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Il libro d’Ester

Israele alla coda o alla testa?

Charles Henry Mackintosh



[Estratto delle Note sul libro del Deuteronomio]

«L’Eterno ti metterà alla testa e non alla coda, e sarai sempre in alto e mai in basso, se ubbidirai ai comandamenti dell’Eterno, del tuo Dio, i quali oggi ti do perché tu li osservi e li metta in pratica» (Deuteronomio 28:13).

Questo, indubbiamente, si riferisce ad Israele come nazione, perché è destinato ad essere alla testa di tutte le nazioni della terra. Tale è il proposito ed il disegno decretato di Dio concernente questo popolo. Benché sia caduto, disperso e perduto fra le nazioni, sofferente delle terribili conseguenze della sua persistente disobbedienza, addormentato, come lo leggiamo al capitolo 12 di Daniele, nella polvere della terra; tuttavia, come nazione, si leverà e brillerà d’una gloria molto più grande di quella di Salomone.

Tutto ciò è vero, e dimostrato in modo incontestabile in parecchi passi dei libri di Mosè, dei Salmi, dei Profeti e del Nuovo Testamento. Ma, percorrendo la storia d’Israele, troviamo alcuni esempi molto colpenti d’individui che, per la grazia di Dio, si sono appropriate le preziose promesse contenute nel nostro versetto, e ciò anche in periodi molto tenebrosi ed umilianti della storia nazionale d’Israele, quando, come nazione, era alla coda e non alla testa. Non citeremo che un esempio o due, non soltanto per rendere il soggetto più chiaro, ma anche per presentare al lettore un principio d’un’immensa importanza pratica e d’un’applicazione universale.

Prendiamo, per esempio, il libro d’Ester — libro così poco capito ed apprezzato, ma che, certamente, ha un posto tutto suo e insegna una lezione che nessun altro libro dà. Appartiene, per certo, ad un periodo in cui Israele non era alla testa, bensì alla coda, e nondimeno vi leggiamo la storia d’un figlio d’Abrahamo che si conduce in modo da raggiungere una posizione delle più elevate, e che riporta una gloriosa vittoria sul nemico più accanito d’Israele.

Quanto alla condizione del popolo d’Israele ai giorni d’Ester, essa era tale che Iddio non poteva riconoscerlo pubblicamente. Perciò, dal principio alla fine, il Suo nome non è menzionato in questo libro. Il gentile era alla testa e Israele alla coda. La relazione fra Dio e Israele non poteva più essere apertamente riconosciuta, ma il cuore dell’Eterno non poteva mai dimenticare il suo popolo, e possiamo aggiungere che il cuore d’un Israelita fedele non avrebbe mai potuto dimenticare l’Eterno o la sua santa legge; e sono appunto questi due fatti che caratterizzano questa parte così interessante della Parola. Iddio agiva per Israele dietro la scena, e Mardocheo agiva per Dio sulla scena. È degno di nota che né il migliore amico d’Israele, né il suo più grande nemico, sono nominati neppure una volta in tutto il libro d’Ester, benché gli atti di entrambi lo riempiano da un capo all’altro. Il dito di Dio è stampato su ogni anello della meravigliosa catena provvidenziale che si svolge in favore dei Giudei; mentre da un altro lato, l’amara inimicizia di Amalek (Satana) si manifesta nel crudele complotto dell’orgoglioso Agaghita.

Tutto questo offre il maggior interesse. Terminato lo studio di questo libro, possiamo ben esclamare: «Che narrazione umana uguaglierebbe in interesse questa semplice storia?». Ma non possiamo estenderci ora su questo soggetto come lo desidereremmo. Vi abbiamo semplicemente fatto allusione per rilevare l’indicibile valore e l’importanza della fedeltà individuale in un momento in cui la gloria nazionale era svanita. Mardocheo restava saldo come una roccia per la verità di Dio. Rifiuta inflessibilmente di riconoscere Amalek. Salva la vita d’Assuero, e si sottomette alla sua autorità come espressione della potenza di Dio, ma non vuole inchinarsi dinanzi ad Haman. La sua condotta in questa faccenda era governata semplicemente dalla parola di Dio. L’autorità per la quale egli agiva si trova nel libro del Deuteronomio: «Ricordati di ciò che ti fece Amalek, durante il viaggio, quando usciste dall’Egitto: com’egli ti attaccò per via, piombando per di dietro su tutti i deboli che ti seguivano, quand’eri già stanco e sfinito, e come non ebbe alcun timore di Dio. Quando dunque l’Eterno, il tuo Dio, t’avrà dato requie, liberandoti da tutti i tuoi nemici all’intorno nel paese che l’Eterno, il tuo Dio, ti dà come eredità, perché tu lo possegga, cancellerai la memoria di Amalek di sotto al cielo: non te ne scordare! (Deuteronomio 25:17-19).

Questo era abbastanza chiaro per ogni orecchio circonciso, per ogni cuore obbediente, per ogni coscienza retta. Il linguaggio d’Esodo 17 è altrettanto chiaro: «E l’Eterno disse a Mosè: Scrivi questo fatto in un libro, perché se ne conservi il ricordo, e fa sapere a Giosuè che io cancellerò interamente di sotto al cielo la memoria di Amalek. E Mosè edificò un altare, al quale pose nome: L’Eterno è la mia bandiera; e disse: La mano è stata alzata contro il trono dell’Eterno, e l’Eterno farà guerra ad Amalek d’età in età» (vers.14-16).

È su questa autorità che Mardocheo si fondava per rifiutare di dare ad Haman il minimo segno di deferenza. Come avrebbe potuto, un membro fedele della casa d’Israele, inchinarsi dinanzi ad un uomo della casa contro cui l’Eterno era in guerra? Era impossibile. Mardocheo poteva coprirsi d’un sacco, digiunare e piangere per il suo popolo, ma non poteva, non voleva, non avrebbe osato inchinarsi dinanzi ad un Amalekita. Poco gl’importava che lo si accusasse di presunzione, d’una cieca ostinazione, di stupida bigotteria, o anche d’una sprezzabile strettezza di spirito. Rifiutare di rendere al più gran signore del regno i segni ordinari di rispetto, poteva sembrare una follia inaudita da parte sua; ma quel signore era un Amalekita, e ciò bastava per Mardocheo. La sua apparente follia era semplicemente dell’obbedienza.

È ciò che rende il caso così interessante e così importante per noi. Nulla può distruggere la nostra responsabilità di obbedire alla parola di Dio. Si sarebbe potuto dire a Mardocheo che il comandamento riguardante Amalek era una cosa passata, che si riferiva soltanto ai giorni gloriosi d’Israele. Era bene per Giosuè di combattere contro Amalek; anche Saul avrebbe dovuto obbedire alla parola dell’Eterno, invece di risparmiare Agag; ma al tempo d’Ester tutto era cambiato; la gloria aveva abbandonato Israele, era dunque del tutto inutile di cercar di agire secondo Esodo 17 o Deuteronomio 25.

Siamo persuasi che simili argomenti non avrebbero avuto valore per Mardocheo. Gli bastava di sapere che l’Eterno aveva detto: «Ricordati di ciò che ti fece Amalek... Non te ne scordare». Fino a quando erano valevoli queste parole? «D’età in età». La guerra dell’Eterno contro Amalek non doveva cessare fino a che il nome di costui e la sua memoria fossero cancellati di sotto ai cieli. E perché? A causa del modo vile e crudele con cui aveva agito verso Israele. Tale era la bontà di Dio, verso il suo popolo. Come avrebbe potuto, dopo ciò, un Israelita fedele prostrarsi dinanzi ad un Amalekita? No. Lo fece forse Samuele? No, «egli fece squartare Agag in presenza dell’Eterno a Ghilgal» (1 Samuele 15:33). Come dunque avrebbe potuto Mardocheo inchinarsi dinanzi a lui? Non lo poteva a nessun costo. Poco gl’importava che il patibolo fosse preparato per sé; poteva esservi appeso, ma non poteva rendere omaggio ad Amalek.

E quale fu il risultato di questa fedeltà? Un trionfo magnifico. — Da un lato, vediamo l’orgoglioso Amalekita accanto al trono, rallegrarsi ai raggi del favore regale, gloriarsi nelle Sue ricchezze, nella sua grandezza, nella sua gloria, pronto a schiacciare sotto ai piedi la progenie d’Abrahamo. Da un altro lato, il povero Mardocheo coperto di sacco e di cenere, nelle lacrime, era alla porta del palazzo. Che poteva fare? Obbedire. Egli non aveva né ferro, né spada, ma aveva la parola di Dio, e obbedendo semplicemente a questa Parola, riportò una vittoria su Amalek, tanto decisiva e strepitosa nel suo genere, come quella che Giosuè riportò, in Esodo 17, — vittoria che Saul non poté riportare, benché fosse circondato da un esercito di guerrieri scelti d’infra le dodici tribù d’Israele. Amalek cercava di fare impiccare Mardocheo; ma al contrario fu obbligato di servirgli da servitore, e di condurlo con pompa e splendore regale attraverso le vie della città. «E Haman disse al re: “All’uomo che il re voglia onorare? Si prenda la veste reale che il re suol portare, e il cavallo che il re suol montare, e sulla cui testa è posta una corona reale; si consegni la veste e il cavallo a uno dei principi più nobili del re; si rivesta di quella veste l’uomo che il re vuole onorare, lo si faccia percorrere a cavallo le vie della città e si gridi davanti a lui: Così si fa all’uomo che il re vuole onorare!” Allora il re disse a Haman: “Fa’ presto, e prendi la veste e il cavallo, come hai detto, e fa’ a quel modo a Mardocheo, a quel giudeo che siede alla porta del re; e non tralasciar nulla di quello che hai detto.” E Haman prese la veste e il cavallo, rivestì della veste Mardocheo, lo fece percorrere a cavallo le vie della città, e gridava davanti a lui: “Così si fa all’uomo che il re vuole onorare!” Poi Mardocheo tornò alla porta del re, ma Haman s’affrettò d’andare a casa sua, tutto addolorato, e col capo coperto» (Ester 6:7-12).

Qui, certamente, Israele era alla testa e Amalek alla coda. Israele, non come nazione, ma individualmente. Ma non era che il principio della sconfitta d’Amalek e della gloria d’Israele. Haman fu appeso alla forca stessa che era stata preparata per Mardocheo. «E Mardocheo uscì dalla presenza del re con una veste reale di porpora e di lino bianco, con una grande corona d’oro e un manto di bisso e di scarlatto; la città di Susa mandava grida di gioia ed era in festa»(cap. 8:15).

Non fu tutto. L’effetto di quella meravigliosa vittoria si fece sentire lontano e vicino, nelle 127 province dell’Impero. «E in ogni provincia e in ogni città, dovunque giungevano l’ordine del re e il suo decreto, vi furon tra i Giudei, gioia, allegrezza, conviti, e giorni lieti. E molti appartenenti ai popoli del paese si fecero Giudei, perché lo spavento dei Giudei s’era impossessato di loro» (cap. 8:17). E, per coronamento di tutto ciò, leggiamo che «Mardocheo, il Giudeo, era il secondo dopo il re Assuero; grande fra i Giudei, e amato dalla moltitudine dei suoi fratelli; cercò il bene del suo popolo, e parlò per la pace di tutta la sua stirpe» (cap. 10:3).

Tutto questo non ci prova forse nel modo più colpente l’immensa importanza della fedeltà individuale? Questa narrazione non è forse atta ad incoraggiarci a star saldi per la verità di Dio, checché possa accaderci? Considerate soltanto i meravigliosi risultati della condotta d’un solo uomo! Parecchi avrebbero condannato Mardocheo, e tacciato d’ostinazione inconcepibile il rifiuto di dare un semplice segno di rispetto al più grande signore dell’Impero. Ma invece era semplicemente dell’obbedienza, derivante da un cuore deciso per Dio, e le conseguenze ne furono una magnifica vittoria, i cui frutti furono raccolti dai suoi fratelli fino alle estremità della terra.




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