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L’umiliazione

William Joseph Lowe

Il Messaggero Cristiano, agosto 1981

 
 
[Da un articolo scritto nel 1882]

Quando Dio ci disciplina, l’umiliazione è l’unico sentimento opportuno, ma bisogna che sia una vera umiliazione. Non umiliati perché il Signore ci ha stroncati e noi ci troviamo in uno stato pietoso agli occhi del mondo, ma per le cose che hanno reso necessario questo agire del Signore, come la tendenza a glorificarci nelle nostre benedizioni, a farci valere se abbiamo ricevuto più di altri, a trascurare gli interessi e la gloria di Cristo.

Quando un credente si trova lui personalmente in un cattivo stato, non può chiedere un’umiliazione generale, di tutta l’assemblea; sarebbe immorale e nient’altro che un mezzo per giustificare se stesso.

La vera umiliazione incomincia nel segreto, a tu per tu con Dio. Per prima cosa si riconosce che è la sua mano che castiga e si cerca la sua faccia col fermo proposito di approfittare pienamente delle lezioni che ha voluto darci per mezzo della prova. «Cercatemi e vivrete... Poiché io so quanto sono numerose le vostre trasgressioni,... Ecco perché, in tempi come questi, il saggio tace; perché i tempi sono malvagi» (Vedere Amos 5:1-17). È il cuore che deve essere stracciato, non i vestiti; bisogna ritornare a Dio che ci darà ancora dei motivi per benedirlo (Gioele 2:12-14; Isaia 58:5-12).

Dio ci ha fatti testimoni della sua verità in mezzo alla rovina generale della cristianità. Egli non rifà quel che è stato guastato, non costruisce un nuovo «edificio» in sostituzione di quello che porta soltanto esteriormente il nome di casa di Dio, ma orienta i nostri cuori in avanti, verso ciò che è perfetto, verso ciò che sarà manifestato in gloria quando vedremo il Signore com’è. Oggi, i pensieri di Dio riguardo a Cristo, come ci sono stati rivelati, devono occupare i nostri cuori e dare un carattere al nostro cammino pratico. Più viviamo nella sua comunione, più sapremo pensare come pensa Lui anche su tutte le cose che ci attorniano.

[...] Dobbiamo rendere testimonianza della verità, e Dio ci darà la grazia di poter farlo fino alla venuta di Cristo. Il Signore ha detto: «Ecco, ti ho posto davanti una porta aperta, che nessuno può chiudere» (Apocalisse 3:8). La nostra posizione è un po’ quella di Daniele a Babilonia che pregava con le finestre della sua camera aperte verso Gerusalemme. Noi non possiamo uscire dalla cristianità, ma dobbiamo purificarci da tutto ciò che è male e, con occhio semplice, rendere testimonianza con la nostra vita a ciò che non può essere rovinato, alla verità così misconosciuta da tanti cristiani di oggi. Ora, la potenza morale per rendere questa testimonianza è di essere occupati dalle cose di lassù dove Cristo è seduto alla destra di Dio.

Io sento che Satana sferra il suo attacco con sempre maggior forza contro la presenza del Signore in mezzo ai «due o tre riuniti nel Suo nome» e contro l’effetto che questa presenza dovrebbe esercitare sulle nostre anime. È la sua presenza che fa del radunamento dei credenti una realtà. Ora, se Lui è là, ogni cuore che lo riconosce deve essergli sottomesso, e noi dobbiamo di conseguenza essere anche sottomessi «gli uni agli altri nel timore di Cristo» (Efesini 5:21). Questo allarga le affezioni e produce un esercizio di coscienza come nient’altro potrebbe fare, e anche un rispetto della coscienza degli altri unito a un cammino nel timore di Dio. In questo modo l’anima è mantenuta nella pace e nel riposo, in mezzo a tutte le difficoltà che potrebbero sorgere, perché la fiducia è riposta nel Dio vivente.

Io sono colpito dal contrasto che presentano, nel secondo libro dei Re cap. 6, il profeta e il re, e il luogo dove era il profeta, Dothan, e quello dov’era il re, Samaria. Esteriormente era il re che faceva cordoglio, ma l’umiliazione del profeta, nascosta agli occhi del mondo, non era meno reale. La sua risposta a Gheazi (2 Re 5:26) mette bene in luce lo stato del suo animo. Solo Eliseo sentiva davanti a Dio la rovina morale del popolo, ma questo non gli impediva di aspettare da parte di Dio la manifestazione della sua potenza in grazia. Per contro, il re che vestiva di sacco era in uno stato di inimicizia contro Dio e mostrava la sua degradazione morale cercando la vita del profeta e privandosi, così, del solo legame che ancora c’era fra lui e un Dio che, per mezzo di Eliseo, agiva in grazia. Ciò che addolorava il re non era il peccato del popolo ma il castigo di Dio. È ciò che si vede spesso anche oggi in molti credenti.

Certo, questo non è un tempo di gioia esuberante, ma possiamo rallegrarci nel Signore e camminare con Dio nel sentimento della grazia e aspettando di vedere del bene dalla sua mano. È quel che Eliseo ha sempre fatto, e non è mai stato deluso. Dio si servì della debolezza, dell’afflizione, della distretta come di occasioni per manifestare, alla gloria sua, le risorse della sua misericordia, ed Eliseo ne fu il benedetto strumento. Lo stesso motivo che faceva portare al re un vestito di sacco, faceva alzare gli occhi di Eliseo al luogo dove egli sapeva che c’erano sempre i cavalli e i carri di fuoco. «Quelli che sono con noi sono più numerosi di quelli che sono con loro» (2 Re 6:16).

Sarà lo stesso ai nostri giorni. Le tenebre di Satana avvolgono moralmente quelli che dimenticano di pensare alle cose che sono di sopra, dove Cristo è seduto alla destra di Dio. Se il lutto del re fosse stato sincero, egli si sarebbe dato da fare per sbarazzarsi prima di tutto dei falsi dèi e sarebbe tornato al Signore. Ma lui non credeva alla potenza e alla volontà di Dio di venirgli in aiuto, ed era costretto a confessare con disperazione la propria impotenza. È il triste quadro di chi si è allontanato dal Signore!

Che Dio ci aiuti a vedere la sua mano in tutto quello che avviene, a imparare le sue lezioni, affinché comprendiamo sempre meglio cosa sia la testimonianza del Signore e a non averne vergogna. L’umiliazione vera «sotto la potente mano di Dio» si unirà allora a una gioia calma e profonda nel Signore, e all’attesa di vedere la sua mano spiegata per la benedizione dei suoi. Ora, questa attesa non andrà mai delusa, anche se abbiamo da portare sui nostri cuori il peso della rovina generale alla quale ognuno di noi, purtroppo, ha portato il suo contributo di debolezza e di mancanze.




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