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Dio in ogni cosa

(Il profeta Giona)

Charles Henry Mackintosh

Il Dispensatore, 1886

Indice: 1. Prendere le circostanze dalla mano del Padre: per queste, Egli ci vuole parlare 2. Giona, la tempesta ed il gran pesce (capitoli 1 e 2) 3. Giona, il ricino, il verme ed il vento (capitolo 4) 4. Applicazione per il cristiano — Perfetto esempio di Gesù

1. Prendere le circostanze dalla mano del Padre: per queste, Egli ci vuole parlare

V’è nulla che aiuti il Cristiano a sofrire le prove che incontra sul suo cammino, come l’abitudine di vedere Dio in ogni cosa. Non v’è circostanza, per piccola o comune che sia, la quale non possa essere considerata come un messaggio divino, purché l’orecchio sia circonciso da udire, e la mente spirituale per comprendere; e se noi perdiamo di vista quest’importante verità, la vita intiera, o per lo meno in molti dei suoi casi, non sarà altro che una triste monotonia, la quale presenta assolutamente nulla all’infuori delle sue più ordinarie circostanze. D’altro lato, se nel nostro cammino quotidiano, noi potessimo solo ricordarci che la mano del nostro Padre può essere ritrovata in ogni avvenimento, mostrando traccie della divina presenza, purché lo si sappia discernere tanto nelle piccole, come nelle più grandi cose, quale profondo interesse si troverebbe nella storia d’ogni giorno!

Il libro di Giona illustra questa verità in un modo particolare, e c’insegna quanto abbiamo tanto bisogno di ricordare, che cioè v’è nulla di ordinario per il Cristiano, ma che ogni cosa riveste per lui un carattere straordinario. Le cose più comune, le circostanze più semplici che troviamo nella storia di questo profeta, dimostrano in modo non dubbio l’esistenza d’un intervento speciale. Per scorgere questo tratto istruttivo non fa bisogno di entrare nei particolari del libro, ma solo notare un’espressione che incontriamo ripetutamente nella narrazione, e quest’è: «Dio preparò» (*).

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(*) Vedere Giona 2:1, 4:6-8 (versione Nuova Diodati).
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2. Giona, la tempesta ed il gran pesce (capitoli 1 e 2)

Nel capitolo 1 il Signore fa levare un gran vento sul mare, il quale doveva essere un solenne avvertimento all’orecchio del profeta, se fosse stato attento per udirlo. Giona era colui che aveva bisogno d’essere insegnato, ed il messaggio era stato mandato per lui. I poveri marinai pagani avranno certamente incontrato altre tempeste; per essi v’era nulla di nuovo in ciò, niente di speciale; era unicammente un saggio della sorte comune a tutti i navigatori; ma una tale burrasca costituiva un fatto speciale e straordinario per un individuo che si trovava a bordo, quantunque questi stesse dormendo in fondo della nave. Invano i marinai cercavano di resistere alla tempesta; tutto era inutile, finché il messaggio dell’Eterno non fosse giunto alle orecchie di colui per il quale era stato mandato.

Seguendo la storia di Giona, troviamo un altro esempio della verità dell’asserzione: «Dio in ogni cosa»; troviamo ch’egli è introdotto in nuove circostanze, ma non fuori portata dei messaggi di Dio. Il Cristiano non può mai trovarsi un una posizione in cui la voce del Padre suo non possa giungere fino a lui, o la Sua mano non possa incontrarsi colle sue idee, perché la Sua voce può sempre essere udita, e la Sua potente mano sempre vista in ogni cosa. Così, quando Giona fu gettato in mare, l’Eterno preparò un gran pesce per inghiottirlo, il che ci mostra una volta di più che v’è nulla ordinario per il figlio di Dio. Un gran pesce era per nulla una cosa eccezionale, perché di tali ve ne sono molti nel mare; eppure Dio ne preparò uno per Giona, affinché fosse il messaggero divino per l’anima sua.

3. Giona, il ricino, il verme ed il vento (capitolo 4)

Vediamo di nuovo il profeta nel capitolo 4, che sta a levante della città di Ninive, sdegnoso, impaziente, et talmente afflitto perché la città non è stata distrutta, che supplica l’Eterno di togliergli la vita. Pare ch’egli abbia dimenticato la lezione che aveva imparato durante i tre giorni che stette in fondo al mare: ed abbisognava perciò un nuovo messaggio da Dio. «E l’Eterno perparò una pianta di ricino» — ciò è molto istruttivo. Certamente v’era nulla di stradinario nella semplice circostanza di un ricino; altri uomini come Giona ne avranno visto delle centinaia, e molti si saranno seduti alla loro ombra; ma questo ricino sorto per proteggere il profeta dai raggi cocenti del sole, mostra l’intervento della mano di Dio, e forma un importante anello nella catena delle circostanze, per le quali, secondo il disegno di Dio, il Suo servitore doveva passare. Ora il ricino, come prima il gran pesce, quantunque in un modo assai diverso, era il messaggero mandato da Dio all’anima sua; «e Giona si rallegrò di grande allegrezza per quel ricino.» Prima, egli desiderava di morire, ma ciò era prodotto piuttosto dall’impazienza e dalla tristezza, che da un santo desiderio di partire da questa terra per entrare nel riposo eterno; era il risultato delle difficoltà presenti, piuttosto che quelle delle felicità future.

E questo è sovente il nostro caso. Spesse volte noi siamo ansiosi di lasciare per sempre questa terra piena di miseria: ma appena ci troviamo per un momento fuori da ogni prova, quest’ansia cessa, per dar luogo ad un segreto compiacimento in quelle cose che poc’anzi avremmo lasciate volontieri. Invece, se noi desiderassimo la venuta di Gesù e la gloria della Sua benedetta presenza, le circostanzze non stabilirebbero in noi una tale mutabilità di proposito, noi allora desideremmo ardentemente di lasciare tanto le circostanze facili e favorevoli, come quelle difficili e contrarie. Mentre Giona se ne stava all’ombra del ricino, non pensava minimamente di partire da questa terra, ed il fatto qu’egli «si rallegrò di grande allegrezza» per quella pianta, prova quanto avesse bisogno di quel messaggio speciale dalla parte di Dio, e manifesta qual fosse la vera condizione della sua anima quando disse: «Perciò, Eterno, ti prego, riprenditi la mia vita; poiché per me è meglio morire piuttosto che vivere.» Ma Dio può anche servirsi d’un ricino come strumento per spiegare i segreti del cuore umano; ed il fedele può dire con certezza che Dio è in ogni cosa. La tempesta mugghia con impeto, e si ode la voce di Dio; un ricino cresce silenziosamente, e si vede la Sua mano. Eppure il ricino era soltanto un anello della catena, perché «Dio preparò un verme»; e questo verme, per piccolissimo che fosse, considerato come strumento, era tanto un agente divino, come lo erano il «gran vento» ed «il gran pesce». Un verme, quand’è adoperato da Dio, può far meraviglie; esso percosse il ricino, ed insegnò a Giona, come pure insegna a noi, una solenne lezione. È vero ch’esso era soltanto un agente insignificante, la cui efficacia dipendeva dalla sua unione con altri; ma questo basta per mostrare nel modo più meraviglioso la grandezza della mente del Padre nostro. Egli può preparare tanto un verme, come un sottile vento orientale, e quantunque siano così differenti l’uno dall’altro, li fa contribuire entrambi al compimento dei Suoi grandi disegni.

In una parola la mente spirituale vede Dio in ogni cosa. Il verme, il gran pesce, e la tempesta, sono altrettanti strumenti nella Sua mano; ed il più piccolo, come il più importante dei Suoi agenti, coopera ai Suoi fini. Il vento orientale, quantunque avesse soffiato con veemenza, non avrebbe prodotto nessun effetto sul profeta, se il verme non avesse prima fatto l’opera sua; e ciò è assai rimarchevole. Chi avrebbe mai pensato che un verme ed un vento orientale avrebbero agito di comune accordo per fare l’opera di Dio? Eppure ciò è avvenuto. Grande e piccolo sono termini che si usano solo fra gli uomini, e non si possono applicare a Colui «che si abbassa a guardare nei cieli», come «sulla terra» (Salmo 113:6). Le cose nei cieli e sulla terra sono uguali per Colui che «è assiso sulla volta della terra» (Isaia 40:22). L’Eterno può raccontare il numero delle stelle, e mentre fa questo può occuparsi d’un passero che cade; Egli può fare il turbine Suo carro, ed il cuor contrito la Sua dimora; v’è nulla di grande o di piccolo presso Lui.

4. Applicazione per il cristiano — Perfetto esempio di Gesù

Quindi il credente non deve considerare nulla come cosa ordinaria e comune nella vita, perché «Dio è in ogni cosa». È ben vero ch’egli può passare attraverso le stesse circostanze, avere le stesse difficoltà, trovarsi nelle stesse vicissitudini come gli altri uomini; ma egli non deve riguardarle nello stesso modo, non interpretarle con gli stessi principi; e l’annunzio che vogliono dare, non deve nemmeno produrre lo stesso effetto sul suo orecchio. Egli dovrebbe ascoltare la voce di Dio, e tener gran conto del Suo avvertimento negli avvenimenti più piccoli come nei più importanti della vita. La disubbidienza d’un fanciullo, o la perdita d’un possesso, l’inganno d’un collega di lavoro, o la morte d’un fratello, tutto dev’essere considerato come altrettanti divini messaggeri per l’anima sua.

Similmente, quando riguardiamo nel mondo che ci attornia, possiamo dire che Dio è in ogni cosa. Il sovvertimento dei troni, la caduta degli imperi, le carestie, le pestilenze, ed ogni avvenimento che accade fra le nazioni, tutto ci mostra le traccie della mano di Dio, e manda un grido all’orecchio dell’uomo. Satana cercherà di togliere al Cristiano la reale dolcezza di questo pensiero; lo tenterà di credere che alla fin fine le circostanze comuni della vita giornaliera hanno nulla di eccezionale, e che sono ad un dipresso come quelle che succedono agli altri; ma noi non dobbiamo cedere per nulla su questo punto. Noi dobbiamo entrare nel nostro cammino ogni mattina con questa verità vivamente impressa nella nostra mente: Dio è in ogni cosa. Il sole che attraversa i cieli illuminando gli spazi con la sua splendida luce, ed il verme che striscia ai piedi, sono stati preparati entrambi nello sviluppo dei Suoi inscrutabili disegni.

Vorrei infine osservare, che chi ha camminato continuamente nel sentimento dell’importante verità summenzionata, fu soltanto il nostro benedetto Maestro. Egli vide la mano del Padre Suo ed ascoltò la Sua voce in ogni cosa, come si vede eminentemente allorché si trovò nella più profonda tristezza. Egli uscì dal giardino di Getsemane con queste memorabili parole: «Non berrò forse il calice che il Padre mi ha dato?», riconoscendo con ciò ampiamente che Dio è in ogni cosa.




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