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Le difficoltà del credente dovute alla presenza in lui delle « due nature »

George Cutting

Il Messaggero Cristiano, 1986

Indice: 1. I fatti e le opere di Dio, e i nostri sentimenti 2. La certezza della salvezza 3. Due impossibilità 4. Due nature distinte in una medesima persona 5. La vecchia natura è migliorata dalla nuova? 6. «Il peccato» nella carne e «i peccati» 7. La soluzione: la nostra morte con Cristo 8. Devo sentire che sono morto? 9. La vecchia natura impedisce la comunione con Dio? 10. Come Dio ci vede: nella carne o nello Spirito? 11. Qual è, allora, il segreto della nostra forza? 12. Chiunque è nato da Dio non commette peccato 13. Quale natura devo «nutrire»?

 
 
Le persone che si occupano delle difficoltà e delle lotte dei nuovi convertiti sentono sovente espressioni come questa: «Ero sicuro di essere salvato, ma adesso incomincio a temere che sia stata solo un’illusione; perché, invece di essere migliore, mi sento addirittura peggiore di quello che ero prima di convertirmi».

Questi credenti non sono tanto turbati da peccati commessi, quanto piuttosto scoraggiati dalla constata­zione che la nuova nascita non ha minimamente migliorato la loro cattiva natura, che anzi sembra essere diventata ancora più cattiva di prima. Tutti gli sforzi per migliorarla risultano inutili e non fanno che aggravare la situazione.

Un tale stato d’animo offre a Satana una bella occa­sione per lanciare i suoi dardi infuocati. Egli insinua che siamo vili ipocriti, che professiamo di essere quello che in fondo sappiamo di non essere; e che faremmo me­glio a lasciar perdere tutto e a confessare che conver­titi non lo siamo mai stati.

Che angoscie procurano tali assalti del nemico! Solo quelli che sono passati per simili esercizi possono ca­pirne l’amarezza.

1. I fatti e le opere di Dio, e i nostri sentimenti

Esistono solo due atteggiamenti di fronte a una dichiarazione divina:

crederla o rigettarla.

L’incredulo sostenge che crede quello che vede o capisce.

Ma quando Dio nella sua Parola ci dà una cosa per cer­ta, noi la dobbiamo accettare e credere anche se la no­stra ragione non riesce a capirla o se non è in accordo con la nostra esperienza. Dio è l’interprete di se stesso e a suo tempo renderà tutto chiaro e comprensibile a chi pazientemente confida in Lui. Ma quand’anche non volesse farlo, il nostro dovere è pur sempre quello di credere, perché Dio non sbaglia mai né in quello che dice né in quello che fa.

Prima di trattare il soggetto, vorrei che apriste la vostra Bibbia al cap. 3 v. 36 del Vangelo di Giovanni. Troverete, negli ultimi due versetti, quattro fatti che Dio ci dà per assolutamente sicuri:
   1° Il Padre ama il Figlio;
   2° Gli ha dato ogni cosa in mano;
   3° Chi crede nel Figlio ha vita eterna;
   4° Chi non crede al Figlio... l’ira di Dio resta sopra lui.

Queste non sono opinioni umane basate sulla no­stra esperienza o sui nostri sentimenti; sono dei fatti. Che noi li accettiamo o no per veri è un’altra questione.

Una notizia storica o di attualità, mettiamo l’elezione di un certo presidente in una grande nazione, può pro­durre impressioni diverse e diverse reazioni a seconda delle persone che ne sono informate. Ma il fatto è quel­lo, e tale resta.

Facciamo un esempio. Un giovane diventa maggiorenne. Quella mattina il padre gli dice: «Auguri, oggi sei maggiorenne, sei un uomo». «Papà — gli risponde lui — penso che ti sbagli». «Mi sbaglio? Ma come è possibi­le!». «Sì, sbagli prima di tutto perché non sento di avere diciott’anni; poi, perché mi sono guardato allo spec­chio e ho visto che non ho assolutamente l’aria di ave­re quell’età. Molti miei amici sono convinti che io non abbia più di sedici o diciassette anni. Come posso es­sere maggiorenne? Io non lo sento, non ne ho l’aspet­to, e i miei amici non lo pensano».

Non sarebbe assurda una simile scena? E cosa po­trebbe fare quel padre se non cercare di convincere il figlio, documenti alla mano, che i suoi dubbi sono in­fondati?

Molti cristiani, che fanno aperta professione di se­guire Cristo, in presenza dei fatti più chiari e lampanti della Parola di Dio sono titubanti e dubbiosi. La Parola di Dio, che proviene da Lui direttamente, non è forse un «documento» valido e sufficiente per darci la piena certezza della nostra benedizione eterna? Notate co­me il Signore, rispondendo a Satana (Matteo 4:4), unisce le parole «sta scritto» con «la bocca di Dio». La fede fa sempre così.

2. La certezza della salvezza

Esaminiamo ora le quattro dichiarazioni di Dio in Giovanni 3.

Il Padre ama il Figlio. Credete voi a questo fatto?
Lo credete perché lo sentite? Sono sicuro che mi ri­sponderete: «Lo credo perché lo dice la Parola di Dio; e questo mi basta».

Gli ha dato ogni cosa in mano. Anche questo lo credete fermamente. È una dichiarazione della Parola. Chi di noi vede o sente che il Signore ha tutto in mano? Nessuno, però ne siamo convinti.
Veniamo ora alla quarta dichiarazione, per conside­rare la terza in un secondo tempo.

Chi rifiuta di credere al Figlio... l’ira di Dio resta sopra di lui. Se vi chiedessi se credete a questo, ri­spondereste certamente di sì. Ma supponiamo che l’in­credulo non lo senta; l’ira di Dio resta lo stesso sopra di lui. La Parola lo afferma e «la Parola del nostro Dio sus­siste in eterno» (Isaia 40:8).
Tutte queste verità non sono messe in discussione da nessun credente. Dunque, quando dice:

Chi crede nel Figlio ha vita eterna; dice ugual­mente il vero e non mente. Nel v. 33 leggiamo: «Chi ha ricevuto la sua testimonianza ha confermato che Dio è verace». Dio non ha soltanto dato testimonianza riguar­do al suo Figlio diletto; ma molte volte, e con la stessa forza, ha dato per assolutamente certi i risultati della fede di quelli che credono in Lui.
«Se potessi credere che sono salvata, sarei salvata — diceva un giorno una signora travagliata nel suo spi­rito — Ma non ho abbastanza fede per questo». Un tale modo di esprimersi può essere comprensibile, ma non è il linguaggio del Vangelo. Dio non dice : «Se avete ab­bastanza fede da credere che avete la vita eterna, la otterrete». No. Se così fosse, la nostra fede sarebbe il nostro salvatore, e non Gesù Cristo. Io credo in Gesù; e Dio allora dichiara che ho la vita eterna. Io non ho che da accettare questa dichiarazione di Dio, e in que­sto modo «suggello» che Dio è verace. Come l’ira di Dio resta sull’incredulo, ch’egli lo senta o no, così il vero credente ha la vita eterna; ce l’ha perché Dio lo di­ce.

3. Due impossibilità

Ma un credente nel dubbio potrebbe dire: Io sono certo che chi crede ha la vita eterna; però, confrontan­do la mia esperienza giornaliera con alcune verità mol­to chiare della Parola, dubito di essere nato di nuovo. Nella 1a epistola di Giovanni, ad esempio, sono dette tre cose riguardo a colui che crede, e io non le posso per niente applicare al mio stato.

Vediamo allora di che verità si tratta.
   1a «Chiunque è nato da Dio non commette peccato... e non può peccare perché è nato da Dio» (3:9)
   2a «Tutto quello che è nato da Dio vince il mondo» (5:4)
   3a «Colui che nacque da Dio preserva se stesso, e il maligno non lo tocca» (5:18).

Di fronte a queste affermazioni della Scrittura ci si sente davvero costretti a confessare che continuiamo a peccare, che, invece di essere noi a vincere il mondo, è il mondo che vince noi, e che il maligno ha spesso la meglio su di noi.

Ecco perché molti sono spaventati e turbati quando mettono a confronto questi passi con le loro personali esperienze. Fatevi coraggio! Vi diciamo subito che quelli che sono «morti nei loro falli e nei loro peccati» non hanno mai angosce di questo genere! Solo «i veri convertiti» possono desiderare, come voi, di soddisfare i pensieri e i desideri di Dio. Gli inconvertiti non hanno il minimo interesse a conoscere le vie del Signore perché «non v’è timor di Dio dinanzi agli occhi loro» (Romani 3:18).

Abbiamo appena parlato di un’impossibilità: chi è nato da Dio non può peccare. Consideriamone un’altra: «Ciò a cui la carne ha l’animo è inimicizia contro Dio, perché non è sottomesso alla legge di Dio e neppure può esserlo. E quelli che sono nella carne non possono piacere a Dio» (Romani 8:7-8).

Notiamo bene questi importanti contrasti: «nella car­ne» non possono piacere a Dio; «nati da Dio» non pos­sono peccare. «La carne», in questi e in molti altri passi della Scrittura, indica la natura malvagia e decaduta di ogni uomo discendente da Adamo, avvelenata dal pec­cato che vi abita e che è la sorgente di tutti i mali com­messi dall’uomo. «La carne ha desideri contrari allo Spi­rito» (Galati 5:17).

4. Due nature distinte in una medesima persona

Alla nostra nascita riceviamo, dunque, una natura cattiva a cui è impossibile sottomettersi alla santa legge di Dio. Essa non può piacere a Dio. Il re Davide scri­ve in un Salmo (51:5): «Ecco, io sono stato formato nell’iniquità, e la madre mia mi ha concepito nel pecca­to». Ma quando abbiamo creduto, nasciamo di nuovo e riceviamo, per un lavoro meraviglioso dello Spirito San­to e mediante l’azione della Parola di Dio, una natura del tutto differente da quella umana, una natura divina, una nuova vita (Giacomo 1:18, 1 Pietro 1:23; 2 Pietro 1:4). Il Signore lo dice a Nicodemo, il dottore dei Giu­dei, con poche ma chiare parole: «Quel che è nato dalla carne è carne; e quel che è nato dallo Spirito è spirito» (Giovanni 3:6).

Il credente possiede dunque due nature: quella nata dalla carne, che non può piacere a Dio, e quella nata dallo Spirito che, a causa della sua stessa essenza, non può peccare perché è nata da Dio. Per cui «io stesso con la mia mente servo alla legge di Dio, ma con la car­ne alla legge del peccato» (Romani 7:25); o, come è detto nei versetti 22 e 23: «Io mi diletto nella legge di Dio se­condo l’uomo interno; ma vedo un’altra legge nelle mie membra che combatte contro la legge della mia mente...».

Proverò ad illustrare questo principio con un sempli­cissimo esempio: una contadina aveva dato da covare a una gallina delle uova di gallina e delle uova d’anatra. Al momento della schiusa, la chioccia si trovò quindi ad essere madre di due specie ben distinte di animali; subito non ci fece caso, ma un giorno i piccoli anatroccoli si misero a correre verso una pozza d’acqua e i richiami premurosi della chioccia non valsero ad arrestarli. I pul­cini, invece, si raccolsero sotto le ali della loro madre, per nulla attratti dall’acqua dove gli anatroccoli nuota­vano allegramente. Infatti, c’erano due nature ben di­stinte, con gusti, abitudini e istinti completamente di­versi: la creatura proveniente dall’uovo d’anatra aveva la natura dell’anatra; quella proveniente dall’uovo di gallina la natura della gallina; eppure erano stati covati tutti dalla stessa chioccia, nel medesimo nido. E chi riu­scirà mai a cambiare la natura di un’anatra in quella di una gallina?

Così nel credente vi sono due nature infinitamente diverse l’una dall’altra, come infinitamente diverse so­no le loro origini: una dall’uomo decaduto e peccatore, l’altra da Dio, perfettamente santo e giusto; una uma­na, contaminata; l’altra divina, assolutamente pura. Nel credente, ogni cattivo pensiero ed ogni atto cattivo provengono dalla sua vecchia natura umana; invece, ogni pensiero, desiderio o atto che Dio può approvare provengono dalla nuova natura divina.

Da quanto precede viene spontanea una domanda:

5. La vecchia natura è migliorata dalla nuova?

La risposta è una sola: non c’è niente che possa mi­gliorare la vecchia natura. Una prova inconfutabile è da­ta dalla caduta di Adamo in Eden e dalla croce di Cri­sto. Quando Dio chiese all’uomo di ubbidirgli, l’uomo trasgredì volontariamente. Quando il Figlio di Dio ven­ne in grazia nel mondo fu crudelmente messo a morte. La presenza della vita divina in Cristo, invece di miglio­rare la natura degli uomini non ha fatto altro che met­terne in evidenza l’irrimediabile perversità. Se regalas­simo ad un povero straccione una giacca nuova essa non farebbe, addosso a lui, più bella figura dei suoi cal­zoni rattoppati.

Allora — direte voi — se la mia vecchia natura non può essere migliorata si presentano due nuove difficoltà:
   1a Come posso io esserne liberato?
   2a Come posso dominarla?

Prima di risolvere, alla luce della Parola, questi due problemi, vedremo l’importante differenza che la Scrit­tura fa tra «il peccato» nella carne e «i peccati».

6. «Il peccato» nella carne e «i peccati»

Il peccato è quel principio di male che è in noi, lega­to alla nostra natura di esseri peccatori; mentre i pec­cati sono i pensieri, le parole, gli atti malvagi che la nostra natura compie; sono i suoi frutti.

Questa differenza è chiara in 1 Giovanni 1:8-9: «Se diciamo di essere senza peccato, inganniamo noi stes­si, e la verità non è in noi»; poi: «Se confessiamo i nostri peccati, Egli è fedele e giusto da rimmetterci i peccati e purificarci da ogni iniquità».

È della massima importanza capire questa differen­za, perché se la Scrittura ci insegna che Dio perdona i nostri peccati (i nostri atti colpevoli) per virtù dell’aspersione del sangue di Cristo, ci insegna anche che non perdona mai il peccato che è nella carne, ma lo giudica, lo condanna, lo mette a morte. Permettete­mi un esempio: immaginiamo che abbiate un figlio con un brutto carattere, violento e iracondo. Un giorno, in un accesso d’ira, in seguito a una lite scaglia un ogget­to addosso a suo fratello e lo ferisce. Se chiede scusa e si pente, lo perdonate volentieri; ma cosa ne farete del suo carattere violento che lo ha spinto a quell’atto? Lo perdonerete? Impossibile. Quel carattere lo odiate, lo condannate; se poteste, lo fareste sparire.

Il cattivo carattere corrisponde al peccato che è in noi indissolubilmente legato alla nostra natura; mentre l’azione violenta dalla quale il fratello è stato ferito cor­risponde ai peccati. Così, sebbene Dio perdoni gratui­tamente nella sua grazia i peccati del credente, non potrà mai perdonare il peccato. Nella sua giustizia non può che colpirlo con una condanna. Romani 8:3 dice: «Dio, mandando il suo proprio Figlio in carne... ha condannato il peccato nella carne».

7. La soluzione: la nostra morte con Cristo

I primi capitoli dell’epistola ai Romani trattano della liberazione dai peccati, ma nel cap. 6 l’apostolo Paolo ci fa capire come siamo liberati dal peccato. Infatti nell’ultimo versetto del cap. 4 leggiamo: «Gesù, nostro Signore, è stato dato a cagione delle nostre offese ed è risuscitato a cagione della nostra giustificazione». La benedetta conseguenza della sua gloriosa risurrezione è che tutti coloro che credono in Lui sono «considerati giusti» da Dio, sono perdonati completamente e per sempre, ed hanno la pace con Dio. Ma, come abbiamo detto, il cap. 6 tratta di un altro soggetto: la liberazione dal peccato. «Colui che è morto (e noi, quando abbia­mo creduto, siamo morti con Cristo quanto alla nostra vecchia natura) è affrancato (cioè liberato) dal pecca­to».

Ci si può fare un’idea della differenza fra questi due principi confrontando la purificazione del lebbroso (secondo le prescrizioni di Levitico 14:1-7) con la purifica­zione di Naaman (descritta in 2 Re 5:10-14), cioè la sua guarigione dalla lebbra.

Nel primo caso, il povero lebbroso, assolutamente incapace di fare qualcosa per la propria purificazione, non aveva che da assistere, tranquillo, a tutto ciò che era fatto per lui dal sacerdote. L’uccello «vivo e puro» era bagnato nel sangue dell’altro uccello precedente­mente sgozzato; poi era lasciato andare libero per i campi. Il lebbroso capiva allora, che un altro era morto per lui (l’uccello sgozzato) e poi era lasciato volare li­bero (il secondo uccello che nel linguaggio simbolico rappresenta un’unica offerta col primo), portando su di sé le tracce del sangue versato. Il lebbroso era così di­chiarato puro!

Allo stesso modo Cristo «ha sofferto una volta per i peccati, Egli giusto per gl’ingiusti, per condurci a Dio» (1 Pietro 3:18). Di conseguenza, Dio non vede in noi più nessuna macchia; nessuno potrà più accusarci, perché «il sangue di Gesù, suo Figlio, ci purifica da ogni pec­cato» (1 Giovanni 1:7) e ci giustifica «di tutte le cose delle quali — dice Paolo ai Giudei di Antiochia — voi non ave­te potuto essere giustificati per la legge di Mosè» (Atti 13:38-39).

Passiamo ora ad esaminare il caso di Naaman (2 Re 5). Qui non c’è un altro che scende nell’acqua (figura della morte) per lui. Egli stesso deve entrare nel Gior­dano e immergersi, secondo l’ordine del profeta. E quando lo fa è completamente guarito; la lebbra è scomparsa, sparita, si può dire, nella morte.

La Scrittura ci insegna dunque due cose importanti:
   1. che Cristo è entrato nella morte per noi, al nostro posto;
   2. che noi credenti, per mezzo della fede in un Cristo morto e risorto, entriamo noi stessi nella morte con Lui (Romani 6:8).

Così, tutto ciò che noi siamo per natura (il peccato che è in noi) e tutto ciò che abbiamo fatto (i peccati commessi) è già stato giudicato alla croce, e il Signore che ne ha portato la pena ha detto: «È compiuto». Chi ci condannerà? Non c’è più nulla da condannare; la condanna è già caduta su di Lui. Venga pure Satana a mettere i nostri peccati davanti a noi per turbarci; noi non cercheremo né di negarli né tanto meno di scusar­li, ma risponderemo semplicemente: Cristo è morto per i miei peccati. E se vorrà turbarci col pensiero che la nostra natura è sempre una natura di peccato, aggiun­geremo: E anch’io sono morto con Lui. «Chi accuserà gli eletti di Dio? Dio è quel che li giustifica. Chi sarà quel che li condanna? Cristo Gesù è quel che è morto; e, più che questo, è risuscitato; ed è alla destra di Dio; ed anche intercede per noi» (Romani 8:33-34).

8. Devo sentire che sono morto?

Qui vi può essere per molti una difficoltà pratica. Ho sentito un giorno un credente che, pregando con mol­to fervore, chiedeva al Signore che gli fosse dato di sentire che era morto con Cristo. Ma ci è forse detto che dobbiamo «sentire» che siamo morti? No. Anzi, ci è detto: «Così anche voi fate conto di essere morti al peccato, ma viventi a Dio per Gesù Cristo» (Romani 6:11). Dobbiamo credere che siamo morti con Cristo, perché Dio l’ha detto, e considerarci tali ogni momento della nostra vita terrena. Non c’è niente da sentire; non lo sentiremo mai. Dio ci dice che per Lui le cose stanno così, e noi dobbiamo accettarle con gioia e con fede, come abbiamo accettato che Gesù Cristo è morto per i nostri peccati ed è risuscitato. Dio ci mette in conto la morte del Signore come se fosse nostra, e noi ne sia­mo certi perché i calcoli della fede quadrano sempre con quelli di Dio.

Così, la nostra antica situazione di figli di Adamo de­caduto ha avuto fine davanti a Dio alla croce di Cristo; come dice la Scrittura, «il nostro vecchio uomo è stato crocifisso con Lui» (Romani 6:6), ed ora noi siamo in rela­zione vivente con l’ultimo Adamo, Cristo risorto; appar­teniamo «ad un altro, cioè a Colui che è risuscitato dai morti» (Romani 7:4).

Come credenti siamo dunque introdotti in una posi­zione assolutamente nuova. Colui che portò la nostra condanna, che fu fatto peccato per noi sulla croce, è ora vivente in cielo, e Dio ci vede «in Lui». Noi siamo stati fatti «giustizia di Dio in Lui». Di condanna non se ne parla mai più!

9. La vecchia natura impedisce la comunione con Dio?

Immagino, a questo punto, l’obiezione di qualcuno: la presenza nel credente di una cosa così cattiva come è la carne, come può non essere un impedimento alla sua comunione con Dio? Cercherò di rispondere con un nuovo esempio. Immaginiamo un padre e un figlio, a casa loro, in una felice e serena comunione l’uno con l’altro, godendo della reciproca compagnia, avendo gli stessi pensieri e gli stessi sentimenti. A un certo mo­mento l’altro figlio, che si era assentato per una gita in montagna, entra in casa e mette sul tavolo un cesto di funghi velenosi. Il padre immediatamente proibisce il consumo di quei funghi, li «condanna» come pericolosi e ordina che siano subito gettati via. Se il figlio condivi­de il pensiero del padre, la semplice presenza di quei funghi velenosi non costituisce minimamente un impe­dimento alla comunione dell’uno con l’altro e alla com­prensione reciproca. Ma se il figlio, in disaccordo col giudizio del padre, non vuole ammettere che quei fun­ghi siano velenosi e si rifiuta di ubbidire all’ordine di eli­minarli, si viene a trovare fuori della comunione col pa­dre e, se mangia i funghi, ne porterà tutte le nefaste conseguenze. Se poi, in un secondo tempo, riflettendo con più calma, riconosce la propria testardaggine e la confessa umilmente, i suoi penseri si mettono in accordo con quelli del padre e la comunione con lui è perfet­tamente ristabilita.

Quando il credente, ammaestrato dalla Parola di Dio e dalla sua personale esperienza, scopre che in sé per­mane ancora il peccato e che la sua vecchia natura è più malvagia che mai, invece di ostinarsi a volerla mi­gliorare ad ogni costo, non ha che da prendere le parti di Dio e considerarla come un nemico da cui bisogna guardarsi e mai tollerare. Egli sa che Dio l’ha condan­nata alla croce e, di conseguenza, la condanna anche lui; e fa conto di essere morto al peccato, ma vivente a Dio per Gesù Cristo. In questo modo è in perfetta co­munione col Padre.

10. Come Dio ci vede: nella carne o nello Spirito?

Che grazia che Dio non chieda nulla e non si aspetti nulla dalla nostra carne, ma l’abbia definitivamente messa da parte! E che grazia che essa non abbia più nessun diritto su di noi perché «non siamo debitori alla carne per vivere secondo la carne» (Romani 8:12). Seb­bene siamo responsabili di esercitare la più stretta vigi­lanza per impedirle di agire, Dio, per mezzo della morte e della risurrezione di Cristo, ci dà il privilegio di consi­derarla come non avente più alcun posto nella nostra nuova condizione di riscattati. La croce di Cristo ha rotto per sempre il legame che ci univa al primo Adamo decaduto e lo Spirito Santo ha portato in noi la vita dell’ultimo Adamo risuscitato. Dio non ci considera più «nella carne» ma «nello Spirito», e la sola vita che pos­sediamo davanti a Lui è la vita del suo Figlio Gesù Cri­sto. Ecco perché Paolo scrive: «Sono stato crocifisso con Cristo, e non sono più io che vivo ma è Cristo che vive in me; e la vita che vivo ora nella carne, la vivo nel­la fede del Figlio di Dio il quale m’ha amato e ha dato se stesso per me» (Galati 2:20).

Quando nasce di nuovo, il credente entra in un nuovo stato: egli è in Cristo (2 Corinzi 5:17). È indissolubilmente unito a Cristo e forma, per l’eternità, un solo essere con lui. Quest’unione è così total, così assoluta, che essa costituisce una vera identificazione con lui. Il credente è:
   — crocifisso, morto et sepolto con Cristo (Romani 6:4-8; Galati 2:20; Colossesi 2:20)
   — vivificato con lui (Efesini 2:5)
   — risuscitato con lui (Colossesi 3:1)
   — chiamato a soffrire con lui (Romani 8:17)
   — erede con lui (Romani 8:17)
   — già glorificati con lui (Romani 8:17,30).

11. Qual è, allora, il segreto della nostra forza?

Chi è nato di nuovo e ha lo Spirito di Dio possiede particolari «istinti» tipici della nuova natu­ra che lo spingono a sottomettersi con gioia alla volon­tà del Signore. Ma, nello stesso tempo, scopre di aver ancora a che fare con istinti e i desideri completamen­te diversi anzi, addirittura opposti: sono quelli tipici del­la vecchia natura. «La carne» e «lo Spirito» sono in di­retto contrasto, «perché la carne ha desideri contrari al­lo Spirito, e lo Spirito ha desideri contrari alla carne; so­no cose opposte tra loro» (Galati 5:17).

Ciò che turba molti nuovi convertiti è il non riuscire a fare della carne quello che pensano esiga da loro la Pa­rola di Dio; in realtà, si sforzano di fare quello che Dio ha dichiarato essere assolutamente impossibile: sotto­mettere la carne alla Sua santa legge! «Ciò a cui la car­ne ha l’animo è inimicizia contro Dio, perché non è sot­tomesso alla legge di Dio, e neppure può esserlo» (Romani 8:7-8). Più ci si sforza di ottenere quello che Dio ha dichiarato impossibile, più ci si scoraggia e ci si ren­de conto che nulla può aiutarci, nemmeno la legge per­fetta di Dio. Voler sottomettere la carne all’ubbidienza ai comandamenti di Dio non fa che mettere in evidenza la miseria e l’incapacità della nostra natura, perché «mediante la legge è data la conoscenza del peccato» (Romani 3:20).

Cosa deve fare allora il credente che ha una natura che vuole praticare il bene e scopre ogni momento che il male è in lui? Non ha che da guardare al di fuori di se stesso; allora potrà rendere grazie a Dio per mezzo di Gesù Cristo esultando di gioia per la liberazione che viene da Lui solo.

La carne dunque non ha forza né capacità alcuna di fare il bene, e non c’è rimedio per essa. Ma nemmeno la nuova natura di per se stessa ha vera forza per fare il bene e per opporsi al male. La forza risiede altrove, nel­lo Spirito Santo che è la potenza della nuova vita. Il nuovo convertito, dopo che ha creduto all’Evangelo della sua salvezza, riceve la persona dello Spirito Santo, che entra in lui e fa in lui la sua abitazione (Efesini 1:13). Il suo corpo è il tempio dello Spirito Santo» e da quel momento non appartiene più a se stesso, ma a Colui che l’ha comprato a gran prezzo. Lo Spirito è in lui come un «sigillo» in vista del giorno della redenzione del suo corpo, cioè della piena liberazione da questo corpo corruttibile (leggere Giovanni 14:17, Efesini 4:30, 1 Corinzi 6:19, Romani 8:9-14-16).

Qualche tempo fa vidi, sui muri di un grande albergo, grossi cartelli che portavano la scritta: Questo Hotel sarà prossimamente riaperto con una nuova gestione. Conclusi che aveva cambiato proprietario, e mi venne in mente il passo di 1 Corinzi 6:19 che dice: «Non sape­te voi che il vostro corpo è il tempio dello Spirito Santo che è in voi, il quale avete da Dio, e che non appartene­te a voi stessi? Poiché foste comprati a prezzo». L’edifi­cio era lo stesso, i muri sempre quelli; le finestre, le porte, gli arredi interni erano gli stessi di prima; ma era cambiato il proprietario e, di conseguenza, anche la di­rezione era diventata nuova.

Così è per il credente. Egli rimane il medesimo indi­viduo, con le facoltà che aveva prima della sua conver­sione, le sue tendenze, il suo temperamento, il suo ca­rattere; ha il lavoro di prima, la stessa situazione socia­le, la stessa gente intorno a sé nel lavoro e nell’abita­zione; però lui è diventato proprietà personale di un al­tro. Ora appartiene a Cristo e, quindi, è sotto un’altra direzione poiché lo Spirito Santo che abita in lui da ora in avanti governerà i suoi pensieri, la sua vita, la sua ca­sa, secondo principi celesti. Come questo è solenne e prezioso!

Ecco dove risiede la forza del credente, la sua ener­gia per resistere alla carne, per mortificare (cioè far morire) gli atti del corpo» (Romani 8:13). Il passo di Galati 5:17, già citato, concludeva: «In guisa che non potete fare quel che vorreste (oppure, secondo altre versioni: affinché non facciate le cose che vorreste)». Una gran­de attenzione dobbiamo mettere a non contristare «lo Spirito Santo di Dio con il quale siamo stati suggellati per il giorno della redenzione» (Efesini 4:30).

Dobbiama capire che la potenza dello Spirito Santo in noi non agisce indipendentemente dal nostro stato morale. La nostra responsabilità si trova qua. Perciò siamo chiamati a camminare secondo lo Spirito (Galati 5:16).

12. Chiunque è nato da Dio non commette peccato

Come si può fare una simile asserzione dopo tutto quello che abbiamo visto sullo stato e sul persistere della nostra vecchia natura?

Il passo in questione (1 Giovanni 3:9) non si riferi­sce, come a volte si sente dire, ad alcune persone particolari che hanno una dose speciale di fede per arriva­re a tanto; si riferisce a tutti quelli che sono nati di nuo­vo. In apparenza, effettivamente, questo passo è diffi­cile da capire, ma se lo consideriamo con umiltà e pre­ghiera ci renderemo conto che è invece molto sempli­ce. Per chiarire il principio citerò un esempio diventato ormai assai noto per l’uso frequente che ne hanno fat­to molti servitori del Signore.

Per innestare un ramo di melo domestico in un melo selvatico si produce un intaglio nel selvatico, seguendo una tecnica molto accurata, e vi si inserisce un ramo­scello del domestico, opportunamente trattato, fissan­dolo poi con un mastice speciale e lasciandovelo in si­to perché possa svilupparsi durante la primavera e l’estate. Proviamo a chiedere all’agricoltore che ha eseguito l’innesto:

«Che albero è questo?
 — Un melo.
 — Ma perché non dice piuttosto: È in parte un melo selvatico e in parte un melo domestico?
 — Noi non usiamo quest’espressione. Adesso è un melo domestico e basta. Una volta era, è vero, un melo selvatico; ma da quando l’ho innestato la sua storia di selvatico è finita. Ora, il ramo del melo domestico ha dato i suoi primi segni di vita, ha portato i suoi frutti, e la sua storia di domestico è incominciata.
 — Ma questo melo non fa più mele selvatiche?
 — No; non può più farne, così come il melo selvatico non potrà mai fare frutti buoni.
 — Vuol dire che a quest’albero non rimane più nulla della natura del melo selvatico?
 — Non dico questo: ma se facesse ancora delle mele selvatiche reciderei subito quei rami.»

Proviamo ora a fare l’applicazione di questo raccon­to. Il melo selvatico raffigura un uomo nel suo stato na­turale, prima di essere nato da Dio. L’innesto del ramo domestico è la vita nuova prodotta in lui dallo Spirito Santo e dalla Parola di Dio (Giovanni 3:5). Giovanni nella sua epistola considera il credente solo in rapporto alla nuova natura, alla vita divina che possiede essendo «nato da Lui» per la fede in Cristo (Giovanni 1:12), e usa un linguaggio come quello dell’agricoltore quando diceva che il melo era un albero domestico, cioè dai frutti buoni, senza tener conto della parte di albero selvatico che in esso rimaneva. Come potrebbe la natura divina pec­care? Se si considera il credente come «nato da Dio», vale a dire nella sua parte rigenerata, si comprendono le parole di Giovanni: «Chiunque è nato da Dio non commette peccato, perché il seme d’Esso dimora in lui».

La natura divina che ogni riscattato possiede non è altro che la natura che aveva il nostro perfetto Salvato­re quando era sulla terra. In Cristo il peccato non c’era; nella sua natura Egli «non l’ha conosciuto» e «non l’ha mai commesso» (leggete 1 Giovanni 3:5, 2 Corinzi 5:21, 1 Pie­tro 2:22). Satana non poteva fare nulla per intaccare le sue perfezioni; «viene il principe di questo mondo ed esso non ha nulla in me» diceva il Signore ai suoi disce­poli (Giovanni 14:30). Queste stesse cose sono vere per quelli che sono nati da Dio, per quanto concerne la na­tura divina che è in loro. Non è straordinario? Il creden­te può esclamare con un sentimento di profonda ado­razione: «Vedete di quale amore ci è stato largo il Pa­dre, dandoci di essere chiamati figli di Dio! E tali siamo. Per questo non ci conosce il mondo: perché non ha conosciuto lui» (1 Giovanni 3:1).

Però, pur presentando la natura divina, che è nel credente, in questo modo assoluto, l’apostolo non pas­sa sotto silenzio l’esistenza nel credente della natura di peccato, la sua natura di uomo in Adamo. Infatti al v. 8 del cap. 1 della sua prima epistola Giovanni scrive: «Se diciamo d’essere senza peccato, inganniamo noi stessi e la verità non è in noi». Poi, al cap. 2 v. 1, pur dicendo che non dobbiamo peccare, aggiunge: «E se alcuno ha peccato, noi abbiamo un avvocato presso al Padre, cioè Gesù Cristo il giusto»; è Lui che ci fa ritrovare la comunione col Padre portandoci a riconoscere il pec­cato commesso e a confessarlo con umiliazione. Il cap. 1 v. 9 ci dà poi la consolante certezza che «il sangue di Gesù ci purifica da ogni peccato» e che Dio «è fedele e giusto da rimetterci i peccati e purificarci da ogni ini­quità». Perché fedele e giusto? Perché Gesù Cristo il giusto ha pagato per noi, una volta per sempre, alla croce.

Nelle epistole di Paolo, lo Spirito Santo ci presenta la completa liberazione del credente dalla sua antica posizione in Adamo, e ci fa vedere qual è ora il suo po­sto, grazie alla giustificazione ottenuta per fede e la sua completa accettazione in Cristo. Ci mostra che, sebbene vi siano in ogni credente due nature ben di­stinte, Dio considera la nostra vecchia condizione finita davanti a Lui, giudicata e condannata alla croce di Cri­sto; il nostro vecchio uomo è stato crocifisso e noi non siamo più considerati nella carne. Egli può parlare del tempo in cui «eravamo nella carne» come di un tempo passato (Romani 7:5) e affermare che «non siamo nella carne ma nello Spirito» (8:9). Se il melo che abbiamo usato come esempio potesse parlare, direbbe: Io non ho perso la mia individualità come albero, però, mentre prima ero un melo selvatico in pieno bosco, ora sono un albero che fa buoni frutti in un frutteto.

È prezioso sapere che Dio non ci considera più lega­ti alla natura da Lui condannata, quella in Adamo, ma alla vita di risurrezione di Cristo. E dice: «Voi moriste, e la vita vostra è nascosta con Cristo in Dio» (Colossesi 3:3).

Concludiamo ora con qualche considerazione prati­ca.

13. Quale natura devo «nutrire»?

Abbiamo visto che le due nature del credente hanno gusti e scopi assolutamente differenti; ci sono le cose della carne e le cose dello Spirito. Non dimentichiamo che in ogni momento della nostra vita queste due natu­re reclameranno la nostra attenzione per i loro rispetti­vi bisogni. Sono come due differenti uccellini in un me­desimo nido e ognuno reclama il suo cibo; per il cre­dente ciò che nutre la vecchia natura non dà alcun nu­trimento alla nuova, anzi, la fa deperire; e ciò che nutre la nuova non piace alla vecchia.

In Romani 13:14 siamo quindi esortati a non aver «cura della carne per soddisfarne le concupiscenze», e in 1 Pietro 2:2 ad astenerci «dalle carnali concupiscen­ze che guerreggiano contro l’anima». Dobbiamo allora essere vigilanti come sentinelle su tutto quello che fac­ciamo o leggiamo o vediamo o pensiamo, mettendo ogni cosa alla prova con questa domanda: Questo sarà cibo per la nuova natura oppure per la vecchia? Quale delle mie due nature ne trarrà profitto? Rifiutiamo tutto quello che nutre la carne e fa guerra all’anima! Se fa­cessimo sempre così risolveremo tantissime difficoltà ed eviteremmo delle tristi esperienze. Non dimenti­chiamo che quelli che «seminano per la carne» e quelli che «seminano per lo Spirito» ne raccoglieranno i ri­spettivi frutti in questo mondo, «poiché quello che l’uo­mo avrà seminato, quello pure mieterà» (Galati 6:7-8). Se seminiamo «per la nostra carne» mieteremo certa­mente della corruzione; e anche se questo non mette in questione la nostra salvezza eterna, il Padre sarà co­stretto a castigarci, a sottoporci alla sua disciplina, perché ci ama.

Ci dia il Signore di diffidare di noi stessi e di non fare affidamento sulle nostre proprie forze. Ci dia una co­scienza delicata, e sia Egli stesso il nostro cibo quoti­diano, e la sua Parola la nostra delizia!




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