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Note sul libro della GENESI


Charles Henry Mackintosh

I sottotitoli sono stati aggiunti da un’edizione francese.


Indice:

1. Capitolo 1: La creazione
    1.1 Il Creatore
    1.2 Le tenebre e la luce
    1.3 Il sole, la luna e le stelle [figure di Gesù, della Chiesa e dei credenti]
    1.4 L’uomo e la donna — Cristo e la Chiesa
2. Capitolo 2: Il settimo giorno della creazione [il riposo e le sue benedizioni]
    2.1 Il sabato
    2.2 Il primo giorno della settimana
    2.3 Il giorno del Signore
    2.4 Un riposo futuro
    2.5 Un fiume divino
    2.6 Morte e vita [Adamo, un essere responsabile]
3. Capitolo 3: La caduta
    3.1 Le insuazioni del serpente
    3.2 L’autorità della parola di Dio
    3.3 Diffidenza riguardo all’amore di Dio
    3.4 Tentazione di Adamo, tentazione di Gesù
    3.5 La coscienza
    3.6 «Dove sei?» [La rivelazione di ciò che Dio è]
    3.7 L’uomo davanti a Dio
    3.8 Le tuniche di pelle [la giustizia di Dio]
    3.9 Fuori del giardino
4. Capitolo 4: Caino e Abele
    4.1 L’uomo religioso e l’uomo di fede
    4.2 Adamo e Cristo, due capostipiti della razza
    4.3 Due sacrifici
    4.4 Il sacrificio di Caino
    4.5 Il sacrificio di Abele
    4.6 La fede e i sentimenti
    4.7 Il valore del sacrificio stesso [identificazione del uomo con la sua offerta]
    4.8 L’omicida
    4.9 Caino e la sua discendenza
5. Capitolo 5: Le generazioni di Set a Noè
    5.1 La vita e la morte — la morte e la vita
    5.2 Enoc
6. Capitoli da 6 a 9: Il diluvio
    6.1 L’unione di ciò che è santo con ciò che è profano
    6.2 Noè trova grazia agli occhi dell’Eterno
    6.3 Fede nella parola di Dio
    6.4 Il modo della salvezza
    6.5 Perfetta sicurezza nell’arca
    6.6 Una porta chiusa
    6.7 Così sarà alla venuta del Figlio dell’uomo
    6.8 Siate riconciliati con Dio
    6.9 Le acque diminuiscono
    6.10 Noè esce dall’arca
    6.11 L’arco di Dio nella nuvola
    6.12 Noè s’inebria
7. Capitoli 10 e 11: Di Noè a Abramo
    7.1 Babilonia
    7.2 La torre di Babele
    7.3 Dispersione e riunione
8. Capitolo 12: Abramo
    8.1 L’appello di Dio
    8.2 La croce ci mette a parte dal mondo
    8.3 L’obbedienza
    8.4 La tenda e l’altare
    8.5 La prova: une carestia — soggiorno in Egitto
9. Capitoli 13 e 14: Abramo e Lot
    9.1 Il ritorno dall’Egitto
    9.2 Lot, nipote d’Abramo
    9.3 L’amore del mondo
    9.4 Conferma delle promesse ad Abramo
    9.5 La battaglia dei re
    9.6 L’intervento di Abramo
    9.7 Melchisedec e la tentazione del re di Sodoma
10. Capitolo 15: Rivelazione di Dio ad Abramo
    10.1 Il scudo e la ricompensa d’Abramo
    10.2 Il figlio e l’erede
    10.3 La fede che giustifica
    10.4 La fede in Cristo morte e risuscitato
    10.5 Le sofferenze prima dell’entrata in possesso dell’eredità
    10.6 La visione d’Abramo
11. Capitolo 16: Sarai e Agar
    11.1 Il ricorso a mezzi umani
    11.2 Tristi conseguenze
    11.3 Si miete quello che si semina
    11.4 I due patti
12. Capitolo 17: Abramo diventa Abrahamo — Sarai diventa Sara
    12.1 L’alleanza di Dio con Abrahamo
    12.2 La circoncisione
13. Capitolo 18: Visita dei messaggeri celesti a Abrahamo
    13.1 Comunione con il Signore
    13.2 La rivelazione dei disegni di Dio
    13.3 L’intercessore
    13.4 Gli eventi futuri e la speranza della Chiesa
14. Capitolo 19: La distruzione di Sodoma
    14.1 Una posizione falsa
    14.2 Una testimonianza nulla
    14.3 Il disastro completo
15. Capitolo 20: Abrahamo a Gherar
    15.1 Una mancanza seria
    15.2 Come Dio vede i suoi
16. Capitolo 21: Nascita d’Isacco
    16.1 L’adempimento della promessa
    16.2 Isacco e Ismaele
    16.3 La nuova e la vecchia natura
    16.4 Libertà e servitù
17. Capitolo 22: Il sacrificio d’Isacco
    17.1 Dio prova la fede d’Abrahamo
    17.2 Abrahamo ubbidisce
    17.3 La prova della fede
    17.4 Giustificato dalla fede, giustificato dalle opere
    17.5 Il risultato della prova
    17.6 Conferma delle promesse
18. Capitolo 23: Morte di Sara — La spelonca di Macpela
    18.1 Fede nella risurrezione
    18.2 Onestà davanti al mondo
19. Capitolo 24: Rebecca, una moglie per Isacco
    19.1 Una figura dell’appello della Chiesa
    19.2 Il giuramento del servitore
    19.3 La testimonianza del servitore
    19.4 Il risultato della missione del servitore
20. Capitolo 25: Fine della vita di Abrahamo
    20.1 Il secondo matrimonio di Abrahamo
    20.2 Esaù sprezza la sua primogenitura
21. Capitolo 26: Isacco a Gherar poi a Beer Sheba
22. Capitolo 27: Giacobbe e Esaù
    22.1 L’elezione della grazia
    22.2 Giacobbe si fa passare per Esaù
    22.3 Sapere aspettare il tempo fissato da Dio
    22.4 Gli espedienti di Giacobbe
    22.5 L’atteggiamento d’Isacco
    22.6 Rebecca e Esaù
23. Capitolo 28: Giacobbe fuggitivo
    23.1 La disciplina di Dio
    23.2 Bethel, la casa di Dio
    23.3 La grazia sovrana di Dio
    23.4 Una coscienza a disagio
24. Capitoli da 29 a 31: Giacobbe a casa di Labano
    24.1 Alla scuola di Dio
    24.2 L’ingannatore a casa dell’ingannatore
    24.3 La conoscenza della grazia e la conoscenza di noi stessi
25. Capitoli da 32 a 34: Di ritorno in Canaan
    25.1 Gli arrangiamenti umani e la preghiera
    25.2 Giacobbe a Peniel
    25.3 Giacobbe diventa Israele
    25.4 Incontro con Esaù
    25.5 Giacobbe si stabilisce a Succot
    25.6 Guai a Sichem
26. Capitolo 35: Giacobbe a Bethel
27. Capitolo 36: La discendenza di Esaù
28. Capitolo 37: Giuseppe e i suoi fratelli
    28.1 Una figura di Cristo
    28.2 Le sofferenze e la gloria
29. Capitolo 38: Giuda e sua famiglia
30. Capitoli da 39 a 45: Giuseppe in Egitto
    30.1 Gli atti degli uomini e i disegni di Dio
    30.2 Giuseppe, meravigliosa figura di Cristo
    30.3 Una moglie, compagna della sua gloria
    30.4 Restaurazione dei fratelli di Giuseppe
31. Capitoli da 46 a 50: Giacobbe in Egitto
    31.1 La fine di Giacobbe
    31.2 Giuseppe e il Faraone
 

      1. Capitolo 1: La creazione

          1.1 Il Creatore

Lo Spirito Santo apre questo libro in modo particolarmente notevole. Ci pone senza preamboli davanti a Dio, nella piena essenza del suo essere, e ce lo fa vedere in quella scena in cui Egli solo è all’opera e agisce. Lo udiamo rompere il silenzio della terra, lo vediamo risplendere nelle tenebre che la coprono, per creare, per Se stesso, una sfera nella quale possa manifestare, la sua potenza eterna e la sua divinità (Epist. Romani 1:20).

Non vi è nulla qui che appaghi una vana curiosità, nulla su cui lo spirito dell’uomo sia chiamato a speculare; vi è la sublime realtà della verità divina nella sua potenza morale, che agisce sul cuore e sull’intelligenza. Lo Spirito di Dio non vuole fornire elementi alla curiosità dell’uomo o soddisfarla con teorie sottili. I geologi possono investigare le viscere della terra e trarre materiali con i quali spesso pretendono di completare o contraddire gli scritti divini; possono estendere le loro speculazioni ai detriti fossili; ma l’umile discepolo si attiene con sacro diletto alle pagine ispirate: egli legge, crede e adora. Intraprendiamo dunque, con questo spirito, lo studio di questo libro, e ci sia dato di realizzare ciò che significa «mirare la bellezza dell’Eterno e meditare nel suo Tempio». (Salmo 27:4).

«Nel principio, Iddio creò i cieli e la terra». Le prime parole del Libro Sacro ci pongono in presenza di Colui che è la sorgente infinita di ogni vera benedizione. Lo Spirito Santo non adduce nessun argomento per provarci l’esistenza di Dio; Dio si rivela, si fa conoscere per mezzo delle sue opere. «I cieli raccontano la gloria di Dio e il firmamento annunzia l’opera delle sue mani». «O Eterno, tutte le tue opere ti celebreranno!».

Solo l’incredulo e l’ateo cercano delle prove dell’esistenza di Colui che, per mezzo della sua Parola, chiamò i mondi all’esistenza e rivelò Se stesso come l’Iddio sovranamente savio, l’Onnipotente, l’Eterno. Chi, fuorché Dio, potrebbe creare qualcosa? «Levate gli occhi in alto e guardate: Chi ha creato queste cose? Colui che fa uscir fuori e conta il loro esercito, che le chiama tutte per nome, e per la grandezza del suo potere e per la potenza della sua forza, non una manca» (Isaia 40:26). Gli dèi delle nazioni non sono che idoli, ma l’Eterno ha fatto i cieli. Nel libro di Giobbe, cap. 38 a 41, l’Eterno stesso si appella al creato come prova irrecusabile della sua sovranità. Questo appello, pur presentando all’intelligenza la più vivida e convincente prova dell’onnipotenza di Dio, commuove il cuore con la sua meravigliosa condiscendenza. Tutto è divino: la maestà e l’amore, la potenza e la tenerezza!

          1.2 Le tenebre e la luce

«E la terra era informe e vuota, e le tenebre coprivano la faccia dell’abisso». Era veramente una scena in cui Iddio solo poteva agire. Senza dubbio l’uomo, nell’orgoglio del suo cuore, s’è dimostrato fin troppo disposto a interferire nell’opera di Dio, in altre e ben più elevate sfere d’azione; ma qui l’uomo non ha alcun posto fino al momento in cui, come ogni altra cosa, diventa l’oggetto della potenza creatrice.

Dio è solo nell’opera della creazione. Egli, dalla sua eterna dimora di luce, riguardò alla deserta solitudine dello spazio e vide la sfera ove i suoi piani meravigliosi e i suoi consigli dovevano, un giorno, spiegarsi e manifestarsi; sfera in cui il suo eterno Figliuolo doveva vivere, affaticarsi, testimoniare, soffrire e morire per manifestare, alla vista dei mondi attoniti, le gloriose perfezioni della Divinità.

Tutto era tenebre e caos, ma Dio è un Dio di luce e d’ordine. «Dio è luce e non vi sono in Lui tenebre alcune». Le tenebre non possono sussistere nella sua presenza, considerate sia dal punto di vista fisico che morale, intellettuale o spirituale.

«Lo Spirito di Dio aleggiava sulla superficie delle acque». Covava, per così dire, sulla scena delle sue future operazioni; scena tenebrosa, invero, e che offriva un vasto campo d’azione all’Iddio di luce e di vita. Egli solo poteva rischiarare quella scena, farne scaturire la vita; sostituire l’ordine al caos e stabilire una distesa tra le acque, in modo che la vita potesse svilupparsi senza temere la morte. Queste erano opere degne di Dio.

«Iddio disse: Sia la luce! e la luce fu». «Egli parlò e la cosa fu. Egli comandò e la cosa sorse». L’incredulo vuoi sapere come, dove, quando. Ma lo Spirito dice: «Per fede intendiamo che i mondi sono stati formati dalla Parola di Dio, cosicché le cose che si vedono non sono state tratte da cose apparenti» (Ebrei 11:3). Questa risposta soddisfa pienamente chi è alla scuola di Dio, ad onta del sorriso sprezzante dei filosofi.

Dio non vuol fare di noi degli astronomi o dei geologi, né occuparci dei particolari che il museo o il telescopio mettono sotto gli occhi di ognuno. Lo scopo di Dio è di introdurci nella sua presenza come adoratori, con cuori e menti ammaestrati e condotti dalla sua santa Parola. Il filosofo può sprezzare ciò che chiama pregiudizi volgari e gretti del pio discepolo della Parola di Dio; può gloriarsi del suo telescopio col quale misura la distesa dei cieli, o gloriarsi delle scoperte che fa nelle profondità della terra; quanto a noi, con tali opposizioni «di quella che falsamente si chiama scienza» (1 Tim. 6:20) non abbiamo nulla a che fare. Crediamo che tutte le vere scoperte fatte sia in alto nei cieli o in basso nella terra o nelle acque o sotto la terra, sono in accordo con ciò che è scritto nella Parola di Dio; tutte le altre pretese scoperte sono soltanto degne di essere interamente respinte. Bisogna che il cuore sia perfettamente convinto della pienezza, dell’autorità, della perfezione, della maestà e della totale ispirazione del Sacro Libro (Salmo 12:6). Sarà questa la sola salvaguardia efficace contro il razionalismo e la superstizione. Una conoscenza esatta della Parola e una intera sottomissione al suo contenuto, sono oggi più che mai indispensabili al discepolo di Cristo. Voglia Iddio nella sua grazia aumentare abbondantemente fra noi questa conoscenza e questa sottomissione.

«E Dio vide che la luce era buona; e Dio separò la luce dalle tenebre. E Dio chiamò la luce "giorno" e le tenebre notte». Abbiamo qui i due grandi simboli, sovente adoperati nella Parola: la presenza della luce costituisce il giorno; l’assenza della luce, la notte. Così è nella storia delle anime. Vi sono «i figliuoli della luce» e «i figliuoli delle tenebre». La differenza è netta e solenne. Tutti coloro sui quali la luce della vita ha brillato, tutti quelli che «l’Oriente da alto» ha visitato a salvezza, tutti quelli che hanno ricevuto la luce della conoscenza della gloria di Dio rifulsa nel volto di Gesù Cristo, chiunque essi siano, appartengono alla prima categoria e sono figliuoli della luce e del giorno. D’altra parte, tutti quelli che sono nelle tenebre, nell’accecamento e nell’incredulità della natura, i cui cuori non sono stati per la fede illuminati dai raggi del sole di giustizia, sono ancora avvolti nelle tenebre della notte spirituale, sono figliuoli delle tenebre, figliuoli della notte.

Lettore, fermatevi e chiedetevi nella presenza di Colui che investiga i cuori, a quale di queste due classi di persone appartenete. Non illudete voi stessi; si tratta per voi di vita o di morte. Potete essere povero, sprezzato, ignorante; ma, se per lo Spirito, siete unito al Figliuol di Dio che è «la luce del mondo» (Giov. 1:4) siete un figliuolo di luce, destinato a risplendere tosto nelle sfere celesti di cui «l’Agnello immolato» sarà per sempre il centro e il sole. Questo non è frutto dell’opera vostra, ma il risultato dei consigli e delle operazioni di Dio stesso, che vi ha dato luce, vita, gioia e pace in Gesù e per mezzo del suo sacrificio. Ma se siete estraneo all’azione e all’influenza santificante della luce divina, se i vostri occhi non sono stati aperti per vedere qualche bellezza in Gesù, Figliuol di Dio, allora, quand’anche possedeste tutta la sapienza di un grande scienziato e tutti i tesori della filosofia umana, quand’anche fossero vostri tutti i titoli accademici che le scuole e le università di questo mondo possono conferire, rimarreste tuttavia un «figliuolo della notte e delle tenebre» (1 Tess. 5:5), e se morrete in questo stato sarete per sempre avvolto dalle tenebre e dai terrori di una notte eterna! Non proseguite dunque prima di esservi assicurato se siete «del giorno» o «della notte».

          1.3 Il sole, la luna e le stelle
[figure di Gesù, della Chiesa e dei credenti]

Poi, Iddio disse: «Sianvi dei luminari nella distesa dei cieli per separare il giorno dalla notte; e siano dei segni per le stagioni e per i giorni e per gli anni; e servano da luminari nella distesa dei cieli per dar luce alla terra. E così fu. E Dio fece i due grandi luminari: il luminare maggiore per presiedere al giorno, e il luminare minore per presiedere alla notte; e fece pure le stelle». Il sole è il centro della luce e, nel medesimo tempo, il centro del nostro sistema; è intorno a lui che si muovono le sfere minori, ricevendone la luce. Può dunque essere considerato con ragione come una figura di Colui che, per rallegrare il cuore di quelli che «temono il Signore», si leverà ben presto portando la salvezza nelle sue ali (Mal. 4:2). La bellezza di questo simbolo è evidente specie per chi, dopo le veglie della notte, ha potuto vedere il sole levarsi e indorare l’oriente coi suoi scintillanti raggi. Le nebbie e le ombre della notte si disperdono e tutto il creato sembra salutare il ritorno dell’astro del giorno. Fra breve anche il sole di giustizia si leverà, le ombre della notte fuggiranno e il creato tutto si rallegrerà vedendo apparire l’aurara d’un mattino senza nuvole, principio d’un giorno eterno di gloria.

La luna, oscura in se stessa, trae tutta la sua luce dal sole e la riflette incessantemente a meno che la terra si interponga. Appena il sole è sceso all’orizzonte la luna si presenta per riflettere i raggi del sole sul mondo avviluppato dalle tenebre; se invece appare di giorno, la si scorge con difficoltà a causa dello splendore del sole. La terra interviene talvolta e con le sue fosche nubi, coi densi vapori che sorgono dalla sua superficie, nasconde alla nostra vista l’argentea luce di quella luna che, mentre il sole è un bellissimo e appopriato simbolo di Cristo, è, a sua volta, una immagine caratteristica della Chiesa. Cristo, sorgente della luce è ora invisibile: «la notte è avanzata»; il mondo non vede Gesù, ma la Chiesa lo vede ed è responsabile di riflettere la sua luce sopra un mondo immerso nelle tenebre. La Chiesa è il solo mezzo di comunicazione della conoscenza di Cristo al mondo: «Voi siete la nostra epistola conosciuta e letta da tutti gli uomini» dice l’apostolo; e ancora: «Essendo manifesto che voi siete una lettera di Cristo» (2 Cor. 3:2-3). Quale responsabilità per la Chiesa! Come dovrebbe vigilare onde nulla venga ad impedirle di riflettere la luce celeste di Cristo in tutte le sue vie! Ma come può essa riflettere questa luce? Semplicemente lasciandola risplendere su di lei nel suo puro chiarore. Se la Chiesa camminasse nella luce di Cristo, rifletterebbe indubbiamente la sua luce e questo la manterrebbe nella sua vera posizione. La luna non ha luce propria e così è della Chiesa. Non è chiamata a rischiarare il mondo con la propria gloria, ma solo a riflettere la luce che riceve. Ha, cioè, l’obbligo di studiare con santa diligenza, il sentiero di Cristo quaggiù e seguire le sue orme per la potenza dello Spirito Santo che abita in lei. Ma, ahimè!, la terra, con la sua ombra, le sue nubi e i suoi vapori, s’intromette, nasconde la luce e offusca questa «lettera di Cristo» e il mondo vede a malapena alcuni caratteri di Cristo in quelli che si chiamano col suo Nome; sovente invece scopre in essi un umiliante contrasto, piuttosto che una rassomiglianza con Gesù. Ci sia dato di studiare Cristo con uno spirito di preghiera affinché siamo capaci di imitarlo più fedelmente!

Le stelle sono astri lontani che splendono in altre sfere; ne vediamo solo lo scintillare; del resto non hanno rapporto col nostro sistema solare. «Una stella differisce da un’altra stella in gloria». Così sarà nel regno futuro del Figliuolo: Sole di gloria, Egli brillerà con rifulgente ed eterno splendore e il suo corpo, la Chiesa, rifletterà fedelmente i suoi raggi d’ogni intorno; mentre i santi, individualmente, risplenderanno nella gloria speciale che il giusto Giudice distribuirà ad ognuno in ricompensa del servizio fedele compiuto durante l’oscura notte della sua assenza. Questo pensiero dovrebbe incoraggiarci a camminare con più ardore ed energia sulle orme del nostro Signore assente (Luca 19:12-19).

Le parti inferiori del creato vengono in seguito: il mare e la terra pullulano di esseri viventi. Alcuni si credono autorizzati a considerare le opere di ciascuno dei sei giorni come raffiguranti le diverse dispensazioni e i grandi principi d’azione che le reggono e le caratterizzano; ma, occupandoci delle Sacre Scritture, dobbiamo stare in guardia contro tutto ciò che è prodotto dall’immaginazione degli uomini, ed io non mi sento la libertà di entrare in questo ordine d’interpretazione, e mi limiterò a dare quello che ritengo essere l’insegnamento più chiaro e diretto del sacro testo.

          1.4 L’uomo e la donna — Cristo e la Chiesa

Essendo stata messa in ordine ogni cosa, non mancava che un capo per prenderne la direzione. «Poi Dio disse: Facciamo l’uomo a nostra immagine e a nostra somiglianza, ed abbia dominio sui pesci del mare e sugli uccelli del cielo e sul bestiame e su tutta la terra e su tutti i rettili che strisciano sulla terra. E Dio creò l’uomo a sua immagine; lo creò a immagine di Dio; li creò maschio e femmina. E Dio li benedisse; e Dio disse loro: "Crescete e moltiplicate e riempite la terra e rendetevela soggetta, e dominate sul pesci del mare e sugli uccelli del cielo e sopra ogni animale che si muove sopra la terra"». Il lettore osserverà che dopo aver parlato dell’uomo al singolare, la Scrittura ne parla al plurale: dopo aver detto «egli lo creò», dice: «Egli li creò» e: «Dio li benedisse» (versetti 27-28).

La formazione della donna è introdotta, in effetti, solo nel capitolo seguente, benché già qui Iddio «li» benedica e e «rimetta loro» il governo universale. Tutti gli ordini inferiori del creato sono posti sotto il loro comune dominio: Eva è benedetta di ogni benedizione in Adamo, ed è anche da lui che trae tutta la sua dignità. Per quanto non ancora chiamata all’esistenza, essa è nei disegni di Dio considerata come una parte dell’uomo: «I tuoi occhi videro la massa informe del mio corpo e nel tuo libro erano tutti scritti i giorni che m’eran destinati, quando nessuno d’essi era sorto ancora» (Salmo 139:16). Così è della Chiesa, la Sposa del secondo Adamo. Dall’eternità essa era vista in Cristo suo capo e suo Signore, come è scritto nel capitolo 1 dell’Epistola agli Efesi: «Siccome in Lui ci ha eletti, prima della fondazione del mondo, affinché fossimo santi e irreprensibili dinanzi a lui nell’amore». Prima che un solo membro della Chiesa avesse ricevuto il primo alito di vita, erano tutti, nel pensiero eterno di Dio, «predestinati ad essere conformi all’immagine del suo Figliuolo». I consigli di Dio hanno fatto della Chiesa una parte necessaria dell’uomo mistico; perciò la Chiesa è chiamata «la pienezza di Colui che porta a compimento ogni cosa in tutti» (Efesi 1:23).

È molto comune l’idea che la redenzione non abbia altro oggetto che la benedizione e la sicurezza delle anime individualmente; questo modo di vedere è del tutto al disotto del vero. Indubbiamente è ben vero che tutto ciò che costituisce la parte dell’individuo in qualunque senso è in perfetta sicurezza, ne sia benedetto Iddio; ma questa è, tuttavia, la parte meno importante della redenzione. Una verità infinitamente superiore è il fatto che la gloria di Cristo è unita e legata all’esistenza della Chiesa. Se, sull’autorità della Scrittura, ho diritto di considerarmi come parte costituente di ciò che, di fatto, è necessario a Cristo, non posso dubitare che non vi sia abbondantemente in Lui tutto quello di cui posso aver bisogno personalmente. Non è forse la Chiesa necessaria a Cristo, il Secondo Uomo? «Non è bene che l’uomo sia solo; io gli farò un aiuto che gli sia convenevole» (Gen. 2:18). E ancora: «Poiché l’uomo non viene dalla donna, ma la donna dall’uomo; e l’uomo non fu creato a motivo della donna; ma la donna a motivo dell’uomo... D’altronde, nel Signore, né la donna è senza l’uomo, né l’uomo senza la donna; poiché, siccome la donna viene dall’uomo, così anche l’uomo esiste per mezzo della donna, ed ogni cosa è da Dio» (1 Cor. 11:8-12). Non si tratta dunque solo di sapere se Dio può salvare un povero peccatore privo d’ogni forza; di sapere se Egli può togliere i peccati e ricevere a sè il peccatore in virtù della giustizia divina; ma Dio ha detto: «Non è bene che l’uomo sia solo»; non ha lasciato il «primo uomo» senza un aiuto simile a lui e non lascerà il Secondo Uomo senza un aiuto che gli sia convenevole. Senza Eva vi sarebbe stata una lacuna nella prima creazione, e senza la Chiesa, la Sposa, vi sarebbe una lacuna nella nuova creazione.

Consideriamo ora in che modo Eva fu chiamata all’esistenza, benché anticipiamo sul capitolo seguente. In tutto il creato, non si trovava per Adamo un aiuto che fosse simile a lui. Un profondo sonno deve cadere su di lui affinché, da una parte di se stesso, sia formata una compagna che condivida con lui la sua dominazione e la sua benedizione. «E l’Eterno Iddio fece cadere un profondo sonno sull’uomo che s’addormentò; e prese una delle costole di lui e rinchiuse la carne al posto d’essa. E l’Eterno Iddio, con la costola che aveva tolto all’uomo, formò una donna e la menò all’uomo. E l’uomo disse: "Questa finalmente è ossa delle mie ossa e carne della mia carne. Ella sarà chiamata donna perché è stata tratta dall’uomo"». (Gen. 2:21-23).

Considerando Adamo ed Eva come una figura, un tipo di Cristo e della Chiesa, vediamo che era necessario che la morte di Cristo fosse un fatto compiuto prima che la Chiesa potesse essere formata, per quanto, secondo il piano di Dio, la Chiesa fosse vista ed eletta in Cristo prima della fondazione del mondo. Vi è una grande differenza fra i segreti disegni di Dio e la rivelazione e l’adempimento di essi. Perché l’intento di Dio, riguardo le parti costituenti la Chiesa, potesse essere realizzato, bisognava che prima il Figliuolo fosse rigettato e crocifisso, che sedesse negli alti luoghi, e che lo Spirito Santo, mandato da lui, scendesse per battezzare i credenti unendoli in un solo corpo. Questo non vuol dire che non vi fossero delle anime vivificate prima della morte di Cristo: Adamo è stato salvato, non ne dubitiamo, e, dopo di lui, migliaia d’altri uomini, in virtù del sacrificio di Cristo, prima ancora che fosse compiuto. Ma la salvezza delle anime individualmente e la formazione della Chiesa per mezzo dello Spirito Santo, come corpo distinto, sono due cose ben diverse; se ne tiene troppo poco conto in pratica. Il posto unico che appartiene alla Chiesa, la sua relazione speciale «col secondo Uomo venuto dal cielo», i privilegi che la distinguono e la dignità di cui è rivestita, se fossero realmente conosciuti e realizzati per lo Spirito Santo, produrrebbero dei frutti meravigliosi (Efesi 5:23-33).

Il tipo che ci è posto dinanzi, ci può dare una idea dei risultati che sarebbero prodotti da una vera intelligenza della posizione della Chiesa e delle sue relazioni con Cristo. Quale affetto doveva aver Eva per Adamo! Che prossimità, che intimità di comunione! In dignità e in gloria era una stessa cosa con lui. Adamo non dominava su di lei, ma con lei. Egli era signore di tutto il creato, Eva era uno con lui. Più ancora, come già l’abbiamo detto, era vista e benedetta in lui. «L’uomo» era l’oggetto dei disegni di Dio e la «donna» era necessaria all’uomo; perciò è stata creata. L’uomo appare per primo e la donna è vista in lui; in seguito è formata quale parte di lui. Nulla, come tipo può essere più interessante e istruttivo nel suo carattere; non già che si possa fondare una dottrina sopra un tipo, ma quando la dottrina si trova pienamente e chiaramente esposta in altre parti della Scrittura, allora siamo preparati per comprendere, apprezzare e ammirare il tipo.

Troviamo nel Salmo 8 una bella descrizione dell’uomo che domina sulle opere di Dio: «Quando io considero i tuoi cieli, opra delle tue dita, la luna e le stelle che tu hai disposte — che cosa è l’uomo che tu n’abbia memoria. Il figliuol dell’uomo che tu ne prenda cura? Eppur tu l’hai fatto poco minor degli angeli e l’hai coronato di gloria e d’onore. Tu l’hai fatto signoreggiare sulle opere delle tue mani, hai posto ogni cosa sotto i suoi piedi: pecore e buoi tutti quanti e anche le fiere della campagna; gli uccelli del cielo e i pesci del mare, tutto quel che percorre i sentieri dei mari». Qui l’uomo appare senza che sia menzionata la donna perché la donna è vista nell’uomo.

Non vi è nessuna rivelazione del mistero della Chiesa nell’Antico Testamento. L’apostolo dice espressamente, parlando di questo mistero: «Il quale mistero nelle altre età, non fu dato a conoscere ai figliuoli degli uomini, nel modo che ora, per mezzo dello Spirito è stato rivelato ai santi apostoli e profeti di Lui» (apostoli e profeti del Nuovo Testamento) (Efesi 3:1-11). Perciò nel Salmo 8 è parlato solo dell’uomo, ma sappiamo che l’uomo e la donna sono considerati insieme sotto un solo capo. Tutto questo avrà la sua perfetta realizzazione nei secoli a venire, allorquando il «vero Uomo», «il Signore venuto dal cielo», siederà sul suo trono, e con la Chiesa sua Sposa regnerà sul creato rinnovato. Questa Chiesa è nata dalla tomba di Cristo, fa parte del «suo corpo», «della sua carne e delle sue ossa», Lui il capo, lei il corpo; insieme non fanno che un solo Uomo. La Chiesa, facendo così parte di Cristo, occuperà nella gloria un posto unico. Nessuna creatura fu mai unita ad Adamo come Eva, poiché nessun’altra creatura faceva parte di Adamo stesso. Così anche la Chiesa occuperà il posto più vicino a Cristo nella gloria futura.

Non è soltanto ciò che la Chiesa sarà, ma ciò che essa è che merita la nostra ammirazione. Essa è, attualmente, il corpo di cui Cristo è il capo; è il tempio nel quale Dio abita. Quali non dovremmo noi essere, se tali sono la dignità e la gloria futura di ciò di cui, per la grazia di Dio, facciamo parte! Quello che si addice a noi, assolutamente, è un cammino santo, una vita di devozione a Dio, di separazione per Lui e di santa elevazione. Ci sia dato di afferrare queste cose per la potenza dello Spirito Santo, per avere un sentimento più profondo della condotta e del carattere che sono degni dell’alta vocazione a cui siamo chiamati. «Egli illumini gli occhi del vostro cuore affinché sappiate a quale speranza Egli v’abbia chiamati, qual sia la ricchezza della gloria della sua potenza. La quale potente efficacia della sua forza, Egli ha spiegato in Cristo, quando lo risuscitò dai morti e lo fece sedere alla propria destra nei luoghi celesti, al disopra di ogni principato e autorità e podestà e signoria, e d’ogni altro nome che si nomina non solo in questo mondo, ma anche in quello a venire. Ogni cosa Egli ha posto sotto ai piedi, e l’ha dato per capo supremo alla Chiesa, che è il corpo di Lui, il compimento di colui che porta a compimento ogni cosa in tutti» (Efesi 1:18-23).


      2. Capitolo 2: Il settimo giorno della creazione
[il riposo e le sue benedizioni]

Due soggetti importanti richiamano la nostra attenzione in questo capitolo: «il settimo giorno» e «il fiume».

          2.1 Il sabato

Esistono pochi soggetti sui quali vi sia stata tanta controversia e vi siano ancora tante divergenze come quello del «sabato», per quanto la dottrina del sabato sia esposta nella Scrittura nel modo più semplice e più chiaro per chi vuol sottomettersi all’insegnamento di Dio. Esamineremo a suo tempo il comandamento esplicito di «osservare il sabato»: qui, non si tratta d’un comandamento dato all’uomo, ma troviamo la semplice dichiarazione che: «Dio si riposò il settimo giorno» (vers. 2). «Così furono compiti i cieli e la terra e tutto l’esercito loro. Il settimo giorno, Iddio compi l’opera che aveva fatta, e si riposò il settimo giorno da tutta l’opera che aveva fatta. E Dio benedisse il settimo giorno e lo santificò, perché in esso si riposò di tutta l’opera che aveva creata e fatta» (cap. 2:1-3). Queste parole ci dicono che Dio si riposò, poiché tutto quello che concerneva il creato, l’opera sua, era compiuta; non si tratta qui in alcun modo d’un comandamento dato all’uomo. Colui che per sei giorni aveva lavorato, cessò l’opera sua e si riposò. Tutto era completo e terminato ed era «molto buono». Tutto era fatto come l’aveva ideato, ed Egli si riposava dell’opera sua. «Le stelle del mattino cantavan tutte assieme e tutti i figliuoli di Dio davano in gridi di giubilo» (Giobbe 38:7). L’opera del creato era compiuta e Dio celebrava un sabato; è il solo che Dio abbia mai celebrato, se ci atteniamo semplicemente a quello che gli Scritti Ispirati ci insegnano. Più tardi, leggiamo che Dio diede ordine all’uomo di «osservare il sabato» ma l’uomo non seppe rispettare l’ordine di Dio; mai più, da nessuna parte, troviamo queste parole: «Dio si riposò». Invece, Gesù dice: «Il mio Padre opera fino ad ora, ed anch’io opero» (Giov. 5:17). Il sabato, nel senso proprio ed esatto dell’espressione, non potrebbe essere celebrato se non dove non vi sia realmente più nulla da fare, in una creazione pura, esente da ogni contaminazione. Dio non può trovare riposo dove esiste il peccato ed è assolutamente impossibile che Egli possa riposarsi e trovare piacere attualmente nel creato. Le spine e i triboli con gli innumerevoli altri tristi frutti d’un creato che geme e sospira, ci dicono esplicitamente la necessità che Dio lavori e non che si riposi. Iddio potrebbe forse riposarsi in mezzo ai rovi e alle spine, in mezzo ai sospiri e alle lacrime, di fronte alla malattia e alla morte, alla degradazione di un mondo colpevole e in rovina? Potrebbe Egli riposarsi e celebrare un sabato in mezzo a simili circostanze? Comunque, la Scrittura ci insegna che Dio non ebbe, fino a oggi, che un solo «sabato» quello di cui ci parla il cap. 2 della Genesi. «Il settimo giorno» fu il sabato e nessun altro. Questo giorno dimostrava che l’opera del creato era compiuta: ma quest’opera è stata poi guastata e il riposo del settimo giorno è stato interrotto. Dopo la caduta dell’uomo, Dio ha lavorato: «Il Padre mio opera fino ad ora, ed anche io opero»: e lo Spirito Santo anche lavora. Di certo Cristo non ebbe nessun sabato quando era sulla terra. Ha compiuto l’opera sua e l’ha compiuta gloriosamente, ma dove trascorse il settimo giorno? Nella tomba.

Sì, lettore mio, Cristo il Signore, Dio manifestato in carne, il Signore del sabato, passò il settimo giorno nelle tenebre e nel silenzio del sepolcro. Non ci dice nulla questo fatto? Avrebbe potuto, il Figliuol di Dio, giacere in una tomba il settimo giorno se quel giorno avesse dovuto essere trascorso in pace e in riposo, nella coscienza che assolutamente nulla più rimaneva da fare? Di per se sola, la tomba di Gesù ci dice l’impossibilità di celebrare un sabato, e questa tomba occupata dal Signore del sabato nel settimo giorno, mette in risalto che l’uomo è una creatura scaduta, colpevole, senza risorse; una creatura che termina la sua lunga storia di peccato crocifiggendo il Signore di gloria e ponendo, sull’apertura della sua tomba, una grande pietra per farlo restare là, se fosse possibile: e mentre il Figlio di Dio è nella tomba, l’uomo celebra il sabato! Che pensiero! Cristo è nel sepolcro per ristabilire il sabato interrotto, e l’uomo tenta di osservare il sabato, come se tutto fosse in ordine; l’uomo celebra il suo sabato, non quello di Dio: un sabato senza Cristo e senza Dio, una forma vuota senza potenza e senza valore.

          2.2 Il primo giorno della settimana

Ma qualcuno dirà: «Il settimo giorno è diventato il primo, e i principi sono rimasti gli stessi». Credo che tale opinione non posi sopra alcun fondamento scritturale. Dove è la divina garanzia per una tale asserzione? Non esiste; invece la distinzione fra il settimo e il primo giorno della settimana è mantenuta, nel modo più positivo, nel Nuovo Testamento. Perciò leggiamo nel cap. 28 dell’evangelo di Matteo: «Or nella notte di sabato, quando già albeggiava, il primo giorno della settimana...». Il «primo giorno della settimana» non era dunque il sabato trasportato dal settimo ad un altro giorno, ma un giorno totalmente nuovo: è il primo giorno d’un periodo nuovo, non l’ultimo giorno d’un vecchio periodo. «Il settimo giorno» è in relazione con la terra e il riposo terrestre; «il primo giorno della settimana» invece è in rapporto col cielo e il riposo celeste. La differenza è immensa, sia riguardo al principio stesso sia considerando il soggetto sotto l’aspetto pratico. Se osservo «il settimo giorno», assumo il carattere d’un uomo terrestre, in quanto quel giorno è evidentemente il riposo della terra, il riposo della creazione. Ma se, ammaestrato dalla Parola di Dio e dallo Spirito Santo, comprendo il significato del «primo giorno della settimana» afferrerò subito il rapporto diretto che esiste fra questo giorno e il nuovo ordine di cose del tutto celeste, di cui la morte e la risurrezione di Cristo costituiscono il fondamento eterno. Il settimo giorno era in rapporto con Israele e la terra, il primo giorno della settimana è in rapporto con la Chiesa e il cielo. Oltre a ciò, notiamolo, Dio aveva «comandato» ad Israele di osservare il sabato; mentre il primo giorno della settimana è dato alla Chiesa come un privilegio di cui è chiamata a godere. Il sabato era la pietra di paragone dello stato morale d’Israele; il primo giorno della settimana è la prova significativa della eterna accettazione della Chiesa; il sabato manifestava ciò che Israele era capace di fare per Dio; il primo giorno della settimana dimostra pienamente ciò che Dio ha fatto per noi.

          2.3 Il giorno del Signore

Non si potrebbe stimare troppo la natura e l’importanza del «Giorno del Signore», come è chiamato il primo giorno della settimana nel 1° capitolo dell’Apocalisse. Questo giorno, essendo il giorno in cui Cristo risuscitò d’infra i morti, pubblica non già il compimento del creato, ma il trionfo glorioso e totale della redenzione. L’osservanza del primo giorno della settimana non è dunque, come l’abbiamo già detto, una schiavitù o un giogo per il credente; anzi, è una gioia per lui il celebrare questo giorno felice. Cosi vediamo che il primo giorno della settimana era il giorno speciale in cui i primi cristiani si radunavano per rompere il pane (Atti 20:7), e la distinzione tra questo giorno e il sabato era pienamente mantenuta a quell’epoca della storia della Chiesa. I giudei celebravano il sabato nelle loro sinagoghe, per «leggere la legge e i profeti»; i cristiani celebravano il «primo giorno della settimana» radunandosi per rompere il pane. Non vi è un solo passo, in tutta la Scrittura, in cui il primo giorno della settimana sia chiamato «il sabato»; mentre esistono molte prove che segnano la differenza essenziale fra questi due giorni.

Perché dunque contendere per quel che non ha alcun fondamento nella Scrittura? Amate, onorate, celebrate il giorno del Signore; cercate di essere «in spirito» in quel giorno, come l’apostolo; lasciate i vostri affari temporali, per quanto è in vostro potere di farlo, ma nello stesso tempo, date a quel giorno il nome e il posto che gli appartengono; comprendete bene su quali principi è stabilito; lasciategli il suo carattere particolare; e, soprattutto, non legate il credente ad un giogo di ferro nell’osservanza del settimo giorno, dato che, per lui, è un santo e felice privilegio celebrare il primo. Non fate scendere il cristiano dal cielo, dove trova il riposo, sulla terra dove non ne può trovare. Non esigete da lui che osservi un giorno che il suo Maestro ha passato nella tomba, invece di rallegrarsi nel giorno felice in cui l’ha lasciata. Leggete attentamente Matt. 1:6; Marco 16:1-2; Luca 24:1; Giov. 20:1,19,26; Atti 20:7; 1 Cor. 16:2; Apoc. l:10; Atti 13:14; 17:2; Coloss. 2:16.

          2.4 Un riposo futuro

Non si creda, tuttavia, che perdiamo di vista il fatto importante che il sabato sarà di nuovo celebrato nella terra d’Israele e su tutta la terra: «Resta dunque un riposo di sabato per il popolo di Dio» (Ebrei 4:9). Quando il Figliuolo d’Abrahamo, Figliuolo di Davide, Figliuolo dell’uomo prenderà posto in governo su tutta la terra, vi sarà un glorioso sabato, un riposo che il peccato non potrà più interrompere. Ma ora il Figliuolo è rigettato e tutti quelli che Lo conoscono e L’amano sono chiamati a partecipare al suo rigettamento, ad «uscire a Lui fuori del campo portando il suo vituperio» (Ebrei 13:13). Non vi sarebbe obbrobrio se la terra potesse celebrare un sabato, ma il fatto stesso che la Chiesa professante cerca di fare del «primo giorno della settimana» il «sabato», mette in evidenza lo stato nel quale essa è caduta e il principio stesso della sua posizione; questo non è che uno sforzo incessante per ritornare ad uno stato di cose e ad un codice di morale terrena. È possibile che molti non lo comprendano e che molti cristiani osservino coscienziosamente «il giorno di sabato» come tale; ma se siamo in obbligo di rispettare la coscienza di quei credenti, abbiamo il diritto, ed è il nostro dovere, di chiedere su quale fondamento scritturale si basano le loro convinzioni. Comunque, non abbiamo a che fare con la coscienza e le convinzioni degli uomini, ma coll’intenzione dello Spirito di Dio nel Nuovo Testamento; e chiediamo ad ogni lettore cristiano di rendersi ben conto della sua posizione in rapporto «col settimo giorno» ossia il sabato e in rapporto col «primo giorno della settimana» ossia il «giorno del Signore». (*)

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(*) A Dio piacendo ritorneremo su questo soggetto occupandoci del capitolo 20 dell’Esodo. A proposito del sabato, diremo soltanto che si può far del male e rattristare dei fratelli pii, con pretesto di zelo per la cosidetta libertà cristiana, e perdere di vista il vero posto che il giorno del Signore occupa nel Nuovo Testamento. Se un cristiano, soltanto per dimostrare la sua libertà, si dà, alla domenica, ai lavori della settimana, pone un intoppo davanti a molti suoi fratelli. Un tale modo di agire non proviene dallo Spirito di Cristo. Se ho luce e libertà, a questo riguardo, nel mio spirito, devo rispettare la coscienza dei miei fratelli che non hanno le mie stesse idee. Comunque, non credo che chi si comporta così comprenda realmente i veri e preziosi privilegi connessi col giorno del Signore. Dovremmo essere riconoscenti di poterci liberare, alla domenica, dalle occupazioni e dalle distrazioni terrene, invece che immergerci in esse volontariamente, con lo scopo di mostrare che siamo liberi! In molte nazioni le leggi dello Stato proibiscono il lavoro alla domenica; noi pensiamo che sia questo un atto della Providenza di Dio e una grazia per i cristiani; se non fosse così, il cuore avaro e cùpido degli uomini priverebbe il più possibile i cristiani del dolce privilegio di poter adorare Dio, coi loro fratelli, nel giorno del Signore. Chi può dire quanto sarebbe deleterio l’effetto prodotto da un’occupazione ininterrotta negli affari di questo mondo? I cristiani che dal lunedì mattina al sabato sera respirano la pesante atmosfera degli uffici o dei negozi, delle officine o dei laboratori, possono farsene un’idea.
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          2.5 Un fiume divino

Occupiamoci ora del legame che esiste fra «il sabato» e «il fiume che usciva da Eden». È questa la prima volta che é menzionato «il fiume di Dio» nella Scrittura, e tale soggetto è introdotto qui in relazione col riposo di Dio.

Quando Dio si riposava nelle sue opere, tutto l’universo ne riceveva della benedizione; poiché Dio non poteva osservare un sabato senza che la terra tutta non ne subisse la santa e benefica influenza. Ma, ahimè, i ruscelli che uscivano da Eden, scena del riposo terrestre, sono tosto arrestati nel loro corso, perché il peccato è venuto ad interrompere il riposo del creato. Tuttavia, Dio ne sia benedetto, il peccato non ha fermato Dio nella sua opera, ma gli ha aperto un nuovo campo d’azione; e ovunque Dio agisce si vede scorrere «il fiume». Così, quando conduce con potente mano e con braccio disteso gli eserciti che ha riscattato facendoli passare attraverso le aride sabbie del deserto, vediamo scorrere il fiume, non già da Eden, ma dalla roccia percossa, bella e precisa immagine del principio in virtù del quale la grazia sovrana opera in favore dei peccatori e provvede ai loro bisogni. Qui non si tratta solo di creazione, ma di redenzione. «E la roccia era Cristo» (1 Cor. 10:4), Cristo percosso per la guarigione del suo popolo. La roccia percossa era in relazione con la dimora dell’Eterno nel tabernacolo; e vi è in questa relazione qualcosa di moralmente bello: Dio che abita in una tenda e Israele che beve l’acqua della Roccia percossa! Che linguaggio espressivo per ogni orecchio aperto e per ogni cuore circonciso!

Man mano che avanziamo nella storia delle vie di Dio, vediamo il fiume seguire un altro corso: «Or nell’ultimo giorno, il gran giorno della festa, Gesù, stando in pie’, esclamò: Se alcuno ha sete, venga a me e beva. Chi crede in me, come ha detto la Scrittura, fiumi d’acqua viva sgorgheranno dal suo seno» (Giov. 7:37-38). Vediamo qui il fiume che proviene da un’altra sorgente e scorre in un altro letto; in un certo senso, la sorgente è sempre la stessa, cioè Dio, ma, in Gesù, essa è conosciuta in una nuova relazione e con un nuovo principio d’azione. Il Signore Gesù, nel capitolo 7 dell’evangelo di Giovanni, è in ispirito al di fuori di tutto l’ordine di cose esistente e si presenta come la sorgente del fiume dell’acqua della vita, e il credente è chiamato ad esserne il canale. In Eden, il fiume doveva spandere le sue acque al di fuori per innaffiare e fertilizzare la terra; nel deserto, la roccia percossa provvedeva al ristoro d’Israele assetato. Nello stesso modo ora, chiunque crede in Gesù è chiamato a lasciar scorrere i fiumi benefici di cui è il canale, a favore di tutti quelli che lo circondano; deve considerarsi come il canale delle svariate grazie di Cristo, in favore d’un mondo povero e misero; e più seminerà liberalmente più riceverà liberalmente, poiché: «C’è chi spande liberalmente e diventa più ricco, e c’è chi risparmia più del dovere e non fa che impoverire» (Prov. 11:24). Questo pone il credente in una posizione di dolce privilegio, e, nello stesso tempo, di solenne responsabilità; è chiamato ad essere il testimone costante della grazia di Colui in cui crede e a manifestare questa grazia continuamente. E quanto più egli s’approprierà dei suoi privilegi, tanto meglio assolverà alla sua responsabilità. Più si nutrirà abitualmente di Cristo, con lo sguardo fissato su Gesù e il cuore occupato della persona adorabile del Salvatore, più la sua vita e il suo carattere renderanno una testimonianza vera, e non equivoca, alla grazia che gli è stata rivelata. La fede è ad un tempo la potenza del servizio, la potenza della testimonianza e la potenza del culto. Se non viviamo «nella fede nel Figliuol di Dio il quale m’ha amato e ha dato se stesso per me» (Gal. 2:24), non saremo né servitori utili, né testimoni fedeli, né veri adoratori. Potremo fare molte cose, ma senza servire Cristo; potremo parlare molto ma senza rendere testimonianza a Cristo; potremo dimostrare molta pietà e molta devozione, ma il nostro culto non sarà né vero, né spirituale.

Infine, troviamo ancora il fiume di Dio nell’ultimo capitolo dell’Apocalisse. «Poi, mi mostrò il fiume dell’acqua della vita, limpido come cristallo, che procedeva dal trono di Dio e dell’Agnello» (Apoc. 22:1). Sono questi i rivi del fiume di cui parla il salmista, e «che rallegrano la città di Dio, il luogo santo della dimora dell’Altissimo» (Salmo 46:4; paragonate anche Ezechiele 47:1-12 e Zaccaria 14:8). Nulla potrà mai più alterarne la sorgente o interromperne il corso. «Il trono di Dio» è l’immagine della stabilità eterna; e la presenza dell’Agnello indica che quel trono riposa sul fondamento di una redenzione compiuta. Non si tratta qui del trono dell’Iddio creatore, né di quello dell’Iddio che governa nella sua provvidenza, ma del trono di un Dio redentore. Quando vedo «l’Agnello» io so quali sono i rapporti del trono di Dio con me peccatore. Il trono di Dio come tale non potrebbe che spaventarmi, ma quando Dio si rivela nella persona dell’«Agnello», il cuore è attirato e la coscienza tranquillizzata. Il sangue dell’Agnello purifica la coscienza da ogni traccia di peccato. Alla croce, tutte le esigenze della santità divina sono state pienamente soddisfatte in modo che più comprendiamo questa santità, più apprezziamo la croce. Più alto sarà il concetto che abbiamo della santità di Dio, più stimeremo l’opera della croce. «La grazia regni mediante la giustizia a vita eterna per mezzo di Gesù Cristo nostro Signore» (Rom. 5:21). Perciò il salmista invita i santi a celebrare la santità di Dio. La lode è un prezioso frutto della redenzione, ma prima che un credente possa rendere grazie pensando alla santità di Dio, bisogna che consideri questa santità ponendosi per la fede al di là della croce; non dal lato degli uomini e della morte, ma dal lato di Dio e della risurrezione.

Dopo aver tracciato il corso del fiume dalla Genesi all’Apocalisse, considereremo brevemente la posizione di Adamo in Eden.

          2.6 Morte e vita
[Adamo, un essere responsabile]

Abbiamo già visto Adamo come un tipo di Cristo; ma non dobbiamo considerarlo solo come tipo, ma anche come persona; dobbiamo considerarlo non solo come figura, in modo assoluto, del Secondo homo, «il Signore del cielo», ma anche come posto in una posizione di personale responsabilità. Dio aveva stabilito una testimonianza in Eden in mezzo a quella bella scena della creazione e per essa la creatura era messa alla prova: parlava di morte in mezzo alla vita, poiché Dio aveva detto: «nel giorno che tu ne mangerai, per certo morrai». (vers. 17). Parola strana e solenne, eppure necessaria! La vita di Adamo dipendeva dalla sua stretta obbedienza; il legame che lo univa all’Eterno Dio (*) era l’obbedienza fondata su una fiducia implicita nella verità e nell’amore di Colui che l’aveva posto in una posizione così elevata.

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(*) È da notare che nel cap. 2 della Genesi l’espressione «Dio» è sostituita da «Eterno Dio». Questo cambiamento è importante. Quando Dio agisce in rapporto all’uomo, prende il titolo di «Eterno Dio» (Jahveh Eloim), ma solo quando l’uomo appare sulla scena è usato il nome di «Eterno» (Jahveh). Citiamo alcuni dei numerosi passi in cui questo fatto è chiaramente presentato: «Venivano maschio e femmina d’ogni carne, come Dio aveva comandato a Noè; poi l’Eterno (Jahveh) lo chiuse dentro l’arca» (Genesi 7:16). Eloim stava per distruggere il mondo che aveva creato; ma Geova si prese cura dell’uomo col quale era in relazione. «E tutta la terra saprà che Israele ha un Dio (Eloim). E tutta queste moltitudine saprà che l’Eterno (Jahveh) non salva per mezzo di spada né per mezzo di lancia» (1 Sam. 17:46-49). Tutta la terra doveva riconoscere la presenza di Dio (Eloim), ma Israele era chiamato a riconoscere le imprese di Geova col quale era in relazione. Infine: «Ma Giosafat mandò un grido; e l’Eterno (Jahveh) lo soccorse; e Dio (Eloim) li attirò lungi da lui» (2 Cronache 18:31). Jahveh si prese cura del suo povero servitore smarrito; ma Dio (Eloim), per quanto sconosciuto da essi, indusse i Siri ad allontanarsi da lui.
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Era solo in rapporto alla fiducia che aveva in Dio che Adamo poteva obbedirGli. Il capitolo 3 ci farà vedere in modo più completo, la portata e la verità di questo fatto; ma desidero fin d’ora attirare l’attenzione del lettore sull’interessante contrasto che esiste fra la testimonianza stabilita in Eden e la testimonianza della presente economia. In Eden allorquando tutto era vita, Dio parla di morte; ora invece, mentre tutto è morte, Dio parla di vita; poiché fu detto: «Nel giorno che tu ne mangerai, per certo morrai». Ora invece è detto: «Credi e vivrai!» Ma come in Eden il Nemico si adoperò per annullare la testimonianza di Dio, in quanto al risultato della disubbidienza, nello stesso modo egli cerca ora di annullare la testimonianza di Dio in quanto ai risultati della fede nel Vangelo. Dio aveva detto: «Nel giorno che tu ne mangerai, per certo morrai» e il serpente disse: «voi non morrete affatto». Ora la Scrittura afferma chiaramente che «Chi crede nel Figliuolo ha vita eterna», (Giov. 3:36), e lo stesso serpente cerca di persuadere gli uomini che non hanno la vita, né potrebbero illudersi di averla prima di aver fatto, provato, sperimentato ogni sorta di cose.

Caro lettore, se non avete ancora creduto con tutto il cuore alla testimonianza di Dio, ascoltate, vi supplico, la Parola del Signore e non le insinuazioni del serpente. «Chi ascolta la mia parola e crede a Colui che mi ha mandato, ha vita eterna e non viene in giudizio, ma è passato dalla morte alla vita» (Giov. 5:24).


      3. Capitolo 3: La caduta

Questa sezione del nostro libro ci presenta la completa rovina dello stato di cose di cui ci siamo occupati finora. Essa abbonda in principi di grande importanza, ed è stata con ragione meditata e utilizzata in ogni tempo da quelli che hanno avuto a cuore di proclamare la verità relativa alla rovina dell’uomo e al mezzo usato da Dio per trarlo da tale rovina.

          3.1 Le insuazioni del serpente

Il serpente entra in scena con una domanda insolente allo scopo di insinuare il dubbio sulla rivelazione divina; modello e precursore terribile di tutte le questioni empie sollevate dai fedeli servitori del serpente nel mondo, questioni che non possono essere combattute che con l’autorità suprema e divina delle Sacre Scritture.

«Come! Iddio v’ha detto: Non mangiate del frutto di tutti gli alberi del giardino?» (vers. 1). Ecco l’astuta domanda del Diavolo. Se la Parola di Cristo fosse «abitata doviziosamente» nel cuore di Eva (Colossesi 3:16), la sua risposta sarebbe stata semplice, diretta e decisa. V’è un modo solo di rispondere alle domande e ai suggerimenti del diavolo: trattarli come provenienti da lui e respingerli per mezzo della Parola di Dio. Lasciarli avvicinare al cuore anche solo un istante, vuoi dire perdere l’unica forza che abbiamo per rispondervi efficacemente. Il diavolo non si presenta apertamente ad Eva dicendole: «io sono Satana, il nemico di Dio e vengo per calunniarLo e per trascinarvi alla perdizione». Non sarebbe stato, questo un linguaggio da «serpente»: tuttavia egli ha compiuto la sua opera sollevando dubbi nella mente della creatura. È incredulità assoluta accettare la domanda: «Ha Iddio detto?» quando si sa che Dio ha parlato; e il solo fatto d’accettarla prova che si è incapaci a combatterla. Infatti, nel caso di Eva, la forma stessa della sua risposta dimostra con evidenza che essa aveva lasciato che s’insinuasse nel suo cuore l’astuta domanda del serpente. Invece di attenersi strettamente alla precisa dichiarazione di Dio, vi aggiunge del suo; ma il fatto di aggiungere, come il fatto di togliere, prova che questa Parola non abita nel cuore e non governa la coscienza. Se uno trova la propria felicità nell’obbedienza, se ne fa la propria bevanda e il proprio nutrimento; se vive «di ogni parola che esce dalla bocca di Dio», imparerà a conoscere questa Parola e vi porrà attenzione; non è possibile che sia indifferente. Il Signore Gesù, nella sua lotta con Satana, applica la Parola con precisione perché viveva di essa e la stimava al di sopra di ogni altra cosa. Non poteva citarla scorrettamente, né farne una falsa applicazione e nemmeno essere indifferente. Eva agisce in modo diverso: lascia che il dubbio sia messo nelle parole di Dio, e vi aggiunge del suo. Il comandamento era semplice: «Tu non ne mangerai». Perché aggiungervi: «e non lo toccherai»? Dio non aveva parlato di «toccare»; perciò, sia che l’imprecisione procedesse da ignoranza o da indifferenza o forse in vista di far apparire Dio sotto una luce arbitraria, è chiaro che Eva era fuori dal vero terreno di una semplice fiducia nella santa Parola di Dio e dalla sottomissione a questa Parola. «Per ubbidire alla Parola delle tue labbra, mi son guardato dalle vie de’ violenti» (Salmo 17:4).

          3.2 L’autorità della parola di Dio

Nulla è più imponente del modo con cui la Parola è citata da un capo all’altro delle Scritture e nulla è più importante della stretta obbedienza ad essa. Questa obbedienza la dobbiamo alla Parola semplicemente perché è la Parola di Dio. Sollevare un dubbio quando Dio ha parlato è una bestemmia. Noi siamo creature e Dio è il Creatore; egli può dunque con ogni diritto chiedere a noi l’obbedienza. L’incredulo può chiamare questo «obbedienza cieca»; il cristiano la chiama «obbedienza intelligente», perché è fondata sulla convinzione che ha di obbedire alla Parola di Dio. Se qualcuno non possedesse la Parola di Dio, si potrebbe dire con ragione che è nelle tenebre, poiché non vi può essere un solo raggio di luce, sia in noi che fuori di noi, che non emani da questa Parola pura ed eterna. Tutto quello che ci occorre è sapere che Dio ha parlato; allora l’obbedienza diventa la sfera più elevata dell’attività intelligente. Quando l’anima è pervenuta fino a Dio ha raggiunto la sorgente più elevata dell’autorità. Nessun uomo, nessun’assemblea d’uomini, ha diritto di chiedere l’obbedienza alla propria parola, perché è parola sua. Perciò le pretese della Chiesa di Roma sono empie e presuntuose, sono una usurpazione delle prerogative di Dio; e tutti coloro che si sottomettono ad essa defraudano Dio dei suoi diritti. La Chiesa Romana pretende di interporsi fra Dio e la coscienza, ma chi può farlo impunemente? Quando Dio parla, l’uomo ha l’obbligo di obbedire. Beato lui se lo fa, guai a lui se non lo fa! L’incredulità può mettere in dubbio che Dio abbia parlato e la superstizione può porre un’autorità umana fra la mia coscienza e ciò che Dio ha detto; tanto l’una come l’altra ci privano della Parola e di conseguenza della felicità benedetta che accompagna l’obbedienza a questa Parola.

Ogni atto d’obbedienza racchiude una benedizione: ma dal momento che l’anima esita, il nemico prende il sopravvento su di lei e se ne serve per allontanarla sempre più da Dio. Così il nemico, nel capitolo che meditiamo, aggiunge subito alla sua domanda «Come! ha Iddio detto» la seguente affermazione: «Voi non morrete affatto!» (vers. 4). Prima mette in dubbio che Dio abbia parlato, poi contraddice apertamente ciò che Dio ha detto. Questo fatto solenne è più che sufficiente per provare quanto sia pericoloso ammettere nel cuore un dubbio riguardo alla pienezza e alla integrità di una divina rivelazione.

Il razionalismo raffinato s’avvicina molto all’incredulità aperta; e l’incredulità che osa giudicare la Parola di Dio non è lontana dall’ateismo che nega l’esistenza di Dio. Se Eva non fosse già caduta nel rilassamento e nella indifferenza riguardo alla Parola di Dio, mai avrebbe dato ascolto a chi si permetteva di contraddire Dio. Essa pure ebbe le sue fasi di fede, come si usa dire oggi, o piuttosto le sue fasi d’incredulità. Tollerò che una creatura contraddicesse Dio, perché la Parola di Dio aveva perso la sua vera autorità sul suo cuore, sulla sua coscienza e sulla sua intelligenza. Il suo esempio fornisce un insegnamento solenne a tutti quelli che sono in pericolo di essere irretiti dall’empietà del razionalismo. Non vi è nessuna vera sicurezza per l’anima al di fuori di una fede profonda nella piena ispirazione e nella suprema autorità di tutta la Scrittura. Chi possiede questa fede avrà una risposta vittoriosa ad ogni obiezione sollevata contro questa Parola, da qualunque parte essa provenga. «Non vi è nulla di nuovo sotto il sole». Il male che nei nostri giorni corrompe fino alle sorgenti il pensiero e il sentimento religioso è lo stesso che raggiunse il cuore di Eva in Eden e la perdette. Eva porse l’orecchio alla domanda: «Come! Dio ha detto?» e questo primo passo la trascinò nella rovina; e, da allora, discese passo passo, chinò il capo davanti al serpente e lo riconobbe come suo dio, come sorgente di verità.

Lettore, il serpente prese il posto di Dio e la sua menzogna il posto della verità. Così fu per l’uomo caduto e così è anche per la sua progenie. La parola di Dio non trova posto nel cuore dell’uomo non rigenerato; ma questo cuore è in uno stato tale che accoglie la menzogna di Satana e rigetta la verità di Dio. Perciò il Signore dice a Nicodemo: «Bisogna che nasciate di nuovo».

          3.3 Diffidenza riguardo all’amore di Dio

È anche importante notare il mezzo adoperato da Satana per scuotere la fiducia di Eva nella verità di Dio e porla sotto la potenza d’un empio razionalismo. Satana vi giunge insinuando ad Eva che l’affermazione divina non era fondata sull’amore, poiché, dice egli: «Iddio sa che nel giorno che ne mangerete, gli occhi vostri s’apriranno e sarete come Dio, avendo la conoscenza del bene e del male» (vers. 5). In altre parole, vi è un gran guadagno per voi a mangiare del frutto di cui Dio vuoi privarvi; perché dunque credereste la sua parola? Non potete porre la vostra fiducia in chi evidentemente non vi ama; poiché se vi amasse, non vi vieterebbe di godere d’un privilegio sicuro.

Se Eva si fosse riposata semplicemente sulla infinita bontà di Dio, sarebbe stata al riparo ed avrebbe resistito all’influenza di tutto questo ragionamento; avrebbe risposto al serpente: «Ho piena fiducia nella bontà di Dio quindi non credo che mi vieterebbe qualcosa che fosse veramente buona per me. Se questo frutto fosse buono per me, Egli me lo darebbe certamente, ma il fatto che me lo vieta mi prova che il mangiarlo mi sarebbe sicuramente nocivo; sono convinta dell’amore e della verità di Dio, e ritengo che tu sia un malvagio venuto per distogliere il mio cuore dalla fonte di ogni bontà e di ogni verità. Vattene via da me, Satana». Questa sarebbe stata una nobile risposta; ma non fu data: la sua fiducia nell’amore e nella verità di Dio venne meno, e tutto fu perduto. Il cuore dell’uomo scaduto non ha più posto per l’amore e per la verità di Dio; è estraneo tanto all’uno come all’altra, finché non è rigenerato dallo Spirito Santo.

È ora interessante passare dalla menzogna di Satana riguardo l’amore di Dio e la sua verità, alla missione del Signore Gesù, che venne dal seno del Padre per rivelare ciò che Dio è veramente. «La grazia e la verità», le due cose che l’uomo ha perduto per mezzo della caduta, «sono venute per mezzo di Gesù Cristo» (Giov. 1:17). Gesù è stato il testimone fedele di ciò che Dio è (Apoc. 1:5). La verità rivela Dio come Egli è, ma questa verità è unita alla rivelazione della grazia perfetta. Il peccatore trova così, con indicibile gioia, che la rivelazione di ciò che Dio è, invece di essere la causa della sua perdizione, diviene un fondamento della sua eterna salvezza. «Questa è la vita eterna: che conoscano te, il solo vero Dio, e colui che tu hai mandato, Gesù Cristo» (Giov. 17:3). È impossibile conoscere Dio e non aver la vita. La perdita della conoscenza di Dio portò l’uomo alla morte; ma la conoscenza di Dio lo porta alla vita. Questo pone la vita interamente al di fuori di noi, e la fa dipendere da ciò che Dio è, qualunque sia il grado di conoscenza che ognuno ha di se stesso. Non è detto: Questa è la vita eterna: che conoscano loro stessi; sebbene la conoscenza di Dio e la conoscenza di se stessi siano, sotto molti rapporti, legate l’una all’altra. Ma la vita eterna dipende dalla prima di queste cose e non dalla seconda. Conoscere Dio come Egli è significa vita; e tutti «coloro che non conoscono Dio e non ubbidiscono al vangelo del nostro Signore Gesù saranno puniti di eterna distruzione, respinti dalla presenza del Signore e dalla gloria della sua potenza» (2 Tess. 1:9).

È della massima importanza riconoscere che ciò che costituisce realmente la condizione dell’uomo e la sua posizione, è la conoscenza o l’ignoranza che ha di Dio. Questo contrassegna il suo carattere quaggiù e stabilisce il suo destino futuro. Se l’uomo è malvagio nei suoi pensieri, nelle sue parole e nei suoi atti, ciò proviene dal fatto che non conosce Dio; se, d’altra parte, è puro in pensieri, santo nella condotta, pieno di grazia nelle opere, tutto ciò non è che il risultato pratico della conoscenza che ha di Dio. Così pure sarà nel futuro; conoscere Dio è il solido fondamento d’una felicità infinita e d’una gloria eterna; non conoscerlo significa eterna perdizione. Cosicché, la conoscenza di Dio è tutto. Essa vivifica l’anima, purifica il cuore, tranquillizza la coscienza, eleva le affezioni, e santifica interamente il carattere e la condotta.

Non c’è dunque da stupirsi che il gran disegno di Satana sia stato di spogliare la creatura della conoscenza del solo vero Dio. Satana dà una falsa idea di Dio suggerendo ad Eva che Dio non è buono: questo fu la sorgente segreta di ogni male. Non importa quale forma abbia preso in seguito il peccato, per quali vie sia poi proceduto, sotto quale capo si sia posto o quale apparenza abbia rivestito; tutto procede sempre dalla sola e unica sorgente: l’ignoranza di Dio. Il più raffinato e colto moralista, il filantropo più benevolo, l’uomo più devoto, se non conoscono Dio, sono tanto lontani dalla vita e dalla vera santità quanto un pubblicano o una donna peccatrice. Il figliuol prodigo era tanto peccatore e lontano da suo padre quando varcava la soglia della casa paterna, come quando pasceva i porci nel paese lontano (Luca 15:13-15). Fu lo stesso di Eva. Dal momento che si sottrasse alla mano di Dio, all’assoluta dipendenza da lui e alla sottomissione alla sua Parola, si abbandonò al dominio della concupiscenza, e Satana ne approfittò per rovinarla completamente.

          3.4 Tentazione di Adamo, tentazione di Gesù

Il versetto 6 del nostro capitolo ci presenta tre cose: «La concupiscenza della carne, la concupiscenza degli occhi e la superbia della vita» (1 Giov. 2:16), tre cose che, come dichiara l’apostolo Giovanni, comprendono «tutto ciò che è nel mondo». Dal momento in cui Dio fu escluso, queste cose dominarono il mondo. Se non dimoriamo nella beata certezza dell’amore e della verità di Dio, della sua grazia e della sua fedeltà, ci sottoporremo ad uno di questi principi e forse anche a tutti e tre; in altri termini ci sottoporremo al governo di Satana. Non esiste, strettamente parlando, libero arbitrio per l’uomo. L’uomo che si governa da sè è di fatto governato da Satana; altrimenti è Dio che lo governa. I tre grandi agenti coi quali Satana opera nel mondo sono la concupiscenza della carne, la concupiscenza degli occhi e l’orgoglio della vita. Sono le tre cose che Satana presentò al Signore nella tentazione. Il diavolo incominciò a tentare «l’ultimo Adamo» inducendolo a sottrarsi alla posizione di assoluta dipendenza da Dio: «Se tu sei Figiluol di Dio, di’ che queste pietre divengan pani». Non chiese a Gesù di fare come il primo uomo, di innalzare se stesso al disopra di quel che era, ma gli domanda di dare una prova di ciò che era. In seguito offre a Gesù tutti i regni del mondo e la loro gloria e infine lo trasporta sul pinnacolo dei tempio e lo incita a darsi improvvisamente e miracolosamente in spettacolo all’ammirazione del popolo radunato ai piedi del tempio (confr. Matteo 4:1-11 e Luca 4:1-15). Lo scopo evidente di ognuna di queste tentazioni era d’indurre il Signore a deviare dalla posizione d’intera dipendenza in cui si trovava e dalla perfetta sottomissione alla volontà di Dio; ma tutto fu inutile. «Sta scritto»: tale fu la risposta invariabile del solo uomo dipendente, del solo uomo spoglio di se stesso, del solo uomo veramente perfetto. Altri potevano scegliere la loro propria via; ma la sua via era di fare soltanto la volontà di Dio (Ebrei 10:7). Quale esempio per il fedele, in ogni circostanza! Gesù si tenne fermamente stretto alla Scrittura e vinse; senz’altra arma che «la spada dello Spirito», sostenne la lotta e riportò un glorioso trionfo. Che contrasto tra Lui e il primo Adamo! Adamo possedeva il giardino con tutte le sue delizie; Gesù era in un deserto con tutte le sue privazioni; il primo mise la propria fiducia in Satana, il secondo confidò interamente in Dio; il primo fu completamente vinto, il secondo completamente vittorioso. Benedetto sia l’Iddio di ogni grazia che ha posto la nostra sorte fra le mani di Colui che è potente per vincere e potente per salvare!

          3.5 La coscienza

Vediamo ora fino a che punto Adamo ed Eva entrano nel godimento del privilegio che Satana aveva loro promesso. Questo esame metterà in luce un punto molto importante in rapporto con la caduta dell’uomo. L’Eterno Iddio aveva tutto disposto affinché nella caduta e per mezzo della caduta l’uomo acquistasse una cosa che non possedeva prima: una coscienza: la conoscenza del bene e del male. È evidente che prima della caduta l’uomo non poteva essere dotato di questa conoscenza. Non poteva avere alcuna idea del male, fintantoché il male non era presente per essere conosciuto: era in uno stato d’innocenza, cioè d’ignoranza del male. Nella caduta e per mezzo della caduta, l’uomo acquistò una coscienza; e vediamo che il primo effetto di questa coscienza fu di turbarlo, spaventarlo e renderlo vile. Satana aveva ingannato la donna. Le aveva detto: gli occhi vostri saranno aperti e sarete come Dio, avendo conoscenza del bene e del male, ma aveva omesso una parte importante della verità, cioè che avrebbero conosciuto il male senza poterlo evitare. E il tentativo fatto da Adamo ed Eva per innalzarsi sulla scala dell’esistenza morale non fece che privarli della vera elevazione; l’uomo divenne un essere degradato, debole, tormentato dalla paura, perseguitato dalla propria coscienza: uno schiavo di Satana. «I loro occhi furono aperti», ma solo per vedere la propria nudità, la loro triste condizione. Erano «infelici, miserabili, poveri, ciechi e nudi», triste frutto dell’albero della conoscenza! Adamo ed Eva non acquistarono alcuna conoscenza nuova della bontà di Dio, alcun nuovo raggio della luce divina; il primo risultato della loro disubbidienza e della ricerca della conoscenza, fu la scoperta che erano nudi.

È bene che comprendiamo questo; che sappiamo quale è l’azione della coscienza sull’anima che può solo fare di noi degli esseri timorosi, in quanto ci dà il sentimento di ciò che siamo. Molti sbagliano a questo riguardo e credono che la coscienza conduca a Dio. L’ha forse fatto nel caso di Adamo ed Eva? No di certo e non lo farà per nessun peccatore. E come potrebbe farlo? Come potrebbe condurmi a Dio nel sentimento di ciò che sono, se questo sentimento non è accompagnato dalla fede in ciò che Dio è? Il sentimento di ciò che sono produrrà onta, rimorso, angoscia; potrà determinare da parte mia certi sforzi per rimediare alla condizione che ormai conosco, ma questi sforzi stessi, invece di condurmi a Dio, me lo nasconderanno.

Così per Adamo ed Eva, la scoperta della loro nudità fu seguita da uno sforzo da parte loro per nasconderla. «Cucirono delle foglie di fico, e se ne fecero delle cinture» (vers. 7). Questa è la prima menzione d’un tentativo fatto dall’uomo per rimediare al suo stato con mezzi di sua propria invenzione. E se consideriamo attentamente questo fatto, ne ricaveremo una profonda istruzione sul vero carattere della religione dell’uomo in tutte le epoche. Prima di tutto vediamo che il primo sforzo dell’uomo per rimediare alla sua condizione proviene dal sentimento della sua nudità; è nudo incontestabilmente e tutte le sue opere sono il risultato di ciò che egli è; tutti i suoi sforzi non lo trarranno mai da questa condizione. Devo sapere di essere vestito prima di poter fare qualche cosa di accettevole a Dio, e in questo sta la differenza fra il vero cristianesimo e la religione dell’uomo. Il cristianesimo è fondato sul fatto che l’uomo è vestito, le religioni umane sul fatto che l’uomo è ignudo. Il cristianesima ha per punto di partenza ciò che costituisce lo scopo della religione umana. Tutto ciò che il vero cristiano fa, lo fa perché è vestito, perfettamente vestito; e tutto ciò che fa l’uomo naturale religioso, lo fa per essere vestito. La differenza è immensa.

Più esamineremo la natura della religione umana in tutte le sue fasi, meglio vedremo l’assoluta incapacità di essa a rimediare allo stato dell’uomo, e anche a soddisfare al sentimento che egli stesso ha del proprio stato. La religione dell’uomo può bastare per un tempo, può essere sufficiente fin tanto che la morte, il giudizio e la collera di Dio, sono considerati a distanza, se pur avviene che vi si pensi; ma quando si giunge a vedere in faccia queste terribili realtà, si realizza in verità che la religione dell’uomo è un letto troppo corto per distendervisi, una coperta troppo stretta per avvilupparsi.

Non appena Adamo udì la voce dell’Eterno Iddio nel giardino, «temette» perché, come egli stesso confessa, «era nudo»; nudo malgrado il vestito con cui si era coperto. Quel vestito non soddisfaceva nemmeno la sua coscienza, poiché se la sua coscienza fosse stata divinamente soddisfatta non avrebbe avuto paura. «Se il cuor nostro non ci condanna, noi abbiamo confidenza dinanzi a Dio» (1 Giov. 3:21). Ma se nemmeno la coscienza umana può trovare riposo negli sforzi della religione dell’uomo, quanto meno lo potrà la santità di Dio! La cintura di Adamo non poteva nasconderlo agli occhi di Dio, ed egli non poteva comparire nudo nella sua presenza; perciò fugge e sì nasconde. Ecco quel che fa la coscienza in ogni tempo; conduce l’uomo a nascondersi dalla presenza di Dio, e tutto ciò che la religione dell’uomo può dargli non è che una coperta per nasconderlo agli sguardi di Dio; un povero rifugio poiché l’uomo deve incontrare Iddio un giorno o l’altro, e se non possiede altro che il sentimento di ciò che egli è, non può essere che spaventato e terribilmente infelice.

In verità, manca solo l’inferno, per completare il tormento di chi, sapendo di doversi incontrare con Dio, non conosce che la propria incapacità di comparire alla sua presenza. Se Adamo avesse conosciuto il perfetto amore di Dio, non avrebbe temuto, poiché «Nell’amore non c’è paura; anzi, l’amore perfetto caccia via la paura, perché la paura implica apprensione di castigo, e chi ha paura non è perfetto nell’amore» (1 Giov. 4:18). Adamo non conosceva questo perché aveva creduto alla menzogna di Satana. Egli pensava che Dio fosse tutto fuorché amore; e perciò mai si sarebbe avventurato alla sua presenza. Ciò d’altronde era impossibile; Dio e il peccato non possono incontrarsi e fin tanto che vi è del peccato sulla coscienza, vi è la chiara sensazione di essere lontani da Dio. Dio «ha gli occhi troppo puri per sopportare la vista del male» (Abac. 1:13). Il peccato, ovunque si trovi, non può incontrare altro che la collera di Dio.

          3.6 «Dove sei?»
[La rivelazione di ciò che Dio è]

Ma non vi è soltanto la coscienza di ciò che io sono; vi è pure, sia ringraziato Dio, la rivelazione di ciò che Dio è; ed è la caduta dell’uomo che ha dato luogo a questa sublime rivelazione. Dio non aveva rivelato pienamente Se stesso nella creazione; aveva manifestato per mezzo di essa «la sua eterna potenza e divinità» (*) (Rom. 1:20), ma non aveva rivelato, nella loro profondità, tutti i segreti della sua natura e del suo carattere; perciò Satana sbagliò completamente ingerendosi nella creazione di Dio e divenne, egli stesso, strumento della sua propria rovina e della sua eterna confusione: «La sua malizia gli ritornerà sul capo, e la sua violenza gli scenderà sulla testa» (Salmo 7:16). La menzogna di Satana diede occasione alla piena manifestazione della verità riguardo a Dio. Il creato solo non avrebbe mai potuto manifestare ciò che Dio è. Vi era, in Dio, infinitamente più che saviezza e potenza; vi era amore, misericordia, santità, giustizia, bontà, tenerezza, longanimità. Dove avrebbero potuto manifestarsi tutte queste cose se non in un mondo di peccatori?

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(*) Un pensiero di profonda interesse suggerisce il confronto fra i termini «teiotes» e «teotes». In Romani 1:20 è «teiotes», divinità. In Colossesi 2:9 è «teotes», deità. I pagani potevano vedere qualche cosa di sovrumano e divino nella creazione; ma la deità pura, essenziale, incomprensibile, abitava corporalmente solo nella persone adorabile del Figliuolo.
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Dapprima Dio discese per creare; in seguito, dopo che Satana ebbe la presunzione di ingerirsi nel creato, Dio discese per salvare. È quello che ci rivelano le prime parole dell’Eterno Iddio dopo la caduta dell’uomo: «E l’Eterno Dio chiamò Adamo e gli disse: Dove sei?» (vers. 9). Questa domanda provava due cose: che l’uomo era perduto e che Dio era venuto a cercarlo; provava da una parte il peccato dell’uomo, e dall’altra la grazia di Dio. «Dove sei?» che fedeltà, che grazia meravigliosa in questa parola! Essa rivela la triste realtà della condizione dell’uomo caduto e il vero carattere di Dio e la sua disposizione verso di lui. L’uomo era perduto, ma Dio è disceso per cercarlo, per farlo uscire dal luogo dove si era nascosto fra gli alberi del giardino, e fargli trovare, nella beata fiducia della fede, un luogo di rifugio in Lui stesso. Questo era la grazia. Per creare l’uomo dalla polvere della terra bastava la potenza, ma per cercare l’uomo nel suo stato di perdizione ci voleva la grazia. Chi potrebbe esprimere tutto ciò che è racchiuso nell’idea di Dio che cerca un peccatore? Che cosa poteva aver visto nell’uomo l’Iddio beato per essere indotto a cercarlo? Ha visto in lui ciò che il pastore vedeva nella pecora smarrita, ciò che la donna vedeva nella dramma perduta, ciò che il padre del figliuol prodigo vedeva nel figliuolo (Luca 15). Il peccatore ha del valore agli occhi di Dio!

          3.7 L’uomo davanti a Dio

Ma come rispose il peccatore alla fedeltà e alla grazia dell’Iddio che lo chiamava a sè dicendogli «Dove sei?». Ahimè! la risposta di Adamo non fa che rivelare la profondità del male in cui era caduto. Ed egli rispose: «Ho udito la tua voce nel giardino e ho avuto paura perché ero ignudo e mi sono nascosto». E Dio disse: «Chi ti ha mostrato che eri ignudo? Hai tu mangiato del frutto dell’albero del quale io t’avevo comandato di non mangiare?». L’uomo rispose: «La donna che m’hai messo accanto, è lei che m’ha dato del frutto dell’albero e io ne ho mangiato». E l’Eterno Iddio disse alla donna: «Perché hai fatto questo»? E la donna rispose: «Il serpente mi ha sedotta ed io ne ho mangiato» (vers. 10-13). Vediamo così Adamo far ricadere la responsabilità della sua vergognosa caduta sulle circostanze in cui Dio l’aveva posto, e, indirettamente, su Dio stesso. È sempre avvenuto così dell’uomo scaduto: accusa tutti e tutto piuttosto che se stesso. L’anima veramente umile usa tutt’altro linguaggio e dice: «Son io che ho peccato, son io che ho agito iniquamente» (2 Sam. 24:17). Ma Adamo non conosceva né se stesso né Dio; perciò, invece di accusarsi, rigetta la colpa su Dio.

Tale era la terribile condizione dell’uomo. Aveva perso tutto: dominio, felicità, dignità, innocenza, purezza, pace e, peggio ancora, accusava Dio di essere la causa della sua miseria. (*) Era là, peccatore perduto e colpevole, eppure giustificava se stesso accusando Dio.

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(*) L’uomo non soltanto accusa Dio della sua caduta, ma addirittura rimprovera Dio di lasciarlo in un tale stato. C’è della gente che dice di non poter credere se Dio non lo accorda loro; anche, che non possono essere salvati se non sono gli oggetto degli eterni decreti di Dio. Indubbiamente, nessuno può credere all’Evangelo se non per la potenza dello Spirito Santo; ed è altrettanto vero che chi crede così all’Evangelo è il beato oggetto dei consigli eterni di Dio. Ma tutto ciò mette forse da parte la responsabilità dell’uomo di credere alla testimonianza chiara e semplice che la Scrittura pone dinanzi a lui? No, certamente; al contrario, tutto manifesta la malvagità del cuore dell’uomo che lo porta a rigettare la testimonianza di Dio, che è chiaramente rivelata, e ad addurre a pretesto, per giustificare questo rigettamento, il decreto di Dio, mistero profondo conosciuto da lui solo. Questa scusa non gioverà ad alcuno, perché è scritto in 2 Tess. 1:8-9 che «coloro che non ubbidiscono al Vangelo del nostro Signore Gesù... saranno puniti di eterna distruzione». Gli uomini hanno la responsabilità di credere all’Evangelo, e saranno puniti se non crederanno. Non saranno responsabili di conoscere ciò che, nei consigli di Dio, non è stato rivelato, e nessuno può essere considerato colpevole se è ignorante a questo riguardo. L’apostolo poteva dire ai Tessalonicesi: «Conoscendo, fratelli amati da Dio, la vostra elezione». E come la conosceva? Era forse perché aveva potuto leggere le pagine dei segreti di Dio e dei suoi eterni disegni? No, affatto! Ma «poiché il nostro Evangelo non vi è stato annunziato soltanto con parole ma anche con potenza» (1 Tess. 1:4-5). Ecco ciò che fa riconoscere gli eletti: l’Evangelo che è annunziato in potenza, prova evidente dell’elezione di Dio. Chi fa dei consigli di Dio un pretesto per rigettare la Sua testimonianza, non fa altro che cercare una miserabile giustificazione per continuare a vivere nel peccato. Infatti non si cura di Dio, e sarebbe più sincero se lo confessasse francamente piuttosto che addurre un tale pretesto.
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Ma proprio quando l’uomo fu giunto a questo punto Dio incominciò a rivelare Se stesso e a spiegare i disegni del suo amore redentore; in questo sta il vero fondamento della pace e della felicità dell’uomo. È solo quando l’uomo non ha più nessuna fiducia in se stesso che Dio può manifestare ciò che Egli è, e non prima. Bisogna che l’uomo sparisca completamente dalla scena con tutte le sue vane pretese, la sua vana gloria e i suoi ragionamenti blasfemi, prima che Dio possa o voglia rivelarsi. Così è per Adamo; mentre è nascosto tra gli alberi del giardino, Dio sviluppa il piano meraviglioso della redenzione per mezzo della progenie «ferita» della donna, e impariamo qui ciò che soltanto può condurre l’uomo a Dio in pace e sicurezza. Abbiamo già visto l’incapacità della coscienza a questo riguardo. La coscienza condusse Adamo dietro gli alberi del giardino. La rivelazione di Dio lo conduce nella sua presenza. La coscienza di ciò che egli era lo riempie di spavento; la rivelazione di ciò che Dio è lo traquillizza. Questo è davvero consolante per un cuore oppresso sotto il peso del peccato. La realtà di ciò che è Dio, è posta di fronte alla realtà di quel che io sono: in questo consiste la salvezza. Bisogna che Dio e l’uomo s’incontrino, sia in grazia, sia in giudizio, e li punto d’incontro si trova là dove Dio e l’uomo sono rivelati quali essi sono. Beati coloro che giungono a quel punto per la grazia; guai a quelli che dovranno incontrare Iddio in giudizio!

Iddio si occupa di noi e agisce a nostro riguardo secondo ciò che siamo; e le sue vie verso noi derivano da ciò che Egli è. Alla croce, Dio discende in grazia nelle profondità, non solo della nostra condizione negativa, ma della nostra condizione positiva, come peccatori; ed Egli ci dà, in tal modo, una pace perfetta. Se Dio è venuto a trovarmi nella vera posizione in cui mi trovo, ed ha preparato Lui stesso un rimedio che è all’altezza del male in cui sono immerso, tutto, per me, è per sempre regolato. Ma tutti quelli che non vedono così Dio nella croce, si incontreranno ben presto con Lui in giudizio, per essere trattati secondo ciò che Egli è, e secondo ciò che essi sono. Da quando un’anima è condotta a conoscere il suo vero stato, non ha riposo finché non ho trovato Dio alla croce, e allora può riposarsi in Lui.

Dio è il riposo e il rifugio dell’anima fedele; sia benedetto il suo santo Nome! Le opere e la giustizia dell’uomo sono così messe una volta per sempre al loro vero posto. Quelli che si riposano sulle loro opere e la loro giustizia, lo si può dire con certezza, non sono ancora giunti alla vera conoscenza di loro stessi; è assolutamente impossibile. Una coscienza risvegliata dalla potenza divina, non può trovare riposo altrove che nel perfetto sacrificio del Figliuolo di Dio. Tutti gli sforzi dell’uomo per stabilire la propria giustizia, provengono dall’ignoranza della giustizia di Dio. Adamo poteva imparare, nella dichiarazione riguardo alla progenie della donna, l’insufficienza della sua cintura di foglie. La grandezza dell’opera che doveva essere compiuta, metteva in evidenza l’impotenza dell’uomo per compierla.

— Bisognava che il peccato fosse tolto: l’uomo poteva forse compiere quest’opera? Certamente no, poiché è per mezzo suo che il peccato è entrato nel mondo. — Bisognava schiacciare il capo al serpente: l’uomo era forse capace? Certamente no, poiché era diventato lo schiavo di Satana. — Bisognava soddisfare alle esigenze di Dio: l’uomo poteva farlo? Non era possibile! Le aveva già calpestate. — Bisognava distruggere la morte: l’uomo ne aveva forse il potere? No, poiché egli stesso, per mezzo del peccato, l’aveva introdotta e le aveva dato il suo terribile «dardo». Così, da qualunque lato ci volgiamo vediamo la completa impotenza del peccatore, e, di conseguenza, la presuntuosa follia di quelli che pensano di poter aiutare Dio nell’opera prodigiosa della redenzione, di quelli che pensano di essere salvati altrimenti che «per la grazia, per la fede». Tuttavia, benché Adamo avesse veduto e, per grazia, fosse stato reso cosciente della propria impotenza per adempiere a tutto ciò che doveva essere fatto, Iddio gli rivelò che stava per compiere tutto Lui, per mezzo della progenie della donna. In una parola, Dio prende in mano tutta l’opera da farsi; liquida la questione fra il serpente e Se stesso; poiché, benché l’uomo e la donna dovessero, individualmente e in diverse maniere, raccogliere i frutti amari del loro peccato, tuttavia è al serpente che Dio dice: «Perché hai fatto questo?» (vers. 14). Il serpente fu la causa della caduta e della miseria dell’uomo, e la progenie della donna doveva essere la sorgente della redenzione.

Adamo udì e credette queste cose, e, nell’energia della sua fede, chiamò sua moglie «la madre di tutti i viventi» (vers. 20). Dal punto di vista della natura, Eva poteva essere chiamata «la madre di tutti quelli che muoiono», ma, per la rivelazione di Dio, la fede vedeva in essa la madre di tutti i viventi. Così pure Rachele morente pose nome a suo figlio Ben-Oni (figlio del mio dolore), ma suo padre lo chiamò Beniamino (figlio della mia destra) (Genesi 35:18).

Fu per l’energia della fede che Adamo sopportò le terribili conseguenze del suo peccato; e fu nella sua misericordia infinita che Dio gli concesse di udire quello che disse al serpente prima di parlare con lui. Se non fosse stato così, Adamo sarebbe caduto nella disperazione. Non vi è infatti per noi altro che la disperazione se siamo chiamati a considerare noi stessi, quali siamo, senza poter, nello stesso tempo, contemplare Dio quale Egli è, rivelato alla croce per la nostra salvezza. Nessun figliuolo d’Adamo può sopportare la realtà di ciò che è e di ciò che ha fatto, senza cadere nella disperazione, a meno che possa trovare il proprio rifugio alla croce. Perciò nessuna speranza può avvicinarsi al luogo in cui coloro che rigettano Cristo dovranno essere confinati. Là gli uomini avranno gli occhi aperti alla realtà di ciò che sono e di ciò che hanno fatto, senza aver la capacità né la possibilità di cercare sollievo e asilo in Dio. Allora ciò che Dio è significherà per loro perdizione senza speranza, così come ciò che Egli è implica, per il credente, salvezza eterna. La santità di Dio sarà allora eternamente contro di loro, come attualmente è motivo di gioia di tutti quelli che credono. Più realizziamo ora la santità di Dio, più realizziamo che siamo al sicuro; ma per i riprovati, questa santità stessa sarà la ratifica della loro eterna condanna!

          3.8 Le tuniche di pelle
[la giustizia di Dio]

Consideriamo ora brevemente la verità simboleggiata dalle tuniche con cui Iddio rivestì Adamo ed Eva. «E l’Eterno Iddio fece ad Adamo e alla sua moglie delle tuniche di pelle e li vestì». Abbiamo qui, in figura, la grande dottrina della giustizia di Dio. La tunica di cui Dio rivestì Adamo era un vero vestito, perché Dio stesso l’aveva preparato, mentre la cintura di foglie di fico era un abito inefficace e inutile perché era opera dell’uomo. Oltre a ciò, il vestito con cui Dio coprì la nudità dell’uomo aveva per origine la morte; il sangue d’una vittima era stato sparso. Non era così della cintura di Adamo.

Nello stesso modo, la giustizia di Dio è manifestata ora alla croce, mentre la giustizia dell’uomo si manifesta nelle opere delle sue mani, opere contaminate dal peccato. Vestito della sua tunica di pelle, Adamo non poteva dire come prima, sotto gli alberi del giardino, «ero nudo», e non sentiva più alcun bisogno di nascondersi. Il peccatore può essere perfettamente tranquillo, quando per fede sa che Iddio l’ha vestito; ma fino a quel momento, essere tranquillo non può essere che il risultato di presunzione o di ignoranza. Sapere che il vestito che porto e nel quale mi trovo davanti a Dio mi è stato preparato da lui stesso deve porre il mio cuore in un perfetto riposo. Non vi può essere riposo vero e permanente in nessun’altra cosa.

          3.9 Fuori del giardino

Gli ultimi versetti del nostro capitolo sono molto istruttivi.

L’uomo caduto non deve mangiare del frutto del l’albero della vita; ciò gli cagionerebbe una miseria senza fine in questo mondo. Mangiare di quel frutto e vivere eternamente nella nostra attuale condizione, sarebbe l’infelicità completa e totale. Non si può aver parte all’albero della vita se non in risurrezione. Vivere per sempre in una fragile tenda, in un corpo di peccato e di morte, sarebbe insopportabile. Perciò «l’Eterno Iddio mandò via l’uomo dal giardino di Eden», lo scacciò in un mondo che, ovunque, presentava alla sua vista i tristi risultati della sua caduta. I cherubini colla spada fiammeggiante erano là per impedire all’uomo caduto l’accesso all’albero della vita mentre la rivelazione di Dio gli mostrava la morte e la risurrezione nella progenie della donna come sorgente di vita per lui, d’una vita al di fuori della potenza della morte. In tal modo Adamo era più felice e al sicuro fuori del paradiso, che non nel paradiso stesso, poiché, se fosse rimasto nell’Eden, la sua vita sarebbe dipesa da lui, mentre fuori del giardino, la sua vita dipendeva da un altro, dal Cristo promesso, progenie della donna; e quando lo sguardo di Adamo incontrava i cherubini e la spada fiammeggiante, egli poteva benedire la mano che li aveva posti là, poiché la stessa mano gli aveva aperto una via, più sicura e più felice verso quell’albero.

Se i cherubini e la spada fiammeggiante hanno chiuso la via del paradiso, il Signore Gesù ha aperto «una via recente e vivente» che conduce al Padre, nel luogo santissimo. Gesù disse «Io sono la via, la verità e la vita, nessuno viene al Padre se non per mezzo di me» (confr.: Giov. 14:6; Ebrei 10:20). È nella conoscenza di queste cose che il credente cammina ora attraverso un mondo maledetto, dove le conseguenze del peccato sono ovunque visibili, avendo trovato, per fede, la via che conduce nel seno del Padre; e mentre può riposarsi quivi in segreto, è rallegrato dalla beata certezza che il suo Salvatore è andato a preparargli un posto nella casa del Padre, da dove presto tornerà per prenderlo e introdurlo con Se nella gloria del regno del Padre suo. Così il credente trova fin d’ora nel seno, nella casa e nel regno del Padre, la sua parte, la sua dimora futura e la sua gloriosa ricompensa.


      4. Capitolo 4: Caino e Abele

          4.1 L’uomo religioso e l’uomo di fede

Man mano che una nuova sezione del libro della Genesi si apre davanti a noi, ci sono date nuove prove che stiamo percorrendo, come in «embrione», tutta la storia dell’uomo.

Caino e Abele ci presentano i primi tipi dell’uomo religioso del mondo e del vero credente. Nati tutti e due fuori del paradiso, figli di un Adamo caduto, non avevano nulla, nella loro natura, che potesse stabilire una differenza essenziale fra loro. Tutti e due erano peccatori, tutti e due avevano una natura scaduta; né l’uno né l’altro erano innocenti. È importante discernere bene questo punto per poter anche discernere ciò che sono la grazia divina e la fede. Se la differenza fra Caino e Abele fosse dipesa dalla loro natura, ciò significherebbe che essi non condividevano la natura scaduta del padre loro e non partecipavano alle conseguenze della caduta sua: per cui l’azione della grazia non avrebbe avuto motivo di spiegarsi in loro e neanche l’esercizio della fede.

Si è voluto dire che l’uomo nasce con delle qualità e delle capacità che, ben adoperate e sviluppate, lo metterebbero nella condizione di potersi aprire una via verso Dio. Ma la Scrittura ci insegna che Caino e Abele erano nati non dentro il paradiso, ma fuori: erano figli non di Adamo innocente, ma di Adamo caduto. Sono entrati nel mondo partecipi della natura del loro padre, e sotto qualsiasi apparenza questa natura si fosse manifestata, era sempre la natura scaduta e peccatrice. Ciò che è nato dalla carne non solo è carnale, ma «è carne»; e ciò che è nato dallo Spirito non solo è spirituale, ma «è spirito» (Giov. 3:6).

Nessuna epoca diede mai occasione più favorevole per la manifestazione delle qualità, delle capacità, delle risorse e delle tendenze distintive della natura umana, quanto i tempi di Caino e di Abele. Se, per natura, l’uomo avesse posseduto qualcosa che gli avesse fatto ricuperare l’innocenza perduta e l’avesse ricondotto nel paradiso, aveva allora l’occasione di darne la prova: ma Caino e Abele erano perduti; erano «carne»; non erano innocenti, poiché Adamo perdette la sua innocenza e non la ricuperò mai più. Adamo non era che il capo scaduto di una razza scaduta; «per la disubbidienza di un solo uomo molti sono stati costituiti peccatori» (Rom. 5:19). Adamo divenne, per ciò che lo riguarda personalmente, la sorgente corrotta di una umanità scaduta, colpevole e corrotta, il tronco morto di tutti i rami di una umanità moralmente e spiritualmente morta. È vero, come l’abbiamo visto prima, che Adamo divenne un oggetto della grazia e dimostrò una fede vivente in un Salvatore promesso; ma questa fede non era attinente alla sua natura. Non era nemmeno in potere della natura il comunicarla; non era per nulla ereditaria; ma era in lui il frutto dell’amore divino, era stata impiantata in lui dalla potenza divina. Adamo poteva comunicare, secondo le vie naturali, tutto ciò che era naturale ma nulla di più. E poiché come padre era un uomo scaduto, suo figlio non poteva essere in uno stato diverso, e partecipava necessariamente alla natura di suo padre. Quale è colui che genera, tali sono coloro che sono generati da lui (parag. 1 Giov. 5:1). Quale il terreno, tali sono anche i terreni (1 Cor. 15:48).

          4.2 Adamo e Cristo, due capostipiti della razza

È importantissimo comprendere la dottrina dei due capostipiti della razza. Se il lettore vuoi soffermarsi un momento su Rom. 5:12-21 vedrà che l’apostolo ispirato considera l’intera razza umana sotto due capi. Non intendo fermarmi su quel passo, ma soltanto riferirmi ad esso a proposito dell’argomento in corso. Il cap. 15 della 1 epist. ai Corinzi ci presenta delle istruzioni analoghe nei versetti 44 e seguenti. Nel primo uomo abbiamo davanti a noi il peccato, la disubbidienza e la morte; nel secondo uomo abbiamo la giustizia, l’obbedienza e la vita. Come ereditiamo per nascita la natura del primo, così ereditiamo con la nuova nascita la natura del secondo. Senza dubbio, ognuna di queste nature spiegherà e manifesterà, in ogni individuo e in ogni caso particolare, le forze e le facoltà che le sono proprie; tuttavia vi è il vero possesso d’una natura reale e positiva. Ora, come per nascita secondo la carne ereditiamo la natura del primo uomo, nello stesso modo, con la nuova nascita, ereditiamo la natura del secondo uomo. Il neonato, benché incapace di compiere l’atto che ridusse Adamo allo stato di creatura scaduta, non è per questo meno partecipe della natura d’Adamo; ne è lo stesso dell’uomo nato da Dio. L’anima rigenerata, benché del tutto estranea all’adempimento della perfetta opera d’obbedienza dell’«Uomo Cristo Gesù», non è per questo meno partecipe della sua natura. Senza dubbio, il peccato del primo uomo non si è fermato su Adamo solo, ma è passato a tutta la sua progenie; così la giustizia non si è fermata sul secondo uomo, ma è abbondata sopra molti. Comunque, vi è una partecipazione vera e attuale a una natura reale qualunque ne siano i caratteri. La prima natura è secondo la volontà dell’uomo (Giov. 1:13); la seconda natura è secondo la volontà di Dio come Giacomo pure ci dice: «Egli ci ha, di sua volontà, generati mediante la parola di verità» (epist. Giacomo 1:18).

          4.3 Due sacrifici

Risulta, da tutto ciò che abbiamo detto, che per natura e per le circostanze nelle quali viveva, Abele non era diverso da suo fratello Caino: a questo riguardo, «non v’è distinzione» (Rom. 3:22): eppure differivano l’uno dall’altro e questa differenza consisteva soltanto nei loro sacrifici. Ciò rende molto semplice l’insegnamento che Iddio vuol far trovare qui per ogni peccatore convinto di peccato e per chiunque sente realmente che non soltanto partecipa alla natura scaduta del primo uomo, ma che egli stesso è peccatore. La storia di Abele ci insegna infatti per quale via un peccatore può avvicinarsi a Dio, e su quale fondamento può stare nella sua presenza e aver comunione con Lui; ci insegna chiaramente che ciò non può avvenire che al di fuori di se stesso; è nella persona e nell’opera di un altro che egli deve cercare il vero ed eterno fondamento della sua relazione col giusto, santo e solo vero Dio. Il cap. 11 dell’epistola agli Ebrei sviluppa questo soggetto nel modo più chiaro possibile. «Per fede Abele offerse a Dio un sacrificio più eccellente di quello di Caino; per mezzo di esso, gli fu resa testimonianza ch’egli era giusto, quando Dio attestò di gradire le sue offerte; e per mezzo d’esso, benché morto, egli parla ancora». Non è di Abele che si tratta qui, ma del suo sacrificio; non è della persona che apportava l’offerta, ma dell’offerta stessa; ed è riguardo all’offerta che vi è una grande differenza fra Caino e Abele. Il mio lettore non potrà essere mai troppo penetrato dell’importanza di questo punto, poiché tutta la verità che concerne la posizione di un peccatore davanti a Dio è qui racchiusa.

          4.4 Il sacrificio di Caino

Vediamo quali erano le offerte: «E avvenne di lì a qualche tempo, che Caino fece una offerta di frutti della terra all’Eterno; e Abele offerse anch’egli dei primogeniti del suo gregge e del loro grasso. E l’Eterno guardò con favore Abele e la sua offerta, ma non guardò con favore Caino e l’offerta sua» (Gen. 4:3-5). Caino offerse all’Eterno i frutti di una terra maledetta, e li offerse senza effusione di sangue per togliere la maledizione; offerse un «sacrificio incruento» perché non aveva la fede. Se avesse avuto la fede, questo principio divino gli avrebbe insegnato, anche in quei primi giorni della storia dell’uomo decaduto, che «senza spargimento di sangue non c’è remissione» (Ebrei 9:22). È questa una verità di somma importanza. «Il salario del peccato è la morte». Caino era peccatore, e come tale la morte lo separava da Dio. Ma nella sua offerta, Caino non ne tiene alcun conto; non offre il sacrificio di una vita per soddisfare alle esigenze della santità divina e rispondere alla sua condizione di peccatore. Agisce verso Dio come se Dio fosse simile a lui e come se Dio potesse accettare il frutto contaminato di una terra maledetta. Il sacrificio «non cruento» di Caino implica tutto ciò e molto di più ancora. La ragione dirà senza dubbio: «ma quale sacrificio più accettevole potrebbe offrire l’uomo di quello acquistato col proprio lavoro e col sudore della propria fronte?». Infatti la ragione e anche lo spirito religioso dell’uomo naturale possono pensare così; ma Dio la pensa diversamente, e la fede si accorda sempre con i pensieri di Dio. Dio insegna, e la fede lo crede, che è necessario il sacrificio di una vita perché l’uomo possa avvicinarsi a Dio. Così, quando consideriamo il ministerio del Signore Gesù, ben presto vediamo che se egli non fosse morto sulla croce, tutto il suo servizio sarebbe stato inutile per stabilire le nostre relazioni con Dio. Gesù è andato di luogo in luogo facendo del bene durante tutta la sua vita, questo è vero; ma solo la sua morte poteva strappare la cortina (Matteo 27:51) e nessun’altra cosa avrebbe potuto farlo. Se Gesù avesse continuato ad andare di luogo in luogo facendo il bene fino ad oggi, la cortina sarebbe rimasta intatta per precludere all’adoratore l’accesso al «luogo santissimo», cioè alla presenza immediata di Dio.

Vediamo in tal modo come era falso il fondamento sul quale Caino si presentava davanti a Dio come adoratore e sacerdote: un peccatore non perdonato che si presenta davanti all’Eterno per porgergli un sacrificio «non cruento» non poteva essere considerato che come un peccatore colpevole d’una presunzione inconcepibile. Senza dubbio, la sua offerta era il frutto del suo penoso lavoro; ma che importa? Il lavoro di un peccatore poteva forse togliere la maledizione del peccato e farne sparire la contaminazione? Poteva soddisfare alle esigenze di un Dio infinitamente santo? Poteva fornire al peccatore quello che gli era necessario per essere ricevuto da Dio? Poteva annullare il castigo dovuto al peccato? Poteva togliere alla morte il suo dardo e al sepolcro la sua vittoria? Poteva forse fare questo del tutto o anche in parte? — No, poiché «senza spargimento di sangue, non vi è remissione di peccato». Il sacrificio non cruento di Caino, come qualsiasi sacrificio non cruento, era non solo senza valore, ma addirittura abominevole agli occhi di Dio; dimostrava inoltre l’ignoranza completa di Caino riguardo al carattere di Dio. «Dio non è servito da mani d’uomini, come se avesse bisogno di alcuna cosa» (Atti 17:25). Caino pensava che ci si potesse avvicinare a Dio in questa maniera; ed ogni uomo che non ha altro che una religione umana, pensa lo stesso. Di secolo in secolo Caino ha avuto delle migliaia di discepoli. Il culto di Caino è sempre abbondato nel mondo: è il culto di ogni anima inconvertita; è il culto che mantengono tutti i falsi sistemi di religione che esistono sotto il sole.

L’uomo sarebbe felice di fare di Dio il proprio debitore, ma Dio vuole misericordia e non sacrificio, «poiché, più felice cosa è il dare che il ricevere» (Atti 20:35) e per certo, il primo posto in questo, come in tutto, appartiene a Dio, e, «senza contraddizione, l’inferiore è benedetto dal superiore» (Ebrei 7:7). «Chi gli ha dato per primo?» (Romani 11:35). Iddio accetta la più piccola offerta d’un cuore che ha imparato a dire come Davide: «tutto viene da Te e noi t’abbiam dato quello che dalla tua mano abbiamo ricevuto» (1 Cronache 29:14). Ma dal momento che l’uomo ha la pretesa di essere «primo donatore», Dio risponde: «Se avessi fame, non te lo direi» (Salmo 50:12) poiché «Dio non è servito dalle mani degli uomini, come se avesse bisogno di qualche cosa, Egli che dà a tutti la vita, il fiato ed ogni cosa» (Atti 17:25). Il gran Donatore di «ogni cosa» non può e «aver bisogno d’alcuna cosa». La lode è tutto quello che possiamo offrire a Dio, e non possiamo offrirgliela se non in rapporto a quanto comprendiamo che i nostri peccati sono stati cancellati; e questo ancora lo sappiamo solo per la fede nella virtù d’una espiazione compiuta.

          4.5 Il sacrificio di Abele

Dal sacrificio di Caino passiamo ora a quello di Abele. «E Abele offerse anch’egli dei primogeniti del suo gregge e dei loro grasso» (vers. 4). In altri termini, egli afferrò, per fede, la gloriosa verità che l’uomo può avvicinarsi a Dio per mezzo d’un sacrificio, che il peccatore può porre la morte di un altro fra se stesso e le conseguenze del suo peccato: che può soddisfare alle esigenze della natura di Dio e agli attributi del suo carattere, per mezzo del sangue d’una vittima senza macchia, d’una vittima offerta per rispondere sia a quello che Dio domanda, sia ai profondi bisogni del peccatore. Questa è, in riassunto, la dottrina della croce. Ogni uomo divinamente convinto di peccato, sente che la morte e il giudizio sono la giusta ricompensa dei suoi misfatti (ved. Luca 23:41) e che non è in suo potere, qualunque cosa faccia, di cambiare questo destino. Può lavorare ed affaticarsi; può, col sudore della sua fronte, procurarsi una offerta; può fare voti e prendere buone risoluzioni, cambiare il suo modo di vivere, riformare il suo carattere; può essere morale, retto e, secondo il significato umano della parola, religioso; può, senza aver la fede, pregare, leggere la Parola di Dio o udire sermoni; fare tutto ciò che rientra nel dominio della capacità dell’uomo e, malgrado ciò, non aver davanti a sè che la morte e il giudizio, senza alcuna capacità per dileguare le dense nubi che oscurano il suo orizzonte. Esse sono là, e lungi dal poterle allontanare per mezzo delle sue opere, vive nell’anticipazione continua del momento in cui la tempesta scoppierà sul suo capo colpevole.

È impossibile che un peccatore si trasporti dall’altro lato della «morte e del giudizio», nella vita e nella gloria per mezzo delle sue proprie opere; opere ch’egli compie in vista di prepararsi, se possibile ad incontrare queste spaventevoli realtà che gli stanno davanti. Ma è proprio quando il peccatore è giunto a questo punto, che gli è presentata la croce: essa gli fa vedere che Dio ha provveduto a tutto quello che necessitava alla sua colpevolezza e alla sua miseria. Alla croce, il peccatore può vedere la morte e il giudizio cedere il posto alla vita e alla gloria. Cristo ha fatto sparire dalla scena la morte e il giudizio, per quello che concerne il vero credente e ha sostituito ad essi, la vita, la giustizia e la gloria. «Egli ha distrutto la morte ed ha prodotto in luce, la vita e l’immortalità mediante l’evangelo» (2 Tim. 1:10). Egli ha glorificato Dio togliendo quello che ci avrebbe tenuto per sempre lontani dalla sua santa e beata presenza: «Ha annullato il peccato col suo sacrificio» (Ebrei 9:26).

Tutto ciò è rappresentato in figura dal «più eccellente sacrificio» di Abele. Abele non tenta di annullare la verità della sua posizione di peccatore, non cerca di spostare la spada fiammeggiante e di forzare la via all’albero della vita; non presenta presuntuosamente un sacrificio «non cruento» e nemmeno presenta all’Eterno i frutti d’una terra maledetta; prende il posto che si addice ad un peccatore e, come tale, pone la morte d’una vittima fra sè e i propri peccati e fra i suoi peccati e la santità di un Dio che odia il peccato. Abele meritava la morte e il giudizio, ma trova un sostituto.

È lo stesso per un povero peccatore accusato e condannato dalla propria coscienza. Cristo è il suo sostituto, il suo riscatto, il suo «più eccellente sacrificio», il suo «tutto». Come Abele, sente che il frutto della terra non potrà mai essergli di alcun profitto; sente che, se anche presentasse a Dio i più bei frutti della terra, la sua coscienza rimarrebbe sempre contaminata dal peccato, visto che «senza spargimento di sangue, non v’è remissione di peccato». È solo il perfetto sacrificio del Figlio di Dio che può mettere il cuore e la coscienza a loro agio, e tutti quelli che per la fede afferrano questa divina realtà, godranno d’una pace che il mondo non può né dare né togliere. È la fede che fin d’ora mette l’anima in possesso di questa pace.

          4.6 La fede e i sentimenti

«Giustificati dunque per fede, abbiam pace con Dio per mezzo di Gesù Cristo, nostro Signore» (Rom. 5:1). «Per fede, Abele offerse a Dio un sacrificio più eccellente di quello di Caino». Qui non è questione di sentimento, come molti pensano, ma di fede in un fatto compiuto, di fede prodotta nell’anima di un peccatore per la potenza dello Spirito Santo.

Questa fede è tutt’altra cosa che un sentimento del cuore o una adesione dell’intelligenza. Il sentimento non è fede e l’adesione dell’intelligenza neppure; checché se ne dica, la fede non è cosa d’un giorno, e che il giorno dopo può non esservi più: è un principio imperituro che emana da una sorgente eterna, cioè da Dio stesso. Essa afferra la verità di Dio e pone l’anima nella sua presenza. Ciò che è solo sentimento non può mai elevarsi al di sopra della propria sorgente, e questa sorgente è l’io; ma la fede ha Dio e la Parola eterna per oggetti; è un legame vivente che unisce il cuore che la possiede a Dio che la dà. I sentimenti umani, per quanto intensi e raffinati, non possono mai unire l’anima a Dio. Non sono né divini né eterni, ma umani e passeggeri; sono come il ricino di Giona, che crebbe in una notte e in una notte seccò. La fede non è così; è un principio che partecipa a tutto il valore, a tutta la potenza e la realtà della sorgente da cui emana e dell’oggetto sul quale agisce. Per la fede, l’uomo è giustificato (Rom. 5:1). Essa purifica il cuore (Atti 15:9), opera per mezzo dell’amore (Gal. 5:6), vince il mondo (1 Giov. 5:4). Il sentimento appartiene alla natura e alla terra, la fede è di Dio e del cielo; il sentimento si occupa dell’io e delle cose di quaggiù; la fede si occupa di Cristo e porta gli sguardi sulle cose del cielo; il sentimento lascia l’anima nell’oscurità e nel dubbio, e la occupa del suo proprio stato; la fede introduce l’anima nella luce e nel riposo e la occupa della verità immutabile di Dio e del sacrificio di Cristo. La fede senza dubbio produce dei sentimenti e dei pensieri, dei sentimenti spirituali e dei pensieri veri, ma non bisogna mai confondere i frutti della fede con la fede stessa. Non sono giustificato per mezzo dei miei sentimenti e nemmeno per la fede e i sentimenti insieme; ma unicamente per la fede. Perché? — Perché la fede crede e tiene per vero quello che Dio dice e afferra Dio come si è rivelato nella persona e nell’opera del Signore Gesù Cristo. In questo sono la vita, la giustizia e la pace. Conoscere Dio quale Egli è, è la somma di ogni felicità presente ed eterna.

L’anima che ha trovato Dio ha trovato tutto ciò di cui potrà aver bisogno nel presente e nell’avvenire; ma Dio non può essere conosciuto che per mezzo della sua rivelazione e della fede che egli comunica e che ha sempre la rivelazione divina per oggetto.

Così possiamo comprendere, in una certa misura, la forza e il significato di queste parole: «Per fede Abele offerse un sacrificio più eccellente che Caino». Caino non aveva la fede; quindi offerse un sacrificio non cruento. Abele aveva la fede, perciò offerse «il sangue e il grasso» che in figura rappresentava l’offerta della vita di Cristo e l’eccellenza inerente alla sua persona. Il sangue rappresentava la vita; «il grasso», l’eccellenza della persona, perciò la legge mosaica proibiva di mangiare il sangue e il grasso. Il sangue è la vita; tuttavia il capitolo 6 dell’evangelo di Giovanni ci insegna che se non beviamo il sangue del Figliuolo dell’uomo non abbiamo la vita in noi stessi.

Cristo è la vita; non esiste una scintilla di vita al di fuori di Lui; fuori di Cristo, tutto è morte. «In Lui era la vita» e in nessun altro. Alla croce, egli lasciò la sua vita; ed è a questa vita che, per imputazione, il peccato è stato legato, allorquando Gesù fu inchiodato sul legno maledetto. Così, lasciando la sua vita, Cristo lasciò con essa il peccato che le era unito e, in tal modo, ha effettivamente tolto il peccato, avendola lasciato nella tomba; da essa poi è uscito trionfante, nella potenza d’una nuova vita, alla quale la giustizia si riallaccia in modo tanto efficace quanto il peccato era annesso all’altra vita lasciata alla croce. «La vita della carne è nel sangue: per questo vi ho ordinato di porlo sull’altare per far l’espiazione per le vostre persone» (Levitico 17:11). Tutto questo merita la nostra più seria attenzione, e rende più profondo nelle nostre anime la coscienza che la morte di Cristo ha perfettamente e completamente tolto il peccato. Tutto quello che rende più profonda l’intelligenza e il sentimento che abbiamo di questa gloriosa realtà, racchiude necessariamente la nostra pace e ci rende capaci di propagare più efficacemente la gloria di Cristo, per quanto questa gloria è legata alla nostra testimonianza e al nostro servizio.

          4.7 Il valore del sacrificio stesso
[identificazione del uomo con la sua offerta]

La storia di Caino e d’Abele, mette in rilievo un punto molto importante, che abbiamo già toccato prima, cioè l’identificazione di questi due uomini con l’offerta che presentano. Per l’uno come per l’altro, era il carattere dell’offerta, e non la persona di colui che offriva, che era considerato. Perciò leggiamo di Abele, che Dio rese testimonianza alla sua offerta. Dio non rese testimonianza ad Abele, ma al suo sacrificio; e per mezzo di questo sacrificio Abele ricevette la testimonianza di essere giusto (Ebrei 11:4). Questo dimostra chiaramente quale è il vero fondamento della pace del credente e della sua accettazione davanti a Dio. Vi è nel nostro cuore una tendenza continua a fare dipendere la nostra pace e la nostra accettazione da qualche cosa che sia in noi o che viene da noi, benché ammettiamo che questo «qualche cosa» sia un frutto dello Spirito Santo. Da ciò il nostro continuo guardare in noi, mentre lo Spirito Santo vorrebbe sempre farci guardare fuori di noi. La posizione del credente non dipende da ciò che egli è, ma da ciò che Cristo è. Essendosi avvicinato a Dio «nel nome di Gesù» è identificato con lui e accettato nel suo nome, e non può essere rigettato, come non può esserlo Gesù nel nome del quale egli si è avvicinato a Dio. Prima di poter toccare anche il più debole dei credenti, bisogna aver a che fare con Cristo stesso, di modo che la sicurezza del credente posa su un fondamento irremovibile. Povero indegno peccatore quanto a se stesso, il credente s’è avvicinato a Dio nel nome di Cristo; è stato identificato con Cristo, accettato in Lui e come Lui, e associato a Lui nella sua vita. Dio rende testimonianza non al credente, ma al suo dono, e il suo dono è Cristo. Che pace, che perfetta consolazione! È nostro privilegio ora poter rimandare ogni fiducia della fede, ogni accusa ed ogni accusatore a Cristo e alla espiazione compiuta da Lui. Tutto, per noi, deriva da lui. Possiamo gloriarci in Lui continuamente. Non abbiamo nessuna fiducia in noi stessi, ma in Colui che ha compiuto ogni cosa per noi. Ci attacchiamo al Suo Nome, confidiamo nella sua opera, contempliamo la sua persona e aspettiamo la sua venuta.

          4.8 L’omicida

Ma il cuore carnale manifesta ben presto tutta la inimicizia contro quest’ordine di verità che rallegra e soddisfa il cuore del fedele. Caino ne è l’esempio: «E Caino ne fu molto irritato, e il suo viso ne fu abbattuto». Ciò che riempie Abele di pace, riempie Caino di sdegno. Incredulo, sprezza il solo mezzo per il quale un peccatore può avvicinarsi a Dio. Invece di offrire il sangue senza il quale non vi è remissione, offre a Dio il frutto delle sue opere; poi non vedendosi gradito nei suoi peccati, mentre Abele è ricevuto grazie alla sua offerta, «è molto irritato e il suo volto ne fu abbattuto». Eppure, come poteva essere altrimenti? Dio non poteva riceverlo con i suoi peccati, e non volendo egli portare il sangue, che solo poteva farne l’espiazione, è stato respinto, ed essendo respinto, dà a conoscere, per mezzo delle sue opere, i frutti d’una religione corrotta. Egli perseguita ed uccide il testimone fedele, l’uomo gradito e giustificato, l’uomo di fede e diviene così il modello e il precursore di tutti quelli che in tutti i tempi hanno fatto una falsa professione di pietà.

In ogni tempo e in ogni luogo, l’uomo si è dimostrato più disposto a perseguitare il suo simile per i principi religiosi che per ogni altra ragione: così fu per Caino. La giustificazione piena, perfetta, senza riserva, che si ha per mezzo della fede sola, fa di Dio tutto e dell’uomo nulla. Ma all’uomo non piace essere tenuto per nulla, se ne irrita, e il suo viso ne è abbattuto: non già che abbia qualche ragione di irritarsi poiché, come abbiamo visto, non era questione dell’uomo in se stesso, ma del principio sul quale l’uomo si presentava a Dio. Se Dio avesse ricevuto Abele in virtù di qualche cosa che fosse inerente alla sua persona, Caino avrebbe avuto ragione di irritarsi ed essere sdegnato; ma dal momento che Abele era ricevuto a causa della sua offerta, e non fu a lui ma ai suoi doni che il Signore rendeva testimonianza, la collera di Caino era totalmente priva di fondamento. È ciò che dimostra la parola del Signore a Caino: «Se fai bene, non sarai tu gradito?». Questo «se fai bene» si riferisce all’offerta. Abele fece bene, cercando riparo dietro un sacrificio accettevole a Dio; Caino fece male offrendo un sacrificio non cruento; e tutta la sua ulteriore condotta non fu che la conseguenza naturale del suo falso culto.

«E Caino disse ad Abele suo fratello: Usciamo fuori ai campi. Ed avvenne che, quando furono nei campi Caino si levò contro Abele suo fratello e l’uccise» (vers. 8). In ogni tempo i Caino hanno perseguitato e ucciso gli Abele. In tutti i tempi, l’uomo e la sua religione sono gli stessi, come pure la fede e la religione della fede. E ovunque la religione dell’uomo e la religione della fede si incontrano, vi è lotta. Il crimine di Caino, come l’abbiamo notato, non era che la conseguenza naturale del suo falso culto: il fondamento di questo culto era cattivo, e tutto ciò che era edificato sopra, era anche cattivo. Caino non si fermò all’omicidio di Abele; avendo udito il giudizio che Dio pronunciò su di lui, disperando di essere perdonato, perché non conosceva Dio, «si partì dal cospetto dell’Eterno» (vers. 16).

          4.9 Caino e la sua discendenza

Poi Caino edificò una città e diede origine a una famiglia in cui si coltivavano le arti e le scienze: agricoltori, musicisti, lavoratori in metalli. Non conoscendo il carattere di Dio, Caino giudicava che il suo peccato fosse troppo grande per essere perdonato; non che ne conoscesse veramente la gravità: non conosceva Dio! Il pensiero stesso di Caino riguardo a Dio è uno dei frutti spaventevoli della caduta. Non si preoccupa di essere perdonato perché non si preoccupa di Dio. Non conosce la sua vera condizione e non desidera affatto di avere a che fare con Dio, non ha nessuna vera intelligenza del principio in virtù del quale un peccatore può avvicinarsi a Lui. È radicalmente corrotto, fondamentalmente malvagio; e tutto quello che desidera è di uscire dalla presenza del Signore e di perdersi nel mondo e nelle sue imprese; pensa di poter vivere benissimo senza Dio, perciò si accinge ad abbellire il mondo meglio che può per stabilirvisi onorabilmente e rendersi rispettabile, benché agli occhi di Dio fosse sotto maledizione, fuggiasco e vagabondo.

Tale era «la via di Caino», quella via larga nella quale migliaia di persone si incamminano oggi. Non voglio dire che queste persone siano sprovviste di ogni sentimento religioso; credono anzi giusto presentare a Dio il frutto del loro lavoro, ma non conoscono né loro stessi né Dio; e cosi fanno diligenti sforzi per migliorare il mondo, rendere la vita piacevole, ornarla con ogni sorta di mezzi. Il divino mezzo di purificazione è rigettato e lo sforzo dell’uomo per migliorare il mondo lo sostituisce. Questa è veramente «la via di Caino» (ved. Giuda 11).

Come ai giorni di Caino i suoni piacevoli degli strumenti musicali impedivano che il grido del sangue di Abele si facesse udire all’uomo, nello stesso modo oggi altri suoni incantatori soffocano la voce del sangue del Calvario e altri oggetti, che non un Cristo crocifisso, attirano gli sguardi. L’uomo impegna tutte le risorse del suo genio per fare di questo mondo una serra nella quale si sviluppano tutti i frutti che la carne desidera con tanto ardore. E a questo aggiunge molta «pretesa» religiosa, poiché si è costretti a riconoscere che molto di ciò che va sotto il nome di religione, non è che uno degli elementi della grande macchina che è stata costruita per la comodità e l’esaltazione dell’uomo. All’uomo non piace essere senza religione; non sarebbe onorevole, e perciò consacra alla religione un giorno alla settimana, o almeno alcune ore; professa di dedicare del tempo ai suoi interessi eterni, per dare poi tutto il resto ai suoi interessi temporali; ma, che lavori per il tempo o per l’eternità, in realtà lavora sempre per se stesso.

Tale è «la via di Caino». Ponderate bene questo, lettore, e vedrete dove incomincia, dove tende e dove finisce una tale vita! Quanto è diversa dalla via dell’uomo di fede! Abele sente e riconosce la maledizione, vede la contaminazione del peccato e, nell’energia della sua fede, offre un sacrificio che risponde a tutto ciò e vi risponde perfettamente. Egli cerca e trova un rifugio in Dio stesso e, invece di edificare una città sulla terra, non vi trova che un sepolcro. La terra che alla superfice manifestava l’inventiva e l’energia di Caino e delle sua famiglia, era contaminata dal sangue d’un giusto. Possano ricordarsene l’uomo del mondo, il cristiano mondano e anche l’uomo di Dio: la terra sulla quale camminiamo è macchiata dal sangue del Figliuolo di Dio! Questo sangue giustifica la Chiesa, ma condanna il mondo; solo l’occhio della fede discerne, sotto le belle apparenze e lo splendore di questo effimero mondo, le tetre ombre della croce di Cristo. «La figura di questo mondo passa» (1 Cor 7: 31). La via di Caino sarà seguita «dai traviamenti di Balaam», nella sua forma completa, poi verrà «la ribellione di Core» e, dopo, l’abisso aprirà le sue fauci per ricevere i malvagi e rinchiuderli per sempre «nella caligine delle tenebre in eterno» (Giuda 11-13).


      5. Capitolo 5: Le generazioni di Set a Noè

          5.1 La vita e la morte — la morte e la vita

A piena conferma di ciò che abbiamo detto prima, diamo uno sguardo sul contenuto del capitolo 5 che ci trasmette l’umiliante testimonianza della debolezza umana e del suo assoggettamento al potere della morte. L’uomo infatti può vivere per secoli e generare figliuoli e figliuole; ma alla fine deve pur essere detto di lui: «poi morì». «La morte regnò da Adamo fino a Mosè» e ancora: «È stabilito che gli uomini muoiano una volta» (Rom. 5:14; Ebrei 9:27).

L’uomo non può sfuggire alla morte. Non può toglierle il suo terribile dardo, con nessuna delle risorse del suo genio. Saprà trovare il mezzo di aumentare e propagare il benessere e i piaceri della vita, ma tutta la sua energia non è capace di annullare la sentenza della morte.

Da dove, dunque, è venuta la morte, questa cosa strana e spaventosa? L’apostolo Paolo ce lo insegna: «Per mezzo d’un solo uomo, il peccato è entrato nel mondo, e per mezzo del peccato v’è entrata la morte» (Rom. 5:12). Tale è l’origine della morte: è venuta per mezzo del peccato. Il peccato ha rotto il legame che univa l’uomo all’Iddio vivente, ha sottoposto l’uomo all’imperio della morte senza che egli possa in nessun modo sottrarvisi. Non vi può essere comunione fra Dio e l’uomo se non nella potenza della vita. Ma l’uomo è sotto la potenza della morte e non può, per conseguenza, avere alcuna comunione con Dio nel suo stato naturale. La vita non può avere comunione con la morte più che la luce con le tenebre, o la santità di Dio col peccato. È necessario che l’uomo si avvicini a Dio sopra un fondamento, un principio del tutto nuovo: la fede; essa lo rende capace di riconoscere la sua vera posizione di uomo «venduto al peccato» e pertanto sottoposto alla morte, e gli fa conoscere, nello stesso tempo, Iddio come dispensatore d’una vita nuova, d’una vita che è al di fuori della potenza della morte e del Nemico, e che non possiamo perdere. È questo che fa la certezza del credente. Cristo è la sua vita; Cristo risorto e glorificato, Cristo vittorioso di tutto ciò che poteva esserci contrario. La vita di Adamo dipendeva dalla sua obbedienza; perciò, peccando, la perse. Ma Cristo, avendo la vita in se stesso, scese quaggiù, soddisfò a tutte le conseguenze del peccato dell’uomo, sottoponendosi alla morte, distruggendo colui che ne aveva l’imperio e diventando, in risurrezione, vita e giustizia a tutti quelli che credono nel suo Nome. D’ora innanzi, Satana non può toccare questa vita, né nella sua sorgente, né nel suo canale, né nella sua potenza, né nella sua sfera, né nella sua durata. Dio è la sorgente. Cristo risuscitato il canale, lo Spirito Santo la potenza, il cielo la sfera, l’eternità la durata. Tutto è cambiato per chi possiede questa vita meravigliosa; e benché in un certo senso, si possa dire che «in mezzo alla vita siamo nella morte», possiamo dire anche che «in mezzo alla morte siamo nella vita». Là dove il Cristo risuscitato introduce il suo popolo, la morte non esiste più. Non l’ha egli abolita? La Parola di Dio ce lo dichiara. Cristo ha fatto sparire la morte dalla scena e vi ha introdotto la vita; non è dunque la morte che il credente ha davanti a sè, ma la gloria, una gloria senza nubi. Può darsi che il credente si addormenti in Gesù; ma addormentarsi in Gesù non è la morte, ma la vita nella sua realtà. La possibile evenienza di lasciare questo mondo per essere con Cristo, non cambia la speranza del credente, che è quella di essere rapito ad incontrare il Signore nell’aria, per essere per sempre con lui e come lui.

          5.2 Enoc

Enoc è qui un tipo magnifico; solo lui fa eccezione alla regola generale del cap. 5: «poi morì». Infatti «Egli non passò per la morte»; ecco l’eccezione. «Per fede Enoc fu trasportato perché non vedesse la morte; e non fu più trovato, perché Dio l’aveva trasportato; poiché avanti che fosse trasportato fu di lui testimoniato che era piaciuto a Dio» (Ebrei 11:5). Enoc fu il «settimo uomo da Adamo» e Iddio non permise che la morte riportasse la vittoria sul «settimo uomo»; Dio intervenne e fece di lui il trofeo della sua gloriosa vittoria su tutta la potenza della morte.

È un fatto di alto interesse. Dopo aver udito sei volte questa sentenza «poi morì», il cuore è rallegrato nel trovare un settimo uomo che non morì. E come scampò alla morte? — Per fede. «Enoc camminò con Dio trecento anni»: questo cammino con Dio per la fede lo separava da tutto ciò che lo circondava, poiché camminare con Dio porta necessariamente fuori dalla sfera e dal pensieri di questo mondo; già allora, come ai giorni nostri, lo spirito del mondo era opposto a tutto ciò che era di Dio. L’uomo di fede sentiva che non aveva nulla a che fare col mondo, nel quale non era che un testimone paziente della grazia di Dio e del giudizio futuro. I figliuoli di Caino potevano adoperare la loro intelligenza e spendere la loro forza nella vana speranza di migliorare un mondo malvagio; Enoc aveva trovato un mondo migliore e visse nella potenza di questo mondo futuro. Non aveva ricevuto la fede per migliorare il mondo, ma per camminare con Dio.

«Enoc camminò con Dio»! Quante cose implicano queste tre parole!

È evidente che Enoc non conosceva nulla del sistema, così comune, purtroppo, di trarre il maggior profitto possibile dai due mondi, dal mondo e dal cielo. Per lui non v’era che un mondo, in questo senso: cioè il cielo. Dovrebbe essere così anche per noi! «Camminare con Dio»; che separazione e che rinuncia implica! Quale santità e quale purezza morale! Quale grazia e quale dolcezza! Quale umiltà e quale tenerezza, ma anche quale zelo e quale energia! e nello stesso tempo quale fedeltà, fermezza e decisione! Camminare con Dio non vuol dire soltanto camminare secondo certe regole, oppure formare piani o prendere risoluzioni d’andare qui o là, di fare questo o quello; camminare con Dio vuol dire infinitamente più di tutto ciò, vuol dire vivere con Dio nella conoscenza del suo carattere, come ci è stato rivelato, e con l’intelligenza delle relazioni nelle quali ci troviamo con Lui. Questa vita ci condurrà, talvolta, proprio all’opposto dei pensieri degli uomini e anche di quelli dei nostri fratelli, se questi non camminano con Dio, e potrà sollevare contro noi l’opposizione di tutti: saremo accusati di fare troppo o troppo poco: ma la fede che rende capaci di camminare con Dio, insegna anche a non dare ai pensieri degli uomini più valore di quanto ne hanno.

La vita di Abele ci fornisce, come l’abbiamo visto, un prezioso insegnamento riguardo al sacrificio sul quale la fede riposa, e riguardo alla prospettiva che la speranza anticipa fin d’ora; mentre il camminare con Dio ci fa abbracciare tutti i dettagli della vita della fede. «L’Eterno darà grazia e gloria» (Salmo 84:11); e, fra la grazia che è stata rivelata e la gloria che lo sarà, vi è la beata certezza che «Egli non ricuserà alcun bene a quelli che camminano nell’integrità» (Salmo 84:11). La croce e il ritorno del Signore, sono i due punti estremi dell’esistenza della Chiesa in questo mondo, e questi due punti estremi sono raffigurati nel sacrificio di Abele e nel «trasporto» di Enoc. La Chiesa sa di essere perfettamente giustificata, per mezzo della morte e della risurrezione di Cristo, e vive nell’attesa del giorno in cui Egli verrà per prenderla presso di sè. «È in Spirito e per fede che aspettiamo la speranza della giustizia» (Gal. 5:5): la Chiesa non aspetta la giustizia poiché, per grazia, la possiede già ma aspetta la speranza che appartiene proprio alla condizione nella quale è stata introdotta.

È importante essere bene al chiaro su questo punto. Alcuni interpreti della verità profetica sono caduti in gravi errori per non aver compreso quali sono la posizione, la parte e la speranza della Chiesa. Hanno circondato «la stella lucente del mattino», che è la speranza propria della Chiesa, di tanta oscurità e di nubi così fitte, che molti credenti sembrano incapaci di elevarsi al di sopra della speranza d’un pio residuo d’Israele, e che consiste nel vedere levarsi il sole della giustizia che porta «la guarigione nelle sue ali» (Malachia 4:2). E non è tutto: molti credenti hanno perso la forza morale della speranza dell’apparizione di Cristo, per essere stati ammaestrati ad aspettare diversi avvenimenti prima della manifestazione di Cristo alla Chiesa; si è loro insegnato, contrariamente alle numerose ed esplicite dichiarazioni del Nuovo Testamento, che il ristabilimento dei Giudei, lo sviluppo della Statua di Nebucadnetsar e la rivelazione dell’uomo di peccato debbono precedere il ritorno di Cristo. La Chiesa, come Enoc, sarà tolta dalla presenza del male che la circonda e da quello a venire. Enoc non fu lasciato sulla terra per vedere l’apogeo del male e il giudizio che doveva cadere su di essa. Egli non vide «tutte le fonti del grande abisso scoppiare e le cataratte del cielo aprirsi»; fu tolto prima di questi terribili avvenimenti; e per l’occhio della fede, egli è così un tipo ammirevole di quelli che non s’addormenteranno ma che saranno mutati in un batter d’occhio (1 Cor. 15:51-52). Enoc non è passato per la morte, ma è stato mutato: e la Chiesa è chiamata ad «aspettare il Figlio di Dio dai cieli» (1 Tess. 1:10). Questa è la sua speranza, l’oggetto della sua attesa. Il credente più semplice, il meno istruito, può comprendere queste cose e goderne; può, in una certa misura, realizzarne la potenza. Se non può fare uno studio approfondito della profezia, può, Dio ne sia benedetto, gustare la felicità, la realtà, la potenza e la virtù santificante di questa speranza celeste che gli appartiene di diritto, come membro di questo corpo celeste che è la Chiesa; la speranza di cui gode non si limita all’attesa di veder levare «il sole di giustizia», per quanto buona possa essere questa speranza, ma a quella di veder brillare «la stella mattutina» (Apoc. 2:28). E, come nel mondo fisico la stella mattutina appare, a quelli che vegliano, prima del levarsi del sole, nello stesso modo Cristo apparirà alla Chiesa prima che il residuo d’Israele contempli i raggi del Sole di giustizia.


      6. Capitoli da 6 a 9: Il diluvio

          6.1 L’unione di ciò che è santo con ciò che è profano

Siamo giunti ora ad una delle parti più notevoli della Genesi. Enoc è sparito dalla scena: la sua vita di straniero e pellegrino sulla terra si è chiusa con la sua traslazione al cielo; è stato tolto prima che il male fosse giunto al colmo e che il giudizio di Dio fosse caduto sugli abitanti della terra.

I due primi versetti del cap. 6 ci rivelano la poca influenza che avevano esercitato sul mondo, la vita e il rapimento di Enoc. «Or quando gli uomini cominciarono a moltiplicarsi sulla faccia della terra e furono loro nate delle figliuole, avvenne che i figliuoli di Dio videro che le figliuole degli uomini erano belle, e presero per mogli quelle che si scelsero fra tutte». La mescolanza di ciò che è da Dio con ciò che è dell’uomo è una forma speciale di male. Questa mescolanza è un potente mezzo nelle mani del Nemico per guastare la testimonianza di Cristo sulla terra: essa riveste facilmente una bella apparenza; la si prenderebbe volentieri per un’espressione più grande di ciò che è di Dio, per un’operazione più potente e più completa dello Spirito, qualcosa atto a rallegrare piuttosto che da deplorare. Ma il nostro giudizio sarà ben diverso se ci poniamo alla luce della presenza di Dio; poiché, davanti a Dio, non potremo pensare che vi sia un guadagno per il suo popolo nel mescolarsi con i figliuoli del mondo, oppure nel corrompere la verità di Dio con alleanze umane. Tale non è il mezzo di cui Dio si serve per diffondere la verità, oppure per favorire gli interessi di quelli che son chiamati ad essere sulla terra i testimoni di Dio. Il principio di Dio è la separazione dal male e se lo si infrange la verità ne subisce un grave danno.

Il passo della Scrittura, che ci occupa, ci fa vedere quali disastrose conseguenze fecero seguito all’unione dei figliuoli di Dio con le figliuole degli uomini.

A giudizio umano, il frutto di questa unione sembrava molto bello, poiché leggiamo al vers. 4: «Sono gli uomini potenti che fin dai tempi antichi sono stati famosi». Ma Dio giudica diversamente; non vede come vede l’uomo e i suoi pensieri non sono i nostri. «E l’Eterno vide che la malvagità dell’uomo era grande sulla terra e che tutti i disegni dei pensieri dei loro cuori non erano altro che male in ogni tempo». Tale era la condizione dell’uomo davanti a Dio; non era che male, «male in ogni tempo» e l’unione di ciò che è santo con ciò che è profano, non condurrà mai ad altro risultato. Se la progenie santa non si conserva pura, tutto è perduto, quanto ad una testimonianza sulla terra. Il primo sforzo di Satana fu di rendere vano il disegno di Dio, mettendo a morte la progenie santa; non riuscendo in questo senso, egli cercò di corromperla.

È della massima importanza che comprendiamo bene lo scopo, il carattere e il risultato di questa unione fra i figliuoli di Dio e le figliuole degli uomini. Ai giorni nostri, vi è gran pericolo di compromettere la verità per amore di unione, ma non si ottiene mai una vera unione a spese della verità. Mantenere la verità ad ogni costo; tale deve essere la divisa del cristiano. Se, su questa base, potete promuovere l’unione, va benissimo, ma anzitutto mantenete la verità. Il principio degli accomodamenti dice invece: «Promuovete l’unione ad ogni costo; e se potete mantenere la verità, tanto meglio; ma procacciate l’unione». Non dovremmo mai dimenticare che «la sapienza che è da alto, prima è pura poi pacifica» (Giacomo 3:17). La sapienza che è della terra vorrebbe essere prima pacifica e perciò non potrà mai essere pura.

Non vi è vera testimonianza laddove la verità è compromessa: così vediamo che nel mondo antidiluviano, l’unione impura di ciò che era santo con ciò che era pro fano, di ciò che era divino con ciò che era umano, ebbe per unico effetto di portare il male al suo colmo, e il giudizio di Dio cadde sul mondo. «E l’Eterno disse: Io sterminerò di sulla faccia della terra l’uomo che ho creato»! Nientemeno che la distruzione di tutto ciò che aveva corrotto la via di Dio sulla terra, è stata necessaria. «Nei miei decreti, la fine d’ogni carne è giunta». Dio non parla solo d’una parte, ma di ogni carne, poiché tutto era interamente corrotto agli occhi dell’Eterno, tutto irrimediabilmente cattivo. La «carne« era stata pesata e trovata malvagia. Allora l’Eterno fece conoscere a Noè il mezzo di salvezza che Egli aveva preparato per lui: «Fàtti un’arca di legno di gofer» (vers. 13-14).

          6.2 Noè trova grazia agli occhi dell’Eterno

Noè è cosi costituito depositario dei pensieri di Dio riguardo la scena che lo circonda. La parola dell’Eterno aveva l’effetto di mettere interamente a nudo tutte le cose sulle quali lo sguardo dell’uomo poteva posarsi con soddisfazione. Il cuore dell’uomo poteva gonfiarsi d’orgoglio e palpitare d’emozione, mentre l’occhio si compiaceva ammirando la brillante schiera degli «uomini potenti» e «famosi»! Il suono dell’arpa e del flauto poteva produrre un fremito nell’anima, mentre l’agricoltura provvedeva in abbondanza a tutti i bisogni della vita: tutto sembrava bandire il pensiero di un prossimo giudizio. Ma Dio dice: «io sterminerò», e queste solenni parole proiettano un’ombra lugubre su tutta la scena. Ma troverà forse, il genio dell’uomo, il mezzo di sfuggire? «L’uomo potente» si libererà egli con la sua grande forza? Ahimè! no; non vi è che un solo modo di scampare, e questo modo è rivelato alla fede e non alla vista, né alla ragione, né all’immaginazione. «Per fede Noè divinamente avvertito delle cose che non si vedevano ancora, mosso da pio timore costruì un’arca per la conservazione della propria famiglia; e per essa fede, condannò il mondo e fu fatto erede della giustizia che si ha mediante la fede» (Ebrei 11:7).

La parola di Dio spande la sua luce su tutte le cose che ingannano il cuore dell’uomo; essa toglie il velo dorato con cui Satana ricopre questo mondo effimero, vano e ingannatore sul quale è sospesa la spada del giudizio di Dio. Ma la fede sola riceve «l’avvertimento di Dio quando le cose che Egli annuncia «non si vedono ancora». La natura umana è governata da ciò che vede, da ciò che apprezza per mezzo dei sensi. La fede invece è diretta dalla sola Parola di Dio, tesoro inestimabile in un mondo di tenebre! È la fede in questa Parola che dà fermezza, qualunque sia l’apparenza esterna delle cose che la circondano.

          6.3 Fede nella parola di Dio

Quando Dio parlò a Noè d’un prossimo giudizio, nessun segno lo preannunciava. Il giudizio «non si vedeva ancora»; ma la parola di Dio ne fece una realtà attuale per il cuore in cui questa parola «era ricevuta per fede». La fede non aspetta di vedere per credere poiché: «la fede vien dall’udire e l’udire si ha per mezzo della Parola di Dio» (Rom. 10:17). Tutto ciò che è necessario all’uomo di fede è il sapere che Dio ha parlato. Il «così ha detto il Signore» è sufficiente per comunicare all’anima sua una perfetta certezza. Una sola riga della Scrittura basta per rispondere a tutti i ragionamenti e a tutte le immaginazioni dello spirito umano; e colui le cui convinzioni sono fondate sulla Parola di Dio, può resistere contro la fiumana delle opinioni, dei giudizi e dei pregiudizi umani. Fu per mezzo della Parola di Dio che Noè fu sostenuto durante tutto il tempo del suo lungo servizio; ed è per mezzo di questa stessa Parola che migliaia di credenti sono stati sostenuti dai giorni di Noè infino ad ora, di fronte all’opposizione e alla contraddizione del mondo. Non si potrebbe quindi stimare troppo la Parola di Dio. Senza di essa tutto è incertezza; con essa, tutto è pace e luce. Dovunque risplende, traccia all’uomo di Dio un sentiero sicuro e benedetto, mentre dove non riluce, l’uomo erra senza guida fra gli sconcertanti labirinti delle umane tradizioni. Come avrebbe potuto Noè predicare la giustizia per centovent’anni, se la Parola di Dio non fosse stato il fondamento della sua predicazione? Come avrebbe potuto resistere agli scherni e al disprezzo di un mondo empio? Come avrebbe potuto perseverare nel proclamare l’avvicinarsi di un «giudizio futuro», quando nessuna nube appariva all’orizzonte del mondo? La Parola di Dio era il fondamento sul quale si appoggiava, e «lo Spirito di Cristo» lo rendeva capace di rimanere, con santa fermezza, sul fondamento irremovibile.

E noi, caro lettore, cosa possediamo per rimanere fermi nel nostro servizio per Cristo negli attuali giorni malvagi? Nulla, assolutamente nulla, fuorché la Parola di Dio e lo Spirito Santo per il quale solo questa Parola può essere compresa, applicata e messa in pratica; sono tutto quanto ci abbisogna per essere perfettamente «compiuti per ogni buona opera» (2 Tim. 3:16-17). Che riposo per il cuore! Che liberazione da tutti gli inganni del Diavolo e della immaginazione umana! Al loro posto, la Parola di Dio, pura, incorruttibile, eterna. Ci sia dato di rendere grazie a Dio per questo tesoro inestimabile! «I pensieri del cuore umano non erano che male in ogni tempo»; ma Noè trovava il rifugio e il perfetto riposo del suo cuore nella Parola di Dio.

          6.4 Il modo della salvezza

«E Dio disse a Noè: la fine d’ogni carne è giunta... Fàtti un’arca di legno di gofer». Queste parole ci dicono, da una parte, lo stato di rovina dell’uomo, e dall’altra il mezzo di salvezza procurato da Dio. Dio aveva permesso che l’uomo proseguisse nella propria via fino all’estremo limite, affinché i suoi principi e le sue vie giugessero a maturità. Il lievito aveva lavorato e aveva fatto lievitare tutta la pasta. Il male aveva raggiunto il suo apogeo. «Ogni carne aveva corrotta la propria via» e la corruzione era giunta ai suoi estremi limiti, di modo che non rimaneva altra risorsa per Dio che distruggere «ogni carne» e, nello stesso tempo, salvare tutti quelli che secondo i suoi consigli eterni erano uniti all’«ottavo» e solo uomo giusto esistente allora. Questo fa risaltare in modo sorprendente la dottrina della croce: da una parte, il giudizio di Dio sulla natura umana e su tutta la sua perversità; dall’altra, la rivelazione della grazia salutare in tutta la sua pienezza e la sua perfetta applicazione a coloro che sono realmente giunti al punto più basso della loro condizione morale come Iddio la vede. «L’Aurora dall’alto ci ha visitati» (Luca 1:78). E dove? Proprio dove ci trovavamo come peccatori. Dio è disceso «nelle parti più basse della terra». La luce dell’Aurora da alto è penetrata fin nelle profondità tenebrose del peccato e ci ha così rivelato il nostro vero carattere. La luce giudica tutto ciò che non è in accordo con essa, ma, mentre giudica il male, dà anche conoscenza della salvezza per la remissione dei peccati.

La croce, rivelando il giudizio di Dio sopra «ogni carne», rivela anche la salvezza del peccatore colpevole e perduto. Il peccato è perfettamente giudicato, il peccatore perfettamente salvato e Dio perfettamente rivelato e glorificato alla croce. Se il lettore apre la 1a epist. di Pietro vi troverà degli insegnamenti preziosi su questo soggetto. Al cap. 3:18-22, leggiamo: «Poiché Cristo ha sofferto una volta per i peccati, egli giusto per gl’ingiusti, per condurci a Dio, essendo stato messo a morte quanto alla carne, ma vivificato quanto allo spirito; e in esso andò anche a predicare agli spiriti ritenuti in carcere, i quali un tempo furono ribelli, quando la pazienza di Dio aspettava, ai giorni di Noè, mentre si preparava l’arca; nella quale poche anime furono salvate tra mezzo all’acqua. Alla qual figura corrisponde il battesimo, non il nettamento delle sozzure della carne, ma la richiesta d’una buona coscienza fatta a Dio, il quale salva anche voi, mediante la risurrezione di Gesù Cristo, che, essendo andato in cielo, è alla destra di Dio, dove angeli, podestà e potenze gli sono sottoposti» (*). Questo passo è della massima importanza e proietta una gran luce sulla dottrina dell’arca e la sua relazione con la morte di Cristo. Come nel diluvio, così nella morte di Cristo tutte le onde e i flutti del giudizio di Dio passarono su ciò che, in sè, era senza peccato. Il creato fu seppellito sotto i flutti della giusta ira di Dio, e lo Spirito di Cristo grida nel salmo 42:7: «Tutte le tue onde e i tuoi flutti mi sono passati addosso»! Tutte le onde e i flutti della collera divina sono passati sulla persona pura e senza macchia del Signore Gesù, quando era appeso al legno; di conseguenza nessuna di queste onde passerà su colui che crede. Al calvario, vediamo veramente «le fonti del grande abbisso rotte e le cataratte del cielo aperte». «Un abisso chiama un altro abisso al rumore delle tue cascate» (Salmo 42:7). Cristo bevette il calice e subì la collera di Dio contro al peccato in modo perfetto. Prese giudiziariamente su di sè tutto il peso della responsabilità del suo popolo e vi soddisfece gloriosamente. L’anima del fedele trova quivi una pace sicura poiché, se il Signore Gesù ha affrontato tutto quello che poteva essere contro noi, se ha abbattuto tutti gli ostacoli, se ha tolto il peccato, se ha vuotato il calice della collera e del giudizio per noi, se ha fatto scomparire tutte le nubi dal nostro orizzonte, noi godiamo d’una sicura pace. La pace è la nostra parte inalienabile. È al credente che appartengono la profonda e inesprimibile felicità e la santa certezza che l’amore redentore può dare con giustizia in virtù dell’opera perfettamente compiuta di Cristo.

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(*) Non si apprezzerà mai abbastanza la saggezza con la quale lo Spirito Santo tratta l’ordinamento del battesimo nel passo citato più sopra. Sappiamo quale abuso si sia fatto del battesimo e quale falso posto quella istituzione occupi nel pensiero di molti; sappiamo che si è attribuita all’acqua del battesimo l’efficacia che appartiene solo al sangue di Cristo e alla grazia rigeneratrice dello Spirito Santo. Così non possiamo non essere colpiti dal modo con cui lo Spirito di Dio salvaguarda questa verità, stabilendo che non si tratta dello spogliamento dalle sozzure della carne, come per l’acqua, bensì «la richesta d’una buona coscienza fatta a Dio», richiesta in cui entriamo non per mezzo del battesimo, per quanto importante esso sia al suo posto, ma «mediante la risurrezione di Gesù Cristo» (1 Pietro 3:20-21) «il quale è stato dato a cagione delle nostre offese, ed è risuscitato a cagione della nostra giustificazione» (Rom 4:25). È superfluo dire che, come istituzione divina, e quando si lascia ad esso il posto che Dio gli ha assegnato, il battesimo è molto importante e profondamente significativo; ma quando si vede che gli uomni sostituiscono, in un modo o in un altro, la sostanza con l’immagine, siamo obbligati a mettere a nudo l’opera di Satana, con la luce della Parola di Dio.
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          6.5 Perfetta sicurezza nell’arca

Noè aveva forse qualche timore delle acque del giudizio di Dio? No di certo. Sapeva che erano state tutte esaurite, mentre lui stesso era portato su, da quelle stesse acque, fuori dalla portata del giudizio. L’arca sua galleggiava in pace al disopra di quei flutti dai quali «ogni carne» era stata distrutta. Dio stesso l’aveva posto al sicuro. Avrebbe potuto dire anche lui nel linguaggio trionfante dell’apostolo: «Se Dio è per noi, chi sarà contro di noi?» (Rom. 8:31). Iddio stesso l’aveva invitato ad entrare nell’arca: «Entra tu e tutta la tua casa nell’arca!» (Genesi 7:1). Poi quando vi ebbe preso posto, «l’Eterno chiuse l’arca sopra lui». L’arca era un asilo sicuro per quelli che Dio aveva chiamati. L’Eterno faceva la guardia alla porta; senza Lui nessuno poteva entrare né uscire. Vi era una porta e una finestra nell’arca. Il Signore chiuse sicuramente la porta con la sua mano onnipotente e lasciò a Noè l’uso della finestra dalla quale poteva guardare in alto, donde era uscito il giudizio e vedere che era passato, per lui. La famiglia salvata poteva guardare solo in sù, poiché la finestra era collocata in alto (6:16), Noè e i suoi non potevano vedere le acque del giudizio, né la morte, né la desolazione causata da esse. La salvezza di Dio, il «legno di gofer», era posta fra loro e tutte quelle cose. Non potevano guardare che in alto e vedere un cielo senza nuvole, dimora eterna di Colui che aveva condannato il mondo e aveva salvato loro.

Nulla esprime meglio di queste parole la sicurezza perfetta di colui che crede in Cristo: «L’Eterno chiuse la porta su di lui». Chi potrebbe aprire quando Dio chiude? La famiglia di Noè era in una sicurezza perfetta come Dio solo può dare; nessuna potenza angelica, umana o satanica, sarebbe stata capace di forzare la porta dell’arca per farvi entrare le acque del giudizio. La porta era stata chiusa dalla stessa mano che aveva aperto «le fonti del grande abisso e le cateratte del cielo». Così leggiamo di Cristo che e colui che «ha la chiave di Davide, colui che apre e nessuno chiude, colui che chiude e nessuno apre» (Apoc. 3:7), e che «tiene le chiavi della morte e dell’Ades» (il soggiorno dei morti) (Apoc. 1:18). Nessuno può, senza lui, varcare le porte del sepolcro per entrare o uscire. «Ogni autorità mi è stata data nei cieli e sulla terra» (Matt. 28:18); ed è «capo supremo alla Chiesa»; in Lui il credente è in perfetta sicurezza (Efesi 1:21). Chi poteva toccare Noè? Quale onda poteva penetrare in quell’arca ricoperta com’era di pece dentro e fuori? Ed ora chi potrebbe toccare coloro che si sono, per la fede, rifugiati all’ombra della croce? Ogni nemico è stato vinto e ridotto al silenzio per sempre. La morte di Cristo ha risposto trionfalmente a tutte le difficoltà, mentre la sua risurrezione è la testimonianza della perfetta soddisfazione che Dio ha trovato in quest’opera, in virtù della quale la sua giustizia può riceverci ed essere il fondamento della nostra fiducia per avvicinarci a Lui.

Essendo dunque «la porta» dell’arca assicurata dalla mano stessa di Dio, a noi non rimane che godere della «finestra» ossia camminare in una felice e santa comunione con Colui che ci ha salvati dall’ira a venire e ci ha fatti eredi della gloria futura che aspettiamo. L’apostolo Pietro parla di quelli che sono ciechi, hanno la vista corta avendo dimenticato il purgamento dei loro vecchi peccati (2 Pietro 1:3). Misera condizione! È la parte di coloro che trascurano di mantenere con spirito di preghiera una comunione abituale con Colui che li ha rinchiusi in Cristo per l’eternità.

          6.6 Una porta chiusa

Prima di procedere nella storia di Noè, gettiamo uno sguardo non più su quelli che erano nell’arca, ma su quelli ai quali egli ha, per lungo tempo, predicato la giustizia e che tuttavia sono rimasti fuori dell’arca. Senza dubbio più d’uno sguardo ansioso è stato rivolto a quel vascello di misericordia man mano che s’innalzava con le acquee, ma, ahimè!, «la porta era chiusa», il giorno della grazia era passato, il tempo della testimonianza aveva preso fine per essi. La stessa mano che aveva chiuso la porta su Noè ne escludeva coloro che erano rimasti fuori. Quelli rimasti fuori dell’arca erano irrimediabilmente perduti; gli altri, veramente salvati. La lunga pazienza di Dio, come la testimonianza del suo servitore, erano state sprezzate dagli uomini, assorbiti come erano dalle cose presenti: «si mangiava, si beveva, si prendeva moglie, s’andava a marito fino al giorno che Noè entrò nell’arca, e venne il diluvio che li fece tutti perire» (Luca 17:26-27). Tutte queste cose non erano cattive in loro stesse, e il male non era nelle cose fatte ma in coloro che le facevano. Ognuno degli atti menzionati poteva essere compiuto nel timore del Signore e alla gloria del suo santo Nome, mediante la fede. Ma ahimè, la fede mancava, la Parola di Dio era stata rigettata. Dio parlava del giudizio e gli uomini non credevano; Dio parlava di peccato e di caduta e gli uomini non ne erano convinti; Dio parlava di salvezza ma essi non vi facevano càso e proseguivano i loro piani e le loro speculazioni, senza curarsi di Dio. Agivano come se la terra appartenesse loro per contratto perpetuo, dimenticando che il contratto conteneva una clausola di restituzione. Dimenticavano questa parola solenne «infino a che»... Dio era escluso. «Tutta l’immaginazione dei pensieri del loro cuore non era che male in ogni tempo» perciò erano incapaci di fare il loro bene. Pensavano, parlavano e agivano a piacer loro, dimenticando Dio.

          6.7 Così sarà alla venuta del Figlio dell’uomo

Lettore, ricordatevi di queste parole del Signore Gesù: «Come avvenne ai giorni di Noè, così pure avverrà ai giorni del Figliuol dell’uomo»; oppure come è detto in Matteo: «Alla venuta del Figliuol dell’uomo» (Luca 17:26; Matteo 24:37). Ci si vorrebbe persuadere che prima dell’apparizione del Figliuol dell’uomo nelle nuvole del cielo, la giustizia coprirà la terra da un polo all’altro, e che dobbiamo vivere nell’attesa di un regno di giustizia e di pace, prodotto dagli strumenti attualmente all’opera; ma il breve passo or ora citato taglia alla radice tutte queste speranze vane e illusorie. La giustizia copriva forse la terra ai giorni di Noè? La verità di Dio dominava forse su essa? La terra era forse ripiena della conoscenza dell’Eterno come il fondo del mare delle acque che lo coprono? La Scrittura ci risponde che «la terra era ripiena di violenza», che «ogni carne aveva corrotta la propria via sulla terra» e che «la terra anche era corrotta davanti a Dio». Ebbene, sarà così all’avvenimento del Figliuol dell’uomo! La giustizia e la violenza non si rassomigliano affatto, come neanche la malvagità universale e la pace universale. Abbiamo bisogno di un cuore sottomesso alla Parola di Dio e spogliato dalle opinioni preconcette, per comprendere il vero carattere dei giorni che precederanno immediatamente «l’avvenimento del Figliuol dell’uomo». Il lettore non si lasci ingannare, ma si chini con rispetto di fronte alla Scrittura; consideri quale era la condizione del mondo «nei giorni precedenti al diluvio» e si ricordi che com’era allora, così ancora sarà la fine del periodo attuale. L’uomo ai giorni di Noè spiegava effettivamente una potente energia per fare del mondo un soggiorno comodo e piacevole; ma non pensava a farne un luogo degno di Dio, il che sarebbe stato ben diverso. Nello stesso modo ora l’uomo si impegna a spianare in ogni modo il sentiero della vita umana e a renderlo più facile possibile; ma questo non corrisponde a: «preparate nel deserto la via dell’Eterno, appianate nei luoghi aridi una strada per il nostro Dio, affinché ogni carne veda la gloria dell’Eterno» (Isaia 40:3-5).

La civilizzazione domina, ma la civilizzazione non è la giustizia. Si lavora con lo scopo di «spazzare e ornare la casa», ma per renderla adatta a ricevere l’Anticristo e non Cristo. L’uomo usa la propria sapienza per nascondere, negli anfratti delle proprie opere, le macchie e le miserie dell’umanità; ma per quanto nascoste, queste macchie non sono tolte e ben presto riappariranno più odiose che mai. Fra poco le dighe con le quali l’uomo cerca, con tanta perseveranza, di arrestare il torrente della miseria umana, cederanno alla potenza schiacciante del male; si vedranno naufragare gli sforzi dell’uomo per rinchiudere, nei limiti che la carità umana ha inventato, la degradazione fisica, mentale e morale della progenie di Adamo.

Dio ha detto: «La fine di ogni cosa è venuta davanti a me»; non è venuta davanti all’uomo, ma davanti a Dio; e quantunque la voce degli schernitori si elevi per dire: «Dov’è la promessa della sua venuta? perché dal giorno in cui i padri si sono addormentati, tutte le cose continuano nel medesimo stato come dal principio della creazione» (2 Pietro 3:4), il momento s’avvicina rapidamente in cui gli schernitori avranno la loro risposta: «Il giorno del Signore verrà come un ladro; in esso i cieli passeranno stridendo e gli elementi infiammati si dissolveranno, e la terra e le opere che sono in essa saranno arse» (2 Pietro 3:4-10).

Tale è la risposta di Dio alle beffe degli intelligenti di questo mondo, ma non alle affezioni e all’attesa spirituale dei figliuoli di Dio. Questi ultimi, Dio ne sia benedetto, hanno una prospettiva ben diversa. Aspettano di andarsene incontro allo Sposo, nell’aria, prima che il male sia giunto al colmo e che il giudizio di Dio cada su esso. L’attesa della Chiesa non è di vedere il mondo distrutto dal fuoco, ma il levarsi della «lucente stella mattutina» (Apoc. 22:16).

          6.8 Siate riconciliati con Dio

Da qualunque lato e sotto qualunque punto di vista consideriamo l’avvenire, qualunque sia l’oggetto che si presenta alla nostra vista spirituale, la Chiesa nella gloria o il mondo nelle fiamme, la venuta dello Sposo o quella inattesa, del ladro nella notte, la stella del mattino o il sole cocente del mezzogiorno, il rapimento della Chiesa o il giudizio, dobbiamo sentire quanto sia necessario che ci atteniamo alla testimonianza di Dio in grazia verso i poveri peccatori. «Eccolo ora il tempo accettevole; eccolo ora il giorno della salvezza!» «Dio era in Cristo quando riconciliava il mondo a sè» (2 Cor. 6:2; 5:19). Ora Dio riconcilia; ben presto giudicherà. Ora tutto è grazia; allora non ci sarà altro che ira; ora Dio perdona il peccato per mezzo della croce; allora lo punirà con le pene eterne. Ora Dio fa pubblicare un messaggio di grazia, della più pura, più abbondante e più gratuita grazia; parla ai peccatori di una redenzione compiuta per mezzo del prezioso sacrificio di Cristo; dichiara che tutto è compiuto; aspetta per poter ancora far grazia: «La lunga pazienza del Signore è salvezza»; «Il Signore non ritarda l’adempimento della sua promessa, come alcuni reputano che faccia; ma egli è paziente verso voi, non volendo che alcuni periscano, ma che tutti giungano a ravvedersi» (2 Pietro 3:9-15). Come tutto ciò rende il tempo attuale solenne! Una grazia sovrana e pura è annunziata, ma il giudizio sospeso è pronto ad eseguirsi!

Se Dio ci ha resi attenti a queste cose, con quale interesse dovremmo seguire lo sviluppo dei suoi disegni! La Scrittura spande la sua luce su tutte le cose; per mezzo di essa non siamo ridotti a considerare gli avvenimenti che si succedono con lo stupore di quelli che non sanno né dove sono né dove vanno; possiamo e dovremmo avere una conoscenza esatta della nostra situazione; dovremmo ben conoscere la tendenza esatta di tutti i principi che sono attualmente in gioco, nel turbine vorticoso verso il quale si precipitano attualmente tutte le correnti. Gli uomini sognano un’età col pensiero che «il giorno di domani sarà come questo, anzi sarà più grandioso ancora!» (Isaia 56:12). Ma, ahimè! quanto sono vani tutti questi pensieri, tutti questi sogni, tutte queste speranze! La fede può vedere invece accumularsi minacciose nubi all’orizzonte del mondo. Il giudizio si avvicina; il giorno dell’ira si affretta; la porta della grazia sta per chiudersi; «l’efficacia d’errore» (2 Tess. 2:11) sta per incominciare! E in vista di tutte queste cose non dobbiamo, noi credenti, elevare una voce d’avvertimento e cercare di bilanciare, con una testimonianza fedele, il disgraziato autocompiacimento dell’uomo? Senza dubbio come Achab accusava Micaiah, il mondo ci accuserà di non profetizzare che del male, ma che importa? Profetizziamo ciò che profetizza la Parola di Dio e facciamolo con l’unico scopo di persuadere gli uomini (2 Cor. 5:11). Solo la Parola di Dio potrà porre i nostri piedi sopra un fondamento immutabile ed eterno. Essa sola potrà toglierci la «canna rotta» e «una speranza fallace» per darci «la Rocca dei secoli» e «una speranza che non confonde» (Rom. 5:5). L’amore vero, l’amor di Dio, non grida: «Pace, pace! mentre pace non v’è» (Geremia 6:14; 8:11) non «intonaca il muro di malta che non regge» (Ezech. 13:10). Dio vuole che il peccatore riposi in pace nell’arca dell’eterna sicurezza, godendo fin d’ora della sua comunione e nutrendo la speranza di godere con Lui del riposo eterno, in una creazione rinnovata, allorché la rovina, la desolazione e il giudizio saranno passati per sempre.

          6.9 Le acque diminuiscono

Ritorniamo ora alla storia di Noè, e consideriamolo nella sua nuova posizione. L’abbiamo visto costruire l’arca e l’abbiamo visto nell’arca; ora lo vedremo uscire dall’arca e prendere il suo posto in un nuovo mondo (*).

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(*) Vorrei indicare qui, chiedendo ai miei lettori di meditarlo con uno spirito di preghiera, un pensiero ben compreso da tutti coloro che si sono applicati allo studio della verità dal punto di vista delle dispensazioni o economie. Questo pensiero riguarda Enoc e Noè. Il primo fu trasportato, come l’abbiamo visto, prima dell’esecuzione del giudizio; mentre l’ultimo, pur essendo salvato, dovette, in un certo modo, attraversare il giudizio. Ora si pensa che in ciò Enoc sia una figura dell’assemblea, che sarà tolta prima che il male quaggiù sia giunto al colmo, e prima che il giudizio di Dio cada sui malvagi. D’altro canto, Noè sarebbe una figura del residuo di Israele, che dovrà attraversare le acque profonde della tribolazione ed il fuoco del giudizio, per essere portato al pieno godimento delle benedizioni millenarie, in virtù dell’alleanza eterna di Dio. Devo aggiungere che condivido interamente questo pensiero relativamente a questi due Padri del Antico Testamento; considero che esso sia in armonia perfetta con il piano generale e l’analogia delle Sante Scritture. (Nota che non è stata tradotta nell’edizione italiana)
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«E Dio si ricordò di Noè». L’opera, strana per Dio, del giudizio era terminata; la famiglia, salvata con tutto ciò che le è associato, è rimessa in memoria davanti a Dio. «E Dio fece passare un vento sulla terra e le acque si calmarono, le fonti dell’abbisso e le cataratte del cielo furono chiuse, e cessò la pioggia dal cielo» (Gen. 8:2). Allora i raggi del sole incominciarono a vivificare un mondo che era stato battezzato d’un battesimo di giudizio. Il giudizio è «l’opera strana di Dio», e per quanto Dio si sia glorificato per mezzo del giudizio, non vi prende piacere. Egli è sempre pronto a lasciare il giudizio per fare misericordia.

E accadde che «in capo a quaranta giorni, Noè aprì la finestra che aveva fatta nell’arca, e mandò fuori il corvo, il quale uscì, andando e tornando, finché le acque furono asciugate sulla terra» (vers. 6-7). L’uccello impuro fuggì e trovò probabilmente un rifugio su qualche cadavere galleggiante e non ritornò più nell’arca: «Ma la colomba non trovò dove posare la pianta del suo piede, e tornò a lui nell’arca, perché c’erano delle acque sulla superficie di tutta la terra... poi mandò di nuovo la colomba fuori dell’arca, e la colomba tornò a lui, verso sera, ed ecco, essa aveva nel becco una foglia fresca d’ulivo» (vers. 8-11). Non è forse questa una bella immagine dello spirito rinnovato che, in mezzo alle desolazioni da cui è circondato, cerca e trova il suo riposo e la sua parte in Cristo? E non solo questo, ma ancora afferra l’arra dell’eredità, dimostrando così che il giudizio è passato e che una terra rinnovata incomincia ad apparire. Lo spirito carnale invece può riposarsi su qualunque cosa, eccetto che in Cristo: può nutrirsi di ogni sorta d’immondizia; la foglia d’ulivo non ha nessuna attrazione per esso; trova tutto quello che gli abbisogna in una scena di morte, e per conseguenza non si occupa del nuovo mondo. Ma il cuore ammaestrato ed esercitato dallo spirito di Dio, non può riposarsi e rallegrarsi che in quello in cui Dio trova il suo riposo e la sua gioia; si riposa nell’arca della salvezza «fino al momento del ristabilimento di tutte le cose»

Possa essere così di voi e di me, caro lettore! Il Signore rimanga il riposo e la parte dei nostri cuori, affinché non cerchiamo queste cose nel mondo che è sotto il giudizio di Dio! La colomba ritornò a Noè nell’arca ed aspettò il momento del suo riposo; e noi dovremmo sempre trovare il nostro posto in Cristo fino al tempo della sua esaltazione e della sua gloria nei secoli avvenire! «Colui che deve venire, verrà e non tarderà». Ci abbisogna solo un po’ di pazienza.

          6.10 Noè esce dall’arca

«E Dio parlò a Noè dicendo: Esci dall’arca». Il medesimo Dio che aveva detto: «Fatti un’arca» e «entra nell’arca», gli dice ora: «Esci dall’arca»; «E Noè uscì... ed edificò un altare all’Eterno» (vers. 15 e seg.).

Noè non ha altro da fare che obbedire: e l’obbedienza della fede e il culto della fede vanno insieme: un altare edificato nel luogo stesso dove era passata la scena del giudizio. L’arca aveva portato Noè e la sua famiglia sani e salvi al disopra delle acque del giudizio, e li aveva fatti passare dal vecchio al nuovo mondo, dove Noè prende ora posto come adoratore (*). E, dobbiamo notarlo, è all’Eterno che edifica un altare. La superstizione avrebbe adorato l’arca, come essendo stato il mezzo di salvezza. Il cuore umano è sempre portato a mettere gli ordinamenti al posto di Dio. E l’arca era un ordinamento manifesto. Ma la fede di Noè si eleva dall’arca all’Iddio dell’arca; perciò lasciandola, invece di esitare e gettare uno sguardo indietro e considerare l’arca come un oggetto di culto o di venerazione, egli edifica un altare all’Eterno e adora l’Eterno. E dell’arca non è più fatta menzione.

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(*) È interessante considerare il soggetto dell’arca e del diluvio in rapporto al battesimo. Il battesimo è paragonato dal vecchio al nuovo mondo, in ispirito, in principio e per la fede. Il vecchio uomo è stato sepolto sotto le acque e non ha parte alla nuova natura; la carne con tutto ciò che dipende da essa, i peccati, le iniquità, le sue responsabilità, è come sotterrata nella tomba di Cristo e non può mai più ricomparire agli occhi di Dio. Ma, come Cristo risuscitò dai morti nella potenza di una nuova vita, avendo tolto completamente i nostri peccati, così l’uomo battezzato esce dall’acqua proclamendo, per così dire, che, per la grazia di Dio e per la morte di Cristo, è messo in pieno possesso di una nuova vita alla quale la giustizia di Dio è inseparabilmente unita. «Essendo stati con lui sepolti nel battesimo nel quale siete anche stati risuscitati con lui mediante la fede nella potenza di Dio che ha risuscitato lui dai morti» (confr. Rom. 6 e Col. 2 come pure 1 Pietro 3:18-22).
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Tutto questo contiene un insegnamento molto semplice e molto pratico. Dal momento che l’anima abbandona la realtà di Dio stesso, non v’è più limiti al decadimento. È sulla via che conduce alla più grossolana idolatria. Per la fede un ordinamento ha solo valore in quanto è il mezzo per il quale Iddio si fa conoscere all’anima in potenza vivente; la fede, cioè, può godere di Cristo nell’ordinamento secondo l’istituzione di Dio stesso. Al di fuori di ciò, un ordinamento non ha nessun valore; e se esso viene a insinuarsi, fosse anche nella più piccola misura, fra il cuore dell’adoratore e l’opera e la persona gloriosa di Cristo, cessa di essere un ordinamento di Dio e diventa uno strumento di Satana. Per la superstizione l’ordinamento è tutto, e Dio è escluso; il nome di Dio non serve che per esaltare l’ordinamento e dargli presa sul cuore e una influenza potente sullo spirito dell’uomo. È così che gli Israeliti adorarono il serpente di rame, il quale pure, per un tempo, fu un mezzo di benedizione per essi; ma divenne un oggetto di venerazione superstiziosa dal momento che i loro cuori si furono ritratti dall’Eterno; e fu necessario che Ezechia lo facessi a pezzi come «un pezzo di rame». In sè quel serpente non era che un pezzo di rame ma, come strumento di Dia, era stato un mezzo di grande benedizione. Ora, la fede lo riconosceva utile per lo scopo che la rivelazione di Dio gli aveva assegnato, ma la superstizione, gettando a mare la rivelazione, perse di vista il disegno reale di Dio, e dello strumento, che per se stesso era senza alcun valore, ne fece un Dio (vedere 2 Re 18:4).

Questo racchiude un’istruzione profonda riguardo al presente secolo. Viviamo in un secolo d’ordinamenti; l’atmosfera che avviluppa la Chiesa professante è impregnata degli elementi di una religione tradizionale che spoglia l’anima di Cristo e della sua salvezza. Non che le tradizioni umane neghino audacemente l’esistenza della persona e della croce di Cristo: poiché, se le negassero, gli occhi di parecchi si aprirebbero, forse; ma il male riveste un carattere infinitamente più perfido e pericoloso: si aggiungono gli ordinamenti a Cristo e alla sua opera: il peccatore non è più salvato da Cristo solo, ma da Cristo e dagli ordinamenti. Così il peccatore è spogliato interamente di Cristo; poiché si vedrà, in fin dei conti, che Cristo con gli ordinamenti diventeranno ordinamenti senza Cristo. «Se vi fate circoncidere, Cristo non vi gioverà nulla!» (Gal. 5:2). Dobbiamo avere Cristo soltanto e interamente, altrimenti non abbiamo nulla di Lui. Il diavolo persuade gli uomini che osservando i suoi ordinamenti e facendone molto caso, onorano Cristo, mentre sa benissimo che, facendo così, mettono Cristo da parte e deificano l’ordinanza. La superstizione fa dell’ordinanza il tutto, l’incredulità e il misticismo non ne fanno nulla; la fede ne fa uso secondo l’istituzione divina.

Mi sono dilungato, più di quanto prevedevo, su questa parte del nostro studio; la concluderò, ora, con un breve sguardo sul cap. 9.

Troviamo in esso il nuovo patto sotto il quale il Creato fu posto dopo il diluvio, e anche il segno di questo nuovo patto. «E Dio benedisse Noè e i suoi figliuoli, e disse loro: Crescete e moltiplicate, e riempite la terra. E avranno timore e spavento di voi tutti gli animali della terra e tutti gli uccelli del cielo».

L’ordine dato da Dio all’uomo al momento del suo ingresso nella terra ristorata è stato di riempire la terra, tutta la terra. La sua volontà era che gli uomini fossero dispersi su tutta la superficie della terra; e che non facessero conto sulle loro forze concentrate, come hanno tentato di fare e come ce lo riferisce il cap. 11.

Dopo il diluvio, il timore dell’uomo è posto nell’anima di ogni creatura inferiore di modo che il servizio reso all’uomo è il risultato necessario del timore e della paura. La vita come la morte degli animali inferiori deve essere al servizio dell’uomo.

          6.11 L’arco di Dio nella nuvola

Il creato è liberato dal timore d’un secondo diluvio, dal patto che Dio ha stipulato con esso; il giudizio non rivestira mai più la forma sotto la quale è stato eseguito allora. «Il mondo d’allora, sommerso dall’acqua perì: mentre i cieli d’adesso e la terra, per la medesima Parola, son custoditi, essendo riservati al fuoco per il giorno del giudizio e della distruzione degli uomini empi» (2 Pietro 3:6-7). La terra che è stata una volta purificata coll’acqua, sarà ancora un’altra volta purificata col fuoco; ma allora scamperanno solo quelli che si sono rifugiati presso Colui che è passato per le acque profonde della morte e che ha attraversato il fuoco del giudizio di Dio.

«E Dio disse: Ecco il segno del patto che io fo tra me e voi e tutti gli esseri viventi che sono con voi, per tutte le generazioni avvenire. Io pongo il mio arco nella nuvola, e servirà di segno del patto fra me e la terra, ... e io mi ricorderò del mio patto» (vers. 12 e seg.). Tutto il creato riposa sulla stabilità eterna del patto di Dio di cui l’arcobaleno è il segno nella nuvola; l’occhio di Dio riposa su esso, di modo che la sicurezza dell’uomo dipende non dalla sua memoria imperfetta, incerta, ma dalla memoria di Dio. «Io mi ricorderò», ha detto Dio. È dolce pensare a ciò di cui Dio vuole o non vuole ricordarsi; si ricorderà del suo patto, ma non si ricorderà dei peccati del suo popolo. La croce che ratifica il primo, toglie gli ultimi; e la fede ne afferra il valore, dà la pace all’anima turbata e alla coscienza agitata.

«E avverrà che quando avrò raccolto delle nuvole al di sopra della terra, l’arco apparirà nelle nuvole, e io mi ricorderò del mio patto fra me e voi». Non è forse questa una bella e significativa immagine? I raggi del sole riflessi da ciò che minaccia di giudizio e resi più gloriosi dalle nuvole stesse che si accumulano davanti a loro, tranquillizzano il cuore e ricordano il patto di Dio, la salvezza di Dio. L’arco nella nuvola ricorda il Calvario; quivi vediamo una tetra nuvola, una nuvola di giudizio, scaricarsi sul capo sacro dell’Agnello di Dio, nuvola così densa che in pieno giorno, «si fecero tenebre per tutto il paese» (Luca 23:44). Ma, Dio ne sia benedetto, i raggi dell’amore divino ed eterno attraversano le tenebre, e la fede discerne, in quella nuvola nera, l’arco più bello e più glorioso che mai sia apparso e ode questa parola «è compiuto» uscire dal seno dell’oscurità; e in questa parola riconosce la ratifica perfetta del patto eterno di Dio, non solo col creato ma con le tribù d’Israele e con la Chiesa di Dio.

          6.12 Noè s’inebria

L’ultima parte di questo capitolo ci presenta uno spettacolo umiliante. Colui che è stato fatto signore del Creato non sa governare se stesso. «Or Noè, ch’era agricoltore, cominciò a piantar la vigna; e bevve del vino e s’inebriò e si scoperse in mezzo alla sua tenda» (vers. 20 e seg.). Che condizione per Noè, il solo uomo giusto, il predicatore di giustizia! Che cosa è l’uomo! In qualunque posizione lo consideriamo, lo vediamo sempre fallire. Fallisce in Eden, fallisce nella terra restaurata, fallisce in Canaan, fallisce nella Chiesa, fallisce anche in presenza della gloria e della felicità millenaria. Fallisce ovunque e in tutto: in lui non esiste alcun bene. Per quanto grandi ed estesi siano stati i suoi privilegi, per quanto bella sia la sua posizione, egli non sa produrre che falli e peccati.

Tuttavia dobbiamo considerare Noè sotto due punti di vista, come tipo e come uomo. Ora, mentre il tipo è pieno di bellezza e di significato, l’uomo è pieno di peccato e di follia. Eppure lo spirito di Dio ha scritto queste parole: «Noè fu uomo giusto e integro» e «Noè camminò con Dio» (Genesi 6:9). La grazia divina aveva coperto tutti i suoi peccati e l’aveva vestito d’una veste di giustizia immacolata: aveva «trovato grazia agli occhi dell’Eterno» (Genesi 6:8). E benché Noè scoprisse la propria nudità, Dio non la vide, poiché non guardava alla debolezza della sua condizione naturale, ma alla potenza della giustizia divina ed eterna. Questo ci fa comprendere quanto errava Cam e quanto era lontano da Dio e dai suoi pensieri, nel suo modo di agire. Non conosceva evidentemente nulla della felicità dell’uomo «la cui trasgressione è rimessa e il cui peccato è coperto» (Salmo 32:1). Invece Sem e Jafet, ci forniscono un bell’esempio del modo in cui Dio considera la nudità dell’uomo e agisce a suo riguardo, per cui essi ereditano una benedizione, mentre Cam una maledizione.


      7. Capitoli 10 e 11: Di Noè a Abramo

          7.1 Babilonia

Questo capitolo descrive la posterità dei figliuoli di Noè, e fa specialmente menzione di Nimrod, fondatore del regno di Babel ossia di Babilonia, il cui nome occupa un posto particolare nelle pagine del santo libro di Dio.

Babilonia è un nome e un principio ben conosciuto. Dal cap. 10 della Genesi al cap. 18 dell’Apocalisse, Babilonia appare del continuo sulla scena e sempre come nemica di quelli che son chiamati a rendere a Dio una testimonianza pubblica sulla terra: non si deve da ciò dedurre che la Babilonia dell’Antico Testamento sia la stessa di quella del Nuovo Testamento. La prima senza dubbio, è una città, l’ultima è un sistema; l’una e l’altra esercitano una potente influenza, ostile al popolo di Dio.

Israele era appena entrato in guerra con i popoli di Canaan, che «un mantello di Scinear», introdusse la contaminazione e il turbamento, la disfatta e la confusione nell’esercito (ved. Giosuè 7). È il racconto più autentico e più antico che abbiamo dell’influenza perniciosa di Babilonia sul popolo di Dio. Ogni lettore attento delle Scritture sa, d’altronde, quale posto questa occupi nella storia del popolo d’Israele.

Senza menzionare tutti i passi che parlano di Babilonia, faremo notare che ogni volta che Dio ha un corpo di testimoni sulla terra, Satana ha una Babilonia per corrompere e guastare la testimonianza. Quando Dio unisce il suo Nome a una città del mondo, Babilonia prende la forma d’una città. Quando Dio unisce il suo Nome alla Chiesa, Babilonia prende la forma d’un sistema religioso corrotto, chiamato «la grande meretrice», «la madre delle meretrici e delle abominazioni» (Apoc. 17:1-6 e seguenti). In altri termini, la Babilonia di Satana appare sempre come strumento forgiato dalla sua mano allo scopo d’intralciare l’opera di Dio, sia anticamente in Israele, sia ora nella Chiesa. Da un capo all’altro dell’Antico Testamento, si vedono Israele e Babilonia opposti l’uno all’altro: quando uno sale, l’altro scende. Così quando Israele ha completamente fallito come testomonio dell’Eterno, «il re di Babilonia le ha frantumato le ossa» (Geremia 50 17) e lo ha divorato; e i vasi della casa di Dio, che dovevano rimanere nella città di Gerusalemme, sono trasportati nella città di Babilonia. Ma Isaia, nella sublime profezia del cap. 14 del suo libro, ci trasporta di fronte ad uno stato di cose del tutto opposto, e ci fa vedere, in un magnifico quadro, la stella d’Israele crescente e gloriosa e Babilonia rovesciata. «E il giorno che l’Eterno t’avrà dato requie dal tuo affanno, dalle tue agitazioni e dalla dura schiavitù alla quale eri stato assoggettato, tu pronunzierai questo canto sul re di Babilonia e dirai: Come! l’oppressore ha finito? Ha finito l’esattrice d’oro? L’Eterno ha spezzato il bastone degli empi, lo scettro dei despoti;... da che sei atterrato, essi dicono, il boscaiolo non sale più contro di noi» (Isaia 14:3-8).

Ecco ciò che riguarda la Babilonia dell’Antico Testamento. In quanto a quella dell’Apocalisse, il lettore può leggere i capitoli 17 e 18 per conoscerne il carattere e vedere quale ne è la fine; essa appare in un contrasto sorprendente con la Sposa, la moglie dell’Agnello; è gettata nel mare come una gran macina; poi si celebrano le nozze dell’Agnello con tutta la felicità e la gloria.

«E Cus generò Nimrod, che cominciò ad essere potente sulla terra; egli fu un potente cacciatore nel cospetto dell’Eterno; perciò si dice: come Nimrod il potente cacciatore... E il principio del suo regno fu Babel, Erec, Accad e Calne nel paese di Scinear» (vers. 8-10). Ecco il carattere del fondatore di Babilonia. Egli «fu potente sulla terra», «un potente cacciatore nel cospetto dell’Eterno»; e il carattere di Babilonia, da un capo all’altro della Scrittura, corrisponde in modo notevole alla sua origine. Babilonia appare sempre con un’influenza potente sulla terra, in lotta contro tutto ciò che è di origine celeste; solo quando è distrutta si innalza nel cielo, in mezzo alla gran moltitudine, il grido: «Alleluia! poiché il Signore Iddio nostro l’Onnipotente, ha preso a regnare» (Apoc. 19:6). Babilonia allora prende fine: tutta la sua potenza e la sua gloria, tutto il suo orgoglio e le sue ricchezze, tutto il suo splendore. il suo incantesimo e la sua vasta influenza cesseranno per sempre; sarà spazzata via e immersa nelle tenebre, negli orrori e nella desolazione d’una notte senza fine.

«O Eterno, fino a quando?»

          7.2 La torre di Babele

Il contenuto del capitolo 11 è del massimo interesse per la mente spirituale; riferisce due grandi fatti; la costruzione di Babele e la chiamata di Abramo; in altri termini, lo sforzo dell’uomo per bastare a se stesso, e la rivelazione fatta alla fede di ciò che Dio ha in serbo per essa; il tentativo dell’uomo per stabilirsi sulla terra e l’appello di Dio all’uomo per farvelo uscire e fargli trovare la sua parte e la sua dimora nel cielo.

«Or tutta la terra parlava la stessa lingua e usava le stesse parole. E avvenne che, essendo partiti verso l’oriente, gli uomini trovarono una pianura nel paese di Scinear e quivi si stanziarono. E dissero l’uno all’altro: Orsù, edifichiamoci una città e una torre di cui la cima giunga fino al cielo, e acquistiamoci fama, onde non siamo dispersi sulla faccia di tutta la terra» (vers. 1-4). Il cuore umano cerca sempre di farsi un nome, un centro; vuole possedere qualcosa sulla terra. Le sue aspirazioni non sono rivolte al cielo, all’Iddio del cielo, alla gloria del cielo; ma sempre a un oggetto sulla terra. Quando è lasciato a se stesso, l’uomo «edifica» sempre sotto il cielo; ci vuole l’appello di Dio, la rivelazione di Dio e la potenza di Dio per elevarlo al disopra del mondo contingente.

Nella scena che abbiamo sotto gli occhi, Dio non è né riconosciuto né ricercato; il cuore dell’uomo non si preoccupa di preparare un luogo dove Dio possa fare la sua dimora, né di radunare materiali per edificargli un tempio. Il nome di Dio non è neppure menzionato. L’uomo nella pianura di Scinear s’adoperava per acquistarsi una reputazione, e da allora ha sempre fatto così; nella pianura di Scinear come sulle rive del Tigri, lo vediamo sempre ricercare se stesso, esaltare se stesso, escludendo Dio ovunque e in tutte le cose; e, fra i suoi disegni, i suoi principi e le sue vie, vi è una triste coerenza.

Ora, qualunque sia il punto di vista sotto il quale consideriamo questa associazione Babilonese, è molto istruttivo vedervi lo spiegamento precoce del genio e delle facoltà dell’uomo. Seguendo il corso della storia del mondo, ritroveremo ovunque, negli uomini, questa tendenza a costituire delle associazioni e delle confederazioni: è in gran parte con questo mezzo che essi cercano di giungere alla realizzazione dei loro disegni: si tratti di filantropia, di religione o di politica, nulla si fa senza un’associazione regolarmente organizzata. È bene porre attenzione su questo principio, e vederne i primi accenni a la prima applicazione nella pianura di Scinear: la Scrittura ci insegna il piano, lo scopo e la prova stessa di questa associazione e anche la sua rovina. Se nel momento attuale guardiamo attorno a noi, ovunque incontriamo delle associazioni. Ma è importante notare che la prima di tutte fu quella della pianura di Scinear, costituita allo scopo di assicurare gli interessi dell’umanità e di esaltare il nome dell’uomo, scopo che, il nostro secolo di luce e di civiltà non rinnegherebbe di certo. Ma la fede discerne un grave difetto in tutte queste associazioni: Dio è escluso. Voler elevare l’uomo senza Dio, significa elevarlo ad una altezza vertiginosa donde scivolerà e cadrà in una confusione disperata e in una irrimediabile rovina.

Il credente non dovrebbe conoscere altra associazione che quella della Chiesa dell’Iddio vivente, costituita, in un solo corpo, dallo Spirito Santo disceso dal cielo come testimone della glorificazione di Cristo per battezzare in un solo corpo tutti i credenti e farne l’abitazione di Dio.

Babilonia è, sotto ogni aspetto, il contrario di ciò che è la Chiesa; e alla fine, diventa «albergo di demoni», come ce lo insegna il cap. 18 dell’Apocalisse.

«E l’Eterno disse: Ecco, essi sono un solo popolo e hanno tutti il medesimo linguaggio; e questo è il principio del loro lavoro; ora nulla li impedirà di condurre a termine ciò che disegnano di fare. Orsù scendiamo e confondiamo quivi il loro linguaggio, sicché l’uno non capisca il parlare dell’altro: così l’Eterno li disperse di là sulla faccia di tutta la terra, ed essi cessarono di edificare la città» (vers 6 a 8). Tale fu la sorte della prima associazione d’uomini e ne sarà così fino alla fine. «Popoli, alleatevi e sarete frantumati... equipaggiatevi e sarete frantumati, fate pure dei piani e saranno sventati « (Isaia 8:9).

          7.3 Dispersione e riunione

Ma come tutto è diverso quando è Dio che unisce gli uomini fra loro! Vediamo al cap. 2 del libro degli Atti, l’Iddio benedetto scendere nella sua infinita grazia, scendere fino all’uomo, in mezzo alle circostanze in cui il peccato l’ha posto. I messaggeri della grazia, per la potenza dello Spirito Santo, sono dotati per annunciare la buona novella nella lingua di tutti coloro a cui s’indirizzavano, poiché Dio desiderava raggiungere il cuore di tutti gli uomini col dolce messaggio della grazia. Non così fu promulgata la legge sulla montagna in fiamme: quando Dio dichiarava ciò che l’uomo doveva essere, parlava una sola lingua; ma quando rivela ciò che Egli è in Se stesso, si esprime in più linguaggi. La grazia rovescia le barriere che l’orgoglio e la follia dell’uomo hanno innalzate affinché ogni uomo possa comprendere il buon annunzio della salvezza, «le cose magnifiche di Dio» (Atti 2:11). Perché questo? Per associare gli uomini secondo i principi divini, attorno a Dio come centro, con lo scopo di dar loro un medesimo linguaggio, un medesimo centro, un medesimo oggetto, una medesima speranza, una medesima vita; in vista di radunarli in modo tale che non siano mai più dispersi e confusi; vuole dare loro un nome e una dimora che duri eternamente, ed edificar loro una città e una torre che non solo giungano fino al cielo, ma le cui fondamenta imperiture siano poste nei cieli dalla onnipotente mano di Dio stesso; riunirli intorno alla gloriosa persona di Cristo risuscitato e glorificato, affinché tutti insieme lo magnifichino e l’adorino.

Legga il mio lettore il versetto 9 del cap. 7 dell’Apocalisse; vi troverà una gran folla «di tutte le nazioni e tribù e popoli e lingue che sta davanti all’Agnello» e tutti, a gran voce, gridano: «La salvezza appartiene all’Iddio nostro».

Nelle tre parti della Scrittura che ci hanno occupato c’è un parallelismo istruttivo e interessante. Al cap. 11 della Genesi, le diverse lingue sono l’espressione del giudizio di Dio; al cap. 2 degli Atti, sono il dono della sua grazia e al cap. 7 dell’Apocalisse sono tutte riunite attorno all’Agnello per dargli gloria. L’associazione di Dio finisce nella gloria, quella degli uomini nella confusione. La prima è introdotta per mezzo dello Spirito Santo, e ha per oggetto l’esaltazione di Cristo, la seconda lo è per mezzo della energia profana dell’uomo scaduto e ha per oggetto la propria esaltazione.

Ci faccia Iddio considerare e comprendere tutte queste cose nella potenza della fede, poiché è soltanto così che le nostre anime possono trarre del profitto. Le dottrine più interessanti, come pure la conoscenza più approfondita delle Scritture, possono lasciare il cuore sterile e freddo: è Cristo che bisogna cercare e trovare nella Scrittura; e quando l’abbiamo trovato, dobbiamo nutrirci di Lui per la fede, affinché ne riceviamo la freschezza, l’unzione, la potenza di vita di cui abbiamo tanto bisogno in questi giorni di freddo formalismo.

Di quale profitto può essere una fredda ortodossia priva di un Cristo vivente, conosciuto in tutta la potenza e l’eccellenza della sua persona? La sana dottrina è, indubbiamente, d’immensa importanza, e ogni fedele servitore di Cristo si sentirà imperiosamente chiamato ad «attenersi al modello delle sane parole» che Paolo raccomandava a Timoteo di custodire (2 Tim. 11:13). Ma, dopo tutto, è un Cristo vivente che è l’anima e la vita, l’essenza e la sostanza della sana dottrina. Ci sia dato, nella potenza dello Spirito Santo, di vedere più bellezza e più eccellenza in Cristo, per essere liberati dallo spirito e dai principi di Babilonia!


      8. Capitolo 12: Abramo

          8.1 L’appello di Dio

La storia di sette uomini occupa gran parte del libro della Genesi: sono Abele, Enoc, Noè, Abramo, Isacco, Giacobbe e Giuseppe. Sono persuaso che la storia di ciascuno di essi rappresenti una verità particolare. Così, per esempio, in Abele troviamo, in figura, la rivelazione della verità fondamentale che l’uomo può avvicinarsi a Dio per mezzo dell’espiazione. Enoc ci fa vedere quale è la parte e la speranza della famiglia celeste, mentre Noè c’insegna quale è il destino della famiglia terrestre; Enoc fu trasportato in cielo prima del giudizio, Noè invece fu portato sulla terra restaurata attraverso il giudizio. Ognuno di questi uomini ci raffigura una verità distinta, e di conseguenza, una fase distinta della fede. Il lettore può proseguire lo studio di questo soggetto in tutta la sua estensione nel cap. 11 dell’epistola agli Ebrei, e questo lavoro sarà per lui profittevole e del massimo interesse.

Occupiamoci ora di Abramo.

Paragonando i versetti 1 del cap. 12 e 31 del cap. 11 con i vers. 2-4 del cap. 7 del libro degli Atti, scopriamo una verità di immenso valore pratico per l’anima. «Or l’Eterno disse ad Abramo: Vattene dal tuo paese e dal tuo parentado e dalla casa di tuo padre, nel paese che io ti mostrerò» (vers. 1). Tale è la comunicazione che Dio fece ad Abramo, comunicazione chiaramente definita, e per la quale Dio voleva agire sul cuore e sulla coscienza di colui a cui era indirizzata. «L’Iddio di gloria apparve ad Abramo nostro padre, mentr’egli era in Mesopotamia prima che abitasse in Caran... e di là, dopo che suo padre fu morto, lo fece venire in questo paese, che ora voi abitate» (Atti 7:2-4). Il risultato di questa comunicazione si trova al versetto 31 del cap. 11 della Genesi: «E Terah prese Abramo, suo figliuolo, e Lot, figliuolo di Haran, cioè figliuolo del suo figliuolo, e Sarai sua nuora, moglie d’Abramo suo figliuolo, e uscirono insieme da Ur dei Caldei, per andare nel paese di Canaan; e, giunti a Caran, dimorarono quivi... e Terah morì in Caran». Da questi passi, presi insieme, impariamo che i legami naturali impedirono ad Abramo di rispondere pienamente all’appello di Dio. Per quanto chiamato ad andarsene in Canaan, si fermò in Caran finché la morte non ruppe i legami naturali che lo trattenevano presso il padre; solo allora proseguì, senza più lasciarsi fermare, e arrivò nel luogo ove «l’Iddio di gloria» l’aveva chiamato.

Tutto questo è molto significativo. Le influenze della natura, sono sempre contrarie alla piena realizzazione e alla potenza pratica della «vocazione di Dio». Siamo purtroppo propensi ad accontentarci d’una parte inferiore a quella che l’appello di Dio pone davanti a noi. Ci vuole una fede semplice e integra perché l’anima possa innalzarsi all’altezza dei pensieri di Dio e prendere possesso delle cose che Egli ci rivela.

La preghiera dell’apostolo Paolo, che troviamo in Efesi 1:15-22, ci insegna in che misura egli si rendeva conto delle difficoltà contro le quali la Chiesa avrebbe dovuto lottare per afferrare «la speranza alla quale li aveva chiamati» e quale fosse «la ricchezza della gloria della sua eredità nei santi». È evidente che non possiamo camminare «in modo degno» di questa vocazione se non la comprendiamo. Dobbiamo sapere dove siamo chiamati prima di poterci recare là. Se Abramo fosse stato penetrato dalla potenza di questa verità, cioè che era in Canaan che «Dio lo chiamava», che là era la sua eredità, non si sarebbe fermato in Caran. La stessa cosa è per noi. Se lo Spirito Santo ci fa comprendere che la vocazione alla quale siamo stati chiamati è una vocazione celeste, che la nostra dimora, la nostra parte, la nostra speranza, la nostra eredità sono «ove Cristo è seduto alla destra di Dio», non cercheremo mai di farci una posizione in questo mondo, né ricercheremo la reputazione, né ci accumuleremo tesori sulla terra. La chiamata celeste non è un vano dogma o una teoria senza potenza: se non è una realtà divina, non è assolutamente nulla. La chiamata di Abramo era forse una semplice speculazione dello spirito, sulla quale egli poteva ragionare o discutere, pur rimanendo in Caran? No di certo: era una verità divina, potente, pratica. Abramo era chiamato in Canaan ed era impossibile che Dio potesse approvarlo mentre restava in Caran. E come lo era per Abramo, così ancora è per noi: se desideriamo avere l’approvazione e godere la presenza di Dio, dobbiamo tendere ad arrivare in esperienza, in pratica e in carattere morale, a ciò a cui Dio ci chiama, cioè a una piena comunione col suo unigenito Figliuolo: comunione con lui nella sua reiezione quaggiù, comunione con lui nella sua accettazione nel cielo.

Ma come per Abramo fu la morte a rompere il legame che lo tratteneva a Caran, così per noi è la morte che rompe il legame col quale la natura ci lega al presente secolo. Dobbiamo realizzare che siamo morti in Cristo nostro capo e nostro rappresentante; che il nostro posto, nella natura e nel mondo, è fra le cose che erano: che la croce di Cristo è per noi ciò che fu il Mar Rosso per Israele, quello che ci separa per sempre dal paese della morte e del giudizio. È soltanto così che potremo camminare in qualche misura «in modo degno della vocazione che ci è stata rivolta» (Efesi 4:1), vocazione elevata, santa, celeste: la «vocazione di Dio in Cristo Gesù».

          8.2 La croce ci mette a parte dal mondo (*)

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(*) Questa parte non è stata tradotta nell’edizione italiana originale. Ma si trova nel Messaggero Cristiano (Luglio 1985).
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Fermiamoci un istante per contemplare la croce di Cristo sotto i suoi due lati essenziali: come fondamento del nostro culto e come fondamento del nostro servizio; quindi anche della nostra pace e della nostra testimonianza; dei nostri rapporti con Dio e dei nostri rapporti con il mondo.

Se, convinto di peccato, guardo la croce del Signore Gesù, vedo in essa il fondamento eterno della mia pace; vedo che il «mio peccato» è stato tolto quanto al suo principio ed alla sua radice, e vedo che i «miei peccati» sono stati portati da Lui; vedo che Dio è veramente «per me», che è per me nella posizione in cui io mi vedo quando la mia coscienza è stata svegliata: quella di peccatore. La croce rivela Dio come l’amico del peccatore; lo rivela nel suo carattere meraviglioso di giusto giustificatore del peccatore più empio. La creazione e la provvidenza erano impotenti. In esse, senza dubbio, posso imparare a conoscere la potenza di Dio, la sua maestà e la sua sapienza. Ma queste cose sono tutte contro di me, perché sono un peccatore, e la potenza, la maestà e la saggezza non possono togliere il mio peccato, né fare sì Dio sia giusto ricevendomi. Alla croce, invece, vedo Dio che fa i conti con il peccato, in modo tale che glorifica se stesso infinitamente. Vedo la manifestazione gloriosa e la perfetta armonia di tutti gli attributi divini; vedo l’amore, un amore tale che attrae e persuade il mio cuore, fortificandolo e distaccandolo da ogni altro oggetto man mano che esso realizza questo amore. Vedo la sapienza, una sapienza che confonde i demoni e stupisce gli angeli. Vedo la potenza, una potenza che abbatte tutti gli ostacoli. Vedo la santità, una santità che respinge il peccato fino ai limiti più lontani dell’universo morale, e che è l’espressione la più forte che potesse essere data dell’orrore di Dio per il peccato. E vedo la grazia, una grazia che pone il peccatore nella presenza stessa di Dio, — anzi di più, nel cuore di Dio! Dove potrei vedere queste cose altrove che alla croce? Guardate ovunque; non troverete nulla che possa mettere insieme in modo pieno e glorioso queste due grandi cose: «Gloria a Dio nei luoghi altissimi» e «pace in terra» (Luca 2:14).

Che grande valore ha dunque la croce da questo primo punto di vista: come fondamento della pace del credente, della sua adorazione e della sua relazione eterna con quel Dio che essa rivela in modo tanto glorioso! Che valore ha per Dio, come base su cui Egli può, con giustizia, spiegare per intero tutte le sue incomparabili perfezioni, e agire riguardo al peccatore secondo tutta la distesa della sua grazia! La croce ha per Dio un tale valore che, come ha detto uno scrittore, «tutto ciò che Dio ha detto, tutto ciò che ha fatto fin dal principio prova che la croce occupava il primo posto nel suo cuore. E c’è forse da stupirsene, quando sappiamo che il Figlio diletto di Dio doveva essere inchiodato su questa croce e là essere l’oggetto della onta e di tutte le sofferenze che gli uomini e i demoni potevano accumulare su di Lui, perché trovava piacere a fare la volontà del Padre suo e a riscattare i figli della sua grazia? La croce sarà il grande centro di attrazione, come espressione perfetta del suo amore per tutta l’eternità».

Ma anche come base del nostro servizio attivo e della nostra testimonianza, la croce richiede da parte nostra la più seria attenzione. È forse necessario dire che, anche da questo punto di vista la croce è tanto perfetta come lo è dal punto di vista precedente? La croce, che mi mette in relazione con Dio, m’ha separato dal mondo. Un morto non ha più nulla a che fare con il mondo, e il credente, essendo morto in Cristo, è crocifisso per il mondo ed il mondo, per lui, è crucifisso (Gal. 6:14); e essendo risuscitato con Cristo, è unito a lui nella potenza d’una vita e d’una natura nuove. Inseparabilmente unito a Cristo, il credente partecipa necessariamente alla Sua accettazione presso Dio e al Suo rigettamento da parte del mondo. Queste due cose vanno assieme: la prima ci costituisce adoratori e cittadini del cielo, la seconda ci fa testimoni e stranieri sulla terra. La prima ci introduce al di là della cortina, nel luogo santissimo (Ebrei 10:19), la seconda ci fa uscire fuori del campo (Ebrei 13:13). E l’una è tanto perfetta quanto l’altra. Se la croce si è posta fra me e i miei peccati, e mi ha messo in pace con Dio, si è posta anche fra me e il mondo, e mi associa a un Cristo rigettato dagli uomini, facendo di me un oggetto della loro inimicizia, pur costituendomi umile e paziente testimone di questa grazia preziosa, inscrutabile ed eterna, che è stata in essa rivelata.

Il credente dovrebbe comprendere bene questi due aspetti della croce di Cristo, ed essere in grado di distinguerli. Non dovrebbe professare di godere delle benedizioni dell’uno, rifiutando di entrare nelle condizioni dell’altro. Se ha l’orecchio aperto per udire la voce di Cristo «dentro la cortina», dovrebbe pure averlo aperto per udire questa voce «fuori del campo». Se afferra l’espiazione che è stata compiuta sulla croce, dovrebbe anche rendersi conto di fatto del rigettamento da cui essa è necessariamente accompagnata. Il nostro beato privilegio è non solo di non avere più nulla a che fare con il peccato, ma anche di non avere più nulla a che fare con il mondo. Tutto è compreso nella dottrina della croce; perciò l’apostolo Paolo ha potuto dire: «Ma quanto a me, non sia mai che io mi vanti di altro che della croce del nostro Signore Gesù Cristo, mediante la quale il mondo, per me, è stato crucifisso e io sono stato crocifisso per il mondo» (Gal. 6:14). Paolo considerava il mondo come una cosa che doveva essere inchiodata alla croce; e il mondo, crocifiggendo Cristo, aveva crocifisso tutti coloro che gli appartengono. Meditiamo seriamente queste cose! Meditiamole sinceramente e con preghiera, e che lo Spirito Santo ce ne faccia realizzare la potenza pratica.

          8.3 L’obbedienza

Ritorniamo ora al nostro soggetto. Non è detto quanto tempo Abramo si sia fermato in Caran: tuttavia Dio attese il suo servitore fino a che, libero da ogni intralcio, obbedisse in pieno al suo comandamento. Non vi fu, e non vi poteva essere, nessun accomodamento fra l’ordine di Dio e le circostanze nelle quali si trovava Abramo secondo la natura. Dio ama troppo i suoi servitori per privarli della felicità che accompagna sempre l’obbedienza.

È bene notare che Abramo non ricevette nessuna nuova rivelazione durante il suo soggiorno in Caran. Perché Dio ci dia nuova luce, dobbiamo camminare in rapporto con la luce che Egli ci ha dato prima. «A chi ha sarà dato». Questo è il principio divino. Ricordiamoci tuttavia che Dio non ci trascinerà mai nel sentiero dell’obbedienza e del vero servizio; agire in quel modo, comprometterebbe l’eccellenza morale che caratterizza tutte le sue vie. Dio non trascina, ma attira, e ci fa camminare così nella via che conduce alla felicità ineffabile che è in Lui. Se non comprendiamo che è nel nostro interesse rovesciare tutti gli ostacoli che le relazioni umane vorrebbero porre davanti a noi per impedirci di rispondere all’appello di Dio, veniamo meno alla grazia che ci è stata fatta. Ma, ahimè, i nostri cuori penetrano poco in queste cose. Incominciamo a far calcoli intorno ai sacrifici, agli impedimenti, alle difficoltà, invece di correre nel cammino dell’obbedienza pieni di ardore perché conosciamo e amiamo Colui che ci ha chiamati.

Ogni passo compiuto nel cammino dell’obbedienza è contrassegnato da benedizioni reali, perché l’obbedienza è frutto della fede, e la fede ci associa a Dio e ci introduce in una comunione vivente con Lui. Considerando l’obbedienza sotto questo aspetto, vedremo facilmente quanto differisce dal legalismo in ogni suo carattere. Il principio legale pone l’uomo, carico di tutto il peso dei suoi peccati, sul sentiero del servizio, nell’osservanza della legge di Dio: ne risulta, per l’anima, un continuo tormento e ben lungi dal correre nel cammino dell’obbedienza, essa non vi è neppure ancora entrata. La vera obbedienza, invece, non è che la manifestazione o il frutto di una nuova natura comunicata per grazia. Dio, nella sua bontà, dà a questa nuova natura dei precetti per guidarla; ed è certissimo che la natura divina guidata da precetti divini non produce mai il legalismo. Ciò che lo produce, è la vecchia natura che cerca di seguire i precetti divini; ora, provare a dirigere la natura scaduta dell’uomo per mezzo della pura e santa legge di Dio, è tanto vano quanto assurdo. Come potrebbe la natura scaduta respirare un’aria così pura? Bisogna che ambedue, la natura e l’aria che essa respira, siano divine.

Ma Dio non soltanto comunica una natura divina al credente e lo guida per mezzo di principi divini; pone anche davanti a lui delle speranze conformi a questa natura. Così per quello che concerne Abramo «l’Iddio di gloria gli apparve»; a che scopo? Dio voleva porre davanti a lui un oggetto desiderabile: «il paese che ti farò vedere»; non c’era costrizione; Dio attirava l’anima. Secondo la valutazione della nuova natura e della fede, il paese dell’Eterno era di gran lunga migliore del paese di Ur o di Caran, e quantunque Abramo non l’avesse visto, la fede ne apprezzava la bellezza e il valore, e stimava che, per possederlo, valeva la pena abbandonare le cose presenti. Perciò leggiamo che «per fede Abramo essendo chiamato, obbedì, per andarsene in un luogo che egli aveva da ricevere in eredità, e partì senza sapere dove andava»; camminò «per fede e non per visione». Benché non avesse veduto con gli occhi credette col cuore e la fede divenne il movente dell’anima sua. La fede riposa sopra un fondamento ben più solido dell’evidenza dei nostri sensi, e questo fondamento è la Parola di Dio: i nostri sensi possono ingannarci, la Parola di Dio non inganna mai.

Il sistema legale getta a mare tutta la dottrina della nuova natura, come pure i precetti che la guidano e le speranze che la animano; insegna che bisogna rinunciare alla terra per ottenere il cielo. Ma come potrebbe la natura dell’uomo abbandonare ciò a cui è legata? Come potrebbe essere attirata da ciò in cui non vede nulla di attraente? Il cielo non ha nulla di desiderabile per la natura; è l’ultimo posto in cui le piacerebbe trovarsi. Essa non ha gusto né per il cielo, né per ciò che occupa il cielo, né per gli abitanti del cielo. Se le fosse possibile entrare nel cielo si troverebbe completamente a disagio e infelice. È incapace a rinunciare alla terra, è incapace a desiderare il cielo. È vero che sarebbe felice di sfuggire all’inferno e ai suoi tormenti indescrivibili; ma il desiderio di sfuggire all’inferno e quello di ottenere il cielo, derivano da due sorgenti molto diverse. Il primo è insito nella vecchia natura, ma il secondo non si trova che nella nuova. Se non vi fossero nell’inferno lo «stagno di fuoco», né il «verme che non muore», né «stridor di denti», la natura non lo temerebbe. E questo principio è vero per tutti i desideri e per tutto ciò che la natura procaccia.

Il sistema legale insegna che dobbiamo abbandonare il peccato; e, quanto alla giustizia, essa l’abborre esplicitamente. È vero che le piacerebbe una certa misura di pietà, ma solo nel pensiero, e con la speranza che la pietà la preserverà dal fuoco dell’inferno: la natura dell’uomo non ama il cristianesimo, perché introduce l’anima nel godimento attuale di Dio e delle sue vie.

Ma «l’evangelo della gloria dell’Iddio Beato» quanto è diverso, sotto ogni aspetto, da tutto il sistema legale! Questo evangelo rivela Dio che scende in grazia, che toglie il peccato nel modo più assoluto per mezzo del sacrificio della croce, sul fondamento d’una giustizia eterna, avendo Cristo sofferto per il peccato ed essendo stato fatto peccato per noi. E non solo Dio toglie il peccato, ma comunica una vita nuova, una vita di risurrezione che è la vita del suo stesso Figliuolo, risuscitato e glorificato; una vita che ogni vero credente possiede in virtù del fatto che, nel consiglio eterno di Dio, è unito a Colui che fu inchiodato alla croce, ma che ora è sul trono della maestà nel cielo. Questa nuova natura, l’abbiamo già fatto notare, è guidata da Dio, nella sua bontà, per mezzo dei precetti della sua santa Parola, applicata dallo Spirito Santo. Egli la incoraggia pure, presentandole delle speranze indistruttibili; le rivela a distanza «la speranza della gloria», «una città che ha i veri fondamenti», «una patria migliore» cioè una «patria celeste», «le molte dimore» della casa del Padre, «un regno che non può essere smosso» un’eterna unione con Lui in quelle regioni di felicità e di luce, ove il dolore e le tenebre non possono entrare, il favore inesprimibile di essere condotti, durante l’eternità, «lungo le acque chete e i paschi erbosi» dell’amore redentore. Come tutto ciò è diverso dalle idee legali! Invece di chiamarmi ad abbandonare le cose della terra che amo per ottenere il cielo che odio, a sviluppare e a governare una natura scaduta, Dio, nella sua grazia infinita, e in virtù del sacrificio di Cristo, mi comunica una natura capace di godere e mi dà un cielo di cui questa natura può gioire; e non solo un cielo, ma Lui stesso, sorgente inesauribile di tutta la gioia del cielo.

Queste sono le vie meravigliose di Dio. L’Iddio di gloria fece vedere ad Abramo un paese migliore di quello di Ur e di Caran, fece vedere a Saulo da Tarso una gloria così risplendente che i suoi occhi furono chiusi a tutti gli splendori della terra, in modo che, da allora, li stimasse come «tante spazzature» per guadagnare il Cristo che gli era apparso e la cui voce gli era penetrata nel più profondo dell’anima. Saulo da Tarso vedeva un Cristo celeste nella gloria e per tutto il corso della sua carriera quaggiù, nonostante la debolezza del «vaso di terra», questo Cristo celeste e questa gloria celeste riempirono l’anima sua.

          8.4 La tenda e l’altare

«E Abramo traversò il paese fino al luogo di Sichem, fino alla quercia di Moreh. Or in quel tempo i Cananei erano nel paese» (vers. 6). La presenza dei Cananei nel paese dell’Eterno doveva essere una prova per Abramo, un richiamo alla sua fede e alla sua speranza, un esercizio di cuore e una prova di pazienza. Aveva lasciato dietro a sè Ur e Caran per recarsi nel paese di cui «l’Iddio di gloria» gli aveva parlato; qui trova «i Cananei», ma vi trova pure l’Eterno.

E l’Eterno apparve ad Abramo e gli disse: «Io darò questo paese alla tua progenie» (vers. 7). La connessione di queste due dichiarazioni è di una commovente bellezza. «I Cananei erano nel paese»; e affinché l’occhio di Abramo non si fermasse troppo sul Cananeo, attuale possessore del paese, l’Eterno gli apparve come colui che avrebbe dato questo paese a lui e alla sua progenie per sempre. I pensieri di Abramo erano così rivolti verso l’Eterno e non verso i Cananei: e vi è qui un’istruzione preziosa per noi. I Cananei nel paese sono l’espressione della potenza di Satana; ma, invece di occuparci della potenza di Satana, che ci terrebbe lontani dal paese della nostra eredità, siamo chiamati ad afferrare la potenza di Cristo che ci ha introdotti in esso. «Il combattimento nostro, non è contro sangue... ma contro le forze spirituali della malvagità che sono nei luoghi celesti» (Efesi 6:12). La sfera stessa a cui siamo chiamati è la scena delle nostre lotte. Dovremmo forse essere spaventati? No, poiché Cristo è là per noi; Cristo vittorioso nel quale siamo «più che vincitori». Perciò invece di abbandonarci a uno spirito di timore, coltiviamo uno spirito di adorazione.

«Abramo edificò quivi un altare all’Eterno che gli era apparso. E di là, si trasferì verso la montagna, a oriente di Bethel e piantò le sue tende avendo Bethel a Occidente e Ai a Oriente» (vers. 7-8).

L’altare e la tenda ci rivelano i due caratteri distintivi di Abramo: adoratore di Dio e straniero in questo mondo. Dio non gli diede alcuna eredità nel paese, «neppure un palmo di terra» (Atti 7:5); ma possedeva Dio e ciò gli bastava.

          8.5 La prova: une carestia — soggiorno in Egitto

Ma se Dio risponde alla fede, egli la mette anche alla prova. La fede ha dunque le sue prove. Non dobbiamo pensare che il credente abbia da percorrere un cammino facile e piano: tutt’altro; egli incontra invece continuamente mari burrascosi e cieli tempestosi; ma Dio vuole che egli faccia, così, una più profonda e più matura esperienza di ciò che Dio è per il cuore che si confida in Lui. Se il cielo fosse sempre sereno, e la via sempre piana, il credente non conoscerebbe così bene l’Iddio col quale ha a che fare; sappiamo quanto il cuore è propenso a considerare la pace esterna come se fosse la pace di Dio! Quando tutto va bene per noi, quando i nostri beni sono al sicuro, i nostri affari prosperano, i nostri figliuoli si comportano bene, la nostra abitazione è piacevole e godiamo una buona salute, quando, insomma, tutto risponde a quello che possiamo desiderare, come siamo facilmente disposti a confondere la pace che riposa su un tale stato di cose, con quella che deriva dalla presenza sentita di Cristo! Il Signore lo sa; perciò, quando ci adagiamo sulle nostre circostanze invece di riposarci su lui, Egli ci visita e, in un modo o nell’altro, sconvolge i nostri falsi appoggi.

Ma vi è di più; siamo facilmente portati a credere che una via sia diritta perché esente da prove e viceversa. È un grande errore. Il sentiero dell’obbedienza è sovente quello che è più duro per la carne e il sangue. Così, Abramo non fu soltanto chiamato ad incontrare i Cananei nel paese in cui Dio l’aveva chiamato, ma ancora: «avvenne nel paese una carestia» (vers. 10). Doveva egli forse concludere, da questo, che non era al suo posto? No, certamente, poiché allora avrebbe giudicato secondo la sua propria vista, ciò che la fede non fa mai. Era senza dubbio una prova penosa per il suo Cuore, qualcosa d’incomprensibile per la sua natura; ma, per la fede, tutto era chiaro e facile.

Quando Paolo fu chiamato in Macedonia, la prigione di Filippi fu una delle prime cose che incontrò. Un cuore che non fosse stato in comunione con Dio, avrebbe visto, in questa prova, un colpo mortale inferto alla sua missione. Ma Paolo non mise mai in dubbio di essere nella giusta posizione, e fu reso capace «di cantare le lodi di Dio» nel seno stesso della prigione, rassicurato, come era, che tutto quello che succedeva era esattamente quella che doveva succedere. E Paolo aveva ragione; poiché la prigione di Filippi conteneva un vaso di misericordia che, umanamente parlando, non avrebbe mai udito l’Evangelo se coloro che l’annunciavano non fossero stati gettati nel luogo stesso dove egli si trovava. A dispetto di se stesso, il Diavolo fu lo strumento di cui Dio si è servito per far giungere l’evangelo agli orecchi del carceriere, uno dei suoi eletti.

Abramo avrebbe dovuto pensare, riguardo la carestia, come Paolo ha pensato riguardo la sua prigione. Si trovava nella posizione in cui Dio l’aveva posto, e non ricevette alcun ordine di uscirne. È ben vero che la fame era nel paese; e oltre a ciò l’Egitto era vicino ed offriva una facile liberazione; ma il sentiero del servitore di Dio era chiaro. Meglio morire di fame in Canaan, se è necessario, che vivere nell’abbondanza in Egitto. Meglio soffrire nel sentiero di Dio che essere a proprio agio in quello di Satana. Meglio essere povero con Cristo che ricco senza lui. Abramo in Egitto «ebbe pecore, buoi, asini, servi e serve, asine e cammelli» prova evidente, dirà il cuore naturale, che Abramo ebbe ragione di scendere in Egitto; ma, ahimè! non ebbe in Egitto né altare, né comunione con Dio. Il paese del Faraone non era il luogo della presenza dell’Eterno, e Abramo, scendendovi, ebbe più perdita che guadagno.

È sempre così; nulla potrebbe mai compensare la comunione col Signore. La liberazione da una calamità temporale e l’acquisto di maggiori beni terrestri, sono poveri equivalenti di ciò che si perde allontanandosi, fosse solo d’un millimetro, dal retto sentiero dell’obbedienza.

Quanti di noi possono aderire di cuore a questo modo di vedere? Quanti, per evitare le prove e gli esercizi che si incontrano nel sentiero di Dio, sono scivolati nella corrente del presente secolo malvagio e sono caduti in uno stato di sterilità, di aridità, di tristezza e di tenebre spirituali! Può darsi che, secondo l’espressione comune, «abbiamo fatto fortuna», abbiamo accumulato ricchezze e guadagnato il favore del mondo; ma tutte queste cose possono forse compensare la gioia in Dio, un cuore tranquillo, una coscienza pura e senza rimproveri, uno spirito di adorazione e di riconoscenza, una testimonianza vivente e un servizio efficace? Guai a chi potrebbe pensare così! Eppure, si son viste sovente tutte queste benedizioni vendute per un po’ di benessere, un po’ d’influenza, un po’ di denaro.

Vigiliamo contro la tendenza di sviarci dal sentiero della semplice e completa obbedienza; sentiero stretto ma sempre sicuro, talvolta arduo, ma sempre felice e benedetto. Procacciamo di serbare «la fede e una buona coscienza» che nulla potrebbe sostituire. Se viene la prova, invece di scendere in Egitto, contiamo su Dio, e così la prova, invece di essere un’occasione di caduta, risulterà un’occasione di obbedienza. E quando siamo tentati di scivolare nelle vie del mondo, ricordiamoci di Colui «che ha dato se stesso per i nostri peccati, affin di strapparci dal presente secolo malvagio secondo la volontà del nostro Dio e Padre» (Gal. 1:4). Se tale è stato il suo amore per noi e tale il suo giudizio sul carattere del presente secolo, che egli abbia dato se stesso per noi affin di liberarcene, lo rinnegheremo noi ritornando ad immergerci in ciò da cui la sua croce ci ha per sempre liberati? Così non sia! Voglia l’Onnipotente tenerci nel palmo della sua mano e all’ombra delle sue ali, finché vediamo Gesù, quale Egli è e siamo come Lui e con Lui per sempre!

      9. Capitoli 13 e 14: Abramo e Lot

          9.1 Il ritorno dall’Egitto

Questo capitolo si apre con un soggetto che è di grande interesse per il cuore.

Quando, in un modo o nell’altro, lo stato spirituale del credente si è abbassato ed egli ha perso la comunione con Dio, c’è il pericolo, dal momento che la sua coscienza si è risvegliata, che egli non afferri la grazia quale essa è e non entri pienamente nella realtà del proprio ristoramento davanti a Dio. Ora, noi sappiamo che tutto ciò che Dio fa, lo fa in modo degno di se stesso; che crei o che salvi, che converta o che ristori, Egli glorifica il suo Nome in tutte le sue vie. Questo è infinitamente prezioso per noi che siamo sempre propensi a «limitare il Santo d’Israele» (Salmo 78:41) e lo facciamo soprattutto nel lavoro della sua grazia ristoratrice.

Nel caso che ci occupa, vediamo che non soltanto Abramo fu fatto uscire dall’Egitto, ma ancora ricondotto al luogo dove aveva rizzato la sua tenda al principio, al luogo dove era l’altare che egli aveva edificato prima, e quivi Abramo «invocò il Nome dell’Eterno» (vers. 3-4}.

Dio non sarà soddisfatto riguardo colui che s’è sviato o è rimasto indietro, se non quando l’avrà ricondotto nella retta via e perfettamente ristabilito nella sua comunione. I nostri cuori, sempre pieni di propria giustizia, penserebbero facilmente che si addirebbe, ad un tale uomo, un posto meno elevato di quello che ha lasciato e, infatti, sarebbe così se si trattasse dei nostri meriti e del nostro carattere; ma trattandosi unicamente di grazia, appartiene a Dio il determinare la misura del ristoramento, e questa misura ci è data nel passo seguente: «O Israele, se tu torni, dice l’Eterno, torna a me!» (Geremia 4:1). Ecco come Dio rileva. Agire altrimenti, sarebbe indegno di Lui. O non ristora affatto, o, se lo fa, lo fa in modo da esaltare e glorificare le ricchezze della sua grazia.

Quando il lebbroso era riammesso nel campo, era condotto «all’ingresso della tenda di convegno» (Levitico 14:11); quando il figliuolo prodigo ritorna alla casa paterna, il padre lo fa sedere a tavola con lui; quando Pietro fu rilevato dalla caduta, potè dire agli uomini d’Israele: «Voi rinnegaste il Santo e il Giusto», accusandoli proprio di ciò che egli stesso aveva fatto nelle circostanze più aggravanti. In ognuno di questi casi, vediamo che Dio ristora perfettamente; riconduce sempre l’anima a Se stesso, in tutta la potenza della grazia e in tutta la fiducia della fede. «Se tu torni, torna a me»; «Abramo ritornò al luogo ove da principio era stata la sua tenda».

L’effetto del ristoramento divino dell’anima è infinitamente pratico; nel suo carattere confonde il legalismo e nel suo effetto annienta l’antinomismo. L’anima ristorata avrà un sentimento profondo e reale del male da cui è stata liberata, e questo sentimento si manifesterà con uno spirito di vigilanza, di preghiera, di santità e di prudenza. Dio non ci rileva perché consideriamo il peccato con leggerezza e ricadiamo di nuovo in esso; dice: «Va e non peccar più» (Giov. 8:11). Più è profondo il sentimento della grazia di Dio che ci ha rilevati, più profondo anche sarà il sentimento della santità di questo rilevamento. È un principio stabilito e insegnato da un capo all’altro della Scrittura, ma specialmente nei due passi ben conosciuti, Salmo 23:3 e 1 Giov. 1:9: «Egli mi ristora l’anima, mi conduce per sentieri di giustizia, per amor del suo Nome»; e, « Se confessiamo i nostri peccati, Egli è fedele e giusto da rimetterci i nostri peccati e purificarci da ogni iniquità».

Il sentiero che si addice ad un’anima ristorata è un sentiero di giustizia: parlare di grazia e vivere nell’ingiustizia significa «volgere in dissolutezza la grazia del nostro Dio» (Giuda 4). Se «la grazia regna mediante la giustizia, a vita eterna» (Rom. 5:21) si manifesta anche con opere di giustizia che sono il frutto di questa vita. La grazia che perdona i nostri peccati ci purifica da ogni iniquità. Sono due cose che non si devono mai separare; unite insieme, confondono, come abbiamo detto, il legalismo e l’antinomismo (*) del cuore umano.

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(*) O antinomianismo. Così chiamavisi una falsa dottrina che, partendo dal principio della salvezza per fede, arrivava a dedurre che non era affatto necessaria, per chi avesse creduto, una vita di santità, di giustizia, di opere buone.
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          9.2 Lot, nipote d’Abramo

Ma vi fu per Abramo una prova assai più grave della carestia che lo fece scendere in Egitto; quella che proveniva dalla compagnia di qualcuno che, evidentemente, non camminava nell’energia d’una fede personale e nemmeno nel sentimento della propria responsabilità individuale. Sembra che fin dal principio, Lot, nel suo cammino, fosse spinto dall’influenza e dall’esempio di Abramo, piuttosto che da una fede in Dio sua personale.

In questo fatto è rinchiuso un principio molto comune. Percorrendo la Sacra Scrittura, vediamo che in tutti i grandi movimenti prodotti dallo Spirito di Dio, certe persone, credenti o no, si sono associate a questi movimenti senza partecipare personalmente alla potenza che li aveva prodotti. Queste persone proseguono la loro strada per un certo tempo sia pesando come un corpo morto sulla testimonianza, sia intralciando questa in modo effettivo.

Così l’Eterno aveva chiamato Abramo a lasciare il suo parentado ma Abramo invece di lasciarlo, lo prende con sè; Terah lo ritarda nel suo cammino, fino al momento in cui è tolto dalla morte; Lot lo accompagna un po’ più avanti, ma «le cupidigie delle altre cose» (Marco 4:19) lo sopraffanno e l’abbattono totalmente.

La stessa osservazione può essere fatta nel gran movimento dell’uscita d’Israele fuori d’Egitto: «un’accozzaglia di gente raccogliticcia» seguì i Giudei e divenne per essi un motivo di corruzione, d’infiacchimento e di turbamento come lo vediamo al cap. 11 dei Numeri: «E l’accozzaglia di gente raccogliticcia ch’era tra li popolo, fu presa di concupiscenza, e anche i figliuoli d’Israele ricominciarono a piagnucolare e a dire: chi ci darà da mangiare della carne?» (Numeri 11:4). Nello stesso modo ancora, nei primi giorni della Chiesa, e da allora, in tutti i movimenti prodotti dallo Spirito di Dio, si è visto un gran numero di persone, associarsi a quei movimenti sotto influenze diverse ma che, non essendo divine, non sono state che momentanee, e ben presto tali persone si sono tratte indietro e hanno ripreso il loro posto nel mondo.

Nulla sussisterà se non ciò che è da Dio: bisogna che realizziamo il legame che ci unisce all’Iddio vivente, dobbiamo sentire che è Lui che ci ha chiamati alla posizione che occupiamo, altrimenti non avremo né fermezza né costanza in questa posizione. Non possiamo seguire la strada d’un altro, semplicemente perché quell’altro vi cammina. Dio, nella sua grazia, traccia a ciascuno di noi la via che dobbiamo seguire, dando ad ognuno una sfera d’azione e dei doveri da compiere. e dobbiamo sapere quale è la nostra vocazione e i doveri che vi si riferiscono; affinché per la grazia che ci è data ogni giorno, possiamo lavorare efficacemente alla gloria di Dio. Importa poco la misura che ci è data, purché ci sia data da Dio. Possiamo aver ricevuto «cinque talenti» oppure «uno solo»; ma se facciamo fruttare questo «solo» talento con gli occhi rivolti al Padrone, udremo certamente queste sue parole: «va bene» come se avessimo fatto fruttare i «cinque talenti».

Paolo, Pietro, Giacomo e Giovanni hanno avuto ciascuno «la propria misura», un ministerio speciale, ed è così per tutti.

Nessuno deve intromettersi nel lavoro altrui. Nulla è più futile dell’imitazione. Nel mondo fisico non ne vediamo alcun segno, ma ogni creatura riempie la propria sfera, ha le proprie funzioni; se così è nel mondo fisico, a maggior ragione lo è nel mondo spirituale. Il campo è abbastanza vasto per tutti. In una stessa casa vi sono vasi di grandezza e di forma diversi, e tutti sono necessari al padrone di casa.

Esaminiamo dunque seriamente, caro lettore, se siamo condotti da un’influenza divina o umana, se la nostra fede riposa sulla sapienza umana o sulla potenza divina, se ciò che facciamo lo facciamo perché altri l’hanno fatto, oppure perché il Signore ci chiama a farlo; se non facciamo che appoggiarci su quelli che ci circondano o se siamo sorretti da una fede personale.

È senza dubbio un gran privilegio il poter godere della comunione dei fratelli, ma se ci appoggiamo su di essi, ben presto faremo naufragio; nello stesso modo, se oltrepassiamo la nostra misura, la nostra azione sarà ostentata. È facile vedere se un uomo lavora al suo posto e nella sua misura: possiamo noi essere sempre veri e naturali! Chi si avventura in acqua profonda senza saper nuotare dovrà dibattersi. Una nave varata senza la capacità di tenere il mare e insufficientemente equipaggiata sarà costretta a ritornare al porto o andrà persa.

Lot lasciò «Ur dei Caldei», ma cadde nella pianura di Sodoma. L’appello di Dio non aveva raggiunto il suo cuore e l’occhio suo era rimasto chiuso alla gloria dell’eredità di Dio.

Vi è per ognuno dei servitori di Dio, un sentiero rischiarato dalla sua approvazione e dalla luce della sua faccia e dovrebbe essere la nostra gioia il camminarvi. La sua approvazione basta al cuore che lo conosce. Non otterremo sempre l’approvazione dei nostri fratelli, saremo sovente incompresi, ma sono cose che non si possono evitare. Il giorno metterà ogni cosa al suo posto, e il cuore fedele aspetterà con gioia l’arrivo di quel giorno, sapendo che allora «ciascuno avrà la sua lode da Dio» (1 Cor. 3:13; 4:5).

          9.3 L’amore del mondo

Potrà essere utile esaminare più da vicino ciò che indusse Lot ad abbandonare il sentiero della testimonianza pubblica.

Vi è nella storia di ogni uomo un momento di crisi che rivela il fondamento sul quale si appoggia nel suo cammino, i motivi che lo fanno agire e gli oggetti che procaccia; e fu così di Lot: egli non morì a Caran, ma cadde in Sodoma. La causa apparente della sua caduta fu la disputa fra i pastori del suo bestiame e quelli del bestiame di Abramo: ma quando non si cammina con occhio semplice e gli affetti purificati, si inciampa facilmente in una pietra che ci fa cadere; se non è un giorno, è un altro. In un certo senso, importa poco quale sia la causa apparente che ci fa abbandonare la diritta via; la causa reale rimane nascosta, molto lontana forse dall’attenzione pubblica, nelle camere segrete delle nostre affezioni, là dove il mondo, in una forma o nell’altra, ha trovato posto. La disputa fra i pastori sarebbe stata facile da sedare, senza danno spirituale né per Lot né per Abramo. In realtà per quest’ultimo non fu che l’occasione di manifestare la magnifica potenza della fede e della elevatezza morale e celeste di cui la fede riveste colui che crede; mentre non fece che manifestare la mondanità che vi era nel cuore di Lot. Questa querela dei pastori non aumentava la mondanità nel cuore di Lot e neppure la fede nel cuore di Abramo; non fece che portare alla luce, nell’uno come nell’altro, ciò che c’era nel loro cuore.

È sempre così: controversie e dissensi si elevano nella Chiesa di Dio, e diventano per molti un’occasione di caduta facendoli ritornare al mondo, in un modo o nell’altro; costoro, poi, danno colpa alle controversie e alle divisioni e fanno ricadere su queste cose la responsabilità che toccherebbe loro, mentre in realtà queste non sono state che il mezzo per manifestare la vera condizione dell’anima e l’inclinazione del cuore.

Quando il mondo è nel cuore, in un modo o nell’altro, la cosa si manifesta. Neppure si può dire che vi sia grandezza morale nell’incolpare uomini e circostanze quando la radice del male giace in noi stessi, per quanto deplorevoli siano d’altronde le controversie e le divisioni. È triste ed umiliante vedere dei fratelli bisticciarsi in presenza dei Cananei e dei Ferezei, mentre il loro linguaggio dovrebbe sempre essere: «Deh! non ci sia contesa fra me e te... poiché siamo fratelli» (vers. 8-9).

Ma pure, perché Abramo non scelse Sodoma? Perché la lite non lo spinse nel mondo e non divenne per lui una occasione di caduta? Egli considerò la difficoltà dal punto di vista di Dio. Il suo cuore non era meno propenso ad essere attirato dalle pianure irrigate, che quello di Lot; ma non lasciò che il suo cuore scegliesse. Lasciò la scelta a Lot e volle che Dio scegliesse per lui. Tale è la sapienza che viene da alto.

La fede lascia sempre a Dio la cura di fissare la propria eredità, come pure rimette a Lui la cura di introdurvela. Può sempre dire: «La sorte è caduta per me in luoghi dilettevoli; una bella eredità mi è pur toccata» (Salmo 16:6). Poco importa dove «la sorte» è caduta; la fede giudica che è caduta «in luoghi dilettevoli» perché è Dio che l’ha posta là. Chi cammina per fede, può lasciare volentieri la scelta a chi cammina per l’esteriore; dice: «Se tu vai a sinistra io andrò a destra; e se tu vai a destra, io andrò a sinistra». Vi è qui disinteressamento ed elevatezza morale; e che sicurezza! Si può essere certi che qualunque sia la visione del cuore naturale e la parte che essa prenderà, essa non metterà mai le mani sul tesoro della fede; egli cerca la sua parte in una direzione diametralmente opposta. La fede pone il suo tesoro in un luogo che il cuore naturale non si sognerebbe mai di visitare, non potrebbe nemmeno avvicinarvisi se lo volesse, e quando lo potesse, non lo vorrebbe; di modo che la fede, lasciando la scelta alla natura, è in perfetta sicurezza come pure mirabilmente disinteressata.

Quale fu dunque la scelta di Lot, quando potè farla? Prese Sodoma per parte sua, proprio il luogo su cui il giudizio stava per cadere. Perché Lot fece una tale scelta? Perché guardò all’apparenza esteriore e non si curò del suo carattere intrinseco che ne presagiva il futuro destino. Il vero carattere di Sodoma era «la malvagità» (vers. 13); e il suo destino futuro, il «giudizio», la distruzione mediante fuoco e zolfo dal cielo. Ma si dirà: Lot ignorava tutto ciò: è possibile, e Abramo anche, probabilmente; ma Dio lo sapeva, e se Lot avesse lasciato a Dio la cura di scegliere una eredità per lui, Egli non gli avrebbe scelto certamente un luogo che stava per distruggere. Ma Lot volle scegliere da sè e giudicò che Sodoma andasse bene per lui, benché non si addicesse a Dio. I suoi occhi si fermarono sulle pianure irrigate e il suo cuore fu cattivato da esse. «E Lot andò piantando le sue tende fino a Sodoma» (vers. 10-12). Tale è la scelta che fa il cuore naturale. «Dema mi ha lasciato, avendo amato il presente secolo» (2 Tim. 4:10). Lot abbandonò Abramo per la stessa ragione; lasciò il luogo della testimonianza per passare a quello del giudizio.

          9.4 Conferma delle promesse ad Abramo

«E l’Eterno disse a Abramo dopo che Lot si fu separato da lui: Alza ora gli occhi tuoi e mira, dal luogo dove sei, a settentrione, a mezzogiorno, ad oriente e a occidente. Tutto il paese che vedi, lo darò a te e alla tua progenie in perpetuo» (vers. 14-15).

La disputa e la separazione, invece di procurare un danno spirituale ad Abramo, servirono a manifestare i principi celesti che lo dirigevano e fortificarono la vita della fede nell’anima sua, rendendo anche più chiaro il suo cammino e liberandolo da una compagnia che non poteva far altro che intralciarlo. Così, ogni cosa concorse al bene di Abramo e gli procurò una abbondante messe di benedizioni.

Ricordiamoci, e questa è una verità seria e incoraggiante, che a lungo andare ognuno trova il proprio livello, se così posso esprimermi. Tutti quelli che corrono senza essere mandati cadono in un modo o nell’altro e ritornano alle cose che facevano professione di aver abbandonate. D’altro canto, tutti quelli che sono stati chiamati da Dio e s’appoggiano su Lui, sono sostenuti dalla sua grazia. «Il sentiero dei giusti è come la luce che spunta e va vie più risplendendo finché sia giorno perfetto» (Prov. 4:18). Questo pensiero dovrebbe renderci umili e perseveranti nel pregare: «Perciò, chi si pensa di stare ritto, guardi di non cadere» (1 Cor. 10:12), poiché certamente, «ve ne son degli ultimi che saranno primi e de’ primi che saranno ultimi» (Luca 13:30). «Ma chi avrà perseverato sino alla fine sarà salvato» (Matteo 10:22).

È un principio che, qualunque ne sia l’applicazione particolare, ha una portata morale molto estesa. Molte navi sono salpate fieramente, con bella manovra, con tutte le vele spiegate, fra le ovazioni e gli applausi gioiosi della folla, con pronostici d’una magnifica traversata, ma ahimè! bufere, mareggiate, bassi fondi, roccie e banchi di sabbia hanno presto cambiato l’aspetto delle cose, e il viaggio incominciato sotto gli auspici più favorevoli, è terminato con un disastro! Faccio allusione qui solo al servizio e alla testimonianza e in nessun modo all’accettazione e alla salvezza eterna dell’uomo in Cristo: questa salvezza, Dio ne sia benedetto, non dipende in alcun modo da noi, ma da Colui che ha detto delle sue pecore: «Io dò loro la vita eterna e non periranno mai e nessuno le rapirà dalla mia mano» (Giov. 10:28). Ma vediamo sovente dei cristiani entrare in un servizio speciale, sotto l’impressione di essere chiamati da Dio e, dopo un certo tempo, fare naufragio; parecchi dopo aver professato certi principi di azione particolari riguardo ai quali non erano stati ammaestrati da Dio, o di cui non avevano pesato dovutamente le conseguenze nella presenza di Dio, finiscono per violare apertamente questi stessi principi. Dobbiamo deplorare queste cose ed evitarle con cura. Bisogna che ciascuno riceva la sua missione dal Maestro stesso. Tutti quelli che Cristo chiama a un servizio particolare, saranno infallibilmente sostenuti in questo servizio, poiché mai egli manda qualcuno alla guerra a proprie spese. Ma, chi corre senza essere mandato, non solo farà l’esperienza della propria follia, ma anche la manifesterà.

Tuttavia, ciò non significa che un uomo possa erigersi a rappresentante d’un principio (*) qualsiasi, o presentarsi come modello d’un carattere speciale di servizio o di testimonianza. Iddio ce ne guardi! Sarebbe puro orgoglio e vana follia! Il compito di chi insegna è di esporre le Scritture, e quello d’un servitore è di compiere la volontà del suo signore. Ma ben compreso e ammesso tutto questo, non dimentichiamo che dobbiamo calcolare la spesa prima di edificare una torre o muover guerra (Luca 14:28). Si vedrebbe meno confusione e miseria fra noi se questo fosse più seriamente considerato.

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(*) Oppure: pretendere essere la personificazione (in inglese: impersonation) d’un principio
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Abramo fu chiamato da Dio a lasciare Ur dei Caldei per andare in Canaan; e Dio lo condusse lungo tutto il cammino. Quando si fermò in Caran, Iddio lo attese; quando scese in Egitto, Iddio lo ricondusse; quando ebbe bisogno di guida, Egli lo guidò, quando vi fu contesa e separazione, Dio si prese cura di lui, di modo che Abramo non potè che dire: «Quant’è grande la bontà che tu riservi a quelli che ti temono!». (Salmo 31:19). Abramo non perdette nulla in seguito alla lite dei pastori; ebbe dopo, come prima, la sua tenda e il suo altare. «Allora Abramo levò le sue tende e venne ad abitare alle quercie di Mamre, che sono a Hebron, e quivi edificò un altare all’Eterno» (vers. 18). Scelga pure Lot la sua parte in Sodoma; Abramo cerca e trova il suo tutto in Dio. Non v’era nessun altare in Sodoma; tutti quelli che camminano in questa direzione, cercano tutt’altra cosa che un altare. Non è per rendere culto a Dio che vanno dalla parte di Sodoma, ma è l’amore del mondo che li conduce. E, quand’anche ottenessero l’oggetto delle loro ricerche, quale sarebbe la fine? «Egli dette loro quel che chiedevano, ma mandò loro la consunzione» (Salmo 106:15).

          9.5 La battaglia dei re

Abbiamo, nel capitolo 14, la storia della rivolta dei cinque re contro Kedor-Laomer e della battaglia che seguì.

Lo Spirito Santo può occuparsi dei movimenti di re e dei loro eserciti quando queste cose riguardano in qualche modo il popolo di Dio. Abramo non era personalmente implicato in questa rivolta e nelle sue conseguenze: la sua tenda e il suo altare non rischiavano certo di suscitare una guerra, né potevano temere di essere danneggiati dallo scoppio o dai risultati di essa. La parte dell’uomo celeste non può eccitare la gelosia o l’ambizione dei re o dei conquistatori del mondo.

Ma se Abramo non era interessato alla battaglia dei «quattro re contro cinque», non era lo stesso di Lot, la cui posizione era tale che fu coinvolto in tutto quell’affare. Fintanto che, per la grazia, cammineremo nel sentiero della fede, saremo posti al di fuori delle circostanze che travagliano il mondo; ma se abbandoniamo la nostra posizione di «cittadini del cielo» (Filippesi 3:20), e ricerchiamo un nome, un posto e una parte sulla terra, dobbiamo aspettarci di partecipare alla confusione e alle vicissitudini di questo mondo.

Lot si era stabilito nella pianura di Sodoma e fu, di conseguenza, gravemente coinvolto dalle guerre di Sodoma. Che testimonianza poteva rendere Lot in Sodoma? Una testimonianza ben debole! Il fatto stesso che egli si fosse stabilito in quel luogo aveva dato il colpo mortale alla sua testimonianza. Una sola parola pronunciata contro Sodoma e i suoi costumi sarebbe stata la condanna di se stesso; infatti, perché era egli là? Ma non sembra affatto che fu per rendere testimonianza a Dio che Lot rizzò le sue tende fino a Sodoma. Interessi personali e di famiglia sembrano essere stati il movente determinante della sua condotta; e, per quanto l’apostolo Pietro ci dica che Lot «si tormentava ogni giorno l’anima giusta a motivo delle loro iniquità» rimane il fatto che aveva ben poca forza per combattere questa malvagità quand’anche fosse stato disposto a farlo.

Da un punto di vista pratico, è importante notare che non possiamo essere governati da due oggetti contemporaneamente. Non posso avere per scopo i miei interessi temporali e, nello stesso tempo, quelli dell’evangelo di Cristo. Nulla mi impedisce, senza dubbio, di attendere ai miei affari e nello stesso tempo predicare l’Evangelo; ma è chiaro che l’una o l’altra di queste cose deve essere il mio oggetto. Paolo predicava il Vangelo pur facendo tende; ma l’Evangelo, e non la confezione delle tende, era il suo scopo. Se i miei affari sono lo scopo della mia vita, la mia predicazione non sarà che un’opera di formalismo senza frutto, se non addirittura un pretesto per «santificare» la mia cupidigia. Il nostro cuore è perfido e ci inganna in modo sorprendente, quando desideriamo raggiungere un fine speciale; ci fornisce le ragioni più plausibili per compiere quello che desideriamo, mentre la nostra mente, oscurata da interessi personali o da una volontà non giudicata, è incapace di discernere la natura di questi pretesti. Quante persone si incontrano che per mantenersi in una posizione che riconoscono falsa, si appoggiano sul fatto che questa posizione procura loro un cerchio d’affari più grande! «Ecco, l’ubbidienza val meglio che il sacrificio e dare ascolto val meglio che il grasso dei montoni» (1 Sam. 15:22); tale è la sola risposta di Dio a tutti questi ragionamenti.

La storia di Abramo e di Lot non prova forse che il mezzo più sicuro e più efficace di servire il mondo è di essere fedeli, separandosi da esso e testimoniando contro lui?

          9.6 L’intervento di Abramo

Tuttavia, ricordiamoci che la vera separazione dal mondo non può risultare che dalla comunione con Dio. Potremmo separarci dal mondo e fare della nostra persona il centro della nostra esistenza, come un monaco o un filosofo cinico; ma la separazione per Dio è tutt’altra cosa. L’una gela e inaridisce, l’altra riscalda e rallegra; l’una esalta noi stessi, l’altra ci fa uscire da noi stessi e ci rende attivi per amore degli altri. L’una fa dell’io e dei suoi interessi il nostro centro, l’altra dà a Dio il posto che gli appartiene.

Così, nel caso di Abramo, vediamo che il fatto stesso della sua separazione lo rende capace di compiere un servizio efficace a Lot che per il proprio cammino mondano s’era cacciato nei guai. «E Abramo quando ebbe udito che il suo fratello era stato fatto prigioniero, armò trecentodiciotto dei suoi più fidati servitori nati in casa sua e insegui i re fino a Dan... e ricuperò tutta la roba e rimenò pure Lot suo fratello, la sua roba e anche le donne e il popolo». Nonostante tutto, Lot era fratello di Abramo, e l’amore fraterno deve agire. «Un fratello è nato per l’avversità» e sovente accade che l’avversità raddolcisce il cuore e lo rende propenso alla bontà verso coloro dai quali abbiamo dovuto separarci.

È degno di nota che al versetto 12 sia detto: «E presero Lot figlio del fratello d’Abramo» e al versetto 14: «E Abramo come ebbe udito che il suo fratello era stato fatto prigioniero»... L’affetto di fratello risponde ai bisogni d’un fratello nell’avversità. Tutto questo è divino. Per quanto la vera fede ci renda sempre indipendenti, essa non ci rende mai indifferenti; non s’avviluppa mai di vestiti caldi, mentre il fratello patisce freddo. La fede fa tre cose: «purifica il cuore» (Atti 14:9), «opera per mezzo dell’amore» (Gal. 5:6), «vince il mondo» (1 Giov. 5:4); e questi tre risultati della fede appaiono, in tutta la loro bellezza, in Abramo. Il suo cuore puro dalle sozzure di Sodoma, manifesta una vera affezione per Lot suo fratello; e, infine, riporta una vittoria completa sui re. Tali sono i frutti della fede, questo principio celeste che glorifica Cristo.

          9.7 Melchisedec e la tentazione del re di Sodoma

Tuttavia, colui che cammina per fede non è al riparo dagli assalti del nemico; accade sovente che una nuova tentazione venga ad assalirlo subito dopo una vittoria. È quello che successe ad Abramo. «E il re di Sodoma gli andò incontro nella valle di Shaveh come egli se ne ritornava dalla sconfitta di Kedor-Laomer e dei re ch’erano con lui» (vers. 17). C’era, evidentemente, un profondo e insidioso disegno del nemico in questo fatto. Il re di Sodoma rappresenta un pensiero e una fase della potenza del nemico ben diversi da quelli che vediamo in Kedor-Laomer e nei re che erano con lui. Nel primo, udiamo la voce sibillina del serpente, nei secondi il ruggito del leone; ma sia che Abramo abbia a che fare col serpente, sia che abbia a che fare col leone, la grazia del Signore gli basta; e questa grazia agisce in favore del servitore di Dio nel momento del bisogno. «Melchisedec re di Salem fece portare del pane e del vino. Egli era sacerdote dell’Iddio altissimo. Ed egli benedisse Abramo dicendo: Benedetto sia Abramo dall’Iddio Altissimo padrone dei cieli e della terra! E benedetto sia l’Iddio Altissimo che t’ha dato in mano i tuoi nemici!» (vers. 18-20).

Dobbiamo notare, prima di tutto, il momento in cui Melchisedec entra in scena, e, in seguito, il doppio effetto del suo ministerio. Non è mentre Abramo insegue Kedor-Laomer che Melchisedec gli viene incontro; bensì quando il re di Sodoma insegue Abramo; c’è una grandissima differenza. Per entrare in una lotta più insidiosa di quella da cui era uscito, Abramo aveva bisogno d’una comunione più profonda con Dio.

Il «pane e il vino» di Melchisedec ristorarono l’anima d’Abramo dopo la sua lotta con Kedor-Laomer; mentre la benedizione dell’Iddio Altissimo fortificò il suo cuore per la lotta che doveva sostenere col re di Sodoma. Benché vittorioso, Abramo doveva ancora essere combattente; perciò il sacerdote regale ristora l’anima del vincitore e fortifica il cuore del combattente. È assai prezioso il modo in cui Melchisedec presenta Dio allo spirito di Abramo; lo chiama «l’Iddio Altissimo, padrone dei cieli e della terra»; poi dichiara che Abramo «è benedetto» dalla parte di questo Dio. È una potente preparazione per l’incontro col re di Sodoma. Un uomo «benedetto» da Dio, non aveva bisogno di ciò che il nemico poteva offrirgli; e se il padrone del cielo e della terra occupava i suoi pensieri, i beni di Sodoma non potevano avere alcuna attrattiva per lui. Così, come c’era da aspettarsi, quando il re di Sodoma gli fa questa proposta: «Dammi le persone, e prendi per te la roba», Abramo gli risponde: «Ho alzato la mia mano all’Eterno, l’Iddio altissimo, padrone dei cieli e della terra, giurando che non prenderei neppure un filo o un laccio di sandalo di tutto ciò che t’appartiene, perché tu non abbia a dire: ho arricchito Abramo». Abramo rifiuta di essere arricchito dal re di Sodoma. Come avrebbe potuto pensare di liberare Lot dalla potenza del mondo se egli stesso fosse stato governato dal mondo? Non posso liberare il mio prossimo se non perché io sono libero; fin quando sono nel fuoco, è impossibile che io possa ritirarne qualcuno. Il cammino della separazione per Dio è il cammino della potenza, come è anche il sentiero della pace e della felicità.

Il mondo sotto le sue diverse forme, è il grande mezzo di cui Satana si serve per infiacchire le mani e accaparrarsi le affezioni dei servitori di Cristo; ma, Dio ne sia benedetto, quando il cuore è integro verso di lui, Egli viene sempre a rallegrare, incoraggiare e fortificare nel momento opportuno. «L’Eterno scorre collo sguardo tutta la terra per spiegar la sua forza a pro di quelli che hanno il cuore integro verso di Lui» (2 Cron. 16:9). Vi è qui una verità incoraggiante per i nostri poveri cuori deboli e timorosi, se desideriamo resistere al mondo, alla carne e a Satana. Cristo sarà la nostra forza, e il nostro scudo; Egli «ammaestra le mie mani alla pugna e le mie dita alla battaglia» (Salmo 144:1). Egli «coprirà il mio capo nel giorno delle armi» (Salmo 140:7) e infine «triterà tosto Satana sotto i vostri piedi» (Rom. 16:20). Conservi il Signore i nostri cuori integri verso di Lui nella scena che ci circonda.

      10. Capitolo 15: Rivelazione di Dio ad Abramo

          10.1 Il scudo e la ricompensa d’Abramo

«Dopo queste cose, la parola dell’Eterno fu rivolta in visione ad Abramo dicendo: Non temere Abramo, io sono il tuo scudo e la tua grande ricompensa». L’Eterno non permetterà che il suo servitore sia in perdita per aver rifiutato le offerte del mondo. Era infinitamente meglio per Abramo essere al riparo dietro lo scudo dell’Eterno che rifugiarsi sotto la protezione del re di Sodoma, aspettare «la sua grande ricompensa» che accettare «i beni» di Sodoma.

La posizione nella quale Abramo è posto all’inizio di questo capitolo rappresenta, in modo mirabile, quella nella quale l’anima è introdotta per la fede in Cristo. Nessun dardo del nemico può penetrare nello scudo che protegge il più debole discepolo di Gesù; e, quanto all’avvenire, Cristo lo riempie. La parte che abbiamo in Lui non si esaurisce mai, la speranza non rende confusi; e l’una e l’altra sono rese infallibilmente sicure dai consigli di Dio e dall’espiazione che Cristo ha compiuta. Godiamo attualmente di queste cose per mezzo del ministerio dello Spirito Santo che dimora in noi; e, poiché è così, è evidente che il credente che segue una carriera mondana, o che si lascia andare a desideri carnali, non potrebbe godere né dello «scudo» né della «ricompensa». Se lo Spirito Santo è contristato non ci farà godere di ciò che costituisce la parte e la speranza proprie del credente.

Così vediamo, in questa parte della sua storia, che quando Abramo fu tornato dalla battaglia ed ebbe rifiutato l’offerta del re di Sodoma, Dio si presenta a lui sotto un doppio carattere: come «il suo scudo» e come «la sua grande ricompensa». Questo contiene un volume di verità pratiche, da meditare.

          10.2 Il figlio e l’erede

La fine del capitolo espone i due grandi principi sul quali si basano la qualità di figlio e quella di erede. «E Abramo disse: Signore Eterno, che mi darai tu? Poiché io me ne vo senza figliuoli, e chi possederà la mia casa è Eliezer di Damasco. E Abramo soggiunse: Tu non mi hai dato progenie; ed ecco uno schiavo nato in casa mia sarà il mio erede» (vers. 2-3).

Abramo desiderava un figlio poiché sapeva, dalla parola di Dio, che la sua «progenie» doveva ereditare il paese (cap. 13:15).

Le qualità di figlio e d’erede sono inseparabilmente unite nei pensieri di Dio. «Colui che uscirà dalle tue viscere sarà erede tuo» (vers. 4). La qualità di figlio è la vera base di ogni cosa ed è, inoltre, il risultato del consiglio sovrano e dell’opera di Dio, come leggiamo nell’epistola di Giacomo (cap. 1:18) «Egli ci ha di sua volontà generati mediante la parola di verità»; e infine questa qualità riposa sul principio eterno e divino della risurrezione. Come potrebbe essere altrimenti? Il corpo di Abramo era morto, di modo che, qui come ovunque, il figlio non ha potuto esistere che nella potenza della risurrezione. La sua natura era morta e non poteva né generare né concepire per Dio.

L’eredità in tutta la sua distesa e la sua magnificenza si spiegava agli occhi di Abramo; ma dove era l’erede? Il corpo di Abramo, così come il seno di Sara, erano «morti» ma l’Eterno era l’Iddio della risurrezione; perciò un corpo morto era proprio quello che Gli occorreva per agire.

Se la natura non fosse stata morta, sarebbe stato necessario, a Dio, farla morire prima di poter manifestare pienamente la sua potenza; una scena di morte da cui sono bandite tutte le vane e orgogliose pretese dell’uomo è il teatro che meglio si addice all’Iddio Vivente. Ecco perché l’Eterno disse ad Abramo: «Mira il cielo, e conta le stelle se le puoi contare, e gli disse: così sarà la tua progenie!». Quando l’anima contempla l’Iddio di risurrezione, non vi sono limiti alle benedizioni di cui essa è l’oggetto, poiché nulla è impossibile a chi può dare la vita a un morto.

          10.3 La fede che giustifica

«Ed egli credette all’Eterno che gli contò questo a giustizia». L’imputazione della giustizia fatta qui ad Abramo, deriva dalla fede che Abramo aveva in Dio come «Colui che vivifica i morti». È sotto questo carattere che Dio si rivela in un mondo ove regna la morte; e l’anima che crede in Dio come tale, è considerata giusta davanti a Dio. L’uomo, per questo stesso motivo, è necessariamente escluso come cooperatore, poiché cosa può fare in mezzo a una scena di morte? Potrà aprire le porte del sepolcro? Saprà sottrarsi alla potenza della morte e attraversare, vivente e libero, i confini del suo tenebroso dominio? No, di certo; quindi non può acquistarsi la giustizia, né stabilirsi nella relazione di figlio.

«Iddio non è Dio di morti, ma di viventi» (Marco 12:27). Perciò, finché è sotto la dominazione del peccato, l’uomo non può conoscere né la relazione di figlio, né la condizione di giusto. Dio solo può dunque conferire all’uomo l’adozione di figliuolo, come Lui solo può imputare la giustizia; e queste due cose sono legate alla fede in Lui come in Colui che ha risuscitato Cristo d’infra i morti.

È sotto questo aspetto che l’Epistola ai Romani ci presenta al cap. 4 la fede di Abramo dicendo: «Or, non per lui soltanto sta scritto che ciò gli fu messo in conto di giustizia, ma anche per noi, ai quali sarà così messo in conto, per noi che crediamo in colui che ha risuscitato dai morti, Gesù nostro Signore». L’Iddio di risurrezione è presentato «anche a noi» come oggetto di fede, e la nostra fede in Lui è il solo fondamento della nostra giustizia.

Se, dopo aver alzato gli occhi al firmamento Abramo li avesse poi diretti sul «suo corpo già ammortito» mai avrebbe potuto realizzare il pensiero d’una progenie numerosa come le stelle. Ma Abramo non ebbe riguardo al suo corpo, ma alla potenza di Dio in risurrezione; e poiché era questa potenza che doveva far nascere la progenie promessa, le stelle del cielo e la rena del mare non davano che una pallida idea del suoi effetti meravigliosi.

          10.4 La fede in Cristo morte e risuscitato

Nello stesso modo, se un peccatore che ode la buona novella dell’Evangelo potesse vedere, con i suoi occhi, la pura luce della presenza di Dio, e poi scendere nelle profondità inesplorate della sua natura peccaminosa, potrebbe con ragione esclamare: come giungerò alla presenza di Dio? come sarò io mai in condizione di abitare in quella luce? Ma se il peccatore si vede assolutamente senza risorse, Dio, sia benedetto il suo Nome, risponde a tutti i suoi bisogni in Colui che è sceso, dalla casa del Padre, alla croce e alla tomba ed è stato elevato sul trono, riempiendo così, per mezzo della sua persona e della sua opera, lo spazio che separa questi due punti estremi. Non vi può essere nulla di più elevato che il seno del Padre, dimora eterna del Figlio, e nulla di più basso che la croce e il sepolcro; ma, verità meravigliosa, troviamo Cristo nel seno di Dio e nel sepolcro; egli scese nella morte, per lasciare dietro a sè, nella polvere della tomba, tutto il peso dei peccati e delle iniquità del suo popolo, e dichiarando, per mezzo d’essa, la fine dì tutto ciò che è umano, la fine del peccato e dell’ultimo confine della potenza di Satana.

La tomba di Gesù è la grande fine di tutto. Ma la risurrezione ci trasporta al di là di questo termine e costituisce il fondamento imperituro sul quale la gloria di Dio e la felicità dell’uomo riposano per sempre. Da quando l’occhio della fede contempla Cristo risuscitato, trova in Lui una risposta trionfante a tutto ciò che si riferisce al peccato, al giudizio, alla morte e al sepolcro. Colui che li ha tutti divinamente vinti, è risorto dai morti e si è seduto alla destra della maestà nei luoghi celesti; e, più ancora, lo Spirito di Colui che è risuscitato e glorificato fa del credente un figlio. Il credente è uscito vivificato dalla tomba di Cristo, come è scritto: «E voi che eravate morti nei falli e nella incirconcisione della vostra carne, voi dico, Egli ha vivificati con lui, avendoci perdonati tutti i falli» (Col. 2:13).

Essendo dunque fondata sulla risurrezione, la qualità di figliuolo è unita alla giustificazione, alla giustizia e alla liberazione perfetta da tutto ciò che, in qualche modo, poteva essere contro di noi. Dio non poteva ammettere una sola macchia di peccato sui suoi figliuoli e sulle sue figliuole; il padre del figliuol prodigo non poteva ammettere alla sua tavola il figlio vestito con gli stracci del paese straniero. Poteva andargli incontro, gettarglisi al collo e baciarlo, in quegli stracci; era un atto degno della grazia e che caratterizza questa grazia in modo ammirabile; ma era impossibile che facesse sedere il figlio alla sua tavola coperto di quei cenci. La grazia che fece uscire il padre incontro al figlio, regna per mezzo della giustizia che riconduce il prodigo nella casa, presso il padre. Se il padre avesse aspettato che il figlio si fosse provvisto d’una veste adatta, non avrebbe agito in grazia; ma neppure sarebbe stato giusto introdurlo nella casa vestito dei suoi stracci. Quando il padre esce incontro al suo figlio e gli si getta al collo, la grazia e la giustizia brillano insieme in tutto il loro splendore, ma non danno al figlio un posto alla tavola del padre prima che sia vestito in modo degno della sua alta e beata posizione.

Dio, in Cristo, è sceso fino al grado più basso della posizione morale dell’uomo, affinché, con un tale abbassamento, potesse elevarlo al più alto grado di benedizione, in comunione con se stesso.

Da tutto ciò risalta che la nostra qualità di figliuoli, con tutta la gloria e i privilegi annessi, è del tutto indipendente da noi; non vi entriamo più di quanto i corpi ammortiti di Abramo e di Sara partecipavano alla progenie numerosa come le stelle del cielo e come la rena del mare.

Tutto è da Dio. «Dio Padre» ne ha concepita l’idea; «il Figlio » ne ha posto il fondamento; lo «Spirito Santo» ha realizzato l’edificio, e su questo edificio sta scritto: «Per la grazia, per la fede, senza le opere della legge»! (Rom. 3:27 e Efesi 2:8).

          10.5 Le sofferenze prima dell’entrata in possesso dell’eredità

Ma questo capitolo ci presenta anche un soggetto molto importante, cioè la qualità di erede. Essendo la questione della figliolanza e della giustizia regolata divinamente e senza condizione, il Signore dice ad Abramo: «Io sono l’Eterno che ti ho fatto uscire da Ur de’ Caldei per darti questo paese perché tu lo possegga» (vers. 7). Qui è presentata e trattata la grande questione dell’eredità, come pure la via particolare che gli eredi eletti dovranno percorrere per giungere all’eredità promessa. «Se siamo figliuoli, siamo anche eredi, eredi di Dio e coeredi di Cristo, se pur soffriamo con Lui affinché siamo anche glorificati con lui» (Rom. 8:17). La strada che conduce al regno, passa anche per la sofferenza, l’afflizione e la tribolazione; ma, grazie a Dio, per fede possiamo dire: «Le sofferenze del tempo presente non sono punto da paragonare con la gloria che ha da essere manifestata a nostro riguardo» (Rom. 8:18). E ancora: «La nostra momentanea leggera afflizione ci produce un sempre più grande, smisurato peso eterno di gloria» (2 Cor. 4:17); e infine: «Ci gloriamo anche nelle afflizioni, sapendo che l’afflizione produce pazienza, la pazienza esperienza, e la esperienza speranza» (Rom. 5:3-4).

È un grande onore e un reale privilegio per noi che ci sia dato di poter bere al calice del nostro benedetto Salvatore ed essere battezzati del suo battesimo, seguendo in una felice comunione con Lui la via che conduce direttamente alla nostra gloriosa eredità. L’Erede e i coeredi giungono a questa eredità per il sentiero della sofferenza.

Tuttavia, ricordiamoci che le sofferenze alle quali partecipano i coeredi sono esenti da ogni elemento «penale». Non hanno da soffrire sotto la mano della giustizia infinita a causa del peccato; queste sofferenze, Cristo, la santa vittima, le ha pienamente subite ed esaurite sulla croce per noi: allora egli chinò il suo capo santo sotto i colpi della giustizia divina: «Poiché anche Cristo ha sofferto una volta per i peccati» (1 Pietro 3:18). Questo «una volta» fu alla croce, e non altrove. Cristo non ha mai sofferto per il peccato prima, e non ne potrà mai più soffrire. Ha sofferto una volta sola alla fine dei secoli per annullare il peccato col suo sacrificio (Ebrei 9:26), «è stato offerto una volta sola per portare i peccati» (Ebrei 9:28).

Vi sono due modi di considerare il Cristo sofferente: come colpito dall’Eterno e come rigettato dagli uomini; sotto il primo aspetto, egli soffre solo, sotto il secondo abbiamo il privilegio e l’onore di essergli associati. Colpito da parte dell’Eterno per il peccato, Cristo ha sofferto tutto solo poiché chi avrebbe potuto soffrire con lui? Solo Egli portò tutta l’ira di Dio. Scese, solo, «al torrente perenne nel luogo dove non si lavora e non si semina» (Deut. 21:4) e regolò quivi per sempre la questione dei nostri peccati. Di questa parte delle sofferenze di Cristo siamo debitori di tutto per l’eternità; non abbiamo partecipato ad esse in nessun modo. Cristo ha combattuto e riportato la vittora da Sè, solo, ma condivide il bottino con noi; era solo «nella fossa di perdizione, nel pantano fangoso» (Salmo 40:2), ma dal momento che pone il piede sulla rocca eterna della risurrezione, egli ci associa a Sè. Era solo quando gettò «il gran grido» sulla croce (Marco 15:37), ma ha dei compagni, quando canta «il cantico nuovo» (Salmo 40:2-3).

Ora si tratta di sapere se rifiuteremo di soffrire con lui da parte degli uomini, dopo che Egli ha sofferto per noi da parte di Dio. Che qui si tratti di una domanda è cosa evidente, dal momento che lo Spirito Santo impiega costantemente la parola «se» in rapporto con questo soggetto. «Se pur soffriamo con lui» (Romani 5:17): «Se soffriamo, con Lui regneremo» (2 Tim. 2:12). Non è sollevata alcuna questione quando si tratta della qualità di figli; non perveniamo all’alta dignità di figli per mezzo della sofferenza, ma per la potenza vivificante dello Spirito Santo fondata sull’opera compiuta da Cristo, secondo il consiglio eterno di Dio. Nulla può toccare questa posizione. Non diventiamo membri della famiglia per mezzo della sofferenza, e l’apostolo Paolo non scrive ai Tessalonicesi: «Affinché siate stimati degni della famiglia di Dio per la quale voi soffrite» (2 Tess. 1:5). I Tessalonicesi facevano già parte della famiglia, ma erano destinati al regno, ed è attraverso la sofferenza, che passa la via che vi conduce; oltre a ciò, la misura delle loro sofferenze per il regno era in rapporto col grado della loro devozione e della loro conformità al Re. Più gli saranno simili, più soffriranno con lui; e più la nostra comunione con Lui nelle sue sofferenze sarà profonda, più lo sarà la nostra comunione con Lui nella gloria.

Vi è una differenza fra la casa del Padre e il regno del Figlio; nella prima si tratta di una posizione conferita, nel secondo si tratta di capacità. Tutti i miei figliuoli possono essere seduti alla mia tavola; ma il godimento che avranno nella mia compagnia e nella mia conversazione, dipenderà solo dalla loro capacità. Uno di essi può essere seduto sulle mie ginocchia nel pieno godimento della sua relazione di figlio, senza che sia capace, tuttavia, di comprendere una sola delle mie parole; un altro, forse, darà prova di una rara intelligenza senza per questo essere più felice del piccolo che sta sulle mie ginocchia. Ma il servizio dei miei figliuoli verso me, e la loro identificazione pubblica con me, sono due cose ben distinte. Il paragone di cui mi son servito non è che una debolissima immagine atta a mettere in rilievo la doppia idea della capacità nel regno del Figlio e della posizione conferita nella casa del Padre.

Ricordiamoci, tuttavia, che soffrire con Cristo non è il giogo d’uno schiavo, ma un privilegio e una dedizione volontaria; non una legge di ferro, ma un favore della grazia. «Poiché a voi è stato dato, rispetto a Cristo, non soltanto di credere in Lui, ma anche di soffrire per Lui» (Filipp. 1:29). Inoltre il vero segreto delle sofferenze per Cristo sta nel fatto che le nostre affezioni siano concentrate su lui. Più ameremo Gesù, più ci terremo vicini a Lui; più ci terremo vicini a Lui, più l’imiteremo fedelmente; e più l’imiteremo fedelmente, più soffriremo con Lui.

Tutto dipende dunque dall’amore per Cristo; ed è una verità fondamentale che «noi l’amiamo perché Egli ci ha amati il primo» (1 Giov. 4:19).

Guardiamoci su questo punto come su tutti gli altri da uno spirito legale; non creda qualcuno di soffrire per Cristo sotto il giogo del legalismo. Ahimè! ci sarebbe da temere che un tale non conosca né Cristo, né la posizione benedetta di figliuolo e che non sia ancora fermo nella grazia, ma cerchi di entrare nella famiglia per mezzo delle opere della legge, piuttosto che pervenire al regno per il sentiero della sofferenza. D’altra parte, guardiamoci di indietreggiare di fronte al calice e al battesimo del nostro Maestro; non facciamo professione di godere i benefici che la croce ci assicura, mentre rifiutiamo di partecipare alla reiezione che questa croce implica. Siamo pur convinti che il sentiero che conduce al regno non è rischiarato dal sole del favore del mondo e che non è cosparso dalle rose della sua felicità. Quando un credente riesce, nel mondo, c’è da temere che non cammini in comunione con Cristo. «Se uno mi serve, mi segua; e là dove sono io, quivi sarà anche il mio servitore» (Giov. 12:26). Qual era lo scopo della carriera terrestre di Cristo? Ha Egli cercato di ottenere dell’influenza e una posizione elevata nel mondo? No, ma ha trovato il suo posto sulla croce fra due briganti condannati a morte. Qualcuno potrà dire: ma in questo c’era la mano di Dio; ciò è vero, ma anche quella dell’uomo! Ed è quest’ultima verità che comporta necessariamente la nostra reiezione da parte del mondo, se camminiamo con Cristo.

La nostra associazione con Cristo ci apre il cielo e ci rigetta fuori del mondo; e se professiamo di essere del cielo senza che il mondo ci rigetti, significa che c’è qualcosa di falso nella posizione che abbiamo preso. Se Cristo fosse sulla terra ancora oggi, quale sarebbe il suo cammino? A che tenderebbe, dove terminerebbe? Iddio ci dia di rispondere a queste domande alla luce della sua Parola più penetrante di qualunque spada a due tagli e che ci pone, quali siamo, sotto lo sguardo dell’Onnipotente; e che lo Spirito Santo ci renda fedeli al nostro Signore assente, crocifisso e rigettato. Chi cammina secondo lo Spirito sarà ripieno di Cristo, ed essendo ripieno di Lui, sarà occupato non della sofferenza ma di Colui per il quale soffre. Se lo sguardo è fissato su Cristo, le sofferenze non saranno per nulla da paragonare alla gioia presente e alla gloria avvenire.

          10.6 La visione d’Abramo

Diamo ora un rapido sguardo sulla visione significativa di Abramo riferita negli ultimi versetti di questo capitolo. «E, sul tramontar del sole, un profondo sonno cadde su Abramo ed ecco, uno spavento, una oscurità profonda, cadde su lui. E l’Eterno disse ad Abramo: Sappi per certo che i tuoi discendenti dimoreranno come stranieri in un paese che non sarà loro, e vi saranno schiavi e saranno oppressi per quattrocento anni, ma io giudicherò la gente di cui saranno stati servi; e, dopo queste cose, se ne partiranno con grandi ricchezze... Or, come il sole si fu caricato e venne la notte oscura, ecco una fornace fumante e una fiamma di fuoco passare in mezzo agli animali divisi».

Si può dire che tutta la storia d’Israele sia riassunta in queste due figure: «la fornace fumante» e la «fiamma di fuoco». La prima rappresenta le diverse epoche nelle quali gli Israeliti sono stati messi alla prova e hanno sofferto: la lunga schiavitù in Egitto, il tempo della loro soggezione ai re di Canaan, quello della loro cattività in Babilonia, e infine il tempo della loro dispersione (*). Si può considrare Israele come un popolo che passa attraverso la fornace fumante in tutti questi differenti periodi (ved. Deut. 4:20, 1 Re 8:51, Isaia 48:10).

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(*) e delle persecuzioni subite nell’ultima guerra mondiale. (aggiunta dal traduttore italiano).
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La fiamma di fuoco, o torcia di fuoco, è l’immagine delle fasi della storia d’Israele, nelle quali l’Eterno appare in grazia per soccorrere i suoi: tale è la sua liberazione dall’Egitto per mano di Mosè; la liberazione dalla potenza dei re di Canaan durante il ministerio dei Giudici, il ritorno da Babilonia, in virtù del decreto di Ciro; e infine, la liberazione finale del popolo quando Dio apparirà nella sua gloria.

Non si giunge all’eredità se non passando attraverso la fornace fumante, e più il fumo della fornace è denso, più sarà brillante la fiamma della salvezza divina.

L’applicazione di questo principio non è limitato solo al popolo di Dio nel suo insieme, ma riguarda anche ognuno di quelli che lo compongono. Tutti quelli che sono pervenuti a una posizione eminente come servitori, sono passati attraverso la fornace fumante, prima di essere chiamati a godere della fiamma di fuoco. Uno spavento e una oscurità profonda cadde su Abramo; Giacobbe dovette subire vent’anni di duro servizio in casa di Labano; Giuseppe trovò la fornace fumante nell’afflizione delle prigioni di Egitto; Mosé passò 40 anni nel deserto.

La Scrittura ci fa vedere l’applicazione di questo principio ai diaconi (o «servitori») e ai vescovi (o «sorveglianti»): «siano questi prima provati, poi assumano l’ufficio di diacono se sono irreprensibili» (1 Tim. 3:10). «Il sorvegliante non sia novizio, affinché divenuto gonfio d’orgoglio, non cada nella condanna del Diavolo» (1 Tim. 3:6).

Essere un figlio di Dio è una cosa, essere un servitore di Cristo è un’altra, completamente diversa. Se metto mio figlio a lavorare il giardino, farà forse più male che bene. Perché? Forse perché non è un mio figliuolo diletto? No, ma perché non è un servitore esercitato. In questo sta tutta la differenza. Una relazione e un impiego sono due cose distinte; non che ogni figlio di Dio non abbia qualche cosa da fare, da soffrire o da imparare; ma rimane pur sempre vero che il servizio pubblico e la disciplina rimangono intimamente legati nelle vie di Dio. Chi è chiamato ad un servizio pubblico deve avere quella disposizione umile, quel giudizio maturo, quello spirito sottomesso e mortificato, quella volontà rotta, quel tono dolce, che sono i belli e sicuri risultati della disciplina segreta di Dio. In genere, si vedrà che quelli che si mettono avanti senza avere, almeno in una certa misura, le qualità morali menzionate, tosto o tardi falliscono allo scopo.

Signore Gesù, tieni i tuoi deboli servitori vicini a Te e nella tua mano potente.

      11. Capitolo 16: Sarai e Agar

          11.1 Il ricorso a mezzi umani

Qui, vediamo l’incredulità prendere possesso dello spirito di Abramo e, ancora una volta, distoglierlo per un certo tempo dal sentiero della felice e semplice fiducia in Dio. «E Sara disse ad Abramo: Ecco, l’Eterno m’ha fatta sterile». Queste parole sono l’espressione dell’impazienza caratteristica dell’incredulità; Abramo avrebbe dovuto valutarle così, e aspettare pazientemente dal Signore l’adempimento della sua promessa. Ma il nostro povero cuore naturale preferisce tutt’altra cosa che una posizione di attesa: farà ricorso ad espedienti, farà dei piani, userà una risorsa qualsiasi piuttosto che rimanere in una posizione che tanto gli pesa.

Credere ad una promessa e aspettarne pazientemente l’adempimento, sono due cose molto diverse.

La condotta d’un bambino ce ne fornisce numerosi esempi; quando promettiamo qualcosa a uno dei nostri figli, non gli viene in mente di dubitare della nostra parola; tuttavia lo vediamo molto agitato, impaziente di sapere quando e come adempiremo la nostra promessa. La condotta d’un bambino è uno specchio nel quale l’uomo più savio può esaminare la propria immagine.

Abramo manifesta della fede al capitolo 15, però manca di pazienza al capitolo 16: e così comprendiamo meglio il senso e la bellezza di quello che leggiamo al cap. 6 dell’epistola agli Ebrei: «Onde non diventiate indolenti, ma siate imitatori di quelli che per fede e pazienza ereditano le promesse». Dio fa una promessa: la fede la crede, la speranza l’anticipa, e la pazienza ne aspetta tranquillamente l’adempimento.

Vi è in commercio ciò che si chiama il «valore attuale» di una cambiale o d’un assegno all’ordine. È lo stesso nel mondo della fede. Vi è anche un valore presente delle promesse di Dio, e la misura che regola questo valore è la conoscenza sperimentale di Dio nel cuore: poiché è dal modo in cui apprezziamo Dio che dipende il valore che diamo alle sue promesse. Inoltre, l’anima sottomessa e paziente trova una ricca e piena ricompensa. rimettendosi così a Dio per l’adempimento di tutto ciò che Egli ha promesso.

In quanto a Sarai, ciò che essa disse ad Abramo significava, in definitiva, questo: «L’Eterno è venuto meno; forse la mia serva egiziana mi sarà una risorsa». Tutto, fuorché Dio, si confà ai cuore incredulo; e si è sovente stranamente sorpresi nel vedere a quali futilità il credente può attaccarsi quando ha perso il sentimento della presenza di Dio e ha dimenticato che la sua fedeltà non fa mai difetto e che Egli è sufficiente a tutto. L’anima perde così quella disposizione pacifica e quell’equilibrio così necessari per la testimonianza fedele di colui che cammina per la fede. Come il mondo, essa ricorre ad ogni sorta di espedienti per raggiungere il suo scopo e chiama questo «fare buon uso dei mezzi».

Ma sottrarsi ad una dipendenza assoluta da Dio è una cosa amara, e le sue conseguenze sono sempre funeste.

Se Sarai avesse detto: «La natura mi ha delusa, ma Dio è la mia risorsa», tutto sarebbe stato molto diverso; sarebbe rimasta sopra un fondamento vero, poiché in realtà la natura l’aveva delusa. Ma era la natura sotto una data forma; e Sarai, che non aveva ancora imparato a distogliere lo sguardo dalla natura sotto tutte le sue forme, volle provarla sotto un’altra. A giudizio di Dio, come a quello della fede, la natura di Agar non era migliore di quella di Sarai: la natura vecchia e giovane, è la stessa agli occhi di Dio, e pertanto anche a quelli della fede. Ma questa verità non ha potenza su di noi se sperimentalmente Dio non è diventato il centro della nostra esistenza. Dal momento che distogliamo lo sguardo da quel Dio glorioso, siamo capaci di darci alle invenzioni più vili dell’incredulità, ed è soltanto quando noi ci appoggiamo seriamente sull’Iddio vivente, solo vero e solo savio, che possiamo rinunciare a tutto ciò che è umano. Questo [non] vuol dire che disprezziamo gli strumenti di cui Dio si serve: sarebbe indifferenza e non fede. La fede tiene conto dello strumento non per un suo valore intrinseco ma per Colui che l’adopera; l’incredulità non considera che lo strumento e fa dipendere il successo dalla potenza apparente di esso, invece di giudicare secondo la virtù onnipotente di colui che, in grazia, si serve di esso.

Saul considerando Davide e poi il Filisteo, dice al primo: «Tu non puoi andare a batterti contro questo Filisteo poiché non sei che un giovanetto», Ma per Davide non importava sapere se poteva o no vincere il Filisteo, ma se l’Eterno aveva il potere di farlo.

Il sentiero della fede è un sentiero molto semplice e molto stretto. La fede non deifica né disprezza i mezzi; li apprezza a misura di quanto Dio se ne serve, e non al di là. Or vi è una grandissima differenza fra l’uso che Dio fa della creatura per servire me, e l’uso che io ne faccio per escludere Dio. Dio si servi dei corvi per nutrire Elia, ma Elia non si servì di essi per escludere Dio. Quando il cuore è realmente occupato di Dio, non si preoccupa dei mezzi; conta su Dio nella certezza che qualunque sia il mezzo che Dio adopererà, Egli benedirà, aiuterà e provvederà a tutti i bisogni.

          11.2 Tristi conseguenze

Nel caso che ci occupa, è evidente che Agar non era uno strumento adoperato da Dio per compiere la promessa fatta ad Abramo. Dio aveva promesso un figliuolo ad Abramo, ma non aveva detto che quel figlio sarebbe stato quello di Agar: e il racconto biblico ci insegna che Abramo e Sarai accrebbero le loro pene, ricorrendo ad Agar, poiché Agar, vedendo che aveva concepito, «disprezzò la sua padrona» e questo non fu che il principio di tutti i dispiaceri, risultato della loro fretta nel ricorrere a mezzi umani.

La dignità di Sarai fu calpestata da una schiava egiziana; poiché Agar, veduto lo stato di debolezza della sua padrona, la disprezzò.

Non si mantiene, in effetti, la propria dignità e la propria autorità se non rimanendo in una posizione di dipendenza da Dio. Nessuno è tanto indipendente da tutto ciò che lo circonda, come colui che cammina veramente per fede e aspetta con fiducia l’intervento di Dio; ma appena il credente si rende debitore della natura o del mondo, perde la dignità della sua posizione e non tarda ad accorgersene. Non si comprende abbastanza la perdita che risulta dal più piccolo scarto dal cammino della fede. Tutti quelli che seguono il retto cammino incontreranno senza dubbio prove e pene, ma possono essere certi che saranno più che compensati dalla gioia e dalla felicità che diverranno la loro parte; ma quelli che si allontanano da esso incontreranno prove molto maggiori senza compenso alcuno.

«E Sarai disse ad Abramo: L’ingiuria fatta a me ricade su te.» Quando abbiamo mancato siamo sovente disposti a dare la colpa a un altro. Sarai non faceva che raccogliere il frutto della sua proposta; tuttavia disse ad Abramo: «L’ingiuria fatta a me ricade su te». Poi, col permesso di Abramo, cerca di sbarazzarsi della prova che la sua impazienza le aveva procurata.

«Allora Abramo disse a Sarai: Ecco la tua serva è in tuo potere, fa’ con lei come ti piacerà. Sarai la trattò duramente, ed ella se ne fuggì da lei» (vers. 5-6). Ma così non si riesce; non ci si sbarazza della serva coi maltrattamenti.

Quando sbagliamo dobbiamo portarne le conseguenze, e non possiamo sottrarci ad esse per mezzo dell’orgoglio e della violenza; proviamo sovente questi mezzi, ma non facciamo che aggravare il male. Quando abbiamo mancato, dovremmo umiliarci, confessare il nostro fallo e aspettare da Dio la liberazione.

Non vediamo nulla di simile nella condotta di Sarai; anzi, essa non ha affatto coscienza di aver agito male e, lungi dall’aspettare da Dio la liberazione, cerca di liberarsi da sè, a suo modo. Ma tutti gli sforzi che facciamo per raddrizzare i nostri errori, prima di averli pienamente confessati, non fanno che rendere il nostro cammino più difficile. Perciò Dio ha voluto che Agar ritornasse dalla sua padrona e mettesse al mondo un figlio, che non era il figlio della promessa, ma una prova per Abramo e la sua casa, come lo vedremo in seguito.

          11.3 Si miete quello che si semina

Tutto questo deve essere considerato sotto un doppio punto di vista. In primo luogo come manifestazione d’un principio pratico di grande importanza; poi, sotto il punto di vista dottrinale.

In primo luogo impariamo che, quando per l’incredulità dei nostri cuori, siamo caduti in qualche sbaglio, non è in un momento e nemmeno per mezzo dei nostri espedienti che possiamo rimediarvi. Bisogna che le cose seguano il loro corso: «Quello che l’uomo avrà seminato, quello pure mieterà, perché chi semina per la propria carne, mieterà dalla carne corruzione, ma chi semina per lo Spirito, mieterà dallo Spirito vita eterna» (Gal. 6:7-8). Questo è un principio invariabile che incontriamo ovunque nella Scrittura e nella nostra propria storia.

Dio perdona il peccato e ristora l’anima; ma è necessario che raccogliamo quello che abbiamo seminato. Abramo e Sarai ebbero da sopportare per anni la presenza della serva e di suo figlio, e non poterono sbarazzarsi di loro se non al momento voluto da Dio.

Vi è una benedizione particolare nell’abbandonarci a Dio. Se Abramo e Sarai avessero fatto così nel caso che ci occupa, non sarebbero mai stati tormentati dalla presenza della serva e di suo figlio; ma poiché avevano fatto ricorso alla natura, bisognava che ne subissero le conseguenze. Sovente, ahimè, siamo come tori indomabili, mentre troveremmo la nostra felicità nel rimanere tranquilli «com’è quieto il bimbo divezzato sul seno di sua madre» (Salmo 131:2). Il toro indòmito rappresenta chi si dibatte follemente sotto il giogo delle circostanze, rendendo il suo giogo più doloroso ancora per gli sforzi che fa per liberarsene; un bimbo divezzato è invece l’immagine di chi curva umilmente il capo sotto ogni dispensazione e rende la sua sorte più piacevole coll’intera sottomissione del suo spirito.

          11.4 I due patti

Dal punto di vista della dottrina, invece, siamo autorizzati a considerare Agar e il suo figlio come una figura del patto delle opere e di tutti quelli che per esso sono nati alla servitù. «Poiché sta scritto che Abramo ebbe due figliuoli, uno dalla schiava e uno dalla donna libera; ma quello della schiava nacque secondo la carne; mentre quello della donna libera, nacque in virtù della promessa. Le quali cose hanno un senso allegorico; poiché queste donne sono due patti; l’uno del monte Sinai, genera per la schiavitù, ed è Agar...» (Gal. 4:22-25).

In questo passo importante, «la carne» è messa in contrasto con «la promessa», e impariamo così qual è il pensiero di Dio, non soltanto sul significato della parola «carne» ma anche riguardo allo sforzo che fece Abramo per ottenere la progenie promessa per mezzo di Agar, invece di confidare nella «promessa» di Dio.

I due patti sono raffigurati da Agar e da Sarai e sono diametralmente opposti l’uno all’altro. L’uno partorisce per la servitù in quanto solleva la questione della capacità dell’uomo a fare o non fare, e fa dipendere la vita da questa capacità: «Chi avrà fatto queste cose, vivrà per mezzo di esse». È il patto di Agar. Ma il patto di Sara rivela Dio come l’Iddio della promessa, promessa interamente indipendente dall’uomo e fondata sul volere e sul potere di Dio per adempierla. Dio non mette nessun «se» alle sue promesse; le fa senza condizione ed è deciso di adempierle; e la fede fa assegnamento su Lui, in perfetta libertà di cuore.

Nessuno sforzo è necessario da parte della natura per l’adempimento delle promesse di Dio, ed è proprio a questo riguardo che Abramo e Sarai fallirono, tentando di raggiungere uno scopo che era loro stato assolutamente assicurato dalla promessa di Dio.

Così fa l’incredulità. Per la sua inquieta attività, solleva delle nuvole che avviluppano l’anima e impediscono ai raggi della gloria di Dio di raggiungerla. «E non fece quivi molte opere potenti a cagione della loro incredulità» (Matteo 13:58).

Uno dei caratteri distintivi della fede è quello di lasciare sempre a Dio il campo libero per la manifestazione di Se stesso, e, certamente, quando Dio si manifesta, il posto che si addice all’uomo è quello d’un felice adoratore.

L’errore nel quale i Galati si erano lasciati trascinare, consisteva nell’aggiungere qualcosa, che era della natura, a quello che Cristo aveva già compiuto sulla croce. L’Evangelo che Paolo aveva loro annunziato e che i Galati avevano ricevuto era la semplice presentazione della grazia di Dio, assoluta, senza riserva e senza condizione. Gesù Cristo crocifisso era stato «ritratto al vivo» davanti a loro (Gal. 3:1). Non si trattava solo d’una promessa di Dio, ma di una promessa divinamente e gloriosamente compiuta. Un Cristo crocifisso regolava tutto, riguardo ai diritti di Dio come ai bisogni dell’uomo; ma falsi dottori sconvolgevano, o cercavano di sconvolgere, tutto l’Evangelo di Cristo dicendo: «se voi non siete circoncisi secondo il rito di Mosè, non potete essere salvati» (Atti 15:1); e così, secondo la dichiarazione dell’apostolo stesso, «annullavano» la grazia di Dio, e Cristo «era morto invano» (Gal. 2:21).

O Cristo è un Salvatore perfetto, o non è affatto Salvatore. Dal momento che uno dice: «Se non siete questo o quello, non potete essere salvati», si sovverte totalmente l’Evangelo di Cristo, giacché questo evangelo fa conoscere Dio che scende fino a noi, tali quali siamo, peccatori colpevoli, miserabili e perduti per nostra colpa, e viene a noi con una piena remissione di tutti i nostri peccati e una piena liberazione del nostro stato di perdizione in virtù dell’opera compiuta da Lui stesso sulla croce. Perciò se qualcuno dice: «Dovete essere questo o quello per essere salvati», esso spoglia la croce di tutta la sua gloria e ci toglie tutta la nostra pace; poiché, se la salvezza dipende da ciò che siamo o da ciò che facciamo, siamo inevitabilmente perduti. Ma, Dio ne sia benedetto, non è così. Il grande principio fondamentale dell’Evangelo, è che Dio è tutto e l’uomo è nulla; non è un miscuglio di Dio e dell’uomo; tutto è di Dio. La pace che dà l’Evangelo non si basa in parte sull’opera di Cristo e in parte sull’opera dell’uomo, ma interamente e unicamente sull’opera di Cristo, perché quest’opera è perfetta per sempre e rende perfetti, com’essa è, tutti quelli che mettono la loro fiducia in essa.

Sotto la legge, Dio, per così dire, stava a vedere ciò che l’uomo avrebbe potuto fare, mentre nell’Evangelo vediamo Dio che opera e l’uomo che se ne sta tranquillo «per vedere la liberazione dell’Eterno» (2 Cron. 20:17). Stando così le cose: l’apostolo ispirato non esita a dire ai Galati: «Voi che volete essere giustificati per la legge, avete rinunziato a Cristo, siete scaduti dalla grazia» (Gal. 5:4). Se l’uomo ha qualcosa da fare nell’opera della salvezza, Dio è escluso; e se Dio è escluso, la salvezza è impossibile, poiché è impossibile che l’uomo possa operare la propria salvezza per mezzo della cosa stessa che lo dichiara perduto. Se dunque la salvezza è una questione di grazia, bisogna che tutto sia grazia. Non può essere metà grazia e metà legge; i due patti sono perfettamente distinti. Deve essere Sara o Agar; se è Agar, Dio resta fuori, se è Sara, l’uomo rimane fuori ed è così dal principio alla fine.

La legge s’indirizza all’uomo; lo mette alla prova; manifesta quale è veramente il suo valore, dimostra che egli è scaduto, lo pone e lo tiene sotto maledizione fin tanto che egli ha da fare con essa, cioè fin tanto che vive. «La legge signoreggia l’uomo per tutto il tempo che egli vive» (Rom. 7:1), ma quando è morto la sua autorità cessa nei suoi confronti (ved. Rom. 7:1 a 6; Gal. 2:19; Coloss. 2:20; 3:3). L’Evangelo invece, affermando che l’uomo è perduto, scaduto e morto, rivela Dio come Salvatore di quelli che sono perduti, Colui che perdona i colpevole e che vivifica i morti; non ci presenta Dio che esige qualcosa dall’uomo (poiché che cosa ci si potrebbe aspettare da un uomo morto e fallito?) ma Dio che manifesta la sua libera grazia in redenzione.

La differenza fra i due patti, quello della legge e quello della grazia, è dunque immensa, e fa comprendere la forza straordinaria del linguaggio dell’apostolo nell’epistola ai Galati: «Io mi meraviglio»; — «O Galati insensati, chi vi ha ammaliati?»; — «Io temo per voi»; — «sono perplesso riguardo a voi». — «O fossero pur recisi coloro che vi turbano!».

Tale è il linguaggio dello Spirito Santo che conosce il valore di Cristo, d’una salvezza perfetta e che sa quanto la conoscenza dell’uno e dell’altra è necessaria a un peccatore perduto. Non ritroviamo questo linguaggio in nessun’altra epistola, nemmeno in quella ai Corinzi, benché vi fossero fra loro dei disordini da reprimere. Ogni sbaglio, ogni errore dell’uomo possono essere corretti introducendo la grazia di Dio; ma i Galati, come Abramo nel nostro capitolo, si allontanavano da Dio e ritornavano alla carne. Che rimedio trovare per un caso simile? Come correggere un errore che consiste nell’abbandonare quello che solo può portare rimedio a tutto? Scadere nella grazia, vuol dire ritornare alla legge dalla quale non si può raccogliere che la «maledizione».

Voglia Iddio raffermarci nella sua meravigliosa grazia!


      12. Capitolo 17: Abramo diventa Abrahamo — Sarai diventa Sara

          12.1 L’alleanza di Dio con Abrahamo

Questo capitolo ci fa vedere come Iddio rimedia al fallo di Abramo. «Quando Abramo fu d’età di novantanove anni l’Eterno gli apparve e gli disse: Io sono l’Iddio onnipotente; cammina alla mia presenza e sii integro» (*). Questo passo ha un significato di grande importanza. È evidente che allorquando Abramo acconsentì all’espediente di Sarai riguardo ad Agar non camminava nella presenza dell’Iddio Onnipotente. Solo la fede ci rende capaci di vivere liberamente davanti alla faccia dell’Onnipotente, mentre l’incredulità introduce sempre l’io, le circostanze, le cose secondarie, e ci priva così della gioia, della pace, della serenità e della santa dipendenza, che sono la parte di chi si appoggia unicamente sul braccio dell’Onnipotente.

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(*) Quando Abrahamo è chiamato ad essere «perfetto» (questa è l’esatta traduzione del termine reso con «integro» nella versione italiana) non significa che egli dovesse essere perfetto in se stesso, cosa che è ed è sempre stata impossibile, ma semplicemente perfetto quanto all’oggetto delle sue affezioni; la sua speranza doveva essere perfettamente e completamente rivolta sull’«Iddio onnipotente».

Il termine «perfetto» è adoperato nel Nuovo Testamento in almeno quattro diversi significati. In Matt. 5:48 leggiamo: «Voi dunque siate perfetti, com’è perfetto il Padre vostro celeste». Impariamo dal contesto che «perfetto» si riferisce qui al principio che deve regolare il nostro cammino, poiché poco più su, nello stesso capitolo, leggiamo: «Anche i vostri nemici... affinché siate figliuoli del vostro Padre che è nei cieli; poiché egli fa levare il suo sole sopra i malvagi e sopra i buoni, e fa piovere sui giusti e sugli ingiusti». Vuole dunque dire: agire verso tutti, anche verso chi ci ingiuria e ci fa del male, in base a un principio di grazia. Un cristiano che sporga querela o faccia causa per difendere i propri diritti, non è «perfetto come il suo Padre», poiché suo Padre agisce in grazia e non in giustizia come lui. Non si tratta di sapere se è giusto o non sporgere querela o entrare in causa con quelli del mondo (per quanto riguarda i fratelli 1 Cor. 6 è categorico); vogliamo solo rilevare che un cristiano che agisce così si troverebbe in aperta opposizione col carattere del suo Padre, poiché suo Padre non è in «causa» col mondo: non siede attualmente su un trono di giudizio, ma su un trono di misericordia e di grazia. Egli spande benedizioni su coloro che già sarebbero condannati se fossero chiamati in giudizio.

È dunque evidente che un cristiano che citasse un uomo in tribunale non sarebbe «perfetto» come il suo Padre che è nel cielo.

La parabola alla fine di Matteo 18 ci insegna che quei che vogliono mantenere i propri diritti, non conoscono né il vero carattere né gli effetti della grazia. Quel servo non era ingiusto reclamando ciò che gli spettava, ma era spietato. Differiva completamente dal suo signore. Diecimila talenti gli erano stati condonati, e tuttavia era capace a strangolare il suo conservo per cento miseri denari! Con che risultato? Fu consegnato in mano agli aguzzini; aveva perso il sentimento benedetto della grazia e dovette raccogliere i frutti amari della sua insistenza nel difendere i propri diritti, quando egli stesso era un oggetto della grazia. Notate ch’egli è chiamato «malvagio servitore» non perché aveva un debito di diecimila talenti, ma perché non aveva condonato i «cento denari»! C’era grazia sufficiente nel padrone per rimettere diecimila talenti, ma il servitore non ne aveva abbastanza per rimettere i cento denari. Questa parabola è un richiamo solenne per tutti i cristiani che citano in tribunale; benché nella conclusione sia detto: «Così vi farà anche il Padre mio celeste se ognun di voi non perdona di cuore al proprio fratello», il principio, tuttavia, ha un’applicazione generale e ci dimostra che colui che ha fatto ricorso alla giustizia ha perduto il sentimento della grazia.

Il cap. 9 agli Ebrei ci presenta un’altra accezione del termine «perfetto» e qui ancora è il contesto a stabilirne il senso. Si tratta della perfezione «quanto alla coscienza» (v. 9) e l’uso di quella parola è di grande importanza. L’adoratore, sotto la legge, non poteva mai avere una coscienza perfetta, per il semplice motivo che non possedeva mai un sacrificio perfetto. Il sangue d’un toro o d’un becco non poteva togliere i peccati e il valore ch’esso aveva era per un tempo e non per l’eternità: non poteva, dunque, rendere perfetta la coscienza. Ma, il più debole credente ha il privilegio d’avere una coscienza perfetta. E perché? È forse migliore dell’adoratare sotto la legge? Certamente no, ma possiede un sacrificio migliore. Se il sacrificio di Cristo è perfetto, se lo è per sempre, la coscienza del credente è perfetta, per sempre (Ebrei 9: 9-14, 25-26; 10:14). Il cristiano che non ha una coscienza perfetta, disonora il sacrificio di Cristo; è come se dicesse che quel sacrificio non ha abolito il peccato e che i suoi effetti sono temporali, non eterni; non è forse abbassare il sacrificio di Cristo al livello di quelli dell’economia mosaica? È necessario distinguere bene la perfezione nella carne e quella nella coscienza. Pretendere di avere la prima, vuol dire esaltare l’io; rigettare l’ultima è disonorare Cristo. Il figliuolo di Dio in Cristo, dovrebbe avere una coscienza perfetta: mentre Paolo non possedeva e non riusciva a possedere la perfezione nella carne. La carne non è mai presentata nella Scrittura come qualcosa che debba essere perfezionata, bensì crocifissa. La differenza è enorme. Il cristiano ha del peccato in sè ma non su di sè. Perché? Perché Cristo, che in se stesso non ebbe mai il peccato, lo ebbe su di sè quando fu inchiodato alla croce.

Per finire, al cap. 3 dell’epistola ai Filippesi, troviamo un altro significato del termine «perfetto». L’apostolo dice: «Non ch’io abbia già attenuto il premio o che sia già arrivato alla perfezione», e subito dopo: «Sia questo dunque il sentimento di quanti siamo perfetti» (la versione italiana traduce, inesattamente, «maturi»). Nel primo passo, «la perfezione» si riferisce alla piena ed eterna conformità dell’apostolo con Cristo nella gloria, nel secondo, al fatto che Cristo è l’oggetto esclusivo dei nostri cuori.
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Ponderiamolo bene: Dio non può essere per le nostre anime quella costante realtà che dovrebbe essere e sarebbe per noi se non camminiamo con una fede più semplice e una dipendenza più completa da Lui.

«Cammina alla mia presenza». La vera potenza consiste nel camminare nella presenza dell’Iddio Forte. Camminare così, significa non aver nulla davanti al cuore all’infuori che Lui. Se ci riposiamo sulla creatura, non camminiamo davanti a Dio ma davanti agli uomini. Perciò è importante sapere dinanzi a chi si cammina e con quali propositi. A chi guardo, e su chi m’appoggio in questo momento? È Dio stesso che riempie interamente il mio avvenire? Fino a che punto gli uomini e le cose vi trovano posto? Il solo modo per elevarsi al disopra del mondo è camminare per fede, poiché la fede riempie la scena di Dio, e lo fa in modo tale che non vi rimane posto né per la creatura né per il mondo. Se Iddio riempie tutto il moi campo visuale, ogni altro oggetto sparisce, e posso dire col salmista: «Anima mia, acquietati in Dio solo, poiché da lui viene la mia speranza. Egli solo è la mia rocca e la mia salvezza, egli è il mio alto ricetto; io non sarò smosso» (Salmo 62:5-6). L’uomo non parla così; non già che voglia escludere interamente Dio (a meno che non sia sotto l’influenza diretta d’uno scetticismo audace ed empio), ma il suo sguardo e la sua aspettativa saranno sempre rivolti a più oggetti; non può dire «Egli solo»

È da notare che Dio non condivide la sua gloria con la creatura, né nei particolari della nostra vita giornaliera, né nella questione della salvezza. Dal principio alla fine deve essere Lui solo e soltanto lui. Non basta che dipendiamo da lui a parole, mentre in effetti il cuore riposa sulla creatura. Dio porterà tutto alla luce, proverà il cuore e porrà la fede nella fornace.

«Cammina alla mia presenza e sii integro». Tale è la via che conduce al vero scopo. Quando, per mezzo della grazia, l’anima cessa di confidarsi nella creatura, solo allora è nella disposizione voluta perché Dio possa agire; e quando Dio agisce, tutto va bene. Non lascia nulla di incompleto; regola perfettamente tutto ciò che riguarda quelli che mettono in Lui la loro fiducia. Quando la sovrana sapienza, l’onnipotenza e l’amore infinito di Dio operano insieme, il credente può godere d’un dolce riposo. A meno che potessimo trovare una circostanza troppo grande o troppo piccola per «l’Iddio Onnipotente», allora avremmo motivo per preoccuparci!

Questa è una verità benedetta e atta a porre tutti quelli che credono nella beata posizione nella quale troviamo Abramo in questo capitolo. Dal momento che Dio gli ebbe detto esplicitamente «abbandonami tutto ed io provvederò a tutto, al di là dei tuoi più cari desideri e delle tue più care speranze la progenie», l’eredità e tutto ciò che ne deriva furono perfettamente ed eternamente assicurate secondo il patto dell’Iddio Onnipossente.

Allora «Abramo cadde sulla sua faccia» (vers. 3). Beata posizione! La sola che si addica a un peccatore debole, a un uomo nudo e da nulla, davanti all’Iddio vivente, creatore dei cieli e della terra, possessore di ogni cosa, «l’Iddio Onnipotente».

«E Dio gli parlò». Quando l’uomo è nella polvere, Dio può parlargli in grazia. La posizione che Abramo prende qui, è l’espressione dell’abbassamento completo nella presenza di Dio: sta davanti a Lui nel sentimento della propria debolezza e della propria nullità e questo abbassamento è il sicuro precursore della rivelazione di Dio stesso all’anima sua. Quando la creatura prende questo posto davanti a Lui, Egli può manifestare ciò che è, in tutta la gloria della sua persona. Dio non darà la sua gloria ad un altro. Egli può rivelarsi e permettere all’uomo di adorare in presenza di questa rivelazione, ma finché l’uomo non prende il posto che gli compete, Dio non può mettere in evidenza quello ch’Egli è.

Che differenza nella posizione di Abramo in questi due capitoli! In uno, è la natura che gli è davanti, nell’altro è la presenza dell’Iddio Onnipotente. Là egli agisce, qui adora; là fa ricorso ai propri espedienti e a quelli di Sarai, qui si abbandona con tutto quello che lo riguarda nelle mani di Dio e gli permette di agire, in lui, per lui e per mezzo di lui. Perciò Dio può dire: «Io farò», «Io ti stabilirò », «Io ti darò», «Io ti benedirò». In una parola, Dio solo e la sua opera sono in causa e in questo sta il vero riposo del cuore che ha imparato a conoscersi un poco.

          12.2 La circoncisione

Ora è introdotto il patto della circoncisione. Ogni membro della famiglia della fede deve portare nella sua carne il segno del suo patto.

«Questo è il mio patto che voi osserverete,... ogni maschio fra voi sia circonciso. Quello nato in casa tua e quello comprato con denaro dovrà essere circonciso; e il mio patto nella vostra carne sarà un patto perpetuo. E il maschio incirconciso, che non sarà stato circonciso nella sua carne, sarà reciso di fra il suo popolo: egli avrà violato il mio patto» (vers. 9-14). Il cap. 4 dell’Epist. ai Romani ci insegna che la circoncisione era il «suggello della giustizia della fede» (vers. 11). «Abrahamo credette Dio, e ciò gli fu messo in conto di giustizia». Essendo così considerato giusto, Dio mette il suo «suggello» su di lui.

Il suggello per mezzo del quale il credente è ora suggellato, non è un segno nella carne, come allora, ma è quello Spirito Santo di Dio col quale è stato suggellato per il giorno della redenzione (Efesi 4:30). Questo è fondato sull’eterna relazione che il credente ha con Cristo e sulla sua perfetta identificazione con Lui nella morte e nella risurrezione come è scritto (Col. 2:10-13): «In Lui avete tutto pienamente; egli è il capo di ogni principato e di ogni potestà; in Lui siete anche stati circoncisi d’una circoncisione non fatta di mano d’uomo, ma della circoncisione di Cristo, che consiste nello spogliamento del corpo della carne, essendo stati con lui sepolti nel battesimo, nel quale siete anche stati risuscitati con lui, mediante la fede nella potenza di Dio che ha risuscitato Lui d’infra i morti. E voi che eravate morti nei falli e nella incirconcisione della vostra carne, voi dico, egli ha vivificati con Lui, avendoci perdonati tutti i falli». Questo magnifico passo c’insegna il vero significato della circoncisione. Ogni credente appartiene alla circoncisione in virtù della sua associazione vivente con Colui che, per mezzo della croce, ha per sempre abolito tutto quello che si opponeva alla piena giustificazione della sua Chiesa.

Non vi è una sola macchia di peccato sulla coscienza dei suoi, né un principio di peccato nella loro natura, di cui Cristo non abbia portato il giudizio sulla croce; ora i credenti sono considerati come morti con Cristo, come essendo stati messi nel sepolcro con Lui, e risuscitati con Lui, resi gradevoli a Dio in Lui; i loro peccati, le loro iniquità, le loro trasgressioni, la loro inimicizia, la loro incirconcisione, sono stati completamente tolti alla croce. La sentenza di morte è segnata sulla carne; ma il credente possiede una vita nuova unita al Capo risuscitato nella gloria.

Nel passo che abbiamo citato, l’apostolo ci insegna che la Chiesa è uscita vivificata dalla tomba di Cristo; inoltre, che il perdono dei peccati della Chiesa è tanto perfetto ed è così interamente opera di Dio, quanto lo è la risurrezione di Cristo d’infra i morti. Ora questo fu, come sappiamo, il risultato dell’intervento della eccellente grandezza della «forza di Dio» [oppure: «l’immensità della sua potenza»] (Efesi 1:19). Che espressione energica per descrivere la grandezza e la gloria della redenzione, come pure il solido fondamento sulla quale essa riposa!

Che riposo, che perfetto riposo, il cuore e la coscienza trovano qui! Che liberazione completa per un’anima stanca e aggravata! Tutti i nostri peccati sono seppelliti nella tomba di Cristo; nemmeno uno, fosse anche il più piccolo, è rimasto fuori! Dio ha fatto questo per noi! Tutto ciò che l’occhio suo penetrante ha potuto scorgere in noi, Egli l’ha posto sul capo di Cristo quando era sulla croce! Fu allora che su quella croce Iddio giudicò Cristo, invece di giudicare noi per sempre e precipitarci nelle pene dell’inferno! Tali sono i preziosi frutti dei consigli meravigliosi, insondabili ed eterni dell’amore redentore. Siamo suggellati, non già d’un suggello esterno, nella carne, ma dallo Spirito Santo. Tutta la famiglia della fede è suggellata da questo suggello. Il valore e l’immutabile efficacia del sangue di Cristo sono tali che lo Spirito Santo, la terza persona dell’Eterna Trinità, può fare la propria dimora in ciascuno di quelli che hanno messo la loro fiducia in essi.

Che rimane dunque da fare a coloro che sanno queste cose, se non rimanere «fermi, incrollabili, abbondanti sempre nell’opera del Signore»? Oh, Signore, fa’ che possa essere così di noi, per la tua grazia e per la potenza del tuo Spirito Santo!


      13. Capitolo 18: Visita dei messaggeri celesti a Abrahamo

          13.1 Comunione con il Signore

Questo capitolo ci offre un bell’esempio dei risultati di una vita di separazione e di obbedienza: «Se uno mi ama, osserverà la mia parola; e il Padre mio l’amerà, e noi verremo a lui e faremo dimora presso di lui» (Giov. 14:23). Questo passo messo in rapporto col contenuto del capitolo che ci occupa, ci mostra che il genere di comunione di cui gode un’anima obbediente è assolutamente sconosciuto da chi si muove in un’atmosfera mondana.

Ma questo non tocca in nessun modo la questione del perdono e della giustificazione. Tutti i credenti sono rivestiti della medesima veste di giustizia. Sono tutti posti davanti a Dio, sotto una sola e unica giustificazione. La stessa vita scende dalla Testa che è nel cielo, e si spande in tutti i membri sulla terra.

Questa importante dottrina, sviluppata a più riprese già nelle pagine precedenti, è stabilita nel modo più chiaro nelle Scritture. Ma dobbiamo ricordare che la giustificazione e i frutti della giustificazione sono due cose del tutto diverse. Essere un figlio è una cosa: essere un figlio obbediente è un’altra. Un padre ama un figlio obbediente e farà di lui il depositario dei suoi pensieri e dei suoi piani. Non ne sarebbe forse così del nostro Padre celeste? Le parole del nostro Signore (in Giov. 14:23-24) lo mettono fuori dubbio, e, inoltre, dimostrano che pretendere di amare Cristo e non «osservare la sua Parola» è ipocrisia: «Se uno mi ama, osserverà la mia parola». Se dunque non osserviamo la sua parola, è la prova evidente che non camminiamo nell’amore del nome di Cristo. Il nostro amore per Cristo si manifesta nel fare le cose che Egli ci ha comandato, e non nel dire: «Signore, Signore!». A che serve dire «Vado, Signore», mentre in cuore non ci sognamo nemmeno di andare? (Parag. Matteo 21:28-32).

Benché Abramo sia caduto in alcuni errori, vediamo nondimeno in lui qualcuno che, tutto sommato, si distingue con un cammino di comunione con Dio elevato, autentico, intimo e che, nella parte della sua storia che meditiamo in questo momento, gode di tre privilegi particolari: offrire a Dio qualcosa che gli è grato, essere in piena comunione con Lui e intercedere per gli altri davanti a Dio. Sono questi altrettanti privilegi gloriosi che accompagnano un cammino santo, una vita di separazione e di obbedienza.

L’obbedienza è piacevole a Dio, perché è il frutto della sua propria grazia nel nostro cuore. Il solo uomo perfetto che sia mai esistito era ubbidiente e faceva le delizie del Padre: a più riprese Dio gli rese testimonianza dal cielo dicendo: «Questo è il mio diletto Figliuolo nel quale mi sono compiaciuto» (Matt. 3:17).

La vita di Cristo sulla terra era un soggetto di gioia continua per il cielo; tutte le sue vie facevano salire del continuo una fragranza d’incenso al trono di Dio. Dalla mangiatoia alla croce, Egli ha sempre fatto le cose che piacevano al Padre. Non vi erano, nelle sue vie, né interruzioni, né variazioni, né punti salienti. Egli fu il solo perfetto. In lui solo lo Spirito Santo ha potuto tracciare una vita perfetta quaggiù. Seguendo il corso della storia sacra troviamo, qua e là, un’anima che, occasionalmente, ha rallegrato il cielo. Così nel capitolo che ci occupa, troviamo lo straniero di Mamre nella sua tenda che offre all’Eterno ciò che può soddisfarlo. I doni sono offerti con amore e accettati con benevolenza.

Vediamo poi Abrahamo godere una comunione intima con l’Eterno; intercede presso di Lui prima per quel che lo riguarda personalmente (vers. 9-15) poi per gli abitanti di Sodoma (vers. 16 a 21). Quale conferma delle divine promesse furono per il cuore di Abramo le parole: «Sara avrà un figliuolo!». Pur tuttavia questa promessa non fece che produrre un sorriso in Sara, come aveva fatto per Abramo nel capitolo precedente.

Vi sono nella Scrittura due tipi di «sorrisi»; prima quello di cui l’Eterno riempie la bocca del suo popolo, allorché in un momento di grande prova, egli viene in suo aiuto in modo clamoroso: «Quando l’Eterno fece tornare i reduci di Sion, ci pareva di sognare. Allora la nostra bocca fu piena di sorrisi e la nostra lingua di canti d’allegrezza; allora fu detto fra le nazioni: L’Eterno ha fatto cose grandi per noi» (Salmo 126:1-3). C’è poi il riso dell’incredulità, quando le promesse di Dio sono troppo gloriose per essere ricevute nei nostri cuori stretti, oppure quando i mezzi esterni di cui Dio si serve sono, a nostro giudizio, troppo piccoli per l’adempimento dei suoi grandi disegni. Non vergognamoci del primo di questi sorrisi e non temiamo di confessarlo. I figliuoli di Sion non hanno vergogna di dire: «Allora la nostra bocca fu piena di sorrisi». Ridiamo di tutto cuore, quando è il Signore che ci fa ridere. «Ma Sara (quando ebbe riso) lo negò dicendo: non ho riso, perché ebbe paura ». L’incredulità fa di noi dei vili e dei bugiardi; la fede ci dà ardire e ci rende sinceri; ci rende capaci di «accostarci con fiducia» e «di vero cuore» (Ebrei 4:16; 10:22).

          13.2 La rivelazione dei disegni di Dio

Ma vi è di più: Dio fa di Abramo il depositario dei suoi pensieri e dei suoi disegni riguardo Sodoma, poiché, benché Sodoma non interessi direttamente Abrahamo, egli è abbastanza vicino a Dio e Dio lo può mettere a conoscenza dei suoi segreti disegni riguardo questa città.

Se vogliamo conoscere le intenzioni di Dio in merito alla sorte del presente malvagio secolo, dobbiamo essere interamente separati da esso e non prendere nessuna parte ai suoi progetti e alle sue speculazioni. Più ci terremo vicini a Dio, più saremo sottomessi alla sua Parola e meglio anche conosceremo i suoi pensieri in ogni cosa. Non abbiamo bisogno di leggere i giornali per sapere ciò che sta per accadere al mondo: la Scrittura ci rivela tutto quello che concerne il carattere, il corso e il destino di questo mondo. Se invece ricorriamo agli uomini per istruirci in queste cose, Satana se ne servirà per ingannarci e impedirci di vedere. Se Abrahamo fosse andato in Sodoma per mettersi al corrente di ciò che vi accadeva e si fosse indirizzato a qualcuno dei suoi capi più intelligenti per sapere quale era il suo pensiero intorno allo stato di Sodoma e le sue prospettive per l’avvenire, che cosa gli avrebbe egli risposto? Senza dubbio avrebbe diretto l’attenzione di Abrahamo sulle imprese agricole e architettoniche dei suoi concittadini e sulle immense risorse del paese; avrebbe fatto passare davanti a lui tutta una scena di attività febbrile: acquisti, vendite, costruzioni, piantagioni, banchetti. Questi uomini di Sodoma non avrebbero nemmeno sognato un giudizio; e se qualcuno ne avesse parlato, avrebbe suscitato sulle loro labbra il riso dell’incredulità.

È evidente che non era a Sodoma che bisognava andare per sapere quale sarebbe stata la fine di questa città. Il luogo dove Abrahamo «s’era prima fermato davanti all’Eterno» (Gen. 19:27) era il solo da cui lo sguardo poteva abbracciare tutta la scena. Quivi Abrahamo dominava tutte le nubi che, si accumulavano sopra Sodoma. Nella serenità e nella calma della presenza di Dio, tutto era diventato chiaro per lui, per mezzo della rivelazione stessa di Dio.

          13.3 L’intercessore

Che uso fece Abrahamo di ciò che Dio gli aveva rivelato e della beata posizione di cui godeva? Di che cosa era occupato nella presenza di Dio? Intercedere per gli altri davanti all’Eterno! Ed è questo il terzo privilegio concesso ad Abrahamo in questo capitolo. Abrahamo poteva intercedere per coloro che si trovavano mescolati al popolo corrotto di Sodoma ed erano in pericolo di essere coinvolti nel terribile giudizio di questa città colpevole.

Come accade sempre in casi simili, Abrahamo fece buon uso della sua posizione vicino a Dio. L’anima che può avvicinarsi a Dio «in piena certezza di fede», avendo il cuore e la coscienza perfettamente in pace, riposandosi su Dio per il passato, per il presente e per l’avvenire, sarà anche in grado di intercedere per gli altri e intercederà per essi. Chi ha rivestito l’armatura completa di Dio può pregare «per tutti i santi». (Efesini 6:18); e, sotto tutti gli aspetti, questo ci fa intravedere l’intercessione del «nostro gran Sommo Sacerdote che è passato attraverso i cieli» (Ebrei 4:14)! Che riposo infinito egli trova in tutti i consigli divini, nella coscienza piena e perfetta della sua accettazione! Egli siede sul trono del Padre, fra lo splendore della gloria, intercedendo, davanti alla Maestà, per coloro che sono in mezzo alle pene e alle contaminazioni della presente scena. Quanto sono felici e sicuri i beati oggetti della sua intercessione onnipotente! Piacesse a Dio che i nostri cuori fossero meglio penetrati del valore di tale privilegio; e aperti da una personale comunione con Dio, potessero capire meglio l’infinita pienezza della sua grazia efficace e della sua provvidenza in tutti i nostri bisogni!

Vediamo in questo passo che, per quanto benedetta potesse essere l’intercessione di Abrahamo, essa era tuttavia limitata, perché l’intercessore non era che un uomo; non arrivava all’altezza del bisogno. Abrahamo dice: «Parlerò solo ancora una volta», poi si ferma, come se temesse di aver presentato, al tesoro della grazia, una tratta troppo considerevole o come se dimenticasse che l’assegno della fede è sempre stato onorato alla banca di Dio. Non che Iddio lo tenesse allo stretto; vi era abbondanza di grazia e di pazienza in Lui per ascoltare le richieste del suo caro servitore, se avesse perseverato ad intercedere per amore di tre o anche di un solo giusto; ma è il servitore stesso che fa difetto. Teme di oltrepassare l’ammontare del suo credito; cessa di domandare e Dio cessa di dare. Non è cosi del nostro benedetto intercessore: di Lui si può dire: «Può salvare appieno... vivendo Egli sempre per intercedere» (Ebrei 7:25). Possiamo noi attaccarci a Lui in tutti i nostri bisogni, nelle nostre debolezze e nelle nostre lotte!

          13.4 Gli eventi futuri e la speranza della Chiesa

Prima di terminare questo capitolo, vorrei fare una riflessione. Quando si studiano le Scritture, è molto importante distinguere fra il governo morale di Dio riguardo al mondo, e la speranza particolare della Chiesa. Tutte le profezie dell’Antico Testamento e gran parte di quelle del Nuovo, trattano del governo morale di Dio sul mondo e offrono così al credente un soggetto di studio di grande interesse. È infatti interessante sapere ciò che Dio fa e farà riguardo a tutte le nazioni della terra; leggere i suoi pensieri in merito a Tiro, a Babilonia, a Ninive, a Gerusalemme, riguardo all’Egitto, all’Assiria e al paese d’Israele. Ma ricordiamoci che queste profezie non trattano della speranza particolare della Chiesa, poiché, se l’esistenza stessa della Chiesa non vi è rivelata in modo diretto, come potrebbe esserlo la sua speranza?

Ciò non significa che le profezie dell’Antico Testamento non contengano una ricca messe di principi divini e morali di cui la Chiesa può far profitto, ma questo è tutt’altra cosa che trovare in esse la sua esistenza e la sua specifica speranza. Pur tuttavia, gran parte di queste profezie sono state applicate alla Chiesa e si è tanto oscurato e ingarbugliato il soggetto, che le menti semplici sono state distolte dal suo studio pur così pieno d’insegnamenti, e indotte a trascurare anche il soggetto che ne è del tutto distinto: la Speranza della Chiesa. Questa speranza, è ovvio ripeterlo, non ha nessun rapporto con ciò che riguarda le vie di Dio verso le nazioni, ma consiste nell’andare incontro al Signore Gesù nell’aria, per essere sempre con Lui e come Lui (veci. 1 Tess. 4:13 e seg.).

Alcuni dicono purtroppo: «Non sono portato per lo studio della profezia». È possibile; ma avete voi un cuore per Cristo? Se amate Cristo, amerete anche la sua venuta, quand’anche foste incapaci di investigazioni profetiche. Una moglie che ama suo marito può mancare di capacità per entrare nei suoi affari, ma se egli è assente avrà il cuore occupato del suo ritorno; può non comprendere nulla del suo diario o dei suoi libri, ma riconosce il suo passo e distingue la sua voce. Il meno istruito fra i credenti, se ama la persona del Signore Gesù può nutrire il più intenso desiderio di vederlo, e tale è la speranza della Chiesa. L’apostolo poteva dire ai Tessalonicesi: «Vi siete convertiti dagli idoli a Dio, per servire all’Iddio vivente e vero, e per aspettare dai cieli il suo Figliuolo» (1 Tess. 1:9-10). È evidente che al momento della loro conversione, i santi di Tessalonica avevano una conoscenza molto incompleta della profezia e del soggetto speciale di cui essa si occupa: eppure, fin d’allora, sono stati messi in possesso e posti sotto la potenza della speranza propria della Chiesa, che è di aspettare la venuta del Figliuolo. Ne è così da un capo all’altro del Nuovo Testamento; quivi anche troviamo delle profezie e il governo morale di Dio; ma un gran numero di passi ci provano che la speranza comune dei credenti dei tempi apostolici, era la venuta del Figliuolo di Dio, il ritorno dello Sposo.

Possa lo Spirito Santo far rivivere questa «beata Speranza» della Chiesa, radunare gli eletti, e «preparare al Signore un popolo ben disposto» (Luca 1:17).


      14. Capitolo 19: La distruzione di Sodoma

          14.1 Una posizione falsa

Il Signore, nella sua grazia, usa due metodi per distogliere il cuore dell’uomo dalle cose del mondo: prima rivela il prezzo e l’immutabilità delle cose che sono «in alto», poi fa conoscere la vanità e l’instabilità delle cose che sono «sulla terra» (Coloss. 3:1-2).

La fine del cap. 12 dell’epistola agli Ebrei ci offre un magnifico esempio di ognuno di questi metodi. Dopo aver stabilito la verità, che siamo venuti al monte di Sion e a tutte le gioie e a tutti i privilegi che vi si riallacciano, l’apostolo prosegue dicendo: «Guardate di non rifiutare colui che parla: perché, se quelli non scamparono quando rifiutarono Colui che rivelava loro in terra la sua volontà, molto meno scamperemo noi se voltiamo le spalle a Colui che parla dal cielo; la cui voce scosse allora la terra, ma che adesso ha fatto questa promessa: «Ancora una volta, farò tremare non solo la terra, ma anche il cielo». Or questo «ancora una volta», indica la rimozione delle cose scosse, come di cose fatte, onde sussistan ferme quelle che non sono scosse».

Ora, è meglio essere attirati dalle gioie del cielo che esservi spinti dai dispiaceri della terra. Il credente non dovrebbe aspettare che il mondo l’abbandoni per abbandonare il mondo; dovrebbe lasciare le cose della terra per mezzo della potenza della comunione con le cose che sono in alto. Quando per fede si è afferrato Cristo, non è difficile lasciare il mondo; la difficoltà starebbe piuttosto nel restare attaccati al mondo. Uno spazzino venuto in possesso, improvvisamente, d’una grande fortuna non continuerebbe il suo mestiere per molto tempo. Nello stesso modo, se afferriamo per la fede il valore e la realtà dei beni immutabili che sono nei cieli e la parte che in essi abbiamo, non avremo difficoltà ad abbandonare le gioie fittizie della terra.

Volgiamo ora la nostra attenzione sulla parte solenne della storia sacra alla quale siamo giunti. Lot è seduto «alla porta di Sodoma», ha fatto la sua strada nel mondo, ha avuto successo, umanamente parlando. Al principio, aveva rizzato le sue tende verso Sodoma; più tardi, entrò, probabilmente, fin nella città; ed ora, lo troviamo «seduto alla porta», nel posto dove stavano gli uomini influenti. Come tutto questo è diverso dalla scena che apre il capitolo precedente! La causa, caro lettore, è purtroppo evidente!: «Per fede, Abrahamo dimorò nella terra promessa come straniero dimorando sotto le tende». Nulla di simile è detto di Lot (*). Non si potrebbe dire: «Per fede, Lot sedette alla porta di Sodoma». Ahimè! Lot non ha nessun posto fra i nobili confessori della fede, quel «gran nuvolo» di testimoni della potenza della fede. Il mondo fu per lui un laccio, e le cose presenti la sua perdita. Egli non tenne fermo come «vedendo l’invisibile» (Ebrei 11:27). I suoi sguardi erano fissi «sulle cose che si vedono e che sono solo per un tempo», mentre gli sguardi di Abrahamo rimanevano attaccati «sulle cose che non si vedono e che sono eterne» (2 Cor. 4:18).

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(*) Sarebbe opportuno rivolgere questa domanda ai nostri cuori, in rapporto con quello che desideriamo intraprendere: È per fede che faccio questo? Tutto ciò che non è fatto per fede è peccato, e, «senza la fede è impossibile piacere a Dio».
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La differenza fra questi due uomini era immensa e, benché avessero incominciato il loro cammino insieme, giunsero ad un risultato del tutto diverso, per lo meno quanto alla loro testimonianza. Senza dubbio Lot fu salvato, ma lo fu «come attraverso il fuoco» (1 Cor. 3:15) poiché, «l’opera sua fu arsa». Abrahamo invece ottenne una ricca entrata nel regno eterno del nostro Signor Gesù Cristo (2 Pietro 1:11).

Non vediamo da nessuna parte che fu concesso a Lot di godere gli onori e i privilegi di cui fu onorato Abrahamo. Invece di ricevere, sotto la propria tenda, la visita del Signore, «si tormentava ogni giorno l’anima sua giusta» (2 Pietro 2:8); invece di godere della comunione del Signore, si trova ad una distanza desolante da Lui; invece di intercedere per gli altri, tutto quello che può fare è di intercedere per sè. Dio rimane con Abrahamo per comunicargli i suoi pensieri, mentre manda a Sodoma solo i suoi angeli, ed è a fatica che acconsentono ad entrare in casa di Lot e ad accettarne l’ospitalità: «No, — dicono essi — ma passeremo la notte sulla piazza». Che rimprovero! Come è diversa dalla risposta che il Signore diede ad Abrahamo dicendogli: «fa’ come hai detto».

Ricevere ospitalità da qualcuno è un atto molto significativo; è l’espressione di una intera comunione con colui dal quale la si riceve (Apoc. 3:20). «Se mi avete giudicata fedele al Signore, entrate in casa mia, e dimoratevi» (Atti 16:15).

La risposta che gli angeli fanno a Lot è dunque una condanna esplicita della posizione di Lot in Sodoma: preferiscono passare la notte sulla strada che entrare sotto il tetto di qualcuno che si trova in una falsa posizione. Difatti il loro unico scopo, recandosi a Sodoma, sembra essere la liberazione di Lot, e questo grazie ad Abrahamo, come è scritto: «Così avvenne che quando Dio distrusse le città della pianura, egli si ricordò di Abrahamo e fece partire Lot di mezzo al disastro, quando sovvertì le città in cui Lot aveva dimorato» (vers. 29). Questa dichiarazione prova che fu per amor di Abrahamo che Lot fu risparmiato.

Il Signore non simpatizza con un cuore mondano ed è quest’amore del mondo che indusse a Lot a stabilirsi in mezzo alla corruzione della criminale Sodoma. Non fu né la fede, né lo spirito del cielo, né «l’anima sua giusta», ma l’amore del presente secolo malvagio che trascinò Lot prima a «scegliere», poi «a rizzar le sue tende fino a Sodoma» e, infine, a sedersi «alla porta di Sodoma». Che scelta, ahimè! Una «cisterna screpolata», che non contiene acqua; «una canna rotta» che gli fora la mano (Geremia 2:13 e Isaia 34:6).

È cosa amara voler, in qualche maniera, governare se stesso; in questo modo, non si può far altro che commettere gli errori più gravi. È infinitamente meglio lasciare a Dio la cura di tracciarci la nostra via rimettendogli, come piccoli fanciulli, tutto quel che ci riguarda perché Egli è colui che vuol prendersi cura di noi secondo la sua sapienza e il suo amore infinito.

Senza dubbio, Lot credeva di far bene i suoi conti, e quelli della sua famiglia, andando a Sodoma; ma il seguito della sua storia prova come si fosse sbagliato e fa udire ai nostri orecchi un avvertimento solenne a vegliare sui primi movimenti dello spirito del mondo in noi, per non cedere ad esso. «Siate contenti delle cose che avete» (Ebrei 13:5). Perché? Forse perché state bene in questo mondo, o perché vi trovate tutto quello che il vostro povero cuore stravagante desidera, o perché non vi è nelle vostre circostanze, nessuna breccia che potrebbe suscitare in voi un desiderio? È forse questo che deve essere il fondamento della nostra contentezza? No, assolutamente no: ma perché Egli stesso ha detto: «Io non ti lascierò e non ti abbandonerò». Beata parte! Se Lot se ne fosse accontentato, non avrebbe mai ricercato la pianura ben irrigata di Sodoma.

          14.2 Una testimonianza nulla

Se abbiamo bisogno ancora d’altri motivi per coltivare in noi la contentezza d’animo, li troveremmo in questo capitolo. Che cosa ha ottenuto Lot in fatto di felicità e di soddisfazione? Ben poco; gli uomini di Sodoma circondano la sua casa e minacciano di forzarne l’uscio; ed egli cerca invano di calmarli con la più umiliante delle proposte.

Bisogna che colui che si mescola al mondo in vista di ingrandirsi, si aspetti di subire le dolorose conseguenze della sua condotta. Non possiamo servirci del mondo per il nostro interesse e in seguito testimoniare efficacemente contro di lui. «Quest’individuo è venuto qua come straniero, e la vuol far da giudice!» (vers. 9). È impossibile. Non si può esercitare una efficace influenza sul mondo che tenendosi separati da esso, nella potenza morale della grazia, ben inteso, e non nell’orgoglio del farisaismo. Intraprendere di convincere il mondo di peccato rimanendogli associati, in vista del proprio interesse, è pura vanità; il mondo dà poca importanza ad una simile testimonianza e a simili riprensioni. Fu così della testimonianza di Lot verso i suoi generi: «Ma ai generi, parve che volesse scherzare» (vers. 14). È inutile parlare d’un giudizio che si avvicina fintanto che troviamo il nostro posto, la nostra parte e il nostro godimento nella scena stessa su cui il giudizio sta per cadere.

Abrahamo era in una posizione assai migliore per parlare di giudizio, poiché non era disceso nelle pianure di Sodoma e Sodoma poteva bruciare, senza che le tende dello straniero di Mamre fossero in pericolo!

Possano i nostri cuori ricercare con più ardore i frutti benedetti che sono la parte di coloro che professano di essere «stranieri e pellegrini sulla terra» invece di essere come il povero Lot, trascinati, con forza, fuori del mondo.

          14.3 Il disastro completo

Lot, evidentemente, rimpiangeva il luogo che la mano degli angeli obbligava ad abbandonare, tanto che non solo quegli angeli dovettero afferrarlo e trascinarlo fuori da quel luogo su cui gravava l’imminente giudizio, ma, quando fu esortato a fuggire, per la sua vita (la sola cosa che poteva salvare dalla catastrofe) verso il monte, egli rispose: «No, mio Signore! ecco, il tuo servo ha trovato grazia agli occhi tuoi, e tu hai mostrato la grandezza della tua bontà verso di me, conservandomi in vita, ma io non posso salvarmi al monte prima che il disastro mi sopraggiunga, ed io perisca. Ecco questa città è vicina da potermi rifugiare, ed è piccola. Deh, lascia che io scampi quivi — non è essa piccola? — e vivrà l’anima mia!» (vers. 17-20).

Che quadro! Non assomiglia forse ad un uomo che annega e che tende la mano verso una piuma per aggrapparvisi? Benché l’angelo gli ingiunga di fuggire sul monte, egli rifiuta e si attacca ancora ad una «piccola città» ad un piccolo lembo di mondo. Teme di incontrare la morte nel luogo che la misericordia di Dio gli indica; paventa ogni sorta di male, e non vede speranza di salvezza che nella piccola città, un luogo di propria scelta. «Deh! lascia ch’io scampi quivi... e vivrà l’anima mia!». Ecco ciò che fa Lot invece di abbandonarsi interamente a Dio! Ahimè, egli aveva da troppo tempo camminato lontano da Dio, aveva troppo a lungo respirato la pesante atmosfera della città per poter apprezzare l’aria pura della presenza di Dio e appoggiarsi sul braccio dell’Onnipotente. L’anima sua è turbata, il suo nido terrestre era stato improvvisamente distrutto, e Lot non ha fede sufficiente per rifugiarsi nel seno di Dio. Non è vissuto in una comunione abituale col mondo invisibile, ed ora il mondo visibile gli sfugge. Il «fuoco e lo zolfo del cielo» stavano per cadere su tutte le cose sulle quali aveva concentrato le sue speranze e il suo affetto. Il ladro l’aveva sorpreso, e Lot sembra aver perso ogni energia spirituale e ogni potere su se stesso. Non ha più risorse morali e il mondo, che ha messo nel suo cuore profonde radici, lo domina e lo spinge a cercare rifugio in «una piccola città». Ma anche là, non si sente sicuro, e se ne va sul monte, riducendosi a fare, per paura, quello che aveva rifiutato di fare secondo il comandamento del messaggero di Dio.

E così, quale è la sua fine? Le sue figlie lo inebriano e nell’orribile stato in cui si trova, diventa l’inconscio generatore degli Ammoniti e dei Moabiti, nemici giurati del popolo di Dio.

Quante solenni istruzioni in tutto questo! Che commento è mai a questa storia di Lot, l’avvertimento così breve, ma di così grande importanza: «Non amate il mondo, né le cose che sono nel mondo!» (1 Giov. 2:15).

Tutte le Sodoma e le Tsoar di questo mondo si rassomigliano; il cuore non trova in esse né sicurezza, né pace, né riposo, né soddisfazione durevole. Il giudizio di Dio è sospeso sopra tutta questa scena, e Dio solo nella sua lunga e misericordiosa pazienza, trattiene ancora la spada del giudizio, non volendo che alcuno perisca, ma che tutti vengano a ravvedimento (2 Pietro 3:9).

Sforziamoci dunque di seguire una via santa, al di fuori del mondo e di tutto ciò che gli appartiene, nutrendoci e dilettandoci nella speranza del ritorno del nostro Maestro, affinché le pianure ben irrigate della terra non abbiano nessuna attrattiva per i nostri cuori, e possiamo considerare gli onori, le distinzioni e le ricchezze del mondo alla luce della gloria futura di Cristo; come Abrahamo, possiamo noi elevarci nella presenza del Signore e, vicini a Lui, vedere questa terra come un vasto campo di rovine e di desofazioni fumanti, poiché, effettivamente, tale sarà.

«La terra e le opere che sono in essa saranno arse» (2 Pietro 3:10). Tutte le cose per le quali i figliuoli di questo secolo si tormentano ricercandole con tanto ardore, per le quali combattono con tanto accanimento, tutte saranno interamente bruciate. E chi può dire quando? Dove sono Sodoma e Gomorra? Dove sono le città della pianura, una volta piene di vita, di attività, di movimento? Sono passate! Spazzate via dal giudizio di Dio, consumate dal fuoco e dallo zolfo del cielo! Ebbene, ora i giudizi di Dio sono sospesi su questo mondo colpevole. Il giorno è vicino: nell’attesa, la buona novella della grazia è annunziata a molti. Beati coloro che l’odono e credono questo messaggio; beati coloro che si mettono in salvo sulla roccia incrollabile della salvezza di Dio, che si rifugiano sotto la croce del Figliuolo di Dio e vi trovano perdono e pace!

Voglia il Signore dare a coloro che leggeranno queste righe di fare l’esperienza di ciò che significa aspettare il Figliuolo di Dio dal cielo con la coscienza purificata dal peccato e le affezioni purificate dalla influenza corruttrice di questo mondo!


      15. Capitolo 20: Abrahamo a Gherar

          15.1 Una mancanza seria

Questo capitolo ci presenta due cose distinte: la degradazione morale nella quale un figliuolo di Dio si lascia andare, talvolta, davanti al mondo e la dignità morale di cui è sempre caratterizzato agli occhi di Dio.

Abrahamo manifesta di nuovo quel timore delle circostanze che è tanto naturale anche a noi. Egli soggiorna in Gherar e teme gli uomini del paese; vedendo che Dio non è in mezzo a loro, dimentica che Egli è sempre con lui. Sembra più occupato degli abitanti di Gherar che di Colui che è più potente di loro tutti. Dimenticando che Dio è potente per proteggere Sara, ricorre alla medesima astuzia di cui aveva fatto uso in Egitto, parecchi anni prima.

Tutto questo contiene un serio avvertimento per noi. Il padre dei credenti è trascinato nel male perché ha distolto il suo sguardo da Dio. Abbandona per un tempo la sua attitudine di dipendenza da Lui e cede alla tentazione; è sempre vero che non siamo forti se non quando ci teniamo fermamente attaccati a Dio, nel sentimento della nostra totale debolezza. Nulla ci può nuocere, quando camminiamo nel sentiero da Lui ordinato. Se Abrahamo avesse semplicemente fatto assegnamento su Dio, gli uomini di Gherar non si sarebbero occupati di lui e avrebbe avuto il privilegio di giustificare la fedeltà di Dio in mezzo alle circostanze più difficili. Inoltre, avrebbe conservata la propria dignità come credente.

È doloroso vedere come i figliuoli di Dio disonorano facilmente il loro Padre, e di conseguenza, abbassano loro stessi davanti al mondo nelle loro circostanze. Fin tanto che realizziamo questa verità che: «tutte le fonti della mia gioia sono in te» (Salmo 87:7) dimoriamo al disopra del mondo sotto tutte le sue forme. Non vi è nulla che elevi tanto tutto il nostro essere morale, come la fede; essa ci trasporta fuori della portata dei pensieri del mondo, poiché come potrebbe l’uomo del mondo, oppure anche il credente mondano, comprendere la vita della fede? La sorgente alla quale questa vita si abbevera è inaccessibile per la loro intelligenza. Vivendo superficialmente, sono pieni di speranza e di fiducia fintanto che vedono ciò che stimano essere un fondamento ragionevole di speranza d’un Dio invisibile. Il credente, invece, rimane calmo in mezzo alle circostanze e agli avvenimenti nei quali la natura non vede nulla su cui possa riposarsi. Perciò la fede appare, alla natura umana, non curante, imprevidente e visionaria. Solo chi conosce Dio può approvare gli atti della fede, visto che solo lui è capace di comprendere i motivi solidi e veramente ragionevoli.

In questo capitolo vediamo l’uomo di Dio sotto la potenza dell’incredulità, esporsi, col suo modo di fare, alla riprensione e ai rimproveri del mondo. Non può essere diversamente poiché, come abbiamo detto, solo la fede comunica una vera nobiltà morale al carattere e alla condotta di un uomo. Si incontrano, è vero, delle persone d’un carattere per natura buono e onorabile, ma non ci si può fidare di queste virtù naturali; esse posano su un cattivo fondamento e sono soggette a cedere, da un momento all’altro, sotto la pressione delle circostanze. Solo la fede unisce l’anima in potenza vivente a Dio, unica sorgente di tutto ciò che è veramente morale.

Inoltre, ed è un fatto notevole, quando quelli che Dio ha misericordiosamente adottati si allontanano dal cammino della fede, essi cadono anche più in basso degli altri uomini. Troviamo in questo fatto la spiegazione della condotta di Abrahamo in questa parte della sua storia.

Ma facciamo qui un’altra scoperta: Abrahamo aveva, per molti anni, serbato dell’interdetto nel suo cuore; a quanto pare, era partito per la sua missione di fede tenendo in serbo nel suo cuore, una certa mancanza di fiducia in Dio. Se avesse saputo confidare pienamente in Dio riguardo a Sara, non avrebbe avuto bisogno di ricorrere a un sotterfugio e a riserve mentali: l’Eterno avrebbe protetto Sara da ogni male. E chi potrebbe nuocere a coloro che sono sotto la protezione di Colui che non sonnecchia mai?

Tuttavia, per grazia, Abrahamo è condotto a scoprire la radice di tutto questo male, a giudicarlo a fondo e a sbarazzarsene; e, infatti, non vi può essere né benedizione, né potenza fintanto che ogni rimasuglio di questo lievito non è stato scoperto e calpestato nella luce. La pazienza di Dio è instancabile; egli aspetta, sopporta, ma non innalza mai un’anima all’apice della benedizione e della potenza, fin tanto che serba in sè un rimasuglio di male, conosciuto e non giudicato.

Così fu riguardo Abimelec e Abrahamo. Consideriamo ora la dignità morale di quest’ultimo agli occhi di Dio.

          15.2 Come Dio vede i suoi

Se si considera la storia dei figliuoli di Dio, sia come un tutto sia individualmente, si rimane colpiti dalla differenza che esiste fra ciò che essi sono agli occhi di Dio e ciò che sono agli occhi degli uomini. Dio vede i suoi in Cristo, li vede attraverso la persona di Cristo; in modo che sono davanti a Lui «senza macchia né ruga né cosa alcuna simile». Nella loro posizione, sono davanti a Dio, quale Cristo è. «Non sono nella carne, ma nello Spirito» (Efesi 5:27; 1:4-6; 1 Giov. 4:17; Rom. 8:9).

In loro stessi, sono esseri poveri, deboli, imperfetti, soggetti all’errore e ad ogni sorta d’incoerenza, ed è appunto perché il mondo prende conoscenza di ciò che sono in loro stessi, e di questo solo, che la differenza appare così grande fra la divina e l’umana stima a loro riguardo.

Ma a Dio appartiene la prerogativa di manifestare la bellezza, la dignità e la perfezione del suo popolo; a Lui solo, perché è Lui che ha dispensato ai suoi tutte queste cose. Non hanno alcuna bellezza se non quella di cui lui stesso li ha dotati; quindi non appartiene che a lui il proclamare cosa sia quella bellezza, e lo fa in un modo degno di se stesso, e in modo tanto più glorioso in quanto il nemico vorrebbe ingiuriare, accusare e maledire. Così, quando Balac cercò di maledire la progenie di Abramo, l’Eterno disse: «Io non scorgo iniquità in Giacobbe, non vedo perversità in Israele». «Come son belle le tue tende, o Giacobbe, le tue dimore o Israele» (Numeri 23:21; 24:5). E ancora, quando Satana stava in piedi alla destra di Giosuè per accusarlo, l’Eterno gli disse: «Ti sgridi l’Eterno, o Satana, ti sgridi l’Eterno... non è questo un tizzone strappato dal fuoco?» (Zacc. 3:1-2).

Il Signore si interpone sempre fra i suoi ed ogni lingua che si innalza per accusarli. Non risponde all’accusa tenendo conto di quello che essi sono in loro stessi, o di ciò che sono agli occhi del mondo, ma tenendo conto di ciò che Egli li ha fatti essere e della posizione in cui li ha posti.

È così di Abrahamo che perde la sua dignità agli occhi di Abimelec re di Gherar, e Abimelec lo riprende; ma quando Dio si leva in suo favore, dice ad Abimelec: «Tu sei un uomo morto!» e di Abrahamo dice: «Egli è profeta e pregherà per te» (vers. 3-7). Nonostante tutta «l’integrità del suo cuore e la purezza delle sue mani», il re di Gherar non era altro che un «uomo morto»; e doveva dipendere dalle preghiere di uno straniero, smarrito e incoerente, per essere ristabilito in salute con tutta la sua casa.

Così agisce Iddio; egli può avere, in segreto, più di una questione da regolare con i suoi figliuoli riguardo alla loro condotta pratica; ma dal momento che un nemico solleva una questione contro a loro, l’Eterno difende la loro causa: «Non toccate i miei unti, e non fate alcun male ai miei profeti». «Chi tocca voi, tocca la pupilla dell’occhio suo». «È Dio che giustifica; chi sarà quel che li condanni?» (1 Cron. 16:22; Zacc. 2:8; Rom. 8:34).

Nessun dardo del nemico può penetrare nello scudo al riparo del quale l’Eterno nasconde il più debole agnello del gregge che si è acquistato al prezzo del sangue di Cristo. Tiene i suoi nascosti nel segreto del suo tabernacolo; mette i loro piedi sulla Rocca dei secoli, innalza il loro capo al disopra dei nemici che li attorniano e riempie i loro cuori dell’eterna gioia della sua salvezza (Salmo 27:5-6).

Sia per sempre benedetto il suo Nome!


      16. Capitolo 21: Nascita d’Isacco

          16.1 L’adempimento della promessa

«E l’Eterno visitò Sara come aveva detto; e l’Eterno fece a Sara come aveva annunziato».

Abbiamo qui l’adempimento della promessa, il fruttò dell’attesa paziente. Nessuno s’è mai confidato in Dio invano. L’anima che, per fede, afferra la promessa di Dio, è in possesso d’una realtà che non le farà mai difetto. Così fu per Abrahamo e per tutti i fedeli, d’età in età; e sarà sempre così per tutti coloro che, in qualche modo, fanno assegnamento sull’Iddio vivente. Che felicità avere Dio stesso per parte e per riposo, in mezzo alle ombre menzognere e illusorie che attraversiamo; che consolazione, che tranquillità per le nostre anime avere per sostegno queste due cose immutabili: la Parola e il giuramento di Dio!

Quando Abrahamo vide realizzata la promessa di Dio, poté rendersi conto dell’inutilità dei propri sforzi per raggiungerne il compimento. Ismaele era inutile per la promessa di Dio. Poteva essere, e fu infatti, oggetto di attaccamento per il cuore naturale di Abrahamo, rendendo in seguito il suo compito assai più difficile; non servì a nulla nell’adempimento dei disegni di Dio e nel raffermamento della fede di Abrahamo, ma piuttosto al contrario.

La natura, senza Dio, non può far nulla per Lui. Bisogna che «Dio visiti», che «Dio faccia» e bisogna che la fede aspetti. Allora, la gloria divina può risplendere, e la fede trovare in questa manifestazione la sua ricca ed eccellente ricompensa.

«Sara dunque concepì e partorì un figliuolo ad Abrahamo, quando egli era vecchio, al tempo che Dio gli aveva fissato».

Esiste un tempo «fissato» da Dio, un tempo «convenevole» per Dio, e bisogna che il fedele sappia aspettarlo pazientemente. Il tempo può sembrare lungo e la speranza differita può far languire il cuore; ma l’uomo spirituale sarà sempre incoraggiato dalla certezza che ogni cosa ha per scopo la manifestazione finale della gloria di Dio. «Poiché è una visione per un tempo già fissato, ella s’affretta verso la fine e non mentirà; se tarda, aspettala, poiché per certo verrà, non tarderà... Ma il giusto vivrà per la sua fede» (Hab. 2:3-4).

La fede è una cosa meravigliosa! Introduce nel nostro presente tutto l’avvenire di Dio e si nutre delle promesse di Dio come d’una realtà presente. Per la sua potenza, l’anima resta attaccata a Dio quando tutto ciò che è esterno sembra essere contro di essa, e, al tempo preciso, Dio riempie di risa la sua bocca.

«Or Abrahamo aveva cento anni quando gli nacque il suo figliuolo Isacco». La natura non aveva quindi nulla da gloriarsi. Quando l’uomo è assolutamente senza risorse, allora viene il «tempo di Dio»; e Sara disse: «Iddio m’ha dato di che ridere». Tutto è gioia, gioia trionfante quando Dio può manifestarsi.

          16.2 Isacco e Ismaele

Ma se la nascita di Isacco riempie di gioia la bocca di Sara, introduce anche un elemento nuovo nella casa d’Abrahamo. Il figliuolo della donna libera accelera lo sviluppo del vero carattere del figlio della schiava. Difatti, Isacco fu, in principio, per la casa di Abrahamo, ciò che è l’innesto della nuova natura nell’anima d’un peccatore. Ismaele non era cambiato, ma Isacco era nato. Il figlio della schiava non poteva mai essere altro che quello che era. Diventi pure un grande popolo, dimori pure nel deserto, sia pure tiratore d’arco e anche padre di 12 principi; rimane pur sempre figlio della schiava. D’altra parte, per debole e sprezzato che fosse, Isacco era figliuolo della donna libera. Possedeva ogni cosa da parte del Signore, la posizione, il rango, i privilegi, le speranze. «Ciò che è nato dalla carne è carne; e ciò che è nato dallo Spirito è spirito» (Giov. 3:6).

          16.3 La nuova e la vecchia natura

La rigenerazione non è un cambiamento della vecchia natura, ma l’introduzione di una nuova; è l’inserimento della natura e della vita del secondo Adamo, per mezzo dell’opera dello Spirito Santo, fondata sulla redenzione compiuta da Cristo in perfetto accordo con la volontà e il consiglio sovrano di Dio. Dal momento che un peccatore crede di cuore nel Signore Gesù e Lo confessa con le labbra, entra in possesso d’una nuova vita; e questa vita è Cristo: egli è nato da Dio, è un figlio di Dio, è figlio della donna libera (ved. Rom. 10:9; Coloss. 3:4; 1 Giov. 3:1-2; Gal. 3:26; 4:31).

L’introduzione di questa nuova natura non cambia minimamente il carattere intrinseco della vecchia. Questa rimane ciò che è, senza alcun miglioramento e il suo cattivo carattere si manifesta in piena opposizione con l’elemento nuovo. «La carne ha desideri contrari allo Spirito, e lo Spirito ha desideri contrari alla carne; sono cose opposte fra loro» (Gal. 5:17). Questi due elementi sono perfettamente distinti, e l’uno è soltanto messo in rilievo dall’altro.

La dottrina della coesistenza delle due nature nel credente è generalmente poco compresa e fintanto che rimane ignorata e latente, non può che disorientare riguardo la vera posizione e i privilegi del figlio di Dio. Gli uni credono che la rigenerazione sia un cambiamento graduale compiuto nella vecchia natura, finché l’intero essere abbia subito una completa trasformazione. È facile dimostrare, per mezzo di alcuni passi del Nuovo Testamento, l’errore di questa opinione. Così leggiamo: «Poiché ciò cui la carne ha l’animo è inimicizia contro Dio» (Rom. 8:7), Ciò che è «inimicizia contro Dio» potrebbe forse essere migliorato? Perciò l’apostolo continua dicendo: «perché non è sottomesso alla legge di Dio, e neppure può esserlo». Se non può sottomettersi alla legge di Dio, come potrebbe essere migliorato? E altrove è scritto: «Quel che è nato dalla carne è carne» (Giov. 3:6). Trattate la carne come volete, rimane pur sempre carne. «Anche se tu pestassi lo stolto in un mortaio, in mezzo al grano col pestello, la sua follia non lo lascerebbe», disse Salomone (Prov. 27:22). Si lavora invano a rendere savia la follia.

Bisogna introdurre la sapienza che vien da alto nel cuore che non è stato fin’allora governato che dalla follia.

«Avendo spogliato l’uomo vecchio» (Col. 3:9). L’apostolo non dice: avete migliorato, o cercate di migliorare il «vecchio uomo», ma l’avete spogliato; e questa è una cosa assolutamente diversa, tanto diversa quanto l’atto di rammendare un vestito e quello di metterlo completamente da parte. Nel pensiero dell’apostolo, si trattava appunto di spogliare un vecchio vestito e rivestirne uno nuovo.

Si potrebbero moltiplicare le citazioni per provare che la teoria del miglioramento graduale della vecchia natura è falsa ed erronea, e per provare che questa vecchia natura è morta e assolutamente incorreggibile; la sola cosa che possiamo fare è di tenerla «sotto i piedi» nella potenza di questa nuova vita che possediamo in virtù della nostra unione col nostro Capo risuscitato nei cieli.

La nascita di Isacco non migliorò Ismaele; anzi, non fece che mettere in evidenza la sua vera opposizione contro il figlio della promessa. Poteva aver avuto una condotta pacifica e regolata fino alla venuta di Isacco, ma allora dimostrò ciò che era, beffandosi del figlio della risurrezione e perseguitandolo.

Quale era il rimedio a questo male? Rendere migliore Ismaele? No, ma: «caccia via questa serva e il suo figliuolo; poiché il figliuolo di questa serva non ha da essere erede col mio figliuolo, con Isacco» (vers. 8-10). Ecco l’unico rimedio. «Ciò ch’è storto, non può essere raddrizzato» (Eccl. 1:15) e di conseguenza bisogna sbarazzarsi di quello che è storto per occuparsi di ciò che è divinamente diritto.

Ogni sforzo che è fatto in vista di migliorare la vecchia natura, è vano davanti a Dio. Gli uomini possono trovare un vantaggio a coltivare e migliorare quello che è loro utile, ma Dio ha dato ai suoi figli qualcosa d’infinitamente migliore da fare: coltivare quello che è la Sua creazione; e i frutti di quella creazione, oltre a non innalzare mai la natura umana, sono interamente alla lode e alla gloria di Dio.

          16.4 Libertà e servitù

L’errore nel quale le chiese della Galazia erano cadute, era di voler far dipendere la salvezza da qualcosa che l’uomo poteva essere o fare. «Se voi non siete circoncisi secondo il rito di Mosè, non potete essere salvati» (Atti 15:1). Si rovinava così il glorioso edificio della redenzione, che riposa unicamente su quello che Cristo è e su quello che ha fatto; poiché, far dipendere la salvezza, anche nella più piccola misura, da qualcosa che sia nell’uomo o che sia fatto dall’uomo, vuol dire annientare la salvezza. In altri termini: bisogna che Ismaele sia scacciato e che le speranze di Abrahamo riposino su ciò che Dio ha fatto e dato nella persona di Isacco.

È ovvio che questa salvezza non lascia nulla all’uomo di cui possa gloriarsi. Se la felicità presente o futura dipendesse da un cambiamento, anche divino, operato nella natura, ossia nella carne, l’«io» potrebbe glorificarsi e Dio non avrebbe tutta la gloria. Ma se sono introdotto in una nuova creazione, vedo che tutto è di Dio, il disegno, l’opera e il suo adempimento. È Dio che agisce, ed io adoro: è Lui che benedice, ed io sono benedetto; egli è il superiore e io sono «l’inferiore» (Ebrei 7:7). Egli è il donatore, ed io colui che riceve. Ecco ciò che è il cristianesimo e ciò che, nello stesso tempo, lo distingue da ogni sistema religioso umano che esiste sotto il sole. La religione dell’uomo dà sempre un posto alla creatura; mantiene, nella casa, la serva e suo figlio, e lascia all’uomo di che gloriarsi. Il cristianesimo, invece, esclude la creatura e non le concede nessuna parte nell’opera della salvezza; scaccia la schiava e suo figlio, e rende ogni gloria a Colui al quale solo appartiene.

Vediamo ora ciò che sono realmente questa schiava e il suo figlio, e ciò che raffigurano. Il cap. 4 dell’epistola ai Galati ci insegna minutamente al riguardo e il lettore troverà profitto a studiarlo con cura.

La schiava rappresenta il patto della legge, e il suo figliuolo tutti quelli che sono «sotto le opere della legge» o su questo principio di legge. La schiava genera per la servitù e non può dare alla luce un uomo libero. La legge non ha mai potuto dare la libertà, poiché signoreggia l’uomo per tutto il tempo che egli vive (Rom. 7:1). Fintanto che sono posto sotto l’autorità d’un altro, chiunque egli sia, non sono libero; mentre sono in vita, la legge domina sopra me, e la morte sola può sottrarmi al suo dominio, come lo sappiamo dalla dottrina del cap. 7 dell’epist. ai Romani. «Così, fratelli miei, anche voi siete divenuti morti alla legge mediante il corpo di Cristo, per appartenere ad un altro, cioè a Colui che è risuscitato dai morti, e questo, affinché portiate del frutto a Dio». Ecco la libertà, poiché: «Se dunque il Figliuolo vi farà liberi, sarete veramente liberi» (Giov. 8:36). «Perciò, fratelli, noi non siamo figliuoli della schiava, ma della libera» (Gal. 4:31).

È nella potenza di questa libertà che possiamo obbedire al comandamento: «Caccia via la schiava e il suo figliuolo». Se non so di essere libero, cercherò di ottenere la libertà in qualunque modo, anche col trattenere la schiava in casa; in altri termini, cercherò di ottenere la vita osservando la legge, stabilendo così la mia propria giustizia. Senza dubbio, per rigettare questo elemento di servitù, dovrò lottare, poiché il legalismo è naturale al cuore dell’uomo: «E la cosa dispiacque fortemente ad Abrahamo, a motivo dei suo figliuolo» (vers. 11). Tuttavia, per quanto doloroso possa essere l’atto in questione, è secondo la volontà di Dio che rimaniamo fermi nella libertà nella quale Cristo ci ha posti affrancandoci, e che non siamo di nuovo trattenuti sotto un giogo di servitù (Gal. 5:1).

Ci sia dato, caro lettore, di entrare pienamente e sperimentalmente nel pieno possesso delle benedizioni che Dio ci ha procurato in Cristo, perché possiamo liberarci da ogni influenza della carne, da tutto ciò che essa è, e produce. Vi è, in Cristo, una pienezza che rende assolutamente superfluo e vano ogni ricorso alla natura.


      17. Capitolo 22: Il sacrificio d’Isacco

          17.1 Dio prova la fede d’Abrahamo

Abrahamo si presenta ora a noi in uno stato morale adatto perché il suo cuore possa sostenere una dolorosissima prova.

Al cap. 20, ha confessato e giudicato l’interdetto per molto tempo serbato nel cuore; al cap. 21 ha scacciato la schiava col suo figliuolo; ed ora si presenta nella posizione più onorata nella quale un’anima possa essere posta; lo vediamo nella prova sotto la mano di Dio stesso.

Vi sono parecchi tipi di prove: la prova il cui autore è il Diavolo; la prova che proviene dalle circostanze esteriori; ma la maggiore di tutte, nel suo carattere, è quella che viene direttamente da Dio, quando egli pone il suo figliuolo diletto nella fornace per provare la realtà della sua fede. Dio lo fa perché vuole della realtà. Non basta dire: «Signore, Signore», oppure «ci vado, Signore»; bisogna che il cuore sia provato fino in fondo affinché nessun elemento di ipocrisia o di falsa professione vi si annidi. Dio dice: «Figliuol mio, dammi il tuo cuore» (Prov. 23:26). Non dice: dammi la tua intelligenza, o i tuoi talenti, o la tua lingua, o il tuo denaro; ma: «dammi il tuo cuore». E, per provare la sincerità della nostra risposta agli ordini della sua grazia, Egli mette la mano su ciò che tocca più da vicino il nostro cuore.

Dio disse ad Abrahamo: «Prendi ora il tuo figliuolo, il tuo unico, colui che ami, Isacco e vattene nel paese di Moriah, e offrilo quivi in olocausto sopra uno dei monti che ti dirò» (vers. 2). Questo significava visitare ben da vicino il cuore di Abrahamo e farlo passare nel crogiuolo più profondo.

Dio «ama la sincerità [o verità] nell’interiore» (Salmo 51:6). Vi può essere molta verità sulle labbra e nell’intelligenza; ma Dio la cerca nel cuore. Delle prove comuni d’amore non lo possono soddisfare; Lui stesso non si è limitato a darci una prova ordinaria del suo amore per noi; ha dato il suo Figliuolo! E non dovremmo noi desiderare di dare delle prove evidenti del nostro amore per lui che ci ha amati così tanto quando eravamo morti nei nostri falli e nei nostri peccati?

È necessario tuttavia che ci rendiamo conto che provandoci così, Iddio ci onora altamente. Non leggiamo che Dio abbia provato Lot; egli non raggiunse mai un livello tale da essere provato dalla mano stessa dell’Eterno. Lo stato dell’anima sua era troppo evidente, perché fosse necessaria la fornace per metterlo in luce. Sodoma non avrebbe presentato nessuna tentazione per Abrahamo. Il suo incontro col re di Sodoma al cap. 14 lo mostra chiaramente. Dio sapeva che Abrahamo amava lui infinitamente più di quanto amasse Sodoma, ma voleva mettere in evidenza che il suo servitore lo amava al disopra di ogni altra cosa; così mette la mano su ciò che aveva di più caro.

«Prendi ora il tuo figliuolo, il tuo unico, colui che tu ami». Sì, Isacco, il figlio della promessa; Isacco, l’oggetto della speranza intensamente e lungamente attesa, l’oggetto dell’amore del padre, colui nel quale tutte le famiglie della terra dovevano essere benedette. Proprio lui doveva essere offerto in olocausto! Questo era veramente mettere la fede alla prova, affinché questa prova, «molto più preziosa dell’oro che perisce, eppure è provata col fuoco, risulti a lode, gloria ed onore» (1 Pietro 1:7). Se Abrahamo non si fosse appoggiato unicamente, e con tutto il cuore, sull’Eterno, non avrebbe potuto obbedire senza titubanza ad un ordine che lo toccava così profondamente. Ma Dio stesso era il sostegno vivente e permanente del suo cuore: perciò Abrahamo era pronto ad abbandonare tutto per Lui.

L’anima che ha trovato in Dio «tutte le proprie sorgenti» (Salmo 87), può, senza perplessità, abbandonare tutte le «cisterne umane». Possiamo rinunciare alla creatura in proporzione della conoscenza che acquistiamo del Creatore ma non possiamo andare oltre. Voler rinunciare alle cose visibili altrimenti che con l’energia della fede che afferra le invisibili, è il lavoro più sterile che si possa pensare. L’anima si terrà stretto il suo Isacco, finché ha trovato il suo tutto in Dio. Ma quando può dire per la fede: «Dio è per noi un rifugio ed una forza, un aiuto sempre pronto nelle distrette» può anche aggiungere: «Perciò noi non temeremo, anche quando fosse sconvolta la terra, quando i monti fossero smossi in seno ai mari» (Salmo 46:1-2).

          17.2 Abrahamo ubbidisce

«E Abrahamo, levatosi la mattina di buon’ora», ecc... Abrahamo non tarda, obbedisce subito. «Mi sono affrettato, e non ho indugiato ad osservare i tuoi comandamenti» (Salmo 119:60).

La fede non si arresta mai a considerare le circostanze o a ponderare i presumibili risultati; non riguarda che a Dio e dice, con l’Apostolo: «Ma quando Iddio, che m’aveva appartato fin dal seno di mia madre, m’ha chiamato mediante la sua grazia, si compiacque di rivelare in me il suo Figliuolo perch’io lo annunziassi fra i gentili, io non mi consigliai con carne e sangue» (Gal. 1:15-16). Dal momento che prendiamo consiglio dalla carne e dal sangue, pregiudichiamo la nostra testimonianza e il nostro servizio, poiché la carne e il sangue non possono obbedire. Per essere felici e perché Dio sia glorificato, dobbiamo levarci la mattina di buon’ora e, per la grazia, compiere il comandamento di Dio. Se la Parola di Dio è la sorgente della nostra attività, ci darà forza e fermezza per agire; mentre se agiamo solo per impulso nostro, cessato questo, cesserà anche la nostra azione.

Due cose sono necessarie ad una vita attiva, coerente e ferma: lo Spirito Santo come potenza e la Scrittura come guida. Abrahamo possedeva queste due cose; aveva ricevuto da Dio la potenza per agire e anche da Dio l’ordine di agire. La sua obbedienza aveva un carattere molto esplicito, e questo è importantissimo. Si incontra sovente ciò che assomiglia molto alla dedizione, ma che in realtà è solo l’attività incostante d’una volontà non sottomessa alla potente azione della Parola di Dio. Tale dedizione ha solo apparenza ma nessun valore e lo spirito che ne è il movente si dilegua rapidamente. Si può stabilire come principio che ogni qualvolta la dedizione oltrepassa certi limiti stabiliti da Dio è sospetta; se si ferma prima di questi limiti, è imperfetta; se va oltre, erra. Vi sono senza dubbio delle operazioni e delle vie straordinarie proprie allo Spirito di Dio, nelle quali Egli proclama la propria sovranità e si eleva al disopra dei limiti ordinari; ma, in tali casi, l’evidenza dell’azione divina è abbastanza potente per convincere ogni uomo spirituale. Questi casi straordinari non contraddicono, poi, in nessun modo, la verità che la fedeltà e la vera devozione sono sempre fondate sopra un principio divino e governate da un principio divino. Si può pensare che sacrificare un figliuolo sia un atto di devozione straordinario, ma bisogna ricordare che quello che dà a questo atto tutto il suo valore davanti a Dio è il semplice fatto che è fondato sul comandamento di Dio.

Vi è ancora un’altra cosa che è unita alla vera dedizione: è lo spirito d’adorazione. «Io e il ragazzo, andremo fin colà e adoreremo» (vers. 5). Un servitore veramente devoto fissa gli occhi non sul proprio servizio, per quanto importante possa essere, ma sul suo padrone; e questo produce lo spirito di adorazione.

Se amo il mio padrone secondo la carne, poco mi importerà di essere chiamato a pulire le sue scarpe o a guidare la sua automobile; ma se penso a me stesso più che a lui, preferirò senza dubbio essere autista piuttosto che lustrascarpe. È lo stesso nel servizio del nostro divino Signore: se penso solo a Lui, non vi sarà differenza per me tra edificare delle Assemblee o fabbricare delle tende.

Possiamo fare la stessa osservazione riguardo al ministerio degli angeli. Importa poco, ad un angelo, di essere mandato a distruggere un esercito oppure a proteggere la persona di uno degli eredi della salvezza; è il padrone che occupa i suoi pensieri. Come qualcuno ha ben detto, se due angeli fossero mandati dal cielo, uno per governare un impero, l’altro per scopare le vie d’una città, di certo non contenderebbero.

Se questo è vero per gli angeli, non dovrebbe esserlo anche per noi? Il carattere del servitore e quello dell’adoratore dovrebbero sempre essere uniti, e l’opera delle nostre mani dovrebbe sempre esalare il buon profumo del nostro amore per il Signore. In altri termini, dovremmo lavorare nello spirito di queste parole: «Io e il ragazzo, andremo fin colà e adoreremo». Saremmo così guardati da un servizio puramente meccanico, come siamo facilmente portati a compiere, lavorando soltanto per amore del lavoro ed essendo più occupati della nostra opera che del nostro Maestro. Bisogna che tutto derivi da una semplice fede in Dio e dall’obbedienza alla sua Parola.

«Per fede Abrahamo, quando fu provato, offerse Isacco; ed egli che aveva ricevuto le promesse, offerse il suo unigenito» (Ebrei 11:17). Dipende solo da quanto camminiamo per la fede, il poter incominciare, proseguire e terminare le nostre opere secondo Dio. Abrahamo non solo s’incamminò per offrire il suo figliuolo, ma proseguì imperturbato il suo cammino fino al punto indicato da Dio (Genesi 22).

«E Abrahamo prese le legna per l’olocausto e le pose addosso a Isacco suo figliuolo; poi prese in mano il fuoco e il coltello; e tutti e due s’incamminarono assieme»; e più avanti leggiamo: «E Abrahamo edificò quivi l’altare e vi accomodò le legna. E Abrahamo stese la mano e prese il coltello per scannare il suo figliuolo» (vers. 6-10).

V’era un’opera reale, un’«opera di fede» e «un travaglio d’amore», nel senso più elevato, non una semplice apparenza. Abrahamo non s’avvicinava a Dio con le labbra soltanto, mentre il suo cuore era lontano da Lui; non diceva: «ci vado, Signore», e non vi andava. Tutto era profonda realtà, di quella realtà che la fede trova piacere a produrre e che Dio si compiace di accettare.

È facile far mostra di devozione, quando non si è in obbligo di manifestarla; è facile dire: «Quand’anche tu fossi per tutti un’occasione di caduta, non lo sarai mai per me...», «quand’anche mi convenisse morir teco, non però ti rinnegherò» (Matteo 26:33-35); ma si tratta di rimanere fermi e di sormontare la tentazione. Quando Pietro fu messo alla prova, fu atterrato. La fede non parla mai di quello che vuol fare; ma fa quello che può per mezzo della forza del Signore. Nulla è più miserabile dell’orgoglio e delle pretese; sono tanto vili quanto la base sulla quale riposano. Ma la fede agisce quando è provata; e, fino a quel momento, è felice di restare nel silenzio e nell’oscurità.

Iddio è glorificato da questa santa attività della fede; è Lui che ne è l’oggetto come pure la sorgente. Di tutti gli atti della fede di Abrahamo non ve n’è alcuno nel quale Iddio sia stato più glorificato che nella scena del monte Moriah. Qui Abrahamo potè rendere testimonianza che «tutte le sue sorgenti» erano in Dio e ch’egli le aveva trovate non solo prima della nascita di Isacco, ma anche dopo. Riposarsi sulle benedizioni di Dio è ben diverso dal riposarsi su Dio stesso; confidare in Dio quando si hanno sotto gli occhi le benedizioni di Dio che scendono su di noi, è tutt’altra cosa che confidarsi in lui quando queste mancano.

Abrahamo manifesta l’eccellenza della sua fede sapendo contare su Dio, e sulla promessa d’una innumerevole progenie, non soltanto quando Isacco era davanti a lui pieno di salute e di forza, ma anche quando lo vedeva vittima sull’altare. Che gloriosa fiducia! Fiducia senza compromessi, non fondata in parte sul Creatore e in parte sulla creatura, ma stabilita su un fondamento solido, sopra Dio stesso. Egli stimò che Dio poteva, e non pensò mai che Isacco avrebbe potuto. Isacco senza Dio, per lui era nulla; Dio, senza Isacco, era tutto.

Vi è, in questo, un principio della massima importanza e una pietra di paragone per provare il cuore a fondo. La mia fiducia viene forse meno quando vedo i canali apparenti delle mie benedizioni inaridirsi? Oppure, rimango io abbastanza vicino alla sorgente, là dove essa nasce, perché mi sia possibile vedere, in uno spirito di adorazione, tutti i ruscelli umani prosciugarsi? Credo io, con abbastanza semplicità, che Dio è sufficiente a tutto, per poter in qualche modo stendere la mano e afferrare il coltello per scannare il mio figliuolo? Abrahamo ne fu reso capace perché guardava all’Iddio della risurrezione. «Avendo stimato che Dio poteva anche risuscitarlo d’infra i morti» (Ebrei 11:17-19). Egli realizzava di avere a che fare con Dio, e questo gli bastava. Dio non permise che egli andasse fino all’estremo limite: l’Iddio di grazia non poteva permettere che andasse fin là; Egli risparmiò al cuore di Abrahamo l’angoscia che non risparmiò a se stesso, quando si trattò di colpire il proprio Figliuolo per i nostri peccati; Egli, benedetto sia il suo Nome, andò fino agli estremi limiti. Egli non risparmiò il suo proprio Figliuolo ma lo diede per tutti noi. «Piacque all’Eterno di fiaccarlo coi patimenti» (Rom. 8:31; Isaia 53:10). Nessuna voce si fece udire dal cielo, quando, sul Calvario, il Padre offerse il suo unigenito Figliuolo. Il sacrificio fu perfettamente compiuto e, nel suo adempimento, fu suggellata la nostra eterna pace.

          17.3 La prova della fede

Tuttavia, la dedizione di Abrahamo a Dio fu chiaramente dimostrata e pienamente accettata. «Poiché ora — dice Dio — so che tu temi Iddio, giacché non m’hai rifiutato il tuo figliuolo, l’unico tuo» (vers. 12). Notate queste parole: «ora so». Fino a quel momento la prova non era stata data; la fede c’era, e Dio lo sapeva; ma il punto importante è che Dio fa dipendere la conoscenza che ha di questa fede dalla prova concreta che Abrahamo stesso ha dato davanti all’altare sul monte Moriah.

La fede si manifesta sempre per mezzo delle opere, e il timore di Dio per mezzo dei frutti che ne derivano. «Abrahamo nostro padre, non fu egli giustificato per le opere quando offrì il suo figliuolo Isacco sull’altare?» (Giac. 2:21). Chi oserebbe mettere in dubbio la sua fede? Spogliate Abrahamo della sua fede, ed egli appare sul monte Moriah come un micidiale e un pazzo. Tenete conto della sua fede, ed egli appare come un adoratore fedele e devoto, come un uomo che teme Iddio ed è giustificato.

Bisogna che la fede sia dimostrata: «Che giova, fratelli miei, se uno dice d’aver fede, ma non ha opere?» (Giac. 2:14). Una professione di fede senza potenza e senza frutti non soddisfa né Dio né gli uomini. Dio cerca della realtà e la onora dovunque la trova; quanto agli uomini, essi non comprendono che una espressione vivente e intelligibile d’una fede che si manifesta per mezzo delle opere. Viviamo in un’atmosfera di pietà apparente: il linguaggio della fede è su tutte le labbra, ma la fede stessa è una perla quanto mai rara; quella fede che rende capaci di lasciare la sponda delle circostanze presenti per andare incontro ai marosi, per affrontarli, per sostenerne l’impeto, allorquando il Maestro sembra addormentato.

          17.4 Giustificato dalla fede, giustificato dalle opere

Non sarà forse superfluo dire una parola in merito all’armonia che esiste fra l’insegnamento di Giacomo e quello di Paolo sulla giustificazione. Il lettore intelligente e spirituale che accetta la piena ispirazione delle Sacre Scritture sa benissimo che non è né con Giacomo né con Paolo che abbiamo a che fare in questa importante questione. Lo Spirito Santo si è misericordiosamente servito di questi due uomini, onorati da Dio, per trasmettere i suoi pensieri, come noi potremmo servirci ora d’una penna qualunque per scrivere i nostri; con tutto ciò non si può parlare di contraddizione fra le due penne, in quanto lo scrittore è uno solo. È tanto impossibile che due uomini ispirati si contraddicano quanto è impossibile che due corpi celesti possano venire in collisione seguendo ciascuno l’orbita tracciatagli da Dio. Vi è in realtà, come possiamo aspettarci, la più perfetta armonia fra questi due apostoli; anzi, sulla questione della giustificazione, uno è il complemento e il commentatore dell’altro. L’apostolo Paolo ci dà il principio interno; Giacomo lo sviluppo esterno dello stesso principio. Il primo si occupa della vita interiore, l’ultimo della vita manifestata; il primo considera l’uomo in connessione con Dio, l’ultimo lo considera nei suoi rapporti con i propri simili. Abbiamo bisogno dell’uno come dell’altro, poiché il principio interno non può esistere senza la vita esterna, come del resto quest’ultima non avrebbe né valore, né potenza, senza il principio interno.

«Abrahamo fu giustificato» quando «credette Dio», e «Abrahamo fu giustificato» quando «offerse il suo figliuolo». Nel primo di questi due casi si tratta della sua condizione segreta davanti a Dio, nel secondo della sua professione davanti al cielo e alla terra. È bene comprendere questa differenza. Non vi fu alcuna voce dal cielo allorquando «Abrahamo credette Dio», per quanto Iddio l’abbia visto allora e l’abbia tenuto per giusto; ma quando ebbe offerto il suo figliuolo sull’altare, Dio ha potuto dire: «Ora ho conosciuto», e il mondo intiero ebbe la prova irrecusabile del fatto che Abrahamo era un uomo giustificato. Sarà sempre così. Laddove esiste il principio interiore vi è anche l’atto esteriore, e tutto il valore di quest’ultimo dipende dal suo rapporto col primo. Se si separa per un momento l’atto di Abrahamo, come Giacomo lo presenta, dalla fede di Abrahamo, quale Paolo la espone, quale virtù giustificante possederebbe ancora questa fede? Nessuna, di certo! Tutto il suo valore, tutta la sua efficacia, derivano dal fatto che esso è la manifestazione esterna di quella fede in virtù della quale Abrahamo è già stato considerato giusto davanti a Dio.

Tale è l’armonia perfetta che esiste fra Giacomo e Paolo; o piuttosto tale è l’unità della voce dello Spirito Santo, che si faccia udire per mezzo di Paolo o per mezzo di Giacomo.

          17.5 Il risultato della prova

Ma ritorniamo al soggetto del capitolo che ci occupa. È molto interessante vedere come la prova della fede di Abrahamo lo porti ad una conoscenza più profonda del carattere di Dio.

Quando ci è dato di sostenere la prova che Dio stesso ci dispensa, siamo certi di fare nuove esperienze relativamente al carattere di Dio, e d’imparare così ad apprezzare il valore della prova. Se Abrahamo non avesse levata la sua mano per «scannare» il suo figliuolo, non avrebbe mai conosciuto tutta l’eccellente grandezza delle ricchezze del nome che ora egli applica a Dio, cioè: «Iehovah-jireh» ossia: «Il Signore provvederà».

È solo quando siamo veramente messi alla prova che scopriamo quello che Dio è. Senza prove non potremo mai essere che dei teorici, ma Dio non vuole che siamo soltanto tali; vuole che penetriamo nella profondità della vita che è in Lui stesso, nelle realtà di una comunione personale con Lui. Con quali convinzioni e sentimenti Abrahamo dovette rifare la strada da Moriah a Beer-Sceba! Come i suoi pensieri riguardo Dio, riguardo Isacco e riguardo ogni cosa dovevano essere differenti!

Possiamo dire veramente: «Beato l’uomo che sostiene la prova» (Giac. 1:12). La prova è un onore conferito dall’Eterno stesso, e sarebbe difficile apprezzare tutta la gioia che deriva dall’esperienza che essa produce. Quando l’uomo è indotto a riconoscere che tutta la sua saviezza vien meno (Salmo 107:27), allora è in grado di scoprire ciò che Iddio è. Ci conceda Iddio di sopportare la prova affinché la sua opera si manifesti e il suo Nome sia glorificato in noi!

          17.6 Conferma delle promesse

Prima di chiudere questo capitolo, fermiamo ancora per un istante la nostra attenzione sulla benevolenza con la quale l’Eterno rende testimonianza ad Abrahamo per aver compiuto l’atto per il quale si era dimostrato così preparato.

«Io giuro per me stesso, dice l’Eterno, che, siccome tu hai fatto questo e non m’hai rifiutato il tuo figliuolo, l’unico tuo, io certo ti benedirò e moltiplicherò la tua progenie come le stelle del cielo e come la rena ch’è sul lido dei mare; e la tua progenie possiederà la porta dei suoi nemici. E tutte le nazioni della terra saranno benedette nella tua progenie, perché tu hai obbedito alla mia voce» (vers. 16-18). Questo corrisponde mirabilmente al modo in cui lo Spirito Santo riferisce l’opera di Abrahamo al capitolo 11 dell’Epist. agli Ebrei, e nell’epistola di Giacomo al Cap. 2. Nell’una e nell’altra di queste parti della Scrittura, Abrahamo è considerato come avendo offerto il suo figliuolo sull’altare. Il grande principio messo in rilievo da tutte queste testimonianze, è che Abrahamo era pronto ad abbandonare ogni cosa fuorché Dio: ed è lo stesso principio che lo costituì uomo giusto e che provò che era giusto.

La fede può fare a meno di tutto fuorché di Dio: essa ha la piena coscienza che Dio è sufficiente a tutto. Perciò Abrahamo poteva apprezzare al loro giusto valore queste parole: «Ho giurato per me stesso». Sì, questi meravigliosa parola «per me stesso» era tutto, per quell’uomo di fede; «Poiché, quando Iddio fece la promessa ad Ahrahamo, siccome non potea giurare per alcuno maggiore di lui, giurò per se stesso; perché gli uomini giurano per qualcuno maggiore di loro; e per essi il giuramento è la conferma che pone fine ad ogni contestazione. Così volendo Iddio mostrare vie meglio agli eredi della promessa l’immutabilità del suo consiglio, intervenne con un giuramento» (Ebrei 6:13,16,17).

La parola e il giuramento dell’Iddio vivente dovrebbero mettere fine a tutte le contestazioni e a tutta l’attività della volontà dell’uomo, ed essere l’àncora immutabile dell’anima in mezzo ai marosi e al turbinio di questo mondo burrascoso.

Dobbiamo giudicarci continuamente a causa della poca potenza che le promesse di Dio esercitano sul nostro cuore. Le promesse ci sono, e noi le crediamo, ma, ahimè! esse non sono per noi quella immutabile e potente realtà che dovrebbero essere! Così, non ne ricaviamo quella «ferma consolazione» che esse hanno lo scopo di comunicare.

Come poco siamo pronti a sacrificare, nella potenza della fede, il nostro Isacco! Domandiamo a Dio che si degni di concederci una conoscenza più profonda della beata realtà d’una vita di fede in Lui, affinché comprendiamo anche meglio il valore di queste parole dell’apostolo Giovanni: «Questa è la vittoria che ha vinto il mondo, cioè la vostra fede».

È solo per la fede che possiamo vincere il mondo. L’incredulità ci pone sotto la potenza delle cose presenti, o in altri termini, dà al mondo la vittoria sopra noi; mentre l’anima che, per mezzo dell’insegnamento dello Spirito Santo, ha imparato a realizzare che Dio è sufficiente a tutto, è del tutto indipendente dalle cose di quaggiù. Ci sia dato, caro lettore, di farne l’esperienza per la nostra pace e la nostra gioia in Dio, onde Egli sia glorificato in noi.

      18. Capitolo 23: Morte di Sara — La spelonca di Macpela

Questo breve capitolo della Scrittura contiene parecchi insegnamenti utili per l’anima. Lo Spirito Santo traccia qui un bel quadro del modo in cui il credente dovrebbe sempre condursi verso quelli del di fuori. Se è vero che la fede rende il credente indipendente dagli uomini del mondo, non è meno vero che essa gli insegna sempre a camminare onestamente nei loro confronti. Siamo esortati nella prima epistola ai Tessalonicesi (4:12) a «camminare onestamente verso quelli di fuori», nella seconda ai Corinzi (8:21) a vegliare per «agire onestamente, non solo nel cospetto del Signore, ma anche nel cospetto degli uomini»; e in quella ai Romani (13:8) a «non aver debito con alcuno». Sono precetti importanti e che furono debitamente osservati da tutti i fedeli servitori di Cristo, prima ancora che fossero chiaramente enunciati, ma a cui, ahimè, si dà poca importanza nei tempi attuali.

Il cap. 23 della Genesi merita quindi una particolare considerazione.

Questo capitolo che si apre con la morte di Sara, ci fa vedere Abrahamo sotto un carattere nuovo, quello di uno che è nel dolore. «Abrahamo venne a far duolo di Sara e a piangerla».

Il credente è chiamato a passare per il dolore; ma non come gli altri. Il grande fatto della risurrezione lo consola e dà al suo dolore un carattere particolare (1 Tess. 4:13-14). Egli può trovarsi di fronte alla tomba d’un fratello o d’una sorella, nella felice certezza che quel sepolcro non tratterrà a lungo il suo prigioniero, «poiché se crediamo che Gesù morì e risuscitò, così pure quelli che si sono addormentati Iddio, per mezzo di Gesù, li ricondurrà con esso». La redenzione dell’anima assicura la redenzione del corpo; possediamo la prima e aspettiamo la seconda (Rom. 8:23).

          18.1 Fede nella risurrezione

Acquistando Macpela per farne un sepolcro, Abrahamo esprime, ci sembra, la sua fede nella risurrezione. «Poi Abrahamo si levò di presso al suo morto».

La fede non si ferma molto tempo a contemplare la morte; essa possiede un oggetto più elevato, grazie all’«Iddio vivente» che glielo ha dato! La fede contempla la risurrezione, la sua visione ne è assorbita; e, nella potenza della risurrezione, può levarsi da presso al suo morto.

Questo atto di Abrahamo è significativo e abbiamo bisogno di comprenderne meglio la portata, visto che siamo propensi fin troppo ad occuparci della morte e delle sue conseguenze. La morte è il limite della potenza di Satana; ma dove Satana finisce, Iddio incomincia. Abrahamo lo aveva compreso quando si alzò di presso al suo morto e acquistò la caverna di Mecpela per farne un luogo di riposo per Sara. Questo atto era l’espressione del pensiero di Abrahamo riguardo all’avvenire. Egli sapeva che nei secoli a venire, la promessa di Dio riguardo la terra di Canaan, si sarebbe adempiuta; così potè deporre il corpo di Sara nella tomba, «nella speranza certa d’una gloriosa risurrezione».

I figliuoli incirconcisi di Heth ignoravano queste cose. I pensieri che occupavano l’anima del patriarca erano loro sconosciuti. Per essi, era cosa di poca importanza che Abrahamo seppellisse il suo morto in un posto piuttosto che in un altro, ma per lui era importante. «Io sono straniero e avventizio fra voi; datemi la proprietà di un sepolcro fra voi, affinché io seppellisca il mio morto, e me lo tolga d’innanzi».

I figliuoli di Heth dovevano trovare strano che Abrahamo si preoccupasse tanto per una sepoltura, ma «il mondo non ci conosce, perché non ha conosciuto Lui». I tratti più belli e più salienti della fede sono quelli meno compresi dal mondo. I Cananei non avevano alcuna idea delle speranze che caratterizzavano gli atti di Abrahamo in quella occasione; non si rendevano conto che egli prevedesse il giorno in cui avrebbe posseduto il paese, mentre per il momento cercava solo un lembo di terra in cui, come uomo mortale, avrebbe potuto aspettare il tempo fissato da Dio, cioè «il mattino della risurrezione» per il possesso futuro del paese.

Abrahamo sentiva che non aveva nessuna controversia da fare con i figliuoli di Heth, tanto che era pronto a coricarsi, come Sara, nella tomba, lasciando a Dio la cura di agire per lui, su di lui e per mezzo di lui.

«In fede morirono tutti costoro, senza aver ricevuto le cose promesse, ma avendole vedute e salutate da lontano e avendo confessato che erano forestieri e pellegrini sulla terra» (Ebrei 11:13).

Questo è un lato della vita divina di grande bellezza. Questi «testimoni» di cui parla l’epistola agli Ebrei nel cap. 11, non soltanto vissero per fede, ma anche testimoniarono che le promesse di Dio erano tanto reali e soddisfacenti, per le loro anime, alla fine della loro carriera, quanto lo erano state al principio.

          18.2 Onestà davanti al mondo

L’acquisto di una sepoltura nel paese della promessa era, ci sembra, una dimostrazione della potenza della fede loro non soltanto per vivere, ma anche per morire. Perché Abrahamo era così insistente e scrupoloso nell’atto d’acquistare un sepolcro? Perché era così disposto a pagare il prezzo intiero, per assicurarsi un pieno diritto di proprietà sul campo e sulla spelonca di Efron, su un principio di giustizia? La risposta è contenuta in questa parola: «la fede». È per fede che fece tutto ciò. Sapeva che il paese gli sarebbe appartenuto nell’avvenire e che, nella gloria della risurrezione, la sua progenie lo avrebbe posseduto ancora; fino a quel momento, non voleva essere debitore verso coloro che dovevano esserne spodestati.

Questo capitolo può dunque essere considerato sotto due punti di vista: esso stabilisce un principio di condotta semplice e pratico di fronte alla gente del mondo; e poi mette in luce l’importanza della beata speranza da cui il credente dovrebbe sempre essere animato. La speranza che ci è proposta nell’evangelo è una gloriosa immortalità, che, innalzando il cuore al disopra delle influenze della natura e del mondo, ci fornisce un santo e nobile principio che deve regolare tutta la nostra condotta verso quelli del di fuori. «Sappiamo che quand’egli sarà manifestato, saremo simili a Lui, perché lo vedremo come Egli è». Ecco la nostra speranza. Quale ne è l’effetto morale? «E chiunque ha questa speranza in lui, si purifica come esso è puro» (1 Giov. 3:2-3).

Se fra poco dovrò essere simile a Cristo, mi sforzerò di essergli simile, per quanto possibile, fin d’ora. Il credente dovrebbe dunque cercare di camminare con purezza, integrità e grazia morale di fronte a tutti quelli che lo circondano. È quello che fece Abrahamo nei suoi rapporti con i figliuoli di Heth; egli dimostrò in tutta la sua condotta una grande nobiltà e un vero disinteresse. Era fra loro «un principe di Dio» e sarebbero stati felici di fargli un favore; ma Abrahamo aveva imparato a non ricevere favori che dall’Iddio della risurrezione; e mentre pagava agli Hittei il prezzo di Macpela, si confidava in Dio per la terra di Canaan. I figliuoli di Heth conoscevano benissimo il valore della moneta «corrente fra i mercanti» e Abrahamo conosceva anche il valore della spelonca di Macpela che, per lui, valeva assai più che per essi. Quella terra di quattrocento sicli d’argento secondo la loro valutazione, aveva per lui un valore illimitato, era pegno d’un’eredità eterna e, poiché tale, non poteva essere posseduta che nella potenza della risurrezione. La fede trasporta l’anima che procede avanti, nell’avvenire di Dio; vede le cose come Dio le vede, le stima secondo il giudizio del santuario. È dunque nell’intelligenza della fede che Abrahamo si levò dinanzi al suo morto e comprò un sepolcro, mostrando così la sua speranza nella risurrezione e nell’eredità che ne dipende.

      19. Capitolo 24: Rebecca, una moglie per Isacco

          19.1 Una figura dell’appello della Chiesa

Il legame che esiste tra questo capitolo e i due precedenti è degno di nota. Nel capitolo 22, il figliuolo è offerto sull’altare; al capitolo 23, Sara e messa da parte; al capitolo 24, il servitore riceve l’incarico di andare a cercare una moglie per colui che, in figura, era risorto d’infra i morti. La successione di questi avvenimenti coincide in modo sorprendente con l’ordine dei fatti relativi all’appello della Chiesa. Tale coincidenza, comunque interpretata, è certo notevole.

I grandi fatti che troviamo nel Nuovo Testamento sono: in primo luogo il rigettamento e la morte di Cristo; in seguito, il rigettamento di Israele secondo la carne; poi la chiamata della Chiesa alla gloriosa posizione di sposa dell’Agnello. Tutto ciò corrisponde esattamente al contenuto di questo capitolo e dei due precedenti.

Bisognava che la morte di Cristo fosse un fatto compiuto, prima che la Chiesa potesse essere chiamata. Bisognava che «il muro di separazione» fosse abolito prima che «un solo uomo nuovo» potesse essere costituito. È importante comprendere bene questo, affinché sappiamo il posto che la Chiesa occupa nelle vie di Dio. Fintanto che la dispensazione giudaica sussisteva, Dio aveva stabilito e voleva mantenere la più stretta separazione fra Giudei e Gentili; perciò l’idea di una unione dei Giudei coi Gentili in un solo uomo, non entrava nella mente d’un Giudeo. Questi era propenso a considerarsi in una posizione sotto ogni aspetto superiore a quella d’un Gentile, a considerare quest’ultimo come totalmente impuro, un uomo col quale ogni relazione era proibita (Atti 10:28).

Se Israele avesse camminato con Dio nella integrità dei rapporti nei quali la grazia di Dio l’aveva posto, sarebbe stato mantenuto in questa posizione speciale di separazione e di superiorità che gli era stata data. Ma Israele seguì un’altra via e perciò, quando ebbe fatto il colmo alla misura delle sue iniquità, crocifiggendo il Principe di Dio, il Signore di gloria, e rigettando la testimonianza dello Spirito Santo, l’apostolo Paolo è suscitato per essere l’amministratore d’un nuovo ordine di cose, nascosto da ogni tempo in Dio, mentre proseguiva ancora la testimonianza ad Israele: «Per questa cagione io, Paolo, il carcerato di Cristo Gesù per voi, o Gentili... (Poiché, senza dubbio avete udito di quale grazia Iddio mi abbia fatto dispensatore per voi; come per rivelazione mi sia stato fatto conoscere il mistero di cui più sopra vi ho scritto in poche parole; le quali leggendo potete capire l’intelligenza che ho nel mistero di Cristo. Il quale mistero, nelle altre età, non fu dato a conoscere ai figliuoli degli uomini nel modo che ora, per lo Spirito, è stato rivelato ai santi apostoli e profeti di Lui» (i profeti del Nuovo Testamento) «vale a dire, che i Gentili sono eredi con noi, membra con noi d’un medesimo corpo, e con noi partecipi della promessa fatta in Cristo Gesù mediante l’Evangelo» (Efesini 3:1-6).

Ecco qualcosa di conclusivo. Il mistero della Chiesa, composta di Giudei e di Gentili battezzati in un solo corpo da un medesimo Spirito e uniti a un capo glorioso nei cieli, non era stato rivelato fino ai giorni di Paolo. «Del quale mistero — prosegue l’apostolo — io sono stato fatto ministro, in virtù del dono della grazia di Dio, largitami secondo la virtù della sua potenza» (vers. 7).

Gli apostoli e i profeti del Nuovo Testamento, furono, per così dire, il fondamento di quel nuovo edificio (vedete Efesini 2:20). Dato questo, è evidente che l’edificio non poteva essere incominciato prima (Parag. anche Matteo 16:18: «Io edificherò»). Se l’edificio esistesse dai giorni di Abele, l’apostolo avrebbe detto: «edificata sul fondamento dei santi dell’Antico Testamento», ma egli non dice così; quindi concludiamo che qualunque sia la posizione assegnata ai santi dell’Antico Testamento, è impossibile che possano far parte d’un corpo il quale fino alla morte e alla risurrezione di Cristo e alla discesa dello Spirito Santo non esisteva se non nei disegni di Dio. Questi santi erano salvati, Dio ne sia benedetto! Salvati per mezzo del sangue di Cristo e destinati a godere della gloria celeste con la Chiesa, ma non potevano far parte di un corpo, che non esisteva ancora.

Possono sorgere delle perplessità se sia il caso di considerare questa parte interessante della Scrittura come una figura della chiamata della Chiesa. Per conto mio, comunque, preferisco considerarla come un’immagine di quest’opera gloriosa. Non possiamo ammettere che lo Spirito Santo abbia voluto occuparci così a lungo dei particolari d’un semplice patto di famiglia, se questo patto non fosse tipico o figurativo di qualche grande verità: «Perché tutto quello che fu scritto per l’addietro, fu scritto per nostro ammaestramento» (Rom. 15:4). Questo passo è certo di portata molto estesa.

Così, benché l’Antico Testamento non contenga nessuna rivelazione diretta del gran mistero della Chiesa, è importante osservare che esso contiene tuttavia scene e circostanze che la raffigurano in modo notevole, prova ne sia quella che ci presenta il capitolo che sta occupandoci.

Il figliuolo, come abbiamo detto, è stato, in figura, offerto in sacrificio e reso alla vita; e il «ceppo» dal quale il figlio era derivato è, in certo qual modo, messo da parte; e il padre manda ora il servo in cerca d’una sposa per il suo figlio.

Per dare una comprensione chiara e completa del contenuto ci questo capitolo, considereremo i punti seguenti: il giuramento, la testimonianza e il risultato della missione di Eliezer.

          19.2 Il giuramento del servitore

È bello vedere che la chiamata e l’elevazione di Rebecca erano fondati sul giuramento che suggellava l’accordo del servitore e di Abrahamo. Rebecca ignorava queste cose, benché, nei disegni di Dio, essa fosse l’oggetto di questo accordo. È lo stesso della Chiesa di Dio, considerata sia come un tutto, sia in ogni sua parte costitutiva.

«Le mie ossa non t’erano nascoste, quand’io fui formato in occulto... e nel tuo libro eran tutti scritti i giorni che m’eran destinati, quando nessun d’essi era sorto ancora» (Salmo 139:15-17). «Benedetto sia l’Iddio e Padre del nostro Signore Gesù Cristo, il quale ci ha benedetti di ogni benedizione spirituale nei luoghi celesti in Cristo, siccome in lui ci ha eletti, prima della fondazione del mondo, affinché fossimo santi ed irreprensibili dinanzi a lui nell’amore» (Efesini 1:3-4). «Perché quelli che Egli ha preconosciuti, li ha pure predestinati ad essere conformi all’immagine del suo Figliuolo, ond’egli sia primogenito fra molti fratelli, e quelli che ha predestinati, li ha pure chiamati; e quelli che ha chiamati, li ha pure giustificati, e quelli che ha giustificati, li ha pure glorificati» (Rom. 8:29-30). Vi era una mirabile armonia fra questi passi e il soggetto che ci occupa. L’appello, la giustificazione e la gloria della Chiesa, tutto è fondato sul disegno eterno di Dio, sulla sua parola e il suo giuramento, ratificati dalla morte, dalla risurrezione e dall’esaltazione del Figlio. È nella profondità dell’eterno pensiero di Dio, al di là dei limiti del tempo, che traeva origine questo meraviglioso disegno che aveva la Chiesa per oggetto, indissolubilmente legato al pensiero di Dio riguardo alla gloria del Figlio.

Il giuramento fatto dal servitore ad Abrahamo aveva per oggetto «una compagna» per il Figlio. Al desiderio di Abrahamo per il suo figlio, Rebecca dovette l’alta posizione che occupò in seguito. Beato chi comprende queste cose, beato chi vede che la sicurezza e la felicità della Chiesa sono legati inseparabilmente a Cristo e alla sua gloria! «Perché l’uomo non viene dalla donna, ma la donna dall’uomo, e l’uomo non fu creato a motivo della donna, ma la donna a motivo dell’uomo» (1 Cor. 11:8-9). E ancora: «Il regno dei cieli è simile ad un re, il quale fece le nozze del suo figliuolo» (Matteo 22:2).

Il Figlio è il grande oggetto di tutti i pensieri e i consigli di Dio; e se a qualcuno sono conferite gioia, gloria o dignità, ciò non può essere che in relazione al Figlio. Per mezzo del peccato, l’uomo ha perso diritto a tutte queste cose e alla vita stessa; ma Cristo prese su di sè il castigo dovuto al peccato, si rese responsabile di tutto, per i suoi, fu inchiodato alla croce come loro rappresentante, portò i loro peccati «nel suo corpo sul legno» e scese nella tomba, carico di questo pesante fardello. Nulla dunque può essere più perfetto della liberazione di cui i suoi redenti sono l’oggetto. La Chiesa esce vivificata dalla tomba di Cristo, nella quale tutti i peccati di quelli che la compongono sono stati deposti. La vita che essa possiede è il trionfo sulla morte e su ogni ostacolo; essa è legata alla giustizia divina, è fondata su questa giustizia, i diritti di Cristo stesso alla vita essendo fondati sul fatto che egli ha annientato la potenza della morte; ed Egli è la vita della Chiesa. Così la Chiesa gode della vita divina, e la speranza che la anima è la speranza della giustizia (Vedete i passi seguenti: Giov. 3:16,36; 4:27,40,47,68; 11:25; 17:2; Rom. 5:21; 6:23; 1 Tim. 1:16; 1 Giov. 2:25; 5:20; Giuda 21; Efes. 2:1-6,14,15; Colos. 1:12-22; 2:10-15; Rom. 1:17; 3:21-26; 4:5,23-25; 2 Cor. 5:21; Gal. 5:5).

Questi passi stabiliscono in modo perfetto i tre punti seguenti: la vita, la giustizia e la speranza della Chiesa. Tutte queste cose derivano dal fatto che la Chiesa è una stessa cosa con Colui che è stato risuscitato d’infra i morti. Ora, nulla è atto a raffermare il cuore come la convinzione che l’esistenza della Chiesa è essenziale alla gloria di Cristo. «La donna è la gloria dell’uomo» (1 Cor. 11:7). La Chiesa è chiamata: «il compimento di Colui che porta a compimento ogni cosa» (Efes. 1:23). Questa espressione è notevole; la parola tradotta «compimento» o «pienezza» significa parte aggiunta, cioè cosa che, aggiunta ad un’altra, forma un tutto unico con essa. Così Cristo, il capo, e la Chiesa, il corpo, costituiscono il «solo uomo nuovo» (Efes. 2:15).

Se consideriamo il soggetto da questo punto di vista, non ci stupiremo che la Chiesa sia stata l’oggetto dei consigli eterni di Dio. Egli aveva, per grazia, dei motivi meravigliosi perché il corpo, la sposa, la compagna del suo unico Figlio, occupasse i pensieri di Dio prima della fondazione del mondo. Rebecca era necessaria ad Isacco, perciò era l’oggetto d’un consiglio segreto, quando essa stessa ignorava ancora il suo alto destino. Tutti i pensieri di Abrahamo si riferivano a Isacco: «Io ti farò giurare per l’Eterno, l’Iddio dei cieli e l’Iddio della terra, che tu non prenderai per moglie al mio figliuolo alcuna delle figliuole dei Cananei, fra i quali dimoro».

«Una moglie per il mio unico figliuolo»: è qui, come lo vediamo, il punto essenziale. «Non è bene che l’uomo sia solo». Impariamo così ciò che è la Chiesa: nei consigli di Dio, è necessaria a Cristo e, nell’opera compiuta da Cristo, è stato divinamente provveduto a tutto, perché potesse essere chiamata all’esistenza. Considerando la verità sotto questo punto di vista, non si tratta più della potenza di Dio per salvare dei peccatori ma «Dio vuol fare delle nozze per il suo figliuolo», e la Chiesa è la sposa che gli è destinata: essa è l’oggetto dei disegni del Padre, dell’amore del Figlio e della testimonianza dello Spirito Santo. È eletta a condividere la dignità e tutta la gloria del Figlio, e ha anche parte a tutto l’amore di cui Egli è stato l’eterno oggetto. Ascoltate le parole stesse del Figlio: «E io ho dato loro la gloria che tu hai dato a me, affinché siano uno come noi siamo uno; io in loro, e tu in me; acciocché siano perfetti nell’unità e affinché il mondo conosca che tu m’hai mandato e che li ami come hai amato me» (Giov. 17:22-23).

Queste parole ci fanno conoscere i pensieri del cuore di Cristo riguardo la Chiesa. Essa non è soltanto destinata ad essere com’Egli è, ma è già fin d’ora simile a lui secondo che è scritto: «In questo l’amore è reso perfetto in noi, affinché abbiamo confidanza nel giorno del giudizio: che quale Egli è, tali siamo anche noi in questo mondo» (1 Giov. 4:17). Questa preziosa verità dà all’anima una piena fiducia. «Noi siamo in Colui che è il vero, cioè nel suo Figliuolo Gesù Cristo» (1 Giov. 5:20). Ogni incertezza è bandita dai nostri cuori, poiché tutto è assicurato, alla Sposa, nello Sposo. Tutto ciò che apparteneva a Isacco diventa proprietà di Rebecca, perché Isacco era suo; così pure tutto ciò che appartiene a Cristo, appartiene anche alla Chiesa. «Ogni cosa è vostra: e Paolo, e Apollo, e Cefa, e il mondo, e la vita, e la morte, e le cose presenti, e le cose future, tutto è vostro; e voi siete di Cristo, e Cristo è di Dio» (1 Cor. 3:21-22).

Cristo è capo supremo alla Chiesa (Efesini 1:22). Sarà la gioia di Cristo per tutta l’eternità, di manifestare la Chiesa nella gloria e la bellezza di cui l’avrà rivestita; poiché la gloria della Chiesa non sarà che il riflesso della sua propria gloria e della sua propria bellezza. Gli angeli e i principati contempleranno, nella Chiesa, il meraviglioso spiegamento della sapienza, della potenza e della grazia di Dio in Cristo.

          19.3 La testimonianza del servitore

Esaminiamo ora il secondo punto di cui abbiamo parlato più su, cioè la testimonianza. Il servitore di Abrahamo era latore d’una testimonianza chiara e precisa. «Io sono servo d’Abrahamo. L’Eterno ha benedetto abbondantemente il mio signore, ch’è divenuto grande; gli ha dato pecore e buoi, argento ed oro, servi e serve, cammelli e asini. Or Sara, moglie del mio signore, ha partorito nella vecchiaia un figliuolo al mio padrone, che gli ha dato tutto quel che possiede» (vers. 34-36). Il servitore rivela il padre e il figlio; tale è la sua testimonianza; parla delle immense ricchezze del padre e dice che questi ha dato tutti i suoi beni al figlio in virtù del fatto che egli è il suo figliuolo unico ed è l’oggetto del suo amore. Per mezzo di questa testimonianza, il servitore cerca di ottenere una sposa per il figlio.

È quasi superfluo dire che la Scrittura ci pone dinanzi, in figura e in modo notevole, la testimonianza dello Spirito Santo mandato sulla terra il giorno della Pentecoste. «Ma quando sarà venuto il Consolatore che io vi manderò da parte del Padre, lo Spirito della verità che procede dal Padre, Egli testimonierà di me» (Giov. 15:26). E ancora: «Ma quando sia venuto lui, lo Spirito della verità, egli vi guiderà in tutta la verità, perché non parlerà di suo, ma dirà tutto quello che avrà udito e vi annunzierà le cose a venire. Egli mi glorificherà perché prenderà del mio e ve l’annunzierà. Tutte le cose che ha il Padre sono mie: per questo ho detto che prenderà del mio e ve l’annunzierà» (Giov. 16:13-15). Il modo con cui queste parole coincidono con la testimonianza del servitore di Abrahamo, è istruttivo e molto interessante. È parlando di Isacco che il servitore cerca di guadagnare il cuore di Rebecca; ed è parlando di Gesù, che lo Spirito Santo cerca di distogliere i poveri peccatori da un mondo di peccato e di follia, per farli entrare nella beata e santa unità del corpo di Cristo. «Egli prenderà del mio e ve l’annunzierà». Lo Spirito Santo non conduce mai un’anima a guardare a se stessa o alla propria opera, ma sempre e soltanto a Cristo. Così, più un’anima è veramente spirituale, più sarà esclusivamente occupata di Cristo.

Considerare sempre il nostro cuore e indugiare su ciò che vi troviamo può sembrare, a qualcuno, prova di grande spiritualità; è invece un grave errore, anche se, in certi casi, può essere opera dello Spirito, e questa preoccupazione di sè, lungi dall’essere una prova di spiritualità, dimostra invece il contrario; poiché, parlando dello Spirito, Gesù dice espressamente: «Egli non parlerà del suo», ma «prenderà del mio e ve l’annunzierà». Perciò, ogni volta che uno guarda a sè e si adagia su ciò che di spirituale può scoprirvi, può essere certo che in questo non è condotto dallo Spirito di Dio. Lo Spirito attira le anime a Dio presentando loro Cristo. Conoscere Cristo è la vita eterna; e, la rivelazione che il Padre fa del Figlio per mezzo dello Spirito Santo, costituisce il fondamento della Chiesa.

Quando Pietro riconosce Cristo come il Figlio dell’Iddio vivente, Cristo gli risponde: «Tu sei beato, o Simone, figliuol di Giona, perché non la carne e il sangue t’hanno rivelato questo, ma il Padre mio che è nei cieli. E io altresì ti dico: Tu sei Pietro, e su questa pietra (o su questa roccia) edificherò la mia Chiesa, e le porte dell’Ades non la potranno vincere» (Matteo 16:17-18). Quale roccia? Pietro? Tolga ciò Iddio! Questa «roccia» è semplicemente la rivelazione di Cristo per mezzo del Padre come «Figliuolo dell’Iddio vivente», e questa rivelazione è il solo mezzo per il quale un’anima può essere introdotta nell’Assemblea di Cristo.

Impariamo qui quale è il vero carattere dell’Evangelo. L’Evangelo è anzitutto, e per eccellenza, una rivelazione; non soltanto una dottrina, ma una persona, la persona del Figlio; e questa rivelazione ricevuta per la fede, attira il cuore a Cristo, e diventa la sorgente della vita e della potenza, e il fondamento della nostra unione con Cristo come membra del suo corpo. «Quando è piaciuto a Dio... di rivelare in me il suo Figliuolo» disse Paolo. Il vero principio che costituisce «la roccia» è dunque Dio che rivela il suo figliuolo. È così che s’innalza l’edificio; è su questo solido fondamento che esso si basa, secondo il disegno eterno di Dio.

È, dunque, particolarmente interessante per noi trovare, in questo capitolo 24 della Genesi, un’immagine così bella della missione e della testimonianza speciale dello Spirito Santo.

Cercando una sposa a Isacco, il servitore di Abrahamo descrive tutta la gloria e tutte le ricchezze che sono state conferite a Isacco dal padre, e l’amore del quale è l’oggetto, tutto ciò che è atto a toccare il cuore di Rebecca e a staccarlo dalle cose in mezzo alle quali viveva. Egli addita a Rebecca un oggetto lontano, e le rivela la felicità che vi sarebbe, per lei, nel diventare una con quell’oggetto diletto e così tanto favorito. Tutto ciò che apparteneva a Isacco sarebbe appartenuto anche a Rebecca, dal momento che ella sarebbe stata una stessa cosa con lui; questa è la testimonianza del servitore. Questa è anche la testimonianza dello Spirito Santo. Egli parla di Cristo, della gloria di Cristo, della bellezza, della pienezza, della grazia, «delle ricchezze non investigabili di Cristo», della dignità della sua persona e della perfezione della sua opera. E rivela la felicità inesprimibile che v’è nell’essere una stessa cosa con un tale Cristo membra del suo corpo, nella sua carne e delle sue ossa.

Sempre così è la testimonianza dello Spirito; egli ci dà sempre una pietra di paragone, per mettere alla prova ogni sorta d’insegnamento e di predicazione. L’insegnamento più spirituale sarà sempre caratterizzato da una piena e costante presentazione della persona di Cristo. Lo Spirito non può soffermarsi che su Gesù; parlare di Cristo fa le sue delizie; egli prende piacere a pubblicare le sue perfezioni, le sue virtù, la sua bellezza. Se dunque qualcuno serve l’evangelo nella potenza dello Spirito di Dio, si occuperà sempre, nel suo ministerio, più di Cristo che di qualunque altra cosa. I ragionamenti della logica umana non vi troveranno posto, perché non sono adatti se non dove l’uomo vuol mettersi avanti; ma tutti quelli che servono l’evangelo, debbono ricordarsi che l’unico oggetto dello Spirito sarà sempre il presentare Cristo.

          19.4 Il risultato della missione del servitore

Infine, dobbiamo occuparci dei risultati della testimonianza. La verità e l’applicazione pratica della verità sono due cose molto diverse. Una cosa è il parlare delle glorie particolari della Chiesa, altra cosa è l’esserne diretto, in modo pratico.

Per quanto riguarda Rebecca, il risultato della testimonianza resa dal servitore è netto e positivo. La testimonianza del servo di Abrahamo penetrò profondamente nel suo cuore e l’effetto fu di staccare completamente le sue affezioni da tutto quello che la circondava; essa è pronta a lasciare ogni cosa per proseguire il corso, onde afferrare ciò per cui è stata afferrata (parag. Filippesi 3:12-13). È impossibile che potesse credersi l’oggetto di un destino così glorioso rimanendo in mezzo alle circostanze nelle quali la natura l’aveva posta. Se la testimonianza riguardo al suo avvenire era vera, rimanere attaccata al presente era per lei la peggiore delle follie. Se la speranza di andare sposa ad Isacco ed essere coerede con lui di tutta la sua gloria, era per lei una realtà, continuare a pascolare le pecore di Labano sarebbe stato disprezzare, in pratica, tutto ciò che Dio, nella sua grazia, le aveva posto dinanzi. Ma la speranza che le stava dinanzi era troppo gloriosa perché Rebecca l’abbandonasse così leggermente. Non ha ancora visto Isacco, è vero, e nemmeno l’eredità; ma ha creduto la testimonianza che le è stata resa di Isacco e, in certo qual modo, ha ricevuto la caparra dell’eredità: questo è sufficiente per il suo cuore. Perciò, senza esitazione, si alza e dichiara che è pronta a partire. «Sì, andrò» essa disse (v. 58). È pronta ad incamminarsi in una via sconosciuta in compagnia di colui che le ha rivelato un oggetto lontano e una gloria, unita a questo oggetto, gloria alla quale sta per essere innalzata. «Andrò» e, dimenticando le cose che stanno dietro e protendendosi verso quelle che stanno davanti, proseguì il corso verso la meta per ottenere il premio della superna vocazione (vedere Filipp. 3:14). È una bella e commovente immagine della Chiesa che, sotto la guida dello Spirito Santo, s’incammina incontro al suo celeste Sposo. Questo almeno, è ciò che la Chiesa dovrebbe fare; ma si vede in lei ben poco di quella santa gioia che le fa sormontare ogni ostacolo, nella potenza della comunione colla sua celeste guida, col suo compagno di viaggio, il cui incarico è di prendere ciò che è di Gesù per annunciarglielo.

Così, il servo di Abrahamo prendeva le cose di Isacco e le mostrava a Rebecca e certamente si compiaceva nel farle udire nuove testimonianze riguardo al Figlio, mentre avanzavano verso il momento in cui lo gioia e la gloria dello Sposa si sarebbero compiute. La nostra guida celeste si compiace a parlarci di Gesù. «Egli (lo Spirito) prenderà del mio e ve l’annunzierà»; e ancora: «Vi annunzierà le cose a venire». Abbiamo un reale bisogno di questo ministerio dello Spirito che rivela Cristo alle nostre anime, facendoci ardentemente desiderare di vederlo come Egli è e di essergli fatti simili per sempre: lui solo ha il potere di staccare i nostri cuori dalla terra e da tutto ciò che appartiene alla natura. Che cosa, se non la speranza di essere unita ad Isacco, avrebbe mai potuto indurre Rebecca a dire «andrò» quando suo fratello e sua madre dicevano: «rimanga la fanciulla alcuni giorni con noi, almeno una diecina»? Così, anche per noi, soltanto la speranza di vedere Gesù com’egli è, e di essergli fatti simili, può renderci capaci di purificarci, per essere puri come Egli è puro (1 Giov. 3:3).

      20. Capitolo 25: Fine della vita di Abrahamo

          20.1 Il secondo matrimonio di Abrahamo

Questo capitolo ci parla del secondo matrimonio di Abramo, avvenimento che non è senza interesse per l’uomo spirituale, se lo si considera in rapporto col contenuto del capitolo precedente.

Gli scritti profetici del Nuovo Testamento, ci insegnano che la progenie di Abrahamo riapparirà sulla scena dopo il rapimento della Sposa di Cristo. Così, dopo il matrimonio di Isacco, lo Spirito Santo ci occupa della storia della progenie di Abrahamo, in connessione con un nuovo matrimonio, e, in seguito, di alcuni incidenti della vita del patriarca e della sua progenie secondo la carne.

Il libro della Genesi, come già abbiamo detto, racchiude, in embrione, i grandi principi elementari della storia delle relazioni di Dio con l’uomo, di cui i libri seguenti, e il Nuovo Testamento in particolare, contengono lo sviluppo. È vero che nella Genesi questi principi sono presentati in figura, mentre nel Nuovo Testamento sono sviluppati in modo didattico: ma le figure sono molto interessanti e riescono a far penetrare potentemente la verità nel cuore.

          20.2 Esaù sprezza la sua primogenitura

La fine di questo capitolo 25 ci rivela alcuni principi importanti e di carattere molto pratico. Il carattere e la vita di Giacobbe passeranno presto sotto i nostri occhi; ma prima di procedere, fermiamoci un poco sulla vita di Esaù, in merito a quel che riguarda il diritto di primogenitura e a tutto quello che implicava questo diritto. Il cuore naturale non attribuisce alcun valore alle cose di Dio; dato che non conosce Dio, le cose di Dio sono per lui qualcosa di molto annebbiato senza valore e senza potenza. Ecco perché le cose presenti hanno tanto peso nella valutazione degli uomini ed esercitano su di loro una così grande influenza! L’uomo apprezza ciò che vede perché è condotto dalla vista e non dalla fede. Per lui il presente è tutto, il futuro invece è una cosa incerta e senza influenza. Così era Esaù. Ascoltiamo il suo insidioso ragionamento: «Ecco io sto per morire, che mi giova la primogenitura?». Strano ragionamento infatti! Il presente mi sfugge, perciò io disprezzo e mi disinteresso dell’avvenire! Il tempo sparisce, davanti ai miei occhi, perciò rinuncio a qualsiasi parte nell’eternità! «Così Esaù sprezzò la primogenitura»; così gl’Israeliti «sprezzarono il paese desiderabile»; così sprezzarono Cristo; così ancora gli invitati alle nozze sprezzarono l’invito (Salmo 106:24; Zaccaria 11:13; Matteo 22:5). L’uomo non ha gusto per le cose di Dio; una «minestra di lenticchie» vale di più, per lui, che il diritto al paese di Canaan. La ragione per la quale Esaù non si preoccupava del suo diritto di primogenitura era precisamente quella che avrebbe dovuto indurlo ad attribuirle il massimo valore.

Più vedo l’incertezza e la vanità delle cose presenti e più darò importanza all’avvenire di Dio. Così ragiona la fede. «Poiché dunque tutte queste cose hanno da dissolversi, quali non dovete voi essere, per santità di condotta e per pietà, aspettando e affrettando la venuta del giorno di Dio, a cagione del quale i cieli infocati si dissolveranno e gli elementi infiammati si struggeranno? Ma, secondo la sua promessa, noi aspettiamo nuovi cieli e nuova terra, nei quali abita la giustizia» (2 Pietro 3:11-13). Ecco il pensiero di Dio e, pertanto, il pensiero della fede. Le cose presenti hanno da dissolversi: sprezzeremo noi quelle che non si vedono e che sono eterne? No, certamente. Il giorno presente è come un’ombra che fugge. Quale è la nostra risorsa? La Scrittura ce lo dice: «Aspettando e affrettando la venuta del giorno di Dio». Ogni altro ragionamento è quello d’un profano, come Esaù che per una sola pietanza vendette la sua primogenitura (Ebrei 12:16).

Ci dia il Signore di giudicare ogni cosa come Lui giudica; solo la fede ce ne rende capaci.

      21. Capitolo 26: Isacco a Gherar poi a Beer Sheba

Il primo versetto di questo capitolo si riallaccia al cap. 12. «Or ci fu la carestia nel paese, oltre la prima carestia che c’era stata nel tempo di Abrahamo». Le prove che i credenti incontrano durante la loro carriera quaggiù, sono tutte press’a poco della stessa natura, e tendono sempre a manifestare fino a che punto il loro cuore ha trovato il suo tutto in Dio. È cosa difficile camminare con Dio in una intimità di comunione tale che l’anima sia del tutto indipendente dagli uomini e dalle cose. Gli Egitto e i Gherar che sono alla nostra destra e alla nostra sinistra, ci offrono potenti tentazioni sia per allontanarci dal retto cammino, sia per trattenerci al disotto della nostra posizione come servitori dell’Iddio vivente e vero.

«E Isacco andò da Abimelec, re dei Filistei a Gherar». Vi è, fra l’Egitto e Gherar, una differenza rilevante. L’Egitto è l’espressione del mondo con le sue risorse naturali e la sua indipendenza da Dio. Esso era più lontano da Canaan che Gherar e, moralmente, esprime uno stato d’animo più lontano da Dio. È fatto menzione di Gherar, in questi termini, al cap. 10 v. 19: «E i confini dei Cananei andarono da Sidon in direzione di Gherar, fino a Gaza; in direzione di Sodoma, Gomorra, Arma e Seboim fino a Lesha». Apprendiamo così che da Gherar a Gerusalemme vi era la distanza di tre giorni di cammino. Gherar era dunque vicina, in paragone all’Egitto, ma era nei limiti di pericolosissime influenze. Abrahamo vi trovò delle difficoltà e del travaglio; lo stesso fu di Isacco. Abrahamo rinnegò sua moglie, Isacco fece altrettanto. È solenne vedere il padre e il figlio cadere, l’uno dopo l’altro, nello stesso peccato, e cadervi nello stesso luogo. Questo fatto dimostra che l’influenza di quel luogo era nefasta. Se Isacco non si fosse recato da Abimelec, re di Gherar, non si sarebbe trovato nella situazione di rinnegare sua moglie, ma il più piccolo allontanamento dalla retta via è accompagnato da debolezza spirituale. È quando si scaldava vicino al fuoco, nel palazzo del sommo sacerdote, che Pietro rinnegò il suo Maestro.

Quanto a Isacco, e evidente che non era felice in Gherar. È vero che l’Eterno gli disse: «Soggiorna in questo paese», ma non accade forse sovente che l’Eterno dia ai suoi degli ordini moralmente adatti allo stato nel quale Egli li vede, e atti a condurli nel vero sentimento di questo stato? L’Eterno ordinò a Mosè (Numeri 13) di mandare degli uomini a esplorare il paese di Canaan; ma se lo stato del popolo non fosse stato molto basso, questo procedimento non sarebbe stato necessario. Sappiamo che la fede non ha bisogno di esplorare ciò che la promessa di Dio le assicura. Nello stesso modo (Numeri 11:16) l’Eterno ordina a Mosè di scegliere e di radunare settanta uomini d’infra gli anziani d’Israele perché portino con lui il carico del popolo; ma se Mosè avesse pienamente compreso la sua alta posizione e la gioia che ci era connessa, questo comandamento non sarebbe stato necessario. Ne è lo stesso riguardo l’ordine che diede l’Eterno a Samuele di stabilire un re sul popolo d’Israele (1 Samuele 8). Il popolo non avrebbe dovuto aver bisogno d’un re. È dunque necessario, per valutare giustamente un ordine dato, sia a un individuo sia a un popolo, prendere in considerazione lo stato di questo individuo o di questo popolo.

Ma forse si dirà: se Isacco era in una falsa posizione in Gherar, perché è detto: «Isacco seminò in quella terra e in quell’anno raccolse il centuplo; e l’Eterno lo benedisse» (vers. 12)? Rispondiamo che la prosperità non prova che ci troviamo nella posizione voluta da Dio; come già abbiamo avuto occasione di dirlo, vi è una grande differenza fra la benedizione del Signore e la sua presenza. Non poche persone godono della prima e non dell’ultima; tuttavia il cuore è indotto a prendere l’una per l’altra, a confondere la benedizione con la presenza di Dio, o, per lo meno. a persuadersi che l’una deve necessariamente accompagnare l’altra. È un grande errore. Non è raro vedere delle persone circondate dalle benedizioni di Dio, ma che non godono della sua presenza e nemmeno la desiderano. È importante discernere questo. Uno può diventar grande oltre misura, fino ad essere padrone di greggi di pecore, di mandrie di buoi e di numerosa servitù (vers. 13 a 15) pur senza godere pienamente e liberamente della presenza di Dio. Greggi di pecore e mandrie di buoi, non sono la presenza del Signore: questi beni potevano suscitare l’invidia dei Filistei, ma non era in quello che consisteva la presenza del Signore. Isacco avrebbe potuto godere della più felice comunione con Dio, senza che i Filistei lo avessero notato, per la semplice ragione che non erano in grado né di comprenderne né di apprezzarne il valore.

Tuttavia, più tardi, Isacco si allontanò dai Filistei e salì a Beer Sheba. «E l’Eterno gli apparve in quella stessa notte e gli disse: Io sono l’Iddio d’Abrahamo tuo padre; non temere, poiché io sono teco e ti benedirò» (vers. 24). Non era più soltanto la benedizione del Signore, ma il Signore stesso che era con lui. E perché? Perché Isacco se n’era andato lasciando dietro di se i Filistei con tutta la loro invidia, i loro contrasti e le loro contestazioni, per recarsi a Beer Sceba. Là l’Eterno poteva manifestarsi al suo servitore, mentre non poteva accompagnarlo con la sua presenza in Gherar, benché, con mano liberale, avesse sparso su lui le sue benedizioni mentre era in quel luogo. Per godere della presenza di Dio, bisogna essere dove Egli è, e non è fra le dispute e le contestazioni d’un mondo empio che lo troveremo, di modo che più il credente si farà premura di lasciare queste cose e meglio sarà per lui. Tale fu l’esperienza d’Isacco. Finché stette fra i Filistei, non ebbe alcuna influenza salutare sopra essi, né trovò riposo per l’anima sua. Il vero mezzo per essere utili agli uomini di questo mondo, è di esserne separati, nella potenza della comunione con Dio, mostrando loro il modello d’una «via più eccellente».

Il progresso spirituale fatto da Isacco si manifesta nel suo cammino. «Di là egli sali a Beer Sceba. E l’Eterno gli apparve, ed egli edificò quivi un altare, invocò il nome dell’Eterno e vi piantò la sua tenda. E i servi di Isacco scavarono quivi un pozzo». Notiamo, in tutto ciò, un felice progresso. Dal momento che Isacco ebbe fatto il primo passo nella via diritta, va di forza in forza, entra nella gioia della presenza di Dio e gusta le dolcezze di un vero culto; dimostra di essere straniero e pellegrino, trova pace e riposo e un pozzo incontrastato che i Filisei non potevano turare perché non erano presenti. Questi felici risultati per Isacco, produssero anche un salutare effetto sugli altri. «E Abimelec andò a lui da Gherar con Auzath e con Picol capo del suo esercito. E Isacco disse loro: Perché venite da me, giacché mi odiate e m’avete mandato via dal vostro paese? E quelli risposero: Noi abbiamo chiaramente veduto che l’Eterno è teco; e abbiamo detto: si faccia ora un giuramento fra noi, fra noi e te, e facciam lega teco. Giura che non ci farai alcun male, così come noi non t’abbiamo toccato, e non t’abbiamo fatto altro che del bene, e t’abbiam lasciato andare in pace». Per poter agire sul cuore e sulla coscienza della gente del mondo, bisogna vivere in una separazione completa da loro, pur usando, a loro riguardo, una grazia perfetta. Fintanto che Isacco dimorò in Gherar, non vi fu tra lui e loro altro che dispute e contestazioni; Isacco non raccolse che dispiaceri e non fece alcun bene a quelli che lo circondavano. Ma dal momento che li ebbe lasciati, i loro cuori furono toccati; ed essi lo seguirono e vollero concludere un’alleanza con lui.

La storia dei figli di Dio ci offre numerosi esempi dello stesso genere. Ciò che deve anzitutto preoccuparci, è di sapere che siamo nella posizione nella quale Dio ci vuole, e che siamo in regola con lui, non soltanto nella nostra posizione, ma nella condizione morale dell’anima nostra. Se siamo in regola con Dio, possiamo sperare di agire sugli altri in modo salutare. Dal momento che Isacco salì a Beer Sceba e prese la posizione di adoratore, l’anima sua fu ristorata e Dio si servì di lui per agire su quelli che lo circondavano. La povertà spirituale ci priva di molte benedizioni e ci fa venir meno alla nostra testimonianza e al nostro servizio. Ma nemmeno dobbiamo, quando ci troviamo in una falsa posizione, fermarci, come accade sovente, per domandarci: dove troveremo qualcosa di migliore? Il comandamento di Dio è: «Cessate dal fare il male»; poi quando abbiamo ubbidito a questo, Dio ce ne fa udire un altro: «Imparate a fare il bene» (Isaia 1:17). Siamo in errore se pretendiamo d’imparare a fare il bene prima di cessare di fare il male. «Risvegliati, o tu che che dormi, e risorgi da’ morti, e Cristo t’inonderà di luce» (Efesini 5:14).

Lettore, se fate ciò che sapete essere male, o se praticate in qualche modo quello che sapete essere contrario alla Scrittura, ascoltate la parola del Signore: «Cessate di far male»; e siate pur certi che se ubbidite a questa parola, non sarete per molto tempo nell’ignoranza riguardo al cammino che dovete seguire. Solo l’incredulità ci porta a credere che non possiamo cessare di fare il male prima di aver trovato qualche bene da fare. Ci dia il Signore un occhio semplice e uno spirito docile.

      22. Capitolo 27: Giacobbe e Esaù

I capitoli da 27 a 35 ci fanno conoscere la storia di Giacobbe o, per lo meno, gli avvenimenti principali della sua vita; lo Spirito ci dà un insegnamento profondo sui consigli della grazia di Dio come pure sulla totale incapacità e la corruzione assoluta della natura umana.

          22.1 L’elezione della grazia

Al capitolo 25 ho lasciato intenzionalmente da parte un passo che si riferisce a Giacobbe e che avrà un posto più indicato qui, mentre ci occuperemo di lui. «Isacco pregò istantemente l’Eterno per sua moglie, perch’ella era sterile. L’Eterno lo esaudì, e Rebecca sua moglie concepì, e i bambini si urtavano nel suo seno; ed ella disse: se così è, perché vivo? E andò a consultare l’Eterno; e l’Eterno le disse: Due nazioni sono nel tuo seno, e due popoli separati usciranno della tue viscere. Uno dei due popoli sarà più forte dell’altro, e il maggiore servirà il minore» (Genesi 25:19-23). Malachia fa allusione a questo passo: «Io vi ho amati, dice l’Eterno; e voi dite: In che ci hai tu amati? Esaù non era egli fratello di Giacobbe? dice l’Eterno: e nondimeno io ho amato Giacobbe, e ho odiato Esaù» (Mal. 1:2-3). E queste parole del profeta sono citate dall’apostolo Paolo (Rom. 9:11-12): «Poiché prima che fossero nati e che avessero fatto alcun che di bene o di male, affinché rimanesse fermo il proponimento dell’elezione di Dio, che dipende non dalle opere ma dalla volontà di colui che chiama, le fu detto: il maggiore servirà al minore, secondo che è scritto: ho amato Giacobbe, ma ho odiato Esaù».

Il consiglio eterno di Dio, secondo l’elezione della grazia, ci è così chiaramente presentato. Questa espressione: l’elezione della grazia ha una portata immensa; annienta tutte le pretese dell’uomo, e proclama il diritto di Dio di agire come gli piace. Tutto questo è della massima importanza. L’uomo non può godere di alcuna felicità reale finché non è stato condotto a chinare il capo dinanzi alla grazia sovrana. Deve agire così, dato che è peccatore e, come tale, assolutamente senza titoli per agire o per prescrivere a Dio qualche cosa. Il grande vantaggio che risulta, per noi, da questa posizione è che, quando siamo su questo terreno, non si tratta più di quello che meritiamo, ma di quello che piace a Dio di darci. Il figliuol prodigo può, per umiltà, volersi fare servo; ma dal momento che si tratta di merito, non è in effetti degno nemmeno di occupare il posto di servo; non gli resta che accettare ciò che il padre trova buono di dargli, cioè il posto più elevato, quello della comunione con Lui stesso. Non può essere diversamente, poiché la grazia coronerà tutta l’opera di Dio nei secoli dei secoli. Beati noi che sia così! Man mano che avanziamo, facendo giorno per giorno nuove scoperte riguardo a ciò che siamo, abbiamo bisogno, per essere sostenuti, dell’incrollabile fondamento della grazia. La rovina dell’uomo è senza speranza; è necessario, perciò, che la grazia sia infinita; ed essa lo è; Dio stesso ne è la sorgente, Cristo il veicolo e lo Spirito Santo la potenza che la applica all’anima e ne trasmette il godimento. La Trinità è manifestata nella grazia, per mezzo della grazia che salva il povero peccatore: «... affinché la grazia regni, mediante la giustizia, a vita eterna, per mezzo di Gesù Cristo, nostro Signore» (Rom. 5:21).

La grazia non poteva regnare se non in redenzione. Nella creazione possiamo contemplare la saggezza e la Potenza; nella Provvidenza, la bontà e la longanimità; ma soltanto nella redenzione vediamo il regno della grazia e, questo, fondato sul regno della giustizia.

Ora, in Giacobbe, vediamo la potenza della grazia divina, poiché in lui abbiamo un notevole esempio della potenza della natura umana. In Giacobbe, la natura si esplica in tutta l’ambiguità delle sue vie e così la grazia si manifesta in tutta la sua potenza e la sua bellezza morale.

Dai fatti che ci sono riferiti, pare che già prima di nascere, all’atto della sua nascita e dopo, la straordinaria energia della sua natura si sia manifestata. Leggiamo che, prima di nascere, «i bambini si urtavano nel suo seno» (v. 22); al momento della nascita, Giacobbe «con la mano teneva il calcagno di Esaù» (v. 26) e, dopo la sua nascita, da un’estremità all’altra della sua carriera, non vediamo altro (pur senza escludere la fase del cap. 32) che il manifestarsi di un temperamento assai poco amabile; ma tutto ciò, come uno sfondo nero, serve a far risaltare la grazia di Colui che accondiscende a chiamarsi col nome di «Iddio di Giacobbe», con quel nome che è della grazia una commovente espressione.

          22.2 Giacobbe si fa passare per Esaù

Al capitolo 27 troviamo il più umiliante quadro di sensualità, di perfidia e di astuzia; e quando, come qui, queste cose si trovano in un figliuolo di Dio, sotto quale luce triste e vergognosa esse appaiono!

Tuttavia lo Spirito Santo è sempre vero e fedele: bisogna che sveli ogni cosa; quando racconta la storia di un uomo, non può darcene un quadro incompleto; egli lo dipinge così com’è, non come non è. Così pure, quando rivela il carattere e le vie di Dio, egli ci mostra Dio tale quale è, ed è appunto ciò di cui abbiamo bisogno. Per noi è necessaria questa rivelazione di un Dio perfetto in santità e, nello stesso tempo, perfetto in grazia e in misericordia, che è potuto scendere in tutta la profondità della miseria e della degradazione dell’uomo, e là entrare in relazione con lui e farlo uscire dalla sua triste condizione, per tutta la realtà di ciò che egli è.

Ecco ciò che la Scrittura ci rivela. Dio sapeva ciò di cui avevamo bisogno e ce lo ha dato: sia benedetto il suo nome!

Ricordiamoci che, nel porre sotto i nostri occhi, nella fedeltà del suo amore, tutti i lati del carattere dell’uomo, lo Spirito Santo ha in vista semplicemente di magnificare le ricchezze della grazia di Dio e di istruirci ammonendoci. Il suo scopo non è quello di perpetuare il ricordo del peccato, cancellato per sempre agli occhi di Dio. Le sozzure, gli sbagli, gli errori di Abrahamo, di Isacco e di Giacobbe, sono stati lavati e cancellati perfettamente e questi uomini hanno preso posto fra gli «spiriti dei giusti resi perfetti» (Ebrei 12:23); ma la loro storia rimane nelle pagine del libro ispirato perché la grazia di Dio sia manifestata e perché serva di avvertimento ai figliuoli di Dio in ogni età; e anche per farci vedere chiaramente che non è con uomini perfetti che Dio ha avuto a che fare nei tempi che ci hanno preceduti, ma con uomini che avevano «le stesse passioni che noi» (Giac. 5:17) e dei quali Egli ha dovuto sopportare gli stessi difetti, le stesse infermità, gli stessi errori per cui noi pure soffriamo ogni giorno.

Tutto questo serve a fortificare il cuore. Le biografie scritte dallo Spirito Santo sono in contrasto notevole con quelle scritte dalla maggioranza dei biografi che spesso non raccontano la storia di uomini come noi, ma di esseri esenti da debolezze e da errori. Biografie di questo tipo sono più nocive che utili, più propense a scoraggiare che ad edificare. Esse raccontano ciò che l’uomo dovrebbe essere piuttosto che ciò ch’egli è realmente. Nulla può edificare se non la manifestazione delle vie di Dio verso l’uomo così com’è, ed è quello che le Scritture ci danno.

Troviamo qui il vecchio patriarca Isacco sulla soglia dell’eternità; la terra e tutto ciò che appartiene alla natura svaniscono rapidamente dinanzi a lui; tuttavia egli è occupato delle «pietanze saporite» e sta per agire in opposizione diretta col consiglio di Dio, benedicendo il più vecchio invece del più giovane. Ecco la natura, la natura con gli occhi ormai annebbiati. Se Esaù ha venduto il diritto alla primogenitura per una minestra di lenticchie, vediamo Isacco sul punto di dare la benedizione in cambio di un piatto di selvaggina. Quanto ciò è umiliante! Bisogna tuttavia che il proposito di Dio resti invariato e Dio compirà tutta la sua volontà. La fede lo sa e nell’energia di questa conoscenza può aspettare il tempo fissato da Dio, mentre la natura, incapace di attendere, deve cercare di raggiungere i suoi scopi con mezzi di sua propria invenzione!

I due grandi fatti che emergono dalla storia di Giacobbe sono, da un lato, il disegno di Dio in grazia e, dall’altro, la natura che imposta i propri piani e i propri progetti per ottenere ciò che, senza piani e senza progetti, il consiglio di Dio avrebbe inevitabilmente fatto avvenire. Questa considerazione vale a semplificare, in maniera singolare, tutta la storia di questo patriarca e ad aumentarne l’interesse.

Nessuna grazia forse ci manca tanto, come quella di saper aspettare con pazienza e dipendere completamente da Dio. La natura agisce sempre in un modo o nell’altro, ostacolando, per quanto dipende da lei, la manifestazione della grazia e della potenza divina. Per compiere i propri disegni Dio non aveva bisogno di elementi come l’astuzia di Rebecca e la grossolana astuzia di Giacobbe. Aveva detto: «Il maggiore servirà il minore», e ciò bastava; bastava per la fede, non certo per la natura che, non sapendo cosa voglia dire dipendere da Dio, si riduce sempre a usare i propri mezzi.

          22.3 Sapere aspettare il tempo fissato da Dio

Non c’è posizione più benedetta di quella di un’anima che, con la semplicità di un bimbo, vive in una intera dipendenza da Dio, perfettamente soddisfatta di aspettare il suo tempo. Una tale posizione implica delle prove, è vero; ma l’anima rinnovata impara le lezioni più profonde e fa le più dolci esperienze mentre attende, facendo affidamento nel Signore. E più sarà forte la tentazione di sottrarsi al governo di Dio, più abbondante sarà la benedizione, se sappiamo rimanere in questa beata posizione.

È qualcosa di infinitamente dolce dipendere da qualcuno per il quale benedire è una gioia. Coloro che in una certa misura, hanno gustato la realtà di questa meravigliosa posizione, possono, essi soli, apprezzarla e l’unico che l’ha occupata in modo perfetto e senza interruzione è il Signore Gesù. Egli è stato sempre dipendente da Dio e ha rigettato in modo assoluto ogni proposta del nemico per farlo uscire da quella dipendenza. Il suo parlare era: «Io confido in te; — a te fui affidato fin dalla mia nascita» (Salmi 16:1; 22:10). E quando il diavolo lo tentò e volle indurlo a servirsi di un mezzo straordinario per soddisfare la sua fame, Egli rispose: «Sta scritto: non di pane soltanto vivrà l’uomo, ma d’ogni parola che procede dalla bocca di Dio» (Matteo 3:4). Quando Satana lo tentò, volendo che si gettasse giù dal pinnacolo del tempio, la sua risposta fu: «È altresì scritto: non tentare il Signore Iddio tuo» (Matteo 3:7). Quando Satana volle ch’Egli prendesse i regni del mondo dalla mano d’un altro, non da Dio, e adorasse un altro, non Dio, Egli rispose ancora: «Sta scritto: adora il Signore Iddio tuo e a lui solo rendi il culto» (Matteo 4:10). In una parola, nulla potè sedurlo, lui, l’uomo perfetto, né indurlo a sottrarsi dalla dipendenza assoluta da Dio. Sicuramente, era nei disegni di Dio di nutrire e sostenere il proprio figliuolo; era nei suoi disegni ch’egli venisse ed entrasse «subito nel suo tempio» (Malachia 3:1); e così pure egli gli destinava i regni del mondo: ma era precisamente quella la ragione per la quale il Signore Gesù volle, semplicemente e con perseveranza, confidare in Dio per il compimento dei suoi piani, al momento e nel modo voluti da lui.

Non cerca di fare la propria volontà; Egli s’abbandona completamente a Dio. Non mangerà se non quando Dio gli darà del pane; non entrerà nel tempio se non quando sarà Dio a mandarlo e salirà sul trono solo quando Dio lo vorrà. «Siedi alla mia destra, finché io abbia fatto dei tuoi nemici lo sgabello dei tuoi piedi» (Salmo 110:1).

Questo completo assoggettarsi del Figlio al Padre è inesprimibilmente ammirevole. Benché perfettamente uguale a Dio, Egli prese, come uomo, la posizione della dipendenza; trovava sempre il suo piacere nella volontà del Padre; avendo sempre il grande e immutabile scopo di glorificare il Padre. E quando finalmente tutto fu compiuto, quando ebbe portato a termine perfettamente l’opera che il Padre gli aveva dato da fare, Egli rimise il suo spirito nelle mani del Padre mentre la sua carne riposava nella speranza della gloria e dell’esaltazione promesse.

È dunque ben a proposito ciò che l’apostolo dice: «Abbiate in voi lo stesso sentimento che è stato in Cristo Gesù; il quale, essendo in forma di Dio, non reputò rapina l’essere uguale a Dio, ma annichilì se stesso prendendo forma di servo e divenendo simile agli uomini; ed essendo trovato nell’esteriore come un uomo abbassò se stesso, facendosi ubbidiente fino alla morte e alla morte della croce. Ed è perciò che Dio lo ha sovranamente innalzato e gli ha dato il nome che è al di sopra d’ogni nome, affinché nel nome di Gesù si pieghi ogni ginocchio nei cieli, sulla terra e sotto la terra, e ogni lingua confessi che Gesù Cristo è il Signore, alla gloria di Dio Padre» (Filipp. 2:5-11).

          22.4 Gli espedienti di Giacobbe

Quanto poco, all’inizio della sua carriera, Giacobbe conosceva questo sentimento benedetto! Quanto poco era disposto a rimettersi in Dio per la scelta del tempo e dei mezzi! Egli preferiva raggiungere la benedizione e l’eredità con ogni sorta di inganni e di frodi, piuttosto che con la semplice dipendenza e sottomissione a quel Dio che l’aveva eletto per grazia, per farlo erede delle promesse, e che con la sua saggezza e la sua forza onnipotente, avrebbe infallibilmente compiuto in suo favore tutto ciò che gli aveva promesso.

Ma, ahimè, sappiamo fin troppo bene quanto il cuore sia opposto a questa dipendenza e a questa sottomissione. Preferisce tutto, a questa posizione di paziente attesa.

L’uomo naturale che non avesse Dio per risorsa, cadrebbe infallibilmente nella disperazione. Basta questo fatto per insegnarci il vero, carattere della natura umana: per conoscerla non è necessario addentrarsi in quei luoghi dove regnano liberamente il vizio e la criminalità. Basta, per metterla alla prova, porla per un certo tempo in una posizione di dipendenza: si vedrà molto presto come essa si comporta. Non conoscendo Dio, non può confidare in lui: in questo sta il segreto della sua miseria e della sua degradazione morale. Essa ignora completamente il vero Dio e, di conseguenza, non può essere che una cosa miserabile e inutile. La conoscenza di Dio è sorgente di vita; anzi, di più: è la vita stessa. E cos’è l’uomo, cosa può essere, finché non ha la vita?

In Rebecca e in Giacobbe il carattere naturale prende il sopravvento su quello di Isacco e Esaù. La condotta di Rebecca e di Giacobbe non è diversa: in essi non v’è alcuna dipendenza da Dio né fiducia in Lui. Era facile ingannare Isacco dal momento che i suoi occhi erano velati: e Rebecca e Giacobbe si propongono di fare così, invece di guardare a Dio che avrebbe reso completamente vana la deliberazione, che Isacco aveva presa, di benedire colui che Dio non voleva benedire; quel piano di Isacco che aveva la sua origine nel suo carattere naturale tanto poco piacevole, poiché «Isacco amava Esaù» non perché era il primogenito, ma perché «la selvaggina era la sua carne». Come è umiliante tutto ciò!

Quando vogliamo sottrarre a Dio le nostre persone, le nostre circostanze o il nostro destino, attiriamo sempre su noi stessi nient’altro che il tormento. Quando siamo nella prova non dimentichiamo mai che ciò di cui abbiamo bisogno non è di vedere cambiate le nostre circostanze, ma di riportare la vittoria su noi stessi. È ciò che avvenne a Giacobbe, come vedremo in seguito.

Qualcuno ha fatto notare che «se si considera la vita di Giacobbe da quando ha ottenuto con inganno la benedizione di suo padre, si vede che d’allora ha avuto assai poca felicità in questo mondo». Suo fratello concepì il progetto di ucciderlo e l’obbligò a fuggire dalla casa paterna. Labano, suo zio, lo ingannò, come egli aveva ingannato il padre, e lo trattò con durezza; dopo ventun anni di servitù fu costretto a lasciare clandestinamente lo zio, non senza correre il rischio di essere ricondotto da dove era fuggito o ucciso dal fratello irritato. E, appena liberato da queste paure, fu ricolmo d’amarezza per la condotta vergognosa e criminale di suo figlio Ruben; dopo ciò ebbe a deplorare il tradimento e la crudeltà di Simeone e di Levi verso gli abitanti di Sichem, e dovette soffrire per la morte della moglie tanto amata; poi, i suoi figli lo ingannarono ed eccolo ridotto a portare lutto per la falsa morte di Giuseppe; infine, per colmo di tutte queste sventure, la fame lo obbligò a scendere in Egitto dove morì, in terra straniera.

Sono queste le vie della provvidenza, sempre giuste, meravigliose e piene di istruzione. E questo è Giacobbe! Ma qui c’è solo un aspetto della sua vita, quello tetro. Ce n’è un altro, Dio ne sia benedetto, poiché Dio aveva a che fare con Giacobbe, e come vedremo, in ogni avvenimento della vita del patriarca, nel quale egli ha dovuto raccogliere i frutti delle proprie macchinazioni e della sua falsità, l’Iddio di Giacobbe trasse il bene dal male e fece abbondare la grazia al di sopra del peccato e della follia del suo povero servo.

          22.5 L’atteggiamento d’Isacco

È molto interessante vedere, al principio di questo capitolo, come, nonostante la debolezza estrema della carne, Isacco conservi, per fede, la dignità di cui Dio l’aveva rivestito. Egli pronuncia la benedizione nel sentimento completo del potere che gli è stato conferito per benedire, e dice: «L’ho benedetto, e benedetto ei sarà... Ecco, io l’ho costituito tuo padrone, e gli ho dato tutti i tuoi fratelli per servi e l’ho provvisto di frumento e di vino; che potrei dunque fare per te, figliuol mio?». Parla come un uomo che, per fede, ha tutti i tesori della terra a sua disposizione; non c’è in lui della falsa umiltà; egli non scende dalla posizione elevata che occupa per colpa delle manifestazioni del suo carattere naturale. Sta per commettere un doloroso errore, è vero, e per agire in diretta opposizione col consiglio di Dio: tuttavia conosce Dio e prende il posto che gli appartiene, dispensando benedizioni in tutta la dignità e l’energia della fede. «L’ho benedetto: e benedetto ei sarà... l’ho provvisto di frumento e di vino».

È la caratteristica della fede di elevarsi al di sopra di tutti i nostri sbagli e delle loro conseguenze, per farci occupare il posto che la grazia di Dio ci ha assegnato.

          22.6 Rebecca e Esaù

Quanto a Rebecca, dovette sopportare i tristi risultati dei suoi espedienti. Senza dubbio credeva di concludere tutto molto scaltramente ma, ahimè! ella non rivide più Giacobbe! Come sarebbe stato diverso il risultato se avesse lasciato tutto nelle mani di Dio! «E chi di voi può, con la sua sollecitudine, aggiungere alla sua statura pure un cubito?» (Luca 12:25).

Non guadagnamo nulla a preoccuparci e a formulare dei progetti; non facciamo altro che escludere Dio, e questo, certamente, non è un guadagno. E quando raccogliamo i frutti delle nostre proprie deliberazioni, nulla è più triste a vedersi che un figlio di Dio dimentico della sua posizione e dei suoi privilegi, al punto di voler prendere nelle proprie mani la direzione dei suoi affari. Gli «uccelli del cielo e i gigli dei campi» possono ammaestrarci, quando dimentichiamo fino a questo punto la nostra posizione di intera dipendenza da Dio.

Infine, per quanto riguarda Esaù, l’apostolo lo chiama «un profano... che per una sola pietanza vendette la sua primogenitura» (Ebrei 12:15-17), e che «più tardi, volle ereditare la benedizione, ma fu respinto perché non trovò luogo a pentimento, sebbene la richiedesse con lacrime». Impariamo di qui che «profano» è l’uomo che vuole possedere, nello stesso tempo, la terra e il cielo, godere del presente senza perdere i diritti per il futuro: ogni professante mondano, la cui coscienza non abbia mai risentito degli effetti della verità e il cui cuore sia sempre rimasto estraneo all’influenza della grazia, si trova in questa situazione; ed è grande il numero di tali persone.

      23. Capitolo 28: Giacobbe fuggitivo

          23.1 La disciplina di Dio

Seguiremo ora Giacobbe lontano dal tetto paterno, quando errò solitario e senza asilo sulla terra.

Dio, a questo punto, incomincia ad occuparsi di lui in modo speciale e lui incomincia a raccogliere, in una certa misura, i frutti amari della sua condotta nei confronti di Esaù; intanto vediamo Dio passare sopra tutta la debolezza e la follia del suo servitore, e spiegare, nelle proprie vie a suo riguardo, la sua grazia sovrana e la sua saggezza infinita.

Dio compirà i suoi disegni, qualunque sia, peraltro, il mezzo che adopererà. Ma se, per impazienza e incredulità, il figlio di Dio vuole sottrarsi al governo del suo Dio, deve aspettarsi di fare tristi esperienze e di passare attraverso una dolorosa disciplina. È ciò che avvenne a Giacobbe: non avrebbe avuto bisogno di fuggirsene a Charan se avesse lasciato a Dio l’incarico di agire per lui.

Dio si sarebbe certamente occupato di Esaù per fargli trovare il posto e la parte che gli erano destinati; e Giacobbe avrebbe potuto godere di quella dolce pace che si trova soltanto in una completa sottomissione a Dio e alle sue deliberazioni, in ogni cosa. Ma è qui che si manifesta costantemente l’eccessiva debolezza dei nostri cuori. Invece di rimanere passivamente sotto la mano di Dio, noi vogliamo agire e, agendo, impediamo a Dio di spiegare la sua grazia e la sua potenza in nostro favore.

«Fermatevi e riconoscete che io sono Dio» (Salmo 46:10). È un precetto al quale nessuno potrebbe obbedire se non per mezzo della potenza della grazia. «La vostra mansuetudine sia nota a tutti gli uomini; il Signore è vicino; non siate con ansietà solleciti di cosa alcuna, ma in ogni cosa siano le vostre richieste rese note a Dio, in preghiera e supplicazione con azioni di grazie». E quale ne sarà il risultato? «E la pace di Dio che sopravanza ogni intelligenza guarderà i vostri cuori e i vostri pensieri in Cristo Gesù» (Filipp. 4:5-7).

Tuttavia, mentre raccogliamo i frutti delle nostre vie, della nostra impazienza e incredulità, Dio, nella sua grazia, si serve della nostra debolezza e della nostra follia per farci conoscere meglio la sua tenera grazia e la sua perfetta saggezza. Tutto questo, pur non autorizzando minimamente all’incredulità e all’impazienza, fa risaltare in modo ammirevole la bontà del nostro Dio, facendo gioire il nostro cuore anche quando attraversiamo circostanze penose, prodotte dai nostri sbagli; Dio è sopra ogni cosa e, inoltre, è sua esclusiva prerogativa trarre il bene dal male; «dal mangiatore è uscito del cibo e dal forte è uscito del dolce» (Giudici 14:14); così, se è perfettamente vero che Giacobbe fu costretto a vivere in esilio a causa della sua impazienza, d’altro lato è altrettanto vero che se Giacobbe fosse rimasto tranquillamente sotto il tetto paterno non avrebbe mai imparato cosa significhi «Bethel». I due lati della medaglia sono così fortemente impressi in ogni scena della storia di Giacobbe. Solo quando la sua stoltezza l’ha cacciato dalla casa paterna egli fu indotto a gustare la felicità e la solennità della «casa di Dio».

          23.2 Bethel, la casa di Dio

«Or Giacobbe parti da Beer-Sceba e se n’andò verso Charan. Capitò in un certo luogo e vi passò la notte, perché il sole era già tramontato. Prese una delle pietre del luogo, la pose come suo capezzale e si coricò quivi».

Qui Giacobbe, errante e fuggitivo, si trova proprio nella posizione nella quale Dio può incontrarsi con lui e manifestargli i suoi consigli di grazia e di gloria. Non vi è nulla che esprima meglio la nullità e l’impotenza dell’uomo, dello stato a cui Giacobbe è ridotto qui: nella debolezza del sonno, all’aperto, sotto il cielo, non avendo che una pietra per guanciale.

«E sognò; ed ecco gli angeli di Dio che salivano e scendevano per la scala. E l’Eterno stava al di sopra d’essa e gli disse: Io sono l’Eterno, l’Iddio d’Abrahamo tuo padre e d’Isacco; la terra sulla quale stai coricato io la darò a te e alla tua progenie. Ed ecco, io sono teco e ti guarderò dovunque tu andrai e ti ricondurrò in questo paese; perché io non ti abbandonerò prima d’aver fatto quello che t’ho detto».

Ecco come l’Iddio di Bethel rivela a Giacobbe i suoi disegni riguardo a lui e alla sua progenie. È véramente «la grazia e la gloria». Questa scala «appoggiata sulla terra» induce naturalmente il cuore a meditare sulla manifestazione della grazia di Dio nella persona e nell’opera del Figlio. È sulla terra che fu compiuta l’opera meravigliosa che costituisce la base, il solido ed eterno fondamento di tutti i consigli di Dio, riguardo a Israele, alla Chiesa ed al mondo. È sulla terra che Gesù è vissuto, ha lavorato ed è spirato per togliere con la sua morte tutto ciò che costituiva un ostacolo all’adempimento dei piani di Dio per la benedizione dell’uomo.

Ma «la sua cima (della scala) toccava il cielo». Essa rappresentava il mezzo di comunicazione fra il cielo e la terra: ed ecco «gli angeli di Dio che salivano e scendevano per la scala», bella e notevole immagine di Colui per mezzo del quale Dio è disceso in tutta la profondità della miseria dell’uomo e per mezzo del quale pure ha elevato l’uomo, ponendolo alla sua presenza per sempre, nella potenza della divina giustizia. Dio ha provveduto a tutto quello che era necessario per il compimento dei suoi piani, a dispetto della follia e del peccato dell’uomo; ed è un’eterna felicità quella dell’anima, che per mezzo dell’insegnamento dello Spirito Santo, può così vedersi rinchiusa tra i confini dei disegni della grazia di Dio.

          23.3 La grazia sovrana di Dio

Il profeta Osea ci trasporta ai tempi in cui le cose rappresentate dalla scala di Giacobbe avranno il loro adempimento: «... e in quel giorno io farò per loro un patto con le bestie dei campi, con gli uccelli del cielo e coi rettili del suolo; e spezzerò e allontanerò dal paese l’arco, la spada, la guerra e farò ch’essi riposino al sicuro. E io ti fidanzerò a me per l’eternità; ti fidanzerò a me in giustizia, in equità, in benignità e in compassione. Ti fidanzerò a me in fedeltà e tu conoscerai l’Eterno. E in quel giorno avverrà che io ti risponderò, dice l’Eterno: risponderò al cielo ed esso risponderà alla terra; e la terra risponderà al grano, al vino, all’olio e questi risponderanno ad Jizreel. Io lo seminerò per me in questa terra e avrò compassione di Lo-ruhama; e dirò a Lo-ammi: Tu sei il popolo mio! ed egli mi risponderà: Mio Dio» (Osea 2:18-23).

Le parole del Signore stesso racchiudono un’allusione alla visione di Giacobbe (Giov. 1:51): «... In verità, in verità, vi dico che vedrete il cielo aperto e gli angeli di Dio salire e scendere sopra il Figliuol dell’uomo».

Questa visione di Giacobbe è una meravigliosa rivelazione della grazia di Dio verso Israele. Abbiamo visto quali fossero il vero carattere e lo stato morale di Giacobbe e l’uno e l’altro comprovano, con chiara evidenza, che tutto doveva essere grazia verso di lui se doveva essere benedetto. Né il suo carattere, né la sua nascita, gli davano diritto a qualcosa. Esaù, in virtù della sua nascita e del suo carattere, avrebbe potuto pretendere qualcosa, a condizione, però, che fosse messo da parte il supremo diritto di Dio. Giacobbe non aveva diritto a nulla. Allo stesso modo che Esaù non poteva rivendicare i propri diritti, se non a scapito della sovranità di Dio, Giacobbe non poteva averne, se non da questa stessa sovranità; e, peccatore com’era, non poteva basarsi su altro che sulla sola, sovrana e pura grazia di Dio.

          23.4 Una coscienza a disagio

La rivelazione del Signore al servitore ch’Egli s’è scelto ricorda, o semplicemente annunzia, a Giacobbe ciò che lui, l’Eterno, avrebbe ancora compiuto: «Io sono l’Eterno... Io ti darò la terra... Io ti guarderò... Io ti ricondurrò... Io non ti abbandonerò prima d’avere fatto quello che t’ho detto» (vers. 13-15). Tutto è da Dio, senza alcuna condizione.

Quando è la grazia che agisce non v’è, e non può esservi, il «se», né il «ma»! Non si trova la grazia dove c’è un se. Dio può, è vero, porre l’uomo in una posizione di responsabilità, nella quale, necessariamente, bisogna ch’egli si rivolga a lui con il «se». Ma Giacobbe, addormentato su di un guanciale di pietra, ben lontano dal trovarsi in una posizione di responsabilità, si trova, invece, nella nudità e nella debolezza più complete; e proprio per questo, Giacobbe si trovava in una posizione in cui poteva ricevere una rivelazione della più perfetta, la più ricca, la più incondizionata grazia.

Non possiamo fare altro che apprezzare il godimento infinito che si prova ad essere in una posizione tale da non avere nulla su cui appoggiarci se non Dio solo, e nella quale ogni vera benedizione ed ogni gioia reale si basino, per noi, sui diritti supremi di Dio e sulla sua fedeltà. In base a questo principio sarebbe dunque, per noi, una perdita irreparabile l’avere qualcosa davanti a noi su cui poter riposare, ammesso d’avere a che fare con Dio sul principio della nostra responsabilità; tutto sarebbe inevitabilmente perduto per noi.

Giacobbe era così cattivo che solo Dio poteva essere sufficiente a ciò che il suo stato richiedeva. E, facciamo attenzione, fu per non aver riconosciuto questa verità che Giacobbe si immerse in tanti dispiaceri e calamità.

La rivelazione che l’Eterno fa di se stesso è una cosa; attenersi a questa rivelazione è un’altra. L’Eterno si rivela a Giacobbe nella sua grazia infinita, ma Giacobbe non si è neppure ancora risvegliato dal sonno che già lo vediamo mettere in evidenza il suo vero carattere, dimostrando così di conoscere assai poco, in pratica, l’Iddio benedetto che si era appena rivelato a lui in un modo così meraviglioso. «Ed ebbe paura e disse: com’è tremendo questo luogo! Questa non è altro che la casa di Dio, e questa è la porta del cielo» (v. 17).

Il cuore di Giacobbe non era a suo agio alla presenza di Dio. Poiché è soltanto quando il cuore è compietamente rotto e l’uomo spogliato di se stesso che si è a proprio agio con Dio; Dio prende piacere nel cuore contrito, sia benedetto il suo nome! E il cuore contrito è felice presso Dio. Ma il cuore di Giacobbe non era ancora in una tale posizione e Giacobbe non aveva ancora imparato a riposarsi, come un bambino, sull’amore perfetto di Colui che ha potuto dire: «Ho amato Giacobbe» (vedi Mal. 1:2; Rom. 9:13). «L’amore perfetto caccia via la paura». Dove questo amore non è completamente conosciuto e realizzato, c’è sempre del dubbio e del disagio.

La casa e la presenza di Dio non incutono alcuna paura all’anima che conosce l’amore di Dio come si è manifestato nel sacrificio di Cristo. Una tale anima è piuttosto portata a dire: «O Eterno, io amo il soggiorno della tua casa e il luogo dove risiede la tua gloria» (Salmo 26:8). E ancora: «Oh quanto sono amabili le tue dimore, o Eterno degli eserciti! L’anima mia langue e vien meno bramando i cortili dell’Eterno» (Salmo 84:1). Quando il cuore è saldo nella conoscenza di Dio, si ama la casa di Dio, qualunque ne sia il carattere; sia essa Bethel o il tempio di Gerusalemme o la Chiesa che è ora formata da tutti i veri credenti, entrati «a far parte dell’edificio che ha da servire di dimora a Dio per lo Spirito» (Efesi 2:22).

In ogni caso, la conoscenza che Giacobbe aveva di Dio e della Sua casa era ben limitata, a questo momento della sua storia; ne abbiamo una nuova prova nel compromesso che vuol fare con Dio, negli ultimi versetti del cap. 28.

«E Giacobbe fece un voto dicendo: se Dio è meco, se mi guarda durante questo viaggio che fo, se mi dà pane da mangiare e vesti da coprirmi e se ritorno sano e salvo alla casa del padre mio, l’Eterno sarà il mio Dio; e questa pietra che ho eretta in monumento, sarà la casa di Dio; e di tutto quello che tu darai a me, io, certamente, darò a te la decima». Giacobbe dice «se Dio è meco» quando il Signore, proprio allora, gli aveva detto espressamente «io sono con te e ti guarderò ovunque tu andrai e ti ricondurrò in questo paese...». A dispetto di una tale testimonianza, il povero cuore di Giacobbe non è capace di elevarsi oltre il «se» e di avere, della bontà di Dio, un concetto più alto di quello in rapporto al «pane da mangiare» e «alle vesti per coprirsi».

Questi erano i pensieri di un uomo che proprio allora aveva avuto la visione magnifica della scala dalla terra al cielo e sulla quale c’era l’Eterno che gli prometteva una innumerevole progenie e un’eredità eterna. Evidentemente, Giacobbe era incapace di penetrare nella realtà e nella pienezza dei pensieri di Dio; misurava Dio col suo metro e sbagliava completamente nell’idea che si faceva di Dio. In poche parole, Giacobbe non aveva ancora finito con se stesso e, di conseguenza, non aveva ancora incominciato con Dio.

      24. Capitoli da 29 a 31: Giacobbe a casa di Labano

          24.1 Alla scuola di Dio

«Poi Giacobbe si mise in cammino e andò nel paese degli Orientali».

Come abbiamo visto nel cap. 28, Giacobbe non sa afferrare il vero carattere di Dio e riceve l’abbondanza della grazia di Bethel con un «se», accompagnato da un miserabile baratto per del pane e degli abiti; ed ora dobbiamo seguire Giacobbe in una successione ininterrotta di compromessi.

«Quello che l’uomo avrà seminato, quello pure mieterà» (Gal. 6:7). È impossibile sfuggire a questo principio. Giacobbe non aveva ancora trovato il proprio livello davanti a Dio e bisogna che Dio si serva delle circostanze per castigarlo e umiliarlo. È qui il segreto di tanti dispiaceri e di tante prove che abbiamo in questo mondo. I nostri cuori non sono mai stati rotti davanti a Dio, realmente; non ci siamo mai giudicati, non siamo mai stati spogliati di noi stessi. Ne deriva che siamo sempre daccapo come delle persone che urtano la testa contro un muro. Nessuno può realmente godere di Dio se non ha posto fine al proprio «io», per la semplice ragione che Dio incomincia a manifestarsi proprio là, dove ha termine la carne. Se dunque non l’ho fatta finita con la mia carne, per mezzo di una profonda e positiva esperienza, è moralmente impossibile che io abbia un’intelligenza, sia pure imperfetta, del carattere di Dio. Bisogna che in un modo o nell’altro impari a conoscere cosa vale la natura; e, per portarmi a questa conoscenza, il Signore si serve di svariati mezzi, che di per se stessi non sarebbero’efficaci se non fosse lui ad adoperarli, per rivelare ai nostri occhi il vero carattere di tutto ciò che si trova nei nostri cuori. Non avviene forse sovente che il Signore venga vicino a noi e ci parli in un orecchio senza che discerniamo la sua voce e che sappiamo prendere il posto che ci compete davanti a lui?

«L’Eterno è in questo luogo e io non lo sapevo... Com’è tremendo questo luogo!». Da tutto ciò Giacobbe non ricevette alcuna istruzione, tanto che fu necessaria una disciplina di trent’anni e una dura scuola, che neanche bastò a vincerlo completamente.

          24.2 L’ingannatore a casa dell’ingannatore

Tuttavia egli entra in un’atmosfera perfettamente adatta al suo stato morale. L’affarista Giacobbe incontra Labano, affarista e commerciante, e li vediamo gareggiare in inganni e astuzie per imbrogliarsi a vicenda. Per Labano non c’è da stupirsi, perché non era stato a Bethel; non aveva visto il cielo aperto e la scala che toccava cielo e terra; non aveva udito le gloriose promesse dalla bocca dell’Eterno che gli assicurava il possesso della terra di Canaan e una progenie tanto numerosa da non potersi contare. Labano, l’uomo del mondo, non ha altra risorsa che i propri bassi sentimenti e la propria cupidigia. E si serve di quello. Come si potrebbe far uscire la purezza dall’impurità? Ma nulla è più umiliante di vedere Giacobbe, dopo tutto ciò che ha visto e udito a Bethel, lottare con un uomo del mondo e sforzarsi di accumulare dei beni con dei mezzi simili a quelli adoperati da lui.

Ahimè! non è punto raro vedere dei credenti dimenticare la loro sorte elevata e la loro eredità celeste a tal punto da scendere in campo coi figliuoli di questo mondo e qui lottare con essi per le ricchezze e gli onori di una terra colpita dalla maledizione del peccato. Tutto questo è talmente vero che, in un gran numero di persone, è difficile scoprire qualche traccia di quel principio di cui parla Giovanni; «quello che vince il mondo» (1 Giov. 5:4).

Considerando e giudicando Giacobbe e Labano dal punto di vista dei loro caratteri naturali, sarebbe difficile trovare fra i due una benché minima differenza. Bisognerebbe essere dietro al sipario ed entrare nei pensieri di Dio riguardo ai due, per vedere a qual punto differiscono. Ma è Dio che ha posto una differenza fra loro, non Giacobbe; la stessa cosa avviene oggi. Benché possa essere difficile da scoprirsi, esiste un’immensa differenza fra i figliuoli della luce e quelli delle tenebre: una differenza basata sul fatto solenne che i primi sono «vasi di misericordia che Dio aveva già innanzi preparati per la gloria», mentre gli altri sono «vasi d’ira preparati per la perdizione» (non da Dio ma dal peccato) (Rom. 9:22-23) (*). I Giacobbe e i Labano differiscono essenzialmente e differiranno sempre, benché i primi possano venir meno in modo spaventoso alla realizzazione e alla manifestazione del loro vero e glorioso carattere.

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(*) Ogni uomo spirituale noterà, con profondo interesse, con quanta cura lo Spirito di Dio, in Rom. 9 e altrove nelle Scritture, ci mette in guardia contro la deduzione orribile che lo spirito umano fa, troppo sovente, dalla dottrina dell’elezione di Dio. Quando parla dei «vasi d’ira» si limita a dire che erano, o sono, tutti «preparati per la perdizione»; non dice che è Dio che li ha preparati. D’altro canto, quando fa allusione ai «vasi di misericordia» dice che è Dio che li «aveva già innanzi preparati per la gloria». Questa distinzione è importantissima.

Se il mio lettore consulta Matteo 25:34-41, vi troverà un esempio altrettanto notevole della medesima dottrina. Quando il Re si rivolge a quelli che gli stanno a destra dice: «Venite, voi, i benedetti del Padre mio, eredate il regno che vi è stato preparato fin dalla fondazione del mondo» (v. 34); ma quando parla a quelli della sinistra dice: «andate via da me, maledetti». Non dice maledetti dal Padre mio; poi aggiunge «nel fuoco eterno preparato — non per voi, ma — per il diavolo e per i suoi angeli» (v. 41). In poche parole, è evidente che Iddio ha «preparato» un regno di gloria e dei vasi di misericordia che ereditino questo regno, e che non ha preparato il «fuoco eterno» per degli uomini ma per il diavolo e i suoi angeli; e non è lui che ha preparato i vasi d’ira, ma questi si sono preparati da loro stessi. Se dunque la parola di Dio stabilisce chiaramente l’elezione, respinge, con altrettanta cura, l’idea della «riprovazione». Vedendosi in cielo, ogni beato avrà da rendere grazie a Dio solo; e chiunque si troverà nell’inferno non potrà accusare altri che se stesso.
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Quanto a Giacobbe, tutta la sua fatica e il suo lavoro, come pure quel miserevole baratto del capitolo precedente, risultano dall’ignoranza della grazia e dall’incapacità di confidare ciecamente nella promessa di Dio. Colui che, dopo aver ricevuto da Dio la promessa, senza riserve, di dargli la terra di Canaan, poteva dire «se mi dà pane da mangiare e vesti da coprirmi», non aveva certo che una ben debole idea di Dio e di ciò che era la sua promessa. Vediamo così l’uomo sforzarsi a fare i propri interessi nel modo che gli risulta più vantaggioso. È sempre così quando la grazia non è compresa. La professione che possiamo fare dei principi della grazia non è la misura dell’esperienza che abbiamo della potenza di essa. Chi crederebbe che la visione non abbia rivelato a Giacobbe ciò che la grazia era? Eppure la rivelazione di Dio a Bethel e la condotta di Giacobbe a Charan sono tanto differenti! Tuttavia, quest’ultima non era che l’espressione di come egli aveva compreso la prima. Il carattere e la condotta di un uomo sono l’esatta misura dell’esperienza e della convinzione dell’anima sua qualunque sia, del resto, la professione che egli fa. Giacobbe non era ancora stato costretto a vedersi, tale qual era, davanti a Dio; di conseguenza ignorava la grazia, e manifestò la propria ignoranza mettendosi allo stesso livello di Labano e adottandone i principi e le vie.

Non si può fare a meno d’essere sorpresi dal fatto che Giacobbe fu condotto dalla provvidenza di Dio in una sfera particolarmente adatta a manifestare il suo carattere negli aspetti più salienti, per il fatto che non aveva imparato a conoscere e a giudicare davanti a Dio il suo carattere naturale. Giacobbe andò, così, a Charan, il paese di Labano e di Rebecca, proprio alla scuola da cui erano usciti i principi che egli, con tanta abilità, metteva in pratica e che, in quella famiglia, erano insegnati, applicati e mantenuti. Per sapere chi è Dio bisognava andare a Bethel; per sapere chi era l’uomo, bisognava andare a Charan: ora Giacobbe, non avendo potuto afferrare la rivelazione che Dio gli aveva fatto di sè a Bethel, dovette andare a Charan perché si manifestasse chi egli era: e là, ahimè, quanti sforzi dovette fare per riuscire, quanti sotterfugi, quanti inganni, quanti artifici. Non un briciolo di santa e gloriosa fiducia in Dio, di semplicità, di pazienza, di fede. Dio era con Giacobbe, è vero, poiché nulla può impedire alla grazia di risplendere.

Giacobbe riconosce, un poco almeno, la presenza e la fedeltà di Dio, ma non può stare senza fare i suoi piani e i suoi progetti. Non può lasciare a Dio il compito di decidere per lui ciò che riguarda le sue mogli e i suoi impegni; cerca di aggiustare ogni cosa con i suoi inganni e i suoi espedienti. In poche parole, dal principio alla fine, Giacobbe è il «soppiantatore» (*). Dove trovare un esempio di astuzia più clamoroso di quello che ci è riferito al cap. 30:37-42? È quello un perfetto ritratto di Giacobbe. Invece di lasciare a Dio l’incarico di moltiplicare le pecore macchiate e vaiolate e gli agnelli neri, cosa che Dio avrebbe fatto sicuramente, se avesse confidato in lui, Giacobbe, per raggiungere il suo scopo, si serve di un mezzo che solo un cervello come il suo avrebbe potuto escogitare. Nei vent’anni di soggiorno in casa di Labano agisce nello stesso modo e, alla fine, fugge, mostrandosi così, in tutto, coerente con se stesso.

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(*) Il nome «Giacobbe» significa «soppiantatore».
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          24.3 La conoscenza della grazia e la conoscenza di noi stessi

Seguendo ora Giacobbe e osservandone il carattere da un punto all’altro della sua straordinaria storia, possiamo contemplare le meraviglie della grazia di Dio. Nessuno, all’infuori di Dio, avrebbe potuto sopportare un Giacobbe e nessuno, all’infuori di lui, avrebbe voluto occuparsene. La grazia ci raggiunge nella più infima delle condizioni. Prende l’uomo così com’è e agisce nei suoi riguardi con la piena intelligenza di chi egli è. È importantissimo capire bene, fin dal principio, questo carattere della grazia, per essere in grado di sopportare, con fermezza, le scoperte che facciamo della nostra indegnità e che così spesso minano la fiducia dei figliuoli di Dio e ne turbano la pace.

Molte persone non si rendono conto, alla prima, della completa rovina della vecchia natura così come appare alla luce della presenza di Dio, benché i loro cuori siano realmente stati attirati dalla grazia e le loro coscienze rese tranquille dall’applicazione del sangue di Cristo. E la conseguenza è che, man mano che progrediscono nella vita cristiana e fanno delle scoperte più profonde del male che è in loro, mancando di questa conoscenza della grazia di Dio e del valore del sangue di Cristo, finiscono per dubitare di essere realmente figli di Dio. Questi cristiani sono così staccati da Cristo e abbandonati a loro stessi; allora, ricorrono agli ordinamenti per mantenere il tono della loro pietà, oppure ricadono in uno stato di completa mondanità. Tale e la sorte di colui il cui cuore non è stato «reso saldo dalla grazia» (Ebrei 13:9).

Questo fatto rende lo studio della storia di Giacobbe di profondo interesse e di grande utilità. Chi legge i tre capitoli che stiamo meditando, non può fare a meno di essere colpito dalla grazia meravigliosa che ha potuto interessarsi di un essere come Giacobbe e dire ancora, dopo aver scoperto tutto ciò che vi era in lui: «Egli non scorge iniquità in Giacobbe, non vede perversità in Israele» (Numeri 23:21). Dio non dice che non v’è iniquità in Giacobbe e ingiustizia in Israele: una tale asserzione non sarebbe vera e non darebbe al cuore quella certezza che, al di sopra di ogni cosa, Dio vuole infondere. Dire a un povero peccatore che in lui non v’è alcun peccato, non gli darebbe la minima sicurezza: egli sa, anche troppo bene, che vi è del peccato in lui. Ma se Dio gli dice che in lui non vede peccato a motivo del perfetto sacrificio di Cristo, la pace entrerà certamente nel suo cuore e nella sua coscienza.

Se Dio avesse prescelto Esaù, non avremmo assistito al medesimo spiegamento di grazia, per il fatto che Esaù non ci appare sotto una luce così sfavorevole come Giacobbe. Più l’uomo si abbassa ai suoi propri occhi, più la grazia di Dio si eleva ed è magnificata. Nella misura con la quale, a mia valutazione, il mio debito si moltiplica da cinquanta a cinquecento denari, l’apprezzamento che faccio della grazia aumenta proporzionalmente e così pure l’esperienza che ho di quell’amore che, quando non avevamo «di che pagare», rimise «il nostro debito» (Luca 7:42). Con ragione, dunque, l’apostolo dice: «È bene che il cuore sia reso saldo dalla grazia e non da pratiche relative a vivande, dalle quali non ritrassero alcun giovamento quelli che le osservarono» (Ebrei 13:9).

      25. Capitoli da 32 a 34: Di ritorno in Canaan

          25.1 Gli arrangiamenti umani e la preghiera

«Giacobbe continuò il suo cammino, e gli si fecero incontro degli angeli di Dio».

Nonostante tutto, la grazia di Dio accompagna Giacobbe. Nulla potrebbe far mutare l’amore di Dio; egli ama d’un amore immutabile. Chi è amato da lui, lo è fino alla fine; il suo amore è come lui, «lo stesso ieri, oggi e in eterno» (Ebrei 13:8).

Quanto scarso effetto il «campo di Dio» abbia avuto su Giacobbe, possiamo rilevarlo da ciò che questo capitolo ci riferisce di lui. «Giacobbe mandò davanti a sè dei messi a Esaù suo fratello nel paese di Seir, nella campagna di Edom» (v. 3). Certamente non si sente a suo agio pensando di incontrarsi con Esaù e il motivo c’era: aveva agito molto male nei suoi confronti e la sua coscienza non era tranquilla. Ma, invece di abbandonarsi nelle braccia di Dia interamente, egli ricorre di nuovo, per distogliere l’ira di Esaù, ai suoi abituali espedienti. Cerca di lusingare Esaù, invece di appoggiarsi a Dio. «E dette loro quest’ordine: direte così ad Esaù, mio signore: così dice il tuo servo Giacobbe: Io ho soggiornato presso Labano, e vi sono rimasto fino ad ora» (v. 4). Tutto questo rivela un’anima lontana dall’avere il suo centro in Dio. «Mio signore» e «tuo servo» non sono espressioni di fratello a fratello, né di persona che ha il sentimento della dignità che la presenza di Dio conferisce. È il linguaggio di Giacobbe, di Giacobbe che ha una cattiva coscienza.

«E i messi tornarono a Giacobbe, dicendo: siamo andati dal tuo fratello Esaù ed eccolo che ti viene incontro con quattrocento uomini. Allora Giacobbe fu preso da gran paura e angosciato» (v. 6-7). Cosa farà quindi? S’abbandonerà a Dio? No; incomincia ad escogitare degli accomodamenti. «Divise in due schiere la gente che era con lui, i greggi, gli armenti, i cammelli, e disse: se Esaù viene contro una delle schiere e l’abbatte, la schiera che rimane potrà salvarsi». Il primo pensiero di Giacobbe è sempre di fare dei piani. In questo c’è un’immagine veritiera del povero cuore dell’uomo. È vero che dopo aver organizzato il suo piano, si rivolge all’Eterno e grida a lui perché lo liberi, ma appena finito di pregare torna a volgersi ai propri espedienti. Ora, pregare e fare dei piani sono due cose che non vanno d’accordo: quando io metto in opera i miei disegni, finisco col riposare più o meno su di essi; quando prego, devo confidare esclusivamente in Dio. Quando i miei sguardi sono assorbiti dai miei propri piani, non sono preparato a vedere Dio intervenire in mio favore; allora, la preghiera non è l’espressione dello stato in cui mi trovo, ma il cieco compimento di qualcosa che credo sia necessario fare, o, fors’anche, la richiesta a Dio di santificare i miei disegni. Ma Dio non vuole che io gli chieda di santificare e di benedire i miei mezzi, bensi che io rimetta tutto nelle sue mani affinché sia lui ad intervenire in mio favore. Indubbiamente, quando la fede lascia agire Dio, Egli adopererà i propri mezzi; ma ciò è ben diverso dal riconoscere e benedire i piani e gli arrangiamenti dell’incredulità e dell’impazienza. La differenza non è mai troppo compresa.

Sebbene Giacobbe abbia chiesto a Dio che lo liberasse da suo fratello Esaù, appare evidente che non aveva fiducia nel suo intervento poiché cerca di «placarlo con un dono». La sua fiducia si basa sul dono e non su Dio soltanto. «Il cuore è ingannevole più d’ogni altra cosa e insanabilmente maligno» (Geremia 17:9). È sovente difficile scoprire quale sia il vero fondamento della nostra fiducia. Spesso immaginiamo, e cerchiamo di pesuadercene, di appoggiarci su Dio quando, invece, abbiamo posto la fiducia in qualche sistema di nostra invenzione. Chi avesse udito Giacobbe pregare così: «Liberami dalle mani di mio fratello, dalle mani di Esaù: perché io ho paura di lui e temo che venga e mi dia addosso non risparmiando né madre né bambini», come avrebbe immaginato che Giacobbe potesse dire ancora «io lo placherò col dono che mi precede»? Aveva forse dimenticato la preghiera che aveva fatto? Faceva del dono un dio? Riponeva la fiducia negli animali piuttosto che in Dio a cui, proprio allora, aveva affidato la sua sorte? Queste domande vengono spontanee, per tutto ciò che ci è riferito qui di Giacobbe, e possiamo leggerne la risposta nello specchio del nostro cuore. Sarà lui ad insegnarci, non meno della storia di Giacobbe, come siamo disposti ad appoggiarci di più sui piani elaborati dalla nostra sapienza che su Dio; ma, in questo modo, non si ricava mai nulla di buono. Siamo spesso contentissimi di noi stessi quando i nostri espedienti sono stati accompagnati da preghiera o abbiamo adoperato tutti i mezzi consentiti, e chiesto a Dio di benedirli; ma in tali casi, le nostre preghiere non valgono molto di più dei nostri piani, dato che ci basiamo su essi piuttosto che su Dio. Bisogna che arriviamo al punto di porre fine a tutto ciò che è il prodotto dei nostro «io», perché Dio possa manifestarsi; e, perché possiamo farla finita con i nostri piani, bisogna che questo sia prima avvenuto con noi stessi, bisogna che impariamo a riconoscere che «ogni carne è come l’erba e tutta la sua grazia è come il fiore del campo» (Isaia 40:6).

          25.2 Giacobbe a Peniel

Nel capitolo di cui ci stiamo occupando, Giacobbe è condotto a questo. Dopo aver preso tutte le sue precauzioni la Parola ci dice: «Giacobbe rimase solo, e un uomo lottò con lui fino all’apparir dell’alba» (v. 24). Incomincia qui una nuova fase della storia di questo uomo notevole.

Per arrivare ad una esatta cognizione di noi stessi e delle nostre vie, è necessario che ci siamo trovati soli con Dio. Per conoscere il vero valore della nostra natura e delle sue invenzioni, bisogna che le pesiamo con la bilancia del santuario. Poco importa ciò che pensiamo di noi stessa o ciò che gli uomini possono pensare; l’importante è sapere ciò che ne pensa Dio; e, per saperlo, bisogna che siamo lasciati «soli», lontani dal mondo e dal nostro «io», lontani da qualunque pensiero, dai ragionamenti, dalle emozioni della natura, «soli» con Dio. «Giacobbe rimase solo, e un uomo lottò con lui». La Scrittura non ci dice, notiamolo bene, che Giacobbe lottò con un uomo, ma che un uomo lottò con lui. Sovente questo fatto è stato, erroneamente, presentato come un esempio dell’energia con la quale Giacobbe pregava. Dire che io lotto con un uomo o che un uomo lotta con me, sono due idee differenti; nel primo caso sono io che voglio ottenere qualcosa da un altro, nel secondo caso, invece, è un altro che vuole ottenere qualcosa da me. Dio lotta con Giacobbe per fargli sentire che non è altro che una debole e miserabile creatura; poi, vedendo che Giacobbe sostiene il combattimento contro di lui con tanta ostinazione, «gli toccò la commessura dell’anca e la commessura dell’anca di Giacobbe fu slogata».

Bisogna che la sentenza di morte sia scritta su ogni carne: bisogna aver afferrato la portata della croce di Cristo prima di poter camminare con Dio con fermezza e gioia. Abbiamo seguito Giacobbe attraverso tutti i sotterfugi e le attività del suo straordinario carattere; l’abbiamo visto arrangiarsi, fare dei piani per tutti i vent’anni in cui ha soggiornato presso Labano, ma soltanto quando è lasciato solo, si fa una giusta idea di quanto è debole e impotente. Essendo allora minata la sede della sua forza, impara a dire «non ti lascerò». Noti il lettore, che Giacobbe parla così soltanto quando l’articolazione dell’anca gli è stata lussata. Questo semplice fatto ci dà la chiave di tutta la scena. Se Dio lotta con Giacobbe è perché il suo scopo è di condurlo a questo punto. Per quanto nella preghiera abbia manifestato una certa potenza, vediamo che, subito dopo le parole di supplica rivolte a Dio, Giacobbe mette a nudo il segreto della sua fiducia, dicendo «io lo placherò col dono». Avrebbe parlato così se avesse compreso il significato della preghiera e cos’è la vera dipendenza da Dio? Certamente no. Iddio e la creatura debbono occupare, distintamente, ciascuno il proprio posto, e ciò si realizzerà nell’anima di chi conosce la santa realtà di una vita di fede. Ma, ahimè, è proprio a questo riguardo che pecchiamo, se si può su questo argomento, parlare degli altri! Nascondiamo la vera incredulità dei nostri cuori scaltri sotto la formula plausibile, apparentemente pia, che bisogna darsi da fare e ci illudiamo di rimetterci a Dio per la benedizione dei nostri mezzi. Ma, in realtà, è su questi che noi ci appoggiamo, non su Dio. Ci sia dato di capire quanto è falsa una simile via e di attaccarci a Dio solo, con più semplicità, affinché la nostra vita porti il carattere di un’elevata spiritualità che ci pone al di sopra delle circostanze che attraversiamo.

          25.3 Giacobbe diventa Israele

Non è facile arrivare a riconoscere la nullità della creatura, a tal punto da poter dire «non ti lascerò andare prima che tu m’abbia benedetto» (v. 26). Dire questo con sincerità di cuore e vivere nella potenza del significato di quelle parole, è il segreto della vera forza. Giacobbe parlò così soltanto quando l’articolazione della sua anca fu lussata, non prima. Lottò a lungo prima di cedere, poiché era forte la sua fiducia nella carne. Ma Dio può piegare fin nella polvere il carattere più ostinato; può colpire le risorse della forza naturale e imprimervi la sentenza di morte; fino a quel momento non esiste potenza né presso Dio né presso gli uomini. Bisogna essere prima «deboli» per essere poi «forti». La «potenza di Cristo» si poserà su me in proporzione alla conoscenza che ho delle mie debolezze (2 Cor. 12:9). Dio non può apporre il suggello dell’approvazione sulla forza della natura dell’uomo o sulla sua saggezza o sulla sua gloria; bisogna che tutte queste cose «diminuiscano» perché «egli cresca». La natura non servirà mai da piedistallo per la potenza della grazia di Cristo; se ciò fosse possibile, la carne avrebbe di che gloriarsi davanti a Dio, ma sappiamo che questo non avverrà mai.

Ora, dal momento che la manifestazione della gloria, del nome o del carattere di Dio, è legata all’annientamento della natura, è evidente che l’anima non può gioire di questa manifestazione prima che la natura sia stata realmente messa da parte. È per questo che Giacobbe, benché invitato a dire il proprio nome, che significa «soppiantatore», non ottiene nessuna rivelazione circa il nome di chi ha lottato con lui e che l’ha abbattuto fin nella polvere. Egli riceve per sè il nome di «Israele», «principe», ed è già un notevole progresso; ma quando dice «deh, palesami il tuo nome», riceve la risposta: «perché mi chiedi il mio nome?». Dio rifiuta di rivelargli il suo nome, benché abbia indotto Giacobbe a dirgli la verità riguardo a se stesso e lo abbia, di conseguenza, benedetto. Quanti casi analoghi sono racchiusi negli annali della famiglia di Dio! L’«io» è messo a nudo in tutta la sua morale mostruosità; e ciò che Dio è, non è compreso praticamente neppure quando è venuto così vicino a noi e ci ha benedetti nella misura in cui ci siamo resi conto di ciò che siamo.

Giacobbe riceve il nuovo nome di «Israele» quando la giuntura dell’anca è stata colpita. Diviene un potente «principe» quando ha imparato e riconosciuto di non essere altro che un debole uomo. L’Eterno gli risponde, tuttavia, «perché mi chiedi il mio nome» e non gli rivela il nome di colui che aveva messo a nudo il vero nome e la vera condizione di Giacobbe.

Impariamo da questo che essere benedetti da Dio e ricevere, per mezzo dello Spirito, la rivelazione del suo carattere sono due cose diverse. «E lo benedisse quivi» ma non gli rivelò il suo nome.

C’è sempre una benedizione nell’essere spinti a conoscersi; questo ci pone su un cammino in cui siamo resi capaci di discernere più chiaramente ciò che Dio è per noi in ogni minimo particolare. Avvenne così a Giacobbe. Da quando l’articolazione della sua anca è stata colpita, egli si trovò in una condizione alla quale solo Dio poteva bastare. Un misero zoppo poteva fare ben poco; era vantaggioso per lui rimettersi in qualcuno che era onnipotente.

Per finire questo capitolo, si può notare che il libro di Giobbe è, in un certo senso, un commento di questa scena della storia di Giacobbe. Da un capo all’altro dei primi trentun capitoli Giobbe lotta coi suoi amici e difende la propria tesi contro tutti i loro argomenti; ma al cap. 32, Dio, servendosi di Elihu, entra in lotta con lui; e al cap. 38 l’affronta direttamente nella piena manifestazione della sua grandezza e della sua gloria e gli trae di bocca quelle ben note parole: «Il mio orecchio aveva sentito parlare di te ma ora l’occhio mio t’ha veduto. Perciò mi ritratto, mi pento sulla polvere e sulla cenere» (Giobbe 42:5-6).

Dio gli aveva colpito l’articolazione dell’anca! E notate l’espressione: «l’occhio mio t’ha veduto». Giobbe non dice soltanto «ho visto me stesso» ma «ho visto te!» Soltanto la visione di ciò che Dio è può produrre un reale pentimento e l’orrore di se stesso. Avverrà così al popolo d’Israele, la cui storia ha una grande analogia con quella di Giobbe, quand’essi «riguarderanno a Colui che hanno trafitto e ne faran cordoglio», allora Dio li benedirà e li ristorerà pienamente; ed essi comprenderanno il significato di questa parola: «È la tua perdizione, o Israele, l’essere contro di me, contro il tuo aiuto» (Osea 13:9).

          25.4 Incontro con Esaù

Vedremo come tutte le paure di Giacobbe fossero senza fondamento e tutti i suoi piani inutili. Nonostante la lotta e la lussazione, che lo rese zoppo, prodottagli da Dio, Giacobbe continua a mettere in atto dei piani di sua invenzione. «Giacobbe alzò gli occhi, guardò, ed ecco Esaù che veniva avendo seco quattrocento uomini. Allora divise i figliuoli fra Lea, Rachele e le due serve. E mise davanti le serve e i loro figliuoli, poi Lea e i suoi figliuoli, e da ultimo Rachele e Giuseppe» (v. 1-2). I suoi timori non erano finiti; s’aspettava ancora la vendetta di Esaù ed espone per primi quelli a cui era meno affezionato. O inaudite profondità del cuore umano! Quanto è restio a confidare in Dio! Se Giacobbe si fosse realmente abbandonato a Dio, non avrebbe mai paventato la distruzione di sè e dei suoi. Ma, ahimè! sappiamo bene come il cuore stenti a riposare con semplicità, serenamente fiducioso, su un Dio onnipresente, onnipotente e infinitamente misericordioso.

Dio ci insegna qui come è vana tutta questa ansietà del cuore. «Ed Esaù gli corse incontro, l’abbracciò, gli si gettò al collo e lo baciò: e piansero». Il dono di Giacobbe non era necessario e il suo piano non era servito a nulla. Dio placò Esaù come già aveva fatto con Labano. Dio si compiace così di farci provare la viltà e l’incredulità del nostro povero cuore e di dissipare ogni nostra paura. Invece della spada di Esaù, Giacobbe incontra le braccia aperte di un fratello! Invece di dover combattere l’uno contro l’altro, essi confondono le loro lagrime.

Ecco le vie di Dio! Chi non confiderebbe in lui? Come si spiega che, nonostante le prove innumerevoli di fedeltà verso chi confida in lui, siamo, ad ogni nuova occasione, così disposti a dubitare e ad esitare? Ahimè! è perché non conosciamo abbastanza Dio. «Riconciliati dunque con Dio: avrai pace» (Giobbe 22:21). Per l’inconvertito come per il credente, tutto ciò è ugualmente vero. Conoscere Dio realmente, essergli veramente uniti, ecco la via della pace. «E questa è la vita eterna: che conoscano te, il solo vero Dio, e colui che tu hai mandato, Gesù Cristo» (Giov. 17:3).

Quanto più intimamente conosceremo Dio, tanto più solida sarà la nostra pace e noi saremo elevati al di sopra della nostra vecchia natura e ne saremo indipendenti. «Dio è una rocca»; non abbiamo che da appoggiarci su lui per sapere quanto egli sia ben disposto a sostenerci e potente per farlo.

          25.5 Giacobbe si stabilisce a Succot

Dopo questa dimostrazione della bontà di Dio, vediamo Giacobbe stabilirsi a Succot e, contrariamente al principi e allo spirito della vita di pellegrino, costruisce una casa come se quello fosse stato il suo ambiente. È evidente che Succot non era il luogo che Dio gli aveva destinato. L’Eterno non gli aveva detto «io sono l’Iddio di Succot» ma «sono l’Iddio di Bethel». È quindi Bethel che Giacobbe avrebbe dovuto avere in vista come meta principale. Ma noi siamo sempre portati ad accontentarci di una posizione e di una parte inferiori a quelle che Dio, nella sua bontà, vorrebbe assegnarci!

Poi Giacobbe prosegue fino a Sichem e vi compra un appezzamento di terreno, restando sempre al di fuori dei confini che Dio gli aveva assegnati e mostrando, dal nome che dà al suo altare, lo stato morale della sua anima. Lo chiama «all’Iddio di Giacobbe»; senza dubbio abbiamo il privilegio di conoscerlo come nostro Dio, ma è più elevato poterlo conoscere come l’Iddio della sua propria casa, ritenendoci appartenenti a questa casa. Il credente ha il privilegio di conoscere Cristo come suo «Capo» ma è un privilegio più grande ancora conoscerlo come Capo del suo corpo, la Chiesa, e sapere che noi siamo le membra di questo corpo.

Al cap. 35 vedremo Giacobbe spinto a farsi di Dio un’idea assai più elevata e più gloriosa, ma qui, a Sichem, la sua condizione morale è ancora poco elevata. Egli ne soffre ed è sempre così quando non sappiamo raggiungere la posizione assegnataci da Dio. Le due tribù e mezza che si stabilirono al di qua del Giordano, furono le prime a cadere nelle mani del nemico: la stessa cosa avvenne a Giacobbe.

          25.6 Guai a Sichem

Il cap. 34 ci mostra i frutti amari del soggiorno di Giacobbe a Sichem, la macchia che portò la sua famiglia nonostante gli sforzi di Simeone e Levi che avevano voluto cancellarla con la violenza e la forza della natura umana, commettendo un atto che aggiunse nuovo affanno ai dispiaceri di Giacobbe. Egli, a dire il vero, è più indignato della loro violenza che dell’insulto fatto alla figlia: «Allora Giacobbe disse a Simeone e a Levi: voi mi date grande affanno mettendomi in cattivo odore presso gli abitanti del paese, presso i Cananei ed i Ferezei. Ed io non ho che poca gente; essi si raduneranno contro di me e mi daranno addosso, e sarò distrutto: io con la mia casa» (v. 30). Sono le conseguenze che da quella faccenda avrebbero potuto derivare per lui e per la sua famiglia, a preoccupare di più Giacobbe. Pare che sia vissuto in una costante paura di qualche pericolo per sè e per la sua famiglia, manifestando ovunque un animo inquieto, pauroso, calcolatore, incompatibile con una vita di vera fede in Dio. Non è detto che Giacobbe non fosse un credente; come sappiamo egli ha un posto nel «gran nuvolo di testimoni» (Ebrei 11); però non camminò nell’esercizio abituale di questo principio divino e, di conseguenza, fece tristi cadute. Poteva la fede fargli dire: «sarò distrutto io con la mia casa» dal momento che Dio gli aveva fatto questa promessa «io ti guarderò...; ... io non ti abbandonerò» (cap. 28:15)? La promessa divina avrebbe dovuto tranquillizzargli il cuore, ma in realtà Giacobbe era più occupato del pericolo che correva fra i Sichemiti, che non della sicurezza nella quale si trovava fra le mani dell’Iddio della promessa. Avrebbe dovuto sapere che non un capello del suo capo sarebbe stato toccato; e invece di guardare a Simeone e a Levi o alle conseguenze del loro sconsiderato agire, avrebbe dovuto giudicare se stesso e chiedersi perché si era stabilito a Sichem. Se non si fosse trovato là, Dina non sarebbe stata disonorata e la violenza dei suoi figli non si sarebbe manifestata. Quanti cristiani vediamo immersi nei dispiaceri e negli affanni a causa della loro infedeltà, e li udiamo accusare le circostanze invece di giudicare se stessi! Un gran numero di genitori cristiani gemono e sono angosciati nel vedere la turbolenza, l’insubordinazione e la mondanità dei loro figli; ma il più delle volte non hanno che da biasimare se stessi, perché non hanno camminato fedelmente davanti a Dio riguardo alla loro famiglia. Giacobbe non avrebbe dovuto stabilirsi a Sichem e, dal momento che non possedeva una sensibilità delicata che gli facesse scoprire quell’errata posizione, Dio, nella sua fedeltà, si serve delle circostanze per castigarlo.

«Non v’ingannate; non si può beffarsi di Dio; poiché quello che l’uomo avrà seminato, quello pure mieterà» (Gal. 6:7). Questo è un principio che ha rapporto col governo morale di Dio, e alla cui applicazione nessuno può sfuggire; per il credente è una vera grazia l’essere chiamato a mietere i frutti dei propri errori. È una grazia essere spinti a provare, in un modo o nell’altro, quanto sia amaro allontanarsi o mantenersi a una certa distanza dall’Iddio vivente. Dobbiamo imparare che questo non è il luogo del nostro riposo, perché Dio non vuole darci un riposo contaminato. Sia benedetto il suo nome! Il desiderio di Dio è che dimoriamo in lui e con lui. Questa è la perfezione della sua grazia. Una falsa umiltà, frutto dell’incredulità, induce chi s’è sviato, o è rimasto indietro, a prendere una posizione inferiore a quella che Dio gli ha asseguata, perché non conosce il principio in base al quale Dio ristora chi è caduto, né in qual misura egli lo fa. Il figliuol prodigo chiede di diventare servo, non sapendo di non avere diritto né alla posizione di servo né a quella di figlio, e che sarebbe indegno per il carattere del padre porlo in una tale posizione. Bisogna andare a Dio su un principio e in modo degno di lui, oppure restarne lontani del tutto.

      26. Capitolo 35: Giacobbe a Bethel

«Iddio disse a Giacobbe: levati, vattene a Bethel, dimora quivi». Queste parole confermano ciò di cui ci siamo ora occupati. Quando c’è una caduta o un declino spirituale, il Signore chiama l’anima a ritornare a lui; «Ricordati dunque donde sei caduto, e ravvediti e fa le opere di prima» (Apoc. 2:5). Bisogna che l’anima ritorni al punto più elevato della sua posizione, che sia ricondotta alla misura divina. Il Signore non dice «ricordati dove sei», ma «ricordati dell’alta posizione da cui sei caduto». Solo così si impara come ci si è sviati, come si è caduti in basso e come si può ritornare sui propri passi; e quando siamo così ricondotti alla gloriosa e santa misura di Dio, allora soltanto possiamo giudicare la gravità del male della nostra condizione scaduta. Che quantità spaventosa di male si era accumulata sulla famiglia di Giacobbe, senza che fosse giudicato, prima che l’anima di Giacobbe fosse risvegliata da questo appello: «sali a Bethel»! Non era certo a Sichem, in quell’atmosfera impregnata di elementi impuri, che Giacobbe poteva scoprire tutto quel male e discernere di quello il vero carattere. Ma, dal momento che Dio lo chiama a recarsi a Bethel, «Giacobbe disse alla sua famiglia e a tutti quelli ch’erano con lui: Togliete gli dèi stranieri che sono fra voi, purificatevi, e cambiatevi i vestiti; e leviamoci, andiamo a Bethel, ed io farò quivi un altare all’Iddio che mi esaudì nel giorno della mia angoscia, e che è stato con me nel viaggio che ho fatto» (v. 2-3).

Il solo ricordo della casa di Dio fa vibrare l’anima del patriarca e gli fa ripassare nella mente, in un attimo, la storia di vent’anni densi di vicissitudini. A Bethel, non a Sichem, aveva appreso chi era Dio; per questo bisogna che ritorni a Bethel e che edifichi là un altare, su un principio e con un nome assolutamente diversi da quello di Sichem. Quest’ultimo era connesso a ogni sorta di impurità e di idolatria. Giacobbe poteva parlare di Dio, dell’Iddio di Israele, in mezzo a cose incompatibili con la santità della casa di Dio.

È importante afferrare questo. Non vi è nulla che possa conservarci in una vita di separazione dal male, con fermezza e intelligenza, come la coscienza di ciò che è la «casa di Dio» e di ciò che si confà a questa casa. Se guardo a Dio solo in vista di me stesso non avrò mai una piena e divina intelligenza di ciò che deriva da un giusto apprezzamento della relazione esistente fra Dio e la sua casa. Vi sono persone che non fanno molto caso a trovarsi associate con qualcosa di impuro nel culto che rendono a Dio, ammesso che siano sincere e diritte di cuore. In altri termini, credono di poter adorare a Sichem e pensano che un altare chiamato «Dio, l’Iddio di Israele» vada bene e sia altrettanto elevato, come uno chiamato «Dio di Bethel». È questo un deplorevole errore e il lettore spirituale scoprirà subito l’immensa differenza morale che c’è fra la condizione di Giacobbe a Sichem e la sua condizione a Bethel. Ebbene, la stessa differenza esiste fra i due altari. Le nostre idee riguardo al culto risentono necessariamente del nostro stato spirituale e quel culto sarà povero e limitato, oppure intelligente ed elevato, in proporzione al modo con cui avremo saputo comprendere il carattere di Dio e alla relazione nella quale ci troviamo con lui. Il nome del nostro altare e il carattere del nostro culto esprimono ambedue la stessa idea. Il culto reso all’Iddio di Bethel è più elevato di quello reso all’Iddio di Israele, perché il primo è connesso ad un’idea di Dio più elevata del secondo, dove Dio, anziché essere riconosciuto come Dio della sua casa, figura come l’Iddio di un solo individuo.

Indubbiamente, quel nome di «Dio di Israele» è l’espressione di una meravigliosa grazia e l’anima non può che sentirsi felice quando considera il carattere di un tale Dio che entra in relazione con ciascuna delle pietre della sua casa, ciascuno dei membri del suo corpo, individualmente. Ogni pietra dell’edificio di Dio è una «pietra vivente» in quanto legata all’«Iddio vivente» e avente comunione con l’«Iddio vivente» per mezzo dello «Spirito della vita». Ma, per quanto tutto questo sia vero, Dio è anche, e soprattutto, l’Iddio della sua casa: e quando, con un’intelligenza spirituale più sviluppata, siamo resi capaci di considerarlo come tale, tutto il nostro culto ne riceve un carattere più elevato.

L’appello rivolto a Giacobbe perché ritorni a Bethel racchiude anche un altro insegnamento. Dio gli dice: «Levati, vattene a Bethel, dimora quivi, e fa’ un altare all’Iddio che ti apparve, quando fuggivi dinanzi al tuo fratello Esaù» (v. 1). Molto spesso è utile che ci sia fatto ricordare ciò che eravamo nel periodo della nostra vita in cui ci siamo trovati al livello più basso, come all’ultimo gradino di una scala. È così che Samuele ricorda a Saul il tempo in cui egli «si reputava piccolo» (Sam. 15:17); ed è necessario per tutti noi il ricordo di quando eravamo «piccoli ai nostri propri occhi». In quella posizione, il cuore riposa realmente in Dio. Più tardi crediamo di essere qualcosa e bisogna che il Signore ci faccia di nuovo sentire che non siamo nulla. All’inizio di una carriera di servizio o di testimonianza, quale sentimento ha l’anima della propria debolezza e incapacità e, di conseguenza, quale bisogno di appoggiarsi su Dio! Quante ferventi preghiere fa salire a lui per ottenere forza e soccorso! Poi, quando abbiamo lavorato per molto tempo, acquistiamo un’opinione migliore di noi stessi: pensiamo di poter camminare da soli o, almeno, non abbiamo più la stessa sensazione della nostra debolezza e non dipendiamo più, come prima, da Dio: allora il nostro servizio diventa povero, vuoto, verboso, privo di unzione e di potenza; non sgorga più dalla sorgente inesauribile dello Spirito, ma dai nostri miserabili pensieri.

Nei versetti 9-15 Dio rinnova la promessa a Giacobbe e gli conferma il nuovo nome di «principe», datogli da lui stesso in luogo di quello di «soppiantatore», e Giacobbe chiama ancora una volta quel luogo col nome di «Bethel».

Il versetto 18 ci dà un interessante esempio della differenza che c’è fra il giudizio della fede e quello della natura umana. Quest’ultima vede le cose attraverso la nebbia che la circonda, mentre la fede le vede alla luce della presenza e dei pensieri di Dio. E Rachele «come stava per rendere l’anima (perché morì) pose nome al bimbo Ben-oni, ma il padre lo chiamò Beniamino». La natura umana gli pone nome «figlio del mio dolore», ma la fede lo chiama «figlio della mia destra».

È sempre così: i pensieri della natura differiscono sempre da quelli della fede e noi dovremmo desiderare ardentemente che i nostri cuori siano diretti da questi.

      27. Capitolo 36: La discendenza di Esaù

Questo capitolo contiene la genealogia dei figli di Esaù, con i nomi e il luogo della loro abitazione. Non ci soffermeremo, ma passeremo subito a una delle più ricche e interessanti parti della Scrittura.

      28. Capitolo 37: Giuseppe e i suoi fratelli

          28.1 Una figura di Cristo

Non conosco una figura di Cristo più bella e più perfetta di quella di Giuseppe, sia che lo consideriamo come l’oggetto dell’amore del padre, dell’odio dei «suoi», o nella sua umiliazione, nella sofferenza e nella morte, o nella sua esaltazione e nella gloria.

Conosciamo, dal capitolo 37, i sogni di Giuseppe che risvegliarono l’odio dei suoi fratelli. Giuseppe era l’oggetto dell’amore del padre, era chiamato a un destino glorioso, e poiché il cuore dei fratelli non era in comunione con quello del padre ed era estraneo a tutto ciò che attendeva Giuseppe, essi lo odiavano. Non condividevano l’amore del padre per Giuseppe e non volevano sottomettersi al pensiero che egli dovesse essere innalzato. In questo, i fratelli di Giuseppe rappresentano i Giudei ai giorni di Cristo. «È venuto in casa sua e i suoi non l’hanno ricevuto» (Giov. 1:11); «Non aveva forma né bellezza da attirare i nostri sguardi, né apparenza, da farcelo desiderare» (Isaia 53:2). Non vollero riconoscerlo né come figlio di Dio né come re di Israele. I loro occhi non erano aperti per contemplare «la sua gloria, gloria come quella dell’Unigenito venuto d’appresso al Padre» (Giov. 1:14). Non l’hanno voluto; non solo: l’hanno odiato!

Ma Giuseppe, sebbene non fosse ricevuto dai suoi fratelli, rimane fermo nella propria testimonianza. «Or Giuseppe ebbe, un sogno, e lo raccontò ai suoi fratelli; e questi l’odiarono più che mai... ebbe ancora un altro sogno e lo raccontò ai suoi fratelli». Non faceva altro che rendere una semplice testimonianza, basata su una rivelazione divina, ma che lo avrebbe fatto scendere nella cisterna. Se avesse taciuto, se avesse lasciato smussarsi il filo tagliente e la potenza della sua testimonianza, sarebbe stato risparmiato, senza dubbio: ma egli dice ai suoi fratelli tutta la verità e perciò l’odiarono!

La stessa cosa avvenne al grande «antitipo» di Giuseppe. Cristo testimoniò della verità (Giov. 18:37): fece «la bella confessione» (1 Tim. 6:13); non nascose nulla della verità e la manifestò nel suo parlare, perché egli stesso era la verità; e l’uomo rispose alla sua testimonianza con la croce, la spugna imbevuta d’aceto e la lancia del soldato. La testimonianza di Cristo era connessa alla gloria più piena, più ricca, più perfetta. Venne non solo come «la verità» ma anche come l’espressione perfetta di tutto l’amore del cuore del Padre. «La grazia e la verità son venute per mezzo di Gesù Cristo» (Giov. 1:17). Egli era la rivelazione perfetta, all’uomo, di ciò che Dio era. Per questo l’uomo è senza scusa (Giov. 15:22-25).

Egli venne a manifestare Dio all’uomo; e l’uomo odiò Dio di un odio perfetto. Vediamo questo alla croce; e la fossa in cui Giuseppe è stato gettato dai suoi fratelli ce ne dà già una commovente immagine.

«Essi lo scorsero da lontano; e prima ch’egli fosse loro vicino, macchinarono d’ucciderlo. E dissero l’uno all’altro: ecco cotesto sognatore che viene! Ora dunque venite, uccidiamolo, e gettiamolo in una di queste cisterne; diremo poi che una mala bestia l’ha divorato, e vedremo che ne sarà de’ suoi sogni» (37:18-20).

Queste parole ci ricordano in modo commovente la parabola dei vignaiuoli del cap. 21 dell’Evangelo secondo Matteo. «Finalmente mandò loro il suo figliuolo, dicendo: avranno rispetto al mio figliuolo. Ma i lavoratori, veduto il figliuolo dissero tra di loro: costui è l’erede, venite, uccidiamolo, e facciam nostra la sua eredità. E presolo, lo cacciarono fuori della vigna, e l’uccisero». Dio mandò il suo figliuolo nel mondo dicendo: «Avranno rispetto al mio figliuolo», ma, ahimè! il cuore dell’uomo non ebbe alcun rispetto per il «diletto» del Padre. Lo gettarono fuori! La terra e il cielo erano, e sono tuttora, divisi e opposti a causa di Cristo; l’uomo l’ha crocifisso, ma Dio l’ha risuscitato dai morti; l’uomo l’ha posto su una croce fra due ladroni, Dio l’ha fatto sedere alla propria destra nei cieli; l’uomo gli ha assegnato l’ultimo posto sulla terra, Dio gli ha offerto la posizione più elevata nei cieli e l’ha rivestito della più splendida maestà.

          28.2 Le sofferenze e la gloria

Troviamo tutto questo nella storia di Giuseppe. «Giuseppe è un ramo d’albero fruttifero; un ramo d’albero fruttifero vicino a una sorgente; i suoi rami si stendono sopra il muro. Gli arcieri l’hanno provocato, gli han lanciato dei dardi, l’hanno perseguitato, ma l’arco suo è rimasto saldo; le sue braccia e le sue mani sono state rinforzate dalle mani del potente di Giacobbe, da colui che è il pastore e la roccia d’Israele, dall’Iddio di tuo padre che t’aiuterà, e dall’Altissimo che ti benedirà con benedizioni del cielo di sopra, con benedizioni dell’abisso che giace di sotto, con benedizioni delle mammelle e del seno materno. Le benedizioni di tuo padre sorpassano le benedizioni dei miei progenitori, fino a raggiunger la cima delle colline eterne. Esse saranno sul capo di Giuseppe, sulla fronte del principe dei suoi fratelli» (49:22-26).

Questi versetti dipingono in modo ammirevole il quadro «delle sofferenze di Cristo, e delle glorie che dovevano seguire» (1 Pietro 1:11). «Gli arcieri» hanno agito contro di lui, ma Dio è stato più forte di loro. Hanno tirato contro il vero Giuseppe e l’hanno gravemente ferito nella casa dei suoi amici, ma «le sue braccia e le sue mani sono state rinforzate» nella potenza della risurrezione; ora la fede lo riconosce come il fondamento su cui poggiano tutti i disegni di Dio per la benedizione e la gloria della Chiesa, di Israele, e dell’intera creazione. Se consideriamo Giuseppe nella cisterna e in prigione, poi come vicerè d’Egitto, vediamo la differenza che c’è tra i pensieri di Dio e quelli degli uomini; la stessa differenza la constatiamo quando guardiamo la «croce» e poi il «trono della Maestà nei cieli».

È stata la venuta di Cristo a mettere a nudo ciò che l’uomo realmente provava per Dio. «S’io non fossi venuto e non avessi loro parlato non avrebbero colpa» (Giov. 15:22). Non che gli uomini non sarebbero stati peccatori ma «non avrebbero avuto colpa». È detto pure, in un altro passo, «Se foste ciechi, non avreste alcun peccato» (Giov. 9:41). Dio, nella persona del Figlio, è venuto vicinissimo all’uomo, per cui questi ha potuto dire: «Ecco l’erede», ed ha aggiunto: «Venite, uccidiamolo». Per questo «non hanno scusa del loro peccato» (Giov. 15:22). Chi dice di vedere, non ha scusa. La gravità consiste non nell’essere ciechi, se si confessa di esserlo, ma nel fare professione di vedere. In un tempo di professione esteriore come il nostro, questo principio è ancor più serio.

Gli occhi di chi sa di essere cieco possono essere aperti da Gesù; ma che fare a colui che crede di vedere, e in realtà non vede?

      29. Capitolo 38: Giuda e sua famiglia

Questo capitolo ci mostra una di quelle notevoli circostanze nelle quali la grazia di Dio trionfa gloriosamente sul peccato dell’uomo.

«È ben noto che il nostro Signore è sorto dalla tribù di Giuda» (Ebrei 7:14). In che modo? «Giuda generò Fares e Zara da Tamar» (Matteo 1:3).

Questo fatto merita tutta l’attenzione dei nostri cuori. Nella sua infinita grazia, Dio si eleva al di sopra del peccato e della follia dell’uomo, per compiere i disegni del suo amore e della sua misericordia. Così, poco dopo, in questo stesso Evangelo, leggiamo «Davide generò Salomone da quella ch’era stata moglie d’Uria». È degno di Dio agire così. Lo Spirito ci fa seguire la genealogia di Cristo secondo la carne e mette in questo elenco i nomi di Tamar e Bath-Sheba! È evidente che là non v’è nulla di umano. Alla fine di questo capitolo di Matteo arriviamo a Dio manifestato in carne, rivelato come tale dalla penna dello Spirito Santo. L’uomo non avrebbe mai potuto inventare una simile genealogia. Da un punto all’altro essa è divina e nessun uomo spirituale può leggerla senza trovare, nel suo contesto, una manifestazione della grazia di Dio e della divina ispirazione di quest’Evangelo (confr. 2 Samuele 11 e Genesi 38 con Matteo 1).

      30. Capitoli da 39 a 45: Giuseppe in Egitto

          30.1 Gli atti degli uomini e i disegni di Dio

Leggendo queste parti così interessanti del libro di Dio, «si scopre una mirabile concatenazione di avvenimenti provvidenziali che tendono tutti a un grande fine principale, cioè l’esaltazione dell’uomo che è stato nella cisterna e che, nello stesso tempo, raggiungono fini subordinati «affinché i pensieri di molti cuori siano rivelati» (Luca 2:35); Giuseppe doveva essere esaltato. «Poi chiamò la fame sul paese e fece mancare del tutto il sostegno del pane. Mandò dinanzi a loro un uomo. Giuseppe fu venduto come schiavo. I suoi piedi furono serrati nei ceppi, ei fu messo in catene di ferro, fino al tempo che avvenne quello che aveva detto, e la parola dell’Eterno, nella prova, gli rese giustizia. Il re mandò a farlo sciogliere, il dominatore dei popoli lo mise in libertà; lo costituì signore della sua casa e governatore di tutti i suoi beni per incatenare i principi a suo talento e insegnare ai suoi anziani la sapienza» (Salmo 105:16-22).

Lo scopo principale di tutte queste dispensazioni, bisogna che lo notiamo, era di esaltare colui che gli uomini avevano rigettato e di far sentire a questi stessi uomini il peccato da essi commesso rigettandolo. E tutto ciò si realizza meravigliosamente. Le circostanze meno importanti come le più solenni, quelle che paiono le più favorevoli come quelle che sembrano le più avverse, servono per l’adempimento dei disegni di Dio. Satana, al cap. 39, si serve della moglie di Potifarre per cacciare Giuseppe in prigione; al cap. 40 si serve della negligenza e dell’ingratitudine del gran coppiere per farlo rimanere là. Ma tutto è inutile. Dio era dietro la scena e dirigeva con la propria mano tutte le sequenze di questa vesta concatenazione di circostanze e, al momento giusto, fa apparire l’uomo dei suoi consigli e lo stabilisce in una posizione elevata.

È la prerogativa di Dio essere sempre al di sopra di tutto; egli può stabilire che ogni cosa serva per il compimento dei suoi disegni grandi e impenetrabili. Come siamo felici di poter seguire così, in ogni frangente, la mano e i disegni del nostro Padre; e com’è dolce sapere che egli dispone sovranamente di tutti gli strumenti, angeli, uomini, demoni; li tiene tutti sotto la sua potente mano e li adopera tutti, a suo piacimento, per l’esecuzione dei suoi piani.

Tutto questo ci è presentato in modo particolare nei capitoli che stiamo meditando. Dio visita la casa di un ufficiale pagano, quella di un re pagano; non solo questo, ma visita il re sul proprio letto e fa persino concorrere le visioni della sua mente all’attuazione dei suoi sovrani consigli. Ma Dio non adopera soltanto gli individui e le loro circostanze; l’Egitto e tutti i paesi circostanti sono chiamati a comparire sulla scena; in poche parole la terra tutta è stata preparata dalla mano di Dio per essere il teatro della manifestazione della gloria e della grandezza «di colui ch’è principe tra i suoi fratelli» (Deut. 33:16). Tali sono le vie di Dio; ed è un esercizio benedetto ed edificante, per un figliuolo di Dio, seguire così l’opera meravigliosa del suo Padre celeste.

Fermatevi un istante nella prigione del capitano delle guardie, vedrete un uomo «nei ceppi» (Salmo 105:18), accusato del più orribile dei misfatti, disprezzato e rigettato dalla società, poi contemplatelo innalzato, in un momento, alla più alta carica! Chi potrebbe negare la presenza di Dio in tutto ciò?

«E Faraone disse a Giuseppe: giacché Iddio t’ha fatto conoscere tutto questo, non v’è alcuno che sia intelligente e savio al pari di te. Tu sarai sopra la mia casa, e tutto il mio popolo obbedirà ai tuoi ordini; per il trono soltanto, io sarò più grande di te. E Faraone disse a Giuseppe: vedi, io ti stabilisco su tutto il paese d’Egitto. E Faraone si tolse l’anello di mano e lo mise alla mano di Giuseppe; lo fece vestire di abiti di lino fino, e gli mise al collo una collana d’oro. Lo fece montare sul suo secondo carro e davanti a lui si gridava: In ginocchio! Così Faraone lo costituì su tutto il paese d’Egitto. E Faraone disse a Giuseppe: lo son Faraone! e senza te nessuno alzerà la mano o il piede in tutto il paese d’Egitto» (cap. 41:39-44). Questo innalzamento di Giuseppe non era una cosa comune! Lo svolgersi degli avvenimenti che concorrono ad effettuarlo dimostra chiaramente che tutto era diretto dalla mano di Dio.

          30.2 Giuseppe, meravigliosa figura di Cristo

Nello stesso tempo, le differenti circostanze per le quali Giuseppe passa, sono per noi un’eccezionale figura delle sofferenze e della gloria del Signore Gesù. Giuseppe è tratto dalla fossa e dalla prigione, dove l’avevano messo l’invidia dei suoi fratelli e il falso giudizio dei gentili, per essere stabilito governatore su tutto il paese d’Egitto, e, più ancora, per diventare lo strumento della benedizione a Israele e il sostegno della vita sua e di tutto il mondo.

Tutto ciò è figurativo riguardo a Cristo e, in verità, non potrebbe esservi un tipo più perfetto. Un uomo spinto dalla mano dell’uomo nel luogo della morte, poi risuscitato dalla mano di Dio ed elevato in dignità e in gloria. «Uomini Israeliti, udite queste parole: Gesù il Nazareno, uomo che Dio ha accreditato fra voi mediante opere potenti e prodigi, e segni che Dio fece per mezzo di lui fra voi, come voi stessi ben sapete, quest’uomo, allorché vi fu dato nelle mani per il determinato consiglio e per la prescienza di Dio, voi, per man d’iniqui, inchiodandolo sulla croce lo uccideste; ma Dio lo risuscitò, avendo sciolti gli angosciosi legami della morte, perché non era possibile ch’egli fosse da essa ritenuto» (Atti 2:22-24).

Oltre i punti che abbiamo segnalato, vi sono, nella storia di Giuseppe, altri due avvenimenti che rendono l’allegoria ammirevolmente perfetta: il suo matrimonio con una donna straniera al cap. 41 e l’intervista coi suoi fratelli al cap. 45. Tali avvenimenti si succedono con quest’ordine: Giuseppe si presenta ai fratelli come mandato dal padre; lo rigettano e, per quanto sta a loro, lo fanno scendere nel sepolcro. Dio lo trae dalla fossa e lo eleva alla più alta dignità; nella sua posizione elevata, sposa una donna e, quando i fratelli secondo la carne, prostrati davanti a lui, sono completamente umiliati, egli si fa riconoscere, li tranquillizza e li introduce nella benedizione; poi diventa il canale della benedizione per loro e per il mondo intero.

          30.3 Una moglie, compagna della sua gloria

Non saranno superflue alcune osservazioni sul matrimonio di Giuseppe e il ristoramento dei suoi fratelli. La moglie straniera è la figura della Chiesa. Cristo si presenta ai Giudei e, rigettato, si stabilisce negli alti cieli da dove manda lo Spirito Santo per radunare una Chiesa prescelta, composta di Giudei e Gentili destinati ad essere uniti a lui nella gloria celeste. Abbiamo già parlato della dottrina della Chiesa quando ci siamo occupati del cap. 24; ma troviamo qui qualche nuovo particolare sullo stesso soggetto. La sposa egiziana di Giuseppe era intimamente associata a lui nella gloria (*); essendo una con lui, aveva parte a tutto ciò ch’era suo; inoltre, per la sua prossimità e intimità con lui, occupava un posto notevole presso colui ch’essa sola conosceva. È la stessa cosa dell’Assemblea, la sposa dell’Agnello; essa è unita a Cristo per partecipare al suo rigettamento e alla sua gloria. È la posizione di Cristo che dà il carattere alla posizione della Chiesa ed è questa posizione che dovrebbe sempre caratterizzare il cammino della Chiesa. Se siamo uniti a Cristo, lo siamo come elevati in gloria, non nell’umiliazione quaggiù: «Talche, d’ora in poi, noi non conosciamo più alcuno secondo la carne; e se anche abbiamo conosciuto Cristo secondo la carne, ora però non lo conosciamo più così» (2 Cor. 5:16) . Il centro del radunamento dell’Assemblea è Cristo: «E io, quando sarò innalzato dalla terra, trarrò tutti a me» (Giov. 12:32). La piena comprensione di questo principio ha un’importanza pratica più grande di quanto possa sembrare alla prima. Lo scopo di Satana, così come la tendenza dei nostri cuori, è di farci rimanere indietro rispetto alle vie che Dio ha in ogni cosa e soprattutto per quanto riguarda il centro della nostra unità come cristiani. Molti credono che sia il sangue di Cristo a costituire il centro dell’unità dei santi. Il sangue infinitamente prezioso di Cristo è ciò che ci fa, individualmente, adoratori alla presenza di Dio. È il sangue che costituisce il fondamento divino della nostra comunione con Dio. Ma quando si tratta del nostro centro di unità come Assemblea (Chiesa), non bisogna perdere di vista che lo Spirito Santo ci raduna attorno alla persona di un Cristo crocifisso e glorificato; questa grande verità imprime il suo santo e glorioso carattere alla nostra unità come cristiani. Se ci poniamo su un terreno meno elevato, cadiamo inevitabilmente in una setta; se ci raduna un ordinamento, sia pure importante, o una verità, sia pure fondata, abbiamo per centro qualcosa che è meno di Cristo.

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(*) La moglie di Giuseppe raffigura la Chiesa unita a Cristo nella sua gloria; la moglie di Mosè raffigura la Chiesa unita a lui nel rigettamento.
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È dunque molto importante valutare le conseguenze pratiche che ne derivano: noi siamo riuniti intorno a un capo risuscitato e glorificato nei cieli. Se Cristo fosse sulla terra, saremmo radunati attorno a lui quaggiù; ma poiché Egli siede nei cieli, l’Assemblea trae il proprio carattere dalla posizione del suo «Capo» lassù. Per questo Cristo poteva dire: «Essi non sono del mondo come io non sono del mondo» e ancora: «E per loro io santifico me stesso, affinché anch’essi siano santificati in verità» (Giov. 17:16-19). Così pure nella prima epistola di Pietro (2:4-5) è scritto: «Accostandovi a lui, pietra vivente, riprovata bensì dagli uomini ma innanzi a Dio eletta e preziosa, anche voi, come pietre viventi, siete edificati qual casa spirituale, per essere un sacerdozio santo, per offrire sacrifici spirituali accettevoli a Dio per mezzo di Gesù Cristo». Se siamo riuniti attorno a Cristo, bisogna che lo siamo attorno a lui tale qual egli è là dove si trova; e più entriamo, per mezzo dell’insegnamento dello Spirito, nella conoscenza di queste cose, meglio comprenderemo quale è il cammino che si addice.

Non è nella cisterna e nemmeno nella prigione che la sposa di Giuseppe gli era unita, ma nella dignità e nella gloria della sua posizione in Egitto; per quanto la riguarda, ci è facile discernere la differenza che c’è fra le due posizioni. Più avanti leggiamo: «Prima che venisse il primo anno della carestia, nacquero a Giuseppe due figliuoli». Doveva venire un tempo di prova ma, prima, ci mostra il frutto della sua unione; sono chiamati all’esistenza i figli che Dio gli aveva dati. La stessa cosa avverrà alla Chiesa: tutti i membri che la compongono saranno chiamati, il corpo sarà completato e riunito alla testa nei cieli prima della «grande afflizione» o «tribolazione» (Matteo 24:21) che verrà su tutto il mondo abitato.

          30.4 Restaurazione dei fratelli di Giuseppe

Esaminiamo ora il colloquio intercorso tra Giuseppe ed i suoi fratelli. Esso rassomiglia in più punti alla storia di Israele negli ultimi giorni. Durante il periodo in cui Giuseppe fu nascosto ai fratelli, questi furono chiamati ad attraversare una prova grande e profonda e a passare per esercizi di coscienza assai dolorosi. In uno di questi momenti di tristezza aprirono il loro cuore, dicendo: «Sì, noi fummo colpevoli verso il nostro fratello, giacché vedemmo l’angoscia dell’anima sua quando egli ci supplicava e noi non gli demmo ascolto! Ecco perché ci viene addosso quest’angoscia. E Ruben rispose loro dicendo: non ve lo dicevo io: non commettete questo peccato contro il fanciullo? Ma voi non mi voleste dare ascolto. Perciò, ecco che il suo sangue ci è ridomandato» (cap. 42:21-22). Poi, al cap. 44: «Giuda rispose: che diremo al mio signore? Quali parole useremo? O come ci giustificheremo? Dio ha ritrovato l’iniquità dei suoi servitori».

Nessuno può insegnare come Dio. Nessuno può produrre nell’anima il sentimento reale del peccato e la coscienza del proprio stato davanti a Dio. L’uomo prosegue, incurante, la sua professione di peccato finché i dardi dell’Onnipotente gli trafiggono la coscienza; allora deve passare per questi dolorosi esercizi di cuore e di coscienza che non possono trovare conforto se non nelle immense ricchezze dell’amore redentore. I fratelli di Giuseppe non avevano la minima idea di ciò che sarebbe derivato per loro dalla loro condotta verso di lui: «Lo presero e lo gettarono nella cisterna... poi si misero a sedere per prender cibo». «Guai a quelli che... bevono il vino in larghe coppe e s’ungono con gli oli più squisiti, ma non s’addolorano per la ruina di Giuseppe» (Amos 6:6).

Tuttavia, mediante vie meravigliose Dio tocca il cuore dei fratelli di Giuseppe ed esercita la loro coscienza. Erano trascorsi molti anni e i fratelli di Giuseppe avevano potuto illudersi che tutto sarebbe andato bene; ma i «sette anni di abbondanza e i sette anni di carestia» sopraggiungono, e cosa reppresentano? Da dove provengono? A cosa devono servire? Meravigliosa provvidenza! Saggezza incomprensibile di Dio! La fame si fa sentire nel paese di Canaan, e i bisogni della fame spingono quei fratelli colpevoli ai piedi di colui che hanno oltraggiato! Come si mostra dappertutto la mano di Dio! La spada della convinzione ha trafitto la loro coscienza, ed essi si ritrovano in presenza dell’uomo che, «con mani inique» avevano gettato nella cisterna. La loro iniquità li ha ritrovati, ma in presenza di Giuseppe. Che beata posizione!

«Allora Giuseppe non potè più contenersi dinanzi a tutti gli astanti, e gridò: fate uscir tutti dalla mia presenza! E nessuno rimase con Giuseppe quand’egli si die’ a conoscere ai suoi fratelli» (cap. 45:1). A nessun estraneo è concesso di essere testimone di questa sacra scena; quale estraneo, infatti, avrebbe potuto comprenderla o apprezzarla? Ci è dato di vedere qui la vera e divina convinzione di peccato alla presenza della grazia di Dio; quando questa convinzione e questa grazia si incontrano, ogni questione è rapidamente risolta.

«E Giuseppe disse ai suoi fratelli: Deh, avvicinatevi a me! Quelli s’avvicinarono, ed egli disse: io son Giuseppe vostro fratello, che voi vendeste perché fosse menato in Egitto. Ma ora non vi contristate, né vi dolga d’avermi venduto perch’io fossi menato qua; poiché Iddio m’ha mandato innanzi a voi per conservarvi in vita. ... Dio mi ha mandato dinanzi a voi perché sia conservato di voi un resto sulla terra e per salvarvi la vita con una grande liberazione. Non siete dunque voi che m’avete mandato qua, ma è Dio». È proprio la grazia che pone la coscienza convinta di peccato in un perfetto riposo. I fratelli di Giuseppe si erano già giudicati ed egli non ha che da spandere il balsamo sui loro cuori contriti.

Tutto questo è una preziosa figura del modo con cui Iddio agirà riguardo a Israele negli ultimi giorni, allorché essi «riguarderanno a colui ch’essi hanno trafitto, e ne faranno cordoglio». Sperimenteranno allora la realtà della grazia divina e l’efficacia di quella «fonte aperta per la casa di Davide e per gli abitanti di Gerusalemme, per il peccato e per l’impurità» (Zacc. 12:10 e 13:1).

Nel cap. 3, vers. 13-15, degli Atti, vediamo lo Spirito Santo che cerca di produrre, per mezzo della voce di Pietro, questa convinzione divina nella coscienza dei Giudei: «L’Iddio d’Abramo, d’Isacco e di Giacobbe, l’Iddio de’ nostri padri ha glorificato il suo Servitore Gesù, che voi metteste in man di Pilato e rinnegaste dinanzi a lui, mentre egli aveva giudicato di doverlo liberare. Ma voi rinnegaste il Santo ed il Giusto, e chiedeste che vi fosse concesso un omicida; e uccideste il Principe della vita, che Dio ha risuscitato dai morti; del che noi siamo testimoni». Queste parole avevano lo scopo di far uscire dal cuore e dalla bocca degli uditori la confessione dei fratelli di Giuseppe: «Sì, noi fummo colpevoli!». Poi viene la grazia; «Ed ora, fratelli, io so che lo faceste per ignoranza, al pari dei vostri rettori, Ma quello che Dio aveva preannunziato per bocca di tutti i profeti, cioè che il suo Cristo soffrirebbe, egli l’ha adempiuto in questa maniera. Ravvedetevi dunque e convertitevi onde i vostri peccati siano cancellati, affinché vengano dalla presenza del Signore dei tempi di refrigerio» (vers. 17-20). Sebbene i Giudei abbiano dato libero corso all’inimicizia dei loro cuori facendo morire Gesù, come avevano fatto i fratelli di Giuseppe verso di lui, la grazia di Dio appare a ciascuno di loro nella dimostrazione che tutto è stato decretato e predetto da Dio per la loro benedizione. È la grazia perfetta: grazia che supera ogni nostro pensiero; ma, per gioirne, bisogna che la verità di Dio abbia prodotto nella coscienza una reale convinzione di peccato. Chi poteva dire «Sì, noi fummo colpevoli!», poteva anche capire le parole della grazia «Non siete dunque voi... ma è Dio». Bisogna che sia sempre così: l’anima che ha giudicato se stessa è in grado di apprendere e di apprezzare il divino perdono.

      31. Capitoli da 46 a 50: Giacobbe in Egitto

Gli ultimi capitoli della Genesi trattano della partenza di Giacobbe e della sua famiglia e del loro stabilirsi in Egitto; delle azioni di Giuseppe negli anni di fame, delle benedizioni di Giacobbe ai dodici patriarchi; della morte di Giacobbe e della sua sepoltura. Non ci soffermiamo sui particolari di questi soggetti benché racchiudano ampia materia di meditazione.

          31.1 La fine di Giacobbe

La fine della vita di Giacobbe è in netto contrasto con tutte le scene precedenti della sua storia, così feconda di avvenimenti. Ci fa pensare ad una sera serena che conclude una giornata burrascosa; il sole, nascosto durante il giorno dalle nuvole e dai vapori, tramonta risplendente di maestà, indorando l’occidente e promettendo un radioso domani. Per il nostro vecchio patriarca fu la stessa cosa. Tutti gli atti che hanno oscurato la sua vita, gli inganni, gli espedienti, i sotterfugi, le frodi, i timori egoisti, frutti dell’incredulità, tutte queste nuvole scure della natura umana e della terra si sono dileguate e Giacobbe appare in tutta la serenità e l’elevatezza della fede, dispensando benedizioni e conferendo dignità secondo quella conoscenza santificata che si acquista solo nella comunione con Dio.

Benché i suoi occhi siano oscurati, la vista della fede è penetrante. Non si lascia ingannare nella posizione che Dio, nei suoi disegni, ha assegnata a Efraim e a Manasse. Non fu, come suo padre Isacco nel cap. 27, «preso da un tremito fortissimo» per un funesto errore. Egli, invece, risponde con intelligenza a suo figlio, meno al corrente delle cose: «Lo so, figliuol mio, lo so». La sua vita spirituale non è stata oscurata dai sensi. Giacobbe ha imparato, alla scuola dell’esperienza, a tenersi fermamente attaccato all’intento di Dio e nessuna influenza della natura lo può distogliere.

Il cap. 48:11 ci dà un prezioso esempio del modo con cui Dio si eleva al di sopra di tutti i nostri pensieri e si mostra superiore a ogni nostra paura. «E Israele disse a Giuseppe: io non pensavo di riveder più la tua faccia; ed ecco che Iddio m’ha dato di veder anche la tua progenie». Per la natura Giuseppe era morto, ma Dio lo vedeva vivente al primo posto dell’autorità a fianco al trono. «Le cose che occhio non ha vedute e che orecchio non ha udite e che non son salite in cuor d’uomo, son quelle che Dio ha preparate per coloro che l’amano» (1 Cor. 2:9). Ci sia data una più ampia intelligenza di Dio e delle sue vie!

È interessante notare come sonò presentati i nomi di «Giacobbe» e «Israele» alla fine del libro della Genesi. Nel cap. 48:2 leggiamo: «Giacobbe ne fu informato e gli fu detto: ecco il tuo figliuolo Giuseppe viene da te. E Israele raccolse le sue forze e si mise a sedere sul letto». Poi la Parola aggiunge: «E Giacobbe disse a Giuseppe: l’Iddio onnipotente mi apparve a Luz». Sappiamo che nella Scrittura tutto ha un particolare significato, e l’uso alternato di questi due nomi racchiude un insegnamento per noi. Si può vedere in generale che «Giacobbe» esprime le profondità nelle quali l’uomo è sceso, «Israele» l’altezza alla quale Giacobbe è stato elevato.

          31.2 Giuseppe e il Faraone

Noteremo ancora solo i timori infondati di Giacobbe, dissipati nel vedere il figlio vivente ed esaltato e la grazia manifestata in potenza sovrana che governa e dirige ogni cosa accompagnata dal giudizio, poiché i figli di Giacobbe sono costretti a scendere in quello stesso paese in cui avevano mandato il loro fratello. Non meno interessante è la grazia di Giuseppe che appare da un capo all’altro della sua vita: sebbene elevato in gloria dal Faraone egli, in un certo senso, si nasconde e lega il popolo al suo re in un obbligo perenne. Faraone dice al popolo: «Andate da Giuseppe». E Giuseppe dice loro: «Ciò che avete e ciò che siete, è di Faraone». Tutto questo è commovente e interessantissimo e trasporta l’anima, anticipatamente, al tempo in cui, per decreto di Dio, il Figliuol dell’uomo prenderà in mano le redini del governo e regnerà su tutta la creazione riscattata: allora la sua Chiesa, la Sposa dell’Agnello, occuperà il posto più vicino a lui e di maggiore intimità, secondo i consigli eterni di Dio; la casa d’Israele, pienamente ristorata, sarà nutrita e sostenuta dalla sua mano benefattrice e tutta la terra conoscerà la gioia inesprimibile di trovarsi sotto il suo scettro. Ma quando tutte le cose gli saranno state sottoposte, allora il Figlio stesso sarà sottoposto a Colui che gli ha sottoposto ogni cosa «affinché Dio sia ogni cosa e in tutti» (1 Cor. 15:28). Da tutto questo abbiamo un’idea di ciò che è racchiuso per noi nella storia di Giuseppe. Dio ci mostra chiaramente, in figura, la missione del Figlio per la casa di Israele, la sua umiliazione e il suo rigettamento, la profonda afflizione, il pentimento finale e il ristoramento d’Israele, l’unione di Cristo con la Chiesa, l’innalzamento e il governo di Cristo; e, alla fine, i nostri sguardi sono rivolti ai tempi in cui Dio sarà tutto, in noi.

È inutile aggiungere che tutto ciò che ci ha occupati in questo libro è insegnato e largamente confermato da un capo all’altro delle Scritture: non lo basiamo dunque sulla storia di Giuseppe, benché sia molto edificante trovare, già in quei tempi primitivi, le immagini di tutte quelle preziose verità e poter constatare, così, la divina unità di tutta la Scrittura.

Nella Genesi come nell’epistola agli Efesini, nei profeti del Vecchio Testamento come in quelli del Nuovo, troviamo ovunque le medesime verità. Veramente, «Ogni Scrittura è ispirata da Dio» (2 Tim. 3:16).