi cristiani a Colui che li ha salvati, benché non osino formularla ad alta voce! Possiamo affermare che ingannano se stessi. Poiché è impossibile di non servire. Rifiutare l’obbedienza al Signore, è cadere nella schiavitù degli idoli (vers. 28). Inoltrandosi nella sua ribellione contro l’Eterno, quel malvagio popolo gli ha deliberatamente voltato le spalle (vers. 27). Con una ingratitudine inqualificabile ha dimenticato Colui che gli aveva fatto soltanto del bene (vers. 32). Povero popolo! Iddio cerca di aprirgli gli occhi. Lo invita a volgersi e considerare le tracce sinuose ch’egli ha lasciato dietro a sé (vers. 23; vedere anche cap. 14:10).

Cari amici cristiani, è talvolta anche necessario considerare le nostre vie. Quanti passi falsi, vie traverse, giravolte, invece del cammino diritto e semplice della volontà del Signore!




Geremia
 

Capitolo 3, versetti da 11 a 25
Capitolo 4, versetti da 1 a 2

Questo capitolo 3 ci presenta Israele come una sposa infedele, dimentichevole dei legami che l’uniscono all’Eterno suo Sposo. E in questo cammino d’iniquità, Giuda è andata ancor più lontana delle dieci tribù d’Israele, aggiungendo alla sua infedeltà la perfidia cioè il tradimento aggravato d’ipocrisia. Tuttavia, ci troviamo qui storicamente sotto il regno del pio Giosia. Ma il cuore del popolo non ha realmente seguito il suo re nel risveglio di cui aveva dato il segnale (vedere vers. 10 e 2 Cronache 34:33). Giuda ha finto di ritornare all’Eterno. Tale è la sua perfidia, peggiore agli occhi di Dio dell’abbandono puro e semplice.

Come sono commoventi quegli appelli: «Torna;... Tornate, o figliuoli traviati», «io sono misericordioso», «io vi guarirò» (vers. 12, 14, 22; cap. 4:1)! Ma quanto tempo, quanti secoli sono inclusi nei punti di sospensione del vers. 22 fra l’appello di Dio e la risposta del popolo! Poiché Iddio aspetta tuttora questa risposta d’Israele!

Amico, che forse ti sei allontanato dal Signore Gesù, questo «ritorna», è a te che lo rivolge oggi. Oh! non lascia trascorrere gli anni. Torna senza più indugiare Colui che perdona e che ti ama.




Geremia
 

Capitolo 5, versetti da 1 a 6
versetti da 20 a 31

Nonostante le belle professioni di fede, bisognerebbe faticare molto per trovare in Gerusalemme «qualcuno che operi giustamente, che cerchi la fedeltà» (vers. 1; vedere anche Ezechiele 22:30). Malgrado ciò, Iddio va più lungi in misericordia che al tempo della distruzione di Sodoma. Egli è pronto a perdonare la città colpevole a causa d’un sol uomo (vers. 1; parag. Genesi 18:23...). Purtroppo, questa fedeltà, gradita a Dio, non si è trovata né fra la gente del popolo, né fra i grandi, meglio ammaestrati, dunque più responsabili (parag. Salmo 62:9). La fine del capitolo lo mostra, come d’altronde tutta la storia di Geremia.

«Questi son dei miseri... degli insensati» (vers. 4). Non è forse ciò che si può dire delle moltitudini che oggi vanno incoscienti alla perdizione? Invano l’Eterno ha castigato il suo popolo. «Quelli non sentono nulla... rifiutano di ricevere la correzione... rifiutano di convertirsi» (vers. 3; Sofonia 3:2). Che cosa può fare un medico quando un malato rifiuta di prendere le sue medicine sotto pretesto che non soffre? Non sfuggiamo mai a questa correzione necessaria. E conserviamo una coscienza molto sensibile a quel che il Signore vuol dirci per questo mezzo. Altrimenti «che faremo noi quando verrà la fine?» (vers. 31).




Geremia

Capitolo 6, versetti da 16 a 30

A poco a poco il profeta ha cambiato tono. Agli accenti dell’amore divino succedono quelli dell’ira. L’Eterno si prepara a «visitare» il suo popolo in giudizio (vers. 6:15; Isaia 10:3). Si servirà d’un nemico che viene dal nord (vers. 22) come lo prediceva la caldaia che bolliva del cap. 1 pronta a versare il suo contenuto temibile e ad inondare il paese d’Israele. Ma al vers. 16 un nuovo appello di grazia s’intercala fra questi castighi. È rivolto a Giuda... e a tutti i figli di genitori cristiani: «Fermatevi sulle vie, e guardate, e domandate quali siano i sentieri antichi, dove sia la buona strada; e incamminatevi per essa; e voi troverete riposo alle anime vostre» (vers. 16). Talvolta, nella montagna, allontanandosi dalla strada della valle, troppo frequentata, si può ritrovare il sentiero antico che conduce alla cima. È più scosceso; ci si trova sovente soli. Ma è il sentiero sicuro di un tempo, tracciato e provato da quelli che ci hanno preceduti. Sì, allontaniamoci da ciò che è nuovo, largo e facile. Ricerchiamo accuratamente quella «buona via», quei «sentieri di giustizia» (Salmo 23:3) e di verità, nella nostra «guida» che è la Parola. E camminiamo in essi!




Geremia

Capitolo 7, versetti da 1 a 20

L’Eterno manda Geremia alla porta del tempio per pronunziarvi un discorso severo. Poiché, nonostante il suo stato ribelle, il popolo di Gerusalemme si vantava strepitosamente di possedere «il tempio dell’Eterno» e continuava a praticarvi un culto di pura forma. Che inconseguenza! Chi rendeva quel tempio pregevole? non era forse Colui che l’abitava? (Matteo 23:21). Ora essi Lo rinnegavano con le loro azioni malvage, di cui il vers. 9 ci dà una lista spaventosa. Essi calpestavano quasi tutta la legge di Dio, pur non temendo di tenersi ritti davanti a Lui nella sua casa (vers. 10). Facevano di questa una spelonca di ladroni (vers. 11 citato dal Signore) e la contaminavano con le loro abominazioni (vers. 30). Purtroppo la cristianità professante offre il medesimo doppio quadro: rispetto di forme esteriori, ma allontanamento dei cuori. Guardiamoci dal rassomigliarle! Iddio vuole della realtà nelle nostre vie. Equivale ad oltraggiarlo il parlare di relazione con Lui e pretendere a pietà quando anzitutto non si è separati dal male.

Per molto tempo l’Eterno ha parlato e il popolo ha rifiutato d’ascoltare. Ora è Lui che rifiuta di ascoltare, persino la preghiera del profeta (vers. 16).




Geremia

Capitolo 8, versetti da 8 a 22

Il capitolo 5 vers. 3 ci ha mostrato che Israele non sentiva neppur più i colpi con cui l’Eterno aveva dovuto colpirlo. Qui vediamo che i suoi capi responsabili curano essi stessi «alla leggera» la piaga del popolo e pretendono ottenere la pace che Iddio non poteva dar loro (vers. 11; 6:14). Tuttavia il balsamo di Galaad (cioè la grazia) era a loro disposizione, quanto il fedele Medico che sapeva come applicarlo (vers. 22; parag. Matteo 9:12). Vi è qui una lezione per il credente che Dio disciplina. Se accettiamo dalla mano del Signore le prove che ci sono necessarie, lasciamo che Egli stesso bendi le piaghe ch’Egli ha permesse (Giobbe 5:18). Non tentiamo di guarirle superficialmente con le nostre proprie risorse.

Il profeta aggiunge al vers. 12: «Non si vergognano affatto»... Un’indifferenza totale riguardo al male commesso caratterizza questo povero popolo.

Vi è un tempo favorevole per essere salvati. È oggi. Bentosto il Signore radunerà le spighe mature della sua grande mietitura. Allora l’estate finirà. Che terribile risveglio per quelli che dovranno dire: «Noi non siamo salvati»!




Geremia
 

Capitolo 9, versetti da 1 a 9
versetti da 23 a 26

Ahimè! come al tempo di Geremia, il popolo di Dio conta oggi molti feriti a morte (vers. 1 versione corretta). Se ne conosciamo, portiamoli al gran Medico che ha il potere di guarirli (cap. 8:22).

Questo cap. 9 esprime l’indicibile dolore del profeta. Parlare severamente a questo popolo non gl’impedisce d’essere eccessivamente afflitto a suo riguardo. Egli soffre certamente pensando allo stato d’Israele e al castigo che lo minaccia, ma soprattutto a causa del disonore gettato sul nome dell’Eterno. Se amassimo di più il Signore, saremmo anche più attristati constatando l’ingratitudine e l’indifferenza che, tanto sovente, rispondono al suo amore.

Meditiamo sugl’importanti versetti 23 e 24 (citati in 1 Corinzi 1:31). È proprio della natura di ciascuno l’essere orgoglioso delle proprie capacità e il vantarsi di quel che si possiede. Lo sportivo farà valere le sue prodezze, i suoi muscoli e la sua agilità; il buon alunno i suoi successi scolastici; l’automobilista, la sua vettura più potente di quella del vicino. Ebbene, la sola cosa di cui Dio ci permetta di gloriarci è di conoscerLo (Salmo 20:7; 2 Corinzi 10:17). Apprezziamo noi, secondo il suo giusto valore, la nostra relazione col Signore Gesù? Ovvero ci accade forse talvolta di vergognarcene?




Geremia

Capitolo 10, versetti da 1 a 25

Se esistono un antico sentiero e una buona strada di cui dobbiamo informarci (cap. 6:16), vi è un’altra via da cui dobbiamo guardarci: quella delle nazioni (vers. 2), vale a dire del mondo. Infatti, tutti i nostri contatti con questo mondo tendono ad impregnarci dei suoi modi di vivere e di pensare. Non possiamo evidentemente sottrarci a questi contatti, e gli studenti vi sono senza dubbio più particolarmente esposti. Ma non abbiamo alcuna curiosità, almeno, né alcun desiderio di diventare sapienti riguardo a quelle «cose che sono nel mondo» (1 Giovanni 2:15). Diffidiamo di certe compagnie, di certi libri, pronti ad istruirci in quella pericolosa via. Non ignoriamo ove essa conduce quelli che la seguono.

Ciò che caratterizzava le nazioni al tempo di Geremia (come anche il mondo attuale) era il servizio degli idoli. Iddio dichiara quel che ne pensa e lo fa dire a quelle nazioni al vers. 11 nella loro propria lingua (questo versetto è scritto in arameo).

Il vers. 23 ci ricorda una doppia verità: Il giorno di domani non ci appartiene per disporne (Giacomo 4:13). E noi non siamo capaci di dirigere i nostri passi. Geremia sapeva ciò. E voi, l’avete appreso?




Geremia

Capitolo 11, versetti da 1 a 23

Sotto il regno di Giosia, Hilkia il sacerdote, padre di Geremia (cap. 1:1) aveva ritrovato il libro della legge durante dei lavori intrapresi nel tempio. Questo libro comprendeva il Deuteronomio ove tutte le conseguenze dell’inosservanza del patto erano annunziate nel suo terribile capitolo 28 (in particolare al vers. 69). Colto di spavento, Giosia si era affrettato in nome del popolo di rinnovare questo patto (2 Re 22:8...; 23:1-3). Purtroppo, il nostro capitolo ci mostra come questo sia stato violato! Non c’è più rimedio. Iddio chiude d’ora innanzi l’orecchio alle preghiere e ingiunge a Geremia di non intercedere più per il popolo (vers. 14 e cap. 7:16).

Riguardo a noi, figliuoli di Dio, siamo invece esortati a pregare incessantemente e in ogni tempo (1 Tessalonicesi 5:17; Efesini 6:18). Il Padre stesso ci ama e riceve la nostra preghiera (Giovanni 16:26).

Geremia è il rappresentante d’un residuo fedele, che soffre di questo stato di cose. Ma i nostri sguardi si volgono sopra uno più grande di lui: l’Agnello, pieno di dolcezza, contro il quale si sono fatti dei complotti per ucciderlo (vers. 19; paragonare Genesi 37:18 e anche Luca 10:3).




Geremia

Capitolo 12, versetti da 1 a 17

Questo cap. 12 ci riferisce un colloquio dell’Eterno con Geremia. Questa volta non si tratta d’una preghiera del profeta in favore d’Israele, ma delle dolorose domande che egli ha sul cuore e che espone a Dio nell’amarezza dell’anima sua. Gli uomini della città di Anatoth, suoi concittadini, erano giunti al punto di minacciarlo di morte se non avesse taciuto (cap. 11:21). Il versetto 6 ci fa sapere che la stessa famiglia di Geremia aveva agito perfidamente a suo riguardo e gridato contro lui «a piena voce» (parag. Luca 4:24-26). C’era di che perder coraggio. Ma l’Eterno comprende il turbamento del suo servitore. E gli spiega ciò ch’Egli è obbligato di fare: lasciare il tempio contaminato, abbandonare Israele, Sua eredità e darlo nelle mani dei suoi nemici (vers. 7). Si può immaginare quali siano i sentimenti di Dio prendendo tali decisioni. Per farceli valutare, Egli adopera per parlare del suo popolo l’espressione più commovente: «quello che l’anima mia ha di più caro».

Le nazioni agivano da cattivi vicini; esse ne subiranno le conseguenze. Tuttavia Iddio aveva ancora in riserva delle benedizioni per Israele e anche per quelle nazioni se esse avessero voluto imparare le sue vie.




Geremia

Capitolo 13, versetti da 1 a 27

L’Eterno dà un segno a Geremia: quella cintura ch’egli deve prima portare su di sé senza mai lavarla; poi andare a nasconderla verso l’Eufrate a più di 400 kilometri; infine andare a toglierla di là per constatare che non è più buona a nulla. Poi gliene spiega la portata. La cintura è un ornamento; ha il suo posto presso il cuore; inoltre faceva parte del vestimento sacerdotale (Esodo 28:40; e Geremia era precisamente un sacerdote). Così Iddio si era strettamente affezionato questo popolo che doveva rivelare la Sua gloria e servirLo. Ma l’orgoglio e il culto degli idoli avevano reso Gerusalemme e Giuda tanto contaminati e inutili come una cintura guasta. Come questa, essi saranno trasportati sulle rive dell’Eufrate, a Babilonia (fine del vers. 19). Eccetto che essi s’umiliino, e il re e la regina sono invitati a dare l’esempio. Il vers. 23 ci ricorda che il peccato marca l’uomo in modo indelebile. Non possiamo liberarcene più di quanto un Africano sia in grado di schiarire la sua pelle o un leopardo di cancellare le sue macchie. Ma, in virtù del sangue di Gesù, Iddio può togliere i peccati e dare un cuore nuovo. È ciò che avvenne precisamente ad un Etiopo di cui il cap. 8 degli Atti ci narra la conversione.




Geremia

Capitolo 14, versetti da 1 a 22

Iddio parla ad Israele, non soltanto per mezzo di Geremia, ma anche mandandogli la siccità e la carestia. Il profeta confessa le iniquità del suo popolo e supplica l’Eterno per lui, ma purtroppo è solo a farlo. Nel suo amore per questo popolo, non può risolversi a non più pregare per lui. Non ha nessun argomento da far valere in suo favore. Allora egli domanda: «Opera per amor del tuo nome» (vers. 7 e 21). Ed è questo il motivo più elevato per chiedere a Dio d’intervenire. Da parte nostra tutto è miseria. Che cosa possiamo invocare per fare agire il braccio di Dio? Una sola cosa: il nome di Gesù. Egli stesso ce ne ha rivelato il meraviglioso potere (Giovanni 15:16). Il Padre non può far a meno che rispondere alle preghiere che Gli sono indirizzate in questo Nome ch’Egli ama. E «se confessiamo i nostri peccati, Egli è fedele e giusto — verso Gesù nostro perfetto Salvatore — da rimetterci i peccati e purificarci da ogni iniquità» (1 Giovanni 1:19).

I versetti 10 a 19 parlano dei falsi profeti che assicurano il popolo con menzogne. Subiranno essi stessi, con quelli che li ascoltano, il castigo a cui hanno rifiutato di credere (vers. 15).




Geremia

Capitolo 15, versetti da 1 a 21

Ancora una volta l’Eterno dichiara a Geremia ch’Egli non può gradire la sua intercessione. Mosè e Samuele stessi, di cui conosciamo la vita di preghiera e l’amore per Israele, non potrebbero far più nulla nello stato attuale di questo povero popolo (vedere Salmo 99:6). Geremia è sull’orlo della disperazione (vers. 10). Prende Dio a testimonio della sua fedeltà: «Tosto che ho trovato le tue parole, io le ho divorate». Infatti il libro della legge era stato ritrovato nel tempio e il giovane sacerdote ne aveva fatto la sua gioia. Figliuoli di Dio, troviamo noi tutti i giorni nella Bibbia il cibo dell’anima nostra e ad un tempo la gioia del nostro cuore? Paolo ricordava a Timoteo che un buon servitore del Cristo Gesù deve essere nutrito delle parole della fede e della buona dottrina (1 Timoteo 4:6).

L’Eterno incoraggia il suo fedele, ma timoroso testimonio, che, per Lui, «porta l’obbrobrio» (vers. 15; Salmo 69:7), e gli promette di liberarlo. Lo invita a separare ciò che è prezioso da ciò che è vile, come Lui stesso fa (vers. 19). Un discepolo di Gesù si riconosce da questo. La sua coscienza è delicata per discernere il bene e praticarlo, per giudicare il male e separarsene (parag. anche Giacomo 3:10 a 12).




Geremia

Capitolo 16, versetti da 1 a 13

Poiché Geremia stesso è prezioso agli occhi dell’Eterno, è invitato ora a tenersi separato da ciò che è vile (cap. 15:19), cioè da quel popolo malvagio. Ricordiamo una volta di più l’esortazione così importante: «Si ritiri dall’iniquità, chiunque nomina il nome del Signore» (2 Timoteo 2:19). Non si potrebbe d’altronde mescolarsi al male e rendere ad un tempo testimonianza a quelli che lo praticano. Iddio non permette neppure al giovane profeta di fondarsi un focolare in un tale luogo. Tutto questo per mostrare che non può più esservi felicità domestica né sistemazione durevole in Gerusalemme alla vigilia del giudizio che la minaccia. Inoltre, Geremia, come vero Nazareo, deve astenersi da ogni comunione con i banchetti ed i festeggiamenti d’un popolo condannato. Ma non è certamente una grande privazione per qualcuno che trova le proprie delizie nella Parola del suo Dio (cap. 15:16). Più il Signore e la sua Parola saranno la nostra felicità, meno avremo desiderio di godere dei piaceri ingannatori che il mondo può offrire.

I vers. 10 a 21 menzionano: il castigo dell’Eterno sul suo popolo; il motivo di questo castigo; ma anche la promessa d’un futuro ristoramento (vers. 15).




Geremia

Capitolo 17, versetti da 1 a 11

Il peccato di Giuda è ancor più tenace delle macchie del leopardo. È come inciso sul suo cuore con una punta di ferro (vers. 1). Chi potrebbe cancellarlo? Di fatto, questo cuore dell’uomo, quello d’Israele, il mio, il vostro, è profondamente incorreggibile. «Il cuore è ingannevole più d’ogni altra cosa e insanabile» (vers. 9). È Dio che ce lo dice, Dio che conosce a fondo tutta la nostra malvagità naturale. Accettiamo la sua dichiarazione e incidiamo definitivamente questo vers. 9 nella mente. Saremo così preservati dal concedere la minima fiducia a questo povero cuore umano e in modo generale all’uomo, alla sua saviezza, alla sua amicizia, al soccorso che può darci. Altrettante esperienze, altrettante delusioni, altrettante occasioni di verificare questo versetto fondamentale: «Maledetto l’uomo che confida nell’uomo, e che fa della carne il suo braccio» (vers. 5). Realizziamo piuttosto la sua preziosa contropartita: «Benedetto l’uomo che confida nell’Eterno...» (vers. 7), con la felice sorte che ne risulta (parag. il vers. 8 col Salmo 1:3). Abbeverato alla sorgente inesauribile, non teme né caldo né siccità; non se ne accorge neppure. E non cessa di portar frutto per il suo Dio.




Geremia

Capitolo 17, versetti da 12 a 27

Cercate di scrivere il vostro nome sulla polvere (vers. 13); sarà bentosto illeggibile. Quanti insensati che, senza pensare all’avvenire, cercano di farsi un nome sulla terra... che passerà! Caro amico, è nel libro della vita che dev’essere scritto il vostro nome.

E ritroviamo la triste dichiarazione del cap. 3:13: «Essi hanno abbandonato l’Eterno, la sorgente delle acque vive...» In Giovanni cap. 6 vers. 66 parecchi discepoli si ritirano dal seguire Gesù, Lui che precisamente al capitolo seguente si rivelerà come questa sorgente delle acque vive (cap. 7:37). Ah! non imitiamoli. Ma se realmente siamo piantati presso di Lui, non potremo abbandonarLo, come un albero non può lasciare la sponda del suo fiume (vers. 8).

Nel seguito del capitolo, l’Eterno rammenta i suoi insegnamenti a proposito del sabato. La legge era stata violata su questo punto come sugli altri (cap. 7:9). Un secolo più tardi, dopo il ritorno da Babilonia, il fedele Nehemia avrà in cuore quest’insegnamento dei vers. 21 e 22 (Nehemia 13:15...). Egli ricorderà ai notabili di Giuda che le sventure del popolo erano state la conseguenza dell’infedeltà dei loro padri a proposito del sabato.




Geremia

Capitolo 18, versetti da 1 a 17

Un nuovo insegnamento è dato a Geremia nella casa del vasaio. Il primo vaso che egli vede fabbricare è una figura del popolo. Come la cintura del cap. 13, oggetto di utilità per destinazione, così questo vaso è stato, esso pure, guastato, riconosciuto buono a nulla (vers. 4; cap. 13:7). Sì, Israele, e in realtà tutta l’umanità vi si trova rappresentata. L’artigiano divino non ha potuto far nulla del primo uomo ch’Egli aveva formato. «Tutti quanti son divenuti inutili... tutti hanno peccato e son privi della gloria di Dio» (Romani 3:12 e 23). Il peccato ha rovinato e corrotto tutta la razza umana senza eccezione. Ma sul tornio del vasaio, ecco che il lavoro riprende. E, con la stessa argilla, un nuovo vaso è formato «come al vasaio parve bene di farlo». Questo vaso senza difetto, in cui l’operaio può trovare il proprio compiacimento, ci fa pensare al secondo Uomo. Secondo i consigli di Dio, Cristo è venuto a sostituire la razza difettosa d’Adamo. Ma ormai non è più solo. «Se alcuno è in Cristo, è una nuova creazione» (2 Corinzi 5:17). Per la grazia di Dio, il riscattato può diventare a sua volta «un vaso ad onore, santificato, utile al Maestro, preparato per ogni buona opera» (2 Timoteo 2:21; leggere anche Efesini 2:10).




Geremia

Capitolo 19, versetti da 1 a 15

Geremia è invitato dall’Eterno a ritornare nella casa del vasaio. Non più, questa volta, per guardarlo lavorare, ma per comperare un vaso. Poi, alcuni degli anziani del popolo, devono portarlo nella valle dei figliuoli di Hinnom, e proclamare ciò che l’Eterno gli dirà.

Era un luogo tetro questo guado di Hinnom (che ha dato il vocabolo geenna) chiamato anche Tofet (vers. 6). Al tempo dell’abbominevole re Manasse dei sacrifici umani erano stati offerti a Baal (2 Cronache 33:6; Geremia 7:31). Perciò Giosia l’aveva contaminato (2 Re 23:10). In questo luogo, testimonio dei suoi orribili peccati, il popolo deve udire terribili parole, mentre è messo a pezzi quel vaso che lo rappresenta. Geremia va in seguito al tempio e conferma la parola dell’Eterno alle orecchie di tutta Gerusalemme. Pensiamo al coraggio che gli fu necessario per condannare così pubblicamente la condotta del popolo e annunziargli la irrevocabile decisione divina a suo riguardo. Può accaderci di trovarci isolati in un ambiente ostile e dovervi rendere testimonianza coi nostri atti e con le nostre parole. Chiediamo al Signore di darci lo stesso ardire.




Geremia

Capitolo 20, versetti da 1 a 18

Se diciamo la verità al mondo sul suo stato ci esponiamo subito al suo odio. Il profeta ne fa duramente l’esperienza. La congiura che abbiamo visto tramare contro di lui al cap. 11:19 e 18:10 riuscì. Geremia è percosso e messo alla tortura da Pashur. Chi è quest’uomo? Uno dei primi sacerdoti (vers. 1). E inoltre uno di quei profeti di menzogna (vers. 6; cap. 14:14) che, contrariamente a Geremia, godeva di tutto il favore del popolo. A sua volta bisogna che quest’uomo oda una profezia di verità pronunciata contro di lui.

Geremia ci ricorda l’esortazione di Giacomo 5:10. Egli è una figura del Signore Gesù. È solo a proclamar la verità, è odiato e percosso per essa (e dai sacerdoti), è oggetto di derisione e d’obbrobrio, ma la Parola del suo Dio è nel suo cuore «come un fuoco ardente» (vers. 9). È stretto dall’amore che ha per l’Eterno e per il suo popolo (parag. 2 Corinzi 5:14 e 20). Ma come Geremia resta lontano dal perfetto Modello! Egli esprime amarezza e scoraggiamento. Come Giobbe (cap. 3) maledice il giorno della sua nascita. Non appare in lui la grazia verso i suoi nemici.

Amico, ancora una domanda: Siete voi stato veramente afferrato dal Signore? È Egli stato il più forte? (vers. 7; parag. Filippesi 3:12).




Geremia

Capitolo 21, versetti da 1 a 14

Le profezie di Geremia non ci sono riportate nell’ordine in cui sono state pronunziate. Questa ci trasporta ora al tempo dell’ultimo regno di Giuda. Attaccato dal suo temibile nemico Nebucadnetsar, il re Sedecia manda due delegati al profeta per pregarlo di consultare l’Eterno: apparentemente era ciò che doveva fare di meglio. In realtà, sia lui che il popolo, cercavano la liberazione senza il ravvedimento, e fingono d’ignorare questa condizione indispensabile. Poiché Iddio non concede l’una senza l’altro. Dopo tutto quel che Geremia aveva detto nei precedenti capitoli, una tale domanda era quasi dell’insolenza. Così l’Eterno risponde nel modo più severo. Non soltanto il re di Babilonia, ma Lui stesso combatterà contro Giuda. Egli colpirà con una gran peste gli uomini e gli animali, come anticamente i greggi degli Egiziani (Esodo 9:1-7). Tuttavia, a lato della via della morte, restava ancora per quel popolo una via della vita... ma che passava necessariamente per la confessione dei suoi peccati e la sottomissione alla volontà di Dio. Questa via è tuttora aperta. È forse quella che seguite?




Geremia

Capitolo 22, versetti da 1 a 12

Sull’ordine dell’Eterno, Geremia è tanto pronto a recarsi al palazzo reale quanto nell’umile casa del vasaio. Il suo compito è di nuovo difficile, poiché si tratta di avvertire ed esortare personalmente il re di Giuda stesso. Rendere testimonianza dinanzi ad un superiore è particolarmente esercitante per un giovane credente. Ma se egli conta sul Signore, sarà sempre fortificato e benedetto, facendolo.

Iddio aveva anticamente promesso a Davide che, se i suoi discendenti avessero badato alla loro via per camminare con Lui in verità e con tutto il cuore, non sarebbe loro mancato un uomo sul trono d’Israele (1 Re 2:4). Purtroppo, né Joachaz (vedere 2 Re 23:31 e 32) né i suoi fratelli Joiakim, Joiakin, né Sedekia hanno osservato questa condizione. Talché furono i quattro ultimi re della dinastia di Davide. In questi capitoli 21 e 22, ognuno d’essi è condannato per i propri falli. Nessuno potrà dire che sopporta le conseguenze dei peccati dei suoi predecessori (paragonate cap. 31:29). Nessuno d’essi può dire neppure di non essere stato avvertito, poiché il ministero del profeta si è prolungato sotto tutti questi regni (cap. 21:7; 22:11,18,24).




Geremia

Capitolo 22, versetti da 13 a 30

«Ascolta la parola dell’Eterno, o re di Giuda... tu, i tuoi servitori ed il tuo popolo...» (vers. 2). Ma invano Geremia rivolge a Joiakim quest’invito incalzante. Fin dalla sua fanciullezza, egli aveva deciso di non ascoltare la voce dell’Eterno (vers. 21 che si applica pure a tutto il suo popolo). Talché vedete tutti i cattivi frutti che, da adulto, ne sono la conseguenza: ingiustizia, mancanza di rettitudine, orgoglio, disonestà, tirannia e violenza (vers. 13 e 17). Tuttavia Joiakim aveva avuto sott’occhio il buon esempio di suo padre Giosia e le felici conseguenze del suo cammino fedele! (vers. 15 e 16).

Figli di genitori cristiani, Iddio vi dà in questo re un esempio da meditare... e da non imitare!

In seguito si tratta di Conia o Joiakin, giovane di 18 anni, che ha regnato soltanto tre mesi prima d’essere trasportato a Babilonia con la madre (2 Re 24:8...). Per mezzo di tali avvenimenti la voce di Dio s’indirizzava allora al mondo intero. Oggi ancora echeggia da un polo all’altro per la salvezza di tutti gli uomini: «Terra, terra, terra, ascolta la parola dell’Eterno» (vers. 29; parag. Isaia 34:1).




Geremia

Capitolo 23, versetti da 1 a 15

Ai capitoli 21 e 22 la parola dell’Eterno ha condannato gli ultimi re. In realtà tutti i responsabili di Giuda, «tanto il profeta quanto il sacerdote» (vers. 11), hanno mancato alla loro missione. Invece di pascere il popolo «essendo gli esempi del gregge» (1 Pietro 5:3), essi sono stati dei cattivi pastori. Sotto la loro condotta deplorevole il gregge è stato trascurato, distrutto e disperso (parag. Ezechiele 34). Così Iddio stesso s’incaricherà di radunare il resto di quel gregge dandogli un altro Pastore (Giovanni 10:14). La famiglia reale d’Israele ha completamente fallito. Ma Iddio susciterà in questa casa di Davide un Germe giusto, un Re divino: «L’Eterno nostra giustizia» (parag. 1 Corinzi 1:30). Quest’espressione «il Germe» è adoperata cinque volte per designare il Signore Gesù.

  • Qui e al cap. 33:15: come il Re, carattere suo proprio nell’Evangelo di Matteo.
  • In Zaccaria: al cap. 3:8 come «il mio servitore, il Germe» — Cristo nell’Evangelo di Marco.
  • Al cap. 6:12 come «un uomo il cui nome è Germe» — Cristo nell’Evangelo di Luca.
  • Infine in Isaia 4:2: come «un germe dell’Eterno per splendore e per gloria», in cui riconosciamo il Figliuol di Dio presentato dall’Evangelo di Giovanni.




Geremia

Capitolo 23, versetti da 16 a 40

Fra i cattivi pastori d’Israele, i profeti erano particolarmente colpevoli. Avevano cullato il popolo con la falsa illusione che, nonostante i suoi peccati, tutto sarebbe volto al meglio. Essi erano bugiardi. Erano corsi... senza che l’Eterno li avesse mandati, avevano parlato, ma non come oracoli di Dio (vers. 21 e 38; 1 Pietro 4:11). Una grande attività religiosa è lungi d’essere sempre la prova d’un buono stato spirituale. Per il cristiano adesso, come per il profeta anticamente, non esiste che una sola regola per correre e per parlare: quella dell’obbedienza.

Al vers. 23 è presentata una domanda: «Sono io un Dio da vicino, dice l’Eterno, e non un Dio da lungi?» «Il Signore è vicino» può rispondere l’apostolo (Filippesi 4:5). Ne avete fatto l’esperienza? La Parola di Dio è un fuoco (vers. 29). Nello stesso modo come la fiamma d’un cannello permette di togliere le scorie del metallo, essa è adoperata per purificare l’anima nostra consumando le impurità che la soffocano (Proverbi 25:4). Essa è la «forza motrice» del credente, come il fuoco sotto la caldaia (cap. 20:9). Ma è anche anzitutto quel martello, solo capace di spezzare un cuore di pietra e di fare a pezzi il macigno della nostra propria volontà.




Geremia

Capitolo 24, versetti da 1 a 10

La visione del cap. 24 è situata al momento in cui Nebucadnetsar ha già trasportato a Babilonia una parte di Giuda col suo re Joiakin. Due panieri di fichi appaiono al profeta. I primi sono splendidi, eccellenti; gli altri cattivi e immangiabili. Contrariamente a ciò che si potrebbe pensare, i cattivi fichi sono l’immagine degli abitanti di Giuda rimasti nel paese, mentre quelli che sono buonissimi rappresentano i «trasportati». L’Eterno farà prosperare e ricondurrà questi ultimi a suo tempo. Benché penoso, questo distacco dal loro paese e dalle loro abitudini, è conforme alla volontà di Dio e volgerà a loro profitto.

Fra le promesse che son loro fatte, la più preziosa è quella del vers. 7: «Io darò loro un cuore per conoscer me». È per mezzo del cuore, e non per l’intelligenza, che l’uomo impara a conoscere Dio.

Notiamo che non c’è un terzo paniere. In modo generale, non esiste davanti a Dio posizione intermedia. E nello stesso modo, fra gli uomini attualmente Egli non può riconoscere che dei viventi e dei morti, dei salvati e dei perduti, dei «figliuoli di luce» e dei «figli d’ira» (Efesini 2:3; 5:8). — Da quale lato vi trovate?




Geremia

Capitolo 25, versetti da 1 a 14

Il capitolo 25 ritorna indietro, al regno di Joiakim. Da 23 anni Geremia profetizzava. Nel suo zelo e nel suo amore verso il popolo, egli si alzava di buon’ora al mattino per rivolgergli i suoi appelli (vers. 3). La pazienza di Dio stava per aver fine. Ogni giorno poteva essere l’ultimo. Così l’uomo di Dio si sentiva spinto fin dal mattino a portare il suo messaggio. E, cosa notevole, la stessa espressione è adoperata a proposito dell’Eterno al vers. 4: si alza di buon’ora per mandare i suoi servitori. Siamo noi abitualmente pronti per quest’ora mattutina della distribuzione dei compiti? Il più sovente, forse, quando finalmente ci svegliamo, il Signore è stato obbligato di affidare a qualcuno più diligente il servizio ch’Egli ci aveva preparato.

Iddio, nella sua grazia, fissa una durata limitata alla deportazione a Babilonia: settant’anni. Poi fino al termine del capitolo, sviluppa la dichiarazione del vers. 14, mostrando in qual modo Egli si prepari a castigare le nazioni che non avevano temuto di asservire e opprimere il suo popolo.




Geremia

Capitolo 26, versetti da 1 a 11

Di nuovo questo capitolo ci riporta indietro di quattro anni in rapporto al precedente (cap. 25:1). Sull’ordine divino, Geremia questa volta va a profetizzare nel tempio. Senza dubbio era in occasione di una delle tre feste annuali in cui tutti gli Israeliti salivano a Gerusalemme. Il vers. 2 permette di pensarlo. Checché ne sia, l’appello s’indirizza a tutto Giuda e non più soltanto ai suoi capi. E «non una parola» deve essere detratta (parag. Atti 20:27).

Com’è commovente il vers. 3! Ci fa entrare nei pensieri di grazia di Dio. Benché Egli sappia ogni cosa in anticipo, esprime il suo augurio più caro: «Forse presteranno ascolto...» (vedere anche 36:3).

Questo «forse» traduce la speranza del Maestro della parabola: «Manderò il mio diletto Figliuolo; forse a Lui porteranno rispetto» (Luca 20:13). Ma essi non hanno rispettato né il Figlio, né i profeti che l’hanno preceduto. Vedete l’accoglienza fatta a Geremia e per conseguenza a Colui che lo manda. Che accecamento! Quelle persone che tuttavia erano venute a prostrarsi nella casa dell’Eterno (vers. 2) rigettano la Sua Parola, afferrano il Suo messaggero, lo condannano a morte. E ciò in quella stessa casa.




Geremia

Capitolo 26, versetti da 16 a 24

Il fedele testimonio dell’Eterno non è turbato dalla sua condanna a morte, né dalla presenza di tutta quella gente ostile radunata contro di lui. Li esorta una volta di più fermamente a ravvedersi. Dopo di che, senza timore, si rimette nelle loro mani. Lungi dall’intenerirsi sulla propria sorte, è ancora al popolo ch’egli pensa, e alla terribile responsabilità che questo delitto farà gravare su lui. In questo Geremia ci fa pensare a Stefano che intercede per quelli che lo lapidano (Atti 7:60) et tutti e due ci ricordano il Signore Gesù (Luca 23:28 e 34).

L’intervento dei principi e degli anziani libera qui l’uomo di Dio. Ma avrebbero dovuto fare un passo di più: temere ed implorare l’Eterno, precisamente come Ezechia (vers. 19). Non basta saper citare un bell’esempio, bisogna anche imitarlo.

Vedete come la folla è influenzabile e volubile. Al vers. 8 «tutto il popolo» aveva seguito i sacerdoti per esclamare: «Tu devi morire.» Ora, al vers. 16, questo stesso popolo è del parere dei principi per dire: «Quest’uomo non merita la morte.»

La storia di Uria inseguito e colpito da Joiakim, figliuolo di Giosia, conferma il tristo quadro che ci è stato fatto di questo re. Egli è pronto a versare il sangue innocente (cap. 22:17).




Geremia

Capitolo 27, versetti da 1 a 11

Questo capitolo e i seguenti ci trasportano sotto il regno finale di Sedekia. Pareva che costui si fosse accordato coi suoi cinque vicini: i re d’Edom, di Moab, d’Ammon, di Tiro e di Sidone per resistere a Nebucadnetsar. Ed è senza dubbio per formare questo patto che i delegati di quelle nazioni si riuniscono a Gerusalemme (vers. 3). Geremia è incaricato dall’Eterno di rimettere ad ognuno di quei diplomatici un regalo per lo meno originale, fabbricato per lui: Si tratta di gioghi e di legami che precisamente simboleggiano la dominazione del re di Babilonia da cui quei popoli contavano liberarsi. Possiamo immaginare con quali sentimenti i cinque negoziatori hanno accolto quell’umiliante regalo.

Purtroppo l’orgoglio è ancora ai giorni nostri il gran principio che governa gli stati moderni (come anche gl’individui). Ma al disopra dei loro intrighi ambiziosi, Iddio conduce i destini del mondo. È a Lui che il cristiano si rimette e non alle incertezze della politica degli uomini.

Iddio che metteva da parte Israele, affida d’ora innanzi il potere universale a Nebucadnetsar ch’Egli chiama Suo servitore (vers. 6).




Geremia

Capitolo 27, versetti da 12 a 22

Ora Geremia s’indirizza al re di Giuda, poi ai sacerdoti. Già a due riprese Nebucadnetsar aveva portato via dal tempio una parte dei suoi utensili. Lungi dal restituirli, egli organizzerà un terzo e definitivo saccheggio al momento della deportazione di Sedekia stesso e del resto del suo popolo (2 Cronache 36:7,10,18). Si può pensare che tenesse molto a quegli oggetti piuttosto per orgoglio nazionale che come mezzo per rendere culto all’Eterno.

Avviene la stessa cosa ai giorni nostri. Molte persone sono tanto legate alle forme d’una religione detta cristiana, pur preoccupandosi ben poco di servire Dio, osservandole.

Ciò che Geremia non cessa di predicare, è la sottomissione all’autorità che l’Eterno ha stabilita, quella del re di Babilonia. «Non vi è podestà se non da Dio... talché chi resiste alla podestà, resiste all’ordine di Dio» (Romani 13:1 e 2). Si tratti dei governatori o dei magistrati, dei genitori o dei capi (anche duri ed ingiusti: 1 Pietro 2:18), quest’esortazione è sempre valevole per noi.




Geremia

Capitolo 28, versetti da 1 a 17

Una nuova scena si svolge nel tempio in presenza dei sacerdoti e di tutto il popolo. Geremia si trova là portando sul collo uno dei gioghi che aveva fabbricato. Lo porta come la cintura del cap. 13 in testimonianza a tutta Gerusalemme. Ed ecco che l’uomo di Dio è pubblicamente preso di mira dal falso profeta Anania, la cui parola arrogante e menzognera contraddice assolutamente ciò che egli non cessa di annunziare. La bella risposta di Geremia è improntata ad un tempo di amore, di verità e di sapienza. Certo non è con gioia che annunzia i disastri che cadranno sul popolo ch’egli ama. Tutto il suo desiderio è che Anania possa aver ragione (vers. 6). Ma egli non può mutare una parola alla parola dell’Eterno. Dice loro la verità, per quanto penosa sia. Ammirate, infine, la sapienza del vers. 9. Ciò che prova se una profezia è vera, è il suo adempimento. Iddio s’incaricherà, venuto il momento, di mostrare chi ha avuto ragione. Nell’attesa, Geremia non si irrita e non si accanisce a convincerli. Li lascia e se ne va (paragonate Giovanni 8:59; 12:36). Tale è sempre il modo più savio per metter fine a una vana discussione.

Il giudizio annunziato non tarda a cadere su Anania (vers. 15 a 17; leggere Deuteronomio 18:20 a 22).




Geremia

Capitolo 29, versetti da 1 a 14

Geremia ha affidato a due viaggiatori una lettera per Babilonia. È destinata a quelli che erano già stati deportati sotto il regno precedente. Il tono di questa lettera è ben differente da quello che il profeta prende quando si rivolge al popola rimasto a Gerusalemme. Invece di avvertimenti severi e solenni, esprime loro da parte dell’Eterno dei «pensieri di pace e non di male», delle consolazioni, degli incoraggiamenti.

Come Israele a Babilonia, così il cristiano è uno straniero sulla terra. Aspetta l’adempimento della promessa che l’introdurrà nella sua vera Patria. La «buona parola» di Dio gli garantisce «un avvenire ed una speranza» (vers. 10 e 11). Tuttavia, essa non fissa come a quei deportati, il momento esatto in cui questa beata speranza si realizzerà. Il Signore desidera infatti che L’aspettiamo continuamente. E, fino al felice momento del suo ritorno, ricordiamoci che abbiamo anche dei doveri verso la nostra città o il nostro villaggio (vers. 7): Procurare la pace (Matteo 5:9), pensare al vero bene delle anime e pregare per quelli coi quali viviamo.




Geremia

Capitolo 29, versetti da 15 a 32

La funesta attività dei falsi profeti non si limitava a Gerusalemme e a Giuda. A Babilonia stessa, fra il popolo deportato, alcuni di loro propagavano «parole di menzogna» (vers. 23). Nella sua lettera, Geremia mette i «prigioni» in guardia contro loro e annunzia l’orribile fine di due di quegli uomini malvagi, Sedekia e Achab. Un terzo, Scemaia, aveva scritto da Babilonia al popolo rimasto a Gerusalemme per spingerlo alla rivolta contro l’Eterno (fine del vers. 32). E persino, in una delle sue lettere, non aveva esitato a designare un nuovo sacerdote sul quale contava per impadronirsi di Geremia. Ma, come quest’ultimo lo scrive altrove: «Chi mai dice una cosa che s’avveri, se il Signore non l’ha comandata?» (Lamentazioni 3:37). Scemaia deve così udire la sentenza dell’Eterno contro di sé.

Quante volte, nelle loro epistole ispirate, altri servitori di Dio saranno costretti a denunciare dei falsi dottori e dei cattivi operai (vedere per esempio 2 Pietro 2:1; 1 Giovanni 2:18; Giuda 3:4...). Figli di Dio, la nostra sicurezza consiste a conoscere bene la voce del buon Pastore (Giovanni 10:4 e 5). Non rischieremo allora di confonderla con un’altra voce.




Geremia

Capitolo 30, versetti da 1 a 24

L’Eterno invita Geremia a registrare tutte le Sue parole in un libro. Le generazioni che seguiranno potranno in tal modo riferirvisi ed è ciò che farà Daniele (Daniele 9:2). Tale è ugualmente il nostro privilegio. Non abbiamo più in mezzo a noi né profeti né apostoli, né il Signore Gesù stesso per insegnarci a viva voce. Ma Iddio ha avuto cura di darci la sua preziosa Parola scritta, che è la sola sorgente di verità per le anime nostre.

Per mezzo delle Scritture, Israele riceverà in mezzo alla sua peggiore distretta delle promesse e delle consolazioni.

Al versetto 11 brillano ad un tempo la santità e la bontà di Dio. «Io ti castigherò con giusta misura» — dice Egli. L’Iddio santo non può per nessun motivo passare sopra il male. Deve a Se stesso di correggere i suoi. Ma l’Iddio d’amore lo fa «con misura», senza dare un solo colpo di più del necessario (vedere anche cap. 10:24 e cap. 46:28). I versetti 18 e 19 del cap. 31 ci mostreranno l’effetto di questa correzione salutare (1 Corinzi 11:32). Leggendo i versetti 18 a 22, si sente ad un tempo come l’Eterno si rallegra al pensiero di guarire e ristabilire il suo popolo.




Geremia

Capitolo 31, versetti da 1 a 14

Poche parti dell’Antico Testamento traducono l’amore divino in modo più commovente di questi versetti dall’ 1 al 14. L’amore dell’Iddio d’eternità è un amore eterno. È la Sua stessa natura (1 Giovanni 4:16). Ed ogni credente ne è personalmente l’oggetto dall’eternità passata. L’apostolo Paolo dichiara: «Ma quando la bontà del nostro Dio Salvatore e il suo amore verso gli uomini sono appariti, Egli ci ha salvati...» (Epistola a Tito 3:4 e 5). Al momento scelto da Lui, la Sua grazia ci ha attirati a Gesù.

Questi versetti ricordano anche ad Israele — e ad ognuno di noi — un’altra preziosa verità: Iddio non ci ama soltanto quando ci colma di grazie visibili (come lo farà per il suo popolo terrestre secondo le magnifiche dichiarazioni dei vers. 7 a 14). Nei nostri giorni più oscuri, anche quando, per colpa nostra, abbiamo perduto il godimento della Sua comunione, Egli si ricorda ancora di noi costantemente e non cessa d’aver compassione di noi. E possiamo cantare: «Tu ci colmi delle tue grazie, o Signore, Tu ci conduci sulle tue tracce verso la Casa celeste... Quale amore, del continuo vuoi perdonarci, e guarirci!»




Geremia

Capitolo 31, versetti da 15 a 26

Il bel ristoramento d’Israele, annunziato nella prima parte del capitolo sarà preceduto da lagrime amare. Il popolo afflitto è visto sotto la figura di Rachele, la moglie di Giacobbe, che piange i suoi figliuoli, spariti (questo vers. 15 è citato in occasione del massacro dei piccoli fanciulli di Betlemme: Matteo 2:18). Ma per questo popolo si tratterà d’una tristezza secondo Dio, quella che «produce un ravvedimento che mena alla salvezza e del quale non c’è da pentirsi» (2 Corinzi 7:10). I versetti 18 a 20 ci mostrano che Dio comprende l’espressione d’una simile tristezza. Ascoltiamo Efraim raccontare la sua storia. La divina correzione è stata salutare; essa ha prodotto la sua conversione, accompagnata da un vero pentimento. La conoscenza di sé l’ha coperto di vergogna e di confusione. Esso condanna la sua gioventù colpevole e indoma. Amico lettore, potete voi fare la stessa confessione? Allora, ascoltate pure come Dio si compiace di chiamarvi: «Un figliuolo prezioso, un figliuolo prediletto». La nostra confessione incontra subito una testimonianza personale e intima dell’Amore eterno, come pure le risorse che l’accompagnano,: «Io ho ristorato l’anima stanca e ho saziato ogni anima languente» (vers. 25).




Geremia

Capitolo 31, versetti da 27 a 60

Geremia non annunzia soltanto avvenimenti calamitosi. Ha pure delle buone novelle per il popolo. «Ecco, i giorni vengono», dice, in cui l’Eterno ristabilirà la casa d’Israele e quella di Giuda in virtù di un nuovo patto. L’antico era stato rotto dal popolo. Questi si era dimostrato incapace di far fronte ai suoi obblighi riassunti nella legge. Allora, Iddio non diede più questa legge scritta su tavole di pietra. La metterà dentro di loro, all’immagine del Servitore obbediente (Salmo 40:8). La scriverà direttamente sul loro cuore rigenerato (vers. 33; 2 Corinzi 3:3). In altre parole, essi adempiranno ormai la volontà dell’Eterno non più per timore, ma per amore. Non è forse a più forte ragione il gran motivo che deve condurre i figliuoli di Dio ad obbedire al loro Padre celeste? Sì, lasciamo ch’Egli incida sul cuore di ciascuno di noi gl’insegnamenti della Sua Parola.

«Tutti mi conosceranno, dal più piccolo al più grande... Il Signore desidera che ne sia così in ognuna delle nostre famiglie.

I vers. 31 a 34 sono citati in Ebrei 8:10-12, e finiscono con una preziosa promessa che ci riguarda anche noi: «Io perdonerò la loro iniquità, e non mi ricorderò più del loro peccato» (vers. 34; parag. Atti 10:43). Poiché il «sangue del nuovo patto» è stato sparso anche per noi (Matteo 26:28).




Geremia

Capitolo 32, versetti da 1 a 15

Questo cap. 32 si apre su avvenimenti particolarmente critici. Gerusalemme, assediata dall’esercito babilonese, sta vivendo gli ultimi giorni della sua indipendenza. Per far tacere Geremia, il re Sedekia l’ha rinchiuso nella prigione del palazzo. Ma la cattività del profeta non impedisce che la Parola dell’Eterno gli giunga. Non lo impedisce neppure, conformemente alle istruzioni ricevute, di comprare il campo di suo cugino Hanameel per intermediario del fedele Baruc nominato per la prima volta. Quest’atto ha, in un tal momento, un significato evidente e pubblico. Pur sapendo per la parola dell’Eterno che la rovina è imminente ed inevitabile, Geremia mostra così la sua fede nella stessa Parola divina, secondo la quale, la restaurazione d’Israele si compirà in seguito tanto sicuramente (cap. 31). La situazione personale del profeta è senza uscita (a che cosa può servire un campo ad un prigioniero?), quella del popolo è disperata; umanamente parlando Geremia non ha più nulla da aspettarsi dai suoi compatrioti, né dai nemici caldei. Ma, contro ogni speranza credette con speranza (Romani 4:18). E quel campo che compera ne rende testimonianza a tutti.




Geremia
 

Capitolo 32, versetti da 16 a 25
versetti da 36 a 44

Anche oggi quando qualcuno compera un terreno o una casa, si deve compiere un certo numero di formalità davanti al notaio e alle autorità. Dopo di che il nuovo compratore riceve uno scritto ufficiale comprovante la sua qualità di proprietario. Geremia conserverà preziosamente le lettere attestanti che il campo gli appartiene (vers. 14). Per mezzo della Parola della sua grazia Iddio garantisce ai suoi figliuoli «un’eredità con tutti i santificati» (Atti 20:32). E possiamo dire come Paolo: «Sono persuaso ch’Egli è potente da custodire il mio deposito fino a quel giorno» (2 Timoteo 1:12). Questa fine del regno di Giuda assomiglia d’altronde, sotto molti rapporti, ai giorni della 2a epistola a Timoteo. In mezzo alla rovina, Geremia, solo e prigioniero come l’apostolo, sa chi ha creduto. La sua preghiera sale verso l’Eterno (vers. 16 a 25). Mette in contrasto la distretta attuale con le benedizioni di un tempo. Ma egli conosce la grande potenza del Signore (vers. 17), la sua bontà (vers. 18) e la grandezza del suo consiglio (vers. 19; parag. 2 Timoteo 1:7). «Non v’è nulla di troppo difficile per te», può dire. Nella Sua bella risposta, Iddio glielo conferma — e ce lo conferma (vers. 27).




Geremia

Capitolo 33, versetti da 1 a 18

L’Eterno s’indirizza nuovamente al suo servitore in prigione. Ha ancora delle preziose rivelazioni da fargli e, per ottenerle, lo impegna a pregare come al capitolo precedente. Iddio è sempre pronto ad istruirci di cose grandi e nascoste che non sappiamo. Ma ci invita anzitutto a chiedergliele.

Geremia udirà parlare di ciò a cui tiene più di tutto: la restaurazione del suo popolo dopo il disastro che s’abbatterà su di esso. Esistono in certe regioni il cui terreno è ingrato, interi villaggi abbandonati in seguito allo spopolamento delle campagne. Pochi spettacoli sono così lugubri. Le persiane sono chiuse, le strade deserte; tutta la vita se n’è andata come sotto il colpo d’una maledizione. Quanto peggiore doveva essere la desolazione d’una città come Gerusalemme devastata e bruciata dopo la partenza dei suoi abitanti per Babilonia (vers. 10; vedere Nehemia 2:13-14). Ma le promesse di Dio sono formali: la gioia e l’animazione riempiranno di nuovo la città. Un nuovo nome le sarà dato: «L’Eterno nostra giustizia» (vers. 16); ci ricorda che nessuno entrerà nella città celeste in virtù della sua propria giustizia. Tutto vi sarà esclusivamente fondato su quella di Cristo.




Geremia

Capitolo 34, versetti da 8 a 22

Mentre l’assedio di Gerusalemme si svolge, l’Eterno incarica ancora Geremia d’un messaggio personale per il re Sedekia (vers. 2 a 6). Iddio gli promette di risparmiarlo e di concedergli una morte pacifica. I vers. 8 e 9 ci informano infatti che le intenzioni di quest’uomo non erano cattive. Era persino animato da una certa benevolenza verso Geremia (cap. 38:10 e 16). Ma egli mancava totalmente di forza di carattere. Non aveva l’energia che la fede darà a Nehemia in un’occasione simile (Nehemia 5). Dopo aver decretato la messa in libertà di tutti i servi ebrei, Sedekia non è capace di far rispettare a lungo questa decisione. Allora l’Eterno ricorda quali sono a questo riguardo le istruzioni precise della legge di cui già i padri non avevano tenuto alcun conto. E noi ricordiamo gl’insegnamenti riguardanti il servitore che non vuol uscire libero, preziosa figura del Signore Gesù (Esodo 21:2 a 6).

Iddio si servirà della malvagia azione di questi uomini per illustrare il castigo che riserba loro. Agirà come loro, cioè toglierà loro la libertà che gli aveva già concessa e li assoggetterà al re di Babilonia (vedere Luca 6:38).




Geremia

Capitolo 35, versetti da 1 a 11

Questa volta Geremia ha un servizio che si rivelerà più incoraggiante. Iddio l’ha incaricato di invitare i membri della famiglia dei Recabiti nella casa dell’Eterno onde metterli alla prova. Berranno essi il vino che il profeta verserà loro? Con fermezza, questi uomini rifiutano le coppe che son loro presentate e ne fanno conoscere il motivo. Da veri nazarei hanno fatto voto di astenersi da ciò che parla delle gioie del mondo (Numeri 6:1 a 3). Inoltre, realizzando il carattere di stranieri sulla terra ove non fanno che soggiornare (fine del vers. 7), non seminano, né edificano, ma abitano in tende. Tutta questa condotta, precisano essi, è loro stata dettata dal loro antenato, quell’uomo fedele che 2 Re 10:15... ci mostra che prende fermamente posizione per l’Eterno.

Cari giovani amici, avete forse dei genitori, dei nonni, che vi hanno insegnato la separazione da un mondo ove il cristiano è straniero come lo è stato il suo Maestro. Ve l’hanno chiesta (e voi non l’avete sempre capita) perché il Signore stesso vi esorta i suoi nella Sua Parola (1 Pietro 2:11 e 12). Più che mai questa separazione deve essere realizzata alla vigilia del Suo ritorno (Apocalisse 22:11 e 12).




Geremia

Capitolo 35, versetti da 12 a 19

I figli di Recab avrebbero facilmente potuto far valere che, dalle istruzioni del loro antenato, 250 anni erano trascorsi, che occorreva «vivere col tempo», infine che un comportamento esteriore era senza valore a lato delle disposizioni del cuore. Alcuni invocano oggi simili pretesti per allargare il cammino. Ebbene, no! e Dio si compiace di riconoscerlo Egli stesso: «I figliuoli di Gionadab, figliuolo di Recab, hanno osservato l’ordine dato dal padre loro» (vers. 16). Da una generazione all’altra, essi avevano mantenuto fermamente, senza menare gran rumore (ma certamente non senza obbrobrio e senza sofferenze) la pia linea di condotta tracciata dal loro predecessore. Sotto i regni più odiosi di Achaz, di Manasse e di Amon, essi erano stati annoverati fra i fedeli nascosti che l’Eterno conosceva, come i settemila al tempo di Elia (1 Re 19:18). E noi non avremmo probabilmente mai saputo niente di questa famiglia se Iddio non avesse voluto servirsi di lei per rendere una pubblica testimonianza a tutto Giuda. Sì, l’esempio dei Recabiti sottolineava la disobbedienza del popolo di Gerusalemme..., come oggidì il modo di vivere dei cristiani dovrebbe condannare per contrasto un mondo in rivolta contro Dio.




Geremia

Capitolo 36, versetti da 1 a 15

Abbiamo già fatto la conoscenza di Baruc, amico devoto e segretario di Geremia (cap. 32:12). Il suo nome significa «Benedetto». Benché appartenesse ad una nobile famiglia (suo fratello Seraia era primo ciambellano del re; cap. 51:59), quest’uomo aveva scelto la compagnia del profeta prigioniero, odiato e disprezzato, piuttosto di quella dei principi a cui la sua nascita gli dava diritto. Ci fa pensare ad Onesiforo, quel cristiano di Roma che visitava Paolo nella sua prigione e di cui l’apostolo può scrivere a Timoteo: «Egli mi ha spesse volte confortato e non si è vergognato della mia catena,... e quanti servigi egli abbia reso in Efeso, tu sai molto bene» (2 Timoteo 1:16 a 18). Anche Baruc è sempre pronto a servire nonostante i rischi che ciò comporta. Sì, ammiriamo — e desideriamo possedere — questo bello zelo dettato dall’amore per Dio, e ad un tempo per il suo servitore e per il suo popolo. Qui si tratta di scrivere sotto dettatura di Geremia prigioniero le parole di Dio stesso (parag. anche Romani 16:22); poi di leggerle, nel giorno del digiuno, alle orecchie di tutto Giuda. Un uditore chiamato Michea, particolarmente attento, si affretta ad informare i principi e questi convocano Baruc perché dia loro un’audizione particolare del contenuto di quel rotolo.




Geremia

Capitolo 36, versetti da 16 a 32

Abbiamo lasciato Baruc seduto fra i principi di Giuda, occupato a legger loro le parole dell’Eterno. Spaventati, quegli uomini si volgono gli uni agli altri. La cosa sembra loro troppo seria per non parlarne al re. Quest’ultimo, messo al corrente, ordina che gli si faccia la lettura di quel terrificante rotolo. Notiamo che il suo contenuto non ci è stato dato; ma è permesso di pensare che il capitolo 25 del nostro libro ne facesse parte (parag. rispettivamente i vers. 1 e 29 con il cap. 25:1 e 9).

Dopo aver ascoltato per un momento con crescente irritazione, il re s’impadronisce del rotolo, lo tagliuzza e lo getta nel fuoco. Era il suo modo insensato di sbarazzarsi del giudizio. Ora non soltanto non poteva distruggere con il rotolo una sola delle parole che vi erano scritte, poiché sull’ordine dell’Eterno un altro rotolo gli è sostituito su cui sono aggiunte «molte altre parole simili a quelle», ma il re attirava sul suo capo un castigo supplementare (vers. 30 e 32; Proverbi 13:13).

Quante persone disprezzano la Parola di Dio, benché non imitando, necessariamente, il gesto temerario di Joiakim! (Salmo 50:17; 1 Giovanni 4:6).




Geremia

Capitolo 37, versetti da 1 a 21

Il cap. 37 ci rimanda al tempo di Sedekia. Meno perverso (ma più debole) del suo predecessore, questa re è rimasto ugualmente sordo a tutte le parole dell’Eterno. Ciò non gl’impedisce, come al cap. 21, di consultare Geremia e di reclamare la sua intercessione. Sovente siamo più propensi a fare delle domande al Signore che ad ascoltare ciò che Egli vuol dirci. Ma se desideriamo che risponda alle nostre preghiere, cominciamo dunque ad obbedirGli! (Giovanni 15:7 e 16).

Gli avvenimenti sembrano dapprima contraddire ciò che il profeta ha annunziato. Invece di prendere Gerusalemme, i Caldei minacciati dall’esercito egiziano hanno tolto l’assedio e se ne sono andati. La città sembra liberata. Situazione provvisoria, e l’Eterno lo ricorda a Geremia! Costui pensa di approfittarne per lasciare la città condannata, ma è riconosciuto, condotto dai principi e incolpato, di tradimento. Dal tempo di Joiakim, i principi sembrano animati da migliori disposizioni del re (cap. 36:19). Sotto Sedekia è il contrario. Il re ha con lui un’intervista segreta, e in seguito migliora le condizioni della sua prigionia.




Geremia

Capitolo 38, versetti da 1 a 13

I principi sono esasperati contro Geremia, che accusano di avere propositi disfattisti. Ottengono dal re l’autorizzazione di gettarlo nella fossa e lasciarvelo morire. Grande è la distretta dell’uomo di Dio in quel pozzo immondo e fangoso. Ma egli invoca l’Eterno e riceve questa preziosa risposta: «Non temere» (leggere Lamentazioni 3:52 a 57). La liberazione è pronta. Iddio ne ha preparato lo strumento: qualcuno che non faceva neppur parte del popolo, un servo etiope del palazzo, chiamato Ebed-Melec. Sedekia è influenzabile per il bene come per il male; si lascia flettere. Ed assistiamo all’opera laboriosa dell’uscita dal buio pozzo, la quale sottolinea la dedizione di Ebed-Melec.

Accusato falsamente, battuto, gettato in quel pozzo orribile, Geremia è in modo speciale qui una figura del Signore Gesù. La fine del vers. 6 ci fa pensare al vers. 2 del Salmo 69: «Io sono affondato in un profondo pantano, ove non v’è da fermare il piè...». È un’immagine delle sofferenze e della morte di Cristo. E il vers. 13 può essere accostato al principio del Salmo 40 relativo alla Sua risurrezione: «Egli mi ha tratto fuori da una fossa di perdizione, dal pantano fangoso...»




Geremia

Capitolo 38, versetti da 14 a 28

Il povero Sedekia, tormentato da ansietà e incertezze, convoca di nuovo segretamente Geremia. Costui lo esorta a uscire «francamente» verso i capi caldei e arrendersi. L’avverte di ciò che l’aspetta se non lo fa: è minacciato di avere i suoi piedi come «affondati nel fango» (vers. 22). Senza dubbio il profeta dice ciò pensando alla sua recente esperienza. Ma che diversità fra i due uomini! Pur sapendo qual era la volontà di Dio, Sedekia è senza forza per compierla perché è dominato dal timor degli uomini: timore dei Caldei, timore dei principi (vers. 5 e 25), timore dei Giudei già deportati (vers. 19; vedere Proverbi 29:25). Soltanto, il vero timor di Dio sembra assente dalla sua mente. Sì, che contrasto con la sicurezza che la fede dà a Geremia. Questo ci fa pensare alla scena del cap. 26 degli Atti in cui vediamo Paolo prigioniero comparire davanti al re Agrippa. Può parlargli «con franchezza» (vers. 26) e termina dicendo: «Piacesse a Dio che... voi diventaste tali, quale sono io, all’infuori di questi legami» (vers. 29). Sia dato a tutti noi d’essere tali quali l’apostolo Paolo e Geremia, sempre pieni di coraggio davanti agli uomini perché il Signore è con noi.




Geremia

Capitolo 39, versetti da 1 a 18

Giungiamo alla tragica occupazione di Gerusalemme! — Sedekia e i suoi guerrieri fuggono attraverso i giardini. Troppo tardi! Sono raggiunti, incatenati, condotti al re di Babilonia. Undici anni prima, quest’ultimo aveva posto Sedekia sul trono di Giuda e gli aveva fatto promettere fedeltà giurando per Dio (2 Cronache 36:13). Ribellandosi con l’appoggio dell’Egitto (cap. 37:7), Sedekia aveva mancato di parola e mostrato ai nemici d’Israele il poco caso che faceva del nome dell’Eterno, al quale invece Nebucadnetsar aveva attribuito del valore. Per questo il re vile e spergiuro fu crudelmente castigato.

Una parola personale è indirizzata a Ebed-Melec nei versetti 15 a 18. Iddio conosceva i suoi timori (vers. 17) — come pure conosce tutte le nostre inquietudini — e non li condanna. Mentre i timori di Sedekia l’avevano condotto ad appoggiarsi su degli uomini per sfuggire ad altri uomini, la paura provata da Ebed-Melec lo rigettava sull’Eterno. «Tu hai avuto fiducia in me», dice l’Eterno. Bella testimonianza che apre a quest’umile schiavo straniero l’accesso alle promesse di grazia del cap. 17:7 e 8 (parag. Salmo 37:3,39,40 e Rut 2:12).




Geremia

Capitolo 40, versetti da 1 a 10

Che ne è di Geremia in mezzo a tutti questi avvenimenti? Rimasto nel cortile della prigione «fino al giorno in cui Gerusalemme fu presa» (cap. 38:28), è stato incatenato come tutti gli altri prigionieri, ed ha fatto parte fino a Rama del lugubre corteo dei deportati condotti in esilio. Tuttavia Nebuzaradan, capo delle guardie, incaricato dei prigionieri ha ricevuto dal re di Babilonia stesso delle istruzioni benigne riguardo a Geremia. Non soltanto non gli si doveva fare nessun male, ma il profeta è invitato a decidere della sua sorte. Andrà egli a Babilonia ove si trovano «i buoni fichi» del cap. 24, quei deportati che l’Eterno ha promesso di proteggere e di fare prosperare? Ovvero rimarrà egli con quei poveri del paese che son lasciati in Giudea? Nonostante la libertà che gli è lasciata, il profeta si astiene dal decidere lui stesso (vers. 5); per questo ci dà una nuova lezione di dipendenza. Non è il suo bene personale che conta per lui, ma di trovarsi nel luogo in cui Dio vuole metterlo per il Suo servizio. Senza direzione speciale da Alto, lascia che il capo delle guardie scelga in vece sua e riconosce nel consiglio che gli è dato la volontà del Signore. È un esempio da seguire tutte le volte che il nostro cammino non è chiaro (parag. Genesi 13:9).




Geremia
 

Capitolo 40, versetti da 11 a 16
Capitolo 41, versetti da 1 a 10

Con la distruzione di Gerusalemme e la deportazione del suo ultimo re, Nebucadnetsar ha soppresso ogni possibilità di rivolta nel regno di Giuda. Vi ha tuttavia mantenuto un certo numero di abitanti fra i più poveri, onde non lasciare il paese in abbandono, ed ha posto come loro capo Ghedalia, un governatore che ha il favore di tutti. Durante questo tempo vediamo che l’Eterno veglia in grazia su quegli scampati alla deportazione facendo prosperare le loro raccolte (vers. 12).

Purtroppo, questo periodo favorevole non dura. Iddio, che conosce i cuori, permette nuovi avvenimenti tragici onde manifestare il loro stato. Sotto la figura del re dei figliuoli d’Ammon (vers. 14), riappare un antico nemico d’Israele che si poteva credere fosse stato annientato. Ma esiste sempre, e le sue malvage disposizioni non sono cambiate; la debolezza del popolo è ora per lui l’occasione di manifestarle. Così è di Satana, il nostro grande avversario. Non disarma mai e cerca sempre di approfittare di ciò che ha indebolito la nostra resistenza (fatica, pigrizia, mancanza di vigilanza...).

Con l’appoggio di Baalis, Ismaele, geloso senza dubbio dell’autorità di Ghedalia, organizza un complotto per assassinarlo vilmente, assieme ai Giudei che sono con lui a Mitspa.




Geremia
 

Capitolo 41, versetti da 11 a 18
Capitolo 42, versetti da 1 a 6

La notizia dell’efferato massacro di Mitspa è giunta alle orecchie di Johanan. Va rapidamente davanti alla truppa d’Ismaele e, vedendolo, tutto il popolo, che quest’ultimo deportava dai figli di Ammon, si affretta a unirsi a Johanan cambiando bandiera. Ismaele stesso, constatando che ha da fare con qualcuno più forte di lui, fugge con otto uomini e si rifugia presso Baalis suo protettore.

Ma ogni pericolo è lungi d’essere scongiurato per quei poveri rimasti con Ghedalia. L’uccisione del governatore stabilito dal re di Babilonia espone ora i Giudei all’ira del re quando ne sarà informato. Nebucadnetsar, spinto all’estremo dalle ribellioni successive del popolo di Giuda, interverrà con la massima severità, e questa volta gl’innocenti pagarono per i colpevoli. Nel lor timore e nella loro perplessità, Johanan ed i suoi compagni si volgono con un’apparente saviezza verso Geremia che ritroveremo qui in mezzo a loro. Egli è portatore della Parola di Dio, e questa è, ripetiamolo, la sola sorgente di luce per noi come per quel popolo (Salmo 119:105).




Geremia

Capitolo 42, versetti da 7 a 22

Minacciati dalle rappresaglie del re di Babilonia e non sapendo che partito prendere, Johanan e i suoi compagni hanno interrogato Geremia. Pensiamo al Signore Gesù, di cui il profeta Geremia è già stato così sovente la figura. Egli è sempre con noi; rechiamogli le nostre difficoltà e i nostri timori.

Trascorrono dieci giorni. — Il profeta non si affretta a rispondere, aspettando egli stesso la rivelazione del pensiero divino.

Perché sovente il Signore tarda ad esaudire le nostre preghiere? Vuol mettere alla prova la nostra fiducia in Lui. Ora, la fede è sempre paziente. Così il tempo permette di riconoscere se la nostra preghiera è stata quella della fede, o se invece, stanchi di aspettare, abbiam finito per cercare noi stessi una soluzione alla nostra difficoltà.

La domanda era questa: Dobbiamo discendere in Egitto o rimanere nel paese? — Per bocca di Geremia, l’Eterno fa conoscere la sua risposta: Dimorate nel paese! Vi sarete benedetti. Il re di Babilonia avrà compassione di voi e vi farà tornare nel vostro paese. Sarebbe la vostra perdita andare in Egitto.

Amici credenti, qualunque sia il sentiero che ci si apre dinanzi, guardiamoci bene di non entrarvi prima di conoscere la volontà del Signore.




Geremia

Capitolo 43, versetti da 1 a 13

Rivolgendosi a Geremia, il popolo si era impegnato solennemente di ascoltare la voce dell’Eterno «sia la risposta gradevole o sgradevole» (cap. 42:6). Ora la risposta era quanto mai chiara: essi non dovevano partire. Ma questo divieto non s’accordava con le segrete intenzioni di Johanan e dei suoi compagni. Si erano ingannati a rischio della loro vita (cap. 42:20), essendo decisi di andare in Egitto. E il vers. 18 del cap. 41 ci mostra che avevano già progettato questo arrivando a Kimham, prima ancora di consultare Geremia. Non è forse beffarsi di Dio chiedendogli quale sia la sua volontà, pur sapendo benissimo in anticipo la loro intenzione? Ahimè! Una tale mancanza di rettitudine è forse più frequente di quanto pensiamo e tutti abbiam bisogno di far attenzione ai nostri cuori ingannevoli più d’ogni altra cosa e incurabili (cap. 17:9).

Una volta di più Geremia soffre ingiustamente. È accusato da «quegli uomini superbi» di mentire e di volere la servitù e la morte del popolo, lui, che invece, darà la misura del suo amore accompagnando ancora questo popolo in quel viaggio disastroso.

Essi han creduto di mettersi al riparo, ma è proprio là che Nebucadnetsar li colpirà (vers. 11).




Geremia

Capitolo 44, versetti da 1 a 10

«Che hai tu da fare sulla via che mena in Egitto per andare a bere l’acqua del Nilo?» aveva già chiesto l’Eterno al cap. 2:18. Egli lo sapeva per quale motivo: Non voleva questo viaggio in Egitto (parag. Deuteronomio 17:16). La spaventevole idolatria di Giuda, particolarmente dal tempo del suo re Manasse, era stata la causa per cui l’aveva colpito. Ora, l’Egitto era, esso pure, votato agli idoli (che importa se essi avevano nomi diversi), e il popolo rischiava di corrompervisi ancor più. Cosa che non mancò di accadere! Possiamo esser certi che se Iddio ci chiude una via è per proteggerci contro pericoli che Lui conosce, anche se, a tutta prima, non comprendiamo i suoi motivi. Se insistiamo, agendo secondo la nostra propria saviezza, non possiamo dunque che farci il più gran torto.

«Perché commettete questo gran male contro voi stessi?», chiede qui l’Eterno al popolo. Sì, non perdiamolo di vista: non compiendo la volontà del Signore, cagioniamo danno alle anime nostre (Proverbi 8:36; Abacuc 2:10).

Gente di collo duro, nonostante tutte le penose lezioni ricevute, quei Giudei, fino allora non si erano umiliati; il loro orgoglio non era spezzato (vers. 10; cap. 43:2).




Geremia

Capitolo 44, versetti da 11 a 23

Deliberatamente il popolo sceglie di servire gl’idoli, come avevano fatto i suoi padri, e non si vergogna di dichiararlo. Moralmente, quanta strada è stata corsa da Giosuè (cap. 24) ove Israele, salito dall’Egitto in Canaan, seguiva il suo condottiero per impegnarsi a seguire l’Eterno: «Lungi da noi l’abbandonare l’Eterno per servire ad altri dèi!... noi serviremo all’Eterno, perch’Egli è il nostro Dio» (Giosuè 24:16 e 18). E, con cattiva fede, quei Giudei attribuiscono la loro miseria attuale al fatto d’aver cessato di venerare «la regina dei cieli» (parag. cap. 7:18). Quando l’Eterno li aveva avvertiti che la spada, la peste e la carestia li aspettavano in Egitto, allorché queste calamità li colpiscono, ne colgono il pretesto per rinnovare i loro sacrifici a quegli idoli! Quante persone ragionano nello stesso modo! Iddio non mi ha dato quel che desideravo! Non importa; io mi volgo dalla parte del mondo (di cui l’Egitto è sempre la figura); esso non mi rifiuterà nulla.

Misero cuore umano! Questi versetti ci insegnano pure che esso può essere ad un tempo sotto l’influsso della incredulità orgogliosa e della più tenebrosa superstizione (2 Corinzi 4:4).




Geremia
&nbps;

Capitolo 44, versetti da 24 a 30
Capitolo 45, versetti da 1 a 5

Geremia ha rievocato gli abominevoli peccati del popolo. Ha preso nota dell’oltraggiosa risposta di quell’assemblea di ribelli. Ne trae ora le conseguenze. Sono spaventevoli! Ad eccezione d’un piccolissimo numero, questo popolo perirà in Egitto sotto il colpo delle calamità che l’attendono (e da cui «la regina dei cieli» sarà incapace di proteggerli). Non se ne parlerà mai più.

Ma in questi tempi di rovina generale, è consolante constatare che «il Signore conosce quelli che sono suoi» (2 Timoteo 2:19). Un prezioso piccolo capitolo è consacrato a Baruc. Costui era stato — assieme a Geremia che non ha abbandonato — l’oggetto di calunnie e pubbliche accuse (cap. 43:3). Tuttavia l’importante era quel che Dio pensava di quest’uomo (2 Timoteo 2:15), ed Egli l’ha registrato nel suo santo Libro. Baruc, discendente da famiglia principesca, aveva forse sperato mettersi alla testa d’un popolo umiliato e restaurato. Così è preso dallo scoraggiamento (vers. 3). Ma l’Eterno lo esorta: «E tu cercheresti grandi cose per te? Non le cercare» (vers. 5). Neppure da noi il Signore aspetta grandi cose... eccetto una cosa, grande ai suoi occhi: la fedeltà (parag. Apocalisse 3:8).




Geremia

Capitolo 46, versetti da 1 a 19

Come Isaia nei suoi capitoli 13 e seguenti, Geremia è ora invitato a profetizzare a riguardo delle nazioni. La prima è l’Egitto ove il popolo ha creduto trovare un rifugio. Immagine del mondo idolatra, terribili giudizi stanno per abbattersi su esso. E pensiamo alle dichiarazioni del Nuovo Testamento circa questo mondo che se ne va (1 Giovanni 2:17), della figura di questo mondo che passa (1 Corinzi 7:31).

Il re d’Egitto è oggetto d’un paragone ironico e severo: «Faraone... non è che un vano rumore» (vers. 17). Un rumore può spaventare per un momento, ma che cosa c’è di più fugace e di più inutile? Quanti grandi (e anche meno grandi) personaggi di questo mondo non sono più di un «rumore» passeggero! I giornali di oggi consacrano loro delle colonne; fra un mese o fra un anno, nessuno se ne ricorderà più.

Un’altra triste parola è aggiunta circa Faraone: Come il suo lontano predecessore dell’Esodo, che aveva indurato il suo cuore, quest’uomo «ha lasciato passare il tempo» (Parag. Giovanni 12:35). Cari giovani amici, è questo un pensiero molto serio. Non lasciate passare il tempo di convertirvi, il tempo di servire il Signore, quaggiù, il tempo anche di rispondere all’invito di Luca 22:19.




Geremia
 

Capitolo 46, versetti da 20 a 28
Capitolo 47, versetti da 1 a 7

In mezzo ai giudizi contro le nazioni, l’Eterno ha cura d’intercalare una parola destinata a rassicurare il futuro residuo d’Israele. Nello stesso modo, quando il futuro si oscura per il mondo, il figlio di Dio è invitato a non temere e a ricordarsi della sua speranza (2 Tessalonicesi 2:16 e 17).

Nel capitolo 47 è la Filistia che è condannata. Sappiamo che questo nemico tradizionale d’Israele era installato all’interno delle sue frontiere, contrariamente alle altre nazioni (Moab, Ammon, Edom...) di cui si tratterà nei capitoli seguenti. Se è stato talvolta tributario, particolarmente sotto il regno di Davide (2 Samuele 8:1), tuttavia Israele, anche al tempo dei suoi re più potenti, non ha mai potuto strappargli le città che facevano parte del suo territorio (Gaza, Ascalon...). Questi Filistei sono una figura del «nemico interno» del credente: la carne, la vecchia natura che è in ciascuno di noi. Non possiamo farla sparire. Ma dobbiamo ricordarci della sua condanna alla croce di Cristo e tenerla per morta (Galati 5:24). Realizziamo questo nella misura in cui Cristo — vero Davide — dominerà sul nostro cuore.




Geremia

Capitolo 48, versetti da 1 a 27

Dopo il breve capitolo consacrato alla Filistia, l’Eterno ha invece molto da dire a riguardo di Moab. Questo popolo aveva messo la sua fiducia nei suoi tesori (vers. 7), nel suo dio, Kemosh (vers. 13) e nei suoi uomini prodi (vers. 14). Ora, non soltanto quei soccorsi su cui contava non lo liberano affatto, ma sono la causa del giudizio che cade su lui (vers. 7). Era mancato a Moab qualcosa d’essenziale. Per quanto possa sembrare sorprendente, erano... delle prove. Il vino nuovo deve anzitutto essere travasato da una botte all’altra finché diventi chiaro, «spogliato» di tutta la sua feccia che si era a poco a poco depositata. Ma Moab non aveva mai subìto quel trattamento. Era stato «tranquillo fin dalla sua giovinezza» (vers. 11; Zaccaria 1:15); non aveva imparato per mezzo di circostanze difficili a conoscersi in modo da perdere il suo cattivo gusto d’origine (è appunto questo risultato che l’Eterno cercherà di produrre in Israele mandandolo in cattività). Sì, il Signore sa quel che fa quando ci rimuove e ci strappa per un momento alla nostra indolenza (Salmo 119:67). Questi «travasamenti» sgradevoli sono destinati a farci perdere ogni volta un po’ più della nostra volontà propria, un poco della nostra pretensione, un poco della nostra fiducia in noi stessi.




Geremia

Capitolo 49, versetti da 1 a 17

I figliuoli d’Ammon avevano vilmente approfittato della deportazione delle dieci tribù per appropriarsi il territorio di Gad dall’altro lato del Giordano. Per un giusto compenso di cose, dopo aver indebitamente «ereditato» da Israele, essi diverranno la sua eredità (fine del vers. 2). Abbiamo visto ieri Moab lo schernitore diventare a sua volta un oggetto di derisione (cap. 48:2 e 27), ed è notevole di constatare che i giudizi che Dio manda sono sovente in rapporto col fallo commesso verso gli altri. Tali lezioni, se sappiamo riceverle, ci permetteranno di capire meglio la portata di Matteo 7:2 e 12, incitandoci a fare agli altri ciò che desideriamo sia fatto a noi.

Ciò che caratterizza qui Edom è la sua estrema arroganza. Annidato come l’aquila nelle sue rocce scoscese e selvagge del monte di Sehir (vers. 16) quel popolo si considerava come invulnerabile. Ma Iddio ha saputo e saprà di nuovo trovarlo per farvelo discendere, riducendo il suo rifugio in un deserto perpetuo (vers. 13 e Abdia 4). Contrariamente a Moab e ad Ammon, l’Eterno, terminando, non promette a Edom di ristabilire i suoi prigionieri. «Nulla più rimarrà della casa di Esaù» (Abdia vers. 18; parag. cap. 48:17 e cap. 49:6).




Geremia

Capitolo 49, versetti da 23 a 39

Dopo Edom, si tratta dapprima di Damasco, con Hamath e Arpad, città principali della Siria; poi di Kedar e Hatsor ove abitavano delle tribù nomadi. Finalmente vi è la sentenza contro Elam (la Persia), nazione lontana da Israele, mentre tutte le altre erano sue vicine.

Iddio è giusto. Ha misurato esattamente il castigo di ciascuno di questi popoli e lo proporziona ai privilegi ricevuti (Romani 2:6). Al cap. 2, vers. 10 e 11, l’Eterno aveva paragonato Israele a Kedar, popolo ignorante, ma rimasto almeno fedele ai suoi falsi dèi, mentre il Suo popolo si era allontanato dal vero Dio. Quanto era più colpevole Israele istruito dalla legge! Ricordiamoci — e particolarmente se siamo figli di genitori cristiani, — quel versetto così serio: «A chi molto è stato dato, molto sarà ridomandato» (Luca 12:48).

Tutti questi popoli dovevano cadere con Giuda in potere di Nebucadnetsar (vers. 30) e diventare altrettante province del grande Impero babilonese. Era dunque vano e insensato da parte dei Giudei volgersi verso quei vicini per cercarvi rifugio e sicurtà (vedere per esempio Salmo 120:5).




Geremia

Capitolo 50, versetti da 1 a 16

Babilonia, culla della mondanità e della corruzione, è l’ultima delle nazioni a udire il giudizio dell’Eterno. Geremia, perché predicava la sottomissione a Nebucadnetsar, era stato accusato d’essere favorevole ai Caldei e di tradire il proprio popolo. Ebbene! questi due lunghi capitoli della profezia ci mostrano quel che Dio gli aveva insegnato riguardo a Babilonia. Del resto, egli aveva già dichiarato che se l’Eterno se ne serviva per disciplinare Giuda, sarebbe giunto il momento in cui, a sua volta, la grande città sarebbe stata «visitata» in giudizio e ridotta in una desolazione perpetua (cap. 25:12 a 14). Bel, Merodac (il dio Marduc) e tutti gli altri suoi idoli sarebbero spariti vergognosamente con quelli che li servivano, mentre Israele e Giuda non sarebbero punto «privati del loro Dio, dell’Eterno degli eserciti» (vedere cap. 51:5). I giudizi che avrebbero colpito Babilonia sarebbero contribuiti ad aprire finalmente gli occhi e il cuore dei prigionieri del popolo. I vers. 4 e 5 di questo capitolo 50 ci mostrano le lacrime e l’umiliazione che accompagneranno il loro ritorno all’Eterno.

Anche il mondo attuale è pieno d’idoli. Ci faccia il Signore comprendere la loro vanità per tenercene in disparte (1 Giovanni 5:21).




Geremia

Capitolo 50, versetti da 17 a 32

Nell’opuscolo «Sommario del Libro di Geremia» di H. Rossier, si troverà un piano che riassume e spiega questi capitoli 50 e 51.

Certamente, il castigo d’Israele per mezzo dei Caldei rispondeva alla volontà di Dio. Ma l’accanimento e la crudeltà che questi avrebbero recato alla sua esecuzione avrebbero giustificato la «vendetta» di cui Babilonia sarebbe stata in seguito l’oggetto. Inoltre, attaccando Israele, Babilonia combatteva contro l’Eterno (fine del vers. 24; vedere Zaccaria 2:8). E inoltre, la distruzione e il saccheggio del Tempio sarebbero stati un insulto personale verso Colui che vi aveva messo la sua gloria. Per questo motivo il castigo di Babilonia è chiamato «la vendetta del Suo tempio» (vers. 28 e cap. 51:11).

Notiamo come questi capitoli così oscuri sono ad un tempo riempiti d’incoraggiamenti per i fedeli del popolo di Dio. Il loro Redentore è forte (vedere vers. 34); prenderà in mano la causa d’Israele, la sua «pecora cacciata» per salvarla dalla gola dei leoni che la divorano (vers. 17 e 34). In quei giorni, il Suo perdono avrà cancellato tutti i suoi falli: «Si cercherà l’iniquità d’Israele, ma essa non sarà più, e i peccati di Giuda, ma non si troveranno» (vers. 20; parag. Numeri 23:21).




Geremia

Capitolo 51, versetti da 33 a 46

Molte espressioni di questi capitoli sono riprese nell’Apocalisse a proposito della Babilonia futura. Questa rappresenta, non più una città, ma un vasto sistema religioso, contraffazione satanica della Chiesa di Cristo, dopo che quest’ultima sarà stata rapita. In questo spiegamento di male, l’appello divino si fa udire a più riprese: «Uscite di mezzo a lei, o popol mio» (cap. 50:8; 51:6 e 45; Apocalisse 18:4). Infatti, restare a Babilonia dopo la condanna pronunciata da Dio, è da una parte partecipare ai suoi peccati, e dall’altra esporsi a condividere le sue piaghe. Un ordine simile è rivolto oggi dal Signore a tutti i suoi ancora dispersi nei diversi ambienti della cristianità professante: «Si ritiri dall’iniquità, chiunque nomina il nome del Signore» (2 Timoteo 2:19). Ma, pur constatando attorno a loro questa iniquità, alcuni credenti stimano dover, malgrado tutto, restare in un ambiente riconosciuto cattivo; sperano contribuire al suo miglioramento per mezzo della loro buona influenza. Questo è cullarsi in una illusione, e ad un tempo stimarsi più savi di Colui che ingiunge loro di uscirne (2 Corinzi 6:14-18).




Geremia

Capitolo 51, versetti da 47 a 64

«Ricordatevi da lungi dell’Eterno, e Gerusalemme vi ritorni in cuore» (vers. 50). Non è senza saper dove andare che il residuo fedele era invitato a uscire dall’ambiente corrotto di Babilonia. Per prendere questa decisione coraggiosa, bisognava essere, prima di tutto attirato al di fuori da affetti potenti. Così oggi, è «verso Lui», verso Gesù presente in mezzo ai «due o tre» radunati nel suo nome, che il credente è invitato ad uscire fuori del campo religioso della professione cristiana (Ebrei 13:13).

Terminando l’esposto di tutti i suoi giudizi, l’Eterno li segna con un nome terribile: «L’Iddio delle retribuzioni» (vers. 56). Ma, cosa notevole, queste parole di giudizio contro Babilonia precedono la narrazione della distruzione del tempio al cap. 52. Bisogna che la rovina degli idoli babilonesi sia annunziata prima che abbia luogo effettivamente quella del Tempio (vers. 47 e 52). Così nessuno potrà pensare che questi idoli siano stati realmente più potenti dell’Iddio d’Israele. Sette anni prima della presa di Gerusalemme, tutte queste parole dovevano essere scritte in un libro. E questo, dopo la lettura, doveva essere immerso nell’Eufrate, per cura di Seraia, fratello di Baruc, come pegno che Babilonia sarebbe stata inghiottita.




Geremia

Capitolo 52, versetti da 1 a 16

Questo capitolo 52 non fa più parte delle «parole di Geremia» (cap. 51:64). Come il cap. 39, espone gli avvenimenti che han posto fine al regno di Giuda, e riproduce con poche varianti il cap. 25 del 2° libro dei Re.

L’ora del giudizio è suonata; colpisce ad un tempo Gerusalemme, il suo tempio (vers. 17 a 23), il suo re, i suoi abitanti. La città è presa. Sedekia e il suo esercito cercano nella fuga di sfuggire alla rete che si richiude. Ma non hanno da fare coi Caldei, è con Dio che hanno da fare. Condotti a Ribla da Nebucadnetsar, il misero re di Giuda è accecato, punizione riserbata ai vassalli felloni, e legato con catene di rame prende la via dell’esilio. Fino al termine della sua miserabile vita avrà davanti agli occhi l’atroce spettacolo dei suoi figli sgozzati. Un mese dopo, il capo delle guardie ritorna a Gerusalemme per bruciare e smantellare sistematicamente la città ribelle.

Queste cose non sono state scritte (e ripetute) per il loro interesse storico, ma per ammaestramento delle anime nostre, affinché ci servano di avvertimento (1 Corinzi 10:11). «Voi dunque, diletti, sapendo queste cose innanzi, state in guardia...» (leggere 2 Pietro 3:17 e 18).




Geremia

Capitolo 52, versetti da 17 a 34

Assistendo al saccheggio della casa dell’Eterno, guardando i Caldei rompere e trasportare le belle e potenti colonne, siamo colti da tristezza pensando a ciò che è diventata la testimonianza d’Israele in mezzo alle nazioni. Ma che cosa sono in paragone i sentimenti dell’Eterno dinanzi alla distruzione della casa sulla quale Egli aveva posto il suo nome, e la rovina di Gerusalemme! (Leggere 1 Re 9:6 a 9). Quale valore hanno, per contrasto, le promesse del Signore al vincitore di Filadelfia! «Chi vince io lo farò una colonna nel tempio dell’Iddio mio... e scriverò su lui il nome del mio Dio e il nome... della nuova Gerusalemme... e il mio nuovo nome» (Apocalisse 3:12). Cari amici, terminando la lettura del libro di Geremia, chiediamo al Signore di far parte di quei vincitori, cioè di serbare la sua Parola e di non rinnegare il suo nome, fino al momento del suo ritorno.

Iddio non permette che il libro si chiuda sopra un quadro così triste. La grazia di cui Joiakin è l’oggetto da parte del successore di Nebucadnetsar (vers. 31 a 43) è in certo qual modo un campione delle cure che l’Eterno non cesserà di avere verso un debole residuo del suo popolo.




BibbiaWeb
Home  Novità  La Bibbia  Studi biblici  Indice per autore  Indice per soggetto  Soggetti dettagliati