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Un’unica offerta, diversi sacrifici

Georges André

Indice: 1. Introduzione 1.1 Gesù Cristo e lui crocifisso — 1 Corinzi 2:2 1.2 Una dimora, dei sacerdoti, dei sacrifici 1.3 La necessità del sacrificio 2. I sacrifici di Levitico capitoli da 1 a 7 2.1 Il significato dei sacrifici 2.2 L’ordine dei sacrifici 2.3 Il costo del sacrificio 3. L’olocausto — Levitico 1; 6:1 a 6; 7:8 3.1 Cristo per Dio 3.2 Graditi per mezzo di Lui 3.3 L’offerta di bestiame minuto (capre e pecore) 3.4 L’offerta d’uccelli 3.5 Tutta la notte 4. L’offerta di focaccia o l'oblazione — Levitico 2 e 6:7-16 4.1 Generalità 4.2 Elementi dell’offerta di focaccia 4.3 L’azione del fuoco 4.4 La parte du Dio nell’offerta 4.5 La parte dei sacerdoti 4.6 Il lievito e il miele 4.7 Il sale del patto 5. Il sacrificio per il peccato e il sacrificio di riparazione — Levitico 4; 5; 6:17-7:7 5.1 Generalità 5.2 La gravità del peccato 5.3 Peccato e colpa 5.4 La responsabilità è in proporzione ai privilegi ricevuti 5.5 Peccati specifici 5.6 La restaurazione 6. Il sacrificio d’azioni di grazie — Levitico 3 e 7:11-36 6.1 Generalità 6.2 La parte di Dio 6.3 La parte dei sacerdoti 6.4 La parte dell’offerente 6.5 Sacrifici spirituali 6.6 Il sacerdozio regale

1. Introduzione

1.1 Gesù Cristo e lui crocifisso — 1 Corinzi 2:2

In questo studio sui Sacrifici del Levitico considereremo la morte del Signore Gesù, «l’offerta del corpo di Gesù Cristo, fatta una volta per sempre» (Ebrei 10:10): soggetto eterno dell’adorazione dei riscattati che non possiamo ancora sondare a fondo finché siamo sulla terra, ma del quale il Signore desidera occupare i nostri cuori.

Già durante la sua vita quaggiù «cominciò ad insegnare ai suoi discepoli che era necessario che il Figliuol dell’uomo soffrisse molte cose... e fosse ucciso» (Marco 8:31), e quando attraversava la Galilea «ammaestrava i suoi discepoli e diceva loro: il Figlio dell’uomo sta per essere dato nelle mani degli uomini ed essi l’uccideranno» (Marco 9:31). In cammino, salendo a Gerusalemme, prendendo ancora una volta con sé i dodici, si mise a dir loro le cose che dovevano avvenirgli: «Il Figlio dell’uomo sarà dato nelle mani... ed essi lo condanneranno a morte» (Marco 10:33). «Ma essi non intendevano il suo dire e temevano d’interrogarlo» (Marco 9:32).

Ci volle il giorno della risurrezione, il meraviglioso intrattenimento dei discepoli sulla strada di Emmaus, per fare ardere i loro cuori spiegando «in tutte le scritture le cose che lo concernevano». «Non bisognava che il Cristo soffrisse queste cose?» (Luca 24:26). Finalmente, il velo era tolto per loro, se non per il loro popolo (2 Corinzi 3:14); essi discernevano, nelle esposizioni e nei tipi dell’Antico Testamento, negli innumerevoli sacrifici dai quali era colato il sangue nel corso dei secoli, la figura della sola offerta, mediante la quale Egli «ha per sempre resi perfetti quelli che sono santificati» (Ebrei 10:14).

Per noi, anche, il velo è tolto e diretti dallo Spirito di Dio possiamo considerare nei sacrifici d’un tempo altrettante immagini, altrettanti aspetti del perfetto sacrificio che doveva essere compiuto alla croce.

Se Dio ha voluto conservarci queste ordinanze, che non s’applicano più a noi e non erano altro che un’ombra dei «futuri» beni, è perché ci aiutano ad entrare, in una misura più grande e più precisa, nella conoscenza della persona e nella comprensione dell’opera di Colui che ha potuto dire: «Tu non hai voluto ne sacrificio né offerta, ma mi hai preparato un corpo; non hai gradito né olocausti né sacrifici per il peccato. Allora ho detto: Ecco, io vengo per fare, o Dio, la tua volontà».

1.2 Una dimora, dei sacerdoti, dei sacrifici

Nel libro dell’Esodo vediamo che Dio ha voluto trarre il suo popolo fuori d’Egitto non con il solo fine di liberarlo dalla schiavitù, ma per averlo per Sé: «Lascia andare il mio figliuolo, affinché mi serva» (Esodo 4:23).

Ma il popolo era peccatore e occorse il sangue dell’agnello della Pasqua su ogni casa perché fosse risparmiato dall’angelo distruttore. Attraverso il mar Rosso e il deserto furono condotti fino al Sinai, dove Dio potè dire: «Voi avete veduto quello che ho fatto agli Egiziani, e come v’ho portati sopra ali d’aquila e v’ho menati a me» (Esodo 19:4).

L’Eterno aggiunge: «E mi sarete un regno di sacerdoti e una nazione santa», e il profeta preciserà: «Il popolo che mi sono formato pubblicherà le mie lodi» (Isaia 43:21).

Ahimè! Israele non ha risposto a ciò che Dio aveva in vista per lui; tutti si sono presto corrotti e allontanati. Fu allora che parlando dal monte Sinai l’Eterno diede le istruzioni per costruire il tabernacolo: una dimora dove Dio potesse abitare in mezzo al suo popolo. Sempre nell’Esodo i sacerdoti, la famiglia di Aaronne, sono istituiti (capitoli 28 e 29).

Nel Levitico Dio parlerà dalla «tenda di convegno» per indicare al suo popolo come coloro che erano fuori potevano avvicinarsi a Lui nel suo santuario.

Nel libro dei Numeri (cap. 1:1) Dio parlò a Mosè nel deserto, circa il cammino verso Canaan. All’inizio del Deuteronomio (cap. 1:1), l’Eterno parlò «di là dal Giordano, nel deserto» in vista del paese di Canaan: e dà istruzioni su come bisognerà che si comportino. Vi è quindi, alla fine dell’Esodo e all’inizio del Levitico, una casa dove i sacrifici sono offerti; vediamo chi può accostarsi: sacerdoti e adoratori; e come lo fanno: con un sacrificio (Levitico cap. 1:7).

Nella prima epistola di Pietro, cap. 2 vers. 4, ci è parlato di ciò che oggi equivale a quelle ombre del passato: «Accostandovi a Lui (al Signore) pietra vivente... anche voi, come pietre viventi, siate edificati qual casa spirituale, per essere un sacerdozio santo, per offrire sacrifici spirituali, accettevoli a Dio per mezzo di Gesù Cristo». Troviamo di nuovo una casa, dei sacerdoti e dei sacrifici. Ma si tratta di una casa spirituale formata dall’insieme delle pietre viventi, tutti i riscattati del Signore che hanno in Lui trovato la vita eterna e formano la sua casa, la sua Chiesa. Malgrado l’attuale stato di rovina, noi possiamo, in una certa misura, godere dei privilegi di questa casa spirituale, radunandoci attorno al Signore Gesù quali appartenenti alla Chiesa di Dio.

Oggi sono sacerdoti, «un sacerdozio santo», non gli appartenenti ad una sola famiglia, come furono Aaronne e i suoi figli, ma tutti i riscattati, come dice Apocalisse 1:5: «A Lui che ci ama e ci ha liberati dai nostri peccati col suo sangue, e ci ha fatti essere... sacerdoti al Dio e Padre suo...». I cristiani sono, allo stesso tempo, adoratori, sacerdoti e figli. Non ci sono più sacrifici cruenti da offrire, ma dei «sacrifici spirituali», «un sacrificio di lode: cioè, il frutto di labbra confessanti il suo nome!» (Ebrei 13:15). Questa lode non è soltanto la riconoscenza dei nostri cuori per essere stati salvati, quantunque essa sia certamente al suo posto; vi è infinitamente di più: noi non veniamo davanti al Padre solamente per ringraziarlo ma anche per parlargli del suo Figlio e dell’opera che Egli ha compiuto alla croce. Davanti a Lui noi ricordiamo questa sola offerta del suo corpo compiuta una volta per sempre.

Non è, certo, una ripetizione del sacrificio; ma nelle preghiere, nei cantici o nella celebrazione della Cena, si ricorda la morte del Signore, se ne considerano, davanti a Dio, con riconoscenza e adorazione, i diversi e meravigliosi aspetti. «E così fo il giro del tuo altare» (Salmo 26:6)!

1.3 La necessità del sacrificio

Nell’Antico Testamento, una gran quantità di esempi tipici ci parlano della morte di Cristo; essi hanno questo in comune: non presentano tanto un esempio d’amore o di devozione, quanto piuttosto una vita donata al posto di un’altra.

Cristo non è morto solamente perché è stato consacrato per essere un modello d’amore e d’abnegazione, ma: «Colui che non ha conosciuto il peccato, Egli l’ha fatto essere peccato per noi» (2 Corinzi 5:21). «Cristo ci ha riscattati dalla maledizione della legge essendo divenuto maledizione per noi» (Galati 3:13). «Cristo ha sofferto una volta per i peccati, egli giusto per gli ingiusti, per condurci a Dio» (1 Pietro 3:18).

Queste «figure» dell’Antico Testamento pongono davanti a noi tanti diversi aspetti della morte di Cristo.

Le vesti di pelle (un animale dunque era stato ucciso) di Genesi 3:21, ricorda come Dio provvide alla nudità del peccatore. Il sacrificio cruento di Abele che offre i primogeniti del suo gregge, mostra la necessità del sangue versato — «senza spargimento di sangue non vi è remissione» (Ebrei 9:22) — mentre l’offerta di Caino, frutto del suo lavoro su una terra maledetta, non è gradita. In Genesi 22, Abrahamo offrì Isacco, come Dio donerà suo Figlio; ma, di fatto, il sacrificio di Isacco non fu consumato: al suo posto venne offerto in olocausto un montone. All’istituzione della Pasqua, il sangue dell’agnello doveva essere messo su ogni porta, a indicare una appropriazione personale del sacrificio di Cristo. Il serpente di rame nel deserto ci ricorda Gesù, fatto maledizione per noi.

Isaia 53 dice espressamente: «Noi tutti eravamo erranti come pecore, ognuno di noi seguiva la sua propua via; e l’Eterno ha fatto cader su lui l’iniquità di noi tutti». Alla fine del capitolo, il profeta sottolinea quattro aspetti della croce: «Egli ha dato se stesso alla morte — è stato annoverato fra i trasgressori — ha portato il peccato di molti — ha interceduto per i trasgressori».

Da queste numerose figure, si evidenziano quelle dei capitoli da 1 a 7 del Levitico che ci comunicano l’istituzione divina dei principali sacrifici.

2. I sacrifici di Levitico capitoli da 1 a 7

Troviamo in questi capitoli quattro principali sacrifici (secondo Ebrei 10:8):

Nei capitoli 6 e 7 abbiamo la «legge», cioè le disposizioni relative a questi sacrifici.

Questi diversi sacrifici si dividono in due classi: a) I sacrifici volontari, in odor soave all’Eterno: l’olocausto, l’offerta di focacce e il sacrificio d’azioni di grazie. Essi erano completamente o parzialmente arsi sull’altare (qui il verbo «bruciare» è nell’originale il medesimo di quello usato per indicare il bruciare dell’incenso). Essi ci parlano dell’eccellenza di Cristo e della sua consacrazione fino alla morte. b) I sacrifici obbligatori: per il peccato e di riparazione. Se qualcuno aveva peccato, doveva offrire un tale sacrificio per essere perdonato: «Bisogna che il Figlio dell’uomo sia innalzato, affinché chiunque crede in lui abbia vita eterna» (Giovanni 3:14). Le vittime non erano poste sull’altare, salvo il sangue e il grasso; esse erano bruciate fuori del campo oppure mangiate dal sacerdote.

2.1 Il significato dei sacrifici

Indicheremo brevemente il significato essenziale di questi sacrifici.

L’olocausto era bruciato tutto intero sull’altare; è Cristo che dà se stesso alla morte, offrendosi per la gloria di Dio, vittima perfetta, compiendo così tutta la sua volontà: «Ecco, io vengo per fare, o Dio, la tua volontà».

L’offerta di focacce non comportava né sangue ne vittima sgozzata; è la perfezione della natura e della vita dell’Uomo Cristo Gesù sofferente e provato. Una parte dell’offerta era bruciata sull’altare, una parte mangiata dal sacerdote.

Il sacrificio d’azioni di grazie aveva questo di particolare: che una parte, il grasso, era offerta a Dio sull’altare; una parte, la spalla e il petto, era mangiata dal sacerdote; il resto era per l’adoratore e i suoi invitati («chiunque è puro» — cap. 7:19). Esso ci ricorda dunque la pace che Gesù ha fatto «mediante il sangue della sua croce», in modo che noi abbiamo piena comunione con Dio nel sacrificio del suo Figlio. Questo privilegio è particolarmente messo in evidenza nella Cena: comunione col sangue di Cristo — comunione col corpo di Cristo.

Il sacrificio per il peccato e il sacrificio di riparazione erano obbligatoriamente offerti dal colpevole al fine di essere perdonato. I peccati specifici dovevano, inoltre, essere confessati (5:5); ciò che era stato rubato o estorto doveva essere restituito (5:16 e 6:4-5).

Questi diversi sacrifici sono dunque altrettanti aspetti dell’opera di Cristo. Infatti sono intimamente legati gli uni agli altri; l’olocausto e il sacrificio di riparazione erano sgozzati nel medesimo luogo (7:2); il grasso del sacrificio d’azioni di grazie era bruciato sull’olocausto (3:5); l’olocausto e l’offerta di focacce erano quasi sempre presentati insieme.

2.2 L’ordine dei sacrifici

Perché l’olocausto ci è presentato per primo, mentre noi avremmo, con la massima naturalezza, messo in primo luogo il sacrificio per il peccato e il sacrificio di riparazione?

Dandoci la rivelazione della sua Parola, Dio procede dall’interno verso l’esterno. Per il tabernacolo Egli non ci presenta prima il cortile, poi il luogo santo e poi il luogo santissimo; ma pone davanti a noi prima di tutto l’Arca che è nel luogo santissimo, poi gli oggetti del luogo santo, poi il tabernacolo stesso e infine il cortile (Esodo cap. 25, 26 e 27). Lo stesso per i sacrifici; l’olocausto viene in primo luogo seguito dall’offerta di panatica, dal sacrificio d’azioni di grazie e dal sacrificio per il peccato. La perfezione della vittima, la sua consacrazione a Dio, hanno il primo posto.

Infatti, a motivo della sua devozione alla volontà di Dio, Cristo è stato fatto peccato per noi. Bisognava che fosse messo sotto i nostri occhi, prima di tutto, ciò che Cristo è per Dio, ciò che solo Lui può apprezzare pienamente.

Un sacerdote è un uomo spirituale (1 Corinzi 2:15) che considera innanzitutto ciò che è dovuto a Dio. Non è che nella misura con la quale conosciamo la grandezza del sacrificio di Cristo, che noi possiamo valutare la gravità del peccato. Ai nostri occhi, un peccato conta secondo le conseguenze che può avere sia per noi stessi, sia per la nostra famiglia, sia dal punto di vista sociale. Ma quando contempliamo l’immenso sacrificio che è stato necessario per togliere il peccato, comprendiamo un po’ meglio la gravità del peccato. Il fatto che Dio abbia dovuto essere manifestato in carne e abitare in mezzo a noi, e che dopo aver fatto risplendere la sua perfezione come Uomo sulla terra, il Figlio di Dio abbia offerto se stesso in sacrificio, perché non c’era altro mezzo per togliere i peccati, ci fa conoscere molto meglio e molto più profondamente di ogni altra cosa che un solo peccato è più orribile per Dio di quanto non lo siano per noi mille peccati, e anche tutti i peccati del mondo.

Ma se si tratta del cammino che ci conduce a Dio, il sacrificio per il peccato viene in primo luogo; il suo valore è infinito. Sapere che il sangue di Gesù Cristo ci purifica da ogni peccato è la base della nostra fede, ma il sapersi purificati non è tutto; bisogna anche sapere che si ha la pace con Dio e la comunione con Lui a motivo del suo Figlio. Bisogna addentrarsi di più e discernere le perfezioni di Colui che è venuto nel mondo e si è offerto in sacrificio. Infine, è importante comprendere che Lui solo ha pienamente risposto a tutto ciò che Dio desiderava e che ora Dio ci vede in Cristo e ci gradisce.

Nelle prescrizioni supplementari (cap. 6 e 7), dopo aver parlato dell’olocausto e dell’«oblazione» (*), lo Spirito di Dio pone davanti a noi il sacrificio per il peccato e quello di riparazione, prima del sacrificio d’azioni di grazie.

Questo è l’ordine che seguiremo anche noi nel nostro studio.

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(*) La versione Riveduta chiama «oblazione» l’offerta di Levitico 2 che altri traduttori descrivono come «offerta di farina», o «offerta di focaccia», o di «panatica» (n.d.t.).
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Notiamo, infine, che se le pagine dell’Antico Testamento, e in particolare questi sacrifici del Levitico, ci parlano a più riprese della morte di Cristo, non fanno che molto raramente allusione alla sua risurrezione (come i dodici uccelli nella purificazione del lebbroso — Levitico 14 — e il covone, la mannella della primizia del raccolto — Levitico 23).

Ma se oggi possiamo ricordarci d’un Salvatore che è stato morto, noi conosciamo un Signore vivente: «Fui morto, ma ecco, sono vivente per i secoli dei secoli» (Apocalisse 1:18).

È non soltanto Gesù risuscitato, ma Gesù elevato nel cielo, seduto alla destra di Dio! Nel Tabernacolo non vi erano sedie: i sacerdoti non potevano mai sedersi, ad indicare che il loro servizio non era mai finito. Ma il Signore Gesù, avendo compiuto un’opera perfetta che non sarà mai ripetuta, si è posto a sedere nel «santuario», nel cielo; ed è così che noi lo consideriamo ora; più ancora, noi attendiamo il suo ritorno per essere presi e portati presso di Lui, cosa che i santi di altri tempi ignoravano.

2.3 Il costo del sacrificio

In 1 Cronache 21:24 Davide fa sapere che non vuole offrire all’Eterno un olocausto che non gli costi niente. I sacrifici spirituali che offriamo oggi ci costano dunque qualcosa? Certo, quando si tratta d’apportare devozione, servizio, denaro. Ma cos’è che può costarci quando ci presentiamo col «frutto di labbra che confessano il Suo Nome»? «Tutto viene da Te; e noi t’abbiam dato quello che dalla tua mano abbiam ricevuto» (1 Cronache 29:14) disse Davide.

Cristo ha fatto tutto per noi, ma è nella misura con la quale l’apprezziamo, con la quale l’assimiliamo per la fede, con la quale penetriamo nella grandezza della sua opera e della sua persona, che noi possiamo poi parlare a Dio intelligentemente e secondo Lui.

È dunque necessario un esercizio personale del cuore per appropriarsi di queste cose; come disse Pietro, dobbiamo «Crescere nella grazia e nella conoscenza del nostro Signore e Salvatore Gesù Cristo».

In Israele, gli uni portavano tori, altri che non avevano i mezzi potevano offrire soltanto pecore o capre; e quelli che erano troppo poveri, degli uccelli. Ciascuno di questi olocausti rappresentava Cristo; ciascuno d’essi era gradito da Dio; ma l’Eterno sarebbe stato contento di chi, potendo portare un toro, avesse portato un uccello? Egli aveva detto più d’una volta: «Non compaia a vuoto davanti alla mia faccia»; e in seguito istruirà il suo popolo a riempire il loro paniere per andare al santuario (Deuteronomio 26).

È dunque importante essere in uno stato morale adatto e fare lo sforzo di trovare il tempo per approfondire queste cose, per considerarle attraverso la Parola nella presenza di Dio.

Così, particolarmente alla riunione di adorazione, non andremo con cuori vuoti, o che abbiano solo qualche vago pensiero al riguardo del Signore Gesù, ma con cuori pieni del suo amore, capaci d’offrire veri sacrifici spirituali. Condotti dallo Spirito di Dio, coloro che pregheranno daranno espressione alle azioni di grazie e alle lodi di tutta l’assemblea. E Dio, che legge nei cuori, apprezzerà tutto ciò che vi troverà del suo Figlio.

Tre pericoli ci minacciano: quello di chi, potendo portare un toro (Ebrei 5:12), s’accontentasse d’un uccello, mostrando il poco conto in cui tiene il Signore Gesù e il suo sacrificio.

E quello, ben più grave, di chi, pur avendo nel suo cuore solo l’equivalente d’un uccello, si atteggiasse a portare un toro, pronunciando frasi e usando espressioni che oltrepassano la misura della sua fede e la realtà delle sue affezioni.

Che dire di colui che, secondo Malachia 1:8, portava a Dio una bestia cieca, zoppa o malata? Corrisponderebbe a colui che ha dei pensieri, al riguardo del Signore e della sua opera, che siano frutto della propria immaginazione, contaminati dall’errore.

Facciamo dunque attenzione, in modo particolare per ciò che concerne la persona di Cristo e il suo sacrificio, di essere formati e istruiti esclusivamente dalla Parola di Dio.

È una questione di cuore. In Geremia 30:21 l’Eterno fa la domanda: «Chi disporrebbe il suo cuore ad accostarsi a me?». Noi sentiamo, occupandoci di questi capitoli, che vi sono delle profondità e delle altezze che sorpassano di molto tutto ciò che possiamo intendere; ma questo non vi scoraggi. Non val la pena fare uno sforzo? Non pagheremo noi il prezzo necessario per entrare in queste cose, condotti dallo Spirito di Dio, e per avere una comunione più concreta col Padre che ha potuto dire: «Questo è il mio diletto Figlio, ascoltatelo»? «Considera quello che ti dico, poiché il Signore ti darà intelligenza in ogni cosa. Ricordati di Gesù Cristo» (2 Timoteo 2:7).

3. L’olocausto — Levitico 1; 6:1 a 6; 7:8

Come abbiamo visto, l’olocausto, il sacrificio arso tutto intero sull’altare, viene per primo. È importante, in effetti, mettere subito in evidenza la perfezione della vittima, perfezione che non può essere apprezzata pienamente se non da Dio. Il Signore Gesù stesso l’ha detto: «Per questo mi ama il Padre, perché metto la mia vita».

Il centro e il fondamento del nostro accesso a Dio sono l’obbedienza di Cristo e il suo sacrificio. L’Israelita che s’accostava alla tenda di convegno era munito d’un’offerta perfetta, «un maschio senza difetti».

3.1 Cristo per Dio

Già per la Pasqua occorreva «un agnello senza difetto, maschio, di un anno».

1 Pietro 2:22 ci dice, del Signore Gesù, che non ha commesso peccato; mentre così facilmente noi manchiamo, Lui, in nessuna delle sue azioni, in nessuna delle sue attitudini, in nessuno dei suoi pensieri, ha commesso peccato.

Ma vi è di più: 2 Corinzi 5:21 precisa: «Egli non ha conosciuto peccato». Gesù non aveva nessuna affinità col peccato, nessuna inclinazione, nessun desiderio verso di esso, come invece constatiamo troppo sovente in noi stessi.

Più ancora, 1 Giovanni 3:5 aggiunge: «In Lui non v’è peccato». Non soltanto egli non ha commesso peccato, ma il peccato non l’ha sfiorato mai, la natura peccatrice non si trovava in Lui.

Egli è stato tentato in ogni cosa come noi, ma la Parola precisa «però senza peccare» (o senza peccato) (Ebrei 4:15).

Vogliamo la testimonianza di quelli che hanno vissuto con Lui e non erano suoi amici? Il ladrone crocifisso al suo fianco ha dichiarato: «Questi non ha fatto nulla di male».

Giuda, preso dal rimorso per averlo tradito, ritorna dicendo: «Ho tradito il sangue innocente». I suoi nemici, vedendolo sulla croce, dichiarano: «Ha salvato gli altri».

Pilato, prima di condannarlo, ripete: «Io non trovo alcuna colpa in lui». «Io sono innocente del sangue di questo giusto». Potremmo continuare nella citazione dei passi ove brilla e s’impone questa perfezione di Gesù; ma ciascuno di noi può farne un soggetto di studio da cui ricaverà vere benedizioni.

Se la vittima doveva essere presentata senza difetti, bisognava che anche l’interiore fosse manifestato come rispondente all’esteriore. Per questo essa era scorticata e poi tagliata a pezzi. Il Signore Gesù ha potuto dire per bocca del salmista: «Il mio pensiero non va al di là della mia parola»; ogni parte del Suo essere era egualmente perfetta.

Le interiora e le gambe della vittima erano in seguito lavate con dell’acqua. La Parola (l’acqua) ha messo alla prova Cristo nella sua vita e nella sua devozione fino alla morte non per togliere qualche contaminazione, ma per provare che tutto era perfetto.

Nel suo essere interiore, nei suoi intimi pensieri, nei suoi affetti, tutto è stato manifestato come pienamente corrispondente al pensiero di Dio.

Nel suo cammino — le gambe — egli ha sempre mostrato perfetta dipendenza, piena obbedienza.

Il lavaggio con acqua faceva del sacrificio ciò che Cristo era nella sua essenza, cioè puro.

La vittima senza difetto, scorticata, tagliata a pezzi, lavata, era in seguito posta sul fuoco dell’altare. Il giudizio di Dio ha messo alla prova tutto ciò che Cristo era, e tutto è stato trovato eccellente, «un odore soave all’Eterno».

Gesù ha offerto se stesso; ha incontrato il giudizio di Dio. Durante le ore di tenebre, le donne e i discepoli che si erano riuniti ai piedi della croce si allontanarono e «riguardavano da lontano».

Dio solo può apprezzare pienamente l’eccellenza della persona del suo Figlio e il valore del suo sacrificio; ma se noi non possiamo comprendere pienamente, la nostra parte benedetta è di contemplare e adorare.

3.2 Graditi per mezzo di Lui

Coloro che si avvicinavano all’ingresso della tenda di convegno, coscienti di non essere in loro stessi adatti alla presenza di Dio, si erano provvisti di un’offerta perfetta. È a motivo d’essa che osavano avvicinarsi «per essere graditi davanti all’Eterno».

Non si tratta, nell’olocausto, di perdono dei peccati, né di purificazione, ma dell’apprezzamento, nel limite delle nostre possibilità, del valore che ha per Dio un’offerta perfetta come è stato Cristo.

«Egli poserà la sua mano sulla testa dell’olocausto». Non soltanto occorreva portare un’offerta perfetta, ma bisognava identificarsi in lei, dire in qualche modo mediante quel gesto: È questa che sarà gradita al mio posto, che fa la propiziazione. Giovanni afferma: «Quale egli è, tali siamo anche noi» (1 Giovanni 4:17). Dio ci vede in Cristo; Egli ci ha resi graditi nell’amato suo, ci riceve come riceve il suo Figlio (*).

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(*) Abbiamo un esempio nell’epistola a Filemone. Onesimo, schiavo, fuggito dal suo padrone Filemone, entrò in contatto con Paolo, prigioniero, e fu condotto al Signore. Si trattava, allora, di rinviare lo schiavo al suo padrone, ma come lo avrebbe accolto? Paolo intercedette affinché Filemone ricevesse Onesimo così come Cristo si adoperò perché Dio ci ricevesse. È scritto: «Se ti ha fatto alcun torto o se ti deve qualcosa, addebitalo a me... Io lo pagherò». Queste parole ricordano il sacrificio per il peccato.

Il Signore Gesù risponde di tutte le nostre colpe; è Lui che ha pagato il debito dei nostri peccati. Ma il fatto che l’eventuale danno fosse addebitato a Paolo, non rendeva necessariamente Onesimo gradito a Filemone; tutt’al più un ostacolo alla sua riaccettazione era stato tolto perché Paolo avrebbe pagato. Filemone non poteva rifiutarsi di ricevere Onesimo. Noi troviamo qui l’equivalenza di 1 Giovanni 4:17: «Se tu mi tieni per consocio, ricevilo come faresti di me». L’apostolo stesso era stato molto gradito a Filemone; che l’aveva ricevuto con le braccia aperte; egli doveva dunque ricevere Onesimo come aveva ricevuto Paolo. Così Dio ci riceve come ha ricevuto il suo Figlio. «Quale Egli è, tali siamo anche noi».
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In questo modo, perdendo di vista ciò che noi abbiamo fatto e ciò che noi siamo, possiamo presentarci davanti a Dio, non a vuoto, non con i frutti del nostro lavoro, ma in Cristo.

Quando colui che offriva il sacrificio posava la sua mano sulla testa della vittima, era come se i meriti dell’offerta passassero sull’adoratore; il Signore Gesù è stato gradito al mio posto. Al mio posto soltanto? No; al posto di tutti i miei fratelli, di tutti i riscattati del Signore, chiunque essi siano, malgrado la loro ignoranza, i loro errori (certamente non più grandi dei miei). Sappiamo dunque sempre vedere i figli di Dio «in Cristo», resi perfetti come Lui stesso!

Dopo aver portato la sua offerta e averle posato la mano sulla testa, essendo così gradito, l’Israelita avrebbe potuto ritornarsene? In nessun modo. Doveva egli stesso sgozzare la vittima! Bisogna che ogni adoratore abbia un profondo sentimento della necessità della morte di Cristo. Per compiere l’opera che il Padre gli aveva affidato, non era sufficiente che Egli fosse perfetto nella sua vita, pienamente gradito a Dio, ma occorreva che Egli morisse: «Non bisognava che il Cristo soffrisse queste cose...?» (Luca 24:26). Sul monte della trasfigurazione, tutto era gloria e luce, ma di cosa conversavano Mosè ed Elia con Gesù? «Della dipartenza che Egli stava per compiere in Gerusalemme».

L’adoratore doveva andare oltre: scorticava l’offerta e la tagliava a pezzi.

Per poterle presentare a Dio nell’adorazione, occorre approfondire le perfezioni del Signore Gesù, contemplare che non solo nell’esteriore Egli è stato perfetto, ma anche nei suoi pensieri, nel suo intimo. Egli ha pienamente glorificato Dio. I nostri cuori così esercitati potranno allora, condotti dallo Spirito, offrire a Dio dei sacrifici spirituali che ricordano un po’ meglio ciò che il suo Figlio è stato per Lui.

Ciò che era direttamente in rapporto con l’altare, era riservato ai sacerdoti, figli di Aaronne. Un sacerdote, come abbiamo detto, è una persona spirituale che vivendo presso Dio comprende ciò che Gli è dovuto. I sacerdoti «offriranno il sangue e lo spargeranno tutt’intorno sull’altare»(Levitico 1:5); è il valore infinito del sangue di Cristo che è entrato nella morte per compiere sino in fondo la volontà di Dio. I sacerdoti «accomoderanno delle legna sul fuoco... disporranno quei pezzi, la testa e il grasso, sulle legna messe sul fuoco. E faranno fumare ogni cosa sull’altare».

Noi non possiamo penetrare a fondo in ciò che è stato Cristo sotto il giudizio di Dio, nel modo in cui, per esempio, il Salmo 22 ce lo presenta; ma possiamo, in preghiera, considerare queste cose e questo salirà a Dio come un profumo soave.

Efesini 5:2 precisa, prima di tutto: «Cristo ci ha amati e ha dato se stesso per noi»; è la nostra parte. In seguito si è dato «in offerta e sacrificio a Dio, qual profumo di odor soave»; è la parte di Dio, è l’olocausto.

3.3 L’offerta di bestiame minuto (capre e pecore)

Non tutti gli Israeliti portavano dei tori; i più poveri potevano offrire un agnello o un capretto.

Molti dettagli dei versetti da 10 a 13 del cap. 1 corrispondono al paragrafo precedente, ma alcuni particolari mancano.

L’adoratore non posava la sua mano sulla testa della vittima.

Egli era cosciente della perfezione dell’offerta ma non si identificava con essa. Molti figli di Dio sanno che Cristo è stato perfetto in ogni cosa ma non hanno afferrato, mediante la fede e per la grazia di Dio, che «come Egli è tali siamo anche noi».

L’Israelita non scorticava più la sua offerta; qui non c’è la medesima contemplazione delle perfezioni interiori del Signore Gesù.

Ma se la visione di Cristo è meno completa, meno chiara, essa è, tuttavia, reale e l’offerta bruciata sull’altare è «un olocausto», un sacrificio fatto mediante il fuoco, un profumo gradito all’Eterno.

3.4 L’offerta d’uccelli

Ecco un’offerta più scarsa ancora. L’adoratore desiderava accostarsi, secondo i suoi mezzi, e portava ciò che poteva, un’offerta che non era senza difetto (e dunque occorreva togliere «il gozzo con quel che contiene»).

Non è più l’adoratore che sgozza o che scortica, è il sacerdote che fa quasi tutto; le interiora della vittima non sono apprezzate; l’uccello è soltanto spaccato e non diviso; non si entra in dettaglio nelle perfezioni di Cristo.

Tuttavia, se l’adoratore era debole, il sacerdote sapeva mettere in evidenza questa offerta ed esprimere quello che era vago nello spirito e nel cuore di colui che si era appressato alla tenda di convegno.

In ogni modo, malgrado la debolezza, la povertà, il nostro capitolo dichiara espressamente: «È un olocausto, un sacrificio di soave odore, fatto mediante il fuoco all’Eterno». Pensiero consolante, che ci invita a non scoraggiarci: se debole e piccola è l’offerta, essa è tuttavia gradita a Dio, perché in un modo o nell’altro gli è stato presentato il suo Figlio diletto.

Ma bisogna fare dei progressi spirituali: se un «bambino in Cristo» non porta che un uccello, un «giovane» (secondo 1 Giovanni 2) porterà un agnello e un «padre» un toro.

Ma attenzione: si può aver fatto progressi nelle cose di Dio, essere stati in grado di portare un toro e poi, a motivo della mancata comunione col Signore e della poca vigilanza, ricadere in uno stato pratico che non ci permette di portare a Dio che un agnello o un paio di uccelli.

Se è importante fare dei progressi nella grazia e nella conoscenza del Signore e Salvatore Gesù Cristo, è altresì capitale vegliare sul nostro cammino e togliere tutto ciò che ostacola la nostra comunione con Dio.

3.5 Tutta la notte

In Levitico 6:8-13 è ripetuto più di una volta che l’olocausto doveva rimanere sulle legna accese sopra l’altare tutta la notte, fino al mattino, e il fuoco dell’altare sarebbe stato tenuto acceso continuamente; non si doveva lasciarlo spegnere.

Cristo si è offerto una volta per tutte, e il suo sacrificio non dovrà mai essere ripetuto; ma il ricordo della sua offerta, il profumo dell’olocausto, sale continuamente davanti a Dio dal cuore dei suoi riscattati durante la notte della sua assenza.

Com’è prezioso per il cuore del Padre vedere, in questo mondo di tenebre, dei cuori che apprezzano l’opera del suo Figlio e che fanno salire del continuo davanti a Lui, mediante la lode, questo, odore soave del suo sacrificio.

Il Salmo 134, l’ultimo dei canti dei pellegrinaggi, ci dice: «Ecco, benedite l’Eterno, voi tutti servitori dell’Eterno, che state durante la notte nella casa dell’Eterno!».

E se durante la notte della sua assenza il fumo dell’olocausto sale continuamente come un profumo soave davanti a Dio, il suo valore non cesserà mai di essere gradito davanti a Lui quando tutti i riscattati attorno al trono canteranno il cantico nuovo.

4. L’offerta di focaccia o l’oblazione — (Levitico 2 e 6:7-16)

4.1 Generalità

Nell’offerta di focaccia non è questione né di vittima sgozzata, né di sangue sparso, né di propiziazione, né di peccato.

Queste offerte «non saranno poste sull’altare come offerte di soave odore» (vers. 12).

Questo capitolo non ci parla dunque della morte del Signore Gesù, ma della sua vita, della sua umanità perfetta. Vi è la perfezione personale di Cristo, oggetto e nutrimento del nostro cuore, ma prima di tutto profumo soave che sale verso Dio il quale ha trovato in Lui ogni soddisfazione. Vi è la devozione assoluta a Dio di tutte le facoltà di un uomo che vive quaggiù, il suo intero essere offerto a Dio durante tutta una vita di totale obbedienza.

L’oblazione di focaccia era offerta insieme all’olocausto (vedere, per esempio, Numeri 28 e 29).

Nel sentimento d’essere stato gradito — in relazione con l’olocausto — l’adoratore può presentare l’offerta di focaccia, cioè presentare a Dio la vita perfetta di Cristo, uomo sulla terra, e nutrirsene egli stesso.

Se consideriamo la vita di Cristo nelle sue svariate perfezioni e la volessimo paragonare alla nostra, potremo scoraggiarci perché la differenza è infinita, ma, con la sicurezza di essere «graditi in Lui», noi abbiamo il diritto di dimenticare noi stessi, di dimenticare i nostri peccati, di dimenticare ogni cosa e guardare a Gesù soltanto; vederlo così, nella perfezione di ogni dettaglio della sua vita, diviene allora una gioia profonda per l’anima e verso Dio un soggetto di adorazione sempre nuovo.

Ogni mattina e ogni sera, in Israele, si offriva sia l’olocausto, sia l’oblazione di focaccia (Numeri 28).

Non possiamo, all’inizio e alla fine delle nostre giornate, ringraziare Dio per il Signore Gesù, e non soltanto per tutto il bene che Egli ci dona con Lui? Ma ricordiamoci sempre che l’offerta di focaccia era «cosa santissima tra i sacrifici fatti mediante il fuoco all’Eterno» (Levitico 2:10) e doveva essere mangiata «in un luogo santo».

Tutto ciò che concerne la persona di Cristo, che si tratti della sua divinità o della sua umanità, deve sempre essere considerato con la più grande riverenza senza mischiarvi alcuna altra considerazione proveniente dai nostri cuori naturali.

In 1 Pietro 2:21-24 ci è mostrata questa unione della vita perfetta di Cristo, modello per noi, e della sua morte espiatoria.

L’una non può essere separata dall’altra; molti vorrebbero vedere in Gesù un modello da imitare ma scartano ogni idea di «espiazione» del suo sacrificio. Ma questi pensieri sono completamente estranei alla Parola di Dio.

4.2 Elementi dell’offerta di focaccia

a) Il fior di farina

Il fior di farina rappresenta l’umanità di Cristo, perfetta in tutti i dettagli; così Egli è stato sulla terra per il beneplacito di Dio, nella sua vita, nella sua morte e nella sua risurrezione! Il fior di farina è fine, puro, bianco. In Cristo uomo tutto era armonia, e nessuna delle sue qualità era minore delle altre. Egli poteva a volte usare grazia, a volte riprendere il male; Egli sapeva consolare e correggere; sapeva come comportarsi nella casa del Fariseo e nel focolare di Betania.

Dobbiamo imparare a vedere la persona di Gesù come la vedeva il Battista che guardando Gesù disse: «Ecco l’Agnello di Dio».

Non contempleremo mai troppo la vita di «Gesù di Nazareth; come Dio l’ha unto di Spirito Santo e di potenza; e come Egli è andato attorno facendo del bene e guarendo tutti coloro che erano sotto il dominio del diavolo, perché Dio era con Lui» (Atti 10:38).

Nei Salmi impariamo a conoscere le perfezioni intime del Suo essere, soprattutto nel primo libro che ce lo presenta uomo sulla terra; afflitto e povero ma che pone sempre Dio davanti a tutto; che prende il suo piacere nei santi, gli eccellenti della terra; che persevera nel suo servizio; che non cela la bontà e la verità di Dio nella grande assemblea, e che parla della Sua fedeltà e della Sua salvezza. Vi vediamo l’uomo ubbidiente, dipendente, pieno di fiducia in Dio, interamente dedicato alla Sua gloria.

b) L’olio

L’offerta era intrisa d’olio, e unta d’olio, come il Signore Gesù fu concepito dallo Spirito Santo, poi unto dallo Spirito Santo al battesimo di Giovanni e ripieno di Spirito Santo all’inizío del suo ministerio (Matteo 1:20; Luca 3:22; 4:1, 14).

Sui discepoli, nel giorno della Pentecoste, lo Spirito discese come lingue di fuoco. Vi doveva essere in loro la potenza per il servizio e Colui che li avrebbe guidati «in tutta la verità».

Lo Spirito aveva in loro molte cose da giudicare e purificare. Quanti pensieri errati, quante abitudini devono in noi essere consumate dal fuoco dello Spirito!

Niente di tutto questo in Cristo. Per questo lo Spirito discese su di Lui come una colomba, simbolo dell’innocenza come si addiceva all’Uomo perfetto.

c) L’incenso

L’incenso versato sull’offerta di focaccia era interamente bruciato sull’altare. Esso rappresenta tutta la soddisfazione che Dio ha trovato nella vita del suo Figlio sulla terra. «Il tuo nome è un profumo che si spande» (Cantico dei Cantici 1:3; Giovanni 12:3).

Tutto ciò che Gesù faceva era per Dio e non per essere approvato dagli uomini.

Cristo era fedele, ed era disprezzato e contraddetto; era semplice, e non lo stimavano; ma l’accoglienza che trovava non provocava in Lui nessun risentimento, poiché faceva ogni cosa unicamente per Dio. Dinanzi alla moltitudine o con i suoi discepoli o in presenza dei suoi giudici iniqui, niente alterò la perfezione delle sue vie perché in tutte le circostanze Egli faceva ogni cosa per Dio. L’incenso del suo servizio, del suo cuore e dei suoi affetti era per Dio e saliva continuamente davanti a Lui.

4.3 L’azione del fuoco

«Ma piacque all’Eterno di fiaccarlo coi patimenti» (Isaia 53:10). Che vuol dire questa frase? Perché piacque a Dio di fiaccarlo? Queste sono le profondità inesplorabili del mistero divino: Dio ha dato il suo unico Figlio.

Cristo doveva essere mostrato perfetto anche nella sofferenza.

Se nella sua infanzia, perfettamente sottomesso, se nel suo ministerio, pieno di compassione, non avesse incontrato né sofferenza né opposizione si sarebbe potuto dire: È molto facile essere perfetti quando tutto va bene. Noi lo sappiamo per esperienza: vivere con persone comprensive e gradevoli, facilita molte cose; ma doversi trovare, giorno dopo giorno, con persone spiacevoli, mette alla prova anche il cristiano più devoto.

Occorreva dunque che l’offerta di focaccia fosse sottoposta all’azione del fuoco, e questo in tre modi: nel forno, sulla gratella, in padella (cap. 2 vers. 4, 5, 7).

Il forno ci parla delle sofferenze segrete che ha provato il Signore Gesù nella sua vita. Cosa non ha sofferto alla vista del male e della morte! Egli pianse. «Disprezzato e abbandonato dagli uomini, uomo di dolore, familiare col patire, pari a colui dinanzi al quale ciascuno si nasconde la faccia, era spregiato e noi non ne facemmo stima alcuna» (Isaia 53:3).

Ci rendiamo conto di ciò che ha dovuto provare il Signore rigettato dal suo popolo? Se facessimo visita ad un malato, avendo rinunciato ad un’occupazione più gradevole per trovare il tempo, e gli portassimo un dono, quale sarebbe la nostra reazione se egli rifiutasse di riceverci, dicendo: Questo visitatore non mi piace? Quanto ha lasciato il Signore di gloria per venire in mezzo al suo popolo, e quale benedizione infinitamente più grande egli portava con sé!

«È venuto in casa sua e i suoi non l’hanno ricevuto». Sofferenze dell’amore misconosciuto! «Mi hanno odiato senza cagione». «Essi mi hanno reso male per bene, e odio in cambio del mio amore» (Salmo 69:4; 109:5).

E che dire dell’incomprensione dei suoi discepoli? Come sappiamo, aveva «incominciato» a parlar loro della sua morte; poi, per strada, aveva provato di nuovo ad ammaestrarli su questo soggetto; salendo a Gerusalemme, Egli parla un’ultima volta lungo il cammino di ciò che l’attende, ma essi non comprendono. In Getsemani egli prende i tre discepoli più intimi, quelli che avevano visto la sua gloria, quelli che avevano assistito alla risurrezione della figlia di Jairo, e domanda loro di vegliare un’ora con lui, ma essi si addormentano e la voce triste del Signore deve dire a Pietro: «Non sei stato capace di vegliare un’ora sola»!

Gesù ha sofferto profondamente per il tradimento di Giuda e vediamo nell’Evangelo la pena che egli provò per il rinnegamento di Pietro: lo sguardo che dirige verso di lui, ricorda al discepolo tutto l’amore del suo Maestro.

Il Signore ha sperimentato dolorosamente, come uomo, ciò che significava dover morire alla metà della sua vita: «Egli ha abbattuto le mie forze durante il mio cammino; ha accorciato i miei giorni: ... Dio mio non mi portar via nel mezzo dei miei giorni» (Salmo 102:23-24). «Ora è turbata l’anima mia; e che dirò? Padre, salvami da quest’ora?» (Giovanni 12:27).

E in Getsemani, ancora, quando nell’angoscia della lotta egli prega più intensamente e il suo sudore diventa come dei grumi di sangue che cadono in terra, egli dice: «Padre mio, se è possibile, passi oltre da me questo calice!» (Matteo 26:39).

La gratella ci parla delle prove pubbliche che ha subìto il Signore. Noi lo vediamo, uomo affaticato, seduto al pozzo di Sichar oppure addormentato nella barca malgrado la tempesta. Rientrati a casa stanchi, Gesù e i discepoli non potevano neppure mangiare il loro pane perché la folla si riuniva di nuovo. Ma più ancora, per tutto il suo cammino, egli incontrò «la contraddizione dei peccatori contro di lui», l’inimicizia dei Farisei che lo ingiuriavano dicendo: «Egli caccia i demoni per l’aiuto del principe dei demoni».

Poi ci furono le percosse, gli sputi, le frustate e la croce.

La padella in cui veniva cotta l’offerta — che potrebbe corrispondere all’olocausto d’uccelli — sembra presentare una comprensione più vaga e meno netta delle sofferenze di Cristo, perché noi, chi più chi meno, penetriamo poco in questo soggetto.

4.4 La parte du Dio nell’offerta

«Una manata piena del fior di farina spruzzata d’olio, con tutto l’incenso» (cap. 2:2).

In tutta la sua vita Cristo fu un’offerta a Dio. Adamo, nella sua innocenza, aveva goduto dei favori di Dio e lo ringraziava o avrebbe dovuto farlo; ma Adamo, sebbene nell’innocenza, non era come un’offerta per Dio.

Era l’essenza della vita di Cristo l’essere un’offerta a Dio: santo, essenzialmente separato da tutto ciò che lo circondava, consacrato a Dio, vivente nella potenza dello Spirito.

4.5 La parte dei sacerdoti

Tutto il resto era per loro. Potevano nutrirsi di questa perfetta offerta, ma dovevano farlo in un luogo santo, lontani dai pensieri e dai rumori del mondo, e ricordandosi sempre che «è una cosa santissima».

Occuparsi di Cristo santifica e trasforma alla sua immagine. Ogni nutrimento forma l’essere interiore; assimilato in noi esso dà un’impronta all’intera personalità.

Abbiamo incontrato degli uomini o delle donne nei quali si denota, al primo sguardo, che vivono nella contaminazione; si sono nutriti e vi trovano la soddisfazione del loro essere interiore, e a poco a poco il loro aspetto, il loro viso, la loro attitudine ne portano l’impronta.

Non è lo stesso del cristiano? La presenza di Cristo nel suo cuore, non porterà la pace e la gioia anche sul suo volto? «Contemplando la gloria del Signore, siamo trasformati nella stessa immagine di Lui»(2 Corinzi 3:18); non solo la gloria del Signore nel cielo, ma innanzi tutto la gloria morale che ha brillato nella sua vita sulla terra. Non si tratta di osservare regole od ordinanze, ma d’essere trasformati mediante il rinnovamento delle nostre menti (Romani 12:2; Efesini 4:23): opera interiore fatta dal nutrimento che noi prendiamo, sotto l’azione dello Spirito che ci comunica ciò che è di Cristo.

Nel deserto, ogni mattina il popolo raccoglieva la manna: figura di Cristo pane vivente disceso dal cielo, nutrimento del suo popolo nel cammino, per il suo incoraggiamento e la sua forza.

Nel santuario, i sacerdoti si nutrivano anche dell’offerta di focaccia (perfezione della vita di Cristo); al fine d’essere resi capaci di esercitare il loro servizio verso Dio.

Il sommo sacerdote stesso doveva presentare ogni mattina e sera un’offerta di focaccia particolare, completamente arsa sull’altare: tutto il suo servizio era come avvolto dalla perfezione di Cristo, marchiato dal suo sigillo (Levitico 6:19-23).

4.6 Il lievito e il miele

Entrambi erano esclusi dall’offerta di focaccia.

Il lievito ci parla dell’influenza che ha l’importanza personale, l’orgoglio, l’ipocrisia che vuol fare apparire ciò che non è. È il male che gonfia la pasta, che la corrompe. Non vi era lievito in Cristo; anzi, egli poteva smascherare quello dei Farisei e dei Sadducei. Nessun lievito doveva far parte dell’offerta sull’altare. Anche ciò che il sacerdote mangiava, non doveva essere cotto con il lievito (Levitico 6:17).

Facilmente, anche nel nostro apprezzamento della vita perfetta di Cristo, si mescola una importanza personale: credere di saperne più degli altri, e il pericolo di dire più di quanto sentiamo, di ripetere ciò che abbiamo letto ma non assimilato!

Il miele ci parla delle affezioni naturali, dei sentimenti amabili dell’uomo che possono esistere anche senza la vita di Dio.

Il miele che raffigura questi sentimenti che, santificati dalla grazia, sono desiderabili, e anche necessari fra noi, non faceva parte dei sacrifici; in particolare il sentimentalismo deve essere escluso dalla nostra adorazione.

4.7 Il sale del patto

Il sale rappresenta, in primo luogo, la forza preservatrice di ciò che è divino, la potenza santificante che ci tiene separati dalla corruzione. Il sale non mancava mai nella vita di Cristo; egli esortava anche i suoi discepoli ad avere del sale in loro. Come è diverso l’ambiente quando si trovano dei credenti che non hanno paura di mostrare la loro bandiera e di rendere testimonianza per il bene e contro il male; molti non oseranno comportarsi alla loro presenza come quando non ci sono. «Il vostro parlare sia sempre con grazia, condito con sale» (Colossesi 4:6).

Ma «il sale del patto» ci fa pensare anche alla fedeltà necessaria alla relazione che Dio ha stabilito con i suoi. La vita deve essere messa in accordo con l’offerta. Bisogna avere il desiderio di riflettere Cristo e non contraddirlo nel nostro cammino, nelle nostre parole e anche nelle nostre lodi.

Senza dubbio avvertiremo sempre come siamo lontani dalla vera offerta di focaccia, ma ciò che conta è la decisione del cuore. Potremo noi parlare, con belle frasi, di tutta la devozione di Cristo agli interessi del Padre, della sua obbedienza, delle sue compassioni, della sua bontà, per poi, poco dopo, mostrarci duri e sprezzanti verso i nostri fratelli, pronti solo a perseguire i nostri interessi personali?

«Non lascerai la tua oblazione mancar di sale, segno del patto del tuo Dio» (Levitico 2:13).

Possiamo veramente nutrirci di questa offerta di focaccia. Si insegnano anche ai bambini gli episodi degli evangeli, si raccontano i miracoli del Signore e le parabole che ha raccontato; tutto questo è bene, ma nutrirsi di Lui è altra cosa. Occorre vederlo con gli occhi del cuore, sentire nell’anima nostra un poco di ciò che egli ha sentito; bisogna, in certa misura, entrare nella comunione delle sofferenze dell’Uomo di dolori.

5. Il sacrificio per il peccato e il sacrificio di riparazione — (Levitico cap. 4; 5; 6:17-7:7)

5.1 Generalità

I sacrifici per il peccato e di riparazione non erano lasciati alla discrezione di Israele; c’erano delle offerte obbligatorie allorché si aveva mancato: «Se qualcuno ha peccato... menerà la sua offerta...». Non è dunque un adoratore che viene all’altare con il desiderio d’essere gradito o per esprimere la sua riconoscenza e per gioire della comunione con Dio, ma è un colpevole che s’appressa al fine d’essere perdonato.

Non vi è altro mezzo che il sacrificio per togliere il peccato. Il Salmo 49 vers. 7 ci dice: «Nessuno può in alcun modo redimere il fratello, né dare a Dio il prezzo del riscatto d’esso».

Né le nostre lacrime, né i nostri atti di contrizione, né quelli dei nostri fratelli per noi, potranno cancellare il peccato agli occhi di Dio. «Senza spargimento di sangue non c’è remissione... ma ora Cristo... una volta sola è stato manifestato per annullare il peccato con il suo sacrificio» (Ebrei 9:22-26).

La confessione (Levitico 5:5-6) e il risarcimento del danno (Levitico 5:16), o la restituzione (Levitico 6:4), non bastavano; erano necessari per i peccati considerati in questi capitoli ma per nulla sufficienti.

Così, al cap. 6 vers. 5, oltre alla restituzione con un quinto in più, occorreva portare «per l’Eterno» il proprio sacrificio di riparazione.

5.2 La gravità del peccato

Dio non lascia passare nulla; può perdonare tutto e tutto purificare, ma non può lasciar passare il benché minimo peccato.

Il peccato, anche se nascosto agli occhi di chi lo commette, non è assolutamente nascosto a Dio.

Mosè dichiara alle due tribù e mezza che non han voluto andare alla conquista del paese di Canaan: «Il vostro peccato vi troverà».

I fratelli di Giuseppe hanno creduto per vent’anni che il loro padre non venisse mai a conoscere il loro crimine, ma Dio lo ha messo in luce.

Acan pensava d’aver ben nascosto nella sua tenda il mantello di Scinear, l’argento e la verga d’oro, ma il suo peccato lo ha ritrovato.

Habacuc (cap. 1 vers. 13) dichiara: «Tu... hai gli occhi troppo puri per sopportar la vista del male, non puoi tollerare lo spettacolo dell’iniquità». Dio non ignora nulla; il male, per nascosto che sia a nostro parere, è sempre «il male» per Lui: «Tutte le cose son nude e scoperte dinnanzi agli occhi di Colui al quale abbiam da render ragione» (Ebrei 4:13).

Dio non giudica il peccato secondo la stima che possiamo fare noi, ma secondo le sue esigenze.

Occorre, per renderci felici alla sua presenza, che Egli giudichi il male, tutto il male, in modo di escluderlo completamente da questa presenza.

Dio governa in modo che può lasciare, per molto tempo, delle cose impunite; ma nella nostra relazione con Lui nessuna comunione è possibile se il male non è stato riconosciuto, confessato e perdonato.

5.3 Peccato e colpa

Il capitolo 4 del Levitico ci parla dei peccati contro uno dei comandamenti dell’Eterno.

Potevano essere commessi dal sacerdote (versetti 2-12) o da tutta l’assemblea (vers. 13-21) o ancora da un capo (vers. 22-26) o da qualcuno del popolo del paese (vers. 27-35).

Nei due primi casi, che interrompevano il servizio di Dio, bisognava offrire un toro, e il sangue della vittima era presentato nel luogo santo e si faceva «aspesione di quel sangue sette volte davanti all’Eterno, di fronte al velo». Il sangue era anche messo sui corni dell’altare d’oro ove veniva offerto l’incenso e tutto il resto versato ai piedi dell’altare degli olocausti. L’animale veniva bruciato tutto intero, non sull’altare di rame, ma — dopo che era stato prelevato il grasso che solo era fatto fumare sull’altare dell’olocausto — la pelle del toro, tutta la sua carne con la testa, le gambe e le interiora, con gli escrementi erano arsi fuori del campo.

Gesù ha sofferto fuori della porta di Gerusalemme; non vi era «nel campo» posto per Lui come sacrificio per il peccato. È per questo che i credenti devono uscire verso Lui fuori del campo, fuori di tutto ciò che religiosamente rinnega il suo sacrificio per il peccato.

Quando un capo o qualcuno del popolo del paese aveva peccato, doveva portare un becco o una capra; il sangue era posto sui corni dell’altare degli olocausti e il sacrificio mangiato dal sacerdote.

Abbiamo nel Levitico tre tipi di sacrifici per il peccato:

Il sacrificio della festa annua del gran giorno delle espiazioni, stabiliva il fondamento delle relazioni di Dio con il suo popolo e consentiva a Dio d’esercitare la sua pazienza nel sopporto dei peccati d’un anno intero. Grazie a questo sacrificio, Dio dimorava in mezzo a loro. Questa è una figura del sacrificio di Cristo, offerto una volta per tutte, ma che conserva davanti a Dio eternamente il suo valore.

Vi è anche, in un certo senso, la figura d’un’anima condotta al Signore e che afferra il fatto che Cristo ha tolto il suo peccato. La nuova nascita, o conversione, non avviene due volte; certamente si faranno dei progressi nella conoscenza del valore dell’opera di Cristo, ma è una volta per sempre che si diviene figli di Dio. Se si pecca dopo aver creduto, non si ha bisogno di ristabilire la relazione, ma la comunione con Dio. Un figlio disubbidiente rimane figlio, ma non gode più di questa relazione.

Il sacrificio per il peccato del sacerdote «unto» o dell’intero popolo: il servizio di Dio è interrotto e quindi la comunione di tutto il popolo. Per questo il sangue doveva essere portato dinnanzi al velo ove si faceva l’aspersione non una volta ma sette volte, e sull’altare dei profumi.

La vittima era bruciata fuori del campo. Soltanto così poteva essere ristabilito il servizio del santuario.

Il sacrificio per il peccato di un individuo, capo o semplice Israelita: è qui interrotta la comunione personale. Il sangue è messo sui corni dell’altare dell’olocausto e versato al piede di questo altare; la vittima era mangiata dal sacerdote.

È l’esempio d’un credente, un figlio di Dio, che ha peccato e la cui comunione con il Signore è stata interrotta; questa comunione è ristabilita dal fedele servizio del Signore come avvocato, che agisce con la Parola sulla coscienza; così il colpevole è condotto alla confessione del suo peccato, e se è il caso, riparerà il danno recato al prossimo e soprattutto riprenderà consapevolezza del valore del sacrificio di Cristo, propiziazione per i nostri peccati sempre efficace davanti a Dio.

In tutti i casi, nove volte di seguito, è espressamente dichiarato: «Gli sarà perdonato».

5.4 La responsabilità è in proporzione ai privilegi ricevuti

In effetti, se il sacerdote aveva peccato oppure tutta la radunanza, bisognava portare un toro; un capo del popolo presentava un becco; uno del popolo portava una capra. In altri casi, chi non aveva possibilità per dare un agnello, poteva presentarsi con due uccelli od anche con due decimi d’efa di fior di farina.

Più la responsabilità è grande, perché si è ricevuto molto dal Signore, perché si sono fatti dei progressi nelle cose di Dio, più grande è l’apprezzamento dell’opera di Cristo che ogni restaurazione implica.

Un capo rappresenta uno che ha avuto cura dell’ordine fra il popolo di Dio, o che è stato occupato nel servizio del Signore. Si comprende quindi come la sua responsabilità sia maggiore di quella di un semplice credente; ma in nessun caso questa maggior responsabilità deve essere per un figlio di Dio motivo per tenersi indietro, quando si tratta degli interessi del Signore, sia nel servizio, sia nell’assemblea. Se il Signore chiama, con la sua grazia provvederà e risponderà all’accresciuta responsabilità.

Non è necessario avere prima un lungo periodo di pentimento; non ci è detto che il sommo sacerdote per sei mesi, o un capo per tre mesi, o qualcuno del popolo per un mese, dovesse piangere sui suoi errori e in seguito portare l’offerta! No; è da quando ci si riconosce colpevoli che bisogna venire con l’offerta!

Il vero giudizio di se è prodotto non tanto pensando molto al proprio peccato (quantunque ciò sia valido; vedere Salmo 51:3), ma considerando davanti a Dio ciò che è costato a Cristo prendere su di sé questo peccato e toglierlo.

Giovanni ci parla nella sua epistola di tre classi di credenti: i figliuoletti, i giovani e i padri; un padre, quando ha mancato, deve avere una consapevolezza molto più profonda dell’opera di Cristo, accompagnata da un reale giudizio di se stesso, ma non può essere così di un bambino.

Nel caso del peccato di un capo o di un semplice Israelita, il sacrificio non era bruciato fuori del campo, ma mangiato dal sacerdote. In un certo senso è il cuore di Cristo che assume la nostra causa quando noi cadiamo: Egli prende cura delle sue pecore.

Il sacerdote non aveva commesso il peccato, ma s’identificava completamente con esso.

Cristo ha fatto suoi i nostri peccati; il suo sacrificio e lo spargimento del suo sangue sono fatti compiuti e non saranno mai più rinnovati, ma sono il fondamento del suo servizio attuale d’intercessione come nostro avvocato presso il Padre (1 Giovanni 2).

In un altro senso, è anche la parte dei suoi, come sacerdoti, di identificarsi, mediante la comunione dei cuori e la simpatia, con il peccato altrui, o piuttosto con l’opera di Cristo per il peccato. Non lo possiamo fare che nella veste di sacerdoti e con il sentimento della gravità del peccato, messo a riscontro con l’opera di cui esso è l’oggetto. Questo dà un profondo sentimento di ciò che è costato a Cristo il togliere il peccato.

Occorre anche ricordare che il peccato del nostro fratello può prodursi anche in noi a motivo di ciò che siamo noi stessi nella nostra carne: «E bada a te stesso che anche tu non sia tentato».

5.5 Peccati specifici

Levitico 5:1 ci presenta la «reticenza del testimone». Si può tacere un male che deve essere messo in luce. Non bisogna sparlare e raccontare i falli dei nostri fratelli, ma vi sono dei casi particolari in cui, «avendo udito la voce di scongiuro», occorre parlare.

È molto più frequente il mancare di rendere testimonianza al bene, a ciò che abbiamo «veduto e udito», piuttosto che il contrario.

1 Pietro 3:15 dice: «Pronti sempre a rispondere a vostra difesa a chiunque vi domanda ragione della speranza che è in voi». Non abbiamo sovente mancato di rispondere a una tale «voce di scongiuro»? Avremmo avuto l’occasione d’essere d’aiuto a un’anima, avremmo avuto possibilità di rendere testimonianza di Cristo, ma ci siamo tirati indietro! Se il caso era chiaro e noi l’abbiamo respinto, la parola di Levitico s’applica anche a noi: «Porterà la pena della sua iniquità».

I versetti 2 e 3 presentano il caso d’impurità, di mancanza di separazione dal male sia fuori, sia dentro la casa. I contatti inutili con il mondo ci contaminano, ad esempio quando andiamo dove non è posto per noi, o quando lasciamo che le cose del mondo penetrino nella nostra casa. Amicizie nel mondo, associazioni con gl’increduli, libri e riviste, immagini impure, filosofie contrarie alla parola di Dio, sono contaminazioni di carne e di spirito (2 Corinzi 7:1).

«Quando viene ad accorgersene è colpevole» (vers. 3).

Tutto questo interrompe la nostra comunione con Dio; se talvolta noi sentiamo poco desiderio di pregare o non godiamo della Parola, non è spesso perché qualche mancanza in noi è «rimasta nascosta» contristando così lo Spirito Santo? Egli ci aiuta a prenderne coscienza, affinché questi mali siano giudicati e quindi perdonati. Il versetto 4 condanna le «parole leggere». Si sente spesso «giurare di fare del male», cioè proferire delle minaccie anche se non verranno poi messe in pratica. Meglio sarebbe stato tacere; ricordiamocene anche nell’educazione dei nostri figli! Oppure promettere di fare del bene e non mantenere poi la promessa. Il fallo è innanzitutto nella leggerezza. «Se uno non falla nel parlare, esso è un uomo perfetto» (Giacomo 3:2).

Cosa fare in questo caso? «Quando uno dunque si sarà reso colpevole di una queste cose, confesserà il peccato che ha commesso». È l’insegnamento di 1 Giovanni 1:9: non soltanto chiedere perdono al Signore d’avere sparlato, o di non aver reso testimonianza o d’essersi associati all’impurità; ma davanti a Lui confessare ciò che abbiamo fatto, in un certo modo passare i nostri atti in rivista nella Sua luce che ci porta ad afferrarne la gravità.

Però non fermiamoci qui; al vers. 6 è aggiunto: «Recherà all’Eterno come sacrificio per la sua colpa, per il peccato che ha commesso...». Si tratta, per noi, di riprendere coscienza del valore del sacrificio di Cristo, della sua morte alla croce, senza la quale questo peccato che stiamo confessando non potrebbe essere perdonato.

Levitico 5:14, 15, 16 concerne «l’infedeltà nelle cose sante». Non si è dato all’Eterno ciò che gli spettava ma c’è stata una appropriazione della cosa santa.

Per gli Israeliti era, in particolare, la «decima», la decima parte dei loro raccolti, che doveva essere portata al santuario. In Malachia 3:8-12 si vede come il popolo derubasse Dio nelle decime e nelle offerte, e fossero per questo colpiti da maledizione; se avessero portato le decime al santuario, vi sarebbe stato nutrimento nella Sua casa e la benedizione dell’Eterno avrebbe riposato su di loro. Come manchiamo spesso in questo campo! Il Signore ci dona ogni giorno ventiquattro ore; molte le usiamo per riposare, per nutrirci, per lavorare, ma Egli desidera che tutti i giorni prendiamo un po’ di tempo per metterci ai suoi piedi. Non ci capita, a volte, di defraudarlo in questo e di usare per le nostre distrazioni o per qualche lavoro in più quel tempo che doveva essere riservato a Lui? E che dire della domenica, il primo giorno della settimana, giorno del Signore, quando particolarmente siamo chiamati a ricordarci della sua morte e a «vegliare un’ora con Lui»?

L’Israelita doveva donare la decima parte del suo reddito; nel Nuovo Testamento, senza che sia questione di decima, siamo a più riprese esortati a questo «sacrificio» per la beneficenza e per i servitori del Signore (Ebrei 13).

Non abbiamo mai tenuto per noi ciò che Gli era dovuto? E in campo spirituale, quante ricchezze abbiamo ricevuto! Sappiamo usarle a favore della «casa di Dio» portando nell’assemblea sia in lodi, sia in esortazioni, sia in preghiere quel contributo che frutterebbe tanta benedizione?

Nelle nostre case, nel nostro lavoro, vi è per Dio la parte che gli è dovuta? Se manca la benedizione nella famiglia, nell’assemblea, nel nostro servizio; non è anche perché abbiamo mancato di portare «la decima»? Cosa fare in questo caso? «Egli porterà il suo sacrificio di riparazione all’Eterno». Riprendere coscienza del sacrificio del Signore che ha dato se stesso per noi, che ha dato tutto per riscattarci. Poi: «Risarcirà il danno fatto al santuario... aggiungendovi un quinto in più». Non solo pentirsi di non aver dedicato al Signore il tempo necessario, ma per il futuro trovare questo tempo e aggiungervi qualcosa in più! E se abbiamo tenuto per noi troppo di quello che riceviamo, qualunque ne sia l’ampiezza — dal momento che il Signore ha più apprezzato la moneta della vedova che il sovrappiù dei ricchi — non ci conviene restituire a Lui il dovuto e un quinto in più?

Il capitolo 6, fino al versetto 7, considera i torti fatti al prossimo, in particolare le cose rubate o estorte: tenere per sé ciò che appartiene ad altri o che ci è stato affidato. In campo pratico sono le cose rubate o prese in prestito e non rese, o il lavoro insufficientemente retribuito. In campo spirituale, dove il Signore ci ha confidato molto in fatto di verità della sua Parola chiaramente esposta sia per la nostra edificazione, sia per l’evangelizzazione, può essere il tenere egoisticamente il «buon deposito» invece di metterlo alla portata di coloro ai quali è destinato.

In tale caso, bisognava rendere l’oggetto rubato, aggiungendo un quinto in più e poi portare il sacrificio di riparazione. Quanti si sono resi infelici non restituendo ciò che avevano indebitamente preso!

La confessione al Signore non è sufficiente e neppure la consapevolezza del suo sacrificio: è richiesta la riparazione.

5.6 La restaurazione

«Se qualcuno ha peccato» troviamo nel Levitico; la medesima espressione si ritrova nella la 1a epistola di Giovanni 2:1, seguita da «noi abbiamo un avvocato presso il Padre, cioè Gesù Cristo il giusto ed egli è la propiziazione per i nostri peccati».

Così, il «sacrificio» è sempre alla nostra portata: non si tratta di tentare dapprima di correggersi e poi d’andare a Lui; bisogna andare a Lui tali quali siamo, con il nostro peccato, confessarlo e afferrare nuovamente che Egli è la propiziazione per i nostri peccati.

Così qual ero, pien di peccato,
Ma pel tuo sangue per me versato
E per l’invito fatto al cuor mio,
O Agnel di Dio, fui tratto a Te!

Quando l’Israelita aveva preso coscienza del suo peccato, doveva portare la sua offerta; fatto questo, manifestare il suo errore e il suo apprezzamento sul valore del sacrificio.

Quando si vedeva qualcuno del popolo incamminarsi attraverso il campo, verso il tabernacolo, con una capra (o il sacerdote con un toro) , tutti sapevano che egli aveva peccato, ma tutti sapevano anche che aveva coscienza d’essere provvisto d’un’offerta che avrebbe coperto il fallo.

L’apprezzamento morale dell’opera di Cristo varia; come abbiamo visto, uno porta una capra, un altro solamente degli uccelli, un altro soltanto un pugno di fior di farina; in ogni caso si tratta d’un’offerta perfetta, che parla di Cristo, l’unico che abbia valore agli occhi di Dio.

Il brigante crocifisso al fianco del Signore, non avrebbe potuto spiegare ciò che Gesù stava compiendo, né il valore del suo sangue che colava dalla croce. La sua fede afferrava ben poco quando disse: «Ricordati di me quando sarai venuto nel tuo regno»; soltanto sapeva d’essere là meritatamente per via dei suoi misfatti, e quanto a Cristo dichiara: «Non ha fatto nulla di male»; aveva la certezza della perfezione di Colui che soffriva al suo fianco, perfezione che la manciata di fior di farina metteva in risalto. Questo è sufficiente perché il Signore dica: «Oggi tu sarai con me in paradiso».

Giunto all’entrata del tabernacolo, il peccatore doveva posare la sua mano sulla testa della vittima, come anche doveva essere fatto per l’olocausto.

Con questo gesto, egli dichiarava che se lui, peccatore, non poteva essere accettato da Dio, il sacrificio lo era al suo posto. Egli poneva il suo peccato sulla testa dell’offerta, senza difetto, affinché fosse espiato.

«Noi tutti eravamo erranti come pecore... e l’Eterno ha fatto cadere su Lui l’iniquità di noi tutti».

Posare la mano sulla testa della vittima è come avere profonda coscienza che il nostro peccato è stato messo su Cristo.

Il peccatore poi sgozzava egli stesso l’animale; non era il sacerdote che lo faceva. Questo sta a dire: Ecco ciò che io meritavo; per me egli deve morire; «Il Figlio di Dio m’ha amato, e ha dato se stesso per me» (Galati 2:20).

Il sangue era messo sui corni dell’altare di rame, il grasso bruciato «in odore soave» (Levitico 4:30); anche nel sacrificio di Cristo per il peccato, e non soltanto nell’olocausto, Dio ha trovato soddisfazione.

I peccati specifici dovevano essere confessati; i torti fatti dovevano essere riparati. Ma in seguito, per nove volte, è espressamente dichiarato: «E gli sarà perdonato»!

«Se confessiamo i nostri peccati, Egli è fedele e giusto da rimetterci i peccati e purificarci da ogni iniquità» (1 Giovanni 1:9). Si tratta di crederlo.

Dopo aver confessato il peccato, dopo essersi resi conto del prezzo pagato da Cristo per quel peccato, bisogna non più essere aggravati e abbattuti per il peccato commesso, ma avendolo abbandonato, essendo consapevoli dell’amore di Cristo e della grandezza del suo sacrificio, avendo ritrovato la gioia della salvezza, proseguire la corsa, sapendo che la medesima grazia che ci ha restaurati potrà guardarci se noi restiamo con Lui.

Dio dichiara di se stesso: «Non mi ricorderò più dei loro peccati né delle loro iniquità» (Ebrei 10:17). In quanto a noi, il Salmo 103 ricorda: «Quanto è lontano il levante dal ponente, tanto egli ha allontanato da noi le nostre trasgressioni».

Lo stesso vale per la partecipazione alla Cena del Signore: qualcuno potrebbe tenersi lontano essendo preoccupato delle proprie mancanze e quindi della propria indegnità. Ma cosa rappresenta la Cena se non il corpo di Cristo donato per i nostri peccati e il sangue di Lui che ci purifica? Sapendo per la fede che Dio ci vede in Cristo, che non si ricorda più dei nostri peccati né delle nostre iniquità, noi possiamo accostarci senza timore al memoriale della morte del Signore, «senza coscienza di peccato». Non però senza riverenza, perché è importante discernere sempre il corpo e il sangue del Signore. Noi non saremmo degni d’essere alla sua tavola, ma Lui è degno d’essere circondato dai suoi; così possiamo dimenticare la nostra indegnità nel sentimento della grazia che ha pienamente provveduto.

«Or provi l’uomo se stesso e così mangi...» (1 Corinzi 11:28) ; «così», vale a dire nel sentimento che in noi non vi è nulla per Dio, ma che la grazia, per l’opera di Cristo, ha provveduto.

6. Il sacrificio d’azioni di grazie — (Levitico cap. 3 e cap. 7:11 a 36)

6.1 Generalità

Terzo, nell’istituzione dei sacrifici, il sacrificio d’azioni di grazie viene ultimo nella «legge»; esso non viene offerto come l’olocausto, per essere graditi, né come il sacrificio per il peccato, per essere perdonati, ma chi lo porta viene per rendere grazie, per riconoscenza (7:12).

Oggi, il credente sa per fede d’essere gradito in Cristo, che i suoi peccati sono stati tolti dal Suo sacrificio e che così può avere comunione col Padre, con il suo Figlio Gesù Cristo e con i suoi fratelli (1 Giovanni 1:3).

È il «sacrificio di pace». Cristo ha fatto la pace mediante il sangue della sua croce (Colossesi 1:20); Egli ha annunciato la buona novella della pace (Efesini 2:17), Egli è la nostra pace (Efesini 2:14).

Questo sacrificio esprime inoltre la comunione. Vi è una parte per Dio: il sangue e il grasso; una parte per il sacerdote: il petto e la coscia; infine vi è una parte per l’adoratore e per i suoi invitati: il resto dell’offerta (7:18 e 20).

Secondo 1 Corinzi 10:18, chi mangia i sacrifici ha comunione con l’altare; lo stesso è nella Cena: abbiamo comunione con Dio a motivo del sacrificio del Suo Figlio. Abbiamo comunione con il corpo e con il sangue di Cristo dati per noi ed esprimiamo inoltre comunione gli uni con gli altri partecipando tutti, al solo e unico pane.

Sacrificio di concordia e di comunione, sacrificio di pace, il sacrificio di prosperità era un’offerta volontaria di soave odore. Esso implicava un esercizio personale dinnanzi a Dio: «Porterà con le proprie mani...» (Levitico 7:30).

Solo coloro che sanno d’essere perdonati a motivo dell’opera del Signore Gesù, e in una certa misura sono consapevoli d’essere graditi in Cristo, possono offrire il sacrificio d’azioni di grazie e realizzare la comunione fraterna. Chi non conosce il Signore come il proprio Salvatore, non ha qui nessuna parte. Non potrebbero «partecipare» (assistere, ovviamente, sì) a un culto d’azioni di grazie e tanto meno alla Cena del Signore.

6.2 La parte di Dio

Come sempre, l’offerta doveva essere senza difetto. Il sangue era sparso tutt’intorno all’altare; anche quando non si trattava né di perdono né di accettazione, il sangue di Cristo mantiene tutto il suo valore dinnanzi a Dio, sotto qualunque aspetto si consideri l’opera del suo Figlio.

È la base eterna della nostra relazione con Dio. Oltre al sangue, vi è il grasso che era interamente bruciato sull’altare; esso rappresenta quei caratteri di Cristo nei quali Dio trova tutto il suo compiacimento; l’energia interiore, la devozione alla sua volontà sino alla morte! «Non la mia volontà ma la tua sia fatta» (Luca 22:42).

Giovanni 10:17 ci rivela l’importanza di questo fatto: «Per questo mi ama il Padre; perché io depongo la mia vita». Solo Dio ha potuto apprezzare interamente quest’obbedienza di Gesù fino alla morte. Noi Lo contempliamo e l’adoriamo, felici che vi sia in tutta quest’opera una parte speciale per Dio.

Levitico 7:22-27 sottolinea che nessun israelita doveva mangiare il sangue e il grasso. Non possiamo penetrare nel «mistero della pietà», Dio manifestato in carne, il Signore Gesù che viene come un uomo per poter offrire il suo corpo (Ebrei 10:10) in sacrificio e versare il suo sangue. «Nessuno conosce il Figlio se non il Padre». Il valore unico del suo sangue e della sua persona sorpassa la possibilità d’intendimento dell’uomo.

6.3 La parte dei sacerdoti

Il petto portato con il grasso, agitato davanti all’Eterno, era poi mangiato da Aaronne e dai suoi figli. Questo ci parla dell’amore di Cristo che sorpassa ogni conoscenza, come è detto nella preghiera di Efesini 3:19. Quali sacerdoti, siamo chiamati a nutrirci di questo amore di Cristo, ad essere capaci di comprendere con tutti i santi quale sia la larghezza, la lunghezza, l’altezza e la profondità dell’amore di chi poteva ben dire: «Io amo il mio padrone, mia moglie e i miei figliuoli» (Esodo 21:5). Amore di Cristo per il Padre, per la Chiesa, sua sposa, e per ciascuno dei suoi riscattati. Nutrendoci di questo amore, potremo essere ripieni «di tutta la pienezza di Dio», ma non l’abbracceremo mai nella sua totalità: esso sorpassa ogni conoscenza! È anche il grasso bruciato sull’altare.

Questo nutrimento forma l’uomo interiore; ciò che mangiamo diventa parte di noi stessi. Penetrati dall’amore di Cristo, i riscattati sono condotti ad imitarlo. «Come il Padre mi ha amato, così anch’io ho amato voi; dimorate nel mio amore» (Giovanni 15:9). Ecco a cosa corrisponde il nutrirsi del petto del sacrificio di azioni di grazie.

Il Signore stesso aggiunge: «Questo è il mio comandamento: che vi amiate gli uni gli altri, come io ho amato voi» (Giovanni 15:10).

Nutrendoci dell’amore del Signore, fondati ed edificati su Lui, potremo amarci gli uni gli altri.

Anche la coscia destra era del sacerdote. Essa ci fa pensare alla forza, alla potenza (Apocalisse 19:16). È la preghiera di Efesini 1:17-20: «Affinché sappiate... qual sia verso noi che crediamo, l’immensità della sua potenza. La qual potente efficacia della sua forza Egli spiegata in Cristo, quando lo risuscitò dai morti.». Che potenza Dio deve spiegare per strappare un’anima a Satana e al mondo e farne un suo figliuolo! La stessa che ha spiegato per risuscitare Gesù. Non si tratta di pronunciare una semplice formula che dà la vita, ma di «mangiare» la sua carne e «bere» il suo sangue (Giovanni 6:54), cioè credere con tutto il proprio essere a un Cristo morto; ci vuole tutta la potenza di Dio per potersi appropriare personalmente delle virtù di questo sacrificio.

Ma se consideriamo la coscia destra anche in relazione con 1 Samuele 9:24, sotto l’angolo visuale di Cristo stesso, vi riconosceremo la sua parte personale, la porzione elevata che spetta a Colui che ha il primo posto in ogni cosa. Egli ha dato il suo sangue e offerto il perfetto sacrificio (7:33); ubbidiente fino alla morte, ha ricevuto un nome che è al di sopra di ogni nome, è seduto alla destra della Maestà nei luoghi celesti, «il governo sarà sulle sue spalle», e davanti a Lui si piegherà ogni ginocchio.

Il sacerdote mangiava anche dell’offerta di focacce senza lievito intrise con olio, che accompagnava, per riconoscenza, il sacrificio di azioni di grazie (cap. 7:12). Queste focacce ci parlano del cammino di Cristo, mangiarle significa afferrare profondamente come Cristo ha vissuto quaggiù. Ripieni così di Lui, saremo formati interiormente per camminare «nel modo che egli camminò» (1 Giovanni 2:6).

Amare come Lui ci ha amati, camminare come Lui ha camminato, questa è la parte di chi realizza la sua posizione di sacerdote; questa è la posizione dei credenti, che non soltanto si rallegrano d’essere salvati, d’avere la pace con Dio, di godere delle sue cure e delle sue benedizioni, ma hanno anche a cuore di dare a Dio ciò che Egli desidera, ciò che domanda.

6.4 La parte dell’offerente

Per quale motivo un Israelita offriva un sacrificio di azioni di grazie? Per riconoscenza o per voto (Levitico 7:12-16), quale risposta a benedizioni ricevute, o energia di devozione spirituale a Dio.

Non si tratta dunque di ottenere qualcosa, d’essere perdonati o d’essere graditi, ma di portare la riconoscenza dei cuori che hanno già ricevuto la benedizione divina. È l’essenza della riunione di adorazione. Senza dubbio ne usciremo edificati, incoraggiati, consolati, ma non è questo lo scopo; il motivo è di portare a Dio il ringraziamento, la lode e ciò che Gli parla del suo amato Figlio. E non c’è obbligo, come un despota imporrebbe ai suoi sudditi! Dio non ci costringe ad esprimere la nostra riconoscenza ed a lodarlo, per quanto ci abbia salvati anche per questo. «Il Padre cerca degli adoratori che lo adorino in ispirito e verità», dei peccatori perdonati divenuti suoi figli, che siano felici di ricordare dinnanzi a Lui l’opera e la Perzona mediante cui sono stati salvati (Luca 17:16-18).

L’offerta poteva essere di grosso bestiame o di bestiame minuto, agnello o capra. Non tutti hanno lo stesso apprezzamento spirituale dell’opera di Cristo; ma per tutto il tempo in cui Cristo è presentato, vi è la parte per Dio e il nutrimento dell’adoratore, come pure di altri che non hanno portato nulla: «Quanto alla carne che si mangia, chiunque è puro ne potrà mangiare» (cap. 7:20).

L’Israelita posava la sua mano sul capo della vittima e si identificava con lui. Nell’olocausto, era così espresso che soltanto questa vittima perfetta poteva essere accettata al suo posto; in altre parole, i meriti dell’offerta passavano sull’adoratore. Dio vede in noi la perfezione dell’opera di Cristo. Nel sacrificio per il peccato, il colpevole, posando la sua mano sul capo dell’animale, poneva su questa vittima pura i propri peccati: le colpe del peccatore passavano sulla vittima.

Ma nel sacrificio di azioni di grazie è con una profonda riconoscenza e nel sentimento della pace già fatta che l’adoratore posava la sua mano sulla, testa del sacrificio. Con la consapevolezza che Cristo ha pienamente risposto a tutto ciò che Dio domanda (offerta maschio) e a tutto ciò che abbiamo bisogno (offerta femmina), avendo la pace con Dio, noi ci rallegriamo nella opera perfetta compiuta alla croce.

Come si è detto, Cristo è sufficiente per tutto ciò che siamo e per tutto ciò che non siamo. «Egli è la Rocca, la sua opera è perfetta», «Egli è la nostra pace»: Tutto ciò che Cristo era, tutto ciò che è, e tutta la sua opera sono infinitamente graditi a Dio; ed è in questo che noi abbiamo comunione.

L’adoratore stesso sgozzava la vittima: sentimento profondo che se la pace è stata fatta è grazie al sangue della Sua croce; è la comunione col sangue di Cristo (1 Corinzi 10).

Dopo che il grasso era stato bruciato sull’altare in «odore soave», si poteva mangiare del sacrificio. Cioè, occorreva prima offrire e poi mangiare. Con il sacrificio era presentata un’offerta di focacce (Levitico 7:12). Non si può dissociare la vita perfetta di Cristo dalla sua morte; nelle nostre «azioni di grazie» esprimiamo sovente la perfezione della sua vita, legata all’offerta di se stesso sulla croce.

Il grasso del sacrificio d’azioni di grazie era bruciato sull’olocausto (Levitico 3:5). Abbiamo così l’unione dei tre sacrifici d’odor soave, i quali ci ricordano che se vi sono diversi sacrifici, essi rappresentano tutti «un’unica offerta» (Ebrei 10: 14).

Cosa strana, bisognava presentare anche, dei pani lievitati (Levitico 7:13). Questi pani non erano arsi sull’altare; uno di essi era mangiato dal sacerdote, gli altri dall’adoratore e dai suoi invitati. Nel culto d’adorazione noi siamo consapevoli della nostra debolezza, di ciò che siamo in noi stessi (il lievito). In quello che rappresenta Cristo, al contrario, nessun lievito era ammesso. La carne doveva essere mangiata il giorno stesso quando era un’offerta d’azioni di grazie, o tutt’al più l’indomani se si trattava di un voto.

La nostra comunione non può essere separata dal sacrificio, se no diventa impura. Le più belle preghiere, i più bei cantici espressi per abitudine, sono una liturgia e rendono il culto formalista; e questo agli occhi di Dio è gravissimo.

Se la nostra adorazione è separata dal sacrificio, dal suo valore e dalla piena coscienza dell’infinita accettabilità di Gesù da parte del Padre, diventa formale ed è solo per la soddisfazione della carne.

Le nostre preghiere, in questo caso, sono la cosa più triste che si possa pensare, una forma carnale in luogo della comunione mediante lo Spirito; questo è male.

Né le espressioni di lode, ne la nostra comunione fraterna, possono essere dissociate dal sacrificio: «Un unico pane... un corpo unico» in Lui (1 Corinzi 10:17). Più ancora ci allontaniamo allorché dei dissensi, per non dire delle dispute, prendono il posto della consapevolezza del sacrificio. Non si può mangiare insieme «la carne» del sacrificio d’azioni di grazie se non nel sentimento profondo di quanto è costato al Signore l’offrirsi a Dio per noi e nella realizzazione pratica della pace tra i figli di Dio (Matteo 5:24).

«Chiunque è puro ne potrà mangiare» (cap. 7:20) e al. contrario «La persona che essendo impura ne mangerà... sarà sterminata di fra il suo popolo». Effettivamente, il sacrificio «appartiene all’Eterno»; uno straniero non aveva nessun diritto à mangiarne; chi non è riscattato dal Signore non è in grado di rendere grazie e non può prendere il pane e il vino.

Poteva capitare, però, che un Israelita fosse impuro; cosa fare? Egli non osava mangiare del sacrificio d’azioni di grazie, ma una risorsa c’era: Levitico 22:6 insegna che l’uomo impuro doveva lavarsi nell’acqua e «dopo il tramonto del sole sarà puro e potrà mangiare delle cose sante».

1 Corinzi 11 ci conferma questo insegnamento: che ciascuno «provi se stesso e così mangi». Non si tratta d’astenersi dalla Cena, ma occorre giudicarsi e così mangiare.

Chi aveva mancato non poteva mangiare le cose sante se non dopo il tramonto del sole. Ci pare di vedere un credente che ha fatto una grave caduta, interrompendo la sua comunione personale con Dio e anche quella coi suoi fratelli nell’assemblea, alla tavola del Signore. Per quel giorno la luce sfolgorante della faccia di Dio era come velata. Se il credente riconosce il suo peccato e si pente, è restaurato ma, all’inizio non c’è la piena luce; una volta che il ristoramento è pienamente compiuto, però, si leva un nuovo giorno, e il sole ricomincia a brillare.

Bisogna dunque avere lo Spirito Santo per poter rendere culto a Dio (Efesini 1:13); occorre anche che Esso non sia attristato, se no come potrebbe dirigerci nella nostra vita di consacrazione e nell’adorazione?

Se il culto e la comunione sono possibili mediante lo Spirito, possono realizzarli solo coloro che hanno lo Spirito di Cristo; e inoltre occorre che non l’abbiano contristato, perché queste renderebbe impossibile, a causa della contaminazione del peccato, il mantenimento della comunione che si ha per mezzo dello Spirito.

6.5 Sacrifici spirituali

Il «frutto di labbra confessanti il suo nome» (Ebrei 13:15), espresso con preghiere di ringraziamento e cantici di lode, sono per noi, oggi, come dei sacrifici spirituali.

Parecchie strofe di cantici spirituali si riferiscono a uno dei sacrifici.

Il carattere dell’olocausto, ad esempio, è espresso in queste parole:

Dal ciel venisti e ognor la tua delizia
Fu nel tuo Dio appien glorificar!
La santità, l’amore, la giustizia,
Tutto alla croce hai voluto esaltar!

(cantico 24, strofa 2) (*)

_____________________
(*) Le strofe dei cantici sono tratte dalla raccolta «Cantici Spirituali», edizioni: Il Messaggero Cristiano.
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L’offerta di focaccia, la vita perfetta del Signore Gesù, in strofe come questa:

Supremo amor, grazia infinita,
In terra sei l’Uomo divino
Che segue il duro suo cammino
Fin dal presepe alla sua croce.
Odiato sempre e ancor straniero,
E dai tuoi pure disertato, nell’orto alfine,
Tu, prostrato, l’amaro calice prendesti.

(cantico 12, strofa 3)

Possiamo trovare molti cantici che esprimono il pensiero del sacrificio per il peccato. Per esempio:

O Gesù tu soffristi, Agnel sul legno fisso!
Coll’infinito sguardo scrutasti il cupo abisso,
E sovra l’infinito tuo cuore, in quel momento,
Tutto gravò l’eterno nostro mortal tormento.

(cantico 22, strofa 3 )

Oppure:

... Signor, pei nostri falli
Sul Golgota moristi
E il cielo a noi apristi,
Col sangue tuo Signor!

(cantico 36, strofa 2)

O ancora:

Mentre su Te, sol su Te, o Redentor,
Gravava inter di nostra colpa il peso,
Da quella croce a cui morivi appeso
Su noi del Padre scendeva l’amor!

(cantico 38, strofa 2)

Quanto al sacrificio di azioni di grazie, noi cantiamo molte volte parole che esprimono il riposo trovato nell’opera di Cristo, la pace che Egli ha fatta, la comunione con Dio e fra noi:

Divino Agnel, per noi quaggiù immolato,
Alla tua mensa esaltiamo il tuo amor.
Intorno a Te in pace il nostro cuor,
Gode il riposo in grazia a noi donato,
O Salvator,
Che tanto a Te costò.

(cantico 49, strofa 2)

O quest’altro cantico:

Tu per noi sei stato ucciso,
Col tuo sangue ci hai lavati,
Col tuo sangue ci hai comprati,
D’ogni lingua e ogni tribù.
Sacerdoti e re ci hai fatti
Pel reame tuo futuro
E nel secolo venturo
Regnerem con Te Gesù.

(cantico 28)

Meditiamo sul senso dei cantici quando esprimiamo le nostre lodi a Dio! Cantare con intelligenza ci aiuterà ad entrare nei diversi aspetti di quest’opera meravigliosa, unica ed eterna: l’offerta fatta una sola volta del corpo di Gesù Cristo.

Per i riscattati è un privilegio e una gioia cantare le lodi; troviamo il fondamento di questo in 2 Cronache 29:27: «Nel momento in cui si cominciò l’olocausto, cominciò pure il canto dell’Eterno... e tutta la raunanza si prostrò... e tutto questo continuò sino alla fine dell’olocausto».

Non vi sarebbero stati cantici se non vi fosse stato l’olocausto. Simultaneamente al sacrificio ha inizio il canto delle lodi; e proseguirà sino a che l’olocausto «sia finito»! Certamente, Cristo ha offerto se stesso una sola volta, ma davanti a Dio il profumo del suo sacrificio si eleverà eternamente, così come eternamente continuerà quel cantico di lode (vedere Apocalisse 5:9) cominciato durante il nostro soggiorno quaggiù:

A Te dai cieli e dalla terra,
Figliuol del Padre il sommo canto
S’innalzerà nel luogo santo
In eterno, in eterno!

(cantico 57, strofa 1)

6.6 Il sacerdozio regale

Questi capitoli del Levitico ci hanno spiegato come gli Israeliti portavano delle offerte a Dio. Abbiamo capito che ora, fatti pietre viventi per l’edificazione di una casa spirituale, siamo un santo sacerdozio, per offrire dei sacrifici spirituali graditi a Dio per mezzo di Gesù Cristo.

Sotto la legge si poteva presentare a Dio ciò che domandava, e nutrirsi dei sacrifici; ma la parte del cristiano è più grande.

È una cosa molto importante offrire a Dio sacrifici spirituali, adorarlo perché è Dio, benedirlo per tutto ciò che ha fatto per noi, rallegrarci d’essere dinnanzi a Lui e nutrirci dell’amore infinito del suo Figlio.

Sotto la legge, però, Israele ignorava il sacerdozio regale: «Ma voi siete una generazione eletta, un real sacerdozio, una gente santa, un popolo che Dio s’è acquistato, affinché proclamiate le virtù di Colui che vi ha chiamati dalle tenebre alla sua meravigliosa luce...» (1 Pietro 2:9).

Se il nostro privilegio è d’offrire a Dio dei sacrifici spirituali, siamo però anche chiamati ad annunziare agli altri le virtù di Gesù che ci ha chiamati dalle tenebre dove eravamo alla sua meravigliosa luce.

Al di fuori del santuario, possiamo far conoscere al mondo, dal quale siamo stati tratti, questa grazia, questo amore, questa luce di cui godiamo.

È attributo proprio della grazia divina quello di non rimanere contenuta, ma di estendersi per tutta la terra, secondo la promessa fatta al Signore Gesù dalla voce profetica: «È troppo poco che tu sia mio servo per rialzare le tribù di Giacobbe e per ricondurre gli scampati d’Israele; voglio fare di te la luce delle nazioni, lo strumento della mia salvezza fino alle estremità della terrà» (Isaia 49:6).

Noi possiamo, mediante la fede, rispondere al pensiero di Dio offrendo dei sacrifici spirituali, nutrendoci di Cristo e proclamando attorno a noi le meraviglie della sua grazia!




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