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I cieli aperti

Meditazioni sull’epistola agli Ebrei

John Gifford Bellett

Il Dispensatore, 1888-1889

 
Ce ne sono che, siccome l’epistola non parla di noi come Chiesa, non ci vedono nulla per noi. E veramente essa non tratta di noi; ma si occupa esclusivamente di Cristo. —  G.V. Wigram  
 

Indice:
  1. Capitoli 1 e 2 2. Capitoli 3 e 4 3. Capitolo 5:1-10 4. Capitoli 5:11-14 e 6 5. Capitolo 7 6. Capitolo 8 7. Capitoli 9 e 10:1-18 8. Capitolo 10:19-39 9. Capitolo 11 10. Capitolo 12 11. Capitolo 13 12. Conclusione

1. Capitoli 1 e 2

Studiando l’epistola agli Ebrei, si vede apparire con forza una delle qualità del Libro di Dio. La si può leggere sotto diversi aspetti, e non uno ne contraddice un altro. Quest’epistola potrebbe essere considerata sotto sei o sette punti di vista colla più grande facilità: esaminiamone un poco i due primi capitoli. Essa ci apre i cieli tali quali sono ora; com’è prezioso per i nostri cuori un simile soggetto!

Se riguardiamo in alto, noi vediamo i cieli materiali; ciò che scorgiamo non sono che i cieli esteriori; ma quest’epistola ci rivela i cieli interiori, non nel loro carattere fisico, bensì nel loro carattere morale. Essa spiega ai nostri sguardi le glorie devolute al Signore Gesù ora raccolto nei cieli; e così siamo resi capaci di vedere i cieli nei quali Egli si è seduto, ciò di cui si occupa lassù, e ciò che succederà a questi cieli. Quando il Signore Gesù si trovava in questo inondo, i cieli (come vediamo in Matteo 3), s’aprirono per contemplarlo, perché vi era quaggiù un oggetto degno della loro attenzione; ma quando se ne ritornò in alto, i cieli possedettero un oggetto che prima non avevano mai veduto, un uomo glorificato. Ora, il compito della nostra epistola è di mostrarci i cieli come il posto di quest’uomo glorificato; e nello stesso modo che Matteo 3 ci presenta i cieli aperti per contemplare il Cristo quaggiù, così nell’epistola agli Ebrei troviamo i cieli aperti, affinché possiamo contemplare Cristo lassù.

Ma se qualcuno mi chiedesse se la storia dei cieli consiste tutta in ciò, risponderei di no, e lo rimanderei ai capitoli 4 e 5 dell’Apocalisse, dove troviamo che i cieli si preparano per il giudizio della terra, ed alla fine del libro, dove trovasi che i cieli sono la residenza non solo dell’uomo glorificato, ma della Chiesa glorificata. Quali scritti sono questi, clic possono svelarci simili segreti! Non si trovano che nella biblioteca divina. Se prendete un volume, vi parlerà dei cieli; ne aprite un altro, e tratterà dell’uomo nel suo stato di rovina; ne scegliete un terzo, e vi troverete Dio nella Sua grazia; e così di seguito, vedrete nell’insieme chiaramente esposti i consigli e le vie di Dio verso l’uomo, in una preziosa e meravigliosa varietà.

Mettiamoci ora in presenza dei nostri due capitoli. «Dopo aver fatto la purificazione dei peccati, si è seduto alla destra della Maestà nei luoghi altissimi». Questo è appunto la prova di ciò che ho detto che, cioè, l’epistola ci apre i cieli. Il Signore è stato quaggiù facendo la purificazione dei nostri peccati, ed è salito per occupare i cieli come Colui che ha fatto questa purificazione. Supponete ch’io abbia viaggiato in un paese lontano, potrei descrivervelo in modo da farvi provare un piacere immenso e farvi concepire un ardente desiderio di visitarlo; ma quando lo Spirito Santo viene e vi mostra i cieli distanti, fa ancor più di ciò; vi mostra che si vigila sui vostri interessi. È il nostro rappresentante che è seduto nel posto più distinto; potremo noi avere un legame più intimo con quel luogo? Non è forse strano che noi non prendiamo tutti il volo per essere là al più presto? E pensare che Egli è seduto lassù, perché è venuto a morire per noi d’una morte crudele! — Vi sfido d’avere nel cielo un interesse maggiore di quello che Dio vi ha dato.

Ora, nel versetto 4, vediamo che non è solamente come avendo fatto la purificazione dei nostri peccati, ma nella Sua vera umanità, che Egli è là, seduto al disopra delle armate angeliche. Abbiamo già veduto quale immenso interesse abbiamo in Lui come Colui che ci purifica da ogni peccato; e qui il capitolo ce lo presenta come Figlio dell’uomo innalzato al disopra degli angeli. L’uomo è stato preferito agli angeli nella persona di Cristo; la natura umana è stata messa al disopra della natura angelica, sia che si trovi in Michele, sia in Gabriele. Così tutto il primo capitolo è consacrato a presentarci due aspetti di Cristo nel cielo. Quali segreti vi sono là! Il Purificatore dei nostri peccati è un uomo, un vero uomo simile a noi, seduto alla destra della Maestà nei luoghi celesti!

I quattro primi versetti del capitolo 2 vanno letti come una parentesi. Lo Spirito Santo parla il linguaggio della natura; e l’apostolo fa qui come fanno spesso due amici conversando insieme, i quali lasciano a parte per un istante il soggetto principale del loro discorso, per parlare un poco su un altro. Egli insegna delle cose meravigliose, ed avverte gli Ebrei che si guardino di lasciarle cadere in orecchie distratte o noncuranti. Noi non dobbiamo essere soltanto degli scolari; e se siamo veramente alla scuola di Dio, dei discepoli di un maestro vivente, mentre impareremo la nostra lezione, avremo pure la nostra coscienza esercitata. Questo è quanto cerca di fare qui l’apostolo: esercitare la nostra coscienza. Questa parentesi suona all’orecchio nel modo più dolce e più gradevole.

Ma, quantunque sia una parentesi, essa ci rivela una nuova gloria. Quale abbondanza di frutti nel campo della Scrittura! Non è punto un suolo che vada coltivato con grandi stenti per non avere che un magro raccolto. Questa parentesi contiene un’altra gloria di Cristo, in quanto che Egli presentato là come un apostolo — il mio apostolo; vale a dire che Egli è un predicatore per me. Nei tempi trascorsi Dio ha parlato per mezzo dei profeti; ora ci parla per mezzo del Figlio, e Cristo nei cieli è l’Apostolo del cristianesimo. E qual’è il soggetto della Sua predicazione? La salvezza, quella salvezza ch’Egli ha operata per noi come il Purificatore dei nostri peccati, e che ci fa conoscere come l’Apostolo della nostra professione. Non trovate forse che là c’è una verità di più intorno ai cieli?

Poi il versetto 5 ci riconduce al soggetto del capitolo 1: le glorie distintive di Cristo, come avendo preminenza sopra gli angeli. «Difatti non è ad angeli che Dio ha sottoposto il mondo futuro del quale parliamo». Cos’è il mondo futuro? È il secolo millenniale di cui parla il Salmo 8.

Noi abbiamo lì tre condizioni del Figlio dell’uomo: «di poco inferiore agli angeli»; «coronato di gloria e d’onore»; e «ogni cosa sotto i suoi piedi. » Di modo che non è agli angeli, ma al Figlio dell’uomo che il mondo avvenire è stato sottoposto. Si vede da ciò che abbiamo un interesse immenso in quest’Uomo glorificato. Ho detto un momento fa che se fossi andato in un paese lontano, e vi facessi la descrizione dei suoi magnifici paesaggi, provereste facilmente il desiderio di godere voi stessi della loro vista. Ma quest’epistola fa ancora di più: ci mostra che abbiamo un interesse personale in quelle glorie che spiega al nostro sguardo. Vi ha forse un solo punto dove sia passato il Figlio dell’uomo nel quale non siamo interessati? L’Apostolo traccia di nuovo per noi il sentiero che Egli ha percorso; quindi, ripeto, che quest’epistola ci rende visibili i cieli lontani, ci mostra le glorie inerenti a Cristo, e c’insegna che abbiamo un interesse diretto, personale, in queste glorie.

Nel versetto 10 appare un nuovo pensiero: «Era giusto che Dio rendesse perfetto (o consacrasse), per via di sofferenze, l’autore della loro salvezza». Fermiamoci un momento. Era convenevole per la gloria di Dio che vi desse un Salvatore perfetto. Lo credete voi, lettore? Possedete voi Cristo in modo che non siate mai tentato, nemmeno da un solo pensiero, di riguardare oltre a Lui? Noi abbiamo ottenuto una salvezza che non potrebbe in nessun modo essere messa in dubbio, una salvezza infallibile e che sosterrà l’urto di qualsiasi giorno malvagio che possa venire.

Il versetto 11 c’introduce ancora più nella conoscenza di quell’interesse che abbiamo nell’Uomo glorificato. «Sia colui che santifica sia quelli che sono santificati provengono tutti da uno; per questo egli non si vergogna di chiamarli fratelli». Non si vergogna! Pubblicate ciò affinché la terra ed il cielo l’intendano! — Quest’uomo glorificato è un Fratello degli eletti di Dio. Non ha onta a causa della loro dignità; non solo per la Sua grazia, ma per la loro dignità personale. Egli mi ha assegnato una parte del Suo trono, può forse vergognarsi dei Suoi propri atti, della Sua propria adozione? Quando leggiamo la Scrittura, bisogna che rifiutiamo ogni pensiero basso e freddo. I nostri pensieri su Cristo dovrebbero essere tali che cattivassero tutto il nostro essere, ci portassero sopra delle ali d’aquila. «In mezzo all’assemblea canterò la tua lode.» — Cristo che intuona il cantico dei riscattati, e che non ha vergogna di trovarsi con loro! «E di nuovo: Io metterò la mia fiducia in lui.» Egli fece ciò quando si trovò quaggiù, e noi lo facciamo ora. «E inoltre: Ecco me e i figli che Dio mi ha dati.» Ecco l’interesse che noi abbiamo nell’Uomo glorificato.

Ritorniamo quindi a contemplare ciò che fu in umiliazione. «Infatti, egli non viene in aiuto ad angeli, ma viene in aiuto alla discendenza di Abraamo». Ha lasciato gli angeli dove li aveva trovati; essi si distinguevano in forza, hanno conservato il loro primo stato, ed Egli li ha lasciati. L’uomo invece si distingueva in debolezza e malvagità, ed Egli è venuto ad associarsi con lui. Poi, il versetto 17 ci inizia ad un’altra gloria che si riferisce a Cristo nei cieli. Lo contempliamo lassù come nostro Sommo Sacerdote, sempre intento al Suo servizio di riconciliazione quanto ai peccati, e di soccorso quanto alle sofferenze ed alla tentazione. L’epistola abbonda di glorie divine; si può dire che sono delle masse di glorie e di divini pensieri, che sono contenuti nei suoi stretti limiti.

2. Capitoli 3 e 4

Come lo notavamo sopra, un tratto caratteristico di quest’epistola è di farci vedere il cielo nel suo stato attuale, non come era nel primo capitolo della Genesi, né come sarà all’epoca di Apolicasse 4 o 21. Il cielo di Genesi 1 non conteneva nessun uomo glorificato, nessun apostolo, né alcun Sommo Sacerdote; mentre il cielo dell’epistola agli Ebrei possiede tutte queste cose. Tale essendo il carattere generale dell’epistola, abbiamo considerato il Signore Gesù in quanto che si trova in questo cielo; poi abbiamo notato che il Signore si trova là come un uomo glorificato, come il Purificatore dei nostri peccati, come il nostro Apostolo annunziante la salvezza, e come il Sommo Sacerdote facente propiziazione dei peccati. Ogni pagina è ricca nell’enumerare le glorie che ha ora il Signore Gesù nel cielo.

I due capitoli precedenti avendoci introdotti nei cieli dove c’è Cristo, e presentatoci Cristo che è in questi cieli, quelli che ci accingiamo a studiare s’indirizzano un poco a noi per esortarci seriamente e dirci di stare attenti ora che seguiamo il cammino in Sua compagnia. Il primo pensiero si è che dobbiamo considerarlo nella Sua fedeltà. Quest’esortazione generalmente è mal compresa. In vista di che dobbiamo noi considerare l’Apostolo ed il Sommo Sacerdote della nostra professione? Forse per imitarlo? Il sentimento religioso dice di sì; ma il significato del passo è ch’io devo considerarlo come fedele a Dio per quanto mi concerne; fedele in modo tale ch’io possa essere salvato eternamente. Se non lo considero così, ho travisato affatto il senso del passo, ed ho perduto il sentimento della grazia. Ciò che qui ci viene presentato, non è la fedeltà di Cristo quando camminava quaggiù, ma la Sua fedeltà ora che è nel cielo. Guardo in alto, e Lo vedo compiendo questi uffici, fedele a Colui che L’ha stabilito. È forse mio compito di imitarlo nel Suo Sommo Sacerdozio? Debbo piuttosto considerarlo per la mia felicità ed il mio incoraggiamento.

Quale ricchezza di grazia rinchiude tutto ciò! La grazia di Dio che ha stabilito Cristo, la grazia del Figlio che compie l’opera, e la grazia che apre il capitolo 3 sono d’una magnificenza infinita. Dove trovare un’esortazione più sublime od una più divina dottrina? Abbiamo il Figlio nel più alto dei cieli, seduto là come il Purificatore dei nostri peccati, l’Apostolo ed il Sommo Sacerdote della nostra professione; e potrebbe forse esservi un’esortazione più divina che quella la quale mi dice di sedermi tranquillamente e di riguardare a Lui nella Sua fedeltà lassù?

Dopo, nei versetti 3, 4 e seguenti ci vengono rivelate altre glorie di Cristo in contrasto con Mosè. La prima dispensazione è quivi chiamata una casa, ed era come un servitore per compiere il servizio d’un Cristo futuro. — Mosè e la casa sono identici. Tutto l’organismo di questa dispensazione, tutte le istituzioni ch’erano in attività, erano senza valore se non rendevano testimonianza ad un Cristo che doveva venire. — Ecco perché era un servitore. D’altra parte, quando il Signore viene, viene come Figlio per reclamare ciò che è Suo. Ed ora tutto si riassume in ciò: La casa sulla quale Egli è stabilito, gli sarà essa fedele?

In cosa consiste la nostra fedeltà? Nel perseverare nella nostra fiducia, e nel tenere ferma fino alla fine la gioia della speranza: — «Cristo per me!» Io non voglio altro che questo Cristo, il quale basta a tutto. Attaccatevi a Lui un giorno dopo l’altro, finché il viaggio del deserto sia finito; così farete parte, e parte integrante di questa casa, sulla quale Egli è stabilito come Figlio. E non è soltanto stabilito sopra di essa; ma la reclama come Sua — quale pensiero più caro e più prezioso ancora! È affatto giusto d’essergli sottomesso; ma Egli vi dice di riposarvi sul Suo cuore. La fedeltà non consiste semplicemente ad essere sottomesso all’autorità Sovrana di Cristo, ma di dimorare nel Suo seno.

Lo Spirito venendo alle esortazioni dei capitoli 3 e 4, non ha dunque lasciato il terreno elevato e meraviglioso dei capitoli 1 e 2. Poi, arrivato a questo punto, si rivolge verso il Salmo 95. Se cominciate a leggere il Salmo 92 e che continuiate fino alla fine del 101, vedrete che ciò forma un magnifico volumetto millenniale. Sono esortazioni ed appelli dello Spirito di fede in Israele, invitandolo a riguardare innanzi, al riposo di Dio.

Come mai ciò è introdotto qui? — Il viaggio d’Israele attraverso il deserto è un quadro vivente di quello che compie ora il credente, dalla croce alla gloria. Qualche volta, leggendo il principio del capitolo 4, le persone si rivolgono a loro stesse. Ma bisogna considerare che il riposo della coscienza non è per nulla ciò di cui si tratta in questo passo; esso ci assicura, invece, che siamo usciti d’Egitto, e che siamo diretti verso Canaan. Il pericolo non è mica che il sangue non sia sullo stipite della porta, ma piuttosto di cadere in cammino. Giammai l’Apostolo vi chiama ad esaminare nuovamente la questione se avete trovato il riposo nel sangue; ma vi avverte che guardiate come camminate tutto il lungo della strada. Quando parla del riposo, è il riposo del suo regno, e non il riposo della coscienza. Poi lo Spirito Santo chiama tutto il secolo attraverso il quale noi passiamo, un giorno: «Oggi». È stata una breve giornata per il ladro moribondo sulla croce — una breve giornata per il martire Stefano — un giorno più lungo per Paolo, ed uno ancora più lungo per Giovanni; ma, che sia corto o lungo, il viaggio del deserto non è che un giorno, e voi dovete ritenere Cristo fino alla fine. Se dovete essere partecipi di Cristo, bisogna che teniate fermo fino alla fine.

Ma cos’è il Cristo del versetto 14? Un Cristo crocifisso? No; è un Cristo glorificato. Voi siete partecipi di Cristo nel regno, se ritenete fermo Cristo crocifisso. Che questa parola «oggi» non cessi un istante di echeggiare nel nostro cuore e nella nostra coscienza. Ritenere un Cristo crocifisso costituisce il mio diritto al riposo d’un Cristo glorificato. Due cose combattono contro di voi per privarvi di questa benedizione: il peccato e l’incredulità. A misura che progredite nella vostra corsa, non distinguete voi questi due terribili nemici? Continuerò io a peccare? Debbo accogliere un sol cattivo pensiero? — È possibile che mi lasci sorprendere, ma debbo io trattarli l’uno e l’altro diversamente che come nemici? — L’incredulità, poi, è un’azione dell’anima riguardo a Dio. Voi ed io ignoriamo entrambi cos’è la santità del carattere, cosa vuol dire essere tra l’Egitto e Canaan, se non sappiamo che queste due cose si oppongono vivamente ogni giorno al proseguimento del nostro cammino.

Il capitolo 4 continua a trattare questo soggetto. Il Cristo del capitolo 3:14, è il riposo del capitolo 4; Cristo glorificato — riposo glorioso. L’esortazione s’indirizza a persone che sono uscite d’Egitto, perché siamo stati usciti di là, ed abbiamo lasciato dietro noi l’architrave asperso di sangue. Canaan, il paese della gloria, è davanti a noi; — guardiamoci dal non raggiungerlo, «poiché a noi come a loro è stata annunziata una buona notizia (o l’Evangelo)». L’Evangelo della gloria di Cristo (e non del sangue di Cristo) prese una certa forma per l’orecchio degli Israeliti, e ne prende un’altra per noi, ma tanto a loro come a noi, il riposo fu predicato.

Allora lo Spirito Santo torna indietro, in un modo pieno di bellezza, al Sabbato di riposo del Creatore. Dio s’era riservato un riposo dopo l’opera della creazione, aveva promesso a sé stesso un riposo in Canaan, dopo che avrebbe fatto passare il deserto ad Israele. Ma Adamo guastò il Suo riposo nella creazione, ed Israele guastò il Suo riposo in Canaan. Deve dunque essere privato del Suo riposo? No. — Egli l’ha trovato in Cristo. Il segreto di tutto il libro di Dio, si è ch’Egli si è ritirato in Cristo dopo non aver trovato che mancamento nell’uomo. Cristo è Colui che ha operato questo riposo, il quale ora è con Lui, tanto per Dio quanto per i Suoi santi. «Poiché risulta che alcuni devono entrarci», non è più una cosa che possa mancare, dipendendo d’Adamo o d’Israele; guardiamo dunque dal non raggiungerlo.

Or troviamo due modi per servirci di Cristo. Alla fine del capitolo 3 ci vennero segnalati due nemici; qui, alla fine del capitolo 4, ci vengono presentate due maniere per valerci di Cristo. Dobbiamo servirci di Lui come Parola di Dio, e come essendo il Sommo Sacerdote della nostra professione. È in questo modo ch’io Lo prendo e L’applico alle mie necessità? — Questi due aspetti di Cristo fanno fronte al peccato ed all’incredulità. Che la Parola di Dio giudichi dei pensieri e delle intenzioni del vostro cuore. Invece di dare libero sfogo alle vostre concupiscenze e vanità, lasciate che penetri la spada a due tagli, la quale non tollera il più piccolo briciolo di peccato! E dopo aver espulso il nemico, dopo aver trovato qualche concupiscenza favorita nascosta in un angolo, e qualche vanità che non sospettavate vi fosse in un altro, cosa dovrete fare? — Portarle a Cristo, affinché il Suo Sommo Sacerdozio ne disponga secondo la misericordia e la grazia che vi sono in esso.

Per ora fermiamoci qui. Abbiamo visto i cieli aperti, abbiamo riguardato dentro, e vi abbiamo trovato un uomo rivestito di diverse glorie, in ognuna delle quali abbiamo il massimo interesse. Qua viene l’esortazione. — Due nemici vi premono da due lati. Guardatevi. Invece di cedere, usate la spada a due tagli, e quando li avrete respinti, portateli a Gesù. Che ammirabile armonia tra il Cristo come ci viene dipinto in alto, nei capitoli 1 e 2, e voi ed io come siamo presentati quaggiù in tutti i tratti dei capitoli 3 e 4!

3. Capitolo 5:1-10

Leggiamo ora fino al versetto 10 del capitolo 5, e notiamo che di là fino alla fine del capitolo 6, l’Apostolo introduce una parentesi per dare qualche serio avvertimento. Il suo stile è pieno di parentesi; noi pure ne facciamo grande uso nei nostri reciproci rapporti, e simili piccole parti ed intercalari in un discorso ci sono sempre gradevoli.

I dieci primi versetti offrono ai nostri pensieri un importantissimo soggetto. Nel primo versetto troviamo l’idea generale del sacerdozio considerato in sé stesso, il quale assicura a degli uomini le loro relazioni con Dio. Poi viene la natura di questo servizio: «Per offrire doni e sacrifici per i peccati;» cioè, affinché presenti a Dio tanto i servizi eucaristici (cioè di ringraziamento e d’adorazione), come i servizi penitenziali e espiatori. Egli sta ritto per curare i nostri interessi presso Dio, sotto qualsiasi forma si presentino. È «preso tra gli uomini » onde sia capace d’avere dell’indulgenza per gli ignoranti e gli erranti. Non è stato scelto fra gli angeli, ed è perciò che leggiamo in Timoteo: «Cristo Gesù uomo». Costituendo un sacerdote per noi, Dio ha scelto qualcuno che possa aver dell’indulgenza. Troviamo verso la fine del capitolo 7 che il Signore Gesù era esente da ogni debolezza; ma qui il Sacerdote era un uomo, il quale, per la sua debolezza, poteva provare della simpatia. Il Signore Gesù ebbe ad imparare il modo di provare della simpatia, come ebbe ad imparare l’obbedienza per le cose che ha sofferto.

Nell’Antico Testamento, due persone sono distintamente stabilite nell’ufficio del Sacerdozio: Aaronne nei capitoli 8 e 9 del Levitico, e Fineas nei Numeri 25. Fra loro v’era questa differenza: che Aaronne fu semplicemente chiamato al sacerdozio, mentre Fineas vi acquistò un diritto. Quando giungiamo al Signore Gesù, troviamo che riunì in Lui l’uno e l’altro di questi sacerdozi. Fu «chiamato (o nominato) da Dio, come nel caso di Aaronne».

Aaronne fu semplicemente un sacerdote nominato. Il sacerdozio che troviamo nei Numeri 25 è in contrasto con quello d’Aaronne, poiché Fineas non fu nominato come Aaronne, ma acquistò il suo titolo. Ed in che modo l’acquistò? — Fece propiziazione per i figli d’Israele nel giorno della loro grande caduta intorno alle figlie di Baal-Peor, di modo che il Signore potè di nuovo riguardare con soddisfazione il loro campo errante nel deserto. Egli si levò per vendicare la causa della giustizia e fare propiziazione per il peccato del popolo. «Il Signore parlò a Mosè e disse: Fineas... ha allontanato la mia ira dai figli d’Israele... Perciò digli che io stabilisco con lui un patto di pace,... l’alleanza di un sacerdozio perenne... » (Numeri 25:10-13). Ciò è d’una bellezza senza pari; e non si potrebbe considerare il Cristo di Dio ad una luce più splendida che in quest’atto di Fineas. Aaronne non ebbe mai un simile diritto ad un patto di pace; quindi è sotto quest’aspetto che si può considerare il sacerdozio del Signore Gesù leggendo l’Antico Testamento (*). Egli fu il vero Aaronne ed il vero Fineas.

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(*) Melchisedec fu un terzo aspetto (Ebrei 7).
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Gesù, il nostro prezioso Salvatore, fu chiamato al glorioso ufficio di sacerdote come lo fu Aaronne, ma entrò in carica perché aveva fatto la propiziazione. Questa terra era come l’atrio esteriore del tempio, dove si trovava l’altare di rame; ed il Signore Gesù è ora seduto nel Santuario celeste, edificato da Dio e non dall’uomo, perché egli è passato per l’altare di rame sulla terra. È passato per l’altare recandovi soddisfazione. Nulla potrebbe essere più semplice e portare ad un tempo un simile suggello di misteriosa grandezza. In qual modo Dio rese testimonianza della soddisfazione che l’altare di rame aveva dato alla Sua giustizia? Con lo spartimento della cortina. È dunque cosa facile l’entrarvi. Se Dio ha stracciato la cortina, debbo io credere che l’abbia stracciata per nulla? Se è stracciata, ora io ho tanto il diritto di entrare, come gli Israeliti erano obbligati un tempo di restare fuori. Recando ogni soddisfazione alla divina giustizia, all’altere, Cristo è passato per la cortina squarciata, nel santuario che è nei cieli — ciò si vede dal passo che meditiamo.

Cristo non ha glorificato sé stesso per essere Sommo Sacerdote. Perché l’essere Sommo Sacerdote è un onore? Mi si dirà che non si può aggiungere nulla alla dignità del Figlio di Dio, e l’ammetto pienamente; ma permettetemi di chiedervi se gli uomini non sanno cosa sia il possedere dignità acquisite, tanto come possedere dignità ereditarie. Il figlio d’un nobile va alla guerra; non può egli acquistare onori, distinzioni, che vengono ad aggiungersi alle dignità ereditarie nella sua famiglia? E non è forse certo che quelle acquisite saranno da lui maggiormente apprezzate? Sente, infatti, ch’esse le recano maggior onore; le sue glorie ereditarie sono certamente per lui, ma non per il suo merito, mentre le dignità che ha guadagnate sono più specialmente sue. Le cose umane possono qualche volta illustrare le cose divine. Chi potrebbe aggiungere qualcosa a Colui che è Dio sopra tutto, benedetto eternamente? Ma il Figlio fu alla battaglia, ed ha acquistato degli onori che non sarebbero mai stati Suoi, se non si fosse incaricato della causa dei peccatori; e come gli sono cari e preziosi questi onori! Questa parola «chiamato» nell’originale ha una squisita dolcezza. Dio Lo «ha salutato» (o «proclamato» vedere v. 10), Lo «ha accolto» quando L’ha fatto sedere nel santuario, come L’ha accolto quando L’ha fatto sedere sul trono, «Siedi alla mia destra». L’epistola agli Ebrei ci fa vedere nei cieli aperti un trono ed un santuario.

Nei versetti 7, 8 e 9 troviamo delle verità importantissime, nelle quali siamo interessati. «Nei giorni della sua carne» (notiamolo con una santa riverenza) «con alte grida e con lacrime egli offrì preghiere e suppliche a colui che poteva salvarlo dalla morte». La scena di questa lotta fu eminentemente notata nel Getsemani. Che avvenne là? Cristo, per così dire, fu riempito d’orrore al pensiero di subire il giudizio di Dio contro il peccato. «Ed è stato esaudito per la sua pietà». Fu esaudito, perché la morte, il salario del peccato, non aveva nessun diritto su di Lui. Il Suo diritto alla liberazione fu riconosciuto, ed invece del giudizio di Dio per disseccare la Sua carne, gli viene mandato un angelo per confortarlo.

Però sofferse la morte. Avrebbe potuto valersi del Suo diritto personale per esentarsi; invece l’ha subita. Imparò l’obbedienza alla sua sottomissione andando dal Getsemani al Calvario, ed ora si presenta agli sguardi di ogni peccatore sulla terra, come l’autore della salvezza eterna. Nel Getsemani vediamo il Signore, se mi è lecito di così esprimermi, che fa valere i Suoi diritti contro la morte; e questi diritti sono riconosciuti, quantunque la morte non avesse potenza sopra di Lui personalmente. Egli dice: «Sia fatta la tua volontà!» Dal Getsemani avrebbe potuto andare al cielo, ma preferì andare sul Calvario; ed essendo stato pienamente consacrato (cioè manifestato perfetto per compiere il suo servizio), divenne per tutti quelli che gli ubbidiscono, autore di salvezza eterna. Poi, quando l’altare fu soddisfatto, il Santuario Lo ricevette, ed è là ch’Egli si trova ora.

Nell’opera della creazione, Dio mise un uomo nel giardino, nello stato d’innocenza; nell’opera della Redenzione, Dio ha posto un uomo nel cielo, nella gloria. V’è una «gloria tanto superiore» (2 Cor. 3:10). La gloria che brilla nella Redenzione riduce al niente quella che rifulse un tempo nella creazione.

Siamo giunti al versetto 10; e qui bisogna osservare che il linguaggio di questo versetto è ripreso al versetto 20 del capitolo 6, e che a quest’ultimo punto l’argomentazione non è più innanzi che al versetto 10 del capitolo 5. Supponete dunque che io debba studiare con voi i capitoli 1, 2 e 3 della 1a epistola ai Corinzi; là voi trovereste l’Apostolo che è impedito nel suo insegnamento, perché i Corinzi erano carnali e non potevano essere iniziati alla conoscenza dei ricchi tesori elle egli possedeva e che sono accumulati per la Chiesa. Lo stesso avviene qui; tranne che il male che faceva ostacolo a Corinto era d’una natura morale; qui è un male che ha attinenza con la dottrina.

4. Capitoli 5:11-14 e 6

Abbiamo lasciato la dottrina al versetto 10 del capitolo 5; e di là fino alla fine del capitolo 6 troviamo una parentesi. Abbiamo notato che l’Apostolo interrompendo il suo discorso per esortare gli Ebrei, ciò che temeva di trovare fra loro, e contro cui voleva premunirli, non era la corruzione morale, come nei Corinti, ma la corruziono della dottrina. Ed anche oggi non vediamo forse attorno a noi simili varietà morali? — L’uno ha le disposizioni dei Corinti, l’altro quelle dei Galati. Ciò che Paolo temeva in quanto agli Ebrei, è che essi abbandonassero Cristo come oggetto della loro fiducia.

Era difficilissimo per un Ebreo di lasciare le cose nelle quali era stato allevato, e non aveva «esperienza della parola di giustizia» (5:13). Lo spirito legale è piuttosto inclinato a considerare la giustizia come una cosa a noi domandata; Dio invece la considera come una cosa che vuol donarci. E nel capitolo seguente, trovando quest’ostacolo fra di loro, emette un grido d’allarme, nello stesso modo che nel principio del capitolo 2 ha fatto risuonare una parola d’esortazione. Lo spirito carnale e lo spirito legale sono due grandi miserabili; sono due piccole volpi che guastano le vigne di Dio (Cant. 2:15). Or, dice l’Apostolo, bisogna che lasciate queste cose; bisogna ch’io vi passi ad un altro studio, e questo è la perfezione. «Infatti quelli che sono stati una volta illuminati,... e poi sono caduti, è impossibile ricondurli di nuovo al ravvedimento» vale a dire: «non è in mia facoltà di farlo». Bisogna lasciare una simile cosa a Dio; che siano ricondotti o no. È tra Dio ed essi. Dopo aver conosciuto Cristo, è una cosa terribile di fare ritorno alle ordinanze; ma non ho autorità per dire che ciò non sarà perdonato nella persona di molti che sono stati sedotti, ma che sono ritornati.

Qual’è 1’insegnamento che Dio vuol dare ai vostri cuori oggi (cap. 6 versetto 7). Non è certamente quello della legge, ma quello della grazia. Mosè era sul principio della leggo; il Signore Gesù era sul principio della grazia, e ciò che è adatto ad un simile insegnamento, sono dei cuori aperti, felici e riconoscenti. Come si trova la vostra anima davanti a Dio? Lo vedete voi pronto a giudicarvi, oppure nella ricca effusione della Sua grazia? L’anima vostra è in comunione con Dio nella libertà della grazia, o essa teme un prossimo giudizio? Se il vero è quest’ultimo caso, essa non produce delle erbe appropriate a Colui per il quale è lavorata. Le spine ed i triboli sono il prodotto della natura; sono il prodotto naturale d’una scena corrotta, sia la terra che calpesto, come il cuore che porto in me. Se io agisco con uno spirito legale, con uno spirito di propria giustizia, e che miei rapporti con Dio siano dei rapporti come con un Giudice, non è forse una cosa secondo la natura? Or tutto ciò non è che spine e triboli. Ma se cammino invece nella fiducia filiale di qualcuno che ha creduto e si confida nella salute di Dio, ecco la terra che porta dei frutti appropriati a coloro per i quali è lavorata.

Ora, su cosa si basa l’apostolo per essere persuaso di «cose migliori» quanto ad essi? Non è che egli si fidasse nella semplicità della loro intelligenza della grazia, ma è perchè si vedeva in loro il frutto della giustizia — cose magnifiche che accompagnano la salvezza, ma che non la costituiscono giammai. Quindi, vedendo quest’abbondante fertilità, l’Apostolo dice: «quantunque io getti un grido d’allarme, non è per voi che io temo». Essendosi messo su questo terreno, lo segue fino alla fine del capitolo, e non riprende il soggetto della dottrina che al capitolo 7. Egli li esorta di perseverare nel servire i santi. La conoscenza che voi avete di Cristo, produce essa questi due risultati: comunione secreta dell’anima con Lui, ed energia pratica del cammino cristiano e di fertilità nei frutti dello Spirito? — Ora, dice egli, proseguite in questa bella attività pratica colla quale avete cominciato. — Non divenite indolenti, «ma siate imitatori di quelli che per fede e pazienza ereditano le promesse.»

Poi presenta Abrahamo come uno che non si stancò fino alla fine. Abrahamo non ottenne solo la promessa in Genesi 25, ma ebbe pazienza finché essa gli fu confermata con giuramento in Genesi 22. Noi non siamo solo chiamati alla fede, ma ad avere anche la pazienza della fede. Non potete forse avere una consolazione, senza che abbiate una potente consolazione? Ciò si vede in Abrahamo: egli ebbe una consolazione nel capitolo 15 della Genesi, ed una potente consolazione nel capitolo 22. Un cristiano mi diceva un giorno che in un’ultima sua malattia, il Signore l’aveva condotto così vicino a Lui, che ha sentito come se non avesse mai creduto prima d’allora. Così l’Apostolo vorrebbe che fosse di noi come di Abrahamo in Genesi 22, che avessimo «una potente consolazione noi, che abbiamo cercato il nostro rifugio nell’afferrare saldamente la speranza che ci era messa davanti». Generalmente si fa un’erronea applicazione di questo passo. Non è già il peccatore che corre rifuggendosi sotto il sangue di Cristo, che qui ci viene presentato; ma piuttosto il cristiano che dalla rovina di ogni prospettiva quaggiù, si precipita verso la speranza della gloria. Ci troviamo noi, voi ed io, sulla rovina di ogni cosa quaggiù? Ci nutriamo noi delle speranze per domani? — Abrahamo era un uomo che aveva fuggito tutte le prospettive terrestri per afferrare la speranza della gloria; e l’Apostolo esorta di afferrare la speranza, e non la croce. La parola di Dio ha una forza che generalmente ci sfugge. Viene, quindi, alle figure del Levitico. La vostra speranza entra essa fino all’interno della cortina? Non avete voi una speranza per domani? Qual’è l’oggetto in attesa del quale il vostro cuore è sospeso? È la speranza del ritorno di Cristo, o le promesse del mondo per domani?

«Oltre la cortina, dove Gesù è entrato per noi quale precursore». Qui il Signore Gesù ci appare sotto un nuovo carattere. Lo vediamo nel cielo, non solo come nostro Sommo Sacerdote, ma per assicurarci un posto con Lui stesso. Oh se fossimo capaci di esporre le glorie dell’attuale dispensazione! Essa è ripiena di glorie. Ora, Gesù è nel cielo nella gloria d’un precursore — d’un Sommo Sacerdote — di Colui che ha fatto la purificazione dei nostri peccati. Vi è seduto, rivestito magnificamente di glorie; e nei cieli millenniali ne rivestirà altre, essendo nello stesso tempo Re dei re e Signore dei signori sulla terra millenniale. Certamente non è tutto ciò ora; ma ci sono delle glorie nelle quali Egli brilla all’occhio della fede. Andate e meditate, con cuori profondamente penetrati, sulle glorie di questi «ultimi giorni» come vengono chiamati in quest’epistola.

5. Capitolo 7

La parentesi d’esortazione si chiude con il capitolo 6, presentendo Gesù entrato dentro la cortina come nostro precursore, «essendo diventato sommo sacerdote in eterno secondo l'ordine di Melchisedec». Così è ripreso l’argomento introdotto al cap. 5 versetto 10. Abbiamo considerato nella prima parte di questo capitolo 5 il sacerdozio del Signore Gesù in quanto che si rifletteva in Aaronne ed in Fineas. Aaronne, come abbiamo visto, fu semplicemente chiamato al suo ufficio. — Fineas invece lo guadagnò. Esaminiamo ora la fase dello stesso sacerdozio secondo l’ordino di Melchisedec.

Se vi dicessi che questo mondo non è che la scena d’una vita già perduta, sarei più facilmente da voi compreso. La vita non è che una morte differita. Ritornare alla vita, equivale ritornare a Dio. Dio non è il Dio dei morti, ma dei vivi. Il peccato ha prodotto la perdita della vita; quindi, se posso effettuare un ritorno alla vita, effettuo un ritorno a Dio. Dio visita questo mondo sotto un doppio carattere: come Colui che vivifica, e come Giudice; ed il capitolo 5 di Giovanni ci dichiara che siamo tutti interessati, nell’una o nell’altra di queste visite. Or quest’epistola ha per scopo di fare sapere ad ogni debole credente in Gesù, ch’egli è ritornato alla vita, e che d’ora innanzi ha a fare con il Dio vivente e con Dio come Colui che vivifica. «Il Dio vivente» è un’espressione che si trova spesso in quest’epistola. — «allontanarsi dal Dio vivente». — «servire il Dio vivente». — «La città del Dio vivente». Cosicché è il Dio vivente che occupa il campo della mia visione, sia ora, sia nella gloria. Sono sfuggito dalla regione della morte, e sono ritornato alla regione della vita; e presto troverò nella gloria la città del Dio vivente. La questione è di sapere in che modo sono ritornato a Lui; e la nostra epistola risponde a ciò in un modo ammirabile.

Qual magnifico soggetto morale è quello di seguire, fra i quattro Evangeli, il Signore Gesù nel Suo ministerio, e di vederlo dal principio alla fine della Sua storia mostrarsi come il Dio vivente in questo mondo — di contemplarlo nel Getsemani — contemplarlo mentre rende lo spirito — poi come il Dio vivente, vederlo risuscitare dalla tomba e accordare lo Spirito Santo! Vedremo in Lui il Dio vivente in una scena tutta ripiena della morte. È specialmente l’epistola agli Ebrei che ci presenta Cristo come il Dio vivente. L’Apostolo è pieno della morte e della Croce di Cristo. Non sarebbe l’epistola agli Ebrei, se non considerasse Cristo nel Suo carattere di sostituto.

Ma quantunque vi scorgiamo l’Agnello sopra l’altare, vi scorgiamo pure il Sepolcro vuoto. Abbiamo notato precedentemente che il Signore stesso, alla storia della Sua morte unisce sempre quella della Sua risurrezione. «Il Figlio dell’uomo sarà dato nelle mani dei capi dei sacerdoti e degli scribi. Essi lo condanneranno a morte..., ma dopo tre giorni giorni, egli risusciterà». Troviamo la stessa cosa in quest’epistola, solo ci viene presentata sotto forma di dottrina e non come racconto storico. La croce è spesso menzionata, ma sempre unita all’ascensione. Leggiamo al principio dell’epistola: «Dopo aver fatto la purificazione dei peccati». Come li ha purificati? — Per la morte. La morte ci è presentata appena si apre questa epistola; ma si legge subito dopo: «Si è seduto alla destra della Maestà nei luoghi altissimi». Leggiamo inoltre: «affinché, per la grazia di Dio, gustasse la morte per tutti»; ma forse che la storia finisce là? No. «Egli è coronato di gloria e di onore». L’epistola agli Ebrei riprende come dottrina ciò che si trova come storia nei Vangeli.

Lo Spirito Santo considera il Dio vivente nella persona di Gesù, come Gesù manifestava il Dio vivente nella Sua persona. Così, nel capitolo 2 leggiamo ancora: «con la sua morte» — la morte ci è di nuovo presentata; ma cosa ne segue? — «per distruggere colui che aveva il potere sulla morte». Non ho forse anche là il Sepolcro vuoto, come l’altare dell’Agnello? In questa epistola vado a vedere un sepolcro vuoto; ma non come Maria Maddalena e l’altra Maria, poiché io mi aspetto di trovarlo vuoto. Il loro errore, povere donne, era ch’esse credevano di trovarlo occupato. In quanto a me, ci vado pensando di trovarlo vuoto ed infatti lo trovo così. Quando vedo l’Agnello sull’altare ed il Sepolcro vuoto, ho afferrato la vita vittoriosa che non può fallire. Quest’è la pietra viva di cui il Signore parlava a Pietro.

Troviamo nel capitolo 5 che nel Getsemani stabilì la questione del Suo diritto, e che fu esaudito per la Sua pietà. Aveva un diritto morale alla vita, ma abbandonò un tale diritto e prese il Suo posto come sostituto. Dal Getsemani andò al Calvario. L’ora di Getsemani fu meravigliosa e solenne! Là fu sciolta tra Dio e Cristo la grande questione della vita e della morte; ed invece di prendere la Sua strada verso il cielo, come ne avrebbe avuto diritto, Cristo proseguì la spaventevole via sulla quale l’avevano messi quaggiù i nostri peccati. Ciò ha un immenso e prezioso interesse per noi.

Anche al Calvario lo troviamo nella morte; ma nel momento stesso in cui spirò, tutto il creato senti la potenza del Vincitore. La terra tremò — le rupi si spaccarono — i sepolcri si apersero — ed i corpi dei morti risuscitarono. E se riguardiamo al capitolo 20 di Giovanni, vediamo, non solo il sepolcro vuoto, ma il sepolcro portante i segni della vittoria — le lenzuola per terra, ed il Sudario che non era con le lenzuola, ma ch’era piegato in un sito a parte. Se non ci ricordiamo di Cristo come del Dio vivente nel mezzo della morte, riportando vittorie degne di Lui, non saremo mai in stato di leggere il mistero del Cristo di Dio. Lo vediamo nella morte squarciando la cortina; nel sepolcro, il Sudario messo a parte proclama ch’Egli ha vinto; e quindi ci apparisce nel mezzo dei Suoi discepoli, come essendo esattamente il Dio vivente di Genesi 1. Se là, infatti, Dio soffia nelle nari dell’uomo, e si mostra così il Principe e la Sorgente della vita, in Giovanni 20, il Signore brilla sotto i nostri sguardi come il Principe e la Sorgente della vita imperitura, quando soffia sui discepoli, dicendo: «Ricevete lo Spirito Santo».

Ecco il carattere in cui quest’epistola ce Lo presenta: come avendo diritto alla vita e come tenendola per noi. Quest’è il Suo Sacerdozio secondo l’ordine di Melchisedec. Non è soltanto il Dio vivente, ciò che avrebbe potuto essere ugualmente, se dal Getsemani fosse andato subito al cielo; ma vi andò passando dal Calvario, ed ora è lassù come il Dio vivente per noi. Inoltre, Dio è pienamente soddisfatto; e come non lo sarebbe, ora che il peccato è stato tolto, e ch’Egli ha soffiato l’elemento della vita? È, per così dire (parlando con cuori prosternati in adorazione), il Suo elemento naturale, ed Egli è soddisfatto. Inoltre, Dio ha espresso la Sua soddisfazione; ma quando, ed in che modo? Quando Cristo fu risuscitato, di fronte ad un mondo che gridava: «Non vogliamo che costui regni su di noi», Dio disse: «Siedi alla mia destra, finché abbia posto i tuoi nemici come sgabello dei tuoi piedi». Fu là la Sua soddisfazione in un Cristo rigettato. E quando Cristo salì nei cieli in un altro carattere, come avendo fatto la propiziazione, Egli lo mise nel più alto dei cieli con un giuramento, ed eresse per Lui un santuario — «il vero tabernacolo che il Signore, e non un uomo, ha eretto». Gli era forse possibile di mostrarci sotto una forma più interessante, che Egli era soddisfatto di ciò che Cristo ha fatto per noi?

I servizi d’un tale Sommo Sacerdote sono essi sufficienti per me? — Debbono esserlo, poiché essendo in connessione con la vità, ogni questione fra Dio e me è sciolta. Cristo è Re di Giustizia e Re di Pace, ed in virtù dell’autorità regale del Suo proprio nome dispensa tutto ciò di cui si può avere bisogno.

Appena scorgete il Dio vivente manifestarsi in quest’epistola, trovate ch’Egli comunica, a tutto ciò che tocca, la vita por l’eternità. Il capitolo 1 vi dice che il trono di Cristo dimora nei secoli dei secoli; il capitolo 3 vi dice che la Sua casa è nei secoli dei secoli; il capitolo 5 vi dice che la Sua salvezza è eterna; il capitolo 7 vi dice che il Suo sacerdozio non si trasmette; il capitolo 9 vi dice che il Suo patto è eterno; il capitolo 12 vi dice che il Suo regno non può essere smosso; insomma Egli non tocca nulla, senza che gli comunichi l’eternità. Per designare con una sola espressione l’epistola agli Ebrei, si potrebbe dire ch’essa è l’altare apparecchiato, ed il Sepolcro vuoto.

Cristo ha preso possessione della vita, ma non per tenerla per sé stesso. Non sentite voi questo Gesù vivente a dire dal più alto dei cieli: «Ora che ho guadagnato la vita, voglio dividerla con voi?» — Oh profondità di ricchezze!

6. Capitolo 8

Passiamo al capitolo 8. «Abbiamo un sommo sacerdote tale che si è seduto alla destra del trono della Maestà nei cieli, ministro del santuario e del vero tabernacolo, che il Signore, e non un uomo, ha eretto». Che parole squisite! Di quali glorie i cieli furono ripieni nei giorni della creazione? Vi furono messi il sole, la luna e le stelle; e furono ornati dalle dita di Dio. Ma credete voi che essi non abbiano ornato anche i cieli attuali? Se delle glorie furono messe dalle dita di Dio nei cieli esteriori, ne furono anche messe nei cieli interiori dalla grazia di Dio; ed una di queste glorie è un tabernacolo erettovi dal Signore. Cristo era disceso dal seno eterno per glorificare Dio sulla terra; poteva forse esistere in fatto di gloria qualcosa di troppo brillante per rivestirnelo? — Quale vista ci apre tutto ciò sui rapporti tra Dio ed il Suo Cristo — tra il Padre ed il Figlio! E fra le glorie che l’aspettavano lassù, c’era un tempio edificato dal Signore stesso. Il sole esce fuori, come uno spose dalla sua camera di nozze, por correre l’arringo; il Creatore edifica nei cieli una dimora per il sole (Salmo 19); e nella redenzione, Dio ha edificato una dimora per il Sommo Sacerdote, che è seduto al posto d’onore il più distinto. Cristo non poteva essere un Sacerdote quaggiù, poiché il posto era già occupato secondo l’istituzione divina. Si è detto fuor di proposito che Egli non poteva entrare nel luogo santissimo. Certamente non poteva, perché usciva dalla tribù di Giuda; e non era venuto per infrangere le ordinanze divine, ma per compiere ogni giustizia. Cosa aveva Egli a fare nel luogo santissimo? — Un sacerdote della tribù di Levi, se l’avesse trovato là, avrebbe avuto il diritto di farlo uscire. Senza dubbio Egli aveva diritto su tutto, ma era venuto come soggetto, come un servitore sottomesso in ogni cosa (vedere Filippesi 2:7). Forse che Egli s’impose forzatamente ai due poveri discepoli di Emmaus? — Tanto meno avrebbe voluto, Egli, figlio di Giuda, entrare per forza nella casa di Dio.

E qui, fermiamoci un poco. In quest’epistola troviamo che dal principio alla fine, lo Spirito prende successivamente una cosa dopo l’altra, e le mette tutte a parte per far posto a Cristo; e quando Gli ha preparato il posto e L’ha introdotto, Lo mette davanti a noi per sempre. Bisogna che ci sottomettiamo tutti a questo. Dio non ci ha forse messi a parte, e introdotto Cristo al nostro posto? La fede s’inchina a tale fatto e vede che è quanto ha operato in ogni anima che crede. Nel capitolo 1 mette a parte gli angeli: «E a quale degli angeli disse mai: Siedi alla mia destra finché abbia posto i tuoi nemici come sgabello dei tuoi piedi?» Oh! come la fede acconsente a ciò! — E come vi acconsentono anche gli angeli! Poi è Mosè che viene messo a parte. « Mosè fu fedele in tutta la casa di Dio come servitore … ma Cristo è fedele come Figlio, sopra la sua casa.» Noi possiamo separarci da Mosè perché; abbiamo trovato Cristo, nello stesso modo che il povero Eunuco poteva separarsi da Filippo, perché aveva trovato Cristo. Al capitolo 4 appare Giosuè, ma anche lui è messo a parte. «Se Giosuè avesse dato loro il riposo, Dio non parlerebbe ancora d’un altro giorno». Cristo è messo davanti agli occhi nostri come il vero Giosuè che ci dà veramente il riposo. Poi viene la volta di Aaron d’essere messo a parte per lasciar entrare il sacerdozio di Cristo; e quando questo sacerdozio è innanzi a noi, l’abbiamo eternamente. Cristo è l’amministratore d’un patto migliore. L’antico patto sparisce, perché il Signore ha nulla a che fare con esso; ed alla fine leggiamo queste magnifiche parole che potrebbero essere il testo emblematico dell’epistola: «Gesù Cristo è lo stesso ieri, oggi e in eterno». Appena viene introdotto, Egli è «lo stesso in eterno».

Che splendido pensiero il considerare Dio che introduce il diletto Gesù, mettendo da parte ogni cosa! In ciò c’è la perfezione, perché Dio si riposa in Lui. Questo corrisponde esattamente al sabbato di un tempo, quando Dio si riposò dalla creazione. Ora Dio si riposa in Cristo, ed è la perfezione; e se voi ed io comprendiamo realmente dove siamo, comprenderemo che respiriamo l’atmosfera della perfezione — un’opera compiuta — un sabbato. — C’è nulla di più ricco in gloriosa luce che l’epistola agli Ebrei. È un’epistola di indicibili glorie e d’un valore inestimabile per la coscienza risvegliata del peccatore. Essa è il titolo per cui l’anima mia può respirare l’atmosfera del cielo stesso. Questo diritto è mio, anche se non ne uso: metterò io una nube sul mio titolo perché la mia esperienza è così povera?

Ora, alla fine del capitolo 8, vediamo un’altra cosa messa a parte — il primo patto. Il patto di cui Cristo è ministro non invecchia mai: «Avrò misericordia delle loro iniquità e non mi ricorderò più dei loro peccati»; non una crespa sul suo viso, non un capello grigio sul suo capo.

Il Signore tocca ogni cosa e la fissa davanti a Dio per sempre; e Dio si riposa in essa. Egli rende perfetto tutto ciò che tocca. Mentre tutto gli cede il posto, Egli cede il posto a nessuno. E non avreste voi voluto che fosse così? Giovanni Battista non avrebbe forse voluto che fosse così? Quando i suoi discepoli vennero a Lui e gli dissero: «Rabbì, colui che era con te di là dal Giordano, e al quale rendesti testimonianza, eccolo che battezza, e tutti vanno da lui» egli rispose: «Colui che ha la sposa è lo sposo; ma l'amico dello sposo, che è presente e l'ascolta, si rallegra vivamente alla voce dello sposo; questa gioia, che è la mia, è ora completa.» Tale deve essere istintivamente l’espressione del vostro cuore e del mio. Se lo Spirito ha agito nella vostra anima, voi dovreste dire: «Benedetto sia Dio per ciò! — Egli mi ha messo a parte per introdurre Gesù». C’è una meravigliosa armonia tra la scoperta che facciamo qui, e l’esperienza delle nostre anime. — Non arriveremo mai alla fine di queste glorie, finché non ci saremo ben presto perduti nel loro oceano!

7. Capitoli 9 e 10:1-18

Ci siamo fermati al capitolo 8. Continuando lo studio della nostra epistola, leggeremo ora il capitolo 9 ed i primi diciotto versetti del capitolo 10. È l’ultima sezione della parte dottrinale; poi abbiamo fino alla fine delle esortazioni morali. Dal principio del capitolo 9 al versetto 18 del capitolo 10 non c’è che un soggetto.

Fermiamoci un momento per considerare la struttura dell’epistola. Non vi siete mai immaginato nel vostro spirito d’un modo un po’ distinto le glorie che appartengono al Signore Gesù? — Ci sono tre sorti di glorie che gli sono proprie: la gloria morale, la gloria personale e la gloria uffciale. Il suo intiero cammino, dalla mangiatoia alla croce, fu la manifestazione delle sue glorie morali. In «questi ultimi giorni» il Signore manifesta qualcuna delle sue glorie ufficiali, e ben presto ne manifesterà ancor più, come, per esempio, nel millennio. Gli antichi profeti parlarono delle sue sofferenze e delle glorie avvenire — non della gloria. Ma la sua gloria personale è la base di ciascuna delle altre glorie. Ecco un vasto soggetto, degno della nostra costante meditazione: le glorie del Signore Gesù, dal seno della Vergine al trono della sua potenza millenniale. Durante tutta la sua vita, fece brillare le sue glorie morali; ora, la scena di queste glorie è passata, ed ha preso il suo seggio nel cielo; ma ciò non ha fatto che fornirgli l’occasione di spiegare le altre. I quattro Evangeli offrono il quadro delle sue glorie morali quaggiù; nell’epistola agli Ebrei, lo vedo seduto nel cielo, in una costellazione di glorie ufficiali; altri scritti ci presentano le sue glorie prossime a manifestarsi. Ovunque voi lo vediate, non potete che ammirarlo fra un sistema di glorie.

I capitoli che ci stanno innanzi (9 e 10) ci presentano ciò che faceva sulla croce, la base di ognuna delle sue glorie attuali. Abbiamo trovato nei primi otto capitoli un quadro riccamente variato della condizione in cui si si trova il Signore Gesù nel cielo; ed ora, come base di tutto questo, abbiamo nei capitoli 9 e 10 l’esposizione della perfezione dell’Agnello sull’altare.

Non fate voi mai di «questi ultimi giorni» il soggetto dei vostri pensieri? Perché lo Spirito dà il nome di «ultimi giorni» all’epoca che attraversiamo? Dopo questi, vedremo altri giorni; perché li chiama dunque gli ultimi giorni? È bello che li nomini così — poiché Dio si riposa in ciò che il Signore Gesù ha compiuto, come già si riposò alla fine della creazione, nella perfezione della sua propria opera. Non è già che, nello sviluppo dei piani di Dio, non avremo altre epoche; nondimeno lo Spirito non esita a chiamare quella per la quale passiamo gli «ultimi giorni». In tutto quello che ha fatto, il Signore ha soddisfatto Dio; Egli rende perfetto tutto quello che tocca e lo fa eterno; e Dio non riguarda al di là. Tutto è messo da parte, finché Cristo sia introdotto; ma non c’è niente dopo Lui. — «Gesù Cristo è lo stesso ieri, oggi e in eterno». Or dal momento che Dio prende il suo riposo in qualcosa, è la perfezione; e dal momento che è la perfezione, sono gli ultimi giorni. Dio ha trovato la sua piena soddisfazione, ed io pure. Ci Può essere uno spiegamento, una manifestazione di Cristo nei giorni del millennio; ma è precisamente lo stesso Cristo che abbiamo ora. Troverò allora Mosè o Giosuè? Considerati alla luce di Cristo, sono tutti «deboli e poveri elementi». Tutti spariscono l’uno dopo l’altro; ma appena che Cristo è là, Dio si riposa in Lui; e quando arrivate a vedere dove siete, vi vedete nel secondo sabbato di Dio — e vedete anche quanto l’uno sorpassi l’altro! Il riposo del Redentore è una cosa molto più benedetta che il riposo del Creatore. — In Cristo, avete trovato la perfezioneil riposo di Dio — e siete negli «ultimi giorni».

Ora quando giungiamo ai capitoli 9 e 10, vediamo Cristo, non già propriamente o d’un modo caratteristico nel cielo, ma sull’altare. Le glorie che ora lo circondano ci sono state presentate l’una dopo l’altra: la gloria del sacerdozio — la gloria del purificatore dei nostri peccati — dell’erede predestinato del mondo avvenire — dell’apostolo della salvezza — del dispensatore del patto che non invecchia giammai — del donatore dell’eterna eredità — ecco le glorie di «questi ultimi giorni». Il capitolo 9, dal versetto 11, ci mostra la croce che le sostiene tutte. Come è prezioso di seguire da Matteo a Giovanni un sentiero di bellezza morale? Il Signore Gesù occupava forse forse una carica ufficiale quaggiù? No; Egli era nella condizione di suddito; e quando l’ho visto così, sono invitato di riguardare in alto per contemplare non più qualcuno il cui cammino sia moralmente bello, ma qualcuno che è stato posto alla destra della Maestà con un giuramento, nel mezzo stesso degli splendori gloriosi — qualcuno che il cuore di Dio, perfettamente soddisfatto, a fatto sedere là per sempre. Dio aveva posto Adamo in Eden, ma ha dovuto scacciarlo fuori. Egli a fatto sedere Cristo nei cieli, non se ne pentirà mai.

Ed ora ora, veniamo a leggere la perfezione dell’opera Sua, quanto all’Agnel di Dio — come la grande base di tutte queste glorie. Le Sue glorie morali che dovranno brillare in Lui quaggiù, non sarebbero state perfette, se Egli non fosse andato alla croce e non vi fosse morto. Non avrebbe avuto nel ciclo le sue glorie ufficiali, se non fosse andato alla croce e non vi fosse morto. Quando il Signore Gesù era inchiodato come l’Agnel di Dio al legno maledetto, e che si poteva leggere in tutte le lingue al di sopra della sua testa insanguinata quest’iscrizione: «Il re dei Giudei», si cercò di cancellarla; ma Dio non volle che fosse cancellata — volle invece che tutta la creazione sapesse che la croce era il titolo per il regno. L’iscrizione che Pilato mise sulla croce e che Dio mantenne, è immensamente bella.

Supponete che la croce sia il fondamento della gloria, conformemente all’iscrizione di Pilato; ditemi un po’ cos’è che sostiene la croce stessa. La croce non riposa essa su nulla? — Il segreto ci appare in questi capitoli. Nello stesso modo che la croce sostiene le vostre speranze, è la Persona che sostiene la croce. La gloria personale di Cristo è il sostegno della croce. Se fosse meno di Dio manifestato in carne, tutto quello che ha fatto non avrebbe maggior valore di quanto ne abbia l’acqua che spandete sulla terra. Tutto quest’immenso mistero di glorie ufficiali, millenniali, eterne, poggia sulla croce, e la croce poggia sulla persona. Bisogna che Egli sostenga la Sua propria opera, e che la Sua opera supporti tutto. Tale è precisamente il soggetto di questi capitoli.

C’era un velo sospeso tra il luogo dove ufficiavano i sacerdoti ed il luogo della mistica dimora di Dio. Questo velo significava che quel secolo non dava al peccatore accesso presso Dio. Forse non c’erano sacrifici? Sì, ce n’erano, e l’altare di Dio li accettava; ma erano offerte e sacrifici che non possono appieno purificare, quanto alla coscienza, colui che fa il servizio divino. Allora, in tale stato di cose, Cristo si presenta ai vostri cuori in un modo ammirabile, e ne reclama uno slancio di ammirazione. «Infatti, se il sangue di capri, di tori... li santifica, in modo da procurar la purezza della carne, quanto più il sangue di Cristo, che mediante lo Spirito eterno offrì sé stesso puro di ogni colpa a Dio, purificherà la nostra coscienza dalle opere morte per servire il Dio vivente!»

Supponete che dopo aver esaminato l’antico tabernacolo, ed aver visto la miseria di tutti gli elementi che lo compongono — che il sangue dei tori non vi può introdurre nella presenza di Dio — supponete, dico, che rivolgiamo i nostri sguardi dalla miseria di tutto ciò per fissarli sulla sufficienza perfetta del sangue di Cristo, non esclamereste voi: «Quanto più purificherà Egli la nostra coscienza?» — Ecco il modo con cui doveto venire alla croce; lasciando da parte ogni dubbio, ogni ragionamento e perdendovi nell’ammirazione. Lo Spirito vi prende dolcemente per la mano, per condurvi all’altare del Calvario e dirvi qual’è la vittima che trovate là grondante di sangue. Nessuno, se non Colui che era personalmente libero, poteva dire: «Vengo per fare, o Dio, la tua volontà». Avete voi diritto d’avere una qualche volontà? — Michele o Gabriele hanno essi diritto d’averne una? Il loro affare è di compiacere Dio. — Ma, ce n’era Uno quaggiù, che poteva offrirsi a Dio senza macchia. «Quanto più» dunque un tal sacrificio purificherà le nostre coscienze e c’introdurrà presso il Dio vivente? È questo che mi ha autorizzato a dire che, considerando le sue glorie ufficiali, vediamo che la croce ne è il sostegno. Ma se l’anima non conosce la gloria personale del Signore, veramente non conosce nulla; questo è il segreto che trovate qui. Colui, per il quale Dio aveva preparato un corpo, ha, per lo Spirito eterno, soddisfatto l’altare: sì, ha soddisfatto le esigenze dell’altare di rame, prima d’entrare nel santo Santuario per esercitare l’ufficio di Sacerdote di Dio. E la propiziazione deriva da una tale soddisfazione. Se io arrivo a comprendere che il sacrificio di Cristo ha risposto alle esigenze dell’altare di rame, vedo che la riconciliazione è suggellata e regolata per sempre.

L’epistola agli Efesini ci dice di tenerci su questa base e di considerare da ogni lato le glorie della nostra condizione in Cristo. L’epistola agli Ebrei ci mostra le glorie della condizione di Cristo nella distesa di circa 300 versetti. — Quale mondo di meraviglie vi è rivelato ! Noi, sostenuti da ciò che Cristo ha fatto; e ciò che ha fatto, sostenuto da ciò che è.

8. Capitolo 10:19-39

Eccoci arrivati ad un’altra bella parte dell’epistola; e, come abbiamo già detto, ad una parte che ne forma una nuova divisione. Leggeremo dal versetto 19 fino alla fine del capitolo 10. Avrete potuto notare la struttura, generale delle epistole: prendete quella degli Efesini, per esempio, e vedrete che i tre primi capitoli trattano della dottrina, ed i tre ultimi della sua applicazione morale. Così è delle epistole ai Colossesi, ai Galati, ai Romani, ecc. Or, è la stessa cosa nell’epistola agli Ebrei, e qui incomincia appunto la meditazione dell’applicazione pratica di ciò che abbiamo veduto prima.

In tutto il corso di quest’epistola, abbiamo riguardato in alto ed abbiamo veduto, come dice un inno assai conosciuto dai cristiani, che ora le glorie dell’Agnello formano l’ornamento del trono celeste. Ma, permettetemi di chiedervelo, vedete voi qualche parte delle glorie, in «questi ultimi giorni», che non si riferiscono al Signore nel cielo? Voi mi direte che gli appartiene ogni gloria, e l’ammetto; ma vi dico che dovreste vedere delle glorie che si riferiscono a voi stessi. Tale è l’opera meravigliosa di Dio, che d’un povero peccatore ne ha fatto una creatura gloriosa. Questi stessi ultimi giorni che hanno stabilito Cristo nel cielo, fra le glorie, hanno stabilito quaggiù, fra le glorie, il povero peccatore che crede.

Possiamo noi ben comprenderli! Non aspettiamo il regno per vedere delle glorie. Non è già una gloria per voi d’aver la coscienza purificata? Non è già una gloria d’avere un diritto incontestabile d’essere nella presenza di Dio senza dover in nulla arrossire? — Non è già una gloria di chiamare Dio, Padre? — d’aver Cristo come vostro precursore nei luoghi celesti? — di entrare nel luogo santissimo senza un brivido di coscienza? — d’essere iniziati nei secreti di Dio? — Se possiamo elevare in alto il nostro cuore e dire: «Abba, Padre»; se possiamo elevare in alto il nostro cuore e dire: «Chi condannerà?» oppure: «Chi ci separerà dall’amore di Cristo?» se possiamo credere che siamo ossa delle sue ossa e carne della sua carne; che facciamo parte della pienezza di Cristo, dirà forse qualcuno che non c’è gloria in tutto questo? — Di modo che questa epistola ci conduce ai più preziosi pensieri. Essa mi dice di riguardare in alto e di vedere Cristo che fa l’ornamento del trono, e poi di riguardare in basso e di vedere il povero peccatore che brilla sullo sgabello.

Il mondo non scorge nulla di tutto questo, e noi lo vediamo soltanto nello specchio della Parola per la fede; ma arditamente dico che non aspetto il regno per sapere cos’è la gloria. Guardo al cielo e vedo l’Agnello nelle glorie che Egli ha «acquistate»; guardo alla terra e vedo il santo nelle glorie che gli sono state date. Qui comincia l’applicazione morale.

«Avendo dunque, fratelli, libertà di entrare nel luogo santissimo per mezzo del sangue di Gesù». Là, vedo me stesso; e qualcuno oserebbe dire che non c’è gloria in una tale condizione? — Il mio diritto è là; e l’esortazione è che dobbiamo godere del nostro diritto. Godore è ubbidire. La prima cosa che dobbiamo a Dio, è di godere di quello che ci ha fatto essere e di quello che ci ha dato. «Avviciniamoci»; usufruiamo del nostro privilegio, è il principale dovere della fede, ed oso dire che è ad un tempo il dovere più gradevole. Come siamo stretti quando si tratta di godere di queste glorie! Non vi siete mai guardati nello specchio della Parola? Siamo troppo abituati a contemplarci nello specchio delle circostanze e nello specchio delle nostre relazioni. Se, nel segreto dei nostri cuori, esclamiamo con un trasporto d’allegrezza spirituale: «Sono un figlio di Dio!» se con un trasporto d’allegrezza spirituale esclamiamo: «Sono un coerede di Cristo!» allora cominciamo ad ubbidire. Qui si tratta precisamente di questo. «Avviciniamoci con cuore sincero e con piena certezza di fede.»

Noi dobbiamo considerarci come sacerdozio di Dio. I sacerdoti d’altra volta quando entravano in carica erano lavati; poi ogni giorno, prima d’entrare nel tabernacolo per servire il Signore, si lavavano i piedi. Il pavimento del luogo della presenza di Dio non era mai contaminato dal piede del sacerdote. — Questi vi entrava in un modo degno del luogo. Forse che voi vi tenete durante tutto il giorno nella presenza di Dio, con la coscienza che siete degni del Suo luogo? — In che modo gli sarete ben presto presentati? — Giuda ve lo dice nella sua epistola: — «Irreprensibili e con gioia davanti alla sua gloria». E bisogna sapere che siete nella Sua presenza, ora, irreprensibili e senza macchia. Non ci abbasseremo mai abbastanza nella carne, e non sapremo mai elevarci abbastanza in Cristo. —. Troviamo ancor più facile, se si può parlare gli uni per gli altri, di abbassarci nella carne che di magnifìcarci in Cristo. È quest’ultima cosa che fa qui lo Spirito. Mi dice, ora che io sono entrato nel luogo santissimo, ciò che devo fare. Se riconosco come mio diritto di essere nella presenza di Dio, è bene che io sappia pure che sono là come erede della gloria promessa; ci sono per esservi conservato finché brilli la gloria. Noi siamo i testimoni di una categoria di glorie, assolutamente come il Signore Gesù è il testimonio d’un’altra categoria. Noi siamo in un luogo ricco; ed una volta entrati là, dobbiamo mantenere la nostra speranza senza alcun timore. — «Manteniamo ferma la confessione della nostra speranza». Se siamo entrati senza timore, dobbiamo mantenere la nostra speranza senza timore. Dio ci ha chiamati a questo, ed essendo là in una piena libertà, dobbiamo parlare della nostra speranza. Ma dobbiamo anche parlare di carità, «incitarci all’amore e alle buone opere.» Che servizio squisito! — Chi può narrare la bellezza di queste cose?

«Non abbandonando la nostra comune adunanza..., ma esortandoci a vicenda.» Quando siete nella casa, cosa dovete fare insieme? — Dovete forse essere abbattuti nella coscienza d’una profonda rovina? — No; ma esortarvi l’un l’altro all’amore ed alle buone opere. — Ecco l’attività che si sviluppa nella casa. Noi abitiamo insieme in una casa felice, esortandoci vicendevolmente, tanto più che mostriamo il cielo e diciamo: «Ecco! l’aurora s’avvicina; il cielo si apre.» Abbiamo molto più bisogno di esortarci gli uni gli altri a conoscere la nostra dignità in Cristo, che non per conoscere la nostra propria abbiezione. Va benissimo di saperci povere e vili creature; farne confessione è immensamente convenevole; ma cingerci lo spirito per l’intelligenza della nostra dignità, è un’opera molto più accettevole e molto più sacerdotale che non quella di essere sempre nei luoghi profondi: «Io grido a te da luoghi profondi!» Qui ci vediamo accetti, mantenendo con fermezza la nostra speranza, esortandoci l’un l’altro, e dicendo, mostrando l’Oriente: «Ecco l’aurora che viene».

Poi, dopo averci così condotti al versetto 25, l’apostolo pronuncia una solenne sentenza riguardo al peccato volontario. La parte dell’Antico Testamento riferentesi a questo, si trova nei Numeri 15, dove si parla del peccato d’orgoglio, del peccato, cioè, commesso a mano alzata. Sotto la legge c’erano due sorte di trasgressioni: poteva succedere che un uomo trovasse qualcosa appartenente al suo prossimo e si comportasse slealmente su tale soggetto, oppure che mentisse al suo prossimo; per i peccati di tal genere Dio aveva provvisto il sacrificio per la colpa. Ma se un uomo raccoglieva della legna nel giorno di sabato, doveva essere lapidato immediatamente. Non c’era più rimedio per lui, e non gli rimaneva che «una terribile attesa del giudizio e l’ardore di un fuoco». Questo era il peccato commesso per orgoglio («a mano alzata») che insultava il Legislatore. Tale è il peccato volontario del Nuovo Testamento. Succede in questa dispensazione, come succedeva al raccoglitor di legna sotto la legge. Noi non dobbiamo essere indifferenti quanto al peccato; e se commettiamo la più piccola mancanza, dobbiamo averne il cuore contrito; ma qui non è di questo che si tratta: si tratta dell’abbandono del Cristianesimo.

Poi, giunto al versetto 32, li esorta di «ricordarsi di quei primi giorni». E qui, permettetemi di domandarvi se vi ricordate ancora del giorno in cui foste illuminati. Qualcuno forse dirà che la luce l’ha illuminato d’un modo di più in più brillante; e credo che tale ha potuto essere il caso di Timoteo, poiché sotto l’educazione della sua pia madre, credo che egli abbia potuto passare senza forti scosse nel gregge di Dio. Ma la maggior parte delle persone sanno in qual giorno sono stati illuminati, e se nella storia d’un’anima vi ha un momento di energia morale, quello deve essere il giorno in cui ha ricevuto la vita. Perché non portiamo con noi la foza di quel momento? Forse che ora non abbiamo lo stesso Gesù? Quando so che ci fu un giorno in cui tutto fu finito tra Dio e me, e che ora è venuto il giorno in cui tutto è finito tra il mondo e me, posso dire di possedere il vero cristianesimo pratico. Cos’era quel giorno di cui l’apostolo li invitava di ricordarsi? Il giorno in cui, dopo essere stati illuminati, avevano «accettato con gioia la ruberia dei lor beni». Perché questo? — Come lo si spiega? — Il loro sguardo era rivolto ad una migliore eredità. Che io afferri l’oggetto più ricco, e poco m’importa che il più povero sparisca.

Possiamo spiegare con eguale facilità la vittoria sul mondo come l’accesso presso Dio. — Questo è precisamente il nodo dell’epistola che meditiamo. Essa ci mette oltre la cortina, ma anche fuori del campo. Nel Cristianesimo, con il suo meraviglioso e divino carattere morale, la grazia ed il sangue di Cristo operano in un modo affatto contrario alla menzogna del serpente. Questa rese estraneo a Dio e gli fece prendere per patria questo mondo contaminato — nel campo e fuori della cortina. Il Cristianesimo rovescia questo; ci ristabilisce nella nostra cittadinanza nella presenza di Dio, e ci restituisce il nostro carattere di stranieri nel mondo; ed il versetto 35 di questo capitolo lega queste cose assieme.

Non abbandonate la vostra franchezza, e sarà il segreto della vostra forza. Dove troviamo noi la vittoria sul mondo? — Presso coloro che sono i più felici in Cristo. Perché voi ed io siamo così miseramente bassi nel traffico del mondo? Perché non siamo felici in Cristo come dovremmo esserlo. Datemi un’anima che abbia piena libertà e gioia nella presenza di Dio, ed io ve ne mostrerò una vittoriosa del mondo.

Ora, l’apostolo ci annunzia che tra il giorno in cui fummo illuminati e quello in cui saremo glorificati, deve trascorrere una vita di pazienza. Non devo aspettarmi d’aver un sentiero facile e di piaceri — un sentiero di prosperità — aspettarmi d’essere domani piú ricco e più distinto che oggi; ma devo fare assegnamento su un sentiero di pazienza. Ma forse che non c’è gloria in questo? — Sì; c’é la compagnia di Cristo. Non c’è e non può esserci per noi maggior gloria che d’essere i compagni del nostro Maestro rigettato. — Ecco il nostro cammino. «Se [alcuno] si tira indietro, l’anima mia non lo gradisce». Non si vergognò d’essere il Dio di Abraamo, di Isacco e di Giacobbe, ch’erano stranieri quaggiù; ma se noi diveniamo qui cittadini, invece d’essere stranieri — se noi facciamo lega col mondo — colui che poteva dire: «Io sono il Dio dei miei stranieri,» può dire del cittadino del mondo: «Non prendo piacere in Lui».

Possiamo noi esortarci l’un l’altro all’amore, incitarci alle buone opere, e mostrando il cielo verso l’Oriente, dire: Fra poco spunterà il giorno! — Amen.

9. Capitolo 11

Siamo giunti al capitolo 11. Credo che abbiamo notato che il capitolo 10, versetto 35, è un legame che unisce l’uno all’altro i due grandi pensieri dell’epistola che il cristianesimo ci mette oltre il velo e fuori del campo; cioè che distrugge l’opera di Satana che ci rese stranieri a Dio e ci fece cittadini d’un mondo corrotto. La religione di Gesù viene appunto per rovesciare l’opera di Satana. C’è nulla di più bello che questa antitesi tra il serpente e Colui che lo schiaccia.

La «grande ricompensa» si mostra nella vita della fede, di cui andiamo ora ad occuparci. Noi siamo chiamati, come dice John Bunyan, «a tenere il ruolo d’un uomo», a «comportarsi virilmente» (ved. 1 Corinzi 16:13). Se siamo felici dentro, dobbiamo combattere fuori; e questo capitolo 11 ci presenta gli eletti di tutte le età «che si comportano da uomini» nella potenza di questo principio di fiducia. «Non abbandonate la vostra franchezza che ha una grande ricompensa!» La fede è un principio che afferra in Dio due cose distinte. Essa Lo vede come Colui che giustifica l’empio, come, per esempio, nel capitolo 4 dei Romani; ma qui considera Dio come colui «che ricompensa tutti quelli che lo cercano». Da1 momento che si afferra Dio con una fede che non fa delle opere, si entra in una fede che opera; e mentre apprezziamo giustamente una fede che salva le anime nostre, non dobbiamo essere indifferenti ad una fede che serve il nostro Salvatore. È vero che ogni tanto affermiamo arditamente il nostro titolo all’eredità; ma apprezziamo noi l’eredità stessa? È ben poca cosa il gloriarci del nostro titolo, se contemporaneamente mostriamo che la speranza dell’eredità agisce in minime proporzioni sul nostro cuore. Se mi glorio d’una fede giustificante, è d’altro lato una povera cosa d’essere indifferente alla fede che abbiamo qui nel capitolo 11.

«Or la fede è certezza di cose che si sperano, dimostrazione di realtà che non si vedono.» È detto appresso che essa faceva la forza di tutti gli uomini illustri dei tempi antichi, ai quali «per essa fu resa buona testimonianza». È una prova di più, come abbiamo detto, che in questa epistola ogni cosa è messa da parte per introdurre Cristo. Qui, giunge la fede per mettere da parte la legge. Se io prendo la legge come potenza segreta dell’anima mia per fare qualche cosa per Dio, non lo faccio più per Dio, ma per me stesso. La legge può castigarmi, flagellarmi e impormi di acquistare il diritto alla vita; ma tutto ciò equivarrebbe a servir me stesso. La Fede mette la Legge da parte. Quindi, dopo avere stabilito la fede come un principio che opera, l’apostolo comincia a svilupparne le diverse fasi. Credo che il versetto 3 può essere un’allusione ad Adamo. Se questi fu un adoratore nel giardino, lo fu per la fede. Può aver riguardato a tutte le meraviglie che lo attorniavano, ed aver afferrato il Grande Artefice.

C’è chi dice di poter adorare Dio nella natura; ma quando l’innocenza è perduta, è pur perduta la creazione come tempio, e non si può tornare indietro. La natura era un tempio per Adamo, ma se torno indietro, ritorno a Caino. Qui arriviamo ad Abele ed alla rivelazione. Noi siamo peccatori, e la rivelazione che manifesta la Redenzione, deve edificarsi un tempio; e bisogna che voi prendiate il vostro posto come adoratore nel tempio che Dio in Cristo ha edificato per voi.

Eccoci a Enoc. La vita di Enoc fu una vita ordinaria; ma la passò con Dio.

La Genesi c’insegna che camminò con Dio, e qui vediamo che egli piacque a Dio. Come si esprime l’apostolo nel 1 Tessalonicesi 4: «avete imparato da noi il modo in cui dovete comportarvi e piacere a Dio». — Camminare con Dio equivale a piacergli. Può esservi qualcosa di più gradevole per noi del pensiero che possiamo dare una certa soddisfazione a Dio? La vita di Enoc non ha fornito dati sufficienti per tessere una storia; ma qualunque sia la condizione della nostra, il nostro dovere è di camminare con Dio. È bello di vedere in tal modo una vita che nulla ha potuto distinguere, precedere una vita piena di grandi avvenimenti. Alle volte si possono udire simili frasi: «Io sono un povero essere inosservato, di fronte ad altri che furono distinti nel servizio del Signore». — «Ebbene, voi siete un Enoc!» ecco la mia risposta.

La vita di Noè, invece, fu assai distinta. La fede afferra l’avvertimento, e non aspetta il giorno della gloria o del giudizio per vedere la gloria od il giudizio. La fede, nel profeta, non chiedeva che i suoi occhi fossero aperti. Qui, la fede, durante cento e venti anni sembrava follia. Noè costruiva una nave per la terra ferma, ed è probabile che sia stato il ridicolo dei suoi vicini; ma ei vedeva quello che era invisibile. Quale rimprovero per noi! Supponete che la gloria avvenire avesse sulla nostra vita la sua autorità, tutta la sua potente efficacia: che pazzi non saremmo noi!...

Ma non devo lasciar la parola che ho preso per testo: Egli «ricompensa tutti quelli che lo cercano». Certamento, ripeto, voi non avreste voluto trovare una tal definizione della fede nei Romani 4. «Che linguaggio legale!» direbbe qualcuno se lo leggesse in un libro. Sì, ma al suo posto è divinamente bello. La fede d’un Santo è una cosa che opera con attività. Dio sarà Egli debitore a qualcuno? No. — Egli renderà a coloro che seminano, con grande liberalità.

La vita d’Abrahamo ci presenta il quadro dei diversi esercizi della fede. Nella sua vita appaiono della magnificenza, un aspetto vittorioso, una bella e delicata concezione, che sono tutte qualità della fede. Egli partì con gli occhi chiusi; ma il Dio di gloria lo conduceva per mano. In questo modo giunse al paese, ma non gliene fu dato un palmo; dovette aver la pazienza della fede, ma qualunque cosa venisse dalle labbra di Dio, era la ben venuta per Abrahamo. Camminò durante tutta la sua vita nella potenza del ricordo di quello che aveva veduto quando era sotto la mano del Dio di gloria.

Supponete ora che io vi dica che la visione di Stefano è già passata davanti ad ognuno di voi: infatti voi non avete bisogno di aspettare la stessa visione che contemplò Stefano, poiché l’avete veduta in lui. Vi si può trascinare alla morte, ma voi potete dire: «Ho veduto i cieli aperti sopra di me, e Gesù che sta alla destra di Dio». Se abbiamo dei cuori semplici, dei cuori sinceri, andremo innanzi appunto come fece Abrahamo quando ebbe veduto il Dio di gloria.

La fede di Sara fu d’un’altra specie. Bisogna che vediamo Dio come Colui che vivifica i morti. Noè comprese Dio n questo modo; e gli Israeliti sotto lo stipite della porta bagnato di sangue, Lo ricevettero nello stesso carattere. La morte era là ed entrava in ogni casa nel paese; gli Isrealiti conoscono Dio come Colui che vivifica i morti; e questo è quanto compresero Noè, Abrahamo e Sara. Se io faccio di Dio qualcosa di meno che Colui che vivifica i morti, faccio di me stesso qualcosa di più che un peccatore morto; ma io ho bisogno di conoscerlo come tale.

Il versetto 13 è immensamente bello. La prima cosa a farsi quanto ad una promessa è di afferarla — poi di esercitare la fede a suo riguardo — ed infine di riceverla col cuore. «Avendo vedute e salutate da lontano le cose promesse», i loro cuori le serrarono strettamente. Fino a qual punto il mio cuore si è impossessato delle promesse? Ognuno conosce la sua miseria; ma certo, più noi le serreremo strettamente, più consentiremo con gioia d’essere stranieri e pellegrini in questo inondo. Abbiamo qui un ammirabile quadro d’un cuore stabilito nella fede. È forse perché avevano lasciato la Mesopotamia, che parlavano di loro come stranieri? — No; ma perché non erano ancora arrivati al cielo. Avrebbero potuto trovare la strada per ritornarsene; Abrahamo ha saputo indicarla a Eliezer; ma questo non cambiò in nulla il loro carattere di stranieri.

Supponete che avvenga un cambiamento qualsiasi nelle vostre circostanze; cambierebbe ciò la vostra posizione di stranieri? — No, se fate parte del popolo di Dio. La Mesopotamia non era la guarigione; nulla poteva variare o metter fine al loro carattere di stranieri, eccetto l’eredità. Essi proseguono il cammino verso il cielo, e Dio non ha avuto vergogna d’essere chiamato il loro Dio.

Leggiamo nel capitolo 2 che Cristo non si vergogna di chiamarci fratelli; e qui che Dio non ha avuto vergogna di chiamare Suoi questi stranieri. Perché Cristo non si vergogna di chiarnarli fratelli? — perché sono compresi con Lui nello stesso piano divino ed eterno. La famiglia abbraccia gli eletti e Cristo. Come mai potrebbe aver vergogna d’un tale popolo? — E se voi avete rotto col mondo, Dio non si vergogna di voi, perché egli pure ha rotto con esso; e non può vergognarsi di voi, perché voi siete uno stesso pensiero con Lui. Quali terribili rimproveri non ci sono in tutto questo per i nostri cuori, sempre così lenti, così pigri a romperla con ogni amicizia col mondo!...

Poi Abrahamo ci appare sotto un altro aspetto. Tutte le sue speranze si riferivano ad Isacco. Abbandonare Isacco sembrava non solo mancare di fronte al mondo, ma mancare anche di fronte a Dio. — Avrebbe potuto dire: «Perderò tutto, le promesse di Dio, e l’eredità nella Mesopotamia?» — Non si potrebbe immaginare una più alta prova della fede che questa. Non avete mai temuto che Dio vi facesse venir meno a Lui stesso? — Si è forse allontanato per non più ritornare? Ebbene Abrahamo ricevette Isacco in figura, suggellato come un nuovo testimonio della risurrezione. Abbiamo già forse perduto qualcosa di confidarci a Dio ciecamente? Se c’è qualcuno che si sia confidato a Dio ciecamente, è per certo Abrahamo.

Dopo lui, troviamo Isacco; e questi mostra la sua fede benedicendo Esaù e Giacobbe riguardo alle cose future. È questo il solo momento della sua vita che lo Spirito consideri. Se percorriamo la sua vita troveremo che fu là infatti l’opera eminente della fede in Lui. — Questo atto brilla agli occhi di Dio.

Giacobbe è più rimarchevole d’Isacco, come Noè era stato più rimarchevole di Enoc. La sua vita fu piena d’avvenimenti ; ma la sola cosa che qui sia segnalata, è che «benedisse ciascuno dei figli di Giuseppe». Questo è bellissimo. Impariamo quanto la vita cristiana può contenere di rifiuto. Io non credo che la vita di Giacobbe ci presenti un servitor di Dio; ma è piuttosto il quadro d’un santo che si svia, e la cui vita è occupata interamente a ritornare sul retto sentiero. In Giacobbe non troviamo quest’atto di fede che alla fine, quando «benedisse ciascuno dei figli di Giuseppe». Là, entrò in contatto con le cose invisibili, e con le cose che contrariavano il corso della natura. La sua vita fu quella d’un uomo che si ristabilisce; e, precisamente alla fin, egli compie questo bel servigio della fede verso Dio, malgrado tutto quello che risentiva il suo cuore, ed il reclamo del suo figlio Giuseppe.

Ma quale vita amabile è quella di Giuseppe! — una vita di fede fin dal principio. — Giuseppe fu costantemente un santo uomo; ma è alla fine che la sua fede brillò magnificamente di uno splendore supremo. Aveva avuto la sua mano sui tesori d’Egitto, ed il suo piede sul trono di quel regno potento; tuttavia, in mezzo di tutto questo, egli parla della partenza dei suoi fratelli. Questo equivaleva a veder le cose invisibili, ed è anche la sola cosa che lo Spirito abbia segnalato come un atto di fede. Perché parlò in tal modo? È come se avesse detto: «Ah, io non cammino per la vista; so quello che arriverà, e vi dichiaro che voi sortireto da questo paese; e, quando ne sarete usciti, prendetemi con voi.»

L’intiero corso della sua vita fu irreprensibile; però, è nelle parole che disse al momento di lasciar questa terra, che noi troviamo la più bella espressione della fede. Ed ora, qual’è la cosa di cui voi ed io abbiam bisogno? — Abbiamo soltanto bisogno d’essere giusti ? Bisogna che lo siamo; ma costituirà questo una vita di fede? — Dobbiamo cercare d’essere sotto la potenza delle cose che si sperano — delle cose che non si vedono — dell’aspettazione del Signore; e fino a tanto che non facciamo ciò con qualche energia, possiamo essere irreprensibili, ma non camminiamo in questa vita di fede per la quale « fu resa buona testimonianza agli antichi». — Quindi, noi vediamo fin qui la fede come un principio che opera. Non è la fede del peccatore che è una fede senza opera; ma dal momento che la fede la quale non opera ha fatto di me un santo, bisogna che io afferri la fede che opera, e vivere nella sua potenza.

Ma proseguiamo, perché non vogliamo dimenticare quello che abbiamo detto, cioè che questo intero capitolo 11 si attacca al versetto 35 del capitolo 10 e ne è come l’illustrazione. Più la nostra fede è forte, e più la nostra anima è in possesso d’un’energica potenza morale. Questo capitolo mostra in che modo il principio della fede riportava vittoria. Non crediate che abbia in mira di cantare le lodi di Noè, d’Abrahamo, di Mosè e d’altri santi di Dio: sono le lodi della fede come si manifestava in questi santi. Quale cosa semplice e benedetta è il cristianesimo! Sono pieno d’ammirazione quando vedo come il diavolo ha effettuato in noi un duplico male mettendoci fuori del velo — nel campo; e come Cristo ha effettuato un duplice rimedio corrispondente. Mi rallegrerò io nel pensare che ho guadagnato Dio, quantunque abbia perduto il mondo? — Ecco il cristianesimo.

«Per fede Mosè, quando nacque, fu tenuto nascosto per tre mesi dai suoi genitori, perché videro che il bambino era bello» — Cosa vuol dire questo? — Significa che quando è nato c’era sul suo viso un’espressione che la fede seppe leggere. «Bello agli occhi di Dio» taleè il senso del vocabolo originale (Atti 7:20). C’era in lui una certa bellezza che destò la fede d’Amram e di Iochebed e gli ubbidirono. Non c’era forse della bellezza sul viso di Stefano moribondo? I suoi uccisori non avrebbero forse dovuto vederla ed obbedire! — Quale contrasto morale fanno essi con i genitori di Mosè! Costoro videro il disegno di Dio, e diretti da Lui nascosero il bambino.

Ora, notiamo in Mosè una bella potenza della fede. Essa riporta una triplice vittoria — tre brillanti vittorie, e le vittorie stesse alle quali noi siamo chiamati.

In primo luogo la sua fede riportò la vittoria sul mondo. Era un trovatello, ritirato dal Nilo e adottato come figlio della figlia di Faraone. D’una condizione personale abbietta, era stato trasportato nelle magnificenze d’un’adozione regale. Che ne fece egli? «Rifiutò di essere chiamato figlio della figlia del faraone.» — Quale vittoria non fu questa sul mondo! — Noi amiamo quello che nel mondo ci mette in onore; ma Mosè non volle saperne; e sono certo che oggi la fede è ancora impegnata nello stesso combattimento, ed è chiamata a riportare la stessa vittoria.

Poi vediamo Mosè a riportar vittoria fra le prove e le controversie della vita. «Per fede abbandonò l’Egitto, senza temere la collera del re». — Che cosa terribile è per la natura la vita della fede! — Oggi si guadagna una vittoria — bisogna tener fermo anche domani; «affinché possiate resistere nel giorno malvagio, e restare in piedi (o tener fermo) dopo aver compiuto tutto il vostro dovere» (Efesini 6:13). Qui si tratta delle sofferenze della vita che pesavano sopra Mosè, dopo che aveva voltato le spalle alle dolcezze della vita.

Una terza volta, Mosè risponde ai diritti di Dio. È bello di vedere un’anima spinta da potenti incitazioni d’una fede come questa: «Per fede celebrò la Pasqua». L’angelo distruttore andava per il paese, ma il sangue era sullo stipite della porta. Dal primo momento la grazia ha provvisto il peccatore d’una risposta ai diritti di Dio, e tutto ciò che deve fare la fede, è di mettere avanti questa risposta. Dio ha provveduto il sangue, e la fede se ne serve. Cristo è la provvista di Dio per il peccatore; è la grande ordinanza di Dio per la salvezza; e la fede cammina con Lui dalla croce alla gloria.

Poi «per fede attraversarono il mar Rosso,... per fede caddero le mura di Gerico,... Per fede Raab, la prostituta, non perì con gli increduli». E che diremmo noi di più? — il tempo ci vien meno e non possiamo percorrere la storia. È la storia che anima tutta la Scrittura: la storia della grazia e della fede — la grazia dalla parte di Dio e la fede dalla parte nostra, danno la vita a tutto il libro di Dio. Non siamo mai chiamati fuori del campo, finché non siamo al di dentro del velo.

I primi capitoli di quest’epistola presentano al peccatore il suo titolo ad una dimora nella presenza di Dio; poi dobbiamo mostrare al mondo che siamo stranieri nel mezzo di esso. Tale è la struttura di questa bella epistola: ci mostra il nostro diritto d’essere nella presenza di Dio, prima d’aprire agli occhi nostri la via nella quale siamo chiamati a camminare. Prima che Abrahamo fosse chiamato ad uscire dal suo paese per camminare verso uno che non conosceva, «il Dio della gloria» gli apparve. Si manda forse un uomo alla guerra a proprie spese? Dio vi ha forse mandato a combattere contro il mondo prima che foste in pace con Lui? Dal mornento che noi ci rivolgiamo a Dio, tutto è per noi. In Dio siamo chiamati a tutto ciò che è per noi. Siamo venuti «al monte Sion, alla città del Dio vivente, la Gerusalemme celeste, ecc.» Questo lo vedremo nel capitolo 12. Prima che Davide fosse inseguito come una pernice, aveva sopra di lui l’olio dell’unzione di Dio.

Bisogna che ci fermiamo un poco sugli ultimi due versetti, perché sono importantissimi, assai preziosi e pieni di ricchezze. Questi antichi, dei quali abbiamo contemplato la vita di fede, hanno ricevuto la testimonianza dell’approvazione di Dio; ma non hanno ricevuto le cose promesse. Questo mi ricorda Malachia: «un libro è stato scritto davanti a lui, per conservare il ricordo di quelli che temono l’Eterno e rispettano il suo nome. Essi saranno, nel giorno che io preparo, saranno la mia proprietà particolare (o i miei più preziosi gioielli)». Non sono ancora i suoi gioielli, ma hanno il loro nome sul suo libro, e ben presto li manifesterà come suoi preziosi gioielli. Così avviene per questi antichi. Perché non hanno ancor ricevuto le cose promesse? — Perché bisogna che primo noi entriamo nelle glorie della dispensazione attuale, quella dell’evangelo, se no, tutto quello che essi avevano nella loro misera dispensazione non sarebbe mai stato utile. La parola «meglio» o «migliore» s’incontra costantemente leggendo questa epistola. «Una migliore speranza», «un patto migliore», «qualcosa di meglio per noi», «il sangue dell’aspersione che parla meglio del sangue d’Abele» (Ebrei 7:19; 8:6; 10:34; 11:35; 12:24). La parola «perfetto» a pure un impiego costante, perché ora tutto è compiuto, tutto è perfetto. Tutto quello in cui Dio trova il Suo riposo è perfetto, come abbiamo già notato; e Dio non si aspetta soddisfazione se non da quello che Cristo gli dà. I suoi diritti sono appagati — la sua gloria mantenuta — il Suo carattere rivelato — e tutto questo in Cristo.

Ora, in cosa consiste questo «qualcosa di meglio» di cui parla l’ultimo versetto? Se Cristo così come è per noi, non fosse introdotto e noi con lui, per così dire, nulla sarebbe stato fatto. Dio avendo introdotto Cristo nella dispensazione attuale, tutti i santi antichi che ne dipendevano, sono resi perfetti. Poiché questa epistola ci appare come un trattato sulla perfezione; noi la considereremo in poche parole ed in un modo rapido sotto questo aspetto. — Così leggiamo nel capitolo 2 che conveniva alla gloria di Dio che ci desse un Salvatore perfetto; non è solo la mia estrema necessità, ma è la gloria di Dio stesso che lo richiedeva. — Era convenevole per Lui, prendendo consiglio della sua propria gloria, che desse al peccatore un «autore» per cominciare la salvezza (5:9), ed un «capitano» per compierla (2:10 in alcune versioni). La differenza tra un autore ed un capitano è precisamente la differenza che c’è tra Mosè e Giosuè. Mosè fu l’autore della salvezza quando condusse fuori d’Egitto i poveri prigionieri; Giosuè ne fu il capitano quando li condusse, attraverso il Giordano, direttamente nella terra promessa. Cristo è colui che ci conduce ad un tempo attraverso il mar Rosso e attraverso il Giordano, colui che ha fatto l’opera di Mosè e quella di Giosuè: l’autore ed il compitore della salvezza.

Leggiamo ancora nel capitolo 5 v. 9: «e, reso perfetto, divenne autore di salvezza eterna». Non si tratta di perfezione morale, perché tutti sappiamo che Egli era moralmente senza macchia, ma di perfezione come «autore della salvezza». Non sarebbe mai stato perfetto in questo senso, se non fosse andato alla morte; ma nello stesso modo che conveniva a Dio di darci un perfetto Salvatore, così conveniva a Cristo di farsi un Salvatore perfetto. Poi, nel capitolo 6 leggiamo (v. 1): «Tendiamo alla perfezione» (versione Nuova Diodati), dice l’apostolo: cioè «impariamo la nostra lezione su questo soggetto».

Qualcuno interpreta quest’espressione come se si dovesse proseguire finché non si trovi più peccato in noi; ma questo non è il vero senso. È come se l’apostolo dicesse: «Vi leggerò un trattato sulla perfezione, e bisogna che veniate ad imparare con me». Poi continua questo soggetto nel capitolo 7, e dice: Voi non potete trovare questa perfezione nella legge, perché essa non ha perfezionato nulla, ma dovete riguardare altrove. Qui la legge non significa i dieci comandamenti, ma le ordinanze levitiche; e fra questi miseri elementi, voi dovete riguardare altrove per la perfezione. In conseguenza, il capitolo 9 ci mostra che essa è in Cristo e ci dichiara che dal momento in cui la fede ha toccato il sangue, la coscienza è purificata; ed il capitolo 10 ci dice che dal momento in cui Cristo ci tocca, siamo resi perfetti per sempre. Il punto da afferrare si è che non si tratta d’uno stato morale senza macchia nella carne, poiché qui non c’è nulla di tutto questo.

Appena Cristo tocca l’apostolato, lo rende perfetto; appena tocca il sacerdozio, lo rende perfetto; appena tocca l’altare, lo rende perfetto; appena tocca il trono, lo rende perfetto. E se rende queste cose perfette, renderà perfetto anche voi, povero peccatore, per quello che riguarda alla vostra coscienza. Di modo che questa epistola è evidentemente un trattato sulla perfezione. Dio ci ha dato un Salvatore perfetto; Cristo stesso si è fatto un Salvatore perfetto; ora tendiamo alla perfezione. Se io cerco questa perfezione nella legge, mi trovo in un mondo di ombre; se io vado a Cristo, invece, mi trovo nel mezzo della perfezione.

Questi santi dunque non potevano ottenere l’eredità finché fossimo entrati noi, carichi di tutte le glorie di questa dispensazione; ma quando il tempo sarà compiuto, potranno dividere l’eredità con noi. Quali glorie brillano in questa epistola! Quali glorie riempiono il cielo, perché vi è Cristo! Quali glorie si riferiscono a noi, perché Cristo ci ha toccati! Non è forse una gloria l’aver la coscienza purificata, l’entrare nei luoghi santi con una piena libertà, il poter dire a Satana: «Chi sei tu per toccare il tesoro di Dio?» Noi ci arrampicchiamo e ci trasciniamo, mentre dovremmo essere nel mezzo di queste glorie ed incoraggiare i nostri cuori.

10. Capitolo 12

Leggeremo ora il capitolo 12. Abbiamo studiato la dottrina dell’epistola; e qui ci troviamo nella sua parte eminentemente pratica, quantunque la benedizione della dottrina vi brilli pure. Vorrei in prima far notare che abbiamo considerato i diversi caratteri nei quali il Signore è entrato nel cielo; ed ora nel versetto 1 lo vediamo nel cielo rivestito d’un nuovo carattere. Forse che non gli appartengono vari diademi? Non siete voi abituati a mettere sul Suo capo una corona regale ed una corona sacerdotale? Potreste voi metterne di troppo? Quale gruppo di glorie appare al nostro occhio, quando contempliamo Cristo nel cielo alla luce di questa magnifica epistola!

Ora, fra gli altri caratteri, lo vediamo là come qualcuno che ha compiuto una vita di fede sulla terra, «il capo e il compitor della fede (o colui che crea la fede e la rende perfetta)» Il consiglio di Dio è occupato ad incoronare Gesù. Sono le delizie del consiglio di Dio di coronarlo — sono le delizie dello Spirito di Dio di mostrarlo come coronato — e sono le delizie della fede di vederlo coronato. Dio, lo Spirito, e la fede del povero peccatore credente si riuniscono tutti attorno a Lui, sia per coronarlo, sia per rallegrarsi vedendolo coronato.

Qui lo vediamo ora riconosciuto nel cielo come Colui che ha compiuto la vita della fede. Egli l’ha percorsa nella perfezione, dalla mangiatoia alla croce, ed è accettato così nel più alto dei cieli. Una tal vita lo mise naturalmente in urto con l’uomo. «Ha sopportato una simile ostilità contro la sua persona da parte dei peccatori», dichiarazione magnifica, piena del pensiero che Egli era «separato dai peccatori». Voi non osereste appropriarvi questo linguaggio; è un tono troppo elevato che non può convenire ad altri che al figlio di Dio. È stato forse detto qualcosa di simile di Abrahamo o di Mosè? No: lo Spirito Santo non parlò cosi d’alcuno di essi. Quindi, allorché voi mettete il Signore nelle sofferenze della vita, in compagnia dei martiri, lo vedete, come in tutto il resto, prendere la preminenza. È così naturale per lo Spirito di glorificar Cristo! Se lo considera nelle sue cariche, come fa nella prima parte di quest’epistola, è facile di vederlo con molti, moltissimi diademi sul suo fronte; e so lo contempla qui, è cosa facile per lo Spirito di porre sul suo capo questa corona d’una bellezza particolare: « Ha sopportato una simile ostilità contro la sua persona da parte dei peccatori». È un ritratto che non potreste in nessun modo applicare a voi stesso, senza che il vostro cuore vi condanni, quand’anche foste chiamato alla morte.

Sotto un certo rapporto la croce fu un martirio. Gesù fu tanto un martire dalla mano dell’uomo, come fu una vittima dalla mano di Dio. È come martire che lo vediamo qui — e come tale siamo messi in sua compagnia. «Voi non avete ancora resistito fino al sangue nella lotta contro il peccato». Fra tutti i nemici contro i quali noi abbbiamo a combattere, non ce ne è uno più terribile del nostro proprio cuore. Fu il peccato nei Farisei — il peccato nella moltitudine — il peccato nei principali sacerdoti — che condusse il Signore Gesù alla croce; ma non ebbe mai in sé stesso la più leggera traccia di peccato a combattere. Ciò che ebbe a combattere, è il peccato negli altri.

L’apostolo continua mettendoci come sofferenti sotto il castigo, in compagnia del Padre; e qui lasciamo la compagnia di Cristo, perché Egli non si trovò mai sotto il castigo del Padre. Dal momento che io sono «sotto la sferza» e la disciplina del Padre, non sono più in compagnia di Cristo. Sono eminentemente in compagnia con Lui quando cammino sul sentiero del martirio; ma quando sono sotto il castigo del Padre, in tale compagnia non faccio un passo.

Così, dal versetto 5 in poi, ci troviamo in compagnia del nostro Padre celeste. Oh! il tatto divino, come sa distinguere il momento d’introdurre Cristo ed il momento di lasciarlo sparire! quando e sotto qual forma d’eccellenza e di gloria deve rivelarlo, e quando deve toglierlo dai nostri occhi! Quale gloria e quale perfezione c’è nel modo stesso con cui lo Spirito Santo adempie il suo compito! Cristo cammina attraverso la vita, sostenendo la contraddizione dei peccatori. Io l’attraverso combattendo contro il peccato; ed allora mi trovo nella compagnia della punizione del Padre — il che tutto finisce per me ad una benedetta partecipazione della Sua santità. Quand’anche metteste insieme tutto lo spirito di tutte le intelligenze umane, potrebbe esso darvi questi tratti che brillano nel Libro di Dio?

Nel versetto 12 siamo esortati a non lasciar stancare le nostre mani. Non c’è motivo perché debba essere così. Quantunque siamo «sotto la sferza», non c’è un solo motivo perché le nostre mani si stanchino o che le nostre ginocchia si disciolgano, poiché lo Spirito ci ha mostrati primo nella compagnia di Cristo, e poi in quella del nostro Padre che ci ama. C’è forse qualche ragione per farci camminare come se non conoscessimo la via? Questo è una bella conclusione. Sappiamo tutti come le mani si affaticheranno; ma io metto il mio suggello ad ognuna di queste parole, e dico: «È vero, Signore». Non c’è motivo per farci perdere coraggio.

Giunto là, lo scrittore guarda attorno a sé e dice: «Rinfrancate le mani cadenti»; riguardo agli altri, dice: «Impegnatevi a cercare la pace con tutti»; ed riguardo a Dio: «Impegnatevi a cercare la santificazione». «Quale comunione c’è tra la luce e le tenebre? — ; E quale accordo fra Cristo e Beliar?» (2 Corinzi 6). «Vigilando bene che nessuno resti privo della grazia di Dio; che nessuna radice velenosa venga fuori a darvi molestia» (Ebrei 12:15). Se consultaste Deuteronomio 29:17-18, vedreste menzionata una radice velenosa; ma è d’una specie diversa da questa qui. proveniva da qualcuno che prendeva i falsi dei — qui deriva dal fatto che vi manca la grazia di Dio. Tutta l’epistola ha come per scopo di «forare il vostro orecchio» (per servirci del linguaggio della Scrittura: Esodo 21) alla porta di Colui che parla di grazia. Non è un Legislatore che si sente, ma qualcuno che pubblica la salvezza dall’alto dei cieli. Gli angeli, i principati e le potenze sono sottomessi al Purificatore dei nostri peccati; ed il Purificatore dei nostri peccati ha preso la nostra coscienza con Lui nel più alto dei cieli, ed ogni lingua che tentasse accusa contro di noi è ridotta al silenzio, come si vede nei Romani 8 (vedi pure 1 Pietro 3:21-22).

Ed ora guardiamoci dal mancare della grazia pubblicata in tal modo; ciò potrebbe condurre al carattere profano di Esaù. Qualcuno ha detto che questa allusione a Esaù deve aver colpito estremamente lo spirito d’un Giudeo. «Se voi siete privi della grazia di Dio, sarete lasciati nella posizione d’un uomo che è stato ripudiato dalla vostra nazione». Io non mi occupo di ciò che prendete al posto di Cristo; se voi vi stogliete da Lui, domani potreste essere nella posizione del riprovato Esaù. Come considerate voi Esaù? Come il tipo della generazione che ben tosto dirà: «Signore, Signore, aprici?» Ma le loro lacrime saranno anche vane, come lo furono quelle di Esaù al capezzale del suo padre moribondo. Egli vi andò troppo tardi. Così, allorché Dio si sarà levato ed avrà chiusa la porta, non ci sarà più ravvedimento. Questo versetto 17 è molto solenne: mi dice che questa azione di Esaù è la presentazione ai nostri pensieri di ciò che si ha ancora a realizzare in una generazione animata dallo spirito di Esaù — ed in una simile generazione soltanto. — «Guardate, o sprezzatori, meravigliatevi e siate consumati» (Atti 13:41). Esaù sprezzò il suo diritto di primogenitura, e questa generazione ha rifiutato la grazia di Dio, e sprezzato il Cristo che è passato attraverso il mondo ed è morto per i peccatori.

Dopo questo, nel versetto 18, troviamo un magnifico quadro delle sue dispensazioni. È come se l’apostolo dicesse: «Vi ho mostrato una via di martirio, ma ora vi dico: che dal momento in cui riguardate a Dio, tutto è per voi». La strada del martirio ed il castigo del Padre non sono che nuove prove d’amore. Ora, lasciando Cristo ed il Padre, veniamo a Dio; e si vede che gli eterni consigli di Dio si sono riuniti per fare di ciascuno di noi qualcuno di cui si possa dire «il beato», nello stesso modo che si sono riuniti per fare di Cristo qualcuno di cui si possa dire «il glorioso». Non temete: voi non siete venuto al monte che si può toccare e che era tutto in fuoco. Voltategli le spalle. Più gli ho voltato risolutamente le spalle, più ho incontrato la grazia e la saggezza di Dio, ho risposto, ed ho reso l’obbedienza della fede. Devo rivolgere il mio capo qua e là per dare ancora qualche occhiata a quel monte? È quella l’obbedienza della fede? Poi, quanto alla mia faccia, verso di che è rivolta? Verso un grappolo di benedizioni. Fui condotto alla legge dalla mia propria fiducia in me stesso, e non vi trovai una sola cosa per me; ora ho rivolto la mia faccia verso tutt’altra parte, e vedo ogni cosa per me. «Voi vi siete invece avvicinati al monte Sion, alla città del Dio vivente, la Gerusalemme celeste, alla festante riunione delle miriadi angeliche, all’assemblea dei primogeniti che sono scritti nei cieli, a Dio, il giudice di tutti». Il Signore stesso nel giudizio è per noi; poiché è cosa che appartiene ad un giudice di vendicare gli oppressi. Poi, «agli spiriti dei giusti resi perfetti, a Gesù, il mediatore del nuovo patto e al sangue dell’aspersione». Tutto è per voi. Ecco la direzione verso la quale voi dovete continuamente tener rivolta la vostra faccia, senza lasciarvi giammai distogliere.

Ma in questo capitolo 12 e precisamente nel passo che ci sta dinanzi, ci ritroviamo al principio dell’epistola. Leggevamo nel capitolo 2: «come scamperemo noi se trascuriamo una così grande salvezza? Questa, dopo essere stata annunziata prima dal Signore...»; ed ora leggiamo: «Badate di non rifiutarvi d’ascoltare colui che parla». Dal principio alla fine, come abbiamo detto, lo Spirito «fora il nostro orecchio» alla porta della casa di colui che è il Signore della grazia.

Termina quindi col dire in un modo molto solenne: «Il nostro Dio è anche un fuoco consumante», cioè, il Dio di questa dispensazione. Convertendosi e rifugiandosi in Cristo, si può essere liberato dal fuoco ardente del Sinai; ma se la liberazione di Dio è sprezzata, se vi distogliete dalla liberazione portata da questa nuova dispensazione, non c’è più alcun’altra liberazione. «Il nostro Dio è anche un fuoco consumante».

Cosa può mettervi nella compagnia di Dio, come la semplicità della fode? Come dicevamo precedentemente, il disegno di Dio, e la gioia dello Spirito, è di porre delle corone sul capo di Cristo; e quando io sono semplice nella fede, trovo le mie delizie a riempiere di queste glorie il campo della mia visione. Così mi trovo nella compagnia più illustre nella quale io possa essere — quella di Dio e dello Spirito Santo. Che il Signore conceda a voi ed a me di esservi! Se sappiamo queste cose, felici noi se ci teniamo ad esse!

11. Capitolo 13

Siamo giunti alla fine dell’epistola, e vi troviamo ciò che è comune a tutte le epistole, vale a dire qualche piccolo dettaglio. È eminentemente il metodo di Paolo di cominciare con la dottrina e di finire con le esortazioni. Ed è ciò che fa lo scrittore qua: «L’amor fraterno rimanga tra di voi». Poi un fratello può essere uno straniero : «Non dimenticate l’ospitalità». E per incoraggiarli nel compimento di questo dovere, ricorda loro che qualcuno ha albergato degli angeli a sua insaputa. Viene quindi un altro dovere: «Ricordatevi dei carcerati», con l’incoraggiamento «come se foste in carcere con loro». Prendete il vostro posto nel corpo di Cristo come Suoi prigionieri, non come prigionieri quanto al corpo, ma d’un modo mistico. Quando parla delle sofferenze avute per l’amor di Cristo, l’autore fa appello alla nostra posizione mistica; ma quando si tratta delle sofferenze per le avversità nel senso ordinario (versetto 3), fa appello alla vita naturale, «come se anche voi foste maltrattati».

Dopo questo, troviamo i divini doveri della purità, e d’un sistema di vita che rompa con quello del mondo. Questo carattere della condotta del cristiano è espresso nelle parole «contenti delle cose che avete», non cercando di essere più ricchi domani che non oggi. Poi il Signore parla nel versetto 5, e noi gli rispondiamo nel versetto 6. È la risposta della fede alla grazia, la risposta del cuor del credente al cuore del l’Eterno Dio. Viene poi il dovere della sottomissione: «Ricordatevi dei vostri conduttori». Non si tratta di seguirli ciecamente come quando erano pagani (1 Corinzi 12:2) trascinati dietro agli idoli muti; ma d’essere condotti in un modo intelligente: «nessuno può dire: «Gesù è il Signore!» se non per lo Spirito Santo» (1 Corinzi 12:3). Siamo il popolo vivente d’un tempio vivente. Così «considerando quale sia stata la fine della loro vita, imitate la loro fede», la fede che hanno vissuto e predicato e nella quale sono morti.

Ora, l’autore lascia tutto questo, e parte dal versetto 8 da un altro punto: «Gesù Cristo è lo stesso ieri, oggi e in eterno», che si può chiamare la divisa dell’epistola, considerato, ben inteso, sotto un certo aspetto. E mi spiego: abbiamo visto che lo Spirito di Dio in questa epistola considera una cosa dopo l’altra, gettando un rapido sguardo sugli angeli, su Mosè, su Giosuè, su Aaronne, sull’antico patto, sugli altari con le loro offerte, e mettendo ogni cosa da parte per introdurre Cristo; e una volta che Cristo è introdotto, dice: «Egli è lo stesso ieri, oggi e in eterno». Lo scrittore esamina un momento lo scopo dell’epistola, e pare che dica con altre arole: «Ho tolto ogni cosa dal suo antico posto per introdurre Cristo, ed ora, tenetelo innanzi agli occhi vostri, non lasciatelo per tutto l’oro del mondo». È una preziosissima perorazione di tutto l’insegnamento dell’epistola.

Ma ciò ha una conseguenza: «Non vi lasciate trasportare qua e là da diversi e strani insegnamenti», insegnamenti estranei a Cristo. In Cristo avete trovato tutto; guardatevi di attenervi fermamente a lui. Poi, se Cristo è la mia religione, ho la grazia; «Perché è bene che il cuore sia reso saldo dalla grazia». Il Signore è posto davanti a noi come riassumendo in Lui tutta la nostra religione, e questa è una religione che apporta la grazia al povero peccatore. Guardatevi bene dal leggere il versetto 9 come se vi fosse possibile, in qualche modo, di stabilire i vostri cuori per le vivande; le pratiche relative a vivande non hanno dato alcun beneficio a nulla, e come si legge in un altro passo, «non toccare, non assaggiare, non maneggiare» (Colossesi 2:21), non recano né profitto, né onoro. Supponete che accumuliate le osservanze religiose carnali; il capitolo 2 dell’epistola ai Colossesi mi dichiara che c’é nessun onore a camminare in queste cose, ed il capitolo che meditiamo mi dice che vi si cammina senza profitto. Se si mettono alla prova e che le si scrutino diligentemente, si vede che esse sono tutte per la soddisfazione della carne. Appena ho trovato il Signore, il mio cuore è stabilito per grazia. Non avete mai sentito, che fra tutte le religioni professate sulla terra, non c’è che la sola religione divina la quale prenda la grazia come suo segreto? Tutte le altre cercano a pacificare Dio, se è possibile. La religione di Dio è la sola che abbia per fondamento la grazia. Questo è appunto ciò che ci viene presentato qui: Non siate sedotti da dottrine estranee a Cristo.

«Noi abbiamo un altare». Qual’è l’altare di questa dispensazione? È un altare esclusivamente per degli olocausti, dei servizi di ringraziamento. I Giudei avevano un altare per il sacrifizio espiatorio; ma il nostro altare non è così. Cristo è stato sull’altare dell’espiazione, ed a noi, come sacerdoti, serviamo ad un altare di sacrifici di ringraziamento. Ci rammentiamo che il Figlio di Dio ha versato il suo sangue, e serviamo ad un altare dove sappiamo che il peccato è stato cancellato, tolto e gettato dietro le spalle; e là, al nostro altare, noi compiamo continuamente un sacrificio di lode. Ma coloro che ritornano ai servizi del tabernacolo, non hanno il diritto né la potenza di tenersi come sacerdoti all’altare di questa dispensazione. Molte care anime sono in lotta con lo spirito legale; ma è una tutt’altra cosa lo spostare Cristo per qualunque cosa, come facevano i Galati, i quali credevano gli dovessero mettere un puntello. In questa epistola, lo Spirito non discute con le povere anime in lotta; ma se cerchiamo di offrire dei sacrifici espiatori e non riteniamo con un cuore geloso il nostro altare per i servizi di lode, noi bestemmiamo il sacrificio del Figlio di Dio.

Ora, dopo averci messi al nostro altare, ed anche nei luoghi santi, ci mostra il nostro posto fuori del campo. Gesù fu accolto nei luoghi santi da Dio, e fu messo fuori dall’accampamento dagli uomini. Noi dobbiamo essere con Cristo nell’una e nell’altra di queste posizioni. È là che ci mette l’attuale dispensazione; e se mai la gloria morale s’è attaccata ad una creatura di Dio, è quella che s’attacca a noi in questo momento. Chiamati fuori del campo con Cristo per portare il suo obbrobrio! Gli angeli sono in condizioni così favorevoli? Cristo ha forse loro mai detto: «Voi siete quelli che avete perseverato con me nelle mie prove»? Gli angeli non sono invitati ad essere i compagni dei suoi dolori; ed egli non ha mai conferito ad essi un onore simile a quello di cui ci ha rivestiti. Quindi, ben presto, la chiesa sarà più vicino al trono che gli angeli. «Non abbiamo quaggiù una città stabile». Cristo non ne ha avuto.

Il versetto 16 ci presenta un’altra bellissima cosa; un’altra specie di servizio per il nostro altare. «Non dimenticate poi di esercitare la beneficenza e di mettere in comune ciò che avete». Vediamo in diversi passi, che, più avremo della gioia in Dio, più anche avremo il cuor largo gli uni per gli altri. La natura stessa della gioia è di allargare il cuore. Come in Neemia, capitolo 8, dove il profeta dice al popolo: «Andate, mangiate cibi grassi e bevete bevande dolci, e mandate delle porzioni a quelli che non hanno preparato nulla per loro; perché questo giorno è consacrato al nostro Signore; non siate tristi; perché la gioia dell’Eterno è la vostra forza... Tutto il popolo se ne andò a mangiare, a bere, a mandare porzioni ai poveri, e a fare gran festa». Un uomo che è felice, ha di che per riguardare attorno a lui e far partecipare gli altri alla sua felicità.

Dopo ciò, l’apostolo giunge, agli attuali conduttori. Quelli del versetto 7 sono coloro che erano morti. C’è forse qui, domando ancora, una sottomissione cieca? — No, ma si deve aver conoscenza d’essi. «Essi vegliano per le vostre anime». L’ufficio senza la potenza, senza l’unzione dello Spirito Santo, è cosa sconosciuta nell’attuale dispensazione; e se la conosciamo, vuol dire che siamo entrati nel suo elemento corrotto e siamo usciti dall’elemento di Dio. Il ritenere la dispensazione nella sua purezza è una parte della nostra fedeltà a Dio; ed un’autorità semplicemente ufficiale è un idolo.

L’autore dell’epistola, questo vaso dello Spirito Santo, questo servitore (magari il più potente fra quanti hanno mai servito al nome di Dio), si abbassa fino al livello del santo più debole: «Pregate per noi», dice, e lo domanda nel nome d’una buona coscienza. Potreste richiedere ad un altro di pregare per voi, se voi vi proponete di sviarvi? Dirò che non potete farlo; l’apostolo domanda delle preghiere sulla base d’una buona coscienza, e poi dà loro un motivo di pregare. Quale spirito di intimità respira nella Scrittura! Essa non ci fa uscire dal nostro cerchio d’affezioni e di simpatie. Poi lo scrittore esprime i sentimenti del suo cuore che si volge verso Gesù per adorare: «A lui sia la gloria nei secoli dei secoli. Amen.»

Ora, se ci ricordassimo di quello che abbiamo detto prima, troveremmo qui qualcosa di nuovo e di strano. Il versetto 20 ci presenta il Signore nella sua risurrezione, e non nella sua ascensione. Il grande scopo dell’epistola, come l’abbiamo visto dal principio fin qui, è di mostrarci Cristo nel cielo con i diversi caratteri nei quali vi si trova; ma, nel versetto che ci sta dinanzi, l’apostolo non va al di là della risurrezione. Perché, terminando, egli fa discendere Cristo dal cielo? Ha egli tenuto i nostri sguardi costantemente fissi sopra di lui nel cielo per farlo discendere sulla terra alla fine? Sì, perché è dolce e soave di sapere che non abbiamo bisogno d’aspettare la morte e la risurrezione per entrare in rapporto con il Dio di pace. Quando si ha afferrato il Dio di risurrezione, si ha afferrato il Dio di pace. La risurrezione prova che la morte è abolita. Or, la morte essendo il salario del peccato, se è abolita, vuol dire che è abolito anche il peccato, perché essa lo segue come l’ombra il corpo.

Il patto è chiamato «eterno», perché non deve più sparire. L’antico patto è scomparso; il nuovo è sempre nuovo e non sarà più abrogato. Il sangue è tanto fresco oggi per parlare di pace alla coscienza, come quando stracciò il velo. Così, quando veniamo alla vita quotidiana, siamo ricondotti quaggiù per vederci in tutta semplicità nella compagnia del Dio di pace che ha tratto dai morti il Grande Pastore delle pecore, nella potenza del sangue che ha suggellato la remissione dei nostri peccati per sempre. Possiamo quindi dimenticare il peccato. In un senso elevato, ce ne ricordiamo sempre, ma in quanto a ciò che costituisce la nostra condizione davanti a Dio, possiamo dimenticarlo per sempre.

Prega, quindi, affinché Dio ci renda compiuti per fare la sua volontà. Quale misero risultato non ha mai avuto in noi questo compimento, se lo paragoniamo con questo versetto! Non siamo «perfetti in ogni bene»; siamo impacciati nel nostro affare, come se non fossimo in casa nostra. Poi, alla fine, termina con qualche espressione indirizzata ai fratelli nelle loro circonstanze: «La grazia sia con tutti voi. Amen.»

12. Conclusione

Abbiamo osservato che in questa epistola sono spiegate varie linee distinte di pensieri; e prima di chiudere queste brevi meditazioni, possiamo ancora esaminare e vedere in che modo queste diverse linee siano tutto in armonia e ci diano per risultato una conclusione infinitamente divina.

Ecco le linee di pensieri:
    1° — Lo Spirito mette da parte una cosa dopo l’altra per introdurre Cristo.
    2° — Dopo aver introdotto Cristo, lo Spirito lo presenta nelle diverse glorie nelle quali egli riempie ora i cieli.
    3° — Lo Spirito fa vedere come, una volta introdotto, Cristo esercita la sua azione sopra tutte le cose per renderle perfette; fa vedere che qualsiasi cosa tocchi un Cristo glorificato, ne è resa perfetta; e che, fra le altre cose, rende perfette le nostre coscienze.
    4° — Così, sul principio della sua riconciliazione, sono introdotto nel tempio di lode.

Questi quattro ordini di pensieri possono essere considerati separatamente; però, è preziosissimo di vedere che essi acquistano una nuova gloria quando li si vedono in rapporto gli uni con gli altri. Or io dico che in un tale scritto divino c’è una magnificenza che accenna per sé stessa la sua gloria, poiché ci mette in contatto con qualcosa che è per eccellenza il pensiero di Dio, mettendoci in contatto con qualcuna delle più meravigliose rivelazioni che Dio possa dare di sé stesso.

Ma prima di lasciare il nostro dolce e felice compito, esamineremo un poco particolarmente queste quattro cose.

  1. — In primo luogo, vediamo messi a parte gli angeli (capitoli 1 e 2); poi Mosè e Giosuè (capitoli 3 e 4); infine, mette a parte l’antico patto con il quale Cristo ha nulla a fare (capitolo 8), e le ordinanze del vecchio santuario con i suoi altari ed i suoi servizi (capitolo 9), per introdurre l’altare dove Gesù si trova come l’Agnello di Dio. Egli prende e mette da parte una cosa dopo l’altra per far posto a Gesù. È un compito delizioso per lo Spirito; Dio conosce le sue delizie; e se da un lato può essere contristato, può anche dall’altro essere rallegrato.

Poi, dopo aver introdotto Cristo, che ne fa di Lui? — Lo mantiene là per sempre, perché egli non ha successori. Quando lo Spirito ha fatto entrare Cristo, lo contempla. Ora, cosa vuol dire essere spirituale? Vuol dire avere il pensiero dello Spirito Santo. E voi, non avete mai preso il vostro compiacimento nel uscire di casa per far posto a Cristo? Lo Spirito parla delle cose che abbiamo or ora vedute, come essendo «deboli e poveri elementi»; le avete voi considerate mai in tal modo? Lo Spirito non vede successori a Cristo. Nei consigli di Dio, non c’é alcuno dopo Lui; è pur così nei consigli e nei pensieri delle anime nostre?

  2. — Così, dopo averlo fatto entrare, lo contempla. E cosa vede in lui? Vede gloria su gloria. Nel capitolo 1 lo vede seduto alla destra della Maestà nei luoghi celesti come il Purificatore dei nostri peccati, e sente una voce che dice: «Il tuo trono, o Dio, dura di secolo in secolo». Guarda nel capitolo 2, e lo vede come il nostro Apostolo che ci parla di salvezza. Poi lo trova come il Capo d’una casa permanente, come il Donatore d’un riposo eterno, e lo vede nel santuario celeste, posto lassù con giuramento, e sente Dio che l’accoglie con questo glorioso saluto: «Tu sei sacerdote in eterno secondo l’ordine di Melchisedec». È in questi diversi modi che lo Spirito prende il suo compiacimento in Cristo. Poi nel capitolo 9, lo vediamo nei cieli, considerato come il Dispensatore dell’eterna eredità, dopo aver ottenuto una redenzione eterna.

Nel capitolo 10, lo vediamo là seduto in un altro carattere, accolto con questo saluto: «Siedi alla mia destra finché abbia posto i tuoi nemici come sgabello dei tuoi piedi». Non avete mai seguito Cristo in spirito fino al cielo, e udito queste voci che gli parlano? Abbiamo bisogno di personifìcare la verità, perché siamo tutti terribilmente propensi a farne un semplice dogma. Io temo immensamente d’averla davanti agli occhi miei come una cosa che posso impararla in un modo intellettuale. In questa epistola, è la Persona che ci è presentata; ed è con qualcuno che è vivente che noi abbiamo a fare. Ecco le realtà celesti. Mosè edificò un tempio nel deserto; Salomone edificò un tempio nel paese della promessa; Dio ha edificato un tempio nel cielo. Tutto questo mostra il profondo interesse che Dio ha nel peccatore, tanto più che ha fatto un santuario per il nostro Sacerdote, e ciò perché è nostro Sacerdote, e tratta dei nostri interessi. Poi, nel capitolo 12, quando è salito, è stato ricevuto e seduto nel cielo come il Capo, l’Autore ed il Compitore della fede.

Ecco la seconda linea di pensieri, e noi vediamo come si attacca alla prima. Dopo aver fissato Cristo davanti a noi, lo Spirito ce ne spiega tutte le glorie.

  3. — La terza cosa che troviamo in questa epistola, è la perfezione. Se vedo Cristo perfetto come Salvatore, vedo anche perfetto me stesso come salvato. Se io non sono salvato, Cristo non è un Salvatore. Non parlo ora d’un’anima alle prese con lo spirito legale, ma del mio titolo; e non ho maggior dubbio quanto al diritto che ho di considerarmi come un peccatore salvato, che non al diritto che ha Cristo di ritenersi come un perfetto Salvatore. La salvezza è una cosa relativa. Se vado a Cristo come peccatore e che io dubiti d’essere salvato, bisogna che io abbia necessariamente qualche dubbio sulla perfezione della sua opera. Ma abbiamo già considerato l’epistola come un trattato sulla perfezione; era convenevole a Dio di darci nientemeno che un perfetto Salvatore. È veramente meraviglioso! Egli ha connesso la sua gloria con la perfezione della mia coscienza davanti a lui! Si è degnato farmi sapere che ciò era convenevole per Lui. È convenevole anche per voi che veniate e che mi serviate in qualche misura? Potreste farlo per bontà, ma io non avrei il pensiero di parlare così. Tale è però il linguaggio di cui Dio si serve.

Troviamo dunque che questa epistola è un trattato di perfezione; non già, però, la perfezione del periodo millenniale. Cristo sarà il riparatore di tutte le breccie, ma la più grande di esse era nella coscienza del peccatore.

Il male e la confusione regnano tuttora nella creazione; il male regna nella casa d’Israele; e Cristo non ha ancora messo mano alla riparazione di ciò. C’è una breccia nel trono di Davide — e Cristo non si è ancora mosso a ripararla. Ma la breccia più grande di tutte si trovava fra noi e Dio. Ben presto cambierà in cantici di lodi i gemiti della creazione; ma ha cominciato nel suo carattere di riparatore, mettendosi a riparare la breccia che ci separava da Dio; ed ora abbiamo piena libertà di entrare nei luoghi santi.

  4. — In quarto luogo, troviamo in questa epistola lo Spirito che edifica un tempio per la lode dovuta a Dio. Si occupa forse a rattoppare la cortina che il sangue dell’Agnello di Dio fendè in due? Va forse a far rivivere le cose che ha trattato come «deboli e poveri elementi»? Com’è ineffabilmente gloriosa questa quarta cosa! Lo Spirito di Dio ci ha edificato un tempio per lodare Dio con il frutto delle nostre labbra benedicendo il suo nome.

Cosa non troveremmo noi in quest’epistola? Quantunque possiamo considerare separatamente ognuno di questi ordini di pensieri, però essi ricevono l’uno dall’altro un coefficiente di gloria squisita. Lo Spirito fa, per così dire, una frusta di piccole cordicelle, e ordina a tutti di andarsene per lasciar posto a Gesù. Naturalmente, se ne andavano tutti volentieri, e con cuor contento, come ebbe ad esprimerne il sentimento Giovanni Battista, quando disse: «Colui che ha la sposa è lo sposo; ma l’amico dello sposo, che è presente e l’ascolta, si rallegra vivamente alla voce dello sposo; questa gioia, che è la mia, è ora completa». Mosè, Aaronne, gli angeli, tutti erano felici d’essere messi fuori della casa per far posto a Cristo.

Queste cose cooperano insieme per il servizio dell’anima nostra, menandoci ad un’intelligenza più profonda del Cristo di Dio. Qual «servitore» è lo Spirito Santo per le anime nostre in questa dispensazione! — come il Signore Gesù, il quale fu servo dalla mangiatoia al Calvario.

Credo che abbiamo bisogno, ciascuno di noi individualmente, d’essere fortificati nella verità. Noi non sappiamo fin dove possano andare l’incredulità e la superstizione; e se non abbiamo la verità, potremmo essere domani il trastullo di Satana. Vi citerò un esempio. I Galati erano un popolo ardente, facile ad eccitarsi — si sarebbero tolti gli occhi per l’apostolo; ma venne il giorno in cui questi dovette ricominciare ad insegnare loro i principi più elementari. «Figli miei, per i quali sono di nuovo in doglie, finché Cristo sia formato in voi»! C’era dell’eccitazione senza il fondamento solido della verità; e quando il male entrò, i poveri Galati furono in procinto di fare naufragio. Questa epistola testimonia della stessa cosa. I santi Ebrei erano ignoranti nella Parola; ma noi dobbiamo essere fortificati nella verità. Uno stato di eccitazione richiede d’essere raffermati per mezzo della verità di Dio.

Ed ora, che diremo noi? — Oh profondità di ricchezze! Autore della gloria! Immensità di grazia! Meraviglia delle meraviglie! Dio si è rivelato in una tale maniera, che noi possiamo ben coprire le nostre faccie, pur confidandoci in lui nel silenzio, ed amandolo con le più profonde emozioni delle anime nostre! Certamente qualcuno di noi può dire: «Magrezza sopra di me, magrezza sopra di me!» (*).

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(*) Traduzione letterale di Isaia 24:16.
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