BibbiaWeb
Home  Novità  La Bibbia  Studi biblici  Indice per autore  Indice per soggetto  Soggetti dettagliati

Il libro dei Giudici

Henri Rossier

Indice:
  Introduzione 1. Capitoli 1, 2 e 3 — Principi generali 1.1 Condizione d’Israele alla morte di Giosuè (leggere cap. 1:1-16) 1.2 I caratteri della decadenza (leggere cap. 1:17-36) 1.3 Origini della decadenza e sue conseguenze (leggere cap. 2:1-5) 1.4 La rovina nei rapporti d’Israele con Dio (leggere cap. 2:6 a 3:4) 2. Capitoli da 3 a 12 — I risvegli 2.1 Othniel (leggere cap. 3:5-11) 2.2 Ehud (leggere cap. 3:12-30) 2.3 Samgar (leggere cap. 3: 31) 2.4 Debora e Barak (leggere cap. 4) 2.5 Il cantico di Debora (leggere cap. 5) 2.6 Gedeone (leggere cap. da 6 a 8) 2.7 Abimelec, ovvero l’usurpazione dell’autorità (leggere cap. 9) 2.8 Thola e Jair (leggere cap. 10:1-5) 2.9 Nuovo risveglio d’Israele (leggere cap. 10:6-18) 2.10 Jefte e sua figlia (leggere cap. 11) 2.11 Una lotta tra fratelli (leggere il cap. 12:1-6) 2.12 Ibtsan, Elon e Abdon (leggere cap. 12:7-15) 3. Capitoli da 13 a 16 — Sansone e il Nazireato 3.1 Il Nazireato 3.2 Un residuo (leggere cap. 13) 3.3 Il serpente e il leone. Il banchetto (leggere cap. 14) 3.4 Le vittorie (leggere cap. 15) 3.5 La sconfitta e la restaurazione (leggere cap. 16) 4. Capitoli da 17 a 21 — Corruzione morale e religiosa d’Israele 4.1 Il levita di Giuda (leggere cap. 17) 4.2 Dan e il levita di Giuda (leggere cap.18) 4.3 Il levita d’Efraim (leggere cap. 19) 4.4 Breccia e restaurazione (leggere cap. 20) 4.5 I frutti della restaurazione (leggere cap. 21)

Introduzione

La differenza fra il libro di Giosuè e quello dei Giudici è notevole. Giosuè, tipo sorprendente dello Spirito di Cristo che agisce in potenza, conduce il popolo d’Israele alla conquista del paese della promessa, Canaan, e qui lo fa abitare in pace. Il libro dei Giudici, invece, ci presenta un altro aspetto delle cose. Prendendo come punto di partenza le benedizioni elargite ad Israele nel paese di Canaan e affidate alla sua responsabilità, questo libro ci mostra la condotta del popolo di fronte a tali benedizioni. Ha dimostrato di meritare la fiducia che Dio riponeva in lui? È vissuto all’altezza dei suoi privilegi? Il libro dei Giudici ci dà la risposta.

La storia d’Israele e quella della Chiesa hanno molti punti in comune. L’epistola agli Efesini del Nuovo Testamento è come il libro di Giosuè del Vecchio Testamento poiché ci presenta la Chiesa come già introdotta nel cielo, per godere di tutte le benedizioni spirituali in Cristo, e combattere non più come Israele «contro sangue e carne», ma «contro i principati, contro le potestà, contro i dominatori di questo mondo di tenebre, contro le forze spirituali della malvagità che sono nei luoghi celesti» (Efesini 6:12).

La seconda epistola a Timoteo corrisponde al libro dei Giudici. La Chiesa non è rimasta al livello spirituale dei primi tempi e, come Israele, non è stata fedele. Ha abbandonato il primo amore ed è andata in decadenza fino al punto in cui oggi si trova. Anche il singolo uomo, chiunque sia, riproduce nella sua vita la stessa storia d’Israele e della Chiesa. È il cammino dell’uomo benedetto da Dio, ma che viene meno alla sua responsabilità. Da Adamo a Noè, da Noè ad Israele, da Israele alle nazioni, dalle nazioni alla Chiesa, è sempre il medesimo quadro.

In questa Parola divina abbiamo la chiara descrizione di ciò che siamo, ma impariamo anche a conoscere chi è Dio. Egli ci esorta incessantemente a non lasciarci sfuggire le benedizioni di cui ci ha arricchiti e a ritornare a Lui quando ci siamo allontanati. Ma Dio non si limita a darci avvertimenti. Manifestando davanti a noi le ricchezze della sua grazia, ci mostra che Lui ha delle risorse quando noi abbiamo perduto tutto. La sua voce è potente per risvegliare l’uomo addormentato fra i morti e il suo braccio per liberare quelli che, per la loro infedeltà, sono ritornati in schiavitù. Vi è un combattimento della fede preparato per i tempi di rovina, un sentiero sconosciuto all’occhio della carne, ma familiare alla fede e praticabile dai più semplici. Dio ci mostra, in altre parole, che in un tempo di rovina Egli può essere pienamente glorificato così come nei tempi più prosperi della Chiesa.

1. Capitoli 1, 2 e 3 — Principi generali

1.1 Condizione d’Israele alla morte di Giosuè (leggere cap. 1:1-16)

I versetti da 1 a 16 del primo capitolo sono una prefazione al libro dei Giudici. «Dopo la morte di Giosuè....» Queste parole sono il punto di partenza del libro. Non si tratta ancora di decadenza, ma di ciò che la precede. Nella narrazione che segue vediamo che Giosuè, tipo dello Spirito di Cristo in potenza, non c’era più in Israele. Così pure, nella storia della Chiesa, il tempo delle potenti opere dello Spirito di Dio durò poco.

Senza dubbio, come al tempo degli «anziani che sopravvissero a Giosuè» (2:7), la presenza degli apostoli mise una diga all’invasione del male. Ma nel caso di Israele come in quello della Chiesa, la presenza di certi princìpi deleteri facevano prevedere che, appena il freno fosse stato tolto, la decadenza avrebbe avuto inizio.

In apparenza, tutto procedeva bene in Israele. Le tribù prendono posizione di fronte ad un mondo nemico. Quando interrogano l’Eterno per sapere chi per primo doveva salire contro il Cananeo, Dio risponde: «Salirà Giuda; ecco, io gli ho dato il paese nelle sue mani» (v. 1 e 2). Giuda poteva dunque contare sulla fedeltà di Dio, ma vediamo che già gli manca la semplicità della fede e che la sua dipendenza dal Signore è più apparente che reale. «E Giuda disse a Simeone, suo fratello: Sali meco nel paese che m’è toccato a sorte, e combatteremo contro i Cananei; poi, anch’io andrò teco in quello ch’è toccato a te. E Simeone andò con lui» (v. 3).

Forse Giuda sa di essere debole; però, invece di guardare a Dio per trovare in Lui l’energia che gli manca, la cerca in Simeone, e mostra di non avere fiducia nel Signore. È vero che non si allea coi nemici dell’Eterno, ma ricorre a Simeone, che è suo fratello. Tuttavia, sotto il pretesto di accellerare l’opera di Dio, vediamo già sorgere il principio delle alleanze e delle associazioni umane che è diventato oggi il principio dominante di ogni attività nella cristianità. Dio aveva forse bisogno di Simeone per dare a Giuda la parte della sua eredità?

In apparenza, il risultato di questa azione comune fu eccellente. In Giosuè 19:9 leggiamo che «la parte dei figliuoli di Giuda era troppo grande per loro». Ma la parte dei figli di Simeone non fu la migliore, poiché fu presa da ciò che Giudà non poteva conservare; essi ricevettero così la loro eredità dal superfluo d’un altro, all’estremo confine meridionale del paese d’Israele, verso il deserto. Non è che Dio disapprovi l’una o l’altra tribù, poiché è scritto (v. 4) che «il Signore diede loro nelle mani i Cananei e i Ferezei»; però, il combattimento intrapreso sulla base di un’alleanza umana non può che avere le caratteristiche di ciò che è «umano». Le due tribù alleate prendono Adoni-Bezek e gli tagliano i pollici delle mani e dei piedi (v. 6). Era forse ciò che Dio aveva comandato? Giosuè non aveva fatto così ai re di Gerico, di Ai, di Gerusalemme, di Mekkeda, e a tutti i re della montagna e della pianura. No. Questa mutilazione del nemico altro non era che una rappresaglia umana. Era pure ciò che Adoni-Bezek era abituato a fare: egli umiliava così il suo nemico pur tenendolo alla sua corte, poiché la sua presenza faceva risaltare la sua gloria di vincitore. Simili fatti avvengono anche nella storia della Chiesa. Quante volte essa fa sfoggio delle sue vittorie passate per esaltarsi ai propri occhi e farsi valere agli occhi degli altri! Il nemico umiliato ha sovente una coscienza più sensibile del popolo di Dio in stato di prosperità. Infatti Adoni-Bezek riconosce d’aver agito male verso i re vinti e si umilia sotto il giudizio di Dio.

«Giuda marciò contro i Cananei che abitavano a Hebron (il cui nome era prima Kiriath), e sconfisse Seshai, Ahiman e Talmai. Di là marciò contro gli abitanti di Debir, che prima si chiamava Kiriath-Sefer» (v. 10 e 11). Giosuè 15:14-15 attribuisce a Caleb ciò che il nostro capitolo attribuisce a tutta la tribù di Giuda, perché in quell’occasione Caleb, con la sua energia, la sua perseveranza e la sua fede, dette la sua impronta a tutta la tribù. Non era questo il carattere dei primi tempi della Chiesa, dove tutti erano di un solo cuore e d’un’anima sola, e camminavano con una stessa fede verso la meta?

Nel corso della storia dei giudici che Dio suscitava per liberare Israele, vedremo che prevale la fede individuale, e così è sempre stato anche nei vari risvegli della storia della Chiesa. Questo fatto, umiliante per la collettività, è però incoraggiante per l’individuo. Che onore per Caleb fu la vittoria di Giuda! Non dimentichiamo, d’altra parte, che ognuno di noi può contribuire a dare un carattere di debolezza o di forza all’insieme del popolo di Dio. Se ci fossero oggi molti «Caleb» in mezzo alla Chiesa infedele!

La storia di quest’uomo di Dio ci offre un altro incoraggiamento. La fedeltà individuale stimola e ravviva sempre, anche nei tempi più tristi della Chiesa, l’energia spirituale in altri. Otniel, testimone della fede di Caleb, è spinto ad agire come lui. Fa, per così dire, tirocinio sotto di lui e finisce per diventare il primo giudice d’Israele. Ma a lui non basta essere della famiglia di Caleb; egli combatte per godere una nuova relazione, quella di sposo con la sua sposa, e riceve Acsa per moglie. Il capitolo 15 di Giosuè ci racconta questo fatto esattamente con gli stessi termini, poiché sia in giorni prosperi come in tempi di decadenza la fede individuale gode degli stessi grandi privilegi. La Chiesa è stata infedele ed ha perso il sentimento della sua relazione con Colui che se l’è acquistata per mezzo della sua vittoria. Ma questa relazione può essere conosciuta e gustata oggi nella sua pienezza da ogni credente fedele.

L’unione con Acsa fa sì che Otniel entri in possesso di un’eredità. La nostra parte assomiglia alla sua. Noi realizziamo la nostra posizione celeste soltanto quando abbiamo preso posizione di fronte al mondo e i nostri cuori sono affezionati alla persona di Cristo. Tuttavia, quel prezioso territorio non basta ad Acsa. Quel campo è sterile e non potrebbe dare alcun frutto se suo padre non le desse anche «le sorgenti superiori e le sorgenti inferiori». Acsa le ottiene, così come, in altre circostanze, il fedele che attraversa l’arida valle di Baca la trasforma in «luogo di fonti» ed è anche colmato delle benedizioni che vengono dal cielo (Salmo 84:5-6). Acsa è una donna bramosa, ma bramosa delle benedizioni di Canaan! È triste la nostra situazione se siamo avidi delle cose del mondo, ma Dio ci approva se siamo avidi delle cose del cielo. Egli risponde a quest’avidità con abbondanti benedizioni spirituali che scendono su noi e sgorgano da noi; risponde invece all’avidità del mondo con dei castighi, come quello che cadde su Acan quando bramò ciò che era interdetto (Giosuè 7:19-26).

Il versetto 16, che chiude questa prima parte del libro, ci parla dei figli del Keneo, cioè di Jetro, il suocero di Mosè. La storia di questa famiglia, uscita da Madian e imparentata con Mosè, è interessante. Quando Jetro, dopo aver visitato Israele nel deserto, tornò al suo paese (Esodo 18:27), Mosè chiese che Hobab, figlio di Jetro, facesse da guida al popolo per trovare i luoghi dove accamparsi nel deserto (Numeri 10:29, 32). Lui rifiutò, ma i suoi figli fecero come Caleb e seguirono fedelmente il popolo di Dio nel suo lungo cammino (Giudici 4:11, 1 Samuele 15:6). Simili a Rahab, questi figli d’uno straniero salirono da Gerico, la città delle palme (1:16, Deuteronomio 34:3) per essere associati alla sorte d’Israele. Fecero come Ruth, che si affezionò ad Israele e non lo abbandonò più. I figli di Hobab s’imparentarono con la famiglia di Caleb, che ebbe per capo il fedele Jabes, il quale fece delle richieste intelligenti al Dio d’Israele e ricevette ciò che aveva chiesto (1 Cronache 2:50-55, 4:9-10). Dai Kenei discesero i Recabiti, e quando la Parola terminala loro storia, li loda come dei veri Nazirei in mezzo alla rovina d’Israele. Ma, ahimè! questa famiglia fedele, uscita dalle nazioni, ha anche la sua parte nel libro della decadenza. Lo constateremo al cap. 4, con l’esempio di Heber il Keneo. Non posso far a meno di applicare questa storia alla Chiesa uscita anch’essa dalle nazioni. Nel suo insieme ha fallito la sua testimonianza; ma, come ci furono i figli di Recab fra gli Israeliti, così vi sono in essa dei fedeli che cammineranno fino alla fine in una santa separazione dal male, ubbidendo alla parola che il Capo ha loro trasmesso.

1.2 I caratteri della decadenza (leggere cap. 1:17-36)

I versetti precedenti presentavano già alcuni sintomi della decadenza in mezzo ad uno stato ancora fiorente; ma in questi vediamo i caratteri veri e propri della decadenza. Essa differisce dalla «rovina»che è la decadenza giunta a maturità, come ce la presenta il cap. 2. L’una e l’altra le vediamo anche nella storia della Chiesa. Per convincersene, basta leggere le lettere alle sette chiese dell’Apocalisse.

In cosa consiste la decadenza? Una parola, una sola parola la contraddistingue: la mondanità. Questa parola significa la comunanza di cuore, di princìpi e di cammino col mondo.

Come sarebbe facile evitarla se il cuore dei figli di Dio fosse integro dinanzi a Lui! Israele, invece di cacciare i Cananei, li teme, li sopporta, si stabilisce insieme a loro, nello stesso paese. Così la Chiesa, vista nel suo insieme, si è alleata col mondo. Vedremo più tardi i risultati disastrosi di questa alleanza; per ora la Parola di Dio si limita a stabilire questa realtà: Israele non si separò dalle nazioni in Canaan.

Un secondo principio risalta dal nostro passo. La decadenza è un fatto graduale. Da una tappa all’altra, Israele scende il pendio fino al momento solenne in cui l’angelo del Signore lascia per sempre Ghilgal per andare a Bokim. Così è della Chiesa e anche di molti credenti individualmente. Se un cristiano, dopo aver camminato nella potenza dello Spirito Santo, accorda al mondo un piccolo posto nel suo cuore, sarà a poco a poco soggiogato da questo nemico; ha cessato di combatterlo e finirà la sua carriera nell’umiliazione della sconfitta.

I capitoli 19, 20 e 21 del libro dei Giudici narrano avvenimenti che precedono storicamente il primo capitolo. Ritorneremo su questo dettaglio, ma lo accenniamo qui per rilevare un terzo principio in apparenza contraddittorio col secondo, cioè che lo stato morale del popolo era fin dall’origine estremamente basso, prima ancora che Dio lo abbandonasse ai suoi nemici. Così, nella storia del cristianesimo, appena l’ultimo apostolo ha lasciato la scena di questo mondo un abisso spaventoso si scavò fra i princìpi della Chiesa primitiva e quelli dei tempi che seguirono. I cristiani perdettero in poco tempo persino le nozioni elementari della salvezza per grazia, dell’opera della croce, della giustificazione per fede.

Il decadimento graduale e la rovina finale sono di grande importanza per noi. Essi ci mettono in guardia contro la minima tendenza mondana e ci mostrano che, non potendo fondare nulla su noi stessi e sul nostro «vecchio uomo», non dobbiamo far altro che tenerci per morti con Cristo sulla croce, per dipendere interamente da Dio e dalla sua grazia.

Ed ora entriamo nel dettaglio del nostro passo. «Giuda partì con Simeone suo fratello, e sconfissero i Cananei che abitavano in Tsefath; distrussero interamente la città che fu chiamata Hormah (che significa distruzione, sterminio)» (1:17). Questo fatto è notevole e ricorda il libro di Giosuè: la tribù di Giuda respinge ogni alleanza, ogni comunione col Cananeo e le fortezze dei Filistei sono conquistate. «E l’Eterno fu con Giuda» (v. 19). Ma perché Giuda prende possesso solo della montagna? Perché non caccia anche gli abitanti della valle? Ahimè ! Giuda teme i loro «carri di ferro». Diffidando delle sue forze, Giuda s’era alleato con Simeone; ma, come abbiamo visto, la vera causa era una certa sfiducia in Dio. Alla mancanza di fede nella potenza di Dio segue il timore della potenza del mondo. Non avevano essi, qualche tempo prima, in un giorno di vittoria, bruciato i carri di Jabin? (Giosuè 11:4,6,9). Non aveva l’Eterno promesso alla casa di Giuseppe che avrebbe scacciato i Cananei, benché questi avessero dei carri di ferro e fossero potenti? (Giosuè 17:18). Cos’erano per il Signore dei carri di ferro? Quando viene meno la nostra fiducia in Lui e nelle sue promesse, diciamo anche noi, come le spie mandate da Mosè per esplorare il paese: «Abbiamo visto i giganti, figliuoli di Anac; di fronte ai quali ci pareva di esser locuste, e tali parevamo a loro» (Numeri 13:33).

Che contrasto con Caleb! (v. 20). Egli scaccia il nemico, e persino i tre figli di Anac, da tutta la sua eredità. In un tempo di decadenza, la fede individuale può realizzare cose di cui la collettività è incapace.

Al v. 21, i figli di Beniamino non scacciano i Gebusei che abitano Gerusalemme. La tribù di Giuda, nei tempi prosperi, aveva messo quella città a fil di spada e l’aveva data alle fiamme. Ma il nemico vinto non si era rassegnato alla sconfitta. Il rilassamento d’Israele gli offre un’occasione favorevole per non cedere, e così «i Gebusei hanno abitato coi figliuoli di Beniamino in Gerusalemme, fino al dì d’oggi».

La storia della casa di Giuseppe (v. 22-26) ricorda quella di Rahab, al capitolo 2 di Giosuè, ma con un’ importante differenza: manca l’opera della fede. L’atto dell’uomo che usciva dalla città di Luz e che diede informazioni ai figliuoli d’Israele, è quello d’un traditore, non d’un credente. Giuseppe lo adesca promettendogli salva la vita; ma vediamo che lui, dopo la sua liberazione, ritorna al mondo, invece di associarsi come Rahab al popolo di Dio, e ricostruisce, nel paese degli Hittei, quella città di Luz che il Signore aveva poco prima distrutta.

Numerose sono le città da cui Manasse non scaccia gli abitanti. Notiamo questa parola: «Essendo i Cananei decisi a restare in quel paese» (v. 27). Per il credente indebolito, la volontà del mondo ha maggior forza della parola e delle promesse di Dio. Quando Israele «si fu rinforzato» assoggettò, è vero, i Cananei a servitù, «ma non li scacciò del tutto». La cristianità, divenuta potente e ricca, fece lo stesso con il paganesimo, e non certo per un atto di fede.

Efraim e Zabulon lasciano che il Cananeo si stabilisca in mezzo a loro (v. 29-30). Ormai il mondo fa parte del popolo di Dio.

Ascer e Neftali (v. 31-33) fanno ancora peggio: abitano in mezzo ai Cananei! Israele è sommerso da questi popoli pagani.

Per Dan la situazione è ancora più grave. Con questa tribù il triste quadro è completo: «E gli Amorei respinsero i figliuoli di Dan nella contrada montuosa e non li lasciarono scendere nella valle» (v. 34). Il mondo ottiene quel che vuole: scacciare i figliuoli di Dio dalla loro eredità. Satana ha sempre l’obiettivo di privarci dei beni che fanno la nostra gioia e la nostra forza, e purtroppo talvolta ci riesce.

Ricordiamoci di questa gradualità nella decadenza. Povero Israele! Vedremo che in capo a qualche anno abbandona il suo Dio che l’aveva tratto dal paese d’Egitto e si prostra davanti ai falsi dei. Come conseguenza e castigo della sua idolatria, sarà oppresso e predato dai suoi nemici.

Fratelli nel Signore, noi tutti viviamo nel periodo della decadenza del cristianesimo. È troppo tardi per un ritorno collettivo alla fedeltà e all’ubbidienza. Risaliamo, almeno individualmente, questo sentiero sdrucciolevole e in discesa. Guardiamoci dal mondo; diffidiamo delle sue esche, anche quelle che sembrano le più inoffensive.

Impegnamoci, in questi tempi della fine, ad essere di quei fedeli a cui il Signore può dire: «Entrerò da lui, e cenerò con lui, ed egli con me» (Apocalisse 3:20).

1.3 Origini della decadenza e sue conseguenze (leggere cap. 2:1-5)

Il popolo d’Israele non si è mantenuto separato dal mondo. Questo fatto denota che non aveva più la forza per sbarazzarsi del nemico. Perché tale mancanza di forza? I versetti che abbiamo letto rispondono a questa domanda. «Or l’angelo dell’Eterno salì da Ghilgal a Bokim» (v. 1).

Il libro di Giosuè, che registra le vittorie d’Israele, è caratterizzato da Ghilgal, luogo meravigliosamente benedetto, dove il popolo trovava il segreto della sua forza. Era il luogo dove era avvenuta la circoncisione degli Ebrei nati durante la traversata del deserto (Giosuè 5), ed è una figura dello «spogliamento della carne». È scritto in Colossesi 2:11: «In lui (cioè Cristo) siete anche stati circoncisi d’una circoncisione non fatta da mano d’uomo, ma dalla circoncisione di Cristo, che consiste nello spogliamento del corpo della carne» (Colossesi 2:11). Alla croce di Cristo, nella sua morte, il credente ha trovato la condanna totale e la fine della sua «carne». A Ghilgal, l’Eterno aveva «tolto l’obbrobrio dell’Egitto» disopra al suo popolo, il quale, liberato, simbolicamente, dalla dominazione della carne che lo legava all’Egitto (il mondo), poteva finalmente appartenere a Dio solo. Ma come per Israele occorreva ritornare costantemente a Ghilgal, il credente deve realizzare costantemente la mortificazione della carne. Deve applicare questa morte di Cristo nella sua vita d’ogni giorno, e tagliar via ogni frutto che cresce sull’albero della carne (Colossesi 3:5). Il segreto della nostra forza spirituale si trova infatti nel giudizio continuo di ciò che siamo e di ciò che produciamo per natura.

Questo spiega le vittorie del libro di Giosuè. Gli Israeliti ritornarono sempre a Ghilgal, salvo in un solo caso (Giosuè 3:2), e così subirono una sconfitta. Adesso, al tempo del libro dei Giudici, Ghilgal è trascurato, dimenticato completamente. E così, mancando il giudizio giornaliero dei loro cuori, essi si mondanizzano. L’angelo dell’Eterno, che rappresenta la potenza divina in mezzo al popolo, aveva aspettato a lungo un ravvedimento e un ritorno. Ma Israele non è tornato. All’angelo non resta che lasciare quel luogo benedetto per salire a Bokim, che significa «luogo dei pianti». Dov’erano quei giorni di forza e di gioia, nei quali Gerico cadeva al suono delle trombe di Dio? E i giorni di Gabaon, e quelli di Hatsor? Svaniti per sempre! Le benedizioni, fondate su Ghilgal, non potevano risorgere per Israele. La potenza dell’Eterno non era più a disposizione del popolo, considerato come un tutto unico. Erano lontani i tempi benedetti in cui Israele saliva volontariamente a Ghilgal, giudicando così, in figura, la propria carne, per non peccare e per vincere. Lontano era pure il giorno umiliante ma benedetto di Acor (Giosuè 8), in cui il popolo giudicò il proprio peccato, e fu ristorato.

A Bokim, Israele piange, obbligato a subire il castigo e le sue irrimediabile conseguenze. La riabilitazione ormai non è più possibili. Dio non ristabilisce ciò che l’uomo ha rovinato. E la Chiesa nel suo insieme ha seguito lo stesso cammino; la sua rovina durerà fino al termine della sua storia come Chiesa visibile sulla terra. Essa pure, divenuta infedele, si è stabilita in mezzo al mondo, e ora in essa vi è una mescolanza corrotta di ogni sorta di iniquità che durerà fino alla fine. Dio la paragona ad una grande casa che contiene dei vasi ad onore ed altri a disonore. Eppure verrà il momento in cui, finita la storia della responsabilità dell’uomo, il Signore presenterà a Se stesso la propria Chiesa, gloriosa, senza macchia, né ruga, adorna d’un’eterna giovinezza.

Non è un sentimento d’umiliazione che, a Bokim, riempie il cuore di quel povero popolo; esso versa delle lagrime all’annuncio del giudizio ma non trova via di uscita, perché non esiste. In questo libro troviamo dei tempi di liberazione parziali ed anche qualche caso di vera umiliazione (cap. 10:15-16). Ma il ristoramento d’Israele come popolo, nella sua globalità, avverrà solo in un tempo futuro. Ne troviamo una realizzazione parziale al tempo di Samuele, giudice e profeta, tipo di Cristo vero profeta e vero giudice. È come l’aurora d’un tempo nuovo, immagine di quel giorno futuro in cui Israele ritroverà per mezzo dell’umiliazione il suo posto benedetto come popolo di Dio. Samuele convocherà il popolo a Mitspa (1 Samuele 7), il luogo «dell’umiliazione» e non solo il luogo «dei pianti». Là essi attingeranno dell’acqua e la spargeranno davanti all’Eterno, digiunando per tutto un giorno. Essi diranno: «Abbiamo peccato contro l’Eterno» e là abbandoneranno i falsi dei. Sarà il principio di un’era di benedizioni che brillerà poi in tutto il suo splendore sotto i regni di Davide e di Salomone.

Bokim caratterizza il libro dei Giudici, come Ghilgal il libro di Giosuè. Il luogo dei pianti caratterizza pure il periodo attuale della storia della Chiesa responsabile. Non è più possibile tornare indietro; quando un edificio è rovinato, una riparazione non servirebbe ad altro che ad ornare la sua rovina, cosa più fatale ancora della rovina stessa.

Per Israele non si tratta più di ritrovare la forza perduta; l’Angelo dell’Eterno è salito da Ghilgal a Bokim. L’Eterno odia le pretese di forza in un tempo come il nostro; l’attività dell’uomo e della carne, che vediamo spiegarsi da ogni parte, non ha nulla a che fare con la potenza dello Spirito. Quelli che gridano ad alta voce: «La potenza di Dio è con noi», mi fanno pensare alla folla che circondava Simone il mago: «Costui è la potenza di Dio che si chiama la Grande» (Atti 8:10); e a Laodicea che dice: «Io sono ricco», non sapendo di essere, invece, infelice, miserabile povero, cieco e nudo!

Tuttavia non dimentichiamo che, se la Chiesa come testimonianza collettiva ha fallito, il Signore ha dei fedeli testimoni di Cristo in mezzo alla rovina, che riconoscono la rovina e piangono su di essa nella presenza di Dio. Troviamo qualcosa di simile in Ezechiele 9:4. Gli uomini di Gerusalemme che gemono e sospirano sono segnati sopra la fronte dall’Angelo dell’Eterno; sono un popolo umiliato, come in Malachia 3 (v. 13-18), dove troviamo due categorie di persone: quelle che dicono (v. 14): «Che abbiamo guadagnato... ad andare vestiti a lutto, a motivo dell’Eterno degli eserciti?», e i fedeli, un residuo debole e umiliato, che si sono parlati l’uno all’altro, aspettando il Messia che solo poteva portare loro la liberazione. Il loro abbassamento è proficuo, poiché li fa guardare verso Colui che «rileva il misero dalla polvere e trae su il povero dal letame, per farli sedere coi principi» (1 Samuele 2:8).

Credenti, prendiamo anche noi questo posto; non rimaniamo indifferenti allo stato della Chiesa di Dio in questo mondo; piangiamo, poiché tutti vi abbiamo contribuito. Riconosciamo, come Filadelfia, d’avere poca forza, ma udremo il Signore dirci con voce consolante: Io ho «la chiave di Davide», mia è la potenza, non temere; io la metto interamente a tua disposizione!

Nei versetti 1-3, l’angelo del Signore parla al popolo. Dio era forse venuto meno al suo patto? Non aveva forse compiuto tutto ciò che aveva detto? Israele che aveva rotto il patto. «Perché avete fatto questo?». Questa domanda tocca la nostra coscienza e la scruta. Perché hai preferito il mondo e le sue concupiscenze alla potenza dello Spirito di Dio? Hai preferito gli idoli allo sguardo ineffabile della faccia del Signore!

Israele piange e sacrifica all’Eterno (v. 5). Quanto è commovente la grazia di Dio che permette l’adorazione in mezzo alla rovina! Il luogo dei pianti è un luogo di sacrifici, e Dio accetta le oblazioni fatte a Bokim.

1.4 La rovina nei rapporti d’Israele con Dio (leggere cap. 2:6 a 3:4)

I versetti da 6 a 9 del capitolo 2 sono la ripetizione di Giosuè 24:26-31, e collegano immediatamente la storia della decadenza a quella del popolo prima della sua caduta. Vi furono ancora degli anziani dopo Giosuè per aiutare ed incoraggiare Israele, come vi furono degli apostoli per la Chiesa. Ma, al tempo degli apostoli come ai giorni di quegli anziani, erano già all’opera i princìpi distruttori della Chiesa: giudaesimo, mondanità, corruzione. Paolo s’opponeva a tutte queste cose con la potenza dello Spirito di Dio, ma anche con la certezza che dopo la sua partenza sarebbero entrati dei lupi rapaci che non avrebbero risparmiato il gregge.

La fine del cap. 1 ci ha mostrato la decadenza d’Israele nei suoi rapporti col mondo; i versetti che abbiamo letto ci presentano la sua rovina nei suoi rapporti con Dio. Questo passo ci dà un riassunto di tutto il libro dei Giudici. La mondanità e l’idolatria vanno di pari passo. I nostri cuori si portano verso il mondo nella misura in cui si distolgono da Dio; e allora non manca che un passo ad abbandonare il Signore e a sostituirlo con degli idoli. Non è a caso che lo Spirito ci rivolge l’esortazione solenne: «Figliuoletti, guardatevi dagli idoli» (1 Giovanni 5:21). Quando ci associamo al mondo, gli oggetti che esso adora vengono a stabilirsi da padroni nei nostri cuori e a prendervi il posto di Cristo.

Due cose denotano il declino spirituale della generazione che seguì Giosuè. Essa «non conosceva il Signore, né le opere ch’Egli aveva compiute a pro d’Israele» (v. 10). Mancando la conoscenza personale di Cristo e del valore della sua opera, la via è aperta allo straripare del male. È ciò che accadde ad Israele: «Abbandonarono l’Eterno e servirono a Baal e agl’idoli d’Astarte» (v. 13). Allora l’ira del Signore s’accese contro il popolo che li abbandonò ai nemici esterni che li predarono (cap. 2 v. 14), e lasciò al loro fianco il nemico interno (3:3). Il nemico nella casa di Dio è il sintomo caratteristico degli ultimi tempi. Le nazioni, di cui il cap. 1 dell’epistola ai Romani descrive il terribile stato morale, sono stabilite ai giorni nostri con tutti i loro princìpi di corruzione (2 Timoteo 3:1-5) nel mezzo di quell’edificio che era uscito così bello dalle mani del divino architetto; esso fu da Lui affidato alle mani dell’uomo, e da allora contiene materiali destinati ad essere bruciati, e una triste mescolanza di vasi ad onore e di vasi a disonore (2 Timoteo 2:16-21). È un giudizio di Dio sulla sua casa il fatto ch’Egli vi lasci sussistere queste cose. Quanto poco ce ne rendiamo conto noi cristiani!

Ma il Dio che giudica è pure il Dio che ha pietà (v. 18). Israele geme sotto l’oppressore. Allora l’Eterno volge lo sguardo su quel popolo, in favore del quale aveva operato grandi cose, e suscita dei liberatori. È questa la storia che vedremo svolgersi nel libro dei Giudici. Ce ne è dato il riassunto in anticipo. Vi sono dei risvegli, ai quali segue un momento di riposo e di benedizione. Le catene sono spezzate per un po’ di tempo, il nemico è ridotto al silenzio... Ma come Dio lascia il popolo a se stesso, esso ricade nell’idolatria, esattamente come prima. «Non rinunciavano minimamente alle loro pratiche e alla loro caparbia condotta» (v. 19).

Cosa rimaneva da fare? Una cosa degna di Dio! Nella sua grazia, Egli si serve delle infedeltà e delle sue conseguenze per benedire il suo popolo. Lasciando sussistere le nazioni, Dio non ha soltanto in vista il castigo, ma vuole pure mettere alla prova Israele, «per vedere se si atterranno alla via dell’Eterno e cammineranno per essa, come fecero i loro padri» (2:22), vale a dire per vedere se si separeranno dal male. Anche oggi, come si vede nella seconda epistola a Timoteo, Dio si serve della mescolanza di vasi ad onore e a disonore per provare i cuori dei fedeli e benedirli. «Se dunque uno si serba puro da quelle cose, sarà un vaso nobile, santificato, atto al servigio del padrone, preparato per ogni opera buona» (2 Timoteo 2:21). Che bella descrizione dei caratteri d’un credente fedele in tempi difficili! Anche nella rovina Dio ci mostra un cammino che lo glorifica, come nei giorni più prosperi della Chiesa.

Lasciando sussistere queste nazioni per provare Israele, l’Eterno aveva in vista anche altri scopi (3:4): «Vedere se Israele ubbidirebbe ai comandamenti che l’Eterno aveva dati ai loro padri per mezzo di Mosè». Dio aveva in vista di ricondurre il cuore d’Israele a quella Parola ch’Egli aveva dato loro al principio e che era la loro sola salvaguardia. Oggi è lo stesso: «Ma tu», dice l’apostolo a Timoteo, «persevera nelle cose che hai imparate e delle quali sei stato accertato, sapendo da chi le hai imparate, e che fin da fanciullo hai avuto conoscenza degli scritti sacri, i quali possono renderti savio a salute mediante la fede che è in Cristo Gesù» (2 Timoteo 3:14-15).

Lo stato della cristianità ci spinge a prendere una posizione di separazione dal male e a tenerci attaccati alla sua Parola per dare una fedele testimonianza a Dio in questi ultimi tempi. I fedeli di Filadelfia avevano questo carattere, poiché avevano serbato la sua Parola e non avevano rinnegato il suo nome. Questi sono i caratteri che presenteranno anche i futuri figli del Regno di Cristo. Al Salmo 1 leggiamo che essi si separano dalle vie dei malvagi e trovano il loro piacere nella legge dell’Eterno, e la meditano giorno e notte.

Lasciando i nemici in mezzo ad Israele, l’Eterno voleva anche che «le nuove generazioni dei figliuoli d’Israele imparassero la guerra». Quando ci si lascia abbattere dallo stato della Chiesa e dal male che vi domina, sembra a volte che non valga più la pena di combattere, e che la nostra parte sia esclusivamente quella dei settemila fedeli nascosti che non avevano piegato le ginocchia dinanzi a Baal, al tempo di Elia (1 Re 19:18). Sarebbe un grande errore. Noi tutti dobbiamo essere degli Elia; la lotta è più che mai necessaria. Il combattimento cristiano non è contro sangue e carne come quello d’Israele, ma contro le potenze spirituali della malvagità che sono nei luoghi celesti. Questo potere satanico è sempre all’opera per impedirci di prendere possesso delle cose celesti e ridurre il popolo di Dio in schiavitù. La nostra lotta sarà dunque tanto una guerra di conquista, quanto una guerra di liberazione. Il libro di Giosuè, come l’epistola agli Efesini, ci presenta il combattimento che deve metterci in possesso dei nostri privilegi. Il libro dei Giudici, come la seconda epistola a Timoteo, ha specialmente in vista il combattimento per la liberazione del popolo di Dio.

«Sopporta anche tu le sofferenze, come un buon soldato di Cristo Gesù», dice l’apostolo al suo fedele discepolo (2 Timoteo 2:3). «Soffri afflizioni, fa’ l’opera d’evangelista», dice più avanti ed aggiunge: «Io ho combattuto il buon combattimento» (2 Timoteo 4:5,7). Quale bontà da parte di Dio in questi tempi di debolezza generale, aver lasciato sussistere il nemico perché impariamo che cos’è la guerra! Il combattimento cristiano non cesserà mai quaggiù, ma il Signore dice: Abbi fiducia in me; ho messo davanti a te una porta aperta, e ho delle ricompense per chi vincerà. Ci accordi Dio d’avere a cuore la liberazione del suo popolo, sia per conquistare delle anime per mezzo del Vangelo, sia per liberarle dai loro legami per mezzo della Parola, la spada a due tagli dell’Eterno.

2. Capitoli da 3 a 12 — I risvegli

2.1 Othniel (leggere cap. 3:5-11)

Come abbiamo visto, è molto importante comprendere che per la Chiesa, poiché è stata infedele alla chiamata di Dio, non esite quaggiù alcuna possibilità di ristoramento collettivo. I risvegli che Dio produce per mezzo dello Spirito sono sempre parziali. Degli sguardi limitati, un cuore sovente stretto, abituato a non abbracciare e a non amare della Chiesa se non quello che ci riguarda da vicino, ci impediscono di renderci conto dello stato reale della Chiesa in questo mondo. Per ogni credente abituato a dipendere dalla Parola di Dio, è un fatto indiscutibile che i nostri giorni sono giorni malvagi, in cui agisce già il mistero d’iniquità, poiché vi sono già molti anticristi, e sta preparandosi l’apostasia finale. Ma un fatto altrettanto assoluto è che Dio è fedele, che conosce quelli che sono suoi e non rimane mai senza una testimonianza.

Come abbiamo visto nel cap. 2, l’Eterno si serve anche del male per portare ai suoi delle nuove benedizioni. Non è forse il medesimo Dio che adoperò Satana come strumento per condurre Giobbe alla luce della sua presenza? Così, in questo libro dei Giudici, Dio si serve dell’oppressione del nemico, del tutto meritata, per produrre dei risvegli in Israele. Una frase comune fa da introduzione al racconto di tutti questi risvegli: «Essi gridavano all’Eterno». La cristianità dei nostri giorni discute sui mezzi necessari per produrre dei risvegli. Ne esiste uno solo: il sentimento della miseria del mondo, del peccatore e della chiesa, che conduce l’anima travagliata a rivolgersi a Dio. «Essi gridarono all’Eterno».

Allora l’Eterno manda loro dei liberatori. Dal cap. 3 al 16, il libro dei Giudici ci presenterà questi risvegli e i loro diversi caratteri. Cominciamo con un’osservazione di carattere generale. In tempi di decadenza morale, Dio agisce per mezzo di strumenti che hanno tutti qualcosa d’incompleto e portano l’impronta della debolezza: Othniel discende da un ramo cadetto della famiglia, è «figlio di Chenaz, fratello minore di Caleb»; Ehud è debole per un difetto, era mancino; Shamgar è debole per lo strumento che adopera, un pungolo da buoi; Debora per il suo sesso, Barak per il suo carattere naturale (cap. 4:8-9), Gedeone per le sue relazioni con «molte mogli» e la concubina (cap. 8:30-31), Jefte per la sua nascita, era figlio di una meretrice. Altri giudici, invece, sono ricchi e influenti (cap. 10:1-4; 12:8-15), ma Dio li adopera più per mantenere i risultati ottenuti che per operare delle liberazioni. Non siamo più ai tempi di Giosuè, o degli apostoli, al tempo d’una forza particolare infusa dallo Spirito nell’uomo che impediva alla debolezza della carne di manifestarsi.

Abbiamo già parlato di Othniel; il cap. 1 descrive la storia della sua vita privata. In tal modo Dio l’aveva formato per farne il primo giudice d’Israele. Dopo aver combattuto per avere una sposa, era entrato in possesso d’un’eredità e di alcune sorgenti che la fecero fruttare. Qui, Dio l’adopera per combattere per gli altri. Avviene sempre così. Perché il cristiano diventi uno strumento pubblico, deve prima aver fatto dei progressi personali nella conoscenza del Signore e nella potenza dei suoi privilegi. Se siamo poco adoperati nel servizio, generalmente è perché i nostri cuori non sono abbastanza occupati delle cose celesti. Le ricchezze morali che Othniel ha acquistato si manifestano ben presto nel suo cammino. Il breve versetto 10 menziona sei cose di lui:

  1. Lo Spirito dell’Eterno, la potenza di Dio per liberare Israele, fu sopra lui.
  2. Egli giudicò Israele. Il governo gli fu affidato.
  3. Egli uscì in guerra. Fu attivo nel combattimento.
  4. L’Eterno gli diede in mano Cushan-Rishathaim, re di Mesopotamia. È la vittoria.
  5. La sua mano si rinforzò contro a Cushan-Rishathaim. Riuscì a soggiogare definitivamente il nemico.
  6. Il paese fu in riposo quarant’anni. Israele potè godere in pace i frutti della sua vittoria.

Lo scopo di Dio è raggiunto. Quest’uomo che discendeva in linea indiretta dal nobile Caleb, fu uno strumento completo, preparato in anticipo per quel servizio; e, messo alla prova, rivelò di essere come un metallo passato al crogiuolo dalla mano del divino artefice. Chiediamo a Dio degli Othniel per i tempi in cui viviamo, o meglio, siamo noi stessi degli Othniel, con una consacrazione vera al Signore nella nostra vita privata, un desiderio crescente di appropriarci delle cose celesti, per essere degli strumenti utili al servizio del Maestro e «preparati per ogni opera buona».

2.2 Ehud (leggere cap. 3:12-30)

Othniel muore; Israele ritorna a fare il male e dimentica l’Eterno. Dio, che aveva fortificato Othniel contro il nemico, fortifica ora Eglon, re di Moab, per esercitare il suo giudizio contro Israele. Eglon e i suoi alleati si impadroniscono della città delle palme (cap. 1:16; Deuteronomio 34:3), cioè Gerico, considerata qui non come «città maledetta», ma nel suo carattere di benedizione per Israele. Israele, in piena decadenza, si serve proprio di Ehud, lo strumento liberatore che Dio doveva adoperare, per mandare per mezzo suo un regalo ad Eglon, suggellando così il suo assoggettamento al mondo, cercando farselo propizio! Quanti doni, ai giorni nostri, sono strumenti per mantenere i figli di Dio sotto il dominio del mondo! Ma Ehud è fedele, e per prima cosa si fa forgiare una spada a due tagli. È la sua unica risorsa. La stessa cosa per il cristiano; la sua spada a due tagli, la sua sola arma offensiva, è la Parola di Dio (Ebrei 4:12; Apocalisse 1:16; 19:15; Efesini 6:17). Questa spada era lunga solo un cubito; sì, era corta ma adatta al suo compito. Era una spada fatta per penetrare nelle viscere del nemico di Dio e dargli la morte.

Prima di adoperare l’arma, Ehud la cinge «sotto la veste al fianco destro». La porta fino al momento di servirsene, ma non la mette in vista. Si porta sovente la Parola esteriormente, la si cita molto, ma senza veramente servirsene. Eppure la Parola ha uno scopo. Ehud, che era mancino, adatta la spada alla sua infermità portandola dal lato destro. Se l’avesse portata come gli altri, non gli sarebbe servita a nulla. La sua arma deve rispondere innanzi tutto al suo stato personale. Non si può servirsene imitando gli altri, come Davide non poteva servirsi della spada di Saul. A Davide occorreva la fionda e il sasso, oggetti che gli erano famigliari essendo un pastore.

Dopo aver offerto il regalo a Eglon, Ehud se ne torna alla cava di pietre, presso Ghilgal. Egli ha, dice, «una parola segreta» per il re. Ehud non riporta una vittoria pubblica, come tanti altri; qui c’è un combattimento segreto fra il liberatore e il nemico, un combattimento solitario, ma i cui effetti pubblici non tardano a farsi vedere. Fu così della lotta di Cristo contro Satana nel deserto. Qui, tutto avviene nel silenzio, senza grande movimento e senza grida. Il nemico è trovato morto dai suoi servitori. La potenza che assoggettava Israele è annientata da una vittoria senza rumore e senza gloria, dovuta alla spada d’un uomo mancino. Era una parola segreta, ma «una parola da parte di Dio» per Eglon (v. 20). La nostra arma è divina, ed è ciò che costituisce tutta la sua forza. Come sarà per Gedeone, la spada di Ehud era la spada dell’Eterno. Il re è morto, ma l’arma non gli è tolta dal ventre. Così, i servitori del re hanno sotto gli occhi il semplice strumento della vittoria di Dio.

Ehud deve poi raccogliere i frutti della vittoria. Suona la tromba nel monte d’Efraim e raduna il popolo di Dio, che toglie ai Moabiti i guadi del Giordano, e non lascia passare neanche un Moabita. Il popolo rivendica il suo territorio usurpato. Così è risolutamente interrotta ogni comunicazione col nemico, grazie alla vigilanza dei figliuoli d’Israele. L’usurpatore è cacciato e distrutto. Tale dev’essere il risultato della lotta nei tempi attuali; se non ha per effetto di farci troncare apertamente col mondo, la lotta rimane sterile e non risponde all’intenzione di Dio. Più la separazione dal mondo è completa, più la pace è durevole. Il paese fu in riposo per ottant’anni.

2.3 Samgar (leggere cap. 3: 31)

Dopo Ehud, vi fu Samgar, figlio di Anath che riportò una notevole vittoria sui Filistei. Egli pure liberò Israele. La spada di Ehud era potente, ma corta; Samgar percuote con un’arma (un pungolo da buoi) che non sembra affatto adatta a questo compito, uno strumento di poco pregio che può servire, apparentemente, soltanto a stimolare degli animali con poca intelligenza! Pur non pretendendo di scoprire qui dei tipi o delle allegorie, mi piace paragonare il pungolo di Samgar alla spada di Ehud. Noi abbiamo un’arma, la Parola di Dio; è la sola di cui si deve servire l’uomo di fede per il combattimento. Secondo il mondo intelligente, ma incredulo, questa Parola è come un «pungolo per buoi», utile tutt’al più per le donne, i bambini, gli ignoranti... Eppure Dio l’adopera per vincere le sue battaglie! Quando la fede se ne serve, essa è un’arma anche se il mondo la considera follia, poiché «la debolezza di Dio è più forte degli uomini». Serviamoci dunque della Parola come Dio ce l’ha data, ma ricordiamoci che ha effetto solo se è usata con fede e quando l’anima ha trovato la comunione con Dio, la conoscenza di Cristo e, con essa, la benedizione, la gioia e la forza.

2.4 Debora e Barak (leggere cap. 4)

Fin qui Dio, per castigare gli Israeliti infedeli, li ha dati in mano ai nemici del «di fuori» (*); ma una nuova infedeltà porta per il popolo conseguenze ancora più gravi. Un terribile avversario, Iabin, re di Canaan, che regnava in Hatsor (v. 2), opprime Israele e lo domina con novecento carri di ferro. Al capitolo 11 di Giosuè, troviamo un antenato di questo Iabin con dei carri da guerra e la stessa città per capitale. Ma a quel tempo, Israele, sotto l’azione potente dello Spirito di Dio, aveva capito che non poteva avere con Iabin alcuna relazione. Così lo annientò, dopo aver bruciato i suoi carri e distrutto la sua capitale. Infatti, che relazione poteva avere il popolo di Dio col mondo politico e militare, la cui presenza doveva essere radiata dalla mappa di Canaan? Ma ora, purtroppo, tutto è cambiato; Israele infedele è caduto sotto la dominazione del mondo. Il nemico d’un tempo risorge dalle ceneri, Hatsor è riedificata nel paese di Canaan, l’eredità del popolo di Dio è diventata il regno di Iabin!

_____________________
(*) Eccetto i Filistei sotto Samgar. Ma il versetto 31 del capitolo 3 è una parentesi: all’inizio del nostro capitolo la storia generale riprende, non dopo la morte di Samgar, ma dopo la morte di Ehud.
¯¯¯¯¯¯¯¯¯¯¯¯¯¯¯¯¯¯¯¯¯

La storia della Chiesa ci offre un quadro simile: prima, una posizione di completa separazione dal mondo; di conseguenza non si tollerava che esso partecipasse al governo della Chiesa. Ma un po’ alla volta le cose cambiarono; già a Corinto, lo stato carnale di quell’assemblea l’aveva condotta su questo pendio. Alcuni di loro, se avevano una lite con un altro, portavano il fratello in giudizio davanti agli increduli e non davanti ai santi (1 Corinzi 6). «Non sapete voi che i santi giudicheranno il mondo?» dice l’apostolo; e, riprendendoli, aggiunge: «Dico questo per farvi vergogna». Ma che via ha seguito la Chiesa da allora? Attualmente, è il mondo che la governa. «Io conosco dove tu abiti — dice il Signore alla chiesa di Pergamo — cioè là dov’è il trono di Satana» (Apocalisse 2:13). Anche nei giorni del grande risveglio della Riforma, i credenti sono ricorsi ai governi del mondo e si sono appoggiati su di loro, ricorrendo alla protezione dei capi e delle potenze di quaggiù.

Quello che Giosuè aveva fatto ad Hatsor era ormai solo un ricordo. Israele ora serve gli dei dei Cananei, ha preso le loro figlie per mogli e dato le sue figlie ai loro figli (3:5-6). Quest’unione porta i suoi frutti: Iabin opprime il popolo. Ma ecco un altro carattere del misero stato d’Israele in quei giorni nefasti; se il governo esterno, quello politico, del popolo era nelle mani del nemico, com’era la situazione all’interno? Tutto è affidato a una donna! La Parola di Dio ci fa sapere che al principio il governo della Chiesa era affidato agli anziani stabiliti dagli apostoli e dai loro delegati, sotto la guida dello Spirito Santo. L’ordine dell’assemblea e tutto ciò che vi si riferiva era competenza loro e dei diaconi. Oggi, si sta facendo strada sempre più, fra le denominazioni della cristianità, la tendenza a mettere tutto o parte del governo fra le mani delle donne. E si vantano di questo! E alcuni pretendono di dimostrare che dev’essere così, che la cosa è secondo Dio, e che denota uno stato fiorente della Chiesa! Per appoggiare la loro convinzione citano il caso di Debora.

Vediamo chi era Debora. Era una donna insigne, una donna di fede, che soffriva profondamente per lo stato umiliante del popolo di Dio. Ella considera il fatto che Dio affidi una responsabilità pubblica a una donna, in mezzo al popolo, una vergogna per i conduttori d’Israele. E dice a Barak: «Certamente, verrò con te; soltanto, la via per cui ti metti non ridonderà ad onor tuo; poiché l’Eterno darà Sisera nelle mani d’una donna» (v. 9). Ma pur esercitando un’autorità da parte di Dio, a vergogna di quel popolo reso debole dal peccato, Debora sa conservare la posizione assegnata dalla Parola alla donna. Diversamente, non sarebbe stata una donna di fede. Questo capitolo ci riferisce la storia di due donne di fede, Debora e Jael. Entrambe mantengono la posizione che Dio ha dato alla donna. Dov’è che Debora esercita le sue funzioni? La si vede forse, come altri giudici, percorrere il territorio di Israele o mettersi a capo di eserciti? No, e non è senza motivo che la Parola ci dice: «Ed essa sedeva sotto la palma di Debora... e i figliuoli d’Israele salivano a lei per farsi rendere giustizia» (v. 5). Pur essendo profetessa e giudice in Israele, Debora non abbandona l’ambito che Dio le assegna.

Al v. 6 vediamo che Debora fa chiamare Barak invece di recarsi da lui. Barak è un uomo di Dio, elencato fra i giudici d’Israele. Lo troviamo anche nel capitolo 11 degli Ebrei che parla degli esempi di fede: «Il tempo mi verrebbe meno se narrassi di Gedeone, e di Barak, di Sansone, di Jefte» (Ebrei 11:32); ma è un uomo senza carattere, senza energia morale, senza fiducia in Dio. Non aspettatevi mai, in un tempo di rovina, di vedere gli uomini che Dio adopera ad un elevato livello spirituale. Non solo il numero degli operai è piccolo, ma anche poco evidenti sono i doni dello Spirito, e la loro debolezza è motivo di tristezza fra i cristiani!

Barak, perla sua mancanza di carattere, desidera essere un aiuto della donna, mentre, secondo Genesi 2:18, la donna è l’aiuto dell’uomo. Egli svaluta il ministerio che Dio gli ha affidato, e, peggio ancora, cerca di fare uscire Debora dalla sua posizione di dipendenza come donna. «Se tu vieni meco andrò; ma se tu non vieni meco, non andrò» (v.8). «Certamente, verrò con te», risponde Debora. E poteva farlo, senza per questo uscire dalla posizione che la Scrittura dà alla donna. Ai tempi del Signore Gesù, le sante donne andavano con Lui, camminavano con Lui, facendosi sue serve per provvedere ai suoi bisogni. L’atto di Debora era buono, ma il motivo di Barak era cattivo, e Debora lo riprende severamente (v. 9). Qual era in fondo il motivo di Barak? Voleva sì dipendere da Dio, ma senza rinunciare a un appoggio umano e visibile. Il mondo cristiano è pieno di tali persone. È così misera la realizzazione della presenza di Dio, così debole la conoscenza della sua volontà che, per camminare nelle vie di Dio, si preferisce affidarsi ad intermediari piuttosto che dipendere unicamente e direttamente da Dio. Si seguono i consigli delle cosiddette «guide spirituali», invece di prendere per guida il Signore, il suo Spirito e la sua Parola. E se il conduttore sbaglia? Invece Dio, il Signore, il suo Spirito, la sua Parola sono infallibili!

La fedele Debora non incoraggia Barak su questo falso cammino; è lui a portare le conseguenze della sua mancanza di fede. Lo vediamo così salire col suo esercito, e Debora è con lui.

Heber, uno di quei Kenei di cui abbiamo parlato al cap. 1, si era separato dalla sua tribù in quei tempi agitati e aveva rizzato altrove le sue tende (v. 11). È scritto che «v’era pace fra Jabin, re di Hatsor, e la casa di Heber Keneo» (v. 17). L’atto di Heber poteva essere un atto di fede? Non credo. Separandosi, aveva agito come se si volesse scuotere di dosso la responsabilità del triste stato del popolo d’Israele (*). Inoltre, era «in pace» col nemico del suo popolo, e aveva fatto in modo di non venir disturbato da Jabin. Ma una debole donna abitava sotto la tenda di Heber. Era Jael, sua moglie. Ella non voleva una sicurezza comprata a quel prezzo, e non riconosceva l’alleanza col nemico della sua nazione. Il suo cuore era con Israele. Barak vince; Debora, la donna di fede, non prende per sé la gloria della vittoria. L’esercito di Iabin è sconfitto da Barak. Il suo capo, Sisera, e obbligato a fuggire a piedi, e giunge alla tenda di Jael, credendo di trovarvi ospitalità. Jael lo nasconde; egli le chiede dell’acqua, ed ella gli dà una bevanda migliore, del latte. Sulle prime lo tratta gentilmente, ma sa che è il nemico del suo popolo, e diventa spietata. La sua «arma» per liberare Israele non vale neppure quanto quella di Samgar! Con un banale piuolo della tenda dà il colpo fatale al nemico.

_____________________
(*) È più o meno la storia di tutte le sette della cristianità.
¯¯¯¯¯¯¯¯¯¯¯¯¯¯¯¯¯¯¯¯¯

Come Debora, come ogni donna di fede, Jael non si scosta in nulla dai limiti della sua posizione di donna. Ella esercita il suo ministerio vendicatore nell’interno della sua abitazione, con le armi che la sua tenda può fornirle, e riporta la vittoria in quell’ambito ristretto; poiché anche la donna deve combattere il nemico, ma nel luogo e con le armi particolari che Dio le indica.

Qui la fede brilla nelle donne. Jael non cerca un aiuto come Barak, ma dipende solo dal Signore. Il segreto della sua azione è fra lei e Dio. Ella si serve della sua arma come avrebbe fatto un uomo; un solo tremito della mano avrebbe potuto compromettere ogni cosa. È sola, perché suo marito, il suo protettore naturale, è assente. Sola, ma col Signore, ella combatte sotto la sua tenda, unita col cuore agli eserciti d’Israele. Così Debora, nel suo cantico, dirà di lei: «Benedetta sia fra le donne Jael, moglie di Heber, Keneo; fra le donne che stan sotto le tende sia ella benedetta!» (v. 24). Barak giunge alla tenda di Jael, entra, e vede il nemico finito. Che sentimento d’umiliazione deve aver provato, vedendo l’onore reso da Dio ad una donna, lui che pur essendo capo d’esercito e giudice non aveva avuto il coraggio di farsi avanti!

Sì, onore a queste donne! Dio si servì di loro per risvegliare i figli del suo popolo al sentimento della loro responsabilità; ed essi, una volta risvegliati, sterminarono Jabin, re di Canaan (v. 24).

2.5 Il cantico di Debora (leggere cap. 5)

L’Eterno ha operato una liberazione meravigliosa per mezzo di due deboli donne e di un uomo senza carattere, esaltando in tal modo la sua grazia e la sua potenza con la debolezza dei mezzi che ha usato. Questa vittoria è il segnale del risveglio del popolo. Lo Spirito di Dio celebra questo risveglio per bocca della profetessa. Debora e Barak cantano le benedizioni ritrovate colla liberazione d’Israele.

V. 1. «In quel giorno, Debora cantò questo cantico con Barak, figliuolo di Abinoam». La prima cosa che segue la liberazione è la lode, differente, senza dubbio, in un tempo di rovina da quella che è in un tempo di prosperità. Quando uscirono d’Egitto, «Mosè ed i figliuoli d’Israele cantarono questo cantico all’Eterno» (Esodo 15:1), e tutto il popolo intonò con il suo condottiero il canto della liberazione. Non mancava una voce! Immaginiamoci l’armonia di quelle seicentomila voci, fuse in una sola, per celebrare sulla riva del Mar Rosso la vittoria riportata dall’Eterno. «Io canterò all’Eterno, perché Egli si è sommamente esaltato». E tutte le donne, con a capo Maria, unendosi a quelle lodi, ripetevano le stesse parole: «Cantate all’Eterno perché Egli si è sommamente esaltato». Che contrasto con il cap. 5 dei Giudici! Debora canta con Barak. Una donna e un uomo, due sole persone, due testimoni di un tempo di rovina. Ma l’Eterno è presente, lo Spirito di Dio è là; ed essi, pur essendo testimoni della rovina, hanno di che rallegrarsi e celebrare la grandezza dell’opera dell’Eterno. Il ritorno alla lode è il segno d’un vero risveglio, è il primo bisogno dei figli di Dio che sono ricondotti al sentimento della dignità della loro posizione. Benché il popolo non si sia associato a loro, Debora e Barak riconoscono l’unità del popolo, e la loro lode è l’espressione di ciò che Israele avrebbe dovuto dire.

V. 2. «Perché dei capi si son messi alla testa del popolo in Israele, perché il popolo s’è mostrato volenteroso, benedite l’Eterno!» Il motivo della lode, è ciò che la grazia di Dio ha prodotto nei conduttori e nel popolo. Dio riconosce questo ed incoraggia così i suoi, vacillanti e deboli.

V. 3. «Ascoltate, o re; porgete orecchio o principi! All’Eterno, sì, io canterò; salmeggerò all’Eterno, all’Iddio d’Israele». La lode appartiene esclusivamente ai fedeli. «Io, io», dicono. I re e i principi delle nazioni sono invitati ad ascoltare; ma non hanno alcuna parte a quel cantico, poiché la liberazione d’Israele è la loro rovina.

V. 4,5. «O Eterno, quando uscisti da Seir, quando venisti dai campi di Edom, la terra tremò, ed anche i cieli si sciolsero, anche le nubi si sciolsero in acqua. I monti furono scossi per la presenza dell’Eterno; anche il Sinai là, fu scosso dinanzi all’Eterno, all’Iddio d’Israele». Queste parole ricordano il principio del cantico di Mosè di Deuteronomio 33, al quale il Salmo 68:7-8 fa pure allusione. Qui troviamo un altro principio importante del risveglio: le anime sono spinte a risalire alle primitive benedizioni, cercando ciò che Dio fece al principio, e chiedendosi: «Che cosa ha fatto Dio?». È la nostra sicurezza in un tempo di rovina. Non diciamo come i cristiani infedeli: Adattiamoci ai tempi in cui viviamo. In un tempo che l’apostolo Paolo chiamava «l’ultima ora», i santi avevano per riserva «ciò che era dal principio» (1 Giovanni 1:1).

V. 6-8. «Ai giorni di Shamgar, figliuolo di Anath, ai giorni di Jael, le strade erano abbandonate...». Qui i fedeli riconoscono la rovina d’Israele. Non cercano né di sminuire né di scusare il male, ma lo giudicano come fa Dio. Tre fatti caratterizzano questa rovina:

  1. «Le strade erano abbandonate, e i viandanti seguivano sentieri tortuosi». Ecco ciò che il giogo del nemico aveva prodotto. Non vi era più alcuna sicurezza per il popolo sulle strade principali, dove un tempo tutti avevano camminato insieme. Non è forse ciò che caratterizza la Chiesa attuale?
  2. «I capi mancavano in Israele; si sceglievano dei nuovi dei, e la guerra era alle porte». L’idolatria era diventata la religione del popolo che aveva abbandonato Dio, era senza guida ed era castigato dalla guerra e da un nemico che lo incalzava senza posa.
  3. «Si scorgeva forse uno scudo, una lancia, fra quarantamila uomini d’Israele?». Non c’era più arma contro il male. E oggi? Dove sono adesso le armi? Dov’è la spada dello Spirito? Dov’è la potenza della Parola per resistere alle false dottrine che pullulano in mezzo alla cristianità, rodendo come cancrena e gettando nella polvere il nome meraviglioso di Cristo? Perché, dice il salmista, gettate la mia gloria nell’obbrobrio? Persino lo scudo della fede è stato gettato a terra e il popolo di Dio non può difendersi. In mezzo al disordine, il dovere del fedele è di tener conto della grandezza del male, chinando il capo con umiliazione. Conoscere le nostre benedizioni celesti non è tutto; Dio vuole che riconosciamo sinceramente il nostro stato e come abbiamo disonorato Dio. Se siamo veri testimoni di Dio ritiriamoci dal male. Il carattere più spaventevole dei tempi della fine non è l’immoralità aperta, benché i costumi siano oggi profondamente corrotti; sono soprattutto le false dottrine.

V. 9. «Il cuor mio va ai condottieri d’Israele... voi che v’offriste volonterosi fra il popolo». È un altro principio. L’anima vede il bene dove lo Spirito di Dio lo produce, e vi si associa. Il cuore di Debora è con i fedeli in Israele. Si unisce con quelli che si son comportati con franchezza e, riconoscendo ciò che Dio ha fatto, dice: «Benedite l’Eterno!», felice di vedere fra i capi questa piccola testimonianza. I nostri cuori l’apprezzino, e ripetiamo con lei: «Benedite l’Eterno!».

V. 10-11. «Voi che montate asine bianche...». Debora si riferisce a quelli che godono in pace le benedizioni riconquistate. Le asine bianche sono un segno di ricchezza e di prosperità. Si tratta qui dei figli di famiglie nobili e dei figli dei giudici, che erano gli unici ad avere questo privilegio (vedere cap. 10:4 e 14). È come un appello rivolto a coloro che godono del frutto della vittoria senza combattere. Poi dice ancora: «Voi che sedete in su tappeti», che approfittano di un riposo accompagnato da benessere; «Voi viandanti», quelli che ora godono della sicurezza ritrovata... Debora si rivolge a tutti loro e li invita a «meditare». Essi non hanno contribuito alla vittoria, poiché soltanto alcuni avevano combattuto, ma ne godevano i frutti. Non bisogna dimenticare che quei giorni, per quanto benedetti fossero, non erano i giorni del ristoramento di tutto Israele, così come i risvegli dei giorni nostri non sono un ristoramento di tutta la Chiesa. Benché i vincitori potessero raccontare gli atti di giustizia dell’Eterno, benché il popolo si fosse alzato per scendere alle porte e far fronte al nemico, era tuttavia un tempo di rovina e di ristoramento parziale. Com’è importante per il popolo di Dio dei giorni nostri non dimenticare queste cose!

V. 12. «Déstati, déstati, o Debora: déstati, déstati, sciogli un cantico! Lévati, o Barak; e prendi i tuoi prigionieri, o figlio di Abinoam». Il magnifico Salmo 68, di cui tanti passi ricordano il cantico di Debora (v. 8,9,13,18), celebra il completo ristoramento d’Israele durante il Millennio, in seguito all’esaltazione del Signore. In questo salmo è scritto che il Signore abiterà in mezzo al suo popolo: «L’Eterno vi abiterà in perpetuo» (v. 16). Da dove può venire questa benedizione? Il salmista risponde: «Tu sei salito in alto, hai menato in cattività dei prigionieri; hai preso doni dagli uomini, anche dai ribelli, per far quivi la tua dimora, o Eterno Iddio». Così, le parole di questo cantico, che celebra la pienezza delle benedizioni future, le udiamo uscire dalla bocca d’una debole donna in un tempo di rovina, in cui l’Eterno ha fatto gustare a Israele qualcosa delle benedizioni future. «Levati, o Barak; e prendi i tuoi prigionieri, o figlio di Abinoam». Quale incoraggiamento! Vi sono delle verità particolarmente elevate che sono appannaggio della fede tanto al tempo dei giudici quanto nei tempi difficili che attraversiamo.

Il cantico di Mosè, traboccante della gioia del popolo riscattato dalla schiavitù dell’Egitto, celebrava la liberazione per mezzo della morte, per condurre il popolo alla dimora di Dio, e più tardi al santuario che le sue mani avevano stabilito. Meraviglioso cantico, inno dell’anima che contempla la vittoria che sarà poi riportata da Cristo alla croce, inno in cui il cuore esala, come un profumo, le lodi per la liberazione!

Questa donna, in momenti tenebrosi, intona un cantico che si eleva al di là della morte, l’inno della liberazione per mezzo della risurrezione. «Levati, o Barak!». Noi pensiamo che qui Barak vincitore possa essere un tipo ancora misterioso del Cristo salito alla destra di Dio, che conduce «in cattività un gran numero di prigioni» (Efesini 4:8).

Dal cantico dell’Esodo i tempi erano peggiorati, ma ecco che l’intelligenza profetica d’una donna ci fa salire in alto presentandoci un tipo di Cristo risuscitato. Ella si risveglia. I suoi occhi contemplano una scena gloriosa, Barak che si leva per condurre i prigionieri in cattività. Se le cose enumerate al principio di questo capitolo contraddistinguono il risveglio, ve n’è una che ha un’importanza capitale: la conoscenza d’un Uomo glorioso salito alla destra di Dio, d’un Uomo che i nostri occhi e i nostri cuori cercano in quella scena celeste dove Lui, il vincitore, è entrato, dopo averci liberati con la sua morte e con la sua risurrezione. Fratelli e sorelle, invece di scoraggiarci, non abbiamo noi motivo di ripetere con Debora: «Benedite l’Eterno!»?

V. 13. «Allora scendi, tu, residuo dei nobili, come suo popolo; Eterno, scendi con me fra i prodi!» (così il testo originale; molte versioni che hanno i verbi al passato non rendono la forza di questi passi). Ora Israele è invitato a scendere per combattere e rendere testimonianza in mezzo alla scena in cui Dio lo lascia ancora. Anche in un tempo di risveglio, non possiamo aspettarci di vedere scendere il popolo al completo. Non sarà altro che «il residuo dei nobili» a farlo, ma Dio lo conta come «suo popolo», poiché ai suoi occhi ne è il rappresentante benedetto. Quale gioia dovrebbe provare il cuore dei fedeli vedendo anche un solo testimone staccarsi per Dio dal resto del gregge che, come Ruben, è «rimasto fra gli ovili» (v. 16)! «Eterno, scendi con me fra i prodi». Questo non ci basta, forse? Colui che è salito in alto è il medesimo che scende con noi per darci la vittoria in nuovi combattimenti.

Nei v. 14-18, Dio registra quelli che sono stati per lui e quelli che, per diversi motivi, sono rimasti indietro. Efraim, Beniamino, Zabulon, Issacar, sono scesi con cuore intiero nella via dell’Eterno. Ma ecco che Ruben si arresta alla frontiera, indeciso. Perché? «Perché sei tu rimasto fra gli ovili ad ascoltare il flauto dei pastori?». La tromba di radunamento non era stata ascoltata dal suo cuore. Ruben, troppo prospero, voleva godere tranquillamente le ricchezze che si era acquistate; trovava il suo riposo fra gli ovili, e perciò si ferma ai «rivi» che delimitano le sue frontiere. Ma non dev’essere questa la nostra posizione. Abbiamo noi seguito i prodi che ci han mostrato il cammino? Ci siamo noi fermati alle «grandi risoluzioni di cuore» (v. 15)? Manchiamo noi di decisione nella testimonianza per Cristo? «Galaad non ha lasciato la sua dimora di là dal Giordano». Erano passati i giorni in cui Galaad armato accompagnava i suoi fratelli nelle vittorie di Canaan. Ora, soddisfatto della sua posizione terrena, potremmo dire della sua «religione» terrena, fuori dei confini propriamente detti del paese, al di là del Giordano, egli non provava altro bisogno e così rimane dov’è. «Ascer è rimasto presso il lido del mare, e si è riposato nei suoi porti». Quando si trattava di combattere, questa tribù era indaffarata nei propri affari, nei propri commerci. Non ne sacrifica la minima parte per combattere la battaglia dell’Eterno.

Ma Debora non si ferma alla constatazione del male. Piena di gioia, si compiace nel rilevare ogni tratto di devozione per il Signore: «Zabulon è un popolo che ha esposto la sua vita alla morte e Neftali anch’egli, sulle alture della campagna» (v. 18).

Poi si presenta un altro carattere dei fedeli. Essi non si gloriano, non pensano a loro stessi ma, attribuendo la vittoria a Dio solo, ne proclamano il carattere celeste. «Dai cieli combattè: gli astri, nel loro corso, combatterono contro a Sisera». Questa parte del cantico termina con una maledizione sopra Meroz: «Maledite Meroz, dice l’Angelo dell’Eterno; maledite, maledite i suoi abitanti; perché non vennero in soccorso dell’Eterno coi prodi». Tutti coloro che in questi tempi difficili non si schierano per Cristo, che pur portando il suo nome e quello di popolo di Dio hanno dei cuori indifferenti per lui, sono maledetti. «Se qualcuno non ama il Signore, sia anatema» (1 Corinzi 16:22).

Nei v. 24-27 Jael è onorata; lei che ha poca forza è benedetta. «Egli chiese dell’acqua, ed ella gli diè del latte; in una coppa d’onore gli offerse della crema». Quando il nemico del popolo di Dio le è comparso davanti, Jael le ha usato grazia; ha cercato ciò che ha di migliore e, onorando la dignità di Sisera, gli presenta il fiore del latte nella coppa dei nobili. È l’opposto del disprezzo. Non è forse così che dobbiamo trattare i nemici di Dio, dando loro per dissetarli e nutrirli più di quel che desiderano? I testimoni di Dio vanno incontro ai peggiori nemici di Cristo con la grazia. Jael è celebrata perché ha agito così; ma leggiamo il seguito: «Con una mano diè di piglio al piuolo, e, con la destra, al martello degli operai: colpì Sisera, e gli spaccò la testa, gli fracassò, gli trapassò le tempie». Ah! il cuore di Jael è nondimeno col Dio d’Israele e con l’Israele di Dio quando è in gioco la verità; quando deve trattare il nemico come tale, allora ella mostra la più grande energia. In quel momento, quella donna fu il vero conduttore degli eserciti dell’Eterno. Ella è al primo rango, onorata da Dio perché ha riportato la vittoria, poiché ha un cuore interamente per il suo popolo. Maledite Meroz, ma sia benedetta Jael!

Un’altra scena accade nel palazzo della madre di Sisera, il cui orgoglio è abbassato sino a terra (v. 28-30). Notate che, malgrado la posizione eminente che Dio le ha dato, Debora mantiene il suo carattere di donna in Israele, e mostra un’intelligenza speciale di ciò che riguarda il dominio del suo sesso, celebrando ciò che onora Jael, la donna ardente, e proclamando ciò che attira il giudizio sulla donna altera. Più tardi, un’altra donna, la regina di Seba, accolta da Salomone, non passerà in rivista gli eserciti di quel re, ma ammirerà «la casa ch’egli aveva edificata e le vivande della sua mensa e gli alloggi dei suoi servi e l’ordine del servizio dei suoi ufficiali e le loro vesti e i suoi coppieri e gli olocausti ch’egli offriva nella casa dell’Eterno» (1 Re 10:4-5), con un’ intelligenza capace d’apprezzare ciò che apparteneva a questo dominio.

Il cantico di Debora termina con queste parole: «Così periscano tutti i tuoi nemici, o Eterno! E quelli che t’amano siano come il sole quando si leva in tutta la sua forza!» (v. 31). Debora proclama la sua speranza; guarda verso il giorno glorioso in cui, dopo che il Signore avrà eseguito il giudizio, i santi d’Israele splenderanno come il sole stesso, simili a Colui il cui viso era, agli occhi del profeta, «come il sole quando splende nella sua forza» (Apoc. 1:16; Matteo 13:43). Nella notte di questo mondo, noi pure, fratelli, abbiamo ben più di Debora questa speranza vicinissima a noi. Già la stella mattutina s’è levata nei nostri cuori; già la fede si rallegra al pensiero della scena meravigliosa che si riassume in una parola ineffabile: essere sempre col Signore!

2.6 Gedeone (leggere cap. da 6 a 8)

a) La parola di Dio colpisce la coscienza (6:1-10)

Malgrado tutte le benedizioni che abbiamo visto al cap. 5, Israele non tarda a ricadere nel male e ad abbandonare l’Eterno. Per castigarlo, Dio lo abbandona nelle mani dei Madianiti. Il popolo passa così attraverso tutte le fasi delle sofferenze materiali che derivano dalla ricerca delle cose del mondo e dall’abbandono di Dio. Sotto Iabin, Israele mancava di armi (5:8); sotto il giogo di Madian, è affamato. Due conseguenze dell’infedeltà che subiamo sempre quando cerchiamo la nostra parte nel mondo. Esso ci toglie le armi; così perdiamo ogni forza e ogni mezzo per combattere. Ma anche i viveri ci mancano, poiché il mondo non ha mai nutrito nessuno, come lo dimostra l’aridità che pervade la nostra anima quando, abbandonato «il midollo e il grasso» della casa di Dio, siamo andati dietro a cose che sono solo un miraggio del deserto. È questa l’esperienza di Israele; i Madianiti non lasciano in Israele «né viveri né pecore né buoi né asini» (v. 4).

Allora, nella sua angoscia, il popolo grida all’Eterno che gli risponde e produce un nuovo risveglio, con cui cerca di colpire la sua coscienza, più profondamente che in passato. È interessante vedere come il Signore agisce per ottenere questo risultato. «L’Eterno mandò ai figliuoli d’Israele un profeta» (v. 8). Non si conosce il suo nome, ma non importa, poiché quest’uomo è semplicemente il portatore della Parola di Dio per mettere il popolo nella Sua presenza. Dio ha un mezzo per benedirci, cioè la sua Parola che risponde a tutto e deve bastarci perfettamente.

Il Salmo 119 ci presenta la parte meravigliosa che la Parola ha nella vita del fedele. Questo salmo è il più lungo. La Parola di Dio dovrebbe occupare lo stesso posto nella nostra vita! Abbiamo noi la consapevolezza del suo valore? Riempie essa i nostri giorni e le nostre notti, o almeno occupa essa i nostri pensieri, quando ci manca il tempo per sederci e meditarla?

Dio applica questa Parola in un modo pieno di grazia (v. 8-10) alla coscienza degli Israeliti, dicendo tutto quello che ha fatto per loro, come l’uscita dall’Egitto, la liberazione dai nemici, la vittoria e l’entrata in Canaan; e, dopo aver spiegato tutta la sua bontà, aggiunge una sola parola: «Ma voi non avete dato ascolto alla mia voce». Non fa una parola del «come» possono essere liberati; la via per ritornare a Lui non è ancora aperta. Il profeta scompare, lasciandoli sotto il peso della loro responsabilità in presenza della grazia. Non aveva Dio combattuto per loro? Ed ora e come se chiedesse loro: Ho mancato io verso di voi? e voi cosa avete fatto? Questo silenzio deve raggiungere la coscienza molto più di tutti i rimproveri! Infatti la coscienza è colpita, ma la parola di grazia non dà ancora al popolo infedele ciò di cui ha bisogno. Israele è ancora senza forza in presenza del nemico.

b) Gedeone formato per il servizio (6:11-40)

Il rimanente di questo capitolo ci mostra in che modo Dio opera per suscitare un servitore in quei tempi di rovina e formare uno strumento potente che compia la liberazione.

Ma, anzitutto, teniamo presente una verità di carattere generale. Quando il popolo di Dio, nel suo insieme, ha perduto ogni forza, l’anima può trovare, individualmente, una forza molto grande, come ai tempi più prosperi. Quanto ardentemente i nostri cuori dovrebbero desiderare di possedere questa forza! Non ci adagiamo nella debolezza, mettendoci al livello di ciò che ci circonda, accettando passivamente la mondanità della famiglia di Dio come una cosa inevitabile. Abbiamo noi le orecchie attente che ha avuto Gedeone quando Dio ci dice: Ho a tua disposizione una forza illimitata?

Passiamo ora alla storia di quest’uomo di Dio. Personalmente era ancora più debole del suo popolo: il suo grano nello strettoio era senza sicurezza (v. 11); lui era senza risorse nella sua parentela, perché il suo migliaio era il più povero in Manasse; era senza forza in se stesso, poiché egli era il più piccolo della casa di suo padre (v. 15). Dio visita un tale uomo, e sceglie per servitore proprio lui, cosciente della sua assoluta mancanza di forza e che dice: «Ah, Signor mio, con che salverò io Israele?». Quando si tratta dell’opera di Dio in questo mondo, troviamo un primo e grande principio; vale a dire che Dio non chiede ciò che l’uomo potrebbe offrirgli e non vi fa caso. Per glorificarsi, adopera degli strumenti deboli, consapevoli della loro infermità.

Ma vi è un altro principio di somma importanza: quest’opera esige che tutto sia da Dio. Prima che l’angelo del Signore si sedesse sotto la quercia, Gedeone aveva già la fede. Credeva alla parola di Dio che gli era stata trasmessa dai suoi padri (v. 13); inoltre, si era identificato col popolo di Dio: «Se l’Eterno è con noi»; «l’Eterno ci ha abbandonati», egli dice. Gedeone portava con gli Israeliti il peso delle conseguenze della loro colpa. Il rispetto per la parola di Dio e l’affetto per il suo popolo dimostrano l’esistenza della vita di Dio in lui, come nei fedeli di ogni tempo.

Tuttavia, Gedeone ha molto da imparare. La sua fede è debolissima, poiché ignora la bontà di Dio. È umile, senza dubbio, ma ha lo sguardo rivolto solo su se stesso. «Ma ora il Signore ci ha abbandonati». Come per lui, una delle conseguenze della nostra infedeltà è la mancanza di speranza. Così ragiona Gedeone, ma Dio non ragiona così? «L’Eterno è con te, o uomo forte e valoroso!» Ah! quanto poco conosciamo quello che c’è nel cuore di Dio, e quante volte ragioniamo come lui! Per di più, malgrado la sua umiltà, Gedeone non ha ancora imparato a condannare se stesso. Egli desidera offrire qualche cosa, «recare la sua offerta» all’Eterno (v. 18). Senza dubbio non è col pensiero di fare una gran cosa per Dio, ma egli pensa che tutto andrà bene se Dio accetterà la sua offerta. Vedremo in seguito la risposta dell’Eterno. Ma torniamo al principio enunciato più sopra, vale a dire che Dio solo entra in scena nell’opera di liberazione del suo popolo.

In primo luogo, «l’Angelo dell’Eterno gli apparve». Come a Saulo sulla via di Damasco, Dio incomincia col rivelare Se stesso all’anima di tutti i suoi servitori nella persona di Gesù. In secondo luogo, l’Eterno si rivela a Gedeone come associandosi a lui: «L’Eterno è teco». In terzo luogo, Egli dà un carattere a Gedeone: forte e valoroso, carattere che Gedeone, debole com’era, non si sarebbe mai sognato di ottenere. In quarto luogo, l’Eterno lo guarda con grazia per rivelarsi non più «a lui», ma «in lui», come il Dio di potenza. Se Gedeone non ha forza, l’Eterno ne ha per lui; è il segreto che gli fa conoscere, quando gli dice: «Cotesta tua forza». In quinto luogo è Lui che lo manda: «Va’ con cotesta tua forza». Infine, Dio gli dà la prova certa del suo interessamento per lui.

Abbiamo visto che Gedeone vorrebbe offrire qualche cosa all’Eterno, ma Egli non può accettare nulla dall’uomo. «Prendi — gli dice — la carne e le focacce azzime, e mettile su questa roccia, e versavi su il brodo (v. 20). La sola offerta che Dio possa accettare è Cristo; e se non accetta l’offerta di Gedeone, accetta però ciò che in quell’offerta rappresenta Cristo. Quest’uomo di Dio ha una conoscenza assai scarsa del valore dei sacrifici che l’Eterno aveva ordinato ai figliuoli d’Israele; la carne «bollita», «il brodo nella pentola», erano testimoni della sua ignoranza. Ma Dio discerne la realtà che questa debole fede racchiude, e accetta l’offerta, quando Gedeone la posa «sulla roccia». Il fuoco del giudizio sale dalla roccia (v. 21), consumando la carne ed i pani azzimi. La prova dell’amore di Dio per lui è in quel fuoco, figura del giudizio caduto su Cristo!

Ma bisogna che il servitore impari ancora a conoscere il valore di quest’opera per se stesso. Dapprima è spaventato: «Misero me, o Signore, o Eterno! giacché ho veduto l’Angelo del Signore, faccia a faccia!». «E l’Eterno gli disse: stà in pace, non temere, non morrai!». Per Gedeone, la conseguenza del fuoco sulla sua offerta è la pace. Per essere un servitore di Dio, occorre aver ricevuto personalmente la conoscenza dell’opera di Cristo e la pace che ne risulta, la certezza d’una pace compiuta in virtù di ciò che alla croce è avvenuto fra Dio e Cristo, la sicurezza di ciò che Dio, e non Gedeone, pensa di un tale sacrificio. Questa è la base di ogni servizio cristiano. Se non possediamo noi la pace, come potremo proclamarla ad altri?

Notiamo che, in conseguenza di ciò che ha imparato, Gedeone non si mette subito al servizio, ma adora. «Allora Gedeone edificò quivi un altare all’Eterno e lo chiamò: L’Eterno pace». Prima di servire, il credente deve presentarsi a Dio come adoratore. La Parola illustra questo fatto in molti casi, come nel caso di Abrahamo e del cieco nato. Gedeone loda il Dio di pace e può ora offrire sull’altare un sacrificio che l’Eterno accetta.

È soltanto dopo l’altare dell’adorazione che Dio chiama Gedeone a rendere una testimonianza pubblica, come servitore. E questa incomincia dalla casa paterna. Prima di tutto bisogna distruggere «l’altare di Baal e l’idolo che gli sta vicino» e sostituire a questi l’altare della testimonianza, l’altare del Dio che Gedeone conosce. Ahimè, molti cristiani non hanno questi due altari.

Il dovere del testimone di Dio è innanzi tutto quello di distruggere i propri idoli — cominciamo, come Gedeone, nella nostra famiglia —, perché il segreto della potenza sta appunto nel liberarsi dagli idoli. Lo Spirito dell’Eterno investì Gedeone soltanto dopo ch’egli ebbe compiuto quest’atto. Noi non abbiamo dei «Baal» di pietra, ma abbiamo molti altri idoli e li preferiamo sovente alla potenza d’un cammino fedele con Dio. Gedeone ubbidisce senza esitare, senza compromessi. Per lui, gli idoli non son nulla paragonati a quel Dio ch’egli conosce.

Quest’uomo «forte e valoroso» non ha coraggio; ha paura del nemico (v. 11), paura di Dio (v. 23), paura della casa di suo padre (v. 27). Così compie la sua opera di notte, temendo di farla di giorno; nondimeno la compie, perché Dio gliel’ha comandato. La gente della città se ne accorge soltanto al mattino. L’Eterno, che conosceva il carattere di Gedeone, non gli aveva detto: Fallo di giorno. Dio sa che siamo deboli e non pretende l’impossibile; distruggiamo pure i nostri idoli in silenzio, quando nessuno ci osserva, ma distruggiamoli! Non proclamiamo questo fatto ad alta voce; compiamo questo lavoro difficile con timore e tremore, guardando a Dio solo nel silenzio della notte. Il mondo si accorgerà che abbiamo un nuovo altare ch’esso non conosce; e allora incomincerà ad odiarci!

È l’altare che attira su Gedeone l’ira di tutti. Ma che importa? Egli riceve il nome di Jerubbaal, che significa «difenda Baal la sua causa», e diventa in presenza di tutti il testimone di quanto fossero vane le cose che un tempo adorava. La testimonianza di Gedeone convince suo padre della nullità di Baal. È già qualcosa. La fede del padre è minore di quella del figlio; Gedeone distrugge Baal perché ha conosciuto Dio, Joas, suo padre, riceve Dio perché non riconosce più Baal.

Fratelli miei, siamo noi, davanti al mondo i testimoni dell’assurdità e della follia di tutto ciò dietro cui il mondo corre? Il segreto della potenza sta in un’ubbidienza totale alla Parola di Dio. Capita che in certi momenti della nostra vita ci sia potenza nel nostro servizio, e in altri no. Chiediamoci se non abbiamo riedificato qualche idolo distrutto! Non vi è azione pubblica che non cominci, per il cristiano, dalla fedeltà nella ristretta cerchia dove è chiamato a vivere. Gedeone, per la sincerità della sua testimonianza, soffre l’inimicizia di quelli che portano il nome di popolo di Dio, ma i nemici, Madian e Amalek (v. 33), vedono in ciò che Gedeone ha fatto un pericolo per il loro dominio su Israele. Se, nella loro follia, gli uomini della città cercano di intralciare la loro stessa liberazione, il mondo si sforza di soffocare quel risveglio che avrebbe tirato fuori Israele dalla schiavitù.

Fin qui, Gedeone non aveva compiuto altro che un atto di ubbidienza; ora, lo Spirito del Signore lo investe, e il suo primo atto di potenza è quello di suonare la tromba per radunare le tribù. La forza d’Israele sta nel suo radunamento al seguito dell’Eterno; questo è ciò che Satana e il mondo temono di più. Tuttavia Gedeone, forte ma con poca fiducia in Dio, chiede dei segni per sapere se l’Eterno vuole salvare il popolo per mezzo di lui. Tutti gli ordini dati da Dio a Gedeone sono semplici e chiari; ma quando Gedeone chiede dei segni a Dio, tutto si complica. Abbiamo difficoltà a comprendere il suo pensiero. Suppongo che il vello per Gedeone rappresentasse Israele benedetto da Dio mentre la siccità rimaneva sulle nazioni, e viceversa, poiché Gedeone sottomette Dio ad una controprova (*). Debole fiducia! Ma il Dio di grazia fa ciò che il suo servitore domanda. Egli vuole liberare il suo popolo, vuole sostenere il debole cuore del suo testimone per introdurlo nel suo servizio e farne uno strumento per la sua gloria.

_____________________
(*) Il vello, la pelliccia di un agnello, è anche una bella figura di Cristo, nella sua perfetta umanità. Se tutte le benedizioni di Dio (la rugiada) fossero state su di Lui, il mondo (il terreno) ne sarebbe stato privato per sempre. Ma quando, nelle tre ore di tenebre, Dio colpì il suo Figlio sulla croce carico dei nostri peccati (il vello asciutto in «quella notte») sul mondo poterono riversarsi la grazia e il perdono di Dio.
¯¯¯¯¯¯¯¯¯¯¯¯¯¯¯¯¯¯¯¯¯

c) Caratteri dei testimoni di Dio in un tempo di rovina (leggere cap. 7:1-4)

Al cap. 6 abbiamo visto il servitore preparato per l’opera alla quale Dio lo destina; i versetti che abbiamo letto adesso ci mostrano i caratteri dei testimoni di Dio in quei tempi difficili.

Sotto Giosuè, nell’epoca di prosperità morale, quando si trattava di combattere, tutto Israele saliva alla battaglia e l’unità del popolo si manifestava così in un modo sorprendente. L’unica eccezione a questa regola fu la battaglia di Ai (Giosuè 7:1-5) che ebbe per risultato la sconfitta di quelli che vi presero parte. Durante la decadenza, invece, le cose vanno diversamente. Quando tutto il popolo sale con Gedeone, l’Eterno gli dice: «La gente che è teco è troppo numerosa perché io dia Madian nelle sue mani», perché c’era il pericolo che Israele si gloriasse contro l’Eterno dicendo: «La mia mano mi ha salvato». Nel tempo della decadenza, Dio reprime in modo particolare l’orgoglio che pretende di avere parte nell’opera che appartiene a Dio solo. La cristianità attuale si vanta del numero dei suoi aderenti, e crede di vedere in questo una prova dell’opera di Dio. Se Dio produce del bene, essa l’attribuisce a sé, come Laodicea, e si gloria dei suoi mezzi: «Io sono ricco, e mi sono arricchito, e non ho bisogno di nulla».

Secondo carattere: «Chiunque ha paura e trema, se ne torni indietro e s’allontani dal monte di Galaad». Anche Mosè aveva ordinato questo ai figli di Israele: «C’è qualcuno che abbia paura e senta venirgli meno il cuore? Vada, torni a casa sua, onde il cuore dei suoi fratelli non abbia ad avvilirsi come il suo» (Deuteronomio 20:8). Questo passo ci insegna che i paurosi e i timorosi hanno qualcosa da perdere. Un servitore di Dio che non ha nulla da perdere in questo mondo, perché l’eccellenza di Cristo gli fa disprezzare i beni di quaggiù, è coraggioso per la sua opera. Ahimè! il numero dei paurosi è grandissimo ai giorni nostri; come allora, quando ventiduemila uomini se ne tornarono a casa loro e non ne restarono che diecimila.

Per compiere l’opera sua, Dio vuole dei cuori che non abbiano nulla da perdere, che non si spaventino di nulla, e che non abbiano ad esercitare un’influenza deleteria su quelli che si sono incamminati sulla via della testimonianza e del combattimento senza l’imbarazzo degli affari di questa vita. I ventiduemila sono incapaci dello sforzo del combattimento; approfitteranno della «testimonianza» resa dagli altri ma non sono qualificati per portarla loro stessi.

I veri testimoni hanno un terzo carattere. Dio li mette alla prova perché quelli che sono destinati a vincere devono manifestare di essere disposti a perdere tutto. «Gedeone fece dunque scender la gente all’acqua». Si metteranno «in ginocchio» per bere, oppure «lambiranno l’acqua con la lingua» come la lambisce il cane? Alcuni, quindi, si mettono a loro agio per godere abbondantemente delle benedizioni che la provvidenza di Dio ha posto sul loro sentiero; gli altri, non avendo altro scopo che quello di riportare la vittoria, assaggiano l’acqua di sfuggita, solo come incoraggiamento per il loro servizio. Era stato profetizzato del Signore Gesù: «Egli berrà dal torrente per via» (Salmo 110:7). Quando, per così dire, «beveva» a quel modo, la sua faccia era volta risolutamente verso Gerusalemme, il luogo della sua agonia e della sua morte (Luca 9:51).

Nulla ostacola di più l’azione del cristiano nella testimonianza come il godere delle proprie comodità, il soffermarsi alle benedizioni terrene che la provvidenza di Dio gli accorda, invece di gustarne di sfuggita. Il nostro cristianesimo attuale si mette sulle ginocchia per bere; forse rende grazie a Dio, ma vede nella benedizione terrena l’oggetto e lo scopo della sua pietà; mentre i testimoni di Dio ne prendono in quantità appena sufficiente per continuare il loro cammino e il loro servizio. Inoltre, quei trecento che lambivano l’acqua come il cane e bevevano nel cavo della mano, portandola alla bocca erano non solo dei consacrati, ma umili. Assomigliavano a quella povera donna Sirofenice che, paragonata a un cane, risponde: «Sì, Signore», felice di dover dipendere soltanto dalla grazia (Marco 7:28). Dio vuole dei testimoni devoti e umili.

Allora, questi uomini prendono in mano le trombe del popolo, simbolo della testimonianza, ed anche delle vettovaglie (v. 8). Non possiamo vincere senza essere nutriti. Lo stato del popolo sotto il giogo terribile di Madian, che non lasciava dei viveri in Israele, ne era la dimostrazione.

Prima del combattimento, anche Gedeone deve fare due esperienze personali che lo fortificano per la vittoria (v. 9-14). La prima è che, quanto a se stesso, non vale più dei ventiduemila timidi. L’Eterno infatti gli dice: «Se hai paura di scendere...» (v. 10). Come risponde lui? Io sono coraggioso, ho suonato già la tromba ai quattro venti per radunare Israele alla battaglia? No. Egli accetta quest’umiliante verità. Allora Dio lo mette in presenza dei nemici, che nella valle erano numerosi come locuste, e gli traccia il suo ritratto per bocca d’uno di loro. Gedeone, «forte e valoroso», è paragonato a un «pane d’orzo», nutrimento povero e grossolano; questa è «la spada di Gedeone»! (v. 13-14). Bella spada per colpire quella folla di nemici! Ma la spada di Gedeone è «la spada dell’Eterno» (v. 20), ed in ciò sta la sua potenza.

Gedeone impara così a conoscersi, ma Dio gli rivela anche lo stato morale del nemico contro cui dovrà combattere. È un nemico vinto. «Nelle sue mani — dice il Madianita al suo compagno — Iddio ha dato Madian e tutto il campo» (v. 14). Voglia Dio accordarci di capire di più questa verità, in rapporto coi nostri tre nemici: la carne, il mondo e Satana. La carne è crocifissa, il mondo è vinto, Satana è giudicato. Questo ci infonde coraggio. Gedeone realizza tutte queste cose e adora (v. 15).

d) In che cosa consiste la testimonianza (leggere cap. 7:1525)

La risposta alla domanda: in che cosa consiste la testimonianza di Dio e come essa agisce in un tempo di rovina, sta nel passo che abbiamo letto or ora. Pieno di gioia e di fiducia, Gedeone ritorna al campo d’Israele. «Levatevi poiché l’Eterno ha dato nelle vostre mani il campo di Madian». Poi, divide quei trecento uomini in tre schiere, e dà a tutti «delle trombe e delle brocche vuote con delle fiaccole dentro le brocche». Questi tre oggetti sono gli elementi della testimonianza di Dio nella lotta contro Satana e il mondo.

Al cap. 10 dei Numeri (v. 1-10) troviamo in dettaglio il compito delle trombe. Erano la voce di Dio per comunicare al popolo il suo pensiero in quattro occasioni importanti: davano il segnale del radunamento, il segnale della partenza durante le marce, il segnale del combattimento, il segnale delle feste solenni o del culto. Ciò che un tempo il suono delle trombe rappresentava per Israele, lo troviamo oggi in modo ben più prezioso nella Parola di Dio. Tramite essa Dio ci parla; essa regola e dirige il radunamento dei credenti, il cammino, il combattimento, il culto dei figli di Dio. Quando queste cose sono dimenticate al giorno d’oggi!

«Gedeone suonò la tromba, e gli Abiezeriti furono convocati a seguirlo» (6:34). Egli è il portatore della voce divina per radunare Israele disperso a causa delle sue colpe. Fratelli, abbiamo noi a cuore il radunamento dei figli di Dio? Prendiamo allora la Parola di Dio, facciamo udire la sua voce ai credenti non più abituati ad udirla.

La tromba suonava anche per la marcia. Anch’essa non può avere altra regola che la Parola di Dio. Le divergenze nel cammino dei santi hanno per causa l’abbandono d’essa. Non cammineremmo forse tutti «nello stesso sentiero» se i cuori di noi tutti fossero dipendenti da questa Parola, regola infallibile di ogni nostro passo?

La tromba chiamava al combattimento, e qui giungiamo alla scena del nostro capitolo. La testimonianza di Dio è inseparabile dal combattimento, poiché essa non consiste soltanto nel radunamento e nel cammino, ma anche in una posizione franca di fronte al mondo, nemico di Dio. Dobbiamo proclamare ad alta voce che siamo, senza compromessi, in lotta col mondo. Il combattimento ha due scopi: ci mette in possesso dei nostri privilegi (è il soggetto del libro di Giosuè) e libera il popolo di Dio soggiogato dal nemico per la sua infedeltà (com’è considerato nel libro dei Giudici). In Giosuè, tutto Israele deve salire alla conquista di Canaan; qui, la lotta è riservata a un certo numero di testimoni, campioni dell’Eterno per la liberazione del suo popolo.

La tromba squillava anche per le feste solenni. Solo la Parola di Dio definisce e regola il culto di adorazione. Ci limitiamo ad accennare soltanto a questo soggetto, ma non è il caso che lo trattiamo qui.

Le brocche vuote sono un secondo elemento della testimonianza. Senza dubbio, erano vasi che avevano contenuto i viveri del popolo (v. 8). Ora erano vuote e non avevano alcun valore; ma Gedeone, istruito da Dio, sa farne uso alla Sua gloria. Un passo della Parola (2 Corinzi 4:1-10) fa allusione a questa scena quando Paolo parla della posizione ch’egli prende come testimone di fronte al mondo. Egli deve «manifestare la verità», portare «la luce dell’evangelo della gloria di Cristo» davanti agli uomini; poi aggiunge (v. 7): «Ma noi abbiamo questo tesoro in vasi di terra, affinché l’eccellenza di questa potenza sia di Dio e non da noi». Un vaso di terra! Tale era «la carne mortale» del grande apostolo dei Gentili. Le brocche vuote rappresentavano ciò che Gedeone e i suoi guerrieri erano in se stessi. La lezione che il loro capo aveva imparato al campo di Madian doveva pure essere realizzata individualmente dagli altri trecento. Come il vaso di terra di Paolo, quelle brocche vuote non avevano valore, dovevano essere rotte. Quando Dio suscita una testimonianza, si glorifica solo per mezzo di strumenti ch’egli «spezza». Egli porta il suo Evangelo alle nazioni per mezzo di un Saulo gettato prima nella polvere sulla strada di Damasco, e glorifica l’eccellenza della sua potenza in un Paolo ch’Egli continuerà a disciplinare fino alla fine. «Noi siamo tribolati in ogni maniera — dice l’apostolo — ma non ridotti all’estremo; perplessi, ma non disperati; perseguiti, ma non abbandonati; atterrati, ma non però uccisi; portiamo sempre nel nostro corpo la morte di Gesù...».

A che servivano dunque quelle brocche vuote? A contenere le fiaccole, terzo e supremo elemento della testimonianza di Dio; a portare quel tesoro che è la luce divina, affinché, come dice Paolo, la vita di Gesù si manifesti nel nostro corpo» (2 Corinzi 4:10). Se le trombe rappresentavano la Parola di Dio in testimonianza, e le brocche noi stessi nella nostra debolezza umana, cosa saranno le fiaccole se non la vita di Cristo, la luce di Cristo? Così, i due primi elementi (brocca e fiaccola) non servono che a produrre il terzo, la luce fra le tenebre.

Gli uomini di Gedeone suonano le trombe e rompono le brocche (7:19), e la luce risplendè attorno a loro. È la stessa cosa per i testimoni attuali: «Poiché noi che viviamo, siamo sempre esposti alla morte per amor di Gesù». È Dio stesso che si occupa di rompere i vasi «onde anche la vita di Gesù sia manifestata nella nostra carne mortale» (2 Corinzi 4:11). Non è detto: la vita di Cristo, ma quella di Gesù, la vita di quell’uomo che ha attraversato il mondo in santità. Siamo chiamati a rappresentare quaggiù l’uomo Cristo Gesù, come Egli ha vissuto su questa terra, per rendergli una buona testimonianza.

Non vi è un solo cristiano in questo mondo che non possa essere il portatore di questi tre elementi della testimonanza di Dio. Perché dunque ne esistono così pochi? Perché non usiamo questi elementi come Dio vuole. Bisogna che la tromba sia suonata, che le brocche siano rotte, che la lampada non sia messa sotto il moggio. Se siamo a nostro agio quaggiù, se in questo mondo abbiamo sempre tutto ciò che ci piace, se siamo amati, rispettati dagli uomini, se non abbiamo mai fatto qualcuna delle esperienze dell’apostolo Paolo, tribolazioni, perplessità, persecuzioni, probabilmente siamo infelici, perché abbiamo poco per Dio. Dio non ci potrà giudicare degni di portare qualche raggio della luce di Cristo davanti al mondo. Beati quelli che sono «rotti»! «Beati.... beati», diceva il Signore; e aggiungeva: «Rallegratevi e giubilate, perché il vostro premio è grande nei cieli» (Matteo 5:12).

I trecento, stando al posto loro assegnato attorno al campo, gridavano: «La spada dell’Eterno e di Gedeone!». E il nemico, il mondo, è sbaragliato da questo semplice grido! Rendete testimonianza a Cristo, rappresentatelo in modo vivente, non tenete conto di voi stessi. La vostra unica arma sia la spada a due tagli del Signore. Tutta la potenza di Satana e del mondo non potranno resistervi.

Occupati del loro compito glorioso, Gedeone e i suoi compagni non pensano minimamente di andare a sedersi sotto le tende di Madian, che il giudizio di Dio stava per rovesciare; anzi, trovano la loro sicurezza e la loro forza, malgrado le loro brocche rotte, nel suono delle trombe squillanti d’Israele e nella luce delle torce risplendenti di Dio. La testimonianza produce testimonianza. I trecento sono ora adoperati per radunare il resto del popolo. Gli uomini d’Israele si uniscono e inseguono Madian (v. 23), e tutti gli uomini d’Efraim si radunano (v. 24) ed hanno parte all’inseguimento ed al bottino. Vedremo anche noi questo risultato se siamo fedeli. Se siamo dei testimoni di Cristo risveglieremo lo zelo dei nostri fratelli. Come sarebbe bello se Gesù, al suo ritorno, trovasse non solo alcune centinaia, ma un popolo intero di testimoni che hanno combattuto, sono stati saldi e hanno vinto per lui!

e) Difficoltà ed insidie nel servizio (leggere cap. 8:1-23)

Se camminiamo con Dio e portiamo la sua testimonianza, troveremo ogni sorta di difficoltà sul nostro cammino. Al capitolo precedente, vediamo che Gedeone ed i suoi trecento compagni ne hanno incontrate alcune. Il loro combattimento non era esente da sofferenze. Essi dovevano rinunciare alle gioie, alle comodità, e ristorarsi solo nella misura minima necessaria per raggiungere lo scopo. Il capitolo 8 ci presenta altri aspetti delle loro sofferenze.

Gli uomini d’Efraim contestano Gedeone. Al tempo di Debora quelli di Efraim erano stati al posto d’onore (5:14), ma da allora erano andati in decadenza. Gedeone, guidato da Dio, non li aveva chiamati; erano passati in secondo piano. Ora sono gelosi di ciò che l’Eterno aveva affidato ai loro compagni, gelosi dell’energia della fede e dei suoi risultati negli altri. «Che azione è questa ci hai fatto?» (v. 1). Gli Efraimiti, preoccupati della loro importanza, pensano a se stessi invece di pensare a Dio. Questa è la sorgente di molte contestazioni tra fratelli, mille volte più penose e delicate dei molti combattimenti col mondo.

È prezioso vedere l’uomo di Dio attraversare questa difficoltà nella potenza dello Spirito. Il libro dei Giudici ci offre tre esempi di simili contestazioni: questo di Gedeone, quello di Jefte e quello delle undici tribù contro Beniamino. Qui il male è scongiurato e la rottura evitata. Ma non fu così più tardi. Quando delle dispute sorgono fra cristiani, quale è la risorsa? L’umiltà. Gedeone l’aveva imparato alla scuola di Dio, ed ora non gli è difficile realizzarlo. Dio gli aveva fatto capire che il suo coraggio e la sua forza non erano sue prerogative personali, e che «la spada di Gedeone» non aveva in se stessa più valore di un semplicissimo pane d’orzo. Perciò, in presenza di Efraim, il servitore del Signore, adoperato da Lui per questa grande liberazione, non parla di se stesso, ma di ciò che Dio ha fatto per mano sua e dei suoi fratelli. «Che ho fatto io al paragone di voi? La racimolatura di Efraim non vale meglio della vendemmia d’Abiezer?»

Gedeone attribuisce a sé l’ultimo posto e riconosce che avevano avuto l’onore di compiere, malgrado tutto, il mandato di Dio. Un grande difficoltà è in tal modo superata grazie alla sua umiltà. Ci sia accordato di agire sempre così! Quando parliamo dei nostri fratelli, non enumeriamo i loro difetti, bensì le cose che Dio ha prodotto in loro. Non posso forse ammirare Cristo nel mio fratello se vedo Dio alle prese con lui per «spezzarlo» e fare emergere in lui, ad ogni costo, il carattere del Signore? Nulla calma meglio le contese come il vedere Cristo negli altri.

Poi Gedeone ed i suoi compagni si imbattono in un secondo ostacolo ancora più grave delle contestazioni di prima. Pur essendo stanchi, essi continuavano a inseguire i Madianiti (v. 5), provando nei loro corpi quel «disfacimento» giornaliero che provano tutti i credenti che proseguono con perseveranza nella loro testimonianza pur di raggiungere lo scopo (2 Corinzi 4:16; Filippesi 3:12). Essi giungono davanti a Succoth, città di Israele che apparteneva alla tribù di Gad. Ma Succoth li respinge, rifiutando persino di dar loro del pane. Vi era dunque, in mezzo al popolo di Dio, una città intera che, pur portando il nome d’Israele, aveva rotto ogni solidarietà coi testimoni dell’Eterno, «Tieni tu forse già nelle mani i polsi di Zebah e di Tsalmunna (i due re di Madian, v. 2) — rispondono essi — che noi abbiamo da dar del pane alla tua gente stanca». Quelli di Succoth, evidentemente, avevano fiducia nel nemico e non volevano compromettersi parteggiando per Israele. Oggi è grande il numero di coloro che portano il nome di Cristo pur ricercando l’alleanza e l’amicizia del mondo. Essi, per timore di compromettersi, fanno causa comune coi nostri nemici, e metterebbero facilmente degli ostacoli sul sentiero dei credenti per impedire loro di vincere. Non meravigliamocene. Una giusta indignazione non ci fermi sul nostro cammino per castigare questo spirito. Occorre che i nostri cuori, come quello di Gedeone, siano interamente dediti al combattimento per il Signore.

L’uomo di Dio continua la sua marcia; neppure un analogo comportamento degli abitanti di Penuel lo ferma. Satana cerca di creare degli ostacoli, ma Zeba e Salmunna non debbono sfuggire a Gedeone; il giudizio delle città ribelli sarà esercitato più tardi. E, al suo ritorno, l’uomo di Dio esercita la disciplina e «toglie il malvagio» (1 Corinzi 5) poiché sarebbe disonorevole per Dio tollerare il male.

Vediamo, in tutta questa storia, come si abbinavano in Gedeone l’umiltà e l’energia della fede: l’energia, per radunare e purificare il popolo, per combattere ed inseguire il nemico; l’umiltà che toglie ogni fiducia in se stessi e fa cercare la forza nel Signore. Tuttavia, è proprio dal lato in cui sembrava ch’egli avesse meno bisogno di vigilanza, che il nemico gli tenderà un laccio e produrrà alla fine uno stato di rovina morale proprio in lui che conduceva Israele!

I re vinti non risparmiano a Gedeone le parole di lode (v. 18-21), molto pericolose perché nascondono dei motivi interessati. Egli chiede loro: «Come erano gli uomini che avete uccisi al Tabor?». Ed essi risposero: «Erano come te; ognun d’essi aveva l’aspetto d’un figlio di re».

Diffidiamo delle adulazioni del mondo. Il semplice senso cristiano dovrebbe dirci che il mondo ci lusinga per indebolirci e toglierci le armi con le quali lo combattiamo. Ma le loro parole non distolgono Gedeone dalla via di Dio, anche se pare ch’egli perda la nozione reale della potenza dell’avversario, e la sottovaluti invece di temerla. Non fu così di Giosuè quando fece prigionieri i cinque re (Giosuè 10:22-27). Lungi dallo sminuire la forza del nemico agli occhi degli uomini d’Israele, egli disse loro: «Accostatevi, mettete i piedi sul collo di questi re... Non temete e non vi sgomentate, siate forti e fatevi animo», cosciente da un lato della potenza del mondo e dall’altro della forza dell’Eterno. Due cose ci abbisognano quando siamo alle prese col nemico: il timore ed il tremore in quanto a noi stessi; e una perfetta sicurezza in quanto a Dio, poiché sappiamo che Satana ed il mondo sono nemici vinti.

Gedeone realizza imperfettamente queste cose. Affida a suo figlio Iether l’incarico di uccidere quei due re. «Ma il fanciullo non trasse fuori la spada, perché aveva paura». Al cap. 7 l’Eterno aveva eliminato quelli che avevano paura e li aveva ritirati dal combattimento; qui Gedeone, affidando a un fanciullo l’uccisione d’un nemico ch’egli disprezza, non è in comunione con le vie divine. Dio non chiama dei fanciulli nella fede a compiere pubblicamente degli atti rilevanti; un fanciullo va a scuola e non alla guerra.

Allora quei re gli dicono: «Levati tu stesso, e dacci il colpo mortale poiché quale è l’uomo, tale è la sua forza». Ecco una nuova lusinga, contro cui Gedeone avrebbe dovuto protestare, poiché aveva imparato una lezione ben diversa alla scuola di Dio. Infatti, la sua forza era proprio l’opposto di ciò che l’uomo era. Non l’aveva imparato quando l’angelo del Signore gli aveva detto «Va’ con cotesta tua forza» anche se lui era il più piccolo della casa di suo padre? Ed egli non se n’era forse reso conto nella notte solenne in cui Dio gli aveva rivelato che un pane d’orzo avrebbe rovesciato tutte le tende di Madian? In giorni migliori, Gedeone non avrebbe accettato queste adulazioni, né avrebbe lasciato che l’avversario piantasse nel suo cuore un pericoloso germe di fiducia in se stesso.

Ma eccolo alle prese con una nuova insidia (v. 22-23). Non è la lusinga del mondo, ma l’adulazione del popolo di Dio. «Gli uomini d’Israele dissero a Gedeone: Regna su noi tu e il tuo figliuolo, e il figliuolo del tuo figliuolo; poiché tu ci hai salvati dalla mano di Madian». In tal modo essi mettono il loro conduttore al posto dell’Eterno e gli offrono lo scettro: «Regna tu su noi». La cristianità professante è sempre pronta a stabilire un clero; e questa è purtroppo una tendenza innata anche nel cuore naturale dei veri credenti. Il buon risultato d’un ministerio ci induce a fare del «servitore» un «ministro» nel senso umano, perdendo di vista Dio. Qui, per la Sua grazia, la fede di Gedeone sfugge a un tale pericolo, e risponde risolutamente: «Io non regnerò su voi, né il mio figliuolo regnerà su voi; l’Eterno è quegli che regnerà su voi». Lo scopo del suo ministerio è che Dio abbia la preminenza e non perda nulla della sua autorità sul suo popolo.

f) L’efod di Gedeone (leggere cap. 8:24-35)

Fin qui, Gedeone è stato meravigliosamente guardato in mezzo a pericoli e a insidie. Il suo cuore è ancora pieno di buone intenzioni. Ma un veleno sottile ha già prodotto dei danni segreti, ed ora assistiamo alla rovina della sua carriera di giudice, come prima avevamo assistito alla rovina del popolo di Dio.

«Poi Gedeone disse loro: Una cosa voglio chiedervi: che ciascuno di voi mi dia gli anelli del suo bottino», e il popolo accetta volentieri. Gedeone non concupisce queste cose come fece Acan (Giosuè 7:20-21) attirando il giudizio sopra Israele. Il suo cuore è nobile e disinteressato. Egli desidera fare buon uso di quest’oro. Aaronne, tanto tempo prima, aveva chiesto gli anelli d’oro per fare il vitello, ma Gedeone, Jerubbaal, aveva rovesciato gli idoli, ed ora non cerca minimamente di ristabilirli. Però, preso dal sentimento della sua importanza, desidera erigere ad Ofra, sua città natale, un memoriale della sua vittoria. Questo memoriale sarà un «efod», un oggetto che faceva parte dei vestiti indossati dal sacerdote quando rappresentava il popolo davanti a Dio; oggetto magnifico, è vero, ma che non aveva alcun valore agli occhi dell’Eterno se non era portato dal sommo sacerdote. Purtroppo tutto Israele considera l’efod come un mezzo per avvicinarsi a Dio, e si prostra dinanzi ad esso. Gedeone stesso e la sua casa cadono nel laccio.

La cristianità non è estranea a questi «efod». Sono numerose le cose ordinate da Dio che essa separa da Cristo, e tramite le quali pensa d’avvicinarsi a Dio. La Chiesa, il ministerio, il battesimo, la cena e persino la preghiera, separati dalla loro sorgente, diventano degli efod davanti a cui il popolo si prostra. La «forma» prende il posto di Dio e le anime ricadono nell’idolatria. E non si è fatto un idolo persino di Cristo morto in croce? Anche il serpente di rame (Numeri 21:8-9) era stato conservato e il popolo ne aveva fatto un falso dio. Come il fedele Ezechia, così il vero testimone di oggi non può sopportare simili cose; Ezechia ruppe quell’idolo e lo chiamò Nehushtan, cioè pezzo di rame (2 Re 18:4).

Che fatto umiliante! Dei conduttori che diventano gli strumenti per riportare il popolo all’idolatria! Sovente, dopo un felice inizio, il cuore si lascia guadagnare dalle insidie del mondo, e prova il desiderio di occupare un posto importante. Si fa di Ofra il centro del popolo, e dell’efod il centro d’Ofra; e si rimuove il santuario divino di Silo, il vero centro di radunamento d’Israele!

Non possiamo dire che Gedeone fosse un uomo orgoglioso; ma il suo cuore non era più retto davanti a Dio. Egli abita nella sua casa (v. 29) e si riposa delle sue gloriose opere, circondato da una numerosa famiglia. Ma si alleva un serpente in seno (v. 31) che compirà la rovina finale della sua discendenza. Appena chiude gli occhi, Israele ritorna alla vera idolatria e stabilisce Baal-Berith come dio (v. 33), facendo del diavolo stesso il capo e il «signore del patto».

Ma c’è qualcosa che consola in mezzo alla rovina, e ce lo proverà il capitolo 9: Dio non rimane mai senza testimonianza quaggiù. Siamo dunque suoi testimoni, ripetendo le parole di Gedeone al popolo: «L’Eterno regnerà su voi».

2.7 Abimelec, ovvero l’usurpazione dell’autorità (leggere cap. 9)

Questo capitolo ci introduce in una fase tanto grave della decadenza che, a prima vista, non sembra esservi alcun posto per la fede. Al cap. 8 abbiamo visto che l’assemblea d’Israele desiderava conferire l’autorità al suo conduttore; qui, un «lupo» usurpa il posto del «pastore» e s’impadronisce del gregge per divorarlo. È l’autorità arbitraria del servo malvagio della parabola (Matteo 24:48-49) che, durante l’assenza del padrone, si mette a battere i suoi conservi e a mangiare e a bere con gli ubriaconi. Ciò ricorda l’instaurarsi del clero nella Chiesa e le sue funeste conseguenze. Il miserabile Abimelec non è un giudice, ma cerca una posizione ancora più elevata: si fa proclamare re (v. 6) prendendo, in mezzo al popolo dell’Eterno il titolo dei capi delle nazioni. E, in questa veste di dominatore (v. 2), egli agisce all’opposto d’un giudice suscitato da Dio (confr. 8:23).

Per usurpare una tale posizione, Abimelec usa dei mezzi puramente umani. Tramite i fratelli di sua madre, concubina di Gedeone, seduce gli uomini di Sichem in nome del fatto che sono fratelli. Costoro gli danno fiducia poiché il loro stato morale è tanto basso da far loro dimenticare persino il legame che li unisce a tutto Israele. Essi dicono di Abimelec: «Egli è nostro fratello». I legami di fratellanza vera hanno perduto per loro il loro vero significato, e sono diventati una semplice forma destinata a caratterizzare un partito. L’usurpatore riceve dei sicli d’argento dal popolo e non si vergogna della loro origine impura (v. 4). Questo denaro, tratto dalla casa dei falsi dei, serve a compiere l’opera del diavolo. Il tesoro di Baal ha sostituito la forza del Signore e dà all’usurpatore i mezzi per perseguitare e sopprimere la discendenza della fede, la famiglia di Dio (v. 5). Uno solo, Jothan, il più giovane di tutti i figli di Gedeone, sfugge al massacro e riesce a nascondersi.

Abimelec riesce nel suo intento; lo spirito malvagio trionfa, ma non sarà mai uno spirito di pace fra gli uomini. Lotte intestine, perfidie, vendette sono la conseguenza. Vediamo l’ambizione di Gaal, i consigli di Ebed, l’astuzia di Zebul, la violenza d’Abimelec: ecco ciò che avviene nel campo d’Israele quando ha abbandonato la testimonianza di Dio. È una scena di lutto, di carneficina, di odio. Ma l’Eterno, nella sua grazia, proietta un raggio di luce in mezzo a quelle tenebre. Egli non rimane senza una testimonianza; possiamo ripeterlo con fiducia attraversando dei tempi difficili. E se anche non restasse altro, come qui, che un solo testimone di Dio in questo mondo, ci dia il Signore di essere questo unico testimone, come quel Jotham disprezzato, l’ultimo di tutti, ma che si tiene fermamente dalla parte di Dio.

Jotham, preservato dalla bontà provvidenziale dell’Eterno, va a «porsi sulla sommità del monte Garizim» (v. 7). Mosè aveva un tempo ordinato che sei tribù stessero sul monte Ebal per maledire, e sei sul monte Garizim per benedire. Quando il popolo fu entrato in Canaan, Giosuè si ricordò di quest’ordinamento; ma da allora Israele infedele scelse, per così dire, il monte Ebal attirando su di sé la maledizione di Dio. Jotham sceglie, invece, il luogo della benedizione, e rimane solo.

Testimone di Dio in faccia a tutto un popolo, eleva la voce, pronuncia la sua lunga apologia e proclama la benedizione della fede e le conseguenze dell’infedeltà del popolo. Jotham è il rappresentante delle benedizioni del vero Israele di Dio; egli è debole e perseguitato, ma può godere del favore di Dio e rendergli testimonianza, portando del frutto alla sua gloria.

Nella sua apologia, tre alberi rifiutano di andare ad agitarsi per gli altri: l’ulivo, il fico e la vite. Essi rappresentano, secondo la Parola, i diversi caratteri d’Israele sotto la benedizione del Signore. L’ulivo disse: «Rinunzierei io al mio olio che Dio e gli uomini onorano in me per andare ad agitarmi al di sopra degli alberi?» (v. 9). L’olio corrisponde all’unzione e alla potenza dello Spirito Santo per cui Dio e gli uomini sono onorati. L’Israele di Dio non poteva realizzare questa potenza spirituale, se non separandosi interamente dalle nazioni e dai loro princìpi. Le nazioni stabilivano dei re (1 Samuele 8:5), mentre l’Eterno era il solo che doveva regnare sul popolo fedele.

Il fico disse: «Rinunzierei io alla mia dolcezza e al frutto squisito, per andare ad agitarmi al di sopra degli alberi?» (v. 11). Israele non poteva portare frutto se non separato dalle nazioni.

La vite disse: «Rinunzierei io al mio vino che rallegra Dio e gli uomini, per andare ad agitarmi al di sopra degli alberi?» (v. 13). Il vino rappresenta la gioia che si trova nella comunione degli uomini con Dio. Questo godimento, il più elevato che si possa desiderare, era perduto per Israele, poiché si era adeguato allo spirito e ai costumi delle nazioni.

Che lezione per noi cristiani! Il mondo, per la Chiesa, corrisponde ai pagani di un tempo. Se ascoltiamo i suoi appelli, abbandoniamo il nostro olio, il frutto del nostro fico, il nostro vino, vale a dire la nostra potenza spirituale, le opere che Dio ci ha preparate e la gioia della comunione. Oh! rispondiamo anche noi come gli alberi della parabola a tutti gli inviti del mondo!

Rinunzierei io a ciò che costituisce la mia felicità e la mia forza, per delle agitazioni sterili, o per soddisfare le concupiscenze e le ambizioni del cuore degli uomini? Jotham apprezza, come suo padre Gedeone (8:23), quei tesori dell’Israele di Dio, e si mette da parte sul monte Garizim. Egli mantiene la sua posizione benedetta. In presenza di tutto quel popolo apostata, è il vero, e ultimo rampollo della fede, il solo testimone di Dio. Che onore per quel giovane e debole figlio di Jerubbaal! La sua sorte, benché lui sia respinto da tutti, è l’unica degna d’invidia, poiché lui solo glorifica Dio in questo mondo ribelle. Come lui, anche noi dobbiamo separarci dal male. Gusteremo, in tale posizione, tutti i prodotti degli alberi di Dio. Chi ha goduto di queste cose esclama: Rinunzierei io a queste cose?

Viene il momento in cui Jotham dopo aver mostrato al popolo la sua follia e predetto il suo castigo, fugge via (v. 21). Lascia l’assemblea d’Israele e l’abbandona al castigo che già sta alla porta. «Jotham andò a Beer e quivi abitò». Questo è il pozzo del quale l’Eterno disse a Mosè: «Raduna il popolo ed io gli darò dell’acqua», pozzo che il cantico d’Israele celebrò (Numeri 21:16-18).

Così in mezzo alla cristianità già matura per il giudizio, i testimoni fedeli si ritirano a Beer, luogo del vero radunamento e delle sorgenti d’acqua viva, luogo dei cantici e delle lodi.

2.8 Thola e Jair (leggere cap. 10:1-5)

L’inizio di questo capitolo ci presenta brevemente la storia di due giudici d’Israele, Thola e Jair. Erano entrambi uomini eminenti. Il primo a causa della sua stirpe, poiché la Genesi fa menzione dei suoi antenati fra i figli d’Israele che discesero in Egitto, e nomina Thola e Puah fra i figli d’Issacar (Genesi 46:13 e 1 Cronache 7:1). Il secondo per le sue ricchezze, il numero dei suoi figli, la sua prosperità (5:10), le sue città. Ma, cosa notevole, non è aggiunto altro. Il loro regno ha una durata poco comune; Dio si serve di loro, qualificando persino Thola per liberare Israele, ma non si glorifica per mezzo loro in modo speciale.

Ci ricorda un passo in 1 Corinzi 1:26-29: «Non molti potenti, non molti nobili... Ma Dio ha scelto le cose pazze del mondo per svergognare i savi; e Dio ha scelto le cose deboli del mondo per svergognare le forti; e Dio ha scelto le cose ignobili del mondo, e le cose sprezzate, anzi le cose che non sono, per ridurre al niente quelle che sono, affinché nessuna carne si glori nel cospetto di Dio». Dio adopera di preferenza dei «vasi deboli»; per questo tanti giudici sono contraddistinti, in un modo o in un altro, da un segno di debolezza. D’altronde, tutto il valore degli strumenti di Dio consiste nel presentare il carattere di Cristo. Un uomo potente, nobile o ricco, riproduce difficilmente i tratti di Colui che fu quaggiù debole, umiliato e povero, per portarci la grazia di Dio. I primi giudici non furono né dei Thola né degli Jair, ma furono esempi d’umiltà, uomini che stimarono gli altri più di se stessi, che diedero prova d’un’energia spirituale che nulla riuscì a fermare; e proprio la loro debolezza riportò la vittoria.

2.9 Nuovo risveglio d’Israele (leggere cap. 10:6-18)

Nonostante i tempi tranquilli di Thola e Jair, il popolo cade sempre più in basso. La decadenza continua, il male si accentua. «E i figliuoli di Israele continuarono a fare ciò che è male agli occhi dell’Eterno e servirono agli idoli di Baal e di Astarte, agli dèi della Siria, agli dèi di Sidon, agli dèi di Moab, agli dèi dei figliuoli di Ammon, agli dèi dei Filistei; abbandonarono l’Eterno, e non gli servirono più» (v. 6). Mai si erano visti riuniti in Israele tanti falsi dei. L’idolatria più completa caratterizza il popolo.

Ammon agisce come verga dell’Eterno e opprime Galaad per diciott’anni. Il nemico passa il Giordano per fare altrettanto a Giuda e a Beniamino. Allora, sotto la pressione delle circostanze, la grazia produce un’opera nella coscienza del popolo. Man mano che l’apostasia progredisce, i risvegli si approfondiscono nelle coscienze. Non dico «si estendono». Ricordiamoci, per esempio, il cantico di Debora, che rimette in piena luce tutti i privilegi del popolo di Dio. Ma a quel tempo Israele sentiva poco la sua responsabilità, la coscienza del popolo era meno colpita, il giudizio di sé meno marcato.

Troviamo qui, per la prima volta, la luce divina che penetra nella coscienza del popolo per condurlo a giudicarsi profondamente (6:7-10). «Abbiamo peccato contro di te», dicono «perché abbiamo abbandonato il nostro Dio, e abbiamo servito agli idoli Baal» (v. 10). Allora Dio ricorda loro le sue grazie e le sue liberazioni di un tempo, e come li aveva salvati dalla mano di molte nazioni; poi aggiunge: «Eppure, m’avete abbandonato e avete servito agli altri dèi». Lanciando una freccia nella loro coscienza, termina con queste parole: «Perciò io non vi libererò più» (v. 13). Israele come popolo non può essere ristorato. E così è anche per la Chiesa.

A quelle parole, i figliuoli d’Israele fanno un nuovo passo nella via salutare in cui lo Spirito di Dio li conduce. «Abbiamo peccato; facci tutto quello che a te piace». Confessano il loro peccato, si condannano, riconoscono la giustizia del giudizio di Dio, e aggiungono: «Soltanto, te ne preghiamo, liberaci oggi» (v. 16). Essi fanno appello alla grazia. Resterà Dio sordo al loro grido? Impossibile! Il pentimento li porta a conoscere il Signore meglio di quanto l’avessero conosciuto prima.

Questo risveglio non sarebbe reale se non portasse dei frutti. «Allora tolsero di mezzo a loro gli dèi stranieri e servirono all’Eterno» (v. 16); convertendosi dagli idoli a Dio, ora servono il Dio vivente e vero. Allora l’Eterno apre loro i tesori di pietà del suo cuore.

Dio voglia che, nei nostri tristi giorni, sia questo il carattere del risveglio. È bene che le anime conoscano i loro privilegi e la loro posizione celeste, ma è anche necessario che un lavoro profondo di coscienza accompagni il risveglio, affinché i cristiani portino dei frutti di reale santità, di umile devozione, di consacrazione completa e silenziosa; che non ci si metta avanti per parlare di sé, ma si abbandonino i propri idoli per servire l’Eterno.

Per quanto benedetto sia questo giorno di risveglio, una cosa manca: la conoscenza delle verità fondamentali che Dio aveva affidato al suo popolo. «Il popolo, i principi di Galaad, si dissero l’un l’altro: Chi sarà l’uomo che comincerà l’attacco contro i figliuoli di Ammon? Quegli sarà il capo di tutti gli abitanti di Galaad» (v. 18). Manca qui la coscienza dell’unità del popolo; Galaad è considerato come a sé stante. L’autorità e la direzione dello Spirito di Dio sono poco conosciute, poiché dicono: «Chi sarà l’uomo che...?». Sono a un passo dal sceglierselo loro, e questo passo lo faranno, come vedremo nei v. 4-11 del capitolo seguente. Non che Jefte non sia stato suscitato da Dio, ma Galaad ha una parte in questa scelta. Questa intromissione dell’uomo nei piani di Dio è la triste caratteristica degli ultimi tempi della decadenza.

2.10 Jefte e sua figlia (leggere cap. 11)

I versetti 1-11 ci presentano il liberatore. Egli porta il segno di quell’infermità contestata così sovente nel corso di questo libro. Jefte, il Galaadita, pur essendo «un uomo forte e valoroso», era d’origine impura, figlio di una meretrice. Tuttavia, Dio si serve di lui; anzi, ci presenta in lui alcuni dei caratteri di Cristo. Ricordiamoci che la vita dei credenti non ha valore se non riproduce qualcosa dei caratteri del Salvatore. La storia di Jefte nel suo insieme ci offre poca edificazione se non vi cerchiamo ciò che manifesta il carattere di Dio. Dio ci descrive, nella sua Parola, tutte le debolezze e le infermità di uomini come Jefte; ma nella loro storia ci dà molto più di questo: ci presenta Cristo. Ecco ciò che li rende tanto interessanti per noi. Noi scopriamo facilmente i difetti dei nostri fratelli; ma dovremmo interessarci di più al modo in cui Dio li foggia, per fare di loro, malgrado tutto, dei testimoni del suo Figlio.

Jefte, la cui origine ha qualche analogia con quella d’Abimelec, è in contrasto assoluto con quell’uomo empio. Abimelec tenta fin dal principio d’innalzarsi, e usurpa il posto della famiglia legittima di Gedeone. Jefte, anche se è il primogenito della famiglia, è respinto dai suoi fratelli: «Tu non avrai eredità in casa di nostro padre, poiché sei figliuolo d’un’altra donna» (v. 2). Non ci ricorda forse le parole dei malvagi servi della parabola: «Non vogliamo che costui regni sopra di noi»? (Luca 19:14).

«E Jefte se ne fuggì lungi dai suoi fratelli e si stabilì nel paese di Tob» (v. 3). Jefte si lascia spogliare, si abbassa, invece di tener testa ai malvagi; abbandona i suoi diritti e se ne va in un paese straniero. Ma Dio sa ritrovarlo e ricondurlo sulla scena. Giunge il momento in cui coloro che avevano cacciato colui che deve essere liberatore sono obbligati a gettarsi supplichevoli ai suoi piedi. Jefte dice agli anziani di Galaad: «Non m’avete voi odiato e cacciato dalla casa di mio padre?» (v. 7). Essi sono obbligati, come un tempo i fratelli di Giuseppe, a riconoscere in un paese lontano quel salvatore che prima avevano schernito e a fare appello a lui nella loro distretta chiedendogli di diventare il loro capo. Jefte non vuole prendere quel titolo prima della vittoria (v. 9). Così sarà di Cristo, riconosciuto pubblicamente capo d’Israele per il suo trionfo sui loro nemici. È bello vedere in questo uomo disprezzato dal mondo, ma che sopporta il suo disprezzo, un debole ritratto del Messia; si può dire ch’egli fu stimato degno di condurre il popolo di Dio perché presentava qualche carattere di Cristo.

I figli di Ammon erano, in quel tempo, nemici accaniti d’Israele. I peggiori avversari del popolo di Dio sono sovente parenti, secondo la carne, di qualche credente. Madian, che combatte Gedeone, proviene da Ismaele, progenie d’Abramo secondo la carne; Moab e i figli d’Ammon sono usciti da Lot; Edom è il figlio carnale di Isacco. I nostri nemici più accaniti sono sovente i frutti dei nostri errori. Ciò che si oppone di più alla testimonianza e alla vita spirituale della Chiesa è l’amaro prodotto della sua infedeltà, che porta il nome di Cristo, ma la cui vita idolatra, la cui inimicizia e le cui astuzie saranno, sino alla fine, l’umiliazione, il castigo e un laccio per il popolo di Dio.

I figli d’Ammon approfittano dello stato di umiliazione d’Israele per attaccarlo, e cercano di spogliarlo del territorio che gli appartiene e di appropriarsene. Che profitto aveva tratto il popolo dall’inginocchiarsi davanti agli idoli di Ammon? Era caduto sotto il giudizio di Dio e fra le mani dei nemici del Signore. Se prendiamo posto nel mondo, esso ci spoglia, ci fa perdere la realtà dei nostri privilegi e se ne impadronisce. Ne risulta una terribile confusione. Il mondo ci dice allora: Ho gli stessi vostri diritti, sono anch’io buon cristiano come voi, poiché anche voi mostrate per le cose di questa terra gli stessi miei interessi. «Israele s’impadronì del mio paese... rendimelo all’amichevole» (v. 13). Tale è la conseguenza della nostra infedeltà.

In queste circostanze un risveglio produce degli effetti sorprendenti. Jefte non nega lo stato di abbassamento di Israele, ma parlando ai figli di Ammon risale all’origine delle sue benedizioni (v. 15-27). Lungi dall’adattarsi a questo stato di cose, accettando il giogo d’Ammon che aveva pesato su di loro per diciott’anni, egli si fonda sulle benedizioni antiche d’Israele, nel giorno in cui uscì dall’Egitto per entrare in Canaan. Cammineremo — dice egli — secondo i principi che Dio ci ha dati e che restano nostri per sempre. Jefte vede il popolo, la famiglia di Dio, tale come Dio l’ha visto al principio, e dice che il loro combattimento non è stato contro i figli di Ammon, ma contro gli Amorrei. Lo stesso è per la Chiesa. La sua lotta è contro le potenze spirituali nei luoghi celesti (Efesini 6), come quella d’Israele con i Cananei. Non siamo alle prese con le mescolanze religiose sorte dall’opera della carne; non le riconosciamo né come amiche né come nemiche, e le combattiamo solo quando ne siamo costretti. La nostra parola dev’essere quella di Jefte: Noi conserveremo il paese che l’Eterno ci ha dato (v. 24).

Per queste parole, a Jefte viene accordata una nuova benedizione: «Lo Spirito dell’Eterno venne su Jefte» (v. 29). La potenza di Dio stava nella via ch’egli seguiva. Non conformarsi alla rovina, perché Dio non la può accettare, e agire sui princìpi che Dio ci ha affidati all’inizio: questa è la via della potenza, anche se siamo solamente due o tre radunati al suo nome.

«Lo Spirito dell’Eterno venne su Jefte». Ahimè! Come accade sovente, la carne si palesa anche in lui. Egli non si accontenta della grazia e della potenza divine. Ignorando il vero carattere di Dio, «fa un voto all’Eterno» (v. 30), fa un accomodamento con Dio, sul terreno d’una transizione reciproca e, vincolandosi su un principio di legge, ricade nell’errore commesso da Israele nel deserto di Sinai: «Se tu mi dai nelle mani i figliuoli di Ammon quando tornerò vittorioso dai figliuoli di Ammon, la persona che uscirà dalle porte di casa mia per venirmi incontro sarà dell’Eterno, e io l’offrirò in olocausto».

Dio, lasciando Jefte alla responsabilità e alle conseguenze del suo voto, non protesta, né entra in quest’accordo. Il cielo sembra essere chiuso alla voce del conduttore di Israele. Tuttavia, lo Spirito dell’Eterno gli fa riportare la vittoria.

Jefte ritorna a Mispa, a casa sua, ed ecco che sua figlia gli esce incontro con tamburi e con flauti. «Era l’unica sua figlia» (v. 34). Queste parole ci ricordano più d’un passo della Scrittura. Dio dice ad Abramo: «Prendi il tuo figliuolo, il tuo unico, colui che ami, Isacco» (Genesi 22:2), e Abramo lo sacrifica, ma «per fede», per ordine di Dio; Jefte, invece, offre sua figlia con un atto volontario che dimostra una mancanza di fede. Questa parola «unico», ci ricorda anche qualcuno più grande d’Isacco. Come Jefte al principio della sua carriera, la sua figlia riproduce qui in modo commovente qualche particolarità del carattere di Cristo. Tanto la fede manca nel padre quanto invece brilla nella sua povera figlia.

Questa ragazza, figlia unica, votata in anticipo al sacrificio per un voto temerario (Cristo lo fu, al contrario, per il consiglio definito e la preconoscenza di Dio) la vediamo sottomettersi, invece che ribellarsi e biasimare suo padre. «Padre mio — ella dice — se hai dato parola all’Eterno, fa’ di me secondo quel che hai proferito; giacché l’Eterno t’ha dato di far vendetta dei figliuoli di Ammon, tuoi nemici» (v. 36). Ella si sottomette a causa dell’Eterno, pallido riflesso di Colui che disse: «Io vengo, o Dio, per fare la tua volontà». La sua vita non conta più nulla di fronte alla vittoria: «Giacché l’Eterno t’ha dato di far vendetta dei tuoi nemici». Così accetta di essere sacrificata per questa vittoria. Nessun pensiero riguardante se stessa la ferma. Bella abnegazione della fede che riguarda solo a Dio!

D’una cosa soffre, dolore crudele per tutte le donne di fede in Israele; del fatto di non poter essere madre, di non poter avere una progenie che le permettesse di entrare nella discendenza del Messia. «Che io vada e scenda per i monti a piangere la mia verginità con le mie compagne» (v. 37). Però, per quanto bella sia quest’abnegazione, quanto è superiore quella del Signore Gesù! Egli, a cui tutto apparteneva, accettò di essere ucciso per la nostra salvezza. Abbandonando tutte le sue prerogative di Messia, tutti i suoi diritti di Figlio di Dio e Figlio dell’uomo, per ottenere una migliore vittoria ha lasciato la sua vita. Ma Egli «vedrà una progenie» e Dio «renderà la sua progenie eterna» (Salmo 89:29).

Veramente, questa ragazza d’Israele riproduce, senza dubbio ben debolmente, qualche perfezione della persona di Cristo. La sua fede semplice risplende nella totale sottomissione alla volontà di Dio. Ella accetta di essere offerta in sacrificio, come Colui che fu sacrificato più tardi non, come lei, per confermare la vittoria, ma per ottenerne una più grande, eterna. Seguiamo il suo esempio. Impariamo a non pensare a noi stessi, offrendoci a Colui che fu sacrificato per noi; a morire «in fede, senz’aver ricevuto le cose promesse» (Ebrei 11:13), senza ottenere un risultato apparente del nostro lavoro, ma soddisfatti d’essere stati testimoni e rappresentanti di Cristo in mezzo agli uomini, a onore di Dio!

2.11 Una lotta tra fratelli (leggere il cap. 12:1-6)

Il cap. 12 ci presenta il quadro di uno dei più gravi sintomi di declino: la guerra aperta tra fratelli. Un tempo, quando il popolo non aveva abbandonato il primo amore, oppure quando il suo conduttore mostrava più potenza spirituale, questa calamità era stata evitata. Il tentativo di Satana è sempre stato quello di disunire i figli di Dio. Egli sa che la nostra forza sta nell’essere raccolti tutti intorno a un centro comune, il Signore Gesù; e sa che l’unità di tutti i veri credenti è impossibile da distruggere perché è un’unità che Dio ha stabilito; allora, cerca di impedire la realizzazione di questa unità che è affidata alla nostra responsabilità. E sappiamo quanto sovente sia riuscito bene nel suo intento. «Il lupo rapisce e disperde le pecore» aveva detto il Signore.

Nell’epoca descritta dal libro di Giosuè, caratterizzata dalla potenza dello Spirito Santo, questo pericolo fu sventato all’occasione del conflitto creatosi per l’altare di Hed (cap. 22). Grazie all’energia delle tribù e allo zelo di Fineas, l’introduzione di princìpi settari fu evitata. Anche se rischiamo una guerra tra fratelli, noi dobbiamo stare sulla breccia, quando si tratta di princìpi divini. Il mantenimento dell’unità d’Israele, così come Dio l’aveva stabilita, aveva allora per i santi più importanza dei rapporti cortesi tra frattelli.

Più tardi, e lo vediamo in Giudici 8:1, quando Efraim si mise a combattere contro Gedeone, il conflitto fu sedato grazie all’umiltà di quest’ultimo che stimava «la racimolatura» di Efraim migliore della «vendemmia» di Abiezer. Ma sia nel capitolo 8, sia qui nel capitolo 12, non si tratta di princìpi da difendere. Il malcontento di Efraim deriva dall’orgoglio ferito. Calmati dall’umiltà di Gedeone, ma non colpiti né giudicati nella loro coscienza, gli Efraimiti rinnovano di fronte a Jefte le stesse accuse. Un male non giudicato della nostra carriera cristiana si ripresenterà presto o tardi se si ripetono le stesse circostanze. Qui, lo stato d’Efraim è ancora peggiore, poiché prima aveva almeno racimolato, ma ora non ha fatto nulla. Eppure è geloso dei risultati che l’energia della fede ha prodotto nei suoi fratelli.

È la stessa cosa al giorno d’oggi, e siamo tutti in pericolo di cadere in questo laccio, abbandonando la testimonianza di Cristo e tornando al mondo. Agli occhi di quelli di Efraim non v’è nulla di importante se non ciò che proviene da loro stessi; non sanno né umiliarsi, né rallegrarsi di ciò che Dio fa per mezzo d’altri; se l’opera prosegue, si mostrano gelosi; se si ingrandisce, diventano nemici e passano all’odio e alle minacce: «Noi bruceremo la tua casa e te con essa» (v. 1).

Al tempo di Debora, Efraim era il primo; sotto Jefte non tiene più conto né di Dio né delle sue benedizioni precedenti; non gli rimane che il ricordo della sua importanza e il bisogno di farla valere. D’altra parte, purtroppo, nemmeno troviamo in Jefte il disinteresse e l’umiltà di Gedeone. Egli risponde alla carne con la carne, all’«io» egoista di Efraim con il suo «io» ferito. «Io e il mio popolo abbiamo avuto grande contesa coi figliuoli di Ammon; e quando io vi ho chiamati in aiuto, voi non mi avete liberato dalle loro mani. E vedendo che voi non venivate in mio soccorso, ho posto a repentaglio la mia vita, ho marciato contro i figliuoli di Ammon e l’Eterno me li ha dati nelle mani. Perché dunque siete saliti oggi contro di me per muover guerra?» (v. 2-3). Jefte parla di sé, pensa al suo valore contestato, cade nel laccio che Satana gli tende; aveva proclamato poco prima l’unità del popolo in presenza dei figli di Ammon, e ora forma un partito (11:12,23,27). «Il mio popolo», dice, facendo allusione a Galaad in opposizione ad Efraim!

La contesa si alimenta con le parole. «Gli uomini di Galaad sconfissero gli Efraimiti perché questi dicevano: Voi, Galaaditi siete dei fuggiaschi d’Efraim, in mezzo ad Efraim e in mezzo a Manasse» (v. 4). In questa lotta non v’è in gioco un solo principio; non v’è che gelosia, importanza personale, parole roventi scambiate da cuori irritati, e la guerra fratricida scoppia in seno ad Israele. Ai passi del Giordano si sgozzano a vicenda. «E perirono in quel tempo quarantaduemila uomini di Efraim».

Stiamo in guardia contro tali lacci, poiché una cosa caratteristica di un tempo di rovina è appunto la guerra nella famiglia di Dio. Dobbiamo avere dei cuori larghi riguardo all’opera di Dio in questo mondo. Se è affidata anche ad altre mani, deve avere per noi la stessa importanza e lo stesso valore della nostra opera. Non diamo alla nostra opera una qualche importanza; facciamo come Gedeone, e non misuriamo la vendemmia d’Abiezer. Ai primi tempi della Chiesa (Atti 6:1-6), mormorii e gelosie sorsero fra gli Ellenisti e gli Ebrei; per calmarli, ci volle ben più dell’umiltà di Gedeone; fu necessaria la grande sapienza degli apostoli.

2.12 Ibtsan, Elon e Abdon (leggere cap. 12:7-15)

Dopo Jefte, sotto il regno di altri tre giudici, Israele gode un epoca di pace. Uno di questi giudici proviene dalla tribù di Giuda, l’altro da Zabulon, il terzo da Efraim. Non sono chiamati al combattimento, bensì a mantenere il popolo nello stato in cui la vittoria precedente l’ha posto. Forse non hanno la stessa energia di Jair (10:1-5), ma come lui, due di loro godevano d’un grande benessere. I tempi di prosperità materiale non sono sempre i più benedetti per il popolo di Dio dal punto di vista morale e spirituale. Qui è messa in evidenza l’importanza personale di questi giudici, ma non lo stato morale d’Israele. Siamo informati su quello che questi uomini fanno, ma non si sa ciò che accade nel cuore e nella coscienza del popolo. Così, appena l’ultimo di questi giudici muore, Israele ricade nello stato di prima (13:1).

In certi tempi si tratta di «sormontare»; in altri di «restare ritti in piedi» (Efesini 6:13). In che modo impieghiamo i giorni di pace che il Signore ci accorda? A fortificarci nella verità che Dio ci ha dato, o ad addormentarci nel benessere, per risvegliarci poi improvvisamente quando Satana torna alla carica e trovarci senza forza in presenza del nemico? Chi non è nutrito, non ha la forza di combattere. Approfittiamo di questi tempi prosperi per fare la conoscenza personale del Signore e vivere nella sua intimità; troveremo in tal modo la forza per resistere a nuovi attacchi, ed eviteremo di cadere sotto nuovi «gioghi», più pesanti della schiavitù di un tempo.

3. Capitoli da 13 a 16 — Sansone e il Nazireato

3.1 Il Nazireato

Questi capitoli formano una nuova parte del libro dei Giudici. Abbiamo visto, dal cap. 3 al 12, una serie di liberazioni operate da strumenti suscitati da Dio. Era il periodo dei risvegli. La parte che studieremo ora ha un carattere speciale.

Israele cade di nuovo: «E i figliuoli d’Israele continuarono a fare quel che era male agli occhi dell’Eterno, e l’Eterno li diede nelle mani dei Filistei per quarant’anni» (13:1). Dio non ci dà alcun dettaglio su questa nuova decadenza, ma, dalla severità del castigo, possiamo farcene un’idea. Fin qui, quelli che avevano soggiogato Israele erano nemici di altri paesi, oppure gli antichi abitanti del paese (quelli con a capo Iabin), oppure nazioni discendenti da Abramo ma per altre ramificazioni. Qui c’è addirittura il nemico dentro i confini d’Israele. Il Filisteo domina sul popolo e lo opprime.

Moralmente, i nostri giorni non differiscono molto da quei tempi. L’infedeltà della Chiesa ha prodotto da molto tempo una manifestazione del male di questo genere. Ciò che un tempo era al di fuori della casa di Dio, ora domina dentro di essa; gli uomini descritti al cap. 1 dei Romani ne sono divenuti gli abitanti e imprimono il loro carattere al popolo di Dio (Romani 1; 2 Timoteo 3:1-5). Questa mescolanza è ciò che noi chiamiamo «cristianità».

Ora, in un tempo simile, qual è la risorsa del popolo dell’Eterno? Una parola risponde a questa domanda: il nazireato, che è una separazione completa dal male e una consacrazione reale per Dio.

Prima di incominciare l’esame della storia di Sansone, consideriamo questo punto importante: sotto la legge, siccome tutto era esteriormente in ordine, il nazireato era temporaneo (Numeri 6), ma in un tempo di rovina diventa continuo, come nell’esempio che abbiamo sott’occhio. Sansone è un nazireo fin dal seno di sua madre. Questo carattere di perpetuità del nazireato lo si trova anche in Samuele giudice e profeta (1 Samuele 1:11). Anche Giovanni Battista fu un nazireo permanente (Luca 1:15); al suo tempo la rovina di Israele era pienamente manifestata, e raggiungerà il colmo col rigettamento di Cristo.

Gesù fu il vero nazireo, senza però le caratteristiche e gli obblighi esteriori del nazireato terreno, perché Egli stesso era, nella sua essenza, la realtà di questo tipo. Al termine della sua carriera, il Signore è entrato nella fase celeste del suo nazireato: Egli «santifica se stesso» entrando nel cielo, per i suoi discepoli (Giovanni 17:19). E ora, «santo, innocente, immacolato, separato dai peccatori ed elevato al di sopra dei cieli» (Ebrei 7:26), lascia i suoi quaggiù a rappresentare il suo nazireato. I discepoli per primi e poi tutti i riscattati sono dei nazirei celesti in mezzo al mondo. Ripercorrendo la storia di Sansone, vedremo in che modo la Chiesa ha risposto a questa vocazione.

C’è un’altra osservazione da fare. Ciò che sotto la legge era riservato a una ristretta classe di persone, diventa sotto la grazia la parte di tutti. Il sacerdozio, appannaggio di una sola famiglia, diventa privilegio universale di tutti i figli di Dio (1 Pietro 2:5,9). Il nazireato, seguito da pochi uomini e donne (senza parlare dei Recabiti ai giorni dei profeti - Geremia 35) diventa il carattere permanente di tutti i fedeli. E il motivo, come abbiamo detto, è che la separazione per Dio deve essere il segno distintivo dei veri testimoni di fronte all’uomo rovinato e al mondo che è alla vigilia del giudizio. Questa verità del nazireato universale e permanente riempie il Nuovo Testamento e risplende in ogni pagina del santo Libro per chi ha degli occhi per vedere.

Sotto la legge, un nazireo, uomo o donna che fosse, si separava da alcune cose per un certo tempo per consacrarsi a Dio. Questa separazione riguardava gli aspetti per così dire più necessari e più importanti della vita umana (Numeri 6:1-9). Il nazireo doveva astenersi dal vino e da ogni bevanda alcolica. È detto del vino (Giudici 9:13) che «rallegra Dio e gli uomini». Gli uomini avrebbero potuto condividere questa gioia con Dio, ma in seguito al peccato Dio non poté più rallegrarsi con lui. Chi si consacrava al servizio di Dio non poteva più trovare la sua gioia fra i suoi simili, poiché Dio non ha nulla in comune con la gioia dei peccatori. Il servitore del Signore non può scegliere i suoi amici nel mondo, sedersi ai loro banchetti, condividere i loro piaceri, perché Dio non si trova là. Più la rovina si estende e più questo fatto s’accentua. Certi cristiani mancano molto in questo; hanno «amici mondani», frequentano la loro società, non per portare loro l’evangelo, ma per godere del piacere che questa società procura loro. Noi non assomigliamo molto a Paolo, quando diceva: «Noi non conosciamo più alcuno secondo la carne» (2 Corinzi 5:16).

Sotto questo aspetto, come sotto ogni altro, il Signore era un nazireo perfetto, estraneo a tutte le gioie dell’uomo. Egli disse ai suoi discepoli: «In verità io vi dico che non berrò più del frutto della vigna fino a quel giorno che lo berrò nuovo nel regno di Dio» (Marco 14:25); e lo disse in quell’incontro che aveva ardentemente desiderato, quando di fronte alla morte avrebbe potuto godere con loro qualche istante di gioia serena. Verrà il giorno in cui il vino «che rallegra Dio e gli uomini» (Giudici 9:13) sarà bevuto nuovo in una scena purificata dal peccato, alla quale il vero servitore potrà associarsi senza restrizioni. La Parola di Dio insiste sull’importanza di questa astensione: «Non berrà aceto fatto di vino, né aceto fatto di bevanda alcoolica; non berrà liquori tratti dall’uva, e non mangerà uva, né fresca, né secca... non mangerà alcun prodotto della vigna, dagli acini alla buccia» (Numeri 6:3-4).

Pratichiamo noi questo, fratelli miei? Siamo noi stranieri a tutto ciò che riguarda, da vicino o da lontano, la gioia del cuore dell’uomo naturale? In che modo realizziamo il nostro nazireato? Ma, direte, come realizzarlo in modo così assoluto? Ebbene, questa possibilità la troviamo nel nostro carattere celeste. Noi abbiamo un nazireato celeste.

La separazione dal male sotto il giudaesimo era in molte cose una separazione «materiale»; sotto il cristianesimo diventa spirituale e morale. Il Signore al quale apparteniamo è separato dai peccatori ed elevato più in alto dei cieli. Egli ha due mezzi per separarci con Lui e come Lui: il primo è la Parola di Dio, che ci mette in rapporto col Padre nel cielo, il secondo è la sua persona, un Cristo santificato per noi nel cielo, per stabilire che le nostre relazioni, i nostri legami, le nostre affezioni sono, d’ora innanzi, celesti, in mezzo ad un mondo giudicato che ha rigettato Cristo.

Una seconda cosa caratterizzava il nazireo: «Tutto il tempo del suo voto di nazireato il rasoio non passerà sul suo capo; fino a che siano compiuti i giorni per i quali egli s’è consacrato all’Eterno, sarà santo; si lascerà crescere liberamente i capelli sul capo» (Numeri 6:5). Vi è un secondo carattere essenziale dell’essere umano. Ogni uomo ha una volontà indipendente; nulla è di più importante della sua dignità e della sua personalità. Ora, i capelli lunghi rappresentavano la rinuncia del nazireo a tutto questo. I capelli sono il simbolo della dipendenza e del disonore (1 Corinzi 11); la lunga capigliatura del nazireo dimostrava pubblicamente che egli rinunciava alla sua dignità e ai suoi diritti personali come uomo per votarsi al servizio di Dio. Ciò che per la donna è una gloria, per lui uomo era un disonore. Sotto questo «velo» egli abdicava alla sua personalità. Egli, che era stabilito per dominare, si sottometteva all’Eterno, come la moglie al marito. All’infuori di questa dipendenza, non vi poteva essere né servizio per Dio, né potenza nel servizio. Ciò che per il nazireo era segno di debolezza, diventava la sorgente della sua forza.

Ma c’era un terzo obbligo: «Tutto il tempo ch’egli si è consacrato all’Eterno, non si accosterà a corpo morto; si trattasse anche di suo padre, di sua madre, del suo fratello e della sorella, non si contaminerà per loro alla loro morte; perché porta sul capo il segno della sua consacrazione a Dio» (Numeri 6:6-7). Un carattere legato all’uomo naturale, e inerente al suo essere, è il peccato, confermato dalla sua conseguenza, cioè la morte. È ciò che il nazireo doveva evitare ad ogni costo. Neanche i legami più stretti, come quelli della famiglia, dovevano interferire quando occorreva santificarsi per il servizio di Dio. Quanto poco comprendiamo questo! Sono numerosi i cristiani che dicono: «Permetti ch’io vada prima a seppellire mio padre». Altri dicono: «Non posso, i miei parenti me lo proibirebbero». Costoro non sono dei nazirei.

Ma non erano soltanto i legami della famiglia quelli di cui il nazireo non doveva tener conto quando si trattava del servizio e che, anzi, doveva ripudiare (pensiamo al Signore, nazireo perfetto, che diceva: «Che vi è fra me e te, o donna? La mia ora non è ancora venuta»; «Chi è mia madre, e chi sono i miei fratelli?» - Giovanni 2:4; Matteo 12:48). Il nazireo doveva anche astenersi da ogni contaminazione. Abbiamo notato altrove che la legge non offriva risorsa alcuna per chi commetteva un peccato volontario, mentre la grazia è intervenuta proprio per questo. C’è un solo peccato volontario che non può usufruire delle risorse della grazia di Dio, ed è il rifiuto di un Cristo prima conosciuto e apprezzato (Ebrei 10:26). Per i peccati involontari la legge offriva dei rimedi all’Israelita: sia per i peccati commessi per errore nella sua vita d’ogni giorno e per la frode (Levitico 6:5), sia per quelli commessi per mancanza di vigilanza o inavvertitamente nel suo cammino (Numeri 19), sia per quelli commessi nel suo servizio per negligenza o che sembrava impossibile evitare.

«E se uno gli muore accanto improvvisamente, il suo capo consacrato rimane così contaminato» (Numeri 6:9). Era un caso involontario e impossibile da prevedere, eppure era peccato. Questo fatto parla alle nostre coscienze. Il nostro nazireato implica la separazione più assoluta dalle impurità di questo mondo. In nessun luogo, in questo capitolo, Dio prevede che il nazireo possa volontariamente bere vino, radersi i capelli, o toccare un morto. Lo stesso è per noi. Dio non prevede che si debba peccare e agisce verso noi su questo principio.

Questi tre divieti ai quali il nazireo doveva attenersi non erano, malgrado la loro importanza, che gli aspetti esteriori della sua vocazione; erano la conseguenza d’un voto, d’una consacrazione al servizio del Signore, d’una separazione interiore dell’anima per Lui. «Quando un uomo o una donna avrà fatto voto speciale, il voto di nazireato, per consacrarsi all’Eterno...» (Numeri 6:2). Insisto su questo punto importante. Un voto era la decisione di servire Dio in un certo modo. Ci si consacrava così al servizio dell’Eterno. Questa stessa consacrazione a Dio e a Cristo è alla base del nazireato cristiano. Se non c’è, ci esponiamo a qualche grave caduta. Si può essere nazireo esteriormente, avere perfino, come Sansone, la grande potenza che accompagna il nazireato, ma non essere separati dal mondo nel proprio cuore. Si può essere, oggi, membri di un’associazione morale o filantropica senza essere per questo consacrati come lo era il «nazireo». A quegli impegni esteriori corrisponde, per il cristiano, una testimonianza resa davanti al mondo, nella rinuncia alle sue contaminazioni e alle sue gioie, e in un cammino di dipendenza che ha per regola la Parola di Dio. Così, noi potremmo professare queste cose, vivendo esteriormente come dei nazirei, e tuttavia avere dei cuori non puri e divisi fra Cristo e il mondo. La nostra vita potrebbe terminare con una sconfitta, come quella di Sansone, e se anche non finisse così, perderemmo certamente molte benedizioni che sono frutto solo di una vera consacrazione al servizio del Signore.

Al cap. 8 del Levitico, la festa del «sacrificio di azioni di grazie» durava due giorni per chi aveva fatto un voto, e un giorno solo quando si trattava di un ringraziamento per benedizioni ricevute. L’influenza della rinuncia a tutto ciò che il mondo poteva offrire la si vede anche nel culto d’Abramo, nei cap. 12 e 13 della Genesi. Abramo erige tre altari: quello di Sichem, l’altare dell’ubbidienza all’Eterno «che gli era apparso»; quello di Bethel, l’altare del viaggiatore «nel nome dell’Eterno»; l’altare della rinuncia, quello di Hebron, all’Eterno in persona, ed è qui che il patriarca realizza le benedizioni divine in tutta la loro estensione.

Ritorniamo al nazireo. È interessante vedere ciò che doveva fare quando il suo capo «consacrato» rimaneva «contaminato» (Numeri 6:9-11). Egli doveva radersi il capo. Era il riconoscimento pubblico del suo errore, ma anche la confessione che la potenza del suo nazireato l’aveva lasciato. Il Nazireo pentito non era come Sansone che «non sapeva che l’Eterno si era ritirato da lui» (Giudici 16:20). Egli lo riconosceva, proclamando, per così dire, che non era più qualificato per il servizio. Tutto questo riguardava la perdita del suo nazireato esteriore. Poi doveva offrire «due tortore o due piccioni», sacrificio di chi «non poteva sacrificare un agnello». Questo atto segnalava la perdita del suo «voto», della sua consacrazione interiore. Egli riconosceva la sua incapacità, la sua nullità come servitore, e nello stesso tempo il valore del sangue offerto per la sua purificazione.

Dobbiamo ricordarci di queste cose. Quando abbiamo interrotto la comunione col Signore, non prendiamo esteriormente un’atteggiamento di forza spirituale ma confessiamo con umiliazione davanti a Dio il nostro peccato. Serviamo il Signore con zelo, senza permettere che nulla venga ad interromperlo.

Giungeva il giorno in cui il voto di nazireato cessava. Allora il nazireo offriva tutti i sacrifici. Questo giorno sorgerà anche per noi, quando il Signore verrà, quando si concretizzeranno i risultati finali del suo sacrificio: il peccato abolito, la morte distrutta (1 Corinzi 15:26) e Satana «tritato» per sempre sotto i nostri piedi (Romani 16:20). Allora raderemo il capo del nostro nazireato (Numeri 6:18). Allora, lo Spirito Santo non avrà più il compito di comunicarci la forza per separarci dal male nel nostro servizio. Allora, resi perfettamente conformi ai pensieri e al cuore di Dio, metteremo «i capelli del nostro capo consacrato sul fuoco che sarà sotto il sacrificio di azioni di grazie» (Numeri 6:18), poiché tutta la nostra forza sarà adoperata per ringraziare il Signore con gioia, in una comunione perfetta.

3.2 Un residuo (leggere cap. 13)

Il popolo ricaduto nell’infedeltà è asservito al nemico interno, i Filistei, stabiliti sul territorio di Israele. È l’ultimo periodo della storia della decadenza. I figli d’Israele non gridano più all’Eterno; sopportano questa dominazione senza nemmeno desiderare di esserne liberati (15:11); anzi, per vivere tranquilli sotto questa schiavitù, cercano di disfarsi del loro liberatore. Siamo giunti al tempo della completa apostasia.

In mezzo a questo stato di cose ormai irrimediabile, Dio separa un residuo pio e gli rivolge le sue comunicazioni. Manoah e sua moglie temono l’Eterno, ascoltano la sua voce e si parlano l’uno all’altro (Malachia 3:16). Più tardi, un altro piccolo gruppo di fedeli sarà rappresentato da Maria, Elisabetta, Anna, Zaccaria e Simeone, che aspetteranno la nascita del vero Messia, il Salvatore d’Israele. In futuro, ci sarà ancora un altro «residuo» in Israele, quello che, attraversando la grande tribolazione, camminerà nei sentieri di giustizia, aspettando la venuta del suo Re.

Sansone, il liberatore d’Israele, non trova alla sua nascita un popolo che l’acclama, ma questa coppia pia che crede nella sua missione. Il Signore Gesù, rigettato dal popolo fin dal suo arrivo sulla scena di questo mondo, trova soltanto pochi fedeli con i quali può avere comunione; sono «la gente onorata», di cui parla il Salmo 16, nella quale l’Eterno trovava le sue delizie.

Il tempo della rovina irrimediabile è dunque il tempo dei «residui», vale a dire di piccoli gruppi di fedeli. È la stessa cosa per il periodo attuale della Chiesa, che vediamo simbolicamente descritto nelle ultime lettere di Apocalisse 2 e 3. Il Signore, il santo e il verace, in presenza dell’idolatria di Tiatiri, della «morte» di Sardi e della tiepidezza nauseante di Laodicea, pronuncia sul debole residuo di Filadelfia parole di approvazione.

Quello che caratterizza il residuo in tutti i tempi è la completa separazione dal male per essere fedeli servitori del Signore, cosa che nell’Antico Testamento era rappresentata dal nazireato. L’angelo del Signore che appare alla moglie di Manoah, le dice: «Ecco, tu sei sterile e non hai partorito figliuoli, ma concepirai e partorirai un figliuolo. Or dunque, guardati bene dal bere vino o bevanda alcoolica e dal mangiar alcun che d’impuro» (v. 3-4). Quella donna doveva accettare per se stessa il nazireato, perché era scelta da Dio per presentare al popolo il salvatore promesso. «Poiché, ecco, tu concepirai e partorirai un figliuolo, sulla testa del quale non passerà rasoio, giacché il fanciullo sarà un nazireo consacrato a Dio dal ventre della madre, e sarà lui che comincerà a liberare Israele dalle mani dei Filistei» (v. 5). Il nazireato di Sansone richiedeva quello di sua madre. Per fare onore al salvatore d’Israele, i suoi testimoni dovevano portare, in presenza di tutti, i segni del suo proprio carattere. Questa verità è valida in tutti i tempi. Se non portiamo quaggiù il carattere di Cristo, carattere di completa separazione per Dio, non siamo i testimoni del nostro Salvatore. Dall’apparizione di Cristo, il nazireato permanente deve caratterizzare i fedeli, come ha caratterizzato il Signore.

La 2a epistola a Timoteo, che ci presenta i tempi della fine, è ricca dei caratteri del nazireato. Al cap. 2:19, abbiamo il nazireo che si ritira da ogni contatto col peccato; al cap. 2:21 c’è la sua purificazione per Dio; al cap. 3:10-11, e 4:5-7, il servitore di Dio che vive senza tener conto di se stesso, nella dipendenza completa del Signore. E non è forse un nazireo quello che parla in 2 Corinzi 4:7-12? Nel cap. 6 di questa stessa epistola troviamo ancora il nazireato sotto i suoi caratteri principali; nei v. 4-10 l’obbrobrio e la rinuncia a se stessi; nei v. 14-15, il rifiuto di ogni associazione col mondo; nel cap. 7:1, lapurificazione da ogni contaminazione di carne e di spirito. Si potrebbero moltiplicare le citazioni. Ma ciò che importa sottolineare è che non c’è per noi né testimonianza, né servizio senza il «nazireato», cioè senza la consacrazione e la separazione per Dio.

Al v. 6, la moglie di Manoah racconta a suo marito la visita dell’angelo: «Un uomo di Dio è venuto da me; aveva il sembiante d’un angelo di Dio: un sembiante terribile fuori di modo. Io non gli ho domandato donde fosse, ed egli non mi ha detto il suo nome». Questa povera donna ha poca intelligenza. Ella non sa né da dove l’angelo venga, né chi sia, e non glielo domanda, a riprova della sua poca intimità con Dio.

Lungi dal rassicurarla, la presenza del Dio delle promesse la spaventa, poiché ella vede l’angelo solo sotto il suo aspetto «terribile». Manoah stesso, uomo sincero e pio, ha poca conoscenza, ma desidera aumentarla; vuole sapere ciò che devono «fare per il bambino che nascerà» (v. 8), poi ciò il che «si dovrà fare per lui» (v. 12). Invece di rispondere alle sue domande, l’angelo dell’Eterno gli dice: «Si astenga la donna da tutto quello che le ho detto, non mangi di alcun prodotto dalla vigna né beva vino né bevanda alcoolica e non mangi alcun che d’impuro; osservi tutto quello che le ho comandato» (v. 13,14). Perché? Dio non chiede la conoscenza in primo luogo; e una vera pietà, da sola, come quella di Manoah e di sua moglie, non è sufficiente per preservarci in mezzo alla rovina. Ciò che occorreva loro prima della conoscenza era una vera separazione personale per Dio, separazione che aveva per modello e per misura il nazireato di colui che doveva apparire.

Ma ci sono rivelate altre verità riguardanti i testimoni di Cristo in un tempo di declino. «Manoah chiede all’angelo dell’Eterno: «Qual è il tuo nome?» E l’angelo dell’Eterno gli dice: «Perché mi chiedi il mio nome? Esso è meraviglioso». E Manoah prese il capretto e l’oblazione li offrì all’Eterno sul sasso. Allora avvenne una cosa prodigiosa (o meravigliosa), mentre Manoah e sua moglie stavano guardando» (v. 17-19).

Rivedendo la storia dei differenti periodi di questo libro, troviamo che ad ogni risveglio corrispondono certi principi che lo caratterizzano. I tempi di Otniel, di Ehud, di Barak, di Gedeone, di Jefte presentano qualche principio nuovo; ma Dio riserva per gli ultimi tempi della rovina, della verità particolarmente preziose, nascoste fino allora e meravigliose. Conoscendo le difficoltà dei suoi in mezzo all’infedeltà che va aumentando, e volendo strappare il loro cuore da quell’ambiente tenebroso, mette in luce e affida ai suoi testimoni delle verità più gloriose.

Queste verità hanno il sacrificio per punto di partenza. Manoah, più intelligente di Gedeone (vedere cap. 6:19), prende un capretto e dei pani azzimi e li offre all’Eterno sulla roccia. La croce di Cristo è il fondamento di tutta la nostra conoscenza. Manoah desiderava conoscere molte cose che l’Eterno non poteva rivelargli prima del sacrificio. Ma quando una volta posto questo fondamento, l’angelo fa una cosa meravigliosa, rivelata, senza dubbio, in un modo ancora oscuro e simbolico agli occhi di quel povero residuo che aspettava un Salvatore. «Come la fiamma saliva dall’altare al cielo, l’angelo dell’Eterno salì con la fiamma dell’altare. E Manoah e sua moglie, vedendo questo caddero con la faccia a terra» (v. 20). Essi trovano nel fuoco del sacrificio, una via nuova, sconosciuta prima di allora, la via percorsa dal rappresentante dell’Eterno per risalire a Lui. Guardando l’angelo essi vedono una persona gloriosa; ora che è sparito, sanno qual è la sua dimora. Allora, e soltanto allora, «Manoah riconobbe che quello era l’angelo dell’Eterno» (v. 21). Il cuore e gli interessi di quel povero residuo, sono in quel momento allontanati da questo mondo ed entrano nella via dell’angelo per salire con lui nei cieli. Essi, come tutti i semplici credenti, potranno ormai parlare d’una via che conduce al cielo, e d’una persona che vi si trova, che è divenuta il tesoro del loro cuore, mentre essi sono ancora quaggiù.

Di fronte a questa rivelazione, da loro appena intravista ma che a noi serve d’istruzione, Manoah e sua moglie «caddero con la faccia a terra» (v. 20). Quanto più noi dovremmo adorare, fra le tenebre crescenti, il Dio che ci ha rivelato, assieme ad un Cristo celeste e glorioso, il nostro posto in Lui. Egli ci ha dato Cristo come modello, affinché riproduciamo i suoi caratteri in questo mondo. Che i nostri cuori siano pieni di gioia e di riconoscenza! Quanti cristiani cercano il loro posto col mondo e poi, vedendo lo stato di cose che li circonda, camminano quaggiù col capo chino, affliggendo ogni giorno l’anima loro come un tempo faceva il giusto Lot che abitava a Sodoma (2 Pietro 2:7)! Non è questa la nostra parte; noi non siamo chiamati ad essere dei Lot quaggiù. La nostra parte è con Abrahamo, l’amico di Dio. La depravazione di Sodoma non abbatteva l’anima sua. Come nazireo, egli stava sull’alta montagna, con gli occhi fissi non sopra Sodoma, ma sulla città che ha i veri fondamenti (Ebrei 11:12). Il Signore ha detto parlando di lui: «Abramo ha giubilato nella speranza di vedere il mio giorno; e l’ha veduto e se n’è rallegrato» (Giovanni 8:56). Invece di scoraggiarsi, benediciamo Dio; rendiamogli grazie del tesoro celeste che ci ha dato in Cristo.

Come accade oggi a tanti, il cuore di Manoah è pieno di timori quando si trova davanti a Dio. «Manoah disse a sua moglie: Noi morremo sicuramente; perché abbiam veduto Dio» (v. 22). Ma la sua compagna gli è di aiuto. Vi è forse motivo di temere quando Dio ha accettato la loro offerta? L’amore di Dio, dimostrato per noi alla croce, è la nostra garanzia per tutto il resto. «Colui che non ha risparmiato il suo proprio Figliuolo, anzi l’ha dato per tutti noi, come non ci donerà Egli anche tutte le cose con Lui?» (Romani 8:32).

3.3 Il serpente e il leone. Il banchetto (leggere cap. 14)

Abbiamo visto che cosa sia il nazireato. La storia di Sansone ci mostra che in esso sta la nostra forza spirituale.

Cristo solo ha realizzato pienamente il suo nazireato, una separazione morale assoluta, durante tutta la sua vita quaggiù, e lo realizza ancora nel cielo dove Egli resta il vero nazireo «separato dai peccatori». Sansone, nazireo, è un tipo di Cristo ma solo sotto l’aspetto della sua missione (13:5); per il resto, egli è piuttosto il tipo della testimonianza che la Chiesa di Dio deve rendere nella separazione dal mondo, nella potenza dello Spirito e nella comunione col Signore. La storia di quest’uomo di Dio, benché piena d’atti di potenza, è tuttavia una delle più tristi che la Parola riporti. Sansone avrebbe dovuto essere un vero rappresentante di Dio. Ma non fu così.

Cristo, il vero nazireo, ha incontrato Satana sotto due forme: nel deserto, come serpente astuto e seduttore, e, alla fine della sua carriera, come leone ruggente che lacera e divora.

Nel deserto (Matteo 4), il Signore ha riportato la vittoria, usando contro le seduzioni del nemico le armi della Parola di Dio e della dipendenza completa dal Padre. Sansone incontra, al principio della sua carriera, il serpente che cerca di sedurlo nella persona d’una figlia dei Filistei. È detto due volte che ella «gli piacque» (v. 3 e 7). Da quel momento egli pensò di unirsi a quella donna anche se apparteneva al popolo oppressore d’Israele. È così che a volte agiscono i cristiani quando sono alle prese col seduttore. Satana, che non trovava in Cristo nessun appiglio, trova invece facilmente in noi dei cuori che gli rispondono. Per mezzo degli occhi, i nostri cuori sono attirati verso l’oggetto che Satana ci presenta, e desiderano possederlo. Ciò non significa che si debba necessariamente cadere. Se tali oggetti piacciono ai nostri occhi, la grazia e la Parola possono preservarci. Malgrado le tendenze del suo cuore, Sansone, protetto dalla grazia provvidenziale di Dio, non ha mai sposato quella figlia dei Filistei.

Il suo desiderio, comunque, dimostrava che la Parola di Dio non aveva il valore per lui. I suoi genitori, conoscendo meno bene di lui i consigli di Dio (v. 4), ma meglio di lui la Sua parola, gli dicono: «Non vi è egli dunque fra le figliuole dei tuoi fratelli e in tutto il nostro popolo una donna per te, che tu vada a prenderti una moglie tra i Filistei incirconcisi?» (v. 3). Infatti, la Parola di Dio era chiara a questo riguardo: «E non t’imparentai con loro, non darai le tue figliuole ai loro figliuoli e non prender le loro figliuole per i tuoi figliuoli; perché distoglierebbero i tuoi figliuoli dal seguire me per far servire a dèi stranieri» (Deuteronomio 7:3). Perché Sansone non teneva conto di queste cose? Cristo, il nazireo perfetto, riconosceva l’autorità assoluta delle Scritture e si nutriva di ogni parola uscita dalla bocca di Dio. Siccome la Parola non ha valore per lui, Sansone si mette su un pendio che può solo farlo cadere.

Nella vita di Sansone, tre donne segnano le tre tappe che lo conducono alla perdita del suo nazireato. La prima gli piacque; con la seconda concluse un legame momentaneo (16:1), la terza l’amò (16:4). Quando il suo cuore è legato, suona l’ultima ora del suo nazireato.

Tuttavia, Sansone era affezionato al Signore e al suo popolo. È scritto che «suo padre e sua madre non sapevano che questo veniva dall’Eterno poiché Sansone cercava che i Filistei gli fornissero un’occasione di contesa». La loro dominazione gli era odiosa. Egli cercava il momento favorevole per sferrare il colpo destinato a spezzare il giogo che pesava sui figliuoli d’Israele. Ma Sansone, in quest’opera, agiva con un cuore diviso; cercava di conciliare il piacere dei suoi occhi con l’odio contro il nemico del suo popolo; tendeva la mano sinistra al mondo volendo però combatterlo con la destra. Ma Dio tiene conto di ciò che vi è per Lui in quel cuore. «Questo veniva dall’Eterno». Egli poteva servirsi anche delle debolezze di Sansone per compiere i suoi disegni di grazia verso il suo popolo.

Questa tendenza di cercare nel mondo ciò che piace ai nostri occhi trascina in difficoltà senza fine, da cui solo la potenza di Dio può liberare. Si trovano nella Parola molti casi in cui un primo sguardo diretto verso il mondo spinge il credente ad un male irreparabile. Dobbiamo vegliare su questo con timore e tremore, poiché non possiamo prevedere quale abisso può aprirsi davanti a noi seguendo anche una sola concupiscenza. Abbiamo degli esempi di Abramo, di Noè, di Lot, di Davide. La grazia può guardarci, ma non giochiamo con essa, e non pensiamo che essa possa servirci per coprire o scusare i nostri peccati; appoggiamoci su di essa per essere sostenuti e guardati dalle cadute; e se siamo stati tanto stolti da abbandonare per un istante quell’appoggio, ritorniamo presto ad essa per ritrovare la comunione perduta.

Sansone è su un terreno sdrucciolevole. Egli desidera sposare questa figlia dei Filistei poiché alla concupiscenza degli occhi segue l’alleanza col mondo. Allora fa un banchetto (v. 10); si siede al convito, mantenendo senza dubbio esteriormente i segni del suo nazireato, perché non ci è riferito che bevesse del vino coi Filistei; ma quel pasto ha per lui delle tristi conseguenze.

Ma prima di proseguire, consideriamo ciò che è avvenuto prima di tale banchetto. Abbiamo detto che Satana non si presenta a noi soltanto come un serpente ma anche come un leone ruggente; sotto questo carattere il Signore Gesù l’ha incontrato al Getsemani e alla croce. Non v’è nulla di più spaventevole del ruggito del leone. Satana cercò di spaventare l’anima santa di Cristo per fargli abbandonare quel sentiero divino che lo conduceva al sacrificio. Nella potenza dello Spirito Santo e nella perfetta dipendenza dal Padre suo, il Signore gli resistette nell’orto degli ulivi. Alla croce, dove Satana aprì le sue fauci contro Cristo «come un leone rapace e ruggente» (Salmo 22:13), il Signore, pur nella sua apparente «debolezza» (2 Corinzi 13:4), vinse «l’uomo forte» e lo rese impotente. Satana si presenta sotto la stessa forma anche ai figli di Dio. «Il nostro avversario, il diavolo, va attorno in guisa di leone ruggente cercando chi possa divorare» (1 Pietro 5:8). Se non riesce a sedurci, cerca di spaventarci.

Sansone ha ora a che fare col leoncello che gli viene incontro dal paese dei Filistei. Qui, il nazireato di Sansone si rivela in tutta la sua potenza, che è quella dello Spirito di Dio. «Lo Spirito dell’Eterno investì Sansone, che senza avere niente in mano, squarciò il leone, come uno squarcerebbe un capretto» (v.6). Così dobbiamo agire di fronte a Satana. Non dobbiamo avere riguardi con lui, poiché se lo risparmiamo ritorna alla carica. Non può far nulla contro di noi se lo trattiamo senza timore; e questo perché Gesù, senza armi, l’ha già vinto per noi alla croce.

Più tardi, Sansone, scendendo per quella via, «uscì di strada per vedere il carcame del leone; ed ecco, nel corpo del leone c’era uno sciame d’api e del miele»; ne mangiò per strada e ne diede ai suoi genitori. Il frutto della vittoria di Cristo alla croce ha messo a nostra disposizione tutte le benedizioni celesti. Esse si trovano per noi nelle spoglie del nemico abbattuto.

E se noi, quando riportiamo su lui una vittoria, lo trattiamo da avversario vinto, la nostra anima sarà ripiena di forza e di dolcezza. Potremo anche comunicare questa forza e questa dolcezza ad altri, ma, come per Sansone, la nostra anima dovrà essere nutrita per prima. Non trattiamo mai Satana da amico; ne usciremmo vinti e indeboliti, pieni di amarezza e morenti di fame.

La vittoria di Sansone sul leone di Timnat non è soltanto una prova di forza; è un segreto fra lui e Dio. Quando i suoi occhi sono attirati verso la figlia dei Filistei, egli lo racconta ai suoi genitori; ma quando si tratta della sua vittoria, egli non lo dice a nessuno. La vita di Sansone è piena di segreti e di atti di potenza. Il suo nazireato stesso era un segreto, un legame, sconosciuto da tutti, fra l’anima sua e l’Eterno. Questo legame, per noi è la comunione con Dio. Troviamo quattro segreti in questo capitolo: Sansone non aveva rivelato ai suoi genitori né i suoi progetti, né la parte che l’Eterno aveva in queste cose (v.4); non aveva parlato loro della sua vittoria (v.6) né da dove aveva tratto il miele (v.9) e non aveva rivelato il suo enigma (v.16). Tutto ciò, mantenuto soltanto fra l’anima sua e Dio, era per lui il solo mezzo per seguire un cammino di benedizione in mezzo a questo mondo.

Ma ritorniamo al convito. Sansone espone il suo enigma ai Filistei, presupponendo, con ragione, che costoro non avrebbero compreso nulla. Ma il nemico riesce a rubargli ciò che nascondeva così bene. Il mondo agisce sempre con astuzia per privarci della nostra comunione con Dio. Se i nostri cuori, come quello di Sansone, si attaccano in qualche modo a ciò che il mondo può offrirci, non tardiamo a perdere la nostra comunione con Dio. La mancanza di comunione non implica ancora la mancanza di forza, ma è la via che porta alla debolezza; poiché, finché il nazireato esiste, sia pure esteriormente, la forza può anche non mancare. È ciò che Sansone dimostrò ai Filistei nell’affare delle trenta mute di vesti. Ma quest’uomo di Dio godette forse pace e gioia durante i giorni del banchetto? No, anzi le lacrime, le preoccupazioni e il tormento furono la sua parte (v. 17). Sansone fu tradito proprio dalla stessa che si era scelto! Chi si mescola col mondo difficilmente s’immagina che esso sia tanto malvagio quanto lo è in realtà. Sansone non avrebbe mai pensato che i suoi trenta compagni, aiutati dalla sua donna, gli avrebbero teso dei lacci per spogliarlo. Satana può separarci dalla comunione del Signore, renderci infelici; può anche impedirci d’essere dei testimoni quaggiù, ma, grazie a Dio, non può strappare dalle mani di Cristo coloro che gli appartengono.

La grazia di Dio preserva Sansone dalle ultime conseguenze del suo errore, e lo libera da un’alleanza che Dio non poteva approvare. Lo Spirito del Signore lo investe ed egli fa degli atti di prodezza. Egli «si accese d’ira» (v. 19). Sansone aveva un carattere molto particolare: si lasciava dirigere, nei suoi atti, dal risentimento per i torti che gli venivano fatti. Tuttavia riporta la vittoria sui nemici dell’Eterno e non trattiene per sé nulla come bottino. Le cose prese dal mondo ritornano al mondo. Sansone abbandona così la scena di tante miserie e risale «a casa di suo padre», ch’egli non avrebbe dovuto lasciare per stabilirsi fra i Filistei.

Agiamo anche noi come lui! Se, nei nostri rapporti col mondo, abbiamo fatto qualche penosa esperienza, affrettiamoci a ritornare alla casa del Padre, che non avremmo mai dovuto abbandonare, neppure col pensiero, e dove abita Colui che è la sorgente della nostra pace e della nostra felicità.

3.4 Le vittorie (leggere cap. 15)

Prima di proseguire vorrei ritornare sopra alcuni punti comuni ai capitoli 14 e 15 che formano una sola narrazione.

Anzitutto notiamo che Dio porta sempre a compimento i suoi disegni anche servendosi di circostanze che si direbbero ben lontane da quelle che sono le sue aspettative. Ciò spiega l’espressione: «Questo veniva dall’Eterno» (14:4). Dio non compie le sue vie soltanto per mezzo di cose ch’Egli approva. Egli può fare concorrere i nostri stessi errori o la sua disciplina o l’opposizione di Satana e del mondo, tutto, insomma, per ottenere il risultato finale che vuole raggiungere. Le nostre infedeltà non sconvolgono le vie di Dio. Lo si vede in modo particolare in tutta la vita di Sansone e lo si può anche constatare nella storia della Chiesa di Cristo. Le vie di Dio tendono tutte alla vittoria finale e alle benedizioni che ne sono la conseguenza. Quanto è consolante!

Sovente, a nostra vergogna, i nostri propri progetti non hanno riuscita, come è stato per Sansone che non sposò la figlia dei Filistei. Spesso accade che i figli di Dio, trovando la via sbarrata con il divieto divino di andare oltre, sono obbligati a tornare con umiliazione sui loro passi. Altre volte, il nostro servizio, che avrebbe dovuto proseguire con potenza, è bruscamente interrotto, senza possibilità di tornare al punto da cui aveva cominciato a deviare. Mai nulla di simile accade nelle vie di Dio; esse dominano tutte le nostre vie. Per mezzo della morte d’un Sansone cieco, l’Eterno riporta la sua più grande vittoria. Mosè, il cui cammino è interrotto prima di entrare nel paese della promessa, e presente sul monte santo nella gloria stessa di Cristo.

Il secondo punto è che Sansone, per quanto le sue motivazioni fossero di volta in volta diverse, «cercava che i Filistei gli fornissero un’occasione» (14:4). E perché? Per liberare Israele colpendo il nemico che l’aveva asservito. Era un nobile motivo; che sia pure il nostro! «Approfittando delle occasioni — dice Paolo — perché i giorni sono malvagi» (Efesini 5:16). Che noi pure, come nazirei, abbiamo il cuore pieno di tenera compassione per i nostri fratelli ritenuti sotto il giogo del mondo, e cerchiamo l’occasione per spiegare, con amore, l’energia dello Spirito per liberarli. Questi due capitoli illustrano, in modo stupefacente, il fatto che Sansone cercava continuamente un’occasione per colpire i Filistei e come l’intensità del suo desiderio gliela faccia trovare. I vili e gl’indifferenti, al suo posto, incontrando un ostacolo sul loro sentiero sarebbero tornati indietro.

Vi è un’espressione che è ripetuta sovente i questi capitoli: «E lo Spirito dell’Eterno investì Sansone» (14:6,9; 15:14). Quando leggiamo queste parole possiamo essere certi che il combattimento è secondo Dio e non mescolato ad altro. Noi pure possiamo riportare simili vittorie, perché siamo stati suggellati dallo Spirito Santo che è potenza, in virtù della redenzione. Tuttavia, è importante notare che non possiamo misurare il valore morale d’un uomo di Dio dalla grandezza del suo dono. Nella Scrittura non c’è uomo più forte di Sansone, e non c’è uomo moralmente più debole di lui.

Il Nuovo Testamento ci dà un esempio simile nell’assemblea di Corinto, alla quale non mancava alcun dono di potenza e che, tuttavia, sopportava nel suo seno ogni sorta di male morale. Sansone era un nazireo che lo Spirito di Dio afferrava sovente, ma anche un uomo che, non avendo mai giudicato il suo cuore, non si era messo in armonia col dono che esercitava. Dal principio alla fine della sua carriera, lo vediamo seguire le sue concupiscenze. Egli va, senza combattere, dove il cuore lo conduce. Malgrado la potenza dello Spirito, è un uomo carnale. La sua dolcezza è carnale, quando va a trovare sua moglie portandole in dono un capretto; la sua collera è carnale, quando il mondo gli propone in cambio della moglie che desidera, un’altra donna che per lui non ha valore. D’altronde, è sempre così che il mondo ci tratta, a nostro danno e a nostra vergogna, quando abbiamo desiderato qualcosa di suo. Ciò che il mondo dà al credente, dopo avergli fatto tante belle promesse, non ha valore e non può soddisfarlo.

Ho detto: la collera di Sansone è carnale. Lo Spirito dell’Eterno non s’impossessa di lui nell’impresa dei trecento sciacalli. Egli vuole «fare del male» ai Filistei (v. 3) distruggendo i loro raccolti, e si serve di astuzie che non sembrano essere il pensiero di Dio. I Filistei, irritati, bruciano vivi sua moglie e il padre di lei! Ma Sansone trova nella loro vendetta (v. 7) una nuova occasione per compiere l’opera di Dio. «Non avrò posa finché non mi sia vendicato di voi» (v. 7), ma non è aggiunto che lo Spirito di Dio lo afferrò. Qui Dio non si mostra apertamente, eppure è dietro la scena. L’atto di Sansone, nonostante tutto, è una liberazione per il popolo d’Israele.

«Poi discese, e si ritirò nella caverna della roccia di Etam» (v. 8). Era inevitabile. Quando il credente si mette dalla parte di Dio contro il mondo, si trova isolato. Sansone lo capisce. Ahimè! i testimoni di Dio in un tempo di rovina sono messi da parte dallo stesso popolo di Dio! I tremila uomini di Giuda, che la testimonianza di Sansone turba nella tranquillità della loro oppressione, acconsentono ad aiutare il nemico per sbarazzarsi di lui. Essi preferiscono il giogo dei Filistei alle difficoltà di quella testimonianza e ai rischi che essa comporta. In tutto il libro dei Giudici non si trova un livello spirituale e morale più basso di questo. Israele non supplica nemmeno più l’Eterno, non vuole nemmeno più essere liberato. L’uomo di Dio lo imbarazza. I Filistei dicono: «Per fare a lui quello che ha fatto a noi». Gli uomini di Giuda dicono: «Che è dunque questo che ci hai fatto?», identificandosi così col nemico che lo soggioga. Giuda non è più Giuda, e scambia il suo nome con quello dei Filistei! La comunione fra di loro è completa; insieme formano il nemico della testimonianza; Giuda preferisce la schiavitù alla libera potenza dello Spirito Santo di cui Sansone in quel momento è lo strumento.

Sansone si lascia legare. Questa è pure la storia della cristianità. Il popolo di Dio ha fatto allo Spirito Santo ciò che Giuda fece a Sansone. La sua potenza lo disturba; non vuole saperne della libertà che lo Spirito porta, e ostacola la sua azione e lo lega con dei metodi sempre nuovi, come quelle «funi nuove» con cui Giuda ha legato il suo liberatore, pur dicendogli: «Certamente non ti metteremo a morte».

Sansone avrebbe potuto fare diversamente da ciò che fece; egli provò più tardi che quei miserabili legami non erano per lui che tele di ragno. L’uomo forte si beffava delle corde nuove, ma nondimeno acconsente a lasciare legare. Che responsabilità per quei tremila uomini di Giuda che apprezzavano così poco il dono che Dio aveva loro fatto! Che vergogna per loro! Certo la vergogna non è per Sansone. Se qualcosa getta un obbrobrio meritato sui cristiani legati al mondo, è appunto l’ostacolo frapposto alla libera azione dello Spirito Santo fra loro, perché li disturba ed essi non sanno che farsene. Ma al momento stabilito, la potenza dello Spirito rompe tutte le barriere. «Lo Spirito dell’Eterno lo investì e le funi che aveva alle braccia diventarono come fili di lino a cui si appicchi il fuoco; e i legami gli caddero dalle mani» (v. 14). Allora Dio si serve di un osso trovato nei campi, una mascella d’asino, per riportare una notevole vittoria, e quel luogo è chiamato Ramath-Lehi (Collina della mascella), dal nome dello strumento insignificante adoperato in quel combattimento. Noi siamo strumenti simili fra le mani dello Spirito Santo di Dio, ma il Signore si compiace d’associare i nostri nomi alla sua vittoria, come se fosse la mascella d’asino a fare «un mucchio, due mucchi...» (v. 16).

Dopo la vittoria, Sansone «ebbe gran sete» (v. 8). L’attività del credente non è tutto; il combattimento non disseta. Occorreva a Sansone qualcosa che rispondesse ai suoi bisogni personali, altrimenti, egli dice, «dovrò morire di sete, e cadere nelle mani degl’incirconcisi». Se non vogliamo perdere il frutto della vittoria bisogna che ci serviamo della Parola di Dio per rinfrancarci. Sansone grida all’Eterno, che gli fa trovare una sorgente sgorgante da una roccia fessurata. La roccia, dovunque ne è parlato, rappresenta sempre Cristo. «Se alcuno ha sete, venga a me e beva», ha detto il Signore. Ritorniamo a Lui dopo il combattimento; la Sua Parola ci ristorerà.

Sansone è consapevole dei pericoli che seguono la vittoria. Il fatto che Dio abbia dato, come Sansone riconosce, una gran vittoria «per la mano del suo servitore» potrebbe diventare l’occasione per farci cadere personalmente «fra le mani degli incirconcisi», a meno che non cerchiamo immediatamente rifugio in Lui e la forza presso le acque della grazia, di cui Cristo è il dispensatore. In quel giorno benedetto, Sansone realizzò queste due cose: una grande attività nel combattimento per gli altri e riguardo a se stesso un’umile dipendenza da Dio per approfittare delle risorse che si trovano in Cristo.

La prima parte della storia di Sansone termina con le parole: «Sansone fu giudice d’Israele, al tempo dei Filistei, per vent’anni» (v.20). Malgrado tutte le mancanze segnalate, essa contiene l’approvazione di Dio sulla carriera pubblica del suo servitore. Ma il capitolo che segue ci fa vedere la perdita del suo nazireato.

3.5 La sconfitta e la restaurazione (leggere cap. 16)

Entriamo in un nuovo periodo della storia di Sansone, caratterizzata dalla perdita del suo nazireato e dalla sua finale riabilitazione. Il v. 31 del nostro capitolo, paragonato al v. 20 del cap. 15, segna chiaramente questa divisione. Al cap. 15, Dio aveva preservato il suo servitore, suo malgrado, dall’impegnarsi definitivamente con una donna che serviva gl’idoli. Ma ciò non è bastato per raddrizzare la tendenza naturale del suo cuore, e il v. 1 di questo capitolo ci mostra dove questa tendenza lo conduce. Egli aveva cercato il mondo «idolatra» e ora scende ancora più in basso: cerca il mondo «corrotto» e non teme di associarsi, sebbene momentaneamente, con lui. Una disposizione mondana non giudicata conduce necessariamente a delle cadute più gravi.

Così si unisce a quella donna. L’unione, per quanto corrotta, è passeggera, e Sansone non perde ancora la sua forza poiché il segreto di essa è ancora fra lui e Dio. Spiato tutta la notte, alla porta della città, dai suoi mortali nemici, si alza, afferra «i battenti della porta della città e i due stipiti» li scardina insieme con la barra, se li mette sulle spalle e li porta in cima al monte ch’è dirimpetto a Hebron (v.3). Anche qui, come alla vittoria sul leone di Thimna, la storia di Sansone ci ricorda quella di Cristo. Come Sansone, così il Signore, risvegliandosi dal sonno della morte, ha annientato i disegni del nemico, infrangendo le porte della sua terribile fortezza e facendo prigioniero colui che ci teneva schiavi; poi, essendo salito in cielo, ha innalzato i trofei della sua vittoria. La morte, la fortezza di Satana, non ha più porte per ritenerci, ed è divenuta per i credenti nient’altro che un passaggio. Nessun legame ha potuto imprigionare Cristo, e nessuna potenza può trattenere noi nella morte. «Il monte che è dirimpetto ad Hebron», il luogo dell’uomo risuscitato di fronte al luogo della morte (poiché Hebron, nella Scrittura, è il luogo della morte) costituisce per noi una sicura garanzia.

Abbiamo detto più volte che non c’è uomo di Dio che non debba riprodurre, e che non riproduca, alcuni caratteri della persona del Salvatore. Quanto sarebbe stato bello vedere in Sansone una degna immagine di Cristo nella sua vittoria sulla morte, come lo era stato nella sua vittoria sul leone! Da dove usciva quell’uomo forte colle porte di Gaza sulle spalle? Per chi combatteva? Chi l’aveva condotto fino a quel punto? In tutte queste cose, ahimè! la sua storia fa un contrasto assoluto con quella del nostro adorabile Salvatore.

Ma ecco un fatto ancora più umiliante (v. 4-21). Sansone, che fin qui aveva contratto col male soltanto un’unione passeggera, va più lontano. La figlia dei Filistei (cap. 14) era piaciuta ai suoi occhi, la donna di Gaza (cap. 16) l’aveva attirato per un istante nelle sue reti; ora Delila s’impadronisce delle sue affezioni. Di lei Sansone «si innamorò» (v. 4). Ecco dove termina la via di un credente che, invece di giudicare i primi impulsi del suo cuore naturale, li coltiva. Malgrado tutto, Sansone aveva conservato fin qui le sue relazioni intime e segrete con Dio. Egli possedeva una forza che il mondo non poteva comprendere e non sapeva risalire alla sua sorgente. La sua forza rimaneva un enigma per i suoi nemici; essi ne vedevano gli effetti, ma diretti contro a loro, e ciò li rendeva estremamente avidi di strappargli il segreto. Senza dubbio, la sua lunga capigliatura, che gli altri non avevano, era una pubblica professione di separazione per Dio. Ma non poteva venire in mente ai suoi nemici che questa figura di dipendenza e di rinuncia a se stesso fosse per quel nazireo una sorgente di forza.

Sansone amò Delila. Eccolo in comunione con questa donna, e Dio non lo può accettare. È impossibile che abbiamo affetti per il mondo e per Dio nello stesso tempo. «Nessun domestico può servire a due padroni; poiché o odierà l’uno e amerà l’altro, si atterrà all’uno e sprezzerà l’altro» (Luca 16:13). Amando Delila era come se mostrasse di non amare Dio, benché di fatto gli appartenesse; e un po’ alla volta questa donna riesce a conquistarlo e a dominarlo sempre più: «Come fai a dirmi: T’amo!, mentre il tuo cuore non è con me?» (v. 15). Da quel momento il suo cuore è preso, e non tarderà a rivelarle l’ultima parola del suo segreto.

Per tre volte, le sette corde d’arco fresche, le grosse funi nuove e il subbio da tessitore a cui erano state legate le sue trecce, non hanno potuto vincere la potenza dello Spirito. Dio sosteneva ancora il povero servitore infedele, ma appena il suo segreto sarà rivelato e i suoi capelli tagliati, il segno della dipendenza da Lui sarà abolito e così pure il legame di comunione che univa l’anima sua a Dio. Che gli rimane ora? La sua forza è svanita. Le passate esperienze delle liberazioni di Dio, malgrado le sue catene morali, non servono che ad ingannarlo e ad addormentarlo. Si era liberato per tre volte in momenti critici. Perché non dovrebbe liberarsi anche una quarta volta? Il cuore accecato dice a se stesso: «Io ne uscirò come le altre volte, e mi svincolerò». Ma, perdendo la comunione, anche l’intelligenza dei pensieri di Dio viene meno: «Ma non sapeva che l’Eterno s’era ritirato da lui» (v. 20).

Sansone non era a suo agio sotto il giogo di Delila. «Premendolo ella ogni giorno con le sue parole e tormentandolo egli se ne accorò mortalmente» (v. 16). Ecco ciò che Sansone aveva trovato nelle cose che l’attiravano di più. Avrebbe voluto rifiutare, ma non ne era più capace. Un uomo del mondo può trovare la sua gioia nel mondo, un credente mai. In fondo, il cuore di Sansone era con Dio e con l’Israele di Dio. Da questo derivava il suo combattimento, il suo accoramento, la sua miseria. La sua coscienza parla e non gli lascia riposo; la sua gioia è avvelenata. Egli fa finalmente l’ultimo passo, e le apre «tutto il cuor suo» (v.17).

Dopo ciò, ecco il sonno: «Ella lo addormentò sulle sue ginocchia» (v. 19). L’anima perde ogni sentimento delle sue relazioni con Dio, e cade in un profondo sonno nell’atmosfera pesante della corruzione. Allora, il nemico appostato, che sta spiando quel momento, avanza, incatena, acceca l’uomo potente e si serve di lui come dello schiavo più miserabile. Sansone non è che un povero schiavo cieco, zimbello dei nemici dell’Eterno. Non bisogna illudersi; il nemico si accanisce con Dio più che con Sansone, poiché il nazireo vinto diventa il testimone della presunta vittoria del falso dio Dagon sul vero Dio! La mancanza di realtà nella vita dei credenti è l’arma più potente del mondo contro la persona di Cristo. Disprezzando il credente infedele, il mondo trova il modo di sprezzare Cristo stesso e la sua opera.

Grazie a Dio, la storia dell’ultimo giudice di Israele non termina con questa sconfitta. Dio vuole sempre avere la vittoria finale, malgrado l’infedeltà dei suoi testimoni. Così, Sansone ritrova il suo nazireato in quella condizione di amara umiliazione. «Intanto la capigliatura che gli avevano tosata cominciava a ricrescergli» (v. 22). Sansone non era uomo di preghiera. In tutta la sua storia, solo due volte lo udiamo rivolgersi a Dio (15:18 e 16:28). Ed ora, mentre i suoi nemici festeggiano il loro trionfo, Sansone grida all’Eterno. È più apprezzabile, in un uomo di Dio, una vita che finisca meglio di quando sia iniziata, piuttosto che una che sia iniziata bene e finisca male. Non è però l’ideale. Il cammino di Cristo, l’uomo perfetto, era un sentiero di equilibrio e di continua e assoluta coerenza, nelle mille diverse circostanze per cui ebbe a trovarsi. Così lo vediamo nel Salmo 16 e negli Evangeli.

Eppure, per un credente, è ancora meglio finire la propria vita come Sansone o come Giacobbe, la cui carriera, fatta di imbrogli e di astuzie umane, termina colla visione gloriosa del futuro di Israele e con la visione, in Giuseppe, del Messia promesso; è ancora meglio, dico, finire così piuttosto che come Salomone, nell’idolatria, dopo un regno magnifico di sapienza e di potenza. Sì, la fine di Sansone fu una vittoria meravigliosa. «Più ne uccise egli morendo, di quanti ne aveva uccisi da vivo» (v. 30).

Che questa storia ci sia d’ammaestramento. Ci sia accordato di essere fra coloro che, nelle varie esperienze della loro vita, non abbiano né un brutto inizio né una brutta fine. Paolo, pur essendo un uomo soggetto alle stesse nostre infermità, evitò l’uno e l’altra, benché il suo cammino abbia rivelato qualche debolezza. Impariamo a regolare i nostri passi solo su quelli del nostro impeccabile Modello; Egli era la forza dell’apostolo Paolo e sarà pure la nostra. Allora Dio dirà di noi: «Essi vanno di forza in forza e compariscono alla fine davanti a Dio in Sion» (Salmo 84:7).

4. Capitoli da 17 a 21 — Corruzione morale e religiosa d’Israele

4.1 Il levita di Giuda (leggere cap. 17)

I capitoli da 17 a 21 sono come un’appendice del libro dei Giudici, appendice di grande importanza per completare il quadro morale della decadenza d’Israele, ma che, per la data, va posto prima della narrazione del nostro libro, risalendo agli ultimi tempi di Giosuè e degli anziani che lo seguirono. Era importante mostrare che, se da un lato la decadenza fu graduale, dall’altro la rovina fu immediata e irrimediabile, appena Dio ebbe affidato al suo popolo il dovere di mantenere le precedenti benedizioni. Era pure importante stabilire, come vedremo più tardi, che il fine di Dio non è la rovina, bensì la restaurazione d’un popolo che possa rimanere unito davanti a lui, dopo che i castighi hanno avuto il loro corso e ottenuto il loro risultato. Occorreva pure mostrare che la crisi del sacerdozio ha contribuito notevolmente alla decadenza generale. Tutti questi soggetti, e altri ancora, si trovano condensati nei capitoli di cui stiamo per occuparci.

La data di tali avvenimenti la troviamo in tre passi, che citerò per quelli a cui interessa la struttura del libro. Il primo di questi passi si trova al cap. 13:1. Al cap. 19:47 del libro di Giosuè, troviamo che la tribù di Dan s’impadronì di Lescem (che è Lais del cap. 18 dei Giudici), all’epoca in cui le dodici tribù dovevano conquistare la loro eredità. Nel secondo passo, al v. 12 del capitolo 18 leggiamo che «Mahané-Dan» riceve questo nome dalla spedizione di Dan, mentre al principio della storia di Sansone (cap. 13:25), è un luogo già conosciuto. Infine, al cap. 20:28, «Fineas, figlio di Eleazar, figlio di Aaronne, faceva allora il servizio dell’Eterno»; da ciò si conclude che quei giorni seguirono immediatamente quel che ci è riportato in Giosuè 24:33.

Stabiliti questi dettagli, troviamo nei capitoli 17 e 18 il quadro della corruzione religiosa d’Israele. Una situazione di rovina che non offre un solo luogo dove il cuore possa riposarsi, e quando, alla luce della Parola, l’avremo considerata, comprenderemo che il nostro unico rifugio in questo dilagare del male è Dio solo. Questi capitoli sono legati fra loro da una frase caratteristica, ripetuta quattro volte: «In quel tempo non v’era re in Israele; ognuno faceva quel che gli pareva meglio» (17:6; 21:25; 18:1; 19:1).

Prima: «Non vi era re in Israele». Non era ancora venuto il tempo in cui Israele avrebbe chiesto: «Stabilisci su di noi un re che ci amministri la giustizia, come l’hanno tutte le nazioni» (1 Samuele 8:5). Fin qui il popolo aveva avuto per re l’Eterno; ora, l’Eterno era dimenticato o lasciato da parte, benché la sovranità, secondo il sistema delle nazioni, non fosse ancora stabilita. Il popolo aveva abbandonato il sistema del governo divino, senza aver ancora instaurato quello dei governi del mondo.

In secondo luogo: «Ognuno faceva quel che gli pareva meglio». Si aveva, come oggi, il principio della libertà di coscienza. Ognuno pretendeva di aver per regola la propria coscienza, mentre la vera luce della Parola di Dio era lasciata da parte e non se ne parlava più. Quanto questi tempi differivano da quelli di Giosuè, in cui la Parola era l’unica guida e l’unica autorità d’Israele! (Giosuè 1:7-9). La coscienza, malgrado il suo immenso valore per l’uomo, non è una guida, ma un giudice. Come potrebbe guidare l’uomo, dal momento che può addormentarsi, indurirsi, cauterizzarsi?

Questi capitoli ci mostrano dove arrivarono gli Israeliti, quando ciascuno faceva ciò che gli pareva meglio. L’idolatria era germogliata a lato di alcune forme religiose levitiche che sussistevano ancora. Si seguivano gl’impulsi del proprio cuore, credendo di far bene, e si commettevano spaventose iniquità. Questo succede anche nel cristianesimo dei nostri giorni.

La dimenticanza degli ordinamenti della Parola di Dio caratterizza Mica, l’uomo del monte d’Efraim di cui ci parla questo capitolo. Uno ruba, anche se la legge aveva detto «Non rubare» (Esodo 20:15), e la sua coscienza non lo rimprovera quando confessa il fatto. La madre dice: «Io consacro di nuovo questo argento a pro del mio figliuolo, per farne un’immagine scolpita e un’immagine di getto» (v. 3), dimenticando che era scritto: «Non ti fare scultura alcuna né immagine alcuna... non avere altri dii nel mio cospetto» (Esodo 20:3-4). Essa associa l’Eterno ai suoi idoli, cosa ancora più grave della semplice idolatria, e la sua coscienza non la rimprovera. Ella s’era fatta un culto a suo modo, a cui il figlio colpevole s’associa pienamente.

Il culto del mondo religioso di oggi non è molto diverso, poiché il nome del Signore è mescolato agli oggetti delle concupiscenze del cuore dell’uomo, a tutte quelle cose di cui è scritto: «Figliuoletti, guardatevi dagli idoli» (1 Giovanni 5:21). L’arte, la musica, l’oro, l’argento e le cose preziose, ornano ciò che si chiama il culto di Dio; gli uomini fanno posto a ciò che il mondo stima e concupisce, alle ricchezze, all’influenza, alla sapienza umana. Così, «Mica ebbe una casa di Dio e fece un efod e degl’idoli». Poi «consacrò uno dei suoi figliuoli, che gli servì da sacerdote» (v. 5). La Parola di Dio era totalmente dimenticata. Suo figlio non aveva alcun diritto al sacerdozio, né Mica aveva alcun diritto di consacrarlo.

Ma un fatto nuovo si presenta. Un levita di Giuda, che come tale aveva dei rapporti col tempio dell’Eterno, ma nessun diritto al sacerdozio, passa di là per caso, in cerca di dimora. Mica gli dice: «Rimani con me, siimi padre e sacerdote; ti darò dieci sicli d’argento all’anno, un vestito completo e il vitto» (v. 10). Così stabilisce in casa sua un levita autentico, che vale per lui più di un figlio, lo mantiene e lo paga. È un clero, costituito con gli stessi principi di tutti i cleri dei giorni nostri.

Notiamo in che modo Dio ci racconta queste cose. Non biasima, non si sdegna; descrive i fatti e li pone dinanzi a noi. Coloro che sono spirituali sanno capire ed imparano ad essere estranei, come lo è Dio, a tutti i princìpi di cui questo capitolo ci dà il triste quadro. L’uomo carnale resta nel suo accecamento. Mica, facendo ciò che credeva bene, e illudendosi di guadagnarsi il favore dell’Eterno, dice: «Ora so che l’Eterno mi farà del bene, perché ho un Levita come mio sacerdote» (v. 13). Ma quanto si ingannava!

4.2 Dan e il levita di Giuda (leggere cap.18)

Questo capitolo ci presenta i rapporti di una delle tribù con il sistema religioso del cap. 17. Quella di Dan aveva dimostrato di essere la più debole delle tribù d’Israele; respinta nella montagna dagli Amorrei (1:34), e senza fede sufficiente per prendere possesso della sua eredità, manda cinque uomini in ricognizione perché gli cerchino la parte che gli mancava ancora. Lais era una città tranquilla e prosperosa, situata all’estremità nord di Canaan. La sua conquista fu facile per i Daniti, e senza gloria, ma rappresentava ciò che il cuore naturale può desiderare. «È un luogo — dicono le spie mandate in ricognizione — dove non manca nulla di ciò che è sulla terra» (v. 10).

Lais, come Sodoma prima della distruzione, assomigliava a un «giardino dell’Eterno». Sodoma fu una «conquista» degna d’un Lot ma non sarebbe stata degna di Abramo; così la città di Lais tenta ora la tribù di Dan, indebolita e senza voglia di combattere. Dan avrebbe dovuto dar battaglia agli Amorrei della valle e ottenere una clamorosa vittoria, ma questa battaglia gli sarebbe costata troppo cara. La tribù di Dan preferisce una conquista senza rischio, riportata lontano dagli occhi dei testimoni dell’Eterno. E il nemico, quello vero, è così lasciato padrone della vera eredità di quella tribù.

I cinque uomini, nel loro viaggio, incontrano il levita nella casa di Mica e gli chiedono: «Chi t’ha condotto qui? e che fai in questo luogo? e che hai tu qui?» (v. 3). Queste domande avrebbero dovuto aprire gli occhi del levita. Che poteva rispondere? Era arrivato lì di sua propria volontà, poiché cercava di stabilirsi in qualche luogo; ed ora faceva ciò che Mica gli aveva detto di fare; aveva del denaro e una paga. Proprio i caratteri del clero, che può sussistere anche senza Dio, dipendere dagli uomini e lavorare in vista d’un salario. Essi gli dicono: «Deh! consulta Iddio, affinché sappiamo se il viaggio che abbiamo intrapreso sarà prospero» (v. 5). È presso un tal uomo che quei cinque «esploratori» cercano una direttiva per il loro viaggio! La risposta, ovviamente, non è quella di Dio ma è quella che essi desiderano: «Andate in pace; il viaggio che fate è sotto lo sguardo dell’Eterno» (v. 6). Alla falsa pretesa d’essere l’oracolo del popolo, quel levita unisce il nome dell’Eterno.

Più tardi, la tribù di Dan, tornando in armi, si impadronirà degli dèi di Mica e del suo sacerdote. Faranno di tutto per convincerlo: «Che è meglio per te, esser sacerdote in casa d’un uomo solo, ovvero essere sacerdote di una tribù e d’una famiglia in Israele?» (v. 19). Lo chiamano ad una posizione più influente e più rimunerativa. La volontà di Dio non entra affatto nei pensieri del sacerdote: egli «si rallegrò in cuor suo» (v. 20); «prese l’efod, gl’idoli e le immagini scolpite, e s’unì a quella gente» (v. 20). Il levita porta con sé gl’idoli, e così l’idolatria prende ufficialmente posto in mezzo alla tribù di Dan con colui che gli uomini chiamano «il loro sacerdote».

Mica li insegue: «Avete portato via gli dèi che m’ero fatti e il sacerdote, e ve ne siete andati. Ora, che mi resta egli più?» (v. 24). Che frase! Gli avevano tolto la sua religione e il suo clero; non gli restava più nulla! Un uomo di fede non avrebbe risentito la perdita di queste cose, anzi sarebbe stata per lui una liberazione; gli sarebbe rimasto Dio, la sua Parola, il vero sacerdozio.

I figli di Dan continuano il loro viaggio, colpiscono la città di Lais, se ne impadroniscono, e le danno il nome «Dan, dal nome di Dan loro padre» (v. 29). Il nome di Dan ha più importanza per loro del nome dell’Eterno. Tale è, in poche parole, l’oscuro quadro della storia religiosa d’Israele.

4.3 Il levita d’Efraim (leggere cap. 19)

I capitoli 17 e 18 ci hanno presentato lo stato religioso d’Israele e l’influenza che la classe pseudo-sacerdotale esercitava su di lui. Questo cosidetto sacerdozio, corrotto dal punto di vista religioso, manteneva nel popolo l’idolatria. I racconti descritti al cap. 17, come abbiamo già visto, si sono svolti in un tempo che precede quello dei Giudici, ma sono riportati qui, alla fine del libro per farci vedere, come in un quadro, il progresso del male in Israele. È un po’ il metodo seguito dallo Spirito di Dio nell’evangelo di Luca, dove i fatti sono raggruppati senza tener conto della loro data ma per darci un insieme di certe verità morali.

Sansone, l’ultimo dei giudici, invocava ancora l’Eterno in certe circostanze memorabili della sua vita; il levita di Giuda lo invoca soltanto sulla testa delle sue immagini e dei suoi serafini; il levita di Efraim, di cui stiamo per esaminare la storia, non lo invoca nemmeno più. Sembra che l’Eterno non esista più per lui; eppure lui è un levita e fa parte d’una discendenza destinata al servizio del Signore. Al cap. 19 troviamo i rapporti del levita di Efraim non più con lo stato religioso bensì con lo stato morale del popolo, ancora peggiore del primo.

La concubina del levita lo abbandona dopo essergli stata infedele. Egli la insegue, guidato dal cuore; e, facendo «ciò che gli pareva bene», si unisce ad essa. Ciò soddisfa il padre della donna, che vede nell’azione del levita la riabilitazione di sua figlia. Ma, ahimè! senza ch’egli nemmeno se ne accorga, così facendo è come se giustificasse il male e approvasse l’impurità e la corruzione. Il suocero, furbamente, lo trattiene in casa sua perché, in questo modo, la riabilitazione della figlia diventa pubblica e ufficiale (v. 4-9). È sempre così. Il mondo ci mostra la sua amabilità in proporzione a quanto noi serviamo ai suoi interessi; l’alleanza con la famiglia di Dio non gli è contraria se può trarne un vantaggio. Il levita, non avendo relazione con Dio e non avendo altra guida che la propria coscienza, si lascia influenzare e finisce col cadere nell’infedeltà.

Ripreso il viaggio, il levita non vuole pernottare in una città di Gebusei, «una città di stranieri, i cui abitanti non sono figliuoli di Israele» (v. 12). Egli teme di associarsi esteriormente al mondo, anche se interiormente è impuro. Così fanno anche molti cristiani. Si può essere molto rigorosi per ciò che riguarda il cammino «pubblico», ma molto indifferenti per quanto concerne la santità individuale. Il levita è affezionato al suo popolo ma non ha lo stesso affetto per l’Eterno; anzi, l’Eterno non entra affatto in tutto ciò. Il levita fugge i Gebusei per orgoglio nazionale più che per pietà e, a sentirlo parlare, sembrerebbe che ciò che proviene da Israele non possa essere che buono, mentre Israele ha già oltraggiosamente abbandonato l’Eterno. Questi princìpi non sono cambiati e caratterizzano anche la nostra decadenza.

Il levita va a Ghibea, città di Beniamino, ma non è ricevuto. Eppure, a Israele l’Eterno aveva raccomandato espressamente di «non abbandonare il levita» (Deuteronomio 12:19). Quella gente non offre asilo al servitore dell’Eterno, anche se quest’uomo moralmente non lo era. Si vede al v. 18 quali sentimenti fa nascere nel suo cuore un tale comportamento «Ora mi reco alla casa dell’Eterno e non v’è alcuno che mi accolga in casa sua».

Ma ecco che uno straniero, che abita a Ghibea in mezzo a una corruzione che ben conosce (infatti dice: «Non devi passar la notte sulla piazza»), lo riceve in casa sua. Allora accade un fatto abominevole. Le passioni impure degli uomini di Ghibea, che pure portano il nome dell’Eterno, uguagliano in orrore quelle della città maledetta, di Sodoma.

Tali cose accadono in Israele! Come «le mosche morte fanno puzzare il profumo» (Eccl. 10:1), così la corruzione del popolo di Dio è la peggiore delle corruzioni. Infatti gli angeli non intervengano per liberare il giusto, come era avvenuto nel caso di Lot. L’ospite del levita parla ai suoi concittadini, come Lot, alla porta di casa (v. 23), accettando un gravissimo male, quello di dare la propria figlia, pur di evitarne uno ancora peggiore. Non può essere che questo il principio d’azione dei credenti che dimorano in mezzo al mondo. Dio preserva quest’uomo dal vedere la sua casa contaminata da quelle infamie, anche se per lui non c’era altra via d’uscita. La figlia è risparmiata, ma il levita abbandona la sua concubina alla violenza impura di quella gente (v. 25).

Se il levita si fosse rivolto a Dio, ricordando la sua protezione dei tempi passati, queste cose avrebbero potuto essere evitate. L’Eterno non avrebbe potuto, come al tempo di Lot, colpire quel popolo di cecità? Ma nessun grido d’angoscia sale a Lui; nessuna comunicazione esiste più tra il suo cuore e Dio.

La disgraziata donna, che già era caduta in un grave peccato senza pentimento né travaglio di coscienza, muore adesso come vittima delle spaventevoli conseguenze di ciò che aveva un tempo concupito (v. 26-28). Dio lascia che il male si compia, ma, come ce lo insegneranno i capitoli seguenti, da questo orrendo male trarrà la sua gloria.

La Parola di Dio ci presenta sempre due grandi soggetti: ciò che Dio è e ciò che l’uomo è. Dio non cerca mai di nascondere la condizione dell’uomo poiché, se lo facesse, non sarebbe luce, e la sua Parola sarebbe falsata. Dio ci dipinge l’uomo com’è: indifferente, anche se religioso, violento e corrotto, egoista, ipocrita, empio, apostata, sia quando ancora non aveva la Sua legge, sia sotto la legge, sia sotto la grazia. Ma ci mostra anche il lavoro della Sua grazia, sotto tutte le sue forme e a tutti i livelli, nel cuore dell’uomo. Otteniamo così un quadro reale ed esatto del nostro stato, e siamo costretti a concludere che siamo senza risorse in noi stessi, e che vi sono risorse solo nel cuore di Dio.

4.4 Breccia e restaurazione (leggere cap. 20)

In seguito al delitto di Ghibea, dall’estremità nord all’estremità sud tutte le tribù si radunano «come un sol uomo dinanzi all’Eterno in Mitspa». Sembra che manchi ben poco ad una giusta unanime protesta contro il male. C’è dello zelo per informarsi e purificarsi, e anche il sentimento della solidarietà d’Israele che, più tardi, mancherà sotto Debora, Gedeone e Jefte. L’azione e i sentimenti delle undici tribù offrono soprattutto una bella dimostrazione d’unità (v. 1, 8, 11), poiché manca solo la tribù più piccola, quella di Beniamino, la tribù colpevole. Anche il centro dell’unità del popolo è riconosciuto, poiché si radunano a Mitspa, dinanzi all’Eterno, e salgono a Betel.

Cosa mancava a Israele? Una cosa, il «primo amore». Il primo amore è verso Dio e verso i fratelli. Verso Dio l’amore si era raffreddato. Israele ascolta, riflette, decide... e alla fine consulta Dio (v. 18). Invece di cominciare dalla parola di Dio, l’ascolta alla fine. Questa parola non è disprezzata, ma non occupa più il primo posto. È un segno dell’abbandono del primo amore. «Chi ha i miei comandamenti, e li osserva, quello mi ama». «Se uno mi ama, osserverà la mia parola» (Giovanni 14:21,23). «Questo è l’amore di Dio: che osserviamo i suoi comandamenti» (1 Giovanni 5:3). Un altro segno negativo è nel fatto che i loro cuori sono più commossi dall’onta fatta ad Israele (v. 6,10,13) che dal disonore fatto a Dio. E ciò accade perché Dio non ha più il posto che dovrebbe avere.

L’abbandono del «primo amore» si mostra anche nel nostro modo d’agire verso i fratelli. Del resto, i rapporti con Dio e coi fratelli sono intimamente legati fra loro. «Chi ama Dio, ama anche il suo fratello» (1 Giovanni 4:21). Gli Israeliti vedono in Beniamino un nemico e, malgrado la bella apparenza d’unità, non considerano il peccato di quella tribù come quello di loro tutti. Essi dicono: «Che delitto è questo che è stato commesso fra voi?» (v. 12). Non dicono: commesso da noi. Che differenza fra questo tipo di amore e quello descritto in 1 Corinzi 13:4-7! Lo zelo c’era ma non bastava a compensare la mancanza del primo amore. Qui si trova ciò che leggiamo anche in Apocalisse 2:2 nei confronti di Efeso: «Non puoi sopportare i malvagi»; però il Signore deve aggiungere: «ma ho questo contro di te: che hai lasciato il tuo primo amore». Gli Israeliti dicono: «Togliamo via il male da Israele» (v. 13), ma dov’erano le affezioni fraterne? Questo è il pericolo che anche oggi si corre quando si esercita la disciplina nella Chiesa; perciò i Corinzi sono esortati a ratificare il loro amore verso colui che era caduto nel peccato, dopo che la disciplina aveva avuto il suo corso (1 Corinzi 5 e 2 Corinzi 2:5-11). Se il popolo, contestando il male a Beniamino, dice «voi» invece di noi, quando si tratta di colpire dice «noi»: «Consegnate quegli uomini quegli scellerati... perché noi li mettiamo a morte, e togliamo il male da Israele» (v. 13). L’abbandono del primo amore apre la porta alla propria importanza.

I Beniaminiti avevano peccato gravemente sopportando il male nell’interno della loro tribù. Ed ora, il rimprovero degli altri Israeliti, invece di umiliarlo, lo spinge ad un atto gravissimo: «Uscirono dalle loro città... per andare a combattere contro i figliuoli d’Israele» (v. 14). Essi si alleano con i loro fratelli perversi, quelli di Ghibea. Si radunano in Ghibea, escono in battaglia davanti a Ghibea, escono di Ghibea (v. 14, 15, 20, 21). La mancanza d’umiliazione ha una terribile conseguenza; non solo non giudicano il male, ma giungono fatalmente al punto di scusarlo, mettendosi dalla parte del malvagio contro il resto del popolo di Dio. Apparentemente intendono agire «senza contare gli abitanti di Ghibea» (v. 15), ma in realtà enumerano e approfittano dei loro 700 guerrieri scelti. In quest’esercito, i «mancini» sono tanto numerosi quanto i guerrieri scelti di Ghibea, come ai tempi di Ehud (cap. 3:16-30); ma qui i «mancini» sono abili contro l’Eterno ; la loro mano, che dovrebbe essere fatta per la difesa, si trova forte per l’attacco e inganna coloro che stanno loro di fronte.

Ed ora Israele interroga Dio (v. 18). Salga Giuda per primo, risponde Colui che vuole castigare Israele. Ventiduemila uomini di Giuda mordono la polvere. Che grazia di Dio in questa sconfitta! Israele deve imparare che nei combattimenti tra fratelli non vi possono essere né vincitori né vinti, ma che tutti devono essere vinti, affinché il Signore trionfi alla fine. Dio si serve così della sconfitta per restaurare il suo popolo diletto. Israele esce fortificato da un combattimento che gli è costato il meglio delle sue forze vive, e ne esce giudicato a fondo. Quando i loro ventiduemila uomini sono caduti, i figli d’Israele si fortificano (v. 22).

Notate quali frutti porta loro il castigo:

  1. Sono indotti a ricercare la presenza del Signore a Bethel.
  2. Al posto dell’indignazione umana, sono afflitti d’una afflizione che è secondo Dio, e i loro pianti ne sono la prova.
  3. L’afflizione non è passeggera, poiché piangono fino a sera.
  4. Imparano a dipendere più realmente dalla parola di Dio, e non dicono più: «Chi salirà per primo?» ma: «M’avvicinerò io di nuovo?»
  5. Infine, rinasce l’affezione per il fratello caduto, poiché dicono: «I figliuoli di Beniamino, mio fratello» (v. 23).

Il risultato è degno di Dio! Non la vittoria, bensì la sconfitta produce queste cose, frutti benedetti della disciplina; eppure devono essere prodotti ancora altri frutti: «Salite contro a loro», dice l’Eterno.

Una seconda sconfitta atterra altri 18.000 uomini d’Israele. Allora:

  1. Tutti i figliuoli d’Israele, tutto il popolo, «salirono e vennero alla Casa dell’Eterno». Nessuno manca: essi sono unanimi nel ricercare l’Eterno.
  2. E, invece di piangere fino alla sera, «piansero, e rimasero quivi davanti all’Eterno». L’afflizione è più profonda e duratura davanti a Dio.
  3. «E digiunarono quel dì fino alla sera». È più che afflizione; è umiliazione, il giudizio della carne e il pentimento.
  4. «E offrirono olocausti e sacrifici di azione di grazie, davanti all’Eterno». Ritrovano queste due cose d’un valore infinito, l’apprezzamento del sacrificio e la comunione. La dipendenza dalla parola di Dio e la realizzazione della sua presenza acquistano, sotto la disciplina di Dio, tutt’altro valore. Il popolo ha coscienza di trovarsi davanti a Dio stesso, seduto sull’arca fra i cherubini, e s’avvicina a Lui per mezzo d’un sacerdote che intercede per Israele.
  5. Finalmente, la propria volontà è completamente rotta: Debbo io seguitar ancora a combattere contro i figliuoli di Beniamino mio fratello, o debbo cessare?» (v. 26-28). Che restaurazione! E ciò che l’ha prodotto è stato un male orribile. Non che Dio sottovaluti il male, ma, per l’interesse che Egli ha per il suo popolo, si serve anche del male per benedirlo. Ormai, Dio può benedire e promettere la vittoria.

Allora ha luogo la battaglia in cui Israele, riabilitato, pur sperimentando ancora la sua debolezza e la sua incapacità, riporta la vittoria; però, quasi una tribù è persa! Beniamino è sconfitto dal popolo umiliato. È il principio di ogni disciplina nell’assemblea. Senz’amore, senza dipendenza da Dio e dalla sua Parola, senza giudizio di se stesso, la disciplina sarà sempre in colpa. È soltanto a queste condizioni che l’assemblea potrà purificarsi dal vecchio lievito.

4.5 I frutti della restaurazione (leggere cap. 21)

Il ristoramento d’Israele ha come conseguenza il rifiuto assoluto di ogni alleanza col male. «Or gli uomini d’Israele avevano giurato a Mispa, dicendo: Nessuno di noi darà la sua figliuola in moglie a un Beniaminita» (v. 1). Quando i credenti ritrovano, sotto l’azione della grazia di Dio, il «primo amore» per il Signore, non diventano più tolleranti riguardo al male, perché più la comunione con Dio è intima più ci separa dal male. Ma nello stesso tempo questa separazione non sminuisce affatto l’amore verso i fratelli. Lo si vede qui. Per la terza volta il popolo sale a Bethel. Questo luogo così significativo, finalmente ritrovato, gli diventa indispensabile. La sconfitta lo aveva spinto a Bethel; la vittoria lo riporta a Bethel. «E il popolo rimase fino alla sera davanti a Dio». La prima volta «piansero e rimasero quivi davanti all’Eterno»; adesso, l’importante è rimanervi. «Il mio cuore ha detto da parte tua: Cercate la mia faccia. Io cerco la tua faccia, o Dio!» In mezzo al male e alle tristezze del giorno d’oggi siamo anche noi felici di cercare la presenza del Signore e di restare «fino a sera» dinanzi a Lui?

Le lacrime vengono in seguito, e quali lacrime! «E il popolo, alzando la voce, pianse dirottamente». Per la prima volta, sentendo tutta l’amarezza della piaga, gli Israeliti dicono: «O Eterno, o Dio d’Israele, perché mai è avvenuto questo in Israele, che oggi ci sia una tribù di meno?». Non dicono: Il male è tolto, siamo finalmente in pace e tranquilli. L’amarezza è proporzionata al ritrovato amore per il Signore e per i fratelli. Manca una tribù; il «corpo» sente il dolore di questa «amputazione». Il Dio d’Israele è disonorato, Lui che aveva davanti agli occhi, nel suo tabernacolo, la tavola d’oro con i «dodici» pani di presentazione. Israele non pensa più al suo disonore. Adesso piange amaramente davanti all’Eterno; ed è appunto quando l’unità sembra perduta per sempre, che la sua realtà si fa sentire nel cuore del popolo. Agli occhi del Signore, è più vera unità questa che l’unità apparente del popolo decaduto, al principio del cap. 20.

I primi raggi del mattino vedono Israele all’opera per costruire un altare. Il popolo può dire col salmista: «Io ti cerco all’alba». L’umiliazione non impedisce il culto. Quale grazia che resti un altare del Signore in mezzo a questo stato di cose! Tre fatti hanno preceduto questo culto: la separazione decisa da ogni male, la ricerca della presenza di Dio, la rovina profondamente sentita e riconosciuta. Là essi offrono degli olocausti e dei sacrifici di azioni di grazie. Là il cuore comprende che cosa è il sacrificio per Dio, e qual è la parte che Dio ci dà con Sé.

Tutte queste benedizioni ritrovate con l’umiliazione sono il punto di partenza del giudizio di Jabes di Galaad. Questi non erano saliti verso l’Eterno nel raduno a Mispa. Il motivo era l’indifferenza verso il giudizio del male che aveva disonorato Dio e il disprezzo dell’unità del popolo. La gente di Jabes avrà detto: Queste cose non ci riguardano. Quante volte abbiamo udito simili parole ai nostri giorni! Per un tale rifiuto non v’è misericordia; ma prima di eseguire il giudizio, Israele esercita la misericordia.

«E i figliuoli d’Israele si pentivano di quello che avevano fatto a Beniamino loro fratello e dicevano: Oggi è stata soppressa una tribù d’Israele. Come faremo a procurar delle donne ai superstiti giacché abbiamo giurato nel nome dell’Eterno di non dar loro in moglie alcuna delle nostre figliuole?» (v. 6-7). Il giudizio serve proprio ad esercitare questa misericordia, poiché la soppressione di Jabes ha per scopo il ristoramento della tribù di Beniamino. Ecco ciò che Israele aveva ricavato da questo lungo e doloroso conflitto. Beato colui che impara tali cose e che sa conciliare il «perfetto odio» verso il male con un amore sincero per i suoi fratelli. Le quattrocento vergini di Jabes sono date per mogli al povero residuo della tribù di Beniamino.

Ma ciò non basta; bisogna che la ferita sia curata completamente. Ed è l’amore che trova il modo di guarirla. È l’amore che suggerisce ad Israele un metodo per aiutare i suoi fratelli, senza rinnegare i suoi doveri verso Dio e senza abbassare il livello della separazione dal male. Israele si lascia predare da Beniamino in Sciloh (v. 17-21), per così dire, sotto lo sguardo del Signore. Abbandonando la parte di vincitore e accettando di essere il vinto, lascia l’ultima parola al suo fratello così crudelmente provato dal castigo. «E quando i loro padri o i loro fratelli verranno a noi a querelarsi con noi, noi diremo loro: Datecele, per favore, giacché in questa guerra noi non abbiam preso una donna per uno» (v. 22). Israele non dice: Essi non hanno preso, ma «noi non abbiamo preso». Questa frase, che denota la loro delicatezza e la loro tenerezza verso i Beniaminiti, quanto differisce da quell’altra parola: «Che delitto è questo che è stato commesso fra voi?» (cap. 20:12). Israele non separa più la sua causa da quella dei suoi fratelli. Questa unità del popolo, formata da Dio stesso, ha ritrovato tutta la sua importanza agli occhi dei fedeli in quei giorni di decadenza.

Sia lo stesso di noi, fratelli miei! Se gli uomini, se persino dei cristiani, stimano poco la divina unità della Chiesa, oppure si accontentano di un’unità apparente; se formano delle alleanze fra le diverse denominazioni cristiane senza tener conto della Verità, non partecipiamo a simili cose. Umiliamoci per la rovina della Chiesa, ma anche proclamiamo altamente che «vi è un solo corpo ed un unico Spirito». Impegnamoci a «conservare l’unità dello Spirito con il vincolo della pace» (Efesini 4:3-4). Rifiutiamo ogni comunione col male morale e religioso del giorno d’oggi. Soprattutto, «rivestiamoci della carità, che è il vincolo della perfezione» (Colossesi 3:14).

Ecco l’insegnamento del libro dei Giudici. Esso termina ripetendo quella frase solenne che caratterizza i «giorni malvagi»: «In quel tempo, non v’era re in Israele; ognuno faceva ciò che gli pareva meglio» (v. 25). Dio non cambia questa situazione deplorevole, la constata soltanto; ma distoglie i suoi dalla luce confusa d’una coscienza che serve per giudicarli ma non per guidarli, e li mette invece davanti alla luce della sua Parola infallibile, l’unica capace di guidarli, di edificarli e di dar loro un’eredità con tutti i santificati (Atti 20:32).

«Alla legge! alla testimonianza!» (Isaia 8:20). Questo principio è la nostra unica salvaguardia in un tempo di rovina!




BibbiaWeb
Home  Novità  La Bibbia  Studi biblici  Indice per autore  Indice per soggetto  Soggetti dettagliati