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La legge perfetta, quella della libertà

Giacomo 1:21-25

Jean Koechlin

Il Messaggero Cristiano, dicembre 2003

Indice: 1. La Parola (Giacomo 1:21-24) 1.1 Radicato nella Parola 1.2 Ascoltatori smemorati 2. Legge perfetta, legge della libertà (Giacomo 1:25) 2.1 La legge perfetta 2.2 La vera libertà 2.3 Perseverare Conclusione

1. La Parola (Giacomo 1:21-24)

1.1 Radicato nella Parola

Dandoci la sua Parola, Dio ci ha dato un tesoro prezioso, una sorgente inesauribile di benedizioni. Chi si affeziona alla Parola di Dio e, come faceva il Salmista, la medita «giorno e notte», è «come un albero piantato vicino ai ruscelli, il quale dà il suo frutto nella sua stagione, e il cui fogliame non appassisce; e tutto quello che fa, prospererà» (Salmo 1:2-3). Non lo danneggia un periodo di siccità perché è radicato nella Parola di Dio e fondato su di essa; dalla Parola riceve la linfa, l’energia vitale, e porta un frutto adatto alle circostanze: mansuetudine, pazienza, bontà, umiltà, tutti caratteri e sentimenti del Signore Gesù nella sua vita sulla terra. È come un albero il cui fogliame non appassisce mai. In un credente così ben fondato, la fede, l’amore, la speranza si manifestano in tutta la loro freschezza. Non c’è da stupirsi se tutto quello che fa prospera, perché fa solo ciò che è conforme alla Parola del Signore e, quindi, in accordo con la volontà e la natura di Dio.

Giacomo dice di tale persona: «Egli sarà felice nel suo operare» (1:25). Un tale credente riuscirà a superare le circostanze avverse e le pene della vita, perché saprà elevarsi al di sopra dell’atmosfera inquinata di un mondo senza Dio che non può conoscere la felicità.

Benedetto sia Dio che ci ha conservato la sua preziosa Parola nonostante tutti i tentativi che il nemico ha fatto e continua a fare per distruggerla! Essa è sempre stata il fondamento incrollabile della fede, anche nei tempi più oscuri; è la sorgente inesauribile della forza e della consolazione, nelle prove più dolorose; è la spada invincibile dello Spirito, per respingere trionfalmente tutti gli attacchi di Satana, e sventarne i suoi artifici e i suoi inganni.

1.2 Ascoltatori smemorati

Tutti possediamo la Bibbia; ma siamo tutti compresi nel numero di quei «beati», o felici, di cui parla Giacomo (1:25)? Dipende dall’uso che ne facciamo. Se sono un ascoltatore smemorato e non uno che la mette in pratica, illudo me stesso; la Parola per me ha perso la sua forza, non ha più alcuna efficacia. Chi fa così è paragonato ad un uomo «che guarda la sua faccia naturale in uno specchio; e quando si è guardato se ne va, e subito dimentica com’era» (Giacomo 1:23-24). La Parola di Dio è uno specchio infallibile che ci indica ciò che siamo; ci rivela fedelmente ogni minima macchia, ogni imperfezione, tutto ciò che è spiacevole e ci dà fastidio; ci rende attenti ad ogni errore, ed investiga le profondità dei nostri cuori e dei nostri pensieri; giudica i motivi intimi che ci fanno agire; ci fa vedere quanto siamo distanti dall’assomigliare al Signore e dal dare come dovremmo una bella testimonianza a quelli del mondo.

Ma a quali rischi andiamo incontro se siamo ascoltatori che dimenticano? Il rischio è che la Parola letta o ascoltata non raggiunga e non penetri nel nostro cuore e nella nostra coscienza, e non susciti un vero giudizio su noi stessi e una vera confessione se il nostro cammino non è secondo il Signore. In questo caso non possiamo portare «frutto con perseveranza» (Luca 8:15) perché la Parola di Dio non ha un’azione vivente nella nostra anima.

Queste due espressioni sono molto serie: «Se ne va, e subito dimentica com’era»! Andarsene e dimenticare! I nostri cuori a volte sono stati profondamente impressionati nell’ascoltare le parole del Signore per mezzo delle Sacre Scritture. Sovente siamo anche stati mortificati considerando la nostra «faccia naturale» che lo specchio della Parola ci mostrava. Sono saliti sospiri dai nostri cuori e si è destato in noi il desiderio di dedicarci più interamente al Signore e di glorificarlo di più. Ma, dopo qualche tempo, l’umiliazione, la determinazione, i progetti sono svaniti nel nulla. Ce ne siamo andati e abbiamo dimenticato, invece di serbare nel nostro cuore la Parola ascoltata e di continuare a meditarla con umiltà, da soli, davanti al Signore. Tutti i preziosi risultati di cui avremmo potuto godere non ci sono stati: non servizio devoto al Signore, non pazienza e perseveranza, non bontà e dolcezza, non gioia e pace, non forza e coraggio... Giacomo poi aggiunge: «Ma chi guarda attentamente nella legge perfetta, cioè nella legge della libertà, e in essa persevera, non sarà un ascoltatore smemorato, ma uno che la mette in pratica; egli sarà felice nel suo operare» (v. 25). È dunque necessario esaminare da vicino la Parola di Dio, ossia studiarla con cura e scrupolosa attenzione. Cosa può ricevere dal Signore — che pure dà volentieri — un uomo «d’animo doppio, instabile in tutte le sue vie?» (v. 8). Come potremo trarre profitto dalla predicazione della Parola, se la consideriamo con superficialità e le dedichiamo solo un’attenzione passeggera? «Beato l’uomo... il cui diletto è nella legge dell’Eterno e su quella legge medita giorno e notte» (Salmo 1:1-2)! Solo lui potrà produrre i frutti benedetti del v. 3 di questo Salmo.

2. Legge perfetta, legge della libertà (Giacomo 1:25)

2.1 La legge perfetta

Ma soffermiamoci un momento sull’espressione «la legge perfetta». Nell’Antico Testamento la parola «legge» non indica soltanto l’insieme degli ordinamenti e delle prescrizioni date da Dio a Israele tramite Mosè, ma anche tutte le Sacre Scritture; lo si vede nel Salmo 1 e nel Salmo 119: «La legge della tua bocca per me vale più di migliaia di monete d’oro e d’argento»; «Se la tua legge non fosse stata la mia gioia, sarei già perito nella mia afflizione» (v. 72 e 92). Così l’espressione «la legge perfetta» potrebbe indicare, in senso lato, tutta la Parola. Però qui Giacomo, definendola «perfetta», la mette in contrasto con la legge del Sinai. Non che quella legge fosse imperfetta in se stessa; no, «la legge è santa, e il comandamento è santo, giusto e buono», scrive Paolo ai Romani (7:12). Ma è imperfetta in quanto «non ha portato niente alla perfezione» (Ebrei 7:19) (*).

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(*) Infatti, la benedizione che prometteva dipendeva dalla totale ubbidienza ai suoi comandamenti, e nessuno era in grado di fare questo. Così, «tutti quelli che si basano sulle opere della legge sono sotto maledizione» (Galati 3:10). «Qui vi è l’abrogazione del comandamento precedente a motivo della sua debolezza e inutilità» (Ebrei 7:18). I doni e i sacrifici in rapporto con la legge non potevano «rendere perfetto colui che offre il culto» (Ebrei 9:9).
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Il conseguimento della vita e della perfezione potevano avvenire soltanto sul fondamento della grazia. Ora sappiamo che siamo resi perfetti per sempre grazie all’offerta del corpo di Gesù Cristo fatta una volta per tutte. Dunque, la legge del Sinai, che rivelava solo un lato della verità, era buona e giusta, ma l’uomo non poteva adempierla nel suo stato di peccato.

Al contrario, gli insegnamenti dati ai credenti sono definiti la legge perfetta, in quanto espressione della natura e del carattere di Dio perfettamente rivelati in Cristo. Inoltre si rivolge a quelli che sono già resi «perfetti» (1 Giovanni 2:29) e quindi in grado di adempierla. «Tutti quelli che praticano la giustizia sono nati da lui».

Quanto alla loro nuova natura, i credenti sono in perfetta armonia con la legge, ossia con l’espressione di quello che Dio è e di ciò che vuole, e trovano la loro gioia nel rispettarla. Per lo stesso motivo è parlato della legge della «libertà», in contrasto con quella di Mosè che porta alla «schiavitù» (Galati 4:24). Il credente è affrancato, non sulla base di opere fatte in ubbidienza alla legge, ma sulla base dell’opera di Cristo. Comprendiamo allora queste parole di Paolo: «Ciò che era impossibile alla legge, perché la carne la rendeva impotente, Dio lo ha fatto; mandando il proprio Figlio in carne simile a carne di peccato e a motivo del peccato, ha condannato il peccato nella carne» (Romani 8:3).

2.2 La vera libertà

La morte di Cristo ha dunque posto fine al nostro stato «nella carne»; non solo, ma per mezzo di essa siamo anche affrancati dalla «maledizione» delle giuste esigenze di Dio (che per gli Ebrei erano contenute nella legge di Mosè), poiché Cristo, alla croce, è diventato maledizione per noi (Galati 3:13).

Nello stesso tempo la fede nella Parola, che ci rivela la natura e la volontà di Dio, ci ha resi partecipi della natura divina, di modo che un cammino in disaccordo con essa è anche in contraddizione con la nostra nuova natura. Al contrario, una vita vissuta in conformità con la nostra nuova natura (la natura divina), e sotto la guida della sua Parola, rappresenta la vera libertà. La volontà dell’uomo nuovo è in perfetta armonia con la volontà di Dio. Generati dalla Parola della verità, i credenti posseggono una natura i cui gusti, desideri e inclinazioni sono in accordo con la Parola. Questa è la vera libertà: ubbidire al Signore, essere imitatori di Dio come suoi figli diletti, sottomettersi a Lui con gioia per servirlo.

2.3 Perseverare

Tuttavia, non basta guardare, sebbene da vicino, nella legge della libertà; bisogna anche perseverare.

Sarà «felice nel suo operare» non solo chi comprende la vera liberazione operata dal Signore ed è capace di parlare agli altri della nuova natura del credente, ma chi persevera, ossia realizza praticamente e con continuità la sua posizione di figlio nei confronti di Dio. E non si compiacerà del proprio operare, perché in questo caso sarebbe occupato di se stesso; e ciò è il contrario di una vita in libertà. No, la sua felicità consiste nel fatto che si trova in una vera e serena armonia con la volontà di Dio.

Il Signore durante il suo cammino sulla terra l’ha realizzata perfettamente; egli si rallegrava di compiere la volontà di Dio, perché gl’interessi di Dio erano esattamente anche i suoi interessi.

Anche gli angeli compiono la volontà di Dio e ubbidiscono alla sua parola (Salmo 103:20), ma lo fanno in quanto servitori e non in quanto figli. Essi non possono condividere gl’interessi del Padre e del Figlio come i credenti, perché per questo occorre possedere la natura divina. Solo il riscattato è partecipe di questa natura che è in perfetta armonia con gl’interessi del Padre e del Figlio.

Quanti credenti dicono, gemendo: «Il bene che voglio non lo faccio; ma il male che non voglio, quello faccio» (Romani 7:19). Quale ne è la causa? Non hanno mai guardato da vicino nella legge della libertà. Vi hanno guardato forse, ma non da vicino; oppure, pur avendo guardato da vicino, non hanno perseverato! In tali credenti, la nuova natura è impedita nella sua piena manifestazione; è come incatenata. Certo, non gemono come quelli che si trovano sotto la schiavitù della legge, ma non sono «affrancati» da loro stessi e sono schiavi della loro propria volontà. I loro interessi e non quelli di Dio impegnano la maggior parte del loro tempo. Sono occupati di sé stessi e sono schiavi del valore della loro personalità. Le prove e le difficoltà che devono attraversare non contribuiscono al loro progresso spirituale, secondo la saggia provvidenza divina, ma suscitano mormorii e dubbi.

Che disonore per il Signore! Gli affanni della vita e mille cose vane occupano i pensieri di quei credenti, e finiscono per soffocare la Parola di Dio, come le spine della parabola (Matteo 13:22). Bastano particolari insignificanti per agitarli e far loro perdere il controllo, per smuovere la loro fiducia nella potenza e nell’amore di Dio; sono felici solo quando le circostanze corrispondono ai loro desideri, ma non essendo questa la felicità divina, al posto degli ammirevoli frutti dello Spirito di Dio compaiono le detestabili opere della carne.

Fratelli e sorelle, non guardiamo solo da vicino nella legge della libertà, ma perseveriamo in essa! Indubbiamente è una grazia inestimabile conoscere le verità cristiane; ma questa conoscenza, quand’anche vasta e profonda, non è sufficiente per la libera manifestazione dei frutti della nuova natura. Anzi, forti di questa conoscenza, potremmo mettere in evidenza noi stessi, lasciando così spazio alla carne e disonorare il nome del Signore.

Stiamo dunque saldi nella libertà in cui ci ha posti il Signore (Galati 5:1)! Nella misura in cui realizzeremo la morte di Gesù, si manifesterà anche la vita di Gesù nel nostro corpo e gusteremo la gioia dello Spirito Santo. Il nostro comportamento dimostrerà che in noi affetti, volontà e desideri sono in perfetto accordo con quelli del Signore, con la «legge della libertà». Allora saremo veramente felici nel nostro agire.

Conclusione

La legge della libertà. L’uomo naturale considera la legge come qualcosa di negativo, e crede che seguire la propria volontà personale sia sinonimo di libertà. Se c’è la legge, molti pensano, non c’è libertà e inversamente.

Per il cristiano, la libertà è la conseguenza della sua liberazione dalla condanna e dalla potenza del peccato. La volontà propria è tenuta nella morte, dove l’ha posta la croce di Cristo, ed egli è libero d’obbedire alla legge d’amore di Dio.




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