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Giobbe

John Gifford Bellett

 

[Estratto del libro: I Patriarchi, di J.G.B.]

Indice:
  La risurrezione: caposaldo della fede e principio di vita L’uomo giusto e l’uomo devoto I grandi protagonisti Gli angeli Satana e i suoi angeli L’uomo eletto messo alla prova Gli amici di Giobbe, suoi «fratelli in fede» Elihu, il ministro di Dio con l’energia dello Spirito santo Il parente prossimo e i suoi doveri «Io so che il mio redentore vive» Il trionfo della fede: discernere ciò che Dio fa per noi Il presente secolo malvagio e il mondo a venire Pentimento e riabilitazione. La fine riserbatagli dal Signore Profeta, sacerdote e re secondo un ordine nuovo Satana non può evitare Dio La pace e la calma nel godimento delle nuove benedizioni La riconciliazione finale di tutte le cose

Se a volte pare oscuro
e misterioso il cielo,
Tuo sguardo è il raggio puro
che togliemi ogni velo.
Di sopra al nembo nero
io vedo il tuo splendore
e pien di gioia spero
nel tuo perfetto amore.

Questo pensiero di un poeta cristiano contiene una grande verità e lo si può applicare molto bene a proposito delle afflizioni di Giobbe. La nube era particolarmente cupa ed opprimente, ma lo sguardo divino che l’accompagnava era raggiante di grazia e di felicità. Il velo era denso, ma la gloria che nascondeva brillava di un grande splendore. Dio, che non fa mai niente con esagerazione perché sta al di sopra di tutti gli eccessi, voleva glorificarsi nel suo servitore. Come l’umiliazione precede la gloria, così la dolcezza segue all’amarezza (Esodo 15:25).

È proprio quello che troviamo in questa storia; attendiamo solo un poco, e il frutto che deve risultare dal lavoro sarà dolce e prezioso al di là di ogni aspettativa. Perché il bocciolo raggiunga la sua perfezione e il fiore diventi un acino che matura, bisogna tagliare i tralci con la roncola e recidere i pampini (Isaia 18:5); ma tutto questo procedimento rivela, alla fine, la sapienza e la pazienza del celeste vignaiuolo. Comunque sia, vorrei far risaltare alcuni principi di questo libro, piuttosto che dilungarmi prima sulle lezioni che ci fornisce.

La risurrezione: caposaldo della fede e principio di vita

La risurrezione, chiamata dal Signore «la potenza di Dio», o almeno, una delle manifestazioni di questa potenza (Matteo 22:29), è stata rivelata sin dal principio da vari testimoni e in diversi modi. E poiché essa si collega con la redenzione, grande principio delle vie di Dio e segreto dei suoi disegni, bisognava che fosse così. Ne troviamo i primi indizi nel creato, nella scena imponente che ci circonda, poiché il mondo stesso fu chiamato all’esistenza dal sepolcro dell’abisso. La materia «informe e vuota e le tenebre coprivano la faccia dell’abisso...» (Genesi 1:2); ma fu ordinato alla luce di risplendere dal seno delle tenebre, e la bellezza e l’ordine apparvero (Ebrei 11:3).

La risurrezione si preannunciò nella creazione di Eva, poi ancora nella prima promessa riguardo alla progenie della donna che doveva avere il calcagno ferito; essa è ricordata in Seth, dato al posto di Abele ucciso da Caino. Il ricordo della risurrezione fu perpetuato anche nella genealogia dei padri che vissero prima del diluvio, ma essa fu pubblicata in Noè in un modo ancora più solenne: «Sterminerò di sulla faccia della terra tutti gli esseri viventi che ho fatto», gli dice l’Eterno (Genesi 7:4); «tutto ciò che è sulla terra morrà. Ma io stabilirò il mio patto con te» (Genesi 6:17-18). Veniva così dimostrato che la terra doveva essere stabilita secondo i disegni di Dio, come la stabilità e la bellezza lo sono per mezzo della risurrezione.

È sullo stesso principio che, più tardi, Abrahamo doveva avere una famiglia e un’eredità. Egli è istruito sulla risurrezione, come pure le generazioni che gli succedono, dal mistero della donna sterile che divenne madre di nazioni. La benedizione garantita dal patto si riallacciava alla famiglia risuscitata (*). Ismaele può avere delle possessioni ed anche delle promesse, ma il patto è con Isacco.

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(*) Isacco, nato da Sara sterile e vecchia, è infatti un simbolo della vita che solo la potenza di Dio può far scaturire dalla morte. Egli stesso, poi, è un uomo «risuscitato» quando l’Eterno, che aveva chiesto che gli fosse sacrificato, lo risparmiò, facendo trovare ad Abrahamo qual capro impigliato per le corna in un cespuglio ch’egli offrì «invece del suo figlio» (Genesi 22:1-13, Ebrei 11:17-19) (n.d.t.).
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Tralasciando di passare in rassegna tutti coloro che sono serviti da testimoni della risurrezione, veniamo alla storia benedetta della «Parola fatta carne»; perché in Gesù essa è sancita in modo ancora più meraviglioso. Avremmo potuto pensare che non sarebbe stato così, dato che la carne in Cristo era senza macchia; Egli era una «santa cosa»; tuttavia, possiamo ora dire di Lui: «Se anche abbiamo conosciuto Cristo secondo la carne, ora però non lo conosciamo più così» (2 Corinzi 5:16). È il Cristo della risurrezione che ora conosciamo. E questo è sufficiente a farci comprendere che la risurrezione è il principio di tutta l’azione divina e il segreto del patto. Le sue creature di ogni ordine ed in tutti i luoghi del suo dominio gli rendono testimonianza come al Dio vivente; ma nella storia dei peccatori riscattati Egli è conosciuto come il Dio vivente «in vittoria». Ne risulta che la risurrezione dovrebbe essere tanto più apprezzata da noi in quanto è lo spiegamento della sua gloria. Il sepolcro, coi pannilini e il sudario che era stato sul capo di Gesù, il tutto riunito con ordine, sono i trofei di una tale vittoria (Giovanni 20:6). Dubitare sul soggetto della risurrezione significa mettere in evidenza l’ignoranza che si ha di Dio e della sua potenza (ved. Matteo 22:29; 1 Corinzi 15:34).

Ma la risurrezione è stata pure, fin dall’inizio, un articolo di fede per il popolo di Dio; e, come tale, era la lezione che bisognava imparare e praticare come principio di vita, perché il principio di una dispensazione divina è sempre la regola ed il carattere della condotta dei santi. L’acquisto e l’uso che venne fatto del campo di Macpela mostrano che i patriarchi, nella Genesi, avevano imparato questa lezione (*).

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(*) Abrahamo non doveva possedere niente in Canaan; egli attraversava quel paese da forestiero e pellegrino. Però, Canaan era sua! Dio gli aveva promesso che, un giorno, lui e la sua discendenza avrebbero posseduto il Paese. Egli sapeva che la promessa di Dio si sarebbe adempiuta nei secoli a venire; per questo, nella speranza certa di una gloriosa risurrezione, depone il corpo di Sara in un sepolcro che è già di sua proprietà. «In fede morirono tutti costoro senza aver ricevuto le cose promesse, ma avendole vedute e salutate da lontano e avendo confessato che erano forestieri e pellegrini sulla terra» (Ebrei 11:13) (n.d.t.).
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Mosè l’aveva imparata e praticata, quando scelse di essere nell’afflizione col popolo di Dio, guardando alla rimunerazione. Davide ne realizzava la potenza, quando fece del patto, o della promessa della risurrezione, la sua salvezza e il suo piacere (*).

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(*) In 2 Samuele 23:1-7, Davide esprime la speranza che ha nel «mattino senza nuvole». Egli anticipa il trionfo di quel giorno, e vede per fede la luce del sole che si leva dopo la notte, l’erbetta che cresce dalla terra dopo la pioggia. Tutto ciò ch’egli dice, in queste ultime parole, è riferito ovviamente a Cristo, vero Figlio di Davide, Colui che regnerà «con giustizia e con timor di Dio» (n.d.t.).
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Tutta la nazione d’Israele era ammaestrata su questo principio dai profeti, e ne renderà testimonianza un giorno, davanti al mondo intero, quando le «ossa secche» (Ezechiele 37:4-8) saranno vivificate (*); perché, dopo essere stato per molto tempo battuto dalla tempesta, Israele «fiorirà come il giglio» (Osea 14:5).

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(*) Le «ossa secche» che si ricompongono per formare un corpo prefiguravano la «risurrezione» della nazione d’Israele dopo tanti secoli di dispersione e di persecuzione. Noi stiamo già assistendo a questa rinascita descritta da Ezechiele (n.d.t.).
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Il Signore Gesù «duce e perfetto esempio di fede» (Ebrei 12:2) — è forse necessario dirlo? — realizzava questo principio al più alto grado di perfezione. Noi pure, suoi eletti e suo popolo, dobbiamo imparare ogni giorno a conoscere «Cristo e la potenza della sua risurrezione, e la comunione delle sue sofferenze» (Filippesi 3:10).

È vivendo per fede che agli antichi fu resa buona testimonianza (Ebrei 11:2). Fu così dei santi in tutte le età, perché senza la fede è impossibile piacere a Dio; e questa fede, avendo lo sguardo rivolto alle cose invisibili e future, conta su Colui che è il rimuneratore di quelli che lo cercano; essi, dei quali il mondo non era degno, vissero la vita della fede, la vita di un popolo morto e risuscitato (Ebrei 11).

Il discorso di Stefano davanti al Sinedrio (Atti 7) afferma la stessa cosa. I personaggi, Abrahamo, Giuseppe e Mosè, dei quali fa menzione, furono dei grandi testimoni di questa stessa vita; ed egli stesso, nel momento solenne nel quale espone la sua vita per la causa del suo Maestro, ne spiega tutta la forza e la virtù, per la potenza dello Spirito Santo che gli fa contemplare le gioie e le glorie di Gesù risuscitato.

Ora, io credo che il libro di Giobbe abbia principalmente lo scopo di esporre questa verità. È la storia di un eletto, di un figlio della risurrezione. La sua celebre confessione dimostra che aveva compreso la risurrezione come dottrina, mentre doveva ancora conoscerne la potenza nella sua anima. Era un punto essenziale della sua fede, ma non il principio della sua vita.

Fu una dura lezione per lui, una lezione veramente penosa da ricevere. Non gli piaceva, come non piace a nessuno di noi, prendere su di sé la sentenza di morte, affinché non avesse più alcuna fiducia in se stesso, nelle sue circostanze esteriori o nella sua condizione naturale, ma in Dio che risuscita i morti. «Morrò nel mio nido» (29:18); tale era il suo pensiero e la sua speranza. Ma dovette vedere il suo nido spogliato da tutto ciò di cui la natura l’aveva colmato, ciò di cui le circostanze lo avevano abbellito.

Questo santo uomo di Dio, che era onorato e gradito, doveva dunque realizzare la vocazione alla quale sono chiamati tutti gli eletti; doveva ricevere personalmente la lezione della risurrezione, o la vita della fede nel senso pratico. Leggendo quanto ci è ricordato dei credenti delle età passate, si nota che essi non avevano tutti la stessa esperienza delle cose; e non solo non avevano fatto molti progressi, ma piuttosto avevano mancato, tutti, più o meno. Possiamo trarre da questo una consolazione per noi, cari fratelli, che ci sentiamo così piccoli nei loro confronti.

Vediamo, per esempio, Abrahamo che si comporta in modo indegno della sua vocazione quando rinnega sua moglie davanti al Faraone d’Egitto. La sua condotta, in quella circostanza, rassomiglia poco a quella di un uomo morto e risuscitato, d’un uomo di fede; e tuttavia, quale bell’esempio di abnegazione dimostra quando lascia la scelta del paese a suo nipote Lot! (Genesi 12:10-20, Genesi 13:5-16). L’apostolo Paolo stesso, il grande campione della verità, che ha reso una potente e costante testimonianza davanti agli altri di questa vocazione, sia con discorsi eloquenti, sia colle sue azioni, quest’uomo di Dio, dico, in un momento critico, si serve della dottrina stessa della risurrezione come di un pretesto per mascherare il suo pensiero (Atti 23:6).

Possiamo ricavare da tutto questo degli incoraggiamenti e delle consolazioni per le nostre anime. È prezioso sapere che abbiamo una sorte comune con tutti coloro che ci hanno preceduti nella fede, così come con tutti quelli che vivono ora un’esistenza di fede nel loro Salvatore. È evidente che essi hanno fatto brillare, in più di una occasione, la luce della vita alla gloria del loro Signore, e che, altre volte, non sono stati coerenti con la loro posizione e la chiamata che hanno rirrvtito. Ognuno di noi sa, per esperienza personale, come vanno le cose. C’è soltanto da segnalare che noi, che siamo considerati fra i discepoli di Gesù, che possediamo il Nuovo Testamento, dobbiamo ricevere la stessa lezione su una pagina più ampia e con un metodo più chiaro di quello che fu usato con Giobbe.

L’uomo giusto e l’uomo devoto

Faccio notare, fra l’altro, che vi è differenza, ed anche una differenza essenziale, fra un uomo «giusto» ed un uomo «devoto». Nessuno è devoto se non ha praticato la lezione di uomo morto e risuscitato. Si può affermare che la misura della sua devozione è proporzionale al grado di energia spirituale alla quale è pervenuto, all’influenza che egli esercita sugli altri come uomo morto e risuscitato in Cristo.

All’inizio della sua storia, Giobbe era un uomo giusto. Dio stesso poteva gloriarsi di lui nel cielo in faccia al suo accusatore; ma non era un uomo devoto. Il pensiero dominante del suo cuore, come ho già fatto notare, consisteva in questo: «Morrò nel mio nido». Come peccatore era perdonato e accettato da Dio, e conosceva il suo Redentore vivente e vittorioso (19:25); la sua pietà e la sua dirittura superavano quella dei suoi simili, ma quanto alla potenza che agiva nella sua anima non era un uomo morto e risuscitato.

Era pure il caso di Agur, nel libro dei Proverbi (30:8-9). Egli era pio e di spirito mansueto, e giudicava se stesso. Fa una buona confessione dell’accecamento e della depravazione umana; parla delle glorie insondabili di Dio, della purezza e del valore della sua Parola, della sicurezza della quale godono tutti quelli che confidano in Lui (Proverbi 30:1-9). Era un uomo di Dio e camminava in una buona disposizione d’animo, ma non era un uomo devoto. Non era ammaestrato «ad essere nell’abbondanza e a esser nella penuria» (Filippesi 4:12). Temeva la povertà, nel timore che essendo povero fosse tentato a rubare, e la ricchezza, nel timore che essendo saziato rinnegasse Dio. Non era, più di Giobbe, preparato per le vicissitudini; mentre Paolo lo era. Egli s’era dato a Cristo con una devozione che non aveva pari. Paolo era un uomo morto e risuscitato secondo l’efficacia della potenza che agiva nella sua anima. Egli era disposto ad esser «versato di vaso in vaso»; aveva imparato «ad esser saziato e ad avere fame»; poteva ogni cosa in Cristo che lo fortificava. Considerate la devozione di questo servitore di Dio alla fine del libro degli Atti dal capitolo 20 fino a128. A Mileto è circondato da fratelli che piangono per la sua partenza; a Tiro è in seno a una famiglia cristiana che lo colma di amicizia. Ma si lascia forse trattenere da queste oasi spirituali che sorgono per lui in mezzo al deserto della persecuzione, dove il cuore si formerebbe volentieri dicendo: Piantiamo qui delle tende... (Luca 9:33)? No; neppure là il caro apostolo può fermarsi, essendo il suo cuore ormai interamente di Cristo. «Che fate voi, piangendo e spezzandomi il cuore? Poiché io son pronto non solo ad essere legato, ma anche a morire a Gerusalemme per il nome del Signore Gesù» (Atti 21:13). Non volle lasciarsi persuadere. Si congedò dai suoi amici e di là, costeggiando la Siria, giunse a Gerusalemme. In seguito, per lunghi anni, si trovò lontano dai fratelli, esposto a pericoli sul mare e sulla terra, agli insulti e agli oltraggi; ma un cuore semplice, pieno di devozione e d’affetto profondo, lo sostenne nel suo cammino attraverso la cupa valle.

Una buona coscienza da sola non basta per questo; la semplice giustizia non può affrontare un tale viaggio. Occorre che vi sia un attaccamento reale per Cristo, quel principio di devozione che si basa sulla morte e sulla risurrezione con Gesù.

Giobbe era giusto, ma non era preparato ad una tale serie di prove. Amava i luoghi piacevoli e il nido che egli chiamava «il suo nido». Dei cambiamenti sopravvengono; egli li accetta ma non è preparato a sopportarli. Ma Dio, suo celeste Maestro, nell’amore che ha per lui, lo mette alla sua scuola affinché impari la verità di un figlio della risurrezione e partecipi alla sua santità. Si tratta qui di una santità che non corrisponde solamente alla purezza e all’integrità dello spirito dell’uomo, ma che si addice alla chiamata di Dio; la santità di un uomo che realizza quella vita che è nascosta con Cristo in Dio, di un uomo che è straniero e forestiero in questo mondo (Ebrei 11:13) (*).

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(*) Si può essere irreprensibili in questo mondo, avere una vita santa e pura, ma non essere attratti dal cielo. Il credente deve avere lo sguardo intento «alle cose che non si vedono» (2 Corinzi 4:18), deve cercare «le cose di sopra dove Cristo è seduto alla destra di Dio» e avere l’animo a quelle cose (Colossesi 3:1-3). Il suo pellegrinaggio in questo mondo sarà così gioioso e spedito. È bene che rinunciamo alle cose della terra, ma dobbiamo anche afferrare quelle del cielo! (n.d.t.).
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Giobbe fu dunque «provato», affinché fosse reso partecipe di questa santità. Non che le prove e i tormenti siano essenziali per essere istruiti nelle vie del Signore, benché generalmente, nella sua saggezza, il nostro Padre celeste ritenga necessario servirsene. Paolo imparava ogni giorno delle lezioni, senza che avesse bisogno di essere assoggettato alle angosce di mali fisici o alla perdita di beni temporali (Filippesi 3). Egli esercitava con diligenza la disciplina su se stesso. Vi era in lui un continuo esercizio di spirito, e così dovrebbe essere di noi. Dovremmo sempre avere il timore di cadere nello stato della Chiesa di Laodicea (Apocalisse 3:14-22), e non essere mai soddisfatti della nostra condizione attuale o dei progressi attuali che possiamo aver fatto. Il laodicese non era un fariseo, o quel che si direbbe un uomo con una propria giustizia in materia di religione. Poteva anche essere un credente ortodosso; avere delle nozioni esatte e una capacità di giudizio corretta; ma si riposava su ciò che aveva e conosceva in uno spirito di intima soddisfazione; non sentiva l’urgente bisogno di risvegliarsi e di fortificarsi nelle vie del Signore.

«Levatevi, andatevene! Perché questo non è luogo di riposo» (Michea 2:10), dice lo Spirito Santo per mezzo del profeta. Perché non era un luogo di riposo? Perché era «contaminato». Non perché vi erano dolori, contrarietà, dispiaceri, privazioni, ma perché era «contaminato». L’anima rigenerata deve attingere non nelle circostanze ma nel carattere morale della scena di questo mondo dei motivi per rendere efficace dentro a se stessa la potenza della risurrezione di Cristo.

La colomba fuori dell’arca non aveva da temere le insidie del cacciatore, ma non trovava sulla terra ancora contaminata e invasa dalle acque del giudizio un luogo ove poter posare i piedi (Genesi 8:9).

È umiliante descrivere i livelli di esperienza che noi abbiamo così debolmente raggiunto. Ma, come uno che vede da lontano una luce risplendente, ammiriamo e salutiamo le virtù della vita di risurrezione.

Un uomo morto e risuscitato non saprebbe trovare quaggiù il movente della sua condotta, né un oggetto per le sue affezioni. I suoi principi di azione sono in Cristo, e il regno futuro forma il soggetto delle sue speranze. Preferisce la giustizia di Dio ai vantaggi e agli ornamenti della carne; avendo in ispirito lasciato il mondo dietro e sotto a sé, in modo vivente e pratico, egli sale sul monte; lotta contro l’illusione delle circostanze, frena gli impulsi della sua natura e storna i suoi affetti dalle cose della terra per fissarli su quelle che sono in alto, con Cristo. Non ha più nulla in se stesso, ma ha guadagnato Cristo. Vede il mondo muoversi e proseguire il suo corso laggù nella pianura, mentre lui ascende verso Gesù. Dimostra così di essere straniero in mezzo ai regni e in mezzo ai piaceri e alle vanità di questo mondo nelle quali il suo cuore non può trovare piacere.

Tutte queste virtù e queste qualità del cuore, che sono di un’eccellenza divina, egli trova il mezzo di realizzarle. Come il suo Maestro, può nascondere la gloria alla quale Dio lo destina e desiderare di essere niente sulla scena di quaggiù. Abrahamo non diceva a nessun Cananeo di essere l’erede dei paese. «Io sono straniero e avventizio fra di voi» dice ai figli di Heth (Genesi 23:4), Si accontentava di essere straniero, senza patria, senza casa, senza focolare; accettava, e questo è a volte penoso, di essere considerato così dagli altri.

Fu la stessa cosa di Davide, un altro membro della santa famiglia. Era perseguitato dall’uomo che era al potere, benché l’olio di Samuele fosse stato sparso sul suo capo in segno di consacrazione al trono da parte di Dio. Ma non manifestò a nessuno i disegni di Dio a suo riguardo, e in questo consistevano il segreto e la gioia della sua fede. Non ne approfittava fra gli uomini e non parlava di se stesso per evitare che il mondo potesse dare valore alla sua persona. Lungi dal vantarsi, si considerava davanti agli altri «... come un can morto», «una pulce» (1 Samuele 24:15).

Oh, fede preziosa! Fede santa e trionfante! Ma era un’altezza che Giobbe non aveva ancora raggiunto. Egli non apparteneva, quanto alla potenza che si manifestava nella sua anima, a questa generazione. Non voglio dire che la posizione vantaggiosa che occupava in questo mondo lo rendesse orgoglioso o indolente o indifferente verso gli altri. Ma egli apprezzava questa posizione e si compiaceva. Con quale eloquenza la descrive al capitolo 29! La passa minuziosamente in rassegna in tutti i suoi particolari, e dimostra quanto il suo cuore vi fosse attaccato. Amava la sua condizione e le circostanze della sua vita, il suo posto, il suo carattere, la sua dignità, la stima e la lode dei suoi simili. Era veramente e ammirevolmente pio; non c’era sulla terra alcun uomo come lui. Tuttavia, la sua posizione aveva troppa importanza ai suoi occhi. Era molto liberale quando si trattava di comunicare o di servire, ma comunicava e serviva da padrone, da benefattore. Il suo desiderio era di continuare a vivere così: «Moltiplicherò i miei giorni come la rena...» (29:18). Queste erano le sue previsioni. Da qui il grande scopo della sua prova e l’intento di Dio nel farcela conoscere; perché questo libro ci offre la storia di un santo, o meglio la storia delle sue prove al tempo dei patriarchi.

Lo stile, come pure la sostanza di questo libro, ha dell’analogia con tutto il resto della Bibbia. Non ci sono delle dottrine formalmente insegnate secondo un metodo scientifico; ve ne sono, ma sottintese e presentate come a caso. Tale è il metodo comunemente usato anche nelle epistole. La grande rivelazione che ci è fatta di tutte le dottrine si presenta con l’intento di trarre delle conseguenze, di rispondere a delle questioni, di difendere la verità contro i corruttori o contro quelli che contraddicono. Così, anche il libro di Giobbe non presenta dottrine se non incidentalmente, perché ha per scopo più diretto quello di esporre la situazione di un’anima che impara a conoscere, la sua separazione dal mondo e la sua comunione con Dio nei luoghi celesti.

Come ogni racconto di circostanze desolanti e di avvenimenti drammatici tende a impressionare, quello che ci è riferito da questo libro, riguardo a Giobbe, colpisce particolarmente. Gli avvenimenti stessi sono solenni e profondamente commoventi. Tuttavia non c’era, in un certo senso, nulla di straordinario; in altre parole, «nessuna tentazione» lo ha colto «che non sia stata umana» (1 Corinzi 10:13). Una banda di ladri si getta sui suoi buoi e sui suoi asini e li rapisce; il fuoco cade dal cielo e distrugge i suoi greggi; un gran vento soffia dal deserto e fa crollare la sua casa uccidendo i suoi figli; infine, è colpito egli stesso nel suo corpo da un’ulcera maligna, dalla pianta dei piedi fino alla sommità del capo. Ognuno di questi incidenti avrebbe potuto succedere benissimo a uno dei suoi vicini infedeli. Non v’era nulla, in questo, che lo distinguesse da un altro uomo. Non erano sofferenze per la giustizia, da parte degli uomini, né sofferenze di martire. Erano quelle che sono comuni a tutti. Però, furono saggiamente distribuite ed esattamente commisurate dalla mano del Padre celeste, con uno scopo prestabilito e sotto forma di disciplina; il tutto procedeva dall’amore divino, ed era anche il risultato di grandi transazioni nel cielo, perché Satana s’era presentato per accusare Giobbe, e l’Eterno (parlo alla maniera degli uomini), si vantava del suo servitore. Il Signore aveva così autorizzato Satana a levarsi contro Giobbe e a scagliare le sue frecce contro di lui, ma gli aveva anche assegnato dei limiti che non doveva varcare.

Ed è questo che è consolante sapere, poiché molti figliuoli di Dio, durante la prova, sono turbati dal pensiero che le loro prove sono quelle di tutto il mondo e che, dopo tutto, non vi è nulla che li distingua dal resto degli uomini. Ma hanno torto a lasciarsi turbare così. Quanto alla forma o alla specie di afflizione il credente può, è vero, trovarsi sullo stesso piano dei suoi simili. Il giusto e il malvagio possono perdere allo stesso modo un membro della loro famiglia nello stesso incidente o per la stessa malattia; ma la fede tiene conto delle relazioni con Dio e della simpatia che risveglia nel cielo tutto ciò che riguarda il fedele.

I grandi protagonisti

Secondo la saggezza di Dio, in questa bella storia, che sono persuaso sia assolutamente vera in tutti i fatti che descrive, tutti i grandi protagonisti sono introdotti nel mistero divino per rivelare delle importanti verità che formano la fede comune degli eletti.

Questo merita di essere apprezzato perché comprova la perfetta armonia che esiste fra tutte le parti degli oracoli di Dio, anche i più isolati e indipendenti gli uni dagli altri.

In questo libro troviamo gli angeli che eseguono il volere di Dio, Satana il grande avversario, l’uomo eletto la cui fede è messa alla prova, i suoi fratelli nella fede, il ministro di Dio nell’energia dello Spirito Santo, e l’Eterno Dio in persona.

Questi sono gli attori che giocano ognuno il proprio ruolo in questa scena meravigliosa. Di modo che, anche se lo scopo è soltanto la prova del fedele, esso viene raggiunto in modo tale da manifestare i grandi agenti e le forze che si spiegano nel modo stabilito e secondo i luoghi che sono loro assegnati ovunque nella Scrittura. È un soggetto del più alto interesse per le nostre anime e che, di conseguenza, merita tutta la nostra attenzione.

Gli angeli

I cieli si aprono per un istante e gli angeli, o «figli di Dio», sono visti qui nel luogo e nella sfera d’attività che tutta la Scrittura s’accorda nell’attribuire loro. Essi sono servitori del Signore nel cielo, sempre pronti ad eseguire il suo volere. Ecco come la Parola rende testimonianza al servizio che essi compiono: «Non sono eglino tutti spiriti ministratori mandati a servire...?» (Ebrei 1:14). Essi compongono le armate di Dio. L’Eterno stesso è fra loro. Gabriele sta alla sua presenza. I serafini assistono davanti al trono e hanno delle ali delle quali si servono sia per coprirsi la faccia e i piedi in presenza della maestà divina, sia per volare come il vento, obbedendo al comandamento dell’Eterno. Tutto questo è detto degli angeli da un capo all’altro della Scrittura, e qui lo vediamo e lo sentiamo nei cieli che ci son aperti per un momento.

Satana e i suoi angeli

Lo stesso vale per quel che si riferisce a Satana. Questo libro è in perfetta armonia con l’insieme del Volume sacro. «Gli angeli di Satana» vengono alla presenza di Dio, come pure Gabriele e le sue armate. «Gli spiriti di menzogna», così come gli «spiriti ministratori», hanno un compito da assolvere ed una missione da compiere. «Egli va attorno — dice l’apostolo Pietro — cercando chi possa divorare»; e qui Satana stesso dichiara che viene «... dal percorrere la terra e dal passeggiare per essa» (1:7).

Anche Paolo ci parla dei principati, delle autorità e potenze spirituali di malvagità, che hanno la loro sede nei luoghi celesti. Qui li troviamo fra i figli di Dio e alla presenza di Dio. Altrove è detto di Satana che desiderava vagliare i discepoli come si vaglia il grano, allo scopo di provare la realtà della loro fede. Egli agisce allo stesso modo verso Giobbe. È chiamato, in un altro passo, l’accusatore dei fratelli»: qui accusa e tormenta il servitore di Dio. Ma, come attesta la Scrittura, la sua azione è ristretta e limitata, perché è sotto il controllo e la sovranità di Dio. Gesù, «Dio manifestato in carne», attraversando il paese d’Israele, pone un limite alla sua potenza (Marco 5); il Signore (Elohim) agì allo stesso modo dall’alto del suo trono. L’occhio del veggente e la voce del profeta prescrivono a Satana dei limiti (cfr. 1 Re 22:19-22 e Zaccaria 3) (*).

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(*) I figliuoli della luce devono aspettarsi che le potenze delle tenebre dirigano i loro attacci contro di loro. Non dobbiamo dunque essere sorpresi se il diavolo improvvisamente ci attacca, perché siamo posti per essere la scena e il teatro della disfatta del nemico per mezzo di Cristo. Proprio perché siamo «illuminati» siamo esposti alla tentazione. Si può affermare che più siamo nella luce più ne siamo esposti. Erano la bellezza naturale di Adamo, il ricordo che Dio aveva di Giobbe e l’attaccamento dell’apostolo Paolo per Cristo, che li esponevano a Satana.

Ma aggiungerò che «un angelo di Satana» può essere mandato, col permesso di Dio, per agire sia sul corpo sia sullo spirito dell’uomo. Uno spirito maligno venne su Saul da parte dell’Eterno, e uno spirito di menzogna fu nella bocca dei profeti di Achab (1 Samuele 16; 1 Re 22); il Signore cominciava ad infliggere dei castighi con degli atti solenni; di conseguenza, questi messaggeri di Satana erano mandati nel cuore di quelli che erano sotto il suo giusto giudizio. Vi sono altri messaggeri di Satana che toccano solo il corpo o le circostanze, come nel caso di Paolo o del nostro patriarca (vedere 2 Corinzi 12:7). Ma questa è semplicemente disciplina, e non giudizio.
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L’uomo eletto messo alla prova

I diversi casi che abbiamo citato hanno un rapporto fra loro esatto e letterale. Più ancora, perché è edificante continuare questo argomento, troviamo il patriarca alla stessa scuola dell’apostolo dei Gentili, benché in un’epoca lontanissima l’uno dall’altro. Leggendo i primi capitoli di Giobbe si è trasportati nell’ultimo capitolo di 2 Corinzi. Vediamo «lo stecco nella carne» e «l’angelo di Satana» tanto in un caso come nell’altro. In seguito, quanto a Giobbe e ai suoi amici, c’è da un lato l’eletto, la cui fede è messa nel crogiuolo della prova, e dall’altro i suoi fratelli in fede. La maggior parte di questo racconto descrive le controversie e le discussioni che sorsero fra loro. Furono animose e amare, al di là della misura ordinaria. Ma tali cose esistono ancora e sono esistite in ogni tempo!

Gli amici di Giobbe, suoi «fratelli in fede»

Elifaz, Bildad e Tsofar erano veramente degli amici e dei fratelli, benché siano stati dopo tutto dei «consolatori molesti». Essi vennero da Giobbe quando tutti l’avevano abbandonato e lui si trovava in una profonda distretta; dei fanciulli stessi facevano di lui l’oggetto del loro scherno, dei giovani lo respingevano e gli ostentavano la loro malizia. I suoi fratelli l’avevano abbandonato, i suoi parenti l’avevano dimenticato, i suoi servitori non volevano più rispondergli ed era diventato odioso a sua moglie. Cosicché essi erano per lui dei veri ed affettuosi amici, i soli che vollero venire a consolare il loro fratello afflitto. E vennero a condividere il suo dolore, si sedettero con lui nel sacco e nella cenere, per sette giorni e sette notti.

Però disputarono fra di loro. È triste a dirsi, ma fu così. E non fu una cosa strana, perché avviene ancora oggi. Già al tempo di Abramo vi fu una disputa fra i suoi pastori e quelli di Lot, suo nipote. Giuseppe ebbe cura di dire ai suoi fratelli: «Non vi siano per via delle dispute fra di voi» (Genesi 45:24).

Mosè ebbe da sopportare la prova nel campo, e ne ebbe un’amarezza più profonda ancora di quella del cammino nel deserto, dall’Egitto fino al Giordano. Durante i giorni della sua carne, Gesù ebbe a dire ai suoi propri discepoli: «Fino a quando sarò con voi e vi sopporterò?» Infine, Paolo sentiva che «l’ansietà per tutte le chiese» era per lui un peso più opprimente di tutto il resto.

Vi è, in ognuno di noi, diversità di temperamento, differenti gradi di conoscenza, di qualità e di quantità di luce che sono talvolta un’occasione di prova e di collisione, anche laddove non vi è nulla di moralmente difettoso. Ma, qualunque ne sia la causa, il fatto esiste; se noi prendiamo parte alle prove, siamo pure, in gran parte, oggetto di prova gli uni degli altri. È così ora, com’era al tempo di Giobbe e dei suoi amici. Il Signore «si siede» al di sopra di tutto questo, è vero, «affinando il suo argento e depurando il suo oro»; ma non è meno vero che contribuiamo, gli uni e gli altri, a scaldare ancor più la fornace nella quale la nostra fede è provata!

Non c’è nulla che sia una sorgente di disagio, o che sia più adatto a produrre queste dispute fra fratelli, che l’attaccamento particolare a delle opinioni preferite, o la stima fuori posto, sproporzionata che si ha di certe dottrine religiose. Giobbe apprezzava certi punti della verità, e i suoi amici avevano anch’essi dei punti di vista particolari. Ma ognuno di loro non conosceva che «in parte» ed «oscurava i consigli di Dio». La conseguenza è che disputarono «per via».

Giobbe era dolorosamente afflitto. Un colpo dopo l’altro si abbatteva su di lui. Ora, egli insisteva nel dire che Dio agiva in modo arbitrario, avendo il diritto di fare come vuole. I suoi amici ragionavano in modo differente. Essi volevano convincerlo che Dio agiva verso di lui in modo retributivo, allo scopo di mostrargli qualche iniquità che aveva trascurato di confessare. Le loro dottrine non avevano altro sapore che quello dei pensieri umani. Essi apprezzavano molto le tradizioni degli anziani e tenevano molto alle proprie esperienze. Davano molto credito a questa massima, falsa benché favorita dal mondo: «chi ben fa ben trova». «Quale innocente perì mai? E dove furono gli uomini retti mai distrutti?» (4:7): questo è il fondamento della loro religione. «Ho riposto nel mio seno le parole della sua bocca. Ma la sua decisione è una, chi lo farà mutare?» (23:12-13): questo è l’intimo pensiero del cuore di Giobbe. Essi insinuano che non vi è nulla di così malvagio che Giobbe non sarebbe capace di commettere; e lui, da parte sua, fa loro dei rimproveri e prova del disprezzo nei loro confronti, come un uomo che ha lo spirito offeso e pieno di amarezza, e verso la cui sventura altri muovono insulti. «Voi, certo, valete quanto un popolo, e con voi morrà la sapienza» (12:2).

Tale è la discussione incessante che ha luogo fra di loro: triste esempio di contraddizione quando si verifica tra fratelli.

Elihu, il ministro di Dio con l’energia dello Spirito Santo

Elihu, al quale era data «una manifestazione dello Spirito», entra in scena per rendere palesi, colla luce di Dio, queste diverse forme di tenebre. Aveva ascoltato i discorsi dei suoi amici; li aveva seguiti nella loro controversia; ma, con la modestia e la riservatezza che convenivano alla sua età, in presenza di uomini anziani, aveva serbato fino allora il silenzio. Egli aspettava. «Parleranno i giorni, ed il gran numero degli anni insegnerà la sapienza» (32:7). Ora le sue labbra si apriranno per pronunciare la verità, mosso «dal soffio dell’Onnipotente». Così, finché la questione resta fra lui e gli altri, non vuole rispondere, tace; ma quando si tratta dei diritti dello Spirito Santo in lui, non osa rinunciarvi. Allora non sa avere «riguardi personali». «Lo Spirito che è dentro di me — egli dice — mi stimola» (32:18).

Al tempo di Giobbe, come al tempo dell’apostolo Paolo, Dio sceglieva le cose deboli per svergognare le forti. Elihu non era che un giovane, come Timoteo. Gli anziani hanno mancato, hanno fallito nella loro impresa, ma ve n’è uno che, simile al piccolo di Betleem, ha il segreto della saggezza e della potenza. Perché bisogna sapere che il bene che si fa sulla terra, dall’inizio alla fine, è Dio stesso che lo compie. «Non per potenza, né per forza, ma per lo Spirito mio, dice l’Eterno degli eserciti» (Zaccaria 4:6). Non capiterà dunque ad Elifaz e ai suoi compagni di dire: «Abbiamo trovato la sapienza», perché «Dio soltanto lo farà cedere, non l’uomo» (32:13) dice Elihu a Giobbe.

Giobbe aveva bisogno di essere ripreso. Aveva accusato Dio di agire verso l’uomo in modo arbitrario; e, mentre spiegava così la causa delle sue sofferenze presenti, era «giusto ai suoi propri occhi». Elihu prova il contrario; egli dimostra che era la santa disciplina esercitata da Colui che, conoscendo la fine fin dall’inizio, decreta ciò che è più vantaggioso per il suo popolo. Elihu non ricorre, come gli altri, alle sue proprie risorse, né a quelle degli anziani o dei padri. Non vuole, sotto il pretesto di una religione umana, piegarsi in presenza di un uomo o di una tradizione, per quanto venerati siano; ma, condotto dallo Spirito, cammina nel sentiero dove Dio fa brillare la sua luce.

Elihu non si unisce agli altri per accusare Giobbe; egli dichiara a Giobbe che i pensieri della coscienza non devono essere la regola del suo giudizio o il movente dei suoi discorsi; ch’egli dovrebbe riconoscere la saggezza divina in tutta questa dolorosa dispensazione, piuttosto che concludere che vi è dell’arbitrarietà da parte di Dio, proprio perché la sua coscienza è pura. Infine, dirà a Giobbe che era molto più convenevole da parte sua fare questa confessione ad alta voce: «Io porto la mia pena, non farò più il male, mostrami tu quel che non so vedere, se ho agito perversamente non lo farò più» (Giobbe 34:32).

La filosofia umana si trova qui come in un labirinto dal quale non può uscire; ma queste cose misteriose che non può spiegare, Dio le ha ordinate con delle intenzioni sagge e benevole. Come ha detto un poeta cristiano: Dio vuole essere Egli stesso l’interprete di quello che la sua saggezza decreta.

Ma ecco ciò che propone ed insegna lo Spirito Santo: «E tu, quando dici che non scorgi, la causa tua [o il giudizio] gli sta dinanzi; sappilo aspettare!» (35:14). Perché non dobbiamo ignorare che disegni di saggezza e di bontà presiedono tutti gli avvenimenti, benché un altro giorno serva a rivelarli. «Il giudizio» è sempre «dinanzi a Lui» dice Elihu. Dio vuole essere giustificato in tutti i pensieri dei suoi figli, come lo sarà presto al cospetto del cielo e della terra (Matteo 11:19; Salmo 51:4; Salmo 50:4).

Vi è qui una circostanza piena di significato e di bellezza morale. Si vede che Giobbe non risponde a Elihu come aveva fatto agli altri. Elihu lo invita a parlare, ma Giobbe aveva l’intimo sentimento, la convinzione, per mezzo dello Spirito Santo, dell’autorità colla quale quel ministro ispirato parlava. Non è quel che avviene frequentemente fra i santi? Anche fra gli infedeli questa autorità è sentita. Quante volte la presenza di un uomo di Dio ha avuto un’influenza salutare fra gli empi!

Le folle nei villaggi d’Israele riconoscevano sovente il Signore in questo modo. «Si stupivano della sua dottrina»; dicevano: «Insegna con autorità e non come gli scribi». È molto triste quando non ne è sentito l’effetto. Quante volte ci siamo afflitti nel vedere il cuore e lo spirito degli altri restare indifferenti a quanto commuoveva le nostre anime con la forza della verità e le ravvivava con la freschezza dell’unzione divina! Ma Giobbe non fa su di noi questa triste impressione. Certo, quest’uomo è caro ai figli di Dio, come lo era a Colui che lo affliggeva così.

Come abbiamo visto, Elihu aveva parlato a Giobbe per mezzo dello Spirito e la sua anima accettava l’autorità della sua parola. Non poteva trattare Elihu come aveva trattato Elifaz, Bildad e Tsofar. Può darsi che non fosse ancora preparato a fare la sua confessione, ma non replicò affatto. Lo Spirito di Dio, col ministerio del suo servitore, era entrato in scena, e Giobbe doveva fare silenzio (*).

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(*) La sola conoscenza della verità non renderà mai un ministerio profittevole ed efficace. Se attingiamo solo nei tesori della nostra conoscenza saremo confusi; l’energia dello Spirito in noi e l’esercizio delle nostre anime sotto la direzione dello Spirito durante il tempo del ministerio, sono assolutamente necessari.
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Comunque sia, il Signore è Colui che insegna con profitto. «... Vi è varietà di operazioni, ma non v’è che un medesimo Iddio il quale opera tutte le cose in tutti» (1 Corinzi 12:5-6); Paolo ha piantato, Apollo ha inaffiato, ma è Dio che ha fatto crescere (1 Corinzi 3:6). In questo bel libro le cose si svolgono in armonia con questa verità. La voce di Dio in mezzo all’uragano rende la testimonianza di Elihu efficace per raggiungere la coscienza e il cuore di Giobbe. Questa voce divina, dolce e nello stesso tempo potente, si rivolge a lui con una serie di interpellanze su cose naturali. È stato affermato, da coloro che sono competenti per occuparsi di tali argomenti, che non v’è alcun linguaggio che superi o che eguagli la grandezza e la sublimità di questi discorsi. L’effetto prodotto con questo mezzo non appartiene che alla potenza divina. Giobbe, che si lamentava, è umiliato. «Io riconosco che puoi tutto, e che nulla può impedirti d’eseguire un tuo disegno (42:2)». Egli fa la sua confessione a Colui la cui «potente mano» poteva elevarlo nel tempo convenevole. «Dopo che avrete sofferto per breve tempo, vi perfezionerà Egli stesso, vi renderà saldi, vi fortificherà» (1 Pietro 5:10).

Non è come peccatore che Giobbe ebbe ad imparare questa lezione; conosceva già la grazia di Dio, era iniziato ai misteri della redenzione. Era un fedele che aveva bisogno di imparare qualche cosa di più per essere reso «compiuto»; per questo l’Eterno gli parlò dal «seno della tempesta». Se Giobbe avesse ascoltato nelle vesti di un peccatore, il Signore si sarebbe rivolto a lui in tutt’altro modo; egli avrebbe fatto sentire la voce come il suono «dolce e sommesso» (1 Re 19:12) che s’addice alla grazia.

Giobbe era un peccatore già salvato. Aveva compreso la grazia, ma non era ancora stato istruito perfettamente sui diritti di Dio. Ne consegue che la voce si fa sentire dalla tempesta, perché il credente deve aspettarsi una severità dalla parte di Dio, sconosciuta all’uomo peccatore. Ai tempi del Signore, molti, fra il popolo, erano liberati dai loro mali e guariti dalle loro malattie; ma Giovanni era lasciato in prigione! Il Signore, nei suoi viaggi di misericordia verso tutti quelli che avevano bisogno di Lui, sovente sarà passato vicino alle porte di quella prigione; ma si astenne dall’aprirla, come avrebbe potuto fare, mentre rendeva la vista ai ciechi e l’udito ai sordi. Forse Giovanni era meno amato? No; fra tutti i nati di donna non ve n’era uno simile a lui. Forse Giobbe era meno amato perché Dio lo interpellava dal seno della tempesta? No. Giobbe era integro e retto, temeva Dio e fuggiva il male (1:1). Ma conoscendo già la grazia di Dio, doveva ora imparare a riconoscere i suoi diritti.

Egli li riconosce, dunque, e li confessa umilmente prima che la mano potente abbia cessato di appesantirsi su di lui. È una cosa bella e notevole, una testimonianza in suo favore che Giobbe abbia imparato la lezione spiritualmente, ammaestrato in modo veramente pratico, secondo la grazia e l’energia dello Spirito. È comodo e molto comune riconoscere, dopo che il castigo è passato, che è stato un bene l’essere stati provati, e dire in seguito che non si vorrebbe non esserlo stati. Questo modo di dire non supera le forze della natura. Ma c’è di più quando, ancora sotto il peso della prova, si possono giustificare le opere di Dio e baciare la mano che colpisce! Quando ancora è seduto nella cenere e ha il corpo roso dalle ulcere, Giobbe grida: «Ecco, io sono troppo meschino; che ti risponderei? Io mi metto la mano sulla bocca. Ho parlato una volta, ma non riprenderò la parola, due volte... ma non lo farò più» (40:4-5).

Tali sono il carattere ed il risultato di questa importante prova. La saggezza umana o la religione del mondo possono tentare la spiegazione di questo mistero; ma, facendolo, non possono che tradire la loro debolezza e manifestare la loro follia. Un rappresentante dello Spirito, istruito dal Signore, confonde l’immaginazione dell’uomo e combatte vittoriosamente il saggio, lo scriba ed il disputatore di questo secolo, applicando il principio delle verità di Dio; e Colui che opera tutto in tutti suggella queste istruzioni colla sua autorità. Le capacità umane e divine sono così manifestate secondo i luoghi ed il carattere che sono loro prerogative; le une sono annientate e le altre magnificate.

Il parente prossimo e i suoi doveri

Tali sono gli attori che appaiono sulla scena di questo libro meraviglioso: gli angeli, Satana, il fedele nella prova e i suoi fratelli, il ministro di Dio nella virtù dello Spirito e l’Eterno stesso. Questo libro, come ho già fatto notare, è indipendente dagli altri scritti ispirati. Non vi è alcuna altra porzione della rivelazione divina che si possa supporre sia stata scritta anteriormente, né che si possa ritenere necessaria come completamento di questa. La storia di Giobbe non è affatto legata a quella del popolo di Dio, e non accelera in alcun modo la manifestazione dei disegni di Dio. Secondo il carattere che gli è proprio, essa offre ovunque un linguaggio uniforme. Lo stesso Spirito aleggia qui, vi brilla la stessa luce; e così è, non solo riguardo a quelli che sono introdotti sulla scena come protagonisti, ma anche alle verità e alle dottrine che sono proclamate. La condizione naturale della posterità di Adamo, il valore del sacrificio come mezzo di riconciliazione con Dio, il giorno del giudizio a venire, la risurrezione e la vita, tali sono, fra gli altri, i pensieri che vi scopriamo. Ma ciò che è ancora più bello e più sorprendente è la conoscenza che ci è data della persona e del dovere del parente prossimo (*), soggetto trattato nella Scrittura ed al quale sono fatte molte allusioni, sebbene sovente in modo indiretto. Questo mistero coinvolge tutte le grandi verità che caratterizzano l’opera della nostra redenzione.

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(*) Giobbe 19:25: «Io so che il mio Vindice vive». Vindice, o meglio, Redentore. In Israele, il «goël» era colui che aveva il diritto di riscatto, il parente più prossimo, bella figura di Cristo. La redenzione operata dal parente prossimo riguardava tanto le persone che le cose (Levitico 25:25-48); il «redentore», per poter riscattare, oltre ad essere il parente prossimo, doveva avere la capacità di riscatto e versare tutta la somma dovuta (Ruth 3:12-13, Levitico 25:26-28) (n.d.t.).
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Il soggetto è troppo vasto per essere qui sviluppato in tutta la sua estensione, avessi pure la grazia e la luce sufficiente per farlo. Tuttavia, siccome è pieno di interesse e forma quella che si può chiamare «la professione di fede» del nostro patriarca, non sarà fuori luogo fare in proposito alcune riflessioni.

L’apostolo dichiara che «niuno ebbe mai in odio la sua carne, anzi la cura e la nutre teneramente» (Efesini 5:29). Egli si richiama ai sentimenti della natura e lo fa con l’approvazione e con lo Spirito di Dio. Queste cure per se stesso, che ognuno di noi è molto propenso ad accordarsi, ricevono la sanzione divina. Dato questo, l’apostolo trae lo spunto da questo stesso principio per parlare delle cure del Signore verso la Chiesa: «Niuno ebbe mai in odio la sua carne; anzi la nutre e la cura teneramente, come anche Cristo fa per la Chiesa, poiché noi siamo membra del suo corpo...» (Efesini 5:29-30). Cristo è presentato come uno che agisce verso di noi secondo questa legge istintiva della natura: un uomo deve amare il suo proprio corpo.

Lo Spirito Santo, ragionando così quanto al mistero di Cristo e della Chiesa, vuole indurre i nostri cuori a comprendere che la forza di questo principio della natura è sentita dal Signore e che il dovere che esso impone è riconosciuto da Lui. Ne consegue che, se io posso comprendere il mio amore per me stesso, posso comprendere l’amore di Cristo verso di me. I doveri che ho nei confronti di me stesso sono riconosciuti dal Signore; Egli può nutrirmi e curarsi di me come io vorrei nutrirmi e curarmi.

L’immaginazione può forse concepire l’idea di un affetto più intenso e più sincero? Impossibile. Se fosse possibile, essa si troverebbe incorporata in Cristo, e il suo Spirito lo avrebbe rivelato, perché il suo amore «sorpassa ogni conoscenza».

Ma benché questo sia un’espressione meravigliosa del suo amore, tuttavia vi è ancora un dovere di un’altra specie imposto dalla stessa legge della natura, che è stato ugualmente adottato e riconosciuto dal Signore. È il dovere del parentado, delle relazioni naturali.

Il Signore, il Figlio di Dio, divenne il nostro prossimo parente. «Poiché dunque i figliuoli partecipano del sangue e della carne, anch’egli vi ha similmente partecipato» (Ebrei 2:14). Egli si è posto in queste relazioni per poter compiere verso noi i doveri e i servizi di un «prossimo». In che cosa consistano questi doveri e come il Signore vi ha risposto lo vediamo nella Scrittura.

Il dovere principale era quello di riscattare un fratello o un’eredità, quando l’uno o tutti e due erano stati venduti. Ora, questa condizione scaduta è la nostra per natura, trovandoci noi implicati nella rovina di Adamo. Abbiamo rinunciato alla vita e con essa a tutte le cose, violando le condizioni dalle quali dipendevano la nostra vita ed il nostro godimento di tutte le cose. Siamo incorsi nella pena di morte. «Nel giorno che ne mangerai, per certo morrai» (Genesi 2:17). Adamo ne mangiò e si trovò sotto questa sentenza di morte. Così eravamo anche noi assoggettati a questa condanna, essendo stati «venduti» alla morte. Ma il nostro Parente pagò il riscatto per noi. Gesù morì. Egli pagò tutta la somma che era richiesta, fino all’ultimo centesimo. Secondo il linguaggio della legge, diede «occhio per occhio, vita per vita, sangue per sangue». Noi non siamo stati riscattati con delle cose corruttibili, con dell’argento e dell’oro, ma col prezioso sangue di Cristo. Il valore di questo sangue è stato meticolosamente soppesato. Perché il sangue dei tori e dei becchi non bastava a compiere il riscatto. Ma: «Eccomi, io vengo per fare la tua volontà» fu una risposta che soddisfece pienamente Dio, il quale non poteva domandare niente di meno del prezzo di una completa redenzione. Ne consegue che ora siamo riscattati dal nostro Parente».

È il più grande di tutti i servizi che Cristo ha compiuto per noi; su questo argomento si trovano dei particolari simbolici molto dettagliati nella legge di Mosè (Levitico 25). Ma l’intelligenza d’esso era già stata data all’inizio, perché il sacrificio, o l’offerta sostitutiva, era basato su questo principio, e l’uomo ne ebbe conoscenza fin dal suo primo atto di disubbidienza. I «vestimenti di pelle» coi quali Adamo fu vestito erano un segno che un altro aveva pagato il suo riscatto e che «la vita» di Colui che aveva soddisfatto la giustizia di Dio era ora su di lui. Quanto è prezioso sapere che il grande mistero del Redentore fu reso manifesto, pubblicato dall’Eterno e creduto dal peccatore, prima che fosse prefigurato dalla legge mosaica e proclamato dai profeti! (*).

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(*) Uno stesso termine ebraico significa: prossimo parente, Redentore e vendicatore (o vindice — vedi cap. 19 vers. 25).
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Un altro di questi doveri consisteva nel liberare un fratello che fosse fatto prigioniero.

Nel caso precedente della liberazione, o del riscatto, il «Levir» doveva trattare con Colui che era di diritto il reclamante. Doveva riscattare il suo fratello o l’eredità di suo fratello sulla base del prezzo che era fissato dalla legge delle stime. Ma questo diritto di salvare e di liberare un fratello è differente. Qui, il prossimo parente deve contendere con uno straniero, un nemico, ed è solo con una forza di opposizione, colla potenza di un braccio superiore che poteva compiere questo servizio. Vediamo qui ancora la nostra condizione naturale, il nostro stato di rovina a causa della caduta. L’opera del nostro Redentore, del Figlio di Dio che partecipa alla carne e al sangue, si mostra sotto un nuovo carattere.

Come ho detto, in questo caso Gesù ha a che fare col nostro nemico. Se è vero che, per la disubbidienza, siamo incorsi nella pena di morte e abbiamo perduto la vita e tutte le cose, è ugualmente vero che abbiamo subito del danno da parte del «serpente», essendo stati asserviti alla schiavitù, resi prigionieri della potenza delle tenebre e della corruzione. Ma il nostro prossimo Parente, o Redentore, ce ne libera.

Nei giorni della sua carne, il Signore andava per le città e i villaggi d’Israele. È allora che, possedendo delle forze superiori a quelle dell’«uomo forte», entrava nella sua casa, predava i suoi beni e liberava i suoi prigionieri, come dice Gesú nella parabola. Come Colui che è vincitore sulla potenza della morte e dell’Ades, e che ha il diritto di riscatto, Egli coronerà presto la sua opera e renderà gloriosi i suoi titoli, liberando i suoi santi addormentati. Allora avrà luogo «la redenzione di quelli che Dio s’è acquistati» (Efesini 1:14).

Si può ancora aggiungere, ed è meraviglioso saperlo, che il carattere di Cristo e quest’opera del nostro grande Liberatore erano già conosciuti al tempo dei patriarchi. Quando Abrahamo seppe che suo nipote Lot era stato fatto prigioniero, armò trecentodiciotto dei suoi servitori e ricondusse Lot, i suoi beni, le donne ed il popolo (Genesi 14). Cinque re possono combattere contro quattro nella valle di Siddim, i «vasi di terra «possono contestare fra di loro. Abrahamo, lo straniero, sembra non tenerne conto, benché la sua tenda sia piantata nei dintorni. Ma le vie di Cristo, che formano il principio della condotta del suo popolo, Abrahamo le osserva rigidamente; ora, è chiaro che i servizi del prossimo parente che aveva diritto di riscatto erano compresi fra la famiglia di Dio di quel tempo, perché Abrahamo, avuto notizia della sorte di Lot, si mise subito in cammino per andare a liberare suo nipote prigioniero.

Un dovere simile a questo era quello di vendicare il sangue del fratello o del parente vittima di un assassinio.

La legge riconosceva questo dovere e ne perpetuava la memoria in Israele (Numeri 35). L’ordinanza relativa alle città di rifugio aveva lo scopo di prevenire l’abuso che un individuo avrebbe potuto fare dei suoi diritti, e la famosa parabola della donna di Tekoa conferma il fatto che tutto Israele ne era a conoscenza (2 Samuele 14:2). Ma il sistema risale ad un’epoca più antica di quella della legge e dei profeti.

Le prime manifestazioni del pensiero di Dio si riferiscono evidentemente a Cristo, alle sue vie ed ai suoi atti per noi. Ne consegue che il dovere di colui che aveva diritto di riscatto è stato prescritto proprio all’inizio. Fu reso manifesto quando Dio affidò la spada a Noè: «E chiederò conto della vita dell’uomo alla mano dell’uomo... Il sangue di chiunque spargerà il sangue dell’uomo sarà sparso dall’uomo» (Genesi 9:6). Ma questo principio era accettato come divino anche prima di quest’epoca. Caino tremava per questa legge; le sue stesse parole fanno capire che era universalmente riconosciuta (Genesi 4:14). Essa era stata annunziata, in un certo senso, da questa prima promessa: la progenie della donna ti schiaccerà il capo; perché la sentenza pronunciata contro il serpente esprime l’idea che il Redentore, progenie della donna, si sarebbe vendicato del male che il «serpente» ha fatto alla sua famiglia. Cristo realizzerà questo dovere quando precipiterà «il serpente antico, colui che è chiamato diavolo o Satana», con la morte e l’Ades, nello stagno di fuoco (*).

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(*) Il prossimo parente che libera e che vendica è in rapporto con un nemico o un malfattore. Ma vi è tuttavia differenza fra queste due azioni. Nel primo caso, il parente non fa che liberare il suo fratello dalle mani del nemico; nel secondo, vendica il sangue di suo fratello sul capo del nemico. Cristo ci libererà dal potere della morte prima del regno (1 Corinzi 15:54), e ci vendicherà dal principe della morte alla fine del regno (1 Corinzi 15:26).
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Sono questi, fra gli altri, i doveri di un uomo che ha il diritto di riscatto, e questo ne è il glorioso compimento da parte del nostro grande Redentore. È meraviglioso poter parlare così di Lui! È meraviglioso che lo Spirito Santo giudichi necessario richiamarsi alle leggi istintive della natura per stabilire, giustificare e caratterizzare l’amore di Cristo verso i santi.

Il Signore si è fatto il nostro prossimo parente, per compiere per noi tutti questi servizi. Credo che Ebrei 2 ce lo comprovi. Questi doveri e questi servizi contengono tutti i grandi elementi del mistero della Redenzione. Come abbiamo visto, essi sono stati rivelati dal principio. Gesù non attese, per manifestarsi alla fede dei poveri peccatori, che la legge lo presentasse sotto forma di ombre e di figure. Al quarto giorno della creazione si vede comparire il sole, ma la luce era già apparsa, la luce aveva già brillato sulla scena fin dal principio del primo giorno (*).

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(*) Il quarto giorno della creazione può corrispondere, in figura, a quando Cristo fu pienamente manifestato, venendo come uomo in questo mondo. La luce, creata al primo giorno, è figura della conoscenza di Cristo, e della sua opera redentrice, che già c’era, sebbene velata, fin dall’inizio delle relazioni di Dio con l’uomo (n.d.t.).
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Gesù fu già conosciuto nel giardino di Eden e manifestato con la prima delle promesse. Non ci si può che rallegrare che fosse così, e lo Spirito prova della dolcezza a rintracciare questi indizi della fede comune, questi pensieri e queste verità di Dio e del suo patto, che attraverso le età uniscono i cuori degli eletti, anche i più lontani per la distanza delle epoche, nella comunione della stessa gioia e nel canto dello stesso cantico eterno.

«Io so che il mio Redentore vive»

Giobbe era di coloro che, nei tempi antichi, conoscevano Cristo nel suo carattere di Redentore. Egli poté magnificare Colui che lo liberò dalla potenza della morte e dalla prigionia del sepolcro e della corruzione. I santi conoscono molto bene e leggono con piacere la porzione della Scrittura che racconta il trionfo della fede del servo dell’Eterno.

«Oh, se le mie parole fossero scritte! Se fossero consegnate in un libro! Se con lo scalpello di ferro e col piombo fossero incise nella roccia per sempre... Ma io so che il mio Vindice [o il mio Redentore] vive, e che alla fine si leverà sulla polvere. E quando, dopo la mia pelle sarà distrutto questo corpo, senza la mia carne vedrò Iddio. Io lo vedrò a me favorevole, lo contempleranno gli occhi miei, non quelli di un altro... il mio cuore dalla brama si strugge in seno» (19:23-27).

Quale intelligenza di Cristo nella sua persona e nella sua opera troviamo in questo ammirabile linguaggio! È la fede e la speranza del nostro Evangelo. Giobbe sapeva di avere un Redentore, un Redentore allora vivente, che doveva, in avvenire, essere visto sulla terra manifestato in carne; sapeva anche che questo Redentore doveva riportare per lui una gloriosa vittoria sulla potenza della morte e della corruzione. Questa magnifica espressione della sua fiducia indica una fede semplice che si appropria di Cristo e della sua opera: «Io lo vedrò... lo contempleranno i miei occhi, non quelli di un altro». Era quella anche la fiducia di Paolo, ed è la libertà che è data dalla piena rivelazione della grazia di Dio. Paolo e Giobbe erano pervasi da questo stesso sentimento: avevano conoscenza della gloriosa redenzione e la conoscevano personalmente: «Gesù Cristo... il quale m’ha amato e ha dato se stesso per me» (Galati 2:20).

Con quale fervore il patriarca Giobbe suggellò questa preziosa confessione della sua fede! Avrebbe voluto che tutti gli uomini e tutte le generazioni conoscessero, avrebbe voluto rendere manifesto in ogni luogo, avrebbe voluto inciderlo sulla roccia con del ferro e del piombo, ch’egli conosceva il suo Redentore.

Che «luce del Signore» era quella nella quale il patriarca camminava! «Venite, casa di Giacobbe, e camminiamo nella luce dell’Eterno». Giobbe vi camminava molto prima che la casa di Giacobbe, o qualcuno dei profeti d’Israele, vedessero questa luce. Gli eletti di Dio ne furono illuminati dallo Spirito fin dall’inizio. In quest’occasione, riferita al capitolo 19, questa luce penetrava e brillava splendidamente nell’anima di Giobbe. Non aveva, è vero, come lo si vede nel caso di Stefano, il viso risplendente come quello di un angelo in presenza dei suoi accusatori (Atti 6:8-15); non aveva, in questo senso, rivestito gli abiti di un figlio della risurrezione, ma il suo spirito era nelle regioni della libertà e del trionfo della fede.

Il trionfo della fede: discernere ciò che Dio fa per noi

Questo elevato e gioioso pensiero, benché di breve durata, fu come l’arcobaleno che addolcì le sofferenze del patriarca, e che, nell’energia dello Spirito Santo, fece esplodere i sentimenti dei quali il suo cuore era ricolmo in quel momento. Era una gioia che si mescolava alla tristezza, all’angoscia da cui il suo cuore era oppresso. Questo chiarore che illuminò momentaneamente il suo doloroso sentiero era per lui ciò che la visione della notte fu per il desolato profeta Geremia, e ciò che fu la montagna della trasfigurazione per il Salvatore adorabile, chiamato anche «l’Uomo di dolori» (Geremia 31:26; Matteo 17:2). La potenza dello Spirito Santo si manifestava in modo tale che quest’uomo sofferente stornava gli occhi dalla verga che era contro lui, per guardare a ciò che la mano di Dio compiva per lui. Perché vi è differenza fra queste due cose. Nel primo caso, l’anima è più o meno confusa, e lotta contro le acque dell’afflizione senza poterle sormontare; non sapendo discernere le dispensazioni di Dio, essa ha bisogno generalmente di un interprete. Nell’altro caso, l’anima si trova in una piena libertà; le cose sono talmente chiare che un bambino potrebbe comprenderle. Le azioni di Dio non hanno bisogno di essere interpretate. La provvidenza di Dio, le sue dispensazioni verso di noi, ci appaiono talvolta sotto un aspetto molto cupo, e ci addolorano. La grazia di Dio nell’Evangelo e i suoi atti per noi, invece, sono tali che i nostri pensieri non ne sono turbati, né i nostri cuori afflitti. Questi atti portano in se stessi la loro impronta di grazia e testimoniano d’un amore devoto ed eterno, tanto che è impossibile fraintenderli.

Son queste le cose che si presentano giornalmente nel corso della vita. Anche se siamo oppressi e stanchi per circostanze talvolta cupe, difficili e soverchianti, è il nostro privilegio ed il nostro dovere superarle in ispirito e in pensiero, per guardare con calma a quello che Dio ha fatto o può fare per noi; è il vero mezzo d’avere l’anima come avvolta dalla dolce atmosfera dell’Evangelo.

Si può vedere tutto questo verificarsi in Giobbe. Egli si trova in lotta con le dispensazioni di Dio verso di lui. La mano dell’Onnipotente gli aveva rapito tutti i suoi beni e tutte le sue gioie. La perdita della ricchezza, dei figli e della salute lo sorprendono e lui non cessa di ripensare alle proprie sventure, ed ha lo spirito colmo d’amarezza. Ma dal momento in cui la virtù dello Spirito agisce in lui, gli è dato di stornare la sua attenzione da tutto questo; egli si preoccupa allora del lavoro di Dio per lui, piuttosto che della disciplina di Dio verso di lui; e la sua fede trionfa! Egli ha quindi una prospettiva più brillante che la vista delle ulcere che rodono il suo corpo o dei vermi che dovranno divorarlo. Tutto è luce e trionfo. In spirito, può dire in presenza dei suoi amici: «Se Dio è per noi, chi sarà contro di noi?» (Romani 8:31).

Questo è realmente proficuo. Il tentatore vorrebbe indurci a giudicare il carattere di Dio dalle ombre nere che sovente contrassegnano il corso della nostra esistenza. Ma è il disegno dello Spirito di farci conoscere Dio secondo la bellezza della luce evangelica, secondo la gloria che rifulge nel volto di Gesú Cristo. Là vi è la vera luce; non vi sono tenebre, non vi sono nubi da dissipare, nulla che abbia bisogno di essere interpretato o chiarito.

Il presente secolo malvagio e il mondo a venire

Abbiamo esposto certe analogie che vi sono fra questa parte indipendente del Libro di Dio e tutte le altre parti della Scrittura, scritte in epoche più o meno distanti le une dalle altre. E, bisogna dirlo così di sfuggita, questo è un procedimento molto utile per rinfrancare il cuore. Si possono ritrovare queste armonie tanto nelle scene quanto in coloro che ne sono i protagonisti.

Vi sono qui «il cielo» da una parte e «la terra» dall’altra, avendo ognuno «un giorno» o un’occasione speciale (vedere: 1:4,6,13; 2:1). Vi troviamo pure, come ovunque nella Scrittura, «il presente secolo malvagio» ed «il mondo a venire».

All’inizio dell’atto (cap. 1 e 2), la scena si apre col mondo, col presente secolo malvagio.È una scena privata, ma tutti i caratteri di questo mondo possono essere identificati, perché ogni ambiente famigliare, come ogni cuore, racchiude un piccolo mondo.

L’amore di sé e del piacere sembrano essersi manifestati nei figli del nostro patriarca, come pure «l’inimicizia contro Dio» in sua moglie (2:9). Vi sono in seguito le calamità naturali, causate dal vento, dal fuoco e dalla malattia, e le calamità causate dai nostri vicini o dai nostri simili, come quelle dei Sabei o dei Caldei (1:15-17). Queste sono vicissitudini umane che si incontrano anche ai nostri giorni. Al tempo di Giobbe, era la vita umana di allora non quella di oggi, ma pur sempre la stessa vita nelle sue perdite, nei suoi dolori e nelle sue rudi contraddizioni. Vi è, è vero, un po’ di realtà, un po’ di amicizia per lui nel momento del bisogno, che è la vera amicizia; ma quanti altri lo abbandonano e lo disprezzano al tempo della sventura, come avviene comunemente nel mondo! Giobbe ebbe tre amici che si sedettero con lui nella cenere, ma tutti gli altri si tennero lontani. Non è questo un quadro naturale del presente secolo malvagio?

Ma l’episodio termina col «mondo a venire» (Ebrei 6:5), il mondo di Dio, non quello dell’uomo; il mondo che Dio dovrà formare coi Suoi principi e riempire delle Sue virtù. È il tempo del restauro e della «rigenerazione». Il capitolo 42 del nostro libro ci trasporta, infatti, al millennio. Lo Spirito Santo sembra introdurci in quel regno e vi fa evidentemente allusione quando ci parla della «pazienza di Giobbe» e della «fine riserbatagli dal Signore». «Siate dunque pazienti, fratelli, fino alla venuta del Signore». Il lavoratore attende il prezioso frutto della terra, dopo aver lavorato penosamente, fino al tempo della messe, o della risurrezione. Così Giobbe sopportò la prova fino alla fine. E il capitolo 42 descrive il raccolto dell’agricoltore (Giacomo 5:7-11).

Questa è un’altra bella testimonianza del valore di uno spirito di confessione e di pentimento al cospetto di Dio, secondo che è scritto: «I sacrifici di Dio sono lo spirito rotto» (Salmo 51:17); e ancora: «Se confessiamo i nostri peccati, Egli è fedele e giusto da rimetterci i peccati» (1 Giovanni 1:9). Io sono certo che Dio avesse in vista alcune parole che compongono la confessione di Giobbe quando rimproverò i suoi amici per non aver parlato di Lui come si conveniva, come aveva fatto il suo servitore Giobbe; essi, infatti, non fecero alcuna confessione, alla fine, come lui.

Pentimento e riabilitazione. La fine riserbatagli dal Signore

È rassicurante per l’anima il fatto che il linguaggio del pentimento prevalga presso Dio, e questo consola e fortifica. «Io odo, odo Efraim che si rammarica: Tu m’hai castigato, e io sono stato castigato come un giovenco non domato»; viene allora la risposta dell’Eterno, l’espressione più commovente delle compassioni divine: «Efraim è egli dunque per me un figliuolo sì caro? un figliuolo prediletto? Dacché io parlo contro di lui è più vivo e continuo il ricordo che ho di lui; perciò le mie viscere si commuovono per lui, ed io certo ne avrò pietà, dice l’Eterno» (Geremia 31:18-20).

Il profeta Osea ci dice come Dio è disposto a lasciarsi piegare da un atto di contrizione o dalle parole di pentimento da parte d’Israele, agli ultimi giorni: «O Israele, torna all’Eterno, al tuo Dio! Poiché tu sei caduto per la tua iniquità. Prendete con voi delle parole, e tornate all’Eterno! Ditegli: Perdona tutta l’iniquità, e accetta questo bene». Ed ecco la risposta misericordiosa di Dio: «Io guarirò la loro infedeltà, io li amerò di cuore» (Osea 14:1-4).

Tutto il capitolo 42 è pieno di belle e ricche promesse. Ovunque vi troviamo altamente proclamata la grazia meravigliosa, paziente, infaticabile di Dio. Di conseguenza, la condizione di Giobbe è di nuovo prospera. L’Eterno è per lui come la rugiada. Egli fiorisce come i gigli, le sue radici si estendono, la sua magnificenza è come l’olivo, la sua fragranza come il Libano. «La fine riserbatagli dal Signore» è tale che Giobbe è visto al giorno del regno, ed anche altri verranno a sedersi sotto la sua ombra, facendo di nuovo crescere il frumento e fioriranno come la vite (Osea 14:6-7) (*).

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(*) Io non vedo tanto Giobbe come un tipo quanto piuttosto come un esempio. La sua vocazione era la vocazione di tutti i credenti, quella di uomo morto e risuscitato. Ogni figlio di Dio che lavora ora in vista della gloria è considerato come tale. L’Israele degli ultimi giorni rivestirà lo stesso carattere, e questo rinnovamento avrà luogo in tutto il sistema dell’età millenaria. Il Signore Gesù sostiene tutte le cose ed esercita le sue funzioni come colui che è stato morto e che è vivente. Io credo che sia meglio parlare di Giobbe più come un esempio che come un tipo. Non potrei tuttavia obiettare se questa espressione fosse adoperata da altri.

Giobbe imparò dalla sofferenza. Si può dire, in un certo senso, che il Signore ha fatto lo stesso (Ebrei 2:4-6). Fu pre­parato in questo modo in vista delle sue alte funzioni. Le com­passioni di Cristo non potevano rivestire il carattere del sacerdozio fino a quando, divenuto uomo partecipe della car­ne e del sangue, non ebbe sofferto come tale. Si può vedere la storia di Giobbe come l’espressione o l’immagine di tutto questo.

Lo stesso quanto ad Israele. Sarà come un popolo che, dopo la rovina, trova il suo soccorso in Dio. Osea lo presenta ovunque così, e il linguaggio del capitolo 14 è quello di un tale popolo. Esso è vivificato, fiorisce come i gigli e i suoi rami si estendono, secondo le dichiarazioni del profeta.
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Così fu il nostro patriarca quando arrivò «la fine riserbatagli dal Signore» (Giacomo 5:11). Egli è un monumento della benevolenza divina, come il pruno ardente che non si consumò a causa della bontà di Colui che si trovava là. Può essere Israele in Egitto o a Babilonia, possono essere i giovani nella fornace o il profeta nella fossa dei leoni; può essere un povero gadareno, tormentato da Legione o il patriarca in preda al dolore, provato dal vento, dal fuoco, dalle infermità corporali, dai Sabei, dagli angeli di Satana; la verità è che il pruno ardente non si consuma grazie alla bontà di Colui che presiede questa scena. «Anzi, avevamo già noi stessi pronunciata la nostra sentenza di morte», diceva l’apostolo Paolo come se parlasse anche a nome degli altri, «affinché non ci confidassimo in noi medesimi, ma in Dio che risuscita i morti» (2 Corinzi 1:9).

Certamente, Giobbe aveva imparato qualcosa di questa chiamata alla scuola di Dio, e ne aveva fatto l’esperienza nella sua propria anima. È la grande lezione che il Signore vuole insegnare a tutti i suoi diletti, benché i mezzi dei quali si serve possano variare. Vi è, ne sono pienamente convinto, un’importante differenza fra avere Dio in mezzo alle nostre circostanze e averlo come la nostra prima e grande circostanza. Al principio, Giobbe si trovava nel primo caso. Egli non avrebbe voluto essere senza Dio. Non lo avrebbe affatto rinnegato, e poteva costruirgli un altare nel seno della sua famiglia. Ma non era uscito insieme a Dio dalle sue circostanze per affrontare la prova. Non aveva fatto come Abramo che, alla chiamata di Dio, era uscito dal suo paese e dalla sua parentela, e, da allora, confidava totalmente su di Lui, lasciandosi circondare dalle cure divine e dalle circostanze, prendendo tutto dalla mano di Dio. Non aveva, in un certo senso, lasciato che Dio «scegliesse» la sua eredità come fece Abrahamo quando si separò da Lot. Per realizzare questo bisognava che avesse potuto gridare: «Chi ho io in cielo fuori di te? E sulla terra non desidero che te» (Salmo 73:25). Tale era il sentimento di Asaf, la cui anima era sfuggita alla tempesta e alla tentazione, essendosi visto ancor meno favorito di un malvagio, quanto alle condizioni e alle circostanze della sua vita quaggiù (Salmo 73).

Possa questa verità avere il suo, effetto su di noi! Alcuni possono ascoltare la voce che parla loro per la loro consolazione; altri, la cui fede è più debole, riceverla come un avvertimento. Il mondo, l’orgoglio, l’egoismo, sono ciò che formano le circostanze dalle quali l’appello di Dio ci ingiunge di uscire. La religione, in un certo senso, fa scendere Dio in mezzo ad esse; ma la fede, nella sua semplicità, ci pone con Dio al di sopra di esse. Insisto a ripetere questa verità perché essa è, a mio giudizio, il grande segreto di questo libro. Giobbe comprese alla fine la potenza dell’appello di Dio; ed è ciò che in seguito influì potentemente su tutta la sua condotta, ciò che lo rivestì nel suo intimo della stessa bellezza e della stessa stabilità di cui godrà la terra nel periodo millenario, sotto il regno di Cristo.

Profeta, sacerdote e re secondo un ordine nuovo

All’inizio, Giobbe era profeta, sacerdote e re; e lo è ancora alla fine, ma secondo un nuovo ordine di cose, perché esercita le sue diverse funzioni in modo più conforme al pensiero di Dio. Come profeta, aveva avuto all’inizio troppa fiducia in se stesso per pretendere di essere l’interprete di Dio e delle sue vie (*).

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(*) Infatti, ad un certo momento, Giobbe si erge a giudice di Dio e critica il suo modo di agire (19:6-7, 23:1-6, 30:21-23 ecc.) che ritiene arbitrario: «La sua decisione è una; chi lo farà mutare? Quello ch’Ei desidera lo fa; Egli seguirà quel che di me ha decretato, e di cose come queste ne ha molte in mente» (23:13-14) (n.d.t.).
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Ma ora dice: «Io parlerò, io ti farò delle domande e tu insegnami» (42:4). Egli vuole essere il discepolo del Signore prima di insegnare agli altri, vuole avere l’orecchio «risvegliato» prima che la lingua sia esercitata (Isaia 50:4). Tale è l’influenza purificatrice del suo ministerio profetico. Non vuole conoscere nulla che non abbia imparato da Dio. Ormai la sua dottrina non è più la sua. Come sacerdote aveva all’inizio interposto la sua mediazione fra Dio ed i suoi figli, per riparare i torti presunti che quelli avrebbero potuto fare a Dio (vedere la figura di Giobbe come intercessore in Ezechiele 14:14-20). Ma sembra non abbia lavato i suoi propri vestiti, mentre aspergeva gli altri con l’acqua di propiziazione (Numeri 19:21). Aveva bisogno di ricordarsi che era egli stesso nella carne, soggetto ad essere tentato come il più debole (Galati 6:1). Ma ora è accettato, ed è accettato nel suo servizio; Dio esaudisce la sua preghiera (42:8-9).

Come re, i suoi onori vengono dopo le sue afflizioni, le sue glorie dopo le sue sofferenze.

Osservate ancora che solo dopo aver pregato per i suoi amici Giobbe è tolto dalla sua penosa situazione (42:10). Deve esercitare la grazia prima di essere investito di nuovo potere. Tutto questo è perfettamente conforme al grande Modello. «Or voi siete quelli che avete perseverato meco nelle mie prove, ed io dispongo che vi sia dato un regno, come il Padre mio ha disposto che fosse dato a me» (Luca 22:28).

È sotto differenti aspetti che si può considerare Giobbe: come profeta, come sacerdote, e come re, secondo un ordine nuovo, dopo che è stato affinato nel crogiuolo, così come l’oro è provato col fuoco.

Giobbe diventa di nuovo padre di una famiglia, e di una famiglia nella quale non c’è nulla da rettificare. Ovunque vi si respira la felicità, la santità, la concordia; il cuore del padre è rivolto verso i suoi figli ed il cuore dei figli è rivolto verso il padre. Al principio doveva esercitare una attiva sorveglianza sulla loro condotta e fare propiziazione per il male che essi potevano aver commesso. Ma alla fine non vi è più nulla di questo; il padre, vedendoli, non è pervaso che di ammirazione e di gioia. I timori che aveva una volta a loro riguardo hanno lasciato il posto ad una completa soddisfazione.

Ed è così che, in questa bella scena millenaria, o della risurrezione, che termina questo racconto, il vento della tempesta ha cessato di soffiare, e il fuoco di Dio non cade più. In questo giorno di questo secondo Noè (Giobbe essendo divenuto, sotto un certo aspetto, il signore di un nuovo mondo), le acque che s’erano una volta «rafforzate straordinariamente» , si sono ora ritirate. I Caldei e quelli di Sheba non predano più e non colpiscono più colla spada. Non vi è né avversario, né avvenimento spiacevole; nemmeno più «Cananei nella casa dell’Eterno»; non si fa più torto e non si distrugge più «in tutta la santa montagna». Le «greggi di Giacobbe» possono riposare pacificamente nei «luoghi solitari». L’Eterno libera il suo popolo da quelli che lo tenevano in schiavitù!

La fine di questo racconto ci è presentata per il nostro incoraggiamento; perché «noi chiamiamo beati quelli che hanno sofferto con costanza» e abbiamo veduto la «fine riserbatagli dal Signore» (Giacomo 5:11).

Ciò che soprattutto è di grande valore per le anime nostre è vedere che il Nemico stesso, questo pronto e audace agente di tutte le sventure e di tutte le sofferenze, che si era all’inizio introdotto nella scena, è allo stesso modo sparito. Al principio agiva come uno che accusa nel cielo e che tormenta sulla terra. È pure una consolazione per il credente, nelle sue afflizioni, sapere che Dio e Satana sono impegnati contemporaneamente nelle sue prove, il Nemico (come è il caso del patriarca) cercando da parte sua di rapirgli le sue corone e gettare nella polvere la buona reputazione che ha davanti a Dio; il Signore volendo da parte sua, ed è ciò che compie sempre, aggiungere ancor più fulgore alla sua corona e benedire di più in più l’erede di queste dignità e di queste gioie.

È consolante per il cristiano, nell’ora della prova, ricordarsi di questo. Ma, comunque sia, alla fine Satana scompare! Lo scopo per il quale Dio, nella sua saggezza, aveva giudicato bene di servirsi di lui, ora è raggiunto. La disciplina di Giobbe non si esercita più dal di fuori per la «distruzione» del suo corpo; se essa si esercita è all’interno, per la sua «edificazione».

Satana non può evitare Dio

Satana aveva capito Giobbe. Egli conosceva le tendenze della nostra natura corrotta che ha egli stesso prodotto, con la sua menzogna nel giardino di Eden. «È egli forse per nulla che Giobbe teme Iddio? — diceva — Non l’hai tu circondato di un riparo?... Ma stendi un po’ la tua mano, tocca quanto egli possiede e vedrai se non ti rinnega in faccia» (1:9-11). «Pelle per pelle! L’uomo dà tutto quello che possiede, per la sua vita» (2:4). È una cosa seria e terribile pensare che egli conosce tutte le molle del pensiero e della volontà che sono dentro di noi.

Ma se Satana poteva conoscere Giobbe, non poteva però comprendere Dio! I consigli della grazia sono fuori della sua portata. Ed è per questa ragione che nella storia del mondo è sempre stato deluso nei suoi disegni, anche quando ha creduto di avere il sopravvento; perché Satana non può evitare di incontrare Dio in tutto ciò che fa o progetta contro di noi.

Quando venne verso Adamo nel giardino, Dio gli tenne testa e lo confuse con la promessa stessa fatta ad Adamo, promessa che pur proclamando la venuta del Redentore, annunziava la distruzione del nemico. Quando incitò Davide a fare il censimento del popolo, l’angelo dell’Eterno fu visto presso l’aia di Ornan, ed il luogo dove «la misericordia trionfa del giudizio» (Giacomo 2:13) divenne il luogo su cui si edificò il tempio. Quando vagliava gli apostoli come si vaglia il grano, la preghiera di Gesù lo disarmò e la fede dei fratelli invece di fallire fu fortificata. Quando poi, e questo supera tutto il resto, fece mettere Gesù in croce, questa morte stessa che lui gli infliggeva fu la sua propria rovina!

Così, in tutte le pene che ci procura, Satana sa o deve sapere che presto o tardi è con il Dio onnipotente, e non col debole mortale, ch’egli ha a che fare. Egli penetrò nel «nido» di Giobbe per spogliarlo e lasciarlo vuoto e saccheggiato. Era allora per lui un nuovo giardino di Eden, ma è stato anche il teatro della sua disfatta; perché Dio era là così come il suo servitore Giobbe, e confuse in definitiva ,il suo avversario (*).

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(*) Qualcuno ha fatto notare che Satana è sempre vinto. Questa affermazione sembra essere confermata dalla Scrittura nel modo più sorprendente, in tanti casi oltre a quelli segnalati prima. Egli è lo strumento che si presta volontario per la distruzione della carne; ma il risultato di questa distruzione è che lo spirito sia salvo alla fine (1 Corinzi 5:5). Egli riceve volentieri qualcuno che gli è dato nelle mani per una ragione giudiziaria; ma la fine di tutto questo è che un tale individuo «impari a non bestemmiare» (1 Timoteo 1:20). Egli manda i suoi messaggeri come delle schegge nella carne, e prende tanto più piacere a farlo in quanto non pensa che a fare del male, essendo «micidiale fin dal principio»; ma questo ancora si cambia in bene, perché il servo di Cristo si trova preservato dall’insuperbirsi oltre misura (2 Corinzi 12:7).
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Questi esempi sono abbastanza chiari, e mostrano incontestabilmente che il diavolo deve sempre subire una sconfitta, perché si presta egli stesso direttamente a ciò che lo confonderà. Le sue proprie armi sono rivolte contro lui stesso. Colui che egli attacca si trova, grazie al suo assalto, fortificato contro di lui. Beata sicurezza! Il nostro grande avversario non è mai vittorioso!

Così è degli eletti e di Satana, loro comune nemico. Essi un giorno prenderanno possesso del regno e nel regno non ci sarà più posto per Satana. Usciranno dalle prove che suscita da ogni parte contro di loro per portare le loro corone e cantare i loro cantici. Invece di venire ancora a presentarsi «in mezzo ai figliuoli di Dio», Satana sarà afferrato dall’angelo potente che lo getterà nell’abisso.

Tali sono i cambiamenti e gli eventi alterni che hanno avuto luogo nel corso di questa storia. Non si può parlare di questi cambiamenti senza riconoscere nello stesso tempo che la prova della fede è stata preziosa, come dice Pietro. Il nemico è respinto; i suoi ministri o messaggeri, il vento, il fuoco, i Caldei, quelli di Sheba, non hanno più la loro missione di distruzione. Giobbe stesso ha cambiato disposizione e ha fatto a Dio le sue confessioni. I suoi amici hanno cambiato opinione e si sono umiliati davanti a lui; ma vi è Uno che non cambia, che non deve ritornare indietro, che non ha alcuna parola da ritrattare e non deve correggere alcun pensiero del suo cuore. In un luogo della Scrittura, è detto di Lui: «Gesù Cristo è lo stesso ieri, oggi e in eterno» (Ebrei 13:8), e ancora che in Lui «non c’è ombra prodotta da rivolgimento» (Giacomo 1:17). Sarebbe impossibile dipingere il suo carattere in modo migliore di quanto lo fanno queste parole e i fatti che sono raccontati di Lui stesso nel libro che abbiamo meditato.

Non può esserci nello spirito dell’uomo una calma perfetta né l’assenza di ogni inquietudine s’egli non ha il sentimento che le sue forze sono proporzionate al suo lavoro, di qualunque natura esso sia. Non possiamo nemmeno possedere questa calma se non abbiamo una eguale coscienza della nostra integrità o dirittura in questo lavoro. Il sentimento della forza e della dirittura è necessario per disporci a iniziare un’opera o a prendere un’inziativa qualunque con una piena e totale libertà.

Ora, noi sappiamo che questa libertà contraddistingue tutte le vie e le opere di Dio. Egli è sempre occupato, per parlare alla maniera degli uomini, e possiede pienamente e costantemente questa calma sublime della quale parliamo. Sembra ovvio, se pensiamo alla Sua natura. Ma le vie di Gesù sulla terra hanno sempre manifestato questa qualità eccellente, ed egli era, come sappiamo, «Dio manifestato in carne». Questa calma con la quale Dio procede ci dice che, per quanto strane o addirittura arbitrarie possano sembrare all’uomo le Sue opere, Egli può dimostrarne a tutti le ragioni, in modo da essere «riconosciuto giusto» quando parla e «irreprensibile» quando giudica (Salmo 51:4). È meraviglioso che sia così. Dio è interprete di se stesso e spetta a Lui dare la soluzione all’enigma.

Sappiamo quanto Giobbe fu provato; le sue afflizioni, molteplici e profonde, sembravano essergli date, come alcuni potrebbero supporlo, senza motivo, perché camminava nel timore di Dio e si votava al servizio della sua generazione. Ma la «fine riserbatagli dal Signore» è lo spiegamento della saggezza e della grazia divina.

La pace e la calma nel godimento delle nuove benedizioni

Avendo così gettato un rapido colpo d’occhio su questi indizi rallegranti dei giorni millenniali, giorni di felicità e di trionfo che la fine di questa seria ed istruttiva storia fa passare davanti a noi, non ci resta che sfiorare ancora un altro punto.

All’inizio, Giobbe godeva di tutte le sue benedizioni con riserva ed una specie di apprensione. Non si sentiva al sicuro; il suo cuore non era affatto in riposo, né nella calma. «Non appena temo un male, ch’esso mi colpisce, e quel che pavento mi piomba addosso» (3:25). Era naturale. L’instabilità di tutte le cose, quaggiù, essendo l’effetto della caduta dell’uomo, rende questo stato d’animo necessario. Ma verso la fine non ha più né «timori di dentro» né «combattimenti di fuori». Nessuna nuvola vela più la splendente luminosità del sole che brilla su tutto quanto lo circonda, né vela più i raggi di luce che lo penetrano e lo riempiono di calma.

Oltretutto, i suoi parenti e i suoi conoscenti ritornano a lui. Non avrebbero mai dovuto abbandonarlo, perché abusiamo se crediamo di avere il diritto di rattristare quelli che Dio tiene sotto la sua, disciplina. Siamo ben lontani dall’avere ragione pensando così. Il Signore dice in Zaccaria: «E provo un grande sdegno contro le nazioni che se ne stanno ora tranquille, e che, quando mi indignai un poco contro di essa (Gerusalemme), contribuirono ad accrescere la sua disgrazia» (Zaccaria 1:15; vedere pure Isaia 47:6 ed anche Abdia 10-14). Siamo molto più in armonia col pensiero di Dio, e agiamo come degli strumenti dello Spirito, quando facciamo del nostro meglio per addolcire i mali di coloro che soffrono. Non era certamente così nel caso di Giobbe. Sono sicuro che i suoi vecchi amici si sarebbero comportati ben differentemente verso di lui se avessero conosciuto le vie di Dio. Essi non l’avrebbero abbandonato. Il fatto che «la mano di Dio» l’aveva colpito, come dichiara egli stesso in modo così commovente, avrebbe dovuto suscitare presso i suoi amici la «pietà» che implorava loro.

Tuttavia, come a colmare la felicità che rinasce con la sua ultima condizione, i suoi amici e i suoi parenti si affrettano a venire da lui per felicitarsi, per simpatizzare con lui. Se gli parlano dei suoi dolori passati non è che per aumentare la gioia di cui la sua coppa è piena, come nel giorno della festa delle capanne durante la quale Israele doveva fare delle capanne con dei rami d’albero e abitarvi per ricordare con gratitudine il viaggio attraverso il deserto (Nehemia 8:15-18).

La riconciliazione finale di tutte le cose

La fine del nostro patriarca è «doppiamente» migliore dell’inizio. Ma, fra le rallegranti anticipazioni che brillano nell’ultima pagina di questa storia, nessuna attira maggiormente il cuore come quella della riconciliazione. Giobbe, lo sappiamo tutti e il racconto lo dimostra chiaramente, aveva avuto una disputa coi suoi amici, seguendo la strada spaziosa di questo «presente secolo malvagio»; ma come entrano nel «mondo a venire» non si sente più parlare di dispute, né di rumori di guerra. Il cuore saluta con gioia questi tempi di restauro. Che felicità sarà per noi l’essere liberati dalla ricerca dell’io, dall’orgoglio e da tutte le numerose influenze di una natura egoista e corrotta! Quanti usurpatori ci sono che distruggono continuamente i piaceri del cuore! Quante cose spaventevoli rivela ogni pagina della nostra storia! Non è che un susseguirsi di ansie e di turbamenti causati dall’invidia, dall’ambizione, dal rancore. È triste vedere gli uomini «odiosi e odiantisi gli uni gli altri», e ricordarsi che noi viviamo ancora in mezzo a questi elementi il cui contatto è così pernicioso.

Ma vi è un’altra cosa che abbiamo in prospettiva e di cui la Parola, secondo le vie della saggezza e della grazia di Dio, ci offre continuamente un quadro mistico, come qui nel capitolo 42 di Giobbe: non sarà più possibile all’uomo essere sedotto o ingannato da Satana, e Colui che Dio avrà unto avrà il sopravvento. Allora si apprezzerà la beatitudine di passare da uno stato di tenebre alla meravigliosa luce, si godrà della luminosità celeste dopo aver attraversato i secoli di una notte profondamente oscura.

Sappiamo dalla Scrittura che un grande rinnovamento cambierà l’aspetto della natura nel regno futuro. Come i profeti annunciano, il deserto sarà nell’allegrezza e fiorirà come una rosa, lo zoppo salterà come un cervo, la lingua del muto sarà sciolta e canterà di gioia, la vacca pascerà con l’orsa, il lupo abiterà con l’agnello e il leone si coricherà col capretto. Tutta la natura sarà in un ordine degno della presenza del Signore. I fiumi applaudiranno, tutti gli alberi della foresta canteranno di gioia davanti a Lui. La creazione trionferà nella libertà della gloria, come aveva gemuto e sofferto sotto la servitù della corruzione (Isaia 11:6-9; Salmi 96 e 98; Romani 8:19-22). Sarà come una vita da molto tempo intorpidita e che improvvisamente è risvegliata. Sarà la stessa creazione, ma sotto una nuova autorità, sotto nuove influenze. Appena i figli di Dio saranno manifestati, tutto l’universo rinascerà in condizioni nuove.

Sarà lo stesso per l’uomo, quando verrà assoggettato alle potenze dell’età futura. Subito dopo che il presente secolo malvagio avrà fatto posto al secolo a venire, nuovi principi sarano introdotti per inquadrare ed abbellire la scena e procurare delle gioie morali, che sono le più ricche di tutte, a tutta la vita personale e sociale. L’effetto sarà uguale a quello dei suoni armoniosi di uno strumento perfettamente accordato.

Il sistema dei regni vegetale e animale è suscettibile di rivestire tali forme di bellezza e d’ordine in cui la bontà e la saggezza divina possono riflettersi con la più alta espressione di felicità e di vita; ma lo spirito rinnovato dell’uomo possiede delle forze e degli affetti che sono d’una qualità squisita e d’una natura superiore a tutto il resto, anche se nella nostra condizione attuale abbiamo da lottare col vecchio uomo e da soffrire le rudi opposizioni della carne.

La Scrittura ci dà molte testimonianze di questa virtù e di questa gioia morale dell’«economia» futura. In Genesi 21 si vedono insieme, per un momento, il padre d’Israele e quello dei Gentili. La comunione di Abrahamo con Abimelec è un segno delle sante e felici relazioni che Israele avrà con i Gentili nel secolo a venire. I motivi che avevano causato delle divisioni e dei turbamenti fra loro sono risolti. Il pozzo d’acqua, a causa del quale avevano delle liti, serve ora come testimonianza della loro alleanza.

È la stessa cosa in Esodo 18. Troviamo Jethro e le tribù riscattate di Israele che si incontrano alla montagna di Dio, come tipo di quell’associazione che sarà stabilita fra le famiglie del cielo e quelle della terra.

Così pure, la generazione dell’epoca in cui termina la carriera di Davide e incomincia quella di Salomone offre lo stesso spettacolo. Il popolo si era diviso e battuto, nel bosco di Efraim (2 Samuele 18); ma la spada che aveva fatto tante rovine è trasformata in vomero. I tempi di Salomone furono, in figura, i tempi del millennio; tutto il paese godeva, sotto questo re illustre, d’una pace, d’una prosperità e di una gloria splendida.

Vedremo presto la realtà di una tale trasformazione. Nella terra promessa, «la gelosia di Efraim scomparirà, e gli avversari di Giuda saranno annientati. Efraim non invidierà più Giuda e Giuda non sarà più ostile ad Efraim» (Isaia 11:13). L’orgoglio e l’egoismo, così come l’avarizia e la malvagità, cesseranno di farci la guerra.

Il racconto sul quale abbiamo meditato, il più antico e il più celebre dei libri ispirati, ci offre quindi un esempio di questo periodo milleniale. Giobbe e i suoi tre amici, Elifaz, Bildad e Tsofar non litigano più; sono dei fratelli uniti, sono finalmente arrivati sulla sommità della montagna!

Bisognerebbe che i nostri cuori fossero veramente incapaci di ogni affetto secondo la grazia e morti a tutti quello che può produrre delle dolci e pure emozioni, se non fossimo disposti a salutare la prospettiva di un tale avvenire di gloria e di felicità. Colui che un tempo abbatté colla sua croce il muro di separazione, e che dà ora a tutti uno stesso accesso presso al nostro Padre comune, avvicinerà Efraim a Giuda, e dei due non ne farà che uno. Allora, tutto l’Israele di Dio sulla terra sarà d’un solo cuore perché la notizia della luce e della gioia della salvezza di Sion verrà portata, con una santa fretta, dai messaggeri sulle montagne alle sentinelle della città, da queste al popolo, e dal popolo alle nazioni (Isaia 52:7-9).

Così pure, quanto ai credenti, alla famiglia celeste, i figli della risurrezione non conosceranno più «in parte», come Giobbe e i suoi amici all’inizio, ma quello che è in parte sarà abolito e si realizzerà la perfezione del cielo (1 Corinzi 13:12).




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