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Note sul libro dell’ESODO

Charles Henry Mackintosh

Li condusse per la diritta via.” (Salmo 107:7)

Indice: 1. Capitolo 1 2. Capitolo 2:1-10 3. Capitolo 2:11-25 4. Capitolo 3 5. Capitolo 4 6. Capitoli 5 e 6 7. Capitoli da 7 a 11 8. Capitolo 12 9. Capitolo 13 10. Capitolo 14 11. Capitolo 15 12. Capitolo 16 13. Capitolo 17 14. Capitolo 18 15. Capitolo 19 16. Capitolo 20 17. Capitoli da 21 a 23 18. Capitolo 24 19. Capitolo 25 20. Capitolo 26 21. Capitolo 27 22. Capitoli 28 e 29 23. Capitolo 30 24. Capitolo 31 25. Capitolo 32 26. Capitoli 33 e 34 27. Capitoli da 35 a 40 28. Conclusione

1. Capitolo 1

Il soggetto principale del libro dell’Esodo è la Redenzione.

I primi cinque versetti ricordano le ultime scene del libro precedente. I prescelti dal favore di Dio sono posti dinanzi a noi; in seguito, l’autore ispirato ci pone immediatamente fra gli avvenimenti che co­stituiscono il soggetto dell’insegnamento di questo libro,

Abbiamo visto, meditando la Genesi, che il comporta­mento dei fratelli di Giuseppe, riguardo a quest’ultimo, finì per portare in Egitto la famiglia di Giacobbe. Questo fatto può essere visto sotto due aspetti: prima, il so­lenne insegnamento che troviamo nel modo di agire di Israele nei confronti di Dio, e poi, la lezione piena di incoraggiamento data dallo spiegamento delle vie di Dio verso Israele.

È davvero solenne seguire fino alla fine i risultati della malvagità con cui i figliuoli di Israele agirono verso colui nel quale l’occhio spirituale discerne una figura sorprendente del Signore Gesù. Indifferenti all’angoscia di cui era ricolma l’anima sua, essi consegnano Giuseppe nelle mani degli incirconcisi: e quale ne è, per loro, la conseguenza? Sono costretti ad andare in Egitto per attraversare profondi e dolorosi esercizi di cuore, dipinti in modo semplice ma commovente negli ultimi capitoli della Genesi. Ma c’è di più: alla loro pro­genie, in quello stesso paese dove Giuseppe trovò una prigione, è riservato un lungo periodo di prova.

Ma, in tutto questo, c’era Dio così come c’era l’uo­mo: ed è la prerogativa di Dio di trarre il bene dal male. I fratelli di Giuseppe potevano venderlo agli Ismaeliti e questi a Potifar e Potifar può cacciarlo in prigione, ma l’Eterno (*) è al di sopra di ogni cosa e com­pie i suoi grandi e meravigliosi disegni. «Il furore degli uomini ridonderà alla tua lode» (Salmo 76:10). Non era ancora venuto il tempo in cui gli eredi erano pronti per l’eredità e l’eredità per gli eredi. La discendenza di Abrahamo doveva passare per la dura scuola del lavoro dei mattoni in Egitto nell’attesa che l’iniquità degli Amorrei giungesse al colmo nel «paese di monti e di valli» della terra promessa (Genesi 15,:16 e Deuteronomio 11:11).

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(*) In Ebraico: Yhwh o Jahveh, cioè «Colui che è».
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Tutto ciò è molto interessante e istruttivo. Nel go­verno di Dio una ruota è attraversata da un’altra ruota (Ezechiele 1:16). Dio si serve di vari mezzi per compire i suoi disegni. La moglie di Potifar, capitano delle guardie del Fa­raone, il sogno di Faraone, Faraone stesso, la prigione, il trono, i ceppi, l’anello del re, la carestia, tutto è a sua completa disposizione ed Egli fa concorrere ogni cosa per l’adempimento dei suoi meravigliosi piani. L’uomo spirituale si diletta a meditare queste cose; si diletta a percorrere con lo spirito il vasto dominio della creazione e della provvidenza e a riconoscere, ovunque, come l’Iddio onnisapiente e onnipotente ordini e sistemi tutto per sviluppare i disegni del suo amore redentore.

Si scoprono, è vero, molte tracce del serpente, molte impronte dei piedi del nemico di Dio e degli uomini, profonde e ben marcate; cose che non possiamo spiegare, nemmeno comprendere: l’innocenza che soffre e la malvagità che prospera possono offrire ai ragiona­menti increduli degli scettici un apparente fondamento di verità; ma il vero credente riposa con fiducia sulla certezza che «il giudice di tutta la terra farà giustizia » (Genesi 18:25). Egli sa che la cieca incredulità non può che errare, e che scruta invano le vie di Colui che, egli solo, è l’interprete di se stesso.

Benediciamo Dio per la consolazione e l’incoraggia­mento che l’anima nostra attinge nelle riflessioni su questa natura. Ne abbiamo bisogno continuamente nell’attraversare questo iniquo mondo in cui il nemico ha introdotto un male e un disordine spaventosi, in cui le concupiscenze e le passioni producono dei frutti così amari e in cui il cammino del discepolo fedele è così scabroso che la natura umana, ridotta a se stessa, non potrebbe mai percorrerlo.

La fede sa, in modo assolutamente certo, che dietro la scena c’è Qualcuno che il mondo non vede e del quale non si cura; e, in questa certezza, può dire con calma «tutto va bene» e «tutto andrà bene».

Sono state le prime righe del libro dell’Esodo a suggerirci le riflessioni precedenti. «Il mio piano sus­sisterà e metterò ad effetto tutta la mia volontà» (Isaia 46:10). Il nemico può opporsi ma Dio si mo­strerà sempre più forte di lui e, quanto a noi; ciò di cui abbiamo bisogno è la semplicità e lo spirito di un fanciullo che si riposa con fiducia su Dio e sui suoi disegni.

L’incredulo guarda agli sforzi che fa il Nemico per contrastare i piani di Dio piuttosto che alla potenza divina che li compie. La fede ha gli sguardi rivolti sulla potenza di Dio e riporta così la vittoria, godendo di una pace costante. Essa ha a che fare con Dio e con la sua fedeltà che non viene mai meno; non si appoggia sulle sabbie mobili delle umane cose e delle influenze ter­rene, ma sulla «rocca» immutabile della Parola di Dio. Questa Parola è il santo e sicuro rifugio della fede; qualunque cosa capiti, il credente abita questo santuario di forza. «Giuseppe morì come moriron pure tutti i suoi fratelli e tutta quella generazione»; ma che importa? Potrà la morte nuocere ai consigli dell’Iddio vivente? Certamente no. Dio aspettava solo il momen­to stabilito, il tempo adatto, per piegare al servizio dello sviluppo dei propri disegni, anche le circostanze più ostili.

«Or sorse sopra l’Egitto un nuovo re che non ave­va conosciuto Giuseppe. Egli disse al suo popolo: Ecco, il popolo dei figliuoli d’Israele è più numeroso e più potente di noi. Orsù, usiamo prudenza con essi; che non abbiano a moltiplicare e, in caso di guerra, non abbiano a unirsi ai nostri nemici e combattere contro di noi e poi andarsene dal paese» (v. 8-10).

È questo il ragionamento d’un cuore che non ha imparato a far entrare Dio nei propri calcoli. Un cuore non rigenerato non può tener conto di Dio, di modo che, quando si tratta di Lui, i suoi ragionamenti cadono nel nulla; al di fuori di Dio, indipendentemente da lui, i suoi piani e i suoi calcoli possono sembrare molto saggi; ma da quando entra in scena Dio, la loro com­pleta follia è manifestata.

Perché dunque ci lasceremo noi influenzare da ragionamenti la cui apparente verità si basa sulla totale esclusione di Dio? L’agire così è, in linea generale, dell’ateismo pratico. Faraone poteva calcolare con esat­tezza le diverse eventualità degli affari umani: l’aumen­to numerico del popolo, la probabilità d’una guerra, la possibilità che gli Israeliti facessero alleanza col ne­mico, la loro fuga dal paese; poteva, con insolita abilità, pesare tutte quelle circostanze, ma non gli è mai ve­nuto in mente, neanche per un istante, che Dio poteva avere qualcosa da fare in tutto ciò. Questo solo pen­siero, se gli fosse salito in cuore, avrebbe capovolto tutti i suoi ragionamenti e messo a nudo la follia di tutti i suoi piani.

Bisogna, dunque, che ci persuadiamo che è sempre così: i ragionamenti dello spirito incredulo dell’uomo escludono Dio, in modo assoluto; non solo, ma la loro verità e la loro forza si basano su questa esclusione. L’introdursi di Dio sulla scena dà il colpo di grazia ad ogni scetticismo e incredulità. Se, fino a quel momento, possono glorificarsi sfoggiando la loro abilità, da quando l’occhio intravede il più pallido riflesso del beato Iddio, essi si trovano spogli del loro manto e messi a nudo in tutta la loro deformità.

Nel caso del re di Egitto si può ben dire che «er­rava grandemente» non conoscendo Dio né i suoi im­mutabili consigli (confr. Marco 12:24-27). Egli igno­rava che da secoli, prima che lui stesso venisse al mondo, la Parola e il giuramento di Dio, queste due cose immutabili, avevano assicurato la liberazione com­pleta e gloriosa di quel popolo che lui, Faraone, si proponeva di distruggere. Faraone non sapeva nulla di tutto ciò; i suoi pensieri e i suoi piani si basavano sull’ignoranza di questa grande verità, fondamento di ogni verità: che Dio è. Egli immaginava, follemente, di poter impedire con la sua saggezza e il suo potere, l’incremento di quel popolo, riguardo al quale Dio aveva detto: «Io moltiplicherò la tua progenie come le stelle del cielo e come la rena ch’è sul lido del mare» (Genesi 22:17): per questo tutti i suoi piani e la sua sag­gezza non erano che follia.

Agire senza tener conto di Dio è l’errore più grande in cui possa cadere un uomo. Presto o tardi, il pensiero di Dio si imporrà al suo spirito e allora tutti i suoi piani e i suoi calcoli saranno annientati. Ciò che l’uomo intraprende, con indipendenza da Dio, può durare tut­t’al più per il tempo presente. Tutto ciò che è umano, per quanto solido, brillante e attraente possa essere, è destinato a diventare preda della morte e a divenire polvere nelle tenebre e nel silenzio della tomba. Tutta la gloria e la magnificenza dell’uomo saranno sepolte sotto le «zolle della valle» (Giobbe 21:33). L’uomo ha in fronte il marchio della morte e tutti i suoi progetti svaniscono perché sono passeggeri. Al contrario, tutto ciò che si riferisce a Dio e che si basa su lui, durerà in eterno. «Il suo nome durerà in eterno, il suo nome sarà perpetuato finché duri il sole» (Salmo 72:17).

Quanto è grande, dunque, la follia del debole mortale che si innalza contro l’Eterno Iddio, che gli si slancia «audacemente contro sotto il folto dei suoi scudi con­vessi»! (Giobbe 15:26).

Per il re d’Egitto sarebbe stato più facile tentare di fermare, con la sua debole mano, il movimento delle acque del mare, che voler impedire l’aumento di questo popolo, oggetto degli eterni disegni di Dio. E così, anche quando «stabilirono sopra Israele dei soprastanti ai lavori che l’opprimessero con le loro angherie» (v. 11), «più l’opprimevano e più il popolo moltiplicava e si estendeva» (v. 12). È sempre così. «Colui che siede nei cieli ne riderà; il Signore si befferà di loro» (Salmo 2:4). Sarà eternamente confusa ogni opposizione d’uomini e di demoni. Questa sicurezza dà riposo al cuore in un mondo in cui tutto è così contrario a Dio e alla fede.

Se non avessimo la ferma fiducia che «il furore degli uomini ridonderà alla lode di Dio» (Salmo 76:10), saremmo spesso abbattuti di fronte alle circostanze e alle influenze fra le quali ci troviamo in questo mondo. Ma, sia benedetto Dio, i nostri sguardi sono intenti «non alle cose che si vedono, ma a quelle che non si vedono; poiché le cose che si vedono son solo per un tempo, ma quelle che non si vedono sono eterne» (2 Corinzi 4:18). Con, una tale certezza possiamo ben dire: «Sta’ in silenzio dinanzi all’Eterno e aspettalo; non ti crucciare per colui che prospera nella sua via, per l’uomo che riesce nei suoi malvagi disegni» (Sal­mo 37:7). Come brilla chiaramente, nel racconto che ci occupa, la veridicità di queste parole sia per gli oppressi che per gli oppressori! Cosa vedeva Israele se guardava alle cose che si vedono? L’ira di Faraone, gli esattori di imposte, un servizio rigoroso, una dura schiavitù, argilla e mattoni; ma quali erano le «cose che non si vedono»? L’eterno disegno di Dio, la sua infallibile promessa, l’aurora vicina del giorno di sal­vezza, la fiaccola di fuoco di l’Eterno liberatore. Che con­trasto meraviglioso! Solo la fede poteva coglierlo, così come per la fede soltanto un povero Israelita oppresso poteva distogliere lo sguardo dal forno fumante del­l’Egitto per rivolgerlo sulle verdi campagne e sui ricchi vigneti della terra di Canaan. Solo la fede era capace di riconoscere in quegli schiavi oppressi e costretti al duro lavoro dei forni e dei mattoni in Egitto, gli oggetti dell’interesse e del favore speciale del cielo.

Oggi è come allora: «camminiamo per fede e non per visione» (2 Corinzi 5:7): «non è ancora reso manife­sto quel che saremo» (1 Giovanni 3:2). Quaggiù siamo «assenti dal Signore mentre abitiamo nel corpo» (2 Corinzi 5:6).

Se, in effetti, ci troviamo in Egitto, in ispirito tut­tavia siamo nella Canaan celeste: La fede pone il cuore nella potenza delle cose celesti e invisibili rendendolo così capace di elevarsi al di sopra di tutto ciò che è di quaggiù, dove regna l’ombra della morte.

Come non avremo noi questa fede infantile che si siede presso la sorgente pura ed eterna della verità, dissetandosi a lunghi sorsi a quelle acque ristoratrici che rilevano l’anima abbattuta e trasmettono all’uomo nuovo la forza necessaria per proseguire la corsa verso il cielo?

Gli ultimi versetti di questo capitolo ci offrono una lezione edificante nel modo di agire di Scifra e di Pua, donne timorate di Dio. Eludendo la collera del re, esse non vollero fare ciò che Faraone ordinava, «e Dio fece prosperare le loro case». «Io onoro quelli che m’ono­rano e quelli che mi sprezzano saranno avviliti» (1 Samuele 2:30).

Ricordiamocene sempre e agiamo per Dio in ogni circostanza!

2. Capitolo 2:1-10

Questa parte del libro dell’Esodo è ricca di impor­tantissimi principi di verità divina che possiamo classificare in tre ordini principali: la potenza di Satana, la potenza di Dio, la potenza della fede.

Nell’ultimo versetto del capitolo precedente leggiamo: «Allora Faraone diede quest’ordine al suo popolo: Ogni maschio che nasce gettatelo nel fiume; ma lasciate vivere tutte le femmine». È la potenza di Satana. Il fiume era la morte e, per mezzo della morte, il Ne­mico cercava di rendere vano il disegno di Dio. In ogni tempo, il Serpente ha vegliato con occhio malèvolo sugli strumenti di cui Dio voleva servirsi per il compi­mento dei suoi consigli di misericordia. Non vediamo forse, al capitolo 4 della Genesi, il Serpente che veglia su Abele, il vaso scelto da Dio, nell’intento di toglierlo di mezzo con la morte? Nella storia di Giuseppe (Genesi 37) il Nemico è ancora all’opera e cerca di far morire l’uomo scelto da Dio per l’adempimento dei suoi disegni. La stessa cosa è avvenuta all’epoca dello ster­minio della stirpe reale (2 Cronache 22) e dei bambini di Bethleem (Matteo 2) e alla morte di Cristo (Mat­teo 27): in tutti questi casi il Nemico ha cercato di interrompere, con la morte, il corso dell’azione divina. Ma, Dio sia benedetto, c’è qualcosa al di là della morte. Tutta la sfera di questa azione divina, in quanto legata alla redenzione, si trova al di là dei confini del dominio della morte. Dio incomincia a manifestarsi quando Sa­tana ha esaurito tutta la sua potenza. La tomba è la fine dell’attività di Satana; ma là incomincia l’attività di Dio. Gloriosa verità! Satana ha la potenza della morte, ma Dio è l’Iddio dei viventi e trasmette una vita che è al di fuori dei colpi e della potenza della morte, una vita su cui Satana non può nulla.

Il cuore credente trova così un dolce conforto in mezzo ad una scena dove regna la morte; esso può, senza paura, osservare Satana che spiega tutto il suo potere e può appoggiarsi con fiducia sul potente inter­vento di Dio nella risurrezione. Esso può sostare di­nanzi alla tomba che ha da poco rinchiuso una per­sona amata e cogliere, dalla bocca di Colui che è «la risurrezione e la vita», la beata certezza di una glo­riosa immortalità; sapendo che Dio è più forte di Sa­tana, esso può aspettare in pace la piena manifestazione della forza ben più grande di Dio e, nell’attesa, tro­vare la vittoria di questa forza e la pace sicura che essa porta con sè.

I primi versetti di questo capitolo ci offrono un bel­l’esempio della potenza della fede.

«Or un uomo della casa di Levi andò e prese per moglie una figliuola di Levi. Questa donna concepì, e partorì un figliuolo; e vedendo com’egli era bello, lo tenne nascosto tre mesi. E quando non poté più te­nerlo nascosto, prese un canestro fatto di giunchi, lo spalmò di bitume e di pece, vi pose dentro il bambino, e lo mise nel canneto sulla riva del fiume. E la sorella del bambino se ne stava a una certa distanza, per sa­pere quel che gli succederebbe» (vers. 1-4).

Sotto qualunque aspetto la consideriamo, questa scena è quanto mai interessante. Vi troviamo la fede che trionfa sulle influenze della natura e della morte permettendo all’Iddio della resurrezione di agire nella sfera che li appartiene e secondo il carattere che gli è proprio.

Indubbiamente la potenza del Nemico si manifesta, essa pure, in modo evidente, nel fatto che il fanciul­lino si trova in una situazione che, in teoria, è quella della morte; e una spada trafigge il cuore della madre alla vista del suo amato figliuolo coricato «nella tom­ba». Ma se Satana poteva agire, se la natura piangeva, Colui che vivifica i morti era dietro le nuvole tetre e la fede lo contemplava là, nella brillante e vivificante luce che indorava il lato celeste delle nuvole. «Per fede Mosè quando nacque fu tenuto nascosto per tre mesi dai suoi genitori, perché vedevano che il bambino era bello e non temettero il comandamento del re» (Ebrei 11:23).

Con quell’atto, la nobile figlia di Levi ci dà una santa lezione; il suo «canestro fatto di giunchi», spalmato di bitume, proclama la fiducia che essa aveva nella verità che, come un tempo per Noè «predicatore dl giustizia», qualcosa avrebbe messo al riparo dalle acque della morte quel «bel bambino».

Il canestro di giunchi era forse soltanto un’inven­zione umana, frutto della previdenza e della sagacità na­turali dell’uomo? Era forse l’ispirazione di un cuore di madre che nutriva la cara ma chimerica speranza di strappare il suo tesoro dalle mani spietate della morte? O piuttosto non era stata la fede a formarlo perché fosse un vaso di misericordia, per portare al sicuro «un bel bambino» al di sopra delle acque della morte, nel luogo che gli era destinato dal decreto immutabile dell’Iddio vivente?

Quando ammiriamo la figlia di Levi, china su quel ca­nestro che la sua fede ha costruito, nell’atto di deporvi il proprio figlio, essa ci appare come un’immagine della fede che si eleva con ardimento molto al di sopra di questa terra di morte e di desolazione e trapassa con uno sguardo d’aquila le nuvole cupi che si accumulano attorno ad una tomba, fino a vedere l’Iddio della risurre­zione spiegare i risultati dei suoi eterni consigli, in una sfera ove nessun dardo della morte può penetrare. Ap­poggiata sulla «Rocca dei secoli» essa sta ad aspet­tare in un santo trionfo, mentre le nubi della morte si accumulano ai suoi piedi.

Che valore poteva mai avere l’ordine del re per un’anima che possedeva questo principio celeste? Che importanza poteva avere per lei che, tranquillamente, si era seduta vicino al suo canestro di giunco, guar­dando la morte in faccia? Lo Spirito Santo ci insegna: «per fede i genitori di Mosè non temettero l’ordine del re» (Ebrei 11:23). L’anima che un poco conosce la comunione con l’Iddio che risuscita i morti, non ha paura di niente; essa può usare il linguaggio trionfante del­l’Apostolo (1 Corinzi 15:55 e 57) e dire: «O morte dov’è la tua vittoria? O morte dov’è il tuo dardo? Or il dardo della morte è il peccato e la forza del peccato è la legge; ma ringraziato sia Dio che ci dà la vittoria per mezzo del Signor nostro Gesù Cristo»; può pronunciare queste parole di trionfo davanti al martirio di Abele, a Giuseppe nella cisterna, a Mosè nel suo canestro di giunchi e davanti allo sterminio della stirpe reale ordi­nato da Atalia; e lo può fare anche per i neonati di Bethleem messi a morte dal crudele Erode e, soprat­tutto, sulla tomba del Principe della nostra salvezza.

Ma forse qualcuno non sa discernere, nella costru­zione del canestro di giunchi, l’opera della fede. Molti sono forse incapaci di avvicinarsi ad esso, come la sorella di Mosè che se ne stava «a una certa distanza, per sapere quel che gli succederebbe». È chiaro che la sorella non era al livello della madre, quanto alla misura della fede. Indubbiamente c’era in lei quell’inte­resse profondo, quel reale affetto che ritroviamo in «Maria Maddalena e l’altra Maria sedute dirimpetto al sepolcro» (Matteo 27:51). Nell’autore di quel cane­stro c’era qualcosa di superiore all’interessamento e all’affezione. La madre, è vero, non rimase là, a una certa distanza, per sapere ciò che sarebbe accaduto al suo figliuolo e, come capita spesso, la grandezza morale della fede, in lei poteva essere interpretata come indif­ferenza; tuttavia non era indifferenza ma vera grandezza, la grandezza della fede. Se la sua naturale affezione non la trattiene di fronte alla scena della morte, la potenza della fede aveva affidato alla madre di Mosè un’opera più nobile da compiere, in presenza dell’Iddio di risurrezione; la sua fede aveva fatto posto per Lui sulla scena, ed Egli si manifestò in un modo infinitamente glorioso.

«Or la figlia del Faraone scese a fare le sue ablu­zioni sulla riva del fiume e le sue donzelle passeggia­vano lungo il fiume. Ella vide il canestro nel canneto e mandò la sua cameriera a prenderlo. L’aprì e vide il bimbo; ed ecco il piccino piangeva; ed ella n’ebbe com­passione e disse: Questo è uno dei figliuoli degli Ebrei» (v. 5-6).

La risposta divina incomincia a farsi udire, all’orec­chio della fede, con i più dolci accenti. In tutto quello c’era Dio. Ridano pure, a quest’idea, il razionalista, l’in­credulo, l’ateo; anche la fede ne ride ma di un riso ben diverso. Il primo è il freddo riso dello sdegno, all’idea che Dio intervenga in un affare così triviale come quello della passeggiata della figlia del re; quello della fede, invece, è un riso di gioia al pensiero che, in tutto ciò che avviene, c’è Dio; e se pure il suo intervento si è manifestato in qualcosa, lo è certamente nella passeg­giata della figlia del Faraone, benché essa non ne sa­pesse nulla.

Una delle più dolci occupazioni dell’anima rigene­rata è quella di seguire le impronte del divino intervento in circostanze e in avvenimenti nei quali uno spirito superficiale non saprebbe vedere altro che un cieco caso o un destino crudele. Capita, a volte, che la cosa più insignificante diventi un importante anello in una catena di avvenimenti che l’onnipotente Iddio fa con­correre alla realizzazione dei suoi grandi disegni. Così, per esempio, al capitolo 6 del libro di Ester al versetto 1 vediamo un re pagano passare una notte insonne: cir­costanza certamente non nuova per lui come per molti altri ma che diventa un anello nella lunga catena di avvenimenti provvidenziali che vediamo concludersi con la meravigliosa liberazione della discendenza oppressa di Israele.

Lo stesso è per la figlia dei Faraone nella sua pas­seggiata lungo il fiume. Essa non si sognava mai più di concorrere al progredire del disegno dell’«Eterno, l’Iddio degli Ebrei». Non pensava di certo che quel pic­cino che vagiva nel canestro di giunco era lo strumento destinato dall’Eterno per sconvolgere l’Egitto fin dalle fondamenta. Eppure era così. L’Eterno può far sì che il furore degli uomini ridondi alla sua lode e può cin­gersi degli ultimi avanzi dei loro furori (Salmo 76:10).

«Allora la sorella del bambino disse alla figliuola del Faraone: Devo andare a chiamarti una balia tra le donne ebree che t’allatti questo bimbo? La figliuola di Faraone le rispose: Va. E la fanciulla andò a chiamare la madre del bambino. E la figliuola di Faraone le disse: Porta via questo bambino e allattalo e io ti darò il tuo salario. E quella donna prese il bambino e l’allattò. E quando il bambino fu cresciuto, ella lo menò alla figliuola di Faraone: esso fu per lei come un figliuolo ed ella gli pose nome Mosè; perché, disse, io l’ho tratto dall’ac­qua» (cap. 2:7-10).

La fede della madre di Mosè trova qui piena ricom­pensa; Satana è confuso e la saggezza meravigliosa di Dio compensata. Chi avrebbe immaginato che proprio colui che aveva detto «se è un maschio, uccidetelo» e ancora «ogni maschio che nasce gettatelo nel fiume» avrebbe avuto a corte uno di quei figli maschi? E che figlio! Il Diavolo fu vinto con le sue stesse armi e Fa­raone, di cui egli si voleva servire per distruggere il disegno di Dio, fu adoperato da Dio per nutrire e alle­vare Mosè, strumento di Dio per confondere la potenza di Satana.

Veramente «grande è la Sua sapienza» (Isaia 28:29). Confidiamo in Lui con più semplicità; il nostro sentiero sarà più felice e la testimonianza più efficace.

3. Capitolo 2:11-25

Nel meditare la sua storia, questo grande servitore di Dio, Mosè, va considerato sotto due punti di vista: nel suo carattere personale e in quello allegorico.

Nel carattere personale di Mosè vi sono molte cose che dobbiamo imparare. Dio dovette non soltanto su­scitarlo ma anche formarlo, in un modo o nell’altro, per un lungo periodo di ottant’anni, prima nella casa della figlia del Faraone, poi nel deserto (cap. 3:1).

A nostro giudizio, ottant’anni sembrano un tempo lunghissimo per l’educazione di un servitore di Dio; ma i pensieri di Dio non sono i nostri: Dio sapeva che era necessario il doppio di quarant’anni per preparare que­sto vaso scelto da lui. Quando Dio educa qualcuno, lo fa in un modo che è degno di Lui e del suo santo ser­vizio. Egli non vuole un novizio.

Il servitore di Cristo deve imparare più di una le­zione: deve passare attraverso più di un esercizio e so­stenere più di una lotta, in segreto, prima di essere ve­ramente adatto per agire in pubblico. All’uomo naturale questo non piace: egli preferirebbe giocare un impor­tante ruolo in pubblico piuttosto che imparare in se­greto: preferirebbe essere l’oggetto dell’ammirazione degli uomini piuttosto di essere disciplinato dalla mano di Dio. Ma dobbiamo seguire il cammino di Dio. Con l’impulso della nostra natura ci si precipiterebbe nel campo d’azione, ma Dio in questo non ha a che fare; bisogna che l’uomo naturale sia frantumato, consumato, messo da parte. Il posto della morte è quello che gli spetta. Se vuole agire, Dio nella sua perfetta fedeltà e saggezza guiderà le cose in modo tale che il risultato di questa attività della natura torni a sua completa con­fusione. Dio sa cosa bisogna farne dell’uomo naturale; sa dove deve essere posto e dove trattenuto.

Ci sia dato di entrare più profondamente nei pen­sieri di Dio riguardo all’«io» e tutto ciò che vi si rife­risce; cadremo così meno sovente nell’errore; il nostro cammino sarà fermo e moralmente elevato, il nostro spirito dolce, il servizio efficace.

«Or in quei giorni, quando Mosè era diventato gran­de, avvenne ch’egli uscì a trovare i suoi fratelli e notò i lavori di cui erano gravati; e vide un Egiziano che per­coteva uno degli Ebrei suoi fratelli. Egli volse lo sguar­do di qua e di là; e, visto che non c’era nessuno, uccise l’Egiziano e lo nascose nella sabbia (v. 11 e 12).

Il tempo stabilito da Dio per giudicare l’Egitto e liberare Israele non era ancora venuto; ma il servitore intelligente aspetta sempre il tempo di Dio. Mosè, dive­nuto grande, «fu educato in tutta la sapienza degli Egizi» e poi «egli pensava che i suoi fratelli intende­rebbero che Dio li voleva salvare per mezzo di lui» (Atti 7:22-25).

Tutto questo è vero. Tuttavia è evidente che Mosè anticipò i tempi e, quando così avviene, la caduta è im­minente (*); e non soltanto la caduta, alla fine, ma anche l’incertezza, la mancanza di calma e di santa dipendenza nello svolgimento di un’opera incominciata prima del tempo di Dio.

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(*) Nel discorso di Stefano al Sinedrio si trova un’allusione all’atto di Mosè, sul quale può essere utile dire qualcosa: «Ma quando fu pervenuto all’età di quarant’anni, gli venne in animo d’andare a visitare i suoi fratelli, i figliuoli d’Israele. E vedutone uno a cui era fatto torto, lo difese e vendicò l’oppresso, uccidendo l’Egizio. Or egli pensava che i suoi fratelli intenderebbero che Dio li voleva salvare per mano di lui; ma essi non l’intesero» (Atti 7:23-25). È evidente che in tutto questo discorso lo scopo di Stefano era quello di ricordare gli episodi della storia della nazione, adatti per agire sulla coscienza di chi gli stava dinanzi; sarebbe stato contrario a questo scopo e anche contrario alla regola dello Spirito nel Nuovo Testamento, il sollevare qui una questione per sapere se Mosè non avesse agito prima del tempo stabilito da Dio. Inoltre si limita a dire: «gli venne in animo d’andare a visitare i suoi frattelli». Non dice che Dio lo mandò, in quell’epoca. Ma questo non giustifica assolutamente lo stato morale di quelli che lo rigettarono. «Ma essi non l’intesero». Questo è ciò che li riguarda, indipendentemente dalle lezioni che Mosè abbia avuto da imparare su questo soggetto. Ogni credente spirituale comprenderà questo senza difficoltà. Considerando Mosè come «tipo», possiamo vedere, in questi aspetti della sua vita, la missione del Cristo in Israele, il suo rigettamento da parte dei Giudei che dicono: «Non vogliamo che costui regni su noi». D’altro canto, se consideriamo Mosè personalmente, vediamo che, come molti altri, ha commesso degli errori e ha manifestato delle debolezze. A volte voleva andare troppo veloce, altre volte troppo piano. Tutto questo è facilmente comprensibile e non fa che magnificare la grazia infinita e la inesauribile pazienza di Dio.
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Mosè guardò «di qua e di là». Quando si agisce con Dio e per Dio, nella piena intelligenza dei suoi pen­sieri circa i particolari dell’opera da compiere, non c’è bisogno di guardarsi attorno. Se quello fosse stato real­mente il tempo di Dio, se Mosè avesse avuto la coscien­za, nel suo intimo, d’aver ricevuto da Dio la missione di eseguire il giudizio sull’Egiziano, se fosse stato certo che Dio era presente, non avrebbe volto «lo sguardo di qua e di là». L’atto di Mosè racchiude una lezione molto pratica per ogni servitore di Dio. Vi troviamo due circostanze: la paura della collera dell’uomo e la speranza di ottenere il favore dell’uomo. Il servitore di Dio non dovrebbe preoccuparsi né dell’una né dell’al­tra. Che valore hanno l’ira o il favore di un povero mor­tale per chi ha l’incarico di una missione divina e gode della presenza di Dio? Per un tale uomo esse hanno meno importanza di un granello di polvere attaccato al piatto di una bilancia.

«Non te l’ho io comandato? Sii forte e fatti animo; non ti spaventare e non ti sgomentare, perché l’Eterno, il tuo Dio, sarà teco ovunque andrai» (Giosuè 1:9). «Tu, dunque, cingiti i lombi, levati, e dì loro tutto quello che io ti comanderò. Non ti sgomentare per via di loro ond’io non ti renda sgomento in loro presenza. Ecco, oggi io ti stabilisco come una città fortificata, come una colonna di ferro e come un muro di rame contro tutto il paese, contro i re di Giuda, contro i suoi principi, contro i suoi sacerdoti e contro il popolo del paese. Essi ti faranno la guerra, ma non ti vinceranno, perché io sono teco per liberarti, dice l’Eterno» (Geremia 1:17-19).

Posto su un terreno così elevato, il servitore di Cristo non volge lo sguardo di qua e di là; egli agisce secondo questo consiglio della sapienza divina: «gli occhi tuoi guardino bene in faccia, e le tue palpebre si dirigano dritto davanti a te» (Proverbi 4:25). La sapienza divina ci porta sempre a guardare in alto e avanti. Possiamo essere certi che vi è del male in noi e che non ci troviamo sul vero terreno del servizio per Dio, quando ci guardiamo attorno sia per evitare lo sguardo sdegnato di un uomo sia per incontrare il sorriso della sua approvazione; e non abbiamo la certezza che la nostra missione rivesta l’autorità divina e che godiamo della presenza di Dio, cose ambedue assolutamente necessarie per ogni servitore di Dio. Un gran numero di persone, è vero, sia per profonda ignoranza, sia per eccessiva fiducia in se stesse, entrano in una sfera d’at­tività alla quale Dio non le destinava e per la quale, di conseguenza, non le aveva qualificate; e tali persone manifestano un sangue freddo e una padronanza di se stesse sorprendenti per quelli che hanno occasione di giudicare con imparzialità i loro doni e i loro meriti.

Ma tutta questa bella apparenza cede ben presto il posto alla realtà e non può minimamente intaccare il principio secondo il quale nulla può liberare l’uomo dalla tendenza di guardarsi attorno con circospezione se non la coscienza di una missione affidata da Dio e della pre­senza di Dio. Chi possiede queste due cose è completa­mente liberato dalle ingerenze umane; è indipendente dagli uomini; e nessuno è in grado di servire altri se non è assolutamente indipendente da essi; ma chi co­nosce il suo vero posto può abbassarsi per lavare i piedi ai propri fratelli.

Se distogliamo i nostri sguardi dall’uomo e li rivol­giamo sul solo perfetto Servitore, non lo vediamo guardare di qua e di là, per la semplice ragione che i suoi occhi non erano mai fissi sugli uomini ma sempre e sol­tanto su Dio. Gesù non temeva l’ira dell’uomo e neppure cercava il suo favore; non aperse mai la bocca per otte­nere gli applausi degli uomini; non tacque mai per evi­tare il loro disprezzo; per questo tutte le sue parole e i suoi atti erano contrassegnati da elevatezza e da santa fermezza. Egli è il solo di cui si è potuto dire con ve­rità: «La sua fronda non appassisce e tutto quello che fa prospererà» (Salmo 1:3).

Tutto quello ch’egli faceva tornava a suo vantaggio perché faceva tutto per Dio. I suoi atti, le sue parole, i suoi movimenti, i suoi sguardi, i suoi pensieri somi­gliavano a un bel mazzo di frutti fatto per rallegrare il cuore di Dio e il cui profumo saliva verso di Lui. Egli non aveva mai nessun timore quanto al risultato della sua opera, poiché agiva sempre con Dio e per Dio, in una piena intelligenza dei suoi pensieri. La sua propria volontà, per quanto perfetta fosse, non si mescolò mai a nessuna delle cose che fece come uomo sulla terra. Ha potuto dire: «Son disceso dal cielo per fare non la mia volontà, ma la volontà di Colui che mi ha mandato» (Giovanni 6:28); per questo egli dava il suo frutto «nella sua stagione». Faceva sempre le cose che piacevano al Padre (Giovanni 8:29), e, di conseguenza, non aveva mai nulla da temere, mai bisogno di pentirsi o di volgere lo sguardo di qua e di là.

Ora, sotto questo aspetto, come sotto ogni altro, il beato Maestro fa sorprendentemente contrasto con i più notevoli e i più eminenti dei suoi servitori. Mosè stesso «ebbe paura», e Paolo «provò del rincresci­mento» (2 Corinzi 7:8). Il Signore Gesù non provò mai né l’una né l’altro; non dovette mai tornare sui propri passi, né ritirare una parola o rettificare un pensiero. In Lui tutto era perfetto in modo assoluto; tutto era «il frutto nella sua stagione». Il corso della sua vita santa e celeste procedeva senza turbamento e senza deviazioni. La sua volontà era perfettamente sottomessa. Gli uomini migliori e più devoti commettono errori; ma è certo che più potremo, per grazia, mortificare la nostra volontà, meno ne commetteremo. È una gioia, insomma, quando il nostro sentiero è realmente un sentiero di fede e di sincera devozione a Cristo.

Mosè camminava così. Era un uomo di fede, un uomo che si lasciava riempire e penetrare dallo spirito del suo Maestro e camminava sulle sue orme con una fer­mezza e una costanza meravigliose. Egli anticipò, è vero, di quarant’anni, il tempo stabilito da Dio per giudicare l’Egitto e liberare Israele; tuttavia questo fatto non lo vediamo ricordato nel commento ispirato nel capitolo 11 dell’epistola agli Ebrei, dove troviamo soltanto il principio divino sul quale, in definitiva, il suo cammino era fon­dato. «Per fede Mosè, divenuto grande, rifiutò d’esser chiamato figliuolo della figliuola di Faraone, scegliendo piuttosto d’esser maltrattato col popolo di Dio che di godere per breve tempo i piaceri del peccato; stiman­do egli il vituperio di Cristo ricchezza maggiore dei te­sori d’Egitto, perché riguardava alla rimunerazione. Per fede abbandonò l’Egitto, non temendo l’ira del re, perché stette costante, come vedendo Colui che è invisibile» (Ebrei 11:24-27).

Questi passi ci descrivono la con­dotta di Mosè in un modo pieno di grazia. È sempre così che lo Spirito Santo presenta la sto­ria dei santi dell’Antico Testamento. Quando scrive la storia d’un uomo ce lo mostra tale qual’è con tutti i suoi peccati e le sue imperfezioni; ma quando, nel Nuo­vo Testamento, commenta questa stessa storia, si li­mita a far conoscere il vero principio informatore e il risultato generale della vita di quest’uomo. Così, benché nell’Esodo sia raccontato che Mosè «volse lo sguardo di qua e di là», che «ebbe paura, e disse: Certo, la cosa è nota», e infine che «fuggì dal cospetto di Fa­raone», nell’epistola agli Ebrei leggiamo che ciò che Mosè ha fatto, lo ha fatto «per fede», «non temendo l’ira del re» e che «stette costante come vedendo Colui che è invisibile».

Fra poco avverrà la stessa cosa, quando il Signore verrà, «il quale metterà in luce le cose occulte delle tenebre, e manifesterà i consigli dei cuori; e allora cia­scuno avrà la sua lode da Dio» (1 Corinzi 4:5). È questa una verità consolante e preziosa per ogni anima diritta e per ogni cuore fedele. Il cuore può formulare molti piani che, per varie ragioni, la mano è incapace di realizzare; tutti questi piani saranno «manifestati» quando «il Signore verrà». Sia benedetta la grazia che ne ha data la certezza!

I consigli d’amore di un cuore che gli è attaccato sono per Cristo molto più preziosi delle opere esteriori, anche le più perfette. Queste ultime potranno brillare agli occhi degli uomini e diventare il soggetto dei loro discorsi mentre i primi sono destinati soltanto per il cuore di Gesù e saranno manifestati davanti a Dio e ai santi angeli; possa il cuore di ogni servitore di Cri­sto essere esclusivamente occupato della sua persona; possano i loro occhi essere fermamente rivolti al suo ritorno!

Studiando la vita di Mosè vediamo che la fede gli fece seguire una via opposta al corso naturale che lo portò non soltanto a sprezzare tutti i piaceri, tutte le se­duzioni e gli onori della corte di Faraone ma, in più, ad abbandonare un campo d’azione utile e, in apparenza, molto esteso. I ragionamenti umani l’avrebbero con­dotto in una via del tutto opposta; l’avrebbero indotto a sfruttare la sua influenza in favore del popolo di Dio e ad agire in favore di quel popolo piuttosto che a sof­frire con lui. Secondo il giudizio umano la provvidenza sembrava aver aperto a Mosè un campo di lavoro este­so e molto importante: e, in effetti, se mai la mano di Dio aveva chiaramente posto qualcuno in una posizione del tutto speciale, questo era il caso di Mosè. È stato per un meraviglioso intervento e per una incomprensi­bile concatenazione di eventi, ciascuno dei quali rive­lava la mano dell’Onnipotente e che nessun uomo po­teva prevedere, che la figlia di Faraone divenne lo stru­mento per mezzo del quale Mosè fu tratto dall’acqua, nutrito e allevato fino a che «fu pervenuto all’età di qua­rant’anni» (Atti 7:23). In simili circostanze, l’abbando­no della sua alta posizione e delle influenze che questa gli permetteva di esercitare, non poteva essere inter­pretato che come il risultato di uno zelo fuori posto.

Così ragiona la nostra natura cieca; ma la fede pensava le cose diversamente, poiché la carne e la fede sono sempre in opposizione l’una con l’altra. Esse non pos­sono trovarsi d’accordo su un solo punto; e tanto meno su ciò che generalmente viene chiamata «guida della Provvidenza».

La carne intravedrà sempre queste direzioni come altrettante autorizzazioni ad abbandonarsi alle sue pro­prie inclinazioni; invece la fede le considera come oc­casioni per rinunciare all’io. Giona avrebbe potuto scor­gere, nell’incontro di una nave diretta a Tarsis, una evi­dente indicazione della provvidenza, mentre, in effetti, finì per essere un’occasione per lui di distogliersi dal cammino dell’obbedienza.

È, indubbiamente, privilegio del cristiano il discer­nere la mano e l’udire la voce del Padre in ogni circo­stanza. Il cristiano che non si lascia guidare da esse, assomiglia a un battello in mezzo al mare senza bus­sola e senza timone; è esposto alla mercé dei marosi e della bufera. La promessa che Dio fa al suo figliuolo è: «io ti consiglierò e avrò gli occhi su te» (Salmo 32:8); e la sua parola d’avvertimento è: «non siate come il cavallo e come il mulo che non hanno intelletto la cui bocca bisogna frenare con morso e con briglia altri­menti non ti s’accostano!» (Salmo 32:9).

Ora, è preferibile essere guidati dall’occhio del no­stro Padre piuttosto che dal morso e dalla briglia delle circostanze; e sappiamo che, nel significato corrente, l’espressione «provvidenza» non è che un termine per indicare l’azione delle circostanze.

La potenza della fede si manifesta sempre nel rifiu­to e nell’abbandono di tali pretese direzioni provviden­ziali. È stato il caso di Mosè che «per fede rifiutò d’esser chiamato figliuolo della figliuola di Faraone» e «per fede abbandonò l’Egitto». Se il suo giudizio si fosse basato su ciò che vedeva, avrebbe considerato la dignità che gli era offerta come un dono palese della Provvidenza divina e sarebbe ri­masto alla corte di Faraone dove, apparentemente, la mano di Dio gli aveva preparato un vasto campo di la­voro. Ma dal momento che camminava per fede e non per visione, egli lasciò tutto. Che nobile esempio da seguire!

E, notate, ciò che Mosè stimò «ricchezza mag­giore dei tesori d’Egitto» era non solo l’obbrobrio per Cristo, ma «il vituperio di Cristo». «I vituperi di quelli che ti vituperano son caduti su me» (Salmo 69:9). Il Signore Gesù si identificò, in perfetta grazia, col suo popolo. Lasciando il seno del Padre, deponendo tutta la gloria di cui era rivestito, discese dal cielo, si mise al posto del suo popolo, confessò i peccati dei suoi e portò il loro giudizio sul legno maledetto. Fu questa la sua dedizione volontaria; non si limitò ad agire per noi ma si fece uno con noi liberandoci così da tutto ciò che poteva essere contro a noi.

In questo modo vediamo in che grado Mosè, nelle sue simpatie, entrava nei pensieri e nei sentimenti di Cristo riguardo al popolo di Dio. Posto com’era in mezzo al benessere, allo sfarzo e alla gloria della corte di Fa­raone, là dove abbondavano i «piaceri del peccato» e «i tesori d’Egitto», avrebbe potuto, volendolo, godere di tutte queste cose; avrebbe potuto vivere e morire nell’opulenza e percorrere un cammino rischiarato, dal principio alla fine, dalla luce del favore reale; ma tutto ciò non sarebbe stato «la fede» e neppure l’essere «conforme a Cristo». Dalla posizione elevata in cui si trovava, Mosè vide i suoi fratelli curvi sotto il peso che era stato posto sulle loro spalle e, per fede, capì che il suo posto era con loro. Sì, con loro nel loro obbrobrio, nella loro schiavitù, nelle loro afflizioni, nel loro avvilimento. Se fosse stato mosso soltanto da un sentimento di benevolenza, di filantropia o di patriotti­smo, avrebbe potuto far valere la propria influenza in favore dei suoi fratelli. Sarebbe forse arrivato a con­vincere Faraone ad alleggerire il peso che li opprime­va, a rendere la loro esistenza più dolce con delle con­cessioni reali; ma una tale via non è mai quella di un cuore in comunione col cuore di Cristo e non lo soddisferà mai. Questo era, per grazia, il cuore di Mosè; perciò con tutta l’energia e gli affetti di questo cuore, egli si slanciò, corpo, anima e spirito, in mezzo ai suoi fratelli oppressi «scegliendo piuttosto d’esser maltrat­tato col popolo di Dio». Oltre a ciò è «per fede» che ha agito così.

Valutiamo bene questo, caro lettore: non dobbiamo accontentarci di desiderare il bene del popolo di Dio, di adoperarci per esso o di parlare con benevolenza in suo favore; dobbiamo pienamente identificarci con lui per quanto sprezzato e perseguitato esso sia. Uno spirito generoso può provare un certo piacere ad ap­poggiare il Cristianesimo; ma è tutt’altra cosa l’iden­tificarsi col cristiano e il soffrire con lui. Una cosa è essere protettore, altra cosa è essere martire: la di­stinzione fra l’una e l’altra la troviamo da un capo al­l’altro della Scrittura. Abdia si era curato dei testimoni di Dio (1 Re 18:3-4), ma Elia fu un testimone per Dio. Il re Dario era così affezionato a Daniele che, per causa sua, passò una notte insonne; ma, quella stessa notte, Daniele la passò nella fossa dei leoni, quale testimone della verità (Daniele 6:18). Nicodemo az­zardò una parola per Cristo, ma una più matura cono­scenza del Maestro l’avrebbe spinto a identificarsi con Lui.

Queste considerazioni sono puramente pratiche. Il Signore Gesù non ha bisogno di protettori; egli vuole dei compagni. La verità che lo concerne ci è rivelata non perché ci assumiamo la difesa della sua causa sulla terra, ma perché abbiamo comunione con la sua persona nei cieli. Egli si è identificato con noi al prezzo immenso di tutto ciò che l’amore poteva offrire. Non ne era obbligato; avrebbe potuto conservare il suo posto eterno «nel seno del Padre»; ma allora come avrebbe potuto scendere fino a noi, peccatori colpevoli e degni dell’inferno, il potente fiume del­l’amore che era trattenuto nel suo cuore? Tra Lui e noi non poteva esserci unione se non alle condizioni che esigevano dalla sua parte l’abbandono di ogni cosa. Ma, benedetto sia in eterno il suo Nome adorabile, egli si è volontariamente sottomesso: «Il quale ha dato se stesso per noi affin di riscattarci da ogni ini­quità e di purificarsi un popolo suo proprio, zelante nelle opere buone» (Tito 2:14). Egli non ha voluto go­dere da solo, della propria gloria ma ha voluto soddi­sfare il suo cuore amando e associandosi «molti fi­gliuoli» in quella gloria. Egli dice: «Padre, io voglio che dove son io siano meco anche quelli che tu m’hai dato affinché veggano la mia gloria che tu m’hai dato; poiché tu m’hai amato avanti la fondazione del mondo» (Giovanni 17:24).

Quelli erano i pensieri di Cristo per il suo popolo e possiamo considerare come il cuore di Mosè simpa­tizzasse con questi pensieri benedetti. Senza contraddi­zione egli aveva parte, in sommo grado, allo spirito del suo Maestro e lo mostrò sacrificando volontariamente ogni considerazione personale e associandosi senza ri­serve al popolo di Dio.

Nel capitolo successivo avremo da considerare il nuovo carattere personale e gli atti di questo grande servitore di Dio; ci limitiamo a considerarlo qui come figura del Signore Gesù. Da ciò che leggiamo, in Deute­ronomio 18:5: «l’Eterno il tuo Dio ti susciterà un pro­feta come me, in mezzo a te, d’infra i tuoi fratelli; a quello darete ascolto!» (confr. Atti 7:37), è evidente che Mosè era una figura di Cristo. Non ci­abbandoniamo dunque a pensieri umani se consideriamo Mosè come un «tipo», ma seguiamo l’insegnamento chiaro ed esplicito della Scrittura che, negli ultimi versetti del cap. 2 dell’Esodo, ce lo presenta sotto due aspetti: dap­prima (v. 14 e Atti 7:27-28) come rigettato da Israele; poi nella sua unione con una straniera nel paese di Madian (v. 21-22).

Abbiamo già sviluppato questi due punti studiando la storia di Giuseppe che, respinto dai suoi fratelli se­condo la carne, si unisce a una donna egiziana. Il riget­tamento di Cristo da parte di Israele e la sua unione con la Chiesa, sono rappresentati in figura nelle storie di Giuseppe e di Mosè; ma gli aspetti sono diversi. Nella storia di Giuseppe si vede la manifestazione del­l’inimicizia aperta contro la sua persona; in quella di Mosè, invece, il rigettamento riguarda la sua missione. Di Giuseppe è scritto: «I suoi fratelli... l’odiavano e non gli potevan parlare amichevolmente». A Mosè dissero: «Chi t’ha costituito principe e giudice sopra di noi?». In altri termini il primo fu odiato personalmente; l’ul­timo pubblicamente respinto.

Nello stesso modo il gran­de mistero della Chiesa è presentato nella storia di questi due santi dell’antico Testamento. Asenath rap­presenta una fase della Chiesa diversa da quella rap­presentata da Sefora. Asenath si unì a Giuseppe nel­l’epoca della sua esaltazione: Sefora fu la compagna di Mosè durante il tempo di oscura vita nel deserto (confr. Genesi 41:41-45; Esodo 2:15 - 3:1). Giuseppe e Mosè, nell’epoca della loro unione con una straniera, erano tutti e due rigettati dai loro fratelli, ma mentre il primo era governatore su tutto il paese d’Egitto, il secondo «guidava il gregge dietro al deserto».

Sia dunque che contempliamo Cristo manifestato in gloria o sia nascosto alla vista del mondo, la Chiesa gli è intimamente associata. E come il mondo ora non vede Lui, così non può conoscere questo corpo che è uno con Lui. «Per questo non ci conosce il mondo, perché non ha conosciuto Lui» (1 Giovanni 3:1). Ben presto Cri­sto apparirà nella sua gloria e la Chiesa con Lui. «Quando Cristo, la vita nostra, sarà manifestato, allora anche voi sarete con Lui manifestati in gloria» (Colossesi 3:4) e ancora: «E io ho dato loro la gloria che tu hai dato a me, affinché siano uno come noi siamo uno; io in loro e tu in me; acciocché siano perfetti nell’unità, affinché il mondo conosca che tu m’hai mandato e che li ami come hai amato me» (Giovanni 17:22-23) (*).

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(*) In Giovanni 17:21-23 si tratta di due unità distinte e differenti. Le prima era quell’unità il cui mantenimento ere affidato alla responsabilità della Chiesa e che ha completamente fallito; la seconda è quell’unità che Dio formerà immancabilmente e che manifesterà nella sua gloria. Se il lettore rilegge con cura questo passo si convincerà di questa differenza sia quanto al carattere che quanto al risultato di queste unità.
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Questa è la posizione santa ed elevata della Chiesa. Essa è una con Colui che è rigettato dal mondo ma che siede sul trono della Maestà nei cieli. Il Signore Gesù si è reso responsabile per lei sulla croce, per farla par­tecipare al suo attuale rigettamento e alla sua gloria futura.

Volesse Dio che tutti coloro che fanno parte di un corpo così gloriosamente privilegiato fossero più pro­fondamente penetrati dal sentimento intelligente del cammino che ad essi si addice e del carattere che de­vono rivestire quaggiù. I figli di Dio dovrebbero rispon­dere tutti più pienamente e più chiaramente a quel­l’amore che li ha amati, a quella grazia ch’Egli ha dato loro e alla dignità di cui li ha rivestiti. Il camminò del cristiano dovrebbe essere sempre il risultato spontaneo di un privilegio compreso e realizzato e non il risultato costretto di promesse e di risoluzioni legali; il frutto naturale di una posizione conosciuta e di cui si gioisce per la fede e non il frutto degli sforzi dell’uomo per giungere a una posizione «per mezzo delle opere della legge». Ogni vero credente è una parte del corpo di Cristo, della Sposa di Cristo; egli deve dunque a Cristo l’affetto che si addice a una tale relazione. Non si entra nelle relazioni in base all’affetto ma l’affetto deriva dalla relazione.

Così ne sia, Signore, di tutto il tuo popolo diletto che tu hai riscattato a prezzo del tuo sangue!

4. Capitolo 3

Riprendiamo ora la storia di Mosè e consideriamo questo grande servitore di Dio nel periodo così interes­sante che trascorse in disparte e che comprende non meno di quaranta dei suoi anni migliori, se così si può dire. Il Signore, nella sua saggezza, bontà e fedeltà, mise il suo caro servitore in disparte, lontano dagli sguardi e dai pensieri degli uomini per formarlo sotto il suo diretto controllo. Mosè ne aveva bisogno. È vero che aveva trascorso quarant’anni in casa di Faraone ma, benché quel soggiorno non sia stato senza profitto per lui, ciò che vi ha acquisito non è nulla a paragone di quello che ha imparato nel deserto. Il soggiorno in casa di Faraone gli è stato utile ma quello nel deserto era indispensabile. Nulla può sostituire la comunione se­greta con Dio e l’educazione che si riceve alla sua scuola e sotto la sua disciplina. Tutta la scienza degli egiziani non avrebbe reso Mosè in grado di compiere il servizio al quale doveva essere chiamato. Avrebbe po­tuto fare una brillante carriera nelle scuole d’Egitto ed uscirne carico d’onori con l’intelligenza ricca di cono­scenza e il cuore gonfio d’orgoglio e di vanità. Avrebbe potuto raggiungere un elevato grado alla scuola degli uomini e aver da imparare, ancora, l’abbiccì alla scuola di Dio.

La sapienza e la scienza umane, per quanto valore possano avere, non potranno mai fare un servitore di Dio, né qualificare qualcuno per assolvere un compito di qualunque genere nel servizio divino. Esse rende­ranno l’uomo in grado di giocare un ruolo importante dinanzi al mondo, ma bisogna che colui di cui Dio vuole servirsi sia dotato di qualità ben differenti e che si acquisiscono solo nel santo isolamento, alla presenza di Dio.

Tutti i servitori di Dio dovettero imparare, per espe­rienza, la verità di ciò che diciamo: Mosè in Horeb, Elia al torrente di Kerith, Ezechiele presso il fiume Ke­bar, Paolo in Arabia e Giovanni a Patmo. E se conside­riamo il divino Servitore vediamo che il tempo trascorso in disparte è di gran lunga maggiore di quello del suo servizio pubblico. Benché fosse perfetto in intelligenza e volontà, passò trent’anni nell’oscura casa di un po­vero falegname di Nazareth prima di comparire in pub­blico. E poi, una volta entrato nella sua carriera attiva, quante volte si ritirò lontano dallo sguardo degli uomini, per godere, in disparte, la dolce e santa presenza di Dio!

Ma, forse, qualcuno domanderà: come si può far fronte al bisogno pressante di operai che si è sempre fatto sentire, se tutti devono passare per una così lunga educazione segreta? Questo è affare del Signore, non nostro. È Lui che sa suscitare gli operai ed è Lui pure che sa formarli. Questa non è un’opera d’uomo. Dio solo può suscitare e formare un vero ministro, e se impiega molto tempo per educare un tale uomo è perché ritiene buono così dal momento che, come sappiamo, se fosse la sua volontà, un istante solo gli basterebbe per com­piere questo lavoro. Una cosa è evidente: che Dio ha tenuto tutti i suoi servitori molto soli con sé, sia prima che dopo il loro ingresso nel pubblico servizio; e senza questa disciplina, senza questo servizio se­greto, saremmo sempre dei teorici sterili e superfi­ciali. Chi si avventura nella carriera pubblica senza es­sersi pesato con la bilancia del santuario, senza essersi misurato, egli stesso, nella presenza di Dio, assomiglia a un battello che spiega le vele senza essere convenien­temente zavorrato e che non può che affondare al primo colpo di vento. Invece, in colui che è passato attraverso tutte le classi della scuola di Dio, c’è una profondità, una solidità, una costanza che rappresentano elementi essenziali nella formazione del carattere di un vero servitore.

Per questo, quando vediamo Mosè isolato, all’età di quarant’anni, nella solitudine di un deserto, allontanato dagli onori e dalla magnificenza di una corte, possiamo aspettarci di vederlo intraprendere una eccezionale car­riera. La mano dell’uomo non è capace a modellare «un vaso nobile atto al servizio del padrone» (2 Ti­moteo 2:21). Solo Dio sa farlo.

«Or Mosè pasceva il gregge di Jethro suo suocero, sacerdote di Madian; e guidando il gregge dietro al de­serto, giunse alla montagna di Dio, a Horeb» (cap. 3:1). Che cambiamento nella vita di Mosè! Abbiamo visto in Genesi (46:34) che «gli Egiziani hanno in abominio tutti i pastori». Mosè, tuttavia, pur «istruito in tutta la scienza degli egiziani», è trasportato dalla corte d’Egitto dietro una montagna per pascolare un gregge di pe­core ed essere formato per il servizio di Dio. Questo, certamente, non è il modo d’agire degli uomini né il corso naturale delle cose: è una via incomprensibile per la carne e il sangue.

Avremmo potuto credere che l’educazione di Mosè fosse ormai finita quando si appropriò di tutta la scienza egizia, lui che, nello stesso tempo, godeva gli eccezio­nali privilegi che, a questo riguardo, una vita di corte può offrire. Avremmo potuto supporre di trovare in un uomo così privilegiato non solo una cultura profonda ed estesa, ma anche una finezza di modi così notevole da renderlo adatto ad assolvere a qualunque mansione. Ma vedere un uomo, così dotato, chiamato a lasciare la sua posizione per andare a fare il guardiano di pecore, è qualcosa di incomprensibile per l’uomo, che getta fin nella polvere tutto il suo orgoglio e la sua gloria, e di­mostra agli occhi di tutti che i privilegi umani hanno poco valore davanti a Dio, anzi che sono «tanta spaz­zatura» agli occhi del Signore e di tutti quelli che sono stati istruiti alla sua scuola (Filippesi 3:8).

C’è un’enorme differenza tra l’insegnamento umano e quello divino. Il primo ha lo scopo di coltivare e di esaltare la natura dell’uomo, il secondo incomincia col «disseccarla» e metterla da parte (Isaia 40:6-8; 1 Pie­tro 1:24). «L’uomo naturale non riceve le cose dello Spirito di Dio perché gli sono pazzia; e non le può cono­scere perché le si giudicano spiritualmente» (1 Co­rinzi 2:14).

Avrete un bell’elevare e istruire l’uomo naturale: non ne farete mai un uomo spirituale. «Quel che è nato dalla carne è carne; e quel che è nato dallo Spirito è spirito» (Giovanni 3:6).

Se mai un uomo naturale, colto, abbia potuto aspet­tarsi di avere del successo nel servizio di Dio, questo è stato Mosè: egli era «potente», «sapiente», «po­tente nelle sue parole ed opere» (Atti 7:22). Tuttavia doveva imparare «dietro al deserto» qualcosa che le scuole d’Egitto non gli avrebbero mai insegnato. Paolo imparò più cose in Arabia che non ai piedi di Gama­liele (*). Nessuno può insegnare come Dio e bisogna che tutti quelli che vogliono imparare da lui stiano soli con lui. Le lezioni più preziose e più profonde Mosè le imparò nel deserto, ed anche le più potenti e durevoli. È là dunque che devono recarsi quelli che vogliono essere formati per il ministerio.

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(*) Non creda, il mio lettore, che si voglia svalutare l’importanza di una istruzione veramente utile, o la cultura, o le facoltà intellettuali. Non è questa, assolutamente, nostra intenzione. Se siete padre, abbiate cura di arricchire lo spirito di vostro figlio di tutte le nozioni utili; inse­gnategli tutto ciò che, in avvenire, potrà essere utilizzato per il servizio del Maestro; ma non caricatelo di tutto ciò che dovrà mettere da parte percorrendo la carriera cristiana; evitate che, per motivi di istruzione, debba vivere in un paese da cui sia difficile tornare senza che l’intelligenza sia contaminata. Sarebbe un controsenso rinchiuderlo per dieci anni in una miniera di carbone per metterlo in grado di discutere sulle proprietà della luce e dell’ombra, così come lo è il lasciarlo guazzare nel pantano della mitologia pagana con l’intento di prepararlo per interpretare gli oracoli di Dio o di renderlo capace di pascere il gregge di Cristo.
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Che il mio lettore possa imparare, con la sua pro­pria esperienza, cosa significhi «dietro il deserto», que­sto luogo sacro dove la natura è abbassata nella pol­vere e Dio solo esaltato. Là gli uomini e le cose, il mondo e l’io, le circostanze attuali e la loro influenza, tutto è stimato nel suo giusto valore. Là e non altrove troverete una bilancia divina, giusta e appropriata, per pesare tutto ciò che è dentro a voi e intorno a voi. Là non vi sono colori alterati né vane pretese! Il nemico delle anime non ha il potere di trasformare in oro la sabbia di quel luogo. Là tutto è reale: il cuore ha pen­sieri giusti su ogni cosa: esso si eleva molto al di sopra della febbrile influenza degli affari del mondo. Il tumulto assordante, l’agitazione e la confusione dell’Egitto, non entrano in quel luogo segreto; non si ode là il rumore del mondo commerciale; l’ambizione non c’è; non si è tentati dagli allori perituri del mondo e la sete dell’oro non si fa sentire. Gli occhi non sono mai annebbiati dalla concupiscenza, il cuore non è mai gon­fiato dall’orgoglio e neanche dalle lodi degli uomini, così come non è scoraggiato dalle loro critiche. In poche parole tutto è messo da parte, meno la calma e la luce della presenza divina; non si ode altro che la voce di Dio; si gode la sua luce e si ricevono i suoi pensieri. Questo è il luogo dove devono recarsi quelli che vo­gliono essere ammaestrati per il ministerio; là devono rimanere se vogliono lavorare con successo.

Piacesse a Dio che tutti quelli che si presentano sulla scena per servirlo in pubblico conoscano cosa si­gnifichi respirare l’aria di quel luogo. Vi sarebbero meno tentativi infruttuosi nell’esercizio del ministerio e un servizio ben più efficace per la gloria di Cristo.

Esaminiamo ora ciò che Mosè vide e udì «dietro al deserto». Abbiamo già detto che egli imparò là cose che superano di molto l’intelligenza dei più qualificati sapienti d’Egitto. Per la ragione umana, passare quaran­t’anni a pascolare delle pecore in un deserto, può sem­brare un’assurda perdita di tempo. Ma Mosè era con Dio, nel deserto, e il tempo passato con Dio non è mai perso.

È utile ricordarsi che, per il servitore di Cristo, c’è qualcosa di più dell’essere attivi soltanto. Chi si dà sempre da fare rischia di fare troppo e avrebbe biso­gno di riflettere attentamente queste parole profonda­mente pratiche del Servitore perfetto: «Egli risveglia ogni mattina, risveglia il mio orecchio, perch’io ascolti, come fanno i discepoli» (Isaia 50:4). «Ascoltare» è una parte indispensabile dell’opera del servitore: biso­gna ch’egli stia spesso in presenza del padrone per sapere cosa fare. «L’orecchio» e «la lingua» sono intima­mente collegati; e se, dal punto di vista spirituale o mo­rale, l’orecchio è chiuso ma la lingua sciolta, si dicono certamente cose insensate. «Questo lo sapete, fratelli miei diletti; ma sia ogni uomo pronto ad ascoltare, tardo al parlare...» (Giacomo 1:19). Questa giusta esor­tazione si basa su due fatti: tutto ciò che è buono viene da alto e il cuore è pieno di malvagità pronta a mani­festarsi. Perciò bisogna che l’orecchio sia aperto e la lingua tenuta a freno: rara e mirabile sapienza nella quale Mosè fece grandi progressi «dietro al deserto» e che tutti possono acquistare, ammesso che siano di­sposti ad imparare alla stessa scuola.

«E l’angelo dell’Eterno gli apparve in una fiamma di fuoco di mezzo a un pruno: Mosè guardò, ed ecco il pruno era tutto in fiamme ma non si consumava. E Mosè disse: Ora voglio andar da quella parte a vedere questa grande visione e come mai il pruno non si consuma» (vv. 2-3).

Effettivamente era una «grande visione», un pruno in fiamme che non si consuma: la corte di Faraone non avrebbe potuto mai offrire nulla di simile. Ma, oltre che grande, quella visione era l’espressione della grazia che in mezzo alla «fornace» d’Egitto si occupava degli eletti e impediva che fossero consumati. «L’Eterno de­gli eserciti è con noi, l’Iddio di Giacobbe è il nostro alto ricetto» (Salmo 46:7). Là c’è forza, sicurezza, vit­toria e pace. Dio con noi, Dio in noi, Dio per noi: non abbiamo bisogno d’altro.

Non c’è nulla di più interessante e istruttivo del modo con cui a Dio è piaciuto rivelarsi a Mosè, nel passo che ci occupa. Dio stava per dargli l’incarico di trarre il suo popolo dall’Egitto, per fare di esso la sua assemblea, la sua abitazione nel deserto e nel paese di Canaan; e parla di mezzo a un pruno. Simbolo bello, giusto e solenne di l’Eterno che abita in mezzo al suo popolo eletto e riscattato. «Perché il nostro Dio è an­che un fuoco consumante» (Ebrei 12:29). Non per con­sumarci ma per consumare tutto ciò che in noi e at­torno a noi è contrario alla sua santità e quindi nemico della nostra vera ed eterna felicità. «Le tue testimo­nianze sono perfettamente veraci; la santità s’addice alla tua casa, o Eterno, in perpetuo» (Salmo 93:5).

Il Vecchio e il Nuovo Testamento racchiudono molti episodi in cui Dio è descritto come un «fuoco consu­mante». In Levitico 10, il fuoco divora Nadab e Abihu. L’Eterno abitava in mezzo al suo popolo e voleva mante­nerlo in una condizione che fosse degna di lui. Non poteva fare diversamente. Non sarebbe alla sua gloria e nemmeno per l’utile dei suoi se tollerasse in loro qualcosa di incompatibile con la purezza della sua pre­senza. Bisogna che l’abitazione di Dio sia santa. Lo stesso quando si tratta del peccato di Acan (Giosuè 7): vediamo che l’Eterno non può sancire il male con la sua presenza qualunque sia la forma che esso riveste e per quanto nascosto possa essere. L’Eterno era un fuoco con­sumante e come tale doveva agire nei confronti di tutto ciò che sarebbe venuto a contaminare l’assemblea in mezzo alla quale egli abitava. Cercare di associare la presenza di Dio con un male non giudicato è il carat­tere della malvagità degli ultimi tempi.

Anania e Saffira ci danno la medesima solenne le­zione (Atti 5). Dio abitava nella Chiesa per lo Spirito, non solo come influenza ma come persona divina e in modo tale che non si poteva mentire allo Spirito Santo. La Chiesa era, ed è ancora, la dimora di Dio e dev’es­sere lui a governare e a giudicare in mezzo ad essa. Gli uomini possono camminare in compagnia con l’impo­stura, la concupiscenza, l’ipocrisia: ma Dio non può. Se deve camminare con noi, bisogna che giudichiamo le nostre vie, se no le giudica lui per noi (1 Corinzi 11:29-32). In ciascuno di questi casi come in molti altri che potremmo citare, vediamo la forza di quella so­lenne parola: «La santità si addice alla tua casa, o Eterno» (Salmo 93:5). Per chi l’ha compresa, questa verità produrrà sempre un effetto morale analogo a quel­lo che ebbe su Mosè.

«Non t’avvicinar qua: togliti i calzari dai piedi per­ché il luogo sul quale stai è suolo sacro» (v. 5). Il luogo della presenza di Dio è santo: non vi si può camminare se non a piedi scalzi. Dio, abitando fra il popolo, comunica all’assemblea d’esso un carattere di santità, che è il fondamento di ogni santa affezione e di ogni santa attività. Il carattere dell’abitazione deriva dal carattere di chi vi abita.

L’applicazione di questo principio alla Chiesa che è ora l’abitazione di Dio per lo Spirito è della più alta importanza pratica. Come è vero che Dio, per mezzo dello Spirito, abita in ciascun membro della Chiesa, in­dividualmente, dando così all’individuo un carattere di santità, è ugualmente vero che Egli abita nell’assemblea e che, di conseguenza, l’assemblea deve essere santa. Il centro attorno a cui i membri sono radunati è niente meno che la persona di un Cristo vivente, vittorioso e glorificato. La potenza che li raduna è nientemeno che lo Spirito Santo; e il Signore Iddio Onnipotente abita in loro e cammina in mezzo a loro (Matteo 18:20; 1 Co­rinzi 6:19; 3:16-17; Efesi 2:21-22) . Se tali sono la san­tità e la dignità della dimora di Dio, è evidente che niente di impuro, sia in teoria sia in pratica, deve esservi tollerato. Tutti coloro che sono in rapporto con questa casa dovrebbero sentire l’importanza e la se­rietà di questa parola: «Il luogo sul quale stai è suolo sacro». «Se uno guasta il Tempio di Dio, Iddio gua­sterà lui»(1 Corinzi 3:17). Queste parole sono degne della più seria attenzione da parte di ogni membro del­l’Assemblea di Dio, da parte di ogni pietra vivente che fa parte del suo tempio santo! Ci sia dato di cammi­nare per i cortili dell’Eterno a piedi scalzi!

Comunque sia, le visioni del monte Horeb testimo­niano della grazia dell’Iddio di Israele e della sua san­tità. Se la santità di Dio è infinita, infinita è pure la grazia: e così come il modo con cui s’è rivelato a Mosè fa conoscere la prima, il fatto stesso di essersi rivelato attesta la seconda. Egli discese fino a noi per­ché era misericordioso: ma, una volta disceso, dovette rivelarsi come santo. «Poi aggiunse: Io sono l’Iddio di tuo padre, l’Iddio di Abrahamo, l’Iddio di Isacco e l’Id­dio di Giacobbe. E Mosè si nascose la faccia perché aveva paura di guardare Iddio» (v. 6). L’uomo naturale si nasconde sempre, in presenza di Dio: e quando sia­mo così davanti a Dio, coi piedi scalzi e il viso nascosto (cioè nello stato d’animo che questi atti esprimono così bene), siamo nelle condizioni adatte per ascoltare i dolci accenti della grazia. Quando l’uomo prende il po­sto che gli spetta, Dio può parlargli col linguaggio della pura misericordia.

«E l’Eterno disse: Ho veduto, ho veduto, l’afflizione del mio popolo che è in Egitto e ho udito il grido che gli strappano i suoi angariatori; perché conosco i suoi affanni; e sono sceso per liberarlo dalla mano degli Egiziani e per farlo salire da quel paese in un paese buono e spazioso, in un paese ove scorre il latte e il miele, nel luogo dove sono i Cananei, gli Hittei, gli Amorrei, i Ferezei, gli Hivvei e i Gebusei. Ed ora, ecco, le grida dei figliuoli di Israele sono giunte a me e ho an­che veduto l’oppressione che gli Egiziani fanno loro sof­frire» (vv. 7-9). La grazia dell’Iddio di Abrahamo, e della discendenza di Abrahamo, grazia assoluta, gra­tuita, incondizionata, brilla di tutto il suo splendore senza essere intralciata dai «se», dai «ma», dai desideri, le risoluzioni, le condizioni dello spirito legalista dell’uomo. Dio era disceso per manifestare se stesso in grazia suprema, per compiere interamente l’opera della salvezza, per mettere ad effetto la promessa fatta ad Abrahamo e rinnovata a Isacco e a Giacobbe. Non era sceso per vedere se gli oggetti della promessa era­no in uno stato tale da meritare la sua salvezza: ave­vano bisogno di quella salvezza e ciò bastava! Aveva considerato l’oppressione che li faceva gemere; aveva visto i loro dolori, le loro lagrime, i sospiri, la dura schiavitù perché, benedetto sia il suo Nome, «egli conta i passi del suo popolo e raccoglie le loro lagrime negli otri suoi» (vedere Salmo 56:8); non era attirato dai loro meriti o dalla loro virtù. Non era per qualcosa di buono che avesse visto o previsto in essi, che si preparava a visitarli, poiché sapeva cosa c’era in loro. In poche parole, il vero fondamento dell’intervento mi­sericordioso dell’Eterno in favore del suo popolo ci è rivelato in queste parole «Io sono l’Iddio di Abrahamo» e «ho veduto l’afflizione del mio popolo».

Questo rivela un grande e fondamentale principio nelle vie di Dio. Dio agisce sempre in base a ciò ch’Egli è; «Io sono» garantisce ogni cosa per il «mio popolo». Certamente l’Eterno non avrebbe lasciato il suo popolo fra le fornaci di mattoni in Egitto e sotto le angherie dei commissari delle imposte di Faraone. Era il suo popolo e Dio voleva agire a suo riguardo in un modo che fosse degno di lui. Il fatto che Israele fosse il popolo di l’Eterno, l’og­getto favorito del suo amore e della sua elezione, l’og­getto della promessa incondizionata, influiva su tutto. Nulla poteva impedire la manifestazione pubblica della relazione di Dio con coloro ai quali, nei suoi eterni con­sigli, aveva assicurato il possesso della terra di Canaan. Era sceso per liberarli e la forze riunite della terra e dell’inferno non avrebbero potuto prolungare di un’ora, rispetto al tempo stabilito da Dio, la loro schiavitù.

Dio ha potuto servirsi, e in realtà lo ha fatto, del­l’Egitto come di una scuola e di Faraone come di un padrone e di un maestro; ma una volta compiuta l’opera necessaria, maestro e scuola sono stati messi da parte e il suo popolo è stato liberato con mano potente e braccio teso.

Questo è il doppio carattere della rivelazione fatta a Mosè sul monte Horeb. La santità e la grazia erano riunite in ciò che egli vedeva e udiva. Questi due ele­menti erano, come sappiamo, in tutte le vie e le rive­lazioni di Dio e le caratterizzano in modo distinto: do­vrebbero essi pure caratterizzare le vie di tutti coloro che, in un modo o nell’altro, agiscono per Dio o hanno comunione con Lui. Ogni fedele servitore è inviato dalla diretta presenza di Dio con tutta la grazia e la santità che vi abitano: oggi è chiamato ad essere santo e pieno di grazia per riflettere sulla terra questo dop­pio aspetto del carattere di Dio; e, per questo, bisogna non solo che provenga dalla presenza di Dio ma che, in ispirito, rimanga abitualmente in quella presenza. Ecco il vero segreto di un servizio efficace: per poter agire per Dio fuori, bisogna essere con lui dentro. Devo restare nel santuario segreto della sua presenza, altri­menti fallisco completamente nel mio servizio.

Molti mancano a questo riguardo e soccombono. Corriamo il pericolo di uscire dalla solennità e dalla calma della presenza divina in mezzo all’agitazione del servizio attivo e all’eccitazione provocata dai nostri rap­porti con gli uomini. Dobbiamo vegliare con cura su noi stessi a questo riguardo. Se perdiamo la santa di­sposizione di spirito rappresentata qui dai piedi scalzi, il nostro servizio diventerà presto insipido e senza pro­fitto. Se ci dà fastidio che la nostra opera si interponga fra il nostro cuore e il Maestro, essa varrà ben poco. Non possiamo servire Cristo in modo efficace fin tanto che non godiamo di Lui. Mentre il cuore è occupato delle perfezioni che potentemente attirano verso di lui, le mani servono Cristo nel modo che più gli piace e che è più degno del suo nome. Così nessuno può presen­tare Cristo agli altri con unzione, freschezza e potenza, a meno che non si nutra di Cristo nel segreto del suo proprio animo. Si può, è vero, fare un sermone, un di­scorso, dire delle preghiere, scrivere dei libri, e com­piere tutti gli atti di un servizio esteriore e non servire Cristo. Chi vuole presentare Cristo agli altri deve es­sere occupato di Cristo per se stesso.

Beato l’uomo che serve così, qualunque sia il successo del suo lavoro o l’accoglienza fatta al suo ministerio! Poiché, quand’an­che quel ministerio non attirasse l’attenzione, non eser­citasse un’influenza visibile o non producesse dei risul­tati apparenti, c’è in Cristo un dolce e beato ritiro e una parte sicura che nessuno può togliere. Invece, chi non si nutre che dei frutti del proprio ministerio, godendo delle gioie ch’esso procura, dell’attenzione ch’esso ri­chiede e dell’interesse che ispira, raccoglie in un canale che, portando l’acqua ad altri, non trattiene per sé nient’altro che fango. È deplorevole un tale stato; e tut­tavia questa è la condizione nella quale si trova ogni servitore che si occupa prima di tutto della sua opera e dei suoi risultati, invece che del suo Padrone e della sua gloria.

Abbiamo da giudicarci severamente su questo sog­getto. Il cuore è astuto e il Nemico abile; perciò abbia­mo molto bisogno di prestare seria attenzione a que­sta parola: «siate sobri, vegliate» (1 Pietro 5:8). Quando l’anima è stata rischiarata sui pericoli numerosi e svariati da cui è circondato il sentiero del servitore di Cristo, allora è in grado di comprendere il bisogno che ha di rimanere molto sola con Dio: là si è felici e sicuri. Soltanto quando incominciamo, proseguiamo e terminiamo il nostro lavoro ai piedi del Maestro, il no­stro servizio è il vero servizio.

Dopo tutto ciò che abbiamo detto dev’essere chiaro per il mio lettore che l’aria che si respira «dietro al deserto» è un’aria molto salubre per ogni servitore di Cristo. Horeb è il vero punto di partenza di chi è man­dato da Dio a lavorare per lui. In Horeb Mosè imparò a mettersi a piedi nudi e a nascondersi la faccia. Qua­rant’anni prima s’era messo a lavorare: ma era prema­turo. In mezzo alle solitudini della montagna di Dio e dal pruno in fiamme, uscì il messaggio divino che colpì l’orecchio del servitore: «Or dunque vieni, e io ti manderò a Faraone perché tu faccia uscire il mio popolo, i figliuoli d’Israele, dall’Egitto» (vers. 10). C’era là una vera autorità in Colui che parlava.

C’è un’enorme differenza tra l’essere mandato da Dio e il correre senza essere mandato; evidentemente Mosè non era maturo per il servizio quando, al princi­pio, volle cominciare ad agire e uccise l’Egiziano cercando poi di mettere la pace fra i suoi fratelli. Se erano necessari per lui quarant’anni di disciplina segreta come avrebbe potuto compiere la sua opera? Ha dovuto essere ammaestrato da Dio e mandato da Lui; è la stessa cosa per tutti quelli che entrano in una carriera di servizio e di testimonianza per Cristo. Piacesse a Dio che queste sante lezioni si scolpissero profonda­mente nei nostri cuori e che così le nostre opere por­tassero l’impronta dell’autorità e dell’approvazione del Maestro.

Ma abbiamo ancora qualcosa da imparare ai piedi del monte Horeb. L’anima trova che è buono fermarsi in quel luogo. «Signore, egli è bene che stiamo qui» (Matteo 17:4). Il luogo della presenza di Dio è sempre un luogo di esercizio dove il cuore è sicuro di essere messo a nudo. La luce che brilla in questo santo ritiro manifesta ogni cosa; ed è ciò di cui abbiamo così grande bisogno in mezzo alle vane pretese che ci cir­condano, all’orgoglio e alla presunzione che sono den­tro di noi.

Saremmo portati a credere che nel momento stesso in cui Mosè ricevette il messaggio divino, avrebbe do­vuto rispondere: «eccomi» oppure «Signore, che deb­bo fare?»; invece no: egli doveva ancora arrivare là. Il ricordo del primo sbaglio certamente lo aveva scosso: poiché quando si agisce senza Dio in qualcosa, si è cer­tamente scoraggiati anche quando poi è Dio che ci manda. «E Mosè disse a Dio: chi son io per andare da Faraone e per trarre i fìgliuoli d’Israele dall’Egitto»? (v. 11). Qui Mosè non sembra quell’uomo che quaran­t’anni prima «pensava che i suoi fratelli intenderebbero che Dio li voleva salvare per mano di lui» (Atti 7:25).

L’uomo è così! Ora troppo pronto, ora troppo lento ad agire. Mosè aveva imparato molte cose dal giorno in cui aveva ucciso l’Egiziano: aveva fatto progressi nella conoscenza di se stesso e questa conoscenza lo rendeva diffidente e timoroso; ma è chiaro che la fiducia in Dio gli mancava ancora. Se non guardiamo che a noi stessi non faremo niente, ma se guardiamo a Cristo «possiamo ogni cosa». E allora, quando Mosè spinto dalla sfiducia e dal timore, dice «chi son io?», Dio re­plica «Io sarò teco» (v. 12). Ciò avrebbe dovuto ba­stargli. Se Dio è con noi che importa chi o che cosa siamo noi? Quando Dio dice «io ti manderò» e «io sarò teco», il servitore è abbondantemente provvisto d’autorità e di potenza divine e dovrebbe di conse­guenza trovarsi a suo agio e contento di andare dove Dio lo manda. Ma Mosè fa un’altra domanda, poiché il cuore dell’uomo è pieno di problemi. «E Mosè disse a Dio: Ecco, quando sarò andato dai figliuoli d’Israele e avrò detto loro: L’Iddio dei vostri padri m’ha mandato da voi, se essi mi dicono: Qual’è il suo nome? che ri­sponderò loro?» (v. 13). È strano come il cuore umano ragioni e ponga delle questioni quando un’obbedienza implicita dev’essere data a Dio; ma ciò che è ancora più meraviglioso è la grazia che sopporta tutti quei ra­gionamenti e che risponde a tutte le domande essendo ognuna d’esse un’occasione per fare risaltare qualche aspetto nuovo di questa grazia.

«Iddio disse a Mosè: Io sono quegli che sono. Poi disse: Dirai così ai figliuoli d’Israele: L’Io sono m’ha mandato da voi» (v. 14). L’appellativo che Dio prende qui è meravigliosamente significativo. Cercando nelle Scritture i vari nomi che Dio prende, vediamo che essi sono in intimo rapporto con gli svariati bisogni di co­loro con i quali Dio si trova in relazione. Egli si rivela col nome di Jehovah-Jireh (l’Eterno provvede) Genesi 22:14, Jehovah-Nissi (l’Eterno è la mia bandiera) Esodo 17:15, Jehovah-Tsidkènou (l’Eterno nostra giusti­zia) Geremia 33:16, Jehovah-Schalom (l’Eterno pace) Giu­dici 6:24, per soddisfare ai bisogni del suo popolo: l’ap­pellativo «Io sono» comprende tutti gli altri.

Che grazia essere chiamati a camminare in compa­gnia di Colui che porta un simile nome! Siamo nel de­serto e vi incontriamo prove, afflizioni e difficoltà, ma fin quando godiamo del privilegio di poter ricorrere in ogni tempo e in ogni circostanza a Colui che si rivela a noi nella sua grazia infinitamente varia in vista di tutti i nostri bisogni e le nostre debolezze, non abbiamo da temere il deserto. Dio stava per fare attraversare il deserto al suo popolo quando rivelò il proprio nome a Mosè; e il credente anche se ora possiede lo Spirito d’adozione e può dire: «Abba, Padre», non è per questo privato del privilegio di godere della comunione con Dio in tutte le diverse manifestazioni ch’Egli si è compiaciuto di dare di se stesso. Il nome di Dio, per esempio, è un nome che lo rivela nell’unità della sua propria essenza, manifestando la sua potenza eterna e la sua divinità nelle opere della creazione. Assume il nome di Eterno Dio in rapporto con l’uomo. Poi, come l’Iddio onnipotente appare al suo servitore Abrahamo per rassicurarlo che avrebbe adempiuto la promessa che gli aveva fatto circa la sua progenie. Come l’«Eterno» (*) si fa conoscere a Israele liberandolo dal paese di Egitto e conducendolo in Canaan.

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(*) In Ebraico: Yhwh o Jahveh, cioè «Colui che è» (cf. v. 14: «Io sono»).
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È così che in diverse misure e in modi differenti, Iddio ha «in molte volte e in molte maniere parlato anticamente ai padri per mezzo dei profeti» (Ebrei 1:l); e il credente sotto l’attuale economia, poiché possiede lo spirito d’adozione, può dire: È il Padre mio che si è così rivelato, che ha parlato e agito così.

Non c’è niente di più interessante o che sia prati­camente più importante nel suo genere dello studiare questi grandi nomi che Dio assume nelle differenti di­spensazioni. Questi nomi sono sempre adoperati col più stretto accordo morale con le circostanze nelle quali sono rivelati; ma nel nome «Io sono», c’è una altezza, una profondità, una lunghezza e una larghezza che superano ogni umana concezione. Inoltre, bisogna notarlo, è solo in relazione col suo popolo che Dio prende questo nome. Non è così che si rivolge a Fa­raone. Quando gli parla assume l’appellativo imponente e maestoso di «l’Iddio degli Ebrei», cioè Dio in rela­zione con quello stesso popolo che Faraone cercava di opprimere. Questo avrebbe dovuto bastare per far co­noscere a Faraone la spaventosa posizione nella quale si trovava di fronte a Dio. Io sono non avrebbe risuonato all’orecchio d’un incirconciso che in modo inin­telligibile, e non avrebbe comunicato nessuna realtà di­vina a un cuore incredulo. Quando Dio manifestato in carne fece udire queste parole ai Giudei infedeli del suo tempo, «Prima che Abramo fosse nato, io sono» (Giovanni 8:58), essi presero delle pietre per gettargliele contro. Soltanto il vero credente può, in una certa mi­sura, sentire la potenza e godere del valore di questo ineffabile nome «Io sono». Questo nome racchiude per lui, per quanto debole e malfermo possa essere, una benedizione perfetta. Ma benché Dio avesse coman­dato a Mosè di dire «L’Io sono m’ha mandato da voi» al suo popolo eletto, questo nome considerato in rap­porto con l’infedeltà racchiude qualcosa di profonda­mente serio, una profonda realtà. Se un uomo, ancora nei propri peccati, contempla un istante questo sopran­nome meraviglioso, è impossibile che non si chieda: qual è la mia posizione di fronte a questo essere che si chiama «Io sono quegli che sono»? Se davvero Egli è, chi è per me? Non voglio privare questa domanda della sua solennità e della sua potenza rispondendovi io stes­so; ma desidero che Dio la faccia penetrare nella co­scienza di quel lettore che ha realmente bisogno di essere scrutata da essa.

Non posso terminare questo capitolo senza richia­mare l’attenzione del mio lettore cristiano sull’impor­tante dichiarazione contenuta nel versetto 15: «Iddio disse ancora a Mosè: Dirai così ai figliuoli d’Israele: L’Eterno, l’Iddio dei vostri padri, l’Iddio d’Abrahamo, l’Id­dio d’Isacco e l’Iddio di Giacobbe mi ha mandato da voi. Tale è il mio nome in perpetuo, tale è la mia designa­zione per tutte le generazioni». Questa dichiarazione racchiude una verità importantissima, che molti cri­stiani dimenticano, cioè che la relazione di Dio con Israele è una relazione eterna. Egli è adesso l’Iddio d’Israele così come lo era quando visitò questo popolo nel paese d’Egitto; inoltre si occupa d’esso in modo positivo, ora come in quel tempo, però in modi diversi. La sua parola è chiara ed esplicita: «Tale è il mio nome in perpetuo». Dio non dice: Tale è il mio nome per un tempo, o per tutto il tempo in cui essi si comporteranno come devono; no, ma «Tale è il mio nome in perpetuo, tale è la mia designazione per tutte le generazioni». Che il lettore consideri bene questo. «Iddio non ha reietto il suo popolo che ha preconosciuto» (Roma­ni 11:2). Obbedienti o disubbidienti, riuniti o dispersi, manifestati alle nazioni o nascosti alla vista d’esse, i figliuoli d’Israele sono ancora un popolo. Sono il suo popolo, e Dio è il loro Dio. La dichiarazione del ver­setto 15 di cui ci stiamo occupando è irrefutabile. La Chiesa professante non è giustificata nell’ignorare una relazione che Dio dichiara di durata eterna.

Facciamo attenzione a non transigere con questa so­lenne dichiarazione: «Tale è il mio nome in perpetuo». Dio vuol dire ciò che dice; e fra poco manifesterà al cospetto di tutte le nazioni della terra che la sua rela­zione con Israele è una relazione eterna. «I doni e la vocazione di Dio sono senza pentimento» (Romani 11:29). L’Io sono ha dichiarato di essere l’Iddio d’Israele eter­namente; e tutti i Gentili capiranno questa verità e s’in­chineranno davanti ad essa riconoscendo che le vie provvidenziali di Dio verso essi, Gentili, e tutti i loro destini sono legati, in un modo o nell’altro, a questo po­polo favorito e onorato, sebbene ora giudicato e di­sperso. «Quando l’Altissimo diede alle nazioni la loro eredità, quando separò i figliuoli degli uomini, egli fissò i confini dei popoli, tenendo conto del numero dei figliuoli d’Israele. Poiché la parte dell’Eterno è il suo popolo, Giacobbe è la porzione della sua eredità» (Deu­teronomio 32:8-9). Cesserà d’essere vero ciò che Dio ha detto? Ha l’Eterno abbandonato «la porzione della sua eredità»? Lo sguardo del suo amore non riposa forse più sulle tribù disperse d’Israele da tanto tempo perse di vista dagli uomini? Le mura di Gerusalemme non sono forse più davanti a Lui o la sua polvere ha ces­sato di essere preziosa ai suoi occhi? Per rispondere a questa domanda bisognerebbe citare gran parte del­l’Antico Testamento e molti passi del Nuovo; ma non è il caso qui di esaminare questo soggetto nei particolari. Ricorderò solo, per finire questo capitolo, che la cristia­nità non deve ignorare «questo mistero; che cioè, un induramento parziale si è prodotto in Israele, finché sia entrata la pienezza dei Gentili; e così tutto Israele sarà salvato» (Romani 11:25-26).

5. Capitolo 4

Siamo invitati a fermarci ancora ai piedi del monte Horeb, «dietro al deserto», per vedervi l’incredulità del­l’uomo e la grazia illimitata di Dio manifestarsi in modo sorprendente. «Mosè rispose e disse: Ma ecco, essi non mi crederanno e non ubbidiranno alla mia voce, perché diranno: L’Eterno non t’è apparso» (vers. 1). Com’è difficile vincere l’incredulità del cuore umano e quanta fatica questo fa a confidarsi in Dio! Com’è lento l’uomo a lanciarsi in avanti basandosi sulla semplice promessa dell’Eterno! Tutto è naturale eccetto quello. Il più debole fuscello visibile all’occhio dell’uomo è con­siderato un fondamento infinitamente più solido dell’in­visibile «roccia dei secoli» (Isaia 26:4). La natura si precipiterà con ardore verso un qualunque canale uma­no o una qualunque cisterna rotta, piuttosto di rimanere vicina ad una sorgente nascosta di «acqua viva» (Ge­remia 2:13; 17:13).

Dovremmo pensare che Mosè ne avesse viste e udite abbastanza da porre fine a tutte le sue paure. Il fuoco consumante nel pruno che non si consumava; la grazia in tutta la sua accondiscendenza; i grandi e pre­ziosi soprannomi di Dio; la missione divina; la certezza della presenza di Dio, tutte queste cose avrebbero do­vuto soffocare ogni pensiero timoroso e trasmettere al cuore una ferma certezza. Tuttavia Mosè solleva ancora delle domande, e Dio gli risponde ancora; come l’ab­biamo notato ogni domanda serve a mettere in evidenza una nuova grazia.

«E l’Eterno gli disse: Che è quello che hai in mano? Egli rispose: Un bastone» (vers. 2). L’Eterno voleva prendere Mosè così com’era e servirsi di ciò che aveva in mano. Il bastone, col quale Mosè aveva guidato le pecore di Ietro, stava per essere adoperato per la libe­razione dell’Israele di Dio, per castigare il paese d’Egit­to, per tracciare, attraverso il mare, una via al popolo riscattato dall’Eterno e per far scaturire l’acqua dalla roccia che rinfrescò gli eserciti assetati d’Israele, nel deserto. Dio si serve degli strumenti più deboli per compiere i suoi più gloriosi disegni. «Un bastone», «un corno» (Giosuè 6:5), «un pan tondo d’orzo» (Giu­dici 7:13), «una brocca d’acqua» (1 Re 19:6), «una fionda» (1 Samuele 17:50): tutto, in poche parole, può servire, nella mano di Dio, per il compimento del­l’opera ch’egli si è proposto. Gli uomini credono che non si possano raggiungere grandi fini se non con grandi mezzi; ma non sono quelle le vie di Dio. Egli si serve di un verme come del sole scottante, d’un ricino come del «vento soffocante di oriente» (ved. Giona 4).

Ma Mosè doveva imparare una lezione importante sia riguardo al bastone, sia riguardo alla mano che do­veva servirsene. Egli doveva imparare e il popolo do­veva convincersi.

«E l’Eterno disse: Gettalo in terra. Egli lo gettò in terra ed esso diventò un serpente; e Mosè fuggì dinanzi a quello. Allora l’Eterno disse a Mosè: Stendi la tua mano e prendilo per la coda. Egli stese la mano e lo prese ed esso ritornò un bastone nella sua mano. Questo farai, disse I’Eterno, affinché credano che l’Eterno, l’Iddio dei loro padri, l’Iddio d’Abrahamo, l’Iddio d’Isac­co e l’Iddio di Giacobbe t’è apparso» (vv. 3-5). Il ba­stone diventò un serpente e Mosè fuggì dinanzi ad esso; ma, all’ordine dell’Eterno, lo prese per la coda e questo diventò un bastone. Nulla può esprimere me­glio di questa figura l’idea della potenza di Satana ri­volta contro lui stesso, ed abbiamo molti esempi di questo fatto nelle vie di Dio e in Mosè stesso. Il ser­pente è completamente sotto il potere di Cristo; e, quando sarà arrivato alla fine della sua insensata car­riera, sarà gettato nello stagno di fuoco per raccogliere, nel corso dei secoli dell’Eternità, i frutti della sua opera. «Il serpente antico», «l’accusatore» e «l’avversario», eternamente atterrato sotto il bastone dell’Unto di Dio (Apocalisse 12:9-10).

«L’Eterno gli disse ancora: Mettiti la mano in seno. Ed egli si mise la mano in seno; poi, cavatala fuori, ecco che la mano era lebbrosa, bianca come neve. E l’Eterno gli disse: Rimettiti la mano in seno. Egli si rimise la mano in seno; poi, cavatasela di seno, ecco che era ritornata come l’altra sua carne» (vers. 6-7). La mano coperta di lebbra e la sua purificazione, rappresentano l’effetto morale del peccato e il modo con cui il pec­cato è stato tolto dall’opera perfetta di Cristo. Messa in seno, la mano sana diventa lebbrosa: e la mano leb­brosa, nel seno, diventa sana. La lebbra è una ben nota figura del peccato: ora il peccato è entrato per mezzo del primo uomo ed è stato tolto dal secondo. «Poiché per mezzo d’un uomo è venuta la morte, così anche per mezzo d’un uomo è venuta la risurrezione dei morti» (1 Corinzi 15:21). Per mezzo d’un uomo è venuta la caduta e per mezzo d’un uomo la redenzione: dall’uomo venne l’offesa, dall’uomo il perdono; dall’uomo il pec­cato, dall’uomo la giustizìa; per mezzo dell’uomo la morte venne nel mondo, per mezzo dell’uomo la morte fu abolita e furono introdotte la vita, la giustizia e la gloria. Così, non soltanto il serpente stesso sarà vinto e confuso, ma ogni traccia del suo odioso e abomine­vole lavoro sarà completamente distrutta e cancellata dal sacrificio espiatorio di Coluì che «è stato manifestato per distruggere le opere del diavolo» (1 Giovanni 3:8).

«E se avverrà che non credano neppure a questi due segni e non ubbidiscano alla tua voce, tu prenderai del­l’acqua del fiume e la verserai sull’asciutto; e l’acqua che avrai preso dal fiume, diventerà sangue sull’asciut­to» (vers. 9). Impariamo qui, con un’immagine espres­siva e solenne, quali conseguenze porta con sé il rifiu­tare di sottomettersi alla testimonianza divina. Questo miracolo non doveva essere fatto se non nel caso in cui i due precedenti fossero stati rigettati: prima di tutto esso doveva servire da segno per Israele, poì da piaga per l’Egitto (confr. Esodo 7:17).

Tuttavia il cuore di Mosè non è ancora soddisfatto. «E Mosè disse all’Eterno: Ahimé, Signore, io non sono un parlatore; non lo ero in passato e non lo sono da quando tu hai parlato al tuo servo; giacché io sono tardo di parola e di lingua» (vers. 10). Che vergognosa viltà! Solo la pazienza infinita di l’Eterno poteva soppor­tarla. Del resto, quando Dio stesso dice «Io sarò con te», non dà forse al suo servitore la garanzia infallibile che, di tutto ciò di cui potrà aver bisogno, nulla gli man­cherà? Se aveva bisogno d’una lingua eloquente, l’«Io sono» non era forse con lui? Eloquenza, potenza, sag­gezza, energia, non era tutto racchiuso in quel tesoro inesauribile?

«E l’Eterno gli disse: Chi ha fatto la bocca dell’uo­mo? o chi rende muto o sordo o veggente o cieco? non son io, l’Eterno? Or dunque va, e io sarò con la tua bocca, e t’insegnerò quello che dovrai dire» (vers. 11 e 12). Grazia perfetta, incomparabile! Grazia degna di Dio! Non v’è nessuno che sia come l’Eterno, il nostro Dio, la cui paziente grazia supera tutte le nostre diffi­coltà e basta abbondantemente a tutti i nostri bisogni e a tutta la nostra debolezza. «Io, l’Eterno», dovrebbe far tacere per sempre tutti i ragionamenti del nostro cuore carnale. Ma, ahimé! è difficile dominare questi ragionamenti: essi compaiono sempre, turbando la no­stra pace e disonorando questo Essere benedetto che si presenta alle nostre anime nella sua pienezza essen­ziale affinché ci serviamo di questa pienezza, secondo i nostri bisogni.

Bisogna ricordare sempre che, quando il Signore è con noi, le nostre mancanze e le nostre infermità diven­tano per lui un’occasione per mostrare la sua grazia sufficiente a tutto, e la sua pazienza perfetta. Se Mosè se ne fosse ricordato non si sarebbe preoccupato della sua scarsa eloquenza. L’apostolo Paolo imparò a dire «Mi glorierò piuttosto delle mie debolezze, onde la po­tenza di Cristo riposi su me. Per questo io mi compiac­cio in debolezze, in ingiurie, in necessità, in persecu­zioni, in angustie per amor di Cristo; perché, quando son debole, allora sono forte» (2 Corinzi 12:9-10). Questo è certamente il linguaggio di chi è molto avanti nella scuola di Cristo. È l’esperienza di un uomo che non si sarebbe spaventato di non possedere una lingua eloquente dal momento che aveva trovato nella pre­ziosa grazia del Signore Gesù, una risposta a tutti i suoi bisogni. La conoscenza di questa verità avrebbe dovuto liberare Mosè dalla sfiducia e dalla timidezza ec­cessive che lo dominavano. La sicurezza che, nella sua misericordia, il Signore gli avrebbe concesso di essere con la sua bocca, avrebbe dovuto tranquillizzarlo sul fatto dell’eloquenza. Colui che ha fatto la bocca del­l’uomo poteva, se ce n’era bisogno, riempirla della più potente eloquenza. Per la fede questo era semplice; ma ahimé, il povero cuore incredulo conta molto di più su una lingua eloquente che su Colui che l’ha creata. Que­sto fatto ci sembrerebbe inspiegabile se non sapessimo da quali elementi è composto il cuore dell’uomo. Que­sto cuore non può confidare in Dio e di qui deriva quella mancanza di fede nell’Iddio vivente che si riscontra an­che nei credenti quando si lasciano, anche solo un poco, dominare dalla carne.

Così nel caso che ci occupa Mosè continua a esi­tare: «E Mosè disse: Deh! Signore, manda il tuo mes­saggio per mezzo di chi vorrai» (v. 13). Si trattava di rifiutare il glorioso privilegio di essere il solo messag­gero di l’Eterno a Israele in Egitto.

Sappiamo tutti come l’umiltà prodotta da Dio sia una grazia inestimabile. «Siate rivestiti di umiltà» è un principio divino; e l’umiltà è, senza contraddizione, l’or­namento più convenevole per un miserabile peccatore. Ma rifiutare di prendere il posto che Dio ci assegna o di percorrere la via ch’Egli ci traccia, non è umiltà. In Mosè, evidentemente, ciò che lo tratteneva non era umiltà poiché «l’ira dell’Eterno s’accese contro Mosè», e non era nemmeno debolezza soltanto. Fino a che que­sto sentimento rivestiva i caratteri della timidezza, per quanto fosse, del resto, riprovevole, Dio, nella sua infi­nita grazia, lo sopportò e rispose con ripetute pro­messe; ma quando divenne incredulità e durezza di cuore, la giusta collera di l’Eterno s’accese contro Mosè. E così, invece di essere l’unico strumento nell’opera della testimonianza e della liberazione di Israele, do­vette condividere con un altro questo privilegio.

Non v’è null’a che disonori Dio e che sia pericoloso per noi più di una falsa umiltà. Quando, col pretesto che non possediamo certe virtù o determinate qualifiche, ci rifiutiamo di prendere il posto che, nella sua grazia, Dio ci assegna, non è umiltà, dal momento che se fossimo convinti di possedere queste virtù e queste qualità, ci arrogheremmo il diritto di pretendere un tale posto. Se, per esempio, Mosè avesse avuto quel grado di eloquen­za che stimava necessario per compiere il suo mini­sterio, possiamo pensare che non avrebbe esitato ad obbedire all’appello di Dio. Si tratta ora di sapere che grado di eloquenza ci sarebbe voluto per lui; e la ri­sposta è che, per Dio, nessuna eloquenza umana sa­rebbe bastata, mentre, con Lui, il meno eloquente degli uomini diventa un ministro potente.

Questa è una grande verità pratica. L’incredulità è orgoglio e non umiltà. Essa rifiuta di credere Dio per­ché non trova nell’«io» una ragione di credere. Se, per qualcosa che è in me, rifiuto di credere quando Dio parla, faccio Dio bugiardo (1 Giovanni 5:10). Se, quan­do Dio manifesta il suo amore, rifiuto di credere per il solo motivo che non mi ritengo degno di quest’amore, faccio Dio bugiardo e mostro l’orgoglio del mio cuore. Il solo pensiero di poter meritare qualcosa di meglio dell’inferno, sarebbe la prova di una profonda ignoranza della mia condizione e di ciò che Dio richiede da me: rifiutare di prendere il posto che mi è assegnato dal­l’amore redentore, grazie all’espiazione compiuta da Cristo, vuol dire fare Dio bugiardo e disonorare il sa­crificio della croce. L’amore di Dio si spande spontaneamente: non sono i miei meriti ad attirarlo ma la mia miseria. E non si tratta del posto che io merito, ma di quello che Cristo merita. Cristo prese sulla croce il posto di peccatore, affinché il peccatore potesse pren­dere posto con Lui nella gloria. Cristo sopportò ciò che il peccatore merita affinché questi possa spartire con lui ciò ch’Egli merita. L’io è così completamente messo da parte: ed è quella la vera umiltà. Nessuno può es­sere veramente umile prima d’aver raggiunto il lato ce­leste della croce; ma là si trova la vita, la giustizia e il favore divino. Allora, la si è fatta finita con se stessi, per sempre. Non si cerca più, non si spera più di tro­vare del bene o della giustizia in se stesso, ma ci si nutre dell’abbondanza di un altro. Si è moralmente pronti ad unire la propria voce a quelli che, nell’eternità, fa­ranno risuonare i cieli delle loro lodi, dicendo: «Non a noi, o Eterno, non a noi, ma al tuo nome, dà gloria...» (Salmo 115:1).

Non sarebbe bene soffermarsi sugli sbagli e sulle debolezze di un servitore onorato da Dio come Mosè e del quale leggiamo che «fu fedele in tutta la casa di Dio come servitore per testimoniar delle cose che do­vevano essere dette» (Ebrei 3:5). Però, se è vero che non dobbiamo soffermarci su queste infermità in uno spirito di soddisfazione personale come se, in simili circostanze, noi avessimo agito diversamente, dobbia­mo tuttavia, da ciò che la Scrittura ci insegna a questo riguardo, cercare di trarre le sante lezioni che essa ha, evidentemente, lo scopo di darci. Dovremmo imparare a giudicare noi stessi e a confidarci realmente in Dio, affinché, messo da parte il nostro io, Dio possa agire in noi, per mezzo di noi e per noi. Questo è il vero se­greto della potenza.

Abbiamo visto che Mosè si privò, per colpa sua, del privilegio di essere il solo strumento dell’Eterno nel­l’opera gloriosa che stava per compiere. Ma c’è dell’al­tro. La collera dell’Eterno s’accese contro Mosè, «ed egli gli disse: Non c’è Aaronne, tuo fratello, il levita? Io so che parla bene. E per l’appunto ecco ch’egli esce ad incontrarti, e, come ti vedrà, si rallegrerà in cuor suo. Tu gli parlerai e gli metterai le parole in bocca; io sarò con la tua bocca e con la bocca sua e v’insegnerò quello che dovete fare. Egli parlerà per te al popolo; e così ti servirà di bocca e tu sarai per lui come Dio. Or prendi in mano questo bastone col quale farai i prodigi» (vv. 14, 17). Questo passo è una miniera di istruzioni pratiche assai preziose. Abbiamo visto i ti­mori e i dubbi di Mosè, malgrado tutte le promesse e le assicurazioni ch’egli riceveva dalla grazia divina. Ed ora, benché Mosè non abbia guadagnato, così, niente di più in fatto di potenza reale; benché nella bocca di Aaronne non ci fossero né più virtù né più potenza che nella sua; benché fosse lui, Mosè, a dover parlare ad Aaronne, lo vediamo pronto a partire da quando può contare sulla presenza e sulla collaborazione di un mortale, povero e debole come lui: e lui non aveva sa­puto obbedire quando l’Eterno gli ripeteva la promessa di essere con lui.

Caro lettore, non è forse, tutto ciò, uno specchio fedele nel quale si riflettono il mio e il vostro cuore? Siamo tutti disposti a confidare in altre cose piuttosto che nell’Iddio vivente. Appoggiati e protetti da un mor­tale come noi, corriamo arditamente e senza paura: in­vece tremiamo, esitiamo, dubitiamo quando abbiamo la luce del favore del Maestro per incoraggiarci e la forza del suo braccio onnipotente per sostenerci. Questo dovrebbe umiliarci profondamente davanti al Signore e indurci a cercare di conoscerlo meglio, per saperci con­fidare perfettamente in lui, e per camminare con un passo più fermo, perché abbiamo Lui solo per risorsa e per nostra parte. La compagnia di un fratello è senza dubbio assai preziosa: «due valgono più che uno so­lo» (Ecclesiaste 4:9) sia nel lavoro che nel riposo o nel combattimento. Il Signore Gesù mandò i suoi disce­poli due a due (Marco 6:7) poiché l’unione vale sem­pre più dell’isolamento; tuttavia, se la nostra cono­scenza personale di Dio e l’esperienza della sua pre­senza non sono in grado di farci camminare da soli, la presenza di un fratello ci sarà assai poco utile.

È da notare che Aaronne, la cui compagnia sembra aver soddisfatto Mosè, fu colui che più tardi fece il vitello d’oro (Esodo 32:21). Vediamo così, spesso, che la persona, la cui presenza ci sembra necessaria per progredire e aver successo, diventa poi una sorgente di dispiaceri per i nostri cuori. Ci sia dato di ricordarlo sempre! Comunque sia, Mosè alla fine obbedisce; ma prima di essere completamente preparato alla missione alla quale era chiamato dovette attraversare ancora un altro doloroso esercizio; bisogna che Dio imprima con la sua propria mano, sulla natura umana, la sen­tenza di morte. Mosè imparò importanti lezioni «dietro il deserto» e deve ora impararne una ancora più impor­tante «in viaggio, nel luogo dove albergava»(v. 24).

È cosa seria essere servitore del Signore: una edu­cazione ordinaria non può qualificare uno per una si­mile vocazione. Bisogna che la natura sia mortificata e mantenuta in una posizione di morte. «Avevamo già noi stessi pronunciato la nostra sentenza di morte affinché non ci confidassimo in noi medesimi ma in Dio che risuscita i morti» (2 Corinzi 1:9).

Ogni servitore, per essere benedetto nel suo ser­vizio deve imparare qualcosa di questa sentenza di morte sul proprio io. Per questa via passò Mosè, fa­cendo esperienze personali, prima di essere moral­mente adatto alla sua missione. Stava per far udire a Faraone questo solenne messaggio: «Così dice l’Eter­no: Israele è il mio figliuolo, il mio primogenito; e io ti dico: Lascia andare il mio figliuolo, affinché mi serva; e se tu ricusi di lasciarlo andare, ecco, io ucciderò il tuo figliuolo, il tuo primogenito» (vv. 22, 23).

Questo era un messaggio di morte e di giudizio, ma quello per Israele era di vita e di salvezza. Tuttavia bi­sogna che colui che vuole parlare di morte e di giu­dizio, di vita e di salvezza, da parte di Dio, realizzi prima di tutto, nella sua propria anima, la potenza di queste cose.

Mosè, al principio, ci appare, in figura, come cori­cato nella morte (nel canestro di giunchi): ma entrare nell’esperienza della morte di se stesso, è un’altra cosa. Per questo leggiamo: «Or avvenne che essendo Mosè in viaggio, nel luogo dov’egli albergava, l’Eterno gli si fece incontro e cercò di farlo morire. Allora Sefora prese una selce tagliente, recise il prepuzio del suo figliuolo e lo gettò ai piedi di Mosè dicendo: Sposo di sangue tu mi sei. E l’Eterno lo lasciò. Allora ella disse: Sposo di sangue per via della circoncisione» (vv. 24-26).

Questo passo ci chiarisce un profondo segreto della storia personale e famigliare di Mosè. È evidente che, fino a quel momento, Sefora si era opposta all’applica­zione della «selce tagliente» all’oggetto delle sue affe­zioni naturali; aveva evitato il marchio che doveva es­sere impresso nella carne di ogni membro dell’Israele di Dio; non sapeva che la sua relazione con Mosè implicava la morte della natura umana; essa indietreggiava «davanti alla croce»; era naturale, ma Mosè aveva ce­duto davanti a lei a questo riguardo e ciò spiega quella misteriosa scena. Se Sefora rifiuta di circoncidere suo figlio, l’Eterno metterà la mano su suo marito, e se Mosè accondiscende ai sentimenti di sua moglie, l’Eterno cer­cherà di farlo morire. La sentenza di morte dev’essere scritta sulla natura umana e se cerchiamo di sfuggirle da una parte la incontreremo da un’altra.

Abbiamo già notato che Sefora rappresenta una figura interessante e istruttiva della Chiesa. Essa fu unita a Mosè nel pe­riodo della sua vita in cui era rigettato e il passo che abbiamo citato ci insegna che la Chiesa deve conoscere Cristo come colui al quale è unita per mezzo del san­gue. È suo privilegio bere il suo calice ed essere bat­tezzata del suo battesimo. Essendo crocifissa con Lui bisogna che sia resa conforme alla sua morte, che mor­tifichi le sue membra che sono sulla terra, che prenda ogni giorno la sua croce e lo segua. La sua relazione con Cristo è basata sul sangue e la manifestazione della potenza di questa relazione implica necessaria­mente la morte della natura. «E in Lui voi avete tutto pienamente. Egli è il capo d’ogni principato e d’ogni po­testà; in lui voi siete anche stati circoncisi d’una cir­concisione non fatta da mano d’uomo, ma della circon­cisione di Cristo, che consiste nello spogliamento del corpo della carne: essendo stati con lui sepolti nel bat­tesimo nel quale siete anche stati risuscitati con lui mediante la fede nella potenza di Dio che ha risuscitato lui dai morti» (Colossesi 2:10-12).

Questa è la dottrina rela­tiva alla posizione della Chiesa con Cristo, dottrina piena dei più gloriosi privilegi per la Chiesa e per cia­scun membro che ne fa parte: remissione intiera dei peccati, giustizia, accettazione completa, sicurezza eterna, perfetta comunione con Cristo nella gloria: essa comprende tutto. «In lui voi avete tutto pienamente!» Che cosa si potrebbe aggiungere a ciò che è completo? «La filo­sofia», «le dottrine degli uomini», «gli elementi del mondo», «il mangiare o il bere», «le feste, i noviluni, i sabati», «non toccare, non assaggiare, non maneg­giare», «i comandamenti e le dottrine degli uomini», «i giorni, i mesi, i tempi, gli anni»? (vedere Colossesi 2). Qualcuna di queste cose, o tutte insieme potrebbero forse aggiungere uno iota a ciò che Dio dichiara com­pleto? Potremmo domandarci se, dopo i sei giorni di lavoro impiegati da Dio per l’opera della creazione, l’uomo avrebbe potuto intraprendere di dare l’ultima mano a ciò che Dio aveva dichiarato molto buono!

Non dobbiamo, per nessuna ragione, intravedere questo stato di perfezione come qualcosa che il cristiano debba ancora raggiungere, o a cui non sia ancora arrivato, do­vendovi però tendere con perseveranza senza essere mai sicuro di possederla fino all’ora della morte o da­vanti al trono di giudizio. Questa perfezione è la parte del figlio di Dio, del più debole, del meno istruito, di quello che ha meno esperienza. Il più debole dei santi è compreso nel «voi» dell’apostolo. Tutti i figliuoli di Dio hanno tutto pienamente in Cristo. Paolo non dice avrete, o forse avrete, o sperate d’avere, o pregate per avere; ma lo Spirito Santo dichiara in modo assoluto e categorico che «voi avete tutto pienamente». Questo è il vero punto di partenza per il cristiano, e sarebbe capovolgere ogni cosa il prendere per punto d’arrivo ciò che Dio ha fatto punto di partenza.

Ma qualcuno potrà dire: Non abbiamo dunque dei peccati, dei difetti, delle imperfezioni? Ne abbiamo, cer­tamente. «Se diciamo d’esser senza peccato inganniamo noi stessi, e la verità non è in noi» (1 Giovanni 1:8). Ab­biamo il peccato in noi ma non su noi. Inoltre davanti a Dio non siamo in noi ma in Cristo. È «in Lui» che abbiamo tutto pienamente. Dio vede il credente in Cri­sto, con Cristo e come Cristo: è questa la nostra con­dizione immutabile e la nostra eterna posizione come cristiani. «Lo spogliamento del corpo della carne» è stato effettuato dalla circoncisione di Cristo; il credente non è nella carne (Romani 7:5; 8:9), benché la carne sia in lui; esso è unito a Cristo nella potenza d’una vita nuova ed eterna e questa vita è inseparabilmente legata alla giustizia divina nella quale il credente è stabilito da­vanti a Dio. Il Signore Gesù ha tolto tutto ciò che era contro il credente e lo ha avvicinato a Dio introducen­dolo davanti a Lui nello stesso favore di cui egli stesso gode. In una parola, Cristo è la nostra giustizia (1 Corinzi 1:30; 2 Corinzi 5:21) ; questo mette fine a tutte le que­stioni, risponde a tutte le obiezioni, impone il silenzio ad ogni dubbio; «poiché e colui che santifica e quelli che son santificati provengon tutti da uno» (Ebrei 2:11).

Questa serie di verità proviene dal «tipo» che ci è presentato nella relazione di Mosè con Sefora. Ed ora abbandoneremo per un momento «il deserto», ma non dimentichiamo le grandi lezioni e le sante impressioni che abbiamo ricevute e che sono così essenziali per ogni servitore di Cristo e ogni messaggero dell’Iddio vi­vente. Chi vuole servire ed essere benedetto nel suo servizio, nell’importante opera di evangelizzazione o nei diversi ministeri della casa di Dio, che è la Chiesa, avrà bisogno di lasciarsi comprenetrare dalle preziose istru­zioni che Mosè ricevette ai piedi del monte Horeb e mentre era in viaggio «nel luogo dove egli albergava».

Se si prestasse alle cose di cui ci siamo occupati l’attenzione che esse meritano, non si vedrebbero tante per­sone correre senza essere mandate; non si vedrebbero tanti credenti lanciarsi nel ministerio al quale non sono mai stati destinati. Bisogna che quelli che vogliono pre­dicare, o insegnare, o esortare, o esercitare un mini­sterio, qualunque esso sia, esaminino accuratamente loro stessi per sapere se veramente sono stati prepa­rati, ammaestrati e mandati da Dio. Senza ciò la loro opera non sarà riconosciuta da Dio e neanche bene­detta per gli uomini, e più presto essi si ritireranno meglio sarà, tanto per loro stessi quanto per quelli ai quali hanno voluto imporre il pesante giogo di ascoltarli. Un ministerio d’istituzione umana sarà sempre fuori po­sto nella sacra cinta della Chiesa di Dio. Bisogna che ogni servitore sia dotato da Dio, ammaestrato e man­dato da Lui.

«E l’Eterno disse ad Aaronne: Va nel deserto incon­tro a Mosè. Ed egli andò, lo incontrò al monte di Dio e lo baciò. E Mosè riferì ad Aaronne tutte le parole che l’Eterno l’aveva incaricato di dire e tutti i segni porten­tosi che gli aveva ordinato di fare »(vv. 27-28).

Questa bella scena di unione e di tenero e fraterno amore costituisce un contrasto sorprendente con ciò che avvenne fra questi due uomini nel loro pellegrinaggio, attraverso il deserto. Quarant’anni di vita nel deserto non possono far altro che portare dei grandi mutamenti negli uomini e nelle cose. È tuttavia piacevole fermarsi un momento sui primi tempi del cammino del credente, mentre le austere realtà della vita del deserto non hanno ancora, in nessun modo, fermato lo slancio delle vive e generose affezioni; quando l’inganno, la corruzione e la ipocrisia non hanno ancora distrutta la fiducia del cuore e posto l’essere morale sotto la fredda influenza d’una disposizione sospettosa.

È fin troppo vero, ahimé, che spesso interi anni di esperienza non hanno portato che a questo triste ri­sultato. Beato colui che, sebbene i suoi occhi siano stati aperti per vedere la natura umana ad una luce più chia­ra di quella che dà il mondo, sa servire con l’energia della grazia che sgorga dal seno di Dio. Chi ha mai co­nosciuto come Gesù le profondità e la scaltrezza del cuore umano? Gesù «conosceva tutti perché non aveva bisogno della testimonianza d’alcun uomo, poiché egli stesso conosceva quello che era nell’uomo». Egli cono­sceva così bene gli uomini che «non si fidava di loro» (Giovanni 2:24-25). Non poteva prestar fede a ciò di cui gli uomini fanno professione, né sancire le loro pretese. E nonostante ciò, chi fu mai così pieno di grazia come lui, così amoroso, tenero, compassionevole? Con un cuo­re che comprendeva tutti, poteva simpatizzare con cia­scuno. Non permise che la conoscenza perfetta dell’ini­quità dell’uomo lo tenesse lontano dalla miseria degli uomini. «Andava di luogo in luogo facendo il bene». Perché? Forse perché credeva che tutti quelli che lo cir­condavano fossero sinceri? No, ma perché «Iddio era con lui» (Atti 10:38). Ecco l’esempio che Dio ci pone dinanzi. Seguiamolo, anche se, ad ogni passo, dobbiamo calpestare l’io e tutti i suoi interessi.

Chi si augurerebbe di possedere questa saggezza, questa conoscenza della natura umana e questa espe­rienza che non fanno altro che indurre gli uomini a rac­chiudersi nel cerchio di un freddo egoismo e a riguar­dare il mondo con occhi di oscura diffidenza? Un risultato simile non può provenire da qualcosa che appartenga a una natura celeste. Dio dà la sapienza, ma non una sa­pienza che chiude il cuore alle invocazioni del bisogno e della miseria dell’uomo. Ci dà invece una conoscenza della natura umana non tale da farci afferrare con egoi­stica avidità ciò che erroneamente chiamiamo «nostro». Egli dà esperienza ma non un’esperienza che ci induca a diffidare di tutto il mondo eccetto che di noi stessi. Se camminiamo seguendo le orme del Signore Gesù, se siamo compenetrati dal suo spirito e di conseguenza lo manifestiamo, se, in poche parole, possiamo dire «per me vivere è Cristo», allora, attraversando il mondo con la conoscenza di ciò che Egli è, avendo rapporti con gli uomini pur sapendo cosa dobbiamo aspettarci da essi, possiamo, per grazia, manifestare Cristo in mezzo alla scena nella quale Dio ci ha posti. Le cause che ci fanno agire e gli oggetti che ci animano sono tutti in alto, dove è Colui che è «lo stesso ieri, oggi e in eterno» (Ebrei 13:8).

È pure là che il cuore di questo caro e grande servi­tore, dalla storia del quale abbiamo raccolte già tante vere e profonde lezioni, trovava la grazia e la forza che l’hanno condotto attraverso tristi scene della vita del deserto. Senza paura di sbagliare possiamo affermare che alla fine, malgrado le prove e le lotte dei quaranta anni, Mosè poté abbracciare il suo fratello sul monte Hor con lo stesso affetto di quando lo aveva incontrato al principio «al monte di Dio» (Esodo 4:27; 18:5). Questi due incontri ebbero luogo, è vero, in circostanze assai diverse. Al monte di Dio i due fratelli, s’incontrarono, si abbracciarono, e si misero in marcia insieme per com­piere la loro divina missione. Sul monte Hor s’incontra­rono per ordine di l’Eterno (Numeri 20:25), perché Mosè spogliasse il suo fratello dei vestiti sacerdotali e lo ve­desse raccolto presso il suo popolo a causa di uno sba­glio al quale egli stesso aveva partecipato. Le circo­stanze cambiano; gli uomini possono separarsi l’uno dall’altro, ma in Dio «non c’è variazione né ombra prodotta da rivolgimento» (Giacomo 1:17).

«Mosè ed Aaronne dunque andarono, e radunarono tutti gli anziani dei figliuoli d’Israele. E Aaronne riferì tutte le parole che l’Eterno aveva dette a Mosè, e fece i prodigi in presenza del popolo. E il popolo prestò loro fede. Essi intesero che l’Eterno aveva visitato i fìgliuoli d’Israele e aveva veduto la loro afflizione, e si inchina­rono e adorarono» (vers. 29-31).

Quando interviene Dio bisogna che ogni barriera crolli. Mosè aveva detto: «Ma essi non mi crederanno»; ma non si trattava di sapere se avrebbero creduto a lui bensì se avrebbero creduto a Dio. Chi può considerarsi semplicemente come l’inviato da Dio, può anche essere perfettamente tranquillo per quanto riguarda l’accetta­zione del suo messaggio; e questa beata certezza non lo distoglie per nulla dalla tenera e affettuosa sollecitu­dine verso quelli a cui è mandato. Al contrario essa lo preserva dall’inquietudine disordinata dello spirito che non può fare altro che contribuire a rendere un uomo inadatto a portare una testimonianza ferma, elevata e perseverante. Un inviato di Dio dovrebbe sempre ricor­darsi che il messaggio che porta è il messaggio di Dio. Quando Zaccaria dice all’angelo: «A che conoscerò io questo?», quest’ultimo non fu per nulla turbato da quella domanda, ma rispose: «Io son Gabriele, che sto davanti a Dio; e sono stato mandato a parlarti e recarti questa buona notizia» (Luca 1:18-19). I dubbi del mortale non turbano nell’angelo il sentimento della dignità del suo messaggio; egli sembra dire: Come puoi tu dubitare quando dalla sala del trono della Maestà nei cieli ti è stato ora inviato un messaggio? È così che ogni messag­gero di Dio, secondo la sua misura, dovrebbe andare, e con questo spirito rilasciare il suo messaggio.

6. Capitoli 5 e 6

Il risultato del primo appello a Faraone non fu per nulla incoraggiante. Il timore di perdere gli Israeliti in­dusse il re a trattenerli con tanta più risolutezza e a sor­vegliarli con doppia vigilanza. Tutte le volte che i limiti della potenza dì Satana vengono ad essere ristretti, il suo furore aumenta. La fornace sta per essere spenta dall’amore del Liberatore; ma, prima che ciò avvenga, essa brucia con maggiore intensità e l’ardore del fuoco aumenta. Il diavolo non lascia andare volentieri coloro che ha trattenuti sotto la sua terribile mano. Egli è quell’uomo «ben armato» di cui parla Luca (Luca 11:21-22) che «guarda l’ingresso della sua dimora» e «quel ch’ei possiede è al sicuro». Ma, ne sia benedetto Iddio, c’è stato Uno «più forte di lui», che gli ha tolto «tutta l’armatura nella quale si confidava» e ha spartito le sue spoglie con gli oggetti beati del suo eterno amore.

«Dopo questo Mosè ed Aaronne vennero a Faraone e gli dissero: Così dice l’Eterno, l’Iddio di Israele: Lascia andare il mio popolo perché mi celebri una festa nel deserto» (Cap. 5:1). Questo era il messaggio dell’Eterno a Faraone. Egli chiedeva per il suo popolo una intiera li­berazione, perché Israele era il suo popolo e voleva che gli celebrasse una festa solenne nel deserto. Dio, per essere soddisfatto, non vuole per i suoi eletti niente di meno che una completa liberazione dal giogo della schia­vitù. «Scioglietelo e lasciatelo andare» (Giovanni 11:44) è la parola d’ordine delle vie misericordiose di Dio verso quelli a cui vuol dare la vita eterna, benché trattenuti da Satana sotto il giogo della schiavitù.

Quando contempliamo i figliuoli di Israele fra le for­naci dei mattoni in Egitto, abbiamo davanti una rappre­sentazione esatta della condizione del figlio di Adamo secondo la natura. Essi erano là, schiacciati sotto il pe­sante giogo del nemico, senza forza per liberarsene. La sola menzione della parola libertà non fa che spingere l’oppressore a rinserrare le catene dei suoi prigionieri e a caricarli di un peso opprimente.

Bisognava assolutamente che la liberazione venisse dal di fuori. Ma da dove doveva venire? Dov’erano le risorse per pagare il riscatto? Dove la forza per spez­zare le catene? E, ammesso di trovare tutto questo, dove sarebbe stata la volontà che avrebbe compiuto l’opera e si fosse assunto l’incarico di liberare? Ahimè, per Israele non v’erano speranze, né dal di dentro, né dal di fuori. Il povero popolo non aveva altra risorsa che quella di riguardare in alto. Dio era il suo rifugio. Egli solo aveva il potere e il volere. Poteva riscattare Israele a prezzo e con poten­za. Nell’Eterno, in lui solo, c’era la salvezza per il popolo miserabile e oppresso.

È sempre così. «In nessun altro è la salvezza; poiché non v’è sotto il cielo alcun altro nome che sia stato dato agli uomini per il quale noi ab­biamo ad esser salvati» (Atti 4:12). Il peccatore si tro­va sotto il giogo di un padrone che lo domina con potere dispotico. È «venduto al peccato» (Romani 7:14), «prigioniero di Satana per fare la sua volontà», incate­nato nei lacci della concupiscenza e delle passioni, «senza forza» (Romani 5:6), «senza speranza», «senza Dio» (Efesini 2:12). È questa la condizione del pecca­tore. Come se ne libererà? Essendo schiavo di un altro, tutto ciò che fa lo fa da schiavo. I suoi pensieri, le sue parole, i suoi atti sono quelli di uno schiavo. Quand’an­che piangesse anelando alla liberazione, i suoi pianti e i suoi sospiri non sarebbero altro che la prova della sua triste schiavitù. Egli può lottare per la libertà; ma i suoi sforzi, benché testimonino il suo desiderio d’essere libero, sono la dichiarazione esplicita del suo assogget­tamento.

Ma non si tratta solo della condizione del peccatore; la sua natura stessa è radicalmente corrotta e sottomes­sa al potere di Satana. Il peccatore dunque non ha solo bisogno di essere introdotto in una nuova posizione; bisogna che gli sia data una nuova natura. La natura e la posizione vanno insieme. Se fosse in potere del pec­catore di migliorare la condizione nella quale si trova, che cosa gli servirebbe questo se la sua natura rimane irrimediabilmente malvagia? Un nobile può prendere un mendicante, adottarlo, accordargli la fortuna e la posi­zione di un nobile, ma non potrà mai dargli in eredità la nobiltà di natura; così pure la natura di un mendicante non si troverà mai a suo agio nella posizione di un no­bile. Bisogna che la natura corrisponda alla posizione e che la posizione corrisponda alle capacità, ai desideri, alle affezioni e alle tendenze naturali di chi la possiede. Ora l’evangelo della grazia di Dio ci insegna che il cre­dente è introdotto in una condizione completamente nuo­va; che non è più considerato nel suo precedente stato di colpevolezza e di condanna, ma in uno stato di per­fetta ed eterna giustificazione. La condizione nella quale Dio lo vede ora non è solo quella di un completo per­dono ma è tale che la santità infinita non può scoprirvi alcun difetto. Il credente è stato tratto dalla sua primi­tiva condizione di colpa e posto in modo assoluto e per l’eternità in un nuovo stato di pura e perfetta giu­stizia. Non è che in qualche modo la sua antica posi­zione sia stata migliorata, poiché «ciò che è storto non può essere raddrizzato» (Ecclesiaste 1:15); «un moro può egli mutar la sua pelle, o un leopardo le sue mac­chie?» (Geremia 13:23).

Non vi è nulla che sia più opposto alla verità fonda­mentale dell’Evangelo della teoria di un miglioramento graduale della condizione del peccatore. Nato in una data condizione, bisogna che sia «nato di nuovo» per poter entrare in un’altra. Egli potrà cercare di miglio­rarsi, prendere la risoluzione di diventare migliore in futuro, di incominciare una pagina nuova, di cambiare il suo modo di vivere, ma con tutto questo non sarà per niente uscito dalla sua condizione reale di peccatore. Potrà diventare «religioso», potrà cercare di pregare, di seguire assiduamente gli ordinamenti del culto e di rive­stire tutte le apparenze di una rigida morale, ma niente di tutto questo può portare un benché minimo cambia­mento al suo reale stato davanti a Dio.

Lo stesso è per quanto riguarda la natura. Come po­trebbe un uomo cambiarla? Egli può farle subire una se­rie di operazioni, può cercare di domarla, di sottomet­terla a una disciplina; con tutto ciò sarà pur sempre la natura: «quel che è nato dalla carne è carne» (Giovanni 3:6). Ci vuole per l’uomo una nuova natura così come una nuova condizione. Ma come acquistarla? Credendo alla testimonianza che Dio ha reso del suo Figliuolo. «A tutti quelli che l’hanno ricevuto egli ha dato il diritto di diventar figliuoli di Dio, a quelli cioè che credono nel suo nome; i quali non son nati da sangue, né da volontà di carne, né da volontà d’uomo, ma son nati da Dio» (Giovanni 1:12-13). Impariamo qui che quelli che credono nel nome dell’unigenito Figlio di Dio, hanno il diritto e il privilegio d’essere figli di Dio; essi sono resi partecipi di una nuova natura; hanno la vita eterna. «Chi crede nel Figliuolo ha vita eterna» (Giovanni 3:36); «In verità, in verità, io vi dico: Chi ascolta la mia parola e crede a Colui che mi ha mandato ha vita eterna; e non vie­ne in giudizio, ma è passato dalla morte alla vita» (Giovanni 5:24). «E questa è la vita eterna: che conoscano te il solo vero Dio, e colui che tu hai mandato, Gesù Cristo» (Giovanni 17:13); «E la testimonianza è questa: Iddio ci ha data la vita eterna, e questa vita è nel suo Figliuolo. Chi ha il Figliuolo, ha la vita» (1 Giovanni 5:11-12).

Questa è la dottrina della Scrittura per ciò che con­cerne le importanti questioni relative alla condizione del­la natura umana. Ma in che modo e su quale fondamento il credente è introdotto in una condizione di giustizia di­vina e reso partecipe della natura divina? Questo grande cambiamento dipenderà interamente dalla meravigliosa verità che «Gesù morì e risuscitò» (1 Tessalonicesi 4:14). Questo Essere benedetto lasciò il trono, la gloria, le sfe­re della luce, e discese in questo mondo di peccato e di miseria, simile alla carne di peccatore; dopo aver per­fettamente manifestato e glorificato Dio in tutti gli atti della sua vita quaggiù, morì sulla croce sotto il peso di tutte le trasgressioni del suo popolo. Egli ha così divi­namente soddisfatto a tutto ciò che era o poteva essere contro di noi. «L’Eterno si è compiaciuto... di rendere la sua legge grande e magnifica» (Isaia 42:21). Poi fu fatto maledizione, essendo appeso al legno. Ogni diritto fu soddisfatto da Lui, ogni nemico ridotto al silenzio, ogni ostacolo tolto. «La benignità e la verità si sono incon­trate, la giustizia e la pace si sono baciate» (Salmo 85:10). Essendo soddisfatta la giustizia infinita, l’infinito amore può riversarsi nel cuore contrito del pecca­tore, può calmarlo e rallegrarlo, mentre l’acqua e il san­gue, che colarono dal costato trafitto di Gesù, soddisfano perfettamente tutti i bisogni di una coscienza colpevole e convinta di peccato. Il Signore Gesù era al nostro po­sto sulla croce; era il nostro rappresentante. «Cristo ha sofferto..., egli giusto per gl’ingiusti» (1 Pietro 3:18); «Egli l’ha fatto essere peccato per noi» (2 Corinzi 5:21). Egli fu messo al livello dei trasgressori; fu sepolto e risuscitò avendo compiuto ogni cosa. Così, ormai, non c’è più nulla che sia contro il peccatore; esso è unito a Cristo e si trova nella sua stessa condizione di giu­stizia. «Quale egli è, tali siamo anche noi in questo mondo» (1 Giovanni 4:17).

Ecco ciò che dà alla coscienza una pace solida e ben fondata. Se non siamo più in uno stato di colpa ma di giustificazione, se Dio ci vede in Cristo e come Cristo, la nostra parte è una perfetta pace. «Giustificati dunque per fede, abbiam pace con Dio» (Romani 5:1). Il sangue dell’Agnello ha tolto tutta la colpevolezza del credente; ha cancellato il suo grosso debito, e gli ha dato, in presenza di quella santità «che non può sopportare la vista del male» (Habacuc 1:13), una veste perfettamente candida.

Ma il credente non ha solo trovato la pace con Dio; egli è divenuto figliuolo di Dio di modo che può godere delle dolcezze della comunione col Padre e col Figlio, per mezzo della potenza dello Spirito Santo.

Bisogna considerare la croce sotto due punti di vista: prima di tutto essa soddisfa i diritti di Dio e ciò che la sua gloria esige; poi esprime l’amore di Dio. Se consi­deriamo i nostri peccati in vista dei diritti di Dio come giudice, scopriamo che la croce ha soddisfatto a tutti questi diritti; Dio come Giudice è stato divinamente soddisfatto e glorificato alla croce. Ma c’è di più. Dio, oltre che dei diritti, ha anche delle affezioni; e la croce del Signore Gesù le rivela al peccatore in modo com­movente e persuasivo. Il peccatore, allora, è reso par­tecipe di una nuova natura capace di godere di queste affezioni e d’avere comunione col cuore da cui provengono. «Cristo ha sofferto una volta per i peccati, egli giusto per gli ingiusti, per condurci a Dio» (1 Pietro 3:18). Non siamo dunque solo introdotti in un nuovo stato, ma condotti a una Persona, a Dio stesso, e siamo fatti partecipi di una natura che è capace di trovare le sue delizie in Lui. «E non soltanto questo ma anche ci glo­riamo in Dio per mezzo del nostro Signor Gesù Cristo per il quale abbiamo ora ottenuto la riconciliazione» (Romani 5:11).

Che forza e che bellezza racchiudono quelle parole di liberazione: «Lascia andare il mio popolo perché mi celebri una festa nel deserto» (Cap. 5:1)! «Lo Spirito del Signore è sopra me; per questo egli m’ha unto per evangelizzare i poveri; mi ha mandato a bandir libe­razione a’ prigionieri, ed ai ciechi ricupero della vista; a rimettere in libertà gli oppressi» (Luca 4:18). La buona novella dell’Evangelo annuncia la liberazione da ogni giogo e da ogni schiavitù. La pace e la libertà, co­me Dio l’ha dichiarato, sono i doni che l’Evangelo reca a quelli che lo ricevono per la fede.

Notiamo che è detto «perché mi celebri una festa». Se i figliuoli di Israele dovevano finirla col Faraone, dovevano incominciare con Dio. Il cambiamento era grande. Invece di affaticarsi sotto il giogo degli ispet­tori del Faraone, dovevano celebrare una festa con Dio. E, sebbene questo implicasse il passaggio dall’Egitto al deserto, la presenza divina doveva accompagnarli; e se il deserto era triste e selvaggio, era tuttavia il cammino che portava a Canaan. Rientrava nei disegni di Dio che Israele celebrasse una festa solenne all’Eterno nel deserto, perciò bisognava che lo si lasciasse andare fuori d’Egitto.

Faraone non era disposto ad obbedire all’ordine di­vino. «Chi è l’Eterno ch’io debba ubbidire alla sua voce e lasciar andare Israele?» (v. 2). Con queste parole egli esprime in modo chiarissimo la sua vera condi­zione morale, la sua ignoranza e la sua disubbidienza. Queste due cose vanno assieme. Se non si conosce Dio non gli si può obbedire poiché l’obbedienza è sempre basata sulla conoscenza. Un’anima che ha la fortuna di conoscere Dio, sperimenta che questa conoscenza è la vita (Giovanni 17:3); e la vita è la potenza, e con la potenza si può agire. È evidente che chi non ha la vita non può agire. È insensato voler far compiere certi atti a qualcuno perché ottenga ciò per mezzo del quale sol­tanto potrebbe fare qualcosa.

Faraone non conosceva Dio e tanto meno se stesso. Non sapeva di essere un povero verme della terra, suscitato per far conoscere la gloria di Colui ch’egli diceva di non conoscere (Eso­do 9:16; Romani 9:17). «Ed essi dissero: L’Iddio degli Ebrei si è presentato a noi; lasciaci andare tre giornate di cammino nel de­serto per offrir sacrifici all’Eterno che è il nostro Dio, onde ei non abbia a colpirci con la peste o con la spada. E il re d’Egitto disse loro: O Mosè e Aaronne, perché distraete il popolo dai suoi lavori? Andate a fare quello che vi è imposto... Sia quella gente caricata di lavoro; e si occupi di quello senza badare a parole di menzo­gna» (vers. 3-9).

Quale rivelazione abbiamo qui dei segreti moventi del cuore umano! Quale completa incapacità di entrare nelle cose di Dio! Tutti i diritti divini e tutte le divine rivelazioni erano, a giudizio di Faraone, parole di men­zogna. Cosa importava a lui il cammino di tre giornate nel deserto o una festa per l’Eterno? Come avrebbe po­tuto comprendere la necessità di un tale viaggio, o la natura e lo scopo di una simile festa? Poteva capire che cosa fosse il portare dei pesi o il fabbricare dei mat­toni; queste cose avevano a suo giudizio un’aria di realtà; ma quanto a Dio, al suo servizio o al suo culto, non riusciva a vedere altro che una chimera inventata da chi cercava una scusa per sfuggire alle austere real­tà della vita.

Troppo spesso questo si è verificato per i sapienti e i grandi di questo mondo che sono stati sempre i primi a tacciare di follia e di vanità le testimonianze divine. Udite, per esempio, la stima che ha fatto «l’ec­cellentissimo Festo» della grande questione dibattuta tra Paolo e i Giudei. «Avevano contro lui certe questioni intorno alla propria religione e intorno a un certo Gesù morto, che Paolo affermava esser vivente» (Atti 25:19). Ahimè, quanto poco sapeva ciò che diceva! Quan­to poco capiva ciò che implicasse la questione di sa­pere se Gesù era morto o vivente! Non pensava all’im­mensa portata di questo fatto per lui e per i suoi amici Agrippa e Berenice; ma questo non modificava per nulla il fatto in se stesso; lui e loro ne sapevano ormai troppo su questo soggetto, benché nei giorni passeggeri della loro gloria terrena non l’abbiano considerato che come un argomento di superstizione, indegno dell’attenzione di uomini intelligenti, unicamente adatto ad occupare il cervello di entusiastici visionari. Sì, la grande questione che decide il destino di ogni figlio d’Adamo, la questione sulla quale riposa la condizione presente ed eterna del­la Chiesa e del mondo e alla quale si riferiscono tutti i consigli di Dio, era, secondo il giudizio di Festo, una vana superstizione.

Per Faraone fu la stessa cosa. Egli non sapeva niente dell’Eterno, l’Iddio degli Ebrei, il grande «Io sono»; e così considerava tutto ciò che Mosè ed Aaronne gli avevano detto di un sacrificio a Dio, come «parole di menzogna». Le cose di Dio devono sempre apparire, all’uomo profano, vane, inutili e prive di senso. Il nome di Dio può far parte della fraseologia di una fredda re­ligione formalista, ma Dio non è conosciuto. Il suo nome prezioso in cui si trova racchiuso tutto ciò che il cuore del credente può desiderare e di cui può avere bisogno, non ha per l’incredulo né significato, né po­tenza, né virtù, e così tutto ciò che tratta di Dio o si riferisce a Lui, alle sue parole, ai suoi consigli, ai suoi pensieri, alle sue vie, è considerato come parola di menzogna.

Ma si avvicina rapidamente il tempo nel quale non sarà più così. Il tribunale di Cristo, i terrori del mondo a venire, le nubi dello stagno di fuoco, non saranno parole di menzogna. No, certamente; e tutti co­loro che per grazia credono che queste cose siano real­tà, dovrebbero sforzarsi di risvegliare la coscienza di quelli che, come Faraone, ritengono la costruzione dei mattoni come la sola cosa degna di occupare i pen­sieri, la sola vera realtà!

Ahimè! quanto spesso i credenti stessi vivono nel dominio delle cose visibili, nella religione della terra e della materia, in modo da perdere il senso profondo, immutabile e potente della realtà delle cose divine e celesti. Abbiamo bisogno di vivere di più nel dominio della fede, nel dominio del cielo e della nuova crea­zione. Allora vedremo le cose come Dio le vede; a loro riguardo penseremo come pensa Dio, e la nostra vita intera sarà più elevata, più disinteressata, più completa­mente separata dalla terra e dalle cose terrene.

Tuttavia la prova più dolorosa per Mosè non viene dal giudizio fatto da Faraone riguardo alla sua missione. Il servitore fedele, il cui cuore è interamente per Cristo, deve aspettarsi sempre di non essere considerato dagli uomini del mondo che come un visionario entusiasta. Essi considerano il credente da un punto di vista tale che non ci permette di aspettarci da loro un giudizio diverso. Più un servitore sarà fedele al suo celeste Si­gnore, più camminerà sulle sue orme, più sarà conforme alla sua immagine, più, anche, può aspettarsi di essere considerato dai figli della terra come privo di senno. Questo giudizio del mondo non dovrebbe dunque né scoraggiarlo, né mortificarlo. Ma è cosa infinitamente più penosa ancora per lui il vedere il suo ministerio e la sua testimonianza male interpretati, misconosciuti o rigettati da coloro che ne sono essi stessi gli oggetti particolari. In un tale caso egli ha bisogno di essere molto più con Dio nel segreto dei suoi pensieri; egli ha bisogno di vivere di più nella potenza della comu­nione con Lui, per essere mantenuto nella costante realtà della sua vita e del suo servizio. Se in circostanze così difficili non si è pienamente persuasi di aver rice­vuto una missione da alto, se non si è coscienti di avere con sé la presenza divina, si è quasi sicuri di soc­combere.

Se Mosè non fosse stato così sostenuto, come avreb­be potuto perseverare quando l’oppressione crescente della potenza di Faraone strappava ai sorveglianti dei figliuoli di Israele parole di scoraggiamento come que­ste: «L’Eterno volga il suo sguardo su voi e giudichi! perché ci avete messi in cattivo odore dinanzi a Faraone e dinanzi ai suoi servitori e avete loro messa la spada in mano perché ci uccida» (vers. 20-21)? Ce n’era abbastanza per abbattere Mosè, e Mosè lo sen­tiva; infatti, tornato all’Eterno, gli dice: «Signore, perché hai fatto del male a questo popolo? perché dunque mi hai mandato? Poiché, da quando sono andato da Faraone per parlargli a tuo nome, egli ha maltrattato questo po­polo e tu non hai affatto liberato il tuo popolo». Proprio nel momento in cui la liberazione sembrava vicina le cose avevano preso una piega quanto mai scoraggiante, proprio come nella natura l’ora più tenebrosa della notte è sovente quella che precede immediatamente il sor­gere del giorno. Sarà così della storia di Israele negli ultimi giorni. L’ora dell’oscurità più profonda e della più terribile angoscia precederà immediatamente l’appari­zione del «sole di giustizia» (Malachia 4:1-2), che porta la santità nelle sue ali per guarire d’una guarigione eterna la piaga del suo popolo (Geremia 6:14; 8:11).

Ci si può chiedere fino a che punto il «perché» di Mosè, dei passi citati poco più su, fosse dettato da una fede reale e da una volontà mortificata. Il Signore non riprende mai Mosè per i suoi «perché» dovuti alla grande afflizione del momento; gli risponde invece con bontà: «Ora vedrai quello che farò a Faraone; perché, forzato da una mano potente, li lascerà andare; anzi, forzato da una mano potente, li caccerà dal suo paese» (Cap. 6:1). Questa risposta è compenetrata d’una gra­zia particolare. Invece di censurare l’insolenza di uno che osava mettere in dubbio le vie insondabili di «Io sono», questo Dio sempre misericordioso cerca di rile­vare lo spirito abbattuto del suo servo, svelandogli ciò che sta per fare. È un agire degno di Dio, da cui pro­vengono ogni donazione buona e ogni dono perfetto, e che dà a tutti e senza rinfacciare. «Perché egli cono­sce la nostra natura; egli si ricorda che siamo pol­vere» (Salmo 103:14). Non è poi soltanto nei suoi atti, ma in lui stesso, nel suo proprio nome e nel suo carattere che Egli vorrebbe far trovare al cuore la con­solazione e la gioia; ed è questa la perfetta felicità, la divina, eterna felicità. Quando il cuore trova in Dio stesso il ristoro di cui abbisogna, quando può rifugiarsi nel sicuro asilo che offre il suo nome, quando può tro­vare nel carattere di Dio la risposta perfetta a tutti i suoi bisogni, allora è veramente elevato al di sopra del livello delle cose create; può abbandonare le belle pro­messe della terra e stimare nel giusto valore le superbe pretese dell’uomo. Il cuore che conosce Dio per espe­rienza può non solo guardare la terra e dire «tutto è vanità», ma riguardare direttamente a Dio e dire «tut­te le fonti della mia gioia sono in te» (Salmo 87:7).

«E Dio parlò a Mosè e gli disse: Io sono l’Eterno e apparii ad Abrahamo, ad Isacco e a Giacobbe, come l’Iddio onnipotente; ma non fui conosciuto da loro sotto il mio nome di Eterno [Jahveh]. Stabilii pure con loro il mio patto promettendo di dar loro il paese di Canaan, il paese dei loro pellegrinaggi, nel quale soggiornavano. Ed ho anche udito i gemiti dei figliuoli d’Israele che gli Egiziani tengono in schiavitù e mi son ricordato dei mio patto» (cap. 6:2-5).

«Jahveh», «Eterno» è il nome che Dio prende come liberatore del suo popolo in virtù del suo patto di grazia pura e sovrana. Si rivela come la sorgente eterna dell’amore redentore, stabilendo i suoi consigli, compiendo le sue promesse, liberando il suo popolo eletto da ogni nemico e da ogni male. Era il privilegio di Israele essere sem­pre sotto la salvaguardia di questo nome così significativo che manifesta Dio che agisce per la propria glo­ria e permette che il suo popolo sia oppresso per pub­blicare questa gloria per mezzo di lui (Isaia 43:11,12,15,21).

«Perciò di’ ai figliuoli di Israele: Io sono l’Eterno; vi sottrarrò ai duri lavori di cui vi gravano gli Egiziani, vi emanciperò dalla loro schiavitù e vi redimerò con braccio steso e con grandi giudizi. E vi prenderò per mio popolo, e sarò vostro Dio; e voi conoscerete che io sono l’Eterno, il vostro Dio, che vi sottrae ai duri lavori impostivi dagli Egiziani. E vi introdurrò nel paese che giurai di dare ad Abrahamo, a Isacco e a Giacobbe; e ve lo darò come possesso ereditario: io sono l’Eterno» (vv. 6-9).

Tutto ciò proclama la grazia più pura, la più gratuita, la più ricca. L’Eterno si presenta al cuore dei suoi come Colui che agirà per loro, in loro e con loro, per la mani­festazione della propria gloria. Per deboli e miserabili che fossero. Egli era disceso per far vedere la sua gloria, manifestare la sua grazia e dare un esempio del­la sua potenza nella loro intera liberazione. La sua glo­ria e la loro salvezza erano inseparabilmente collegate. Più tardi, tutte queste cose furono ripetute perché le ricordassero: «L’Eterno ha riposto in voi la sua affe­zione e vi ha scelti, non perché foste più numerosi di tutti gli altri popoli, ché anzi siete meno numerosi di ogni altro popolo; ma perché l’Eterno vi ama, perché ha voluto mantenere il giuramento fatto ai vostri padri, l’Eterno vi ha tratti fuori con mano potente e vi ha redenti dalla casa di schiavitù, dalla mano di Faraone, re di Egitto» (Deuteronomio 7:7-8).

Non v’è nulla che sia adatto a confermare e a stabi­lire su solido fondamento il cuore timoroso e tremante come il sapere che Dio si è occupato di noi, così come siamo, conoscendo alla perfezione ciò che siamo; e che, inoltre, egli non può scoprire in noi nulla di nuovo che possa alterare il carattere o la misura del suo amore per noi. «Avendo amato i suoi ch’erano nel mondo, li amò fino alla fine» (Giovanni 13:1). Chi è amato, lo è fino alla fine e d’un amore immutabile; è un motivo, questo, di inesprimibile gioia. Dio sapeva ciò che era­vamo: conosceva ciò che v’era in noi di più cattivo, allorché manifestò il suo amore per noi nel dono del proprio Figliuolo. Sapeva di cosa avevamo bisogno, ed ha provveduto. Conosceva la cifra del nostro debito, e l’ha pagata. Sapeva cosa bisognava fare, e l’ha fatto. Le esigenze della sua gloria dovevano essere soddi­sfatte e le ha soddisfatte. Tutto è opera sua. Per questo dice a Israele: «vi redimerò», «vi introdurrò», «vi prenderò per mio popolo», «vi darò il paese», «Io sono l’Eterno». Era tutto quello che voleva fare, in base a ciò che Egli era; finché questa grande verità non è stata pienamente afferrata, fintantoché non è ricevuta nel­l’anima per mezzo dello Spirito Santo, non si può avere una pace sicura. Non si può avere il cuore felice e la coscienza tranquilla prima di sapere e di credere che tutti i diritti divini sono stati divinamente soddisfatti.

La fine di questo capitolo 6 contiene un elenco dei «capi delle famiglie» dei padri di Israele. Esso è inte­ressante perché ci mostra l’Eterno che viene a fare il censimento di quelli che gli appartengono benché fos­sero ancora nel regno del nemico. Israele era il popolo di Dio e Dio enumera qui coloro sui quali ha un diritto supremo. Che grazia meravigliosa! Trovare un oggetto di interesse in quelli che erano in mezzo alla miseria della schiavitù in Egitto, era una cosa degna di Dio!

Colui che ha fatto i mondi e che è circondato da an­geli sempre pronti a fare «ciò che gli piace» (Sal­mo 103:21), scese fin quaggiù per adottare degli schiavi e unire il suo Nome al loro. Scese in mezzo alle fornaci dei mattoni in Egitto, vide un popolo gemente sotto la sferza degli oppressori e pronunciò allora queste mera­vigliose parole: «Lascia andare il mio popolo». E aven­do detto questo, cominciò a contarli, per così dire: que­sti sono miei, vediamoli bene, affinché nessuno sia la­sciato indietro. «Egli rileva il misero dalla polvere e trae su il povero dal letame, per farli sedere coi prin­cipi, per farli eredi di un trono di gloria» (1 Samuele 2:8).

7. Capitoli da 7 a 11

Questi cinque capitoli sono parte a sé stante del li­bro dell’Esodo; il loro contenuto può essere così impo­stato: I dieci giudizi dell’Eterno, la resistenza di Janné e Jambré, le quattro obiezioni di Faraone.

7.1 I dieci giudizi dell’Eterno

Tutto il paese di Egitto fu scosso sotto i colpi reite­rati della verga dell’Eterno. Tutti, dal re seduto sul trono alla serva che lavorava al mulino, dovettero sentire il terribile peso di questa verga. «Egli mandò Mosè suo servitore e Aaronne che aveva eletto. Essi compiron fra loro i miracoli da lui ordinati, fecero dei prodigi nella terra di Cham. Mandò le tenebre e fece oscurare l’aria, eppure non osservarono le sue parole. Cangiò le acque loro in sangue e fece morire i loro pesci. La loro terra brulicò di rane, fin nelle camere dei loro re. Egli parlò e vennero mosche e zanzare in tutto il loro territorio. Dette loro grandine invece di pioggia, fiamme di fuoco sul loro paese. Percosse le loro vigne e i loro fichi e fra­cassò gli alberi del loro territorio. Egli parlò e vennero le locuste e i bruchi senza numero che divorarono tutta l’erba nel loro paese e mangiarono il frutto della loro terra. Poi percosse tutti i primogeniti nel loro paese, le primizie d’ogni loro forza» (Salmo 105:26-36). Qui il Salmista ci descrive in termini concisi i terribili ca­stighi che, per la sua durezza di cuore, Faraone fece venire sulla terra e sul suo popolo. Questo superbo monarca aveva deciso di resistere alla volontà sovrana e al cammino dell’Iddio altissimo e, come giusta conse­guenza di questo atto, fu accecato e reso irremovibile. «E l’Eterno indurò il cuor di Faraone ed egli non die’ ascolto a Mosè e ad Aaronne come l’Eterno aveva detto a Mosè».

Poi l’Eterno disse a Mosè: «Levati di buon mattino, presentati a Faraone, e digli: Così dice l’Eterno, l’Iddio degli Ebrei: Lascia andare il mio popolo perché mi serva; poiché questa volta manderò tutte le mie piaghe sul tuo cuore, sui tuoi servitori e sul tuo popolo, af­finché tu conosca che non c’è nessuno simile a me su tutta la terra. Che se ora io avessi stesa la mano e avessi percosso di peste te e il tuo popolo, tu saresti stato sterminato di sulla terra. Ma no; io t’ho lasciato sussistere per questo: per mostrarti la mia potenza e perché il mio nome sia divulgato per tutta la terra» (Esodo 9:12-16).

Considerando Faraone e i suoi atti, l’anima è tra­sportata alle commoventi scene apocalittiche che ci mostrano l’ultimo orgoglioso oppressore del popolo di Dio, che richiama sul suo regno e su se stesso le sette coppe della collera dell’Onnipotente. Dio, nei suoi di­segni, ha voluto che Israele avesse la preminenza; biso­gnava, dunque, che chiunque avesse la pretesa di op­porsi a questo, fosse messo da parte. Bisogna che la grazia divina trovi il proprio oggetto e chiunque pre­tende di mettere un ostacolo a quella grazia deve es­sere «tolto di mezzo»; si tratti dell’Egitto o di Babi­lonia o della Bestia che «era e non è e deve salire dal­l’abisso» (Apocalisse 17:8), poco importa. La potenza divina aprirà la strada affinché la grazia divina possa spargersi, e una eterna maledizione sarà su chi cerca di ostacolarla. Tutti costoro gusteranno per tutta l’eter­nità, nei secoli dei secoli, il frutto amaro della loro ribellione contro «l’Eterno, l’Iddio degli Ebrei». Egli ha detto al suo popolo: «Nessun’arma fabbricata contro di te riuscirà» (Isaia 54:17) e la sua immutabile fe­deltà adempirà sicurissimamente ciò che la grazia ha promesso.

Così, quando Faraone si impuntò a trattenere con una mano di ferro l’Israele di Dio, le coppe della col­lera divina furono versate su di lui e il paese di Egitto fu coperto di tenebre, di malattie e di desolazione. Così avverrà al grande e ultimo oppressore, quando uscirà dall’abisso infinito, armato della potenza satanica per schiacciare col «piede del superbo» (Salmo 36:11) quelli che l’Eterno s’è scelti quali oggetti del suo favore. Il suo trono sarà abbattuto, il suo regno devastato dalle sette ultime piaghe, e infine egli stesso sarà gettato non nel Mar Rosso, ma nello stagno di «fuoco e di zolfo» (Apocalisse 17:8; 20:10).

Di ciò che Dio promise ad Abrahamo, ad Isacco e a Giacobbe non uno iota passerà senza che si adempia. Tutte le sue promesse sono «sì e amen in Cristo» (2 Corinzi 1:20). Dinastie si son levate e hanno gio­cato il loro ruolo sul teatro di questo mondo; sono stati eretti troni sulle rovine dell’antica gloria di Gerusalem­me; degli imperi son fioriti per un tempo e poi son crol­lati; ambiziosi potenti han combattuto per possedere il «paese della promessa»; tutto questo è avvenuto, ma l’Eterno ha detto riguardo alla Palestina: «Le terre non si venderanno per sempre perché la terra è mia» (Levi­tico 25:23). L’Eterno stesso e nessun altro possederà, alla fine, questo paese; ed è per mezzo della discen­denza di Abrahamo che lo erediterà. Un semplice passo della Scrittura basta per orientare i nostri pensieri su questo argomento. La terra di Canaan è per la poste­rità di Abrahamo e la posterità di Abrahamo è per la terra di Canaan; mai nessun potere terrestre o infer­nale potrà capovolgere quest’ordine divino poiché l’Id­dio Eterno ha pronunciato questa parola e il sangue del­l’eterno patto è stato sparso per ratificarla. Chi potreb­be annullarla? «Il cielo e la terra passeranno ma le mie parole non passeranno» (Matteo 24:35).

«O Ieshurun, nessuno è pari a Dio che, sul carro dei cieli, corre in tuo aiuto, che, nella sua maestà, s’avan­za sulle nubi: l’Iddio che ab antico è il tuo rifugio; e sotto a te stanno le braccia eterne. Egli scaccia di­nanzi a te il nemico, e ti dice: Distruggi! Israele starà sicuro nella sua dimora; la sorgente di Giacobbe sgor­gherà solitaria in un paese di frumento e di mosto, e dove il cielo stilla la rugiada. Te felice, o Israele! Chi è pari a te, un popolo salvato dell’Eterno, ch’è lo scudo che ti protegge e la spada che ti fa trionfare? I tuoi ne­mici verranno a blandirti, e tu calpesterai le loro alture» (Deuteronomio 33:25-29).

7.2 La resistenza di Janné e Jambré

Dobbiamo ora considerare l’opposizione di Janné e Jambré, i magi egiziani. Non avremmo conosciuto i nomi di questi antichi antagonisti della verità di Dio, se non fossero stati nominati dallo Spirito Santo, in rela­zione con i tempi malvagi riguardo ai quali l’apostolo Paolo mette in guardia il suo figliuolo Timoteo.

È importante che il lettore cristiano capisca bene la vera natura della resistenza opposta a Mosè dai magi; e perché abbia una veduta completa su questo soggetto, riferirò per esteso il passo dell’epistola di Paolo a Ti­moteo; esso è quanto mai profondo e solenne. «Or sappi questo, che negli ultimi giorni verranno dei tempi difficili; perché gli uomini saranno egoisti, amanti del danaro, vanagloriosi, superbi, bestemmiatori, disubbi­dienti ai genitori, ingrati, irreligiosi, senza affezione na­turale, mancatori di fede, calunniatori, intemperanti, spietati, senza amore per il bene, traditori, temerari, gonfi, amanti del piacere anziché di Dio, aventi le forme della pietà, ma avendone rinnegata la potenza. Anche costoro schiva! Poiché nel numero di costoro son quelli che si insinuano nelle case e cattivano donnicciuole ca­riche di peccati, agitate da varie cupidigie che imparan sempre e non possono mai pervenire alla conoscenza della verità. E come Janné e Jambré contrastarono a Mosè così anche costoro contrastano alla verità; uomini corrotti di mente, riprovati quanto alla fede. Ma non andranno più oltre, perché la loro stoltezza sarà mani­festata a tutti, come fu quella di quegli uomini» (2 Ti­moteo 3:1-9).

La natura di una tale resistenza alla verità è qual­cosa di particolarmente serio. Janné e Jambré resi­stettero a Mosè semplicemente imitando, per quanto potevano, ciò ch’egli faceva. Non ci risulta che essi ab­biano attribuito i miracoli di Mosè a un potere di mal­vagità o di errore, ma cercarono piuttosto di neutraliz­zarne l’effetto nella coscienza facendo le medesime cose. Ciò che compiva Mosè essi pure potevano com­pierlo di modo che, in sostanza, non c’era una gran differenza; l’uno valeva gli altri. Un miracolo è un miracolo. Se Mosè faceva miracoli per far uscire d’Egit­to Israele, essi potevano farne per farvelo restare; dove era dunque la differenza?

Impariamo da tutto ciò che la più satanica resi­stenza alla testimonianza di Dio nel mondo proviene da coloro che, pur imitando gli effetti della verità, non hanno che «la forma della pietà avendone rinnegata la potenza» (2 Timoteo 3:5). Costoro possono fare le medesime cose, adottare gli stessi sistemi e le stesse forme, usare il medesimo linguaggio e professare le stesse opinioni. Se il vero cristiano, mosso dall’amore per Cristo, dà da mangiare a chi ha fame, da vestire a chi è nudo, visita i malati, diffonde le Scritture, di­stribuisce trattati, prega, canta dei cantici, difende e predica il Vangelo, il formalista può fare lo stesso; e, facciamo attenzione, è proprio questo il carattere spe­ciale della resistenza opposta alla verità «negli ultimi giorni»; è questo lo spirito di Janné e Jambré. Com’è importante comprendere questa seria verità! Com’è ne­cessario ricordare che come Janné e Jambré contrasta­rono a Mosè, così questi professanti, amanti di loro stessi, del mondo, dei piaceri, «contrastano alla verità». Non vorrebbero non avere «una forma di pietà»; però, adottando la forma perché è entrata nei loro usi, ne odiano la «potenza» in quanto implica la rinuncia a se stessi. «La potenza della pietà» implica il ricono­scimento dei diritti di Dio, lo stabilirsi del suo regno nel cuore, e, come conseguenza, la manifestazione di queste cose nel proprio carattere e nella propria vita. Ma il formalista ignora tutto questo. La «potenza» del­la pietà non potrà mai accordarsi con qualcuno dei ca­ratteri segnalati dai passi citati dell’epistola a Timoteo; la «forma», invece, pur nascondendoli, li lascia viventi e insubordinati; ed è in ciò che il formalista si com­piace! Egli non ci tiene a giudicare le proprie concupi­scenze, i suoi piaceri ostacolati, le sue passioni do­mate, le sue affezioni regolate, il suo cuore purificato. Ci vuole per lui proprio quel po’ di religione per trarre il maggior utile possibile dal mondo presente e da quello a venire. Egli non sa cosa vuol dire abbandonare il mondo presente perché si è trovato quello «a ve­nire»!

Considerando i modi con cui Satana si oppone alla verità di Dio, vediamo che il suo sistema è sempre stato quello di contrastare alla verità: dapprima con la violenza, attaccandola apertamente; poi, quando quel mezzo non è riuscito, corrompendola con una contraf­fazione. Così egli cercò prima di far morire Mosè (cap. 2:15) e, non riuscendovi, cercò di imitare le sue opere.

Lo stesso è avvenuto alla verità affidata alla Chiesa di Dio. I primi sforzi di Satana si manifestarono con la collera dei capi sacerdoti e degli anziani del popolo, con le condanne, la prigione, la spada. Ma, nel passo del­l’epistola a Timoteo, non è fatto cenno a simili sistemi. La lotta aperta ha ceduto il posto al mezzo ben più sot­tile e pericoloso di una professione vana, di una forma senza potenza, di una umana contraffazione. Invece di presentarsi con la spada della persecuzione in mano, il Nemico si aggira coperto col manto della professione, professando e imitando ciò che un tempo combatteva e perseguitava; con questo sistema egli ottiene ora degli spaventosi risultati. Le orribili forme del male morale che, di secolo in secolo, hanno contaminato le pagine della storia dell’umanità, invece di trovarsi solo nei luo­ghi dove spontaneamente le si cercherebbero, nei na­scondigli delle tenebre umane, si trovano accurata­mente sistemate sotto le pieghe di una fredda e im­potente professione: è uno dei capolavori di Satana.

Naturalmente l’uomo, creatura decaduta e corrotta, è egoista, avaro, vanitoso, altero, profano, amico del piacere piuttosto che di Dio, ma, nella bella apparenza di una forma di pietà, denota l’energia speciale di Sa­tana nella sua resistenza alla verità degli «ultimi gior­ni». Che l’uomo manifesti apertamente i suoi vizi, le concupiscenze, le passioni orrende, risultati inevitabili del suo allontanamento dalla sorgente della santità e della purezza infinite, è fin troppo naturale, poiché l’uo­mo sarà ciò che è fino alla fine della sua storia. Ma, d’altro canto, quando si vede il santo nome del Signore Gesù associato alla perversità e all’implacabile malva­gità dell’uomo, quando si vedono principi santi uniti a pratiche empie, quando si vede tutto ciò che caratte­rizza la corruzione dei Gentili, come ce la presenta il primo capitolo dell’epistola ai Romani, associato a una «forma di pietà», allora si può veramente dire: ecco gli orribili caratteri degli «ultimi giorni», la resistenza di Janné e Jambré.

Tuttavia, solo in tre cose i magi d’Egitto poterono imitare il servitore dell’Iddio «vivente e vero»; trasfor­marono i bastoni in serpenti (7:12) ; mutarono l’acqua in sangue (7:22) ; fecero salire le rane sul paese (7:7) ; ma, al quarto segno, che implicava la potenza creatrice, la manifestazione della vita, associata all’evidenziazione dello stato di umiliazione della natura, furono confusi e costretti a dire: «Questo è il dito-di Dio» (Cap. 8:16-19). Lo stesso avviene a chi si oppone alla verità negli ultimi giorni. Ciò che è fatto è in rapporto alla diretta energia di Satana e rientra nei limiti del suo potere. Inoltre il loro scopo speciale è di «resistere alla verità».

Le tre cose che Janné e Jambré riuscirono a ese­guire sono caratterizzate dall’energia satanica, la morte e l’impurità, cioè i serpenti, il sangue e le rane. È così che essi resisterono a Mosè ed è così che si oppon­gono ora alla verità, impedendone la sua azione morale nella coscienza. Non c’è nulla che contribuisca di più ad indebolire la potenza della verità del vedere altre persone, che non sono sotto la sua influenza, fare esat­tamente le stesse cose di quelli che si trovano sotto questa influenza. È questo il modo di agire di Satana nei tempi attuali: egli cerca di far passare tutti gli uomini per cristiani; vorrebbe farci credere che siamo circondati da un «mondo cristiano», ma il «mondo cristiano» non è che una cristianità di contraffazione che, lungi dal rendere testimonianza alla verità, resiste all’azione santificante e purificante d’essa, secondo i disegni del nemico della verità.

In poche parole, il testimone di Cristo, testimone della verità, è circondato, da ogni parte, dallo spirito di Janné e Jambré; è bene che se ne ricordi, che co­nosca a fondo il male contro il quale ha da lottare, che non dimentichi che il mondo che lo circonda è l’imita­zione satanica della vera opera di Dio, prodotta non dalla bacchetta di un mago apertamente malvagio, ma dall’azione di falsi professanti, aventi la «forma della pietà ma avendone rinnegata la potenza»; gente che fa cose che paiono buone e giuste ma che non possiede la vita di Cristo nell’anima, né l’amore di Dio nel cuore, né la potenza della Parola di Dio nella coscienza.

«Ma» — aggiunge l’apostolo — «non andranno più oltre perché la loro stoltezza sarà manifesta a tutti, co­me fu quella di quegli uomini». Difatti la stoltezza di Janné e Jambré fu manifesta a tutti quando non solo non riuscirono a proseguire nell’imitazione di Mosè e di Aaronne, ma furono essi stessi coinvolti nei giudizi di Dio.

C’è, in tutto ciò, qualcosa di molto serio. La follia di chi ha solo «la forma» sarà così manifestata. Non solo saranno incapaci di imitare gli effetti della vita e della potenza divina, nella loro interezza, ma divente­ranno, essi stessi, gli oggetti dei giudizi che derive­ranno dal rigettamento di quella verità contro cui han­no contrastato. Si può dire forse che tutto ciò non racchiuda un insegnamento per un tempo di professione senza potenza? Questi esempi dovrebbero agire sulle coscienze in potenza di vita, parlare ai cuori con accenti potenti e penetranti e indurre ognuno di noi ad esami­narsi seriamente, per accertarsi se rende testimonianza alla verità, vivendo nella potenza della pietà, o se in­vece ne ostacola e ne neutralizza gli effetti avendone solo la «forma». Gli effetti della potenza della pietà si mostreranno nella perseveranza delle cose che abbiamo imparate (2 Timoteo 3:14). Rimarranno solo quelle che Dio ci ha insegnate, e coloro che, per la potenza dello Spirito di Dio, si sono abbeverati dei principi divini alla pura sorgente dell’ispirazione.

Grazie a Dio, le numerose frazioni della chiesa pro­fessante racchiudono un gran numero di tali uomini. Ve ne sono, qua e là, molti la cui coscienza è stata la­vata dal sangue espiatorio dell’Agnello di Dio (Gio­vanni 1:29), che hanno il cuore compenetrato da un attaccamento vero per la Sua Persona e lo spirito fe­lice per la «beata speranza» di vederlo qual Egli è ed essere resi per sempre conformi alla sua immagine. Ci incoraggiamo nel pensare a queste persone. È una gra­zia indicibile avere comunione con quelli che possono render ragione della speranza che è in loro e della po­sizione che occupano. Possa il Signore aumentarne il numero tutti i giorni e che la potenza della pietà si diffonda sempre più in questi ultimi giorni affinché una brillante testimonianza sia resa al Nome di Colui che ne è degno.

7.3 Le quattro obiezioni di Faraone

Ci resta ancora da esaminare il terzo punto che ab­biamo segnalato in questa parte del libro, cioè le quat­tro obiezioni sollevate da Faraone circa la completa liberazione del popolo di Dio e la sua intera separazione dall’Egitto.

La prima nel cap. 8 v. 25: «Faraone chiamò Mosè e Aaronne e disse: Andate, offrite sacrifici al vostro Dio nel paese». È superfluo rilevare che, sia che i magi oppongano della resistenza, sia che Faraone sol­levi delle obiezioni, dietro la scena c’è Satana; è evi­dente che, nella proposta ch’egli suggerisce a Faraone, il suo scopo era di impedire la testimonianza che do­veva essere resa al nome dell’Eterno, che dipendeva dalla separazione completa del popolo di Dio dall’Egitto. È chìaro che non vi sarebbe stata una testimonianza di quel genere se il popolo fosse rimasto in Egitto, quan­d’anche avesse fatto dei sacrifici all’Eterno. Gli Israeliti si sarebbero posti, così, sul medesimo terreno degli Egiziani, avrebbero messo l’Eterno allo stesso livello de­gli dèi d’Egitto; e un Egiziano avrebbe potuto dire ad un Israelita: «Non vedo differenza fra noi: voi avete il vo­stro culto e noi il nostro. Che differenza c’è?».

Gli uomini trovano giusto, addirittura ovvio, che ognuno ab­bia una religione, qualunque sia; basta che siamo sin­ceri e che non ci mescoliamo con la credenza del no­stro vicino, interessa poco la forma della nostra reli­gione. Sono queste le opinioni umane riguardo a ciò che chiamano religione. Ma è evidente che la gloria del nome di Gesù non ha niente a che fare con tutto que­sto. Il Nemico si opporrà sempre a ogni idea di separa­zione e il cuore dell’uomo non la comprende. Il cuore può aspirare alla pietà poiché la coscienza attesta che non tutto è in regola, ma con la stessa facilità aspira al mondo. Gli piacerebbe sacrificare a Dio nel paese; ora, quando si accetta una pietà mondana e ci si rifiuta di «uscire e separarsi», lo scopo di Satana è raggiunto. Il suo principio, immutabile fin dall’inizio, è stato quello di impedire la testimonianza resa al nome di Dio sulla terra e anche qui il suo disegno segreto era il mede­simo quando faceva dire a Faraone: «andate, offrite sa­crifici al vostro Dio nel paese». Aderire a questa pro­posta non sarebbe stato forse soffocare la testimo­nianza? Il popolo di Dio in Egitto. Dio stesso associato agli idoli di Egitto: che spaventosa bestemmia!

Lettore, dovremmo seriamente riflettere su queste cose. Lo sforzo del Nemico, per indurre il popolo di Israele a offrire sacrifici a Dio in Egitto, rivela un prin­cipio infinitamente più profondo di quanto potremmo immaginare a tutta prima. Il Nemico trionferebbe se potesse ottenere, non importa in che tempo, con che mezzi o in quali circostanze, anche solo l’apparenza di una sanzione divina in favore della religione del mondo. Satana non ha niente da obiettare su una reli­gione di quel genere; egli raggiunge il suo scopo tanto per mezzo del cosiddetto «mondo religioso» quanto con qualunque altro mezzo; ha già riportato una vittoria quando è riuscito a indurre un vero credente ad accre­ditare la religione del mondo. È un fatto scontato or­mai e ben noto che, nel mondo, nulla stimola l’indegna­zione più del principio divino della separazione dal pre­sente malvagio secolo. Vi lasceranno credere le cose che credete, predicare le stesse dottrine, fare le me­desime opere; ma se provate, anche per poco, a con­formarvi all’ordine divino «anche costoro schiva» (2 Ti­moteo 3:5) e «uscite di mezzo a loro e separatevene» (2 Corinzi 6:17), potete aspettarvi la più violenta op­posizione. Come spiegarlo? Semplicemente col fatto che, separati dalla vana religione del mondo, i cristiani rendono a Cristo una testimonianza che non possono rendergli mai finché sono associati ad essa.

Tra la religione umana e Cristo c’è un’immensa differenza. Un povero Indù, immerso nelle tenebre, vi par­lerà della sua religione, ma non sa nulla di Cristo. L’Apostolo non dice «se v’è qualche consolazione nella religione» (Filippesi 2:1), sebbene gli aderenti ad una religione qualsiasi vi trovino la loro consola­zione. Paolo aveva trovato la propria consolazione in Cristo dopo aver fatto pienamente l’esperienza della vanità della religione sia pure sotto la sua più bella forma (Galati 1:13-14; Filippesi 3:5-11).

Lo Spirito di Dio, è vero, parla di una «religione pura e immacolata» (Giacomo 1:27); ma l’uomo non rigenerato non può parteciparvi in nessun modo, poiché non può aver parte a ciò che è puro e immacolato. Que­sta religione è del cielo, la sorgente di tutto ciò che è puro e buono. Essa è esclusivamente dinanzi a Dio e Padre, per l’esercizio delle funzioni della nuova natura, di cui sono fatti partecipi tutti quelli che credono al nome del Figliuol di Dio (Giovanni 1:12-13; Giacomo 1:18; 1 Pietro 1:23; 1 Giovanni 5:1). Infine, essa trova il suo posto sotto l’insegna della benevolenza attiva e della santità personale: «visitar gli orfani e le vedove nelle loro afflizioni, e conservarsi puri dal mondo» (Gia­como 1:27).

Se considerate l’elenco dei veri frutti del cristiane­simo, li troverete classificati sotto quelle due insegne; è molto interessante notare che, sia nel cap. 8 dell’Eso­do sia nel cap. 1 di Giacomo, la separazione dal mondo è presentata come una qualità indispensabile nel vero servizio di Dio. Nulla di ciò che è contaminato dal «con­tatto» col presente secolo malvagio, può essere accet­tato da Dio, né ricevere dalla sua mano il marchio di «puro e immacolato». «Perciò uscite di mezzo a loro e separatevene, dice il Signore, e non toccate nulla di immondo; ed io vi accoglierò, e vi sarò per Padre e voi mi sarete per figliuoli e per figliuole, dice il Signore onnipotente» (2 Corinzi 6:17-18).

Non c’era in Egitto luogo di radunamento per l’Eterno e il suo popolo riscattato; la liberazione e la separa­zione dall’Egitto rappresentavano per Israele una stessa cosa. Dio aveva detto «sono sceso per liberarlo» (Eso­do 3:8), e questo solo avrebbe potuto soddisfare Dio e glorificarlo. Una salvezza che avesse lasciato il popolo in Egitto non avrebbe potuto essere la salvezza di Dio. Inoltre dobbiamo ricordare che il disegno dell’Eterno nel liberare Israele aveva per scopo, oltre che la distru­zione di Faraone, anche che il suo Nome fosse divul­gato per tutta la terra (Esodo 9:16). Ma questa dichia­razione del suo nome o del suo carattere come avrebbe potuto aver luogo se il suo popolo avesse intrapreso a rendergli culto in Egitto? Non vi sarebbe stata alcu­na testimonianza, o semmai una testimonianza comple­tamente falsa. Era dunque assolutamente necessario, perché il carattere di Dio fosse pienamente e fedel­mente manifestato, che il suo popolo fosse liberato completamente dall’Egitto; nello stesso modo è indi­spensabile ora, perché una testimonianza chiara e ine­quivocabile sia resa al Figliuolo di Dio, che coloro che sono realmente suoi siano separati dal presente mal­vagio secolo. Questa è la volontà di Dio ed è per questo che Cristo ha dato se stesso, secondo ciò che è scritto: «Grazia a voi e pace da Dio Padre e dal Signor nostro Gesù Cristo, che ha dato se stesso per i nostri peccati affin di strapparci al presente secolo malvagio, secondo la volontà del nostro Dio e Padre, al quale sia la gloria nei secoli dei secoli. Amen». (Galati 1:3-5).

I Galati incominciavano a darsi a una religione car­nale e mondana, una religione di ordinamenti, una religione di «giorni e mesi e stagioni ed anni» e l’aposto­lo, fin dall’inizio dell’epistola, ricorda loro che proprio per liberare il suo popolo da quel sistema, il Signore Gesù ha dato se stesso. Bisogna che il popolo di Dio sia un popolo separato, non sul principio di una santità personale più grande di quella degli altri, ma perché è il suo popolo e perché risponda intelligentemente allo scopo misericordioso che Dio si è proposto mettendolo in rapporto con se stesso e associandolo al suo nome.

Un popolo che fosse vissuto ancora in mezzo alle contaminazioni e alle abominazioni d’Egitto non avrebbe potuto essere il testimone di un Dio santissimo; e così pure ora chi si contamina con una religione mondana e corrotta non può essere un fedele testimone di un Cri­sto crocifisso e risuscitato.

La risposta di Mosè alla prima obiezione di Faraone è molto importante. «Ma Mosè rispose: Non si può far così; poiché offriremmo all’Eterno, ch’è l’Iddio nostro, dei sacrifici che sono un abominio per gli Egiziani. Ecco, se offrissimo sotto i loro occhi dei sacrifici che sono un abominio per gli Egiziani, non ci lapiderebbero essi? Andremo tre giornate di cammino nel deserto e offri­remo sacrifici all’Eterno, ch’è il nostro Dio, com’Egli ci ordinerà» (Cap. 8:26-27).

I tre giorni di cammino rappresentano una reale separazione dall’Egitto: solo quello, e nulla di meno, poteva soddisfare la fede. L’Israele di Dio deve essere separato dal paese della morte e delle tenebre, nella potenza della risurrezione. Bisogna che le acque del Mar Rosso separino i riscattati di Dio dal paese d’Egitto prima che questi possano sacrificare convenientemente all’Eterno. Se fossero rimasti in Egitto, avrebbero do­vuto sacrificare all’Eterno gli stessi oggetti dell’abominevole (*) culto egiziano. Questo era impossibile. In Egitto non poteva esserci né tabernacolo, né tempio, né altare. Non c’era, per tutta l’estensione del paese, un luogo per qualcuna di quelle cose. In effetti, come vedremo, Israele non fece udire nessun canto di lode finché tutta l’assemblea non fu giunta, nella potenza di una reden­zione compiuta, in riva al Mar Rosso, di fronte al paese di Canaan. La stessa cosa è per noi oggi. Bisogna che il credente sappia dove la morte e la risurrezione di Gesù l’hanno posto per sempre, prima che possa essere un adoratore intelligente, un servitore approvato, un vero e fedele testimone.

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(*) L’espressione «abominazione» si riferisce a ciò che gli Egiziani adoravano.
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Non si tratta di sapere se si è figli di Dio e pertanto salvati. Un gran numero di figli di Dio sono lontani dal conoscere il pieno risultato della morte e della risurre­zione di Cristo per ciò che li riguarda. Non afferrano la preziosa verità che la morte di Cristo ha abolito per sempre i loro peccati (Ebrei 9:26) e che sono partecipi della sua vita di risurrezione con la quale il peccato non può avere assolutamente nulla a che fare. Cristo è stato fatto maledizione per noi non, come qualcuno vorrebbe insegnarci, nascendo sotto la maledizione di una leg­ge violata, ma essendo appeso al legno (leggere atten­tamente Deuteronomio 21:23; Galati 3:13). Eravamo sotto la maledizione poiché ci trovavamo nei nostri peccati e non avevamo osservato la legge. Ma Cristo, l’uomo perfetto, avendo magnificato la legge e avendola resa onorevole (Isaia 42:21), per il fatto stesso che la osser­vò perfettamente, divenne maledizione per noi poiché fu appeso al legno. Così, nella sua vita, Egli ha magnifi­cato la legge di Dio, e nella sua morte ha portato la maledizione per noi.

Per il credente, dunque, ora non c’è più né peccato, né maledizione, né collera, né con­danna. E sebbene debba comparire davanti al tribunale di Cristo, questo tribunale gli sarà allora del tutto favo­revole come lo è, adesso, il trono della grazia. Il tribunale manifesterà la sua vera condizione, cioè che non c’è nulla contro di lui; ciò ch’egli è, è Dio che l’ha fatto; egli è l’opera di Dio. Quando si trovava in uno stato di morte e di condanna, Dio gli è venuto in­contro e lo ha reso proprio come voleva che fosse. È il Giudice stesso che ha tolto tutti i suoi peccati e che è la sua giustizia, di modo che il tribunale del giudizio non può essergli che favorevole; inoltre vi sarà là la dichiarazione pubblica e solenne, fatta al cielo, alla terra e all’inferno, che colui che è lavato dai suoi pec­cati nel sangue dell’Agnello è netto come solo Dio lo può rendere (vedere Giovanni 5:24; Romani 8:1; 2 Corinzi 5:5-11; Efesini 2, 10). Dio ha fatto tutto ciò che doveva fare e, di certo, non condannerà il proprio operato. La giustizia che era richiesta, Dio stesso l’ha procurata; Egli, certamente, non vi troverà difetto. La luce del trono giudiziario sarà abbastanza risplendente per dissipare tutti i vapori e le nuvole che potrebbero oscurare le glorie incomparabili e le virtù eterne che appartengono alla croce e per mostra­re che il credente è «tutto netto» (Giovanni 13:10; 15:3; Efesini 5:27).

Per non aver afferrato, nella semplicità della fede, queste verità fondamentali, un gran numero di figliuoli di Dio non posseggono una pace sicura, presentano co­stantemente dei mutamenti nel loro stato spirituale, dei continui alti e bassi nella loro esperienza. Ogni dubbio, nel cuore di un cristiano, è un disonore fatto alla Parola di Dio e al sacrificio di Cristo. E poiché, già sin d’ora, non rimane nella luce che illuminerà il trono giudiziario, qualche cristiano è tormentato da dubbi e timori. Inol­tre queste fluttuazioni e incertezze, che tante persone devono deplorare, non sono, comparativamente, che con­seguenze blande, finché rimangono nell’ambito delle esperienze personali; infinitamente più gravi sono le conseguenze che esse producono sul loro culto, sul servizio, sulla testimonianza, in quanto è in gioco la gloria del Signore.

Ma, ahimè! poco si pensa alla gloria del Signore poiché l’oggetto principale, lo scopo e il fine, per la maggior parte dei cristiani di professione, è la salvezza personale. Siamo molto inclini a considerare come essenziale tutto ciò che riguarda noi stessi, mentre ciò che ha rap­porto con la gloria di Cristo in noi e per mezzo di noi, è visto come non essenziale, secondario.

Bisogna tuttavia affermare chiaramente che la stessa verità che dà all’anima una pace sicura, la mette in condizioni di offrire un culto intelligente, un servizio gradito, una testimonianza efficace. Nel cap. 15 della prima epistola ai Corinzi, l’apostolo presenta la morte e la risurrezione di Cristo come il gran fondamento di tutto. «Fratelli, io vi rammento l’Evangelo che v’ho an­nunziato, che voi ancora avete ricevuto, nel quale an­cora state saldi e mediante il quale siete salvati, se pur lo ritenete quale ve l’ho annunziato; a meno che non abbiate creduto invano. Poiché io v’ho prima di tutto trasmesso, come l’ho ricevuto anch’io, che Cristo è morto per i nostri peccati, secondo le Scritture; che fu seppellito; che risuscitò il terzo giorno, secondo le Scrit­ture» (vv. 1-4). Questo è l’Evangelo! Un Cristo morto e risorto è il fondamento della salvezza. «Il quale è stato dato a cagione delle nostre offese ed è risuscitato a cagione della nostra giustificazione» (Romani 4:25). Ve­dere, con gli occhi della fede, Gesù inchiodato sulla croce e seduto sul trono, è qualcosa che deve dare all’anima una pace solida, e al cuore una perfetta li­bertà. Possiamo guardare nella tomba e vederla vuota, guardare in alto il trono e vederlo occupato, e prosegui­re felici il nostro cammino. Il Signore Gesù ha regolato ogni cosa in favore del suo popolo, e la prova che l’ha fatto è che ora è seduto alla destra di Dio. Un Cristo risorto è la prova eterna di una redenzione com­pleta; la pace del credente è una vera e stabile realtà, se la redenzione è un fatto compiuto. Non siamo noi che abbiamo fatto la pace e mai avremmo potuto farla; ogni sforzo in quel senso, da parte nostra, non potrebbe servire che a manifestare, in modo ancora più evidente, che eravamo dei violatori della pace. Ma Cristo, avendo fatto la pace per mezzo del sangue della croce, ha preso posto nei luoghi celesti, trionfando sui suoi nemici. Per mezzo di lui Dio «annuncia la buona novella della pace». La parola del Vangelo porta questa pace e l’ani­ma che crede l’Evangelo ha la pace, una pace stabile davanti a Dio, poiché Cristo è la sua pace (Atti 10:36; Romani 5:1; Efesini 2:14; Colossesi 1:20). In questo modo Dio, non solo ha soddisfatto alle esigenze della sua gloria, ma, facendolo, ha aperto il cammino per il quale il suo amore infinito ha potuto scendere fino al più col­pevole della colpevole razza d’Adamo.

Poi, quanto al risultato pratico, la croce di Cristo ha non solo tolto i peccati del credente, ma ha anche rotto per sempre il legame che lo legava al mondo, per cui egli ha ora il privilegio di poter considerare il mondo come una cosa crocifissa, e di essere stimato dal mondo come un uomo crocifisso. Questa è la posizione del credente e del mondo, rispettivamente l’uno di fronte all’altro; sono crocifissi l’uno all’altro. Il giudizio che il mondo ha fatto riguardo a Cristo è stato dimostrato dalla posi­zione che, deliberatamente, gli ha assegnata; chiamato a scegliere fra Cristo e un omicida, ha dato all’omicida la libertà, inchiodando Cristo sulla croce fra due mal­fattori. Ora se il credente cammina sulle orme di Cri­sto, se è compenetrato dal suo spirito e lo manifesta, occuperà lo stesso suo posto nella stima del mondo; in questo modo non soltanto si renderà conto che, quanto alla sua posizione davanti a Dio, è crocifisso con Cristo, ma sarà indotto a realizzare questo fatto nel suo cam­mino e nella sua esperienza di tutti i giorni.

Ma, mentre la croce ha così rotto il legame che uni­va il credente al mondo, la risurrezione ha introdotto il credente nella potenza di nuovi legami e di nuove relazioni. Se alla croce vediamo il giudizio del mondo riguardo a Cristo, nella risurrezione vediamo la valuta­zione di Dio. Il mondo ha crocifisso Cristo ma «Dio lo ha sovranamente innalzato» (Filippesi 2:9). L’uomo gli ha dato il posto più basso, Dio gli ha dato quello più alto; e poiché il credente è chiamato a una piena co­munione con Dio nei suoi pensieri riguardo a Cristo, egli pure condividerà il posto che il mondo ha dato a Cristo e potrà, dal canto suo, considerare il mondo come una cosa crocifissa. Se dunque il credente è su una cro­ce e il mondo su un’altra, la distanza morale che li separa è, in effetti, considerevole. E se la distanza è considerevole in teoria, dovrebbe esserlo pure in pra­tica. Il mondo e il cristiano non dovrebbero avere asso­lutamente nulla in comune; e non avranno nulla in co­mune a meno che il cristiano rinneghi il suo Maestro e Signore. Il credente manifesta la sua infedeltà a Cristo in proporzione alla comunione che ha con il mondo.

Tutto ciò è chiarissimo; ma, caro lettore, dove siamo dunque posti per ciò che concerne il mondo? Certa­mente fuori di esso, completamente. Noi siamo morti al mondo e viventi con Cristo. Siamo, nel medesimo tem­po, partecipi del suo rigettamento dalla terra e della sua accettazione nel cielo; e la gioia di questa accetta­zione ci fa stimare ben poca cosa la prova che attra­versiamo per il rigettamento. Essere rigettati dalla terra, senza sapere di avere un posto e una parte nel cielo, sarebbe insopportabile; ma quando le glorie del cielo assorbono gli sguardi del­l’anima, della terra basta pochissimo.

Ma forse ci si domanderà: cos’è il mondo? Sarebbe difficile trovare una espressione così vaga e mal defi­nita come quella di «mondo» o di «mondanità», poi­ché, in generale, siamo propensi a fare incominciare la mondanità uno o due gradini più giù del punto in cui noi stessi ci troviamo. La parola di Dio, tuttavia, definisce con una perfetta precisione ciò che è il mondo, quando lo descrive come «ciò che non è dal Padre» (1 Gio­vanni 2:15-16). Così, più la mia comunione col Padre sarà profonda, più il mio discernimento sarà esercitato riguardo a ciò che è il mondo. Questo è il modo di inse­gnare di Dio. Più godete dell’amore del Padre, più riget­tate il mondo. Ma chi è che rivela il Padre? Il Figlio; e lo fa con la potenza dello Spirito Santo. Perciò più io so, nella potenza di uno Spirito non contristato, abbe­verarmi alla rivelazione che il Figlio fa del Padre, più è giusto il mio discernimento su ciò che è il mondo. Nella misura con la quale il regno di Dio guadagna ter­reno nel cuore, il giudizio circa la mondanità diventa esatto.

Non è facile definire la mondanità; essa è, come l’ha detto qualcuno, gradatamente sfumata dal bianco fino al nero più intenso. Non si può porre un limite e dire «qui incomincia la mondanità»; ma la viva e squisita sensibilità della natura divina indietreggia di­nanzi ad essa; e tutto ciò di cui abbiamo bisogno è di camminare nella potenza di questa natura per tenerci lontani da ogni forma di mondanità. «Camminate per lo Spirito e non adempirete i desideri della carne» (Ga­lati 5:16). Camminate con Dio e non camminerete col mondo. A nulla servono le fredde distinzioni e le regole severe. Abbiamo bisogno della potenza divina. Abbiamo bisogno di capire il significato e l’applicazione spirituale del «cammino di tre giornate nel deserto» che ci se­para per sempre non solo dalle fornaci di mattoni e dai soprastanti ai lavori d’Egitto, ma anche dai templi e dagli altari.

La seconda proposta di Faraone aveva del tutto il carattere e le tendenze della prima. «Io vi lascerò an­dare perché offriate sacrifici all’Eterno che è il vostro Dio, nel deserto; soltanto non andate troppo lontano» (Cap. 8:28).

Se non poteva trattenere gli Israeliti in Egitto, vo­leva cercare di trattenerli almeno vicini al confine in modo da poter agire su di essi con le influenze del paese. Il popolo poteva così essere fatto rientrare e la testimonianza essere annientata, peggio ancora che se Israele non avesse mai lasciato l’Egitto. Le persone che ritornano nel mondo dopo che è sembrato che l’abban­donassero nuocciono alla causa di Cristo molto più che se fossero sempre rimaste nel mondo; poiché confes­sano virtualmente che, avendo provato le cose divine, hanno scoperto che quelle terrene sono migliori e più soddisfacenti.

Ma non è tutto qui. L’effetto morale della verità sulla coscienza degli inconvertiti riceve un serio colpo da quelli che, dopo aver fatto professione di abbando­nare il mondo, ritornano alle cose che pareva avessero lasciato. Non è che simili casi autorizzino qualcuno a rigettare la verità di Dio, dal momento che ognuno è responsabile per se stesso e avrà da rendere conto per sé a Dio. Ma le conseguenze prodotte, a quel riguardo, sono sempre cattive. «Poiché, se dopo essere fuggiti dalle contaminazioni del mondo mediante la conoscenza del Signore e Salvatore Gesù Cristo, si lasciano di nuovo avviluppare in quelle e vincere, la loro condi­zione ultima è peggiore della prima. Poiché meglio sa­rebbe stato per loro non aver conosciuto la via della giustizia che, dopo averla conosciuta, voltar le spalle al santo comandamento che era loro stato dato» (2 Pie­tro 2:20-21).

Per questo, se non si vuole andar via del tutto, è meglio non muoversi per niente. Il Nemico lo sa. Di qui la seconda obiezione. Il mantenere una posizione di vicinanza, corrisponde mirabilmente ai suoi disegni: Chi non sa prendere una decisa posizione è sempre debole e incoerente; e, in effetti, la sua influenza, qualunque essa sia, porta da un lato completamente sbagliato.

È molto importante afferrare che lo scopo di Sa­tana, in ogni obiezione, era di mettere un ostacolo alla testimonianza che non poteva essere resa al nome del­l’Iddio di Israele se non con un pellegrinaggio di «tre giornate nel deserto». Quello era, veramente, allonta­narsi, andare molto più lontani di quanto Faraone po­tesse immaginare, tanto che non avrebbe potuto se­guire Israele. Che gioia sarebbe se tutti quelli che fanno professione di uscire dall’Egitto se ne allontanassero davvero così nello spirito del loro intento e con l’eleva­zione dei loro carattere; se sapessero riconoscere bene la croce e la tomba di Cristo come un limite fra loro e il mondo! Nessun uomo, con la sola forza della sua na­tura, può porsi su un tale terreno. Il salmista ha potuto dire: «Non venire a giudicio col tuo servitore, perché nessun vivente sarà trovato giusto nel tuo cospetto» (Salmo 143:2). Così è per quanto riguarda la vera e reale separazione dal mondo. «Nessun vivente» può realizzarla. Soltanto come «morto con Cristo» e «ri­suscitati con Lui mediante la fede nella potenza di Dio» (Colossesi 2:12), si può essere «giustificati» davanti a Dio e separati dal mondo. Ecco ciò che può inten­dersi per «andare lontano». Possano tutti coloro che fanno professione di essere cristiani e che si chiamano con questo nome andarsene lontano così! La loro lam­pada allora darà una luce costante; la loro testimo­nianza un suono comprensibile; il loro cammino sarà elevato; la loro esperienza ricca e profonda; la loro pace scorrerà come un fiume; le loro affezioni saranno celesti e i loro vestimenti puri. E, soprattutto, il nome del Signore Gesù sarà magnificato in loro, per mezzo della potenza dello Spirito Santo secondo la volontà di Dio e Padre.

La terza obiezione di Faraone richiede una atten­zione particolare. «Allora Mosè ed Aaronne furon fatti tornare da Faraone; ed egli disse loro: Andate, servite l’Eterno, l’Iddio vostro; ma chi son quelli che andranno? E Mosè disse: Noi andremo coi nostri fanciulli e coi nostri vecchi, coi nostri figliuoli e con le nostre figliuole; andremo coi nostri greggi e coi nostri armenti, perché dobbiam celebrare una festa all’Eterno. E Faraone disse loro: Così sia l’Eterno con voi, com’io lascerò andare voi e i vostri bambini! Badate bene, perché avete delle cattive intenzioni! No, no; andate voi uomini, e servite l’Eterno; poiché questo è quel che cercate. E Faraone li cacciò dalla sua presenza» (Cap. 10:8-11).

Ancora una volta, vediamo che il nemico cerca di sferrare il colpo mortale alla testimonianza resa al nome dell’Iddio di Israele. I genitori nel deserto e i figli in Egitto: che orribile anomalia! Non sarebbe stata che una mezza liberazione, inutile per Israele e nello stesso tempo disonorevole per l’Iddio di Israele. Non era pos­sibile che avvenisse così; se i figli fossero rimasti in Egitto non avrebbero potuto dire che i genitori avevano lasciato l’Egitto, dal momento che i figli erano una parte di loro stessi. Tutto ciò che si sarebbe potuto dire di loro in un caso simile è che servivano in parte l’Eterno e in parte Faraone. Ma l’Eterno non poteva avere una parte con Faraone: bisognava che avesse o tutto o niente.

È questo un principio importante per i genitori cri­stiani. Prendiamocelo a cuore, seriamente. È nostro beato privilegio contare su Dio per i nostri figli e alle­varli «in disciplina e in ammonizione del Signore» (Efesini 6:4). Non dobbiamo accontentarci, per i nostri figli, di una parte più piccola di quella di cui noi go­diamo.

La quarta e ultima proposta di Faraone si riferisce al grosso e al minuto bestiame. «Allora Faraone chiamò Mosè e gli disse: Andate, servite l’Eterno; rimangano soltanto i vostri greggi e i vostri armenti; anche i vostri bambini potranno andare con voi» (Cap. 10:24).

Con quale perseveranza Satana contendeva a Israele ogni metro di terreno del suo cammino fuori dall’Egitto! Prima di tutto cerca di farli rimanere nel paese; poi di farli restare nelle vicinanze del paese; poi di trattenere nel paese una parte del popolo; e infine, quando non riesce in nessuno di questi tentativi, cerca di farli par­tire senza alcun mezzo per servire l’Eterno. Se non può trattenere i servitori, cerca di trattenere ciò con cui possono servire, ottenendo lo stesso risultato, in questo modo. Se non può indurli a offrire sacrifici nel paese, vorrebbe mandarli fuori del paese senza le vit­time per i sacrifici.

La risposta di Mosè a questa ultima obiezione ci presenta una magnifica esposizione dei diritti sovrani dell’Eterno sul suo popolo e su tutto ciò che gli appar­tiene. «E Mosè disse: Tu ci devi anche concedere di prendere di che fare de’ sacrifici e degli olocausti, per­ché possiamo offrire sacrifici all’Eterno ch’è l’Iddio no­stro. Anche il nostro bestiame verrà con noi, senza che ne rimanga addietro neppure un’unghia; poiché di esso dobbiamo prendere per servire l’Eterno Iddio nostro: e noi non sapremo con che dovremo servire l’Eterno fin­ché sarem giunti colà» (Cap. 10:25-26).

Soltanto quando sanno prendere con una fede sem­plice ed infantile l’elevata posizione nella quale la morte e la risurrezione di Cristo li hanno posti, i figli di Dio possono avere un’intelligenza precisa dei diritti di Dio su di loro. «Non sappiamo con che dovremo ser­vire l’Eterno finché sarem giunti colà»: Israele non seppe quali erano la sua responsabilità e le esigenze di Dio finché non ebbe fatto il cammino di tre giornate. Non poteva conoscere quelle cose in mezzo all’atmo­sfera corrotta dell’Egitto. Bisogna che la redenzione sia conosciuta come un fatto compiuto prima che si possa avere in qualche modo un’idea giusta e completa della propria responsabilità. Tutto ciò è perfetto e d’una grande bellezza. «Se uno vuol fare la volontà di Lui, conoscerà se questa dottrina è da Dio» (Giovanni 7:17). Bisogna che, nella potenza della morte e della risurre­zione, siamo completamente fuori dell’Egitto; allora, e solo allora, conosceremo cosa sia realmente servire il Signore. È quando, per mezzo della fede, prendiamo posto nei ricchi e gloriosi cortili, nei quali ci introduce il prezioso sangue di Cristo; quando guardiamo attorno a noi e contempliamo i risultati eccellenti e meravi­gliosi dell’amore che ci ha riscattati; quando conside­riamo attentamente la persona di Colui che ci ha intro­dotti in questo luogo e che ci ha fatto dono di tutte queste ricchezze, allora soltanto siamo spinti a dire col poeta:

Che potrei porre mai davanti a un tale amore?
Per la Tua immensa grazia che Ti darei, Signore?
Siano per sempre Tuoi, la mia vita e il mio cuore!

«Non ne rimanga addietro neppure un’unghia»: che parole nobili! L’Egitto non è il luogo di ciò che appar­tiene ai riscattati di Dio. Dio è degno di tutto: anima, corpo e spirito; tutto quel che siamo, tutto quel che abbiamo gli appartiene. «Non appartenete a voi stessi poiché foste comprati a prezzo» (1 Corinzi 6:19-20). È nostro privilegio consacrare noi stessi con tutto ciò che possediamo a Colui al quale apparteniamo e che ci ha chiamati a servirlo. Non c’è, in questo, nessun legalismo. Le parole «finché sarem giunti colà» sono la nostra salvaguardia contro questo terribile male.

Abbiamo fatto il cammino «di tre giornate» prima che si facesse udire, e si comprendesse, una sola pa­rola relativa al sacrificio; siamo messi in un pieno e incontestabile possesso della vita di risurrezione e di giustizia eterna; abbiamo lasciato questo paese di tenebre e di morte; siamo stati condotti a Dio stesso in modo che possiamo, ora, godere di lui, nella potenza di questa vita ch’egli ci ha dato e nella sfera di giustizia nella quale siamo stati posti. Servire diventa così una gioia per noi. Non vi è nel nostro cuore un solo affetto di cui Dio non sia degno. Non v’è, in tutto il gregge, un sacrificio che sia troppo prezioso per il suo altare. Più cammineremo vicini a lui, più stimeremo che fare la sua volontà è per noi nutrimento e bevanda. Il cre­dente ritiene che servire il Signore sia il suo più grande privilegio; egli si compiace in ogni esercizio e in ogni manifestazione della natura divina. Egli non cammina carico di un pesante giogo. Il suo giogo è rotto «dalla sua forza rigogliosa» (Isaia 10:27). Il suo fardello è stato tolto per sempre dal sangue della croce, mentre lui, il credente, prosegue «riscattato, rigenerato e af­francato», in virtù di queste consolanti e incoraggianti parole «lascia andare il mio popolo» (*).

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(*) Considereremo il contenuto del cap. 11 in rapporto con la sicurezza di Israele messo al riparo dal sangue dell’Agnello pasquale.
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8. Capitolo 12

«E l’Eterno disse a Mosè: Io farò venire ancora una piaga su Faraone e sull’Egitto; poi egli vi lascerà partire di qui. Quando vi lascerà partire, egli addirittura vi cac­cerà di qui» (Cap. 11:1). Ci vuole un colpo più pesante ancora su questo re e sul suo paese per costringerlo a lasciar andare i beati oggetti della sovrana grazia dell’Eterno.

Invano l’uomo si impunta e si innalza contro Dio; Dio, di certo, può sferzare e ridurre in polvere il cuore più duro e abbattere fin nella polvere lo spirito più altero. «Egli ha il potere di umiliare quelli che camminano superbamente» (Daniele 4:37).

L’uomo può credere di essere qualcosa; nel suo folle orgoglio può andare a testa alta, come se fosse il padrone di se stesso. Uomo vano! Quanto poco co­nosce la sua vera condizione e il suo vero carattere. Non è che un mezzo e uno strumento di Satana che cerca di ostacolare i disegni di Dio. L’intelligenza più brillante, il genio più elevato, l’energia più indomita, a meno che siano sotto la diretta direzione dello Spirito di Dio, altro non sono che strumenti nelle mani di Sa­tana per compiere i suoi oscuri disegni. Nessun uomo è padrone di se stesso: o è governato da Cristo o da Satana. Il re d’Egitto poteva credersi libero agente, e, in­vece, era uno strumento nelle mani di un altro. Dietro al suo trono c’era Satana; di conseguenza Faraone, che si era impegnato ad opporsi ai disegni di Dio, fu la­sciato all’influenza accecante del padrone che si era scelto.

Questo spiega l’espressione che troviamo sovente nei primi capitoli di questo libro: «E l’Eterno indurò il cuore di Faraone» (Cap. 9:12). Non è profittevole cercare di evitare il senso chiaro e completo di questa solenne dichiarazione. Se l’uomo rifiuta la luce della testimonianza divina, è abbandonato, in giudizio, a un induramento e a un accecamento di cuore; Dio lo abbandona a se stesso; e allora viene Sa­tana che lo trascina, a testa bassa, alla perdizione. Ce n’era abbastanza di luce perché Faraone capisse la stra­vaganza e la follia del cammino per il quale si era in­camminato, cercando di trattenere coloro che Dio co­mandava che fossero lasciati andare.

Ma la vera inclinazione del suo cuore era di agire contro Dio, per questo Dio lo abbandonò a se stesso e fece di lui un monumento per manifestare la sua gloria per tutta la terra. Tutto ciò non rappresenta difficoltà alcuna se non per coloro che vogliono contestare con Dio, «sfidare l’Onnipotente» (Giobbe 15:25), e man­dare in rovina la loro anima immortale.

Dio, qualche volta, dà agli uomini ciò che si adatta alle vere tendenze del loro cuore: «E perciò Dio manda loro efficacia d’errore onde credano alla menzogna, af­finché tutti quelli che non han creduto alla verità, ma si son compiaciuti nell’iniquità, siano giudicati» (2 Tessa­lonicesi 2:11-12).

Se gli uomini non vogliono la verità quando è loro presentata, avranno certamente una menzogna; non vogliono Cristo, avranno Satana, non vogliono il cielo, avranno l’inferno (*). L’incredulo troverà da ridire a questo? Incominci a dimostrare che tutti coloro che sono trattati così hanno risposto pienamente alla loro responsabilità: che Faraone, per esempio, per ciò che lo riguarda, abbia agito, in qualche modo, secondo la luce che possedeva; e così via, per tutti gli altri. Incon­testabilmente, l’incarico di dimostrare questo ricade su coloro che vogliono trovar da dire alle vie di Dio verso chi rigetta la verità. Il figlio di Dio, semplice di cuore, giustificherà Dio nelle sue dispensazioni più insonda­bili e, sebbene non possa rispondere in modo soddisfa­cente alle difficili obiezioni degli increduli, trova per­fetto riposo in questa parola: «Il giudice di tutta la terra non farà egli giustizia?» (Genesi 18:25). C’è molta più saggezza in questo modo di risolvere una difficoltà apparente, che nel ragionamento più elaborato; poiché è certo che un cuore disposto a «replicare» a Dio (Ro­mani 9:20) non sarà convinto dai ragionamenti dell’uomo.

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(*) C’è una grande differenza nel modo con cui Dio agisce verso i pagani (Romani 1) e verso quelli che rigettano il Vangelo (2 Tessalonicesi 1:2). Dei primi è detto: «Siccome non si sono curati di ritenere la conoscenza di Dio, Iddio li ha abbandonati ad una mente reproba»; per i secondi la Parola insegna che «poiché non hanno aperto il cuore all’amore della ve­rità per essere salvati, perciò Iddio manda loro efficacia d’errore onde cre­dano alla menzogna... e siano giudicati». I pagani rifiutano la testimonianza della creazione e sono, perciò, abbandonati a loro stessi. Quelli che rifiu­tano l’Evangelo respingono la luce risplendente della croce e, pertanto, un’energia d’errore sarà loro mandata da parte di Dio. Questo è molto serio nei tempi in cui siamo, nei quali c’è tanta luce e tanta professione di cristianesimo.
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Tuttavia è la prerogativa di Dio rispondere a tutti i ragionamenti orgogliosi dell’uomo e abbassare le super­be immaginazioni dei pensieri dello spirito umano. Egli può pronunciare la sentenza di morte su tutta la natura, nelle sue più belle forme: «È riserbato agli uomini di morire una volta» (Ebrei 9:27). Nessuno può sfuggire a questa sentenza. L’uomo può cercare di coprire la sua umiliazione con mezzi diversi, di nascondere il suo pas­saggio per la valle dell’ombra della morte nel modo più eroico, di dare agli ultimi umilianti giorni della sua carriera i nomi più onorevoli possibili, di indorare con una falsa luce il suo letto di morte, di decorare il corteo funebre e la tomba con una specie di lusso, di pompa, e di gloria, di innalzare sulle sue spoglie contaminate un monumento splendido, sul quale sono iscritti gli an­nali dell’umana vergogna; può fare tutto questo, ma la morte è la morte, e non la si può ritardare di un solo istante, né fare in modo che sia diversa da ciò che è, «il salario del peccato» (Romani 6:23).

Questi pensieri ci sono stati suggeriti dai primi ver­setti del cap. 11: «Ancora una piaga!». Che parola so­lenne! Essa suggellava la sentenza di morte pronunziata sui primogeniti d’Egitto, «le primizie d’ogni loro forza» (Salmo 105:36). «E Mosè disse: Così dice l’Eterno: Verso mezzanotte io passerò in mezzo all’Egitto; e ogni primogenito nel paese d’Egitto morrà; dal primogenito del Faraone che siede sul suo trono, al primogenito del­la serva che sta dietro la macina, e ad ogni primoge­nito del bestiame. E vi sarà per tutto il paese d’Egitto un gran grido, quale non ci fu mai prima né ci sarà di poi» (Cap. 11:4-6). Questa era la piaga finale: la morte in ogni casa. «Ma fra tutti i figliuoli d’Israele, tanto fra gli uomini quanto fra gli animali, neppure un cane muo­verà la lingua, affinché conosciate la distinzione che l’Eterno fa tra gli Egiziani e Israele» (v. 7). C’è solo il Signore che possa distinguere fra chi è suo e chi non lo è. Non è in nostro potere di dire a qualcuno «fatti in là, non ti accostare perch’io son più santo di te» (Isaia 65:5): sarebbe, questa, l’espressione di un fariseo. Ma quando è Dio che fa una distinzione, è no­stro dovere informarci in che cosa essa consista e, nel caso che stiamo studiando, si tratta di vita o di morte. E quella è la grande differenza che Dio fa. Egli traccia una linea di demarcazione: da un lato c’è la vita, dal­l’altro la morte. Molti primogeniti d’Egitto saranno stati belli e cari come quelli di Israele, forse ancora di più; ma Israele aveva la vita e la luce, basate sui disegni d’amore di un Dio Redentore e, come lo vedremo, sul sangue dell’Agnello.

Ecco qual era la beata posizione di Israele; mentre, dall’altro lato, in tutta la distesa del paese di Egitto, dal monarca sul trono alla serva della macina, non si vedeva altro che morte e non s’udiva altro che il grido amaro dell’angoscia strappato dal terribile colpo della verga dell’Eterno. Dio può abbattere lo spirito altero dell’uomo, e far sì che il furore degli uomini ridondi alla sua lode, cingendosi degli ultimi avanzi dei loro furori (Sal­mo 76:10). «E tutti questi tuoi servitori scenderanno da me, e s’inchineranno davanti a me dicendo: Parti, tu e tutto il popolo che è al tuo seguito! E, dopo que­to, io partirò» (Cap. 11:8). Dio porterà a compimento i propri consigli. Bisogna che i suoi disegni di miseri­cordia si effettuino, ad ogni costo; e la confusione della faccia sarà la parte di quelli che si oppongono. «Celebrate l’Eterno perché egli è buono, perché la sua benignità dura in eterno... Colui che percosse gli Egizi nei loro primogeniti, poiché la sua benignità dura in eterno; e trasse fuori Israele dal mezzo di loro, poi­ché la sua benignità dura in eterno; con mano potente e con braccio steso, perché la sua benignità dura in eterno» (Salmo 136).

«L’Eterno parlò a Mosè e ad Aaronne nel paese di Egitto, dicendo: Questo mese sarà per voi il primo dei mesi; sarà per voi il primo dei mesi dell’anno» (Capi­tolo 12:1-2). C’è un interessante cambiamento nell’ordine del tempo. L’anno comune, o civile, seguiva il suo corso ordinario, quando l’Eterno lo interrompe per il suo po­polo, insegnandogli così, in teoria, che doveva incomin­ciare, per lui, un’èra nuova con Lui. La storia prece­dente di Israele, non contava più, ormai; la redenzione doveva costituire il primo passo nella vita reale.

Que­sto ci insegna una semplice verità: la conoscenza di una salvezza perfetta e di una pace stabile e sicura, per mezzo del prezioso sangue dell’Agnello, pone l’uo­mo in mezzo a un nuovo ordine di cose e diventa per lui il principio di una nuova vita con Dio. Fino a quel momento egli è, secondo il giudizio di Dio e l’espressio­ne della Scrittura, «morto nei suoi falli e nei suoi pec­cati», «estraneo alla vita divina» (Efesini 2:1; 4:18). Tutta la sua storia non è che uno spazio vuoto, anche se, a stima umana, è stata piena di febbrile attività. Tutto ciò che attrae l’attenzione dell’uomo del mondo, gli onori, le ricchezze, i piaceri, le attrazioni della vita, tutte queste cose, considerate alla luce del giudizio di Dio, e pesate alla bilancia del santuario, non sono, in fondo, che un orribile vuoto, un nulla, non degno nep­pure di occupare un posto nei racconti dello Spirito Santo. «Chi rifiuta di credere al Figliuolo non vedrà la vita» (Giovanni 3:36). Gli uomini parlano di godere della vita, quando si lanciano nella società, quando viaggiano da un capo all’altro per vedere tutto ciò che si può vedere, ma dimenticano che il solo mezzo vero e reale per «vedere la vita» è di credere al Figliuolo di Dio.

Ma gli uomini la pensano diversamente. Immaginano che la vera vita finisca quando uno diventa cri­stiano, di fatto e in verità, non solo di nome e di pro­fessione esteriore; invece la parola di Dio ci insegna che solo allora possiamo vedere la vita e gustare la vera felicità. «Chi ha il Figliuolo ha la vita» (1 Gio­vanni 5:12). E ancora «Beato colui la cui trasgressione è rimessa e il cui peccato è coperto» (Salmo 32:1). Non possiamo avere la vita e la felicità che in Cristo solo. Al di fuori di lui tutto è morte e miseria, secondo il giudizio del cielo, qualunque sia l’apparenza. Quando lo spesso velo dell’incredulità è stato tolto dal cuore, quando possiamo vedere con gli occhi della fede l’Agnello immolato che porta sul legno maledetto il pe­sante fardello della nostra colpa, entriamo nel sentiero della vita e partecipiamo al calice della felicità divina. Questa vita incomincia alla croce e scorre in un’eter­nità di gloria e la felicità diventa ogni giorno più pro­fonda e più pura, ogni giorno si avvicina sempre più a Dio, riposa su Cristo fino a raggiungere la sua vera sfera, nella presenza di Dio e dell’Agnello. Cercare la vita e la felicità con un altro mezzo è un lavoro an­cora più vano che il fare «mattoni con la paglia».

È vero che il Nemico delle anime sa colorare la scena passeggera della vita presente per far credere al­l’uomo che sia tutta d’oro. Costruisce teatri di mario­nette per divertire una moltitudine incurante e leg­gera, che non vuol sapere che è Satana che tira i fili e il cui scopo è di allontanare le anime da Cristo per trascinarle alla perdizione eterna. Non c’è niente di reale, di solido, di soddisfacente al di fuori di Cristo. Al di fuori di Lui tutto è vanità e un «correre dietro al vento» (Ecclesiaste 2:17). In Lui solo si trovano le gioie vere ed eterne, solo quando cominciamo a vivere in Lui, di lui, con Lui e per Lui. «Questo mese sarà per voi il primo dei mesi; sarà per voi il primo dei mesi dell’anno». Il tempo passato nelle fornaci di mattoni e vicino all’argilla era come non fosse esistito; solo il ricordo doveva servire a Israele per rianimare in lui il sentimento di ciò che la grazia divina aveva compiuto in suo favore, e renderlo più profondo.

«Parlate a tutta la raunanza e dite: Il decimo giorno di questo mese prenda ognuno un agnello per famiglia, un agnello per casa... Il vostro agnello sia senza difetto, maschio, dell’anno; potrete prendere un agnello o un capretto. Lo serberete fino al quattordicesimo giorno di questo mese e tutta la raunanza d’Israele, congregata, lo immolerà sull’imbrunire» (vers. 3-6). Ecco la redenzione del popolo, basata sul sangue dell’Agnello, secondo il disegno eterno di Dio; ecco ciò che conferisce a questa redenzione la sua divina sta­bilità. La redenzione non è stata, in Dio, un pensiero secondario; prima che il mondo fosse, prima che esi­stessero Satana e il peccato, prima che la voce di Dio avesse interrotto il silenzio dell’eternità per chiamare i mondi all’esistenza, i suoi grandi disegni d’amore esi­stevano già davanti a lui e non potevano mai trovare un fondamento abbastanza solido nella creazione. Tutti i privilegi, le benedizioni, le glorie della creazione, ripo­savano sull’ubbidienza di una creatura e, dal momento che questa ha fallito, tutto è perduto. Ma il tentativo di Satana di turbare e corrompere la creazione servì ad aprirle la via alla manifestazione dei disegni più pro­fondi di Dio nella redenzione.

Questa meravigliosa verità ci è presentata, in figura, nel fatto che l’agnello era serbato dal decimo al quat­tordicesimo giorno. Quell’agnello, incontestabilmente, era la figura di Cristo, come lo dimostrano chiaramente i passi seguenti: «Poiché anche la nostra Pasqua, cioè Cristo, è stata immolata» (1 Corinzi 5:7); e: «Sapendo che non con cose corruttibili, con argento o con oro, siete stati riscattati dal vano modo di vivere traman­datovi dai padri, ma col prezioso sangue di Cristo, come d’agnello senza difetto né macchia, ben preordinato prima della fondazione del mondo, ma manifestato negli ultimi tempi per voi» (1 Pietro 1:18-20).

Tutti i disegni di Dio, da ogni eternità, facevano rife­rimento a Cristo e nessuno sforzo del Nemico ha mai potuto guastarli; al contrario, tutti questi sforzi non hanno fatto che contribuire alla manifestazione della saggezza insondabile e della immutabile fermezza dei consigli di Dio. Se l’Agnello senza difetto né macchia è stato preordinato prima della fondazione del mondo, certamente la redenzione doveva essere nei pensieri di Dio prima della fondazione del mondo. L’Iddio beato non ha avuto bisogno di organizzare un piano per rime­diare al terribile male che il Nemico aveva introdotto nella creazione. No; non ha avuto che da far uscire dal tesoro inesplorato dei suoi meravigliosi consigli la ve­rità concernente l’Agnello senza macchia, che era stato conosciuto da ogni eternità e che doveva essere «mani­festato negli ultimi tempi per noi».

Non c’era bisogno del sangue dell’Agnello nella creazione, quando è uscita giovane e fresca dalle mani del Creatore, mostrando in ognuna delle sue fasi e delle sue parti l’ammirevole impronta della mano di­vina, le prove infallibili della «Sua eterna potenza e di­vinità» (Romani 1:20). Ma quando per mezzo d’un sol uomo il peccato è entrato nel mondo» (Romani 5:12) allora fu rivelato il pensiero più profondo, più perfetto, più glorioso della redenzione, per mezzo del sangue dell’Agnello. Questa meravigliosa verità apparve dap­prima attraverso la densa nube che circondava i nostri progenitori, quando uscirono dal giardino di Eden; i suoi raggi incominciarono a brillare nei tipi e nelle ombre dell’economia mosaica; ma risplendé sul mondo in tutto il suo chiarore quando «l’Oriente dall’alto» (Luca 1:78) apparve nella persona di «Dio manifestato in carne» (1 Timoteo 3:16); e i suoi ricchi e gloriosi risultati si realizzeranno allorché la grande moltitudine vestita di bianco e con le palme in mano si radunerà attorno al trono di Dio e dell’Agnello e la creazione intera si riposerà sotto lo scettro di pace del Figliuolo di Davide.

Così l’Agnello, preso il decimo giorno e conservato fino al quattordicesimo, ci presenta Cristo, precono­sciuto da Dio da ogni eternità, ma manifestato, nel tempo, per noi. Il disegno eterno di Dio in Cristo di­venta il fondamento della pace del credente. Ci voleva nientemeno che quello. Siamo portati ben al di là della creazione, al di là dei limiti del tempo, al di là dell’en­trata del peccato nel mondo, di tutto ciò che poteva intaccare il fondamento della nostra pace. L’espressione «preordinato prima della fondazione del mondo» ci porta indietro, nelle profondità insonda­bili dell’eternità, e ci mostra Dio che formula i suoi piani d’amore e di redenzione e che li fa riposare tutti sul sangue espiatorio del suo immacolato e prezioso Agnello. Cristo fu sempre il primo pensiero di Dio; così, da quando incomincia a parlare o agire, Dio prende l’oc­casione per presentare in figura Colui che occupava il posto più elevato nei suoi consigli e nei suoi affetti. E, proseguendo per la linea di ispirazione, vediamo che ogni cerimonia, ogni rito, ogni ordinanza e ogni sacrificio, annunziava in anticipo «l’Agnello di Dio che toglie il peccato del mondo» (Giovanni 1:29, 36), e nessuno in modo sorprendente come «la Pasqua». L’Agnello pa­squale, con tutte le circostanze che gli si riferiscono, costituisce la figura più interessante e profondamente istruttiva della Parola.

Abbiamo a che fare, nell’interpretazione del cap. 12 dell’Esodo, con un’assemblea e un sacrificio. «E tutta la raunanza d’Israele, congregata, lo immolerà sull’imbru­nire» (v. 6). Non è detto molte famiglie e molti agnelli (cosa che, del resto, è vera) ma una sola Raunanza e un solo Agnello. Ogni famiglia non era che l’espres­sione locale della raunanza intera, riunita intorno al­l’agnello, così come la Chiesa di Cristo, radunata dallo Spirito Santo nel nome di Gesù, è costituita da molte assemblee che, dovunque si riuniscono, ne sono l’espres­sione locale.

«E si prenda del sangue d’esso, e si metta sui due stipiti e sull’architrave della porta delle case dove lo si mangerà. E se ne mangi la carne in quella notte; si mangi arrostita al fuoco, con pane senza lievito e con dell’erbe amare. Non ne mangiate niente di poco cotto o di lessato nell’acqua, ma sia arrostito al fuoco, con la testa, le gambe e le interiora» (vers. 7-9). L’agnello pasquale si presenta sotto due differenti aspetti, cioè come fondamento della pace e come cen­tro dell’unità. Il sangue sugli stipiti assicurava la pace a Israele. «E quand’io vedrò il sangue passerò oltre» (v. 13). Non ci voleva altro che l’applicazione del sangue di aspersione per poter godere di una pace garantita ri­guardò all’angelo distruttore. La morte doveva fare il suo lavoro in tutte le case d’Egitto; «è stabilito che gli uomini muoiano una volta» (Ehrei 9:27); ma Dio, nella sua grande misericordia, trovò per Israele un sostituto senza macchia, sul quale fu eseguita la sentenza di morte. Le esigenze della gloria di Dio e il bisogno di Israele trovarono così in una sola cosa, cioè nel san­gue dell’Agnello, ciò che ugualmente li soddisfaceva. Il sangue, al di fuori, diceva che tutto era perfettamente regolato, poiché era stato Dio a intervenire; di conse­guenza dentro regnava una perfetta pace. L’ombra di un dubbio nel cuore di un Israelita sarebbe stato un disonore sul divino fondamento della pace, cioè sul sangue della propiziazione.

Indubbiamente, tutti quelli che erano dentro alla porta cosparsa dal sangue dove­vano, individualmente sentire che se avessero dovuto ricevere loro la giusta retribuzione dei loro peccati, la spada del distruttore li avrebbe certamente colpiti; ma l’agnello aveva subìto, al loro posto, il trattamento che essi meritavano. Era quello il solido fondamento della loro pace. Il giudizio che toccava loro era caduto su una vittima preordinata da Dio; e credendo questo, pote­vano mangiare in pace dentro la casa. Un solo dubbio avrebbe fatto bugiardo l’Eterno che aveva detto: «Quando vedrò il sangue passerò oltre»; questo bastava; non si trattava di meriti personali; l’io era fuori discussione. Tutti quelli che erano al riparo del sangue erano al sicuro. Non erano soltanto in condizione di essere sal­vati, erano salvati. Non avevano da sperare di essere salvati, o da pregare di esserlo; essi sapevano, come un fatto avverato, che lo erano, sull’autorità di quella parola che resterà ferma di generazione in generazione; inoltre non erano in parte salvati, in parte esposti al giudizio: erano completamente salvati.

Il sangue dell’agnello e la parola di Dio costituivano il fondamento della pace di Israele in quella notte terribile, in cui la morte colpì i primogeniti d’Egitto. Se un solo capello di una testa israelita avesse potuto es­sere toccato, la parola di Dio sarebbe stata smentita e il sangue dell’agnello dichiarato inutile.

È molto importante capire chiaramente ciò che co­stituisce il fondamento della pace del peccatore alla presenza di Dio. Si associano tante cose all’opera com­piuta da Cristo, che le anime sono immerse nell’incer­tezza e nell’oscurità per ciò che riguarda la loro accet­tazione. Esse non discernono il carattere assoluto della redenzione per mezzo del sangue di Cristo nella sua applicazione a se stesse; sembrano ignorare che il pie­no perdono dei peccati si basi sul semplice fatto che una espiazione perfetta è stata compiuta, fatto attestato alla presenza di ogni intelligenza creata con la risur­rezione dai morti del «garante» dei peccatori. Esse sanno che non c’è altro mezzo, per essere salvati, all’infuori del sangue della croce, ma questo lo sanno pure i demoni e non giova loro nulla. Esse non sanno che ciò di cui si ha bisogno è di sapere che si è salvati personalmente.

L’Israelita non sapeva soltanto che il sangue era una salvaguardia; sapeva di essere, lui, al sicuro. E perché? Era forse grazie a qualcosa che aveva fatto, sentito, pensato? Certamente no, ma perché Dio aveva detto: «Quando vedrò il sangue passerò oltre». Egli si ba­sava sulla testimonianza di Dio; credeva a ciò che Dio aveva detto poiché era stato Dio a dirlo; «ha confer­mato che Dio è verace» (Giovanni 3:33).

Notate che non su propri pensieri o su sentimenti o su proprie esperienze riguardo al sangue, l’Israelita si basava; sarebbe stato un riposarsi su un misera­bile fondamento di sabbia. I suoi pensieri e i suoi sen­timenti potevano essere profondi o superficiali: ma, pro­fondi o superficiali che fossero, non avevano nulla a che fare con il fondamento della sua pace. Dio non aveva detto «quando vedrete il sangue e lo conside­rerete come va considerato io passerò oltre». Questo sarebbe bastato per far cadere l’Israelita in una pro­fonda disperazione, dal momento che è impossibile al­l’uomo apprezzare sufficientemente il prezioso sangue dell’Agnello. Ciò che dava la pace era il fatto che l’oc­chio dell’Eterno si posava sul sangue e l’Israelita sa­peva che Lui ne apprezzava il valore. «Io vedrò il san­gue»! Era ciò che tranquillizzava il cuore. Il sangue era fuori, sull’architrave della porta e l’Israelita, che era dentro, non lo vedeva; ma Dio lo vedeva e ciò ba­stava, perfettamente.

L’applicazione di tutto questo alla questione della pace di un peccatore è molto semplice. Il Signore Gesù, avendo sparso il suo sangue prezioso in espiazione per il peccato, ha portato questo sangue alla presenza di Dio e là ne ha fatto l’aspersione; e la testimonianza di Dio assicura, al peccatore che crede, che ogni cosa è regolata in suo favore, regolata non in base alla stima ch’egli può fare di quel sangue, ma dal sangue stesso che ha un così elevato valore agli occhi di Dio che, per esso, Dio può, con giustizia, perdonare ogni pec­cato e ricevere il peccatore come perfettamente giusto in Cristo. Come potrebbe l’uomo godere di una pace solida, se la sua pace dipendesse dalla stima ch’egli fa del sangue? La più alta considerazione che lo spi­rito umano potrebbe avere per il sangue sarebbe infi­nitamente al di sotto del suo divino valore; se dunque la nostra pace dovesse dipendere dal nostro giusto ap­prezzamento di ciò ch’esso vale, non potremmo godere di una pace sicura, lo stesso come se cercassimo que­sta pace con le «opere della legge» (Romani 9:32; Galati 2:16; 3:10). Bisogna che nel sangue soltanto ci sia un sufficiente fondamento di pace, se no non l’avremo mai. Mescolare questo sangue con la stima che noi ne facciamo, è distruggere tutto l’edificio del cristianesimo, come se portassimo il peccato ai piedi del Sinai e lo ponessimo sotto il patto delle opere. O il sacrificio di Cristo è sufficiente o non lo è. Se è suf­ficiente, perché questi dubbi e questi timori? Con le parole delle nostre labbra dichiariamo che l’opera è stata compiuta, ma i dubbi e i timori del cuore dicono che non lo è stata. Tutti quelli che dubitano del loro perfetto ed eterno perdono, negano il compimento e la perfezione del sacrificio di Cristo.

Ma molti indietreggerebbero all’idea di mettere in dubbio, apertamente, di proposito deliberato, l’efficacia del sacrificio di Cristo, e tuttavia non godono di una pace sicura. Tali persone si dicono convinte che il san­gue di Cristo basta, perfettamente, ai bisogni del pec­catore soltanto se sono sicure di avere una partecipa­zione a questo sangue, soltanto se hanno la vera fede. Vi sono molte anime in questa triste condizione: sono occupate della loro fede e dei loro sentimenti invece di essere occupate del sangue di Cristo e della parola di Dio; in altre parole, esse guardano dentro a loro stesse, invece di guardare al di fuori, a Cristo. Quella non è fede; di conseguenza esse non hanno pace. L’Israelita, al riparo sotto l’aspersione del sangue, po­teva insegnare a queste anime una preziosa lezione. Egli non era salvato per il valore che dava a quel sangue, ma solo per il sangue. Indubbiamente egli lo apprez­zava, aveva dei pensieri a suo riguardo, ma Dio non aveva detto: «quando vedrò la valutazione che fate del sangue, passerò oltre» ma «quando io vedrò il sangue, passerò oltre». Il sangue, col suo valore e la sua divina efficacia, era posto dinanzi a Israele; e se il popolo avesse voluto mettere anche solo un pezzo di pane senza lievito, vicino al sangue, come fonda­mento di sicurezza, avrebbe fatto Dio bugiardo e ne­gato la perfetta sufficienza del suo rimedio.

Siamo sempre portati a cercare in noi stessi o in ciò che proviene da noi qualcosa che, insieme al san­gue di Cristo, possa costituire il fondamento della no­stra pace. Su questo punto capitale c’è, in molti cre­denti, una grave mancanza di luce e di intelligenza, co­me lo dimostrano i dubbi e i timori da cui sono tor­mentati. Siamo propensi a considerare il frutto dello Spirito in noi piuttosto che l’opera di Cristo per noi, come il fondamento della nostra pace. Avremo l’occa­sione di vedere quale posto occupa l’opera dello Spi­rito Santo nel cristianesimo; ma, nelle Scritture, que­st’opera non è mai presentata come ciò su cui riposa la nostra pace. Lo Spirito Santo non ha fatto la pace, ma Cristo l’ha fatta; non è detto che lo Spirito Santo sia la nostra pace ma che la nostra pace è Cristo. Dio non ha mandato a predicare «la pace per mezzo dello Spirito» bensì «la pace per mezzo di Gesù Cristo» (Atti 10:36; Efesini 2:14-17; Colossesi 1:20). Non si può afferrare con troppa semplicità questa importante distinzione. È per il sangue di Cristo che abbiamo pace, perfetta giustificazione, giustizia divina; è lui che pu­rifica la coscienza, che ci introduce nel luogo santis­simo, che fa sì che Dio sia giusto ricevendo il peccatore che crede; è lui che ci dà diritto a tutte le gioie, gli onori, le glorie del cielo (Romani 3:24-26; Efesini 2:13-18; Colossesi 1:20-22; Ebrei 9:14; 10:19; 1 Pietro 1:19; 2:24; 1 Giovanni 1:7; Apocalisse 7:14-17).

Non si penserà, spero, che esponendo qual’è, davanti a Dio, il valore del prezioso sangue di Cristo io voglia sminuire l’importanza dell’opera dello Spirito. Che Dio non lo permetta! Lo Spirito Santo rivela Cristo, ci fa conoscere Cristo, ci fa godere di lui e ci nutrisce di lui; egli rende testimonianza a Cristo, prende le cose di Cristo e ce le comunica. Egli è la potenza della comu­nione, il suggello, il testimone, la caparra, l’unzione. In altre parole, le operazioni benedette dello Spirito sono assolutamente essenziali. Senza di lui non pos­siamo né vedere, né udire, né sentire, né sperimentare, né manifestare qualcosa di Cristo, né godere di lui. La dottrina dell’azione dello Spirito è chiaramente espo­sta nelle Scritture, compresa e ricevuta da ogni cristia­no fedele e ben insegnata.

Tuttavia, malgrado ciò, l’ope­ra dello Spirito non è il fondamento della pace: se lo fosse, non potremmo avere una pace solida e sicura prima della venuta di Cristo, dal momento che l’opera dello Spirito nella chiesa finirà soltanto allora. Lo Spi­rito continua la sua opera nel credente. Egli «inter­cede per noi con sospiri ineffabili» (Romani 8:26); la­vora per farci raggiungere la «statura» alla quale siamo stati destinati, cioè a una perfetta conformità, in ogni cosa, all’immagine del «Figliuolo»; Egli è l’unico autore di ogni desiderio buono, di ogni santa aspirazione, di ogni affezione pura, di ogni esperienza divina, di ogni sana convinzione; ma, certamente, la sua opera in noi sarà completa soltanto quando avremo lasciato la scena precedente di questo mondo per prendere posto con Cristo nella gloria, così come il servo di Abrahamo ter­minò il suo lavoro riguardo a Rebecca quando la pre­sentò a Isacco.

Ma dell’opera di Cristo per noi non è la stessa co­sa: essa è assolutamente e eternamente completa; Cri­sto ha potuto dire: «Ho compiuto l’opera che tu m’hai data da fare» (Giovanni 17:4), e ancora: «È compìuto» (Giovanni 19:30). Ma lo Spirito Santo non può dire di aver già finito la sua opera. Come il vero vicario di Cristo sulla terra, Egli lavora ancora in mezzo a tutte le in­fluenze ostili che circondano la sua sfera d’azione; Egli lavora nel cuore dei figliuoli di Dio per farli giun­gere, in modo sperimentale e pratico, all’altezza del Modello, all’immagine del quale devono essere resi conformi. Ma non induce mai un’anima a far dipendere la propria pace nella presenza di Dio dall’opera che esso compie in lui. La missione dello Spirito Santo è parlare di Gesù; non parla di se stesso, ma «pren­derà del mio — dice Cristo — e ve l’annunzierà» (Giovanni 16:14). Se dunque è per l’insegnamento dello Spirito che si può comprendere il vero fondamento della pace e se lo Spirito non parla mai di se stesso, è evidente che non può non presentare l’opera di Cri­sto come il fondamento sul quale l’anima deve basarsi per sempre; anzi, è grazie a quest’opera che lo Spirito viene ad abitare e a compiere il suo meraviglioso la­voro nel cuore del credente. Egli non è il nostro Si­gnore benché sia lui a rivelarcelo e a renderci capaci di comprenderlo e di goderne.

Così l’Agnello pasquale, come fondamento della pa­ce d’Israele, è una notevole e splendida figura di Cri­sto, come fondamento della pace del credente. Non c’era nulla da aggiungere al sangue sugli stipiti e sul­l’architrave e non c’è niente da aggiungere al sangue sul propiziatorio. Il «pane senza lievito» e le «erbe amare» erano necessari, ma non costituivano il fonda­mento della pace neanche in parte. Erano per l’interno della casa, costituivano i segni caratteristici della co­munione in questa casa; ma il sangue dell’Agnello era il fondamento di tutto. Esso preservava gli Israeliti dal­la morte e li introduceva in una scena di vita, di luce e di pace. Esso formava un legame fra Dio e il suo po­polo riscattato. Essendo un popolo in relazione con Dio sul fondamento di una redenzione compiuta, era un privilegio per gli Israeliti essere posti sotto certe re­sponsabilità; ma queste responsabilità non costituivano il legame ma derivavano da esso.

Desidero ricordare al mio lettore che la vita di ob­bedienza di Cristo non è presentata nelle Scritture co­me ciò che dà il perdono: è la morte di Cristo sulla croce che dà libero corso al suo amore. Se Cristo aves­se continuato fino ad ora a percorrere le città di Israele «facendo il bene» (Atti 10:38), la cortina del tempio sarebbe ancora intatta e precluderebbe, all’adoratore, il libero accesso presso Dio. È stata la morte di Cristo a strappare quella tenda misteriosa da cima a fondo (Marco 15:38). Per le sue «lividure», non per la sua ubbidienza, siamo stati guariti (Isaia 53:5; 1 Pietro 2:24); e queste lividure le ha subite sulla croce e in nessun altro posto. Le parole che ha pronunciato nella sua vita benedetta sono più che sufficienti per farci capire il senso di questo passo: «V’è un battesimo del quale ho da esser battezzato; e come sono angustiato finché non sia compiuto!» (Luca 12:50). A cosa si riferisce questa dichiarazione se non alla sua morte sulla croce che era il compimento del suo battesimo e che apriva al suo amore una strada per la quale poteva liberamente scendere fino ai colpevoli figli di Adamo? Poi dice ancora: «Se il granello di frumento caduto in terra non muore, rimane solo» (Giovanni 12:24). Era Lui quel prezioso granello di frumento; e sarebbe rimasto solo per sempre, pur essendo stato fatto carne, se con la sua morte, sul legno maledetto, non avesse tolto tutto ciò che avrebbe potuto impedire l’unione del suo popolo con lui nella risurrezione; «ma se muore, pro­duce molto frutto».

Non è mai troppa l’attenzione che si mette nel me­ditare un soggetto tanto serio e importante. Di due punti bisogna che ci ricordiamo sempre: primo, che non c’era unione possibile con Cristo al di fuori della risurrezione; secondo, che Cristo ha sofferto per i pec­cati solo sulla croce. Non dobbiamo credere che Cristo ci abbia uniti a sé per mezzo dell’incarnazione; sarebbe stato impossibile. Come potrebbe la nostra carne di peccato essere unita in questo modo? Bisognava che il corpo di peccato fosse distrutto con la morte; biso­gnava che il peccato fosse tolto — lo esigeva la gloria di Dio — e che tutta la potenza del nemico fosse abo­lita. Come avrebbe potuto verificarsi tutto questo se non con la sottomissione dell’Agnello di Dio, prezioso e senza macchia, alla morte della croce? «Per condurre molti figliuoli alla gloria, ben s’ad­diceva a Colui per cagion del quale son tutte le cose e per mezzo del quale son tutte le cose, di rendere perfetto(*), per via di sofferenze, il duce della loro salvezza» (Ebrei 2:10). «Ecco, io caccio i demoni e compio guarigioni oggi e domani e il terzo giorno giungo al mio termine(*)» (Luca 13:32). Queste espressioni non si riferiscono a Cristo nella sua persona, in modo astratto, poiché egli era perfetto da ogni eternità come Figlio di Dio e quanto alla sua umanità, ugualmente, assolutamente perfetto. Ma, come «duce di salvezza» e «per portare molti figliuoli alla gloria» e per «portare molto frutto» associandosi un popolo riscattato, ha dovuto arrivare al terzo giorno per essere consumato. Egli discese solo nella «fossa di perdizione, nel pantano fangoso»; ma subito dopo posò «i suoi piedi sulla roccia» della risurrezione e as­sociò a sé molti figliuoli (Salmo 40:1-3). Egli lottò da solo nel combattimento; ma, vincitore, distribuisce a quelli che lo circondano il ricco bottino, frutto della sua vittoria, affinché lo raccogliamo e ne godiamo per sempre.

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(*) In ambedue i casi, il termine greco, tradotto letteralmente, signi­fica «consumare» e «consumato».
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Non bisogna, nemmeno, conside­rare la croce di Cristo soltanto come un avvenimento in una vita di sofferenza espiatoria per il peccato. «Egli, che ha portato egli stesso i nostri peccati nel suo corpo, sul legno» (1 Pietro 2:24); non li ha portati in altro posto. Non li ha portati né nella mangiatoia, né nel de­serto, e neppure nell’orto di Getsemani, ma unicamente «sul legno». Sotto questo aspetto non ha mai avuto niente a che fare col peccato se non alla croce; e, sulla croce, chinò il capo e lasciò la sua vita sotto il peso del cumolo dei peccati del suo popolo. Ed anche in nessun altro posto che alla croce ha sofferto dalla mano di Dio; là, Dio gli nascose la sua faccia poiché egli era «fatto peccato» (2 Corinzi 5:21).

Questa successione di pensieri e i vari passi che li hanno suggeriti, aiuteranno il lettore ad afferrare più completamente la divina potenza di queste parole: «quando vedrò il sangue, passerò oltre». Certamente bisognava che l’Agnello fosse senza macchia perché potesse sopportare lo sguardo santo di Dio. Ma se il sangue non fosse stato sparso, Dio non avrebbe po­tuto passare oltre, poiché «senza spargimento di san­gue non c’è remissione» (Ebrei 9:22). Se Dio lo per­metterà, mediteremo più esaurientemente questo sog­getto nelle figure del Levitico; esso merita l’attenzione seria di tutti coloro che amano sinceramente il nostro Signore Gesù Cristo.

Ed ora vediamo la Pasqua sotto il suo secondo aspet­to, cioè come il centro attorno al quale l’assemblea era riunita, in una piacevole, beata, santa comunione. Israe­le, salvato dal sangue, era una cosa; Israele che man­gia l’agnello, è un’altra cosa, completamente diversa. Gl’Israeliti erano salvati solo dal sangue, ma l’oggetto attorno al quale erano radunati era evidentemente l’agnello arrostito. E non è, questa, una distinzione ar­bitraria. Il sangue dell’Agnello costituisce, nello stesso tempo, il fondamento della nostra relazione con Dio, e della nostra relazione gli uni con gli altri. È in quanto lavati da quel sangue che siamo condotti a Dio e gli uni e gli altri. Al di fuori dell’espiazione perfetta di Cristo non può esservi nessuna comunione né con Dio, né con l’Assemblea di Dio. Tuttavia i credenti sono ra­dunati, per mezzo dello Spirito Santo, attorno a un Cristo vivente nei cieli. È a un Cristo vivente che noi siamo uniti, a una «pietra vivente» (1 Pietro 2:4) sia­mo venuti. Egli è il nostro centro. Avendo trovato la pace per mezzo del suo sangue, lo riconosciamo come il grande centro del radunamento e come il legame che ci unisce. «Dovunque due o tre sono raunati nel nome mio quivi son io in mezzo a loro» (Matteo 18:20). Lo Spirito Santo solo è colui che raduna: Cristo è l’unico oggetto attorno a cui siamo radunati; e la nostra assemblea, così riunita, deve essere caratterizzata dalla santità, affinché il Signore Iddio nostro possa abitare fra noi. Lo Spirito Santo non può radunare che attorno a Cristo; non può farlo attorno a un nome, un sistema, una dottrina, un ordinamento. Raduna attorno a una persona che è Cristo glorificato nel cielo. Questo fatto deve comunicare un carattere speciale all’Assemblea di Dio. Gli uomini possono associarsi su un fondamento, intorno a un centro, o in vista di un oggetto di loro gusto; ma quando è lo Spirito Santo che unisce e rac­coglie, lo fa sul fondamento di una redenzione com­piuta, attorno alla persona di Cristo per edificare, per Dio, una santa dimora (1 Corinzi 3:16-17; 6:19; Efesini 2:21-22; 1 Pietro 2:4-5).

Consideriamo ora, dettagliatamente, i principi che ci sono presentati dalla festa della Pasqua. L’assemblea di Israele, al riparo sotto il sangue, doveva essere orga­nizzata dall’Eterno in modo che fosse degna di lui. Per mettere al riparo dal giudizio, come abbiamo visto, non ci voleva altro che il sangue; ma, nella comunione che derivava dalla sicurezza che il sangue procurava, ci voleva altro che non poteva essere impunemente trascurato.

Così leggiamo: «E se ne mangi la carne in quella notte; si mangi arrostita al fuoco, con pane senza lie­vito e con delle erbe amare. Non ne mangiate niente di poco cotto o di lessato nell’acqua, ma sia arrostito al fuoco, con la testa, le gambe e le interiora» (vv. 8-9). L’agnello che la congregazione radunata attorno ad esso mangiava con festa, era un agnello arrostito, un agnello che era passato sotto l’azione del fuoco. In que­sto vediamo «Cristo, la nostra pasqua» (1 Corinzi 5:7), che si espone all’azione del fuoco della santità e del giudizio di Dio che in lui trovarono un oggetto perfetto. Egli ha potuto dire: «Tu hai scrutato il mio cuore, l’hai visitato nella notte; m’hai provato e non hai rinvenuto nulla; la mia bocca non trapassa il mio pensiero» (Sal­mo 17:3). Tutto in lui era perfetto; il fuoco lo ha pro­vato; non c’è stato scarto in lui. «La testa, le gambe e le interiora», cioè la sede dell’intelligenza, del cammino esteriore e di tutti gli affetti da cui esso derivava, tutto subì l’azione del fuoco e lo si trovò perfetto. Il modo con cui l’Agnello doveva essere arrostito era molto si­gnificativo, come lo è ogni particolare nell’ordinamento divino. «Non ne mangiate niente di poco cotto o di lessato nell’acqua». Se l’agnello fosse stato mangiato in quel modo, non sarebbe stato l’espressione della grande e solenne verità che, nell’intento di Dio, doveva raffigurare, cioè che il nostro Agnello pasquale ha do­vuto sopportare sulla croce il fuoco della giusta collera di Dio. Noi non siamo soltanto sotto la protezione eterna del sangue dell’Agnello, ma, per mezzo della fede, ci nutriamo della «persona» dell’Agnello. Molti fra noi mancano sotto questo aspetto. Siamo portati ad accontentarci dell’opera che Cristo ha compiuto per noi, senza mantenerci in una santa comunione con lui. Il suo cuore, pieno di amore, non può accontentarsi di questo.Ci ha avvicinati a lui perché potessimo godere di lui, nutrirci di lui e rallegrarci in lui. Egli si pre­senta a noi come colui che ha sopportato, in tutto il suo rigore, il fuoco intenso della collera di Dio, per essere, sotto questo carattere, l’alimento della nostra anima redenta.

Ma come doveva, quest’agnello, essere mangiato? Con pane senza lievito e con delle erbe amare. Il lie­vito, nella Scrittura, è sempre l’emblema del male. Mai, né nell’Antico né nel Nuovo Testamento, rappre­senta qualcosa di puro, di sano o di buono. Così, in questo capitolo, la festa dei pani senza lievito è la figura della separazione pratica dal male, che deriva dal fatto che siamo lavati dai nostri peccati nel sangue dell’Agnello e che è la necessaria conseguenza della comunione con le sue sofferenze. Soltanto il pane completamente privo di lievito è compatibile con l’agnello arrostito; una sia pur minima quantità di ciò che rap­presenta il male, avrebbe rovinato completamente il carattere morale di tutto l’ordinamento. Come potremo unire il male alla nostra comunione con un Cristo sof­ferente? È impossibile. Tutti coloro che afferrano, per la potenza dello Spirito, il significato della croce, toglie­ranno certamente così, con questa stessa potenza, ogni lievito che è in mezzo a loro. «Poiché anche la nostra pasqua, cioè Cristo, è stata immolata. Celebriamo dun­que la festa non con vecchio lievito, né con lievito di malizia e di malvagità, ma con gli azzimi della sin­cerità e della verità» (1 Corinzi 5:7-8). La festa trat­tata in questo passo è quella che, nella vita e nella condotta della Chiesa, corrisponde alla festa dei pani senza lievito. Quest’ultima durava sette giorni; e la Chiesa, collettivamente, e il cristiano, individualmente, sono chiamati a camminare nella santità pratica durante i sette giorni, cioè, il periodo intiero del loro cammino quaggiù; e tutto questo come risultato diretto del fatto che l’una e l’altro sono lavati nel sangue e hanno comu­nione con le sofferenze di Cristo.

Se l’Israelita toglieva il lievito non lo faceva per essere salvato ma perché era salvato; e se trascurava di togliere il lievito, que­st’errore, per grave che fosse, non comprometteva la sicurezza data dal sangue, ma semplicemente la comu­nione con l’altare e con l’assemblea. «Per sette giorni non si trovi lievito nelle vostre case, perché chiunque mangerà qualcosa di lievitato, quel tale sarà reciso dal­la raunanza d’Israele: sia egli forestiero o nativo del paese» (vers. 19). L’essere reciso dall’assemblea per un Israelita corrisponde, per il cristiano, all’essere tolto di comunione quando si concede qualcosa che è con­traria alla santità della presenza divina. Dio non può tollerare il male. Un solo pensiero impuro interrompe la comunione dell’anima; e finché la contaminazione do­vuta a questo pensiero non è stata tolta con la confes­sione fondata sull’intercessione di Cristo, è impossi­bile che la comunione sia ristabilita (vedere 1 Giovanni 1:5-10; Salmo 32:3-5). Il cristiano col cuore diritto è con­tento che sia così. Egli può sempre celebrare il ricordo della santità di Dio (Salmo 30:4; 97:12). Egli non vor­rebbe, se fosse possibile, diminuire la misura della san­tità, neanche di una briciola. Per lui è una grande gioia camminare in compagnia di qualcuno che non può, nem­meno per un istante, tollerare il contatto col più piccolo «atomo» di lievito.

Noi sappiamo, Dio ne sia benedetto, che nulla può rompere il legame che unisce a lui il vero credente. Noi siamo salvati dall’Eterno, non con una salvezza con­dizionale, ma con una «salvezza eterna» (Isaia 45:17). Ma la salvezza e la comunione non sono la stessa cosa. Vi sono molte persone salvate che non sanno di es­serlo e ve ne sono molte che, pur sapendolo, non ne godono. È impossibile essere felici al riparo di un’ar­chitrave cosparsa di sangue se c’è del lievito nella casa. È un assioma, nella vita divina. Possa essere scritto nei nostri cuori! Pur senza essere il fondamento della nostra salvezza, la santità pratica è intimamente legata al godimento della salvezza. Non era col pane senza lievito che un Israelita era salvato, ma per mezzo del sangue; però, il pane lievitato lo avrebbe privato della comunione. E, per ciò che lo concerne, il cristiano non è salvato dalla santità pratica, ma dal sangue; però, se si concede il male, col pensiero, in parole o in azioni, non avrà nessun vero godimento della salvezza, nes­suna vera comunione con la persona dell’Agnello.

Sono sicuro che da questo dipende gran parte della sterilità spirituale e della mancanza di una pace vera e costante che si riscontra presso i figliuoli di Dio. Molti di loro non praticano la santità, non osservano la festa dei «pani senza lievito» (Esodo 23:15). Il san­gue è sulla porta, ma il lievito dentro la casa impedisce di godere la sicurezza che il sangue dà. La sanzione che diamo al male distrugge la nostra comunione, sebbene non interrompa il legame che unisce eternamente le nostre anime con Dio. Quelli che fanno parte dell’As­semblea di Dio devono essere santi; non sono stati libe­rati soltanto dalla colpa e dalle conseguenze del pec­cato, ma anche dalla potenza, dall’amore del peccato e dal praticarlo. Il solo fatto che Israele fosse liberato dal sangue dell’Agnello pasquale, gli imponeva la respon­sabilità di togliere il lievito. Gli Israeliti non potevano dire, secondo l’orribile linguaggio degli Antinomisti, «ora che siamo salvati possiamo fare ciò che ci pare e piace». Assolutamente no! Se erano salvati per gra­zia, lo erano in vista della santità. Un’anima che si serva della gratuità della grazia divina e della perfe­zione della redenzione che è in Cristo per vivere nel peccato (Romani 6:1), mostra chiaramente di non com­prendere né la grazia né la redenzione.

La grazia non salva soltanto l’anima dandole una sal­vezza eterna, ma le comunica pure una natura che si compiace in tutto ciò che è di Dio, perché è divina. Noi siamo così partecipi della natura divina che non può peccare poiché è nata da Dio (Giovanni 1:13; 3:3-5; 2 Pietro 1:4; 1 Giovanni 3:9; 5:18). Camminare nella po­tenza di questa natura è osservare la festa dei pani senza lievito. Non c’è né «vecchio lievito» né «lievito di malizia e di malvagità» (1 Corinzi 5:8) nella nuova na­tura, poiché è di Dio, e Dio è santo e «Dio è amore» (1 Giovanni 4:8). Così è evidente che, se togliamo il vecchio lievito, non lo facciamo per migliorare la nostra vecchia natura (che è irrimediabilmente malvagia e corrotta) e nemmeno per ottenere la nuova natura, ma perché già la possediamo. Abbiamo la vita e, nella po­tenza di questa vita, rigettiamo il male. Soltanto quan­do siamo liberati dalla colpa del peccato, possiamo com­prendere e manifestare la vera potenza della santità; volerlo fare altrimenti è un lavoro inutile. La festa dei pani senza lievito la si può osservare solo al riparo del sangue.

La stessa necessità morale e una figura ugualmente significativa l’abbiamo in ciò che doveva accompagnare il pane senza lievito, le «erbe amare». Non possiamo godere la comunione con le sofferenze di Cristo senza ricordarci di ciò che ha reso indispensabile queste sof­ferenze; e, ricordarsene, deve necessariamente pro­durre in noi uno spirito mortificato e sottomesso, dispo­sizione rappresentata esattamente dalle erbe amare nel­la festa di Pasqua. Se l’agnello arrostito rappresenta Cristo che sopporta la collera di Dio sulla propria per­sona sulla croce, le erbe amare esprimono la cono­scenza che il credente ha di questa verità, che Cristo ha «sofferto per noi». «Il castigo, per cui abbiam pace, è stato su lui e per le sue lividure noi abbiamo avuto guarigione» (Isaia 53:5).

È utile, data l’eccessiva leggerezza dei nostri cuori, cogliere il profondo significato delle erbe amare. Chi può leggere i Salmi 6, 22, 38, 69, 88 e 109 senza com­prendere, in parte almeno, ciò che rappresenta il pane senza lievito con le erbe amare? La santità pratica della vita, unita a una sottomissione profonda dell’anima, deve derivare da una vera comunione con le sofferenze di Cristo; poiché è impossibile che il male morale e la leggerezza spirituale possano sussistere di fronte a queste sofferenze.

Ma, chiederà qualcuno, non prova forse l’anima una profonda gioia nel sentimento che Cristo ha portato i nostri peccati? che ha vuotato, fino in fondo, al nostro posto, il calice della giusta collera di Dio,? Incontesta­bilmente, è quello il fondamento di tutta la nostra gioia. Non possiamo mai dimenticare che per i nostri peccati, Cristo ha sofferto. Possiamo forse perdere di vista que­sta verità, capace di soggiogare le anime, che l’Agnello di Dio chinò il capo sotto il peso delle nostre trasgres­sioni? Certamente no. Bisogna che mangiamo il nostro agnello con delle erbe amare, che, non c’è bisogno di dirlo, non rappresentano le lacrime di un vano e superfi­ciale sentimentalismo, ma le esperienze reali e profonde di un’anima che afferra, con intelligenza e potenza spi­rituali, il significato e i risultati pratici della croce.

Contemplando la croce, scopriremo ciò che can­cella ogni nostra iniquità e l’anima è riempita così di pace e di gioia. Ma la croce mette così da parte, com­pletamente, la natura; essa è la crocifissione «della carne», la morte del «vecchio uomo» (Romani 6:6; Galati 2:20; 6:14; Colossesi 2:11). Questo, nei suoi risultati pratici, conterrà molte cose amare per la na­tura, ci chiamerà a rinunciare a noi stessi, a mortificare le nostre membra che sono sulla terra (Colossesi 3:5); a considerare l’io morto al peccato (Romani 6:11). Tut­te queste cose possono sembrare terribili, ma quando si è entrati dentro la casa sulla cui porta c’è il sangue, le cose si considerano diversamente. Le erbe stesse che, certamente, sarebbero parse amare a un Egiziano, formavano parte integrante della festa della liberazione di Israele. Coloro che sono riscattati dal sangue dell’Agnello, che conoscono la gioia della sua comunione, stimano una festa rigettare il male e considerare la natura per morta.

«E non ne lasciate nulla di resto fino alla mat­tina; e quel che ne sarà rimasto fino alla mattina, bru­ciatelo col fuoco» (v. 10). Questo comandamento ci insegna che la comunione dell’assemblea non doveva in nessun modo essere separata dal sacrificio sul quale questa comunione era fondata. Bisogna che il cuore con­servi sempre il ricordo vivente che ogni vera comunione è inseparabilmente connessa con una redenzione com­piuta. Credere di poter avere comunione con Dio su un fondamento differente è immaginare che Dio possa ave­re comunione con il male che è in noi; e credere di poter avere comunione con l’uomo su un altro fonda­mento è organizzare semplicemente una riunione im­pura e profana dalla quale non può derivare altro che la confusione e il male. In poche parole, bisogna che tutto sia fondato sul sangue e ad esso inseparabilmente legato. È questo il semplice significato dell’ordine di mangiare l’agnello pasquale nella stessa notte in cui il sangue veniva sparso. La comunione non deve essere separata da ciò che ne è il fondamento.

Che bella immagine ci dà l’assemblea di Israele, messa al riparo dal sangue, che mangia in pace l’agnello arrostito con del pane senza lievito e delle erbe amare! Nessuna paura del giudizio, nessuna paura della col­lera dell’Eterno; nessun timore della giusta vendetta che spazzava via come un uragano, a mezzanotte, tutto il paese di Egitto. Tutto era pace perfetta dietro le porte asperse col sangue. Gli Israeliti non avevano nulla da temere dal di fuori e nulla, nell’interno, poteva turbarli salvo il lievito che avrebbe inferto un colpo mortale alla loro pace e alla loro felicità. Che quadro per la Chiesa! Che quadro per il cristiano! Ci sia dato di comprendere il significato profondo e di sottometterci con spirito mansueto.

Ma non è tutto qui ciò che possiamo imparare dalla Pasqua. Abbiamo considerato la posizione di Israele e il nutrimento di Israele; consideriamone ora l’abbiglia­mento.

«E mangiatelo in questa maniera: coi vostri fianchi cinti, coi vostri calzari ai piedi e col vostro bastone in mano; e mangiatelo in fretta: è la Pasqua dell’Eterno» (v. 11). Gli Israeliti dovevano mangiare la Pasqua come un popolo sul punto di lasciare dietro a sé il paese della morte e delle tenebre, della collera e del giudizio, per camminare verso il paese della promessa, verso l’ere­dità che gli era destinata. Il sangue che li aveva preser­vati dalla sorte toccata ai primogeniti Egiziani, era il fondamento della loro liberazione dalla servitù d’Egitto; ed ora dovevano mettersi in cammino e camminare con Dio verso il paese stillante latte e miele. Non avevano ancora passato il mar Rosso, è vero; non avevano an­cora fatto il tragitto «di tre giorni»; tuttavia, in prin­cipio, era un popolo riscattato, un popolo separato e pellegrino, un popolo in attesa e dipendente; bisognava che il loro abbigliamento fosse in armonia con la loro posizione attuale e il loro destino futuro. «I fianchi cinti» di Israele denunciavano una separazione rigorosa da tutto ciò che lo circondava e mostravano che era pronto per il servizio. «I calzari ai piedi» dimostravano che Israele era pronto a lasciare la scena presente; «il bastone in mano» era l’emblema di un popolo viaggia­tore che si appoggiava a qualcosa che era al di fuori di se stesso. Piacesse a Dio che questi preziosi caratteri apparissero di più in ogni membro della famiglia dei ri­scattati!

Caro lettore cristiano, occupiamoci di queste cose (1 Timoteo 4:15). Abbiamo provato, per grazia, l’effi­cacia purificatrice del sangue di Cristo e abbiamo di conseguenza il privilegio di nutrirci della sua persona adorabile e di godere delle sue insondabili ricchezze (Filippesi 3:10). Mostriamoci, dunque, con il pane sen­za lievito e le erbe amare, con i reni cinti, i calzari ai piedi, il bastone in mano. Che gli altri ci vedano coi caratteri di un popolo santo, di un popolo crocifisso, vigilante e attivo, che cammina apertamente incontro a Dio, verso la gloria, essendo destinato al regno.

Che Dio ci accordi di penetrare nella profondità e nella potenza di queste cose; che esse non siano solo teorie o questioni di conoscenza e di interpretazioni scritturali, ma realtà viventi, divine, conosciute per esperienza e manifestate nella nostra vita, alla gloria di Dio.

Finiremo questo capitolo con una rapida scorsa sui versetti da 43 a 49. Essi ci insegnano che, mentre era privilegio di ogni Israelita mangiare la Pasqua, nessuno straniero incirconciso ne doveva parteciparvi: «nessuno straniero ne mangi;... tutta la raunanza di Israele ce­lebri la Pasqua». Ci voleva la circoncisione per poter mangiare la Pasqua. In altri termini, bisogna che sulla nostra natura sia passata la sentenza di morte prima che possiamo nutrirci di Cristo in modo intelligente, sia come fondamento della pace, sia come centro di unità. La croce è l’antitipo della circoncisione, questo segno divino del patto di Dio con i Giudei e dello spogliamento della carne (Colossesi 2:11-12). Per far parte del popolo di Dio bisognava essere circoncisi e la circoncisione ha la sua realtà in Cristo. I cristiani, resi partecipi dell’ef­ficacia della sua morte per mezzo della potenza della vita che è in lui, e che è la loro, si considerano morti e si sono spogliati, per fede, di questo corpo di pec­cato; sono crocifissi con Cristo; tuttavia la potenza di Dio stesso, come ha agito in Cristo, opera in loro per dare una nuova vita in Cristo. «E quando uno straniero soggiornerà teco e vorrà fare la Pasqua in onore del­l’Eterno, siano circoncisi prima tutti i maschi della sua famiglia; e poi si accosti pure per farla, e sia come un nativo del paese; ma nessun incirconciso ne mangi». «Quelli che sono nella carne non possono piacere a Dio» (Romani 8:8).

L’ordinanza della circoncisione costituiva una gran­de linea di demarcazione tra l’Israele di Dio e tutte le nazioni che erano sulla faccia della terra; e la croce di Gesù è la linea di separazione fra la Chiesa e il mondo. Poco importavano le qualità personali o la posi­zione di un uomo; finché non si sottometteva a quel­l’operazione nella carne, non poteva avere nessuna parte in Israele. Un mendicante circonciso era più vicino a Dio di un re incirconciso. Ora è lo stesso. Non si può aver parte alle gioie dei riscattati di Dio se non per mezzo della croce di Cristo; e questa croce abbassa tutte le pretese, capovolge tutte le distinzioni, unisce tutti i riscattati in una santa congregazione di adoratori lavati dal sangue. La croce costituisce una barriera così elevata, un muro di difesa così impenetrabile, che nes­sun atomo della terra o della natura umana può attra­versare per venire a immischiarsi con la nuova crea­zione. «Se dunque uno è in Cristo, egli è una nuova creatura (o creazione); le cose vecchie son passate: ecco, son diventate nuove» (2 Corinzi 5:17).

La separazione di Israele da tutti gli stranieri non era mantenuta, così rigidamente, soltanto nell’istitu­zione della Pasqua; là, anche l’unità di Israele era chia­ramente stabilita, in figura. «Si mangi ogni agnello in una medesima casa; non portate fuori nulla della carne d’esso e non ne spezzate alcun osso» (v. 46). Non si potrebbe trovare una figura più bella di ciò che costi­tuisce «un solo corpo e un solo spirito» (Efesini 4:4). La Chiesa di Dio è una. Dio la vede così, la conserva così e così la manifesterà di fronte agli angeli, agli uomini e ai demoni, a dispetto di tutto ciò che è stato fatto per porre ostacolo a questa santa unità. Sia bene­detto Dio! Egli veglia sull’unità della Chiesa, come ve­gliava sul corpo del suo diletto Figliuolo, sopra la croce; sì, l’unità della Chiesa è mantenuta come la sua giusti­ficazione, la sua accettazione, la sua sicurezza eterna. Malgrado la violenza e la durezza di cuore dei soldati romani, Dio ha saputo adempiere la Scrittura che di­ceva, a proposito di Cristo, «niun osso d’esso sarà fiac­cato»; e ancora «Egli preserva tutte le ossa di lui; non uno ne è rotto» (v. 46; Numeri 9:12; Salmo 34:20; Giovanni 19:36); allo stesso modo, a dispetto di tutte le influenze ostili che sono state messe in gioco di secolo in secolo, Dio guarda la sua Chiesa. Il corpo di Cristo è uno e resterà uno (Matteo 16:18; Giovanni 11:52; 1 Corinzi 1:12; 12:4-27; Efesini 1:22-23; 2:14-22; 4:3-16; 5:22-32; Apocalisse 22:17). «C’è un solo corpo e un solo Spirito»; e questo quaggiù, sulla terra. Beati coloro che hanno ricevuto la fede per riconoscere questa preziosa verità e la fedeltà per praticarla negli ultimi giorni, malgrado le difficoltà quasi insormotabili che incontrano sul loro sentiero. Dio riconoscerà e onorerà quelli che saranno, così, fedeli.

Voglia il Signore liberarci da questo spirito di incre­dulità, che ci porterà a giudicare secondo i nostri punti di vista, piuttosto che con la luce della sua immutabile Parola!

9. Capitolo 13

I primi versetti di questo capitolo ci insegnano, in modo chiaro e distinto, che la devozione e la santità per­sonale sono frutti che l’amore divino produce in coloro che ne sono i beati oggetti.

La consacrazione dei primogeniti e la festa dei pani senza lievito sono presentati qui in rapporto immediato con la liberazione del popolo fuori del paese d’Egitto. «Consacrami ogni primogenito. Tutto ciò che nasce primo tra i figliuoli di Israele, tanto degli uomini quanto degli animali: esso mi appartiene. E Mosè disse al po­polo: Ricordatevi di questo giorno nel quale siete usciti dall’Egitto, dalla casa di servitù; poiché l’Eterno vi ha tratti fuori di questo luogo con mano potente. Non si mangi pane lievitato». E ancora: «Per sette giorni man­gia pane senza lievito; e il settimo giorno si faccia una festa all’Eterno. Si mangi pane senza lievito per sette giorni e non si vegga pan lievitato presso di te né si vegga lievito presso di te entro tutti i tuoi confini» (vv. 2-4, 6-7).

Poi nei versetti che seguono è spiegata la ragione per cui bisognava praticare queste due osservanze: «... tu spiegherai la cosa al tuo figliuolo dicendo: Si fa così a motivo di quello che l’Eterno fece per me quand’uscii dall’Egitto» e: «quando in avvenire il tuo figliuolo ti interrogherà, dicendo: Che significa questo? gli risponderai: L’Eterno ci trasse fuori dall’Egitto, dalla casa di servitù, con mano potente; e avvenne che, quan­do Faraone s’ostinò a non lasciarci andare, l’Eterno uccise tutti i primogeniti nel paese d’Egitto, tanto i pri­mogeniti degli uomini quanto i primogeniti degli ani­mali; perciò io sacrifico all’Eterno tutti i primi parti maschi, ma riscatto ogni primogenito dei miei figliuoli» (vv. 8 e 14-15).

Più progrediremo, con la potenza dello Spirito di­vino, nella conoscenza della redenzione che è in Cristo Gesù, più sarà marcata la nostra vita di separazione e la nostra devozione completa. Ogni sforzo per produrre l’una o l’altra di queste cose, prima che la redenzione sia conosciuta, è il lavoro più vano che si possa imma­ginare. Tutto ciò che facciamo, va fatto «a motivo di quello che l’Eterno fece» e non allo scopo di ottenere da lui qualche cosa. Gli sforzi fatti da noi per avere la vita e la pace, dimostrano che siamo ancora estranei alla potenza del sangue; mentre i frutti puri di una re­denzione conosciuta sono a lode di Colui che ci ha riscattati: «È per grazia che voi siete stati salvati, me­diante la fede; e ciò non vien da voi; è il dono di Dio. Non è in virtù d’opere, affinché niuno si glori; perché noi siamo fattura di lui, essendo stati creati in Cristo Gesù per le buone opere, le quali Iddio ha innanzi pre­parate affinché le pratichiamo» (Efesini 2:8-10). Dio ci ha preparato un cammino di buone opere affinché camminiamo in esse e, per la sua grazia, ci ha prepa­rati a camminarvi. È solo perché siamo salvati che pos­siamo percorrere quella via; diversamente, potremmo vantarci. Ma, se consideriamo che sia noi, sia il cam­mino nel quale siamo chiamati a camminare, è opera di Dio, non abbiamo nessun motivo di vantarci (Romani 3:27; 1 Corinzi 1:27-31).

Il vero cristianesimo non è che la manifestazione della vita di Cristo, impiantata in noi dall’opera dello Spirito, secondo i consigli eterni della sovrana grazia di Dio; tutte le opere che hanno preceduto l’impianto di questa vita sono «opere morte» da cui la nostra coscienza deve essere purificata allo stesso modo che dalle «opere malvagie» (Ebrei 9:14). Il termine «opere morte» intende tutte le opere che l’uomo fa nell’intento di ottenere la vita. Se uno cerca la vita è evidente che non la possiede ancora; è possibile che sia sincero nella sua ricerca, ma la sua stessa sincerità dimostra sempre più chiaramente che non ha la coscienza d’aver trovato quel che cerca. Così dunque ogni opera, fatta con lo scopo di ottenere la vita, è un’opera morta poiché è fatta senza la vita, senza la vita di Cristo, la sola vita reale, l’unica sor­gente da cui le buone opere possono derivare. E, nota­telo bene, non si tratta qui di opere malvage: nessuno si sognerebbe di ottenere la vita per mezzo di tali opere; ma vediamo che si ricorre costantemente alle opere morte per alleggerire la coscienza oppressa dalle cattive opere; la rivelazione divina ci insegna, però, che la coscienza ha bisogno di essere purificata dalle une come dalle altre.

Leggiamo ancora, per quanto concerne la giustizia che «la nostra giustizia è come un abito lordato» (Isaia 64:4). Non è detto che le nostre iniquità, sol­tanto, sono come un panno sporco. Chi contesterebbe? Ma ciò che dobbiamo imparare è che i migliori frutti che possiamo produrre, sotto forma di giustizia e di pietà, sono rappresentati nelle pagine della verità eter­na come opere morte, come vestito sporco. Gli sforzi stessi che facciamo per ottenere la vita non fanno che dimostrare che siamo morti e i nostri sforzi stessi per raggiungere la giustizia provano che siamo avvolti da un manto di contaminazione. È soltanto nel vero e at­tuale possesso della vita eterna e della giustizia divina che possiamo camminare nel cammino delle buone ope­re che Dio ci ha preparato. Le opere morte e un panno sporco non possono mai comparire in un tale cammino. Solo coloro che «l’Eterno ha riscattati» possono cam­minarvi (Isaia 51:11). Israele osservava la festa dei pani senza lievito e consacrava all’Eterno i primogeniti, in quanto era un popolo riscattato. La prima di queste due ordinanze l’abbiamo già considerata, la seconda non è meno ricca di preziosi insegnamenti.

L’angelo distruttore passò sul paese d’Egitto per sterminare tutti i primogeniti; ma i primogeniti di Israele scamparono, grazie alla morte di un sostituto mandato da Dio. Perciò questi ultimi appaiono qui come un popolo vivente, consacrato a Dio. Salvati dal sangue dell’Agnello, essi hanno il privilegio di consacrare la loro vita a Colui che li ha riscattati a prezzo (1 Corin­zi 6:20). Avevano la vita come riscattati. La pura grazia di Dio aveva fatto per essi una differenza (Isaia 11:59), e aveva accordato loro, alla sua presenza, un posto di uomini viventi. Essi non avevano, di certo, nessun mo­tivo di glorificarsi, poiché li vediamo qui posti allo stesso livello, per quanto riguarda i loro meriti o il loro valore personale, di un animale impuro. «Ma ri­scatta ogni primo parto dell’asina con un agnello; e se non lo vuoi riscattare, fiaccagli il collo; riscatta anche ogni primogenito dell’uomo fra i tuoi figliuoli».

C’erano due categorie di animali: degli animali puri e degli impuri, e l’uomo è posto qui nella seconda cate­goria. L’agnello doveva rispondere per l’animale impuro; e se non si voleva riscattare l’asino bisognava fiac­cargli il collo; di modo che l’uomo non riscattato era messo allo stesso rango di un animale impuro e senza valore. Che quadro umiliante dell’uomo nel suo stato naturale! Oh! se i nostri poveri cuori orgogliosi potes­sero capirlo di più! Allora godremo con più sincerità del beato privilegio d’essere lavati dalle nostre ini­quità nel sangue dell’Agnello e di avere lasciato per sempre la nostra bassezza personale nella tomba dove il nostro Garante è stato coricato.

Cristo era l’Agnello; l’agnello puro, senza difetto. Noi eravamo contaminati. Ma, benedetto sia in eterno il suo santo nome, è stato fatto peccato e come tale è stato trattato. Egli sopportò sulla croce quel che noi avremmo dovuto sopportare per l’eternità. Egli ha sof­ferto là ciò che toccava a noi perché noi potessimo go­dere per sempre ciò che lui ha meritato. Ha ricevuto lui il nostro salario perché noi ricevessimo il suo. Egli che era puro ha preso per un tempo il posto degli im­puri, egli giusto per gli ingiusti, perché gli impuri potes­sero prendere, per sempre, il posto di Colui che era puro. Così, mentre secondo la natura siamo rappresen­tati dalla disgustosa immagine di un asino che ha il collo fiaccato, secondo la grazia siamo rappresentati da un Cristo risuscitato e glorificato nel cielo. Meraviglioso contrasto! Egli mette la gloria dell’uomo nella polvere e magnifica le ricchezze dell’amore redentore. Egli riduce al silenzio i discorsi vani e orgogliosi dell’uomo e pone sulle labbra un cantico di lode a Dio e all’Agnello, che risuona nei cieli per tutta l’eternità.

Con quale potenza ci sono qui ricordate le parole dell’Apostolo: «Ora, se siamo morti con Cristo, noi cre­diamo che altresì vivremo con lui, sapendo che Cristo, essendo risuscitato dai morti, non muore più; la morte non lo signoreggia più. Poiché il suo morire fu un mo­rire al peccato, una volta per sempre; ma il suo vivere è un vivere a Dio. Così anche voi fate conto di essere morti al peccato, ma viventi a Dio in Cristo Gesù. Non regni dunque il peccato nel vostro corpo mortale per obbedirgli nelle sue concupiscenze; e non prestate le vostre membra come strumenti di iniquità al peccato; ma presentate voi stessi a Dio come di morti fatti vi­venti e le vostre membra come strumenti di giustizia a Dio; poiché il peccato non vi signoreggerà, poiché non siete sotto la legge ma sotto la grazia» (Romani 6:8-14). Noi siamo non soltanto riscattati dalla potenza della morte e del sepolcro ma uniti a Cristo, che ci ha riscattati al prezzo immenso della sua propria vita, af­finché, per la potenza dello Spirito Santo, consacriamo al suo servizio la nostra nuova vita con tutte le sue facoltà, di modo che il suo nome sia glorificato in noi, secondo la volontà del nostro Dio e Padre.

Negli ultimi versetti di questo capitolo 13 dell’Esodo, abbiamo un commovente e bell’esempio delle tenere compassioni dell’Eterno per la debolezza del suo popolo. «Poiché Egli conosce la nostra natura; egli si ricorda che siam polvere». Quando riscattò Israele per met­terlo in relazione con sé, l’Eterno, nella sua infinita e insondabile grazia, si occupò di tutti i bisogni e di tutte le debolezze dei suoi. Poco importava chi essi fossero o ciò di cui avessero bisogno; colui che si chiama «Io sono» li accompagnava. Stava per condurli dall’Egitto a Canaan e lo vediamo qui intento a scegliere un cam­mino che fosse conveniente per loro. «Or, quando Fa­raone ebbe lasciato andare il popolo, Iddio non lo con­dusse per la via del paese dei Filistei perché troppo vicina; poiché Iddio disse: Bisogna evitare che il popolo di fronte a una guerra, si penta e torni in Egitto; ma Iddio fece fare al popolo un giro, per la via del deserto, verso il mar Rosso» (vv. 17-18).

Il Signore, nella sua grazia e accondiscendenza, si­stema le cose in modo che i suoi non incontrino, fin dal principio della loro carriera, prove troppo penose che abbiano l’effetto di scaraggiarli, nel loro cuore, e di farli indietreggiare. «Il cammino del deserto» era una strada ben più lunga di quella attraverso il paese dei Filistei, ma Dio aveva diverse importanti lezioni da insegnare al suo popolo e che non potevano essere im­parate se non nel deserto. È ciò che, più tardi, sarà loro ricordato: «Ricordati di tutto il cammino che l’Eterno, l’Iddio tuo, ti ha fatto fare questi quarant’anni nel de­serto per umiliarti e metterti alla prova, per sapere quello che avevi nel cuore, e se tu osserveresti o no i suoi comandamenti» (Deuteronomio 8:2).

Lezioni così preziose non avrebbero mai potuto es­sere imparate nella strada del paese dei Filistei. Per quella via gli Israeliti avrebbero potuto imparare che cos’era la guerra, fin dai primordi della loro carriera, ma, per la via del deserto, impararono ciò che era la carne, in tutta la sua perversità, la sua incredulità, la sua ribellione. Ma colui che si chiama «Io sono» era là, in tutta la sua paziente grazia, la sua perfetta sag­gezza e infinita potenza; soltanto lui poteva rispondere ai bisogni del momento. Non c’è che lui che possa sop­portare la vista delle profondità del cuore umano messo a nudo dinanzi a lui. La rivelazione di ciò che è nel mio cuore fatta altrove che in presenza della sua grazia infi­finita, mi sprofonderebbe nella più completa dispera­zione. Il cuore umano è un inferno, in piccolo. Quale grazia infinita, dunque, l’essere liberati dalle sue spa­ventose profondità!

«E gli Israeliti, partiti da Succoth, si accamparono a Etham, all’estremità del deserto. E l’Eterno andava davanti a loro: di giorno, in una colonna di nuvola per guidarli per il loro cammino; e di notte, in una colonna di fuoco per illuminarli, onde potessero camminare giorno e notte. La colonna di nuvola non si ritirava mai di davanti al popolo di giorno, né la colonna di fuoco di notte» (vv. 20-22).

L’Eterno non soltanto scelse la strada per il suo po­polo ma, ancora, discese per camminare con lui e per farsi conoscere da lui secondo i suoi bisogni. Egli non solo lo guidò sano e salvo fuori dai confini d’Egitto, ma scese, per così dire, nelle sue carovane, per accompa­gnarlo attraverso tutte le vicissitudini del suo viaggio attraverso il deserto. Quella è la grazia divina. Gli Israe­liti non furono semplicemente liberati dalla fornace del­l’Egitto e lasciati liberi poi, perché se la cavassero il meglio possibile nel viaggio verso Canaan. Dio sapeva che avevano dinanzi a loro una strada penosa e perico­losa, serpenti e scorpioni, intralci e difficoltà, l’aridità e la sterilità del deserto; e, benedetto sia il suo nome per sempre, non volle lasciarli andare soli. Volle essere loro compagno e spartire le loro pene e i loro pericoli; anzi, egli stesso andava dinanzi a loro. Egli era una guida, una gloria, una difesa, per liberarli da ogni paura. Perché l’hanno tanto afflitto a causa della durezza del loro cuore? Se avessero camminato umilmente con lui, contenti e confidando in lui, il loro cammino sarebbe stato vittorioso, dal principio alla fine. Avendo a capo l’Eterno, nessuna potenza avrebbe potuto interrompere i progressi del loro cammino, dall’Egitto a Canaan. Li avrebbe introdotti e piantati sulla montagna della sua eredità, secondo la sua promessa e con la potenza della sua destra; e non avrebbe permesso che un solo Cananeo fosse rimasto nel paese per essere una spina a Israele. Sarà così, ben presto, quando l’Eterno metterà una seconda volta la sua mano per liberare il suo po­polo dalla potenza di tutti i suoi oppressori.

Voglia il Signore affrettare quel tempo!

10. Capitolo 14

«Ecco quelli che scendon nel mare su navi, che traffi­cano sulle grandi acque; essi veggono le opere dell’Eter­no e le sue meraviglie nell’abisso» (Salmo 107:23).

Come è vero tutto questo! eppure, quanto indie­treggiano i nostri cuori di fronte alle «grandi acque»! Preferiamo i bassi fondali e siamo così privati di vedere le opere e le meraviglie del nostro Dio; poiché esse le vediamo e le conosciamo solo nelle acque profonde.

È alla luce delle prove e delle difficoltà che l’anima fa qualche esperienza della grande e indicibile felicità che si prova nel poter contare su Dio. Se tutto andasse facilmente, non sarebbe così. Non è quando si scivola nella superficie di un lago tranquillo che è sentita la realtà della presenza del Maestro; se ne fa l’esperienza quando mugghia la tempesta e i flutti coprono la barca. Il Signore non ci offre la prospettiva di un cammino esente da prove o da tribolazioni; al contrario Egli ci dice che incontreremo le une e le altre; però ci pro­mette di essere con noi in mezzo a queste cose, il che vale infinitamente di più che l’esserne esenti. È me­glio godere della presenza di Dio nella prova che essere esenti da prove e non fare questa preziosa esperienza. Provare che il cuore di Dio simpatizza con noi è assai più dolce che provare la potenza della sua mano per noi. La presenza del Maestro in mezzo ai suoi fedeli servitori, mentre questi attraversano la fornace, era preferibile alla manifestazione della sua potenza per preservarli (Daniele 3). Spesso vorremmo che ci fosse accordato di prose­guire senza prove, ma se così fosse perderemmo molto. Mai la presenza del Signore è dolce come nei momenti di gran difficoltà.

È ciò che provarono gli Israeliti nelle circostanze che ci sono riferite in questo capitolo. Essi si trovano là in una difficoltà opprimente, insor­montabile. Sono chiamati a «trafficare sulle grandi ac­que»; «tutta la loro saviezza vien meno» (Salmo 107:23 e 27). Faraone, pentendosi di averli lasciati uscire dal suo paese, decide di fare uno sforzo disperato per riprenderli. «E Faraone fece attaccare il suo carro e prese il suo popolo seco. Prese seicento carri scelti, e tutti i carri d’Egitto; e su tutti c’eran dei guerrieri... E quando Faraone si fu avvicinato, i figliuoli d’Israele alza­rono gli occhi; ed ecco, gli Egiziani marciavano alle loro spalle, ond’ebbero una gran paura e gridarono all’Eter­no» (vv. 6 e 10). Era una situazione che metteva seriamente alla pro­va; una scena nella quale ogni sforzo umano diventava inutile. Come gli Israeliti non avrebbero potuto tentare di far indietreggiare i potenti flutti dell’oceano con un filo di paglia, così neppure avrebbero potuto cercare di tirarsi fuori da loro stessi con uno sforzo qualunque. Il mare stava davanti a loro; dietro, gli eserciti di Faraone; attorno, le montagne. E tutto questo era permesso e ordinato da Dio! Dio aveva scelto il terreno dove Israele doveva accamparsi «vicino a Pi-Hahiroth, di fronte a Baal-Tsefon»; inoltre è lui che permette che Faraone li raggiunga. Perché questo? Proprio per manifestare se stesso nella salvezza del suo popolo, e nella disfatta completa dei nemici di questo popolo. «Colui che divise il Mar Rosso in due, perché la sua benignità dura in eterno, e fece passare Israele in mezzo ad esso, per­ché la sua benignità dura in eterno; e travolse Faraone e il suo esercito nel Mar Rosso, perché la sua beni­gnità dura in eterno» (Salmo 136:13-15).

In tutto il cammino dei riscattati di Dio attraverso il deserto non c’è una sola posizione i cui limiti non siano stati trac­ciati con cura dalla mano della saggezza e dell’amore infinito. La portata speciale e la particolare influenza di ciascuna di queste posizioni, sono calcolate con cura. I Pi-Hahiroth e i Migdol sono tutti disposti in un modo che è in rapporto immediato con la condizione morale di coloro che Dio guida attraverso i giri e i labirinti del deserto ed anche in modo da manifestare il vero carat­tere di Dio. Se l’incredulità suggerisce spesso questa domanda: perché questo? Dio lo sa. E, certamente, ne rivelerà il perché tutte le volte che questa rivelazione potrà contribuire alla sua gloria e al bene dei suoi. Non ci chiediamo forse spesso perché siamo posti in questa o in quella circostanza? Non ci tormentiamo sovente per sapere la ragione per la quale siamo esposti a que­sta o a quella prova? Come sarebbe meglio che curvas­simo la testa in un’umile sottomissione e dicessimo «va bene così» e «tutto andrà bene». Quando è Dio che stabilisce la nostra posizione, possiamo essere certi che la scelta è fatta con saggezza e che è salutare; ma anche quando, follemente e volontariamente, l’abbiamo scelta noi, Dio, nella sua misericordia, domina la nostra follia e fa sì che la potenza delle circostanze, nelle quali ci siamo immessi, lavori per il nostro bene spiri­tuale.

Quando si trovano nei più grandi dilemmi e nelle più grandi difficoltà, i figliuoli di Dio, proprio allora, hanno il privilegio di vedere le più belle manifestazioni del carattere e dell’attività di Dio; e, per questo, Egli li pone sovente nella prova, per manifestarsi in modo sempre più chiaro. Egli avrebbe potuto condurre Israele attraverso il Mar Rosso e farlo arrivare al di fuori del raggio di azione degli eserciti di Faraone, anzi, prima che questi lasciasse l’Egitto; però, facendo così, il suo nome non sarebbe stato così pienamente glorificato, né il nemico, nel quale voleva «glorificarsi» (v. 17), così decisamente sconfitto. Troppo spesso perdiamo di vista questa grande ve­rità e, di conseguenza, al momento della prova, il co­raggio ci manca. Se possiamo interpretare una crisi dif­ficile come un’occasione per Dio di far apparire, in nostro favore, la piena sufficienza della grazia divina, le nostre anime conservano il loro equilibrio e noi pos­siamo glorificare Dio, anche in mezzo alle acque più profonde.

Il parlare degli Israeliti, in quest’occasione, può stu­pirci e sembrarci difficile da spiegare; però, più cono­sciamo i nostri malvagi cuori increduli, più vedremo come è grande la somiglianza che c’è tra noi e questo popolo. Pare che avessero dimenticato la recente mani­festazione della potenza divina in loro favore. Avevano visto gli dèi d’Egitto giudicati e la potenza dell’Egitto abbattuta sotto la verga dell’Eterno. Avevano veduto la stessa mano rompere la catena di ferro della schiavitù egiziana e spegnere la fornace. Hanno visto tutte que­ste cose e, tuttavia, non appena una nube scura appare al loro orizzonte, la loro fiducia vien meno, il coraggio manca, e danno corso a mormorii increduli, dicendo: «Mancavan forse sepolture in Egitto, che ci hai me­nati a morire nel deserto? Perché ci hai fatto questa azione di farci uscire dall’Egitto? Non è egli questo che ti dicevamo in Egitto: Lasciaci stare, che serviamo gli Egiziani? Poiché meglio era per noi servire gli Egiziani che morire nel deserto» (vv. 11-12).

La cieca incredulità erra sempre e scruta invano le vie di Dio. Questa incredulità è la stessa in ogni tempo; è stata essa a indurre Davide a dire, in un brutto gior­no: «Un giorno o l’altro io perirò per le mani di Saul; non v’è nulla di meglio per me che rifugiarmi nel paese dei Filistei» (1 Samuele 27:1). E come si svolsero le vicende? Saul fu ucciso sul monte di Ghilboa e il trono di Davide stabilito per sempre. È ancora l’incredulità che, in un momento di profondo abbattimento, indusse Elia il Tisbita a fuggire, per salvarsi la vita, dinanzi alle furiose minacce di Izebel. E cosa capitò? Izebel fu divorata sulla strada ed Elia portato in cielo sul carro di fuoco.

Avvenne così ai figliuoli di Israele al momento della prima prova. Credettero che l’Eterno si fosse preoc­cupato di liberarli d’Egitto per farli morire nel deserto: s’immaginavano di essere stati preservati dalla morte dal sangue dell’Agnello pasquale per essere seppelliti nel deserto. L’incredulità ragiona sempre così: essa ci induce a interpretare Dio alla presenza delle difficoltà, invece che interpretare le difficoltà alla presenza di Dio. La fede si pone al di là delle difficoltà e vi trova Dio in tutta la sua fedeltà, il suo amore, la sua potenza. Il credente ha il privilegio di essere sempre alla presenza di Dio; vi è stato introdotto dal sangue del Signore Gesù, e nulla dovrebbe riuscire a toglierlo di là. Il posto che gli è stato dato alla presenza di Dio non può mai perderlo, dal momento che Cristo, suo capo e suo rap­presentante, lo occupa per lui. Ma, benché la cosa in se stessa non la si possa perdere, se ne può, tuttavia, perdere il godimento, l’esperienza, la potenza. Tutte le volte che le difficoltà si pongono tra il cuore del credente e il Signore, egli evidentemente non gode della presenza del Signore, ma soffre di fronte alle difficoltà, proprio come quando una nuvola si mette fra noi e il sole, privandoci, per un momento del godimento dei suoi raggi. La nuvola non impedisce al sole di brillare, ma ci toglie il godimento. Capita proprio così quando permettiamo che le prove, le pene e le difficoltà della vita rubino alle nostre anime i raggi risplendenti della faccia del nostro Padre, che brilla di un chiarore im­mutabile nella persona di Cristo. Non v’è difficoltà trop­po grande per il nostro Dio. Anzi, più la difficoltà è grande, più egli ha occasione di intervenire, secondo il suo carattere, come l’Iddio buono e onnipotente.

Indubbiamente, la situazione di Israele, come è de­scritta nei primi versetti di questo capitolo, era atta a mettere alla prova profondamente e ad abbattere «la carne e il sangue»; però c’era là il Padrone del cielo e della terra, e i figliuoli di Israele non avevano che da riposarsi su lui.

Ma pure, come presto manchiamo, caro lettore, quando viene la prova! I sentimenti di cui abbiamo par­lato hanno un suono piacevole per l’orecchio e sono molto belli sulla carta e, benedetto sia il Signore, sono divinamente veri; ma l’importante è metterli in pratica, quando viene l’occasione. È praticandoli che se ne sperimenta la potenza e la felicità. «Se uno vuol fare la volontà di lui, conoscerà se questa dottrina è da Dio» (Giovanni 7:17).

«E Mosè disse al popolo: Non temete, state fermi e mirate la liberazione che l’Eterno compirà oggi per voi; poiché gli Egiziani che avete veduti quest’oggi non li vedrete mai più in perpetuo. L’Eterno combatterà per voi e voi ve ne starete queti» (vers. 13-14). «Ve ne starete quieti! »; è quello il primo atto della fede di fronte alla prova. Per la carne e il sangue è una cosa impossibile. Chi conosce l’agitazione del cuore umano nelle prove e nelle difficoltà, può farsi un’idea di ciò che implichi «Io starsene quieti».

La natura vuol fare qualcosa; si metterà a correre qua e là; vuole avere una parte nell’opera; e pur cer­cando di giustificare e santificare i propri atti, dando loro il nome pomposo di «uso leggittimo dei mezzi», ciò che essa fa non è altro che il frutto diretto e posi­tivo dell’incredulità, che esclude sempre Dio e non vede altro che le dense nubi della propria creazione. L’incre­dulità crea o ingrandisce le difficoltà e poi, per toglierle, fa appello ai nostri sforzi e alla nostra irrequieta, infrut­tuosa attività che, in realtà, non fanno altro che solle­vare intorno a noi una polvere che impedisce di vedere la salvezza di Dio. La fede invece eleva l’animo al di sopra delle difficoltà, per farlo guardare direttamente a Dio stesso, e, così, ci rende capaci di starcene quieti. Coi nostri sforzi e con la nostra inquieta agitazione non guadagnamo niente. «Tu non puoi fare un solo capello bianco o nero... E chi di voi può, con la sua solleci­tudine, aggiungere alla sua statura pure un cubito?» (Matteo 5:36; 6:27).

Cosa avrebbe dovuto fare Israele di fronte al Mar Rosso? Potevano forse asciugarlo? Potevano appianare le montagne? Potevano annientare gli eserciti di Egitto? Essi erano là, circondati da un muro impenetrabile di dif­ficoltà, di fronte al quale la natura non poteva far altro che tremare e sentire la sua completa impotenza! Ma proprio quello era il momento per Dio di agire. Quando l’incredulità è scacciata, allora Dio può entrare in scena e per avere una giusta visione delle sue azioni, bisogna starsene quieti. Ogni movimento della natura umana in proporzione alla portata che ha, è un impedimento si­curo per scorgere l’intervento divino in nostro favore e per poterne gioire.

Così è anche di noi in ogni fase della nostra storia. Così è di noi come peccatori, allorché, sotto il sentimento del disagio che dà il peccato che pesa sulla coscienza, cerchiamo di avere soccorso dai nostri propri atti per ottenere ristoro. Allora, realmente, dobbiamo starcene tranquilli per vedere la liberazione dell’Eterno. Cosa avremmo potuto fare noi nell’opera dell’espiazione per il peccato? Avremmo potuto andare sulla croce col Figlio di Dio? Avremmo potuto scendere con lui nella «fossa di perdizione e nel pantano fan­goso» (Salmo 40:2)? Avremmo potuto tracciarci un sentiero fino alla Rocca Eterna sulla quale Egli si è posto nella risurrezione? Ogni persona onesta direbbe che un tale pensiero è un’audace bestemmia. Dio è solo nella redenzione; e, quanto a noi, non abbiamo che da star­cene quieti e vedere la liberazione di Dio. Il fatto stesso che è la liberazione di Dio, dimostra che l’uomo non ha niente da fare.

Il principio non è diverso, una volta che siamo en­trati nel cammino cristiano. In ogni difficoltà, grande o piccola che sia, la nostra sapienza è di starcene quieti, di rinunciare alle nostre opere e di cercare in Dio riposo e liberazione. E neppure dobbiamo fare delle distinzioni fra varie difficoltà: non possiamo dire che ve ne siano di leggere, alle quali possiamo far fronte noi stessi e di altre in cui solo la mano di Dio è efficace. No, esse superano, tutte, le nostre forze. Per noi è impossibile cambiare colore a un capello come trasportare un mon­te: siamo incapaci di creare un mondo, come un filo di erba. Non ci resta, dunque, che abbandonarci con fede fiduciosa nelle mani di Colui che «si abbassa a riguar­dare nei cieli e sulla terra» (Salmo 113:6).

Qualche volta attraversiamo le più grandi prove con trionfo e poi perdiamo coraggio, tremiamo, manchiamo sotto le dispensazioni più ordinarie. Perché questo? Per­ché nelle grandi prove siamo costretti a gettare il nostro fardello sul Signore mentre cerchiamo follemente di portare noi le difficoltà meno grandi.

«L’Eterno combat­terà per voi e voi ve ne starete queti» (v. 14). Preziosa certezza! Non è forse atta a tranquillizzare lo spirito in presenza delle difficoltà più serie e dei più grandi peri­coli? Il Signore si pone non solo tra noi e i nostri pec­cati, ma anche tra noi e le circostanze in mezzo alle quali ci troviamo. Nel primo caso ci dà la pace della co­scienza; nel secondo la pace del cuore. Sono due cose assolutamente distinte, come ogni cristiano sperimen­tato sa.

Molti cristiani hanno la pace della coscienza ma non quella del cuore. Hanno visto, per grazia e per fede, Cristo tra loro e i loro peccati nella divina efficacia del suo sangue; ma non sanno, con la stessa semplicità, vedere Cristo nella sua divina sapienza, nel suo amore e nella sua potenza, fra loro e le circostanze nelle quali sono posti. Ne deriva una sostanziale differenza nella condizione pratica della loro anima e anche nel carat­tere della loro testimonianza. Nulla contribuisce a glori­ficare il Nome di Gesù più di questo riposo tranquillo dello spirito che deriva dall’avere Gesù tra noi e tutto ciò che potrebbe essere un soggetto di inquietudine per i nostri cuori. «A colui che è fermo nei suoi senti­menti (o meglio: allo spirito che s’appoggia su te) tu conservi la pace, la pace perché in te con­fida» (Isaia 26:3).

«Ma — si chiederà qualcuno — non dobbiamo pro­prio fare niente?». Come risposta, si potrà chiedere: «cosa possiamo fare?». Chi realmente si conosce può dire: «nulla!». Se dunque non possiamo fare nulla è meglio che ce ne stiamo tranquilli. Se il Signore agisce per noi, non facciamo meglio a tenerci indietro? Corre­remo noi davanti a lui? Andremo a ingerirci nella sua sfera d’azione, a entrare nel suo cammino? È perfetta­mente inutile agire in due quando uno solo è capace di fare tutto. Chi si sognerebbe di portare una candela ac­cesa per aumentare la luce del sole in pieno mezzodì? Eppure, chi facesse così, potrebbe sembrare un savio a paragone di chi pretende di aiutare Dio con la sua mal compresa attività.

Tuttavia, quando Dio, nella sua grande misericordia, apre una strada, la fede vi può camminare; essa lascia la via dell’uomo per seguire quella di Dio. «L’Eterno disse a Mosè: Perché gridi a me? Dì ai figliuoli di Israele che si mettano in marcia» (v. 15). Soltanto quando abbiamo imparato a starcene quieti, possiamo metterci in marcia; diversamente tutti i nostri sforzi non serviranno ad altro che a manifestare la nostra follia e la nostra debolezza. La vera saggezza è dunque «stare tranquilli» qualunque sia la difficoltà o la perplessità nella quale ci si trova, e abbandonarsi su Dio che, certamente, ci aprirà la strada: e allora potremo camminare con tranquillità e piacevol­mente. Non v’è incertezza quando è Dio che ci apre una via; ma un cammino inventato da noi è un cammino di dubbio e di esitazione. L’uomo non rigenerato può pro­seguire per la sua strada con un’apparenza di fermezza e di decisione; ma uno degli elementi più distintivi della nuova creatura è la sfiducia in se stessi e la fiducia in Dio solo. Solo quando i nostri occhi hanno visto la libe­razione di Dio possiamo camminare in questa via: ma non possiamo mai vederla chiaramente prima di essere convinti dell’inutilità dei nostri sforzi miserabili.

Nell’espressione «mirate la liberazione» dell’Eterno c’è una forza e una bellezza sorprendente. Il solo fatto d’essere invitati a vedere la liberazione dell’Eterno di­mostra che questa liberazione è completa. Ci insegna che la salvezza è un’opera che Dio ha fatto e rivelato perché la vediamo e ne godiamo. La salvezza non è parte opera di Dio, parte opera dell’uomo; in questo caso non la si potrebbe chiamare salvezza di Dio (cf. Luca 3:6; Atti 28:28). Per essere salvezza di Dio bisogna che sia priva di tutto ciò che è dell’uomo; e il solo risultato pos­sibile degli sforzi dell’uomo è di nascondere la visione della salvezza di Dio.

«Dì ai figliuoli di Israele che si mettano in marcia». Pare che Mosè stesso non sapesse che fare. «Perché gridi a me?». Mosè poteva dire al popolo «state fermi e mirate la liberazione che l’Eterno compirà oggi per voi», mentre egli stesso presentava a Dio le richieste della sua anima in distretta, gridando a lui. Tuttavia è inutile che gridiamo quando dobbiamo aspettare; però facciamo sempre così: cerchiamo di camminare quando dovremmo fermarci, e ci fermiamo quando dovremmo camminare. Gli Israeliti potevano ben chiedersi: Dove dobbiamo andare? Una barriera insor­montabile sembrava ostacolare il loro avanzamento. Come attraversare il mare? Là stava la difficoltà. La na­tura non avrebbe mai potuto risolvere questo problema. Ma possiamo essere sicuri che Dio non dà mai un ordine senza comunicare, nello stesso tempo, il potere di ubbi­dire. Lo stato reale del cuore può essere messo alla prova dal comandamento, ma l’anima che, per grazia, è disposta a obbedire riceve da alto il potere di farlo. L’uomo al quale Gesù comandò di stendere la mano secca avrebbe potuto naturalmente domandare: Come posso stendere una mano secca? Invece non fece do­manda alcuna poiché con l’ordine, e dalla stessa sor­gente, viene la forza e il potere per obbedire (Luca 5:23-24; Giovanni 5:8-9).

Così pure, per Israele, insieme all’ordine di cammi­nare, viene aperto il cammino: «E tu alza il tuo bastone, stendi la tua mano sul mare, e dividilo; e i figliuoli di Israele entreranno in mezzo al mare a piedi asciutti» (v. 16). Era quello il cammino della fede. La mano di Dio apre la via perché possiamo farvi i primi passi, e la fede non chiede altro. Dio non dà mai la direzione per due passi contemporaneamente; bisogna che facciamo un passo, poi riceviamo la luce per farne un altro e il nostro cuore sarà così tenuto in continua dipendenza da Dio. «Per fede passarono il Mar Rosso come per l’asciutto» (Ebrei 11:29). Certamente il mare non fu diviso in tutta la sua estensione, improvvisamente; Dio voleva guidare il suo popolo per la fede e non per vi­sione. Non c’è bisogno di fede per incominciare un viag­gio in cui la strada si scorge dal principio alla fine: ci vuole invece la fede per mettersi in cammino scorgendo solo quel che serve per fare il primo passo. Il mare si apriva man mano che Israele avanzava di modo che, per ogni nuovo passo, essi dipendevano da Dio. Era quello il cammino dei riscattati dell’Eterno, sotto la sua guida. Essi attraversavano le tetre acque morte, e avvenne che «le acque formavano come un muro alla loro destra e alla loro sinistra» ed essi entrarono sull’«asciutto» (v. 22).

Gli Egiziani non potevano entrare in quel cammino. Vi sono entrati perché hanno visto, davanti a loro, la strada aperta; per loro era questione di vista e non di fede. «Il che tentando fare gli Egizi furono inabissati» (Ebrei 11:29). Quando si cerca di fare ciò che solo la fede può compiere, si va incontro alla confusione e alla sconfitta. Il cammino nel quale Dio chiama il suo popolo, la natura umana non lo può fare. «Carne e sangue non possono eredare il regno di Dio» (1 Corinzi 15:50); non possono nemmeno camminare nelle vie di Dio. La fede è il grande principio che caratterizza il regno di Dio ed è la sola che ci rende capaci di camminare nelle vie di Dio. «Or senza fede è impossibile piacergli» (Ebrei 11:6). Dio è sommamente glorificato quando cammi­niamo con lui con gli occhi bendati, dimostrando d’avere più fiducia nella sua vista che nella nostra. Se so che Dio guarda per me, posso chiudere gli occhi e cammi­nare tranquillamente in una santa sicurezza. Nelle cose di questa vita, sappiamo che quando una sentinella o un guardiano è al suo posto, gli altri riposano tranquilla­mente. Quanto più noi possiamo riposare in piena sicu­rezza, sapendo che Colui che non sonnecchia e non dorme ha l’occhio fisso su noi e ci circonda con le sue braccia (Salmo 121:4).

«Allora l’angelo di Dio, che precedeva il campo di Israele, si mosse e andò a porsi alle loro spalle; pari­mente la colonna di nuvole si mosse dal loro fronte e si fermò alle loro spalle; e venne a mettersi tra il campo dell’Egitto e il campo di Israele; e la nube era tenebrosa per gli uni, mentre rischiarava gli altri nella notte» (vv. 19-20). L’Eterno si pose esattamente tra Israele e il nemico: fu una protezione per i suoi. Prima che Faraone potesse toccare un solo capello di Israele avrebbe dovuto attraversare la tenda stessa dell’Onnipotente, anzi, l’Onnipotente stesso. Dio si pone sempre tra il suo popolo e il nemico, di modo che «nes­sun’arma fabbricata contro di te riuscirà» (Isaia 54:17).

Egli si è posto tra noi e i nostri peccati ed è un grande privilegio vederlo tra noi e ogni cosa od ogni persona che potrebbe essere contro di noi; così soltanto troviamo, nello stesso tempo, la pace del cuore e quella della coscienza. Il credente può mettersi diligentemente e ansiosamente alla ricerca dei suoi peccati, ma non li troverà più; perché? Perché Dio è tra lui ed essi. «Ti sei gettato dietro alle spalle tutti i miei peccati» (Isaia 38:17) e, nello stesso tempo, fa brillare su noi la luce del suo volto.

Nello stesso modo il credente può cer­care le sue difficoltà e non trovarle più, perché Dio è fra lui ed esse. Se dunque, invece di fermarsi sui nostri peccati e le nostre pene, il nostro sguardo si volgesse a Cristo, quanti calici amari sarebbero raddolciti, quante ore oscure rischiarate! Eppure facciamo l’esperienza continua che la maggior parte delle nostre prove e dei nostri dispiaceri è costituita da mali anticipati e da pre­occupazioni immaginarie, che esistono solo nel nostro spirito malato perché è incredulo. Possa il mio lettore conoscere la solida pace della coscienza e del cuore, che deriva dall’avere Cristo, in tutta la sua pienezza, tra sé e tutti i suoi peccati e le sue pene.

È solenne, e nello stesso tempo interessante, con­siderare il doppio aspetto «della colonna» in questo ca­pitolo. Per gli Egiziani «era tenebrosa», ma per Israele rischiarava nella notte. Quale somiglianza con la croce del nostro Signore Gesù Cristo! Essa certamente ha pure un doppio significato. Costituisce il fondamento della pace del credente, e suggella nello stesso tempo la condanna di un mondo colpevole. Lo stesso sangue che purifica la coscienza del credente e gli dà una pace perfetta, contamina questa terra e ne completa il pec­cato. La missione stessa del Figliuol di Dio, che spoglia il mondo del suo manto e lo lascia completamente senza scusa, riveste la Chiesa con un glorioso manto di giu­stizia e riempie la sua bocca di continue lodi. Lo stesso Agnello che colmerà di terrore, con la grandezza della sua ira, tutte le tribù e i popoli della terra, guiderà dol­cemente con la sua mano, nelle verdi pasture, lungo acque tranquille, per sempre, il gregge che ha riscattato col proprio sangue (vedere Apocalisse 6:15-17, e 7:13-17).

La fine di questo capitolo ci fa vedere Israele trion­fante sulle rive del Mar Rosso e gli eserciti di Faraone sommersi dalle acque. L’avvenimento provò dunque che i timori degli Israeliti e i discorsi orgogliosi degli Egi­ziani erano ambedue privi di fondamento. L’opera glo­riosa dell’Eterno aveva annientato gli uni e gli altri. Le stesse acque che facevano da muro ai riscattati dell’Eterno, servivano da tomba a Faraone: chi cammina per fede trova una strada, ma gli altri trovano una tomba. È questa una solenne verità che tuttavia non sminuisce il fatto che Faraone agiva in opposizione aperta e de­cisa alla volontà di Dio, quando cercò di passare il Mar Rosso: sarà sempre vero che chi vuole imitare gli atti della fede sarà confuso. Beati coloro che possono, anche se debolmente, camminare per fede! Essi seguono un sentiero di indicibili benedizioni che, anche se carat­terizzato da sbagli e infermità, è tuttavia incominciato in Dio, si continua in Dio e in Lui finirà. Ci sia dato di en­trare sempre più nella divina realtà, nella tranquilla e serena elevatezza e nella santa indipendenza di questa via.

Prima di lasciare questa ricca parte del libro dell’Esodo ricorderemo un passo al quale l’apostolo Paolo fa allusione della nuvola e del mare. «Poiché, fratelli, non voglio che ignoriate che i nostri padri furon tutti sotto la nuvola e tutti passarono attraverso il mare, e tutti furon battezzati, nella nuvola e nel mare, per esser di Mosè» (1 Corinzi 10:1-2). Questo passo racchiude un insegnamento prezioso per il cristiano, poiché l’apostolo continua dicendo «or queste cose avvennero per servir d’esempio a noi» (ver. 6), insegnandoci così, con auto­rità divina, a interpretare il battesimo di Israele, «nella nuvola e nel mare», in modo figurato; e difatti niente può avere un significato più profondo e più pratico. È come popolo battezzato in questo modo che gli Israeliti cominciarono il loro pellegrinaggio attraverso il deserto, per il quale Colui che è amore aveva provveduto di «carne spirituale» e di «bevanda spirituale». In altre parole, essi erano in figura un popolo morto all’Egitto e a tutto ciò che ne faceva parte. La nuvola e il mare erano per essi ciò che sono per noi la croce e la tomba di Cristo. La nuvola li metteva al riparo dal nemici, il mare li separava dall’Egitto; così la croce ci mette al riparo da tutto ciò che può essere contro di noi, e noi siamo posti al di là della tomba di Cristo; è sotto questo punto di vista che incominciamo il nostro viaggiò attraverso il deserto, che cominciamo a gustare la manna celeste, e a bere l’acqua che sgorga dalla roccia spirituale verso quella terra di riposo di cui Dio ci ha parlato.

Aggiun­gerò che bisogna capire bene la differenza che c’è fra il Mar Rosso e il Giordano; l’uno e l’altro di questi avve­nimenti trovano nella morte di Cristo il loro antitipo. Ma mentre nel primo vediamo la separazione dall’Egit­to, nel secondo vediamo l’introduzione nella terra di Canaan. I credenti non sono solo separati dal presente mal­vagio secolo per mezzo della croce di Cristo, ma Dio li ha fatti uscire vivificati dalla tomba di Cristo; «risusci­tati con lui e con lui ci ha fatti sedere nei luoghi cele­sti in Cristo» (Efesini 2:6-7). Così, sebbene circondati dalle cose dell’Egitto, essi sono, quanto alla loro espe­rienza attuale, nel deserto, e nello stesso tempo sono portati, dall’energia della loro fede, nel luogo in cui Gesù è seduto alla destra di Dio. Il credente ha ricevuto il perdono di tutti i suoi peccati ed è, in effetti, asso­ciato a un Cristo risuscitato nei cieli; egli è salvato da Cristo e unito a lui per sempre. Niente meno di que­sto, avrebbe soddisfatto le affezioni di Dio o portato a realizzazione i suoi disegni riguardo alla Chiesa.

Lettore, comprendete queste cose? Le credete? Le realizzate? Ne manifestate la potenza? Sia benedetta la grazia che le ha fatte essere invariabilmente vere per ciascuno dei membri del corpo di Cristo, sia esso un occhio o un orecchio, una mano o un piede. La verità di queste cose non dipende da come le manifestiamo o dal fatto se le realizziamo o no, se le comprendiamo o no, ma dal «prezioso sangue di Cristo» che ha cancel­lato tutti i nostri peccati e posto il fondamento del com­pimento di tutti i consigli di Dio a nostro riguardo. Quello è il vero riposo per ogni cuore contrito e ogni coscienza travagliata.

11. Capitolo 15

Questo capitolo si apre col magnifico canto di trionfo di Israele, in riva al Mar Rosso, quando vide «la gran potenza che l’Eterno aveva spiegata contro gli Egiziani». Gli Israeliti avevano visto la liberazione dell’Eterno; per questo cantano la sua lode e raccontano le sue potenti opere. «Allora Mosè e i figliuoli di Israele cantarono questo cantico all’Eterno» (v. 1). Fino ad ora non abbiamo udito nessun canto di lode, neppure una nota. Abbiamo udito il grido di profonda angoscia del popolo, oppresso dal pesante lavoro delle fornaci di mattoni in Egitto; abbiamo udito il grido della incredulità quando, come popolo salvato, tutta l’assemblea riscattata si vede circondata dalle prove della liberazione di Dio, prorompe in canto di trionfo. Soltanto quando gli Israeliti uscirono dal loro battesimo «nella nuvola e nel mare» e poterono contemplare sulle rive gli Egiziani morti (cap. 14:30), seicentomila voci cantarono il canto della vittoria. Le acque del Mar Rosso scorrevano tra loro e l’Egitto, ed essi erano, sulla riva, un popolo liberato: per questo potevano celebrare l’Eterno.

In questo, come in ogni caso, erano figure per noi. Anche noi dobbiamo sapere d’essere salvati, nella potenza della morte e della risurrezione, prima di poter offrire a Dio un culto puro e intelligente. Se no, ci sarà sempre, nell’anima, riserva ed esitazione, provenienti, certamente, da incapacità ad afferrare il valore della redenzione compiuta che è in Cristo Gesù. Può darsi che si riconosca che la salvezza è in Cristo, e in nessun altro; ma è ben altra cosa afferrare per fede il vero carattere e il fondamento della salvezza e realizzarla come nostra. Lo Spirito di Dio rivela nella Scrittura, con una perfetta chiarezza, che la Chiesa è unita a Cristo nella morte e nella risurrezione; e, inoltre, che la misura e la garanzia dell’accettazione della Chiesa è in Cristo risuscitato alla destra di Dio. Quando si crede questo, l’anima è trasportata oltre i confini del dubbio e dell’incertezza. Come può un cristiano dubitare quando sa che un avvocato, cioè «Cristo il giusto», lo rappresenta continuamente davanti al trono di Dio? (1 Giovanni 2:1). Il più debole dei membri della Chiesa di Dio ha il privilegio di sapere che è stato rappresentato da Cristo sulla croce e che tutti i suoi peccati sono stati confessati, portati, giudicati, espiati su quella croce. È una realtà divina che, afferrata per fede, dà la pace: per darla ci vuole niente meno che questa realtà. Si potranno osservare piamente e devotamente tutti gli ordinamenti, i doveri, le formalità della religione; ma il solo mezzo di liberare interamente la coscienza dal sentimento del peccato, è vedere il peccato giudicato nella persona di Cristo, elevato come sacrificio per il peccato, sul legno maledetto (Confr. Ebrei 9:26; 10:1-18). Se il peccato è stato giudicato là «una volta per sempre», il credente può considerare l’argomento del peccato divinamente chiuso, eternamente regolato. E ciò che dimostra che il peccato è stato così giudicato è la risurrezione del nostro Garante. «Io ho riconosciuto che tutto quello che Dio fa è per sempre; niente v’è da aggiungervi, niente da togliervi; e che Dio fa così perché gli uomini lo temano» (Ecclesiaste 3:14).

Tuttavia, sebbene questo venga generalmente accettato come vero, molte persone stentano a farne l’applicazione per loro stessi; sono pronte a dire come il salmista: «Certo, Iddio è buono verso Israele, verso quelli che sono puri di cuore. Ma, quanto a me...!» (Salmo 73:1). Molti guardano a loro stessi invece che a Cristo, nella morte e nella risurrezione. Sono occupati più di come applicare Cristo a loro stessi che di Cristo stesso. Pensano alla loro capacità più che ai privilegi che hanno, e così sono ritenuti in un deplorevole stato di incertezza e non possono, di conseguenza, occupare il posto di adoratori felici e intelligenti. Pregano per domandare la salvezza, invece di godere del possesso cosciente della salvezza. Guardano alle loro opere imperfette, invece di considerare la perfetta espiazione di Cristo.

Ora, meditando le diverse note di questo cantico, non ne troviamo una che concerna l’io, le proprie azioni, le parole, i propri sentimenti o i frutti della propria attività; tutto parla dell’Eterno, dal principio alla fine. Mosè incomincia così: «Io canterò all’Eterno, perché si è sommamente esaltato; ha precipitato in mare cavallo e cavaliere». Queste parole sono un saggio di tutto il cantico. Da un capo all’altro parla degli attributi e delle opere dell’Eterno. Al cap. 14 il cuore del popolo era angustiato dal peso eccessivo delle circostanze; ma al cap. 15 il fardello è tolto e il cuore del popolo si abbandona liberamente a un dolce canto di lode.

L’io è dimenticato; le circostanze sono perse di vista. Si vede un oggetto solo: il Signore stesso nel suo carattere e nelle sue vie, Israele poteva dire: «O Eterno, tu m’hai sollevato col tuo operare; io celebro con giubilo le opere delle tue mani» (Salmo 92:4). Ecco il vero culto. Quando perdiamo di vista il nostro misero io con tutto ciò che vi si riferisce, e Cristo solo riempie i nostri cuori, possiamo offrire a Dio il culto che si conviene.

Gli sforzi d’un pietismo carnale non sono necessari per risvegliare nell’animo sentimenti di devozione; non c’è per nulla bisogno di pretesi soccorsi d’una religione, così chiamata, per accendere nell’anima la fiamma d’un culto gradito a Dio. Sia il cuore occupato soltanto della persona di Cristo; e canti di lode s’innalzeranno naturalmente. È impossibile, quando gli sguardi sono fissi su Lui, che lo spirito non s’inchini in santa adorazione. Se contempliamo il culto delle miriadi che circondano il trono di Dio e dell’Agnello, vedremo che esso è sempre prodotto da qualche tratto speciale della perfezione divina o delle sue vie. Dovrebbe essere così della Chiesa sulla terra; e quando così non è, è perché ci siamo lasciati invaghire dalle cose che non hanno alcun posto nelle regioni della pura luce e della perfetta felicità. In ogni vero culto Dio ne è l’oggetto, il soggetto e la potenza.

Così il capitolo che ci occupa è un bell’esempio di cantico di lode. È un linguaggio di un popolo riscattato che celebra la lode di Colui che l’ha riscattato. «L’Eterno è la mia forza e l’oggetto del mio cantico; egli è stato la mia salvezza. Questo è il mio Dio, io lo glorificherò; è l’Iddio di mio padre, io lo esalterò. L’Eterno è un guerriero, il suo nome è l’Eterno — La tua destra, o Eterno, è mirabile per la sua forza, la tua destra o Eterno schiaccia i nemici — Chi è pari a te fra gli dei, o Eterno? Chi è pari a te, mirabile nella tua santità, tremendo anche a chi ti loda, operator di prodigi? — Tu hai condotto con la tua benignità il popolo che hai riscattato; l’hai guidato con la tua forza verso la tua santa dimora. — L’Eterno regnerà per sempre, in perpetuo» (vv. 2 e 3, 6, 11, 13, 18).

Che sfera estesa abbraccia questo cantico! Esso incomincia con la redenzione e finisce con la gloria. Incomincia con la croce e finisce col regno. Rassomiglia ad un arcobaleno che ha un’estremità immersa nelle sofferenze, e l’altra nelle glorie che dovevano seguire (1 Pietro 1:11).

Tutto concerne l’Eterno. È un’effusione dell’anima, prodotta da una contemplazione dell’Iddio di misericordia e di gloria e delle sue opere meravigliose. Il cantico fa pure menzione del compimento presente del disegno di Dio: «Tu l’hai condotto con la tua forza verso la tua santa dimora» (vers. 13). I figliuoli d’Israele potevano parlare così, benché avessero soltanto messo il piede sul confine del deserto. Il loro cantico non era l’espressione di una vaga esperienza. No; quando l’anima è occupata di Dio può abbandonarsi nella pienezza della sua grazia, riscaldarsi alla luce della sua faccia e rallegrarsi nelle abbondanti ricchezze della sua misericordia e della sua bontà.

La prospettiva che le si apre davanti è priva d’ogni nube; ponendosi sulla rocca eterna dove l’amore di un Iddio Salvatore l’ha messa, unita a un Cristo risuscitato, essa percorre l’immenso spazio dei disegni di Dio e ferma lo sguardo sul supremo splendore di questa gloria che Dio ha preparato per tutti quelli che hanno lavato e imbiancato le loro vesti nel sangue dell’Agnello.

Questo spiega il carattere così pieno, brillante, elevato, dei canti di lode che incontriamo nella Santa Scrittura. La creatura è messa da parte; Dio è l’unico oggetto e riempie da solo tutta la sfera della visione dell’anima. Non c’è niente dell’uomo, dei suoi sentimenti o delle sue esperienze; per questo la lode può echeggiare incessantemente. Come sono diversi questi cantici da quelli che così spesso udiamo nelle assemblee cristiane, così pieni delle espressioni delle nostre mancanze, delle nostre debolezze, della nostra insufficienza! È chiaro che non possiamo mai cantare con forza e intelligenza spirituale, finché guardiamo a noi stessi. Scopriremo in noi sempre qualcosa che ostacolerà il nostro culto. Molti sembrano credere che uno stato continuo di dubbio e di titubanza sia una grazia cristiana; di conseguenza i loro inni portano l’impronta del loro stato spirituale. Queste persone, per quanto pie e sincere, non hanno ancora compreso il vero terreno del culto, nell’esperienza reale dell’anima loro. Non l’hanno ancora fatta finita con loro stessi: non hanno ancora attraversato il mare per prendere posto sulla riva come popolo battezzato con un battesimo spirituale, nella potenza della risurrezione; sono ancora, in un modo o nell’altro, occupati di loro stessi; non considerano l’io come crocifisso, una cosa con cui Dio non ha più nulla a che fare, per sempre.

Possa lo Spirito Santo dare a tutti i figliuoli di Dio un’intelligenza più completa e più degna della loro posizione e dei loro privilegi, facendo loro capire che, lavati dai peccati nel sangue di Cristo, sono davanti a Dio nel favore infinito e perfetto nel quale Cristo stesso si trova, come capo risuscitato e glorificato della sua Chiesa.

I dubbi e i timori non si addicono ai figliuoli di Dio in quanto il loro divino garante non ha lasciato neppure l’ombra di fondamento a dubbi e timori. Il loro posto è dentro la cortina. Essi hanno «libertà di entrare nel santuario in virtù del sangue di Gesù» (Ebrei 10:19). Vi è forse, nel santuario, qualche dubbio o qualche paura? Non è forse chiaro che colui che dubita mette in forse la perfezione dell’opera di Cristo, quest’opera alla quale Dio ha reso testimonianza di fronte a ogni intelligenza creata, per mezzo della risurrezione di Cristo dai morti? Cristo non avrebbe potuto lasciare la tomba prima di togliere ogni motivo di dubbio o di timore per il suo popolo. È dunque il dolce privilegio del cristiano di rallegrarsi sempre in una perfetta salvezza. Essendo Dio stesso diventato «la sua salvezza», non ha altro da fare che godere dei frutti dell’opera che Dio ha compiuto per lui e vivere per la sua gloria, aspettando il tempo in cui «l’Eterno regnerà per sempre, in perpetuo» (v. 18).

Ma c’è nel cantico di Mosè e dei figliuoli di Israele un passo sul quale vorrei attirare l’attenzione dei miei lettori. «Questo è il mio Dio, io gli preparerò una dimora» (*). È bello notare che, quando il cuore trabocca della gioia della redenzione, esprime il desiderio di costruire una «casa» per Dio. Lettore cristiano, meditate bene questo. Il pensiero che Dio abiti con l’uomo si trova dovunque nella Scrittura, dal cap. 15 dell’Esodo all’Apocalisse. Udite il linguaggio di un cuore devoto: «Certo, non entrerò nella tenda della mia casa, né salirò sul letto ove mi corico, non darò sonno ai miei occhi, né riposo alle mie palpebre, finché abbia trovato un luogo per l’Eterno, una dimora per il Potente di Giacobbe» (Salmo 132:3-5). E ancora: «Lo zelo della tua casa mi ha roso» (Salmo 69:9; Giovanni 2:17).

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(*) La versione Riveduta non rende il significato del testo con esattezza e traduce «io lo glorificherò».
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Non intendo proseguire questo argomento, ma vorrei poter interessare il cuore del lettore perché lui stesso lo approfondisca, con preghiera, dalla prima menzione che ne è fatta nella Scrittura fino a questa beata e consolante dichiarazione: «Ecco il tabernacolo di Dio con gli uomini; ed egli abiterà con loro, ed essi saranno suo popolo, e Dio stesso sarà con loro e sarà loro Dio; e asciugherà ogni lagrima dagli occhi loro» (Apocalisse 21:3-4).

«Poi Mosè fece partire gli Israeliti dal mar Rosso, ed essi si diressero verso il deserto di Shur; camminarono tre giorni nel deserto e non trovarono acqua» (v. 22). Quando entriamo nella vita pratica del deserto, siamo messi alla prova, perché si veda fino a che punto conosciamo Dio e il nostro cuore. Il principio della carriera cristiana è accompagnato da una freschezza e da un’esuberanza di gioia che è moderata subito dal vento secco del deserto; allora, a meno che il sentimento profondo di ciò che Dio è per noi non domini ogni altro pensiero, siamo propensi a lasciarci abbattere e a rivolgere i nostri cuori all’Egitto (Atti 7:39). La disciplina del deserto è necessaria, non per acquistarci un posto in Canaan, ma per insegnarci a conoscere Dio e il nostro cuore, metterci in condizioni di afferrare la potenza delle nostre relazioni con Dio e renderci più capaci di godere di Canaan, una volta che vi saremo realmente entrati (vedere Deuteronomio 8:2-5).

La fresca e lussureggiante vegetazione di primavera, con la sua classica, incantevole bellezza, scompare presto di fronte all’ardore del caldo estivo; ma questo calore che distrugge la giovane e fresca veste primaverile, produce con la sua benefica azione i dolci e maturi frutti dell’autunno. Nella vita cristiana è lo stesso; poiché, come si sa, c’è una sorprendente e istruttiva analogia tra i principi del regno della natura e quelli del regno della grazia, essendo ambedue opera del medesimo Dio.

Possiamo contemplare gli Israeliti in tre posizioni differenti: in Egitto, nel deserto e nel paese di Canaan. In ognuna di esse, vi sono figure allegoriche di noi; ma noi ci troviamo in tutte tre, contemporaneamente. Può sembrare paradossale ma è la verità. In effetti noi siamo in Egitto, circondati dalle cose della natura che si adattano perfettamente al cuore naturale; ma poiché, per grazia, Dio ci ha chiamati alla comunione del suo Figliuolo e ad essere in accordo con gli affetti e i sentimenti della nuova natura che abbiamo ricevuto da lui, abbiamo necessariamente il nostro posto al di fuori di tutto ciò che appartiene all’Egitto (*), al mondo nel suo stato naturale; ed ecco che sperimentiamo il deserto; ovvero, in altre parole, siamo posti sperimentalmente nel deserto. La natura divina brama con ardore un altro ordine di cose, un’atmosfera più pura di quella che ci avvolge e ci fa così sentire che l’Egitto è, moralmente, un deserto.

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(*) Tra l’Egitto e Babilonia c’è un’immensa differenza morale che è bene comprendere l’Egitto è il luogo da cui Israele è uscito; Babilonia il luogo dove fu deportato, più tardi (confr. Amos 5:25-27 e Atti 7:42-43). L’Egitto è l’espressione di ciò che l’uomo ha fatto del mondo; Babilonia è l’espressione di ciò che Satana ha fatto, fa e farà della Chiesa professante. Così noi siamo circondati dalle circostanze d’Egitto ma anche dai princìpi morali di Babilonia.
   Questo rende i nostri tempi dei «tempi difficili», come li chiama lo Spirito Santo in 2 Timoteo 3:1. Ci vuole una speciale energia dello Spirito di Dio e una completa sottomissione all’autorità della Scrittura per far fronte alla potenza delle realtà d’Egitto da un lato e dello spirito e dei princìpi di Babilonia dall’altro. I primi rispondono a desideri naturali del cuore mentre gli altri si rivolgono alla religiosità naturale, avendo così una gran presa sui cuori. L’uomo è un essere religioso e particolarmente sensibile all’influenza della musica, della pittura, della scultura e della pompa dei riti e delle cerimonie religiose. Quando queste cose fanno alleanza, nel mondo, con tutto ciò che può soddisfare i bisogni naturali dell’uomo o, più ancora, con tutti gli agi e la sontuosità della vita, soltanto la Parola di Dio con la sua potenza e lo Spirito di Dio possono preservare il credente mantenendolo fedele al Signore.
   Fra il destino futuro dell’Egitto e di Babilonia c’è pure una grandissima differenza. Il cap. 19 di Isaia ci parla della benedizioni future d’Egitto e finisce così: «Così l’Eterno colpirà gli Egiziani; li colpirà e li guarirà; ed essi si convertiranno all’Eterno che s’arrenderà alle loro supplicazioni e li guarirà. In quel giorno vi sarà una strada dall’Egitto in Assiria; gli Assiri andranno in Egitto e gli Egiziani in Assiria, e gli Egiziani serviranno l’Eterno con gli Assiri. In quel giorno Israele sarà terzo con l’Egitto e con l’Assiria e tutti e tre saranno una benedizione in mezzo alla terra. L’Eterno degli eserciti li benedirà dicendo: Benedetti siano l’Egitto mio popolo, l’Assiria opera delle mie mani e Israele mia eredità» (vers. 22-25).
   La fine della storia di Babilonia è molto differente sia che la si consideri alla lettera, come una città, sia che le si attribuisca un significato spirituale. «Ne farò il dominio del porcospino, un luogo di paludi, la spazzerò con la scopa della distruzione, dice l’Eterno degli eserciti» (Isaia 14:23). «Essa non sarà mai più abitata, d’età in età nessuno vi si stabilirà più; l’Arabo non vi pianterà più la sua tenda, né i pastori vi faran più riposare i loro greggi» (Isaia 13:20). Ecco ciò che concerne la Babilonia letterale. Considerata da un punto di vista mistico ne troviamo la descrizione al cap. 18 dell’Apocalisse. La fine di questa Babilonia è annunciata con queste parole: «Poi un potente Angelo sollevò una pietra grossa come una gran macina e la gettò nel mare, dicendo: Così sarà con impeto gettata via Babilonia, la gran città, e non sarà più ritrovata» (v. 21).
   Con quale solennità queste parole dovrebbero colpire quelli che, in un modo o nell’altro, sono uniti a Babilonia, la falsa chiesa professante! «Uscite da essa, o popolo mio, affinché non siate partecipi dei suoi peccati e non abbiate parte alle sue piaghe!» (Apocalisse 18:4). La potenza dello Spirito Santo deve, per forza, produrre una «forma» particolare, ma lo scopo del Nemico è sempre stato quello di spogliare la chiesa professante della potenza, spingendola a ritenere solo la forma, a stereotiparla, mentre lo spirito e la vita sono scomparsi. È così ch’egli costruisce la Babilonia spirituale. Le pietre che la compongono sono professanti privi di vita e il cemento che li unisce è una «forma di pietà senza potenza».
   Mio caro lettore, studiamoci di comprendere queste cose pienamente, chiaramente, efficacemente!

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Tuttavia, essendo davanti a Dio eternamente associati a Colui che è entrato trionfalmente nei luoghi celesti e si è posto alla destra della Maestà, è nostro beato privilegio sapere che, per fede, siamo seduti con Lui (Efesini 2:6). Dunque, benché coi corpi siamo in Egitto, tuttavia, quanto alla nostra esperienza, ci troviamo nel deserto; ma nello stesso tempo la fede ci fa entrare in ispirito in Canaan e ci rende capaci di nutrirci del vecchio «grano del paese», cioè di Cristo; non soltanto, infatti, Cristo è sceso in terra, ma è risalito in cielo e siede là nella gloria. (Confr. 1 Timoteo 3:16).

Gli ultimi versetti del cap. 15 ci fanno vedere Israele nel deserto. Fin qui, tutto poteva sembrare facile. Giudizi terribili erano piombati sull’Egitto mentre Israele era stato risparmiato, l’esercito egizio era morto sulla riva e Israele trionfava. Tutto andava benissimo; ma ahimè! le cose cambiano ben presto aspetto; i canti di lode fecero posto a parole di lamento. «E quando giunsero a Mara, non potevano bere l’acqua di Mara, perché era amara; perciò quel luogo fu chiamato Mara. E il popolo mormorò contro Mosè, dicendo: Che berremo?» (vers. 23-24). E ancora: «E tutta la raunanza dei figliuoli d’Israele mormorò contro Mosè e contro Aaronne nel deserto. I figliuoli d’Israele dissero loro: Oh, fossimo pur morti per mano dell’Eterno nel paese d’Egitto, quando sedevamo presso le pignatte della carne e mangiavamo del pane a sazietà! Poiché voi ci avete menati in questo deserto per far morire di fame tutta questa raunanza» (cap. 16:2-3).

Sono queste le prove del deserto: cosa mangeremo e cosa berremo? Le acque di Mara hanno messo alla prova il cuore del popolo manifestando il suo spirito mormoratore, ma l’Eterno gli ha fatto vedere che non c’era nessuna amarezza che, per le risorse della sua grazia, non potesse addolcirsi. «E l’Eterno gli mostrò un legno ch’egli gettò nelle acque e le acque divennero dolci; quivi l’Eterno dette al popolo una legge e una prescrizione e lo mise alla prova». Che bella immagine è questo legno di Colui che per infinita grazia fu gettato nelle acque amare della morte, affinché diventassero dolci per noi per sempre. Possiamo dire davvero: l’amarezza della morte è sparita, non rimangono «per noi» che le dolcezze eterne della risurrezione.

Il vers. 26 ci parla di tutto ciò che v’è di veramente serio nel primo periodo della carriera dei riscattati dell’Eterno. In questo periodo, si corre il rischio di lasciarsi andare a sentimenti d’agitazione, di impazienza e di mormorio. Il solo mezzo di preservarsi da un tale spirito è d’avere gli occhi su Gesù, «riguardando a Gesù» (Ebrei 12:1). Benedetto sia il suo nome, Egli si manifesta sempre in modo appropriato ai bisogni del suo popolo: e i suoi, invece di lamentarsi nelle circostanze nelle quali si trovano, dovrebbero approfittare per rivolgergli sempre delle nuove preghiere.

Il deserto serve così a farci fare l’esperienza di chi è Dio. È una scuola in cui impariamo a conoscere la sua paziente grazia e le sue abbondanti risorse. «E per lo spazio di circa quarant’anni sopportò i loro modi nel deserto» (Atti 13:18). L’uomo spirituale riconoscerà sempre che vale la pena incontrare le acque amare che Dio addolcisce; «ci gloriamo anche nelle afflizioni, sapendo che l’afflizione produce pazienza, e la pazienza esperienza, e l’esperienza speranza. Ora la speranza non rende confusi perché l’amor di Dio è stato sparso nei nostri cuori per lo Spirito Santo che ci è stato dato» (Romani 5:3-5).

Tuttavia il deserto ha i suoi «Elim», oltre i «Mara», le sue fontane e le sue palme così come le sue acque amare: «Poi giunsero ad Elim, dov’erano dodici sorgenti d’acqua e settanta palme; e si accamparono quivi presso le acque». Il Signore nella sua grazia e nella sua tenerezza prepara luoghi verdeggianti sul cammino del suo popolo che viaggia nel deserto; e sebbene si tratti solo di oasi, esse rinfrescano lo spirito e rianimano il cuore. Il soggiorno di Elim era adatto a calmare il cuore degli Israeliti e a far tacere i loro mormorii. L’ombra deliziosa delle sue palme e le fresche acque delle sue fonti venivano a proposito dopo la prova di Mara, e ci presentano, in figura, le virtù eccellenti del ministero spirituale di cui Dio provvede il suo popolo quaggiù. Dodici e settanta sono numeri che hanno intimo rapporto col ministero (Luca 10:1 e 17; 6:13).

Ma Elim non era Canaan. Le fonti e le palme di Elim erano soltanto degli anticipi del paese beato, posto al di là dei limiti del deserto sterile, nel quale i riscattati erano entrati da poco. Israele poteva senza dubbio abbeverarsi e trovarsi un fresco riparo, ma le acque e l’ombra erano tuttavia quelle del deserto; erano solo per un momento, per rianimare e fortificare il popolo, in vista del cammino per Canaan. Lo stesso è del ministero nella chiesa: è una risorsa per i nostri bisogni che deve servire a dissetarci, a fortificarci e a incoraggiarci «finché tutti siamo arrivati all’altezza della statura perfetta di Cristo» (Efesini 4:13).

12. Capitolo 16

«E tutta la raunanza dei figliuoli di Israele partì da Elim e giunse al deserto di Sin, che è fra Elim e Sinai, il quindicesimo giorno del secondo mese dopo la loro partenza dal paese d’Egitto» (v. 1).

Israele è qui in una posizione degna di nota: è nel deserto, certamente, ma in un punto importante e significativo, cioè tra Elim e Sinai. Il primo di questi luoghi era quello in cui Israele aveva da poco gustato le fresche acque del ministero divino; l’ultimo era quello in cui avrebbero lasciato il terreno della grazia gratuita e sovrana per mettersi sotto un patto di opere. I figliuoli di Israele appaiono qui come oggetti della grazia che li aveva fatti uscire dal paese di Egitto; per questo Dio risponde ai loro mormorii con un soccorso immediato. Quando Dio agisce manifestando la sua grazia, non c’è nessun ostacolo per lui: le benedizioni che hanno in lui la sorgente sgorgano senza interruzione. Solo quando l’uomo si pone sotto la legge perde tutto, poiché allora bisogna che Dio gli lasci fare l’esperienza del punto cui può arrivare grazie alle sue opere.

Quando Dio visitò e riscattò il suo popolo e lo trasse fuori d’Egitto non lo fece di certo per farlo morire nel deserto di fame e di sete. I figliuoli di Israele avrebbero dovuto saperlo: avrebbero dovuto confidare in Dio e camminare nella stretta comunione con questo amore che li aveva così gloriosamente liberati dagli orrori della schiavitù in Egitto. Avrebbero dovuto ricordarsi che era molto meglio trovarsi nel deserto con Dio che con Faraone nelle fornaci dei mattoni. Eppure il cuore umano fa molta fatica a credere all’amore puro e perfetto di Dio; ha più fiducia in Satana che in Dio (Genesi 3:1-6). Considerate un momento tutte le sofferenze, la miseria, la degradazione dell’uomo, per aver ascoltato la voce di Satana: tuttavia non lo sentite mai lamentarsi di lui né esprimere il desiderio di sottrarsi alla sua mano. L’uomo non è scontento di Satana, né stanco di servirlo. Tutti i giorni raccoglie i frutti amari di questo campo che Satana ha aperto davanti a lui e tutti i giorni di nuovo semina la stessa semenza e si sottomette agli stessi lavori.

Ma, nei confronti di Dio, l’uomo agisce molto diversamente. Quando abbiamo incominciato a camminare nelle sue vie, siamo pronti, al primo apparire di prove o di tribolazioni, a mormorare e a rivoltarci; e questo impedisce di coltivare in noi uno spirito di riconoscenza e di fiducia. Dimentichiamo diecimila doni per la più piccola privazione. Abbiamo ricevuto il perdono gratuito dei nostri peccati (Efesini 1:7; Colossesi 1:14), ci è stata largita grazia nell’amato suo (Efesini 1:6), siamo stati fatti eredi di Dio e coeredi di Cristo (Efesini 1:11; Romani 8:17; Galati 4:7); aspettiamo la gloria eterna (Romani 8:18-25; 2 Corinzi 4:15; 5:5; Filippesi 3:20-21; Galati 5:5; Tito 2:13; 1 Giovanni 3:2); inoltre il nostro cammino attraverso il deserto è seminato di innumerevoli favori (Romani 8:28); ma nonostante questo, basta che una nube, grande come il palmo di una mano, appaia all’orizzonte, nuvola che, dopo tutto, non farà che sciogliersi in benedizioni sulle nostre teste e subito dimentichiamo le molteplici grazie che ci sono state accordate.

Questo pensiero dovrebbe umiliarci profondamente alla presenza di Dio. Come è stato diverso, sotto ogni aspetto, il nostro amato Modello! Contempliamolo, vero Israele nel deserto, circondato dalle fiere e a digiuno per quaranta giorni. Ha forse mormorato? Si è lagnato della sua parte? Ha manifestato il desiderio di circostanze diverse? No. Dio era la porzione della sua eredità e il suo calice (Salmo 16). Per questo, quando il tentatore gli si avvicina e gli offre le cose necessarie alla vita, le sue glorie, le sue distinzioni, i suoi onori, egli rifiuta tutto e rimane fermo nella posizione di assoluta dipendenza da Dio e di obbedienza implicita alla sua Parola. Non voleva ricevere pane se non da Dio e da lui, egualmente, la gloria.

Non è stato così di Israele: non avevano forse nemmeno sentito, ancora, la sofferenza della fame ed eccoli mormorare nel deserto contro Mosè e contro Aaronne. Pare che abbiano dimenticato che era l’Eterno che li aveva liberati, poiché dicono: «Voi ci avete menati in questo deserto» e anche «il popolo mormorò contro Mosè, dicendo: Perché ci hai fatto salire dall’Egitto per farci morire di sete noi, i nostri figliuoli e il nostro bestiame?» (17:3). È così che, in ogni occasione, essi manifestarono uno spirito di irritazione e di scontentezza e mostrarono di realizzare poco la presenza del loro potente e misericordioso Liberatore, e di non sapersi appoggiare sul suo braccio.

Non c’è niente che disonori di più il Signore dei mormorii di coloro che gli appartengono. L’apostolo Paolo parla di questa tendenza come di un carattere speciale della corruzione dei Gentili, i quali «pur avendo conosciuto Dio, non l’hanno glorificato come Dio, né l’hanno ringraziato» (Romani 1:21); poi ne segnala la conseguenza pratica: «si son dati a vani ragionamenti e l’insensato lor cuore s’è ottenebrato». Chi non nutrisce nel proprio cuore un sentimento di gratitudine verso Dio per la sua bontà, sarà presto riempito di tenebre. Così Israele ha perso il sentimento di essere nelle mani di Dio; e, come c’era da aspettarsi, è stato trascinato nelle tenebre ancora più fitte, poiché li sentiamo dire, in un’epoca molto più tarda della loro storia: «Perché ci mena l’Eterno in questo paese ove cadremo per la spada? Le nostre mogli e i nostri piccini vi saranno preda del nemico» (Numeri 14:3). Questo è il pendio che segue un’anima che ha perduto la comunione con Dio. Incomincia col non avere più coscienza di essere tra le mani di Dio per la sua benedizione e finisce col credersi nelle mani di Dio per la propria sventura. Che triste progresso!

Tuttavia, trovandosi Israele sotto la grazia, Dio provvede ai suoi bisogni in modo meraviglioso, come vediamo in questo capitolo. «E l’Eterno disse a Mosè: Ecco, io vi farò piovere del pane dal cielo» (v. 4). Quando la gelida nube dell’incredulità li aveva avvolti, avevano detto: «Ah! fossimo pur morti per mano dell’Eterno nel paese d’Egitto quando sedevamo presso le pignatte della carne e mangiavamo del pane a sazietà!», ma ora Dio parla del «pane dal cielo». Che differenza! Che contrasto fra le pignatte di carne, il pane dell’Egitto, e la «manna del cielo», il «pane degli angeli»! I primi appartenevano alla terra, l’ultimo al cielo.

Ma questo nutrimento celeste era una prova per Israele, come è detto: «Ond’io lo metta alla prova per vedere se camminerà o no secondo la mia legge» (v. 4). Ci voleva un cuore sgombro dalle influenze d’Egitto per essere soddisfatti del pane celeste e per goderne. In effetti sappiamo che Israele non fu contento, poiché disprezzò questo pane definendolo «un cibo tanto leggero» (o «miserabile») (Numeri 21:5). Essi dimostrarono così, con la concupiscenza della carne, quanto poco il loro cuore era liberato dall’Egitto, o disposto ad osservare la legge dell’Eterno. Coi loro cuori tornarono in Egitto; in pratica saranno trasportati, più tardi, al di là di Babilonia (Atti 7:39-43). Qui c’è una lezione seria per tutti i credenti. Se coloro che Dio ha liberati dal presente secolo malvagio non camminano con Lui con cuori riconoscenti, soddisfatti di ciò che Dio provvede per i suoi riscattati nel deserto, c’è il pericolo ch’essi cadano nella rete dell’influenza babilonese. Bisogna che le affezioni siano celesti per gustare il pane del cielo. La natura umana non può apprezzare un tale nutrimento: essa tende sempre all’Egitto e perciò bisogna che sia tenuta nell’umiltà e nella soggezione. Noi cristiani che siamo stati con Cristo sepolti nel battesimo, nel quale siamo stati risuscitati con lui mediante la fede nella potenza di Dio (Romani 6:3; Colossesi 2:12), abbiamo il privilegio di nutrirci di Cristo come del «vero pane che è disceso dal cielo» (Giovanni 6:51). Il nostro nutrimento nel deserto è Cristo, come ci è presentato dallo Spirito Santo, per mezzo della Parola scritta, mentre la nostra bevanda spirituale è lo Spirito venuto, come l’acqua che sgorga dalla roccia colpita, da Cristo colpito per noi. Questa è la nostra parte eccellente nel deserto di questo mondo.

Per godere di questa parte bisogna che il nostro cuore sia separato da tutto ciò che è di questo secolo malvagio e che si offre a noi in quanto uomini naturali, come uomini vivi nella carne. Un cuore mondano, carnale, non può trovare Cristo nella Scrittura né godere di lui, se lo trova. La manna era così pura, così delicata, che non sopportava il contatto con la terra; scendeva sulla rugiada (v. 13-15; Numeri 11:9) e doveva essere raccolta al mattino, prima del calore del giorno (v. 21). Tutti dovevano alzarsi di buonora per cercare il nutrimento quotidiano. Ora, egualmente, bisogna che il popolo di Dio raccolga tutte le mattine, fresca, la manna celeste; la manna di ieri non serve a nulla per oggi né quella di oggi per domani. Bisogna che ci nutriamo di Cristo ogni giorno, con una nuova energia dello Spirito, senza la quale cesseremo di crescere. Inoltre, bisogna che facciamo di Cristo il nostro primo oggetto. Bisogna che lo cerchiamo di buonora, prima che altre cose abbiano tempo di impossessarsi dei nostri deboli cuori. Molti fra noi, ahimè!, mancano a questo riguardo. Diamo a Cristo un posto secondario e, di conseguenza, restiamo deboli e sterili; il Nemico, sempre vigilante, approfitta della nostra indolenza spirituale per privarci della benedizione e della forza che si hanno nutrendosi dì Cristo. La vita nuova, nel credente, non può essere alimentata e mantenuta se non per mezzo di Cristo. «Come il vivente Padre mi ha mandato e io vivo a cagione del Padre, così chi mi mangia vivrà anch’egli a cagione di me» (Giovanni 6:57).

La grazia del Signore Gesù Cristo, che è disceso dal cielo per essere il nutrimento del suo popolo, è per l’anima rinnovata di un prezzo inestimabile; ma per godere così di Cristo è necessario che realizziamo di essere nel deserto, a parte per Dio, nella potenza di una redenzione compiuta. Se cammino con Dio nel deserto, sarò soddisfatto del nutrimento che mi dà, cioè di Cristo, sceso dal cielo. «Il grano del paese», «i frutti del paese di Canaan» (Giosuè 5:11-12), sono una figura di Cristo salito in alto e seduto in gloria. Come tale è il nutrimento di quelli che sanno, per fede, di essere risuscitati con lui e con lui seduti nei luoghi celesti.

Ma la manna, cioè Cristo sceso dal cielo, è per il popolo di Dio, nella vita e nelle esperienze del deserto. Come popolo straniero quaggiù, abbiamo bisogno di un Cristo che è stato straniero sulla terra. Come popolo seduto in alto, nel cielo, in Spirito, abbiamo un Cristo seduto nel cielo. Questo potrà spiegare la differenza che c’è fra la manna e il grano del paese. Non si tratta qui della redenzione: questa l’abbiamo nel sangue della croce, e là soltanto. Si tratta solamente di ciò che Dio ha provveduto per il suo popolo, in rapporto alle differenti posizioni nelle quali si trova quaggiù, sia che lotti nel deserto, sia che, in Spirito, prenda possesso dell’eredità celeste.

Che immagine sorprendente ci offre Israele nel deserto! Aveva dietro a sé l’Egitto, davanti Canaan, attorno la sabbia del deserto; e lui doveva riguardare al cielo per il nutrimento di ogni giorno. Il deserto non aveva un filo d’erba né una goccia d’acqua da offrire all’Israele di Dio; nell’Eterno soltanto c’era la parte dei riscattati. I cristiani non hanno nulla quaggiù: la loro vita è celeste e deve essere mantenuta con cose celesti. Benché nel mondo, non sono del mondo, poiché Cristo li ha scelti dal mondo. Essi sono in cammino verso la patria, come popolo celeste, e sono sostenuti dal nutrimento che ne ricevono; camminano verso il cielo, in avanti. La gloria orienta dalla sua parte, soltanto. «Volsero gli occhi verso il deserto; ed ecco che la gloria dell’Eterno apparve nella nuvola» (v. 10). L’Eterno era nel deserto e là pure dovevano essere tutti quelli che desideravano avere comunione con lui; se c’erano, la manna celeste doveva essere il loro nutrimento e niente altro.

Questa manna era, è vero, uno strano alimento; un alimento che un Egiziano non avrebbe potuto né capire, né apprezzare, né nutrirsene; ma coloro che erano stati «battezzati nella nuvola e nel mare» (1 Corinzi 10:2) potevano, se camminavano in modo coerente, con la posizione nella quale questo battesimo li aveva introdotti, godere di questa manna ed esserne nutriti. È la stessa cosa ora per il vero credente. L’uomo del mondo non capisce come vive il vero credente. La sua vita e l’alimento che lo sostiene sono inaccessibili all’occhio naturale più penetrante. Cristo è la vita del cristiano; egli vive di Cristo. Si nutre, per fede, delle potenti grazie di Colui che è «sopra tutte le cose Dio benedetto in Eterno» (Romani 9:5) e prese «forma di servo, divenendo simile agli uomini» (Filippesi 2:7); lo segue dal seno del Padre alla croce, e dalla croce alla gloria; e trova in Lui, in ogni periodo della vita, in ogni fase del suo cammino, un alimento prezioso per il nuovo uomo. Tutto quello che circonda il cristiano, pur essendo Egitto, è per lui un deserto arido e desolato che allo spirito rinnovato non ha niente da offrire; e se, disgraziatamente, l’anima vi trova un cibo, i suoi progressi nella vita spirituale sono ostacolati. L’unica cosa che Dio ci dà è la manna e il vero credente deve nutrirsene ogni giorno (Levitico 7:11-36).

Com’è deplorevole vedere dei cristiani che ricercano le cose del mondo! Questo mostra chiaramente che sono «nauseati» della manna celeste che stimano un cibo spregevole. Così, servono ciò che, invece, dovrebbero mortificare. L’attività della nuova vita è sempre collegata allo spogliamento «dell’uomo vecchio coi suoi atti» (Colossesi 3:9), e più questo avverrà, più si avrà il desiderio di nutrirsi del «pane che sostenta il cuore dei mortali» (Salmo 104:15).

Come per il fisico più si fa esercizio e più aumenta l’appetito, così nella vita spirituale, più le nostre rinnovate facoltà sono esercitate, più proviamo il bisogno di nutrirci di Cristo, ogni giorno. Una cosa è sapere d’avere la vita in Cristo, unita a un pieno perdono e ad una completa accettazione davanti a Dio, un’altra, completamente differente, è l’essere abitualmente in comunione con Lui, nutrirsi di Lui per la fede, facendo di Lui l’alimento esclusivo delle nostre anime. Molte persone professano d’aver trovato in Gesù pace e perdono ma, in realtà, si nutrono di un’infinità di cose che non sono Cristo: pasciono il loro spirito con la lettura di giornali e di romanzi frivoli e insipidi; troveranno esse Cristo? È con tali mezzi che lo Spirito Santo nutre l’anima di Cristo? Sono quelle cose la pura rugiada sulla quale scende la manna celeste per alimentare i riscattati di Dio nel deserto? Ahimè! no! Quelli sono cibi grossolani nei quali si compiace lo spirito carnale. Lo Spirito di Dio ci dice che nel cristiano ci sono due nature; quale delle due si nutre delle notizie e della letteratura del mondo? La vecchia o la nuova? La risposta non è difficile. Quale, dunque, delle due vogliamo soddisfare? La nostra condotta sarà certamente la risposta più fedele a questa domanda. Se desidero sinceramente crescere nella vita divina, se il mio scopo principale è d’essere reso simile a Cristo e d’essergli devoto, se aspiro seriamente a un progresso del regno di Dio dentro di me, cercherò sempre, senza dubbio, il nutrimento che Dio m’ha preparato per il mio accrescimento spirituale. È semplicissimo. Le azioni di un uomo sono sempre l’indice più sicuro dei suoi desideri e delle sue intenzioni. Così, se incontro qualcuno che facendo professione di essere cristiano, trascura la Bibbia trovando però tempo sufficiente per leggere i giornali o libri futili e spesso dannosi, non sarà difficile fare un giudizio sulla vera condizione della sua anima; sono certo che un tale cristiano non è spirituale, non si nutre di Cristo e non può vivere per lui e rendergli testimonianza.

Se un Israelita avesse trascurato di raccogliere, al primo albeggiare, la sua porzione di pane che la grazia di Dio aveva preparato per lui, gli sarebbero presto venute meno le forze per proseguire nel viaggio. Egualmente noi dobbiamo fare di Cristo l’oggetto sovrano dell’anima nostra, se no la nostra vita spirituale declinerà rapidamente. Sentimenti ed esperienze concernenti Cristo, non possono nemmeno costituire il nostro nutrimento spirituale poiché sono soggetti a mille variazioni e fluttuazioni. Il pane della vita ieri era Cristo e bisogna che sia Cristo oggi pure e eternamente. Neppure basta nutrirsi metà di Cristo e metà di altri oggetti. Poiché Cristo solo è la vita, così vivere non può essere che Cristo e lui solo; e come non possiamo mescolare niente con ciò che comunica la vita, così non possiamo mescolare niente con ciò che la conserva.

È perfettamente vero che, come Israele ha mangiato del «grano del paese» (Giosuè 5), così noi, in Spirito e per fede, possiamo già fin d’ora, nutrirci di un Cristo risuscitato e glorificato, salito in cielo in virtù di una redenzione compiuta. Non solo, ma sappiamo che quando i riscattati di Dio saranno entrati nel paese della gloria, del riposo e dell’immortalità, che si trova al di là del Giordano, col nutrimento del deserto non avranno più niente a che fare; ma avranno ancora Cristo e il ricordo di ciò che egli è stato, come alimento, nel deserto.

Dio voleva che Israele, fra il latte e il miele della terra di Canaan, non dimenticasse mai ciò che l’aveva sostenuto per i quaranta anni di soggiorno nel deserto. «Questo è quello che l’Eterno ha ordinato: riempi un omer di manna perché sia conservato per i vostri discendenti, onde veggano il pane col quale vi ho nutriti nel deserto... Secondo l’ordine che l’Eterno aveva dato a Mosè, Aaronne lo depose dinanzi alla Testimonianza» (v. 32-34).

Prezioso monumento della fedeltà di Dio! Dio non li lasciò morire di fame come avevano pensato i loro cuori insensati e increduli: fece piovere pane dal cielo per loro, li nutrì col pane degli angeli, vegliò su di loro con la tenerezza di una madre, usò pazienza, li portò come su ali di aquile; e, se avessero perseverato nella grazia, Dio avrebbe dato loro tutte le cose promesse ai padri. Il vaso della manna, con la porzione d’una giornata, poiché conteneva un omer, è messo davanti all’Eterno e rappresenta per noi qualcosa di molto interessante. In questo vaso non c’era nessuna corruzione; era il memoriale della fedeltà di Dio nel provvedere ai bisogni di coloro che egli stesso aveva liberato dalle mani del nemico.

Ma quando era l’uomo ad accumulare la manna, le cose non andavano così; ben presto si manifestavano i sintomi della corruzione. Se comprendessimo la verità e la realtà della nostra posizione, non penseremmo mai a fare provviste; è nostro privilegio nutrirci giorno per giorno di Cristo come di colui che è sceso dal cielo per dare la vita al mondo. Ma se qualcuno, dimenticando la sua posizione, vuol fare provviste per il domani, cioè farsi delle «riserve» di verità, al di fuori del bisogno attuale, giornaliero, che si ha di essa per il rinnovo delle proprie forze, questa verità si corromperà certamente. Imparare la verità è qualcosa di molto serio: non c’è un solo principio che noi professiamo di conoscere che non debba essere manifestato, praticamente nella nostra vita. Dio non vuole che siamo dei teorici. Tremiamo, spesso, nel sentire certe persone che, in preghiera o in altre maniere, fanno ardente professione di devozione; e si teme che, quando venga l’ora della prova, queste persone non abbiano l’energia spirituale necessaria per realizzare ciò che hanno professato con le labbra.

C’è un pericolo grande quando l’intelligenza sorpassa le affezioni e la coscienza. Ecco perché molti sembrano fare, a tuttaprima, rapidi progressi, finché sono arrivati a un certo punto; poi si fermano di colpo e pare indietreggino. Assomigliano all’Israelita che raccoglieva più manna di quanta gli serviva per quel giorno: poteva sembrare più furbo degli altri; però, ogni granello raccolto in più, non solo era inutile ma produceva dei vermi e marciva. Il cristiano, dunque, deve saper far uso di ciò che ha; deve nutrirsi di Cristo, in quanto l’anima sua ha bisogno di lui, e il bisogno nasce da un servizio attuale. È soltanto alla fede e ai bisogni presenti dell’anima che i caratteri e le vie di Dio, l’eccellenza e la bellezza di Cristo, le vive e profonde realtà della Scrittura, sono rivelate. Più sapremo fare buon uso di ciò che abbiamo, più ci sarà dato. La vita del credente deve essere pratica: ecco dove molti fra noi mancano. Capita spesso che quelli che progrediscono rapidamente nella teoria, sono i più lenti a progredire nella pratica e nell’esperienza, perché il lavoro che si è operato in loro è più d’intelletto che di coscienza e di cuore. Non dovremmo mai dimenticare che il cristianesimo non è un insieme di opinioni o di modi di vedere, e neppure un sistema di dogmi; esso è, soprattutto, una realtà divina, qualcosa di personale, di pratico, di potente, che si manifesta in tutte le circostanze della vita giornaliera e sparge la sua influenza santificante nel carattere e nel cammino, recando le sue disposizioni celesti in tutte le relazioni nelle quali si può essere posti davanti a Dio. In poche parole, esso è ciò che deriva dal fatto che siamo uniti a Cristo e occupati di lui.

Tale è il cristianesimo! Si possono avere delle vedute chiare, delle idee corrette, dei principi sani, senza alcuna comunione con Gesù; e una professione di fede senza Cristo, per quanto ortodossa, sarà sempre, messa alla prova, qualcosa di freddo, sterile, morto.

Lettore cristiano, pensateci seriamente; voi non siete soltanto salvati da Cristo, voi vivete di lui. Cercatelo al mattino di buon’ora; cercate lui e lui solo. Quando qualcosa attira la vostra attenzione, domandatevi se presenta Cristo al vostro cuore, se vi insegna qualcosa di lui o vi avvicina di più alla sua Persona. Se la risposta è negativa, respingete quella cosa, decisamente; sì, rigettatela senza esitare, quand’anche fosse presentata nel modo più piacevole, valorizzata dalla più rispettabile autorità.

Se il vostro scopo è realmente di progredire nella vita divina, di fare progressi spirituali, di conoscere Cristo personalmente, allora rientrate seriamente in voi stessi, a questo riguardo. Fate di Cristo il vostro nutrimento giornaliero e abituale. Andate, raccogliete la manna che cade sulla rugiada, nutritevene con una fame mantenuta e stimolata da un cammino vigilante con Dio nel deserto. Che la ricca grazia di Dio vi fortifichi abbondantemente in ogni cosa, per mezzo dello Spirito Santo (*).

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(*) Il lettore trarrà profitto dalla meditazione del cap. 6 del vangelo di Giovanni in rapporto col soggetto della manna. La Pasqua era vicina: Gesù, saziata la folla, si ritira sul monte, solo. Di là viene in soccorso ai suoi nella distretta, sballottati dalle onde. Poi rivela la dottrina della sua Persona e della sua opera e dichiara che darà la sua carne per la vita del mondo e che nessuno potrà avere la vita se non mangia la sua carne e beve il suo sangue. Poi dice che sarebbe tornato là dove era prima; e infine parla della potenza vivificante dello Spirito Santo.
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Ma in questo capitolo c’è un altro argomento importante: l’istituzione del Sabato in rapporto alla manna e alla posizione di Israele, come ci è presentata qui. Dal cap. 2 della Genesi al cap. 16 dell’Esodo non è più parlato di questa istituzione. Questo è degno di nota. Il sacrificio di Abele, il cammino di Enoc con Dio, la predicazione di Noè, la chiamata di Abrahamo, la storia di Isacco, Giacobbe e Giuseppe, tutto ci è raccontato dettagliatamente; ma non è fatto alcuna allusione al sabato fino al momento in cui Israele è riconosciuto come popolo in relazione con l’Eterno e sotto la responsabilità legata a questa relazione. Il sabato è stato interrotto in Eden e lo vediamo di nuovo ristabilito per Israele nel deserto. Ahimè, all’uomo non piace il riposo di Dio. «Or nel settimo giorno avvenne che alcuni del popolo uscirono per raccoglierne, e non ne trovarono. E l’Eterno disse a Mosè: Fino a quando rifiuterete di osservare i miei comandamenti e le mie leggi? Riflettete che l’Eterno vi ha dato il sabato: per questo, nel sesto giorno, Egli vi dà del pane per due giorni» (vv. 27 a 29). Dio voleva che il suo popolo godesse d’un dolce riposo con lui: voleva dargli riposo, nutrirlo, dissetarlo, anche nel deserto; ma il cuore dell’uomo non è disposto a riposare con Dio.

Gli Israeliti potevano ricordarsi il tempo in cui erano seduti presso le pignatte di carne nel paese di Egitto, ma non potevano apprezzare la benedizione di essere seduti, ciascuno nella propria tenda, per godere con Dio il riposo del santo sabato e nutrirsi della manna del cielo.

E notate che qui il sabato è presentato come un dono. «L’Eterno vi ha dato (*) il sabato» (v. 29). Più avanti, nel medesimo libro, lo troviamo sotto forma di legge, seguita da una maledizione e un giudizio, in caso di trasgressione. Ma sia che l’uomo decaduto riceva un privilegio o una legge, una benedizione o una maledizione, la sua natura è malvagia: non può né riposarsi con Dio, né lavorare per Dio. Se Dio lavora e gli prepara un riposo, egli vuole serbarlo; se Dio gli dice di lavorare, non vuole fare le opere che Dio gli propone. L’uomo è così. Non ama Dio. Si servirà della parola sabato per esaltarsi, o come d’una testimonianza di pietà personale; ma il cap. 16 dell’Esodo ci fa vedere ch’egli non può considerare un dono il sabato di Dio, e al cap. 15 dei Numeri v. 32-36 vediamo che non lo può rispettare come una legge.

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(*) Dato, cioè donato, regalato, non ordinato, come alcuni riportano.
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Il sabato, così come la manna, è una «figura». In se stesso, era una benedizione, un favore dalla parte di un Iddio d’amore e di grazia che voleva, dando, su sette giorni, un giorno di riposo, raddolcire il lavoro e la pena su una terra maledetta a causa del peccato. In qualunque maniera la consideriamo, l’istituzione del sabato la vediamo sempre feconda di grazie eccellenti, nei suoi rapporti con l’uomo o con la creazione animale. E se i cristiani osservano il primo giorno della settimana, il giorno del Signore, in base ai principi che lo caratterizzano, si può discernere in questo giorno la stessa provvidenza divina piena di grazia. «Il sabato è stato fatto per l’uomo» (Marco 2:27); e benché l’uomo non l’abbia mai osservato secondo i pensieri di Dio, la grazia che risplende nella istituzione d’esso non è per nulla sminuita, né questo giorno perde d’importanza come figura del riposo eterno che rimane per il popolo di Dio o come ombra di questa realtà di cui la fede gode ora nella persona e nell’opera di Cristo risuscitato.

Non creda il lettore che io voglia, in qualche modo, svalutare il giorno misericordiosamente messo a parte per il riposo dell’uomo e della creazione; o che voglia sminuire il posto particolare che nel Nuovo Testamento occupa il giorno del Signore: non c’è nulla che sia più estraneo ai miei pensieri. Come uomo apprezzo troppo il sabato e, come cristiano, godo troppo della domenica per dire o scrivere una sola parola che possa togliere qualcosa all’uno o all’altra. Prego il lettore di valutare con imparzialità la questione, di pesare con la bilancia delle Sacre Scritture i pensieri qui enunciati. Se il Signore lo permette, torneremo su questo soggetto. Impariamo ad apprezzare di più il riposo che il nostro Dio ci ha preparato in Cristo e, pur godendo di Lui come nostro riposo, nutriamoci di Lui come della «manna nascosta» (Apocalisse 2:17), conservata nei luoghi santi, nella potenza della risurrezione; il memoriale di ciò che Dio ha compiuto in nostro favore, scendendo quaggiù nella sua infinita grazia, perché potessimo stare davanti a Lui, secondo la perfezione di Cristo, e nutrirci per sempre delle sue incomparabili ricchezze.

13. Capitolo 17

«Poi tutta la raunanza dei figliuoli di Israele partì dal deserto di Sin, marciando a tappe secondo gli ordini dell’Eterno, e si accampò a Refidim; e non c’era acqua da bere per il popolo. Allora il popolo contese con Mosè e disse: Dateci dell’acqua da bere. E Mosè rispose loro: Perché contendete con me? Perché tentate l’Eterno?» (vv. 1-2).

Se non conoscessimo un poco la umiliante malvagità dei nostri cuori, non sapremmo renderci conto della sorprendente insensibilità degli Israeliti di fronte alla bontà, la fedeltà, gli atti potenti del loro Dio. Avevano da poco visto scendere del pane dal cielo per nutrire seicentomila uomini nel deserto ed eccoli di nuovo pronti a lapidare Mosè perché li ha condotti lì per farli morire di sete. Non c’è niente che possa superare l’incredulità del cuore umano, se non la sovrabbondante grazia di Dio.

Questa grazia solo dà ristoro all’anima in presenza del sentimento sempre crescente della sua natura perversa, messa in luce dalle circostanze della vita. Se gli Israeliti fossero stati trasportati direttamente dall’Egitto a Canaan non avrebbero fornito delle prove così tristi su ciò che è il cuore dell’uomo, e, di conseguenza, non sarebbero stati per noi degli esempi e delle figure così eloquenti. Ma i quaranta anni che hanno trascorso erranti nel deserto sono per noi un’abbondante sorgente di insegnamento. Ci insegnano che il nostro cuore è invariabilmente propenso a diffidare di Dio. Tutto va bene per l’uomo, eccetto Dio. Egli preferisce appoggiarsi sul fragile tessuto delle risorse umane, piuttosto che sul braccio dell’onnipotente e dell’onnisapiente Iddio; e la più piccola nube basta per oscurare la luce del suo volto. È con ragione, dunque, che il cuore dell’uomo è chiamato «un malvagio cuore incredulo» sempre pronto a ritrarsi dall’Iddio vivente (Ebrei 3:12).

È interessante considerare le due grandi domande sollevate dall’incredulità in questo capitolo e nel precedente. Sono le stesse che si elevano ogni giorno dentro di noi e attorno a noi: «Che mangeremo o che berremo?» (vedere Matteo 6:31). Sono le domande del deserto: Cosa? Dove? Come? Per ciascuna la fede ha un’unica risposta, breve ma decisiva: Dio! Risposta perfetta e preziosa! Piacesse a Dio che chi legge e chi scrive queste righe ne conoscessero in modo più completo la potenza e la pienezza.

Abbiamo certamente bisogno, quando siamo nella prova, di ricordarci questo: «niuna tentazione vi ha colti, che non sia stata umana; or Iddio è fedele e non permetterà che siate tentati al di là delle vostre forze; ma con la tentazione vi darà anche la via d’uscirne, onde la possiate sopportare» (1 Corinzi 10:13). Ogni volta che siamo posti nella prova, siamo certi che con la prova c’è anche la via d’uscita; una cosa sola ci occorre: la volontà rotta e l’occhio semplice per discernere questa via.

«E Mosè gridò all’Eterno dicendo: Che farò io per questo popolo? Non andrà molto che mi lapiderà. E l’Eterno disse a Mosè: Passa oltre in fronte al popolo e prendi teco degli anziani di Israele; piglia anche in mano il bastone col quale percotesti il fiume e va. Ecco, io starò là dinanzi a te sulla roccia che è in Horeb: tu percoterai la roccia e ne scaturirà dell’acqua e il popolo berrà. Mosè fece così in presenza degli anziani di Israele. E pose nome a quel luogo Massah e Meribah» (vv. 4-6).

Ogni mormorio porta ad una nuova manifestazione della più perfetta grazia. Vediamo le acque ristoratrici sgorgare dalla roccia colpita, bella figura dello Spirito dato come frutto del sacrificio compiuto da Cristo. Il cap. 16 ci presenta una figura di Cristo che discende dal cielo per dare la vita al mondo; nel cap. 17 abbiamo quella dello Spirito Santo, «sparso» in virtù dell’opera compiuta da Cristo. «Bevevano alla roccia spirituale che li seguiva; e la roccia era Cristo» (1 Corinzi 10:4). Ma chi avrebbe potuto bere prima che la roccia fosse colpita? Israele avrebbe potuto contemplare la roccia e, contemplandola, morire di sete: finché non è stata colpita dalla verga di Dio, non ha potuto dissetare Israele. Ed è chiaro: il Signore Gesù era il centro di tutti i consigli d’amore e della misericordia di Dio. Per mezzo di lui tutte le benedizioni dovevano riversarsi sull’uomo. È dall’«Agnello di Dio» che i fiumi della grazia dovevano sgorgare; ma, perché così avvenisse, bisognava che l’Agnello fosse sgozzato, che l’opera della croce divenisse un fatto compiuto. Così, quando la Rocca dei secoli è stata colpita dalla mano dell’Eterno, le riserve dell’amore eterno furono aperte completamente, e i peccatori assetati e moribondi furono invitati, con la testimonianza dello Spirito Santo, a bere abbondantemente, a bere gratuitamente. «Il dono dello Spirito Santo» (Atti 2:38) è il risultato dell’opera compiuta da Cristo sulla croce. «La promessa del Padre» (Luca 24:49) non poteva realizzarsi prima che Cristo si fosse seduto alla destra della maestà nei cieli, dopo aver compiuta ogni giustizia, risposto a tutte le esigenze della santità, magnificata la legge, sopportata tutta la collera di Dio contro il peccato, distrutto il potere della morte e spogliato il sepolcro della sua vittoria. Compiuto tutto questo è «salito in alto, ha imprigionato la prigionia e ha fatto dei doni agli uomini» (Salmo 68:19) (*). «Or questo “è salito” che cosa vuol dire se non che egli era anche disceso nelle parti più basse della terra? Colui che è disceso è lo stesso che è salito al di sopra di tutti i cieli, affinché riempisse ogni cosa» (Efesini 4:9-10).

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(*) Questa traduzione è più esatta della versione Luzzi che dice «hai menato in cattività dei prigionieri, hai preso doni dagli uomini».
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Questo è il vero fondamento della pace, della felicità e della gloria della Chiesa, per sempre. Fino a che la roccia non fu colpita, il fiume era ritenuto e l’uomo era senza forza. Quale mano umana avrebbe potuto far scaturire acqua da una dura roccia? E quale umana giustizia avrebbe avuto la potenza di aprire i tesori dell’amore divino? Qui è messa alla prova la capacità dell’uomo: egli non poteva né coi suoi atti, né colle sue parole, né coi suoi sentimenti, dare a Dio un motivo per mandare lo Spirito Santo. Ma, grazie a Dio, ciò che l’uomo non poteva fare, Dio lo ha fatto. Cristo ha compiuto l’opera; la vera roccia è stata colpita e le acque ristoratrici sono sgorgate di modo che le anime assetate possano dissetarsi. «L’acqua che io gli darò diventerà in lui una fonte d’acqua che scaturisce in vita eterna» (Giovanni 4:14). E ancora: «Or nell’ultimo giorno, il gran giorno della festa. Gesù stando in piè esclamò: Se alcuno ha sete venga a me e beva. Chi crede in me, come ha detto la Scrittura, fiumi d’acqua viva sgorgheranno dal suo seno. Or disse questo dello Spirito che dovevano ricevere quelli che crederebbero in lui; poiché lo Spirito non era ancora stato dato poiché Gesù non era ancora stato glorificato» (Giovanni 7:37-39. Vedere anche Atti 19:2).

Così, come nella manna abbiamo trovato una figura di Cristo, nell’acqua che scaturisce dalla roccia Dio ci presenta una figura dello Spirito Santo. «Se tu conoscessi il dono di Dio (cioè Cristo venuto in grazia), tu stessa gliene avresti chiesto ed egli ti avrebbe dato dell’acqua viva» (cioè lo Spirito Santo) (Giovanni 4:10).

È questo, dunque, l’insegnamento che l’uomo spirituale riceve dalla roccia colpita; però il nome dato a quel luogo è un monumento perenne all’incredulità dell’uomo. «E pose nome a quel luogo Massah (tentazione) e Meribah (contesa) a motivo della contesa dei figliuoli di Israele e perché avevano tentato l’Eterno dicendo: L’Eterno è egli in mezzo a noi, sì o no?» (v. 7). Dopo tante assicurazioni e tante dimostrazioni evidenti della presenza dell’Eterno, sollevare una questione così dimostra che l’incredulità è radicata profondamente nel cuore dell’uomo. In effetti significava tentare l’Eterno; ed è ciò che i Giudei fecero il giorno della presenza di Cristo in mezzo a loro; lo tentarono domandandogli un «segno dal cielo». La fede non agisce mai così; essa crede alla presenza divina e ne gode, non per mezzo di un miracolo ma per la conoscenza che ha di Dio stesso. Essa sa ch’Egli è presente perché si goda di lui: e ne gode.

Accordaci, Signore, una fiducia più semplice in te!

Questo capitolo ci presenta un’altra figura che ha per noi uno speciale interesse. «Allora venne Amalek a dar battaglia a Israele a Refidim. E Mosè disse a Giosuè: Facci una scelta di uomini ed esci a combattere contro Amalek; domani io starò sulla vetta del colle con il bastone di Dio in mano» (v. 8-9). Il dono dello Spirito Santo porta al combattimento; la luce riprende le tenebre e le combatte (vedere Efesini 5:7-14; 6:12). Dove tutto è oscurità non c’è lotta, ma la più debole lotta preannuncia la presenza della luce. «La carne ha desideri contrari allo Spirito e lo Spirito ha desideri contrari alla carne; sono cose opposte fra loro in guisa che non potete fare quel che vorreste» (Galati 5:17). Vediamo questo anche nel nostro capitolo. Vediamo la roccia colpita e le acque che scaturiscono, poi subito dopo leggiamo: «Allora venne Amalek a dar battaglia a Israele».

È la prima volta che Israele si trova di fronte a un nemico esterno. Fin qui il Signore ha combattuto per lui, come vediamo al cap. 14: «L’Eterno combatterà per voi e voi ve ne starete quieti»; ma qui è detto: «scegliti degli uomini». Dio combatterà ora in Israele. C’è differenza tra il combattimento di Cristo per noi e quello dello Spirito Santo in noi. Il primo è terminato, grazie a Dio; la vittoria è riportata e ci è assicurata una pace gloriosa ed eterna. Il secondo, invece, dura tuttora.

Faraone e Amalek rappresentano due differenti potenze: Faraone è la figura di ciò che si oppone alla liberazione di Israele fuori d’Egitto; Amalek di ciò che ostacola il cammino di Israele con Dio nel deserto. Faraone sfruttava le cose dell’Egitto per impedire che Israele servisse l’Eterno; rappresenta dunque Satana che si serve del presente secolo malvagio (Galati 1:4) contro il popolo di Dio. Amalek è una figura della carne: è il figlio di Esaù che preferì una minestra di lenticchie al diritto alla primogenitura (Genesi 36:12). Fu il primo ad opporsi agli Israeliti dopo il loro battesimo nella nuvola e nel mare. (1 Corinzi 10:2). Questo mostra chiaramente qual’è il suo carattere. Sappiamo, inoltre, che Saul fu rigettato e deposto dal trono di Israele per non avere distrutto Amalek (1 Samuele 15). E Haman è l’ultimo degli Amalekiti menzionato nella Scrittura (Ester 3:1). Nessun Amalekita poteva entrare nell’assemblea dell’Eterno; e infine, nel capitolo che ci occupa, l’Eterno dichiara che ci sarà sempre guerra contro Amalek (Deuteronomio 25:17-19).

Tutte queste circostanze ci mostrano chiaramente che Amalek è una figura della carne nel credente. L’accostamento fra la battaglia che Amalek sferrò a Israele e l’acqua che scaturisce dalla roccia, è molto istruttivo e in perfetta armonia con la lotta che il credente deve sostenere con la sua natura malvagia; lotta che, come sappiamo, deriva dal fatto che possediamo una nuova natura nella quale abita lo Spirito. Il combattimento incomincia solo quando Israele è in pieno possesso della redenzione e ha mangiato la carne spirituale e bevuto alla roccia spirituale (1 Corinzi 10:3-4). Fino all’incontro con Amalek non ha avuto niente da fare. Non furono gli Israeliti a lottare contro Faraone e a distruggere la potenza dell’Egitto rompendo le catene di schiavitù; non furono loro a dividere le acque e a far annegare Faraone e tutto l’esercito suo; e neppure a far scendere pane dal cielo o scaturire acqua dalla roccia. Non hanno fatto e non potevano fare niente di tutto questo; ma, adesso, devono lottare contro Amalek. Tutte le precedenti battaglie erano avvenute fra l’Eterno e il nemico. Gli Israeliti non avevano avuto altro da fare che «stare tranquilli» a contemplare i trionfi clamorosi del braccio teso dell’Eterno e godere i frutti della vittoria. L’Eterno aveva combattuto per loro; adesso, invece, combatte in loro e per mezzo di loro.

Per la Chiesa di Dio è la stessa cosa. Le vittorie su cui sono fondate la sua pace eterna e la sua felicità sono state riportate da Cristo solo per lei. Egli è stato solo sulla croce e solo nella tomba. Il gregge era disperso; come avrebbe potuto trovarsi là? Come avrebbe potuto vincere Satana, sopportare l’ira di Dio, o togliere alla morte il suo pungiglione? Tutto questo era al di sopra della potenza dei peccatori ma non della potenza di Colui che venne per salvarli, che solo era capace di portare sulle sue spalle il peso di tutti i loro peccati e di gettarlo lontano, per sempre, grazie al suo sacrificio perfetto; e lo Spirito Santo che procede dal Padre, in virtù dell’espiazione perfetta compiuta dal Figlio, può abitare nella Chiesa, collettivamente, e, individualmente, in ognuno dei suoi membri.

Quando, così, lo Spirito Santo abita in noi, per la morte e la risurrezione di Cristo, incomincia la lotta per noi. Cristo ha combattuto per noi, lo Spirito Santo in noi. Il fatto stesso che godiamo di questo primo e prezioso frutto della vittoria, ci pone in ostilità immediata col nemico. Ma la nostra consolazione e il nostro incoraggiamento è che siamo vincitori prima ancora di arrivare sul campo di battaglia. Il credente va combattendo in prima fila e canta: «Grazie siano rese a Dio che ci dà la vittoria per mezzo di Gesù Cristo nostro Signore» (1 Corinzi 15:57). Non combattiamo nell’incertezza come chi batte l’aria, mentre cerchiamo di mortificare il nostro corpo e di renderlo schiavo (1 Corinzi 9:26-27). Noi siamo più che vincitori in Colui che ci ha amati (Romani 8:37). La grazia nella quale ci troviamo, toglie alla carne ogni potere su noi (Romani 6). Se la legge è la forza del peccato (1 Corinzi 15:56), la grazia ne è l’impotenza. La legge dà al peccato della potenza su di noi; la grazia ci dà della potenza sul peccato.

«E Mosè disse a Giosuè: Facci una scelta di uomini ed esci a combattere contro Amalek: domani io starò nella vetta del colle col bastone di Dio in mano. Giosuè fece come Mosè aveva detto e combatté contro Amalek; e Mosè, Aaronne e Hur salirono sulla vetta del colle. E avvenne che quando Mosè teneva la mano alzata, Israele vinceva; e quando la lasciava cadere, vinceva Amalek. Or siccome le mani di Mosè s’eran fatte stanche, essi presero una pietra, gliela posero sotto, ed egli vi si mise a sedere; e Aaronne e Hur gli sostenevano le mani: l’uno da una parte, l’altro dall’altra; così le sue mani rimasero immobili fino al tramonto del sole. E Giosuè sconfisse Amalek e la sua gente, mettendoli a fil di spada» (vv. 9-13).

Vi sono qui due cose distinte: la battaglia e l’intercessione. Cristo è in alto per noi mentre lo Spirito Santo combatte potentemente in noi. Queste due cose vanno di pari passo: man mano che per la fede realizziamo la potenza dell’intercessione di Cristo in nostro favore, noi trionfiamo nella nostra natura malvagia.

Certe persone vogliono negare la lotta del cristiano contro la carne presentando la rigenerazione come un cambiamento o un rinnovamento completo della vecchia natura. In base a questo principio risulterebbe, necessariamente, che il cristiano non avrebbe da lottare per nulla. Se la mia vecchia natura è rinnovata, con cosa ho da lottare? Con niente. Dentro di me non c’è nulla della carne, se la mia vecchia natura è fatta nuova e nessuna potenza dal di fuori mi può toccare perché non trova presa in me. Il mondo non ha attrattiva per colui la cui carne è completamente cambiata e Satana non ha niente per mezzo del quale e sul quale possa agire.

Si può dire a tutti coloro che propugnano questa erronea e funesta teoria che dimenticano il posto che Amalek occupa nella storia del popolo di Dio. Se gli Israeliti avessero immaginato che, sparito l’esercito di Faraone, il combattimento sarebbe finito per loro, sarebbero rimasti ben confusi quando Amalek marciò su loro. Il fatto è che per essi il combattimento incominciò solo allora. Per il credente è anche così: «Tutte queste cose avvennero loro per servire d’esempio e sono state scritte per ammonizione di noi che ci troviamo agli ultimi termini dei tempi» (1 Corinzi 10:11). Ma non potrebbe esservi né figura, né esempio, né avvertimento in queste cose per uno la cui vecchia natura fosse stata rinnovata. In realtà, un tale uomo non avrebbe bisogno di queste provviste di grazia che Dio ha fatto, nel suo regno, per i suoi sudditi.

La Scrittura ci insegna chiaramente che il credente ha, dentro di sé, ciò che corrisponde ad Amalek, cioè la carne, il vecchio uomo, i pensieri carnali (Romani 6:6; 8:7; Galati 5:17). Ora, se il cristiano, sentendo la presenza della sua vecchia natura, incomincia a dubitare di essere cristiano, non solo diventa estremamente infelice, ma si priva dei vantaggi della sua posizione davanti al nemico. La carne c’è nel credente, e vi rimane fino alla fine. Lo Spirito Santo riconosce pienamente la sua esistenza come molti passi del Nuovo Testamento dimostrano.

In Romani 6:12 è detto: «Non regni dunque il peccato nel vostro corpo mortale». Un simile comandamento non sarebbe necessario se nel credente la carne non ci fosse. Dirci che il peccato non deve regnare in noi, sarebbe fuor di logica se, in pratica, non abitasse in noi. C’è una gran differenza fra regnare e abitare. Il peccato abita nel cristiano, ma nell’infedele regna.

Tuttavia, benché il peccato abiti in noi, noi possediamo, per la grazia di Dio, un principio di potenza su di esso: «Il peccato non vi signoreggerà perché non siete sotto la legge ma sotto la grazia» (Romani 6:14). La grazia che, per il sangue della croce, ha tolto il peccato, ci garantisce la vittoria e ci dà una potenza attuale sul principio del peccato che abita in noi. Noi siamo morti al peccato; di conseguenza esso non ha potere su noi. «Perché colui che è morto è affrancato dal peccato» (Romani 6:7). «Sapendo questo, che il nostro vecchio uomo è stato crocefisso con lui affinché il corpo del peccato fosse annullato onde noi non serviamo più al peccato» (Romani 6:6). «E Giosuè sconfisse Amalek e la sua gente». Tutto era vittoria, e la bandiera dell’Eterno sventolava sull’esercito trionfante portando questa bella e incoraggiante scritta: «Jehovah - Nissi» (L’Eterno, mia insegna o l’Eterno è la mia bandiera). La certezza della vittoria dovrebbe essere completa come quella del perdono, dal momento che ambedue sono fondate sul grande fatto che Gesù è morto e risuscitato. Il credente possiede una coscienza purificata e soggioga il peccato, nella potenza di queste cose. La morte di Cristo ha soddisfatto tutte le esigenze di Dio riguardo i nostri peccati, e la sua risurrezione diventa la sorgente della potenza per tutti i particolari della lotta alla quale, in seguito, siamo chiamati. Egli è morto per noi ed ora vive in noi. La morte di Cristo ci dà la pace; la sua vita, potenza.

È edificante notare il contrasto che c’è fra Mosè sul colle e Cristo sul trono. Le mani del nostro grande intercessore non possono mai appesantirsi; la sua intercessione non è mai interrotta. «Vivendo egli sempre per intercedere per loro» (Ebrei 7:25). La sua intercessione è incessante e onnipotente. Avendo preso posto nei cieli nella potenza della giustizia divina, agisce per noi in base a ciò che è e all’infinita perfezione di ciò che ha fatto. Le sue mani non possono appesantirsi, non ha bisogno che un altro le sostenga. La sua intercessione perfetta è basata nel suo sacrificio perfetto. Egli ci presenta a Dio, rivestiti delle sue proprie perfezioni di modo che, pur avendo sempre di che nascondere la nostra faccia nella polvere (nel sentimento di ciò che siamo realmente), lo Spirito Santo rende testimonianza di noi in base a ciò che Cristo è per noi e a ciò che noi siamo in lui. «Or, voi non siete nella carne ma nello Spirito» (Romani 8:9). Per quanto riguarda la nostra condizione, siamo nel corpo, però, quanto al principio della nostra posizione, non siamo nella carne. Inoltre la carne è in noi, ma noi non siamo nella carne perché viviamo con Cristo.

E, per finire, notiamo ancora che Mosè aveva con sé, sul colle, il bastone di Dio, col quale aveva colpito la roccia. Esso era il simbolo e l’espressione della potenza di Dio che si manifesta nell’espiazione e nell’intercessione. Quando l’opera dell’espiazione fu compiuta, Cristo si sedette nel cielo e mandò lo Spirito Santo perché abitasse nella chiesa; di modo che esiste un legame indissolubile tra l’opera di Cristo e quella dello Spirito Santo. In ambedue c’è l’applicazione della potenza di Dio.

14. Capitolo 18

Siamo così arrivati alla fine di una parte molto conosciuta dell’Esodo. Dio, nell’esercizio della sua grazia perfetta, ha visitato il suo popolo e lo ha riscattato; l’ha fatto uscire dal paese d’Egitto e l’ha liberato prima dalla mano del Faraone, poi da quella di Amalek. Inoltre abbiamo potuto vedere nella manna una figura di Cristo disceso dal cielo; nella roccia una figura di Cristo colpito per il suo popolo; nell’acqua che sgorga, una figura dello Spirito Santo; infine, secondo quest’ordine meraviglioso delle Scritture, troveremo un quadro della gloria futura comprendente tre grandi parti: il Giudeo, il Gentile e la Chiesa di Dio.

Nel periodo del rigettamento da parte dei suoi fratelli, Mosè fu messo da parte e gli fu data una sposa Gentile, compagna del suo rigettamento; il principio di questo libro ci ha fatto vedere quale fosse il carattere della relazione di Mosè con questa sposa. Per lei era uno «sposo di sangue». Cristo è così, per la Chiesa. L’unione della Chiesa con lui è basata sulla morte e sulla risurrezione e la Chiesa è chiamata alla comunione delle sue sofferenze. Sappiamo che la Chiesa è stata formata proprio nel periodo in cui Israele è incredulo e ha rigettato Cristo; «quando sarà completa secondo i consigli divini, quando sarà entrata la pienezza dei Gentili» (Romani 11:25), allora Israele ricomparirà di nuovo sulla scena.

Avvenne così di Sefora e dell’antico Israele. Mosè aveva rimandato Sefora per tutto il tempo della sua missione presso Israele; e quando questo fu manifestato come un popolo completamente liberato, è detto che «Jethro, suocero di Mosè, prese Sefora, moglie di Mosè, che questi aveva rimandata, e i due figliuoli di lei che si chiamavano: l’uno Ghershom, perché Mosè aveva detto: Ho soggiornato in terra straniera; e l’altro Eliezer, perché aveva detto: L’Iddio del padre mio è stato il mio aiuto e mi ha liberato dalla spada di Faraone. Jethro, dunque, suocero di Mosè, venne a Mosè coi figliuoli e la moglie di lui, nel deserto dov’egli era accampato, al monte di Dio; e mandò a dire a Mosè: "Io Jethro, tuo suocero, vengo da te con la tua moglie e i due suoi figliuoli con lei". E Mosè uscì a incontrare suo suocero, gli s’inchinò e lo baciò; s’informarono scambievolmente della loro salute, poi entrarono nella tenda. Allora Mosè raccontò al suo suocero tutto quello che l’Eterno aveva fatto a Faraone e agli Egiziani per amor di Israele, tutte le sofferenze patite durante il viaggio, e come l’Eterno li aveva liberati. E Jethro si rallegrò di tutto il bene che l’Eterno aveva fatto a Israele, liberandolo dalla mano degli Egiziani. E Jethro disse: "Benedetto sia l’Eterno che vi ha liberati dalla mano degli Egiziani e dalla mano di Faraone, e ha liberato il popolo dal giogo degli Egiziani! Ora riconosco che l’Eterno è più grande di tutti gli dei; tale s’è mostrato quando gli Egiziani hanno agito orgogliosamente contro Israele". E Jethro, suocero di Mosè, prese un olocausto e dei sacrifici per offrirli a Dio; e Aaronne e tutti gli anziani di Israele vennero a mangiare col suocero di Mosè in presenza di Dio» (versetti 2-12).

Questa scena è di un profondo interesse. Tutta la congregazione è riunita in trionfo davanti all’Eterno: il Gentile offre un sacrificio e, per completare il quadro, la sposa del liberatore è introdotta con i figli che Dio gli ha donati. Insomma, è una sorprendente rappresentazione del regno futuro. «L’Eterno darà grazia e gloria» (Salmo 84:11). Le pagine che precedono ci hanno mostrato numerose operazioni della grazia. Qui, lo Spirito Santo pone davanti ai nostri occhi un magnifico quadro della gloria e ci presenta in figura le differenti sfere nelle quali questa gloria sarà manifestata. La Scrittura distingue il Giudeo, il Gentile e la Chiesa di Dio (1 Corinzi 10:32) e a non tenerne conto, si capovolge tutto questo ordine perfetto della verità che Dio ha rivelato nella sua Parola. La distinzione che la Scrittura fa così, ha avuto inizio quando il mistero della Chiesa è stato pienamente rivelato dal ministero di Paolo ed esisterà per tutto il periodo millenario. Ogni cristiano spirituale che studia la Parola darà dunque a queste cose il posto che meritano.

L’apostolo insegna, nell’epistola agli Efesini, che il mistero della Chiesa non era stato dato a conoscere ai figli degli uomini di altre generazioni, come era stato invece rivelato a lui (Efesini 3; Colossesi 1:25-28). Ma, benché non fosse stato rivelato direttamente, tuttavia vi sono figure che lo rappresentano, in un modo o in un altro; così per esempio nella relazione di Adamo e di Eva, nel matrimonio di Giuseppe con un’Egiziana e in quello di Mosè con una donna cushita. La figura o l’ombra di una verità differisce molto dalla rivelazione diretta e specifica della stessa. Il grande mistero della Chiesa fu manifestato quando Cristo, dalla gloria celeste, lo rivelò a Saulo di Tarso. Così, tutti quelli che cercano la rivelazione completa di questo mistero nella legge, nei profeti o nei salmi, intraprendono una via sbagliata; ma quelli che hanno compreso bene l’insegnamento dell’epistola agli Efesini su questo soggetto possono seguire con interesse e profitto le ombre prefigurate negli scritti dell’Antico Testamento.

Abbiamo dunque, al principio di questo capitolo, una scena millenaria. Tutti i campi della gloria sono aperti davanti ai nostri occhi. Il popolo giudeo si trova sulla terra come il grande testimone dell’unità, della fedeltà, della misericordia e della potenza dell’Eterno (Isaia 43:10-12,21); lo è stato nelle scorse generazioni, lo è ora e lo sarà eternamente. Il Gentile legge il libro delle vie di Dio verso i Giudei; segue la storia meravigliosa di questo popolo scelto e appartato, «nazione potente che calpesta tutto» (Isaia 18:2; Esodo 33:16; Deuteronomio 4:6-8); vede troni e imperi capovolti, nazioni scrollate fino dalle fondamenta; ogni cosa e ogni uomo costretto a cedere, perché la supremazia di questo popolo nel quale l’Eterno ha messo la sua affezione, sia stabilita. «Ora riconosco — dice il Gentile — che l’Eterno è più grande di tutti gli dei; tale s’è mostrato, quando gli Egiziani hanno agito orgogliosamente» (v. 11); questa è la confessione del Gentile quando le pagine meravigliose della storia del popolo giudeo sono sfogliate dinanzi a lui.

Infine la Chiesa di Dio, rappresentata nel suo insieme da Sefora e, individualmente, nei membri che la compongono, dai figli di Sefora, appare unita nella relazione più intima col Liberatore. Se si domanda la prova di tutto questo, l’apostolo risponde: «Parlo come a persone intelligenti; giudicate voi quello che dico» (1 Corinzi 10:15). Non si può fondare una dottrina su una figura; però, quando la dottrina è rivelata, si può con esattezza discernere la figura e studiarla con profitto. In ogni modo ci vuole del discernimento spirituale sia per capire la dottrina che per discernere il «tipo». «Or l’uomo naturale non riceve le cose dello Spirito di Dio perché gli sono pazzia; e non le può conoscere perché le si giudicano spiritualmente» (1 Corinzi 2:14).

Dal v. 13 alla fine, la Scrittura ci parla della nomina dei capi che dovevano assistere Mosè nell’amministrazione delle questioni della raunanza. Questo avvenne dietro consiglio di Jethro che temeva che Mosè si esaurisse per questo incarico così gravoso, ed è utile fare un parallelo fra questo episodio e l’elezione dei settanta uomini, menzionati nei Numeri, quando vediamo Mosè sopraffatto dal peso della responsabilità e che esprime l’angoscia della sua anima dicendo all’Eterno: «Perché hai trattato così male il tuo servo? perché non ho io trovato grazia agli occhi tuoi, che tu m’abbia messo addosso il carico di tutto questo popolo? L’ho forse concepito io tutto questo popolo? o l’ho forse dato alla luce io, che tu mi dica: Portalo sul tuo seno, come il ballo che porta il bimbo lattante, fino al paese che tu hai promesso con giuramento ai suoi padri? Donde avrei io della carne da dare a tutto questo popolo? Poiché piagnucola dietro a me, dicendo: Dacci da mangiare della carne! Io non posso, da me solo, portare tutto questo popolo; è un peso troppo grave per me. E se mi vuoi trattare così, uccidimi, ti prego; uccidimi se ho trovato grazia agli occhi tuoi; e ch’io non vegga la mia sventura» (Numeri 11:11-15).

È evidente che Mosè, qui, si ritira da un posto d’onore. Se Dio trovava buono fare di lui l’unico strumento per governare il suo popolo, non significava forse ricolmarlo di onore e di favore? È vero, la responsabilità era immensa, ma la fede avrebbe dovuto riconoscere che Dio era sufficiente a ogni cosa. Ma Mosè perde coraggio (per quanto fosse un grande servitore) e dice: «Io non posso, da me solo, portare tutto questo popolo. È un peso troppo grave per me». Per Dio non era troppo grave, ed era Lui a portarlo; Mosè era solo uno strumento. Poteva egli dire che fosse il suo bastone a portare il popolo? Ebbene, lui nelle mani di Dio, era come il bastone nelle sue mani. In questo i servitori di Dio cadono continuamente e in un modo tanto più funesto in quanto riveste un’apparenza di umiltà. Indietreggiare di fronte a una grande responsabilità sembra sfiducia di se stesso e umiltà di spirito. Ma una sola cosa dobbiamo sapere: è Dio che ci ha posti sotto questa responsabilità? Se è così, Dio certamente sarà con noi per aiutarci a portarla; e, con lui, possiamo sopportare ogni cosa. Con lui il peso di una montagna non è nulla; ma, senza di lui, il peso di una piuma ci schiaccia. Se un uomo, nella vanità dei suoi pensieri, si fa avanti, prende su di sé un carico che Dio non gli ha dato e intraprende un’opera per la quale Dio non lo ha qualificato, possiamo aspettarci di vederlo soccombere sotto un tale peso; ma se è Dio che pone un fardello su un uomo, Dio stesso lo fortificherà e lo renderà capace di portarlo.

Lasciare un posto assegnatoci da Dio non è mai frutto di umiltà; anzi, l’umiltà più profonda si mostrerà restando in questo posto in una semplice dipendenza da Dio. È una prova evidente che siamo occupati di noi stessi quando indietreggiamo davanti al servizio col pretesto di essere incapaci. Dio non ci chiama a servire sul fondamento della nostra capacità, ma della sua; di conseguenza, a meno ch’io sia occupato esclusivamente di me o pieno di sfiducia verso Dio, non devo abbandonare una posizione di servizio o di testimonianza a causa della responsabilità che s’accompagna. Ogni potere appartiene a Dio e, sia che questa potenza operi per mezzo di uno o di settanta agenti, poco importa; essa non cambia. Ma se l’agente rifiuta l’incarico che gli è affidato, se ne troverà male. Dio non vuole costringere nessuno a occupare un posto d’onore, se non si è capaci a confidare in Lui per essere sostenuti. La via ci è sempre aperta per abbandonare la nostra alta posizione e prendere quella che una misera incredulità vorrebbe darci.

È ciò che avvenne a Mosè: si lamentò del carico che doveva portare e immediatamente gli fu tolto; ma, col carico, perse l’insigne onore di portarlo. «E l’Eterno disse a Mosè: Radunami settanta uomini degli anziani di Israele, conosciuti da te come anziani del popolo e come aventi autorità sovr’esso; conducili alla tenda di convegno e vi si presentino con te. Io scenderò e parlerò quivi teco; prenderò dello spirito che è su te e lo metterò su loro perché portino con te il carico del popolo e tu non lo porti più da solo» (Numeri 11:16-17). Non è introdotta alcuna potenza nuova; in un solo uomo come in settanta c’era il medesimo Spirito. Settanta uomini non avevano più valore d’uno solo, né più merito. «È lo Spirito quel che vivifica; la carne non giova nulla» (Giovanni 6:63). Questo atto di Mosè non gli fece guadagnare niente in potenza; gli fece perdere invece molto in gloria.

Nell’ultima parte di questo capitolo dei Numeri, Mosè proferisce parole di incredulità che gli attirano un severo rimprovero da parte dell’Eterno. «La mano dell’Eterno è forse raccorciata? Ora vedrai se la parola che t’ho detta s’adempia o no» (v. 23). Se si fa un confronto tra i versetti 11 a 15 e 22 a 23 si nota un evidente e solenne rapporto. Colui che indietreggia per debolezza, davanti alla responsabilità, corre il pericolo di mettere in dubbio la pienezza e la sufficienza delle risorse di Dio.

Tutta questa scena è un prezioso insegnamento per il servitore di Dio che sarebbe tentato di sentirsi solo e sovraccarico di lavoro. Si ricordi che, dove è un solo Spirito a operare, uno strumento solo è tanto efficace quanto settanta; e che dove Dio non opera, settanta non valgono più d’uno solo. Tutto dipende dalla energia dello Spirito Santo. Con Lui un solo uomo può fare lutto, sopportare tutto; senza Lui settanta uomini non possono fare niente. Se lo ricordi il servitore isolato, per la consolazione e l’incoraggiamento del suo cuore afflitto; se con lui c’è la presenza e la potenza dello Spirito Santo, non ha da lamentarsi del suo lavoro né da desiderare d’esserne alleggerito. Se Dio onora un uomo dandogli molto da fare, che quest’uomo si rallegri e non si lamenti; se si lamenta può perdere subito quell’onore. Non è un imbarazzo per Dio il trovare degli strumenti. Avrebbe potuto, dalle pietre, far nascere dei figliuoli d’Abrahamo, e, dalle stesse pietre, può suscitare gli agenti necessari per compiere la Sua opera gloriosa.

Ah! Come il nostro cuore è poco disposto a servirlo! Quanto poco siamo pazienti, umili, devoti, sgombri di noi stessi! Un cuore pronto a servirlo con altri, e pronto a servirlo da solo; quanto poco il nostro cuore è ripieno d’amore per Cristo, da trovare la propria gioia, la più vera, nel servire Dio in qualsiasi sfera e qualunque sia il carattere di questo servizio! È di questo, certo, che abbiamo bisogno particolarmente nei giorni in cui viviamo. Che lo Spirito Santo ravvivi nei nostri cuori un sentimento più profondo dell’eccellenza e del valore del nome di Gesù, e ci dia di poter rispondere in modo più completo e più potente all’immutabile amore del suo cuore!

15. Capitolo 19

Eccoci arrivati a un periodo importantissimo della storia di Israele. Il popolo è venuto ai piedi del «monte che si toccava con la mano, avvolto nel fuoco» (Ebrei 12:18). La scena di gloria millenaria che il capitolo precedente ci ha presentato, è sparita. Quella viva immagine del regno, rischiarata, per un momento, da un raggio di sole, è svanita, lasciando il posto alle dense nuvole che vanno accumulandosi intorno a questa montagna che non può essere toccata, dove Israele, spinto da uno spirito di legalismo, cieco e insensato, abbandona il patto di grazia dell’Eterno per il patto delle opere dell’uomo. Avvenimento fatale, seguito da funesti risultati. Fin qui, come abbiamo visto, nessun nemico aveva potuto sussistere davanti a Israele; nessun ostacolo aveva potuto fermare la sua marcia vittoriosa. Gli eserciti di Faraone erano stati distrutti; Amalek e i suoi, passati a fil di spada; tutto era stato vittoria, poiché Dio interveniva in favore del suo popolo, in virtù delle promesse fatte ad Abrahamo, Isacco e Giacobbe.

Al principio di questo capitolo, l’Eterno riassume in modo commovente ciò che ha fatto per Israele. «Di’ così alla casa di Giacobbe e annunzia questo ai figliuoli d’Israele: Voi avete veduto quello che ho fatto agli Egiziani e come io v’ho portati sopra ali d’aquila e v’ho menato a me. Or dunque, se ubbidite davvero alla mia voce e osservate il mio patto, sarete fra tutti i popoli il mio tesoro particolare, poiché tutta la terra è mia; e mi sarete un regno di sacerdoti e una nazione santa» (vv. 3-6).

L’Eterno dice «la mia voce» e il «mio patto». Cosa diceva quella voce? E quel patto cosa implicava? Aveva l’Eterno parlato per imporre le leggi e gli ordinamenti di un legislatore inflessibile e severo? Tutt’altro. Egli era intervenuto per richiedere la libertà dei prigionieri, per procurar loro un rifugio dinanzi alla furia del distruttore, per preparare un cammino ai suoi riscattati, per far scendere pane dal cielo e sgorgare l’acqua dalla roccia. È così che la voce dell’Eterno, intelligibile e piena di grazia, aveva parlato fino al momento in cui Israele venne «ai piedi del monte» (v. 17).

Il patto dell’Eterno era un patto di pura grazia. Non poneva alcuna condizione, non chiedeva nulla, non imponeva giogo né fardello. Quando l’Iddio di gloria apparve ad Abrahamo (Atti 7:2) a Ur dei Caldei, non si rivolse a lui dicendo: Fa’ questo e non fare quello. Un linguaggio così non è secondo il cuore di Dio. Egli preferisce mettere sul capo del peccatore una tiara pura, piuttosto che un giogo di ferro (Zaccaria 3:5; Deuteronomio 28:48). Ad Abrahamo la sua parola fu: «Io ti darò». La terra di Canaan non la si poteva conquistare con opere d’uomo; essa doveva essere un dono della grazia di Dio. E, al principio di questo libro dell’Esodo, vediamo Dio visitare il suo popolo in grazia, per compiere la promessa che aveva fatto in favore della progenie di Abrahamo. La condizione in cui l’Eterno trovò questa progenie, non rappresentava un ostacolo al compimento dei suoi disegni di grazia, dato che il sangue dell’Agnello gli forniva un fondamento perfettamente giusto in virtù del quale poteva compiere ciò che aveva promesso. Evidentemente l’Eterno non aveva promesso la terra di Canaan alla progenie di Abrahamo in base a qualcosa che s’aspettava da essa; se così fosse stato, il vero carattere della promessa sarebbe andato distrutto; Dio avrebbe fatto un contratto, non una promessa; ma Dio ha fatto dono ad Abrahamo per mezzo d’una promessa, non d’un contratto reciproco (vedere Galati 3).

Per questo, all’inizio del capitolo, l’Eterno ricorda al suo popolo la grazia usata fino allora verso di lui; e, nello stesso tempo, gli assicura che sarà sempre così, s’egli persevera nell’obbedienza alla voce della grazia dall’alto e rimane nel «fatto» della grazia. «Voi sarete tra tutti i popoli il mio tesoro particolare». A quale condizione gli Israeliti potevano essere questa preziosa proprietà dell’Eterno? Era forse salendo a fatica il cammino della propria giustizia e del legalismo? La maledizione di una legge violata, violata prima ancora della sua promulgazione, potevano forse condurli fin là? Certamente no. Come potevano dunque godere di una posizione così gloriosa? Soltanto restando nella posizione nella quale l’Eterno li vedeva dal cielo allorché costrinse il profeta, che aveva amato il salario d’iniquità, a gridare: «Come sono belle le tue tende, o Giacobbe, le tue dimore, o Israele! Esse si estendono come valli, come giardini in riva ad un fiume, come aloe piantati dall’Eterno, come cedri vicini alle acque. L’acqua trabocca dalle sue secchie, la sua semenza è bene adacquata, il suo re sarà più in alto di Agag e il suo regno sarà esaltato. Iddio che l’ha tratto d’Egitto gli dà il vigore del bufalo» (Numeri 24:5-8).

Tuttavia Israele non era disposto a occupare questa beata posizione. Invece di rallegrarsi nella santa promessa di Dio, osò prendere l’impegno più presuntuoso che labbra umane potessero mai formulare. «E tutto il popolo rispose concordemente e disse: Noi faremo tutto quello che l’Eterno ha detto» (v. 8). Era temerario parlare così. Gli Israeliti non dicono nemmeno: speriamo di fare o cercheremo di fare, linguaggio che avrebbe mostrato un certo grado di sfiducia in loro stessi. Si pronunciano in modo assoluto: «Noi faremo». Chi parlava così non era solo qualche carattere vanitoso, pieno di fiducia in se stesso, che si distingueva da tutti gli altri; no; «tutto il popolo rispose concordemente». Erano unanimi nell’abbandonare «la santa promessa», il «santo patto».

Quale fu il risultato? Dal momento in cui Israele ebbe pronunciato il suo voto e intrapreso di «fare», le cose cambiarono completamente aspetto. «E l’Eterno disse a Mosè: Ecco, io verrò a te in una folta nuvola... E tu fisserai attorno dei limiti al popolo, e dirai: Guardatevi dal salire sul monte o dal toccarne il lembo. Chiunque toccherà il monte sarà messo a morte» (versetti 9-12). Era un cambiamento evidente. Colui che aveva detto «vi ho portato sopra ali d’aquila e v’ho menato a me», s’avvolge ora nell’oscurità d’una nube e dice «fisserai attorno dei limiti al popolo». I dolci accenti della grazia hanno ceduto il posto ai tuoni e ai lampi della montagna in fiamme (v. 16). L’uomo aveva osato parlare delle sue miserabili opere in presenza della grazia magnifica di Dio. Israele aveva detto di voler fare e deve essere messo a una certa distanza perché si veda ciò che è in grado di fare. Dio prende una posizione di distanza morale e il popolo è fin troppo disposto ad allontanarsi perché pieno di terrore e di spavento; e non dobbiamo stupircene poiché ciò che vedeva era terribile; «E tanto spaventevole era lo spettacolo che Mosè disse: Io sono tutto spaventato e tremante» (Ebrei 12:21). Chi avrebbe potuto sopportare la visione di questo fuoco consumante, giusta espressione della santità divina? «L’Eterno è venuto dal Sinai e s’è levato su loro da Seir; ha fatto risplendere la sua luce dal monte di Paran, è giunto dal mezzo delle sante miriadi; dalla sua destra usciva per essi il fuoco della legge» (Deuteronomio 33:2). L’espressione fuoco, applicata alla legge, esprime la santità di questa legge. «Il nostro Dio è anche un fuoco consumante» (Ebrei 12:29) che non collera il male né in pensiero, né in parola, né in azioni.

Israele commise dunque un errore fatale dicendo: «Noi faremo». Era prendere un impegno senza essere capaci di mantenerlo, pur volendolo; e sappiamo chi ha detto «meglio è per te non far voti che farli e poi non adempierli» (Ecclesiaste 5:5). La natura stessa di un voto implica la capacità di adempierlo, e qual è la capacità dell’uomo? Un peccatore senza forza può fare un voto proprio come un uomo in fallimento può chiedere un prestito a una banca! Chi fa un voto nega la verità quanto alla sua natura e alla sua condizione. Se è rovinato, che può fare? Privo d’ogni forza non può né volere né fare alcunché di buono. Israele ha mantenuto l’impegno? Ha forse fatto tutto ciò che l’Eterno ha detto? Il vitello d’oro, le tavole spezzate, il sabato profanato, gli ordinamenti disprezzati e negletti, i messaggeri lapidati, il Cristo rigettato e crocifisso, lo Spirito Santo contristato, ne fanno fede!

Lettore cristiano, non siete felice al pensiero che la vostra salvezza eterna non riposi sui vostri miserabili voti e le vostre chimeriche risoluzioni ma «nell’offerta del corpo di Gesù Cristo fatta una volta per sempre?» (Ebrei 10:10). Certo, qui sta la nostra gioia; essa non può venir meno. Cristo ha preso su di sé i nostri voti e li ha eternamente e gloriosamente adempiuti. La vita di risurrezione scorre nei membri del suo corpo e produce in loro risultati che né i voti né le esigenze della legge avrebbero mai potuto ottenere. È Lui la nostra vita, la nostra giustizia. Possa il suo Nome essere caro ai nostri cuori e la causa sua domini e diriga la nostra vita. Che sia nostro cibo e nostra bevanda darci interamente al suo beato servizio!

Prima di terminare questo capitolo vorrei fare menzione di un passo del Deuteronomio che a qualcuno potrebbe presentare delle difficoltà e che ha rapporto diretto con l’argomento che stiamo trattando. «E l’Eterno udì le vostre parole, mentre mi parlavate; e l’Eterno mi disse: Io ho udito le parole che questo popolo ti ha rivolte; tutto quello che hanno detto sta bene» (Deuteronomio 5:28). Potrebbe sembrare che l’Eterno approvasse il voto fatto dai figliuoli di Israele; ma se si legge l’insieme del passo, dal v. 24 al 27, vediamo che non si tratta del voto ma del terrore del popolo in seguito ad esso e a causa d’esso. Essi non potevano sopportare ciò ch’era loro comandato. «Se continuiamo a udire ancora la voce dell’Eterno, dell’Iddio nostro, noi morremo; poiché qual è il mortale, chiunque egli sia, che abbia udito come noi la voce dell’Iddio vivente parlare di mezzo al fuoco e sia rimasto vivo? Accostati tu e ascolta tutto ciò che l’Eterno, il nostro Dio, dirà; e ci riferirai tutto quello che l’Eterno, l’Iddio nostro, ti avrà detto, e noi lo ascolteremo e lo faremo». Era la confessione della loro incapacità ad incontrare l’Eterno sotto lo spaventevole aspetto che il loro orgoglioso legalismo lo aveva costretto a prendere. È impossibile che l’Eterno avesse potuto approvare l’abbandono di una grazia gratuita e immutabile per sostituirla col fondamento inconsistente delle «opere della legge».

16. Capitolo 20

È importantissimo capire il carattere e l’oggetto della legge morale, come ci è presentata in questo capitolo. C’è una tendenza, nell’uomo, a confondere i principi della legge con quelli della grazia, di modo che né la legge né la grazia possono essere ben comprese; la legge è spogliata della sua austera e inflessibile maestà, e la grazia delle sue attrattive divine. Le sante esigenze di Dio rimangono senza risposta; e il sistema anomalo, creato da quelli che vogliono, così, mescolare la legge e la grazia, non tocca né soddisfa gli svariati e profondi bisogni del peccatore. In realtà, la legge e la grazia non possono unirsi, poiché sono due cose completamente distinte. La legge è l’espressione di ciò che l’uomo dovrebbe essere, la grazia mostra ciò che Dio è. Come potrebbero esse costituire insieme un solo sistema? Come potrebbe il peccatore essere salvato in parte dalla legge, in parte dalla grazia? È impossibile. Bisogna che lo sia o da una o dall’altra.

Qualche volta è stato detto che la legge è l’espressione del pensiero di Dio. Questa definizione è assolutamente falsa. Se dicessimo che la legge è l’espressione del pensiero di Dio riguardo a ciò che l’uomo dovrebbe essere, saremmo più vicini alla verità. A chi volesse vedere i dieci comandamenti come l’espressione del pensiero di Dio, domando se, nel pensiero di Dio, può non esserci altro che «farai» e «non farai». Non c’è dunque per niente grazia, per niente misericordia, per niente bontà? Dio potrebbe non manifestare ciò che è? Potrebbe non rivelare i profondi segreti di amore di cui è pieno il suo cuore? Non vi sono forse, nel carattere di Dio, altro che rigide esigenze e severe proibizioni? Se così fosse bisognerebbe dire «Dio è legge» invece di dire «Dio è amore»! Ma, sia benedetto il suo nome, nel cuore di Dio vi è molto più di ciò che possono esprimere i dieci comandamenti promulgati sulla montagna in fiamme. Se voglio sapere ciò che Dio è, non ho che da guardare a Cristo nel quale abita corporalmente «tutta la pienezza della Deità» (Colossesi 2:9). La legge è stata data da Mosè, la grazia e la verità sono venute da Gesù Cristo. Certamente, nella legge c’è una misura di verità; essa contiene la verità su ciò che l’uomo dovrebbe essere. Come tutto ciò che emana da Dio, essa era perfetta nella sua misura, perfetta per lo scopo in vista del quale era stata data; ma lo scopo non era per nulla quello di rivelare la natura e il carattere di Dio di fronte a dei peccatori colpevoli.

Nella legge non c’era né grazia, né misericordia. «Uno che abbia violato la legge di Mosè muore senza misericordia» (Ebrei 10:28). «L’uomo che farà quelle cose vivrà per esse» (Levitico 18:5; Romani 10:5). «Maledetto chi non si attiene alle parole di questa legge per metterle in pratica» (Deuteronomio 27:26; vedere anche Galati 3:10). Non era quella la grazia. Il monte Sinai non era il luogo dove la si potesse trovare. Dio vi si mostra circondato d’una maestà terribile, in mezzo all’oscurità e alle tenebre, alla tempesta, ai tuoni e ai lampi. Non sono quelle le circostanze che accompagnano un’economia di grazia e di misericordia, ma s’accordavano bene con un’economia di verità e di giustizia; la legge ci da quello e nient’altro.

Nella legge Dio dichiara ciò che l’uomo dovrebbe essere e, se non è tale, lo maledice. Quando l’uomo si esamina alla luce della legge, s’accorge di essere proprio ciò che la legge condanna. Come dunque potrebbe ottenere la vita per mezzo di essa? La legge propone la vita e la giustizia come fini a chi la osserva; ma fin dal primo momento, ci mostra che siamo in uno stato di morte e di iniquità e che, fin dal principio, abbiamo bisogno delle cose che la legge ci propone di raggiungere. Cosa fare? Per compire la legge, devo avere la vita; e per essere quello che la legge vuole che io sia, devo possedere la giustizia; e se non ce l’ho tutte e due, sono «maledetto»; infatti, io non possedo né l’una né l’altra. Ma cosa fare? Ecco la domanda! Rispondano quelli che vogliono essere «dottori della legge» (1 Timoteo 1:7); rispondano in modo da soddisfare una coscienza retta, curva sotto il duplice sentimento della spiritualità e dell’inflessibilità della legge, e dell’impossibilità a correggere la propria natura carnale.

La verità, come ce l’insegna l’apostolo, è che «la legge è intervenuta affinché il fallo abbondasse» (Romani 5:20): è questo il vero scopo della legge. Essa è venuta per dimostrare che il peccatore è estremamente peccatore (Romani 7:13). In un certo senso la legge era come uno specchio perfetto, mandato sulla terra dal cielo per rivelare all’uomo il suo decadimento morale. Se mi metto davanti a uno specchio con un vestito in disordine, lo specchio mi fa vedere il disordine ma non lo rimedia. Se lascio cadere un piombo lungo il tronco tortuoso di un albero esso mi mostra le deviazioni dell’albero ma non lo raddrizza. Se esco in una notte oscura con una lampada, la luce mi fa vedere gli ostacoli e le difficoltà che si trovano sulla mia via, ma non li toglie. Né lo specchio, né il piombo, né la lampada producono i mali che evidenziano; né li producono né li tolgono: non fanno altro che manifestarli. Così è della legge; essa non produce il male nel cuore dell’uomo e nemmeno lo toglie; non fa altro che metterlo a nudo con un’esattezza infallibile.

«Che diremo dunque? La legge è essa peccato? Così non sia; anzi, io non avrei conosciuto il peccato, se non per mezzo della legge; poiché io non avrei conosciuto la concupiscenza, se la legge non avesse detto: Non concupire» (Romani 7:7). L’apostolo non dice che l’uomo non avrebbe avuto la concupiscenza, ma che non avrebbe avuto coscienza della concupiscenza. La concupiscenza era in lui, ma la ignorava finché la lampada dell’Onnipotente (Giobbe 29:3), rischiarando gli anfratti tenebrosi del suo cuore, non manifestò il male che vi si trovava. Così un uomo in una camera oscura può essere circondato da polvere e da disordine senza rendersene conto; ma se entra un raggio di sole subito distinguerà ogni cosa. Non è certamente il raggio di sole a creare la polvere; esso non fa altro che scoprirla e manifestarla. È questo l’effetto che la legge produce. Essa giudica il carattere e la condizione dell’uomo, dimostra che è un peccatore e lo rinchiude sotto la maledizione; giudica ciò che l’uomo è, e lo maledice se non è com’essa dice che dev’essere.

C’è dunque una evidente impossibilità per l’uomo di ottenere la vita e la giustizia da qualcosa che non può fare altro che maledirlo. E, a meno che la condizione del peccatore e il carattere della legge non siano completamente cambiati, la legge può solo maledire il peccatore; non è indulgente verso le infermità e non s’accontenta di un’ubbidienza sincera ma imperfetta; se si accontentasse, cesserebbe d’essere «santa, giusta e buona» (Romani 7:12). Proprio perché la legge è così, il peccatore non può ottenere la vita per mezzo suo. Se lo potesse, o la legge non sarebbe perfetta o l’uomo non sarebbe peccatore. È impossibile che un peccatore acquisti la vita con una legge perfetta che, in quanto tale, lo condanna.

La sua assoluta perfezione manifesta la rovina e la condanna dell’uomo e vi mette un suggello. «Poiché, per le opere della legge nessuno sarà giustificato nel suo cospetto; giacché mediante la legge è data la conoscenza del peccato» (Romani 3:20). L’apostolo non dice «a causa della legge è venuto il peccato», ma è data «la conoscenza del peccato». «Poiché fino alla legge il peccato era nel mondo, ma il peccato non è imputato quando non v’è legge» (Romani 5:13). Il peccato c’era; mancava solo la legge per trasformarlo in trasgressione. Se dico a mio figlio «non toccare quel coltello», la mia proibizione manifesta le tendenze del suo cuore. La proibizione non produce la tendenza ma la manifesta.

L’apostolo Giovanni dice che «il peccato è la violazione della legge» (1 Giovanni 3:4) o, più esattamente, è «uno stato, un cammino senza legge». La versione «violazione della legge», infatti, non rende il vero pensiero dello Spirito; perché vi sia trasgressione bisogna che sia stata posta una regola, una linea di condotta; trasgredire significa varcare una linea proibita. Queste sono le proibizioni della legge: «non uccidere», «non commettere adulterio», «non rubare». Una regola è davanti a me, ma scopro d’avere in me stesso i principi contro i quali queste proibizioni sono dirette; anzi, il fatto stesso che mi sia vietato d’uccidere dimostra che l’omicidio è nella mia natura (vedere Romani 3:15). Sarebbe inutile proibire una cosa quando non c’è la tendenza a commetterla; ma la rivelazione della volontà di Dio, riguardo a ciò che dovrei essere, manifesta chiaramente la tendenza della mia volontà a essere ciò che non dovrei. Questo è chiaro e perfettamente conforme all’insegnamento dell’apostolo.

Molti, tuttavia, pur ammettendo che non possiamo ottenere la vita per la legge, sostengono nello stesso tempo che la legge è la regola della nostra vita. Ma l’apostolo dichiara che «tutti coloro che si basano sulle opere della legge sono sotto maledizione» (Galati 3:10). Poco importa la loro condizione individuale; se sono sul terreno della legge, sono necessariamente sotto maledizione. Qualcuno potrà dire: io sono rigenerato, quindi non sono esposto alla maledizione. Ma se la rigenerazione non trasporta l’uomo fuori dal terreno della legge, non può porlo al di là dei confini della maledizione. Se il cristiano è sotto la legge, necessariamente è esposto alla maledizione della legge. Ma la legge ha forse a che fare con la rigenerazione? Dove troviamo la rigenerazione in questo capitolo 20 dell’Esodo? La legge ha una sola domanda da fare all’uomo; una domanda breve e seria: «Sei come dovresti essere?». Se la risposta è negativa, la legge non può che lanciare i suoi terribili anatemi e uccidere l’uomo. E chi riconoscerà più profondamente di essere all’opposto di ciò che dovrebbe, se non l’uomo veramente rigenerato? Così, se è sotto la legge, è sotto la maledizione. Non è possibile che la legge diminuisca le proprie esigenze e neanche che si mescoli con la grazia.

Gli uomini, sentendo di non poter pervenire a elevarsi fino alla misura della legge, cercano di abbassarla fino a loro; invano. La legge resta ciò che è in tutta la sua purezza, la sua maestà, la sua austera inflessibilità; non accetta altro che un’ubbidienza perfetta, assolutamente. E qual è l’uomo, rigenerato o no, che possa pensare di obbedire così? Si dirà: Noi abbiamo la perfezione in Cristo. È vero; ma per grazia, non per la legge; non possiamo confondere le due economie. La Scrittura ci insegna a lungo e chiaramente che non siamo giustificati dalla legge; ma la legge non è nemmeno la regola della nostra vita. Ciò che può solo maledire non può mai giustificare e ciò che può solo uccidere non può essere una regola di vita. Nessuno potrebbe cercare di far fortuna con un bilancio che lo dichiara in fallimento.

La lettura del cap. 15 degli Atti ci insegna come lo Spirito Santo risponde a ogni tentativo che vorrebbe porre i credenti Gentili sotto la legge come regola di vita. «Ma alcuni della setta dei farisei, che avevano creduto, si levarono dicendo: Bisogna far circoncidere i Gentili e comandar loro di osservare la legge di Mosè» (v. 5). Questa oscura e penosa insinuazione dei legalisti dei primi tempi del Cristianesimo non è altro che l’insinuazione del serpente antico. Ma la potente energia dello Spirito Santo e la voce unanime dei dodici apostoli e di tutta la Chiesa, risposero come leggiamo ai versetti 7 e 8: «Ed essendone nata una gran discussione, Pietro si levò in pie’, e disse loro: Fratelli, voi sapete che fin dai primi giorni Iddio scelse fra voi me, affinché dalla bocca mia, i Gentili udissero... — che cosa? Forse le esigenze e le maledizioni della legge di Mosè? No, sia benedetto Dio! Non era quello il messaggio ch’egli voleva far udire ai poveri peccatori senza forza — ... la parola del Vangelo e credessero». Ecco ciò che si addiceva al carattere e alla natura di Dio, e quei Farisei che si levavano contro Barnaba e Paolo non erano inviati da lui; non portavano buone novelle, non proclamavano la pace; i loro piedi erano tutt’altro che belli agli occhi di Colui che si compiace solo nella misericordia.

L’apostolo continua: «Perché dunque tentate adesso Iddio mettendo sul collo dei discepoli un giogo che né i padri nostri né noi abbiam potuto portare?» (v. 10). Parole gravi e serie. Dio non voleva che si mettesse un giogo sul collo di coloro i cui cuori erano stati affrancati dall’evangelo della pace; voleva piuttosto esortarli a rimanere fermi nella libertà di Cristo e a non lasciarsi «di nuovo porre sotto il giogo della schiavitù» (Galati 5:1). Quelli che aveva ricevuto nel suo seno non voleva mandarli alla montagna «che si toccava con la mano» per essere terrificati dalla caligine, dalla tenebria e dalla tempesta (Ebrei 12). Come potremmo accettare l’idea che Dio volesse governare con la legge quelli che aveva ricevuti in grazia? «Noi crediamo d’essere salvati per la grazia del Signore Gesù, nello stesso modo che loro», dice Pietro (Atti 15:11). I Giudei che avevano ricevuto la legge e i Gentili che non l’avevano ricevuta dovevano ormai essere salvati per grazia. E non solo dovevano essere «salvati per grazia», ma dovevano stare saldi nella grazia e crescere nella grazia (Romani 5:1-2; Galati 5:1; 2 Pietro 3:18). Insegnare diversamente era tentare Dio. Questi Farisei capovolgevano i fondamenti stessi della fede del cristiano ed è ciò che fanno quelli che cercano di mettere il credente sotto la legge. Agli occhi del Signore non c’è male o errore più abominevole del legalismo. Ascoltate il linguaggio energico e gli accenti della giusta indignazione di cui lo Spirito Santo si serve riguardo a questi dottori della legge: «Si facessero pur evirare quelli che vi conturbano» (Gelati 5:12).

I pensieri dello Spirito Santo sono forse mutati su questo soggetto? Non è sempre «tentare Dio» mettere il giogo della legge sul collo del peccatore? È forse secondo la sua volontà di grazia che la legge sia presentata ai peccatori come espressione del pensiero divino a loro riguardo? Il lettore risponda a questa domanda alla luce del cap. 15 del libro degli Atti e dell’epistola ai Galati. Questi due passi della Scrittura basterebbero da soli, se non ve ne fossero altri, a provare che l’intento di Dio non è mai stato che «le nazioni dovessero udire le parole della legge». Se questa fosse stata la sua intenzione, avrebbe di certo scelto qualcuno per proclamarla. Invece no; quando Dio proclama la sua legge terribile, parla in una sola lingua: «tutto quello che la legge dice lo dice a quelli che son sotto la legge» (Romani 3:19); ma quando proclama la buona novella della salvezza per mezzo del sangue dell’Agnello, parla la lingua «d’ogni nazione di sotto il cielo». Parla in modo tale che ciascuno nella sua propria lingua possa udire il dolce racconto della grazia (Atti 2:1-11).

Quando Dio proclamò, dall’alto del Sinai, le dure esigenze del patto delle opere si rivolse a un popolo solo; la sua voce fu udita solo negli stretti limiti del popolo giudeo. Ma quando Cristo risorto inviò i suoi messaggeri della salvezza, disse loro: «Andate per tutto il mondo e predicate l’evangelo a ogni creatura» (Marco 16:15; Luca 3:6). L’impetuoso fiume della grazia di Dio, il cui letto era stato aperto dal sangue dell’Agnello, doveva, con l’energia irresistibile dello Spirito Santo, straripare oltre la stretta cinta di Israele e spandersi su un mondo contaminato dal peccato. Bisogna che ogni creatura oda, nella sua propria lingua, il messaggio di pace, la parola dell’Evangelo, la novella della salvezza per mezzo del sangue della croce. Infine, affinché nulla mancasse per dare ai nostri poveri cuori legalisti la prova che non era il monte Sinai il luogo della rivelazione dei segreti di Dio, lo Spirito ha detto per bocca di un profeta e d’un apostolo: «Quanto sono belli sui monti i piedi del messaggero di buone novelle» (Isaia 52:7; Romani 10:15). Ma il medesimo Spirito dice, di quelli che vogliono essere dottori della legge: «Si facessero pur anche evirare quelli che vi mettono sottosopra».

È evidente, quindi, che non è la legge il fondamento della vita del peccatore e nemmeno la regola della vita per il cristiano. Cristo è l’una e l’altra. È la nostra vita e la nostra regola di vita. La legge non può che maledire e uccidere. Cristo è la nostra vita e la nostra giustizia; è stato fatto maledizione per noi essendo appeso al legno. Discese nel luogo dove il peccatore giaceva, nella morte e nel giudizio; e, con la sua morte, ci ha liberati da tutto ciò che è contro di noi o poteva esserlo, divenendo, in risurrezione, la sorgente della vita e il fondamento della giustizia per quelli che credono nel suo nome.

Possedendo così la vita e la giustizia in Lui, siamo chiamati a camminare non solo come ordina la legge ma «nel mondo ch’Egli camminò» (1 Giovanni 2:6). È quindi superfluo affermare che uccidere, commettere adulterio, rubare, sono atti direttamente opposti alla morale cristiana. Ma se un cristiano regolasse la propria vita in base a quei comandamenti o a tutto il decalogo, come potrebbe produrre quei preziosi e delicati frutti di cui ci parla l’epistola agli Efesini? I dieci comandamenti indurrebbero forse un ladro a non rubare più ma a lavorare per averne da dare agli altri? Trasformerebbero il ladro in un uomo laborioso e onorevole? Certamente no. La legge dice: «Non rubare» ma non dice: Va, da’ a chi è nel bisogno; da’ da mangiare al tuo nemico, dagli da vestirsi, benedicilo. Rallegra con la tua benevolenza e coi tuoi atti di bontà il cuore di chi ha sempre cercato di farti del male. Eppure, se io fossi sotto la legge come regola, essa non potrebbe fare altro che maledire e uccidermi. Come si può spiegare questo se la santità cristiana è così di tanto più elevata? Perché io sono debole e la legge non mi dà nessuna forza, non mi dimostra nessuna misericordia. Essa esige forza da chi non ne ha e maledice chi non può mostrarne. L’Evangelo forza a chi non ne ha e benedice, nella manifestazione di questa forza. La legge presenta la vita come il risultato dell’obbedienza; l’Evangelo dà la vita come solo vero fondamento dell’obbedienza.

Ma, per non stancare il lettore con tutte queste argomentazioni, vorrei chiedergli se in qualche parte del Nuovo Testamento ha trovato la legge presentata come regola di vita. L’apostolo non aveva certo quest’idea quando scriveva: «Poiché tanto la circoncisione che l’incirconcisione non sono nulla; quel che importa è l’essere una nuova creatura. E su quanti cammineranno secondo questa regola siano pace e misericordia, e così siano sull’Israele di Dio» (Galati 6:15-16). Quale regola? La legge? No, ma la nuova creazione. Ora, nel capitolo 20 dell’Esodo, non è mai parlato di «nuova creazione», anzi questo capitolo si rivolge all’uomo nel suo stato naturale che è della vecchia creazione e lo mette alla prova per sapere ciò che è veramente in grado di fare. Se dunque fosse la legge la regola secondo la quale i credenti devono camminare, come mai l’apostolo pronuncia una benedizione su coloro che camminano secondo una regola completamente diversa? Perché non dice: E a quanti cammineranno secondo la regola dei dieci comandamenti? È evidente che la Chiesa di Dio ha una regola ben più elevata in base alla quale deve camminare. Benché i dieci comandamenti facciano incontestabilmente parte dei libri ispirati, non possono mai essere la regola di vita per colui che, per infinita grazia, è stato introdotto in una nuova creazione e ha ricevuto una nuova vita in Cristo.

Ma qualcuno domanderà: Non è perfetta la legge? Se lo è, cosa volete di più? La legge è divinamente perfetta. Anzi, proprio per questa perfezione maledice e uccide quelli che non sono perfetti e cercano di sussistere dinanzi ad essa «...La legge è spirituale; ma io sono carnale» (Romani 7:14). È assolutamente impossibile farsi una giusta idea della perfezione e della spiritualità della legge. Ma quando questa legge perfetta è messa a contatto con l’umanità decaduta, quando, questa legge spirituale, incontra «il pensiero della carne» (*), non può produrre altro che «inimicizia» e «ira» (vedere Romani 4:15; 8:7). Perché? Forse perché non è perfetta? Al contrario, proprio perché lo è e l’uomo è peccatore. Se l’uomo fosse stato perfetto, avrebbe adempiuto la legge in tutta la sua perfezione spirituale. L’apostolo stesso ci insegna che, quanto ai veri credenti, benché abbiano ancora una natura corrotta, il comandamento della legge è «adempiuto in noi che camminiamo non secondo la carne ma secondo lo Spirito» (Romani 8:4). «Chi ama il prossimo ha adempiuto la legge... L’amore non fa male alcuno al prossimo; l’amore, quindi, è l’adempimento della legge» (Romani 13:8-10; Galati 5:14,22,23). Se amo una persona, non le rubo certo ciò ch’è suo, anzi cerco di farle tutto il bene che posso. Questo è chiaro e facile da capire per un’anima spirituale e confonde chi vuol fare della legge il principio della vita per il peccatore o la regola della vita per il credente.

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(*) Nella versione italiana: «ciò a cui la carne ha l’animo».
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Se consideriamo la legge nei suoi due grandi comandamenti, vediamo che ordina all’uomo di amare Dio con tutto il suo cuore, con tutta l’anima sua e con tutta la mente sua e il suo prossimo come se stesso. Questo è il riassunto della legge. La legge vuole quello e niente di meno. Ma qual è il figliuolo decaduto di Adamo che abbia mai risposto a questa duplice esigenza della legge? Quale uomo potrebbe dire di amare Dio e il suo prossimo così? «Ciò a cui la carne ha l’animo è inimicizia contro Dio perché non è sottomesso alla legge di Dio e neppure può esserlo» (Romani 8:7). L’uomo odia Dio e le sue vie. Dio è venuto nella persona di Cristo. Si è manifestato all’uomo non nello splendore terribile della sua maestà ma in tutta la bellezza e la dolcezza di una grazia e una condiscendenza perfette. Quale fu il risultato? L’uomo odia Dio. «Ma ora le hanno vedute (le opere fatte tra loro) e hanno odiato e me e il Padre mio» (Giovanni 15:24). Qualcuno dirà: Ma l’uomo doveva amare Dio; certamente, e se non lo ama merita morte e perdizione eterna. Ma può la legge produrre questo amore nel cuore dell’uomo? È quello il suo scopo? Certamente no. La legge produce ira; mediante la legge è data la conoscenza del peccato. Essa fu aggiunta a motivo delle trasgressioni (Romani 4:15; 3:20; Galati 3:19). La legge trova l’uomo in uno stato di inimicizia contro Dio e, senza modificare questo stato, poiché non è il suo compito, ordina all’uomo d’amare Dio con tutto il suo cuore e lo maledice se non lo fa. Non è in potere della legge il cambiare o migliorare la natura dell’uomo; non può nemmeno dargli la capacità di rispondere alle sue giuste esigenze. Essa dice: «Fa’ questo e vivrai». Quando ordinava all’uomo d’amare Dio non rivelava ciò che Dio era per l’uomo nella sua colpa e rovina: diceva all’uomo ciò che doveva essere lui per Dio. Che terribile ministero! Non era la manifestazione delle potenti attrattive del carattere di Dio che produce nell’uomo un vero pentimento verso Dio, fondendo il suo cuore di ghiaccio ed elevando l’anima sua a una affezione sincera e ad una vera adorazione. La legge era un comandamento perentorio d’amare Dio; e, invece di creare questo amore, produceva l’ira, non perché Dio non dovesse essere amato, ma perché l’uomo era un peccatore.

Poi «ama il prossimo tuo come te stesso». L’uomo naturale può forse amare il suo prossimo come se stesso? È forse questo il principio dominante nel commercio, nelle banche, alla borsa, nei mercati del mondo? Ahimè, no! L’uomo non ama il suo prossimo come ama se stesso; dovrebbe farlo, senza dubbio; se la sua condizione fosse buona, lo farebbe. Il suo stato è totalmente rovinato e, a meno che non sia nato di nuovo (Giovanni 3:3,5), con la Parola e lo Spirito di Dio, non può né vedere il regno di Dio, né entrarvi. La legge non può produrre questa nuova nascita. Essa uccide l’uomo vecchio ma non crea né può creare un uomo nuovo. Sappiamo che il Signore Gesù riunisce, nella sua gloriosa Persona, Dio e il nostro prossimo, dato che era, secondo la verità fondamentale della dottrina cristiana, «Dio manifestato in carne» (1 Timoteo 3:16). Come ha l’uomo trattato Gesù? L’ha forse amato con tutto il suo cuore e come se stesso? Al contrario, lo crocifisse fra due briganti dopo aver preferito un ladro e omicida a questo Essere benedetto che era andato di luogo in luogo facendo il bene (Atti 10:38); che era sceso dalle eterne dimore della luce e dell’amore essendo, egli stesso, la personificazione vivente di quell’amore e di quella luce; il cui cuore era pieno della più pura simpatia per i bisogni dell’umanità, la cui mano era sempre stata pronta ad asciugare le lacrime del peccatore, ad alleviarne le sofferenze. Così, contemplando la croce di Cristo, vediamo la irrecusabile dimostrazione che non è in potere della natura umana l’osservare la legge.

Dopo tutta questa esposizione c’è un particolare interesse per l’uomo spirituale a considerare la posizione relativa di Dio e del peccatore alla fine di questo memorabile capitolo. «E l’Eterno disse a Mosè: Di’ così ai figliuoli di Israele: ...fammi un altare di terra; e su questo offri i tuoi olocausti, i tuoi sacrifici di azioni di grazie, le tue pecore e i tuoi buoi; in qualunque luogo dove farò che il mio nome sia ricordato, io verrò a te e ti benedirò. E se mi fai un altare di pietre, non lo costruire di pietre tagliate; perché, se tu alzassi su di esse lo scalpello tu le contamineresti. E non salire al mio altare per gradini, affinché la tua nudità non si copra sovr’esso» (vv. 22-26).

Qui non vediamo l’uomo nella posizione di uno che fa le opere ma in quella dell’adoratore; tutto questo alla fine del capitolo. È evidente che non è l’atmosfera del Sinai che Dio vuole fare respirare all’uomo e che non è al Sinai che Dio e l’uomo possono incontrarsi. «In qualunque luogo dove farò che il mio nome sia ricordato, io verrò a te e ti benedirò». Come è diverso dai terrori della montagna in fiamme questo luogo in cui l’Eterno fa sì che il suo nome sia ricordato, in cui viene per benedire il suo popolo di adoratori!

Ma Dio vuole incontrare il peccatore su un altare di pietre non tagliate e senza gradini, in un luogo di culto che, per essere eretto, non richieda all’uomo nessun lavoro e non implichi nessuna fatica per salirvi sopra. Le pietre tagliate dal lavoro dell’uomo avrebbero contaminato l’altare; i gradini avrebbero scoperto la nudità umana. Che bella figura del centro del radunamento nel quale Dio si incontra ora col peccatore, cioè la persona e l’opera del Suo Figliuolo Gesù Cristo, nel quale trovano una completa soddisfazione di tutte le esigenze della legge, della giustizia e della coscienza! In ogni tempo e ovunque, l’uomo è sempre stato incline a prendere in mano lo scalpello per erigere il suo altare e a salire su esso con dei gradini di sua fabbricazione. Ma il risultato di questi tentativi è stato la «contaminazione» e la «nudità». «Tutti quanti siamo diventati come l’uomo impuro e tutta la nostra giustizia come un abito lordato; tutti quanti appassiamo come una foglia» (Isaia 64:6). Chi oserebbe avvicinarsi a Dio in veste «contaminata», sporca? O presentarsi per adorare nella completa «nudità»? Non si può pensare di avvicinarsi a Dio in un modo che implichi necessariamente contaminazione e nudità. Eppure è ciò che si verifica ogni volta che il peccatore con i propri sforzi vuole aprirsi una via per arrivare a Dio. Non soltanto questo sforzo è inutile ma porta il suggello della contaminazione e della nudità. Dio si è talmente avvicinato al peccatore, fin nelle profondità della sua rovina, che non c’è nessun bisogno di adoperare lo scalpello del legalismo o di salire i gradini della propria giustizia; il farlo è manifestare contaminazione e nudità.

Sono questi i principi coi quali lo Spirito Santo conclude questa considerevole porzione del libro ispirato. Si imprimano essi in modo incancellabile nei nostri cuori affinché comprendiamo più chiaramente e più completamente la differenza che c’è fra la legge e la grazia!

17. Capitoli da 21 a 23

Lo studio di questa parte del libro dell’Esodo riempie il cuore d’ammirazione di fronte all’insondabile saggezza e alla bontà infinita di Dio. Siamo resi capaci di farci un’idea di un regno diretto da leggi stabilite da Dio e, nello stesso tempo, impariamo a vedere la meravigliosa condiscendenza di colui che, pur essendo il grande Dio del cielo e della terra, può tuttavia abbassarsi fino a giudicare tra uomo e uomo perfino il caso della morte di un bue (22:10), del prestito di un vestito (v. 26) o della perdita d’un dente di un servo (21:27). Chi è pari all’Eterno, Iddio nostro, che si abbassa per guardare dai cieli sulla terra? Egli governa l’universo e si occupa del vestito di una delle sue creature; guida il volo dell’aquila e si interessa di un piccolo verme che striscia; si abbassa per regolare i movimenti degli innumerevoli astri che ruotano nello spazio e per registrare la caduta di un passero!

Il carattere dei giudizi presentati nel cap. 21 racchiude per noi un doppio insegnamento. Questi giudizi e questi ordinamenti recano una doppia testimonianza, portano un doppio messaggio, presentano ai nostri occhi un quadro a due facce. Ci parlano di Dio e dell’uomo.

Dapprima, quanto all’uomo, lo vediamo decretare leggi di stretta, imparziale, perfetta giustizia. «Occhio per occhio, dente per dente, mano per mano, piede per piede, scottatura per scottatura, ferita per ferita, contusione per contusione» (vers. 24-25). Era quello il carattere delle leggi, degli statuti e dei giudizi coi quali Dio governava Israele, suo regno terrestre. Aveva provveduto a tutto; a ciascuno, in ogni cosa, faceva giustizia; non c’era parzialità né preferenza per uno piuttosto che per un altro, nessuna distinzione tra ricco e povero. La bilancia con la quale erano pesati i diritti di ogni uomo era regolata con esattezza divina, di modo che nessuno poteva lamentarsi della sua decisione se non a torto. Il vestito immacolato della giustizia non poteva essere sporcato da seduzione, corruzione, parzialità. L’occhio e la mano del divino Legislatore si occupavano di tutto e l’Esecutore divino trattava ogni colpevole con inflessibile rigore. L’arma della giustizia colpiva il capo del colpevole mentre ogni anima obbediente era mantenuta nel godimento di tutti i suoi diritti e di tutti i suoi privilegi.

Per quanto concerne l’uomo è impossibile considerare queste leggi senza essere colpiti dalla rivelazione indiretta, ma reale, che esse racchiudono circa la terribile depravazione della sua natura. Il fatto che l’Eterno abbia dovuto promulgare leggi contro certi delitti e certi peccati dimostra che l’uomo era capace di commetterli; se queste non fossero state possibili e la tendenza verso questi crimini non fosse esistita nell’uomo, le leggi non sarebbero state necessarie. C’è un gran numero di persone che, all’udire grossolane abominazioni proibite in questi capitoli, sarebbero indotte a dire come Hazael: «Ma che cos’è mai il tuo servo, questo cane, per fare delle cose sì grandi?» (2 Re 8:13). Ma chi parla così non è ancora sceso negli abissi profondi del proprio cuore; poiché, sebbene alcuni crimini, proibiti qui, sembrino porre l’uomo, quanto alle sue abitudini e alle sue inclinazioni, al di sotto del livello di un cane, gli stessi statuti comprovano in modo incontestabile che l’uomo, anche il più colto, porta con sé il germe delle più tenebrose e spaventevoli abominazioni. Per chi furono date queste leggi? Per l’uomo. Erano necessarie? Indubbiamente. Sarebbero state superflue se l’uomo fosse incapace a commettere i peccati ai quali si riferiscono. Ma l’uomo è capace di tutte queste cose; così vediamo che è caduto in basso, che la sua natura si è totalmente corrotta che, dalla testa alla pianta dei piedi, non c’è nulla di retto in lui (Isaia 1; Romani 3:9-18).

Come potrà, un uomo simile, rimanere senza paura nella luce del trono di Dio? Come potrà sussistere nei luoghi santi o restare in piedi sul mare di cristallo? Come potrà entrare nella santa Gerusalemme per le porte di perle e camminare sulla strada d’oro puro? (Apocalisse 4:6; 21:21). La risposta a queste domande rivela le meraviglie dell’amore che ci ha salvati e la potenza eterna del sangue dell’Agnello. Per grande che sia la caduta dell’uomo, l’amore di Dio lo è ancora di più; per nero che sia il suo crimine, il sangue di Gesù Cristo può completamente cancellarlo; per quanto largo sia l’abisso che separa l’uomo da Dio, la croce vi ha tracciato un sentiero. Dio è sceso fino al peccatore per elevarlo a un favore infinito, in un’unione eterna col proprio Figlio. Possiamo ben esclamare: «Vedete di quale amore ci è stato largo il Padre dandoci d’esser chiamati figliuoli di Dio» (1 Giovanni 3:1). Solo l’amore di Dio poteva sondare la miseria dell’uomo e solo il sangue di Cristo poteva sorpassare la sua colpevolezza. Ma ora, la profondità stessa della rovina dell’uomo magnifica l’amore che l’ha sondata e l’immensità del crimine commesso celebra la potenza del sangue che può cancellarlo. Il più vile peccatore che crede in Gesù può rallegrarsi nella certezza che Dio lo vede e lo dichiara «tutto quanto netto» (Giovanni 13:10).

Questo è dunque il duplice insegnamento che si può trarre da quelle leggi e ordinamenti quando sono considerati nel loro insieme; e più li esamineremo nei particolari, più ne apprezzeremo la perfezione e la bellezza. Prendiamo per esempio la prima di queste ordinanze, quella che si riferisce al servo ebreo: «Se compri un servo ebreo, egli ti servirà per sei anni; ma il settimo se ne andrà libero senza pagar nulla. Se è venuto solo se ne andrà solo; se aveva moglie, la moglie se ne andrà con lui. Se il suo padrone gli dà moglie e questa gli partorisce figliuoli e figliuole, la moglie e i figliuoli di lei saranno del padrone, ed egli se ne andrà solo. Ma se il servo fa questa dichiarazione: Io amo il mio padrone, mia moglie e i miei figliuoli; io non voglio andarmene libero, allora il suo padrone lo farà comparire davanti a Dio e lo farà accostare alla porta e allo stipite, e il suo padrone gli forerà l’orecchio con una lesina, ed egli lo servirà per sempre» (cap. 21:2-6). Il servo era perfettamente libero, per quanto lo concerneva personalmente. Aveva fatto tutto ciò che si poteva esigere da lui; poteva dunque andarsene dove gli pareva bene, in una libertà incontestata; ma per affetto per il suo padrone, la sua moglie o i suoi figliuoli, poteva sottomettersi volontariamente a una schiavitù perpetua; non solo, ma poteva, se lo voleva, portare nel suo corpo i segni di questa schiavitù.

Il lettore intelligente capirà subito che tutto ciò si riferisce al Signore Gesù. In lui vediamo Colui che era nel seno del Padre, prima che i mondi fossero, oggetto eterno delle sue delizie, e che avrebbe potuto, per sempre, occupare questo posto che era il suo, personale, e che nulla lo costringeva a lasciare, se non quest’obbligo creato e ispirato da un amore ineffabile. Ma era tale il suo amore per il Padre (ed erano in gioco i suoi disegni e la sua gloria) e tale il suo amore per la Chiesa e per i membri d’essa ch’Egli voleva salvare, che discese volontariamente in terra, annientando se stesso fino a prendere la forma di uno schiavo e i segni di una perpetua schiavitù, abbassando se stesso e facendosi ubbidiente fino alla morte e alla morte della croce. Il salmo 40:6 ci presenta Cristo in questa posizione di obbedienza: «Tu m’hai forato le orecchie», parole interpretate in Ebrei 10:5 con questa espressione: «M’hai preparato un corpo». Il salmo 40 è l’espressione della devozione di Cristo a Dio per fare la sua volontà: «Allora ho detto: Eccomi, vengo! Sta scritto di me nel rotolo del libro. Dio mio, io prendo piacere a far la tua volontà e la tua legge è dentro al mio cuore» (vv. 7 e 8). È venuto per fare la volontà di Dio, qualunque essa fosse. Non ha fatto mai la propria volontà, nemmeno quando chiamava a sé e salvava i peccatori, sebbene in quest’opera gloriosa il suo cuore e tutte le sue affezioni fossero in piena attività Tuttavia, se riceve e salva, lo fa come servo dei consigli del Padre: «Tutto quello che il Padre mi dà verrà a me; e colui che viene a me io non lo caccerò fuori; perché son disceso dal cielo per fare non la mia volontà ma la volontà di Colui che mi ha mandato. E questa è la volontà di Colui che mi ha mandato, ch’io non perda nulla di tutto quello ch’Egli m’ha dato ma che lo risusciti nell’ultimo giorno» (Giovanni 6:37-39; Matteo 20:23).

La posizione di servo che il Signore Gesù prende ci è qui presentata in modo molto interessante. In una grazia perfetta, egli si considera responsabile di ricevere tutti coloro che entrano nei consigli di Dio; e non solo li riceve, ma li guarda e li conserva fra le difficoltà del pellegrinaggio quaggiù e fra tutte le prove, anche al momento della morte, se deve venire per essi; e nell’ultimo giorno li risuscita. In quale perfetta sicurezza si trova il più debole membro della Chiesa di Dio! Esso è l’oggetto dei consigli eterni di Dio e Gesù è il garante del loro compimento. Gesù ama il Padre, e l’intensità di questo amore è la misura della sicurezza di ogni membro della famiglia dei riscattati. La salvezza del peccatore che crede nel nome del Figlio di Dio è, in un certo senso, l’espressione dell’amore di Cristo per il Padre. Se uno solo di coloro che credono nel nome del Figlio di Dio potesse perire, per un motivo qualsiasi, ciò significherebbe che il Signore Gesù è stato incapace di compiere la volontà di Dio, il che sarebbe una bestemmia contro il suo santo nome, al quale sia onore e maestà nei secoli dei secoli.

Abbiamo dunque, nel servo ebreo, una figura di Cristo nella sua perfetta devozione al Padre. Ma c’è di più: «Io amo mia moglie e i miei figliuoli». «Cristo ha amato la Chiesa e ha dato se stesso per lei, affin di santificarla, dopo averla purificata col lavacro dell’acqua mediante la Parola, affin di far egli stesso comparire dinanzi a sé questa Chiesa, gloriosa, senza macchia, senza ruga o cosa alcuna simile, ma santa ed irreprensibile» (Efesini 5:25-27). Vi sono molti altri passi nella Scrittura che ci presentano Cristo come antitipo del servo ebreo, nel suo amore per la Chiesa come corpo e per ogni credente individualmente. Il lettore troverà uno speciale insegnamento su questo argomento nel cap. 13 di Matteo, nei cap. 10 e 13 di Giovanni e nel cap. 2 dell’epistola agli Ebrei.

La conoscenza di questo amore di Gesù non può far altro che produrre nei nostri cuori una devozione ardente per Lui, che ha potuto manifestare un amore così puro, così perfetto, così disinteressato. Come avrebbero potuto, la moglie e i figli del servo ebreo, non amare colui che, per non lasciarli, rinunciava volontariamente e per sempre alla sua libertà? Eppure cos’è l’amore di questa figura in confronto a quello che brilla nell’antitipo? «Amore che sorpassa ogni conoscenza» (Efesini 3:19). L’amore spinse Cristo a pensare a noi prima che i mondi fossero, a visitarci quando i tempi furono compiuti, a mettersi di sua propria volontà contro lo stipite della porta, a soffrire sulla croce per poterci elevare fino a sé per fare di noi i suoi compagni nel suo regno e nella sua gloria eterna.

Il voler fare qui una completa esposizione degli altri statuti contenuti in questi capitoli mi porterebbe troppo lontano (*). Dirò solo, terminando, che è impossibile leggere questi passi senza che il cuore sia riempito di adorazione davanti a questa profonda saggezza, questa perfetta giustizia, questi teneri sguardi che si mostrano ovunque; essi lasciano nell’anima la convinzione profonda che, chi ha parlato in questi capitoli, è il «solo vero Dio», l’Iddio «sol savio» e infinitamente misericordioso.

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(*) Voglio precisare che lo studio delle feste trattate al cap. 23:14-19 e delle offerte del cap. 29, verrà fatto quando mediteremo il libro del Levitico.
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Possano le nostre meditazioni sulla sua eterna Parola avere l’effetto di indurre le nostre anime ad adorare Colui le cui perfette vie e i cui gloriosi attributi brillano, in questa Parola, con tutto il loro splendore, per la gioia e l’edificazione del suo popolo riscattato!

18. Capitolo 24

Questo libro si apre con un’espressione che caratterizza l’intera economia mosaica: «Poi Dio disse a Mosè: Sali all’Eterno, tu e Aaronne, Nadab e Abihu e settanta degli anziani di Israele, e adorate da lungi; poi Mosè solo s’accosterà all’Eterno; ma gli altri non s’accosteranno né salirà il popolo con lui» (vv. 1 e 2). Non troviamo mai, in nessun ordinamento della legge, queste preziose parole: «Venite, accostatevi». No! Parole simili non potevano farsi udire dal Sinai né da mezzo alle ombre della legge. Potevano essere pronunciate soltanto dall’altro lato della tomba vuota di Gesù, dove il sangue della croce aveva aperto, per lo sguardo della fede, una prospettiva senza nubi. Le parole «da lungi» caratterizzano la legge come l’espressione «accostatevi» caratterizza il Vangelo. Sotto la legge l’opera che poteva conferire al peccatore il diritto di avvicinarsi non era compiuta. L’uomo non aveva obbedito come s’era impegnato a fare. E il sangue di tori e di becchi (Levitico 16:18) non poteva né espiare il suo peccato né dare la pace alla sua coscienza; per questo bisognava che si fermasse lontano. I voti fatti dall’uomo erano violati, e il peccato non era lavato. Come avrebbe potuto, l’uomo, avvicinarsi? Il sangue di diecimila tori non poteva cancellare una sola macchia dalla sua coscienza né dargli il dolce sentimento della prossimità d’un Dio di grazia, giusto e giustificante.

Tuttavia, il primo patto (Ebrei 9) è qui consacrato col sangue. Mosè costruisce un altare ai piedi del monte fatto di «dodici pietre per le dodici tribù di Israele» (vedere Giosuè 4 e 1 Re 18:31). E mandò dei giovani tra i figliuoli di Israele a offrire olocausti e a immolare giovenchi come sacrifici di azioni di grazie all’Eterno. «E Mosè prese la metà del sangue e lo mise in bacini e l’altra metà lo sparse sull’altare. Allora Mosè prese il sangue, ne asperse il popolo e disse: Ecco il sangue del patto che l’Eterno ha fatto con voi sul fondamento di tutte queste parole» (v. 5, 6, 8). Sebbene, come ci insegna l’apostolo, sia «impossibile che il sangue di tori e di becchi tolga i peccati», (Ebrei 10:4) tuttavia santifica «in modo da dar la purità della carne» (Ebrei 9:13). E come «ombra dei futuri beni» (Ebrei 10:1) serviva a mantenere il popolo in relazione con l’Eterno.

«Poi Mosè ed Aaronne, Nadab e Abihu e settanta degli anziani salirono, e videro l’Iddio d’Israele. Sotto i suoi piedi c’era come un pavimento lavorato in trasparente zaffiro, e simile, per limpidezza, al cielo stesso. Ed egli non mise la mano addosso a quegli eletti tra i figliuoli d’Israele; ma essi videro Iddio e mangiarono e bevvero» (vv. 9-11). Era la manifestazione dell’Iddio di Israele in luce, purezza, maestà e santità. Non era la rivelazione delle affezioni del Padre né i dolci accenti della voce di un Padre che spande pace e fiducia ai cuori. Il lavoro in trasparente zaffiro rivelava questa purezza e questa luce inaccessibile che non potevano dire al peccatore altro che «fermati lontano». Tuttavia «videro Iddio e mangiarono e bevvero»; prova commovente della longanimità e della misericordia divine, come pure della potenza del sangue!

Se consideriamo tutta questa scena come una figura vi troviamo molte cose atte a interessare il cuore. In basso c’è il campo, in alto il piano di trasparente zaffiro; ma l’altare ai piedi del monte ci parla di questo cammino per mezzo del quale il peccatore può sottrarsi alla corruzione dell’umana natura ed elevarsi fino alla presenza di Dio per far festa e adorare in una perfetta pace. Il sangue che colava intorno all’altare era il solo che dava diritto all’uomo di sussistere in presenza di questa gloria, che era «agli occhi dei figliuoli di Israele come un fuoco divorante» (v. 17).

«E Mosè entrò in mezzo alla nuvola e salì sul monte; e Mosè rimase sul monte quaranta giorni e quaranta notti». Per Mosè quella era davvero una posizione elevata e santa. Era chiamato lontano dalla terra e dalle cose della terra, isolato dalle influenze della natura, rinchiuso con Dio per udire dalla sua bocca i misteri profondi della persona e dell’opera di Cristo, come ce li presenta il tabernacolo in tutta la sua struttura e i suoi accessori, così pieni di significato, «cose raffiguranti quelle nei cieli» (Ebrei 9:23). Dio sapeva quale sarebbe stata la fine del patto delle opere dell’uomo; ma fa conoscere a Mosè, in figure e ombre, i suoi pensieri d’amore e i suoi consigli di grazia, manifestati in Cristo e confermati da lui.

Sia benedetta per sempre la grazia che non ci ha lasciati sotto un patto d’opere! Sia benedetto Colui che ha imposto, per noi, il silenzio ai tuoni della legge e ha spento le fiamme del Sinai col «sangue del patto eterno» (Ebrei 13:20) e che ci ha dato una pace che nessuna potenza terrena o infernale può smuovere! «A Lui che ci ama e ci ha liberati dai nostri peccati col suo sangue e ci ha fatti essere un regno e sacerdoti all’Iddio e Padre suo, a Lui siano la gloria e l’imperio nei secoli dei secoli. Amen»

19. Capitolo 25

Questo capitolo è il principio di uno dei più ricchi filoni della miniera inesauribile degli scritti ispirati; ogni colpo di piccone mette in luce nuove ricchezze. Uno solo è l’arnese col quale si può lavorare in una simile miniera: il ministero speciale dello Spirito Santo. La natura umana non può fare nulla; la ragione è cieca; l’immaginazione è completamente inutile; l’intelligenza, anche la più spiccata, invece di essere in grado di interpretare i simboli sacri, assomiglia piuttosto a un pipistrello davanti al sole che va sbattendo ciecamente contro gli oggetti che è incapace di discernere. Bisogna che lasciamo fuori la nostra ragione e la nostra immaginazione e, con un cuore sobrio, un occhio semplice e dei pensieri spirituali, entriamo nei santi cortili per contemplare da vicino questi particolari così pieni di significato. Solo lo Spirito Santo ci può guidare nel recinto sacro della casa dell’Eterno e interpretare per l’anima nostra la vera portata di tutto ciò che si presenta dinanzi a noi. Volere spiegare queste cose con l’aiuto delle facoltà non santificate dell’intelligenza è assurdo come il voler riparare un orologio con le tenaglie e il martello di un fabbro. «Le cose raffiguranti quelle che sono nei cieli» (Ebrei 9:23) non possono essere interpretate dall’intelligenza naturale, anche la più sviluppata. Devono essere considerate alla luce del cielo. La terra non ha una luce che possa svilupparne le bellezze; Colui che ha prodotto le immagini è il solo capace di spiegarne il significato; Lui che ha dato i simboli è il solo che può interpretarli.

Per l’occhio dell’uomo sembrerebbe che non ci sia ordine nel modo con cui lo Spirito Santo ci presenta tutte le prescrizioni per il tabernacolo; ma non è così. Ovunque regnano l’ordine più perfetto, la precisione più sorprendente, la più minuziosa esattezza. I capitoli da 25 a 30 formano una parte a sé del libro dell’Esodo, che si divide a sua volta in due sezioni di cui la prima finisce al capitolo 27 v. 19 e la seconda alla fine del cap. 30. La prima incomincia con la descrizione dell’arca della testimonianza dentro il velo e finisce con quella dell’altare di rame e del cortile dove doveva essere messo. Prima di tutto, dunque, vi troviamo il trono giudiziario di Dio sul quale era seduto il Signore di tutta la terra; poi siamo condotti nel luogo in cui Dio incontrava il peccatore nella potenza e in virtù d’un’espiazione compiuta. Poi, nella seconda parte, impariamo come l’uomo si avvicina a Dio; quali sono i privilegi, gli onori, le responsabilità di quelli che, come sacerdoti, potevano accostarsi alla presenza divina per rendere culto e godere della sua comunione.

L’ordine è dunque perfetto e magnifico. Non può essere diversamente poiché è divino. L’arca e l’altare di rame rappresentano due estremi. La prima era il trono di Dio stabilito in giustizia e in giudizio (Salmo 89:14); l’ultimo era il luogo dove il peccatore poteva accostarsi, dove la «benignità e la verità» camminavano davanti alla faccia dell’Eterno. L’uomo, da se stesso, non aveva libertà di avvicinarsi all’arca per trovare Dio, poiché «la via al santuario non era ancora manifestata» (Ebrei 9:8). Ma Dio poteva venire all’altare di rame e incontrava qui l’uomo come peccatore! «Giustizia e diritto (o giudizio)» non potevano ammettere il peccatore nel luogo santo; ma la «benignità e la verità» potevano far sì che Dio uscisse di là, non nello splendore e nella maestà in cui appariva di solito tra le basi mistiche del suo trono, i cherubini di gloria, ma in un ministero di grazia che ci è rappresentato simbolicamente dagli utensili e dagli ordinamenti del tabernacolo.

Tutto questo ci ricorda il cammino seguito da Colui che è raffigurato in tutte queste immagini, che è la sostanza di tutte queste ombre; Egli scese dal trono eterno di Dio nei cieli fino alle profondità della croce del Calvario; lasciò la gloria del cielo per l’onta della croce, per poter introdurre il suo popolo riscattato, perdonato e ricevuto in grazia, davanti a quello stesso trono che, per amor di lui, aveva lasciato. Il Signore Gesù, con la sua persona e la sua opera, colma lo spazio che separa il trono di Dio dalla polvere della morte, come pure la polvere della morte dal trono di Dio (confrontare Efesini 4:9-10). In Lui, Dio è sceso in perfetta grazia fino al peccatore; in Lui, il peccatore è condotto, in giustizia perfetta, fino a Dio. Tutta la strada, dall’arca all’altare di rame, portava l’impronta dell’amore; e tutta la strada dall’altare di rame all’arca era cosparsa col sangue dell’espiazione (Levitico 1:5; 3:2; 4:6-7,16-18,30,34...; 16:14-19; Ebrei 9:6-12). L’adoratore, passando per questa via meravigliosa, vede il Suo nome, il nome di Gesù, impresso su tutto quello che si offre al suo sguardo. Possa questo Nome essere più caro ai nostri cuori!

Continuiamo ora l’esame dei capitoli nel loro ordine. È interessante notare che la prima cosa che Dio comunica a Mosè è questo suo disegno di misericordia in base al quale vuole avere un santuario, o una santa dimora, in mezzo al suo popolo; un santuario composto di materiali che si riferiscono direttamente o indirettamente a Cristo, alla sua persona, alla sua opera, al frutto prezioso della sua opera, come appaiono, alla luce, la potenza e le molteplici grazie dello Spirito Santo. Inoltre, questi materiali erano il frutto profumato della grazia di Dio, offerte volontarie di cuori devoti. Il Dio che «i cieli e i cieli dei cieli non possono contenere» (1 Re 8:27), acconsentiva, nella sua grazia, ad abitare in una tenda costruita per lui da quelli che avevano l’ardente desiderio di salutare la sua presenza fra loro.

Questa tenda, o tabernacolo, può essere considerata in due modi: dapprima come immagine delle cose che sono nei cieli, poi come figura del corpo di Cristo. I materiali di cui era composta verranno considerati man mano che li incontreremo nel nostro studio.

Studieremo ora i tre grandi soggetti che questo capitolo ci pone dinanzi:

L’arca della testimonianza occupa il primo posto nelle comunicazioni divine fatte a Mosè; anche la sua posizione, nel tabernacolo, era particolare. Rinchiusa dentro il velo, nel luogo santissimo, costituiva la base del trono dell’Eterno. Il suo stesso nome indica all’anima tutta la sua importanza; un’arca è destinata a conservare intatto ciò che contiene. In un’arca Noè e la sua famiglia, con tutte le specie degli animali della creazione, furono trasportati al sicuro sopra le onde e i flutti del giudizio che coprivano la terra. Come abbiamo visto al cap. 2, un bel bambino fu rinchiuso in un’«arca» (*) e preservato dalle acque della morte. Quando si tratta dunque dell’arca del patto (Numeri 10:33; Deuteronomio 31:9; Geremia 3:16; Ebrei 9:4), dobbiamo pensare che Dio destinava quest’arca a conservare intatto il suo patto in mezzo a un popolo soggetto all’errore. È in essa, come sappiamo, che furono riposte le seconde tavole della legge; le prime erano state spezzate ai piedi del monte (Esodo 32:19) per dimostrare che il patto dell’uomo era rotto, che il suo operato non poteva mai, in nessun modo, costituire la base del trono del governo dell’Eterno. «Giustizia e diritto son la base del suo trono» sia dal punto di vista terrestre che da quello celeste. L’arca non poteva, nel suo interno santificato, racchiudere delle tavole rotte. L’uomo poteva fallire nell’adempimento del voto che aveva volontariamente fatto; ma bisogna che la legge di Dio sia conservata in tutta la sua integrità e la sua divina perfezione. Se Dio stabiliva il suo trono in mezzo al suo popolo, doveva farlo in un modo degno di lui. Il principio e la misura del suo giudizio e del suo governo dovevano essere perfetti.

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(*) Il termine, tradotto con «canestro», usato in Esodo 2:3, è lo stesso di quello di cui Dio si serve in Genesi 6:14.
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«Farai anche delle stanghe di legno di acacia e le rivestirai d’oro; e farai passare le stanghe per gli anelli ai lati dell’arca perché servano a portarla» (vers. 13-14). L’arca del patto doveva accompagnare il popolo in tutti i suoi viaggi; essa non si fermò mai finché gli Israeliti furono un esercito in armi; andava di luogo in luogo nel deserto; camminò davanti al popolo attraverso il Giordano; fu il punto di collegamento di Israele in tutte le battaglie di Canaan; era la sicura e ferma garanzia della potenza ovunque andasse. Nessuna potenza del nemico poteva sussistere dinanzi a ciò che era l’espressione, nota a tutti, della presenza e della potenza di Dio. L’arca doveva essere la compagna di viaggio di Israele nel deserto; le stanghe e gli anelli erano la giusta espressione di questo carattere di viaggiatore.

Tuttavia non doveva viaggiare per sempre. Le fatiche di Davide (Salmo 132:1), così come le guerre di Israele, dovevano finire. Questa preghiera «Levati, o Eterno, vieni al luogo del tuo riposo tu e l’Arca della tua forza» (Salmo 132:8) doveva ancora salire a Dio ed essere esaudita. Questa sublime richiesta ha ottenuto un parziale esaudimento nei giorni gloriosi di Salomone, quando «i sacerdoti portarono l’arca del patto dell’Eterno al luogo destinatole, nel santuario della casa, nel luogo santissimo sotto le ali dei cherubini; poiché i cherubini avevano le ali spiegate sopra il sito dell’arca e coprivano dall’alto l’arca e le sue stanghe. Le stanghe avevano una tale lunghezza che le loro estremità si vedevano dal luogo santo davanti al santuario ma non si vedevano dal di fuori. Esse son rimaste quivi fino al di d’oggi» (1 Re 8:6-8). La sabbia del deserto doveva cedere il posto al pavimento d’oro del tempio (1 Re 6:30). Il pellegrinaggio dell’arca era finito: «Non ho più avversari, né mi grava alcuna calamità» (1 Re 5:4); le stanghe potevano essere ritirate nell’interno.

Ma c’è ancora una differenza tra l’arca del tabernacolo e l’arca del tempio. L’apostolo descrive l’arca nel deserto come «tutta ricoperta d’oro, nella quale si trovavano un vaso d’oro contenente la manna, la verga d’Aaronne che aveva fiorito e le tavole del patto» (Ebrei 9:4). Nei viaggi del deserto l’arca era così e conteneva quelle cose. Il vaso di manna era il ricordo del fatto che la fedeltà dell’Eterno aveva provveduto nel deserto ai bisogni del suo popolo riscattato; la verga di Aaronne era «un segno ai ribelli; onde sia messo fine ai loro mormorii» (Esodo 16:32-34 e Numeri 17:10). Ma quando venne il momento in cui le stanghe non servirono più, quando i viaggi e le guerre di Israele finirono, quando la casa «magnifica da salire in fama ed in gloria in tutti i paesi» venne terminata (1 Cronache 22:5), quando il sole della gloria di Israele raggiunse, in figura, il suo apogeo nello splendore e nella magnificenza del regno di Salomone, allora il ricordo dei bisogni e degli errori del deserto sparì e rimase solo ciò che costituiva il fondamento eterno del trono dell’Iddio di Israele e di tutta la terra: «nell’arca non v’era altro se non le due tavole di pietra che Mosè vi aveva deposte sull’Horeb» (1 Re 8:9).

Ma tutta questa gloria è stata ben presto oscurata dalle dense nubi dell’infedeltà dell’uomo e dal disgusto di Dio. Il piede devastatore dell’incirconciso doveva calpestare le rovine di questa magnifica casa e la scomparsa della sua luce e della sua gloria doveva provocare ancora i fischi beffardi dello straniero (1 Re 9:8). Non è il posto adatto per continuare questo argomento con più particolari; mi limito a ricordare al lettore l’ultima menzione che la Parola di Dio fa dell’arca del patto, allorquando il peccato e la follia dell’uomo non turberanno più il luogo di riposo di quest’arca e dove non la si rinchiuderà più né in una tenda lavorata a ricamo, né in un tempio fatto da mano d’uomo: «Il regno del mondo è venuto ad essere del Signor nostro e del suo Cristo; ed Egli regnerà nei secoli dei secoli. E i ventiquattro anziani, seduti nel cospetto di Dio sui loro troni, si gettaron giù nelle loro facce e adorarono Iddio, dicendo: Noi ti ringraziamo, o Signore Iddio onnipotente che sei e che eri, perché hai preso in mano il tuo gran potere ed hai assunto il regno. Le nazioni s’erano adirate ma l’ira tua è giunta, ed è giunto il tempo di giudicare i morti, di dare il loro premio ai tuoi servitori, i profeti, ed ai santi e a quelli che temono il tuo nome, e piccoli e grandi, e di distruggere quelli che distruggon la terra. E il tempio di Dio che è nel cielo fu aperto e si vide nel suo tempio l’arca del suo patto e vi furono lampi e voci e tuoni e un terremoto ed una forte gragnuola» (Apocalisse 11:15-19).

Dopo l’arca e il suo contenuto viene «il propiziatorio». «Farai anche un propiziatorio di oro puro; la sua lunghezza sarà di due cubiti e mezzo, e la sua larghezza di un cubito e mezzo. E farai due cherubini d’oro; li farai lavorati al martello, alle due estremità del propiziatorio; e i cherubini avranno le ali spiegate in alto, in modo da coprire il propiziatorio con le loro ali; avranno la faccia volta l’uno verso l’altro; le facce dei cherubini saranno volte verso il propiziatorio. E metterai il propiziatorio in alto, verso l’arca; e nell’arca metterai la testimonianza che ti darò. Quivi io mi incontrerò teco; e di su il propiziatorio, di fra i due cherubini che sono sull’arca della testimonianza, ti comunicherò tutti gli ordini che avrò da darti per i figliuoli di Israele» (versetti 17 a 22). L’Eterno dichiara qui il suo misericordioso proposito di scendere dal monte ardente per prendere posto sul propiziatorio. Poteva venirvi ad abitare fino a che le tavole della testimonianza, nell’arca, erano intatte e i simboli della sua potenza, nella creazione e nella provvidenza, si innalzavano a destra e a sinistra, accessori inseparabili di questo trono su cui s’era seduto, trono di grazia basato sulla giustizia divina e sostenuto dalla giustizia e dal giudizio. Là brillava la gloria dell’Iddio di Israele; là pure venivano emanati i suoi comandamenti, raddolciti e resi più gradevoli dalla sorgente di misericordia da cui uscivano e dall’intermediario che li trasmetteva; come i raggi del sole che, pur attraverso le nuvole, vivificano e fecondano senza che il loro splendore abbagli. «I suoi comandamenti non sono gravosi» (1 Giovanni 5:3) quando sono ricevuti da sopra il propiziatorio, perché ci giungono uniti alla grazia che dà le orecchie per udire e la potenza per obbedire.

L’arca e il propiziatorio, visti insieme come un tutto unico, sono per noi una sorprendente figura di Cristo, nella sua persona e nella sua opera. Magnificata la legge e resala onorevole, Cristo diventa con la morte una propiziazione (o un propiziatorio) per quelli che credono (Romani 3:25). La misericordia di Dio non poteva riposare se non sul fondamento di una perfetta giustizia. «Affinché... la grazia regni, mediante la giustizia, a vita eterna per mezzo di Gesù Cristo, nostro Signore» (Romani 5:21). L’unico luogo in cui Dio e l’uomo possano incontrarsi è quello in cui la grazia e la giustizia si incontrano in perfetto accordo. Nulla si addice a Dio se non una perfetta giustizia; nulla si addice all’uomo se non una perfetta grazia. Ma solo alla croce «la benignità e la verità si sono incontrate, la giustizia e la pace si sono baciate» (Salmo 85:10); così, il peccatore che crede trova la pace della sua anima; vede che la giustizia di Dio e la sua giustificazione hanno un unico fondamento, l’opera compiuta da Cristo. Quando l’uomo, sotto la potente azione della verità di Dio, prende il posto che gli spetta, come peccatore, Dio può, agendo in grazia, prendere il suo come salvatore; allora ogni questione è regolata; poiché i fiumi della grazia possono scorrere liberamente, avendo, la croce, risposto a tutte le esigenze della giustizia divina. Quando un Dio giusto e un peccatore perduto si incontrano su un propiziatorio asperso di sangue, tutto è regolato, regolato per sempre, regolato in un modo che glorifica perfettamente Dio e salva il peccatore per tutta l’eternità. Bisogna che Dio sia verace e ogni uomo confuso come bugiardo; e quando l’uomo è così portato a sentire la sua vera condizione morale davanti a Dio, e accetta il posto che la verità di Dio gli assegna, allora apprende che Dio si è rivelato come giusto giustificante e la sua coscienza trova così una pace sicura e, inoltre, la capacità d’essere in relazione con Dio e di prestare attenzione alla sua santa parola, nell’intelligenza di questa relazione nella quale la grazia divina ci ha introdotti.

Il luogo santissimo ci presenta dunque una scena ammirevole: l’arca, il propiziatorio, i cherubini, la gloria. Che spettacolo per il sommo sacerdote quando vi entrava, una volta all’anno. Che il Signore apra i nostri cuori e le nostre intelligenze perché capiamo meglio il significato di queste preziose figure.

Mosè riceve poi le istruzioni riguardo la tavola del pane di presentazione. Su questa tavola era posto il nutrimento dei sacerdoti di Dio. Per sette giorni quei dodici pani di presentazione di fior di farina con incenso puro erano presentati all’Eterno. Poi, venendo sostituiti con altri, erano dei sacerdoti che li mangiavano in un luogo santo (Levitico 24:5-9). Sappiamo che quei dodici pani, rappresentano «l’uomo Cristo Gesù». Il fior di farina di cui erano fatti è l’immagine della perfetta umanità del Salvatore, mentre l’incenso puro rappresenta la completa consacrazione di questa umanità a Dio. Se Dio ha i suoi sacerdoti che lo servono nel luogo santo, avrà pure una tavola per loro e Cristo è il pane sulla tavola. La tavola pura e i dodici pani raffigurano Cristo come rappresentato continuamente a Dio in tutta l’eccellenza della sua pura umanità e dato come alimento alla famiglia sacerdotale. I «sette giorni» sono l’emblema della perfezione del divino godimento di Cristo; i «dodici pani», sono l’espressione dell’amministrazione di questo godimento nell’uomo e per mezzo dell’uomo. Forse c’è anche l’idea della relazione di Cristo con le dodici tribù d’Israele e i dodici apostoli dell’Agnello.

«Il candelabro d’oro puro» viene subito dopo, poiché i sacerdoti di Dio hanno bisogno di nutrimento ma anche di luce; e trovano in Cristo l’uno e l’altro. «Il candelabro, il suo piede e il suo trono saranno lavorati al martello; i suoi calici, i suoi pomi e i suoi fiori saranno tutti d’un pezzo col candelabro». «Le sette lampade» che facevano luce di fronte al candelabro, sono l’espressione della perfezione della luce e dell’energia dello Spirito, fondate sulla perfetta efficacia dell’opera di Cristo e legate ad essa. L’opera dello Spirito Santo non può essere mai separata da quella di Cristo; lo indica, in due modi, la magnifica immagine del candelabro d’oro. Le sette lampade unite al tronco d’oro battuto ci dicono che l’opera compiuta da Cristo è il solo fondamento sul quale riposa la manifestazione dello Spirito nella Chiesa. Lo Spirito Santo fu dato solo dopo la glorificazione di Gesù (ved. Giovanni 7:39 e Atti 19:2-6). Nel capitolo terzo dell’Apocalisse, Cristo è presentato alla Chiesa di Sardi come «Colui che ha i sette spiriti di Dio». Una volta esaltato alla destra di Dio, il Signore Gesù ha potuto spandere lo Spirito Santo sulla sua Chiesa affinché questa potesse risplendere secondo la potenza e la perfezione della sua esistenza, del suo agire e del suo culto.

Vediamo anche che una delle particolari funzioni di Aaronne era quella di mantenere accese le sette lampade. «L’Eterno parlò ancora a Mosè dicendo: Ordina ai figliuoli d’Israele che ti portino dell’olio di oliva puro, vergine, per il candelabro, per tenere le lampade continuamente accese» (Levitico 24). È così che l’opera dello Spirito Santo nella Chiesa è legata all’opera di Cristo nella terra e a quella nel cielo. Le sette lampade c’erano, ma erano necessarie l’attività e la vigilanza del sacerdote per metterle a posto e mantenerle accese. Il sacerdote doveva continuamente servirsi degli smoccolatoi e dei porta smoccolature, fatti per raccogliere ciò che cadeva dalle lampade, per togliere tutto ciò che poteva ostruire i canali dell’olio vergine d’oliva. Gli smoccolatoi e i porta smoccolature erano pure d’oro poiché tutte queste cose erano il frutto immediato dell’operato divino. Se la Chiesa è una luce, lo è per l’energia dello Spirito e quest’energia è fondata su Cristo che, grazie al consiglio eterno di Dio, diventa nel suo sacrificio e nel suo sacerdozio la sorgente e la potenza d’ogni cosa per la sua Chiesa. Tutto viene da Dio. Quindi, sia che guardiamo all’interno di questo misterioso velo, sia che contempliamo l’arca col suo coperchio e i due cherubini o che ci soffermiamo sugli oggetti posti al di fuori del velo, la tavola pura e il candelabro puro coi rispettivi vasi e utensili, tutto parla di Dio, rivelato in rapporto al suo Figliuolo o allo Spirito Santo.

Lettore cristiano, la tua vocazione ti pone proprio nel mezzo di tutte queste realtà preziose. Il tuo posto non è soltanto fra «le cose raffiguranti quelle nei cieli» ma fra «le cose celesti stesse»; abbiamo «libertà d’entrare nel santuario in virtù del sangue di Gesù» (Ebrei 9:23; 10:19). Siamo sacerdoti per Dio. «Il pane di presentazione» è nostro. Il nostro posto è alla «tavola pura» per mangiare il pane sacerdotale alla luce dello Spirito Santo. Nulla mai ci priverà di questi privilegi divini; essi sono nostri per sempre. Facciamo attenzione a ciò che potrebbe privarci del godimento di queste cose. Guardiamoci dalle concupiscenze, i sentimenti, le immaginazioni che non sono pure, teniamo soggetto l’uomo naturale; teniamo fuori il mondo; teniamo lontano Satana. Che lo Spirito Santo riempia di Cristo l’anima nostra; allora saremo santi, praticamente, e sempre felici; porteremo del frutto e il Padre sarà glorificato in noi e la nostra gioia sarà completa.

20. Capitolo 26

Abbiamo qui la descrizione dei teli e delle coperte del tabernacolo nei quali lo sguardo spirituale discerne le ombre dei vari tratti e delle varie fasi del carattere di Cristo. «Farai poi il tabernacolo di dieci teli di lino fino ritorto, di filo color violaceo, porporino e scarlatto, con dei cherubini artisticamente lavorati». Sono questi i differenti aspetti sotto i quali appare «Cristo Gesù uomo» (1 Timoteo 2:5). Il «lino fino ritorto» rappresenta la perfetta purezza del suo cammino e del suo carattere così come il violaceo, la porpora e lo scarlatto ce lo mostrano come il «Signore dei cieli» che deve regnare secondo i consigli divini, ma soltanto dopo aver sofferto. Noi abbiamo in Lui un uomo puro e senza macchia, un uomo celeste, un uomo re, un uomo sofferente. I diversi materiali, menzionati qui, non dovevano servire soltanto per «i teli» del tabernacolo, ma essendo impiegati anche per «il velo» (vers. 31), per la «portiera all’ingresso della tenda» (vers. 36), per «la portiera della porta del cortile» (cap. 27:16), per i «paramenti cerimoniali e i paramenti sacri di Aaronne» (cap. 39:1). In una parola vi era Cristo dappertutto, Cristo in tutto, null’altro che Cristo (*).

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(*) L’espressione splendente e puro (Apocalisse 19:8) dà una forza e una bellezza particolari alla figura che lo Spirito Santo ci presenta nel «lino fino». In effetti non vi potrebbe essere emblema più giusto della natura umana pura e senza macchia.
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«Il lino fino ritorto», figura dell’umanità pura e senza macchia di Cristo, offre all’intelligenza spirituale una sorgente preziosa e abbondante di meditazione. La verità riguardante l’umanità di Cristo, dev’essere ricevuta con l’esattezza che ce ne dà l’insegnamento delle Scritture. È una verità fondamentale; se non è accettata, mantenuta, difesa e confessata così come l’ha rivelata Dio nella sua santa Parola, tutto l’edificio che deve basarsi su di essa è inevitabilmente corrotto. Se siamo nell’errore su un punto così capitale, non possiamo essere nella verità su altre cose. Non c’è nulla di più deplorevole dell’incertezza che sembra predomini nei pensieri e nelle espressioni di molti su una dottrina di una tale importanza. Se si avesse più rispetto per la Parola di Dio, la si conoscerebbe certamente meglio e si eviterebbero certe dichiarazioni erronee e non riflettute, che contristano lo Spirito Santo, il cui compito è di rendere testimonianza di Gesù.

Quando l’angelo le annunziò la bella notizia della nascita del Salvatore, Maria gli disse: «Come avverrà questo, poiché non conosco uomo?» (Luca 1:34). La sua debole intelligenza non era capace di afferrare, e tanto meno di approfondire, il prodigioso mistero di «Dio manifestato in carne» (1 Timoteo 3:16). Ma ascoltate attentamente la risposta dell’Angelo, non a uno spirito incredulo ma a un cuore pio, seppure ignorante. «Lo Spirito Santo verrà su di te e la potenza dell’Altissimo ti coprirà dell’ombra sua; perciò ancora il santo che nascerà sarà chiamato Figliuolo di Dio» (Luca 1:35). Maria immaginava, certamente, che quella nascita sarebbe avvenuta secondo i principi ordinari della natura, ma l’angelo corregge il suo errore e, correggendolo, enuncia una delle più grandi verità della Rivelazione. Le dichiara che la potenza divina avrebbe formato un vero uomo: «Il secondo uomo è dal cielo» (1 Corinzi 15:47). Un uomo la cui natura era divinamente pura e assolutamente incapace di ricevere o trasmettere qualche contaminazione. Questo Essere santo fu formato «simile a carne di peccato», senza peccato nella carne (Romani 8:3). Partecipò a una reale carne e a un vero sangue senza un solo atomo o un’ombra di male che invece contaminava la creazione in mezzo alla quale Egli veniva.

Come già abbiamo detto, è questa una verità di prim’ordine alla quale non ci sapremo sottomettere mai completamente e che non si riesce a ritenere con sufficiente fedeltà e fermezza. L’incarnazione del Figlio, seconda persona della Trinità eterna, la sua entrata misteriosa in una carne pura e senza contaminazione, formata dalla potenza dell’Altissimo nel seno della vergine, è il fondamento del «grande mistero della pietà» (1 Timoteo 3:16) il cui apice è un Dio-uomo, glorificato nel cielo, il capo, il rappresentante e il modello della Chiesa riscattata da Dio. La purezza essenziale della sua umanità rispondeva perfettamente alle esigenze di Dio; la realtà di questa umanità rispondeva ai bisogni dell’uomo. Egli era uomo, perché solo un uomo poteva rispondere a tutto ciò che la rovina dell’uomo esigeva e rendeva necessario; ma era un uomo che poteva soddisfare a tutte le esigenze della gloria di Dio. Egli era vero uomo ma puro e senza macchia; Dio poteva trovare in lui il suo piacere, perfettamente, e l’uomo poteva appoggiarsi su lui senza riserve.

Non è necessario ricordare al cristiano che tutto questo, separato dalla morte e dalla risurrezione, è per noi senza frutto. Abbiamo bisogno non solo di un Cristo incarnato ma di un Cristo crocifisso e risuscitato. È vero che per essere crocifisso doveva essere fatto carne; ma sono la sua morte e la sua risurrezione a rendere efficace, per noi, la sua incarnazione. Credere che nell’incarnazione Cristo si sia unito all’umanità peccatrice è addirittura una bestemmia; era una cosa impossibile. Egli stesso ci insegna a questo riguardo: «In verità, in verità io vi dico che, se il granello di frumento caduto in terra non muore, rimane solo; ma se muore produce molto frutto» (Giovanni 12:24). Non poteva esservi alcuna unione tra una carne di peccato e quest’Essere santo, nato da Maria; tra una carne mortale e corruttibile e Colui in cui Satana non aveva nulla (Giovanni 14:30) e sul quale la morte non aveva alcun potere di modo ch’egli ha potuto «dare» la propria vita (Giovanni 10:18). La morte ch’egli ha sofferto volontariamente è la sola base d’unità fra Cristo e i suoi membri eletti. «... Siamo divenuti una stessa cosa con lui per una morte somigliante alla sua... Il nostro vecchio uomo è stato crocifisso con lui affinché il corpo del peccato fosse annullato» (Romani 6:5-6). «In lui voi siete anche stati circoncisi d’una circoncisione non fatta da mano d’uomo, ma dalla circoncisione di Cristo che consiste nello spogliamento del corpo della carne: essendo stati con lui sepolti nel battesimo nel quale siete anche stati risuscitati con lui mediante la fede nella potenza di Dio che ha risuscitato lui dai morti» (Colossesi 2:11-12). Al capitolo 6 dei Romani e al capitolo 2 dei Colossesi, troviamo una espressione particolareggiata dell’importante verità che ci occupa. È solo come morti e risuscitati che Cristo e i suoi possono diventare «uno» (confr. Efesini 1:20 e 2:8). Bisognava che il vero granello di frumento cadesse in terra e morisse perché una spiga piena potesse formarsi ed essere raccolta nel granaio celeste.

Ma, mentre questa verità è chiaramente rivelata nelle Scritture, queste Scritture ci insegnano anche che l’incarnazione formava, per così dire, il primo fondamento del glorioso edificio; e i teli di fine lino ritorto ci presentano in figura la purezza morale dell’«uomo Cristo Gesù». Abbiamo già visto in che modo fu concepito e in che modo nacque (Luca 1:26-38) e se lo seguiamo in tutta la sua vita quaggiù vediamo sempre e ovunque, in lui, questa stessa irreprensibile purezza. Egli passò quaranta giorni nel deserto tentato dal diavolo ma non c’era, nella sua pura natura, nulla che rispondesse alle vili suggestioni del tentatore. Cristo poteva toccare i lebbrosi senza essere contaminato; poteva toccare la salma di un morto senza prendere l’odore della morte. Poteva passare «senza peccato» in mezzo alla corruzione. Era perfettamente uomo ma perfettamente unico nella sua origine, nello stato e nel carattere della sua umanità. Egli solo ha potuto dire: «Non permetterai che il tuo santo vegga (veda) la fossa» (*) (Salmo 16:10). Questo si riferiva alla sua umanità che, in quanto perfettamente santa e pura, poteva portare il peccato. «Egli che ha portato egli stesso i nostri peccati nel suo corpo, sul legno» (1 Pietro 2:24); non «al legno», come qualcuno vorrebbe insegnarci, ma «sul legno». È sulla croce che portò i nostri peccati, e là soltanto, poiché «colui che non ha conosciuto peccato Egli l’ha fatto essere peccato per noi affinché noi diventassimo giustizia di Dio in lui» (2 Corinzi 5:21).

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(*) Il testo originale dice: «..vegga (veda) la corruzione».
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Il colore «violaceo» (o meglio, come altri traducono, il «blu») è il colore del cielo e indica il carattere celeste di Cristo che, sebbene fosse realmente uomo e fosse entrato in tutte le circostanze di una vera e reale umanità «a parte il peccato», era tuttavia il Signore venuto «dal cielo» (1 Corinzi 15:17). Benché fosse «vero uomo» camminò nella coscienza ininterrotta della sua alta dignità, come straniero celeste; non dimenticò mai, un solo istante, da dove era venuto, dov’era, e dove andava. La sorgente della sua gioia era in alto. La terra non poteva renderlo né più ricco né più povero; ha sperimentato che questo mondo era «una terra arida, che langue, senz’acqua» (Salmo 63:1) e, di conseguenza, l’anima sua non poteva abbeverarsi che in alto, nutrirsi solo di ciò che era celeste. «Nessuno è salito in cielo se non colui che è disceso dal cielo, il Figliuol dell’uomo che è nel cielo» (Giovanni 3:13).

Il colore «porporino» è il segno della regalità e ci fa vedere Colui che era nato per essere re dei Giudei (Giovanni 18:37), che si presentò come tale alla nazione giudea e fu rigettato; davanti a Ponzio Pilato fece una bella confessione, confessando che era re, quando, umanamente parlando, non v’era in lui alcuna traccia di regalità. «Tu lo dici; io sono re» (Giovanni 18:37). «Vedrete il Figliuol dell’uomo seduto alla destra della Potenza e venire sulle nuvole del cielo» (Marco 14:62, vedere anche Daniele 7:13). Infine, l’iscrizione sulla croce in «ebraico, in latino e in greco», le lingue della religione, del governo e della scienza, diceva ch’egli era «Gesù il Nazareno, il re dei Giudei» (Giovanni 19:20-21). La terra rinnegò i suoi diritti, per sua propria disgrazia, ma non fu così del cielo: là i diritti di Cristo furono pienamente riconosciuti; Egli fu accolto come un vincitore nell’eterna abitazione della luce; là fu coronato di gloria e di onore, e si sedette, fra le acclamazioni degli eserciti celesti, sul trono della Maestà nei cieli, in attesa che i suoi nemici siano ridotti a sgabello dei suoi piedi. «Perché tumultuano le nazioni, e meditano i popoli cose vane? I re della terra si ritrovano e i principi si consigliano insieme contro l’Eterno e contro il suo Unto, dicendo: Rompiamo i loro legami e gettiamo via da noi le loro funi. Colui che siede nei cieli ne riderà; il Signore si befferà di loro. Allora parlerà loro nella sua ira, e nel suo furore li renderà smarriti: Eppure, dirà, io ho stabilito il mio re sopra Sion, monte della mia santità. Io spiegherò il decreto: l’Eterno mi disse: Tu sei il mio figliuolo, oggi io t’ho generato. Chiedimi, io ti darò le nazioni per tua eredità e le estremità della terra per tuo possesso. Tu le fiaccherai con uno scettro di ferro, tu le spezzerai come un vaso di vasellaio. Ora dunque, o re, siate savi; lasciatevi correggere, o giudici della terra. Servite l’Eterno con timore e gioite con tremore. Rendete omaggio al figlio, che talora l’Eterno non si adiri e voi non periate nella vostra vita, perché d’un tratto l’ira sua può divampare. Beati tutti quelli che confidano in lui!» (Salmo 2).

Lo «scarlatto» richiama Cristo che versa il suo sangue. «Cristo ha sofferto nella carne» (1 Pietro 4:1). Senza la morte tutto sarebbe stato inutile. Possiamo ammirare il «violaceo» (o blu) e il «porporino», ma senza lo «scarlatto» i caratteri più importanti del tabernacolo sarebbero mancati. È con la morte che Cristo ha distrutto colui che aveva l’impero della morte. Ponendo dinanzi a noi un’immagine di Cristo, vero tabernacolo, lo Spirito Santo non avrebbe potuto omettere questo lato del suo carattere che costituisce il fondamento della sua unione col suo corpo che è la Chiesa, del suo diritto al trono di Davide e della sua signoria su tutta la creazione. In altre parole, in questi teli pieni di significato, lo Spirito Santo ci presenta il Signore Gesù, non solo come uomo puro e senza macchia o come uomo re, ma anche come un uomo che muore; come uno che, con la sua morte, ha acquistato un diritto a tutto ciò che, come uomo, i consigli divini gli avevano destinato.

Ma queste coperture del tabernacolo non sono solo l’espressione delle svariate perfezioni del carattere di Cristo; esse mettono anche in evidenza l’unità e la fermezza di questo carattere, ogni aspetto del quale è perfetto e al posto giusto. L’uno non usurpa l’altro né ne sminuisce la bellezza. Allo sguardo di Dio tutto era perfetta armonia, e così fu presentato nel modello che Mosè vide sul monte (Esodo 25:40; Ebrei 8:5; Atti 7:44) e nella copia che venne rizzata nel deserto. «Tutti i teli saranno di una stessa misura; cinque teli saranno uniti assieme e gli altri cinque teli saran pure uniti assieme» (v. 3). Era questo l’accordo e la giusta proporzione che regnava in tutte le vie di Cristo, uomo perfetto che cammina sulla terra, in qualunque situazione lo consideriamo. Quando agisce in base a uno dei suoi caratteri, non vediamo mai che ciò che fa sia in disaccordo con la divina perfezione di un altro dei suoi caratteri. In ogni tempo, ovunque e in ogni circostanza, egli fu l’uomo perfetto. Non v’era nulla, in lui, che usciva da queste belle e perfette proporzioni che lo caratterizzavano in tutte le sue vie. «Tutti i teli saranno di una stessa misura...».

Al di sopra dei teli che coprivano il tabernacolo, di cui ci siamo occupati, ce n’era un altro di «pelo di capra» (v. 7-14), una tenda che nascondeva la bellezza dei primi a quelli che erano fuori e che rappresentava la separazione rigorosa dal male circostante. Chi era dentro non vedeva quest’ultima tenda. Chi aveva il privilegio di entrare nel luogo santo vedeva solo il violaceo, il porporino, lo scarlatto e il fino lino ritorto, immagine delle virtù e delle perfezioni svariate, ma legate assieme, di questo divino tabernacolo nel quale Dio abitava al di là della cortina; e attraverso questo velo (la carne di Cristo) i raggi della natura divina brillavano così dolcemente che il peccatore poteva contemplarli senza essere atterrato dal loro glorioso splendore.

Mentre il Signore Gesù ha attraversato questo mondo, quanto poco l’hanno realmente conosciuto! Quanto poco hanno avuto gli occhi unti di collirio celeste per penetrare e apprezzare il mistero profondo del suo carattere! Quanto poco seppero vedere il «violaceo, il porporino, lo scarlatto e il lino fino ritorto»! Quando la fede spingeva un uomo alla sua presenza, Gesù permetteva che lo splendore di ciò ch’egli era si manifestasse e che la sua gloria squarciasse le nubi. Per l’occhio naturale potrebbe sembrare che vi fossero nella sua persona riserbo e la severità che erano rappresentate dal «telo di pel di capra» e che erano il risultato della sua separazione profonda e del suo allontanamento non dai peccatori, personalmente, ma dai pensieri e dalle massime degli uomini. Non aveva niente in comune con gli uomini come tali; e non era una capacità della semplice natura umana comprenderlo e gioire di lui. «Niuno può venire a me se non che il Padre, che mi ha mandato, lo attiri» (Giovanni 6:44). E quando uno di quelli che erano attirati confessava il suo nome, egli gli dichiarava: «Non la carne e il sangue t’hanno rivelato questo» (Matteo 16:17). Egli era «come un rampollo, come una radice che esce da un arido suolo», non avendo forma né bellezza da attirare gli sguardi o soddisfare il cuore degli uomini. Le ondate della popolarità non potevano riversarsi su colui che, mentre attraversava così velocemente la scena di questo mondo vano, si avviluppava di «un telo di pel di capra». Gesù non è stato popolare. La moltitudine l’ha seguito per un momento perché, per essa, il suo ministero era connesso ai pani e ai pesci che rispondevano ai loro bisogni, ma era pronta a gridare: «Toglilo di mezzo, crocifiggilo» (Giovanni 19:15), così come: «Osanna al Figliuolo di Davide» (Matteo 21:9). Se ne ricordino i cristiani, i servitori di Cristo e tutti i predicatori dell’Evangelo. Non dimentichiamo mai questo «telo di pel di capra».

Ma se le pelli di capra esprimevano la rigorosa separazione di Cristo dal mondo, le «pelli di montone tinte in rosso» (v. 14) rappresentavano la sua intera consacrazione e la sua ardente devozione per Dio, nella quale perseverò fino alla morte stessa. Fu il solo servitore perfetto che lavorò nella vigna di Dio. Ebbe un solo scopo e lo perseguì senza deviare dalla mangiatoia alla croce: glorificare il Padre e compiere l’opera che gli aveva dato da fare. Il suo cibo era di fare la volontà di Colui che l’aveva mandato e di compiere l’opera sua (Giovanni 4:34). «Le pelli di montone tinte in rosso» rappresentano un lato del suo carattere, come lo rappresenta la tenda di «pel di capra». La sua perfetta devozione a Dio lo separava dalle abitudini degli uomini.

Le «pelli di tasso» (*) (v. 14) mi sembra che designino la santa vigilanza con la quale il Signore Gesù stava in guardia perché non gli si avvicinasse nulla di ciò che era ostile allo scopo da cui l’anima sua tutt’intera era pervasa. Prese la sua posizione per Dio e la mantenne con una tenacia che nessuna influenza di uomini o di demoni, della terra e dell’inferno, avrebbero potuto sormontare. La coperta di pelli di tasso era al disopra e questo ci mostra che la caratteristica più pronunciata, nel carattere dell’«uomo Cristo Gesù», era un’invincibile determinazione d’essere un testimone di Dio sulla terra. Egli era il vero Naboth, che dava la sua vita piuttosto che rinunciare alla verità di Dio o abbandonare ciò per cui aveva preso posto in questo mondo.

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(*) Alcune versioni traducono «pelli di delfino» ma non è esatto (N.d.T.)
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La capra, il montone, il tasso devono essere considerati come figure di certe caratteristiche naturali così come di certe qualità morali, e bisogna tener conto di ambedue questi lati nelle applicazioni di queste immagini al carattere di Gesù. L’occhio umano non poteva discernere che i caratteri naturali. Non poteva vedere né la grazia, né la bellezza, né la dignità morale che erano nascoste sotto la forma esteriore di Gesù di Nazareth, umile e disprezzato. Quando i tesori della saggezza divina uscivano dalle sue labbra, la gente si chiedeva: «Non è costui il falegname?» (Marco 6:3); «Come mai s’intende costui di lettere senza aver fatto studi?» (Giovanni 7:15). Quando dichiarava d’essere il Figlio di Dio e affermava la sua eterna divinità gli rispondevano: «Tu non hai ancora cinquant’anni», e una volta «presero delle pietre per tirargliele» (Giovanni 8:57-59). In poche parole, la confessione dei Farisei «quant’è a costui non sappiamo di dove sia» (Giovanni 9:29), era quella di tutti gli uomini in generale.

I limiti del nostro lavoro non ci permettono di seguire qui lo sviluppo di questi preziosi caratteri di Gesù, nei racconti degli Evangeli. Ciò che si è detto è sufficiente per aprire al lettore una sorgente di meditazione spirituale e per dargli un’idea dei rari tesori che sono racchiusi nelle immagini dei teli e delle coperte del tabernacolo. Il mistero della persona di Cristo, i suoi segreti moventi, le sue perfezioni, la sua apparenza esteriore priva di tutto ciò che piace agli uomini; ciò ch’egli era per se stesso, ciò che era verso Dio e verso gli uomini; ciò ch’egli era a giudizio della fede e a giudizio della natura, tutto era presentato sotto la figura dei teli di fino lino ritorto, nel violetto, nello scarlatto, nella porpora e nelle coperture del tabernacolo.

«Le assi» per il tabernacolo (v. 15) erano fatte dello stesso legno dell’arca del patto. A sostenerle c’erano delle basi d’argento proveniente dall’offerta (cap. 30:11-16); anche i loro chiodi e i loro capitelli erano in argento (cap. 33:25-28). Tutta l’intelaiatura del tabernacolo posava su ciò che parlava di redenzione e i chiodi e i capitelli riproducevano lo stesso pensiero. I basamenti erano sepolti nella sabbia, i chiodi e i capitelli erano in alto. Qualunque sia la profondità alla quale arriviamo o l’altezza che riusciamo a raggiungere, questa gloriosa ed eterna realtà è dipinta dinanzi a noi: «Ho trovato il riscatto» (Giobbe 33:24). Sia benedetto Iddio che «non con cose corruttibili, con argento o con oro siete stati riscattati... ma col prezioso sangue di Cristo come d’agnello senza difetto né macchia» (1 Pietro 1:18).

Il tabernacolo era diviso in tre parti distinte: il luogo santissimo, il luogo santo, il cortile. Le coperture che chiudevano l’ingresso di ognuna di queste parti erano fatte con gli stessi materiali del padiglione cioè il violetto (o blu), la porpora, lo scarlatto e il lino fino ritorto (cap. 26:31-36 e 27:16). Cristo è la sola porta per la quale si possa entrare nelle differenti regioni della gloria che devono ancora essere manifestate sia nella terra sia nel cielo, sia nei cieli dei cieli. «Ogni famiglia nei cieli e sulla terra» (Efesini 3:15) sarà posta sotto la suprema autorità di Cristo così come ogni famiglia sarà introdotta nella felicità e nella gloria eterne in virtù dell’espiazione che Cristo ha compiuta. Tutto questo è chiaro e per essere capito non richiede nessuno sforzo di immaginazione. La verità è quella e, quando è conosciuta, la rappresentazione è facilmente afferrata. Se i nostri cuori sono ripieni di Cristo non rischiamo di sviarci lontano nelle nostre interpretazioni del tabernacolo e dei suoi accessori. Non è la scienza né la critica che ci sono utili in questo studio, ma un cuore pieno d’amore per Gesù e una coscienza che ha la pace per il sangue della croce.

Che lo Spirito di Dio ci renda capaci di studiare queste cose con un interesse e un’intelligenza maggiore! Che sia Lui ad aprire i nostri occhi perché contempliamo le meraviglie della sua legge (Salmo 119:18).

21. Capitolo 27

Prima di entrare nei particolari dell’altare di rame e del cortile di cui questo capitolo ci occuperà, vorrei richiamare l’attenzione del lettore sull’ordine seguito dallo Spirito Santo in questa parte del libro dell’Esodo. Abbiamo già fatto notare che il passo compreso tra il v. 1 del cap. 25 e il v. 19 del cap. 27 forma una divisione distinta che ci dà la descrizione dell’arca e del propiziatorio, della tavola e del candeliere, delle coperte e dei teli, e, infine, dell’altare di rame e del cortile dove questo era posto. Leggendo il v. 15 del capitolo 35, il v. 25 del capitolo 37 e il v. 26 del capitolo 40, si vede che in ogni passo è fatta menzione dell’altare d’oro del profumo, tra il candeliere e l’altare di rame; mentre quando l’Eterno dà istruzioni a Mosè, l’altare di rame è introdotto subito dopo il candeliere e le coperture del tabernacolo. Ci dev’essere, per questa differenza, un motivo divino che vale la pena ricercare.

Perché quando l’Eterno dà istruzioni sulla sistemazione e gli utensili del «luogo santo» omette l’altare dei profumi per passare immediatamente all’altare di rame che era all’ingresso del tabernacolo? Ecco quale credo sia il pensiero di Dio su questo soggetto. Egli descrive dapprima il modo con cui egli stesso si sarebbe manifestato all’uomo; poi ci insegna in qual modo l’uomo deve avvicinarsi a Lui. Prende posto sul trono, come il «Signore di tutta la terra» (Giosuè 3:11); i raggi della sua gloria erano nascosti dietro la cortina, figura della carne di Cristo (Ebrei 10:20); ma, fuori della cortina, c’era la manifestazione di lui stesso, legato all’umanità nella «tavola e nei pani della presentazione», e con la luce e la potenza dello Spirito Santo, nel candeliere. Viene poi il carattere di Cristo come uomo sceso sulla terra, rappresentato nei teli e nelle coperture del tabernacolo; e infine l’altare di rame, emblema del luogo dove si incontrano un Dio santo e un uomo peccatore. Arriviamo così al punto estremo da dove ritorniamo verso il luogo santo, con Aaronne e i suoi figli che avevano il loro posto abituale come sacerdoti là dov’era l’altare d’oro dei profumi. Un tale ordine è di una grande bellezza e merita la nostra seria attenzione. Non è parlato dell’altare d’oro prima che ci sia un sacerdote per bruciarvi l’incenso, poiché l’Eterno mostra a Mosè le immagini delle cose che sono nei cieli secondo l’ordine nel quale queste cose devono essere afferrate per la fede. D’altro lato, quando Mosè dà ordini alla congregazione (cap. 35), quando racconta i lavori di «Betsaleel e Oholiab» (cap. 37 e 38), e quando erige il tabernacolo (cap. 40), segue semplicemente l’ordine nel quale gli utensili erano realmente posti.

Passiamo ora all’altare di rame. Era il luogo in cui il peccatore s’avvicinava a Dio, nella potenza e in virtù del sangue dell’espiazione. Era posto all’ingresso del tabernacolo e su di esso veniva sparso tutto il sangue dei sacrifici. Era fatto di legno d’acacia e di rame, dello stesso legno usato per l’altare d’oro dei profumi; ma il metallo era differente. La ragione è chiara. L’altare di rame era il luogo in cui Dio aveva a che fare col peccato secondo il giudizio che portava su di esso. L’altare d’oro era il luogo in cui il profumo prezioso di tutto ciò che v’era di eccellente in Cristo saliva fino al trono di Dio. Il legno d’acacia, come figura dell’umanità di Cristo, doveva esservi nell’uno e nell’altro; ma nell’altare di rame Cristo incontra il fuoco della giustizia divina; nell’altare d’oro nutre le affezioni di Dio. Nel primo di questi altari si esaurì il fuoco della collera divina, nel secondo è acceso quello del culto sacerdotale. L’anima gode nel trovare Cristo nell’uno e nell’altro; ma l’altare di rame è quello che risponde ai bisogni d’una coscienza colpevole, la prima cosa di cui ha bisogno un peccatore senza forza, miserabile, convinto di peccato. La coscienza non può godere di una pace stabile e solida prima che l’occhio della fede riposi su Cristo, di cui l’altare di rame è una figura. Bisogna che io veda il mio peccato ridotto in cenere dal fuoco di questo altare prima di poter godere la pace della coscienza alla presenza di Dio. Quando so, per fede alla testimonianza di Dio, ch’Egli stesso ha giudicato in Cristo il mio peccato, all’altare di rame, che ha soddisfatto, egli stesso, a tutte le esigenze della sua gloria, che ha tolto il mio peccato per sempre dalla sua presenza, allora, ma solo allora, posso godere una pace divina ed eterna.

Farò qui una nota sul significato dell’oro e del rame negli utensili del tabernacolo. L’oro è il simbolo della giustizia divina o della natura divina «nell’uomo Cristo Gesù». Il rame è il simbolo della giustizia che richiede il giudizio del peccato, come nell’altare di rame; o il giudizio dell’impurità come nella conca di rame (cap. 30:18). Questo spiega perché dentro la tenda del tabernacolo tutto era d’oro: l’arca, il propiziatorio, la tavola, il candeliere, l’altare dei profumi; quelle cose erano il simbolo della natura divina, dell’eccellenza personale inerente al Signore Gesù. Dall’altro lato, fuori della tenda del tabernacolo, tutto era di rame, l’altare e i suoi utensili, la conca e il suo basamento. Bisogna che le esigenze della giustizia, riguardo il peccato e la contaminazione, siano divinamente soddisfatte prima che si possa godere, in qualche modo, dei preziosi misteri della persona di Cristo, come ci sono rivelati nell’interno del santuario di Dio. Quando vedo ogni impurità e ogni peccato perfettamente giudicati e lavati, posso, come sacerdote, avvicinarmi e adorare nel luogo santo e godere della piena manifestazione della bellezza e della perfezione del Dio-uomo, Gesù Cristo.

Ne avrà profitto il lettore che applicherà questa linea di pensiero a tutti i dettagli, non solo nello studio del tabernacolo e del tempio, ma anche nello studio di molti altri passi della Parola. Così, per esempio, nel cap. 1 dell’Apocalisse, Cristo appare con una cintura d’oro al petto e coi piedi simili a rame terso, arroventato in una fornace. La «cintura d’oro» è il simbolo della giustizia intrinseca; i piedi come «terso rame» esprimono il giudizio inflessibile del male: Dio non può tollerare il male, deve schiacciarlo sotto i suoi piedi.

Tale è il Cristo col quale abbiamo a che fare. Egli giudica il peccato ma salva il peccatore. La fede vede il peccato ridotto in cenere all’altare di rame; vede ogni impurità lavata alla conca di rame; infine gode di Cristo così com’è rivelato, nel segreto della presenza divina, per mezzo della luce e della potenza dello Spirito Santo. Lo trova all’altare d’oro, in tutto il valore della sua intercessione; si nutre di lui alla tavola d’oro; lo riconosce nell’arca e nel propiziatorio come colui che risponde a tutte le esigenze della giustizia e, nello stesso tempo, a tutti i bisogni dell’uomo; lo contempla nel velo e nella tenda con tutte le loro figure mistiche. Legge ovunque il suo nome glorioso. Come i nostri cuori dovrebbero apprezzare e lodare un Cristo così prezioso e incomparabile!

Nulla ha un’importanza tanto vitale quanto la chiara comprensione della dottrina di cui l’altare di rame è la tipica espressione. La mancanza di una chiara visione a questo riguardo fa sì che molte anime passino la loro vita nella tristezza. La questione della loro colpevolezza non è, per esse, mai stata chiaramente regolata all’altare di rame; non hanno mai realizzato, per fede, che Dio stesso ha risolto alla croce tutto il problema dei loro peccati. Cercano la pace per la loro coscienza turbata, nella rigenerazione e nel manifestarsi di questa rigenerazione, nei frutti dello Spirito, nelle loro disposizioni, nei loro sentimenti, nelle loro esperienze; cose in se stesse eccellenti e preziose, ma che non sono il fondamento della pace. Ciò che riempie l’anima di una perfetta pace è la conoscenza di ciò che Dio ha fatto all’altare di rame. Le ceneri sull’altare mi insegnano la buona novella che «tutto è compito». I peccati del credente sono stati tutti cancellati dalla mano dell’amore redentore. «Colui che non ha conosciuto peccato, Dio l’ha fatto esser peccato per noi affinché noi diventassimo giustizia di Dio in lui» (2 Corinzi 5:21). Ogni peccato deve essere giudicato, ma il peccato del credente è già stato giudicato alla croce per cui egli è perfettamente giustificato. Immaginare che possa esservi ancora qualcosa contro al credente, al più debole credente, è negare tutta l’opera della croce. I suoi peccati e le sue iniquità sono stati tolti da Dio stesso; per questo sono completamente cancellati, sono scomparsi nel sangue versato dell’Agnello di Dio.

Cari fratelli in Cristo, sia il vostro cuore perfettamente fermo nella pace che Gesù ha fatto «mediante il sangue della croce d’esso» (Colossesi 1:20).

22. Capitoli 28 e 29

Questi capitoli ci fanno conoscere il sacerdozio in tutto il suo valore e la sua efficacia e sono pieni d’un interesse profondo. Il solo termine sacerdozio risveglia nel cuore dei sentimenti di viva riconoscenza per la grazia che non solo ha trovato per noi un mezzo perché potessimo arrivare fino alla presenza di Dio, ma che ha anche provveduto a far sì che potessimo rimanere in questa presenza, secondo il carattere e le esigenze di questa alta e santa posizione.

Il sacerdozio di Aaronne era un dono di Dio a un popolo che era lontano da lui e aveva bisogno che qualcuno rimanesse per lui alla presenza di Dio continuamente. Il cap. 7 agli Ebrei ci dice che quest’ordine di sacerdozio era legato alla legge, fatto tale «a tenore di una legge dalle prescrizioni carnali» (v. 16); che quelli che lo esercitavano erano molti «perché per la morte erano impediti di durare» (v. 23) ed erano «uomini soggetti a infermità» (v. 28). Un tale ordine di sacerdozio non poteva portare alla perfezione; abbiamo quindi da benedire Dio se esso venne istituito «senza giuramento» (v. 21). Il giuramento di Dio non poteva unirsi se non a ciò che doveva durare per sempre, cioè al sacerdozio perfetto, immortale, non trasmissibile del nostro grande e glorioso Melchisedec, che dà al suo sacrificio e al suo sacerdozio tutto il valore, tutta la gloriosa dignità della sua incomparabile persona. Il pensiero d’avere un siffatto sacrificio e un siffatto sacerdote, produce nel cuore un sentimento di viva gratitudine.

Al cap. 28 è parlato dei paramenti sacerdotali e al cap. 29 dei sacrifici. I primi sono immediatamente in rapporto ai bisogni del popolo, mentre gli ultimi sono in relazione ai diritti di Dio. I paramenti sono e rappresentano le varie funzioni e i diversi attributi del sacerdozio. L’«efod» era l’abito sacerdotale per eccellenza; era inseparabilmente unito alle due spallette e al pettorale, perché la forza della spalla dei sacerdote e l’affezione del suo cuore, erano interamente consacrate agli interessi di coloro ch’egli rappresentava e in favore dei quali portava l’efod. Queste cose, tipificate in Aaronne, sono realizzate in Cristo: la sua forza onnipotente e il suo amore infinito ci appartengono eternamente, incontestabilmente. La spalla che sostiene l’universo sostiene il membro più debole e più sconosciuto dell’Assemblea riscattata a prezzo di sangue. Il cuore di Gesù è pieno di un’affetto invariabile, d’un amore eterno e infaticabile anche per il membro meno considerato dell’Assemblea.

I nomi delle dodici tribù, scolpiti sulle pietre preziose, erano portati sia sulle spalle che sul cuore del sommo sacerdote (v. 9-12; 15-29). Il valore di una pietra preziosa si manifesta nel fatto che più è intensa la luce che la colpisce più essa brilla di vivo splendore. La luce non può mai sminuire lo splendore di una pietra preziosa, ma, al contrario, ne aumenta la bellezza e il pregio. Le dodici tribù tutte, ad una ad una, la più piccola come la più grande, erano portate continuamente davanti all’Eterno, sul cuore e sulle spalle d’Aaronne. Erano tutte assieme, e ciascuna in particolare, mantenute nella presenza di Dio nello splendore perfetto e nell’inalterabile bellezza che erano proprie della posizione in cui le aveva poste la grazia perfetta dell’Iddio d’Israele. Il popolo era rappresentato davanti a Dio dal sommo sacerdote. Qualunque fosse la sua ingenuità o i suoi errori o le sue fatiche, il suo nome brillava sul pettorale con una luce meravigliosa. Dio gli aveva dato quel posto; chi avrebbe potuto strapparlo di là? Chi altro avrebbe potuto mettersi al suo posto? Chi avrebbe potuto entrare nel luogo santo per togliere d’in sul cuore d’Aaronne il nome di una sola delle tribù di Israele? Chi avrebbe sminuito lo splendore che avvolgeva quei nomi, là dove li aveva messi Dio? Essi erano irraggiungibili da un qualunque nemico, al di là d’ogni influenza del male.

Come è incoraggiante per i figli di Dio che sono provati, tentati, umiliati, pensare che Dio li vede sul cuore di Gesù! Agli occhi di Dio brillano continuamente dello splendore supremo di Cristo; sono rivestiti d’una divina bellezza. Il mondo non può vederli così, ma Dio li vede così. Gli uomini non vedono altro che i loro difetti e i loro errori; non sono capaci a vedere altro, per cui il loro giudizio è sempre errato e parziale. Non possono vedere le pietre preziose su cui sono incisi, dall’amore eterno, i nomi dei riscattati di Dio. I cristiani, è vero, dovrebbero aver cura di non dare al mondo alcuna occasione di parlare male di loro; dovrebbero «chiudere la bocca all’ignoranza degli uomini stolti» (Romani 3:7; 1 Pietro 2:15) perseverando nel «bene operare». Se, per la potenza dello Spirito Santo, afferrano la bellezza di cui brillano incessantemente agli occhi di Dio, ne realizzano certo i caratteri in tutta la loro condotta; il loro cammino sarà santo, puro, degno di Dio, la loro luce sarà visibile agli occhi degli uomini. Più entreremo, per la fede, in ciò che siamo in Cristo, più l’opera interiore sarà profonda, reale e pratica, più ancora la manifestazione degli effetti morali di quest’opera in noi sarà completa.

Ma, sia benedetto Dio, non abbiamo a che fare con gli uomini per essere giudicati, ma con Dio stesso; e nella sua misericordia Egli ci fa vedere il nostro grande sacerdote che porta «il nostro giudizio sul suo cuore, davanti all’Eterno, del continuo» (v. 30). Questa sicurezza dà una pace stabile, profonda, che nulla può scrollare. Possiamo confessare i nostri falli e le nostre mancanze e farne cordoglio; l’occhio, a volte, può essere talmente annebbiato dalle lacrime di un vero pentimento che non siamo in grado di vedere la luce delle pietre preziose su cui sono incisi i nostri nomi; tuttavia i nostri nomi sono là, sempre. Li vede Dio, e ciò basta. Egli è glorificato dalla loro luce, luce che non viene da noi ma di cui Dio stesso ci ha rivestiti. Non eravamo altro che tenebre, impurità, deformità; Dio ci ha dato luce, purezza, bellezza; a Lui sia la lode da ora e per tutti i secoli!

La «cintura» è il simbolo ben noto del servizio, e Cristo è il perfetto servitore, il servitore dei consigli e delle affezioni di Dio, dei bisogni profondi del suo popolo. Se ne cinse Cristo stesso per la sua opera in una devozione a tutta prova che nulla poteva scoraggiare; e quando la fede vede il Figlio di Dio cinto così, si rende conto che nessuna difficoltà è troppo grande per lui. Vediamo, in questa figura, che tutte le virtù e le glorie di Cristo, nella sua natura divina come in quella umana, sono pienamente comprese nel suo carattere di servitore. «E la cintura artistica che è sull’efod per fissarlo, sarà del medesimo lavoro dell’efod e tutto d’un pezzo con esso; sarà d’oro, di filo color violaceo, porporino, scarlatto e di lino fino ritorto» (v. 8). Questo deve soddisfare tutti i bisogni dell’anima e i più ardenti desideri del cuore. Cristo è non solo la vittima scannata sull’altare di rame ma anche il sommo Sacerdote sulla casa di Dio. L’apostolo può dunque dire: «Accostiamoci... Riteniamo fermamente... Facciamo attenzione gli uni agli altri» (Ebrei 10:19-24).

«Metterai sul pettorale del giudizio l’Urim e il Thummim (luci e perfezioni); e staranno sul cuore di Aaronne quand’egli si presenterà davanti all’Eterno; così Aaronne porterà il giudizio dei figliuoli di Israele davanti all’Eterno, del continuo» (v. 30). Da alcuni passi della Parola capiamo che gli Urim erano in rapporto con la comunicazione dei pensieri di Dio su questioni che riguardavano particolari della storia di Israele. Così, ad esempio, per eleggere Giosuè è detto: «Egli si presenterà davanti al sacerdote Eleazar che consulterà per lui il giudizio dell’Urim davanti all’Eterno» (Numeri 27:21). E di Levi è detto: «I tuoi Thummim e i tuoi Urim appartengono all’uomo pio che ti sei scelto... Essi insegnano i tuoi statuti a Giacobbe e le tue leggi a Israele» (Deuteronomio 33:8-10). «E Saul consultò l’Eterno, ma l’Eterno non gli rispose né per via di sogni, né mediante l’Urim, né per mezzo dei profeti» (1 Samuele 28:6). «E il governatore disse loro di non mangiare cose santissime finché non si presentasse un sacerdote per consultar Dio con l’Urim e il Thummim» (Esdra 2:63). Veniamo così a sapere che il sacerdote non solo portava il giudizio dell’assemblea davanti all’Eterno, ma che comunicava anche il giudizio dell’Eterno all’assemblea; che funzione solenne e preziosa! Lo stesso fa, con una perfezione divina, il nostro «gran sommo Sacerdote che è passato attraverso i cieli» (Ebrei 4:14). Sul suo cuore, continuamente, porta il giudizio del suo popolo e, per mezzo dello Spirito Santo, ci comunica i consigli di Dio riguardo alle circostanze, anche minime, della nostra vita di tutti i giorni. Non abbiamo bisogno di sogni né di visioni; se camminiamo per lo Spirito godiamo di tutta la certezza che può dare il perfetto Urim, sul cuore del nostro gran Sommo Sacerdote.

«Farai anche il manto dell’efod, tutto di color violaceo; esso avrà, in mezzo, un’apertura per passarvi il capo; e l’apertura avrà all’intorno un’orlatura tessuta, come l’apertura di una corazza, perché non si strappi. All’orlo inferiore del manto, tutto all’intorno, farai delle melagrane di color violaceo, porporino e scarlatto; e in mezzo ad esse, d’ogni intorno, porrai dei sonagli d’oro: un sonaglio d’oro e una melagrana, un sonaglio d’oro e una melagrana, all’orlatura del manto, tutt’all’intorno. Aaronne se lo metterà per fare il servizio; quand’egli entrerà nel luogo santo dinanzi all’Eterno e quando ne uscirà, s’udrà il suono ed egli non morrà» (v. 31-35). Il tessuto violaceo dell’efod è l’emblema del carattere celeste del nostro gran Sommo Sacerdote. È andato nei cieli, al di là della portata della vista umana; ma per la potenza dello Spirito, c’è una testimonianza resa alla verità ch’egli è vivente nella presenza di Dio; e non solo una testimonianza ma anche del frutto: «Un sonaglio e una melagrana». È questo il meraviglioso ordine. Una testimonianza fedele alla grande verità che Gesù è sempre vivente per intercedere per noi sarà inseparabilmente legata a un fruttuoso servizio. Ci sia data una intelligenza più profonda di questi preziosi misteri!

«Farai anche una lamina d’oro puro e sovr’essa inciderai, come s’incide sopra un sigillo: Santo all’Eterno. La fisserai ad un nastro violaceo sulla mitra e starà sul davanti della mitra. Starà sulla fronte di Aaronne, e Aaronne porterà le iniquità commesse dai figliuoli di Israele nelle cose sante che consacreranno, in ogni genere di sante offerte; ed essa starà continuamente sulla fronte di lui, per renderli graditi nel cospetto dell’Eterno» (v. 36-38). Questa è una verità importante. La lamina d’oro, sulla fronte d’Aaronne, era un tipo della santità del Signore Gesù, nella sua essenza. «Essa starà continuamente sulla fronte di lui per renderli graditi nel cospetto dell’Eterno». Che riposo per il cuore fra tutti i mutamenti e la instabilità di cui facciamo l’esperienza! Ma il nostro grande Sommo Sacerdote è continuamente davanti a Dio per noi. Noi siamo rappresentati da Lui e in Lui resi accettevoli. La santità ci appartiene. Più conosciamo la nostra indegnità personale e la nostra debolezza, più facciamo l’esperienza di questa umiliante verità: in noi non abita nessun bene; allora benediremo con più fervore l’Iddio d’ogni grazia per questa verità consolante: «essa starà continuamente sulla fronte di lui per renderli graditi nel cospetto dell’Eterno».

Se il mio lettore fosse frequentemente tentato e sconvolto da dubbi e timori, da alti e bassi della sua vita spirituale, con la tendenza a guardare continuamente dentro di sé, nel suo povero cuore freddo e incostante, non ha che da appoggiarsi con tutto il cuore su questa preziosa verità, che questo gran Sommo Sacerdote lo rappresenta davanti al trono di Dio; non ha che da fissare i suoi occhi sulla lamina d’oro e leggervi la misura della sua eterna accettazione presso Dio. Che lo Spirito Santo gli dia di gustare la dolcezza e la potenza di questa divina e celeste dottrina!

«E per i figliuoli di Aaronne farai delle tuniche, farai delle cinture e farai delle tiare come insegne della loro dignità e come ornamento. E ne vestirai Aaronne, tuo fratello, e i suoi figliuoli con lui; e li ungerai, li consacrerai, li santificherai perché mi esercitino l’ufficio di sacerdoti. Farai anche loro delle brache di lino per coprire la loro nudità; esse andranno dai fianchi fino alle cosce... Le porteranno quando entreranno nella tenda di convegno o quando s’accosteranno all’altare per fare il servizio nel luogo santo affinché non si rendan colpevoli e non muoiano» (v. 40-43). Qui Aaronne e i suoi figli rappresentano in figura Cristo e la Chiesa nella potenza di una sola giustizia divina ed eterna. Gli abiti sacerdotali di Aaronne sono espressione delle qualità intrinseche, essenziali, personali ed eterne di Cristo; ma le «tuniche» e le «tiare» dei figli di Aaronne rappresentano le grazie di cui la Chiesa è rivestita, in virtù della sua associazione col capo supremo della famiglia sacerdotale.

Così, tutto ciò che si è presentato davanti a noi, ci mostra con quale cura l’Eterno misericordioso provvedeva ai bisogni del suo popolo, permettendo che i suoi vedessero colui che si preparava ad intervenire in loro favore e a rappresentarli davanti a Dio, rivestito di tutti i paramenti che corrispondevano direttamente alla condizione del popolo, come Dio la conosceva. Nulla era dimenticato di ciò che il cuore poteva desiderare o di cui poteva aver bisogno. Il popolo di Israele, considerando Aaronne dalla testa ai piedi, poteva vedere che in lui tutto era completo. Dalla santa tiara che copriva la sua fronte fino alle melagrane e ai sonagli d’oro al bordo del suo vestito, tutto era come doveva essere, perché tutto era conforme al modello mostrato sul monte, secondo la stima che l’Eterno faceva dei bisogni del suo popolo e delle sue proprie esigenze.

Ma c’è ancora un punto, a proposito dei paramenti di Aaronne, che richiama l’attenzione del lettore: è il modo con cui l’oro è introdotto nella confezione dei vestiti. È un soggetto sviluppato al cap. 39, ma l’interpretazione può trovar posto qui: «E batteron l’oro in lamine e lo tagliarono in fili per tesserlo nella stoffa violacea, porporina, scarlatta e nel lino fino e farne un lavoro artistico» (cap. 39:3). Abbiamo già fatto notare che il violaceo, la porpora, lo scarlatto e il fino lino rappresentano i vari caratteri dell’umanità di Cristo e che l’oro rappresenta la sua natura divina. I fili d’oro erano intrecciati in modo meraviglioso con gli altri materiali tanto da essere uniti ad essi inseparabilmente, pur restando tuttavia perfettamente distinti. L’applicazione di questa immagine al carattere di Gesù è piena di interesse. Negli episodi che il racconto degli Evangeli ci riporta è facile discernere, in un caso o in un altro, il carattere distinto o la misteriosa unione dell’umanità e della divinità.

Considerate, ad esempio, Cristo sul mare di Galilea. Era in mezzo alla tempesta e dormiva su un guanciale (Marco 4:38) ; preziosa manifestazione della sua umanità! Ma, un momento dopo, la maestà della sua divinità appare in tutta la sua grandezza; e, come il governatore supremo dell’universo, fa tacere il vento e impone la calma al mare. Qui non c’è sforzo né precipitazione, né preparazione preliminare. Il riposo dell’umano è tanto naturale quanto l’attività del divino. Cristo è nel suo elemento naturale nell’uno e nell’altro caso. Consideratelo ancora quando quelli che riscuotevano le dramme si rivolgono a Pietro; come l’Iddio onnipotente, padrone del cielo e della terra, sovrano, pone la sua mano sui tesori dell’oceano e dice: Sono miei (Salmo 50:12; 24:1; Giobbe 41:2); e, dopo aver dichiarato che «suo è il mare perch’egli l’ha fatto», cambia linguaggio e manifestando la sua perfetta umanità si associa al suo povero servo con quelle commoventi parole: «Prendilo e dàllo loro per me e per te» (Matteo 17:27). Parole piene di grazia soprattutto qui, davanti a un miracolo che manifestava in un modo così completo la divinità di colui che si associava così, in una accondiscendenza infinita, ad un povero e debole verme della terra. Poi ancora alla tomba di Lazzaro (Giovanni 11) freme e piange; queste lacrime provengono dal profondo di una perfetta umanità, da quel cuore umano che sentiva, come nessun altro poteva farlo, che cosa significasse trovarsi in mezzo a una scena in cui il peccato ha prodotto i suoi terribili frutti. Ma allora, come Risurrezione e Vita, come Colui che tiene nella sua mano onnipotente le chiavi della morte e dell’Ades (Apocalisse 1:18) grida: «Lazzaro, vieni fuori» e la morte e il sepolcro, alla voce di Gesù, aprono le porte e lasciano uscire il loro prigioniero.

Vi sono molte altre scene degli Evangeli che illustrano questa unione dei fili d’oro col «violaceo, la porpora, lo scarlatto e il fino lino ritorto», cioè l’unione della divinità con l’umanità nella persona misteriosa del Figlio di Dio. Non è un pensiero nuovo; è stato rilevato spesso da chi ha studiato con cura il Vecchio Testamento. Ma è tuttavia utile per le nostre anime essere occupati del Signore come di Colui che è vero Dio e vero Uomo. Lo Spirito Santo ha unito insieme divinità è umanità con un’«opera d’arte» e le presenta allo spirito rinnovato del credente perché le ammiri e ne goda.

Prima di lasciare questa parte del libro, esamineremo un poco il cap. 29. Abbiamo già rilevato che Aaronne e i suoi figli rappresentano Cristo e la Chiesa; ma qui Dio dà ad Aaronne la precedenza. «Farai avvicinare Aaronne e i suoi figliuoli all’ingresso della tenda di convegno e li laverai con acqua» (v. 4). Il lavaggio dell’acqua rende Aaronne ciò che Cristo è in se stesso, cioè santo. La Chiesa è santa in virtù della sua unione con Cristo in una vita di risurrezione; Cristo è la definizione perfetta di ciò che essa è davanti a Dio. L’atto cerimoniale di lavare con acqua raffigura l’azione della Parola di Dio (vedere Efesini 5:26). «E per loro io santifico me stesso, affinché anch’essi siano santificati in verità(*)» (Giovanni 17:19). Egli santificava se stesso per Dio nella potenza di un’obbedienza perfetta, essendo, come uomo, condotto e diretto in ogni cosa dalla Parola di Dio, dallo Spirito eterno, affinché coloro che gli appartengono fossero interamente santificati dalla potenza morale della verità.

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(*) Cioè: nella potenza della verità.
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«Poi prenderai l’olio dell’unzione, glielo spanderai sul capo, e l’ungerai» (v. 7). Qui si tratta dello Spirito Santo; ma bisogna notare che Aaronne fu unto prima che il sangue fosse sparso perché ci è presentato come figura di Cristo che, grazie a ciò che era nella sua propria persona, fu unto di Spirito Santo molto tempo prima che l’opera della croce fosse compiuta. D’altro lato, i figli di Aaronne furono unti dopo che il sangue fu sparso. «Scannerai il montone, prenderai il suo sangue e lo metterai sull’estremità dell’orecchio destro di Aaronne e nell’estremità dell’orecchio destro dei suoi figliuoli e sul pollice della lor mano destra e sul dito grosso del loro pie’ destro, e spanderai il sangue sull’altare tutto all’intorno. E prenderai del sangue che è sull’altare e dell’olio dell’unzione e ne aspergerai Aaronne e i suoi paramenti e i suoi figliuoli e i paramenti dei suoi figliuoli con lui. Così saranno consacrati lui, i suoi paramenti, i suoi figliuoli e i loro paramenti con lui» (vers. 20 e 21). Per ciò che concerne la Chiesa il sangue della croce è il fondamento di ogni benedizione. La Chiesa non poteva ricevere l’unzione dello Spirito Santo prima che il suo Capo risuscitato fosse salito in cielo e avesse deposto sul trono della Maestà la testimonianza del sacrificio che aveva compiuto. «Questo Gesù, Iddio l’ha risuscitato, del che noi tutti siamo testimoni. Egli dunque, essendo stato esaltato dalla destra di Dio e avendo ricevuto dal Padre lo Spirito Santo promesso ha sparso quello che ora vedete e udite» (Atti 2:32-33; Giovanni 7:39; Atti 19:1-6). Dal giorno di Abele fino ad ora vi sono state anime rigenerate dallo Spirito Santo, anime che hanno subito la sua influenza, sulle quali egli ha agito, qualificandole per il servizio; ma la Chiesa non poteva essere unta di Spirito Santo prima che il suo Signore vittorioso fosse salito al cielo e avesse ricevuto la promessa del Padre. Questa dottrina è insegnata direttamente in tutto il Nuovo Testamento; era già prefigurata, in tutta la sua integrità, nella figura che meditiamo, dal fatto che, sebbene Aaronne fosse unto prima che il sangue venisse sparso, i suoi figli non potevano esserlo se non dopo (vers. 7 e 21).

Ma l’ordine seguito qui per l’unzione ci insegna altre cose, oltre l’opera dello Spirito e la posizione della Chiesa. Ci è anche presentata la preminenza personale del Figlio. «Tu ami la giustizia e odii l’empietà. Perciò Dio, l’Iddio tuo, ti ha unto d’olio di letizia a preferenza dei tuoi colleghi» (Salmo 45:7; Ebrei 1:9). Bisogna che i figli di Dio serbino sempre questa verità nelle loro convinzioni e nella loro esperienza. La grazia di Dio, è vero, è manifestata dal fatto meraviglioso che peccatori colpevoli e degni dell’inferno si son trovati ad essere chiamati i «colleghi» del Figlio di Dio; non dimentichiamo mai, però, l’espressione «a preferenza» (o «al di sopra»). Per quanto quest’unione sia stretta, ed essa lo è perché tale è stata resa dagli eterni consigli della grazia, bisogna tuttavia che «in ogni cosa abbia il primato» (Colossesi 1:18). Dev’essere così. Egli è capo su tutto, capo della Chiesa, capo della creazione, capo degli angeli, Signore dell’universo. Gli astri che si muovono nello spazio gli appartengono tutti ed egli ne dirige i movimenti; non uno solo dei vermi che camminano sulla terra sfugge al suo sguardo. Egli è «sopra tutte le cose Dio» (Romani 9:5), «il primogenito d’ogni creatura», «il primogenito dai morti» (Colossesi 1:15-18; Apocalisse 1:5), «il principio della creazione di Dio» (Apocalisse 3:14). «Ogni famiglia nei cieli e sulla terra» (Efesini 3:15) deve schierarsi sotto di lui. Il credente spirituale riconosce questa verità con gratitudine; la sola enunciazione di queste cose fa esultare il cuore del cristiano; chi è condotto dallo Spirito si rallegra a ogni nuova acquisizione sulle glorie personali del Figlio di Dio e non sopporterebbe nulla di ciò che potrebbe intaccare queste glorie. Quando la Chiesa sarà innalzata fino alle più elevate regioni della gloria, la sua gioia sarà di prostrarsi ai piedi di Colui che si abbassò per elevarla fino al punto di associarsela, grazie al sacrificio ch’egli ha compiuto e che, avendo risposto pienamente a tutte le esigenze della giustizia di Dio, ha soddisfatto le affezioni divine, unendo a sé la sua Chiesa in modo inseparabile, come giusto oggetto dell’amore del Padre e nella sua gloria eterna di uomo risuscitato. «Egli non si vergogna di chiamarli fratelli» (Ebrei 2:11).

23. Capitolo 30

Vista l’istituzione del sacerdozio nei due precedenti capitoli, passiamo ora a ciò che riguarda il culto e la comunione sacerdotale. L’ordine dell’insegnamento è notevole e istruttivo, e, inoltre, corrisponde esattamente con l’ordine che esiste nell’esperienza del credente. All’altare di rame il credente vede i suoi peccati ridotti in cenere; poi si vede unito a Colui che, personalmente puro e senza macchia tanto da poter essere unto senza il sangue, ci ha tuttavia associati a sé nella sua vita, nella sua giustizia e nel favore ch’egli ha presso Dio; si vede poi, nell’altare di rame, il valore di Cristo come la sostanza di cui si nutrono le affezioni divine.

È sempre così: bisogna che vi sia un altare di rame e un sacerdote, prima che vi possa essere un altare d’oro e dell’incenso. Molti figli di Dio non hanno mai superato l’altare di rame; non sono mai entrati, in ispirito, nella potenza e nella realtà del vero culto dei sacerdoti. Non si rallegrano nel perfetto sentimento e nella divina intelligenza del perdono e della giustizia; non sono mai pervenuti all’altare d’oro. Sperano d’arrivarvi quando moriranno, mentre il loro privilegio è di essere già là ora. L’opera della croce ha tolto tutto ciò che poteva chiudere loro il cammino, per rendere a Dio un culto libero e intelligente. La posizione attuale di tutti i veri credenti è l’altare d’oro del profumo.

La presenza dinanzi a questo altare offre, in figura, una posizione di grande benedizione. È là che si gode della realtà e dell’efficacia dell’intercessione di Cristo. Con l’io e con tutto ciò che gli è connesso l’abbiamo fatta finita; non aspettiamo nulla di buono da quelle cose; siamo chiamati ad occuparci di ciò che Cristo è davanti a Dio. Nell’io non troveremo altro che contaminazione; ogni manifestazione dell’io contamina; esso è stato condannato e messo da parte nel giudizio di Dio, e non ve ne resta, né potrebbe restarvene, alcun atomo nell’incenso puro e nel fuoco puro, sull’altare d’oro puro. «Il sangue di Gesù» ci ha dato accesso al santuario, santuario del servizio e del culto dei sacerdoti, in cui non c’è traccia di peccato. Vediamo così la tavola pura, il candeliere puro e l’altare puro; ma non c’è nulla che ricordi l’io e la sua miseria. Se fosse possibile che l’io, in qualche modo, si presentasse alla nostra vista, ciò non farebbe altro che intralciare il nostro culto, guastare il nostro nutrimento di sacerdoti, oscurare la nostra luce. La natura umana non ha posto nel santuario di Dio: essa è stata consumata e ridotta al nulla, in cenere; e ora le anime nostre sono chiamate a godere del buon odore di Cristo che sale a Dio come un piacevole profumo; in questo Dio si compiace. Tutto ciò che presenta Cristo nell’eccellenza della sua persona è buono e gradevole a Dio. La più debole manifestazione di Cristo nella vita o nel culto di un santo è un profumo di soave odore, del quale Dio si compiace.

Troppo spesso, ahimè, dobbiamo occuparci delle nostre infermità. Se permettiamo al peccato che è in noi di fare il suo corso, abbiamo a che fare con Dio, perché Dio non può tollerare il male. Egli può perdonare e purificarci; può ristorare le anime nostre col ministero del nostro grande e misericordioso Sommo Sacerdote ma non può associarsi con un solo pensiero colpevole. Un pensiero leggero come una concupiscenza o un pensiero impuro bastano per turbare la nostra comunione e interrompere il nostro culto. Se sorge in noi uno di questi pensieri, bisogna che sia confessato e giudicato prima che possiamo godere di nuovo delle gioie sante del santuario. Un cuore nel quale la concupiscenza agisce, non gode di ciò che si trova nel santuario. Quando siamo nella nostra vera condizione di sacerdoti, la natura umana è come se non esistesse e possiamo nutrirci di Cristo; possiamo gustare la divina gioia d’essere liberati di noi stessi e interamente assorbiti da Cristo.

Tutto ciò non può essere prodotto se non per la potenza dello Spirito. È superfluo cercare di eccitare i sentimenti naturali di devozione con i mezzi al servizio dei sistemi e delle religioni degli uomini; ci vuole il fuoco puro e l’incenso puro. Gli sforzi che si fanno per rendere culto a Dio per mezzo delle facoltà non santificate della natura rientrano nella categoria del «fuoco strano» (Levitico 10:1 e 16:12). Dio è l’oggetto del culto, Cristo ne è il fondamento e la sostanza, lo Spirito Santo la potenza.

Così, come l’altare di rame ci presenta Cristo nel valore del suo sacrificio, l’altare d’oro ci presenta Cristo nel valore della sua intercessione. Questo duplice fatto farà capire meglio al lettore perché il sacerdozio (cap. 28 e 29) è introdotto fra i due altari. Fra questi due altari c’è naturalmente una relazione intima, poiché l’intercessione di Cristo è fondata sul suo sacrificio. «E Aaronne farà una volta all’anno l’espiazione sui corni d’esso; col sangue del sacrificio d’espiazione per il peccato vi farà l’espiazione una volta l’anno, di generazione in generazione. Sarà cosa santissima, sacra all’Eterno» (v. 10). Tutto si basa sul fondamento immutabile del sangue sparso. «E, secondo la legge, quasi ogni cosa è purificata col sangue e senza spargimento di sangue non c’è remissione. Era dunque necessario che le cose raffiguranti quelle nei cieli fossero purificate con questi mezzi, ma le cose celesti stesse dovevano esserlo con sacrifici più eccellenti di questi. Poiché Cristo non è entrato in un santuario fatto con mano, figura del vero, ma nel cielo stesso, per comparire ora al cospetto di Dio per noi» (Ebrei 9:22-24).

Nei versetti da 11 a 16 è trattato del denaro del riscatto per l’Assemblea. Ogni Israelita doveva pagare mezzo siclo. «Il ricco non darà di più né il povero darà di meno del mezzo siclo quando si farà l’offerta all’Eterno per il riscatto delle vostre persone». Per ciò che riguarda il riscatto tutti sono posti sullo stesso livello. Ci può essere molta differenza nella misura di conoscenza, d’esperienza, di capacità, di progresso, di zelo, di devozione, ma il fondamento del riscatto è uguale per tutti, il grande apostolo dei Gentili e l’agnello più debole del gregge di Cristo sono sullo stesso livello per ciò che concerne il riscatto. È una verità assai semplice e che rallegra molto. Non tutti sono ugualmente devoti e non tutti abbondano allo stesso modo di frutti; ma è il «prezioso sangue di Cristo» (1 Pietro 1:19) e non la devozione o l’abbondanza di frutti che costituisce il fondamento solido ed eterno del riposo del credente. Più saremo compenetrati dalla verità e dalla potenza di queste cose, più altresì porteremo del frutto.

Nell’ultimo capitolo del Levitico troviamo un’altra specie di valutazione. Quando qualcuno doveva pagare qualcosa per un voto che aveva fatto, Mosè faceva la stima dell’individuo in base alla sua età. In altre parole, quando qualcuno osava mettere avanti la sua capacità, Mosè, come rappresentante dei diritti di Dio, lo valutava secondo il siclo del santuario. Se era troppo povero per pagare la somma fissata da Mosè, doveva presentarsi al sacerdote (Levitico 27:8), rappresentante della grazia di Dio, che doveva stimarlo «in proporzione dei mezzi di colui che aveva fatto il voto».

Sia benedetto Dio! Tutte le sue giuste esigenze sono state soddisfatte, tutti i nostri voti sono stati adempiuti in Cristo che era il rappresentante dei diritti di Dio e anche colui che rivelava la sua grazia, che ha compiuto l’opera dell’espiazione e che è ora alla destra di Dio. Nella conoscenza di queste cose c’è un dolce riposo per il cuore e per la coscienza. L’espiazione è la prima cosa di cui ci appropriamo e che mai perderemo di vista. Per quanto estesa sia la portata della nostra esperienza, per quanto ricca sia la nostra intelligenza, per quanto elevato sia il tono della nostra pietà, dobbiamo sempre tornare alla semplice, divina, inalterabile dottrina del sangue, in tutti i tempi. I servitori di Cristo, i più dotati, i più sperimentati, sono sempre tornati con gioia a questa «sorgente unica di delizie», alla quale hanno bevuto i loro spiriti assetati, quando hanno cominciato a conoscere il Signore. Il cantico eterno della Chiesa nella gloria sarà: «A lui che ci ama e ci ha liberati dai nostri peccati col suo sangue» (Apocalisse 1:5). I cortili del cielo risuoneranno per sempre della gloriosa dottrina del sangue della propiziazione.

Nei versetti 17 a 21 troviamo «la conca di rame con la sua base», il bacino della purificazione e la sua base (cap. 30:28; 38:8; 40:11). In questa conca i sacerdoti si lavavano mani e piedi, mantenendo così quella purezza che era essenziale all’esercizio delle funzioni sacerdotali. Non si trattava di una nuova applicazione del sangue, ma solo di un atto che li manteneva nelle condizioni adatte per il servizio sacerdotale e il culto. «Quando entreranno nella tenda di convegno, si laveranno con acqua, onde non abbiano a morire; così pure quando si accosteranno all’altare per fare il servizio, per far fumare un’offerta fatta all’Eterno mediante il fuoco. Si laveranno le mani e i piedi, onde non abbiano a morire».

Non vi può essere vera comunione con Dio se la santità personale non è mantenuta. «Se diciamo che abbiamo comunione con Lui e camminiamo nelle tenebre, noi mentiamo e non mettiamo in pratica la verità» (1 Giovanni 1:6). Questa santità personale nel cammino può derivare solo dall’azione della Parola di Dio sulle nostre opere e sulle nostre vie. «Per ubbidire alla Parola delle tue labbra mi son guardato dalla via dei violenti» (Salmo 17:4). Le continue mancanze nel nostro servizio di sacerdoti derivano spesso dalla nostra negligenza a servirci della conca di rame. Se le nostre vie non sono sottomesse all’azione purificante della Parola di Dio, se perseveriamo nel perseguire e nel praticare ciò che, come testimonia la nostra stessa coscienza, non è in accordo con questa Parola, il nostro carattere di sacerdoti mancherà certamente di potenza. La perseveranza deliberata nel male e il vero culto sacerdotale sono assolutamente incompatibili. «Santificali nella verità: la tua Parola è verità» (Giovanni 17:17). Se abbiamo su noi qualche contaminazione, non possiamo godere della presenza di Dio: «tutte le cose, quando sono riprese dalla luce diventano manifeste» (Efesini 5:13). Ma quando, per la grazia, sappiamo purificare le nostre vie, vegliando su di esse secondo la parola di Dio, siamo allora moralmente in grado di godere della presenza divina.

Il lettore vedrà che vasto campo di verità pratica si apre qui dinanzi a lui e in che larga misura la dottrina della «conca di rame» è presentata nel Nuovo Testamento. Ah! quelli che hanno il privilegio di entrare nei cortili del santuario, coi paramenti sacerdotali, e di avvicinarsi all’altare di Dio per esercitare il sacerdozio, mantengono le loro mani e i loro piedi netti, con l’uso della vera conca di rame.

Può essere interessante notare che la conca e la sua base erano fatte «con gli specchi delle donne che venivano a gruppi a fare il servizio all’ingresso della tenda di convegno» (38:8). Questo è molto significativo. Siamo sempre inclini a fare come un uomo che «mira la sua natural faccia in uno specchio; e quando s’è mirato se ne va e subito dimentica qual era». Lo specchio della natura non può mai darci un’idea esatta e permanente della nostra vera condizione. «Ma chi riguarda bene addentro nella legge perfetta, che è la legge della libertà, e persevera, questi, non essendo un uditore dimentichevole ma un facitore dell’opera, sarà beato nel suo operare» (Giacomo 1:23-25). Chi ricorre costantemente alla Parola di Dio e la lascia parlare al suo cuore e alla sua coscienza, sarà mantenuto nella santa attività della vita divina.

L’efficacia del servizio sacerdotale di Cristo si collega intimamente all’azione penetrante e purificante della parola di Dio. «Perché la parola di Dio è vivente ed efficace, e più affilata di qualunque spada a due tagli e penetra fino alla divisione dell’anima e dello spirito, delle giunture e delle midolle; e giudica i sentimenti e i pensieri dei cuore; e non v’è creatura alcuna che sia occulta davanti a lui; ma tutte le cose sono nude e scoperte dinanzi agli occhi di colui al quale abbiam da render ragione». Poi, immediatamente dopo, l’apostolo ispirato aggiunge: «Avendo noi dunque un gran Sommo Sacerdote che è passato attraverso i cieli, Gesù, il Figliuol di Dio, riteniamo fermamente la professione della nostra fede. Perché non abbiamo un Sommo Sacerdote che non possa simpatizzare con noi nelle nostre infermità; ma ne abbiamo uno che in ogni cosa è stato tentato come noi, però senza peccato (*). Accostiamoci dunque con piena fiducia al trono della grazia affinché otteniamo misericordia e troviamo grazia per esser soccorsi al momento opportuno» (Ebrei 4:12-16).

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(*) La versione italiana che traduce: «però senza peccare» non è esatta.
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Più sentiremo vivamente la spada della parola di Dio, più apprezzeremo il ministero della misericordia e della grazia del nostro Sommo Sacerdote. Sono due cose che vanno assieme. Sono i compagni inseparabili del sentiero del cristiano. Il grande Sommo Sacerdote simpatizza con le infermità che la Parola scopre ed espone: Egli è un «Sommo Sacerdote fedele» oltre che «misericordioso». E così, quanto più mi servo della conca di rame, tanto più apprezzo l’altare. Il culto deve essere offerto sempre nella potenza della santità. Bisogna che perdiamo di vista la natura, com’è riflessa in uno specchio, e che siamo interamente occupati di Cristo, com’è presentato nella Parola; così soltanto «le mani e i piedi», le opere e le vie, saranno netti secondo la purificazione del santuario.

Nei versetti da 22 a 33, è trattato dell’«olio santo» col quale venivano unti sacerdoti, tabernacolo e utensili. Questa unzione è un’immagine delle svariate grazie dello Spirito Santo, che si trovavano tutte in Cristo nella loro divina pienezza. «Tutti i tuoi vestimenti sanno di mirra, d’aloe, di cassia» (Salmo 45:8). Dio ha unto di Spirito e di potenza Gesù di Nazareth (Atti 10:38). Tutte le grazie dello Spirito Santo, nel loro profumo perfetto, si concentravano in Cristo, e [adesso] da lui solo possono provenire. Quanto alla sua umanità, fu concepito dallo Spirito Santo e prima di entrare nel suo ministero pubblico fu unto di Spirito Santo; poi, quando prese posto nei luoghi celesti, sparse sulla sua assemblea, che è il suo corpo, i doni preziosi dello Spirito Santo, a testimonianza di una redenzione compiuta (Matteo 1:20; 3:16-17; Luca 4:18-19; Atti 2:33; 10:44-45; Efesini 4:8-13).

I credenti sono partecipi dei doni e delle grazie dello Spirito come associati con questo Cristo benedetto e glorificato per sempre. Inoltre, solo in una vita di comunione abituale con Cristo, essi possono godere di quelle grazie e di quei doni e possono spanderne il buon odore attorno a loro. L’uomo non rigenerato non sa queste cose; «non lo si spanderà su carne di uomo» (v. 32). Le grazie dello Spirito Santo non possono mai associarsi con la carne dell’uomo, perché lo Spirito Santo non può riconoscere la natura decaduta. Nessun frutto dello Spirito è mai stato prodotto dallo sterile ruolo di questa natura. «Bisogna che nasciate di nuovo» (Giovanni 3:7). Ci vuole l’uomo nuovo, quest’uomo che fa parte della «nuova creazione» per conoscere qualcosa dei frutti dello Spirito. È inutile cercare di imitare questi frutti e queste grazie. Il frutto più bello che il suolo della natura abbia mai prodotto, i caratteri più piacevoli che essa possa mostrare, non possono, in alcun modo, essere riconosciuti nel santuario di Dio. «Non lo si spanderà su carne d’uomo e non ne farete altro di simile, della stessa composizione; esso è cosa santa, e sarà per voi cosa santa. Chiunque ne comporrà di simile o chiunque ne metterà sopra un estraneo, sarà sterminato di fra il suo popolo» (v. 32-33). Dio non vuole contraffazioni dell’opera dello Spirito: tutto dev’essere interamente dello Spirito, realmente suo. Inoltre ciò che è dello Spirito non deve essere attribuito all’uomo. «Or l’uomo naturale non riceve le cose dello Spirito di Dio perché gli sono pazzia; e non le può conoscere perché le si giudicano spiritualmente» (1 Corinzi 2:14).

C’è una bellissima allusione a questa unzione santa in uno dei cantici dei pellegrinaggi: «Ecco, quant’è buono e quant’è piacevole che fratelli dimorino assieme. È come l’olio squisito che, sparso sul capo, scende sulla barba, sulla barba di Aaronne, che scende fino all’orlo dei suoi vestimenti» (Salmo 133:1-2). Possa il mio lettore provare la potenza di questa unzione e sapere cosa significa avere «l’unzione del Santo» (1 Giovanni 2:20) ed essere «suggellato con lo Spirito Santo che era stato promesso» (Efesini 1:13).

Infine, l’ultimo paragrafo di questo capitolo così ricco di insegnamenti ci presenta «l’incenso salato, puro, santo». Questo incenso prezioso e senza pari ci parla delle perfezioni illimitate e inimitabili di Cristo. Dio non ha prescritto delle quantità per i vari ingredienti che entravano nella composizione di questo profumo, perché le grazie che sono in Cristo, le bellezze e le perfezioni che sono concentrate nella sua adorabile persona, non hanno limiti. Solo il pensiero di Dio può misurare le perfezioni infinite di Colui nel quale abita tutta la pienezza della deità; e, durante tutto il corso dell’eternità, queste gloriose perfezioni continueranno a manifestarsi alla vista di tutti i santi e degli angeli prostrati. Man mano che nuovi raggi di luce usciranno da questo sole centrale della gloria divina, i cortili celesti in alto e le vaste distese della creazione in basso risuoneranno di potenti alleluia alla gloria di Colui che era, che è e che sarà l’oggetto della lode di ogni intelligenza creata.

Non solo Dio non aveva stabilito la quantità degli ingredienti dell’incenso, ma aveva aggiunto: «in dosi uguali». Ogni carattere di eccellenza morale trovava in Cristo il suo vero posto e la sua giusta proporzione. Nessuna qualità doveva sostituirne un’altra o sminuirla; tutto era «salato, puro, santo» e spandeva un profumo di soave odore che Dio solo poteva apprezzare.

«Ne ridurrai una parte in minutissima polvere e ne porrai davanti alla testimonianza nella tenda di convegno dove io mi incontrerò con te; esso vi sarà cosa santissima» (v. 36). C’è una profondità e una potenza straordinarie in questa espressione: «in minutissima polvere». Essa ci insegna che ogni piccolo movimento nella vita di Cristo, ogni circostanza anche minima, ogni atto, ogni parola, ogni sguardo, ogni carattere, spande un profumo prodotto da un’eguale proporzione, da «dosi eguali» di tutte le grazie divine che costituiscono il suo carattere. Più il profumo era pestato fine, più era manifestata la sua squisita e perfetta composizione.

«E del profumo che farai non ne farete della stessa composizione per uso vostro; ti sarà cosa santa, consacrata all’Eterno. Chiunque ne farà di simile per odorarlo sarà sterminato di fra il suo popolo» (v. 37-38). Questo profumo era esclusivamente destinato all’Eterno; il suo posto era «davanti alla testimonianza». C’è in Gesù qualcosa che Dio solo può apprezzare. Ogni credente può, è vero, avvicinarsi col cuore alla sua incomparabile persona e soddisfare i suoi più profondi e più ardenti desideri. Tuttavia, al di sopra di tutto ciò che i riscattati di Dio sono e saranno capaci d’afferrare di quello che gli angeli hanno potuto contemplare delle glorie insondabili dell’uomo Cristo Gesù, ci sarà in lui qualcosa che solo Dio può sondare e di cui egli solo può godere (vedere Matteo 11:27). Nessuno sguardo d’uomo o d’angelo potrà mai discernere ciò che racchiudeva questo santo profumo ridotto in «minutissima polvere» che trova solo nel cielo un luogo adatto per esalare tutta la sua divina eccellenza.

Siamo così giunti alla fine di una parte ben distinta del libro dell’Esodo. Abbiamo cominciato con «l’arca del patto» per arrivare fino all’«altare di rame», poi siamo tornati dall’altare di rame «all’unzione santa»; che cammino è mai quello, se lo percorriamo, non alla luce falsa e incerta dell’immaginazione umana ma al chiarore infallibile della lampada dello Spirito Santo! Non si cammina soltanto fra ombre di una dispensazione che non è più, ma in mezzo alle glorie personali e alle perfezioni del Figlio, che quelle cose rappresentano. Se il lettore ha percorso così questo libro, le sue affezioni saranno state potentemente attratte verso Cristo; ci sarà un’intelligenza più elevata della sua gloria, della sua bellezza, della sua eccellenza, della sua capacità per guarire una coscienza ferita e per soddisfare i desideri di un cuore assetato; i suoi occhi e le sue orecchie saranno chiusi di più alle attrazioni, alle pretese, alle promesse della terra; si sarà adatti a pronunciare un AMEN più fervente alle parole dell’apostolo: «Se qualcuno non ama il Signore, sia anatema. Marànatà» (1 Corinzi 16:22). (*)

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(*) È interessante notare il posto che occupa questo anatema fulminante; si trova alla fine di una lunga epistola nel corso della quale l’apostolo ebbe da reprimere qualcuno dei peccati più grossolani e molti errori di dottrina. Come è dunque solenne e significativo il fatto che, quando pronuncia il suo anatema, lo lancia non contro quelli che hanno introdotto questi errori e questi peccati ma contro chi «non ama il Signore Gesù Cristo». Perché? Forse perché lo Spirito di Dio fa poco caso del male e degli errori? Certamente no; tutta l’epistola rivela quali sono i suoi pensieri a suo riguardo. Ma è sempre vero che quando il cuore è ripieno di amore per il Signore Gesù Cristo, c’è una salvaguardia contro ogni specie di falsa dottrina e di cattiva pratica. Chi non ama il Signore non può rispondere delle idee che adotterà o del cammino che seguirà. Ne deriva la forma dell’anatema apostolico e il posto che esso occupa.
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24. Capitolo 31

Questo breve capitolo si apre col racconto della chiamata divina di Betsaleel e Oholiab, divinamente qualificati per eseguire i lavori del tabernacolo. «L’Eterno parlò ancora a Mosè dicendo: Vedi, io ho chiamato per nome Betsaleel, figliuolo di Uri, figliuolo di Hur, della tribù di Giuda; e l’ho ripieno dello Spirito di Dio, di abilità, di intelligenza e di sapere, per ogni sorta di lavori... Ed ecco, gli ho dato per compagno Oholiab, figlio di Ahisamac della tribù di Dan; e ho messo sapienza nella mente di tutti gli uomini abili, perché possano fare tutto quello che t’ho ordinato» (vv. 1-6). Che si tratti del lavoro del tabernacolo, opera di mani, o, adesso, dell’«opera del ministerio» (Efesini 4:12), bisogna che colui che lavora sia divinamente scelto, divinamente chiamato, divinamente qualificato, divinamente stabilito e ogni cosa deve essere eseguita secondo il comandamento di Dio. Non era dato all’uomo di scegliere, chiamare, qualificare, stabilire operai per fare l’opera del tabernacolo ed è la stessa cosa per l’opera del ministero. Tutto deve venire da Dio solo. Si può correre di propria volontà o essere mandati dai colleghi; ma ricordiamoci che chi corre senza essere mandato da Dio sarà, un giorno o l’altro, coperto di vergogna e di confusione. Ecco la salutare e semplice dottrina che ci è suggerita da quelle parole: «L’ho chiamato, l’ho riempito, gli ho dato, ho messo, ho ordinato». Le parole di Giovanni Battista: «L’uomo non può ricevere cosa alcuna se non gli è data dal cielo» (Giovanni 3:27), saranno sempre vere. Non c’è quindi da vantarsi né da essere gelosi degli altri.

Si può trarre una lezione utile paragonando questo capitolo col cap. 4 della Genesi. «Tubal-cain, artefice di ogni sorta di strumenti di rame e di ferro» (v. 22). I discendenti di Caino erano dotati di intelligenza profana per fare, d’una terra maledetta e piena di sofferenze, un luogo piacevole, lontano dalla presenza di Dio. Betsaleel e Oholiab, invece, erano dotati di intelligenza divina per abbellire un santuario che doveva essere santificato e benedetto dalla presenza e dalla gloria dell’Iddio di Israele.

Lettore, fate questa solenne domanda alla vostra coscienza: «Consacro io la mia intelligenza e la mia energia agli interessi della Chiesa, che è l’abitazione di Dio, oppure le consacro per abbellire un mondo empio, senza Cristo?». Non dite, in cuor vostro, io non sono né divinamente chiamato né divinamente qualificato per l’opera del ministero. Ricordatevi che tutti in Israele potevano servire gli interessi del santuario anche se non tutti erano dei Betsaleel o degli Oholiab. C’era un posto per tutti e anche adesso ognuno ha un posto da occupare, un ministero da compiere, una responsabilità che deve assolvere; e voi ed io lavoriamo in questo momento o per gli interessi della casa di Dio, della Chiesa, corpo di Cristo, oppure per favorire i piani empi di un mondo ancora macchiato del sangue di Cristo e del sangue di tutti i santi martiri. Meditiamo seriamente queste cose di fronte al grande scrutatore dei cuori, alla cui presenza ci troviamo, da cui tutti sono conosciuti e che nessuno può ingannare.

Questo capitolo termina con un’allusione all’istituzione del sabato. È fatta menzione del sabato al cap. 16, in rapporto con la manna; poi è chiaramente ordinato nel cap. 20, quando il popolo è stato esplicitamente posto sotto la legge; lo ritroviamo qui in rapporto con la costruzione del tabernacolo. Tutte le volte che il popolo di Israele è presentato in una posizione speciale o è riconosciuto come popolo posto sotto una speciale responsabilità, ritroviamo il sabato. Consideriamo attentamente il giorno e il modo con cui il sabato doveva essere osservato, e anche lo scopo per cui fu istituito in Israele. «Osserverete dunque il sabato perché è per voi un giorno santo. Chi lo profanerà dovrà essere messo a morte; chiunque farà in esso qualche lavoro sarà sterminato d’infra il suo popolo. Si lavorerà sei giorni, ma il settimo giorno è un sabato di solenne riposo, sacro all’Eterno; chiunque farà qualche lavoro nel giorno di sabato dovrà esser messo a morte» (vv. 14-15). Ecco, ciò che è esplicito e assoluto nell’istituzione del «settimo giorno» è nella proibizione categorica, pena la morte, di eseguire in quel giorno un lavoro qualsiasi. Non è possibile eludere il significato chiaro e semplice di quelle parole. Non c’è una sola riga in tutta la Scrittura che appoggi l’opinione che il sabato sia stato cambiato o che Dio abbia allentato i severissimi princìpi che regolavano l’osservanza di quel giorno. Quanti che si professano cristiani pretendono di osservare il sabato di Dio nel giorno e nel modo ch’egli ha comandato! Ma dimenticano che la minima infrazione del sabato era punita di morte!

Qualcuno dirà: «Ma noi non siamo sotto la legge ma sotto la grazia» (vedere Romani 6:14). Benedetto sia Dio che ci dà questa dolce certezza! Se fossimo sotto la legge non ci sarebbe un’anima in tutta la cristianità che non sarebbe caduta sotto il colpo del giudizio, anche solo riguardo al punto del sabato. Ma se siamo sotto la grazia qual è il giorno che ci appartiene? È certamente il primo giorno della settimana, il giorno del Signore. È il giorno della Chiesa, il giorno della risurrezione di Gesù che, avendo passato il sabato nella tomba, risorse trionfante su tutte le potenze delle tenebre, portando così il suo popolo fuori della vecchia creazione e da tutto ciò che ha rapporto con essa, nella creazione nuova di cui Egli è il Capo e della quale il primo giorno della settimana è la giusta espressione.

La differenza che c’è fra questi due giorni merita di essere esaminata con preghiera alla luce delle Scritture. Un semplice nome, come nel nostro caso, può avere un’importanza capitale. È evidente che il giorno del Signore ha, nella parola di Dio, un posto assolutamente particolare. Nessun altro giorno è chiamato col glorioso nome di «giorno del Signore». Vi sono delle persone, lo so, che negano che il v. 10 del primo capitolo dell’Apocalisse faccia allusione al primo giorno della settimana. Ma io sono convinto che la sana critica e la sana esegesi garantiscono, anzi esigono, l’applicazione di questo passo non al giorno della venuta di Cristo in gloria, ma al giorno della sua risurrezione dai morti.

Il giorno del Signore non è mai chiamato Sabato. Il lettore si guardi quindi dai due estremi. Prima di tutto dovrà evitare il legalismo che si trova così spesso unito alla parola «sabato»; e poi dovrà testimoniare contro ogni tentativo che ha lo scopo di disonorare il giorno del Signore o di abbassarlo al livello di un giorno ordinario. Il credente è liberato nel modo più completo dall’osservanza dei «giorni, mesi, stagioni ed anni» (Galati 4:10); la sua unione con un Cristo risuscitato l’ha completamente affrancato da tutte queste superstiziose osservanze (Colossesi 2:16-20). Ma, per quanto tutto questo, fortunatamente, sia vero, vediamo che «il primo giorno della settimana» occupa, nel Nuovo Testamento, un posto a sé stante. Gli dia il credente questo posto! È un dolce e beato privilegio, non un penoso giogo.

Non ho il tempo di entrare in particolari più approfonditi su questo interessante soggetto. Segnalerò soltanto, per alcuni punti particolari, la differenza e il contrasto che c’è fra il sabato e il giorno del Signore.

  1. Il sabato era il settimo giorno; il giorno del Signore è il primo.
  2. Il sabato era una pietra di paragone della condizione di Israele; il giorno del Signore è la prova della accettazione della Chiesa, senza alcuna condizione.
  3. Il sabato apparteneva alla vecchia creazione; il giorno del Signore appartiene alla nuova.
  4. Il sabato era un giorno di riposo fisico per i giudei; il giorno del Signore è un giorno di riposo spirituale per il cristiano.
  5. Se il giudeo lavorava nel giorno di sabato, doveva essere messo a morte; se il cristiano non lavora nel giorno del Signore, dimostra di non avere molta vita, cioè, se non lavora per il bene delle anime, per l’estendersi della gloria di Cristo e della verità. In effetti, il cristiano devoto che ha qualche dono è di solito più stanco alla fine del giorno del Signore che alla fine degli altri giorni della settimana. E come potrebbe riposarsi mentre le anime attorno a lui periscono?
  6. Era ordinato ai Giudei dalla legge di restare nella propria tenda il giorno di sabato; il cristiano, invece, ne è condotto fuori dallo spirito dell’Evangelo sia per assistere alla assemblea pubblica, sia per annunziare l’evangelo ai peccatori che periscono.

Ci dia il Signore di saperci confidare nel nome di Gesù, con maggiore semplicità e di lavorare con più attività per questo nome! Dovremmo confidare con lo spirito d’un bambino e lavorare con l’energia di un uomo.

25. Capitolo 32

Si apre ora davanti a noi una scena ben diversa da ciò che ci ha occupati fin qui. Sono passate davanti ai nostri occhi le immagini delle cose che sono nei cieli, Cristo nella sua Persona gloriosa, nei suoi misericordiosi compiti, nella sua perfetta opera; il tutto rappresentato nel tabernacolo e negli utensili mistici. Siamo stati, in ispirito, sul monte per udire le parole di Dio stesso, le dolci dichiarazioni dei pensieri, delle affezioni e dei consigli divini di cui Gesù è «l’alfa e l’omega», il principio e la fine, il primo e l’ultimo.

Ora siamo chiamati a ridiscendere sulla terra per contemplarvi lo stato di rovina al quale l’uomo riduce tutto ciò che gli è affidato. «Or il popolo, vedendo che Mosè tardava a scendere dal monte, si radunò intorno ad Aaronne e disse: Orsù, facci un dio, che ci vada dinanzi; poiché, quanto a Mosè, a quest’uomo che ci ha tratto dal paese d’Egitto, non sappiamo che ne sia stato» (vers. 1). Che degradazione! «Facci un dio»! Abbandonano l’Eterno per porsi sotto la guida di dèi fatti con mano d’uomo. Oscure nubi e dense nebbie avevano circondato la montagna; e gli Israeliti erano stanchi di aspettare colui che era assente e di appoggiarsi su un braccio invisibile ma reale. Credono che un dio fatto con un cesello valga più dell’Eterno; che un vitello che possano vedere valga più di un Dio invisibile ma presente ovunque; preferiscono una contraffazione visibile ad una invisibile realtà.

Ahimè! è sempre così nella storia dell’uomo. Al cuore umano piace qualcosa che si possa vedere; qualcosa che risponda ai suoi sensi e li soddisfaccia. Soltanto la fede può stare costante «come vedendo Colui che è invisibile» (Ebrei 11:27). Così, in ogni tempo, gli uomini hanno avuto la tendenza di elevare imitazioni delle realtà divine ed appoggiarsi su di esse. Le contraffazioni della religione sono fin troppo moltiplicate davanti a noi. Le cose che, per autorità della Parola di Dio, noi sappiamo essere divine e celesti realtà, la Chiesa professante le ha trasformate in umane e terrestri imitazioni. Essendo divenuta stanca di appoggiarsi su un braccio invisibile, di ricorrere a un sacerdote invisibile, di sottomettersi alla direzione di un capo invisibile, si è messa a fare tutte quelle cose; e così, di secolo in secolo, essa è stata attivamente occupata con un cesello in mano a formare e a scolpire una cosa dopo l’altra; così ora non troviamo più analogia fra una gran parte di ciò che vediamo intorno a noi e ciò che leggiamo nella parola di Dio, così come non v’era analogia tra «un vitello d’oro» e «l’Iddio d’Israele».

«Facci un dio»! Che pensiero! L’uomo si fa degli dèi e il popolo è disposto a mettere in essi la sua fiducia. Lettore, guardiamo dentro a noi e intorno a noi; chissà se non vi scopriamo qualcosa di simile. Riguardo alla storia d’Israele, leggiamo che tutte queste cose avvennero loro in figura per servire d’esempio, «e sono state scritte per ammonizione di noi, che ci troviamo agli ultimi termini dei tempi» (1 Corinzi 10:11). Approfittiamo dell’ammonizione, ricordiamoci che, anche se non ci facciamo esattamente un vitello d’oro, per prostrarci dinanzi ad esso, il peccato d’Israele è tuttavia una figura di qualcosa in cui anche noi siamo in pericolo di cadere. Ogni volta che nel nostro cuore cessiamo di appoggiarci esclusivamente su Dio, sia per ciò che riguarda la salvezza, sia per ciò che concerne i bisogni del cammino, è come se dicessimo: «Orsù, facci un dio». È superfluo dire che, in noi stessi, non siamo per nulla migliori di Aaronne o dei figliuoli di Israele; se essi onorano un vitello al posto dell’Eterno, siamo in pericolo di agire con lo stesso principio e di manifestare il medesimo spirito. Nostra unica salvaguardia è il rimanere molto alla presenza di Dio. Mosè sapeva che il vitello d’oro non era l’Eterno; per questo non lo riconobbe. Ma quando noi usciamo dalla presenza divina, è impossibile prevedere i grossolani errori e tutto il male nel quale possiamo essere trascinati.

Siamo chiamati a vivere per fede; con la vista dei sensi non possiamo vedere nulla. Gesù è salito in alto e Dio ci dice di aspettare pazientemente la sua apparizione. La Parola di Dio, applicata al cuore dall’energia dello Spirito, è il fondamento della fiducia nelle cose temporali e spirituali, presenti e future. Dio ci parla del sacrificio di Cristo; noi lo crediamo, per grazia, e mettiamo le anime nostre sotto l’efficacia di questo sacrificio e sappiamo che non saremo mai confusi. Ci parla anche d’un grande Sommo Sacerdote, entrato nei cieli, Gesù, il Figlio di Dio, la cui intercessione è onnipotente. Per grazia crediamo e ci riposiamo con fiducia sulla sua potenza; e sappiamo che saremo interamente salvati. Ci parla di un Capo vivente al quale siamo uniti, nella potenza di una vita di risurrezione, e dal quale nessuna influenza di angeli, di uomini e di demoni ci potrà separare; e, per grazia, crediamo e ci attacchiamo a questo Capo benedetto con una fede semplice, e sappiamo che non periremo mai. Egli ci parla della gloriosa apparizione del Figlio che verrà dai cieli; e, per grazia, crediamo e cerchiamo di fare l’esperienza della potenza di questa «beata speranza» (Tito 2:13); e sappiamo che non saremo delusi. Ci parla ancora di una «eredità incorruttibile, immacolata ed immarcescibile, conservata nei cieli per noi» (1 Pietro 1:4), eredità nella quale entreremo nel tempo stabilito; e, per grazia, crediamo e sappiamo che non saremo confusi. Ci dice che i capelli del nostro capo sono tutti contati e che non ci mancherà alcun bene; noi, per grazia, crediamo e godiamo di una dolce tranquillità di cuore. La realtà è questa, e il nostro Dio vorrebbe che la realizzassimo sempre. Ma il Nemico è sempre attivo e cerca di farci rigettare queste divine realtà, inducendoci a prendere il «cesello» dell’incredulità perché ci facciamo noi stessi degli «dèi». Vegliamo; preghiamo di essere guardati da lui; testimoniamo contro lui; agiamo contro lui: solo così egli sarà confuso, Dio sarà glorificato e noi saremo abbondantemente benedetti.

Quanto a Israele, nel capitolo che stiamo meditando, egli rigettò Dio in modo totale «e Aaronne rispose loro: Staccate gli anelli d’oro che sono agli orecchi delle vostre mogli dei vostri figliuoli e delle vostre figliuole e portatemeli... Egli li prese dalle loro mani e, dopo averne cesellato il modello, ne fece un vitello di getto. E quelli dissero: O Israele, questo è il tuo dio che ti ha tratto dal paese d’Egitto. Quando Aaronne vide questo, eresse un altare davanti ad esso, e fece un bando che diceva: Domani sarà festa in onore dell’Eterno» (versetti 2-5). Era mettere Dio completamente da parte e sostituirlo con un vitello. Quando arrivarono a dire che un vitello li aveva fatti salire dal paese d’Egitto, essi avevano evidentemente perduto ogni cognizione sulla presenza e sul carattere del vero Dio. Come avevano fatto presto a deviare dal vero cammino per cadere in un errore così grossolano! E Aaronne, fratello e compagno di Mosè, nella sua carica li ha condotti fino a quel punto, e ha osato dire davanti a un vitello d’oro: «Domani sarà festa in onore dell’Eterno». Come tutto questo è triste e umiliante! Dio sostituito da un idolo! Una cosa formata con un cesello da una mano e dall’immaginazione dell’uomo fu messa al posto del «Signore di tutta la terra».

Tutto questo implicava da parte di Israele una deliberata rinuncia alle sue relazioni con l’Eterno. Egli aveva abbandonato Dio e Dio di conseguenza agiva a suo riguardo ponendosi sullo stesso terreno del popolo. «E l’Eterno disse a Mosè: Va’, scendi; perché il tuo popolo che hai tratto dal paese d’Egitto, s’è corrotto, si sono presto sviati dalla strada ch’io avevo loro ordinato di seguire. Ho considerato bene questo popolo; ecco, è un popolo di collo duro. Or dunque, lascia che la mia ira s’infiammi contro a loro, e ch’io li consumi! Ma di te io farò una grande nazione». C’era là, per Mosè, una porta aperta ed egli manifestò in questa circostanza una grazia straordinaria, e una rara analogia di spirito col profeta simile a lui che Dio avrebbe suscitato. Egli rifiuta di essere o di ricevere qualcosa al di fuori del popolo. Egli intercede presso Dio sul fondamento della Sua propria gloria e ripone Israele su di Lui con queste commoventi parole: «Perché, o Eterno, l’ira tua si infiammerebbe contro il tuo popolo che hai tratto dal paese d’Egitto con gran potenza e con mano forte? Perché direbbero gli Egiziani: Egli li ha tratti fuori per far loro del male, per ucciderli su per le montagne e per sterminarli di su la faccia della terra? Calma l’ardore della tua ira e pentiti del male di cui minacci il tuo popolo. Ricordati di Abrahamo, d’Isacco e di Israele, tuoi servi, ai quali giurasti per te stesso, dicendo loro: Io moltiplicherò la vostra progenie come le stelle dei cieli; darò alla vostra progenie tutto questo paese di cui vi ho parlato ed esso lo possederà in perpetuo» (vers. 11-13). Era quella una potente supplica. La gloria di Dio, la giustificazione del suo santo nome, l’adempimento del suo giuramento; sono le ragioni sulle quali Mosè s’appoggia per supplicare l’Eterno di calmare l’ardore della sua collera. Non poteva trovare in Israele nulla su cui fondare la sua intercessione. Trovava tutto in Dio.

L’Eterno aveva detto a Mosè: «Il tuo popolo che hai tratto dal paese d’Egitto», ma Mosè risponde a Dio: «Il tuo popolo che hai tratto dal paese d’Egitto». Gli Israeliti, erano, malgrado tutto, il popolo dell’Eterno, la sua gloria, il suo giuramento; tutti erano implicati nel loro destino. Dal momento in cui l’Eterno si unisce al suo popolo, la sua gloria è in causa; su questo solido fondamento la fede guarderà sempre a Lui. Mosè dimentica se stesso, completamente. L’anima sua è occupata della gloria e del popolo dell’Eterno. Che servitore! Ve ne sono ben pochi come lui! Eppure, in mezzo a questa scena, come è lontano dall’altezza del suo Maestro: la differenza fra loro è infinita! Mosè scese dalla montagna e «come fu vicino al campo vide il vitello e le danze; e l’ira di Mosè si infiammò ed egli gettò dalle mani le tavole e le spezzò a piè del monte» (vers. 19). Il patto era rotto e le testimonianze di questo patto ridotte in frantumi; poi dopo aver eseguito il giudizio con una giusta indegnazione, «Mosè disse al popolo: Voi avete commesso un gran peccato; ma ora io salirò all’Eterno; forse otterrò che il vostro peccato sia perdonato» (vers. 30).

Come tutto è differente da ciò che vediamo in Cristo! Egli scese dal seno del Padre con le tavole della legge non nelle sue mani ma nel suo cuore. Scese non per conoscere le condizioni del popolo ma con una conoscenza perfetta. Inoltre, invece di distruggere le testimonianze del patto ed eseguire il giudizio, magnificò la legge e la rese onorevole, portando nella sua benedetta persona, sulla croce, il giudizio del suo popolo; poi, avendo compiuto ogni cosa, risalì al cielo non con un «forse otterrò che il vostro peccato sia perdonato» ma per deporre sul trono della maestà, nei luoghi altissimi, le testimonianze imperiture di una espiazione già compiuta. Questo stabilisce una differenza immensa e davvero gloriosa! Benedetto sia Dio! Non abbiamo bisogno di seguire con ansietà il nostro Mediatore per sapere se, forse, Egli compirà la redenzione per noi e soddisferà la giustizia offesa. Egli ha compiuto tutto! La sua presenza nei cieli dichiara che l’opera è stata fatta. Pronto a lasciare questo mondo, ha potuto dire con la calma di un vincitore cosciente della vittoria (benché dovesse ancora passare per la scena più oscura della croce) :«Io ti ho glorificato sulla terra, avendo compiuto l’opera che tu mi hai dato a fare». Salvatore benedetto! Noi possiamo adorarti e trionfare per l’onore e la gloria di cui t’ha rivestito la giustizia eterna! Il posto più elevato nei cieli è tuo e ai tuoi santi non resta che attendere il giorno in cui «ogni ginocchio si piegherà e ogni lingua confessi che Gesù Cristo è il Signore alla gloria di Dio Padre» (Filippesi 2:10-11). Che questo giorno venga presto!

Alla fine di questo capitolo, l’Eterno proclama i suoi diritti, in governo morale, con le seguenti parole: «Colui che ha peccato contro a me, quello cancellerò dal mio libro! Or va, conduci il popolo dove t’ho detto. Ecco, il mio angelo andrà dinanzi a te; ma nel giorno che verrò a punire, io li punirò del loro peccato» (vers. 33-34). Quello è un Dio in governo, non l’Iddio del Vangelo. Qui parla di togliere via il peccatore; nel Vangelo lo vediamo togliere il peccato. La differenza è grande.

Il popolo deve essere condotto, sotto la mediazione di Mosè, dalla mano di un angelo. Era uno stato di cose assai differente da quello che era esistito tra l’Egitto e il Sinai. Israele aveva perso ogni diritto fondato sulla legge; così a Dio non restava che rientrare nella sua propria sovranità e dire: «Farò grazia a chi vorrò far grazia, e avrò pietà di chi vorrò aver pietà» (cap. 33:19).

26. Capitoli 33 e 34

L’Eterno rifiuta di accompagnare Israele nel paese della promessa. «Io non salirò in mezzo a te perché sei un popolo di collo duro, ond’io non abbia a sterminarti per via» (v. 3). Al principio di questo libro, aveva detto: «Ho veduto l’afflizione del mio popolo che è in Egitto e ho udito il grido che gli strappano i suoi angariatori; poiché conosco i suoi affanni» (cap. 3:7); ma ora dice: «Voi siete un popolo di collo duro». Un popolo afflitto è un oggetto di grazia, ma un popolo di collo duro deve essere umiliato. Il grido di Israele oppresso aveva avuto, come risposta, una manifestazione della grazia; ma bisogna che il canto dell’Israele idolatra incontri una voce di severo rimprovero.

«Voi siete un popolo di collo duro; se io salissi per un momento solo in mezzo a te io ti consumerei! Or dunque, togliti i tuoi ornamenti, e vedrò com’io ti debba trattare» (v. 5). Solo quando siamo veramente spogli di tutti gli ornamenti della natura umana, Dio può intervenire in nostro favore. Un peccatore nudo può essere rivestito; ma un peccatore coperto di ornamenti deve esserne spogliato, prima di poter essere rivestito di ciò che appartiene a Dio.

«E i figliuoli di Israele si spogliarono dei loro ornamenti dalla partenza dal monte Horeb in poi» (v. 6). Erano ai piedi di quel memorabile monte. Le loro feste e i loro canti avevano ceduto il posto ad amari lamenti; erano spogli dei loro ornamenti; le tavole della legge in frantumi. Era la loro condizione e Mosè, immediatamente, agisce in conseguenza. Non poteva più riconoscere il popolo come un corpo. L’assemblea si era interamente contaminata, facendosi un idolo di proprio fabbricazione al posto di Dio; un vitello al posto dell’Eterno. «E Mosè prese la tenda e la piantò per sé fuori del campo, a una certa distanza dal campo e la chiamò tenda di convegno». Il campo, dunque, non è più riconosciuto come il luogo della presenza di Dio. Dio non era più là, e non poteva più trovarsi là perché era stato sostituito da un’invenzione umana. Di conseguenza venne formato un nuovo centro di radunamento. «E chiunque cercava l’Eterno usciva verso la tenda di convegno» (v. 7).

Questo racchiude una verità preziosa. Il posto che Cristo occupa ora è fuori del campo (Ebrei 13:13). Ci vuole una grande sottomissione alla parola di Dio per sapere esattamente cosa è «il campo» e molta energia spirituale per uscirne e più ancora per potere, quando ce ne siamo allontanati, agire verso quelli che sono nel campo nella potenza combinata della santità e della grazia; santità che separa dalla contaminazione del campo e grazia che ci rende capaci di agire in favore di coloro che rimangono dentro il campo.

«Or l’Eterno parlava con Mosè faccia a faccia come un uomo parla col proprio amico; poi Mosè tornava al campo; ma Giosuè, figlio di Nun, suo giovane ministro, non si dipartiva dalla tenda» (v. 11). Mosè dimostra di avere, rispetto a Giosuè, un livello più elevato di energia spirituale. È più facile separarsi che agire, come bisogna, verso quelli che sono nel campo. «E Mosè disse all’Eterno: Vedi, tu mi dici: Fa’ salire questo popolo! e non mi fai conoscere chi manderai meco; eppure hai detto: Io ti conosco personalmente ed anche hai trovato grazia agli occhi miei» (v. 12). Mosè supplica che la faccia di Dio lo accompagni come prova dell’aver trovato grazia ai suoi occhi. Se si fosse trattato solo di giustizia, l’Eterno non avrebbe potuto fare altro che consumare il popolo poiché è un popolo di «collo duro». Ma, poiché si tratta di grazia, in rapporto col mediatore il fatto stesso che sia un popolo di collo duro diviene un motivo di intercessione per chiedere la presenza dell’Eterno. «Deh, Signore, se ho trovato grazia agli occhi tuoi, venga il Signore in mezzo a noi, perché questo è un popolo di collo duro; perdona la nostra iniquità e il nostro peccato e prendici come tuo possesso» (cap. 34:9). Tutto ciò è d’una bellezza commovente. «Un popolo di collo duro» aveva bisogno di una grazia illimitata e della inesauribile pazienza di Dio. Egli solo poteva sopportarlo.

«E l’Eterno disse: La mia presenza andrà teco e io ti darò riposo» (cap. 33:14). Che parte preziosa! Che benedetta speranza! La presenza di Dio con noi nella traversata del deserto e il riposo eterno alla fine! La grazia che risponde ai nostri bisogni presenti e la gloria quale nostra parte futura! I nostri cuori possono esclamare: «Ci basta, Signore!».

Nel cap. 34 Dio dà le seconde tavole, non perché fossero rotte come le prime ma perché fossero nascoste nell’arca sulla quale doveva stabilirsi l’Eterno come Signore di tutta la terra in governo morale. «Mosè dunque tagliò due tavole di pietra come le prime; si alzò la mattina di buon’ora e salì sul monte Sinai, come l’Eterno gli aveva comandato, e prese in mano le due tavole di pietra. E l’Eterno discese nella nuvola, si fermò quivi con lui e proclamò il nome dell’Eterno. E l’Eterno passò davanti a lui e gridò: L’Eterno! L’Eterno! L’Iddio misericordioso e pietoso, lento all’ira, ricco in benignità e fedeltà, che conserva la sua benignità fino alla millesima generazione, che perdona l’iniquità, la trasgressione, il peccato ma non terrà il colpevole per innocente, e che punisce l’iniquità dei padri sopra i figliuoli e sopra i figliuoli dei figliuoli, fino alla terza e alla quarta generazione» (v. 4-7). Qui, dobbiamo ricordarlo, Dio è visto nel suo governo del mondo e non come si manifesta alla croce, come appare nella faccia di Gesù Cristo, come è proclamato nell’Evangelo della sua grazia. Dio, nel Vangelo, è dipinto con queste parole: «E tutto questo viene da Dio che ci ha riconciliati con sé per mezzo di Cristo e ha dato a noi il ministerio della riconciliazione. In quanto che Dio era in Cristo, riconciliando il mondo con sé, non imputando agli uomini i loro falli, ed ha posto in noi la parola della riconciliazione» (2 Corinzi 5:18-19). Le due espressioni «non tenere per innocente» e «non imputare» presentano due idee di Dio totalmente diverse; «punire le iniquità» e «toglierle» non è la stessa cosa. Nella prima è Dio che agisce nel suo governo; nella seconda è Dio che agisce nell’Evangelo. Nel capitolo 3 della seconda epistola ai Corinzi, l’apostolo mette in contrapposizione il ministero del capitolo 34 dell’Esodo, col «ministero» dell’Evangelo. Vale la pena di studiare questo capitolo con cura; chi considera il carattere di Dio, come fu rivelato a Mosè sul monte Horeb, come l’espressione del carattere che Dio riveste nel Vangelo, non può farsi che delle idee incomplete e inesatte. Nella creazione, come nel governo morale, non si potranno mai scoprire i profondi segreti del Padre. Il figliuolo prodigo avrebbe forse potuto trovar posto nelle braccia di Colui che si rivelò sul monte Sinai? Certamente no. Ma Dio si è rivelato, lui stesso, nella faccia di Gesù Cristo; ha rivelato tutti i suoi attributi, con una divina armonia nell’opera della croce. Là «la benignità e la verità si sono incontrate, la giustizia e la pace si sono baciate» (Salmo 85:10). Il peccato è completamente tolto e il peccatore che crede perfettamente giustificato «mediante il sangue della croce» (Colossesi 1:20).

Quando possiamo vedere Dio così rivelato, non abbiamo altro da fare che inchinarci fino a terra e adorare, come ha fatto Mosè (vers. 8); è l’attitudine di un peccatore perdonato e ricevuto alla presenza di Dio.

27. Capitoli da 35 a 40

Questi capitoli contengono un riassunto delle diverse parti del tabernacolo e dei suoi utensili e, poiché ho già sviluppato il significato delle parti più importanti, penso sia inutile aggiungere altro. Vi sono tuttavia due cose in queste parti del libro di cui possiamo trarre un utilissimo insegnamento. Si tratta della devozione volontaria e dell’obbedienza del popolo, in rapporto all’opera della tenda di convegno.

Quanto alla sua devozione volontaria è scritto: «Allora tutta la raunanza dei figliuoli d’Israele si partì dalla presenza di Mosè; e tutti quelli che il loro cuore spingeva e tutti quelli che il loro spirito rendea volenterosi, vennero a portare l’offerta all’Eterno per l’opera della tenda di convegno, per tutto il suo servizio e per i paramenti sacri. Vennero uomini e donne; quanti erano di cuor volenteroso portarono fermagli, orecchini, anelli da sigillare e braccialetti, ogni sorta di gioielli d’oro, ognuno portò qualche offerta d’oro all’Eterno e chiunque aveva delle stoffe tinte in violaceo, porporino, scarlatto, o lino fino, o pel di capra o pelli di montone, tinte in rosso, o pelli di delfino, portava ogni cosa. Chiunque prelevò un’offerta d’argento e di rame, portò l’offerta consacrata all’Eterno; e chiunque aveva del legno d’acacia per qualunque lavoro destinato al servizio, lo portò. E tutte le donne abili filarono con le proprie mani e portarono i loro filati in colore violaceo, porporino e del lino fino. E tutte le donne che il cuore spinse ad usare la loro abilità filarono del pel di capra. E i capi del popolo portarono pietre di onice e pietre da incastonare per l’efod e per il pettorale, aromi e olio per il candelabro, per l’olio di unzione e per il profumo fragrante. Tutti i figliuoli di Israele, uomini e donne, che il cuore mosse volonterosamente a portare il necessario per tutta l’opera che l’Eterno aveva ordinato per mezzo di Mosè, recarono all’Eterno delle offerte volontarie» (versetti 20-29). E ancora: «Allora tutti gli uomini abili che erano occupati a tutti i lavori del santuario, lasciato ognuno il lavoro che faceva, vennero a dire a Mosè: Il popolo porta molto più di quel che bisogna per eseguire i lavori che l’Eterno ha comandato di fare... poiché la roba già pronta bastava a fare tutto il lavoro, e ve n’era d’avanzo» (36:4-7).

Che splendido quadro di devozione per l’opera del santuario! Nessuno sforzo, nessun incitamento era necessario per indurre il popolo a dare. «Tutti quelli che il loro cuore spingeva». Era il vero mezzo; le acque della devozione volontaria scorrevano dall’interno. «I capi», «gli uomini» e «le donne», tutti sentivano che era un dolce privilegio dare a l’Eterno, non con un cuore stretto o con mano avara, ma liberalmente, tanto che ve ne fosse d’avanzo.

Poi, quanto all’obbedienza implicita del popolo, è scritto: «I figliuoli d’Israele eseguirono tutto il lavoro secondo che l’Eterno aveva ordinato a Mosè. E Mosè vide tutto il lavoro; ed ecco, essi l’avevano eseguito come l’Eterno aveva ordinato; l’avevano eseguito a quel modo. E Mosè li benedisse» (39:42-43). L’Eterno aveva dato istruzioni minuziosissime per tutta l’opera del tabernacolo: ogni piuolo, ogni basamento, ogni legaccio, ogni anello, erano esattamente determinati. Le risorse dell’uomo, la sua ragione o il suo buon senso non avevano nulla da fare. L’Eterno non dava all’uomo uno schizzo da completare. Non lasciava alcun margine nel quale l’uomo potesse far entrare la propria fantasia, «e vedi di fare ogni cosa secondo il modello che t’è stato mostrato sul monte» (Esodo 25:40; 26:30; Ebrei 8:5). Quest’ordine non lasciava alle invenzioni umane alcun posto. Se fosse stato permesso all’uomo di fare anche solo un piuolo, questo piuolo, sarebbe stato, certamente, fuori posto a giudizio di Dio. Abbiamo visto cos’ha prodotto il cesello dell’uomo al capitolo 32; nel tabernacolo, sia benedetto Dio, l’uomo non ha niente a che fare. Gli Israeliti fecero in questa circostanza né più né meno di quello che era stato loro ordinato; è questa una salutare lezione per la Chiesa professante! Ci sono molte cose nella storia degli Israeliti che dovremmo seriamente cercare di evitare: i loro mormorii impazienti e la loro idolatria; ma dovremmo imitare la loro devozione e la loro ubbidienza. Possa dunque la nostra devozione essere più completa, e la nostra ubbidienza più implicita! Possiamo affermare con certezza che se ogni cosa non fosse stata fatta «secondo il modello che era stato mostrato sul monte» non potremmo leggere, alla fine ciel libro, che «la nuvola coprì la tenda di convegno e la gloria dell’Eterno riempì il tabernacolo. E Mosè non poté entrare nella tenda di convegno perché la nuvola vi s’era posata sopra, e la gloria dell’Eterno riempiva il tabernacolo» (40:34-35). Il tabernacolo era, sotto tutti gli aspetti, secondo il modello divino e, per conseguenza, poteva essere riempito della gloria divina.

Vi sono qui dei preziosi insegnamenti. Siamo purtroppo propensi a pensare che la Parola di Dio non sia sufficiente ai piccoli particolari che hanno rapporto col culto e col servizio di Dio. È un grande errore, sorgente di sbagli e sviamenti nella chiesa professante. La parola di Dio basta a tutto sia per ciò che concerne la salvezza personale e la condotta individuale, sia per ciò che concerne l’ordine e il governo dell’assemblea; poiché leggiamo che «ogni scrittura è ispirata da Dio e utile ad insegnare, a riprendere, a correggere, a educare alla giustizia, affinché l’uomo di Dio sia compiuto, appiena fornito per ogni opera buona» (2 Timoteo 3:16-17). Se la Parola di Dio rende un uomo perfettamente compiuto per ogni opera buona, ne deriva che tutto ciò che non si trova nelle sue pagine non può essere un’opera buona (Efesini 2:10). Ricordiamoci inoltre che la gloria divina non può associarsi a qualcosa che non sia il modello divino.

28. Conclusione

Caro lettore, abbiamo percorso insieme questo libro. Ho la viva speranza che, dal nostro studio, abbiamo raccolto qualche frutto; penso di aver riunito alcuni edificanti pensieri su Gesù e il suo sacrificio. I nostri pensieri più profondi non possono essere che deboli; e ciò che afferriamo di più elevato non può essere che superficiale paragonato all’intento di Dio e della sua rivelazione. È buono ricordare che, per grazia, siamo sulla strada che porta a questa gloria laddove conosceremo «come siamo stati conosciuti» noi stessi e dove i nostri cuori si schiuderanno allo splendore della faccia di Colui che è il principio e la fine di tutte le vie di Dio, sia in creazione sia in provvidenza o in redenzione. A Lui vi raccomando affettuosamente, corpo, anima e spirito. Possiate conoscere l’immensa gioia di avere la vostra parte in Cristo ed essere guardati nella paziente aspettativa della sua venuta. Amen.




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