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La tentazione e l’aiuto divino

Georges André

Indice: 1. Due tipi di tentazione 1.1 La tentazione che viene dall’esterno a) La persecuzione b) La messa alla prova c) Gli elementi della tentazione d) Il Signore Gesù spesso è stato tentato 1.2 La tentazione che viene dall’interno 1.3 Le risorse divine a) Nelle tentazioni provenienti dall’esterno b) Nelle tentazioni provenienti dall’interno 2. La concupiscenza degli occhi 2.1 L’attrazione dall’esterno attraverso gli occhi 2.2 Attirare l’attenzione su di sé 3. La concupiscenza della carne 3.1 Le deviazioni sessuali 3.2 Gli eccessi nel mangiare e nel bere 3.3 Le risorse divine 4. La superbia della vita 4.1 L'orgoglio, gonfiarsi 4.2 I rimedi divini 5. Le tentazioni che vengono dall’esterno 5.1 L’opposizione 5.2 Le preoccupazioni 5.3 Le tentazioni intellettuali 5.4 Essere messi alla prova 6. Il soccorso divino 6.1 Nelle tentazioni che provengono dall’esterno 6.2 Nelle tentazioni che vengono dall’interno 6.3 Sempre

1. Due tipi di tentazione

Nei versetti che vanno dal 2 al 12 del capitolo 1, Giacomo, nella sua epistola, presenta le «prove svariate» (o tentazioni; il termine originale significa tentazione, prova, messa alla prova) come argomento di perfetta gioia, come prove della fede che alla fine «producono costanza»; e dice «Beato l’uomo che sopporta la prova (o la tentazione)». Ma nei versetti da 13 a 15 del capitolo 1 precisa che Dio non può essere tentato dal male e che non tenta nessuno, ma che «ognuno è tentato dalla propria concupiscenza che lo attrae e lo seduce». C’è contraddizione? No, perché nella prima parte Giacomo analizza le prove provenienti dall’esterno, come la persecuzione, che cercano di costringere il credente a peccare; nella seconda la tentazione offre un oggetto alla concupiscenza interiore e spinge il credente al male.

Cos’è dunque la tentazione? È l’incitamento a peccare. Peccare è, fondamentalmente, fare la propria volontà, contraria a quella conosciuta di Dio e che è riassunta proprio dal Signore con queste parole: «Ama dunque il Signore Dio tuo con tutto il tuo cuore, con tutta l’anima tua, con tutta la mente tua e con tutta la forza tua... ama il tuo prossimo come te stesso» (Marco 12:30-31). Quando la volontà di Dio è conosciuta più o meno, e non ci si fa caso, commettiamo «l’iniquità», che è una «violazione della legge» (1 Giovanni 3:4): lasciarsi andare ai propri impulsi, ai propri desideri, alla propria concupiscenza, senza preoccuparsi di Dio.

Il peccato riveste due aspetti essenziali:

1. Il primo consiste nella TRASGRESSIONE, cioè l’oltrepassare una linea di divieto. «Non rubare» dice la legge, eppure si prende quello che appartiene ad altri! Così si oltrepassano i limiti stabiliti da Dio. È la colpa, è l’aspetto «debito» che il peccato assume, principio che il Signore introduce in diverse parabole (Luca 7.-41-42; Matteo 18:23-35).

2. L’altro aspetto del peccato è la CONTAMINAZIONE, che interrompe la comunione dell’anima con Dio, il quale ha gli occhi troppo puri per vedere il male (Habacuc 1:13). La «lebbra» è un tipo (*) del peccato-contaminazione. Il lebbroso doveva essere messo fuori del campo (Numeri 5:1) e nessuno lo doveva toccare: Egli stesso, ogni volta che qualcuno lo avvicinava, doveva gridare «Impuro! Impuro!». In Zaccaria 3, quando Giosuè, il sommo sacerdote, si presenta alla luce divina è visto coperto da indumenti sporchi. La luce mette in evidenza questa sozzura. Ma Dio interviene e dice: «Io ti ho tolto di dosso la tua iniquità, e ti ho rivestito di abiti magnifici». Giosuè allora può assolvere le sue funzioni di sommo sacerdote.

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(*) Si intende per «tipo» una cosa o persona dell’Antico Testamento che ne rappresenta un’altra nel Nuovo Testamento.
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Il codice penale condanna gli errori commessi in atti, a volte in parole, oppure in omissione, quando non si rispetta un obbligo. Solo la Parola di Dio arriva a condannare il pensiero, la concupiscenza (Esodo 20:17).

1.1 La tentazione che viene dall’esterno

Essa implica, innanzi tutto, una costrizione, il forzare qualcuno ad agire contrariamente al pensiero di Dio. Ma riveste anche il carattere di una «messa alla prova», di un test della fede. Paolo credeva che i Tessalonicesi, da poco convertiti, fossero scossi dalla prova, e desiderava conoscere qual era lo stato della loro fede, «temendo che il tentatore li avesse tentati». La persecuzione aveva raffreddato il loro zelo? Quale sollievo per l’apostolo il sapere che non era così (1 Tess. 3:5)!

Resistere alla tentazione che viene dall’esterno procura della sofferenza. Di Cristo è detto: «Egli stesso ha sofferto la tentazione (o meglio ha sofferto, essendo tentato)» (Ebrei 2:18).

Sotto la sua forma di «messa alla prova», o di «disciplina», essa, è vero, «sul momento non sembra recar gioia, ma tristezza; in seguito tuttavia produce un frutto di pace e di giustizia in coloro che sono stati addestrati per mezzo di essa» (Ebrei 12:11).

La tentazione «dall’esterno» assume così diversi caratteri:

a) La persecuzione

La persecuzione può essere brutale, come nei primi secoli del Cristianesimo o durante la Riforma in Europa; e sta aumentando nei nostri giorni, in molti Paesi dove i cristiani sono maltrattati, imprigionati, deportati, e soffrono in tanti modi diversi. Nelle nostre regioni essa può assumere una forma meno accentuata, come la calunnia, gli svantaggi che un credente può subire nella carriera professionale, le liti, le ingiustizie. Sono tutti sforzi di Satana per scuotere la fede, raffreddare lo zelo cristiano, portare a velare la testimonianza anche fino al rinnegamento.

b) La messa alla prova

«Beato l’uomo che sopporta la prova; perché, dopo averla superta, riceverà la corona della vita» (Giacomo 1:12).

Questa «tentazione» ha per scopo di svelare, attraverso una prova, la qualità, i difetti, la realtà della fede di qualcuno. Essa può essere permessa da Dio, se necessario (1 Pietro 1:6), ma può anche essere voluta da Dio: «Dio mise alla prova Abrahamo» (Genesi 22:1). Dio opera in disciplina verso i suoi per la loro educazione, «affinché siano partecipi della sua santità» in modo pratico (Ebrei 12:7,10).

c) Gli elementi della tentazione

Sono innanzi tutto gli uomini che odiano Dio e i suoi: «Se il mondo vi odia, sapete bene che prima di voi ha odiato me... poiché non siete del mondo... perciò il mondo vi odia». Questo rifiuto può essere dissimulato da cortesia e buone maniere, ma fondamentalmente rimane. Bisogna stupirsene?

Anche le circostanze possono diventare una tentazione dall’esterno, un test della fede, come il verme che distrusse il ricino di Giona, mettendo la sua pazienza alla prova (Giova 4). Chi c’era dietro il verme se non Dio stesso? Così Egli può permettere, preparare la prova, perché lo giudica buono. Altre volte può essere Satana ad incitare gli uomini contro i figli di Dio, oppure ad influenzare le loro circostanze.

d) Il Signore Gesù spesso è stato tentato

Ebrei 4:15 ci dice «Egli è stato tentato come noi in ogni cosa, senza commettere peccato (o senza peccato)». Pensiamo agli sforzi del tentatore nel deserto, all’opposizione costante dei Farisei e degli altri capi del popolo, all’incitamento di un discepolo, Pietro, che voleva impedirgli di affrontare la croce. In ogni cosa Egli «ha sopportato una simile ostilità contro la sua persona da parte dei peccatori». Ma in Lui non esisteva la concupiscenza carnale, niente l’attirava verso il male. Tutti questi diversi tipi di tentazione non hanno fatto altro che mettere in evidenza la sua perfezione: «Egli non commise peccato... Egli non ha conosciuto peccato... In Lui non c’è peccato» (1 Pietro 2:22; 2 Corinzi 5:21; 1 Giovanni 3:5). Per questo Ebrei 4:15 aggiunge questa frase con enfasi: «senza peccare».

1.2 La tentazione che viene dall’interno (*)

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(*) Abbiamo conservato, per semplificare, l’espressione usata da altri di «tentazione interna» o «tentazione che viene dall’interiore». In realtà la concupiscenza preesiste all’incitazione a peccare; la tentazione offre solo un oggetto presso il quale la vecchia natura, adescata, si porta, verso il quale si rivolge, in quanto già predisposta a questo. La concupiscenza è anche il punto d’impatto della tentazione; essa è generatrice di peccati reali sotto l’effetto di tentazioni.
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Questo tipo di tentazione non è una costrizione dall’esterno a fare il male, ma, come dice Giacomo, «ognuno è tentato dalla propria concupiscenza che lo attrae e lo seduce» (1:14). La vecchia natura peccatrice, la «carne», sussiste immutata nel credente anche se questi ha ricevuto la nuova natura, la vita divina; e trova piacere nella tentazione, che eccita la concupiscenza. Invece, la prova che proviene dall’esterno non dà piacere ma sofferenza a colui che resiste.

1 Giovanni 2:15-17 mette l’accento sul verbo «amare»: «Non amate il mondo, né le cose che sono nel mondo. Se uno ama il mondo, l’amore del Padre non è in lui». Questo amore del mondo si traduce nella concupiscenza della carne» (il desiderio che spinge al male), nella «concupiscenza degli occhi» (il cuore che viene attirato dall’oggetto desiderato), nella «superbia della vita» (il desiderio di elevarsi quando l’umiltà viene meno).

Le circostanze esteriori possono infiammare la concupiscenza interiore dell’uomo. Satana, ad esempio, viene a tentare Eva e ad insinuare un dubbio nel suo cuore; più tardi, tenterà Gesù cercando di farlo cadere. In Eva, però, rispose la concupiscenza interiore: «La donna osservò che l’albero era buono per nutrirsi, che era bello da vedere e che l’albero era desiderabile per acquistare conoscenza» (Genesi 3:6). Il nemico utilizza così le cose esterne per adescare la concupiscenza che è nell’interno della vecchia natura. Ma Dio non tenta, e nessuno può dire «Sono tentato da Dio» (Giac. 1:13).

1.3 Le risorse divine

L’abbiamo già detto: «Dio è fedele...; con la tentazione vi darà anche la via d’uscirne» (1 Corinzi 10:13).

a) Nelle tentazioni provenienti dall’esterno

Bisogna tener duro, resistere a Satana che cerca «chi possa divorare» (1 Pietro 5:8-9). Per questo la potenza di Dio è a disposizione della fede (1 Pietro 1:5); il Signore Gesù è disposto a soccorrere «quelli che sono tentati» (Ebrei 2:18).

Il Salmo 144:1-2 lo sottolinea. Attraverso tutte le circostanze avverse della sua vita, quante volte Davide fece questa esperienza: «L’Eterno la mia ròcca... il mio benefattore e la mia fortezza, il mio alto riparo e il mio liberatore, il mio scudo, colui nel quale mi rifugio». Ma quando seguì l’impulso del suo cuore, si rifugiò da Akis a Gath (1 Samuele 27:1-2). E, qualche tempo dopo, mentre stava passeggiando sul tetto della sua casa, uno sguardo di concupiscenza lo trascinò a un male doloroso (2 Samuele 11). Finché ha camminato con Dio, malgrado i numerosi assalti del nemico (in gioventù quando era perseguitato da Saul e durante il suo regno, fra numerosi avversari) ha sempre fatto l’esperienza di questa potenza divina che libera.

b) Nelle tentazioni provenienti dall’interno

Qui non c’è da resistere ma da «fuggire»: «Fuggi le passioni giovanili» (2 Timoteo 2:22).

Giuseppe è un bell’esempio di questa situazione, in quanto non rispose alle proposte della moglie di Potifar. La tentazione che gli veniva dall’esterno avrebbe potuto suscitare la concupiscenza sopita nell’interno della sua natura umana, ma Giuseppe seppe rifiutare e «fuggire» (Genesi 39:12).

La parola ci chiede di «fare morire» (o mortificare) le nostre membra (ogni atto o pensiero impuro), cioè, letteralmente, lasciarle «morire», negando loro ogni nutrimento (Colossesi 3:5). È necessaria, per questo, la potenza dello Spirito: «Se mediante lo Spirito fate morire le opere del corpo, voi vivrete» (Romani 8:13).

Importante è anche, come dice il Signore Gesù nel Getsemani, di non «cadere in tentazione» (Marco 14:38), vale a dire non mettersi in circostanze nelle quali si potrebbe essere pericolosamente tentati.

«Lo spirito è pronto» e si vanta facilmente di non lasciarsi trascinare dal male, ma «la carne è debole»! Tale è stata l’esperienza di Pietro quando, stimolato dal suo zelo per il Signore, entrò nel cortile della casa del sommo sacerdote dove lo rinnegò.

Mettiamoci in guardia dagli inviti mondani, dalle amicizie dubbie che iniziano con la cortesia, ma che possono facilmente degenerare. Quando Dina, figlia di Giacobbe, andò a vedere le donne Ivvee, «le ragazze del paese», non ne prevedeva le conseguenze nefaste; subito, però, cadde in tentazione e fu causa di molti guai alla sua famiglia (Genesi 34).

Un’altra risorsa efficace è porsi nella luce divina. Il Salmo 27 ne è una bella illustrazione: «L’Eterno è la mia luce e la mia salvezza; di chi temerò?» (v. 1). Entrare alla presenza di Dio, vedere tutte le cose alla sua luce, affinché il cuore sia attratto dalla bellezza del Signore, ma anche per cercare il Suo pensiero: «Una cosa ho chiesto all’Eterno, e quella ricerco: abitare nella casa dell’Eterno tutti i giorni della mia vita, per contemplare la bellezza dell’Eterno e meditare nel suo tempio» (v. 4). E ancora: «Il mio cuore mi dice da parte tua: Cercate il mio volto! Io cerco il tuo volto, o Eterno» (v. 8).

Discernere tutto alla luce divina prima di impegnarsi in qualcosa; cercare la faccia e la bellezza del Signore affinché Lui abbia il primo posto nel nostro cuore; nutrire la nuova natura con le cose stabili. Così saremo preservati dalla concupiscenza.

2. La concupiscenza degli occhi

Dopo aver detto in senso generale: «Non amate il mondo né le cose che sono nel mondo», l’apostolo Giovanni precisa: «Perché tutto ciò che è nel mondo, la concupiscenza della carne, la concupiscenza degli occhi e la superbia della vita non è dal Padre, ma è dal mondo» (1 Giovanni 2:15-16).

È difficile fare una distinzione precisa fra questi elementi che attirano il credente nel mondo corrotto e contaminato dal peccato.

Tuttavia, sembra che la concupiscenza degli occhi sia provocata soprattutto da quegli oggetti che attirano lo sguardo e fanno desiderare di possedere ciò che Dio non ha dato; in un altro senso, è anche il voler attirare con una certa ostentazione gli sguardi degli altri su se stessi. La concupiscenza della carne, invece, spinge verso un oggetto esterno che infiamma i desideri e procura un piacere carnale. La superbia della vita, infine, eleva al di sopra di ciò che si è, e che si possiede, con lo scopo di dominare gli altri; è il contrario dell’umiltà che porta invece a scendere e ad abbassarsi.

2.1 L’attrazione dall’esterno attraverso gli occhi

Eva ne è l’esempio iniziale. All’incitamento del serpente ella «osservò che l’albero era buono per nutrirsi, che era bello da vedere» (Genesi 3:6).

Questa concupiscenza, una volta suscitata, la portò fino alla disubbidienza flagrante a un ordine ben conosciuto di Dio.

La concupiscenza degli occhi produce il desiderio di possedere le cose che Dio non ha dato oppure ha negato.

All’epoca della conquista di Gerico, l’Eterno aveva espressamente prescritto di non appropriarsi di nulla nel momento del saccheggio della città (Giosuè 6:18-19). Ma Acan vide fra le spoglie «un bel mantello di Scinear, duecento sicli d’argento e una sbarra d’oro»; li desiderò, li prese e li nascose nel centro della sua tenda. La concupiscenza è stata suscitata in lui dallo sguardo, che ha provocato il desiderio colpevole di prendere delle ricchezze che Dio non aveva voluto dare.

Il Nuovo Testamento chiama questa avidità di possedere «cupidigia» (Colossesi 3:5; Efesini 5:3), precisando anche che «l’avaro» è un idolatra (Efesini 5:5). Questo desiderio ardente di possedere sempre di più, la «pleonexia», è tradotto anche con avarizia (Luca 12:15).

Osservare con invidia quello che altri hanno suscita la gelosia e uno sfrenato bisogno di disporne. 1 Timoteo 6:9-10 mette in guardia contro «l’amore del denaro». Si vorrebbero avere i mezzi per soddisfare a ai «desideri insensati e funesti», alle concupiscenze suscitate nell’animo di chi vuole assolutamente ottenere le ricchezze che Dio non gli ha date.

Ghehazi, il servo di Eliseo, ritenne il suo padrone molto ingenuo per non aver accettato i doni di Naaman (2 Re 5:20-27); e vedendo il denaro, le vesti e l’oro che il generale dell’esercito siriano aveva portato con sé, la concupiscenza si accese in lui. Corse dietro al lebbroso guarito e con un racconto menzognero ottenne due talenti e due mute di vesti, che andò subito a nascondere nella sua casa. «È forse questo il momento di prendere... ?» lo rimprovera il profeta.

Anche Balaam aveva amato il «salario d’iniquità»: per del denaro avrebbe maledetto il popolo di Dio, ma l’Eterno cambiò la maledizione in benedizione (Numeri 22; 2 Pietro 2:15).

Per trenta denari d’argento Giuda, cedendo alla concupiscenza, vendette il suo Maestro!

Possedere dei beni materiali può essere una trappola, un ostacolo per entrare nel regno di Dio. Gesù disse: «È più facile per un cammello passare attraverso la cruna di un ago, che per un ricco entrare nel regno di Dio». I discepoli si stupirono moltissimo e si domandarono chi potrà essere salvato. «Agli uomini — dice Gesù che li osserva — è impossibile, ma non a Dio» (Marco 10:24-27).

Senza dubbio «Dio ci fornisce abbondantemente di ogni cosa perché ne godiamo» (1 Timoteo 6:17), ma perché ne godiamo «con Lui» (Romani 8:32). Anzi, le risorse materiali donate dal Signore in misura più o meno grande ai suoi sono da amministrarsi per Lui; il Signore le chiama le cose piccole, le ricchezze ingiuste, quello che si ha ma che in realtà appartiene ad un Altro (Luca 16:1-12). Una buona amministrazione mostrerà che il discepolo fedele nelle cose piccole lo sarà anche in quelle grandi cioè nelle ricchezze spirituali, quelle vere, che resteranno sue per sempre.

Paolo indica a Timoteo l’impiego che i ricchi dovrebbero fare dei beni materiali che Dio ha loro assegnato: «di far del bene, d’arrichirsi di opere buone, di essere generosi nel donare, pronti a dare» (1 Timoteo 6:18).

È necessaria tutta la potenza di Dio per essere guardati dalla concupiscenza degli occhi, che «accumula tesori per sé e non è ricco davanti a Dio» (Luca 12:21). Per essere vittoriosi sul mondo, Dio ci ha dato la fede; non solo la fede iniziale, per la salvezza, ma la fede vivente di tutti i giorni: «Poiché tutto quello che è nato da Dio vince il mondo; e questa è la vittoria che ha vinto il mondo: la nostra fede» (1 Giovanni 5:4).

Nella vita pratica, utilizzare il tempo necessario per fare le buone opere «che Dio ha precedentemente preparate» e per servire il Signore nel campo dell’Evangelo e fra i suoi, ci preserverà da cadute in numerose occasioni in cui la concupiscenza degli occhi ci potrebbe allontanare da Lui.

2.2 Attirare l’attenzione su di sé

La concupiscenza degli occhi si può anche tradurre nel bisogno di farsi notare, di mostrare di sé più di quanto non si sia in realtà; la vanità nell’abbigliamento, nell’acconciarsi, oppure una tale trasandatezza che è anch’essa uno sforzo per mettersi in evidenza.

Spesso si fa mostra di ciò che si possiede, come Ezechia durante la visita degli inviati del re di Babilonia (Isaia 39). In una famiglia di credenti quelli che entrano devono vedere «la luce» (Luca 8:16); devono entrare in una casa dove il Signore ha il suo posto, dove gli sposi sono uniti e i figli gioiosi e soprattutto allevati per Lui. Non dovrebbero constatare un lusso eccessivo, una ricerca di quello che è esteriore e che sembra messo li per attirare lo sguardo.

Questo bisogno di essere notati può prendere anche la forma di desiderio di onori, Paolo e Barnaba rifiutarono energicamente le offerte degli abitanti di Listra (Atti 14:11-18). Il re Erode, invece, si sentiva lusingato quando il popolo applaudiva ai suoi discorsi dicendo: «Voce di un dio e non di un uomo» (Atti 12:22).

Si può anche cercare di mettersi in evidenza facendo delle buone opere (Matteo 6:1-4), o con una conoscenza intellettuale della Parola che «gonfia» e non edifica (1 Corinzi 8:1); è facile citare una gran quantità ben ordinata di testi biblici senza che però gli uditori ne ricevano della benedizione, e solo per mostrare la propria conoscenza e per farsi valere.

Paolo che fu rapito fino al terzo cielo poteva ben gloriarsene ma se ne asteneva perché, diceva, «nessuno mi stimi oltre quello che mi vede essere, o sente da me» (2 Corinzi 12:6).

I Farisei allungavano le frange delle loro vesti e pregavano agli angoli delle strade affinché tutti constatassero la loro religiosità.

Nella vita sociale si cercherà di sembrare più intelligenti o più colti di altri sminuendo il prossimo e innalzando se stessi.

Ma «l’amore non invidia, non si vanta» ( 1 Corinzi 13:4). Ecco l’antidoto all’ostentazione: se si ama il Signore, se si amano i propri fratelli, si veglierà per mantenere la modestia, non attirando lo sguardo degli altri su se stessi ma orientandolo su Cristo solo.

Senza dubbio la concupiscenza della carne, e più ancora la superbia della vita, sono molto vicini alla concupiscenza degli occhi. Se si cerca di farsi valere è spesso per elevarsi; se si cerca di avere soddisfazione da quello che ha attirato lo sguardo, la carne è sempre implicata. Ma abbiamo cercato, tuttavia, di precisare i caratteri di ciascuno dei punti trattati da Giovanni al fine di rendere più sensibile la nostra coscienza e il nostro cuore.

3. La concupiscenza della carne

Sotto questo titolo vorremmo parlare non della «carne» in generale, cioè la nostra natura malvagia di cui è trattato specialmente negli scritti di Paolo, ma più in particolare dei «pensieri sregolati della natura umana».

La concupiscenza della carne viene dall’interno, come dice il Signore Gesù: «È quello che esce dall’uomo che contamina l’uomo; poiché è dal di dentro, dal cuore degli uomini, che escono cattivi pensieri, fornicazioni... cupidigie» (Marco 7:20-21).

Questa concupiscenza entra in gioco quando i desideri naturali non sono regolari, normali, e ciò accade specialmente in due direzioni: nel campo sessuale e negli eccessi nel mangiare e nel bere, la golosità.

3.1 Le deviazioni sessuali

Parlando della resurrezione il Signore Gesù sottolinea che «alla risurrezione non si prende né si dà moglie; ma i risorti sono come angeli nei cieli» (Matteo 22:30).

Nell’al di là la morte fisica non c’è più, quindi nemmeno la trasmissione della vita.

Sulla terra tutti i tipi di vita, vegetale, animale od umana, si trasmettono di generazione in generazione. Resta tuttavia una differenza notevole: le piante e gli animali si riproducono in determinati periodi; l’essere umano lo può fare coscientemente quando vuole.

Ma c’è di più: le creature che nasceranno dall’unione di un uomo e di una donna non sono soltanto degli essere terrestri, come un animale o una pianta, ma sono delle anime che esisteranno eternamente. Ecco il perché dell’estrema severità della Parola di Dio riguardo a tutte le deviazioni di questa facoltà di trasmettere la vita; la quale, però, esercitata nell’ambito della coppia, dell’uomo e della donna uniti nel Signore in «una carne sola» (Efesini 5:31), procura una profonda soddisfazione.

Tutti gli altri tipi di unione sono designati dalla Parola dal termine «fornicazione».

Il periodo che va dalla pubertà al matrimonio è difficile, e richiede una costante disciplina personale sotto lo sguardo del Signore e con la sua forza. Levitico 22:4-7 si rivolge alla famiglia di Aaronne, e mostra che l’incontinenza non era ammessa in Israele e rendeva impuri. Una purificazione era quindi necessaria; ma dopo il calare del sole il sacerdote era puro e poteva nuovamente mangiare delle cose sante.

Le relazioni fuori dal matrimonio di un uomo o di una donna sono condannate molto severamente nell’Antico Testamento, e più ancora nel Nuovo: «Il corpo non è per la fornicazione ma è per il Signore... Poiché siete stati comprati a caro prezzo; glorificate dunque Dio nel vostro corpo» (1 Corinzi 6:13-20); ma quanto dobbiamo essere riconoscenti che la Parola aggiunga: «e il Signore è per il corpo» (v. 13). Possiamo contare sulla sua forza, sulle sue risorse, per essere salvaguardati. Egli opera certamente con tutta la sua potenza anche se viviamo in un ambiente in cui la purezza delle relazioni, secondo ciò che dice la Parola, è diventata un’eccezione.

«L’adulterio», la relazione tra un uomo e una donna che già hanno una moglie e un marito, è ancora più grave. La violazione del principio di Esodo 20:14 è condannata con la morte in Levitico 20:10! «Uno si metterà forse del fuoco in petto senza che i suoi abiti si brucino? ... Così è di chi va dalla moglie del prossimo... Chi fa questo vuol rovinare sé stesso. Troverà ferite ed disonore, e la sua vergogna non sarà mai cancellata» (Proverbi 6:27-33).

Il Signore Gesù è ancora più severo perché guarda al cuore; dopo aver ricordato il comandamento della legge aggiunge: «Ma io vi dico che chiunque guarda una donna per desiderarla, ha già commesso adulterio con lei nel suo cuore» (Matteo 5:28)!

Levitico 18:22 qualifica come «cosa abominevole» le relazioni fra uomo ed uomo, e fra donna e donna; così anche Paolo in Romani 1:27. È una sregolatezza contro natura, un tipo di «fornicazione» (Colossesi 3:5).

3.2 Gli eccessi nel mangiare e nel bere

Nel deserto, il popolo d’Israele desiderava avere i cibi delle rive del Nilo (Esodo 16:3; Numeri 11:51); il pericolo era di voler tornare in Egitto, nel mondo, per soddisfare un piacere carnale.

1 Pietro 4:3-4 ricorda che, prima della loro conversione, alcuni credenti vivevano in questi eccessi.

Il credente è messo alla prova quando i suoi vecchi compagni o i suoi colleghi trovano «strano» che egli non si unisca a loro nei piaceri carnali. Ma un vero credente deve accettare di essere differente dalla gente del mondo!

Romani 13:13-14 insiste a questo riguardo: «Comportiamoci onestamente, come in pieno giorno». Dopo aver stigmatizzato gli eccessi nel mangiare e nel bere, l’apostolo aggiunge: «Non abbiate cura della carne per soddifarne i desideri».

L’alcool era una piaga ai tempi dei nostri padri; e lo è anche oggi. Ad esso si è aggiunto l’uso degli stupefacenti, verso i quali tanti si lasciano trascinare senza, a volte, rendersene conto. Solo la sobrietà, la padronanza di sé, unite alla forza che Dio dà, potrà salvaguardarci: «Sia dunque che mangiate, sia che beviate, sia che facciate qualche altra cosa, fate tutto alla gloria di Dio» (1 Corinzi 10:31).

3.3 Le risorse divine

Davanti alla tentazione proveniente dall’esterno bisognava «resistere». Ma se si è esposti all’influenza della concupiscenza della carne si deve «fuggire» (2 Timoteo 2:22). Colossesi 3:5 dice di mortificare le nostre membra che sono sulla terra; la parola «mortificare» ha il significato di lasciar «morire», provocare una necrosi rifiutando di dare nutrimento. Che triste «nutrimento» raccogliamo dalle immagini che attirano i nostri sguardi, dalle letture, dai luoghi che frequentiamo! Quel libro, quella rivista, quell’illustrazione che sembrava non avessero fatto impressione sul momento, riapparirà più tardi nella nostra mente con tutta la loro nocività.

Il Signore Gesù stesso diceva: «Se dunque il tuo occhio destro ti fa cadere in peccato, cavalo e gettalo via da te... E se la tua mano destra ti fa cadere in peccato, tagliala e gettala via da te» (Matteo 5:29-30).

Per un credente «attratto e sedotto» dalla concupiscenza della carne (Giacomo 1:14), la risorsa indicata nella Parola di Dio è «tagliare» (Matteo 5:30)! È una decisione spesso molto dura, ma che cosa prevarrà nel nostro cuore? L’amore per il Signore o la soddisfazione di noi stessi? Pietro esorta il credente ad «astenersi dalle carnali concupiscenze, che danno l’assalto contro l’anima» (1 Pietro 2:11).

Quante occasioni di caduta potrebbero essere evitate se si facesse attenzione a non «entrare in tentazione»! Il valore di Sansone in Israele è stato molto sminuito dalla concupiscenza della carne alla quale ha così tanto ceduto.

La vita di Davide è stata oscurata sino alla fine a causa di un giorno di scarsa vigilanza, nel quale la concupiscenza, risvegliata da uno sguardo, ha portato disastrose conseguenze.

Occupare bene le proprie giornate e il tempo libero è un ottimo modo per prevenire questi disastri. Il primo posto deve essere dato alla Parola di Dio e alla preghiera, nutrimento e respiro dell’anima. E di quanti altri privilegi Dio cosparge la nostra strada, perché ne godiamo «con Lui»! Una sana occupazione dello spirito con uno scopo professionale o educativo, un momento di svago, di evasione nella natura, di esercizio fisico, costituiscono un aiuto che ci preserverà dal commettere errori e peccati.

La madre di Lemuel lasciò tre consigli al figlio (Proverbi 31:3) «Non dare il tuo vigore alle donne, non frequentare quelle che mandano in rovina i re. Non si addice ai re, o Lemuel, non si addice ai re bere del vino, né ai principi desiderare bevande alcoliche: che a volte, dopo aver bevuto, non dimentichino la legge... Apri la bocca in favore del muto, per sostenere la causa di tutti gli infelici; apri la tua bocca».

Non solo, dunque, esortazioni a non fare, ma anche una positiva: aprire la nostra bocca per far parte delle ricchezze che il Signore Gesù ci ha donate. Apri la tua bocca per chi non conosce Dio e non sa parlargli. Apri la bocca per quelli che sono derelitti e abbandonati. Apri la bocca per spandere l’Evangelo della grazia. Consacra del tempo al servizio del Signore, nella sua dipendenza e per amore di Lui; potrai portare alla salvezza delle anime e, nel frattempo, sarai preservato dal commettere peccati.

4. La superbia della vita

4.1 L'orgoglio, gonfiarsi

La concupiscenza degli occhi induce ad attirare a sé l’oggetto invidiato; la concupiscenza della carne spinge a soddisfare i desideri sregolati della nostra malvagia natura; la superbia, invece, porta ad elevarsi al di sopra degli altri.

L’orgoglio (o la superbia) è la colpa del diavolo (1 Timoteo 3:6), la stessa che descrive Isaia 14:13-14. «Tu dicevi in cuor tuo: Io salirò in cielo, innalzerò il mio trono al di sopra delle stelle di Dio... sarò simile all’Altissimo».

Satana ha provato ad insinuare questo tipo di orgoglio nel cuore di Eva, illudendola con questa prospettiva: «Sarete come Dio» (Genesi 3:5). E c’è riuscito. Alla fine della storia della Chiesa, quelli di Laodicea si vantano: «Sono ricco, mi sono arricchito, e non ho bisogno di niente»; orgoglio spirituale, più grave ancora delle altre forme di orgoglio (Apocalisse 3:17).

Con la superbia ci si vanta di ciò che si è, di ciò che si fa, di ciò che si ha.

Fin dalla nascita, e senza alcun merito da parte nostra, si può essere intelligenti o belli o forti. Adonija, il quarto figlio di Davide, dice: «Sarò io il re... Egli era di bellissimo aspetto» (1 Re 1:5-6). Il Fariseo pregava in questi termini: «O Dio, ti ringrazio che io non sono come gli altri uomini» (Luca 18:11)!

Molto facilmente può accadere di gonfiarsi di ciò che si è fatto. Il re Uzzia aveva dimostrato delle qualità degne di nota; aveva previsto tutto per lo sviluppo economico e la protezione del suo popolo; il suo nome era conosciuto da lontano. «Egli fu meravigliosamente soccorso, finché divenne potente» (2 Cronache 26:15). «Ma quando fu divenuto potente, il suo cuore, insuperbitosi, si pervertì». Egli volle unificare nella sua persona l’ufficio di re e quello di sacerdote, e si infuriò quando i figli di Aaronne cercarono di fermarlo.

In gioventù, Saul «si considerava piccolo» (1 Sam. 15:17). Ma poi la superbia guadagnò il suo cuore. Attribuì a se stesso le vittorie di Gionatan (13:4); invece di distruggere gli Amalekiti agì secondo la propria giustizia non ubbidendo alla volontà dell’Eterno espressa da Samuele. Anche quando sembrò sul punto di pentirsi, domandò al profeta di onorarlo in presenza degli anziani del popolo (15:30)!

Avvertito dodici mesi in anticipo, Nebucadnetsar persistette nella sua superbia: «Non è questa la grande Babilonia che io ho costruita come residenza reale con la forza della mia potenza e per la gloria della mia maestà?». Dio dovette allora punirlo per la sua follia, facendogli apprendere che l’Altissimo ha il potere di umiliare quelli che camminano superbamente (Daniele 4:30-37).

Anche Gedeone non resistette al desiderio di fare un «efod» con gli oggetti vinti; e quello fu una insidia per lui stesso e per la sua famiglia.

La superbia si insinua anche nella soddisfazione di ciò che si possiede; così fu del ricco di Luca 12, che riempiva i propri granai e rassicurava la sua anima col fatto di avere dei beni per molti anni.

Le ricchezze spirituali possono essere causa di una superbia ancora più grave: «La conoscenza gonfia, ma l’amore edifica» (1 Corinzi 8:1). «E che cosa possiedi che tu non abbia ricevuto?» (1 Corinzi 4:7). Perché dunque vantarsi?

La superbia vuole anche porsi al di sopra degli altri. L’apostolo Paolo avverte di non avere di sé un concetto più alto di quel che si deve avere, ma un concetto sobrio, «secondo la misura di fede che Dio ha assegnata a ciascuno» (Romani 12:3).

Diotrefe amava «avere il primato» nell’assemblea. Egli scacciava i fratelli che non gradiva, e a chi li voleva ricevere impediva di farlo (3 Giovanni 9-10). Core, Dathan e Abiram si erano elevati ed erano insorti contro Mosé ed Aaronne, volendosi arrogare un posto che Dio non aveva loro dato (Numeri 16).

La vita degli stessi discepoli del Signore Gesù non è esente dalla pretesa di voler essere l’uno superiore all’altro. Durante il cammino, dopo che Gesù aveva parlato delle sue sofferenze, essi discutevano tra loro per sapere chi fosse il maggiore (Marco 9:33-34). Giacomo, Giovanni e la loro madre si avvicinano a Gesù per domandargli il posto migliore, alla sua destra e alla sua sinistra, nella gloria (10:35). E, cosa quasi incredibile, Luca ci presenta una contesa tra loro appena poco tempo dopo l’istituzione della Cena, durante la quale il Signore aveva messo davanti a loro le sofferenze che lo attendevano (Luca 22:24).

La superbia tende anche a far paragonare se stessi agli altri nel servizio per il Signore. Paolo mette in guardia da questo pericolo: «Poiché noi non abbiamo il corraggio di classificarci o confrontarci con certuni che si raccomandano da sé; i quali però, misurandosi secondo la loro propria misura e paragonandosi tra di loro stessi, mancano d’intelligenza. Noi, invece, non ci vanteremo oltre misura, ma entro la misura del campo di attività di cui Dio ci ha segnato i limiti» (2 Corinzi 10:12-13).

Assolviamo il servizio che il Signore ci mette davanti impiegando «come buoni amministratori della svariata grazia di Dio» i doni che ci ha affidato «secondo la misura di fede assegnata a ciascuno» senza voler entrare nel dominio degli altri, né arrogarsi una rinomanza che ci fa sentire più grandi.

Il pericolo è anche di gonfiarci d’orgoglio «esaltando l’uno a danno dell’altro» (1 Corinzi 4:6), fatto che diventa un impaccio per sé, per l’assemblea e per il servitore che si ammira.

4.2 I rimedi divini

Dopo aver ceduto alla vanità di mostrare tutti i propri tesori agli inviati del re di Babilonia, «Ezechia si umiliò dell’essersi inorgoglito in cuor suo» (2 Cronache 32-26). Questo sia di esempio per tutti i casi in cui constatiamo che l’orgoglio si è introdotto in noi e ha prodotto i suoi frutti: confessare a Dio il nostro sbaglio, riprendere coscienza della nostra condizione di peccatori salvati per grazia, ricordarci dell’opera della croce, delle sofferenze del Signore, della misericordia di cui siamo stati e siamo tutt’ora oggetti; e, risorsa suprema, ritornare incessantemente all’esempio del Signore Gesù: «Abbiate in voi lo stesso sentimento che è stato anche in Cristo Gesù, il quale... spogliò sé stesso, prendendo forma di servo;... umiliò sé stesso, facendosi ubbidiente fino alla morte» (Filippesi 2:4-8).

Se esiste il rifiuto di umiliarsi, deve intervenire Dio. È stata l’esperienza di Nebucadnetsar. Haman, invece, dopo aver ottenuto l’adulazione degli uomini e aver desiderato di farsi portare per le vie della città come «l’uomo che il re vuole onorare», riceve il castigo definitivo di Dio: è appeso alla forca che aveva fatto preparare per Mardocheo (Ester 3 a 7).

Nella parabola rivolta agli «invitati» che scelgono i posti migliori, il Signore Gesù avverte: «Non ti mettere a tavola al primo posto, perché può darsi che sia stato invitato da lui qualcuno più importante di te, e chi ha invitato te e lui non venga a dirti: Cedi il posto a questo! e tu debba con tua vergogna andare allora a occupare l’ultimo posto» (Luca 14:7-9).

Dopo aver esortato: «E tutti rivestitevi di umiltà gli uni verso gli altri», Pietro aggiunge: «Dio resiste ai superbi ma dà grazia agli umili. Umiliatevi dunque sotto la potente mano di Dio; affinché Egli vi innalzi a suo tempo» (1 Pietro 5:5-6; Giacomo 4:7; Proverbi 3:34).

5. Le tentazioni che vengono dall’esterno

Le tentazioni che vengono dall’esterno, oltre a rischiare di farci cadere, mettono anche alla prova la fede per manifestarne la realtà.

Questi tipi di tentazioni possono eccitare la concupiscenza, che non è altro che la risposta del nostro cuore malvagio che trova la sua soddisfazione nel male; oppure, caso del tutto opposto, incontrare la fede che conta sulla liberazione che viene da Dio.

5.1 L’opposizione

Essa proviene dall’odio degli uomini guidati da Satana: «Se il mondo vi odia, sapete bene che prima di voi ha odiato me... Poiché non siete del mondo, ma io ho scelti voi in mezzo al mondo, perciò il mondo vi odia... Se hanno perseguitato me, perseguiteranno anche voi» (Giovanni 15:18-20).

Durante i primi secoli della Chiesa, come spesso nel corso della sua storia, la persecuzione si è accanita contro i credenti: «L’incendio divempa in mezzo a voi per provarvi» (1 Pietro 4:12). L’epistola a Smirne ne parla: «Avrete una tribolazione per dieci giorni» (Apocalisse 2:10).

Questa opposizione può rivestire la forma di derisione o di calunnia (1 Pietro 2:12) o di svantaggi nell’avanzamento professionale o di ostacoli che Satana suscita nel cammino e nel servizio per il Signore (1 Tess. 2:18).

La Parola contiene numerosi esempi di questa opposizione più o meno violenta.

I tre giovani Ebrei che rifiutarono di adorare la statua furono gettati nella fornace. Giovanni Battista fu imprigionato e in seguito decapitato. Geremia, il profeta, ricevette ogni sorta di insulti e di trattamenti malvagi.

Alcuni furono liberati, altri non accettarono «la loro liberazione». Ad altri ancora fu richiesto di essere fedeli «fino alla morte» (Ebrei 11:33-38).

Nella parabola del seminatore, i semi caduti nei luoghi rocciosi rappresentano gli uomini che hanno ricevuto la Parola con gioia; ma non avendo essa fatto radice soccombono non appena arriva la tribolazione o la persecuzione.

Il Signore Gesù stesso ha conosciuto tali tentazioni: da parte di Satana sia nel deserto sia nel Getsemani; da parte dei farisei e di altri capi del popolo nel corso del suo ministerio. Durante tutta la sua vita Egli «ha sopportato una simile ostilità contro la sua persona da parte dei peccatori» (Ebrei 12:3).

Davanti a simili opposizioni il credente è chiamato a «resistere» (1 Pietro 5:9), ad essere fedele (Apocalisse 2:10). Ma non arriverà a questo se non con la potenza di Dio operante in lui. In risposta alla fede, secondo «la misura» della persecuzione, Dio darà «la via d’uscirne», darà la forza per tener fermo.

5.2 Le preoccupazioni

Le circostanze esteriori, e più ancora l’incertezza dell’avvenire, suscitano in noi affanni, paura, persino angoscia. Ne è causa la nostra mancanza di fede.

Il Signore Gesù esorta i suoi: «Non siate in ansia per la vostra vita» (Matteo 6:25). Anche Paolo scrive: «Non angustiatevi di nulla; ma in ogni cosa fate conoscere le vostre richieste a Dio» (Filippesi 4:6). Il salmista ha fatto una felice esperienza: «Quand’ero turbato da grandi preoccupazioni, il tuo conforto ha alleviato l’anima mia» (Salmo 94:19).

Ricordiamoci che abbiamo un Padre, com’è detto ben sette volte in Matteo 6. Teniamo sempre presenti le promesse della Parola, fissiamole con la memoria nella nostra mente per averle a disposizione nei momenti di insicurezza e di crisi. Impariamo a gettare su Lui ogni nostra sollecitudine, perché Egli ha cura di noi (1 Pietro 5:7).

Nella parabola del seminatore abbiamo anche un’illustrazione dell’effetto di queste preoccupazioni: «E altri sono quelli che ricevono il seme tra le spine; cioè coloro che hanno udito la parola; poi gli impegni mondani, l’inganno delle ricchezze, l’avidità delle altre cose, penetrati in loro, soffocano la parola, che così riesce infruttuosa» (Marco 4:18-19). Senza dubbio alle ansie si unisce la concupiscenza; ma già da sole hanno la forza di soffocare la Parola nell’anima ed impedirle di produrre del frutto.

Se siamo continuamente preoccupati del futuro, delle circostanze e delle difficoltà, ci allontaniamo da Dio. «Riponi la tua sorte nell’Eterno» dice il salmista, «confida in Lui, ed Egli agirà... Sta’ in silenzio davanti all’Eterno, e aspettalo» (Salmo 37:5-7).

5.3 Le tentazioni intellettuali

Sotto «i dardi infocati del maligno» di cui parla l’apostolo in Efesini 6:16 si possono anche collocare quelle «frecce» che il nemico scocca per suscitare il dubbio nel nostro spirito. Egli aveva insinuato ad Eva: «Come, Dio vi ha detto...?» (Genesi 3:1).

Satana lancia i suoi «dardi» in tante maniere diverse; per mezzo di letture, di studi, di conversazioni con persone poco ferme nelle cose di Dio. La Parola esorta a fuggire «i discorsi vuoti e profani e le obiezioni di quella che falsamente si chiama scienza; alcuni di quelli che la professano si sono allontanati dalla fede» (1 Timoteo 6:20-21). L’apostolo aggiunge: «Evita inoltre le dispute stolte e insensate, sapendo che generano contese» (2 Timoteo 2:23).

Nella parabola della zizzania il campo era stato ben seminato. Ma, «mentre gli uomini dormivano» il nemico è sopraggiunto ed ha seminato la zizzania in mezzo al frumento, senza che nessuno lo vedesse. Il grano ha cominciato a crescere e, dopo qualche tempo, «apparvero anche le zizzanie» (Matteo 13:24-28). Diverse insinuazioni o dubbi sono penetrati nello spirito; essi non hanno avuto all’inizio alcun effetto, ma questo non ha importanza. I granelli seminati porteranno frutto, un giorno!

Non ci si stupisca, dunque, di vedere dei giovani che sembravano radicati nel Signore e fedeli alla sua Parola, abbandonare l’insegnamento ricevuto; in un periodo di torpore e di poca vigilanza il nemico avrà seminato la sua zizzania.

Quali rimedi Dio ci offre? Prima di tutto lo «scudo della fede», quella fede che riceve la Parola di Dio perché viene da Lui, senza deformarla né accomodarla alle nostre idee. Paolo dice a Timoteo: «Considera quel che dico, perché il Signore ti darà intelligenza in ogni cosa» (2 Timoteo 2:7).

Dopo tante esperienze che avevano messo alla luce le profondità del suo cuore, Giobbe conclude: «Tu insegnami» (42:4).

Questo è un buon atteggiamento dell’anima verso il Signore che anche noi dobbiamo avere di fronte alla tentazione che il dubbio potrebbe insinuare nel nostro spirito.

5.4 Essere messi alla prova

«Se è necessario», dice Pietro, si può essere «per breve tempo,... afflitti da svariate prove», con lo scopo che la fede, alla prova del fuoco, sia trovata risultante a «lode, gloria e onore al momento della manifestazione di Gesù Cristo» (1 Pietro 1:6-7). «Beato l’uomo che sopporta la prova; perché, dopo averla superata, riceverà la corona della vita» (Giacomo 1:12).

Altre volte Dio permette la prova, la tentazione, per mettere in luce le cose che ostacolano la comunione con Lui affinché le giudichiamo e possiamo nuovamente godere della luce della sua presenza. Egli ha agito così con Giobbe, permettendo a Satana di provarlo, e utilizzando anche gli amici, per fargli giudicare la soddisfazione che egli aveva nella sua propria giustizia.

Tali «tentazioni» possono rivestire la forma dell’opposizione o della persecuzione; possono venire anche da circostanze difficili; malattie o lutti che possono portare allo scoraggiamento; insuccessi che inducono alla rivolta; delusioni che portano a lasciarsi andare (Geremia 17:16); incidenti che fermano a volte nel servizio per il Signore.

Ma queste stesse prove possono anche «tornare a lode», se riavvicinano a Dio e conducono a cercare presso di Lui forza e coraggio; l’anima sarà così rinnovata e fortificata per attraversare la tentazione.

Ecco perché i servitori dovrebbero essere anzitutto «provati» prima ancora di servire, per verificare che niente di grave nella loro vita possa essere un ostacolo al compito che Dio vuole affidare loro. Una tale «prova» può essere opera di Dio o dei fratelli. Un periodo che metta in luce lo stato del cuore ed il livello spirituale è necessario prima di impegnarsi in pieno in un servizio per il Signore.

6. Il soccorso divino

Esaminando le diverse tentazioni abbiamo anche rilevato le risorse divine necessarie per farvi fronte. Riprendiamole ancora una volta, per essere meglio preparati a incontrare le prove del cammino cristiano.

6.1 Nelle tentazioni che provengono dall’esterno

La simpatia del Signore e la sua intercessione si presentano in primo luogo. Ebrei 2:17-18 ci dice: «Egli doveva diventare simile ai suoi fratelli in ogni cosa, per essere un misericordioso e fedele sommo sacerdote nelle cose che riguardano Dio... Poiché egli stesso ha sofferto la tentazione, può venire in aiuto di quelli che sono tentati».

Questa comprensione del Signore verso i suoi non deriva dalla sua potenza divina, ma dalla sua vita di uomo sulla terra; Egli ha conosciuto la sete, la fame, la stanchezza, l’opposizione e l’odio, la solitudine, le incomprensioni dei suoi. Ha sofferto essendo tentato; perciò è capace di soccorrere quelli che sono tentati.

Il Signore ha conosciuto la sofferenza del vivere in un mondo contaminato e ostile. Egli non aveva in sé la natura malvagia dell’uomo, la concupiscenza; le tentazioni non hanno trovato alcuna esca in Lui. Ma Egli può ugualmente «simpatizzare con noi» nelle nostre infermità; in ogni cosa «è stato tentato come noi, senza commettere peccato» (Ebrei 4:15). (*) Egli ha fatto l’esperienza delle sofferenze.

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(*) Il testo originale dice: «Senza peccato», alludendo al fato che in Lui non c’è peccato (1 Giovanni 3:5). Gesù non poteva peccare.
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Ma c’è ancora di più; poiché è risuscitato ed è stato costituito sacerdote nel cielo «in virtù della potenza di una vita indistruttibile», «può salvare perfettamente quelli che per mezzo di Lui si avvicinano a Dio, dal momento che vive sempre per intercedere per loro» (Ebrei 7:16-25). Questa intercessione del Signore è continuamente a nostra disposizione, ma Egli si aspetta da noi che «ci avviciniamo a Dio per mezzo di Lui».

Abbiamo anche il suo esempio per nostro incoraggiamento: «Considerate colui che ha sopportato una simile ostilità contro la sua persona da parte dei peccatori, affinché non vi stanchiate perdendovi d’animo» (Ebrei 12:3). Impariamo a vedere (1 Giovanni 1:1) il Signore Gesù attraverso le pagine degli Evangeli; la sua fermezza, la sua pazienza ci conforteranno quando avremo propensione a scoraggiarci. E, come il salmista, pensiamo a Lui: «Beato che ha cura del povero (o colui che si dà pensiero del povero)! Nel giorno della sua sventura l’Eterno lo libererà. L’Eterno lo proteggerà e lo manterrà in vita; egli sarà felice sulla terra... L’Eterno lo sosterrà quando sarà a letto, ammalato; tu lo consolerai nella sua malattia» (Salmo 41:1-3).

Cerchiamo di capire Colui che si è abbassato e si è fatto povero per arricchirci, e che nell’umiltà più profonda ha proseguito instancabile nel suo faticoso e oscuro cammino; quale incoraggiamento attraverso le prove e le tentazioni della vita! Ma come capirlo se non considerando una volta di più quello che gli Evangeli ci presentano e non soltanto nei diversi episodi della sua vita, ma cerchiamo di sentire i battiti di quel cuore da cui scaturirono tutti i suoi atti! Allora potremo realizzare la pazienza, così sovente sottolineata nell’epistola di Giacomo; chiederemo la saggezza (Giac. 1:5) che ci aiuterà a discernere lo scopo delle prove, le lezioni che il Signore ci vuole insegnare nelle circostanze che permette che ci avvengano, e sapremo come comportarci; in risposta alla preghiera Dio «dona a tutti generosamente senza rinfacciare».

6.2 Nelle tentazioni che vengono dall’interno

Come è già stato rilevato, un fatto essenziale è «fuggire» gli appetiti giovanili, la fornicazione, l’idolatria. Quando esempi di uomini malvagi ci potrebbero attrarre, «anche da costoro allontanati!» (2 Timoteo 3:5).

In questo campo è particolarmente necessario vegliare sulle relazioni che potrebbero degenerare in occasioni di caduta, nelle quali rischieremmo di disonorare il Signore. Le amicizie in Cristo sono una risorsa preziosa nel cammino della fede; il pericolo è nelle compagnie del mondo, nei contatti che diventano sempre più intimi e trascinano nel mondo o verso la corruzione.

Abbiamo visto in Colossesi 3:5 il significato di «far morire» le nostre membra in rapporto alla concupiscenza della carne. Se uno o una del mondo cercasse di attirarci, ricordiamo Proverbi 6:25: «Non desiderare in cuor tuo la sua bellezza». Appena ci se ne rende conto, bisogna «tagliare» (Matteo 5:29-30).

Per quanto riguarda i difetti del carattere, dobbiamo mostrare l’influenza che ha in noi l’energia spirituale: «Deponete anche voi tutte queste cose» (Colossesi 3:8). Proverbi 28:13 ci dice: «Chi confessa le sue colpe e le abbandona otterrà misericordia». Non è un’energia carnale o legale, ma il fermo proposito di un cuore rinnovato che desidera piacere al Signore. Tutto questo implica una disciplina personale nel cammino del credente: «Correte in modo da riportare il premio», dice l’apostolo Paolo ai Corinzi (1 Corinzi 9:24).

Se si vuole combattere si deve «essere temperato in ogni cosa» (v. 25) al fine di ottenere la corona. Per questo l’apostolo aggiunge: «Tratto duramente il mio corpo e lo riduco in schiavitù» (v. 27). Cosa intendesse dire con questo non lo sappiamo con precisione. In altri passi il pensiero è riassunto con l’espressione «sobrietà», il controllo di sé, che consiste nel non lasciarsi andare ai propri impulsi, alla pigrizia o ai desideri carnali, ma nel saper tenere il corpo come «alle briglie».

L’apostolo affida a Tito numerose esortazioni da fare ai diversi tipi di persone che poteva incontrare in Creta; i vecchi, le donne anziane e i giovani. Ai giovani, uomini, fa una sola esortazione molto importante: «Essere saggi (o assennati)» (Tito 2:6). Non però applicando alla nostra vita il legalismo, condannato in Colossesi 2 («perché vi lasciate imporre dei precetti, quali: Non toccare, non assaggiare, non maneggiare?»), ma con la realizzazione della nostra morte con Cristo e della nostra risurrezione con Lui. Far crescere la nuova vita: ecco quello che importa!

Non ci sono «meriti» da far valere se si pratica la sobrietà; il che, del resto, non è possibile se non camminando per lo Spirito, secondo Galati 5:16-23, in cui la temperanza viene a completare il «grappolo» dei meravigliosi frutti dello Spirito Santo.

La confessione dei nostri peccati fatta a Dio è indispensabile per essere perdonati e purificati (1 Giovanni 1:9). Riconoscere i propri torti verso i fratelli ristabilisce le relazioni fraterne che erano state lese; ed è anche una salvaguardia per l’avvenire, per non ripetere lo stesso errore. Così pure la confessione reciproca di Giacomo 5:16, e le preghiere che ne derivano, sono un potente mezzo educativo per preservarci dalle cadute.

6.3 Sempre

Il soccorso divino è sempre a nostra disposizione; non è né intermittente né parziale. «Dalla potenza di Dio siete custoditi mediante la fede» (1 Pietro 1:5).

La potenza di Dio è sempre pronta per preservarci dalle cadute. La fede deve essere esercitata per appoggiarsi su questa potenza, impadronirsene, contarci su.

Al termine della sua lunga e dolorosa esperienza, Giobbe potè dire con riconoscenza: «Io riconosco che tu puoi tutto, e che nulla può impedirci di eseguire un tuo disegno» (Giobbe 42:2).

La mano del Signore è pronta, sempre, a soccorrerci; è la mano fedele che «subito» si protese verso Pietro che affondava nelle acque in seguito alla sua mancanza di fede (Matteo 14:31). «Quand’ho detto: Il mio piede vacilla, la tua bontà, o Eterno, m’ha sostenuto» (Salmo 94:18).

«Dio è fedele...; con la tentazione vi darà anche la via d’uscirne» (1 Corinzi 10:13). Noi possiamo sempre contare sulla sua grazia e sulla sua fedeltà.

L’esempio degli Israeliti caduti nel deserto porta a temere che, «rimanendo una promessa d’entrare nel suo riposo, alcuno di voi non appaia esser rimasto indietro» (Ebrei 4:1 versione Luzzi). Ma per grazia ci sono dati tre tipi di risorse, senza le quali nessuno arriverebbe alla meta: la Parola di Dio (v. 12), l’intercessione di Cristo (v. 14-15), e il trono di grazia (v. 16) Il cammino è stato aperto, la «cortina» è stata strappata, l’accesso al santuario è sempre libero! «Accostiamoci» dunque.

Avvicinarsi a Lui, ma con fede, nel sentimento di incontrare la grazia di Dio; e non soltanto per avere «subito» soccorso, ma anche per ottenere «misericordia», quella misericordìa di cui abbiamo bisogno per tutto il cammino.

Per preservarci da cadute o rialzarci, Dio si può servire di un soccorso fraterno. Galati 6:1 lo illustra: «Fratelli, se uno viene sorpreso in colpa, voi, che siete spirituali, rialzatelo con spirito di mansuetudine. Bada bene a te stesso, che anche tu non sia tentato.» Si tratta qui di un fatto accidentale, che non necessita della disciplina dell’assemblea, secondo 1 Corinzi 5, ma richiede un aiuto spirituale, un servizio pastorale che rialza colui che è caduto, essendo però coscienti che tutti potremmo essere tentati!

Giobbe dice: «Pietà deve l’amico a colui che soccombe» (Giobbe 6:14). Misericordia verso i fratelli scoraggiati, a cui è scivolato il piede, e che si trovano imbrigliati in circostanze inestricabili — misericordia e non giudizio!

«Due valgono più (o meglio) di uno solo», dice l’Ecclesiaste (4:9). L’amico «rialza il suo compagno»; in coppia, «a due», c’è quell’affezione reciproca che sostiene nei giorni buoni e in quelli cattivi. Il Signore è vicino a quelli che Egli ha uniti: «Una corda a tre capi non si rompe così presto» (Ecclesiaste 4:12).

Un ultimo avvertimento, un’ultima promessa: «Perciò, chi si pensa di stare in piedi, guardi di non cadere» (1 Corinzi 10:12). Pretese e presunzione portano alla caduta. — Ma una risorsa rimane: «Nella fede già state saldi» (2 Corinzi 1:24). Questa fede, che conta sulla potenza di Dio, si avvicina a Lui con fiducia e sa fare appello al soccorso e alla grazia del Signore. — Infine una certezza. «Il Signore è potente da farlo stare in piedi» (Romani 14:4). Egli è potente da «preservarvi da ogni caduta» (Giuda 24)!




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