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L’Ecclesiaste e le risposte del Nuovo Testamento

Georges André

[Estratti]

Indice: 1. Introduzione 2. Il lavoro 3. Le ricchezze 4. Godersi la vita 5. La saggezza e il timore di Dio 6. La morte, il giudizio e l’aldilà 7. Conclusione

1. Introduzione

Tra i 39 libri dell’Antico Testamento, l’Ecclesiaste occupa un posto a parte.

I libri di Mosè, il Pentateuco, ci parlano dalla Genesi al Deuteronomio delle origini, della chiamata di Abramo e della sua famiglia, della formazione del popolo d’Israele, della legge e degli ordinamenti che vi si riferiscono.

Da Giosuè a Ester abbiamo, nei libri storici, la storia di questo popolo, dalla conquista di Canaan fino alla deportazione a Babilonia; poi il suo ritorno, in Esdra e Nehemia, e, in Ester, un episodio del periodo dell’esilio.

Gli Agiografi, chiamati anche libri poetici e sapienziali, da Giobbe al Cantico dei Cantici, ai quali si aggiungono le Lamentazioni di Geremia, sono in gran parte scritti in versi; essi ci presentano soprattutto gli esercizi spirituali dei fedeli del popolo, come anche i consigli della saggezza.

I profeti, in numero di 16, annunciano i giudizi che attendono Israele, e il suo, avvenire glorioso.

Attraverso tutto l’Antico Testamento, Dio si rivela progressivamente all’uomo. Innanzitutto è il Dio creatore, Elohim (Genesi 1:1), il Dio supremo, la deità in senso assoluto; il suo nome in lingua ebraica è al plurale, mentre il verbo («creò») è al singolare, senza dubbio allusione velata alla Trinità che si rivelerà soltanto nel Nuovo Testamento (vedere anche il v. 26).

Allorché Dio chiama Abramo ad allontanarsi dal suo paese e dalla sua parentela, a divenire straniero in un mondo idolatra e corrotto, Abramo obbedisce e se ne va. La sua fede procede diritta verso una mèta. Al pellegrino, quale egli è così diventato, Dio si rivela come l’Onnipotente (El-Shaddai) (Genesi 17:1).

I secoli sono passati; il popolo d’Israele sta per essere formato come tale; Dio si rivela a Mosè come Jéhovah (Esodo 6:2-3) o, nella sua versione più corretta, Yahveh che la maggior parte delle nostre versioni traduce con l’Eterno, Colui che è lo stesso pur entrando nel tempo, il Dio del patto con il suo popolo. Così egli sarà conosciuto, attraverso tutto l’Antico Testamento, da coloro che gli si avvicineranno.

Tanto i libri storici quanto i libri profetici conservano un’impronta israelita, e sembrano occuparsi innanzitutto di questo popolo. Ogni cosa cambierà nel giorno della risurrezione.

Sulla via di Emmaus, Gesù stesso aprirà gli occhi dei discepoli affinché da allora in avanti, considerando Mosè, i salmi e i pofeti, essi non vi cercassero più soltanto la storia del loro popolo, ma prima di tutto «le cose che Lo riguardano». Tutto l’Antico Testamento si illumina di una luce nuova, e i cuori dei credenti ardono per Colui per mezzo del quale le Scritture si aprono (v. 32).

Il sacrificio di Abele prefigura la Croce; Abramo e Isacco, mentre salgono insieme sulla collina di Moria, ci fanno pensare al Padre e al Figlio che compiono l’opera della redenzione; Giuseppe venduto dai suoi fratelli, che scende sempre più in basso e poi è elevato alla gloria suprema, primo dopo il Faraone, diviene il quadro commovente dell’Inviato del padre che, rigettato dai suoi fratelli, scenderà fino alla morte, per ricevere, attraverso la risurrezione e l’ascensione alla destra di Dio, un Nome al di sopra di ogni nome. Non è più tanto la storia di Davide o di Geremia che ci interessa, ma soprattutto ciò che in essi parla di Cristo. Tutto l’Antico Testamento converge verso la venuta di Colui che sarà in mezzo agli uomini la Parola fatta carne, Emmanuele, Dio con noi.

Sotto quale nome Gesù sta per rivelare il Dio invisibile che nessuno ha mai visto? «L’unigenito Figlio, che è nel seno del Padre, è quello che l’ha fatto conoscere». Per noi cristiani, Dio non è più solo il Dio supremo, il Creatore, l’Onnipotente o l’Eterno, ma prima di tutto e soprattutto il Dio e Padre del nostro Signore Gesù Cristo. Quel mattino glorioso della risurrezione, per mezzo di Maria Maddalena, il Signore ne inviò il messaggio ai suoi fratelli: «Io salgo al Padre mio e Padre vostro, al Dio mio e Dio vostro» (Giovanni 20:17).

Questa è, a grandi linee, la rivelazione che Dio ci ha data. Quale posto vi occupa il libro dell’Ecclesiaste? Basta leggerne qualche pagina per rendersi conto che ha un carattere del tutto a sé, su un piano particolare.

È l’esperienza di un uomo così caratterizzato:
   a) Conosce il bene e il male, e possiede una saggezza di origine divina, che gli fa posare uno sguardo inquisitore e intelligente su tutto ciò che si vede sotto il sole; ma questa saggezza non può che condurlo a constatare le conseguenze del peccato in se stesso e attorno a sé senza trovarvi rimedio.
   b) Conosce Dio, ma senza avere con lui delle relazioni positive, delle relazioni di alleanza; egli non possiede altra rivelazione che quella di un giudizio futuro.
   c) È fornito di tutti i mezzi materiali necessari per poter godere la vita.

In tali condizioni, troverà la felicità? Quale sarà il risultato della sua esperienza? Da un capo all’altro del suo libro, egli lo ripete a sazietà: nessuna soddisfazione, nessuna felicità durevole; nessuna conoscenza dell’avvenire, che resta per lui un libro chiuso.

Tre termini risaltano in questo libro.
   1) «Sotto il sole», espressione frequente, che mette bene in evidenza il punto di vista del Predicatore (= Ecclesiaste): egli considera le cose tali quali il sole le illumina quaggiù e i suoi sensi possono discernerle, ma non possiede alcuna rivelazione delle cose eterne.
   2) La «vanità», il «correr dietro al vento», ritornello costante da un capo all’altro del libro: le cose per le quali l’uomo si spende, dietro alle quali si accanisce per cercare di afferrarle, non sono che vento, vuoto che lascia il suo cuore insoddisfatto.
   3) Il terzo termine caratterizza l’Ecclesiaste per la sua assenza: l’Eterno non vi è conosciuto. Solo il nome di Dio vi figura: l’Essere supremo, ma non il Dio dell’alleanza in relazione con il suo popolo.

Abbiamo dunque nell’Ecclesiaste le riflessioni dell’uomo naturale su ciò che accade sotto il sole, i ragionamenti dell’uomo la cui esperienza è necessariamente incredula, poiché egli non possiede alcuna rivelazione, o rifiuta di prenderne conoscenza. Dove può giungere con le sue sole forze?

Tale è il quadro volontariamente tracciato dal Predicatore sotto l’ispirazione dello Spirito di Dio. Non che si tratti, propriamente parlando, di una «confessione», cioè di una esperienza personale vissuta in tutti i suoi momenti, ma piuttosto di un quadro, intenzionalmente limitato, di un uomo posto nelle condizioni che abbiamo descritte. È forse questo un caso unico?

Tali uomini esistono ancor oggi dopo 19 secoli di cristianesimo?

Qualcuno dirà: Certamente nessuno.

Ma è proprio così? Non ve ne sono, invece, dei milioni, specialmente nella cristianità? Essi hanno la conoscenza del bene e del male, con una certa misura d’intelligenza e di discernimento; sono consapevoli dell’esistenza di un Dio supremo, ma volontariamente si privano della rivelazione ch’Egli ha data. La scena dell’Ecclesiaste non è forse quella nella quale, per loro errore, tanti uomini d’oggi si muovono? Dal punto di vista tecnico, molte cose sono cambiate da due o tremila anni, ma moralmente «non v’è nulla di nuovo sotto il sole». Le conseguenze del peccato sussistono: «Ciò che è storto non può essere raddrizzato, ciò che manca non può esser contato». (Eccl. 1:15).

Ci si deve dunque meravigliare di trovare nella nostra letteratura attuale tanti echi della Parola dell’Ecclesiaste, che, dopo aver esplorato tutto ciò che la sua saggezza e la sua conoscenza possono raggiungere, dopo aver goduto di tutto ciò che la sua ricchezza può dargli, grida alla fine: «Così sono arrivato a far perdere al mio cuore ogni speranza» (2:20)?

Molti, ai nostri giorni, come nei secoli che ci hanno preceduto, non vogliono prendere conoscenza della rivelazione divina quale noi la possediamo nella Bibbia; essi si pongono delle domande sulla vita, sull’enigma della sofferenza, sulla vanità degli sforzi umani per impedire le guerre, le calamità, le malattie, sull’impotenza dell’uomo davanti alla morte, e non trovano altra conclusione che questa disperazione e questo vuoto così tragicamente descritto nell’Ecclesiaste.

Le nostre riflessioni non si arrestano a questa penosa constatazione; ma, riconoscenti della rivelazione che Dio ci ha data nella sua Parola, specialmente nel Nuovo Testamento, considereremo alcuni dei problemi che il Predicatore si pone e cercheremo di trarne le risposte che il Nuovo Testamento dà.

Il nostro scopo non è quello di studiare il libro per se stesso. Indirizziamo per questo i nostri lettori al libro di Henri Rossier. «Étude sur l’Ecclésiaste» (*), che ne fa un approfondito esame. Il nostro interesse verterà specialmente sui punti seguenti:
   — il lavoro
   — le ricchezze
   — godere la vita
   — la saggezza e il timore di Dio
   — la morte, il giudizio e l’aldilà.

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(*) Editions Bibles et Traités Chrétiens, Vevey, Svizzera.
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Per sottolineare questo contrasto tra l’Ecclesiaste e il Nuovo Testamento, rivolgiamo la nostra attenzione verso uno o due passi.

L’Ecclesiaste dice: «Io ho odiato la vita, perché tutto ciò che si fa sotto il sole m’è diventato odioso, perché tutto è vanità e un correr dietro al vento» (2:17). Il Signore Gesù dice delle sue pecore: «Io sono venuto perché abbian la vita e l’abbiano ad esuberanza» (Giov. 10:10).

L’Ecclesiaste dice: «Io ho odiata ogni fatica che ho durata sotto il sole, e di cui debbo lasciare il godimento» (2:18). L’apostolo Paolo dirà: «Per me il vivere è Cristo... ho faticato molto... non già io, però, ma la grazia di Dio che è con me» (Filippesi 1:22; 1 Cor. 15:10).

L’Ecclesiaste dice: «Dov’è molta sapienza v’è molto affanno, e chi accresce la sua scienza accresce il suo dolore» (1:18). L’apostolo Giovanni, scriverà: «Quel che era dal principio, quel che abbiamo udito, quel che abbiamo veduto con gli occhi nostri, quel che abbiamo contemplato e che le nostre mani hanno toccato della Parola della vita... noi l’annunziamo anche a voi, affinché voi pure abbiate comunione con noi e la nostra comunione è col Padre e col suo Figlio, Gesù Cristo. E noi vi scriviamo affinché la vostra allegrezza sia compiuta» (1 Giov. 1:1-4). E Pietro aggiunge: «Crescete nella grazia e nella conoscenza del nostro Signore e Salvatore Gesù Cristo» (2 Pietro 3:18).

Nessun commento è necessario davanti a questo confronto.

Ricordiamo che il Predicatore si presenta a noi come figlio di Davide, re di Gerusalemme, in possesso di una saggezza particolare, e traboccante di ricchezze (Eccl. 1:1,12,16; 2:10). A chi queste caratteristiche fanno pensare, se non a Salomone, che in modo del tutto particolare aveva ricevuto da Dio sapienza e ricchezze quando, figlio giovanetto di Davide, aveva, come re a Gerusalemme, la responsabilità di condurre il popolo di Dio? (1 Re 3:12-13; 2 Cron. 1:11-12).

Ecclesiaste 12:11 aggiunge: «L’Ecclesiaste, oltre ad essere un savio, ha anche insegnato al popolo la scienza, e ha ponderato, scrutato e messo in ordine un gran numero di sentenze». Dunque egli non ha solo scritto l’Ecclesiaste, ma anche altri libri, in particolare i Proverbi, espressamente menzionati. Poi la Parola aggiunge: «Le parole dei savi son come degli stimoli, e le collezioni delle sentenze come dei chiodi ben piantati; esse sono date da un solo pastore» (12:13). Molti «savi» saranno utilizzati per comporre «la collezione» della Parola di Dio; venuti da luoghi diversi, di svariate professioni, viventi in paesi ed epoche ben differenti gli uni dagli altri, ciascuno di loro non sarà che uno strumento dello stesso Spirito: i diversi libri della Bibbia «sono dati da un solo pastore». Così l’Ecclesiaste non si distacca dall’insieme della rivelazione divina, ma non è che una parte della «collezione», destinata a mostrarci dove tendono le facoltà naturali dell’uomo che riflette, senza la luce della rivelazione che proviene dall’alto. Il Predicatore ci fa apprezzare l’immenso privilegio che abbiamo di possedere un Salvatore, di conoscere per mezzo di Lui l’amore del Padre, d’avere un amico che ci accompagna lungo il cammino della nostra vita, e presso il quale passare l’eternità «è cosa di gran lunga migliore».

O Gesù, Tu sei la luce
Che risplende innanzi a me,
E tua grazia mi conduce
A seguirti per la fè.

Il potente tuo amore
È il riposo mio quaggiù.
Tutto trovo nel tuo cuore
Finch’io giunga a te lassù.

(Cantici spirituali, 182/ 2 e 4)

[...]

4. Godersi la vita

4.1 Cosa ci dice l'Ecclesiaste?

A più riprese, il Predicatore pone la domanda: «Che profitto trae l’uomo da tutto il suo lavoro?». Nel quadro del suo libro, dirigendo lo sguardo su ciò che si fa «sotto il sole», egli giunge di capitolo in capitolo a questa conclusione: «Non v’è nulla di meglio per l’uomo del mangiare, del bere, e del far godere all’anima sua il benessere in mezzo alla fatica ch’ei dura» (2:24). Egli sa che Dio ha fatto tutte le cose belle «a suo tempo»: esse sono passeggere. Ma la sua conclusione resta: «Non v’è nulla di meglio per loro del rallegrarsi e del procurarsi del benessere durante la loro vita; ma se uno mangia, beve e gode del benessere in mezzo a tutto il suo lavoro, è un dono di Dio» (3:12-13).

Dopo aver considerato le sofferenze e le oppressioni, dopo aver anche ricordato la riverenza verso Dio, non vi è altra uscita che: «Ecco quello che ho veduto: buona e bella cosa è per l’uomo mangiare, bere, godere del benessere in mezzo alla fatica ch’ei dura sotto il sole, tutti i giorni di vita che Dio gli ha dati; poiché questa è la sua parte» (5:18).

L’Ecclesiaste ci dà poi diversi consigli, indicando le cose che valgono di più d’altre (cap. 7); ricorda anche che Dio giudicherà tutti; ma arriva pur tuttavia alla stessa conclusione: «Così io ho lodato la gioia, perché non v’è per l’uomo altro bene sotto il sole, fuori del bere, del mangiare e del gioire; questo è quello che lo accompagnerà in mezzo al suo lavoro, durante i giorni di vita che Dio gli dà sotto il sole» (8:15).

Questo godimento materiale, passeggero, egoista, è veramente «la vita»? Ricordiamo che il piano tracciato dall’Ecclesiaste non rappresenta propriamente le esperienze personali di Salomone, ma quelle dell’uomo lasciato a sé con le sue facoltà naturali, senza rivelazione, e che, lasciando spaziare lo sguardo intorno a sé, ragiona sulla vita. Questa conclusione non è forse quella di una quantità di uomini intorno a noi? Si augurano essi altro al di fuori del mangiar bene, bere abbondantemente, rallegrarsi, distrarsi? Bisogna forse stupirsi davanti a tanta profonda tristezza, vuoto, insoddisfazione, «vanità e correr dietro al vento»?

Altri, ma un’esigua minoranza, cercheranno, è vero, nell’ascetismo la soluzione della vita. Essi crederanno di acquistarsi dei meriti. Privarsi volontariamente di ogni gioia terrestre, è forse questa la vita?

4.2 Cosa ci dice in proposito il Nuovo Testamento?

Sul piano terreno

Se vogliamo «amare la vita» e «veder buoni giorni», il passo di 1 Pietro 3:10-11 ci mette in guardia contro tre pericoli:
  —  «Tener lontana la propria lingua dal male e le proprie labbra dal parlar con frode»: quanti dispiaceri hanno prodotto la maldicenza e la calunnia! Quante conseguenze dolorose, la menzogna e la frode!
  —  «Ritrarsi dal male e fare il bene»: ogni giorno, ogni ora, porta il credente ad una scelta; egli possiede la capacità di discernere il bene ed il male, più ancora dell’uomo naturale; non dobbiamo noi vegliare con cura, nella vita giornaliera, a ritrarci dal male e a fare il bene?
  —  «Cercare la pace e procacciarla», ci ricorda l’esortazione del Signore Gesù: «Beati quelli che s’adoperano alla pace». L’esortazione è rinnovata agli Ebrei: «Procacciate pace con tutti» (Ebrei 12:14), e ai Romani: «Per quanto dipende da voi, vivete in pace con tutti gli uomini» (Romani 12:18). Ricercare la pace e procacciarla, nel cerchio della famiglia e degli amici, all’interno della famiglia di Dio, tra i colleghi di lavoro e coloro coi quali siamo in contatto giornaliero, non è forse il mezzo per «vedere buoni giorni»? Quante lacrime sono versate in seguito a dispute, contese e gelosie!

Pietro ci mostra ciò che ci permette di vedere buoni giorni; l’apostolo Paolo nel passo considerato nel capitolo precedente, sottolinea per parte sua: «Dio ci somministra copiosamente ogni cosa perché ne godiamo» (1 Timoteo 6:17). Qui, nel contesto, «ogni cosa» sta ad indicare le cose della terra. Non dobbiamo noi forse ricevere con riconoscenza tutti i benefici che Dio semina sul nostro cammino? Le gioie della famiglia, del focolare domestico — se Dio ci concede la gioia di fondarne uno — le gioie dell’amicizia e dei contatti in seno alla famiglia di Dio; le gioie che si trovano nella natura, nell’osservazione delle sue bellezze (il Signore Gesù non diceva forse ai suoi discepoli: Guardate i gigli dei campi? Passava con loro attraverso i campi di grano maturo e li esortava anche a guardare gli uccelli); la gioia di conoscere e di imparare, la gioia della salute, delle forze che Dio ci dà.

Ma per gioire veramente di questi benefici, bisogna mettere 1 Timoteo 6 in relazione con Romani 8:32: «Colui che non ha risparmiato il suo proprio Figlio, ma l’ha dato per tutti noi, come non ci donerà egli anche tutte le cose con lui?». Senza dubbio «tutte le cose» di Romani 8 hanno un significato molto più esteso dell’«ogni cosa» di 1 Timoteo 6; ma il principio resta: Dio ci fa dono liberalmente di ogni cosa. Come lo fa? «Con Lui»! Ecco il grande segreto del cristiano. Egli può godere con riconoscenza di tutto ciò che riceve dalla mano di Dio, perché ne gioisce col Signore Gesù.

L’apostolo Paolo precisa, nella sua epistola ai Filippesi, qualche criterio di questa espressione generale «tutte le cose»: «Tutte le cose vere,... onorevoli,... giuste,... pure,... amabili,... di buona fama, siano oggetto dei vostri pensieri». (Filippesi 4:8). Una tale enumerazione esclude le gioie impure del mondo, così sovente corrotte dal peccato; tutte cose alle quali non potremo partecipare «con Lui». Se bisognava andare in un tale luogo per fremervi con il mondo, vi siamo andati veramente «con il Signore», ricevendo dalla mano di Dio la pretesa gioia che credevamo trovarvi?

Così, su questo piano tutto terrestre, ricordiamolo, il Nuovo Testamento non ci domanda di respingere, di disprezzare tali gioie; al contrario, ci invita a gioirne come ricevendole dalla mano di Dio, a gioirne con Gesù; ma anche a ricordarci che dobbiamo prendere, in qualche modo, questa gioia come «di passaggio»; la vera parte del nostro cuore è altrove. Questo non ci impedirà, lungo il cammino, di cogliere le spighe e i fiori che nella sua bontà Dio vi avrà messo, affinché con riconoscenza vi troviamo anche della gioia.

E, soprattutto ci ricorderemo della parola dell’apostolo: «Siate contenti delle cose che avete» (Ebrei 13:5). A Timoteo Paolo sottolineava: «Avendo di che nutrirci e di che coprirci, saremo di questo contenti» (6:8), eco dell’Ecclesiaste, che aveva già dichiarato: «Vai meglio una mano piena di riposo, che ambo le mani piene di travaglio e di corsa dietro al vento» (4:6). Si tratta di ricevere con riconoscenza dalla mano di Dio i benefici di cui Egli ci colma, e soprattutto di essere soddisfatti di ciò che Egli ci concede senza lasciarci trasportare a questa ricerca insaziabile, di cui il Predicatore ha ricordato così sovente il vuoto.

La gioia spirituale

Il credente possiede una sorgente di gioia ben più profonda, ben più elevata di tutte quelle dell’Ecclesiaste: gioia spirituale di cui l’apostolo può dire ai Filippesi: «Rallegratevi del continuo nel Signore. Da capo dico: Rallegratevi» (4:4).

Gioia che ha anche la sua sorgente nello Spirito Santo: «frutto dello Spirito», in Galati 5:22; «giustizia, pace ed allegrezza nello Spirito Santo», in Romani 14:17.

Gioia che viene dalla fede, come ci dice Romani 15:13: «Or il Dio della speranza vi riempia d’ogni allegrezza e d’ogni pace nel vostro credere». È imposbile rallegrarsi, se vogliamo sostenere noi tutte le nostre pene e preoccupazioni, invece di deporle nella pace sul cuore di un Padre che ci ama; confidandoci in lui, possiamo allora gioire di tutto ciò che il suo Spirito ci fa trovare in Cristo.

Quali sono le occasioni di gioia spirituale?

Esaminiamo alcuni passi che ci danno qualche esempio delle sorgenti pratiche di gioia spirituale.

Nel capitolo precedente abbiamo già considerato la gioia di donare.

La più grande gioia del giovane credente è quella di essere salvato: «Ecco, io vi reco il buon annunzio di una grande allegrezza... Oggi, nella città di Davide, v’è nato un Salvatore, che è Cristo, il Signore» (Luca 2:10-11). Allorché Filippo va in una città della Samaria, e molte anime si volgono verso il Signore, «vi fu grande allegrezza in quella città». Quando, un po’ più tardi, egli incontra l’eunuco sul cammino deserto che va da Gerusalemme a Gaza, gli parla di Gesù, e lo lascia dopo averlo battezzato, «l’eunuco continua il suo cammino tutto allegro» (Atti 8:39).

Quale gioia quella di condurre delle anime al Signore! Forse egli si sarà già servito di noi come strumento tra molti altri per farlo, e ci fa assistere alla manifestazione della vita divina in un’anima. È il meraviglioso ritornello di Luca 15: «Rallegratevi meco, perché ho ritrovato la mia pecora ch’era perduta... Rallegratevi meco, perché ho ritrovato la dramma che avevo perduta... Bisognava far festa e rallegrarsi, perché questo tuo fratello era morto, ed è tornato a vita; era perduto ed è stato ritrovato». A più riprese l’apostolo, parlando di coloro che sono stati condotti al Signore per mezzo suo, li chiamerà: «Mia gìoia e mia corona».

Gioia anche di servire il Signore ed i suoi. I settanta che erano stati mandati in missione dal Signore stesso (Luca 10) se ne ritornano con gioia. Anche se Gesù mostra loro che avere il proprio nome scritto nei cieli è una gioia più grande del servizio, rimane pur tuttavia vero che questa prima esperienza di servizio li aveva riempiti di gioia.

Gioia per la preghiera esaudita in Giovanni 16:24. Esporre le nostre richieste a Dio, mantiene i nostri cuori e i nostri pensieri nella pace. Ma vedere l’esaudimento della preghiera riempie di gioia.

Al di sopra di ogni cosa, gioia della comunione con Cristo. Comunione individuale nella dipendenza e nell’obbedienza, che è la parte del tralcio attaccato alla vite (Giovanni 15:11); gioia meravigliosa, quella del Signore stesso, che insegnava queste cose ai suoi discepoli; affinché «la mia allegrezza dimori in voi». Gioia della comunione fraterna, individuale o collettiva. Scrivendo, alla fine della sua carriera, al suo compagno che per tanti anni aveva viaggiato e sofferto con lui, Paolo può dire a Timoteo: «Bramando di vederti per esser ricolmo d’allegrezza» (2 Timoteo 1:4). Che gioia rivedere un amico nel Signore, insieme al quale abbiamo camminato. Gioia anche di ritrovarci insieme intorno al Signore, particolarmente al culto, dove lo contempliamo nella sua morte e nella sua risurrezione. Esperienza indimenticabile dei discepoli che, la sera del primo giorno della settimana, allorché Gesù ebbe mostrato loro le mani e il costato, «com’ebbero veduto il Signore, si rallegrarono» (Giovanni 20:20).

Gioia profonda anche nella contemplazione del Signore stesso. L’apostolo Giovanni ricorda con emozione, alla sera della sua vita, che l’aveva visto coi suoi occhi, contemplato, toccato con mano; egli voleva rendere i credenti partecipi di tutto ciò che aveva visto e udito, affinché essi avessero comunione con gli apostoli che avevano vissuto col Signore; Pietro ci dice: «Nel quale credendo, benché ora non lo vediate, voi gioite d’una allegrezza ineffabile e gloriosa» (1 Pietro 1:8). Vedere Gesù, per fede, nella sua vita sulla terra tale quale gli evangeli ce lo presentano, vederlo camminare, pregare, entrare nella sinagoga, camminare lungo il mare, comandare ai flutti, o sedersi stanco del cammino sull’orlo del pozzo, riempie il cuore d’una gioia profonda; contemplarlo nella gloria, ci trasforma alla sua stessa immagine (2 Corinzi 3:18). Quale consolazione per i discepoli che vedevano con tristezza il Signore Gesù andarsene alla croce, quando, parlando della sua risurrezione, disse loro: «Io vi vedrò di nuovo, e il vostro cuore si rallegrerà e nessuno vi torrà la vostra allegrezza» (Giovanni 16:22). Visione sempre attuale, oggi, per la fede.

Gioia, infine, nella speranza della venuta del Signore, di cui Romani 12:12 ci dice: «Siate allegri nella speranza». L’apostolo ricorderà a Tito la «beata speranza» che ci sta davanti (2:13).

Gioia suprema che sarà nostra al ritorno di Cristo: «Alla rivelazione della Sua gloria, possiate rallegrarvi giubilando» (1 Pietro 4:13). Il servitore fedele udrà la voce del Signore dire: «Entra nella gioia del tuo Signore»; ed il coro celeste: «Rallegriamoci e giubiliamo e diamo a Lui la gloria; poiché son giunte le nozze dell’Agnello» (Apocalisse 19:7).

Più profonda ancora è la gioia che solo il cristiano può conoscere, la gioia nella sofferenza; sofferenza attraverso le circostanze più varie della vita, secondo Giacomo 1:2; sofferenze per il Signore, secondo Pietro 4:13. Sempre il cristiano può rallegrarsi. Perché? Perché si rallegra «nel Signore».

Ecco il segreto di tutte le gioie che abbiamo considerato. Da questa semplice gioia terrestre, compresa in «ogni cosa» che Dio ci dona riccamente, noi possiamo gioire realmente solo «con Lui». Con Cristo ci rallegriamo della gioia della salvezza, nostra o di quella altrui; nel servizio, nella comunione, nel radunamento, è ancora «con Lui» che il nostro cuore gioisce; e nella prospettiva del Suo ritorno, non è forse l’essere per sempre «col Signore» che costituisce la nostra gioia profonda? Nei giorni di sofferenza; di dolore, d’isolamento, se, malgrado tutto, la gioia può restare in fondo al nostro cuore, è perché tutte le circostanze le traversiamo «con Lui». Egli non ci verrà mai meno.

«Se Gesù è in fondo al vostro cuore, la vostra gioia sarà profonda» (J.N.D.)

5. La saggezza e il timore di Dio

5.1 La saggezza dell’Ecclesiaste

L’Ecclesiaste era un «savio» (12:11). Salomone aveva domandato a Dio la saggezza; Dio gliel’aveva concessa, aggiungendovi ricchezza e gloria, ch’egli non aveva domandato (2 Cronache 1). Ma nell’Ecclesiaste questa «saggezza» è limitata a ciò che avviene «sotto il sole». Il Predicatore, così come ci si presenta, non possiede rivelazione divina. A cosa dunque conduce una tale saggezza? In cosa consiste?

Cosciente di aver acquistato la saggezza, più di tutti coloro che hanno regnato prima di lui su Gerusalemme, il Predicatore si è applicato a conoscere. Con quale risultato? «Dov’è molta sapienza v’è molto affanno, e chi accresce la sua scienza accresce il suo dolore» (1:18). Applicarmi, come dice l’Ecclesiaste, «nel cuor mio a riflettere, a investigare, a cercare la sapienza e la ragion delle cose» (7:25), non fa che aumentare il dolore e l’amarezza, in un mondo rovinato dal peccato. Gli sguardi incontrano le oppressioni che si fanno sotto il sole, le lacrime degli oppressi senza consolatore, il povero maltrattato, il diritto e la giustizia violentati, e il fatto misterioso «che vi son dei giusti i quali son trattati come se avessero fatto l’opera degli empi, e vi son degli empi i quali son trattati come se avessero fatto l’opera dei giusti» (8:14); senza parlare degli errori di chi ci governa, e della morte infine, risultato di tutto.

Conoscere, in un mondo di peccato, vuol dire soffrire.

Tuttavia, sotto un altro punto di vista questa saggezza è profittevole; è il buon senso, che indica come condursi nella vita; essa ha «un vantaggio sulla stoltezza, come la luce ha un vantaggio sulle tenebre. Il savio ha gli occhi in testa, mentre lo stolto cammina nelle tenebre» (2:13-14). «La sapienza offre un riparo, come l’offre il danaro; ma l’eccellenza della scienza sta in questo, che la sapienza fa vivere coloro che la posseggono» (7:12). Essa permette anche di conoscere il tempo e il giudizio, per sapere come è necessario agire (8:5-6). Illumina il volto, e l’arroganza non appare. In effetti colui che sa poco crede di sapere tutto e se ne vanta. Ma basta avere una qualche nozione delle cose della terra, per rendersi conto che si sa ben poco, e diventare un po’ meno superbi.

Questa saggezza è limitata: «Quand’io ho applicato il mio cuore a conoscere la sapienza e a considerare le cose che si fanno sulla terra... allora ho mirato tutta l’opera di Dio, e ho veduto che l’uomo è impotente a spiegare quello che si fa sotto il sole; ... anche se il savio pretende di saperne la ragione, non può però trovarla» (8:16-17). Senza rivelazione, l’Ecclesiaste non può rendersi conto delle vie di Dio, ancor meno dei suoi consigli: «Ho detto: Voglio acquistare la sapienza; ma la sapienza è rimasta lungi da me. Una cosa ch’è tanto lontana e tanto profonda chi la potrà trovare?» (7:23-24).

La saggezza data al Predicatore per sapere come condursi sulla terra ci ha lasciato, nonostante tutto, un certo numero di consigli; vogliamo considerarne alcuni.

5.2 Alcuni consigli di saggezza

Nella casa di Dio (5:1-2)

«Bada ai tuoi passi quando vai alla casa di Dio, e appressati. per ascoltare,... non esser precipitoso nel parlare... le tue parole sian dunque poche». Consigli ques’ti che sono sempre attuali, allorché andiamo al radunamento, nella presenza di Dio, oggi casa spirituale composta di pietre viventi. L’accesso al santuario ci è aperto; vi andremo noi con meno riverenza dell’Ecclesiaste? Resta sempre vero per noi che «Dio è nei cieli, e tu sulla terra», anche se si è rivelato a noi come il nostro Padre. Così ci conviene indirizzarci a lui:

Con la libertà di un figlio dinanzi a suo padre
E il santo tremore di un mortale dinnanzi a Dio.

(Da: Hymnes et Cantiques, 90/3)

Meglio sarà pronunziare «cinque parole» (1 Corinzi 14:19), che moltiplicare i discorsi; questo non significa d’altro canto tacere, quando il Signore mette in cuore di esprimere una preghiera o qualche pensiero sulla sua Parola!

I giorni di prima (7:10)

«Non dire: Come mai i giorni di prima eran migliori di questi? poiché non è per sapienza che tu chiederesti questo». Quante volte sentiamo ripetere che al tempo dei nostri nonni tutto era diverso, era migliore! L’Ecclesiaste ci mette in guardia contro tale pensiero. Non crediamo che sia più difficile seguire il Signore oggi di quanto lo fosse al tempo dei nostri genitori e dei nostri nonni; il cuore dell’uomo non è cambiato, e il Signore Gesù resta «lo stesso, ieri, oggi e in eterno». Le risorse che essi hanno trovato nella sua Parola e nella sua comunione sono a nostra disposizione per condurci in un mondo che moralmente non è cambiato, anche se per il progredire della tecnologia molti beni ci sono diventati accessibili.

Le parole che si dicono (7:21-22)

«Non porre dunque mente a tutte le parole che si dicono, per non sentirti maledire dal tuo servo». Il Predicatore ci insegna a non prestare attenzione a tutte le critiche e osservazioni che possiamo sentire su di noi, soprattutto riguardo al servizio che è stato compiuto per Cristo. Bisogna ricercare innanzitutto l’approvazione del Signore: «Studiati di presentar te stesso approvato dinnanzi a Dio» (2 Timoteo 2:15). Come disse J.N.D.: «Dire poche cose; servire tutti; andare per la propria strada». Beninteso, soprattutto come giovane credente, si avrà a cuore l’esortazione, anche la riprensione, che una persona d’esperienza potrebbe essere condotta dal Signore a indirizzarci. Anche se ci fa male, o ci parrebbe a prima vista ingiustificata, chiederemo a Dio di aiutarci a farci capire ciò che Egli vuole insegnarci con essa. Ma riguardo a tutte le osservazioni e critiche, a tutte «le parole che si dicono», ricordiamoci dell’esortazione dell’Ecclesiaste, tradotta da noi nel proverbio: «Far bene, e lasciar dire».

La fossa e il muro (10:8)

«Chi scava una fossa vi cadrà dentro», il male che si prepara per altri ricade su colui che l’ha meditato (cfr. Daniele 6:24). Il Signore Gesù esprimerà un pensiero parallelo: «Col giudicio col quale giudicate, sarete giudicati; e con la misura onde misurate, sarà misurato a voi» (Matteo 7:2). La maldicenza e la calunnia non sono forse, prima di tutto, mezzi coi quali ci lasciamo andare a nuocere altri, mezzi altamente riprovevoli e che così facilmente si rivolgono, in ultima analisi, contro colui che li impiega?

«Chi demolisce un muro sarà morso dalla serpe». Dio ha stabilito delle regole sicure e ha messo dei limiti alla condotta, anche a quella del cristiano, benché egli non sia sotto la legge. Passarvi sopra è esporsi al morso del serpente, all’inganno fatale del diavolo. Abrahamo doveva restare in Canaan e goderne; viene la carestia; egli discende in Egitto, ed esce dai limiti tracciati da Dio. Cosa raccoglie? Menzogna, pericoli, diffícoltà; di là egli porterà la giovane Agar, che diventerà un’insidia per la sua famiglia. Nella casa di Potifarre, Giuseppe disponeva di ogni cosa: «Nulla mi ha divietato, tranne che te, perché sei sua moglie» (Genesi 39:9). Malgrado le sue insistenze, Giuseppe ha saputo dire di no; ha rifiutato, pur sapendo tutto ciò che rischiava; egli non ha demolito il muro. Ma quanti l’hanno fatto purtroppo, e il serpente li ha «morsi».

La parabola dell’uomo povero e savio (9:13-18)

La piccola città cinta d’assedio dal gran re, che deve la propria liberazione all’uomo povero e savio, non ci fa forse pensare a coloro che il nemico aveva in suo potere (Ebrei 2:14-15) e che sono stati liberati dal Signore Gesù? Egli è il «povero», di cui non si conserva il ricordo, l’uomo disprezzato che la nazione aborrisce, e che anche coloro per i quali Egli ha sofferto, troppo spesso dimenticano. Figura del Signore Gesù, visto un po’ da lontano forse, ma preziosa tuttavia a trovarsi in un libro come l’Ecclesiaste. Una volta di più è ben vero che «in tutte le Scritture» si scoprono delle «cose che Lo riguardano» (Luca 24:27).

5.3 La saggezza del Nuovo Testamento

1 Corinzi 1 mette in contrasto la saggezza del mondo e la saggezza di Dio. «Il mondo non ha conosciuto Dio con la propria sapienza» (1:21). I Greci in particolare, con la filosofia, cercavano Dio «a tastoni» (Atti 17:27), senza giungere a conoscerlo veramente. Malgrado tutta l’importanza che tale saggezza conferisce ai suoi adepti, Dio la mette del tutto da parte per far posto a Cristo, che ci è stato fatto «saggezza da parte di Dio». Lui, Parola eterna e vivente, è la vera espressione (il «logos») dei pensieri di Dio. Nei Proverbi, Salomone aveva già parlato di questa saggezza che l’Eterno ha posseduta ab eterno (Proverbi 8); essa è stata pienamente manifestata allorché «la Parola fu fatta carne».

La rivelazione della saggezza divina

1 Corinzi 2 ci mostra, tappa per tappa, questo meraviglioso spiegamento della saggezza divina che ha voluto rivelarsi a noi.

La saggezza di Dio, come mistero, nascosta, era stata «preordinata» innanzi i secoli (2:7). Essa era in Dio, e racchiudeva i suoi consigli eterni. L’occhio umano non l’ha vista, l’orecchio non l’ha udita, non è salita in cuor d’uomo, ma contiene tutto ciò che Dio ha preparato per coloro che L’amano.

Dio ha trovato buono di «rivelarla» (v. 10) a uomini che, attraverso le età, egli ha scelto con questo scopo. Tali uomini, avendo ricevuto non lo spirito del mondo, ma lo Spirito che è di Dio, hanno conosciuto le cose più liberamente largite da Dio. Essi hanno sperimentato, in piccola misura in ogni caso (1 Pietro 1:11), ciò che era stato così comunicato loro.

Condotti dallo Spirito di Dio, essi ne hanno parlato, ne hanno scritto, «con parole insegnate dallo Spirito» (v. 13). «Degli uomini hanno parlato da parte di Dio, perché sospinti dallo Spirito Santo» (2 Pietro 1:21), ci dice l’apostolo Pietro. È l’ispirazione verbale delle Scritture. Coloro ai quali Dio si era rivelato non solo hanno comunicato le idee, i pensieri che erano stati loro trasmessi, ma sono stati istruiti dallo Spirito riguardo alle «parole» che essi dovevano impiegare per comunicarli.

Chi riceverà tali parole? L’uomo naturale, senza l’insegnamento e la potenza dello Spirito Santo non può riceverle, «perché gli sono pazzia» (v. 14). Bisogna essere spirituali, cioè possedere lo Spirito Santo per la fede nel Signore Gesù Cristo, per discernere la rivelazione di dio, e conoscere il pensiero del Signore: «Noi abbiamo la mente di Cristo» (v. 16).

Ecco la rivelazione che l’Ecclesìaste non possedeva; i libri allora conosciuti dell’Antico Testamento erano oscuri (nel senso di Luca 24); tutto ciò che il Signore Gesù doveva portare e lo Spirito Santo rivelare non era ancora stato dato agli uomini. Senza questa rivelazione, il Predicatore non poteva conoscere né il Salvatore, né l’amore del Padre, né l’aldilà.

Non è questo il caso degli uomini di oggigiorno, che rifiutano di prendere conoscenza della rivelazione di Dio nella Bibbia? Per riceverla, bisogna accettare per la fede ciò che Dio dice; nell’umile sottomissione alla sua Parola, riconoscersi peccatore, e credere in Gesù Cristo come nel proprio Salvatore personale. Finché questa attitudine profonda non è stata presa, non si possono ricevere le cose che sono dello Spirito di Dio; esse sembrano non avere alcun senso (v. 14).

5.4 Il timor di Dio

Il timor dell’Eterno tiene molto posto nel libro dei Proverbi. Nel primo capitolo, esso è il principio della scienza; nell’ultimo, la donna che teme l’Eterno è quella che sarà lodata. Vale la pena di annotare nella propria Bibbia i numerosi passi e meditarli.

Nell’Ecclesiaste il timore di Dio non occupa che un piccolo posto. Esso è prima di tutto timore del suo giudizio. È la conclusione del libro: «Ascoltiamo dunque la conclusione di tutto il discorso: Temi Dio e osserva i suoi comandamenti... poiché Dio farà venire in giudizio ogni opera» (12:15-16). Parlando, nel corso del libro, della sovranità di Dio, all’opera del quale nulla vi è da aggiungere né da togliere, il Predicatore aggiunge: «Dio fa così perché gli uomini lo temano» (3:14).

Tuttavia, a questo timor di Dio e del suo giudizio l’Ecclesiaste lega alcune benedizioni. Mostrando l’importanza di evitare gli eccessi, egli aggiunge: «Chi teme Dio evita tutte queste cose» (7:18). E poco dopo: «Io so che il bene è per quelli che temono Dio, che provan timore nel suo cospetto» (8:12), bel versetto che alla luce cristiana possiamo serbare nei nostri cuori. Preziosa ne è anche la contropartita nel Nuovo Testamento: «Or noi sappiamo che tutte le cose cooperano al bene- di quelli che amano Dio, i quali son chiamati secondo li suo proponimento» (Romani 8:28).

L’uomo dell’Ecclesiaste teme il giudizio di Dio. Il figliuolo di Dio sa che, per la fede nel Signore Gesù, ha la vita eterna e non viene in giudicio (Giovanni 5:24). Non vi è dunque più luogo al timore. Ne prenderà egli pretesto per non temere Dio? 1 Pietro 1:17 ci dice: «E se invocate come Padre Colui che senza riguardi personali giudica secondo l’opera di ciascuno, conducetevi con timore durante il tempo del vostro pellegrinaggio, sapendo che siete stati riscattati». Il timore del giudice ha fatto posto al timore del Padre, al quale si evita di dispiacere; non per acquistarsi dei meriti, ma sapendo che siamo già stati riscattati. Se egli è divenuto nostro Padre nel Signore Gesù, nondimeno prende conoscenza dell’opera di ciascuno; vede tutto, sonda ogni cosa, nulla gli è nascosto.

L’apostolo Paolo esprime in altri termini questo atteggiamento: «Esaminando cosa sia accetto al Signore» (Efesini 5: 10); egli mostra con questo tutta la cura che dobbiamo portare alla nostra condotta, per discernere e ricercare le cose che piacciono al Signore Gesù, e non a noi. Davanti ad un invito, per esempio, non ci si domanderà se esso risponde particolarmente ai nostri gusti, ma piuttosto se fa piacere al Signore se noi l’accettiamo o lo rifiutiamo. Il motivo del timore non è dunque più il giudizio, ma l’amore, l’amore del Padre, l’amore del Signore Gesù per noi, l’amore e la riconoscenza che Gli portiamo.

Nonostante questo, il credente conosce anche il timore di Dio che deriva dal suo giudizio, non per se stesso, ma per coloro che se ne vanno alla perdizione: «Sapendo dunque il timore che si deve avere del Signore, noi persuadiamo gli uomini... supplichiamo nel nome di Cristo: Siate riconciliati con Dio» (2 Corinzi 5:11 e 20). Sapendo quale sorte terribile attende coloro che se ne vanno lontano da Lui, temendo per loro questo giudizio che li lascia troppo spesso indifferenti, avremo a cuore di avvertirli, poiché «Ecco ora il tempo accettevole, eccolo ora il giorno della salvezza!» (2 Corinzi 6:2).

6. La morte, il giudizio e l’aldilà

6.1 La percezione incompleta dell’Ecclesiaste

(Leggere cap. 2:14-16; 3:18-21; 9:1-6; 10)

La morte

Dai passi che abbiamo letto, la morte e il giudizio sono per l’Ecclesiaste la fine di ogni cosa, l’avvenimento che raggiunge il savio come il folle, l’uomo puro come l’impuro, l’uomo dabbene come il peccatore. «Ond’io ho detto in cuor mio: La sorte che tocca allo stolto toccherà anche a me; perché dunque essere stato così savio?» (2:15). Perché la vita, con i suoi sforzi e la sua ricerca, se, per finire, «tutti vanno in un medesimo luogo; tutti vengono dalla polvere, e tutti ritornano alla polvere», uomini e bestie?

Tali testi mostrano bene che, nel quadro tracciato da questo libro «sotto il sole», si stende sulla morte e sull’aldilà un velo impenetrabile. Non è forse lo stesso per gli increduli e gli ignoranti dei nostri giorni? Eppure mai la Bibbia è stata così diffusa nel mondo. Ma, come dice l’apostolo: «Se il nostro vangelo è ancora velato, è velato per quelli che son sulla via della perdizione, per gli increduli, dei quali il dio di questo secolo ha accecato le menti, affinché la luce dell’evangelo della gloria di Cristo, che è l’immagine di Dio, non risplenda loro» (2 Corinzi 4:3-4). Per colui che non vuol credere, né ricevere la rivelazione divina, l’Evangelo resta un libro chiuso, velato, che non si può comprendere con la propria intelligenza.

Il Predicatore, la cui conoscenza deve, di fatto, sorpassare il quadro del suo libro, esorta, prima di chiuderne le pagine: «Ricordati del tuo Creatore nei giorni della tua giovinezza... prima che giungano gli anni dei quali tu dirai: Io non ci ho più alcun piacere» (12:3). Oggi ancora, è nella giovinezza soprattutto che ci si volge verso il Signore. Senza dubbio, Dio chiama durante tutta la vita, e si hanno conversioni ad ogni età; ma esse sono molto più numerose prima dei vent’anni, prima dei sedici anche, che più tardi. In effetti, se dopo essere stati travagliati, ci si allontana, il cuore s’indurisce.

Forse si ode ancora un appello che viene rigettato, e il cuore s’indurisce ancor di più; poi si avvicinano gli anni nei quali «non si ha più alcun piacere». Le facoltà diminuiscono, s’indeboliscono, i sensi perdono la loro freschezza, il vigore fisico se ne va, finché «la polvere torni alla terra com’era prima, e lo spirito torni a Dio che l’ha dato». Lo spirito separato dal corpo non ha a che fare che con Dio, un Dio giudice. Nel quadro tracciato dal Predicatore, non v’è né Salvatore né speranza.

Il giudizio

Volgendo i propri sguardi sulle cose che si fanno sotto il sole, l’Ecclesiaste constata che «nel luogo stabilito per giudicare v’è della empietà, e che nel luogo stabilito per la giustizia v’è della empietà, e ho detto in cuor mio: Dio giudicherà il giusto e l’empio» (3:16-17). Poi si volta e «considera tutte le oppressioni che si commettono sotto il sole; ed ecco, le lacrime degli oppressi, i quali non hanno chi li consoli» (4:1). Egli vede le ingiustizie sociali, ma non sa portarvi alcun rimedio: «Se vedi nella provincia l’oppressione del povero e la violazione del diritto e della giustizia, non te ne maravigliare; poiché su un uomo in alto veglia un uomo che sta più in alto, e sovr’essi, sta un Altissimo» (5:8).

Dio giudicherà! È la conclusione del libro: «Dio farà venire in giudizio ogni opera, tutto ciò ch’è occulto, sia bene, sia male» (12:16). La prospettiva di questo giudizio non è, per l’uomo, di alcun aiuto; al contrario, essa aggrava ancora il mistero della morte.

L’aldilà

L’avvenire è, nella prospettiva del Predicatore, un libro assolutamente chiuso: «I morti non sanno nulla... il loro amore come il loro odio e la loro invidia sono da lungo tempo periti, ed essi non hanno più né avranno mai alcuna parte in tutto quello che si fa sotto il sole... nel soggiorno dei morti dove vai non vi è più né lavoro, né pensiero, né scienza, né sapienza» (9:5-6, 10).

Ogni volta che parla della morte e dell’aldilà, l’Ecclesiaste ripete: «Io ho detto in cuor mio», o altra espressione equivalente. Non avendo alcuna rivelazione, egli ci dà il frutto del proprio pensiero. Non si devono perciò prendere questi versetti fuori del loro contesto, per far dire alla Bibbia questa asserzione come fosse categorica e vera: «I morti non sanno nulla». Nuovo esempio del male che si può fare prendendo dalla Parola di Dio una frase isolata dal suo contesto; non formiamoci alcun pensiero senza aver esaminato l’insieme dei passi che ci parlano di questo soggetto, soprattutto quelli nel Nuovo Testamento. Non si può dunque invocare l’Ecclesiaste per cercarvi degli argomenti contro l’esistenza dell’anima nell’aldilà, né contro la risurrezione. Bisogna tener presente il quadro preciso nel quale si evolve il pensiero del Predicatore.

6.2 L’insegnamento del Nuovo Testamento

Con la venuta del Signore Gesù sulla terra, con la rivelazione che Dio ci ha data in lui e con la sua Parola, tutto è cambiato: la luce ha preso il posto delle tenebre, il terrore del giudizio fa posto alla beata speranza, l’aldilà non è più un vuoto angoscioso, ma la casa dei Padre.

La morte

Per il credente, la morte non è più «il re degli spaventi», ma il passaggio da questo mondo a Dio. Leggiamo 2 Corinzi 5:4-8. Aspettando che nella risurrezione o nella trasmutazione, «ciò che è mortale sia assorbito dalla vita», «abbiamo molto più caro partire dal corpo e abitare col Signore».

Senza dubbio, la morte conserva per ogni uomo, a causa della sua condizione fisica, il suo aspetto spaventoso: «Desideriamo non già d’esser spogliati». Ma per il cristiano, per il suo spirito, per il suo cuore, essa ha perduto sia il suo mistero che il suo terrore; può anche essere il più bel giorno della vita! L’apostolo lo dice con chiarezza: «Esser con Cristo è cosa di gran lunga migliore» (Filippesi 1:23). L’Ecclesiaste poteva giustamente ricordare che tutto è polvere e ritorna alla polvere. Ma l’apostolo, condotto dallo Spirito di Dio, ci rivelerà che «come abbiam portato l’immagine del terreno, così porteremo anche l’immagine celeste» (1 Corinzi 15:19). Con riconoscenza ripetiamo: «Dio nostro Padre ci ha amati e ci ha dato per la sua grazia una consolazione eterna e una buona speranza» (2 Tess. 2:16).

Di fatto, il credente oggi non attende la morte, ma il ritorno del Signore Gesù; avvenimento meraviglioso, quando i morti risuscitati e i viventi mutati se ne andranno, rapiti insieme, incontro al Signore, nell’aria, per essere sempre col Signore (1 Tess. 4:15-18).

Il giudizio

Ebrei 9:27 dichiara con tutta la chiarezza necessaria: «È stabilito che gli uomini muoiano una volta sola, dopo di che viene il giudizio». La Parola di Dio ignora la migrazione delle anime, la reincarnazione, la metempsicosi. Gli uomini muoiono una volta, e in nessun modo ritornano alla vita sotto un’altra forma. Al contrario, dopo la morte, viene il giudizio (questo passo non ci dice quando questo giudizio avrà luogo; lo vediamo in Apocalisse 20).

Ma, per quanto riguarda il credente, il Signore Gesù è altrettanto chiaro, quando dichiara: «In verità, in verità, io vi dico: Chi ascolta la mia parola e crede a Colui che mi ha mandato, ha vita eterna; e non viene in giudizio, ma è passato dalla morte alla vita» (Giovanni 5:24). Il Signore Gesù si è posto volontariamente sotto il giudizio di Dio al nostro posto; egli ha portato i nostri peccati nel suo corpo sul legno; il castigo che ci apporta la pace è stato su lui. Dio non condurrà dunque in giudizio coloro che sono, per la fede, giustificati dal suo sangue. L’epistola ai Romani ci dà di questo, dopo l’esposizione completa della redenzione, la conclusione trionfante: «Non vi è dunque ora alcuna condanna per quelli che sono in Cristo Gesù» (Romani 8:1).

Se non c’è giudizio né condanna, per il credente, alcuni penseranno forse di condursi come piace a loro stessi? Ritorniamo à 2 Corinzi 5, dal versetto 9: «Ci studiamo d’essergli grati, sia che abitiamo nel corpo, sia che ne partiamo. Poiché dobbiamo tutti comparire davanti al tribunale di Cristo, affinché ciascuno riceva la retribuzione delle cose fatte quand’era nel corpo secondo quel che avrà operato, o bene o male». Davanti al tribunale di Cristo compariranno tutti i credenti, non per esservi giudicati, ma per esser manifestati. Tutta la nostra vita sarà messa in luce, sia bene, sia male. Come potrebbe esserci una comunione senza nubi nell’eternità col Signore Gesù, se restassero sulla coscienza, o nel cuore, dei falli nascosti che non fossero mai stati messi allo scoperto?

Tutto il male della nostra vita sarà messo in evidenza, non perché il castigo ci raggiunga, ma perché possiamo comprendere, infinitamente di più di quanto abbiamo potuto farlo sulla terra, la grandezza della grazia di Dio e la profondità delle sofferenze del Signore Gesù. Cantiamo spesso, forse con troppa leggerezza:

Solo fosti nell’ore dolenti,
Solo, sotto un cielo irato!
L’abbandono subisti e i tormenti,
Tutto il peso del peccato.

(Cantici spirituali, 45/2)

Allorché conosceremo a fondo come siamo stati conosciuti, solo allora ci renderemo conto di quanto è costato al Signore Gesù condurci a Dio. Con quale sincerità allora canteremo il cantico nuovo: «Tu sei degno..., poiché tu sei stato immolato e ci hai comperati a Dio col tuo sangue...».

Anche il bene sarà manifestato. Il bene, cioè tutto ciò che la vita divina avrà prodotto nel riscattato, il frutto che il tralcio attaccato al ceppo dà. La linfa viene dal ceppo, il tralcio non è che un canale; tutto il merito del frutto appartiene al ceppo. Nel giorno della sua gloria, il Signore Gesù «verrà per essere... glorificato nei suoi santi e ammirato in tutti quelli che hanno creduto» (2 Tess. 1:10). Non i santi, ma il Signore Gesù stesso sarà ammirato e glorificato. Ricompense, corone, rimunerazione nella forma e nel modo che Dio riterrà appropriati, saranno per la gioia del credente fedele, ma innanzitutto alla gloria di Colui che ha operato nei suoi durante il percorso nei sentieri della terra.

Il giudizio colpirà i malvagi. Apocalisse 20:12-15 ce ne dà un quadro solenne: «E vidi i morti, grandi e piccoli, che stavan ritti davanti al trono; e i libri furono aperti; e un altro libro fu aperto, che è il libro della vita; e i morti furono giudicati dalle cose scritte nei libri, secondo le opere loro. E il mare rese i morti ch’erano in esso; e la morte e l’Ades resero i loro morti, ed essi furono giudicati, ciascuno secondo le proprie opere. E la morte e l’Ades furono gettati nello stagno di fuoco. Questa è la morte seconda, cioè, lo stagno di fuoco. E se qualcuno non fu trovato scritto nel libro della vita fu gettato nello stagno di fuoco». Non è necessario aggiungere parole umane a questa terribile scena.

L’aldilà

Nella parabola del ricco e di Lazzaro (Luca 16:19-31), il Signore Gesù solleva il velo sullo stato delle anime dopo la morte. Lazzaro è portato dagli angeli nel seno d’Abramo, espressione della beatitudine dei fedeli nel linguaggio giudeo. Il ricco nell’Ades è tormentato; non è ancora nello stagno di fuoco, ma nell’Ades, soggiorno delle anime dopo la morte. Per il riscattato, un tale soggiorno, secondo l’espressione dell’apostolo Paolo, consiste nell’«essere con Cristo». 1 Pietro 3:19 precisa che colui che è perduto, è «in carcere».

È impossibile passare da uno stato all’altro: «Fra noi e voi è posta una gran voragine, perché quelli che vorrebbero passare di qui a voi non possano, né di là si passi da noi» (Luca 16:26). Non è dunque più possibile essere salvati dopo la morte.

Questo stato temporaneo delle anime sarà cambiato dalla risurrezione. Il Signore Gesù è chiarissimo a questo riguardo: «L’ora viene in cui tutti quelli che sono nei sepolcri, udranno la sua voce e ne verranno fuori: quelli che hanno operato bene in risurrezione di vita; e quelli che hanno operato male in risurrezione di giudicio» (Giovanni 5:28-29). L’apostolo Paolo confermerà questo duplice aspetto, precisando che vi sarà una risurrezione «dei giusti e degli ingiusti» (Atti 24:15).

1 Corinzi 15 in particolare ci informa sulla risurrezione di vita, che ha luogo in diverse tappe (v. 23-24). Coloro che saranno passati per la corruzione rivestiranno allora l’incorruttibilità; quelli che vivranno fino alla venuta del Signore saranno mutati: questo mortale rivestirà l’immortalità.

La Parola ci rivela poco dello stato eterno nel quale saranno introdotti i riscattati. Una cosa essenziale, preziosa sopra ogni altra, lo caratterizza: noi saremo «sempre col Signore». Questa presenza di Dio con gli uomini è sottolineata in Apocalisse 21:3; è aggiunta la sicurezza che i dolori non saranno più: lacrime, morte, dolore, grido, pene. La felicità della presenza divina è stata perduta alla caduta; essere davanti a Dio per l’uomo naturale è un soggetto di timore; il credente, già oggi, conosce la dolcezza di questa presenza; nella gloria, molto meglio che ora, ne avremo l’eterna realtà:

Per le redenti squadre,
In casa del Dio Padre
Ogni ombra svanirà
Dinanzi al gran splendor.
Passata ogni bufera,
Nel dì che non ha sera,
Con lui il divin godrem
Riposo dell’amor.

(Cantici Spirituali, 163/2)

7. Conclusione

Quale conclusione potremo dedurre da questo confronto dell’Ecclesiaste col Nuovo Testamento?

Una profonda riconoscenza non è forse la prima cosa che sale dai nostri cuori verso Dio per il dono del Signore Gesù? Egli ha trasformato la vita: il lavoro invece di essere una fatica vuota, accanita e senza scopo, può essere compiuto sotto tutti i punti di vista per il Signore. I beni materiali, sorgente esclusiva, per l’Ecclesiaste, di una gioia passeggera ed egoista, ci sono affidati per essere a disposizione del nostro Maestro.

La gioia non è più nel mangiare e bere, ma nel ricevere dalla mano del Padre, con riconoscenza, i benefici che la sua mano ci elargisce, per gioirne col Signore Gesù; ancor di più, noi conosciamo questa gioia spirituale ch’egli ha messo nei nostri cuori. La vita non è più vanità e vuoto, ma ha uno scopo. La rivelazione dei pensieri divini, la saggezza che viene dall’alto non accresce l’affanno e il dolore; al contrario, ci riempie di adorazione e di lode. La morte e l’avvenire non sono più soggetto di terrore, ma di gioia.

Non deve forse vibrare in noi l’eco della parola dell’apostolo: «Il Salvator nostro Cristo Gesù ha distrutto la morte e ha prodotto in luce la vita e l’incorruttibilità mediante l’evangelo»? (2 Timoteo 1:10). Invece di dire con l’Ecclesiaste: «Io ho odiato la vita... ho fatto disperare il mio cuore», noi possiamo ripetere una volta di più con Paolo: «Se il continuare a vivere nella carne rechi frutto all’opera mia e quel ch’io debba preferire, non saprei dire». Pur aggiungendo: «Ho il desiderio di partire e d’essere con Cristo, perché è cosa di gran lunga migliore».

Grazie siano rese a Dio per il suo dono inesprimibile!




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