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Il giudizio di se stesso

«Ora ciascuno esamini sé stesso, e così mangi del pane e beva dal calice.» (1 Corinzi 11:28)

Georges André

Il Messaggero Cristiano, novembre 1979.

I sottotitoli sono stati aggiunti da Bibbiaweb.

Indice: 1. Il lavoro della coscienza, illuminata dalla Parola di Dio 2. La confessione e la purificazione 3. Riconoscere la causa profonda: il peccato (la carne) in me 4. Il giudizio di se stesso è necessario per partecipare alla Cena del Signore, ma anche per tutti i giorni


Abbiamo potuto constatare nel corso di molte conversazioni, che molti sono perplessi di fronte a questa asserzione della Parola di Dio. Che cosa significa: «Esaminare sé stesso» (*), e: «Così mangi del pane»? Non si tratta di esaminarsi per vedere se si è degni di partecipare alla cena del Signore. Se così fosse, chi potrebbe rispondere: Io sono degno?

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(*) o «Provare sé stesso».
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Come per ogni altro insegnamento della Parola, è importante considerare l’insieme dei passi che trattano un dato soggetto piuttosto che fermarsi a uno solo.

1. Il lavoro della coscienza, illuminata dalla Parola di Dio

Il credente, nel suo cammino pratico, è chiamato ad essere cosciente dei propri errori. Non è forse in questo che noi manchiamo? Non esaminando le cose alla luce della Parola di Dio — vero specchio che ci dice ciò che siamo (Giacomo 1:23-24) — noi abbiamo la tendenza di passar sopra a molte manchevolezze senza renderci conto che davanti a Dio esse sono veramente dei peccati. Il salmista sentiva il bisogno di pregare: «Esaminami, o Dio, e conosci il mio cuore. Mettimi alla prova e conosci i miei pensieri. Vedi se c’è in me qualche via iniqua» (Salmo 139:23-24). Paolo poteva dire «Non ho coscienza di alcuna colpa; non per questo però sono giustificato: colui che mi giudica è il Signore» (1 Corinzi 4:4). Dobbiamo esaminare noi stessi e la nostra maniera di comportarci ogni giorno; ogni giorno dedicare un momento per considerare alla luce della Parola di Dio a che punto stanno le cose; questo ci aiuta a discernere quello che nel nostro cammino non è alla sua gloria e non riflette dell’amore per il Signore o dell’amore per i nostri fratelli o il nostro prossimo.

«Se qualcuno ha peccato, noi abbiamo un avvocato presso il Padre: Gesù Cristo, il giusto» (1 Giovanni 2:1). L’intercessione del Signore Gesù in nostro favore è sempre attiva per renderci coscienti dei nostri falli; per mezzo della sua presenza presso al Padre, sulla base della propiziazione compiuta alla croce, Egli permette a Dio di essere giusto e di giustificare «colui che ha fede in Gesù» (Romani 3:26). «Io ho pregato per te», diceva a Pietro, prima ancora che lo avesse rinnegato; commesso l’atto, Gesù lo guarda; dopo la rizurrezione, lo incontra a tu per tu. Così Pietro è reso cosciente della sua caduta, ma anche della grazia che provvede a tutto ciò che esige una completa riabilitazione.

Posti di fronte a un peccato, è importante avere un’opinione esatta a suo riguardo. Forse sino allora si era pensato che non fosse tanto grave; si poteva perfino arrivare a giustificarlo (avevo avuto proprio ragione di offendermi, oppure di andare in quel dato luogo...); il «pentimento», nel significato originale del termine, è un cambiamento completo di valutazione riguardo all’atto commesso. È quindi riconoscere alla luce divina che l’atto stimato scusabile, forse anche buono, era invece male e peccato davanti a Dio.

2. La confessione e la purificazione

Ma quando ci siamo resi conto delle nostre mancanze, cosa dobbiamo fare? Numeri 19 contiene un insegnamento pratico dei più importanti.

Colui che era diventato impuro per il contatto con un morto — la morte è il salario del peccato — anche se aveva toccato un semplice osso di uomo trovato nei campi, doveva essere purificato a due riprese, il terzo e il settimo giorno. Il ricordo del sacrificio di Cristo (rappresentato dalle ceneri della giovenca) applicato dalla Parola vivente (l’acqua) alla coscienza, nel sentimento ch’Egli ha dovuto soffrire per quel peccato, produce la purificazione. «Il sangue di Gesù, suo Figlio, ci purifica da ogni peccato» (1 Giovanni 1:7).

Ma questa purificazione è legata alla confessione del male: «Se confessiamo i nostri peccati, Egli è fedele e giusto da perdonarci i peccati e purificarci da ogni iniquità» (1 Giovanni 1:9). Non si tratta soltanto di riconoscere la colpa in modo generale, ma di confessare con precisione ciò in cui abbiamo mancato.

A chi deve essere fatta questa confessione? 1 Giovanni 1 non lo precisa, ma comprendiamo bene che innanzi tutto, e sempre, deve essere fatta a Dio (Salmo 51:4); poi anche, nei casi che lo richiedono, alla persona offesa, affinché nella misura del possibile, si ripari al male causato (Levitico 5:16; 6:1-6). Giacomo 5:16 parla di una confessione reciproca («gli uni agli altri») di falli commessi, per potere pregare «gli uni per gli altri» (il contesto si riferisce prima di tutto a casi di malattia, ma indubbiamente ha una più larga portata). La confessione reciproca delle nostre mancanze sarà di grande aiuto pratico se fatta tra due anime credenti che abbiano sufficientemente fiducia l’uno dell’altro, nella discrezione totale (*). Un tale amico fedele potrà essere utile meglio «fare conoscere il peccato» al suo fratello che non ne è cosciente (Levitico 4:23-28 ecc.).

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(*) Bisogna essere certi che non ci sia nel fratello confidente la tendenza a spandere il male che gli confessiamo; solo colui che ha il carattere del sacerdote può «mangiare del sacrificio per il peccato» (Levitico 6:19; 7:6-7), cioè un uomo spirituale, con molto discernimento, che agisce dalla parte di Dio e per Dio, che prega per il suo fratello colpevole, nella coscienza dell’efficacia dell’opera di Cristo davanti a Dio (vedere anche Galati 6:1).
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Alla confessione è legato «l’abbandono» del peccato; «Chi confessa le sue colpe e le abbandona otterrà misericordia» (Proverbi 28:13). Sarebbe una grave incoerenza e un laccio tornare sempre a confessare il medesimo fallo, senza ricercare di proposito (Colossesi 3:8: «Deponete...») presso al Signore la forza per non cadervi di nuovo (Romani 8:13: «Se mediante lo Spirito fate morire le opere del corpo...»); può essere anche utile dare prova del proprio pentimento con qualche azione appropriata.

3. Riconoscere la causa profonda: il peccato (la carne) in me

Ma c’è più di questo; secondo il senso di 1 Corinzi 11:28, il «esaminare se stesso» non implica soltanto riconoscere con umiltà il proprio fallo, ricordandosi del valore del sacrificio di Cristo che solo può toglierlo; è importante ricercarne le cause profonde davanti a Dio. Se ho l’abitudine di dire del male degli altri (anche se vero!) o di irritarmi con frequenza, quale ne è la vera causa? Il desiderio non confessato di sminuire agli occhi degli altri colui di cui parlo male? La stima nella quale tengo la mia persona? Il fatto di non dare al Signore Gesù il posto che gli spetta nella mia vita, nelle mie giornate, nelle mie affezioni? Ecco ciò che comporta il «provare se stesso».

Ne consegue che non si partecipa alla cena del Signore alla leggera. Bisogna discernere i propri falli, pentirsene, confessarli, nella misura del possibile riparli, cercarne davanti a Dio la causa e, innanzi tutto, ricordarsi del sacrificio del Signore Gesù, indispensabile per cancellare anche quel peccato; occorreranno il tempo e l’esercizio di cuore e di coscienza necessari, ma bisogna farlo.

4. Il giudizio di se stesso è necessario per partecipare alla Cena del Signore, ma anche per tutti i giorni

Quale sarà la conclusione? Non certo che io sono degno di partecipare alla Tavola del Signore, ma che, per la grazia di Dio, in virtù dell’efficacia di quell’offerta perfetta che nel memoriale sarà una volta di più ricordata, conviene rispondere al supremo desiderio del Signore Gesù: «E così mangi». «Così», cioè dopo il giudizio di se stesso, compenetrati dalla grazia che sola ci permette di partecipare alla Cena, di celebrarla con riconoscenza e adorazione «senza coscienza di peccato».

Il Signore ci accordi una visione chiara del valore divino del suo corpo e del suo sangue, nella certezza che il giudizio di Dio è caduto su di Lui, e che non c’è più condanna per noi (Romani 8:1). La via del santuario è sempre aperta; non manchiamo di rispondere al desiderio del Signore Gesù, ma facciamolo, domenica dopo domenica, sia nel giudizio di noi stessi che nel profondo sentimento del suo amore e della sua grazia.




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