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La vera adorazione

John S. Blackburn

Ma l’ora viene, anzi è già venuta, che i veri adoratori adoreranno il Padre in spirito e verità; poiché il Padre cerca tali adoratori.” Giovanni 4:23

Indice:
  Prologo Introduzione alla Seconda Edizione inglese 1. Le parole della Bibbia e i loro significati

Prologo

L’adorazione rituale ha avuto il suo primo vero impatto su di me quando, per una serie di circostanze, e contrariamente alle mie abitudini, mi sono ritrovato in una famosa cattedrale medievale europea durante la celebrazione della Messa Corale. La Cattedrale di St. Rombold a Malines in Belgio è la sede dell’arcivescovo, ed è un edificio molto bello ed imponente. I grandi pilastri della navata centrale a volta, le colonne raggruppate al transetto a crociera, le nervature sulla parte superiore delle finestre e l’abbinamento delle figure e dei colori profondi delle vetrate danno un’aria di solennità, d’un altro mondo senza tempo, che prepara i sensi per ulteriori impressioni. Prima del punto centrale della chiesa c’è il suo tesoro artistico, l’altare di Van Dyck rappresentante la Crocifissione. Lì, è appeso il Salvatore tra i ladroni con Maria Maddalena di fronte alla croce, la rappresentazione vivente della Passione.

Nessun coro era visibile, ma con una chiarezza pura e dolce, una tessuta filettatura di contrappunti echeggiavano e re-echeggiavano nelle volte di pietra della cappella e della navata centrale. Nessun ritmo segnava il tempo: il filo della melodia senza tempo saliva e scendeva, incrociata e re incrociata, più forte e meno forte. Poca immaginazione serviva per credere che quella fosse la vera musica celeste, le voci degli angeli alle porte del cielo.

Su questo sottofondo di colori e di musica si svolgeva il servizio religioso. L’aria era piena di incenso, e le vesti sgargianti dei preti, che stavano salmodiando, completavano l’orchestrato impatto sui sensi, e quindi sulla mente, per produrre un sensuale effetto pensato per condurre all’adorazione.

L’impressione avuta da tutto questo era intensificata dal totale contrasto con quello che avevo imparato e condiviso nella mia vita di adorazione di assemblea. I punti di contrasto si presentarono uno ad uno nella mia mente. Invece della magnifica costruzione con tutto quello che l’arte e gli strumenti umani potevano pianificare di fare in un modo materiale e sensuale, degno di Dio, conoscevo le costruzioni il cui interno è tra i più semplici e sono prive di ornamenti di ogni sorta, senza croci o simboli che le proclamassero case di Dio. Là non ho mai visto preti, clero o sacerdote come una classe separata e con poteri e privilegi speciali; ogni uomo poteva parlare nella sua preghiera o lode o inno. Là tutto era spontaneo e improvvisato: non c’era musica di strumenti - in realtà nessuna musica nel senso sofisticato e professionale. Quando nessuna persona sentiva il bisogno di parlare, c’era il silenzio.

I miei primi ricordi di questi radunamenti includono uomini e donne di tutte le età, classi o ranghi sociali, seduti in silenzio e con gli occhi chiusi fino a quando qualcuno parlava. Ho presto capito che i loro occhi erano chiusi nello scopo esplicito di escludere le distrazioni dei sensi, per ridurre al minimo le distrazioni sull’attività interiore della mente, del cuore e dello spirito rivolti verso Dio. Quello che dicevano nelle preghiere e nell’adorazione non si basava su nessuna liturgia; era il libero frutto dello spirito in adorazione. Quello che ogni persona diceva era approvato entusiasticamente dalle altre, e mormorii discreti di compiacimento e di supporto si udivano costantemente. La sostanze delle loro preghiere erano piene di allusioni e di citazioni della Bibbia. Queste persone conoscevano la loro Bibbia intimamente e accuratamente, e le quiete risposte all’oratore mostravano, che dalla conoscenza condivisa di questo unico Libro, il cuore rispondeva al cuore e lo spirito allo spirito, mossi da queste allusioni. Sopra di tutto, sembrava che la Persona cui si rivolgevano e di cui parlavano nelle preghiere e nell’adorazione era una Persona che conoscevano, il Padre e il Figlio, e con cui sapevano, semplicemente, di essere in una relazione stabilita mai interrotta.

Tutto questo era centrato attorno al pane e il vino della Cena del Signore. Al momento appropriato ogni uomo che se la sentiva, rendeva grazie, e il pane e il calice di vino erano passati di mano in mano esattamente come in Luca 22:17.

La presa di coscienza di un contrasto così spiccato come quello descritto in precedenza, è stata una delle prime impressioni che ha suscitato in me un interesse vitalizio per capire la «via di Dio più perfettamente» in ciò che concerne la vera adorazione Cristiana. Per il nostro insegnamento e la nostra guida su questo, come per tutte le altre questioni importanti, non abbiamo altra sorgente di illuminazione che Dio e la parola della Sua grazia. Dobbiamo guardare alla Legge ed alla Testimonianza, alle Scritture della Verità, e così riempiremo la promessa del Salvatore che lo Spirito Santo ci guiderà in tutta la Verità.

Nessuno avrà da ridire che l’adorazione rituale descritta appartiene maggiormente ad una religione del Vecchio Testamento. Il piano architettonico delle chiese, compreso il presbiterio, le navate e il porticato, corrispondono al Tempio Giudeo con i suoi il Santo dei Santi, il Luogo Santo, il Cortile Esterno o il Porticato. In entrambi, il santuario interno contiene un altare. La suddivisione degli adoratori in Arciprete, Preti e Leviti corrisponde a quella in Vescovo, Preti e Diaconi. In entrambe, i preti sono vestiti con indumenti di gloria e bellezza: la parte centrale di ogni rituale è il sacrificio, e i preti hanno dei privilegi esclusivi connessi col sacrificio. Tutti i due tipi di servizio procedono con accompagnamenti musicali e con incenso.

È chiaro che l’adorazione rituale condivide con la vera adorazione del Nuovo Testamento questa costante dipendenza alle allusioni dell’adorazione del Vecchio Testamento. Vale la pena vedere questo punto in alcuni dettagli, che si possono facilmente capire, ed è chiaro che bisogna dare piena importanza ad ogni seria domanda sulla vera adorazione.

Non sapete voi che siete il tempio di Dio, e che lo Spirito di Dio abita in voi? Se uno guasta il tempio di Dio, Dio guasterà lui; poiché il tempio di Dio è santo; e questo tempio siete voi. (1 Corinzi 3:16,17).

E che armonia c’è fra il tempio di Dio e gli idoli? Noi siamo infatti il tempio del Dio vivente, come disse Dio: «Abiterò e camminerò in mezzo a loro, sarò il loro Dio ed essi saranno il mio popolo». (2 Corinzi 6:16).

Così dunque...siete stati edificati sul fondamento... essendo Cristo Gesù stesso la pietra angolare, sulla quale l’edificio intero, ben collegato insieme, si va innalzando per essere un tempio santo nel Signore. In lui voi pure entrate a far parte dell’edificio che ha da servire come dimora a Dio per mezzo dello Spirito. (Efesini 2:19-22).

Il Dio che ha fatto il mondo e tutte le cose che sono in esso, essendo Signore del cielo e della terra, non abita in templi costruiti da mani d’uomo; e non è servito dalle mani dell’uomo, come se avesse bisogno di qualcosa; lui, che dà a tutti la vita, il respiro e ogni cosa. (Atti 17:24-25).

Ora,... abbiamo un sommo sacerdote tale che si è seduto alla destra del trono della Maestà nei cieli, ministro del santuario e del vero tabernacolo, che il Signore, e non un uomo, ha eretto... poiché vi sono coloro che offrono i doni secondo la legge. Essi celebrano un culto che è rappresentazione e ombra delle cose celesti. (Ebrei 8:1-5).

Come pietre viventi, siete edificati per formare una casa spirituale, un sacerdozio santo, per offrire sacrifici spirituali, graditi a Dio per mezzo di Gesù Cristo. (1 Pietro 2:5).

A lui che ci ama, e ci ha liberati dai nostri peccati con il suo sangue che ha fatto di noi un regno e dei sacerdoti del Dio e Padre suo... (Apocalisse 1:5-6).

Per mezzo di Gesù, dunque, offriamo continuamente a Dio un sacrificio di lode: cioè, il frutto di labbra che confessano il suo nome. (Ebrei 13:15).

Noi abbiamo un altare al quale non hanno diritto di mangiare quelli che servono al tabernacolo. (Ebrei 13:10).

Avendo dunque, fratelli, libertà di entrare nel luogo santissimo per mezzo del sangue di Gesù, per quella via nuova e vivente che egli ha inaugurata per noi attraverso la cortina, vale a dire la sua carne, e avendo noi un grande sacerdote sopra la casa di Dio, avviciniamoci con cuore sincero e con piena certezza di fede. (Ebrei 10:19-22).

Una persona attenta e sincera noterebbe, riflettendo su queste citazioni, che i termini usati derivano direttamente dall’adorazione del Vecchio Testamento (tempio, prete, altare, sacrificio, il più santo), tuttavia questi termini sono spesso usati per indicare un contrasto piuttosto che un esatto parallelo. Sembrano dire, abbiamo un prete, ma un prete molto differente: abbiamo un sacrificio, ma un nuovo tipo di sacrificio. Dove ci sono dei paralleli e dove sono gli esatti contrasti tra l’adorazione del Vecchio Testamento e del Cristianesimo? Nelle pagine successive, queste sono le domande specifiche alle quali cercheremo delle risposte nella Parola di Dio.

C’è un passaggio del Nuovo Testamento, in intestazione a questo capitolo, che sembra raccogliere nel suo breve ambito tutte le allusioni già note e, allo stesso tempo, per dare con le parole del Salvatore Stesso l’essenziale alla risposta che cerchiamo. Questo passaggio è la base del nostro studio: e dobbiamo cercare di tirar fuori dalla completa portata delle Scritture alcune misure della pienezza del significato contenuto in ognuna delle parole del Salvatore scritte in Giovanni 4:20-24. Leggiamole adesso e osserviamo come ci portano nel cuore della questione.

La donna gli disse:... «I nostri padri hanno adorato su questo monte, ma voi dite che a Gerusalemme è il luogo dove bisogna adorare». Gesù le disse: «Donna, credimi; l’ora viene che né su questo monte né a Gerusalemme adorerete il Padre. Voi adorate quel che non conoscete; noi adoriamo quel che conosciamo, perché la salvezza viene dai Giudei. Ma l’ora viene, anzi è già venuta, che i veri adoratori adoreranno il Padre in spirito e verità; poiché il Padre cerca tali adoratori. Dio è Spirito; e quelli che l’adorano, bisogna che l’adorino in spirito e verità».

I due esempi con cui abbiamo iniziato rappresentano gli estremi in una scala di rito e cerimonia, di simbolo e di sensi. Un’altra dimensione, in parte sovrapposta, di pratica in connessione con l’adorazione, può essere chiamata modernismo liberale. Recentemente, immediatamente dopo le notizie, ho sentito dalla BBC l’inizio di "Un Atto di Adorazione per le scuole". È iniziato, quindi l’annunciatore ha detto, con la Sonata in A Maggiore di violino di Cesar Franck, ed è finita con qualcosa dello stesso compositore. È stato cantato un bel inno sul sacrificio del Salvatore, e una preghiera sulla necessità di avvicinarsi a Lui. È comune in Gran Bretagna leggere un avviso fuori dalle chiese che invita tutti i passanti ad entrare e a adorare. Una significativa variazione a questo tema si può trovare in un libro scaturito dal Movimento Tractarian di 130 anni fa, che osserva come i gin-palace e le sale da concerti economiche sfruttano la luce, la musica e il gioco dei presentatori per attrarre ed aumentare la popolarità e come il precedente avviso è una veduta veramente arretrata che tralascia l’uso di questi mezzi per portare la persona di strada a adorare Dio.

Sottolineando i tre esempi così messi assieme, esiste la credenza, comune a tutti, che ogni bambino a scuola può essere chiamato a adorare: uno degli inviti che può essere indirizzato alle persone di strada è l’invito a adorare o ad essere insegnato sulle forme di adorazione. Queste istanze portano naturalmente alla domanda se è vero che ognuno può essere istruito a adorare Dio. L’esistenza di un’adorazione diversa dalla vera adorazione è testimoniata da Giovanni 4, nella quale dobbiamo cercare le risposte alle nostre domande. Alla Samaritana il Signore disse: «Voi adorate quel che non conoscete». In questo caso, le Scritture associano il nome adorazione a qualcosa basato sull’ignoranza e non sulla conoscenza - a qualcosa molto differente dalla vera adorazione. Questo concorda con Atti 17 «Orbene, ciò che voi adorate senza conoscerlo». È quindi chiaro che non tutti sono qualificati per la vera adorazione. Una parte della nostra ricerca cercherà di trovare le qualifiche, ma non è così evidente che i veri adoratori conoscano la salvezza, che siano passati dalla remissione iniziatoria, e soprattutto conoscano la Persona adorata.

Fin qui abbiamo pensato in termini di desiderio di conoscenza e di comprensione che nascono dalle osservazioni delle varie pratiche dei Cristiani e da questo siamo stati condotti al capitolo quattro dell’Evangelo di Giovanni: e lì tutte queste segnalazioni sono eclissate quando confrontiamo seriamente la profondità e l’urgenza della ricerca fatta da Dio che parla tramite le parole di Gesù. Per questo troviamo, messo in evidenza, che la nostra ricerca di conoscenza e comprensione incontra niente meno che la ricerca fatta da Dio il Padre. «Poiché il Padre cerca tali adoratori». Nella nostra esperienza di Cristiani dobbiamo imbatterci inizialmente con la ricerca fatta dal Figlio d’Uomo. «Perché il Figlio dell’uomo è venuto per cercare e salvare ciò che era perduto» (Luca 19:10). Solo tramite l’attività di ricerca del Salvatore possiamo essere contati tra quelli capaci di vera adorazione: e non dovremmo mai augurarci di allontanarci dall’attività del dono del Salvatore in cerca di amore. Non possiamo scegliere se essere devoti ad una più dell’altra di queste due ricerche Divine. Un cuore e uno spirito veramente rinnovati dalla Parola e dallo Spirito avranno recepito totalmente l’imperativo comandamento di questi due fatti grandiosi: il Figlio dell’Uomo cerca ciò che era perduto, e il Padre cerca degli adoratori. Se nelle pagine che seguono ci concentriamo sull’ultimo, questo non diminuirà il primo. L’Evangelo deve sempre essere il fondamento delle cose sante nelle quali il vero Cristiano serve il Signore.

Dalla Sua eterna gloria con il Padre, dall’amore per il quale il Padre ha amato il Figlio prima della fondazione del mondo, il Figlio di Dio è venuto. È venuto per cercare e salvare i perduti: questa ricerca Lo ha portato alla necessità del Calvario. Ma dietro a questo c’è l’altra ricerca: per mezzo di Lui il Padre cerca degli adoratori. Solo la venuta del Figlio poteva rivelare il Padre. Solo il Suo sacrificio poteva aprire una via nuova e vivente tramite la quale possiamo entrate in Sua presenza. La vera adorazione, quindi, è qualcosa aldilà dell’adorazione dell’Eterno. La vera adorazione è adorare il PADRE rivelato in Cristo il Figlio. Se abbiamo incominciato ad afferrare il significato di questo passaggio centrale, dopo addentrandoci nell’amore e nella devozione, dovremmo essere mossi al desiderio, sopra tutte le cose, di rispondere alla ricerca del Padre; e dovremmo cercare le Scritture così che dall’illuminazione dello Spirito possiamo imparare come stare tra i veri adoratori che adorano il Padre in spirito e verità.

Introduzione alla Seconda Edizione inglese

I capitoli successivi trattano il contenuto e la pratica della "vera adorazione" come si trova nella Scrittura. Vent’anni fa, quando il libro è stato pubblicato, questo era un argomento tralasciato dai credenti evangelici. Tanto è cambiato in questi ultimi anni. I Cristiani sono meno portati ad usare la parola "adorazione" come un termine generale per ogni sorta di servizio religioso; sono più sensibili al fatto che la vera adorazione è indirizzata a Dio direttamente. Più tempo è esplicitamente messo da parte per i servizi di "chiesa", nelle riunioni di Unione dei Cristiani e per le preghiere e l’adorazione. Più spontaneità sta rimpiazzando tanti vecchi "ordini di servizio", i credenti si sforzano di esprimere la melodia nei loro cuori al Signore. Ideali di formalità, di solennità e di lontananza di Dio dagli adoratori sono agli sgoccioli; la consapevolezza che in Cristo adoriamo Dio, come piccoli bambini che vanno al Padre, è diventata cara a molti. Ci sono alcuni paralleli, almeno, tra questi cambiamenti e le cose trattate in questo libro.

Perché ripubblicarlo? Perché i paralleli appena menzionati alcune volte sono poco approfonditi. Molto può cambiare nella pratica dell’adorazione, ma il contenuto è sovente superficiale, le musiche della preghiera, alcune volte, rasentano il banale, e, troppe volte, l’esito sembra essere una svalutazione dell’adorazione piuttosto della sua liberazione. "Sperimentazione" nell’adorazione è, il più delle volte, guidata da quello che serve all’adoratore che da un semplice desiderio di obbedire a Dio nella verità. In realtà, poca importanza è stata portata alle fondamenta della verità da cui la vera adorazione dipende. Lo scopo principale di questo libro è di studiare tale verità che è in relazione con Cristo.

Dio è glorificato nella chiesa «in Cristo Gesù» (Efesini 3:21). [L’adorazione fa parte di questa gloria data a Dio tramite Gesù Cristo]. Ogni lettore lo sa, ma cosa significa realmente? Il libro risponde dicendo: Cristo è il nostro Grande Sacerdote, è Lui stesso la via nuova e vivente al Santuario. La Sua carne crocifissa, il Suo sangue sono i soli mezzi per i quali noi possiamo entrarci; la nostra sicurezza consiste nella nostra intera dipendenza sul Suo sacrificio per accederci e su nessun altro mezzo visibile. (Ebrei 10:19). Inoltre, portandoci a Dio, Gesù ci porta a Suo Padre. «Perché per mezzo di lui... abbiamo accesso al Padre in un medesimo Spirito» (Efesini 2:18). Dichiarando il nome di Padre, Gesù ci insegna l’amore con cui Suo Padre Lo ama. Così cambia il modo in cui percepiamo la nostra relazione col Padre adorato. Questa percezione non dipende più primariamente dai modelli umani di parentela o anche dalla nostra esperienza giornaliera delle cure del Dio Padre, ma su un senso di come Dio ci ama nel Figlio. Che percezione! E questo a sua volta illumina la nostra esperienza, giorno per giorno, dell’amore di Dio. «Che l’amore del quale tu mi hai amato sia in loro?» (Giovanni 17:26). Queste possono sembrare delle frasi astruse, ma in realtà solo l’ABC del Cristianesimo. «Ragazzi, vi ho scritto perché avete conosciuto il Padre» (1 Giovanni 2:14).

Secondariamente, adoriamo «per mezzo di Gesù Cristo» in un altro senso: Lui è il supremo soggetto dell’adorazione. Cristo e la Sua opera da sola hanno preparato «l’adorazione» di Dio nel modo perfetto. L’adorazione, nella sua semplicità, è parlare a Dio tramite lo Spirito del Suo Figlio amato. Può un profumo migliore salire al cielo?

In questo modo il libro cerca di approfondire l’approccio del lettore all’adorazione. Il suo scopo non è di rendere l’adorazione più intellettuale, neanche di inibire la libera espressione del credente nella preghiera, ma, piuttosto, di piazzarla su un fondamento sicuro, eterno ed instancabile, perché è la vera adorazione - in accordo con la finale rivelazione di Dio in Cristo.

Quindi la vera adorazione secondo le Scritture nel suo contenuto e nella pratica può essere espressa solo in un luogo di radunamento dove lo Spirito Santo ha la Sua sovranità. Questo mi porta a un altro argomento molto discusso - la conduzione dello Spirito Santo nell’adorazione. Deve essere fatta la distinzione tra questa conduzione e la mera spontaneità naturale, purtroppo, sovente, sono vagamente trattate come sinonimi dal credente. Non deve esserlo. La spontaneità è un ideale altamente perseguito dal mondo in generale nella sua rivolta contro il (presumibile) governo repressivo dei sentimenti dei primi tempi. La spontaneità è democratica: eleva i diritti delle persone ad affermare sé stesse, "a fare le loro cose". Proclama la divinità insita dell’uomo naturale, dicendo che la disciplina e la repressione fanno male. Se la nuova adorazione è solamente "più spontanea", essa segue la moda del tempo attuale, non va contro di essa. Può uno spirito così simile a questo, che adesso lavora tra i figli della disobbedienza, rappresentare realmente la libertà spirituale?

Benché gli scrittori del Nuovo Testamento, e Paolo in particolare, abbiano combattuto vigorosamente per la libertà spirituale, non hanno insistito molto sulla spontaneità o neanche sul self control. È bene dire che le opere dell’"vecchio uomo" in Colossesi 3:5 sono spontanee e devono essere mortificate. Le caratteristiche del "nuovo uomo" sono il "frutto dello Spirito" (Galati 5:22) e ce ne dobbiamo rivestire. Ma è sicuro che questa "spontaneità" - lasciarsi andare all’istinto (agli impulsi naturali) - non deve essere identificata con la "spontaneità" nella adorazione sopraccitata? Sì, entrambe possono essere identificate in questo senso molto importante: che, siano buoni o malvagi, gli impulsi spontanei non faranno altro che esprimere la carne che c’è in me.

Al suo estremo, l’ideale della spontaneità non è altro che un’asserzione del diritto di ogni credente di avvicinarsi a Dio nell’adorazione come egli/ella stesso(a) lo ritiene. Il clero, alla fine, contende che solo certi individui, se specialmente "consacrati", hanno questo diritto. Ma la Parola dice che nessuna carne deve glorificarsi in Sua presenza. (1 Corinzi 1:29). L’adorazione del Vecchio Testamento era "un’adorazione nella carne" - Paolo ce lo dice in Filippesi 3:3. Tuttavia anche in quella adorazione le precauzioni le più stingenti erano prese per prevenire che l’uomo naturale si vantasse davanti a Dio. (Levitico 10 e 16). In quei tempi, questa "adorazione nella carne" controllata era divinamente decretata, perché la carne era provata per vedere se poteva piacere a Dio. Non lo può, e la croce fu, tra le altre cose, il giudizio totale di Dio sull’uomo naturale (Romani 6:6. Galati 2:20, ecc.). Questo giudizio è rappresentato in ogni credente al battesimo, ed effettivamente alla sua morte o alla venuta del Signore. Nel frattempo ci troviamo in uno stato di transizione, ancora "nel corpo di questa morte". Questo corpo è una creazione divina. Non deve essere ignorato, neanche abusato, né perseguitato da pratiche ascetiche. Deve essere governato - per essere controllato, in attesa della "redenzione del corpo".

Così la vera adorazione resta nel riconoscimento che il giudizio di Dio della nostra natura è adesso ancora più severo che sotto la Legge - non di meno; mentre inizialmente Dio permetteva all’uomo di avere in Sua presenza degli uomini di morale, adesso non lo permette a nessuno, eccetto a Cristo, e non esiste accesso se non tramite lo Spirito. Usata tanto per enfatizzare la libertà e il coraggio dell’accesso dei Cristiani in contrasto con la paura e l’infrequente accesso sotto la Legge, dimentichiamo che questa libertà appartiene al "nuovo uomo", e che portiamo sempre in noi il "vecchio uomo" che Dio ha giudicato. Giovanni 4 («Il Padre cerca tali adoratori») presuppone Giovanni 3 («bisogna che nasciate di nuovo»). Efesini 2:18 («accesso al Padre») presuppone 2:1 («voi che eravate morti nelle vostre colpe e nei vostri peccati»). Colossesi 3:16 («cantate a Dio») si basa su 3:3 («poiché voi moriste e la vostra vita è nascosta con Cristo in Dio») - una parola che, se Colossesi 2:20-23 è capita correttamente, esclude tutte le religioni nella carne e non solo le forme ascetiche. Quanto è sbagliato dire che dovremmo esprimere noi stessi, che noi dovremmo dettare la maniera del nostro approccio, agire casuale, o senza considerare la Sua Parola, in presenza di Dio il nostro Salvatore! Nel volere distinguere la libertà spirituale dalla spontaneità naturale queste cose sono troppo comuni.

L’adorazione nella libertà di Spirito è corretta (1 Corinzi 14:26, ecc.). Ma la spontaneità da sola dovrebbe essere sempre provata. «Provate gli spiriti per sapere se sono da Dio» (1 Giovanni 4:1, cp. 1 Corinzi 14:32). Un’espressione spontanea potrebbe riflettere l’azione dello Spirito nell’adoratore, ma può anche essere poco più che in impulso della carne che Dio ha giudicato sulla croce. Il pensiero di Pietro «Facciamo tre tende...» era buona in un certo senso, ma era meglio non dirlo. Quelli che «offrono il loro culto per mezzo dello Spirito di Dio ? e non mettono la loro fiducia nella carne» (Filippesi 3:3) devono imparare a distinguere la conduzione dello Spirito da quella degli impulsi naturali. Per imparare bisogna esercitarsi, e quelli che cercano di combinare la preparazione spirituale con un attento auto giudizio troveranno nella pratica che questa distinzione può essere realmente percepita - abbastanza bene, benché, ovviamente, non infallibile.

Lo scopo di queste osservazioni è di incoraggiare questa preparazione spirituale e certamente non di scoraggiare la giusta partecipazione nell’adorazione. E se questo insegnamento Scritturale sullo stato transitorio presente del credente fosse capito meglio - se la risurrezione fosse desiderata oggi così ardentemente come Paolo la desiderava - l’introduzione di mini orchestre, danze, ecc. nell’"adorazione" sarebbe vista come un impedimento alla "vera adorazione" e non un aiuto, perché queste cose tendono a stimolare l’uomo naturale all’insubordinazione. Il silenzio del Nuovo Testamento su questi argomenti sarebbe accettato e messo in pratica, non come una restrizione legale, ma come una porta verso la libertà spirituale di cui parleremo nei prossimi capitoli.

Novembre, 1982

T.B.

1. Le parole della Bibbia e i loro significati

Cinque volte nell’Apocalisse Giovanni parla di momenti di estasi, quando gli abitanti del cielo, vedendo le cose della terra tramite la luce celeste, si prostrano davanti al trono di Dio: in questo atto è simbolizzata la loro adorazione. Nella visione introduttiva di Dio sul Suo trono, ci sono ventiquattro anziani, vestiti di bianco, con corone d’oro e seduti sui loro troni. Nel momento di estasi in questa visione tremenda - il ringraziamento dei cherubini; l’Agnello che prende il libro dalla mano di Dio, l’apparizione nel cielo della vasta folla dei redenti; l’arrivo del regno sulla terra di Dio e del Suo Cristo; e della distruzione di Babilonia, la falsa chiesa - si alzano improvvisamente dai loro troni, prostrandosi davanti al trono di Dio e gettando le loro corone davanti a Lui. Così, drammaticamente e simbolicamente assumono un’attitudine intensamente espressiva della loro riconoscenza della suprema magnificenza di Dio mostrata a loro e vista da loro. La loro attitudine esprime la loro riconoscenza della giustizia del fatto che ogni benedizione, ogni onore e che tutta la gloria, tutta la potenza sono nelle mani di Dio, quando loro stessi nascondono le loro facce nella polvere.

La scena descritta presenta il significato esatto della parola usata, in lingua originale, nella Bibbia per il nostro tema: proskuneo. Il suo significato originale è prostrarsi davanti ad un altro, e per lo scopo di questo studio dobbiamo usare la parola italiana "adorare" come l’esatto equivalente della parola del Nuovo Testamento proskuneo. Probabilmente la parola ebraica usata nel Vecchio Testamento fa originariamente riferimento alla attitudine corporale descritta, ma nel contesto di Giovanni 4 possiamo incominciare a pensare che l’adorazione è un’attitudine dello spirito, assunta dall’uomo che realizza la presenza di Dio rivelato. Nella vera adorazione, in spirito e verità, cioè l’adorazione del Padre, calde e vivente sfumature di amore e di comunione sono aggiunti a questo pensiero di base; però la vera adorazione è un concetto che si differenzia chiaramente dal ringraziamento, dalla preghiera o dal servizio, ma, nello stesso tempo, indica anche come queste azioni siano così correlate tra di loro. Possiamo rendere grazie, pregare, o servire un nostro pari, ma l’adorazione è dovuta solo a Dio (*). Quando rendiamo grazie, preghiamo, o serviamo Lui, c’è un elemento di riconoscenza della Sua maestà e della Sua immensa gloria, però questo elemento non è lo scopo e l’argomento centrale di queste azioni come nel caso dell’adorazione.

Forse a questo punto, un riferimento deve essere fatto a quei casi minori e sussidiari nei quali l’adorazione è rivolta a degli uomini. Quando ci si rivolge ad un magistrato con la formula "Vostra Signoria", sappiamo bene che l’adorazione appartiene a Dio solo. Questa formula arcaica è usata poco ed in casi eccezionali. Così è nelle Scritture. Sono esempi di questo genere quando negli Evangeli è dubbioso se chi parla intende attribuire realmente la deità a Gesù. Nella parabola dei due debitori, il primo «gettatosi a terra, si prostrò davanti» al re (Matteo 18:26). Qui l’espressione equivale a "rendere omaggio". Il significato generale in tutto il Nuovo Testamento è chiaro negli ultimi capitoli dell’Apocalisse. Giovanni, due volte, è portato a cadere in terra ed adorare l’angelo che gli spiega la visione. Ciò è austeramente vietato, e l’ingiunzione dell’angelo «Adora Dio» vuol dire che l’adorazione è dovuta solo a Dio (Apocalisse 19:10 e 22:9).

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(*) Nota del traduttore: in inglese la formula è "Your Worship" che letteralmente significa "Vostro Adorato", in italiano corrente si usa "Vostra Signoria".
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È già stato osservato che tutto questo si può mettere in parallelo con la parola usata nel Vecchio Testamento per adorazione. È data la stessa enfasi alla postura corporale come nell’Apocalisse, inoltre, sempre in questo libro, le immagini trovano molti paralleli con il Vecchio Testamento. Il servo senza nome di Abrahamo si inchinò e adorò, stessa cosa fece anche Mosè (Esodo 34:8). Giosuè, realizzando la presenza di Dio nella visione del guerriero con la spada sguainata, «cadde con la faccia a terra, si prostrò» (*)

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(*) Nota del traduttore: in inglese è usata la parola "worship", invece di "si prostrò" si può tradurre "e adorò"[ oppure "rendere omaggio" come nella versione Darby francese].
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Così, il primo chiarimento sulla natura dell’adorazione viene dalla radice etimologica delle parole impiegate dalla Bibbia. Da questo siamo stati condotti a vedere che, qualunque cosa sia aggiunta da successive considerazioni, il primo pensiero nell’adorazione è che l’uomo, sovente in momenti speciali della visione, assume in cuore e in spirito un’attitudine di ammissione dello "stato meritevole" (*) di Dio come rivelato e conosciuto. Vediamo come, nella vera adorazione, che è l’adorazione del Padre rivelato nel Figlio, questo è l’accettazione dell’adorazione e l’apprezzamento di tutti i tesori dell’Amore Divino concesso dallo Spirito ai cuori credenti.

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(*) Nota del traduttore: in inglese è usata la parola "worth-ship". L’etimologia dice che "worth" indica il fatto di valere la pena o essere meritevoli, "ship" significa lo stato o la condizione di essere.
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Le frasi tramite le quali la donna samaritana introdusse l’argomento ci portano un passo avanti nella nostra ricerca del significato della parola adorazione. «I nostri padri hanno adorato su questo monte» disse, e più avanti, «ma voi dite che a Gerusalemme è il luogo dove bisogna adorare». Alcuni considerano che cercava di mettersi sulla difesa per evitare un assalto alla sua coscienza. Che la sua coscienza fosse colpita, non c’è dubbio, ma la serietà con la quale le sue parole furono ricevute dal Signore e il letterale modo precursore di importazione delle rivelazioni date a lei, non lascia dubbi sulla sua sincerità, e sicuramente la ricerca, che gli occhi, che vedevano tutto, di Gesù videro, non svegliò solo la coscienza, ma produsse in lei anche la nascita della nuova vita che gli permise di ricevere e, alla fine, di comprendere qualcosa del significato delle Sue risposte. Nello scambio domanda e risposta, mentre Lui pronunciava le parole infiammate che rivelavano la ricerca del Padre, il pozzo di acqua in lei, appena acquisito, stava sicuramente sgorgando nella vita eterna.

Le frasi denotano un’immagine particolare della parola adorazione. Il Signore ricevette le sue affermazioni e le completò. Qualunque cosa l’adorazione fosse, la vera adorazione nel futuro sarebbe stata in spirito e in verità invece che «su questo monte» o «a Gerusalemme»; e sarebbe stata indirizzata a Dio nel Suo vero Nome, il Padre, invece che nel Suo nome precedente, l’Eterno. Per il momento, tuttavia, ci focalizziamo sulla luce che è data al vero significato dell’adorazione. Non c’è una parola che dice che il Signore non era d’accordo con il significato che lei diede. Cosa era questo significato? O, rifacendo la domanda, cosa si faceva «su questo monte» e «a Gerusalemme»? Lei lo chiamò adorazione, e il Signore era d’accordo.

L’inizio dell’Evangelo di Luca contiene alcuni deliziosi esempi storici:

«Al tempo di Erode, re della Giudea, c’era un sacerdote di nome Zaccaria, del turno di Abìa ? Mentre Zaccaria esercitava il sacerdozio davanti a Dio nell’ordine del suo turno, secondo la consuetudine del sacerdozio, gli toccò in sorte di entrare nel tempio del Signore (cioè l’Eterno) per offrirvi il profumo (*); e tutta la moltitudine del popolo stava fuori in preghiera nell’ora del profumo. E gli apparve un angelo del Signore, in piedi alla destra dell’altare dei profumi» (Luca 1:5-11).

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(*) Nota del traduttore: la versione inglese e la Darby francese usano la parola "incenso".
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Lo scopo del racconto è, ovviamente, dire quello che l’angelo disse e il suo risultato, ma ci possiamo soffermare su quello che avvenne «a Gerusalemme» che, sia la donna samaritana e il Signore, chiamarono «adorazione». Notate gli elementi che compongono la scena: un sacerdote e il sacerdozio, l’incenso, l’altare e tutto in onore del Signore, cioè l’Eterno.

Le ventiquattro classi sacerdotali, di cui la classe di Abìa (o Abijah) era l’ottava, furono istituite da Davide, come descritto in 1 Croniche 24. Al tempo del Vangelo ogni classe esercitava il sacerdozio nel tempio del Signore per una settimana alla volta, e ogni giorni di servizio era esercitato da una o più famiglie della classe. Ogni giorno, sia per i sacrifici del mattino sia per quelli della sera, quattro sorti erano gettate e secondo queste, i singoli sacerdoti erano scelti per preparare l’altare, uccidere l’olocausto, offrire l’incenso e, infine, bruciare l’olocausto sull’altare. La terza sorte, l’offerta dell’incenso, era la più ambita e poteva essere assegnata ad un sacerdote solo una volta nella sua vita. Questa era la sorte assegnata a Zaccaria in quel giorno meraviglioso quando l’angelo del Signore apparve e gli parlò della nascita di Giovanni Battista. Per il nostro scopo, dobbiamo notare che benché il riferimento al sacrificio non è esplicito, la parola "sorte" contiene inevitabilmente nella scena il sacrificio, quello che era stato appena ucciso e che era pronto ad essere bruciato sull’altare.

Nelle Scritture non c’è una diretta evidenza dell’adorazione della samaritana «su questo monte», il Monte Gerizim. Per duecento anni un tempio si ergeva là dove il sistema pentateutico dei sacrifici era portato da un sacerdozio samaritano. Questo era, senza dubbio, l’adorazione alla quale la donna si riferiva, tuttavia è stato pensato che parlasse di Abrahamo e Giacobbe, in effetti, entrambi eressero altari e offrirono sacrifici a Shechem o Sychar.

È chiaro che nelle espressioni «i nostri padri hanno adorato» e «il luogo dove bisogna adorare», la parola adorazione è equivalente ad un sistema di sacerdozio e di sacrificio, e così anche il Signore la impiega quando ci ritorna sopra per descrivere la vera adorazione.

Ulteriori simili considerazioni si applicano alla parola usata usualmente nell’Antico Testamento per adorazione e il suo significato. Abrahamo disse ai giovani uomini che avevano accompagnato Isacco e lui «Rimanete qui con l’asino; io e il ragazzo andremo fin là e adoreremo; poi torneremo da voi» (Genesi 22:5). Cosa intendesse Abrahamo con la parola «adorazione» ci è subito mostrato.

Abrahamo prese la legna per l’olocausto e la mise addosso a Isacco suo figlio, prese in mano il fuoco e il coltello, poi proseguirono tutti e due insieme?Giunsero al luogo che Dio gli aveva detto. Abrahamo costruì l’altare?Abrahamo andò, prese il montone e l’offerse in olocausto?Poi Abrahamo tornò.

Il Nuovo Testamento e la controparte cristiana di questo significato che ha preso è dato in 1 Pietro 2:5. È una delle più belle trattazioni delle Scritture della vera adorazione. Questa deve ritenere la massima attenzione successivamente. «Anche voi, come pietre viventi, siete edificati per formare una casa spirituale, un sacerdozio santo, per offrire sacrifici spirituali, graditi a Dio per mezzo di Gesù Cristo». Qui è il sistema sacerdotale e di sacrifico del Nuovo Testamento, la vera adorazione in spirito e verità.

A questo punto riassumiamo quello che abbiamo imparato dalla parola centrale della Bibbia proskuneo, adorazione. Dalla parola stessa deriviamo che il significato è un’attitudine della mente, del cuore e dello spirito assunta dall’uomo nei momenti che realizza la presenza di Dio rivelatosi. Da una considerazione sull’utilizzo della parola in Giovanni 4 e in altre parti, emerge una maggiore precisione del significato: un sistema sacerdotale e di sacrificio.

Una breve citazione deve essere fatta delle parole usate nella Bibbia con significato molto simile a quello della parola proskuneo perché la loro omissione renderebbe il nostro studio incompleto. Nella Bibbia italiana, latreuo e latreia sono qualche volta tradotte come adorazione. Fondamentalmente significano servire, servizio e culto; ma alcuni esempi dimostrano chiaramente che il servizio o il culto del santuario è quello che è primariamente inteso. «Noi abbiamo un altare al quale non hanno diritto di mangiare quelli che servono al tabernacolo» (Ebrei 13:10). «Perciò sono davanti al trono di Dio e lo servono giorno e notte, nel suo tempio» (Apocalisse 7:15). «Vi esorto dunque, fratelli? a presentare i vostri corpi in sacrificio vivente, santo, gradito a Dio; questo è il vostro culto spirituale» (Romani 12:1). «I sacerdoti entrano bensì continuamente nel primo tabernacolo per compiervi gli atti del culto». Questo utilizzo è così vicino a proskuneo, parimenti, implica un sistema sacerdotale e di sacrificio, al quale avremo ancora occasione di riferirci.

Un’altra parola della Bibbia contribuisce al nostro studio. Alla parola Benedizione (elogia e eulogeo), sovente, è dato un significato speciale quando è diretta a Dio, e questo significato è affine ad adorazione e servizio sacerdotale. Il primo sacerdote biblico fu Melchizedek, in Genesi 14. Andò incontro ad Abramo vittorioso, e non solo benedisse Abramo, ma benedisse anche Dio. Questa doppia benedizione, da Dio verso gli uomini, e poi dagli uomini verso Dio, in risposta, è vista in maniera molto bella in Efesini 1:3 «Benedetto sia il Dio e Padre del nostro Signore Gesù Cristo, che ci ha benedetti di ogni benedizione spirituale nei luoghi celesti in Cristo». Benedire vuol dire «parlare di bene». Il parlare di bene di Dio, riguardo al Suo popolo, li ha arricchiti ben di più di tutti i sogni di oro degli uomini; gli diede loro tutte le benedizioni spirituali nei posti celesti in Cristo. Il nostro parlare di bene a Dio non può e non deve arricchirLo, ma tale risposta data a Dio il Padre dai Suoi figli, il rispondere al Suo amore e il darGli la vera posizione, salgono a Lui come un profumo d’odor soave. Benedizione, in questo senso speciale di elevazione dai Suoi figli in risposta all’amore di Dio il Padre, è qualcosa di veramente vicino all’adorazione. Nell’Apocalisse, la benedizione sale insieme all’adorazione di coloro che, nel cielo, sono prostrati davanti a Lui seduto sul trono e davanti all’Agnello.

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