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Note sul libro del DEUTERONOMIO

Charles Henry Mackintosh

In perpetuo, o Eterno, la tua parola è stabile nei cieli.” (Salmo 119:89)
Io ho riposto la tua parola nel mio cuore per non peccare contro di te.” (Salmo 119:11)

Indice: 1. Capitolo 1 2. Capitolo 2 3. Capitolo 3 4. Capitolo 4 5. Capitolo 5 6. Capitolo 6 7. Capitolo 7 8. Capitolo 8 9. Capitolo 9 10. Capitolo 10 11. Capitolo 11 12. Capitolo 12 13. Capitolo 13 14. Capitolo 14 15. Capitolo 15 16. Capitolo 16 17. Capitolo 17 18. Capitolo 18 19. Capitolo 19 20. Capitolo 20 21. Capitolo 21 22. Capitoli 22-25 23. Capitolo 26 24. Capitolo 27 25. Capitolo 28 26. Capitolo 29 27. Capitolo 30 28. Capitolo 31 29. Capitolo 32 30. Capitolo 33 31. Capitolo 34

[...]

7. Capitolo 7

«Quando l’Iddio tuo, l’Eterno, ti avrà introdotto nel paese dove vai per prenderne possesso, e ne avrà cacciate d’innanzi a te molte nazioni,... sette nazioni più grandi e più potenti di te, e quando l’Eterno, l’Iddio tuo, le avrà date in tuo potere e tu le avrai sconfitte, tu le voterai allo sterminio; non farai con esse alleanza, né farai loro grazia».

La narrazione delle vie di Dio verso le nazioni, in rapporto col suo popolo d’Israele, ci rammenta le parole che aprono il Salmo 101: «Io canterò la benignità e la giustizia». Se da un lato vediamo lo spiegamento della grazia di Dio verso il suo popolo, in virtù del suo patto con Abrahamo, Isacco e Giacobbe, dall’altro vediamo l’esecuzione del giudizio sulle nazioni a causa della loro malvagità. Nel primo caso, vediamo la sovranità di Dio; nel secondo la sua giustizia; e nell’uno e nell’altro brilla la sua gloria. Tutte le vie di Dio; in grazia, come in giudizio, proclamano le sue lodi e saranno per sempre celebrate dal suo popolo. «Grande e meravigliose sono le tue opere, Signore Iddio Onnipotente; giuste e veraci sono le tue vie, o Re delle nazioni. Chi non temerà, o Signore, e chi non glorificherà il tuo nome? poiché tu solo sei santo; e tutte le nazioni verranno e adoreranno nel tuo cospetto, poiché i tuoi giudizi sono stati manifestati» (Apocalisse 15:3-4).

Ecco con quale spirito dobbiamo considerare le vie di Dio in governo. Vi son delle anime che, lasciandosi influenzare da una falsa e morbosa sentimentalità, sono scandalizzate leggendo gli ordini dati ad Israele a riguardo dei Cananei, al principio del nostro capitolo. Sembra loro che un Essere buono e misericordioso non dovrebbe comandare al suo popolo di distruggere i propri simili senza usar loro nessuna grazia, e anche di passare donne e bambini a fil di spada.

Queste persone non sono disposte a dire con i santi in Apocalisse 15:3-4 :«Giuste e veraci son le tue vie, o Re delle nazioni». Esse non approvano Dio in tutte le sue vie; giungono persino a giudicarlo. Si permettono di misurare le dispensazioni del governo divino secondo la loro debole mente; di paragonare l’infinito con ciò che è limitato, in una parola esse giudicano Dio secondo loro stessi.

È questo un grave errore. Noi non siamo competenti per emettere un giudizio sulle vie di Dio, e per conseguenza è il colmo della presunzione per dei poveri mortali ignoranti il tentare di farlo. Leggiamo al capitolo 7 di Luca, che «la sapienza è stata giustificata dai suoi figliuoli», Ricordiamoci di queste parole e facciamo tacere ogni ragionamento colpevole. «Sia Dio riconosciuto verace, e ogni uomo bugiardo, siccome è scritto: Affinché tu sia riconosciuto giusto nelle tue parole, e resti vincitore quando sei giudicato» (Romani 3:4).

Se il lettore non è al chiaro su questo soggetto, legga il magnifico Salmo 136.

Vi vediamo che la morte dei primogeniti degli Egiziani e la liberazione d’Israele, il passaggio del mar Rosso e la distruzione dell’esercito di Faraone, come pure l’annientamento dei Cananei per dare la loro eredità ad Israele, — tutto, in una parola, era la prova della bontà eterna di Dio (*). È così e sarà sempre così. Tutto deve contribuire alla gloria di Dio. Non dimentichiamolo, e lasciamo da parte ogni falso ragionamento. È il nostro privilegio di giustificare Dio in tutte le sue vie, di chinare il capo con riverenza dinanzi ai suoi inscrutabili giudizi, e d’essere fermamente assicurati che tutte le vie di Dio sono buone. Non le capiamo tutte; ciò che è limitato, comprenderebbe forse l’infinito? Le dispensazioni di Dio, gli atti del suo governo sono tanto al disopra della ragione umana come il Creatore è al disopra della creatura. Quale mente umana può scrutare i profondi misteri della provvidenza divina? Perché accade, per esempio, che una città intera piena d’uomini, di donne e di fanciulli, sia in qualche ora inghiottita dai flutti di lava rovente? Non possiamo dirlo, e tuttavia non è che un fatto fra mille nella storia dell’umanità. Vedete, nelle nostre grandi città, le migliaia d’esseri umani che vivono nella miseria più profonda e nella maggior degradazione morale. Possiamo noi dire perché Dio lo permette? Siamo noi chiamati a farlo? Non è forse evidente che non dobbiamo discutere queste questioni? Se, nella nostra ignoranza e nella nostra follia, imprendiamo a ragionare sui misteri inscrutabili del governo divino, dobbiamo aspettarci di smarrirci completamente e anche a cadere in una positiva incredulità.

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(*) Molti cristiani incontrano difficoltà a comprendere e applicare le espressioni di un gran numero di Salmi, che chiedono il giudizio sui malvagi. Questo linguaggio sarebbe, infatti, del tutto fuori posto presso i cristiani, che sono esortati ad amare i loro nemici, a fare del bene a quelli che li odiano, ed a pregare per quelli che fanno loro del torto e li perseguitano.
     Ma quel che sarebbe del tutto fuori posto per la Chiesa di Dio, per il popolo celeste, sotto la grazia, fu un tempo e sarà in avvenire in perfetta armonia con la posizione di Israele, il popolo terrestre, sotto il governo di Dio. Nessun cristiano intelligente penserebbe mai di chiedere la vendetta sui suoi nemici e sui malvagi. Vi sarebbe in ciò una volgare incoerenza. Siamo chiamati ad essere gli esempi viventi della grazia di Dio verso il mondo — a camminare sulle tracce di Gesù dolce ed umile di cuore — a soffrire per la giustizia — a non resistere al male. Iddio ha ora pazienza e misericordia verso il mondo. «Fa levare il suo sole sui buoni e sui malvagi, e manda la sua pioggia sui giusti e sugl’ingiusti ». Noi dobbiamo imitarlo ed essere «perfetti», come è perfetto il nostro Padre che è nei cieli. Un cristiano che trattasse il mondo sul principio del giusto giudizio, darebbe un’idea falsa del suo Padre celeste e mentirebbe alla sua professione di fede. Ma più tardi, quando la Chiesa avrà lasciato la terra, non sarà più così. Iddio giudicherà le nazioni secondo il modo in cui esse avranno trattato il suo popolo Israele.
     Questo principio, se è ben capito, darà al lettore la chiave dei Salmi profetici.

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Comprenderemo ora le istruzioni date al principio del nostro capitolo.

I Cananei non dovevano trovar grazia agli occhi degl’Israeliti. La loro iniquità era venuta al colmo, e non rimaneva per loro che l’esecuzione del giudizio divino. «Tu le voterai allo sterminio; non farai con esse alleanza, né farai loro grazia. Non t’imparenterai con loro, non darai le tue figliuole ai loro figliuoli, e non prenderai le loro figliuole per i tuoi figliuoli, perché stornerebbero i tuoi figliuoli dal seguir me per farli servire a dei stranieri, e l’ira dell’Eterno s’accenderebbe contro a voi, ed Egli ben presto vi distruggerebbe. Ma farete loro così: demolirete i loro altari, spezzerete le loro statue, abbatterete i loro idoli, e darete alle fiamme le loro immagini scolpite».

Tali erano gli ordini dati dall’Eterno al suo popolo. Erano chiari, comprensibili. Nessuna grazia per i Cananei, nessun’alleanza con loro, nessuna unione, nessuna lega qualsiasi; un giudizio senza misericordia doveva essere la loro parte.

Sappiamo, purtroppo, che gl’Israeliti non tardarono a trascurare questi ordini sacri. Appena ebbero posto piede nel paese di Canaan si allearono con i Gabaoniti. Giosuè stesso cadde nel laccio. I vestimenti laceri e il pane ammuffito di quel popolo astuto, ingannarono i capi della congregazione, e li fecero agire in diretta opposizione al comandamento di Dio. Se fossero stati governati dall’autorità della Parola, non sarebbero caduti in quel grave fallo e non avrebbero fatto alleanza con un popolo che avrebbe dovuto essere completamente distrutto. Ma essi giudicarono con l’occhio della carne, e ne raccolsero i frutti (*). L’obbedienza implicita è la migliore salvaguardia contro le astuzie del nemico. Il racconto dei Gabaoniti era senza dubbio molto plausibile, e il loro aspetto dava una apparenza di verità alle loro asserzioni, ma nulla di tutto ciò avrebbe dovuto avere il minimo peso agli occhi di Giosuè e dei capi d’Israele. Dovevano ricordare i comandamenti dell’Eterno, e attenersi alla sua parola. Invece di farlo, ragionarono ed agirono secondo quel che vedevano. La ragione non è una guida per il popolo di Dio; esso dev’essere unicamente ed interamente diretto e governato dalla sua Parola.

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(*) È istruttivo di vedere che i vestimenti logori, il pane ammuffito e le astute parole dei Gabaoniti, compirono ciò che le mura di Gerico non avevano potuto fare.
     Le astuzie di Satana sono da temere più della sua potenza. «Rivestitevi dell’armatura completa di Dio, onde possiate star saldi contro le insidie del diavolo». Se riflettiamo sulle diverse parti dell’armatura completa di Dio vedremo chiaramente che si schierano sotto questi due capi: obbedienza e dipendenza. L’anima che è realmente governata dalla Parola, e che si confida interamente nella potenza dello Spirito, è perfettamente equipaggiata per la lotta. In questo modo l’Uomo Cristo Gesù riportava la vittoria sul nemico. Il diavolo non poteva nulla sopra un uomo perfettamente obbediente e perfettamente dipendente. Seguiamo in questo, come in tutte le cose, il nostro divino modello.

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È questo uno dei più grandi privilegi, poiché è alla disposizione del più semplice e del più ignorante dei figli di Dio. La parola del Padre, la voce del Padre, l’occhio del Padre, bastano per guidare il più giovane e il più debole dei membri della sua famiglia. Ciò che ci abbisogna è un cuore amoroso e obbediente. Non occorre una vasta intelligenza, né una gran scienza, poiché allora, che diverrebbe la maggior parte dei cristiani? Se gli scienziati, i pensatori, la gente istruita fossero i soli capaci di tener fermo contro le astuzie dell’avversario, la maggior parte di noi dovrebbe rinunziare alla lotta.

Ma, grazie a Dio, non è così; anzi, studiando la storia del popolo di Dio attraverso le età, vediamo che la sapienza e la scienza umane, quando non sono lasciate al loro vero posto, diventano dei lacci, e quelli che le posseggono, degli strumenti tanto più pericolosi fra le mani del nemico.

Da chi son state introdotte la più gran parte delle eresie che han turbato la Chiesa di Dio da secoli? Non dai semplici e dagl’ignoranti, ma dai sapienti e dagl’intelligenti. E nel passo del libro di Giosuè che abbiamo citato, chi fece alleanza coi Gabaoniti? Il popolo comune? No, ma i capi dell’assemblea. Tutti evidentemente commisero lo sbaglio, ma i principali d’Israele diedero l’esempio. I capi e i conduttori dell’assemblea caddero nei lacci del diavolo, per aver trascurato «di interrogare l’Eterno».

«Non farai con esse alleanze». Nulla era più semplice di questo. Dei vestiti logori, delle scarpe rappezzate e del pane ammuffito, potevano forse cambiare il significato dell’ordine divino, o togliere alla congregazione l’obbligo d’un’obbedienza implicita? No, certamente. Nulla potrebbe mai essere una scusa per diminuire, anche per poco, l’obbligo d’obbedire alla parola di Dio. Se incontriamo delle difficoltà o delle circostanze imbarazzanti, se sovente non sappiamo da che parte volgerci, che cosa dobbiamo fare? Ragionare? discutere? agire secondo il nostro proprio giudizio o quello di tale altro? No, certamente; ma dobbiamo aspettarci a Dio pazientemente, umilmente, con fede, e certamente ci mostrerà la nostra via. «Guiderà i mansueti nella via diritta, insegnerà ai mansueti la sua via» (Salmo 25:9). Camminando così, saremo preservati da passi falsi e conservati fino al regno eterno del nostro Signore e Salvatore Gesù Cristo.

Al verso 6 del nostro capitolo, Mosè mette davanti al popolo il motivo morale per cui esso doveva rimanere interamente separato dai Cananei e sterminarli: «Poiché tu sei un popolo consacrato all’Eterno che è l’Iddio tuo; l’Eterno, l’Iddio tuo, ti ha scelto per essere il suo tesoro particolare fra tutti i popoli che sono sulla faccia della terra».

Il principio posto qui è importantissimo. Perché Israele doveva essere interamente separato dai Cananei, e rifiutare assolutamente di allearsi con loro? Perché doveva demolire i loro altari, spezzare le loro statue e abbattere i loro idoli? Semplicemente perché era un popolo santo. E chi l’aveva fatto tale? L’Eterno. Egli li aveva scelti e il suo amore riposava su loro; li aveva salvati, li aveva separati e messi a parte per Sé, e così aveva il diritto di prescrivere quel che dovevano essere e come dovevano agire. «Siate santi, poiché Io sono santo» (1 Pietro 1:16).

Non era affatto sul principio: «Fatti in là, non t’accostare, poiché io son più santo di te» (Isaia 65:5). Non valevano meglio delle altre nazioni; è evidente da ciò che segue: «L’Eterno ha riposto in voi la sua affezione e vi ha scelti, non perché foste più numerosi di tutti gli altri popoli, chè anzi siete meno numerosi d’ogni altro popolo; ma perché l’Eterno vi ama, perché ha voluto mantenere il giuramento fatto ai vostri padri, l’Eterno vi ha tratti fuori con mano potente e vi ha redenti dalla casa di schiavitù, dalla mano di Faraone, re d’Egitto» (vers. 7,8).

Come queste parole convenivano ai figliuoli d’Israele! Essi dovevano ricordarsi che tutti i loro privilegi, la loro dignità e le loro benedizioni, non provenivano da quel che essi erano in loro stessi, ma dal fatto che l’Eterno li aveva amati nella sua grazia sovrana, ed aveva fatto alleanza coi loro padri, — «patto eterno, in ogni punto ben regolato e sicuro appieno» (2 Samuele 23:5).

Vi era quivi un antidoto divino contro ogni orgoglio, ed era anche la base sicura della loro felicità e della loro sicurezza morale. Tutto riposava sulla stabilità immutabile della grazia di Dio. Ogni vanteria umana era così resa impossibile. «L’anima mia si glorierà nell’Eterno; gli umili l’udranno e si rallegreranno» (Salmo 34:2).

Iddio vuole che «nessuna carne si glori nel Suo cospetto». Egli abbassa ogni pretensione umana e l’orgoglio del cuore dell’uomo. Israele doveva ricordarsi della sua origine, della sua condizione precedente «di servitù in Egitto» — «il più piccolo di tutti i popoli». Esso non era affatto migliore delle nazioni che lo circondavano, e per conseguenza non poteva spiegarsi la sua grandezza e la sua elevatezza che per l’amore gratuito di Dio e per la fedeltà al suo giuramento. «Non a noi, o Eterno, non a noi, ma al tuo nome dà gloria, per la tua benignità e per la tua fedeltà!» (Salmo 115:1).

«Riconosci dunque che l’Eterno, l’Iddio tuo, è Dio: l’Iddio fedele, che mantiene il suo patto e la sua benignità fino alla millesima generazione a quelli che l’amano e osservano i suoi comandamenti, ma rende immediatamente a quelli che l’odiano ciò che si meritano, distruggendoli; non differisce, ma rende immediatamente a chi l’odia ciò che si merita» (vers. 9-10).

Due fatti della più grande importanza son qui messi davanti a noi; uno pieno di ricche consolazioni e di preziosi incoraggiamenti per quelli che amano Dio in sincerità; l’altro d’una grande solennità per quelli che lo disprezzano. Tutti quelli che amano Dio e osservano i suoi comandamenti possono contare sulla sua fedeltà e sulla sua grazia in ogni tempo, e in ogni circostanza. «Tutte le cose concorrono insieme per il bene di quelli che amano Dio, di quelli che son chiamati secondo il suo proponimento». (Romani 8:28) Se, per la sua grazia infinita, l’amore di Dio è nei nostri cuori e il suo timore dinanzi ai nostri occhi, possiamo proseguire con coraggio e con gioiosa fiducia certi che tutto sarà bene e dev’essere bene. «Diletti se il nostro cuore non ci condanna, abbiamo confidanza dinanzi a Dio; e qualunque cosa chiediamo la riceviamo da Lui, perché osserviamo i suoi comandamenti e facciam le cose che gli son grate» (1 Giovanni 3:21-22).

È questa una verità eterna per Israele, come per la Chiesa. Il capitolo 7 del Deuteronomio, quanto il 3° capitolo della 1a epistola di Giovanni, proclamano la stessa grande verità pratica, cioè che Dio trova piacere in quelli che lo temono, che l’amano e osservano i suoi comandanti.

Vi è in ciò qualcosa di legale? Affatto. L’amore e il legalismo non hanno nulla di comune; sono tanto lontani l’uno dall’altro quanto i poli. «Questo è lo amor di Dio: che osserviamo i suoi comandamenti; e i suoi comandamenti non sono gravosi» (1 Giovanni 5:3). I motivi, il carattere e lo spirito della nostra obbedienza, sono l’opposto del legalismo. Vi sono delle persone sempre pronte a gridare al legalismo, quando si parla loro dell’obbedienza. Esse cadono in un grave errore. Se si trattasse di acquistare la posizione e la relazione di figli di Dio, con la nostra obbedienza, allora l’accusa di legalismo sarebbe pienamente giustificata. Ma dare questo nome all’obbedienza cristiana è, lo ripetiamo, un grave errore. L’obbedienza non può precedere la relazione filiale; ma questa relazione deve sempre essere seguita dall’obbedienza.

Occupiamoci ora della verità solenne che il versetto 10 del nostro capitolo ci presenta. «Non differisce ma rende immediatamente a quelli che l’odiano ciò che si meritano». Se quelli che amano Dio sono teneramente incoraggiati, al vers. 9, ad osservare i suoi comandamenti, il vers. 10 rivolge un serio avvertimento a quelli che l’odiano.

Il tempo è vicino in cui Dio agirà di persona, a faccia a faccia coi suoi nemici. Com’è terribile di pensare che ci son degli uomini che odiano Dio — che odiano Colui il cui nome è «luce» e «amore», la sorgente di ogni bontà, l’autore e il donatore di ogni dono perfetto, il Padre delle luci; Colui la cui mano liberale supplisce ai bisogni di ogni creatura, che ode il grido del corvo e disseta l’asino selvatico; Colui che è infinitamente buono, il loro savio, l’Iddio perfettamente santo, il Signore di ogni forza e potenza, il Creatore di tutte le cose, e Colui che ha il potere di gettare l’anima e il corpo nella geenna.

Pensate, lettore, che cos’è odiare un Essere come è Dio! Ora, noi sappiamo che tutti quelli che non amano devono odiare. Forse non ci si crede; poche persone converranno che esse odiano veramente Dio ma in questa grande questione, non vi è terreno neutro; bisogna che siamo o pro o contro, e in generale gli uomini non tardano a mostrare sotto quale bandiera servono. Accade sovente che l’inimicizia del cuore verso Dio si mostri per mezzo dell’odio per il suo popolo, per la sua Parola, il suo culto, il suo servizio. Quante volte udiamo proferire parole come le seguenti: «Odio la religiosità e i predicatori». — A dir vero è Dio stesso che si odia. «La carne è inimicizia contro Dio, poiché essa non si sottomette alla legge di Dio poiché anche non lo può»; e quest’inimicizia si fa strada a proposito di tutto ciò che concerne Dio. Ogni uomo, nel suo stato naturale, odia Dio.

Ora Iddio dichiara «che non differirà, ma renderà immediatamente a quelli che l’odiano ciò che si meritano». Parola solenne, a cui si dovrebbe prestare la più seria attenzione. Gli uomini non amano udirla; molti fanno finta di non credervi. Cercano di persuadersi e persuadere gli altri che Dio è troppo buono, troppo tenero, troppo misericordioso, per trattare le sue creature con severità. Dimenticano che le vie di Dio in governo sono tanto perfette come le sue vie di grazia. S’immaginano che il governo di Dio lascerà passare o tratterà leggermente il male e quelli che lo fanno.

È questo un fatale errore che, tosto o tardi, porterà i suoi frutti dolorosi. È vero che Dio nella sua grazia sovrana può perdonarci i nostri peccati, cancellare le nostre trasgressioni, coprire i nostri falli, giustificarci perfettamente e spandere nei nostri cuori lo spirito d’adorazione. Ma è una cosa del tutto differente. È la grazia che regna per la giustizia, in vita eterna, per Gesù Cristo nostro Signore. È Dio che, nel suo amore meraviglioso dà una giustizia al povero peccatore che meritava l’inferno, e che sa, sente e riconosce che per se stesso non ha nessuna giustizia, né potrebbe averne. Iddio, nel suo amore infinito, ha trovato un mezzo per cui può essere giusto e giustificare chi crede semplicemente in Gesù.

Ma in che modo tutto questo è stato compiuto? È forse lasciando da parte il peccato, come se non fosse nulla? È forse lasciando cadere le redini del governo divino, abbassando la misura della santità divina, o diminuendo in qualcosa le esigenze della Legge? No, tutt’altro. Non vi sarebbe mai potuto essere una manifestazione più solenne dell’odio di Dio per il peccato, o della sua intenzione irrevocabile di condannarlo e punirlo eternamente; non vi sarebbe mai potuto essere una rivendicazione più gloriosa del governo divino, un’esposizione più perfetta della santità, della verità e della giustizia divine; la legge non avrebbe mai potuto essere più gloriosamente difesa o più completamente stabilita che per mezzo del piano glorioso della redenzione, ideata, eseguita e rivelata dall’eterna Trinità nell’Unità — ideata dal Padre, eseguita dal Figliuolo e rivelata dallo Spirito Santo.

Se desideriamo vedere in tutta la sua realtà il governo di Dio, l’ira sua contro il peccato, e il vero carattere della sua santità, non abbiamo che da contemplare la croce, ascoltare quel grido d’angoscia che esce dal cuore del Figliuol di Dio e che echeggia fra le tenebre del Calvario: «Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?». Mai una simile domanda era stata fatta prima, mai fu fatta da allora, e questa domanda non si farà mai più né potrebbe farsi. Sia che consideriamo Colui che la fece, Colui a cui essa era indirizzata, o la risposta; essa rimane unica nell’eternità.

La croce è la misura dell’odio di Dio contro il peccato, come è ad un tempo la misura del suo amore per il peccatore. È la base imperitura del trono di grazia, il terreno divinamente giusto, sul quale Iddio può perdonare i nostri peccati e costituirci perfettamente giusti in un Cristo risuscitato e glorificato.

Ma se gli uomini sprezzano la croce, e persistono nel loro odio contro Dio, pur dicendo ch’Egli è troppo buono e troppo clemente per punire i malvagi, che diverranno? Ecco la risposta: «Chi disobbedisce al Figliuolo non vedrà la vita, ma l’ira di Dio resta sopra lui» (Giovanni 3:36) (*).

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(*) Questo versetto 36 dell’evangelo di Giovanni cap. 3 è d’immensa importanza. Non solo espone la grande verità che tutti quelli che credono al Figliuol di Dio hanno il privilegio d’aver la vita eterna, ma inoltre taglia alla radice due delle principali eresie attuali: l’universalismo e l’eresia di quelli che pretendono che i malvagi saranno annientati. L’universalista professa di credere che alla fine, tutti saranno restaurati e benedetti. Non sarà così, dice il nostro versetto; poiché quelli che non obbediscono al Figliuolo «non vedranno la vita».
     Gli altri affermano che tutti quelli che sono senza Cristo periranno come gli animali. Non sarà così poiché «l’ira di Dio resta» sui disobbedienti. L’ira che resta è tutto incompatibile con l’annientamento.

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Possiamo noi credere che un Dio giusto avrebbe dato alla morte il suo unigenito e diletto Figliuolo, le sue delizie di ogni giorno, allorché questo Figlio era fatto peccato per noi, per lasciare in seguito sfuggire i peccatori impenitenti?

Gesù, l’Uomo perfetto, santo, immacolato, — il solo Uomo perfetto, che abbia mai camminato sulla terra, — dovette soffrire per i peccati, il giusto per gl’ingiusti; è forse affinché i malvagi, gl’increduli, quelli che odiano Dio e disobbediscono al Figliuolo, siano salvati e benedetti e introdotti nel cielo? E si vorrebbe affermare questo sotto pretesto che Dio è troppo buono e troppo clemente per punire eternamente i peccatori! Quando Iddio dovette dare, abbandonare e colpire il suo diletto Figliuolo onde salvare il suo popolo dai loro peccati, potrebbero i peccatori, gli schernitori ed i ribelli essere salvati nei loro peccati? Il Signore Gesù è dunque morto invano? L’Eterno ha forse colpito e nascosto da Lui il suo volto senza necessità? Perché tutti gli orrori del Calvario? Perché le tre ore di tenebre? Perché il grido d’angoscia: «Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?» Perché tutto questo se i peccatori possono andare senz’altro in cielo? Che inconcepibile follia! Fin dove può giungere la credulità degli uomini, purché non si tratti della verità di Dio! Il povero cuore umano si affretterà di credere la più mostruosa assurdità, per avere una scusa per rigettare il semplice insegnamento della Santa Scrittura. Ciò che gli uomini non penserebbero mai di attribuire ad un buon governo umano, non esitano ad attribuirlo al governo di un Dio solo savio, solo vero e solo giusto. Che cosa penseremmo d’un governo che non potesse o non volesse punire i malvagi ed i criminali? Vorremmo noi vivere sotto questo governo?

Il versetto che ci occupa distrugge completamente tutte le teorie che gli uomini, nella loro follia e nella loro ignoranza, hanno asserito a riguardo del governo di Dio, e refuta gli argomenti coi quali essi cercano di indebolirlo. «L’Eterno, l’Iddio tuo, è Dio: l’Iddio fedele che... rende immediatamente a quelli che l’odiano ciò che si meritano, per farli perire; non differisce, ma rende immediatamente a chi l’odia ciò che si merita».

Oh! se gli uomini volessero ascoltare la parola Dio! se volessero credere ai suoi avvertimenti così solenni e così chiari a riguardo dell’ira futura, del giudizio e delle pene eterne! Se, invece di cercar di persuadere sé ed altri che non c’è inferno, né verme che non muore, né fuoco che non si spegne, né tormento eterno, ascoltassero la voce che li avverte di correre, prima che sia troppo tardi, verso il rifugio che presenta loro l’Evangelo! Questa sarebbe la vere sapienza.

Iddio dice che renderà ciò che si meritano a quelli che lo odiano. Quanto è terribile il pensiero di questa retribuzione! Chi potrebbe affrontarla? Il governo di Dio è perfetto, e appunto perché è tale, è impossibile che non giudichi il male. Nulla è più semplice di questo. Tutta la Scrittura, dalla Genesi all’Apocalisse, lo presenta in termini così chiari e così positivi che è il colmo della follia per gli uomini di cercare di discutere la cosa. Quanto è più savio e sicuro di fuggire l’ira a venire, che di negare ch’essa verrà o che sarà eterna nella sua durata. Invano si cerca di ragionare in opposizione alla verità di Dio. Ogni parola di Dio sussisterà per sempre. Vediamo le dispensazioni del suo governo verso il suo popolo Israele e verso i cristiani ora. Passava Egli sopra il male del suo popolo terrestre? No, al contrario, applicava loro continuamente la sua verga, appunto perché era il suo popolo come lo dice per mezzo del profeta Amos: «Ascoltate questa parola che l’Eterno pronunzia contro di voi o Figliuoli d’Israele, contro tutta la famiglia ch’io trassi fuori dal paese d’Egitto: Voi soli ho conosciuto fra tutte le famiglie della terra; perciò io vi punirò per tutte le vostre iniquità» (Amos 3:1-2).

Lo stesso principio è applicato ai cristiani nella 1a epistola di Pietro: «Poiché è giunto il tempo in cui il giudizio ha da cominciare dalla casa di Dio, e se comincia prima da noi, qual sarà la fine di quelli che non ubbidiscono al vangelo di Dio? E se il giusto è difficilmente salvato, dove comparirà l’empio e il peccatore?» (cap. 4:17-18).

Iddio castiga i suoi perché sono suoi, e «affinché non siamo condannati col mondo» (1 Corinzi 11:32). I figli di questo mondo camminano tranquillamente, ma il loro giorno viene, — giorno scuro e terribile, — un giorno di giudizio e d’ira inesorabile. Gli uomini possono ragionare e discutere su questo, ma la Scrittura è chiara e positiva: «Iddio ha fissato un giorno, nel quale giudicherà il mondo con giustizia, per mezzo dell’uomo ch’Egli ha stabilito» (Atti 17:31). Il gran giorno delle retribuzioni è vicino, in cui Dio retribuirà ciascuno secondo ciò che si merita.

È profondamente edificante di notare in qual maniera Mosè, questo servitore diletto e onorato da Dio, condotto dallo Spirito Santo, mette dinanzi agli Israeliti le solenni realtà del governo di Dio, onde agire sulle loro coscienze. Ascolta come egli esorta: «Osserva dunque i comandamenti, le leggi e le prescrizioni che oggi ti dò, mettendoli in pratica. E avverrà che, se date ascolto a queste prescrizioni e le osservate e le mettete in pratica, il vostro Dio, l’Eterno, vi manterrà il patto e la benignità che promise con giuramento ai vostri padri. Egli t’amerà, ti benedirà, ti moltiplicherà, benedirà il frutto del tuo seno e il frutto del tuo suolo: il tuo frumento, il tuo mosto, il tuo olio, il figliare delle tue vacche e delle tue pecore nel paese che giurò ai tuoi padri di darti. Tu sarai benedetto più di tutti i popoli e non ci sarà in mezzo a te né uomo né donna sterile, né animale sterile fra il tuo bestiame. L’Eterno allontanerà da te ogni malattia, e non manderà su te alcun di quei morbi funesti d’Egitto che ben conoscesti, ma li farà venire addosso a quei che t’odiano». «Sterminerai dunque tutti i popoli che l’Eterno, l’Iddio tuo, sta per dare in tuo potere; l’occhio tuo non ne abbia pietà; e non servire gli dèi loro, perché ciò ti sarebbe un laccio». (Deuteronomio 7:11-16).

Che arringa potente e commovente! Notate il contrasto: Israele doveva «ascoltare», «osservare» e «fare». L’Eterno doveva «amare», «benedire» e «moltiplicare». Purtroppo, Israele mancò totalmente e vergognosamente a quel che l’Eterno gli chiedeva, sotto la legge e sotto il governo, e per conseguenza, invece della benedizione e dell’accrescimento, non vi fu per lui che giudizio, maledizione, sterilità, dispersione e desolazione.

Ma, benedetto sia l’Iddio d’Abrahamo, d’Isacco e di Giacobbe, l’Iddio e Padre del nostro Signor Gesù Cristo, se Israele ha fallito sotto la legge e sotto il governo, Egli non ha mancato nella sua ricca e preziosa grazia e nella sua misericordia. Egli manterrà il patto che ha giurato ai loro padri. Non una delle sue promesse cadrà a terra; Egli le adempirà alla lettera. E se non può farlo in virtù dell’obbedienza d’Israele, lo farà a causa del sangue del patto eterno, del prezioso sangue di Gesù, il suo eterno Figliuolo. Gloria ed onore al suo adorabile nome!

No, l’Iddio d’Israele non può lasciar cadere a terra una sola delle sue preziose promesse. Che sarebbe di noi se lo facesse? Che sicurezza, che riposo, che pace potremmo avere, se il patto dell’Eterno con Abrahamo mancasse in un sol punto? È vero che Israele ha perduto tutti i suoi diritti. Se si tratta di prerogative secondo la carne, Ismaele ed Esaù hanno dei diritti anteriori. Se si tratta d’obbedienza legale, il vitello d’oro e le tavole della legge spezzate raccontano la sua triste storia. Se si tratta di governo in virtù del patto di Sinai, i figli d’Israele non hanno una sola scusa da accampare.

Ma Iddio resta il medesimo nonostante la lamentevole infedeltà d’Israele. «I doni di grazia e l’appello di Dio sono senza pentimento» (Romani 11:29), perciò «tutto Israele sarà salvato». Iddio manterrà certamente il suo giuramento ad Abrahamo, nonostante tutta la rovina della progenie di Abrahamo. Siamone fermamente convinti, checché si possa dire di contrario. Israele sarà restaurato e benedetto, e moltiplicherà nella terra a cui è affezionato. Un giorno gl’Israeliti riprenderanno le loro arpe sospese ai salici, e, all’ombra delle loro vigne e dei loro fichi, canteranno le lodi del loro Dio Salvatore, durante il glorioso sabato millenario che li aspetta. Tale è la testimonianza invariabile della Scrittura, ed essa s’adempirà fino ai minimi particolari, per la gloria di Dio e in virtù del patto eterno.

Ritorniamo al nostro capitolo, i cui ultimi versetti richiedono un’attenzione particolare. È commovente vedere in qual modo Mosè cerca d’incoraggiare il popolo a riguardo delle nazioni che poteva temere in Canaan. Comprende i suoi timori e cerca di dissiparli. «Forse dirai in cuor tuo: Queste nazioni sono più numerose di me; come potrò io cacciarle?» (vers. 17-26).

Il grande rimedio per tutti i timori causati dall’incredulità è semplicemente d’aver l’occhio fissato sull’Iddio vivente; allora il cuore è elevato al disopra delle difficoltà di qualsiasi sorta. Non si può negare che vi siano ogni sorta di difficoltà e di influenze funeste. Molte persone ostentano di parlare leggermente delle prove e delle difficoltà. Questo prova la loro profonda ignoranza delle serie realtà della vita. Vorrebbero persuaderci che non si dovrebbero sentire le pene, i dolori, le difficoltà del cammino. È lo stesso come dirci che non dovremmo aver una testa sulle spalle, o un cuore in petto. Tali persone non possono incoraggiare quelli che sono abbattuti, poiché sono del tutto incapaci di comprendere le animi che passano per la lotta, o che sono alle prese colle difficoltà della vita.

In che modo Mosè si sforza d’incoraggiare il cuore dei suoi fratelli? «Non ti sgomentare per via di loro, poiché l’Iddio tuo, l’Eterno, è in mezzo a te, un Dio grande e terribile». Era questo il vero incoraggiamento: i nemici erano là, ma Iddio è un rifugio assicurato. Così pure Giosafat, stretto dal nemico, cercava d’incoraggiare i suoi fratelli: «O Dio nostro! non farai tu giudizio di costoro? Poiché noi siamo senza forza, di fronte questa gran moltitudine che s’avanza contro di noi; non sappiamo che fare, ma gli occhi nostri sono su te!» (2 Cronache 20:12).

Ecco il prezioso segreto. Gli occhi riposano su Dio; la sua potenza interviene e tutto è regolato. «Se Iddio è per noi, chi sarà contro di noi?». Mosè va incontro ai timori che si elevano nel cuore d’Israele. «Queste nazioni sono più numerose di me». Sì, ma esse non sono più forti dell’«Iddio grande e terribile». Quali nazioni potrebbero resistergli? Tutte avevano un terribile conto da rendere a causa delle loro iniquità; il calice era colmo; il momento della retribuzione era giunto, e l’Iddio d’Israele stava per sterminarli in presenza del suo popolo.

Israele, per conseguenza, non aveva motivo di temere la potenza del nemico; l’Eterno era con lui; ma una cosa era ben più da temere, era l’influenza seduttrice dell’idolatria. Così l’Eterno dice: «Darai alle fiamme le immagini scolpite dei loro dèi; non agognerai e non prenderai per te l’argento o l’oro che è su quelle». «Come»?! potrebbe dire qualcuno, «dobbiamo noi distruggere l’oro e l’argento che ornano quelle sculture. Non si potrebbe utilizzarli? Non è forse peccato distruggere qualcosa di così prezioso? Pazienza bruciare le immagini, ma perché non risparmiare l’argento e l’oro?».

Ah! è proprio in tal modo che il povero cuore è condotto a ragionare, ed è così che noi ci seduciamo quando siam chiamati a giudicare e abbandonare ciò che è male. Ci persuadiamo di poter fare qualche riserva, e che ci sia permesso di scegliere e fare delle distinzioni. Siamo pronti ad abbandonare una parte del male, ma non tutto. Siamo d’accordo di bruciare il legno dell’immagine, ma di risparmiare l’oro e l’argento.

Fatale illusione! «Tu non desidererai e non prenderai per te l’argento o l’oro che è su quelle, onde tu non abbia ad esserne preso come da un laccio; perché sono un’abominazione per l’Eterno, che è l’Iddio tuo». Bisogna che tutto sia distrutto. Serbare un atomo della cosa maledetta, è cadere nel laccio del nemico ed associarci con ciò che è un’abominazione agli occhi di Dio, qualunque stima ne facciano gli uomini.

Ora, secondo quel che dice l’ultimo versetto del capitolo, introdurre un’abominazione nella casa era divenire anatema cioè maledetto. Quanto ciò è solenne! Lo comprendiamo bene?

Il Signore guardi i nostri cuori separati da ogni male e fedeli a Lui!

8. Capitolo 8

«Abbiate cura di mettere in pratica tutti i comandamenti che oggi vi dò, affinché viviate, moltiplichiate, ed entriate in possesso del paese che l’Eterno giurò di dare ai vostri padri. Ricordati di tutto il cammino che l’Eterno, l’Iddio tuo, ti ha fatto fare questi quarant’anni nel deserto per umiliarti e metterti alla prova, per sapere quel che avevi nel cuore, e se tu osserveresti o no i suoi comandamenti» (vers. 1-2).

È ad un tempo un ristoro ed un incoraggiamento gettare uno sguardo indietro su tutta la nostra corsa terrestre. Vi possiamo vedere la mano fedele del nostro Dio, che ci ha condotti e guidati; le sue tenere e savie dispensazioni a nostro riguardo, e le sue liberazioni meravigliose nei momenti di distretta e di difficoltà. Quante volte, quando non sapevamo che fare, Egli è venuto in nostro aiuto per aprirci la strada, calmare i nostri timori, e riempire i nostri cuori di canti di lode e di rendimenti di grazie.

Ma non bisogna confondere questo prezioso sguardo retrospettivo con la triste abitudine di guardare indietro alle nostre vie, ai nostri progressi, ai nostri servizi, benché ammettiamo, in modo generale, che soltanto per la grazia di Dio abbiamo potuto compiere qualche cosa per Lui.

Tutto questo conduce a coltivare la soddisfazione di sé stesso, ciò che è la rovina di ogni vera spiritualità. Occuparsi di sé in qualsiasi modo, è cosa molto perniciosa; è il colpo mortale della comunione. Tutto ciò che tende a porre l’«io» davanti all’anima, dev’essere giudicato e rigettato in modo decisivo, poiché la debolezza e la sterilità ne sono la conseguenza. Guardare indietro a quel che abbiamo fatto od ottenuto coi nostri sforzi, è qualcosa di ben miserabile. Non è certo ciò che Mosè esortava il popolo a fare, quando diceva loro: «di ricordarsi di tutto il cammino che l’Eterno, l’Iddio loro, aveva lor fatto fare».

Fermiamoci un istante a queste notevoli parole dell’apostolo, in Filippesi 3: «Frateli,... una cosa fo: dimenticando le cose che stanno dietro e protendendomi verso quelle che stanno dinanzi, proseguo il corso verso la meta per ottenere il premio della superna vocazione di Dio in Cristo Gesù» (vers. 14).

Quali sono le «cose» di cui parla l’apostolo? Metteva in oblio le preziose dispensazioni di Dio verso l’anima sua durante la sua carriera terrestre? No, abbiamo la prova evidente del contrario. Ascoltate quel che dice dinanzi ad Agrippa: «Ma per l’aiuto che viene da Dio, son durato fino a questo giorno, rendendo testimonianza a piccoli e a grandi» (Atti 26:22).

Così pure, scrivendo a Timoteo, suo figliuolo diletto e compagno d’opera, riesamina il passato e parla delle esecuzioni e delle sofferenze sofferte ma aggiunge: «E il Signore m’ha liberato da tutte». E ancora: «Nella mia prima difesa nessuno s’è trovato al mio fianco, ma tutti mi hanno abbandonato; non sia loro imputato! Ma il Signore è stato meco e m’ha fortificato affinché il Vangelo fosse per mezzo mio pienamente proclamato e tutte le nazioni l’udissero; e sono stato liberato dalla gola del leone» (2 Timoteo 4:16-17).

A che cosa dunque fa allusione l’apostolo, quando parla di «dimenticare le cose che sono dietro»? Vuol parlare di tutte le cose che non si rapportavano a Cristo, di cui la carne poteva gloriarsi, su cui il cuore naturale poteva riposarsi e che costituivano soltanto degli ostacoli alla corsa; quelle cose dovevano essere dimenticate nell’inseguimento ardente delle grandi e gloriose realtà che erano davanti a lui. Né l’apostolo Paolo, né alcun altro figlio di Dio e servitore di Cristo, han mai avuto il desiderio di dimenticare nessuna delle circostanze della propria carriera terrestre, le quali testimoniavano della bontà, della tenerezza e della fedeltà di Dio. Anzi sarà sempre uno dei nostri più dolci godimenti rievocare le dispensazioni benedette del nostro Padre verso noi, mentre attraversiamo il deserto per arrivare nella nostra patria eterna.

Non illudiamoci, non approviamo in nessun modo l’abitudine di premere sopra le proprie esperienze, poiché non serve che ad indebolire. Guardiamocene come da una delle numerose cause che tendono ad affievolire la vita spirituale e allontanare i nostri cuori da Cristo. Ma non dobbiamo temere il risultato prodotto da un colpo d’occhio retrospettivo sulle vie e sulle dispensazioni del Signore verso noi. È un esercizio benedetto, che avrà sempre per effetto di farci uscir fuori di noi stessi, e riempirci di riconoscenza e rendimenti di grazie.

Perché Israele era esortato a «ricordarsi di tutto il cammino» per il quale l’Eterno, il suo Dio, l’aveva fatto passare? Era certamente per fare esplodere il suo cuore in lodi per il passato, e fortificare la sua fiducia in Dio per l’avvenire. Deve sempre essere così. Noi lo loderemo per tutto quel che è passato, e ci confideremo in Lui per tutto ciò che deve venire. Possiamo noi farlo sempre più e proseguire giorno per giorno, lodandolo e confidandoci, confidandoci e lodandolo. Ecco le due cose che contribuiscono alla gloria di Dio, alla nostra pace e alla nostra gioia in Lui. Quando l’occhio si riposa su gli «Eben-Ezer», che sono lungo la via, il cuore esplode in gioiosi «Alleluia» a Colui che ci ha soccorsi fin qui, e vuole soccorrerci sino alla fine. Egli ha liberato, libera ora, e libererà ancora in seguito. Catena benedetta! Ogni suo anello è una liberazione divina.

Ma dobbiamo ricordare con riconoscenza non soltanto le grazie segnalate e le grandi liberazioni, di cui siamo stati gli oggetti da parte del nostro Padre; ma anche ciò che, nel suo savio e fedele amore, era destinato ad «umiliarci» e «provarci». Tutte queste cose sono piene di ricche benedizioni per le anime nostre. Non sono, come si dice talvolta, «delle grazie nascoste», ma delle grazie evidenti e palpabili, per cui avremo da lodare Dio durante la beata eternità che ci attende.

«Ricordati di tutto il cammino», di ogni tappa del viaggio, di ogni scena della vita del deserto, di tutte le dispensazioni di Dio dal principio alla fine, e del loro scopo speciale, quello «di umiliarti e metterti alla prova, per sapere quello che avevi nel cuore».

Com’è meraviglioso di pensare alla grazia paziente e all’amore manifestato nelle dispensazioni di Dio verso il suo popolo nel deserto! Quale prezioso ammaestramento ci offre questa storia meravigliosa! Noi pure dobbiamo essere umiliati e provati onde conoscere ciò che è nei nostri cuori. Ci è di grande utilità morale.

Nei primi tempi della nostra vita cristiana, poco conosciamo ciò che è nei nostri cuori. Siamo superficiali in tutto, ma, procedendo nella carriera pratica, afferriamo meglio la realtà delle cose; scopriamo la profondità del male che è in noi; il vuoto e la completa vanità di tutto ciò che è nel mondo; e comprendiamo la necessità di dipendere interamente e costantemente dalla grazia di Dio. Tutto questo è atto a renderci umili e diffidenti di noi stessi, e condurci ad appoggiarci, con la semplicità d’un fanciullo, su Colui che solo può preservarci da ogni caduta. Crescendo, così nella conoscenza di noi stessi, comprendiamo meglio la grazia, meglio anche l’amore meraviglioso del cuore di Dio, la sua tenerezza verso noi, la pazienza infinita nel sopportare tutte le nostre debolezze e mancanze, le cure commoventi che ha di noi, il suo continuo intervento in nostro favore, e le varie circostanze per cui ha creduto bene di farci passare per il profitto delle anime nostre.

L’effetto pratico di tutti questi esercizi d’animo è di dare profondità, fermezza e dolcezza al carattere; siamo così liberati dalle vane nozioni e teorie, da una strettezza esagerata e dall’estremo contrario; siamo resi compassionevoli, pazienti e pieni di riguardi per gli altri; siamo preservati dal formulare dei giudizi troppo severi, si pesano con indulgenza le azioni altrui e si cerca di attribuir loro i migliori motivi nei casi che possono parere equivoci. Questi sono i frutti preziosi delle esperienze del deserto.

«Egli dunque t’ha umiliato, t’ha fatto provar la fame, poi t’ha nutrito di manna che tu non conoscevi e che i tuoi padri non avevan mai conosciuta, per in segnarti che l’uomo non vive soltanto di pane, ma vive di tutto quello che esce dalla bocca dell’Eterno» (vers. 3).

Questo versetto offre un interesse ed un’importanza particolare, per il fatto che è la prima citazione del nostro Signore nella sua lotta contro Satana, nel deserto. Perché il nostro Signore cita il Deuteronomio? Perché appunto era il libro che, meglio di qualsiasi altro, s’adattava alla condizione in cui Israele si trovava a quel tempo. Israele aveva totalmente fallito, e questo fatto si constata da un capo all’altro del Deuteronomio. Ma, benché la nazione avesse mancato, la via dell’obbedienza era aperta ad ogni Israelita fedele. Era il dovere ed il privilegio di chiunque amava Iddio, di attenersi alla sua Parola, in ogni tempo e in ogni circostanza.

Il nostro diletto Signore conservò con una fedeltà perfetta la posizione dell’Israele di Dio. L’Israele secondo la carne aveva perduto tutto per sua colpa; Gesù era là nel deserto, come il vero Israele di Dio, per fronteggiare il nemico con la semplice autorità della parola di Dio. «Or Gesù, ripieno dello Spirito Santo, se ne ritornò dal Giordano e fu condotto dallo Spirito nel deserto per quaranta giorni, ed era tentato dal diavolo. E durante quei giorni non mangiò nulla; e dopo che quelli furon trascorsi, ebbe fame. E il diavolo gli disse: Se tu sei Figliuol di Dio, di’ a questa pietra che diventi pane. E Gesù gli rispose: Sta scritto: Non di pane soltanto vivrà l’uomo, ma di ogni parola di Dio» (Luca 4:1-4).

Scena meravigliosa! L’uomo perfetto, il vero Israele, era nel deserto, circondato da bestie selvagge, digiuno da quaranta giorni, e tentato dal grande nemico di Dio, degli uomini e d’Israele. Non era in mezzo alle delizie di Eden, come il primo Adamo, ma in mezzo a tutta l’aridità, a tutta la desolazione d’un deserto. Vi era solo, sopportando la fame, ma vi era per Dio.

Sia benedetto il suo nome, Egli era anche là per l’uomo, per mostrargli in quale modo bisogna resistere al nemico in tutte le tentazioni e come bisogna vivere. Non pensiamo che il nostro adorabile Salvatore incontrasse l’avversario in qualità di Dio sovrano. Egli era Dio, è vero, ma se avesse soltanto sostenuto la lotta come tale, non vi sarebbe stato nessun esempio per noi. Sarebbe stato proprio inutile di dirci che Dio era stato capace di vincere e di mettere in fuga una creatura formata dalla sua propria mano. Ma quando vediamo Colui che era divenuto uomo, simile a noi in ogni cosa a parte il peccato, che sentiva la debolezza e la fame, circondato dalle conseguenze della caduta, e che tuttavia trionfò completamente di quel terribile nemico, ciò è tanto consolante ed incoraggiante per noi.

E in che modo riportò la vittoria? In che modo l’Uomo Cristo Gesù vinse Satana nel deserto? Non fu come l’Iddio Onnipotente, ma come l’uomo obbediente, non avendo altra arma che la parola di Dio nel cuore e nella bocca; per essa sola ridusse Satana al silenzio. È in questo modo che il secondo Adamo riportò la vittoria sul terribile nemico di Dio e dell’uomo, ed è così che Egli è un esempio per noi.

Notiamo pure che il nostro Signore non ragiona con Satana. Quando, divino modello, incontra tutte le tentazioni del nemico, si serve soltanto dell’arma che noi tutti possediamo, cioè la parola di Dio scritta.

Abbiam detto «tutte le tentazioni», perché nei tre casi la risposta invariabile del nostro Signore è: «Sta scritto». Non dice: «Io so,» — «io penso,» — «io sento,» — «io credo» questo o quello; si riferisce semplicemente alla Scrittura, in particolare al libro del Deuteronomio, — a quel libro stesso di cui gl’increduli hanno osato mettere in dubbio l’autenticità, ma che è specialmente il libro per ogni uomo obbediente, in mezzo alla rovina universale e irrimediabile.

Questo è di grande importanza per noi cristiani. È come se il nostro Signore avesse detto al nemico: «Non si tratta di sapere se sono o no il Figlio di Dio, ma di sapere come l’uomo deve vivere, e la risposta a questa domanda non si trova che nella Santa Scrittura, ove è chiara come il giorno, indipendentemente da ogni questione che mi concerne. Ad ogni modo, la Scrittura è la medesima: «L’uomo non vivrà di pane soltanto, ma d’ogni parola di Dio».

Ecco la sola posizione vera, sicura e felice per l’uomo, quella in cui egli ascolta in un’umile dipendenza, «ogni parola che esce dalla bocca di Dio». Posizione benedetta! in cui l’anima è posta in contatto immediato e personale col Signore stesso per mezzo della sua Parola. Vediamo così che la Parola è assolutamente necessaria al cristiano. Non possiamo farne a meno. Come la vita fisica è sostenuta dal pane, così la vita spirituale è mantenuta dalla parola di Dio. Nutrirsi così non è soltanto ricorrere alla Bibbia per trovarvi delle dottrine, o per vedervi confermate le nostre opinioni; è molto più di questo, significa cercarvi ciò che sostiene la vita dell’uomo nuovo, vale a dire il cibo, la luce, le direzioni, la consolazione, l’autorità, la forza, in una parola, tutto quello di cui l’anima può aver bisogno.

Notiamo in particolare la forza dell’espressione «ogni parola». Essa ci mostra che non possiamo far senza d’una sola delle parole uscite dalla bocca di Dio. Abbiam bisogno di esse tutte. Non sappiamo in qual momento sorgerà quella tal difficoltà che troverà la sua soluzione nella Scrittura. Può darsi che fino a quel momento non abbiamo notato particolarmente il brano che si adatta a quella tal difficoltà, ma quando questa si presenta, se l’anima nostra è in buono stato, lo Spirito di Dio ci fornisce per mezzo della Parola il versetto di cui abbiam bisogno; e vi vediamo una forza, una bellezza, una profondità, una convenienza morale, che non avevamo mai notato. La Scrittura è un tesoro divino, e per conseguenza inesauribile, per mezzo del quale Iddio provvede abbondantemente a tutti i bisogni del suo popolo, e a quelli di ogni credente in particolare, talché non vi è una fase nella storia della Chiesa, non una difficoltà sulla strada d’un credente, a cui non sia provveduto nel santo Libro. Con quale cura dovremmo dunque studiarla nella sua interezza, meditarla, approfondirla, e conservarla accuratamente nei nostri cuori, essendo in tal modo «perfettamente provvisti» e pronti a servircene quando l’occasione si presenta, sia nelle tentazioni del diavolo, o nelle concupiscenze del mondo e della carne, ovvero che si debba seguire il sentiero di buone opere che Iddio ha preparate affinché camminiamo in esse.

Notiamo soprattutto l’espressione: «dalla bocca di Dio». È delle più preziose; accosta l’Eterno vicinissimo a noi. Iddio parla onde noi viviamo per mezzo della sua Parola; ci è dunque perciò assolutamente indispensabile, e le anime nostre non possono vivere senza di lei, come i nostri corpi non possono sussistere senza nutrimento. In una parola, questo brano ci insegna che la vera posizione dell’uomo, il suo solo luogo di riposo, di rifugio e di forza si trova in una dipendenza abituale dalla parola di Dio.

La vita di fede che siamo chiamati a vivere è quella di dipendenza e d’obbedienza, è quella che Gesù ha realizzata perfettamente quaggiù. Quel prezioso Salvatore non faceva un passo, non pronunciava una parola, senza l’autorità della parola di Dio. Evidentemente, avrebbe ben potuto cambiare la pietra in pane, ma non aveva nessun ordine di Dio a questo riguardo, e, per conseguenza, nessun motivo per agire. Le tentazioni di Satana non avevano dunque nessuna forza su Lui. L’avversario non poteva nulla sopra un uomo che non voleva agire che secondo l’autorità della parola di Dio.

È pure interessante e profittevole di notare che il nostro Signore non cita la Scrittura con lo scopo di ridurre il nemico al silenzio, ma semplicemente come autorità per la sua posizione e la sua condotta. È in questo che manchiamo così sovente. Noi citiamo di solito la parola di Dio per avere la vittoria sul nemico, ma la lasciamo meno agire sull’anima nostra, con la sua autorità e con la sua potenza, e così essa perde la sua azione sui nostri cuori. La Parola deve essere per noi come il pane per l’uomo affamato, o come la bussola per il navigatore; è secondo essa che dobbiamo agire, pensare e parlare. Più sarà così, più ne conosceremo il valore infinito. Chi conosce meglio il vero valore del pane? È forse un chimico? No, ma un uomo affamato. Un chimico può analizzarlo e dire di che cosa si compone, ma l’uomo che ha fame ne prova il valore. Chi conosce meglio il valore reale d’una bussola? È forse il professore di marina? No, ma il marinaio che naviga lungo una costa ignota e pericolosa.

Son queste delle deboli immagini di ciò che la parola Dio è per il vero cristiano. Non può farne a meno; gli è assolutamente indispensabile in ogni sua relazione, in tutta la sua sfera d’attività. Essa nutre e sostiene la sua vita interiore, lo guida nella sua vita pratica. In tutte le circostanze della sua vita pubblica o domestica, nella solitudine dello studio, in seno alla famiglia, in mezzo agli affari, cerca nella parola di Dio la direzione e consiglio.

Mai essa vien meno a chi s’attiene unicamente a lei. Possiamo confidarci nella Scrittura senza l’ombra di un timore. In qualunque momento e in qualsiasi occasione la consultiamo, vi troviamo ciò di cui abbiamo bisogno. Siamo noi nella prova? È il nostro cuore affranto nel lutto? Che cosa ci consolerà e ci calmerà, se non le dolci parole che lo Spirito Santo ha tracciate per noi? Una frase della Santa Scrittura dà più vera consolazione di tutte le possibili lettere di condoglianze. Siamo scoraggiati e abbattuti? La parola di Dio ci viene incontro con le sue belle ed incoraggianti certezze. Siamo forse nella povertà? Lo Spirito Santo applica ai nostri cuori molte promesse benedette delle pagine ispirate, ricordandoci Colui che è «il possessore dei cieli e della terra» e che, nella sua grazia infinita, s’è impegnato a «supplire a tutti i nostri bisogni, secondo le sue ricchezze in gloria, per mezzo del Cristo Gesù». Siamo noi stanchi e turbati dalle diverse opinioni degli uomini o da difficoltà religiose d’ogni specie? Alcuni versetti della Santa Scrittura spanderanno fiotti di luce divina nel cuore e nella coscienza, e ci daranno un riposo perfetto, rispondendo ad ogni domanda, facendoci conoscere i pensieri di Dio, e mettendo fine a tutte le divergenze d’opinioni, per mezzo della sola autorità competente e divina.

Di qual pregio è dunque la Santa Scrittura! Che tesoro possediamo nella parola di Dio! Come dovremmo benedire il suo santo Nome, per avercela data! E benedirlo anche per tutto ciò che serve a farci comprendere meglio la pienezza, la profondità e la forza di queste parole del nostro capitolo: «Non di solo pane vivrà l’uomo, ma d’ogni parola che esce dalla bocca di Dio». Come queste parole son preziose per il cuore del credente! Quelle che seguono non lo sono meno: vi vediamo menzionata in termini commoventi la tenera sollecitudine dell’Eterno per il suo popolo durante tutte le sue peregrinazioni nel deserto. «Il tuo vestito, dice Egli, non ti s’è logorato addosso, e il tuo piè non s’è gonfiato durante questi quarant’anni».

Che grazia meravigliosa in queste parole! L’Eterno ha cura del suo popolo, fino a badare che i loro vestiti non si logorassero o che i loro piedi non si gonfiassero. Non solo li nutriva, ma li vestiva e condiscendeva persino a curarsi dei loro piedi, per tema che la sabbia del deserto li ferisse. E durante quarant’anni vegliò così su loro con tutta la tenerezza d’un padre. Di che cosa non è capace l’amore per chi ne è l’oggetto? L’amore dell’Eterno per il suo popolo gli assicurava ogni benedizione. Se soltanto Israele l’avesse capito! Dall’Egitto fino in Canaan, non vi fu nulla a cui non rispondesse, qualunque fossero i bisogni degli Israeliti, e ciò perché li aveva presi sotto la sua protezione. Possedendo l’amore infinito e l’onnipotenza li Dio, che cosa mancava loro?

Ma l’amore di Dio verso i suoi si manifesta in diversi modi. Non provvede soltanto ai bisogni del loro corpo, al nutrimento e al vestimento, ma si occupa pure dei loro bisogni intellettuali e spirituali. Il legislatore lo ricorda al popolo quando dice: «Riconosci dunque in cuor tuo che, come un uomo corregge il suo figliuolo, così l’Iddio tuo, l’Eterno, corregge te».

Noi non amiamo la disciplina, essa «non è un motivo di gioia, bensì di tristezza». Un figlio non chiede di meglio che di ricevere dalla mano del padre il nutrimento e il vestimento, e d’aver tutti i suoi bisogni soddisfatti dalla sua sollecitudine, ma non è contento di vedergli prendere la verga. E tuttavia questa verga è forse ciò che vi è di meglio per il figlio, producendo ciò che nessun beneficio materiale o nessuna benedizione terrestre avrebbe potuto operare. Forse lo corregge da una cattiva abitudine, lo libera da una pericolosa tendenza, lo salva da un’influenza perniciosa, e diventa così una grande benedizione morale e spirituale per cui egli sarà per sempre riconoscente. Il punto essenziale è che il figlio riconosca l’amore e la sollecitudine del padre nella disciplina e nel castigo, quanto nei diversi benefizi materiali che sono giornalmente seminati sulla sua strada.

È precisamente in questo che manchiamo quando si tratta delle vie disciplinari del nostro Padre. Godiamo dei suoi benefizi e delle sue grazie; siamo felici di ricevere giorno dopo giorno, dalla sua mano liberale, ampiamente e al di là di ciò che occorre ai nostri bisogni, pensiamo con piacere alle numerose liberazioni che Egli ci ha accordate quando eravamo nelle difficoltà, e, gettando uno sguardo indietro sulla strada per la quale ci ha condotti, amiamo vedere gli «Eben-Ezer» che rievocano i soccorsi ottenuti lungo tutto il cammino.

Però corriamo il rischio di riposarci sulle grazie, sulle benedizioni e sui benefici che provengono riccamente dal cuore del nostro Padre e dalla sua mano liberale. Siamo indotti a riposarci su queste cose, e a dire col salmista: «Quanto a me, nella mia prosperità dicevo: Non sarò mai smosso. O Eterno, per il tuo favore, hai reso stabile e forte il mio monte» (Salmo 30:6-7). È vero che è «per il tuo favore», tuttavia siamo propensi ad essere occupati del nostro monte, e della nostra prosperità; lasciamo che queste cose si pongano fra i nostri cuori e il Signore, e così diventano per noi dei lacci. Perciò è necessaria la disciplina. Il nostro Padre veglia su noi, nel suo fedele amore; vede il pericolo e manda la prova, in un qualche modo. Forse per mezzo d’un telegramma annunziante la morte d’un congiunto diletto, o il fallimento d’una banca che inghiotte tutti i nostri beni terrestri. Ovvero ci corica sopra un letto di malattia, o ci chiama a vegliare presso il capezzale di un parente carissimo.

In una parola possiamo passare per le grandi acque che appaiono terribili ai nostri poveri e deboli cuori. Il nemico ci sussurra «È questo l’amore?». Senza la minima esitazione e senza riserva, la fede risponde: «Sì, tutto è amore, amore perfetto e sapienza ineffabile. Ne sono sicuro fin d’ora; non rimando a più tardi per saperlo, cioè quando guarderò indietro dal seno della gloria; lo so ora e lo riconosco con gioia, alla lode di quella grazia infinita che m’ha tratto dalle profondità della mia rovina, e che si degna di occuparsi dei miei falli e dei miei peccati, per liberarmene e rendermi partecipe della santità celeste e conforme all’immagine di quel Salvatore benedetto, che «ha amato e ha dato se stesso per me».

Lettore cristiano, è questo il modo di rispondere a Satana e di far tacere i mormorii che possono elevarsi nei nostri cuori. Dobbiamo sempre giustificare Dio, sempre considerare le sue dispensazioni in disciplina alla luce del suo amore. «Riconosci dunque in cuor tuo che, come un uomo corregge il suo figliuolo, così l’Iddio tuo, l’Eterno, corregge te». Noi non vorremmo certamente essere senza questo pegno e questa prova benedetta della nostra relazione filiale. «Figlio mio, non sprezzare la disciplina del Signore, e non perderti d’animo quando sei da Lui ripreso; perché il Signore corregge colui ch’Egli ama, e flagella ogni figliuolo ch’Egli gradisce. È a scopo di disciplina che avete a sopportare queste cose. Iddio vi tratta come figliuoli; poiché qual’è il figliuolo che il padre non corregga? Che se siete senza quella disciplina della quale tutti hanno avuto la loro parte, siete dunque bastardi e non figliuoli. Inoltre, abbiamo avuto per correttori i padri della nostra carne, eppure li abbiam riveriti; non ci sottoporremo noi molto più al Padre degli spiriti per aver vita? Quelli infatti per pochi giorni, come pareva loro, ci correggevano; ma Egli lo fa per l’utile nostro, affinché siamo partecipi della sua santità. Or ogni disciplina sembra, è vero, per il presente non esser causa d’allegrezza, ma di tristezza; però rende poi un pacifico frutto di giustizia a quelli che sono stati per essa esercitati. Perciò, rinfrancate le mani cadenti e le ginocchia vacillanti; e fate dei sentieri diritti per i vostri passi, affinché quel che è zoppo non esca fuor di strada, ma sia piuttosto guarito» (Epist. agli Ebrei 12:5-13).

È ad un tempo interessante e profittevole di notare in qual modo Mosè pone davanti alla congregazione d’Israele i diversi motivi che dovevano condurli all’obbedienza, motivi basati sul passato, sul presente e sull’avvenire e che tutti avevano lo scopo di contribuire a risvegliare e fortificare il loro sentimento dei diritti dell’Eterno su loro. Dovevano «ricordarsi» del passato, «considerare» il presente, e anticipare l’avvenire; e tutto ciò per agire sui loro cuori, e condurli ad una santa obbedienza verso Colui che aveva fatto, che faceva e che voleva fare delle cose così grandi per loro.

Il lettore attento non mancherà di notare che uno dei dati caratteristici di questo bel libro del Deuteronomio, è quello di stabilire dei principi morali. È questa una prova evidente che non si tratta d’una semplice ripetizione di ciò che abbiamo nell’Esodo, ma che anzi, esso ha un dominio, una missione ed uno scopo che gli sono propri.

«E osserva i comandamenti dell’Eterno, dell’Iddio tuo, camminando nelle sue vie e temendolo» (vers. 6). Gl’Israeliti dovevano ricordarsi della storia meravigliosa di quei quarant’anni di deserto, delle lezioni, delle umiliazioni, delle prove che avevano incontrate, poi delle cure costanti del Signore, della manna venuta dal cielo, dell’acqua della roccia, della sua sollecitudine per i loro vestiti e per i loro piedi, e infine della disciplina necessaria per il bene delle anime. Quanti potenti motivi morali avevano per obbedire! Ma, inoltre, dovevano guardare avanti, e trovare nel brillante avvenire che li aspettava, quanto nel passato e nel presente, il fondamento sicuro e fermo dei diritti dell’Eterno alla loro obbedienza rispettosa e volontaria.

«Poiché il tuo Dio, l’Eterno, sta per farti entrare in un buon paese: paese di corsi d’acqua, di laghi e di sorgenti che nascono nelle valli e nei monti; paese di frumento, d’orzo, di vigne, di fichi e di melagrani; paese d’ulivi da olio e di miele; paese dove mangerai del pane a volontà, dove non ti mancherà nulla; paese dove le pietre son ferro, e dai cui monti scaverai il rame» (vers. 7-9).

Che quadro delizioso di ciò che li aspettava! Che contrasto con l’Egitto che era dietro a loro e col deserto che avevano attraversato! La terra dell’Eterno stava loro dinanzi in tutta la sua bellezza, coi suoi colli coperti di vigneti, con le sue valli distillanti miele, con le sue fontane zampillanti ed i suoi torrenti spumeggianti. Com’era ristoratrice una tale prospettiva! Quale contrasto con i porri, l’aglio e le cipolle dell’Egitto! Sì, tutto era differente! Era il paese dell’Eterno, e ciò significava che esso produceva e conteneva tutto quello di cui potevano aver bisogno. Alla superficie una ricca produzione; nelle profondità della terra delle ricchezze e dei tesori inesauribili.

Come l’Israelita fedele doveva desiderare di entrare in quel ricco paese e di scambiare la sabbia del deserto con quella bella eredità! Il deserto è vero, aveva le sue esperienze benedette, le sue sante lezioni, i suoi preziosi ricordi. Quivi avevano conosciuto l’Eterno sotto un aspetto che Canaan stesso non poteva presentar loro, tuttavia il deserto non era Canaan, e come poteva darsi che ogni vero Israelita non avesse anelato al momento di posare il piede nel paese della promessa, quel paese che Mosè dipinge in modo così attraente? «Un .paese, dice egli, dove mangerai del pane a volontà, dove non ti mancherà nulla». Che cosa dire di più? La mano dell’Eterno stava per introdurli là ove sarebbe stato divinamente provveduto a tutti i loro bisogni. La fame e la sete vi sarebbero sconosciute. La salute, l’abbondanza, la gioia, la pace, la benedizione, dovevano essere la parte assicurata dell’Israele di Dio, in quella bella eredità in cui stava per entrare. Ogni nemico sarebbe vinto, ogni ostacolo rimosso; «il buon paese» aprirebbe i suoi tesori per l’uso del popolo; adacquato continuamente dalle piogge del cielo e riscaldato dal sole, produrrebbe con abbondanza tutto ciò che il cuore poteva desiderare.

Che paese e che eredità! Che patria! Naturalmente noi lo consideriamo ora nel suo aspetto divino; lo vediamo come era nel pensiero di Dio e come sarà per Israele durante il glorioso millennio che l’attende. Non avremmo che una ben povera idea del paese dell’Eterno, se vi pensassimo soltanto come a quello posseduto anticamente da Israele, anche nei giorni splendidi della sua storia, e com’era al tempo degli splendori del regno di Salomone. Dobbiamo guardare innanzi, «ai tempi della restaurazione di tutte le cose» (Atti 3:21), per avere una giusta idea di ciò che sarà il paese di Canaan per l’Israele di Dio.

Ora, Mosè parla del paese dal punto di vista divino. Lo presenta come dato da Dio, e non come posseduto da Israele; e questo costituisce una gran differenza. Secondo la sua bella descrizione non vi erano in Canaan né nemici, né funeste circostanze; non vi si vede che fertilità e benedizioni. Ecco quel che avrebbe dovuto essere ed ecco ciò che sarà per la progenie d’Abrahamo, in virtù del patto fatto dai loro padri — patto nuovo ed eterno, basato sulla grazia sovrana di Dio e ratificata dal sangue della croce. Nessuna potenza della terra e dell’inferno può impedire l’adempimento della promessa di Dio. «Avrebbe Egli detto e non lo farebbe?». Iddio adempirà alla lettera tutto ciò che ha promesso, nonostante l’opposizione del nemico e la caduta deplorevole del suo popolo. Benché la progenie d’Abrahamo abbia fallito sotto la legge e sotto il governo, l’Iddio d’Abrahamo darà loro tuttavia la grazia e la gloria, perché i suoi doni e il suo appello sono senza pentimento.

Mosè capiva ciò perfettamente. Sapeva ciò che ne sarebbe di quelli che gli stavano dinanzi e dei loro figliuoli dopo loro, durante molte generazioni; perciò guardava innanzi verso quel bell’avvenire ove l’Iddio del patto spiegherebbe agli occhi di tutta la creazione, i trionfi della sua grazia nelle sue dispensazioni riguardo della progenie d’Abrahamo, sua amico.

Tuttavia, il servitore dell’Eterno, fedele allo scopo che aveva dinanzi in tutti i meravigliosi discorsi dall’inizio del nostro libro, continua ad esortare l’assemblea, e a mostrarle in qual modo dovrebbe comportarsi nel buon paese ove stava per entrare. Egli parla loro dell’avvenire come l’aveva fatto del passato e del presente, sforzandosi di approfittare di tutto ciò per ricordare loro ciò che dovevano a Dio che si era preso cura di loro durante tutto il viaggio, e che stava per introdurli e piantarli sul monte della sua eredità.

Ascoltiamo le sue commoventi esortazioni:

«Mangerai dunque e ti sazierai, e benedirai l’Eterno, il tuo Dio, a motivo del buon paese che t’avrà dato». Com’è semplice e com’è bello! Saziati dei frutti della bontà dell’Eterno, dovevano benedire e lodare il suo santo Nome. Egli ama d’essere circondato di cuori traboccanti del dolce sentimento della sua bontà e che esplodono in canti di lode e azioni di grazie. Egli dice: «Chi sacrifica lode, mi glorifica» (Salmo 50:23). La più debole lode che si innalza da un cuore riconoscente, sale come un profumo soave fino al trono e fino al cuore di Dio.

Ricordiamacene, caro lettore. A noi, come ad Israele, s’addice la lode. Il nostro primo privilegio è di lodare l’Eterno. Ogni volta che respiriamo, un Alleluia dovrebbe sfuggire dai nostri cuori. Lo Spirito Santo ci esorta di frequente a questo esercizio benedetto: «Per mezzo di Lui, dunque, offriamo del continuo a Dio un sacrificio di lode: cioè il frutto di labbra confessanti il suo nome!» (Ebrei 13:15). Non dimentichiamo mai che nulla rallegra il cuore di Dio e glorifica il suo nome, come uno spirito di lode nel suo popolo. È una buona cosa d’esercitare la beneficenza e di far parte dei nostri beni. Iddio prova piacere a tali sacrifici. È uno dei nostri grandi privilegi di fare del bene, quando ne abbiamo l’occasione, a tutti gli uomini, e particolarmente alla famiglia della fede. Siamo chiamati ad essere dei canali di misericordia, fra il cuore del nostro Padre e tutte le forme della miseria umana che incontriamo ogni giorno sulla nostra strada. Tutto questo è vero, ma non dimentichiamo che il posto più elevato appartiene alla lode. È la lode che occuperà le nostre facoltà purificate durante le età gloriose dell’eternità, allorché i sacrifici d’un’attiva beneficenza non saranno più necessari.

Ma il fedele legislatore conosceva benissimo la tendenza del cuore umano a dimenticare, a perder di vista il divin Donatore e a riposarsi sui suoi doni. Perciò rivolge all’assemblea le parole seguenti, — parole tanto utili per loro e per noi. Ascoltiamole con un santo rispetto ed uno spirito docile:

«Guardati dal dimenticare il tuo Dio, l’Eterno, al punto da non osservare i suoi comandamenti, le sue prescrizioni e le sue leggi che oggi ti dò; onde non avvenga, dopo che avrai mangiato a sazietà ed avrai edificato e abitato delle belle case, dopo che avrai veduto il tuo grosso e il tuo minuto bestiame moltiplicarsi, accrescersi il tuo argento e il tuo oro, ed abbondare ogni cosa tua, che il tuo cuore s’innalzi, e tu dimentichi il tuo Dio, l’Eterno, che ti ha tratto dal paese d’Egitto, dalla casa di schiavitù; che t’ha condotto attraverso questo grande e terribile deserto, pieno di serpenti ardenti e di scorpioni, terra arida, senz’acqua; che ha fatto sgorgare per te dell’acqua dalla durissima rupe; che nel deserto t’ha nutrito di manna che i tuoi padri non avevan mai conosciuta, per umiliarti e per provarti, per farti, alla fine del bene. Guardati dunque dal dire in cuor tuo: La mia forza e la potenza della mia mano m’hanno acquistato queste ricchezze. Ma ricordati dell’Eterno, dell’Iddio tuo; poiché Egli ti dà la forza per acquistar ricchezze, affin di confermare, come fa oggi, il patto che giurò ai tuoi padri. Ma se avvenga che tu dimentichi il tuo Dio, l’Eterno, e vada dietro ad altri dèi e li serva e ti prostri davanti a loro, io vi dichiaro quest’oggi solennemente che certo perirete. Perirete come le nazioni che l’Eterno fa perire davanti a voi, perché non avrete dato ascolto alla voce dell’Eterno, dell’Iddio vostro» (vers. 11-20).

Tutto questo s’indirizza a noi, come anticamente ad Israele. Siamo forse disposti a meravigliarci della frequente ripetizione degli avvertimenti e delle esortazioni, ma non sentiamo forse profondamente che abbiamo noi pure un bisogno urgente d’avvertimento, d’ammonizione e d’esortazione?

E riguardo a questi grandi fatti che Mosè non cessa di rammentare al popolo, potevano essi mai col tempo perdere il loro valore e la loro potenza? No, certamente. Israele poteva dimenticarli, o trascurare di apprezzarli, ma i fatti restavano gli stessi. Come avrebbero potuto tali fatti perdere la loro influenza sopra un cuore che possedeva una sola scintilla d’amore sincero per Dio? E perché stupirci che Mosè li ricordasse così sovente e se ne servisse come d’una leva potente per agire sui loro cuori? Mosè sentiva la potenza morale di queste cose, e desiderava che altri la sentissero pure. Per lui esse erano preziose al di là d’ogni espressione, e si sforzava di renderle tali ai suoi fratelli. Il suo scopo unico e costante era di porre loro dinanzi, in ogni maniera, i diritti che l’Eterno aveva alla loro obbedienza gioiosa ed implicita.

Questo spiega la frequente ripetizione delle scene del passato in questi straordinari discorsi di Mosè. Leggendoli, rievochiamo le belle parole dell’apostolo Pietro, nella sua seconda epistola: «Perciò avrò cura di ricordarvi del continuo queste cose,... E stimo cosa giusta, finché io sono in questa tenda, di risvegliarvi ricordandovele,... ma mi studierò di far sì che dopo la mia dipartenza abbiate sempre modo di ricordarvi queste cose». (2 Pietro 1:12-15).

Com’è notevole di vedere l’unità di spirito e di scopo in questi due venerabili servitori di Dio! Tanto l’uno che l’altro conoscevano la disposizione del povero cuore umano a dimenticare ciò che concerne Dio, il cielo e l’eternità, e sentivano l’importanza suprema e il valore infinito di quello di cui essi parlavano.

Forse che un vero Israelita avrebbe mai potuto stancarsi di udir raccontare ciò che l’Eterno aveva fatto per lui in Egitto, al mar Rosso e nel deserto? Mai! Tali soggetti erano sempre nuovi e preziosi per il suo cuore? Così, potrebbe mai il cristiano stancarsi di udir parlare della croce e di tutte le grandi e gloriose realtà che ne derivano? Potrebbe egli mai stancarsi di Cristo, della sua gloria ineffabile, delle sue ricchezze inscrutabili, della sua persona e dell’opera sua? Mai, no mai, durante tutta la beata eternità. Ha egli bisogno d’altro? La scienza può forse aggiungere qualcosa a Cristo? Il sapere umano può farse aggiungere checchessia al grande mistero della pietà, che ha per base Dio manifestato in carne e per vetta un Uomo glorificato nel cielo? Vi è forse qualcosa al disopra? No, certamente.

Prendiamo un ordine di cose meno elevato, consideriamo le opere di Dio nella creazione. Ci stanchiamo noi del sole? Siamo mai stanchi del mare? Eppure non è punto nuovo. È vero che il sole è sovente troppo abbagliante per la debole vista dell’uomo, e che il mare inghiotte talvolta, in un istante le opere di cui tanto s’inorgoglisce, nondimeno il sole ed il mare non perdono mai la loro potenza e il loro incanto.

Ma che cosa sono tutte queste cose, paragonate alle glorie della persona e della croce di Cristo? Che cosa sono paragonate alle grandi realtà di quell’eternità che ci attende?

9. Capitolo 9

«Ascolta, Israele! Oggi tu stai per passare il Giordano per andare ad impadronirti di nazioni più grandi e più potenti di te, di città grandi e fortificate fino al cielo, di un popolo grande e alto di statura, dei figliuoli degli Anakim che tu conosci, e dei quali hai sentito dire: Chi mai può stare a fronte dei figliuoli di Anak?».

Queste parole: «Ascolta, Israele!» sono come la chiave del libro che studiamo, e in particolare di quei primi discorsi che ci hanno occupati sin qui; e il capitolo che queste parole aprono, presenta, infatti, dei soggetti d’un’importanza grandissima.

Il legislatore pone, anzitutto, sotto gli occhi dei figliuoli d’Israele, in termini solenni, ciò che li aspetta al loro ingresso nel paese. Non nasconde loro che dovranno incontrare serie difficoltà e dei terribili nemici. Non voleva certo scoraggiarli; il suo scopo era di avvertirli e di prepararli. Vedremo bentosto quale era questa preparazione, ma il fedele servitore di Dio sentiva che prima di tutto, era assolutamente necessario di mettere dinanzi ai suoi fratelli il vero stato delle cose.

Si possono considerare le difficoltà in due modi — dal loro aspetto umano, o dal loro aspetto divino; con uno spirito d’incredulità, ovvero con la calma e la pace d’una completa fiducia in Dio. Abbiamo un esempio della prima disposizione di spirito, nel racconto delle spie incredule, in Numeri 13, e un esempio della seconda al principio del capitolo che ci occupa ora.

Non sarebbe fede il negare che il popolo di Dio abbia ad incontrare numerose difficoltà, sarebbe piuttosto della presunzione, del fanatismo o il frutto d’un entusiasmo carnale. È sempre bene di sapere ciò che si fa, e non si deve lanciarsi ciecamente in un sentiero ove non si è preparati ad entrare. Un pigro incredulo dirà: «C’è un leone sul sentiero»; un cieco entusiasta esclamerà: «No, non c’è nulla di simile». L’uomo di fede dirà: «Se anche vi fossero sul sentiero centinaia di leoni, Iddio è potente per disperderli».

Ma come grande principio pratico e di applicazione generale, è di somma importanza per i figli di Dio,di considerare seriamente e con calma ogni linea di condotta od ogni sfera d’azione, prima di entrare in essa. Se ciò si facesse, non vedremmo tanti naufragi spirituali attorno a noi. Che cosa significano quelle parole così solenni rivolte dal Signore alla folla che lo circonda? «Ed Egli, rivoltosi, disse loro: Se uno viene a me e non odia suo padre, e sua madre, e la moglie e i fratelli e le sorelle e finanche la sua propria vita; non può essere mio discepolo. E chi non porta la sua croce e non viene dietro a me, non può essere mio discepolo. Infatti, chi è fra voi colui che, volendo edificare una torre, non si metta prima a sedere e calcoli la spesa per vedere se ha da poterla finire? Che talora, quando ne abbia posto il fondamento e non la possa finire, tutti quelli che la vedranno prendano a beffarsi di lui dicendo: Quest’uomo ha cominciato ad edificare e non ha potuto finire» (Luca 14:26-30). Parole ben atte a far riflettere!

Quante torri incompiute si offrono ai nostri sguardi, quando contempliamo il vasto campo della professione cristiana, — quante occasioni di beffe per lo spettatore! Quante persone che si fanno discepoli, per una specie d’impulso subitaneo, o sotto l’azione d’una influenza umana, senza ben comprendere né ben calcolare tutto ciò che implica la loro determinazione! Ne consegue che quando sorgono le difficoltà, e le prove si presentano e il sentiero diventa stretto, rude, solitario, si distolgono, dimostrando così che non avevano mai realmente calcolato la spesa, che non erano entrate in quel sentiero secondo il pensiero di Dio, che non avevano mai capito quel che esse facevano.

Tali casi sono ben tristi. Fanno gran torto alla causa di Cristo, danno al nemico l’occasione di bestemmiare, e tendono a scoraggiare quelli che hanno a cuore la gloria di Dio e il bene delle anime. Meglio sarebbe non entrare mai su quel terreno che entrarvi per abbandonarlo in seguito per incredulità o per spirito di mondanità.

Possiamo così comprendere la saggezza e l’utilità delle parole che aprono il nostro capitolo. Mosè annunzia fedelmente ai figliuoli d’Israele ciò che li aspettava, non per scoraggiarli, ma per preservarli dalla fiducia in sé, che lascia senza forza al momento della prova, e per impegnarli ad appoggiarsi sull’Iddio vivente, che non manca mai al cuore che si confida in Lui.

«Sappi dunque oggi che l’Eterno, il tuo Dio, è quegli che marcerà alla tua testa, come un fuoco divorante; e li distruggerà e li abbatterà davanti a te, e tu li scaccerai e li farai perire subitamente, come l’Eterno ti ha detto».

Ecco la soluzione divina di tutte le difficoltà, per grandi che siano. Che cosa erano, per l’Eterno, le nazioni potenti, le città murate, le grandi città? Come della polvere spazzata dal vento. «Se Iddio è per noi, chi sarà contro di noi?». Le cose stesse che spaventano e tormentano il cuore timido, sono delle occasioni per Dio di spiegare la sua potenza, e sono di trionfo, per la fede. La fede dice: «Se. Iddio è davanti a me e con me, posso andare dappertutto». Talché la sola cosa che glorifichi Dio realmente, è la fede che può confidarsi in Lui, appoggiarsi su Lui e lodarlo; ed è ad un tempo la sola cosa che dà all’uomo il posto che gli conviene, quello di completa dipendenza da Dio, posto che assicura la vittoria e produce la lode.

Ma non dimentichiamo che, nella vittoria stessa, vi è un pericolo morale, — quello di cadere nell’orgoglio, — laccio terribile per noi poveri mortali. Nella lotta sentiamo la nostra completa impotenza, ed è bene per noi che l’«io» e tutto quel che gli appartiene sia interamente abbassato, poiché allora troviamo Dio in tutta la pienezza di quel ch’Egli è, per darci una vittoria sicura e certa; e il risultato è la lode.

Ma i nostri cuori astuti e malvagi sono propensi a dimenticare donde ci son venute la forza e la vittoria. Da ciò il valore e l’opportunità delle parole d’esortazione seguenti, rivolte dal fedele servitore di Dio ai cuori e alle coscienze dei suoi fratelli: «Quando l’Eterno, il tuo Dio, li avrà cacciati via dinanzi a te non dire nel tuo cuore (è sempre lì che comincia il male): A cagione della mia giustizia l’Eterno mi ha fatto entrare in possesso di questo paese; poiché l’Eterno caccia dinnanzi a te queste nazioni, per la loro malvagità».

Purtroppo! Com’è terribile di pensare che siamo capaci di dire in cuor nostro delle parole come queste: «A cagione della mia giustizia!». Sì, lettore, noi ne siamo capaci quanto gl’Israeliti, poiché non siamo migliori di loro, ed i pericoli o le tentazioni contro cui lo Spirito di Dio ci mette in guardia, non sono immaginari. Siamo veramente capaci di fare, delle dispensazioni di Dio a nostro riguardo, un’occasione di propria giustizia. Invece di scorgere nelle liberazioni che Egli ci accorda, un motivo di rendimenti di grazie, ce ne serviamo per gloriarci.

Ponderiamo dunque seriamente le parole d’esortazione che Mosè indirizza al popolo; esse sono un sovrano rimedio contro la propria giustizia, tanto naturale al nostro cuore quanto a quello d’Israele: «No, tu non entri in possesso del loro paese a motivo della tua giustizia, né a motivo della rettitudine del tuo cuore; ma l’Eterno il tuo Dio, sta per cacciare quelle nazioni d’innanzi a te per la loro malvagità e per mantenere la parola giurata ai tuoi padri, ad Abrahamo, a Isacco e a Giacobbe. Sappi dunque che, non a motivo della tua giustizia, l’Eterno, il tuo Dio, ti dà il possesso di questo buon paese, poiché tu sei un popolo di collo duro. Ricordati non dimenticare come hai provocato ad ira l’Eterno, il tuo Dio, nel deserto; dal giorno che uscisti dal paese d’Egitto, fino al vostro arrivo in questo luogo, siete stati ribelli all’Eterno» (vers. 5-7).

Troviamo in questo paragrafo due grandi principi che abbiam bisogno di comprendere bene. In primo luogo, Mosè ricorda al popolo che la loro entrata in possesso del paese di Canaan avveniva in virtù della promessa fatta ai padri. Era porre la cosa sopra un fondamento che nulla poteva scuotere.

Riguardo alle sette nazioni, Iddio, nell’esercizio del suo giusto governo, stava per scacciarle a causa della loro malvagità. Ogni proprietario ha il diritto di metter fuori dei cattivi inquilini; ora le nazioni cananee non solo non avevano reso a Dio ciò che gli spettava (vedere Romani 1), ma avevano contaminato il paese a tal punto che Iddio non poteva più sopportarle, perciò li voleva scacciare, senza che ciò avesse rapporto con quelli che verrebbero dopo. L’iniquità degli Amorrei era giunta al colmo, e il giudizio doveva seguire il suo corso. Gli uomini ragionano sul fatto che un Essere buono potesse ordinare lo sterminio di città intere, coi loro abitanti; ma nel governo di Dio abbiamo una risposta a tutti questi argomenti. Iddio sa quel che deve fare, senza dover chiedere consiglio all’uomo. Aveva sopportato la malvagità delle sette nazioni finché fosse divenuta insopportabile; la terra stessa non poteva più tollerarla. Pazientare più a lungo sarebbe stato sanzionare le più vergognose abominazioni, e questo era moralmente impossibile. La gloria di Dio esigeva l’espulsione dei Cananei.

Ma la gloria di Dio reclamava pure che i discendenti d’Abrahamo fossero messi in possesso del paese, per occuparlo per sempre come ricevendolo dall’Iddio Onnipotente e Sovrano, possessore dei cieli e della terra. Il possesso da parte d’Israele del paese della promessa e il mantenimento della gloria divina erano intimamente legati assieme. Iddio aveva promesso di dare la terra di Canaan alla progenie d’Abrahamo in possesso eterno. Non ne aveva forse il diritto? Gli increduli metteranno forse in dubbio il diritto di Dio di fare ciò che gli pare di quel che Gli appartiene? Rifiuteranno al Creatore e Governatore dell’universo un diritto che reclamano per sé stessi? Il paese apparteneva all’Eterno; l’aveva dato per sempre ad Abrahamo, suo amico, e alla sua progenie. Non poteva venir meno alla sua promessa. Tuttavia i Cananei non furono spodestati della terra in questione, finché la loro malvagità non fu divenuta assolutamente intollerabile.

In secondo luogo, gl’Israeliti non avevano nessun motivo di vantarsi, come Mosè lo mostra chiaramente, ricordando loro i principali fatti della loro storia da Horeb a Kades-Barnea; — il vitello d’oro, le tavole del patto infrante, Tabeera, Massa e Kibrotk-Hattaava, e termina con le parole ben atte ad umiliarli: «Siete stati ribelli all’Eterno, dal giorno che vi conobbi».

Era parlare francamente al cuore e alla coscienza. Mosè svela loro chiaramente e per mezzo dei fatti, ciò che essi erano; rivelazione umiliante! Ricorda così quante volte erano stati prossimi ad una completa rovina. Con quale forza opprimente le parole seguenti dovevano colpire il loro orecchio: «E l’Eterno mi disse: Levati, scendi prontamente di qui, perché il tuo popolo che tu hai tratto dall’Egitto si è corrotto; hanno ben presto lasciato la via che io avevo loro ordinato di seguire; si son fatti un’immagine di getto (o metallo fuso). E l’Eterno mi parlò ancora dicendo: lo l’ho visto questo popolo; ecco, esso è un popolo di collo duro; lasciami fare; io li distruggerò e cancellerò il loro nome di sotto i cieli, e farò di te una nazione più potente e più grande di loro» (vers. 12-14).

Parole ben atte ad abbassare la loro vanità naturale e la loro propria giustizia; e come i loro cuori avrebbero dovuto essere colpiti quando Mosè rammenta loro quelle parole uscite dalla bocca dell’Eterno: «Lasciami fare, io li distruggerò!». Potevano vedere da ciò come erano stati vicini ad una completa distruzione! Si erano resi ben poco conto di quel che era avvenuto fra l’Eterno e Mosè, sulla cima del monte Horeb. Erano stati sull’orlo d’uno spaventevole precipizio; un istante ancora e vi sarebbero stati precipitati. Erano stati salvati per l’intercessione di Mosè, di colui stesso che essi avevano accusato di essersi arrogato troppi diritti su loro. Oh! come si erano ingannati e come l’avevano giudicato male! L’uomo stesso che avevano accusato di voler essere principe su loro, era quello che aveva rifiutato l’occasione che Iddio gli offriva di diventare il capo d’una nazione più potente e più grande di loro! Inoltre, quello stesso uomo aveva ardentemente supplicato che se essi non fossero stati perdonati e condotti nel paese, il suo nome fosse stato cancellato dal libro.

Com’è meraviglioso di vedere ciò che Dio produce nel cuore dei suoi servitori! Ripassando tutte le cose che Mosè ricorda loro, gl’Israeliti potevano comprendere che grave follia era la loro di dire: «A cagione della mia giustizia l’Eterno mi ha fatto entrare in possesso di questo paese». Come avrebbero potuto parlare così quelli che avevano fatto un’immagine di metallo fuso? Non avrebbero piuttosto dovuto riconoscere che essi non valevano meglio delle nazioni che stavano per essere scacciate d’innanzi a loro? Poiché chi li aveva fatti essere differenti? E a che cosa erano debitori d’essere stati liberati dall’Egitto, nutriti nel deserto, e ben tosto introdotti nel paese di Canaan? Unicamente alla grazia sovrana di Dio e alla stabilità eterna del patto stabilito coi loro padri, «patto in ogni punto ben regolato e sicuro appieno» (2 Samuele 23:5), patto ratificato e suggellato col sangue dell’Agnello, in virtù del quale tutto Israele sarà ancora salvato e benedetto nel suo proprio paese.

Leggiamo ora le commoventi parole con cui termina il nostro capitolo: «Io stetti dunque così prostrato davanti all’Eterno quei quaranta giorni e quelle quaranta notti, perché l’Eterno aveva detto di volervi distruggere. E pregai l’Eterno e dissi: O Signore, o Eterno, non distruggere il tuo popolo, la tua eredità, che hai redento nella tua grandezza, che hai tratto dall’Egitto con mano potente. Ricordati dei tuoi servi, Abrahamo, Isacco e Giacobbe; non guardare alla caparbietà di questo popolo, e alla sua malvagità, e al suo peccato, affinché il paese donde ci hai tratti non dica: Siccome l’Eterno non era capace d’introdurli sulla terra che aveva loro promessa, e siccome li odiava, li ha fatti uscir di qui per farli morire nel deserto. E nondimeno essi sono il tuo popolo, la tua eredità, che tu traesti dall’Egitto con la tua gran potenza e col tuo braccio steso».

Che potente intercessione per Israele! Che abnegazione a riguardo di sé! Mosè rifiuta l’onore che gli è offerto di diventare il fondatore d’una nazione più grande e più potente d’Israele! Il suo unico desiderio è che l’Eterno sia glorificato e Israele perdonato, benedetto e introdotto nella terra promessa. Non poteva sopportare il pensiero che un biasimo fosse gettato su quel nome glorioso, così caro al suo cuore, e non poteva neppure acconsentire alla distruzione di Israele. Erano queste le due cose che temeva, ma della sua propria gloria non si curava affatto. Questo ben amato servitore non si preoccupava che della gloria di Dio e della salvezza del suo popolo, e riguardo a ciò che concerneva se stesso, egli era in una perfetta tranquillità, assicurato che la sua benedizione personale era collegata in modo indissolubile alla gloria divina.

Come quest’intercessione così viva e piena d’amore del suo servitore era più in armonia coi pensieri di Dio, che l’accusa di Elia contro Israele, alcune centinaia d’anni dopo! Ci rievoca il servizio benedetto del nostro sommo sacerdote, sempre vivente per intercedere per noi.

È bello e veramente commovente di osservare in qual modo Mosè insiste sul fatto che il popolo era l’eredità dell’Eterno, e che Egli l’aveva tratto dal paese d’Egitto. L’Eterno aveva detto: «Il tuo popolo che tu hai tratto dall’Egitto». Ma Mosè disse: «Essi sono il tuo popolo, la tua eredità, che tu traesti dall’Egitto». Non è forse questa scena d’una bellezza particolare, e non offre essa l’interesse più profondo?

10. Capitolo 10

«In quel tempo l’Eterno mi disse: Tagliati due tavole di pietra simili alle prime, e sali da me sul monte; fatti anche un’arca di legno; e io scriverò su quelle tavole le parole che erano sulle prime che tu spezzasti, e tu le metterai nell’arca. Io feci allora un’arca di legno d’acacia, e tagliai due tavole di pietra simili alle prime; poi salii sul monte, tenendo le due tavole in mano. E l’Eterno scrisse su quelle due tavole ciò che era stato scritto la prima volta, cioè le dieci parole che l’Eterno aveva pronunziate per voi sul monte, di mezzo al fuoco, il giorno della raunanza. E l’Eterno me le diede. Allora mi volsi e scesi dal monte; misi le tavole nell’arca che avevo fatta, e quivi stanno, come l’Eterno mi aveva ordinato» (vers. 1-5).

Il venerabile servitore di Dio non si stancava di ricordare al popolo le memorabili scene del passato. Per lui erano sempre fresche e preziose; trovava in esse un tesoro inesauribile per il suo proprio cuore e una potente leva morale per il cuore d’Israele.

Questo ci rammenta le parole che l’apostolo rivolgeva ai suoi Filippesi: «Scrivervi le medesime cose non è penoso per me, ed è la vostra sicurezza». Il cuore naturale, così volubile e leggero, desidera sempre qualcosa di nuovo, ma il fedele apostolo trovava la sua felicità a sviluppare e approfondire tutto ciò che riguarda la persona e la croce del suo adorabile Signore e Salvatore Gesù Cristo. Egli aveva trovato in Cristo tutto ciò di cui aveva bisogno per il tempo e per l’eternità. La gloria della sua Persona aveva completamente eclissato tutte le glorie della terra e della natura. Egli poteva dire: «Le cose che mi eran guadagno, io le ho reputate danno a cagion di Cristo» (Filippesi 3:7).

Ecco il linguaggio d’un vero cristiano, d’un uomo che aveva trovato in Cristo un oggetto che lo soddisfaceva pienamente. Che cosa poteva offrire il mondo ad un tale uomo? Com’è deplorevole e umiliante vedere un cristiano volgersi verso il mondo per cercarvi dei godimenti, dei divertimenti o dei passatempi? Ciò prova semplicemente che non ha trovato Cristo sufficiente per il suo cuore. Possiamo dire con certezza, che il cuore ripieno di Cristo non ha posto per niente altro. Non si tratta di sapere se certe cose sono buone o cattive, ma il cuore non le desidera; non se ne preoccupa; ha trovato la sua parte presente ed eterna nella persona benedetta di Colui che riempie il cuore di Dio e che riempirà l’universo intero coi raggi della sua gloria durante l’eternità.

Quelle tavole spezzate! — Che fatto notevole e pieno d’ammaestramento per il popolo! Quante cose rievocava! Si oserebbe dire che abbiamo qui soltanto una semplice ripetizione dei fatti narrati nell’Esodo? No, se si ha la minima fede nell’ispirazione divina del Pentateuco. Il capitolo 10 del Deuteronomio riempie un vuoto ed ha la sua importanza propria. Il legislatore presenta ivi ai figliuoli d’Israele, delle scene e delle circostanze passate, in modo da scolpirle sulle tavole del loro cuore. Fa loro conoscere la conversazione che ebbe luogo fra l’Eterno e lui; racconta loro quel che accadde, durante quelle misteriose quaranta giornate sul monte circondato di nubi, e l’allusione dell’Eterno alle tavole spezzate, — immagine colpente della completa impotenza dell’uomo a conservare il patto che aveva concluso. Per quale motivo furono spezzate quelle tavole? Perché gl’Israeliti avevano vergognosamente mancato a ciò che Iddio chiedeva loro. Le tavole spezzate dovevano provare ad Israele il fatto solenne che, per quanto riguardava il loro patto; essi erano completamente rovinati, irrimediabilmente perduti, avevano fatto fallimento riguardo alla giustizia.

Ma le seconde tavole, ne sia benedetto Iddio, raccontavano una storia ben differente. Esse non furono spezzate, Iddio ne ebbe cura. «Allora mi volsi e scesi dal monte, misi le tavole nell’arca che avevo fatta, quivi stanno, come l’Eterno mi aveva ordinato».

Fatto benedetto! «Esse sono là!». Sì, nascoste nell’arca che parlava di Cristo, di Colui che solo ha magnificato la legge e l’ha resa onorevole (vedete Isaia 42:2l), che ne ha stabilito ogni punto per la gloria di Dio e per la benedizione eterna del suo popolo. Così mentre i frammenti delle prime tavole dicevano la triste ed umiliante storia della rovina totale d’Israele, le seconde tavole racchiuse intatte nell’arca annunziavano la verità gloriosa che Cristo è «la fine della legge per giustizia ad ogni credente», al Giudeo imprima e poi al Greco.

Non vogliamo dire che Israele comprendesse il profondo significato e la vasta applicazione di questi fatti meravigliosi. Come nazione, essi non li capirono certamente allora, ma li comprenderanno più tardi per la grazia sovrana di Dio. Vi possono essere state delle eccezioni, delle anime isolate che comprendevano qualcosa dei pensieri di Dio, ma non si tratta di questo ora. Dobbiamo cercare di riconoscere e appropriarci la preziosa verità esposta in quelle due coppie di tavole, cioè la rovina di tutto ciò che è stato messo fra le mani dell’uomo e la stabilità eterna del patto di Dio in grazia, ratificato dal sangue di Cristo, e che sarà manifestato in tutti i suoi risultati gloriosi nel regno futuro, quando il Figliuol di Davide regnerà da un mare all’altro, e dal fiume agli estremi limiti della terra; quando la progenie d’Abrahamo possiederà la terra promessa, e tutte le nazioni della terra si rallegreranno sotto il regno benefico del Principe di pace.

Prospettiva gloriosa per il paese d’Israele e per la nostra povera terra! Il Re di giustizia e di pace governerà allora secondo la sua volontà. Ogni male sarà soppresso da una mano potente poiché quel governo sarà senza debolezza, e nessuna lingua ribelle oserà insorgere con insolenza contro i suoi decreti ed i suoi atti. I demagoghi insensati non oseranno turbare la pace del popolo o insultare la maestà del trono. Ogni abuso sarà frenato, ogni elemento turbolento sarà neutralizzato, ogni pietra d’intoppo sarà tolta, ed ogni radice d’amarezza estirpata. I poveri e gl’indigenti saranno saziati, sì, sarà provveduto ad ognuno in modo divino; il dolore, la stanchezza, la povertà saranno sconosciute; il deserto ed il luogo arido si rallegreranno, e il luogo solitario gioirà e fiorirà come una rosa.

Lettore, quali avvenimenti gloriosi devono ancora compiersi in questo povero e triste mondo, peccatore e schiavo di Satana! Quale consolazione per il cuore in mezzo alla miseria morale, alla degradazione e a tutti i mali fisici, che ci assillano da ogni lato! Il giorno s’avvicina rapidamente in cui il principe di questo mondo sarà dal suo trono precipitato in fondo all’abisso, in cui il Principe del cielo, Emmanuele, stenderà il suo scettro benedetto su tutto l’universo di Dio, e il cielo e la terra si rallegreranno alla luce del suo volto glorioso. Come abbiam motivo di esclamare: «Signore, affretta quel momento!».

«Or i figliuoli d’Israele partirono da Beeroth-BenéJaakan per Mosera. Quivi morì Aaronne, e quivi fu sepolto, ed Eleazar, suo figliuolo divenne sacerdote al posto di lui. Di là partirono alla volta di Gudgoda, e da Gudgoda alla volta di Jotbatha, paese di corsi d’acqua. In quel tempo l’Eterno separò la tribù di Levi per portare l’arca del patto dell’Eterno, per stare davanti all’Eterno ed esser suoi ministri, e per dar benedizione nel nome di Lui, come ha fatto sino al dì d’oggi. Perciò Levi non ha parte né eredità coi Suoi fratelli; l’Eterno è la sua eredità, come gli ha detto l’Eterno, l’Iddio tuo» (vers. 6-9).

Il lettore non deve lasciarsi turbare da dubbi riguardo all’ordine cronologico di questo passo. È semplicemente una parentesi in cui il legislatore raggruppa in modo impressionante delle circostanze, scelte con cura nella storia del popolo, e che testimoniano ad un tempo del governo e della grazia di Dio. La morte d’Aaronne mostra il governo di Dio; l’elezione e l’elevazione di Levi mostrano la grazia di Dio. Questi due fatti sono menzionati insieme, non cronologicamente, ma per il grande scopo morale sempre presente alla mente di Mosè, scopo che la ragione incredula non potrebbe comprendere, ma che ha tutto il suo valore per il cuore e l’intelligenza di chi studia seriamente le Scritture. Come sono spregevoli i cavilli degli increduli quando si considerano allo splendore dell’ispirazione divina! Che stato misero è mai quello d’una mente che si sforza di trovare in differenze cronologiche un difetto al volume divino invece di afferrare il vero pensiero e l’intenzione dell’autore ispirato!

Ma perché Mosè rievoca così, in modo improvviso, proprio questi due avvenimenti della storia d’Israele? Semplicemente per spingere il cuore del popolo all’obbedienza. Con tale scopo, egli sceglie e raggruppa i fatti secondo la sapienza che gli è data. Dobbiamo noi aspettarci di trovare in questo servitore di Dio, insegnato da Lui, la meschina minuzia d’un semplice copista? Gli increduli ostentano di farlo, ma i veri cristiani ne sanno di più. Un semplice scrivano può copiare degli avvenimenti nel loro ordine cronologico; un vero profeta sceglierà gli avvenimenti in modo da agire sul cuore e sulla coscienza. Così, mentre il povero incredulo brancola nelle tenebre che da sé si è create, il lettore pio trova il suo piacere nelle glorie morali di quel volume incomparabile, che dimora come una roccia contro cui vengono a infrangersi le onde impotenti dell’incredulità.

Non torneremo sulle circostanze a cui è fatta allusione nella parentesi menzionata più su; ce ne siamo occupati altrove; ci limiteremo qui a far notare al lettore, il punto di vista deuteronomico dei fatti. Mosè se ne serve per dare più forza all’ultimo appello che rivolge al cuore e alla coscienza del popolo, mostrandogli la necessità assoluta d’un’obbedienza implicita agli statuti e ai diritti del Dio del loro patto. Ecco perché rievoca il fatto solenne della morte d’Aaronne. I figliuoli d’Israele dovevano ricordarsi che, nonostante la sua posizione elevata come sommo sacerdote d’Israele, Aaronne morì per aver disobbedito alla parola dell’Eterno. Com’era dunque importante che stessero in guardia! Il governo di Dio non doveva essere trattato alla leggera, e il fatto stesso dell’alta posizione d’Aaronne, rendeva tanto più necessario che il suo peccato fosse giudicato, affinché altri fossero colti dal timore.

Poi essi dovevano pure ricordarsi delle dispensazioni dell’Eterno verso Levi; dispensazioni in cui la grazia brilla d’uno splendore così meraviglioso. Levi, il fiero, il crudele, il volontario Levi, è tratto dal fondo della sua rovina morale e avvicinato a Dio, «per portare l’arca del patto dell’Eterno, per stare davanti all’Eterno ed essere suoi ministri, e per dar la benedizione nel nome di Lui».

Perché ciò che si riferisce a Levi è associato alla morte d’Aaronne? Semplicemente per mostrare le conseguenze benedette dell’obbedienza. Se la morte di Aaronne faceva vedere il terribile risultato della disobbedienza, l’elevazione di Levi testimoniava dei frutti preziosi dell’obbedienza. Ascoltiamo quel che il profeta Malachia disse a questo riguardo: «Allora saprete che io v’ho mandato questo comandamento affinché il mio patto con Levi sussista, dice l’Eterno degli eserciti. Il mio patto con lui era un patto di vita e di pace, cose ch’io gli detti, perché mi temesse; ed ei mi temette, e tremò dinanzi al mio nome. La legge di verità era nella sua bocca, e non si trovava perversità sulle sue labbra; camminava con me nella pace e nella rettitudine, e molti ne ritrasse dall’iniquità» (Malachia 2:4-6).

Questo brano notevole getta una gran luce sul soggetto che ci occupa. Ci dice positivamente che l’Eterno contrasse un patto di vita e di pace con Levi, a causa del suo rispetto per il suo nome, nella triste occasione del vitello d’oro che Aaronne, lui un Levita del rango più elevato, aveva fatto.

Perché Aaronne fu giudicato? A causa della sua ribellione alle acque di Meriba (Numeri 20:24). Perché Levi fu benedetto? A causa della sua obbedienza ai piedi del monte Horeb (Esodo 32). Perché li troviamo associati in Deuteronomio 10? Affin di imprimere sul cuore e sulla coscienza degl’Israeliti, la necessità d’una obbedienza implicita ai comandamenti dell’Iddio del loro patto. Come la Scrittura è perfetta in tutte le sue parti! Come si collegano bene fra loro, e com’è evidente al lettore pio che questo bel libro del Deuteronomio ha il suo posto assegnato da Dio nelle Scritture, e che ha uno scopo speciale! Com’è chiaro che questa quinta divisione del Pentateuco non è né una contraddizione, né una ripetizione, ma un’applicazione divina dei libri precedenti, pure divinamente ispirati! E se gli scrittori increduli osano insultare gli oracoli di Dio, non sanno né ciò che dicono, né ciò che fanno, essi si sviano, non conoscendo le Scritture, né la potenza di Dio (*).

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(*) Negli scritti dell’uomo, abbiamo numerosi esempi di ciò che si trova in Deuteronomio 10:6-9, ai quali gli increduli obiettano. Supponiamo un autore desideroso di attirare l’attenzione su qualche grande principio d’economia politica. Non esiterà a scegliere dei fatti, per quanto lontani siano gli uni dagli altri nella storia, e riunirli per dimostrare la propria tesi. Gli increduli fanno forse obiezione a questo? No, quando questo s’incontra negli scritti degli uomini, mentre ciò non avviene quando si tratta della Scrittura, perché odiano la Parola di Dio, e non possono sopportare il pensiero ch’Egli abbia dato alle sue creature una rivelazione scritta dei suoi consigli. Ma nondimeno Egli l’ha data! E l’abbiamo in tutta la sua beltà e autorità divina, per consolare i nostri cuori ed illuminare il nostro sentiero, fra le tenebre e la confusione che attraversiamo per giungere alla gloria.
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Al versetto 10 del nostro capitolo Mosè riprende il soggetto del suo discorso: «Or io rimasi sul monte, come la prima volta, quaranta giorni e quaranta notti; e l’Eterno mi esaudì anche questa volta: l’Eterno non ti volle distruggere. E l’Eterno mi disse: Levati, mettiti in cammino alla testa del tuo popolo, ed entrino essi nel paese che giurai ai loro padri di dar loro, e ne prendano possesso».

Nonostante tutti gli ostacoli, l’Eterno voleva compiere la sua promessa fatta ai padri, e mettere Israele in possesso del paese ch’Egli aveva giurato ad Abramo, a Isacco e a Giacobbe, di dare alla loro progenie in eredità perpetua.

«Ed ora, Israele, che chiede da te l’Eterno, il tuo Dio, se non che tu tema l’Eterno, il tuo Dio, che tu cammini in tutte le sue vie, che tu l’ami e serva all’Eterno, ch’è il tuo Dio, con tutto il tuo cuore e con tutta l’anima tua, che tu osservi per il tuo bene i comandamenti dell’Eterno e le sue leggi che oggi ti do?». Era per il loro bene, per la loro prosperità e la loro benedizione, che essi dovevano camminare nella via dei comandamenti divini. Il sentiero dell’obbedienza del cuore è il solo che conduca alla vera felicità, e, ne sia benedetto Iddio, questo sentiero può sempre essere seguito da quelli che amano il Signore. Iddio ci ha dato nella sua preziosa Parola, la rivelazione perfetta dei suoi pensieri, e ci ha dato ciò che Israele non aveva, il suo Spirito Santo perché abitasse nei nostri cuori, e per farci comprendere ed apprezzare questa Parola (*). I nostri obblighi sono dunque molto più grandi di quelli d’Israele. Siamo chiamati ad una vita d’obbedienza per mezzo di tutto ciò che può agire sull’intelligenza.

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(*) Egli è ad un tempo la potenza della vita che possediamo.
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E l’essere obbedienti è la nostra prosperità. Vi è veramente «una grande ricompensa» ad osservare i comandamenti del nostro buon Padre. Tutte le sue cure per noi, il suo amore costante, la sua tenera sollecitudine, le sue dispensazioni meravigliose a nostro riguardo, non sono forse altrettanti motivi per avvincere fortemente i nostri cuori a Lui, e stabilire i nostri passi nel sentiero d’un’obbedienza filiale? Da qualsiasi lato volgiamo gli sguardi, incontriamo le prove evidenti dei suoi diritti sulle affezioni dei nostri cuori, e su tutte le facoltà del nostro essere riscattato. E più risponderemo, per la sua grazia, ai suoi diritti preziosi, e più il nostro sentiero sarà luminoso e felice. Nulla vi è di più benedetto in questo mondo che il sentiero e la sorte d’un’anima obbediente. «Gran pace hanno quelli che amano la tua legge, e non c’è nulla che possa farli cadere» (Salmo 119:165). L’umile discepolo che trova nutrimento e bevanda a fare la volontà del suo Signore e Maestro, possiede una pace che il mondo non può né dare, né togliere. Può darsi ch’egli sia incompreso e giudicato male, può darsi che lo si chiami stretto, esclusivo, e anche peggio; ma nulla di tutto ciò lo commuove. L’approvazione del suo Signore lo compensa di tutti i biasimi con cui gli uomini vorrebbero opprimerlo. Egli sa ciò che valgono i pensieri degli uomini; per lui sono come la pula che il vento disperde lontano.

Negli ultimi versetti del nostro capitolo, il legislatore sembra elevare sempre più in alto i motivi dell’obbedienza, e stringere da più vicino il cuore del popolo. «Ecco, dice egli, all’Eterno, al tuo Dio, appartengono i cieli, i cieli dei cieli, la terra e tutto quanto essa contiene: ma soltanto nei tuoi padri l’Eterno pose affezione, e li amò; e, dopo loro, fra tutti i popoli, scelse la loro progenie, cioè voi, come oggi si vede». Che meraviglioso privilegio d’essere scelti ed amati dal Possessore del cielo e della terra! Che onore d’essere chiamati a servirlo e ad obbedirgli! Certamente non c’è nulla di meglio o di più elevato in questo mondo. Essere identificati ed associati all’Iddio Onnipotente, essere chiamati col suo nome, essere il suo popolo particolare, la sua proprietà, il popolo della sua scelta, messo a parte d’infra tutte le nazioni della terra, per essere i servitori dell’Eterno ed i suoi testimoni! Che cosa vi poteva essere di meglio, salvo ciò che possiede la Chiesa di Dio e il credente individualmente?

Poiché noi conosciamo Dio in modo più intimo, più profondo più elevato che Israele, è certo che i nostri privilegi sono anche più elevati. Noi conosciamo Dio come l’Iddio e Padre del nostro Signor Gesù Cristo, e come nostro Dio e nostro Padre. Abbiamo lo Spirito Santo che dimora in noi, che ha versato l’amore di Dio nei nostri cuori, e ci conduce ad esclamare: Abba, Padre. Tutto questo è ben più prezioso di tutto ciò che il popolo di Dio conobbe o poté conoscere; e poiché i nostri privilegi sono più grandi, anche i suoi diritti alla nostra intiera e completa obbedienza sono più estesi. Ogni appello fatto ad Israele dovrebbe risuonare con doppia forza nei nostri cuori, diletti lettori cristiani; ogni esortazione a loro rivolta, dovrebbe parlarci con ben più potenza ancora. Siamo sopra il terreno più elevato che una creatura possa occupare. Né la progenie di Abramo sulla terra, né gli angeli di Dio nel cielo, potrebbero dire ciò che diciamo, o conoscere ciò che conosciamo. Siamo uniti ed associati per sempre al Figliuol di Dio risuscitato e glorificato. Possiamo adottare il linguaggio meraviglioso della 1a epistola di Giovanni, capitolo 4, versetto 17 e dire: «Quale Egli è, tali siamo anche noi in questo mondo». Certo, non vi potrebbe essere nulla di più elevato di questo in privilegio e in dignità, salvo d’essere resi conformi di corpo, d’anima e di spirito, alla sua immagine, come bentosto lo saremo, per la grazia infinita di Dio.

Non dimentichiamo dunque che i nostri obblighi sono in proporzione dei nostri privilegi. Non respingiamo questo termine salutare «d’obbligo», sotto pretesto che puzza di legalismo. È invece ben il contrario; sarebbe impossibile concepire qualcosa di più lontano dal legalismo degli obblighi che risultano dalla posizione cristiana. Ci si sbaglia molto gridando senza posa al legalismo, quando le sante responsabilità della nostra posizione ci sono ricordate. Crediamo che ogni cristiano veramente pio, godrà degli appelli e delle esortazioni che lo Spirito Santo ci rivolge a riguardo dei nostri obblighi, poiché poggiano tutti su privilegi che ci sono concessi dalla grazia sovrana di Dio, in virtù del prezioso sangue di Cristo, e per mezzo del ministero dello Spirito Santo.

Ascoltiamo anche i potenti appelli di Mosè; hanno per noi la loro utilità, nonostante l’aumento delle nostre luci, delle nostre conoscenze e dei nostri privilegi.

«Circoncidete dunque il vostro cuore e non indurate più il vostro collo; poiché l’Eterno, il vostro Dio, è l’Iddio degli dèi, il Signor dei signori, l’Iddio grande, forte e tremendo, che non ha riguardi personali e non accetta presenti, che fa giustizia all’orfano e alla vedova, che ama lo straniero e gli dà pane e vestito».

Mosè non parla qui soltanto di ciò che Iddio fa, ma di Lui stesso, di ciò che Egli è. È l’Iddio degli dèi, il Grande, il Potente e il Terribile. Ma ha un cuore pien d’amore per la vedova e per l’orfano, per questi poveri esseri privati del loro sostegno naturale. Iddio non li dimentica e ne ha cura in modo particolare; hanno dei diritti al suo amore e alla sua protezione. «Iddio nella dimora della sua santità è il Padre degli orfani e il Difensore delle vedove» (Salmo 68:5). «La vedova che è veramente tale e sola al mondo, ha posto la sua speranza in Dio, e persevera in supplicazioni e preghiere notte e giorno» (1 Timoteo 5:5). «Lascia i tuoi orfani, io li farò vivere, e le tue vedove confidino in me! » (Geremia 49:11).

Che ricca provvista vi è qui per la vedova e l’orfano! Che cure ammirevoli ha Iddio per loro! Parecchie di esse sono più felici di quando avevano il marito! Quanti orfani sono più curati di quando avevano i genitori! Iddio ne ha cura; e ciò basta. Ma Iddio non manca mai a quelli che vivono nella sua dipendenza. Egli è sempre fedele al suo nome, qualunque titolo si dia. Se ne ricordino tutte le vedove e tutti gli orfani per la loro consolazione ed il loro incoraggiamento.

Neppure il povero straniero non è dimenticato. Egli ama lo straniero e gli dà pane e vestito. Com’è prezioso! Il nostro Dio ha cura di tutti quelli che sono privati di sostegni terrestri, di speranze umane, d’appoggi secondo la carne. Tutti costoro possono confidarsi in Lui in modo particolare, Egli non mancherà, nel suo amore, di rispondere ai loro bisogni.

Ma bisogna conoscerlo per confidarsi in Lui. «Quelli che conoscono il tuo nome confideranno in te, perché, o Eterno, tu non abbandoni quelli che ti cercano» (Salmo 9:10). Quelli che non conoscono Iddio, preferiranno molto più una polizza d’assicurazione, o una pensione del governo, alle Sue promesse. Ma il vero credente trova in questa promessa l’appoggio assicurato del suo cuore, perché conosce ed ama Colui che ha promesso e si confida in Lui. Si rallegra al pensiero di dipendere interamente da Dio, e non vorrebbe affatto cambiare posizione. La cosa che tormenterebbe di più un incredulo, è per l’uomo di fede, il motivo della più gran gioia del suo cuore. Sarà sempre pronto ad esclamare: «Ma tu, anima mia, acquetati in Dio solo, poiché da Lui viene la mia speranza. Egli solo è la mia rocca» (Salmo 62:5). Posizione benedetta! Parte preziosa! Possa il lettore conoscerla come una divina realtà, una potenza divina nel suo cuore per mezzo della potenza dello Spirito Santo! Allora egli sarà indipendente dalle cose terrestri, avendo trovato tutto ciò che gli abbisogna per il tempo e per l’eternità, nell’Iddio vivente e nel suo Cristo.

Notiamo qual’è la provvista che Iddio fa allo straniero; è molto semplice: «il pane e il vestimento». Ma, è abbastanza per un vero straniero, come l’apostolo lo dice al suo figliuolo Timoteo: «Non abbiam portato nulla nel mondo, ed è evidente che non ne possiamo portar via nulla; ma avendo di che nutrirci e di che coprirci, saremo di questo contenti» (1 Timoteo 6:7-8).

Lettore cristiano, riflettiamoci su. Che rimedio contro la vana ambizione e la concupiscenza! Che felice liberazione dall’inseguimento febbrile della terra, nel commercio e nella speculazione, e dallo spirito avido del secolo in cui viviamo! Se ci accontentassimo della parte divina fatta allo straniero, che differenza per noi! Come sarebbe più calma e più regolare la nostra vita giornaliera! Come sarebbero più semplici i nostri gusti e il nostro modo di vivere! e i nostri spiriti meno mondani! Come lasceremmo da parte il lusso e l’amore delle comodità, che prevalgono tanto oggi fra i cristiani! Ci limiteremmo ad avere di che nutrirci e di che vestirci, affin d’essere alla gloria di Dio, suoi servitori, e mantenere i nostri corpi in condizione di poter lavorare. Andare oltre, sia nel mangiare, sia nel bere, significa cedere alle «concupiscenze della carne che guerreggiano contro l’anima».

Quante persone nel mondo cristiano, come lo si chiama, si lasciano sopraffare, specialmente nel bere, da queste concupiscenze vergognose, si degradano e rovinano i loro corpi e le loro anime! Non vogliamo promuovere una crociata contro le bevande alcoliche. Il male sta nell’abuso che se ne fa. L’apostolo stesso prescrive a Timoteo di prendere «un po’ di vino, a causa del suo stomaco e delle sue frequenti infermità». Ma ognuno è responsabile di camminare nel timore di Dio, in rapporto al mangiare e al bere. Un malato può aver bisogno di un nutrimento fortificante, ma si può dire per questo ch’egli sia un goloso? Certamente no: il male non sta nella prescrizione d’un medico, ma nella miserabile concupiscenza del cuore.

In ciò sta la radice del male, e il rimedio si trova in quella preziosa grazia di Dio che, recando la salvezza a tutti gli uomini, insegna a quelli che son salvati di «vivere sobriamente, giustamente e piamente nel presente secolo» (Tito 2:12). E ricordiamoci che «vivere sobriamente» vuol dire molto più che praticare la temperanza nel mangiare e nel bere; senza dubbio, comprende anche questo, ma l’espressione abbraccia pure tutto il governo interiore del cuore, — dei pensieri, della disposizione d’animo, della lingua. La grazia che ci salva non ci dice soltanto come dobbiamo vivere, ma ce lo insegna, e se seguiamo il suo insegnamento, saremo perfettamente soddisfatti della parte dello straniero.

È interessante e ad un tempo edificante, di notare come Mosè pone Dio stesso dinanzi al popolo come modello da imitare. L’Eterno «ama lo straniero», dice egli, poi continua: «per dargli pane e vestimento. Amate dunque lo straniero, poiché anche voi foste stranieri pel paese d’Egitto». Non soltanto dovevano avere il divino modello davanti ai loro occhi, ma dovevano anche ricordarsi della loro storia e delle loro esperienze passate, onde i loro cuori provassero della simpatia e della compassione verso il povero straniero. Il dovere ed il privilegio dell’Israele di Dio, era di mettersi al posto degli altri e di tener conto dei loro sentimenti. Doveva essere il rappresentante morale di Colui di cui era il popolo. Doveva imitarlo supplendo ai bisogni e rallegrando i cuori dell’orfano, della vedova e dello straniero. E se il popolo terrestre di Dio era chiamato ad una simile condotta, quanto più lo siamo noi, «noi che siamo benedetti d’ogni benedizione spirituale, nei luoghi celesti in Cristo». Teniamoci più abitualmente nella sua presenza, e abbeveriamoci sempre più del suo Spirito, affinché possiamo riflettere più fedelmente le sue glorie morali su tutti quelli coi quali siamo in contatto!

La fine del nostro capitolo ci dà un bel riassunto dell’insegnamento pratico che ha attirato la nostra attenzione. «Temi l’Eterno, il tuo Dio; a Lui servi, tienti stretto a Lui, e giura nel suo nome. Egli è l’oggetto delle tue lodi, Egli è il tuo Dio, che ha fatto per te queste cose grandi e tremende che gli occhi tuoi hanno veduto. I tuoi padri scesero in Egitto in numero di settanta persone; e ora l’Eterno, il tuo Dio, ha fatto di te una moltitudine pari alle stelle dei cieli».

Tutto ciò è ben atto ad incoraggiarci moralmente, legando i nostri cuori all’Eterno stesso, per mezzo di tutto ciò ch’Egli è, di tutte le sue meravigliose dispensazioni e delle sue vie in grazia. È questo, possiamo ben dirlo, la molla nascosta di ogni vera consacrazione. Voglia Iddio che tanto l’autore, quanto il lettore, lo realizzino sempre!

11. Capitolo 11

«Ama dunque l’Eterno, il tuo Dio, e osserva sempre quel che ti dice d’osservare, le sue leggi, le sue prescrizioni e i suoi comandamenti: E riconoscete oggi (perché non parlo ai vostri figliuoli che non hanno conosciuto né hanno veduto le lezioni dell’Eterno, del vostro Dio), riconoscete la sua grandezza, la sua mano potente, il suo braccio stesso, i suoi miracoli, le opere che fece in mezzo all’Egitto contro Faraone, re d’Egitto, e contro il suo paese; e quel che fece all’esercito d’Egitto, ai suoi cavalli e ai suoi carri, come fece rifluir su loro le acque del mar Rosso quand’essi vi inseguivano, e come li distrusse per sempre, e quel che ha fatto per noi nel deserto, fino al vostro arrivo in questo luogo; e quel che fece a Dathan e ad Abiram, figliuoli di Eliab, figliuolo di Ruben; come la terra spalancò la sua bocca e li inghiottì con le loro famiglie, le loro tende e tutti quelli ch’erano al loro seguito, in mezzo a tutto Israele. Poiché gli occhi vostri hanno veduto le grandi cose che l’Eternò ha fatte».

Mosè sentiva che era molto importante che le grandi opere dell’Eterno rimanessero sempre davanti agli occhi dei figliuoli d’Israele, profondamente scolpite nella loro mente.

La povera mente umana è vagabonda e il cuore leggero, e nonostante tutto quello che Israele aveva visto dei giudizi di Dio sull’Egitto e sul Faraone, era in pericolo di dimenticarli, e di lasciarsi cancellare la impressione che dovevano produrre su lui.

Ci meravigliamo facilmente che gli Israeliti potessero dimenticare le scene memorabili del loro soggiorno in Egitto, — il fatto che i loro padri vi erano discesi, un piccolo pugno d’uomini, e che si erano moltiplicati nonostante formidabili ostacoli, tanto da diventare, con l’aiuto del loro Dio, numerosi come le stelle del cielo.

E quelle dieci piaghe sulla terra d’Egitto! Com’erano state terribili e solenni, e ben atte a dare un’idea della grande potenza di Dio, della nullità dell’uomo, nonostante tutta la sua pretesa sapienza, la sua forza e la sua gloria, e mostrare l’insigne follia di voler opporsi all’Iddio Onnipotente! Che cos’era tutta la potenza del Faraone e dell’Egitto, in presenza dell’Eterno l’Iddio d’Israele? In un istante, tutto era stato immerso nella rovina e nella desolazione. Tutti i carri d’Egitto, tutta la pompa e la gloria, tutto il valore e la potenza di quell’antica e famosa nazione — tutta era stato inghiottito nelle profondità del mare.

E perché? Perché avevano osato metter la mano sull’Israele di Dio; avevano osato opporsi al disegno stabilito ed ai consigli dell’Altissimo. Avevano tentato di schiacciare quelli in cui egli aveva posto il suo compiacimento. Aveva giurato di benedire la progenie di Abrahamo, e nessuna potenza della terra a dell’inferno poteva annullare il suo giuramento. Il Faraone, nel suo orgoglio e nella durezza del suo cuore, tentò di opporsi ai consigli divini, ma fu la sua perdita. Il suo paese fu interamente sconvolto ed egli stesso e il suo potente esercito inghiottito nel mar Rosso: esempio solenne per tutti quelli che cercherebbero di opporsi ai consigli dell’Eterno in benedizione verso la progenie d’Abrahamo, suo amico.

Il popolo doveva ricordarsi non soltanto ciò che l’Eterno aveva fatto all’Egitto ed al Faraone, ma anche quel che aveva fatto in mezzo a loro. Quale lezione il giudizio eseguito su Dathan ed Abiram e sulle loro famiglie! Che castigo terribile fu loro inflitto! E per qual motivo? A causa della loro ribellione contro ciò che Dio aveva stabilito.

Nella narrazione che il libro dei Numeri ci dà, il levita Core ha la parte principale; qui non è menzionato, ma son nominati due Rubeniti, membri della congregazione, perché Mosè cerca di agire sull’insieme del popolo, ponendo davanti ad esso la conseguenza terribile dell’insubordinazione di due di loro, due semplici membri, come diremmo, e non soltanto un Levita occupante un posto privilegiato.

Così, sia che l’attenzione degli Israeliti fosse attirata sulle dispensazioni divine verso gli altri popoli o verso loro stessi, lo scopo di Mosè era sempre d’imprimere nei loro cuori e nelle loro menti, il sentimento profondo dell’obbedienza. Ecco a che cosa tendevano tutte le ripetizioni, i commenti e le esortazioni del fedele servitore di Dio, che stava per lasciare il popolo d’Israele. Per questo egli risale ben indietro nella loro storia, scegliendo, raggruppando, commentando i fatti, citando questo, omettendo quello, secondo la guida dello Spirito di Dio, e tutto è riferito per parlare con forza e chiarezza meravigliose alla coscienza del popolo, onde stabilire fermamente i diritti dell’Eterno alla loro assoluta obbedienza.

«Osservate dunque tutti i comandamenti che oggi vi dò, affinché siate forti e possiate entrare in possesso del paese nel quale state per passare per impadronirvene, e affinché prolunghiate i vostri giorni sul suolo che l’Eterno giurò di dare ai vostri padri e alla loro progenie; terra ove scorre il latte e il miele».

Prego il lettore di notare il legame pieno di bellezza morale che esiste fra queste due parti dell’esortazione: «Osservate dunque tutti i comandamenti» — «affinché siate forti». Si acquista una gran forza obbedendo senza riserva alla parola di Dio. Saremmo disposti a scegliere certi comandamenti o precetti che ci convengono, e a lasciarne altri; ma con che diritto lo faremmo? Non sarebbe forse della volontà propria e della ribellione? Un servitore ha forse il diritto di chiedere a quali ordini del suo padrone vuol obbedire? No, certamente; ogni ordine è rivestito dell’autorità del padrone, e richiede, per conseguenza, l’attenzione del servitore. Possiamo aggiungere, che più il servitore obbedirà implicitamente, rispettando ogni ordine che gli è dato, qualunque esso sia, più crescerà nella stima e nella fiducia del suo padrone. Sappiamo tutti com’è prezioso di aver dei servitori di cui possiamo fidarci, che trovino piacere ad eseguire i nostri desideri, che non sia necessario di seguire costantemente, ma che conoscano il loro dovere e lo adempino. Non dovremmo dunque aver in cuore di rallegrare il nostro diletto Maestro per mezzo di un’obbedienza assoluta a tutti i suoi comandamenti? Che privilegio meraviglioso per delle povere creature come noi, di poter rallegrare il cuore di Colui che ci ha amati e ha dato se stesso per noi. Egli ha piacere che osserviamo i suoi comandamenti, e questo pensiero dovrebbe incitarci a studiare la sua Parola, per imparare sempre più a conoscere i suoi comandamenti per metterli in opera.

Le parole di Mosè, citate più su, ci rievocano la preghiera dell’apostolo per «i santi e fedeli fratelli in Cristo che erano in Colosse». «Perciò anche noi, dal giorno che abbiamo ciò udito, non cessiamo di pregare per voi, e di domandare che siate ripieni della profonda conoscenza della volontà di Dio in ogni sapienza e intelligenza spirituale, affinché camminiate in modo degno del Signore, per piacergli in ogni cosa, portando frutto in ogni opera buona e crescendo nella conoscenza di Dio; essendo fortificati in ogni forza, secondo la potenza della sua gloria, onde possiate essere in tutto pazienti e longanimi e rendendo grazie con allegrezza al Padre che vi ha messi in grado di partecipare alla sorte dei santi nella luce. Egli ci ha riscossi dalla potestà delle tenebre e ci ha trasportati nel regno del suo amato Figliuolo, nel quale abbiamo la redenzione, la remissione dei peccati» (Colossesi 1:9-14).

Tenendo conto della differenza fra ciò che è terrestre e ciò che è celeste — fra Israele e la Chiesa - vi è una grande somiglianza fra le parole di Mosè e quelle dell’apostolo. Le une e le altre sono atte a mostrare la bellezza ed il pregio d’una obbedienza cordiale a Dio. Essa è preziosa al Padre e a Cristo, e questa considerazione dovrebbe bastare per creare e fortificare nei nostri cuori il desiderio d’essere ripieni della conoscenza della sua volontà, per camminare in modo degno di Lui, per piacerGli in ogni cosa, portando frutto in ogni opera buona, e crescendo nella conoscenza di Dio. Come l’abbiam detto in precedenza, questo dovrebbe spingerci ad uno studio più diligente della parola di Dio, onde impariamo sempre meglio a conoscere la sua volontà, i suoi pensieri, ciò che Gli piace, guardando a Lui per poter compierla. Allora i nostri cuori sarebbero guardati vicino a Lui, e troveremmo sempre maggior interesse a investigare le Scritture, non solo per crescere nella conoscenza della verità, ma nella conoscenza di Dio, di Cristo, — nella conoscenza intima, personale, pratica, di tutto ciò che si trova in Colui nel quale abita corporalmente tutta la pienezza della Deità. Oh! possa lo Spirito di Dio risvegliare un desiderio più vivo di conoscere e di fare la volontà del nostro Signore e Salvatore Gesù Cristo!

Fermiamoci ora un momento sul quadro della terra promessa, che Mosè mette davanti agli occhi del popolo. «Poiché il paese del quale stai per entrare in possesso non è come il paese d’Egitto donde siete usciti, e nel quale gettavi la tua semenza e poi là annaffiavi coi piedi, come si fa d’un orto; ma il paese di cui andate a prendere possesso è paese di monti e di valli, che beve l’acqua della pioggia che vien dal cielo: paese del quale l’Eterno, il tuo Dio, ha cura, e sul quale stanno del continuo gli occhi dell’Eterno, del tuo Dio, dal principio dell’anno sino alla fine» (vers. 10-12) .

Che contrasto colpente fra l’Egitto e Canaan! L’Egitto non aveva pioggia dai cieli; tutto era lavoro umano. Così non era nel paese dell’Eterno; il piede dell’uomo non aveva nulla da fare, poiché l’Eterno stesso ne aveva cura, e l’adacquava con la pioggia della prima e dell’ultima stagione. Il paese d’Egitto dipendeva dalle sue proprie risorse, il paese di Canaan non dipendeva che da Dio — da quel che scendeva dai cieli. «Il mio fiume mi appartiene», tale era il linguaggio d’Egitto. «Il fiume di Dio» era la speranza di Canaan.

Il Salmo 65 ci presenta una bella descrizione del paese dell’Eterno, nel suo stato di benedizione: «Tu visiti la terra e l’adacqui, tu l’arricchisci grandemente. I ruscelli di Dio son pieni d’acqua! Tu prepari il grano, quando prepari così la terra; tu adacqui largamente i suoi solchi, ne pareggi le zolle, l’ammollisci con le piogge, ne benedici i germogli. Tu coroni dei tuoi beni l’annata, e dove passa il tuo carro stilla il grasso. Esso stilla sui pascoli del deserto, e i colli son cinti di gioia. I pascoli si riveston di greggi, e le valli si copron di frumento» (Salmo 65:9-13)

Com’è bello di vedere Dio stesso spargere così l’abbondanza sul suo popolo, e versare i raggi del suo sole ed i suoi acquazzoni rinfrescanti sulle colline e sulle valli del paese d’Israele! Era il suo piacere, ed era alla gloria del suo nome.

Così sarebbe sempre stato, se Israele avesse camminato nell’obbedienza alla legge di Dio. «E se ubbidirete diligentemente ai miei comandamenti che oggi vi dò, amando il vostro Dio, l’Eterno, e servendogli con tutto il cuore e con tutta l’anima vostra, avverrà ch’io darò al vostro paese la pioggia a suo tempo: la pioggia d’autunno e di primavera, perché tu possa raccogliere il tuo grano, il tuo vino e il tuo olio; e farò pure crescere dell’erba nei tuoi campi per il tuo bestiame, e tu mangerai e sarai saziato» (vers. 13-15).

Nulla di più semplice, che questo patto fra l’Iddio d’Israele e l’Israele di Dio. Il privilegio d’Israele era d’amare e di servire l’Eterno; la prerogativa dell’Eterno era di benedire e di far prosperare Israele. La felicità e l’abbondanza dovevano essere i risultati assicurati dell’obbedienza. Il popolo e il suo paese erano interamente sotto la dipendenza di Dio; tutto ciò di cui abbisognavano doveva provenire dal cielo, perciò, finché camminarono nell’obbedienza, le piogge benefattrici innaffiarono i loro campi e le loro vigne, i cieli distillarono la rugiada e la terra, a sua volta, fu fertile e benedetta.

Invece, quando Israele dimenticò l’Eterno ed i suoi comandamenti, i cieli divennero di rame e la terra di ferro; la sterilità, la desolazione, la carestia e la miseria, furono i tristi frutti della disubbidienza. Come poteva esserne altrimenti? «Se siete disposti ad ubbidire, mangerete i prodotti migliori del paese; ma se rifiutate e siete ribelli, sarete divorati dalla spada; poiché la bocca dell’Eterno ha parlato» (Isaia 1:19.20).

In tutto ciò vi è un ammaestramento pratico per la Chiesa di Dio. Benché non siamo sotto la legge, siamo chiamati all’obbedienza, e nella misura in cui, per grazia, vi camminiamo, siamo benedetti spiritualmente, le nostre anime sono adacquate, ristorate, fortificate, e produciamo i frutti di giustizia che sono, per mezzo di Gesù Cristo, alla gloria e alla lode di Dio.

In rapporto con questo soggetto, leggiamo il principio del capitolo 15 di Giovanni (vers. 1-10) brano che richiede la seria attenzione di ogni sincero figlio di Dio.

Questo passo è stato l’oggetto di molte controversie teologiche, e tuttavia è tanto chiaro quanto pratico e non ha bisogno che d’essere preso nella sua semplicità divina. Se vi cerchiamo un significato che non vi si trova, diventa oscuro, e se ne perde la vera applicazione. Abbiamo dunque qui Cristo, la vera vite, che prende il posto d’Israele diventato per l’Eterno la pianta degenerata d’un ceppo di vite straniero.

La scena della parabola è evidentemente sulla terra e non nel cielo; non c’è nel cielo né vigne, né vignaiuoli. Inoltre, il nostro Signore dice: «Io sono la vera vite», la figura è chiarissima. Non è la Testa e le sue membra, ma una vite ed i suoi tralci. Il soggetto della parabola è chiaro come la parabola stessa, non si tratta della vita eterna, bensì di produrre del frutto. Se ci si ricordasse di ciò, si comprenderebbe meglio questo passo così sovente mal interpretato.

Riassumendo, la figura della vite e dei tralci ci insegna che il segreto per portare frutto, sta nel dimorare in Cristo, e il mezzo di dimorare in Cristo è di osservare i suoi comandamenti. «Se osservate i miei comandamenti, dimorerete nel mio amore; come io ho osservato i comandamenti del Padre mio, e dimoro nel suo amore». Questo semplifica tutto. Il mezzo per portare del frutto a suo tempo, è di dimorare nell’amore di Cristo, e dimostriamo di essere in questa posizione benedetta, serbando i suoi comandamenti nel cuore e obbedendovi volontariamente. Non si tratta di agitarci, spinti dai nostri propri pensieri, né di fare degli sforzi con uno zelo tutto carnale, per mostrare la nostra devozione; no, si tratta di qualcosa del tutto differente; è la calma e santa obbedienza del cuore verso il nostro diletto Signore, onde esserGli graditi e glorificare il suo nome.

Lettore, meditiamo seriamente questo grande soggetto della vite e dei suoi frutti, e possiamo noi comprenderlo sempre meglio! Ci si sbaglia facilmente su questo soggetto. È da temere che molte cose che passano per del frutto nella cristianità, non siano riconosciute per tali nella presenza di Dio, poiché Iddio non può riconoscere come frutto se non ciò che proviene direttamente dal fatto che si dimora in Cristo. Uno può farsi un nome fra gli uomini, per il suo zelo, la sua attività e la sua consacrazione; può distinguersi come grande predicatore, aver il nome di buon operaio nella vigna, essere un gran filantropo o riformatore di abusi; può adoperare i suoi mezzi ad aiutare opere di beneficenza cristiana, e con tutto ciò non produrre un solo grappolo di frutto che sia accetto al cuore del Padre.

E d’altra parte, può darsi che il nostro compito quaggiù sia di restare nell’oscurità e nella solitudine; può darsi che il mondo e la chiesa professante tengano pochissimo conto di noi; può sembrare che noi lasciamo una ben debole traccia sulle sabbie del tempo, ma se dimoriamo in Cristo, nel suo amore, se serbiamo le sue preziose parole nel cuore, ed obbediamo di cuore ai suoi comandamenti, allora porteremo del frutto a suo tempo, il nostro Padre sarà glorificato, e noi cresceremo nella conoscenza pratica del nostro Signore e Salvatore Gesù Cristo.

Alla fine del nostro capitolo, Mosè insiste presso il popolo in termini solenni, sull’urgente necessità della vigilanza e dello zelo in ciò che concerneva gli statuti ed i giudizi dell’Eterno, il loro Dio. Il fedele servitore di Dio, vero amico del popolo, era instancabile nei suoi sforzi per incoraggiarlo a questa obbedienza del cuore, che sapeva essere per Israele la sorgente della felicità e della prosperità; e come il nostro Signore avverte i suoi discepoli mostrando loro il giudizio solenne del tralcio sterile, così Mosè avverte il popolo delle conseguenze certe e terribili della disobbedienza.

«Vegliate su voi stessi, onde il vostro cuore non sia sedotto e voi lasciate la retta via e serviate a dèi stranieri e vi prostriate dinanzi a loro». Vediamo qui il pendio fatale che conduce al male. Il cuore è sedotto; ecco il principio di ogni declino. «E voi lasciate la retta via». I piedi seguono sempre il cuore: da ciò la necessità di vegliare accuratamente sul cuore. È la cittadella di tutto l’essere morale; finché lo si custodisce per il Signore, il nemico non otterrà nessun vantaggio, ma appena lo si trascura, tutto è perduto, e ci si svia. L’allontanamento segreto del cuore si mostra dal fatto che si serve e si adora «dèi stranieri».

«E si accenda contro di voi l’ira dell’Eterno, ed Egli chiuda i cieli in guisa che non vi sia più pioggia, e la terra non dia più i suoi prodotti; e voi periate ben presto, scomparendo dal buon paese che l’Eterno vi dà». Che sterilità e che desolazione deve esservi, quando il cielo è chiuso! Non acquazzoni ristoratori, non rugiada benefica, nessuna comunione fra il cielo e la terra. Quante volte, purtroppo, dovette Israele provare la terribile realtà di queste parole: «Egli cambia i fiumi in deserto, e le fonti dell’acqua in luogo avido; la terra fertile in pianura di sale, per la malvagità dei suoi abitanti» (Salmo 107:33-34).

La terra sterile ed il deserto non sono forse l’immagine sorprendente d’un’anima che ha perduto la comunione, per aver disobbedito ai preziosi comandamenti di Cristo? Una tale anima non ha comunicazione ristoratrice col cielo, — niente piogge benefiche — nessun sentimento del valore di Cristo per il cuore, nessun ministero benedetto dello Spirito Santo per l’anima; la Bibbia sembra un libro suggellato; tutto è scuro, triste, desolato. Non c’è nulla al mondo di più misero d’un’anima in questo stato! Possiamo, caro lettore, non farne mai l’esperienza! Porgiamo piuttosto orecchio per ascoltare le ferventi esortazioni rivolte da Mosè al popolo d’Israele! Sono così a proposito, così utili, così necessarie, in questi giorni di fredda indifferenza e d’insubordinazione positiva. Esse ci pongono dinanzi il divino rimedio ai mali a cui la Chiesa di Dio è esposta in questo tempo — tempo critico e solenne al dilà di ogni concezione umana.

«Vi metterete dunque nel cuore e nell’anima queste mie parole; ve le legherete alla mano come un segnale e vi saranno come frontali tra gli occhi; le insegnerete ai vostri figliuoli, parlandone quando te ne starai seduto in casa tua, quando sarai per viaggio, quando ti coricherai e quando ti alzerai; e le scriverai sugli stipiti della tua casa e sulle tue porte, affinché i vostri giorni e i giorni dei vostri figliuoli, nel paese che l’Eterno giurò ai vostri padri di dar loro, siano numerosi come i giorni dei cieli al disopra della terra».

I giorni benedetti! e come il cuore di Mosè desiderava che il popolo potesse godere di molti giorni simili! La condizione era semplicissima. Non si trattava di un giogo pesante, ma del prezioso privilegio di custodire i comandamenti dell’Eterno, il loro Dio, nel cuore, e di vivere nella pura atmosfera della sua santa Parola. Tutto dipendeva da questo. Tutte le benedizioni del paese di Canaan — di quel buon paese, stillante latte e miele, di quel paese sul quale gli occhi dell’Eterno si posavano sempre con tenera sollecitudine — tutti i suoi frutti preziosi, tutti i suoi rari privilegi, dovevano essere i loro a perpetuità, alla sola e semplice condizione d’obbedire alla parola dell’Iddio del loro patto.

«Poiché, se osservate diligentemente tutti questi comandamenti che vi dò, e li mettete in pratica, amando l’Eterno, il vostro Dio, camminando in tutte le sue vie, e tenendovi stretti a Lui, l’Eterno caccerà d’innanzi a voi tutte quelle nazioni, e voi v’impadronirete di nazioni più grandi e più potenti di voi». In una parola, li attendeva una vittoria sicura e certa; la distruzione di tutti i loro nemici e di tutti gli ostacoli, ed una entrata trionfale nella terra promessa, erano loro assicurate a patto che obbedissero di cuore agli statuti ed ai comandamenti più preziosi, che mai fossero stati indirizzati al cuore dell’uomo — statuti e giudizi che erano la voce stessa del loro Liberatore.

«Ogni luogo che la pianta del vostro piede calcherà, sarà vostro; i vostri confini si estenderanno dal deserto al Libano, dal fiume, il fiume Eufrate, al mare occidentale. Nessuno vi potrà stare a fronte; l’Eterno, il vostro Dio, come vi ha detto, spanderà la paura e il terrore di voi per tutto il paese dove camminerete».

Tutto il paese stava loro dinanzi, in lungo e in largo; dovevano solo impossessarsene come un dono gratuito di Dio; dovevano solo posare il loro piede con fede e fiducia su quella bella eredità, che la grazia sovrana aveva loro destinato. Vediamo tutto questo adempiuto nel libro di Giosuè, al capitolo 11, ove leggiamo: «Giosuè dunque prese tutto il paese, esattamente come l’Eterno aveva detto a Mosè; e Giosuè lo diede in eredità a Israele, tribù per tribù, secondo la parte che toccava a ciascuna. E il paese ebbe requie dalla guerra» (*) (vers. 23).

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(*) Fu, senza dubbio, per la fede, che Giosuè prese tutto il paese, non poteva prendere meno. Ma riguardo al possesso di fatto, il cap. 13 vers. 1, mostra che «Rimaneva ancora una grandissima parte del paese da conquistare».
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Ma, purtroppo, vi era pure il lato umano della questione. Il possesso di Canaan, promesso dall’Eterno, e realizzato per la fede da Giosuè, era una cosa; Canaan posseduto da Israele era tutt’altra cosa. Da ciò la gran differenza fra il libro di Giosuè e quello dei Giudici. Nel primo, vediamo la fedeltà infallibile di Dio riguardo alla sua promessa; nel secondo, vediamo le disastrose cadute d’Israele, fin dal principio Iddio aveva dato parola che nessuno avrebbe potuto sussistere dinanzi a loro, e la spada di Giosuè — tipo del grande Capitano della nostra salvezza — compie questa promessa fino ad un iota e ad un punto della sua parola. Ma il libro dei Giudici ci narra il triste fatto che Israele non potè cacciare il nemico, né prendere possesso dell’eredità divina, in tutta la sua regale magnificenza.

Ebbene! la promessa di Dio ha forse mancato allo scopo? No, ma ciò che si palesa è la completa impotenza dell’uomo. A «Ghilgal» lo stendardo della vittoria sventolava al disopra delle dodici tribù, che avevano alla testa il loro invincibile capitano. A «Bokin», il popolo piange sulla lamentevole rovina d’Israele.

Nel volume divino vediamo ovunque queste due cose, che non sono affatto difficili da capire. L’uomo non sa innalzarsi all’altezza della rivelazione divina e prendere possesso di ciò che la grazia gli dà. Questo è vero nella storia della Chiesa come in quella d’Israele. Nel Nuovo Testamento come nell’Antico, abbiamo Giosuè e i Giudici.

Vediamo la stessa cosa nella storia di ogni individuo, membro della Chiesa. Dov’è il cristiano la cui vita sia all’altezza dei suoi privilegi spirituali? Dov’è il figlio di Dio, che non abbia da deplorare quanto poco apprezzi realmente i grandi e santi privilegi dell’appello con cui Dio l’ha chiamato? Ma ciò non annulla la verità di Dio. La sua parola sussiste in tutta la sua integrità e resta stabile in perpetuo. Come nel caso d’Israele, il paese della promessa era loro dinanzi in tutta la sua estensione e in tutta la sua beltà, e, inoltre, essi potevano contare sulla fedeltà e l’onnipotenza di Dio per farveli entrare e darne loro il pieno possesso; — così, noi siamo «benedetti d’ogni benedizione spirituale nei luoghi celesti in Cristo»; non esistono limiti ai privilegi collegati alla nostra posizione, e il godimento che ne abbiamo dipende dalla fede che ci fa prendere possesso di tutto ciò che Iddio, nella sua grazia sovrana, ha fatto nostro in Cristo.

Non dimentichiamo che è il privilegio del cristiano di vivere all’altezza della rivelazione divina. Non c’è scusa per un cammino rilassato, per una vita superficiale. Non abbiamo il diritto di dire che non possiamo realizzare la pienezza della nostra parte in Cristo, che il vessillo è troppo elevato, i privilegi troppo vasti, che non possiamo sperare di godere benedizioni così meravigliose nel nostro stato attuale d’imperfezione.

Tutto ciò non è altro che incredulità, e dovrebbe, essere considerato come tale da ogni vero cristiano. Domandiamo: La grazia di Dio ci ha essa accordato questi privilegi? La morte di Cristo non ci ha dato forse diritto ad essi? Lo Spirito Santo non ha forse dichiarato che essi sono la sorte del più debole membro del corpo di Cristo? Se così è — e la Scrittura lo dichiara — perché non ne godremmo? Dal lato di Dio non ci sono ostacoli. È il desiderio del suo cuore che possediamo la pienezza della nostra parte in Cristo. Ascoltiamo gli auguri ardenti che l’apostolo esprime in favore dei santi d’Efeso, e di tutti i santi (Efesini 1:18-23).

Questa meravigliosa preghiera ci mostra con quale fervore lo Spirito di Dio augura che noi comprendiamo e godiamo dei gloriosi privilegi della vera posizione cristiana. Per mezzo del suo prezioso e divino ministero, egli vorrebbe mantenere i nostri cuori a quell’altezza benedetta, ma, purtroppo, come Israele, noi l’affliggiamo con la nostra colpevole incredulità, e priviamo le anime nostre di benedizioni incalcolabili.

Tuttavia, l’Iddio d’ogni grazia, il Padre di gloria, l’Iddio e Padre del nostro Signor Gesù Cristo, compirà ogni punto della sua preziosa Parola, a riguardo del suo popolo terrestre, quanto del suo popolo celeste. Israele godrà pienamente di tutte le benedizioni che gli sono assicurate dal patto eterno, e la Chiesa gusterà i frutti eccellenti di tutto ciò che l’amore eterno ed i consigli divini hanno preparato per lei in Cristo. Inoltre, il Consolatore può e vuole introdurre ogni credente nel godimento attuale della speranza del glorioso appello di Dio e nella potenza pratica di questa speranza, per distaccare il cuore dalle cose presenti e per metterlo a parte per Dio, in vera santità.

Possano i nostri cuori desiderare con più ardore la completa realizzazione di queste cose, e possiamo vivere di più come gente che trova la sua parte e il suo riposo in un Cristo risuscitato e glorificato! Voglia Iddio, nella sua infinita bontà, farlo nel nome e per la gloria del suo Figliuolo Gesù Cristo!

Gli ultimi versetti del nostro capitolo terminano la prima parte del libro del Deuteronomio. Essa consiste, come il lettore l’avrà notato, in una serie di discorsi indirizzati da Mosè alla congregazione d’Israele. Le ultime esortazioni, in perfetto accordo col resto, insistono sulla necessità dell’obbedienza, soggetto su cui il servitore di Dio non si stanca di ritornare, nei suoi commoventi discorsi di addio al popolo.

«Guardate, io pongo oggi dinanzi a voi la benedizione e la maledizione: la benedizione se ubbidite ai comandamenti dell’Eterno, del vostro Dio, i quali oggi vi dò; la maledizione, se non ubbidite ai comandamenti dell’Eterno, dell’Iddio ,vostro, e se vi allontanate dalla via che oggi vi prescrivo, per andar dietro a dèi stranieri che voi non avete mai conosciuti. E quando l’Eterno, il tuo Dio, t’avrà introdotto nel paese nel quale vai per prenderne possesso, tu pronunzierai la benedizione sul monte Gherizim, e la maledizione sul monte Ebal. Questi monti non sono essi di là dal Giordano, dietro la via di ponente, nel paese dei Cananei che abitano nella pianura dirimpetto a Ghilgal presso le querce di Moreh? Poiché voi state per passare il Giordano per andare a prender possesso del paese, che l’Eterno, l’Iddio vostro, vi dà; voi lo possederete e vi abiterete. ABBIATE DUNQUE CURA DI METTERE IN PRATICA TUTTE LE LEGGI E LE PRESCRIZIONI, CHE OGGI IO PONGO DINANZI A VOI» (vers. 26-32).

Abbiamo qui il riassunto di tutto. La benedizione è legata all’obbedienza, la maledizione alla disobbedienza. Il monte di Gherizim è dirimpetto al monte d’Ebal — fertilità e sterilità. — Vedremo, quando saremo giunti al capitolo 27, che il monte di Gherizim e le sue benedizioni sono completamente lasciate da parte; le maledizioni del monte d’Ebal colpiscono l’orecchio di Israele, mentre regna sul monte di Gherizim un silenzio terribile. «Tutti coloro che si basano sulle opere della legge sono sotto maledizione» (Galati 3:10). La benedizione d’Abrahamo non può posarsi che su quelli che sono sul terreno della fede. Ma svilupperemo questo soggetto in seguito.

12. Capitolo 12

Cominciamo qui una nuova parte del Deuteronomio. Poiché i discorsi compresi negli undici primi capitoli hanno stabilito il principio così importante dell’obbedienza, giungiamo all’applicazione pratica di questo principio nella vita del popolo, quando sarà entrato in possesso del paese. «Queste sono le leggi e le prescrizioni che avrete cura d’osservare nel paese che l’Eterno, l’Iddio dei tuoi padri, ti dà perché tu lo possegga, tutto il tempo che vivrete sulla terra».

È di somma importanza che il cuore e la coscienza siano condotti a riconoscere l’autorità divina, indipendentemente delle questioni minute. Questi troveranno posto quando il cuore avrà imparato a chinarsi, con una completa ed assoluta sottomissione, dinanzi all’autorità suprema della parola di Dio.

Abbiamo visto nella studio dei primi undici capitoli, che il legislatore si sforza di condurre il cuore d’Israele in questa condizione così essenziale. Occorreva, anzitutto, che il grande principio fondamentale di ogni moralità fosse perfettamente stabilito nel più profondo dell’anima. Ecco qual’è questo principio che concerne noi pure, noi cristiani: vale a dire il dovere assoluto dell’uomo di sottomettersi interamente alla parola di Dio, qualunque cosa gli comandi, ne comprendano il motivo. Il solo punto importante e conclusivo è: Ha Iddio parlato? Se ha parlato, questo basta. Non occorre altro.

Finché questo principio non è intieramente stabilito, o piuttosto finché il cuore non è governato completamente dalla sua forza morale, non siamo in grado di occuparci dei particolari. Se si lascia agire la propria volontà, se si permette alla cieca ragione di alzare la voce, allora il cuore comincerà a sollevare delle domande, e le difficoltà sorgeranno come tante pietre d’intoppo sul sentiero dell’obbedienza.

«Come! esclamerà qualcuno, non dobbiamo forse far uso della nostra ragione? Perché dunque ci è stata data?». A questa obiezione ci sono due risposte: anzitutto, la nostra ragione non è quel che era quando Iddio l’ha data all’uomo. Ricordiamoci che il peccato è entrato nel mondo; l’uomo è un essere scaduto; la sua ragione, il suo giudizio, la sua intelligenza, tutto il suo essere morale han fatto naufragio; e inoltre, è appunto l’oblio della parola di Dio che ha cagionato tutta questa rovina.

In secondo luogo, se la ragione fosse nel suo stato normale, essa lo proverebbe sottomettendosi alla parola di Dio. Ma essa non è sana; è cieca e completamente pervertita; non ha nessuna autorità nelle cose spirituali, divine, o celesti.

Se questo semplice fatto fosse ben capito, mille difficoltà sarebbero appianate e mille questioni risolte. È la ragione che fa gl’increduli. Satana mormora all’orecchio dell’uomo: «Tu sei dotato di ragione, perché non servirtene? Essa è stata data per servirsene in ogni cosa. Non devi dare il tuo assentimento a qualche cosa che la tua ragione non può comprendere. Come uomo, hai il diritto di sottomettere tutto al giudizio della tua ragione; soltanto i pazzi o gli idioti accettano con cieca credulità tutto ciò che si presenta loro».

Quale sarà la nostra risposta a insinuazioni così astute e pericolose? La seguente che è ben semplice e concludente: La parola di Dio è al disopra della ragione, quanto Iddio è al disopra della creatura, o quanto i cieli sono al disopra della terra. Per conseguenza, quando Iddio parla, tutti i ragionamenti devono tacere. Se si tratta soltanto della parola dell’uomo, del giudizio dell’uomo, dell’opinione dell’uomo, allora la ragione può, infatti, esercitare la sua influenza, ovvero, per parlare più correttamente, dobbiamo adoperarla per giudicare quel che ci dicono, secondo il solo modello perfetto, la parola di Dio. Ma se si permette alla ragione di discutere la parola di Dio, l’anima sarà immancabilmente immersa nelle tenebre dell’incredulità, donde la discesa nelle profondità terribili dell’ateismo non è che troppo facile.

Brevemente, noi dobbiamo attenerci a questa grande verità, che la sola base solida per l’anima è la fede nell’autorità suprema, nella maestà divina e nella piena sufficienza della parola di Dio. Su questo terreno stava Mosè, quando parlava al cuore ed alla coscienza d’Israele. Il suo unico e grande scopo era quello di condurre il popolo ad un’intiera sottomissione all’autorità divina. Voler sottomettere ogni precetto, ogni statuto, in una parola ogni istituzione della Parola, al controllo della ragione umana, è rigettare l’autorità divina, la Scrittura, la sicurezza e la pace. Quando, invece, l’anima è condotta dallo Spirito di Dio a questa sottomissione assoluta all’autorità della parola di Dio, allora ogni suo comandamento, ogni frase stessa del suo Libro prezioso, è ricevuta come procedente direttamente da Lui stesso, e riveste tutta l’importanza che la sua autorità comporta. Può darsi che non abbiamo una piena intelligenza di ogni ordinamento; ci basta di sapere che esso viene da Dio; Egli ha parlato — è sufficiente. Nessun fondamento solido di vera moralità può essere posto, finché questo gran principio non è stato afferrato, e l’anima non lo possiede pienamente.

I pensieri che abbiamo sviluppato, potranno servire a dare al lettore l’intelligenza del rapporto che vi è fra il capitolo che abbiamo sott’occhio e la prima divisione di questo libro, ed aiutarlo a comprendere l’importanza dei primi versetti del capitolo 12.

«Distruggete interamente tutti i luoghi dove le nazioni, che state per cacciare, servono i loro dèi: sugli alti monti, sui colli, e sotto qualunque albero verdeggiante. Demolirete i loro alberi, spezzerete le loro statue, darete alle fiamme i loro idoli d’Astarte, abbatterete le immagini scolpite dei loro dèi; e farete sparire il loro nome da quei luoghi» (vers. 2-3).

Il paese apparteneva all’Eterno; gl’Israeliti non erano che i suoi locatari; perciò il loro primo dovere, prendendone possesso, era di distruggere ogni traccia dell’antica idolatria. Era assolutamente indispensabile, per quanto intollerabile potesse parere alla ragione umana questo modo d’agire verso la religione altrui. Lo ammettiamo, era intollerante; ma come l’Iddio vivente e vero avrebbe potuto non esserlo verso i falsi dèi e l’idolatria? Sarebbe una vera bestemmia di supporre per un solo istante, che avesse potuto permettere il culto degli idoli nel suo paese.

Comprendiamo bene questo fatto. Non è che Iddio, nella sua misericordia, non sia paziente verso il mondo; pensiamo soltanto alla storia dei 6000 anni durante i quali la sua longanimità s’è esercitata in modo così meraviglioso, dai giorni di Noè, e non si è stancata nonostante il rigettamento del suo diletto Figliuolo.

Tutto ciò è fuori del grande principio esposto nel nostro capitolo. Israele doveva imparare che, prendendo possesso del paese dell’Eterno, il suo primo dovere era di cancellare ogni traccia d’idolatria. Il nome dell’Iddio che doveva essere «il loro unico Dio» era invocato sugl’Israeliti. Essi erano il suo popolo, ed Egli non poteva permettere che avessero comunione coi demoni. «Tu adorerai il Signore Iddio tuo, e servirai Lui solo».

Dal punto di vista delle nazioni incirconcise, ciò poteva parere molto intollerante, bigotto persino. Potevano vantarsi della loro libertà, e gloriarsi del loro modo così liberale di rendere un culto che ammetteva «parecchi dèi e parecchi signori». Secondo loro, vi sarebbe stata più larghezza di spirito lasciando ad ognuno le sue proprie idee in materia di religione, e la libera scelta dell’oggetto e del modo di render culto. Ovvero anche, come a Roma più tardi, erigere un Pantheon in cui tutti gli dèi del paganesimo trovassero posto; sarebbe stato, secondo loro, la prova evidente d’una civiltà ben più avanzata, più brillante e più raffinata. «Che cosa importa, avrebbero detto, la forma di religione d’un uomo, o l’oggetto del suo culto, purché egli sia sincero! Il grande scopo per ognuno, è di lavorare al progresso materiale, di contribuire alla prosperità nazionale, il mezzo più sicuro per salvaguardare gl’interessi individuali. Bisogna che ogni individuo abbia una religione, ma quanto alla forma di questa religione, essa è immateriale. La questione importante non è: Che cos’è la vostra religione? bensì: Che cosa siete voi stesso».

Queste idee potevano convenire mirabilmente alla mente carnale delle nazioni incirconcise, ma riguardo ad Israele, doveva ricordarsi di questa verità importante: «L’Eterno, il tuo Dio, è un unico Dio», e anche: «Non avrai altri dii nel mio cospetto». Tale era la loro religione: adorare il solo Dio vivente e vero, loro Creatore e loro Redentore. Presso di Lui, ogni vero adoratore, ogni membro di quell’assemblea circoncisa, il cui grande e santo privilegio era d’appartenere all’Israele di Dio, trovava ampiamente posto. Doveva importare loro poco l’opinione o le osservazioni delle nazioni che li circondavano. Che cosa sapevano essi dei diritti dell’Iddio d’Israele sul suo popolo circonciso? Erano esse competenti per decidere qualcosa al riguardo d’Israele? Certamente no: i loro ragionamenti e i loro argomenti non avevano dunque nessun valore. Israele non doveva badarvi; il suo dovere era di inchinarsi dinanzi all’autorità suprema ed assoluta della parola di Dio, la quale richiedeva che ogni traccia d’idolatria fosse completamente abolita in quel buon paese in cui essi avevano il privilegio di abitare. Non si trattava soltanto di farla finita con l’idolatria mettendo a pezzi le statue, per innalzare in loro vece degli altari al vero Dio, ma come l’Eterno l’aveva detto: «Non così farete riguardo all’Eterno, all’Iddio vostro; ma lo cercherete nella sua dimora, nel luogo che l’Eterno il vostro Dio, avrà scelto fra tutte le vostre tribù, per mettervi il suo nome; e quivi andrete; quivi recherete i vostri olocausti e i vostri sacrifici, le vostre decime, quel che le vostre mani avranno prelevato, le vostre offerte votive e le vostre offerte volontarie, e i primogeniti dei vostri armenti e dei vostri greggi; e quivi mangerete davanti all’Eterno, ch’è il vostro Dio, e vi rallegrerete, voi e le vostre famiglie, godendo di tutto ciò a cui avrete messo mano, e in cui l’Eterno, il vostro Dio vi avrà benedetti» (vers. 4-7).

Che grande ed importante verità rivelavano queste parole all’assemblea d’Israele! Il solo luogo dove essi dovevano rendere culto era scelto da Dio e non dall’uomo. La sua abitazione, il luogo dove si trovava la Sua presenza, doveva essere il gran centro d’Israele; là dovevano recare i loro sacrifici e le loro offerte, offrire il loro culto e trovare la loro gioia in comune.

Questo può sembrare esclusivo, e lo è difatti. Non poteva essere altrimenti. Poiché era piaciuto a Dio di scegliere un luogo per stabilirvi la sua dimora in mezzo al suo popolo riscattato, era necessarissimo che la celebrazione del loro culto si facesse là esclusivamente. Era una esclusione divina, in cui ogni anima pia e che amava l’Eterno trovava il suo piacere. Essa poteva dire con tutto il cuore: «O Eterno, io amo il soggiorno della tua casa e il luogo ove risiede la tua gloria». E anche: «Oh! quanto sono amabili le tue dimore, o Eterno degli eserciti! L’anima mia langue e vien meno, bramando i cortili dell’Eterno; il mio cuore e la mia carne mandan grida di gioia all’Iddio vivente... Beati quelli che abitano nella tua casa, essi ti loderanno del continuo!... Poiché un giorno nei tuoi cortili val meglio che mille altrove. Io vorrei piuttosto starmene sulla soglia nella casa del mio Dio, che abitare nelle tende degli empi» (Salmi 26 e 84).

Questa dimora dell’Eterno doveva essere cara al cuore di ogni vero Israelita. La propria volontà avrebbe potuto desiderare di andare qua e là; il cuore vagabondo avrebbe potuto desiderare un cambiamento; ma ogni adoratore vero e devoto non poteva trovare soddisfazione, benedizione, gioia e riposo, che nel luogo ove si trovava la presenza del suo Dio e dove Egli aveva messo il suo nome; sul terreno dove l’autorità della sua preziosa Parola era riconosciuta. Cercare un altro luogo di culto sarebbe stato non soltanto abbandonare la parola dell’Eterno, ma la sua santa dimora.

Vediamo lo sviluppo di questo principio in tutto il nostro capitolo. Mosè ricorda al popolo che, dal giorno in cui entrerebbe nel paese dell’Eterno, bisognava rinunciare ad ogni spirito d’indipendenza e di propria volontà che li aveva caratterizzati nelle pianure di Moab o nel deserto. «Non farete come facciamo oggi qui, dove ognuno fa tutto quel che gli par bene, perché finora non siete giunti al riposo e all’eredità che l’Eterno, il vostro Dio, vi dà. Ma quando avrete passato il Giordano, e abiterete il paese che l’Eterno, il vostro Dio, vi dà in eredità, e avrete requie da tutti i vostri nemici che vi circondano e sarete stanziati in sicurtà; allora recherete al luogo che l’Eterno, il vostro Dio, avrà scelto per dimora del suo nome, tutto quello che vi comando... Ti guarderai bene dall’offrire i tuoi olocausti in qualunque luogo vedrai; ma offrirai i tuoi olocausti nel luogo che l’Eterno avrà scelto per dimora del suo nome, tutto quello che vi comando» (vers. 8 a 14).

Vediamo così che, non soltanto riguardo all’oggetto, ma anche riguardo al luogo ed alla forma del culto, Israele doveva attenersi assolutamente al comandamento dell’Eterno. Da quando, dopo aver attraversato il fiume della morte, essi avevano, come popolo riscattato, posato il piede sul paese che Dio dava loro in eredità, non si trattava più di volontà propria riguardo al culto che si doveva renderGli. Ora che godevano del paese dell’Eterno e del riposo il loro servizio razionale ed intelligente doveva essere un’obbedienza assoluta alla sua Parola. Le cose che erano avvenute nel deserto, non potevano essere tollerate in Canaan. Più erano grandi i loro privilegi, più grande era pure la loro responsabilità.

Può darsi che coloro che si chiamano liberati, che pretendono alla libertà d’azione e di volontà, al diritto di giudizio privato in materia di religione, dichiarino che tutto ciò che ci ha occupati sia estremamente stretto e del tutto incompatibile con le luci del nostro secolo. Noi risponderemo loro semplicemente questo: Non aveva forse Iddio il diritto di prescrivere al suo popolo il modo di renderGli culto, e di precisare il luogo ove voleva incontrare Israele? Bisogna o negare la sua esistenza, o ammettere il suo diritto assoluto ed incontestabile a fissare il tempo e il luogo ove il suo popolo doveva avvicinarsi a Lui. Sarebbe forse una prova d’intelligenza, di elevata cultura di mente, o di larghezza di idee, il rifiutare a Dio i suoi diritti?

Se dunque Iddio ha il diritto di comandare, è forse della strettezza, o della bigotteria, da parte del suo popolo, di obbedire? Tale è la questione da risolvere; è semplicissima. La sola vera, larghezza di idee e di cuore, è d’obbedire ai comandamenti di Dio, e non c’era nessuna strettezza da parte d’Israele di andare ad offrire i sacrifici nel luogo prescritto, e rifiutare di recarsi altrove. I gentili incirconcisi potevano andare dove pareva loro, ma non il popolo di Dio.

Che privilegio inestimabile per tutti quelli che amavano Dio e si amavano l’un l’altro, di radunarsi nel luogo ove il suo nome era magnificato! E che commovente effetto della Sua grazia, quel desiderio di radunare il suo popolo attorno a Sé, ogni tanto! Questo fatto poteva forse nuocere ai diritti personali e ai privilegi domestici degl’Israeliti? Al contrario, ne erano considerevolmente aumentati. Iddio, nella sua bontà infinita, aveva cura di tutto, provava diletto a spandere la gioia e la benedizione sul suo popolo, individualmente e collettivamente, come leggiamo: «Quando l’Eterno, il tuo Dio, avrà ampliato i tuoi confini, come t’ha promesso, e tu, desiderando mangiar della carne dirai: “Vorrei mangiar della carne”, potrai mangiar della carne a tuo piacimento. Se il luogo che l’Eterno, il tuo Dio, avrà scelto per parvi il suo nome sarà lontana da te, potrai ammazzare del grosso e del minuto bestiame che l’Eterno t’avrà dato, come t’ha prescritto; e potrai mangiarne entro le tue porte a tuo piacimento. Soltanto, ne mangerai come si mangia la carne di gazzella e di cervo; ne potrà mangiare tanto chi sarà impuro quanto chi sarà puro» (vers. 20-22).

Non vediamo forse qui la bontà e le tenere compassioni con cui Iddio agiva per il bene e il godimento di ciascuno? La sola restrizione era questa: «Ma guardati assolutamente dal mangiarne il sangue, perché il sangue è la vita; e tu non mangerai la vita insieme con la carne. Non lo mangerai, lo spargerai per terra come acqua. Non lo mangerai affinché tu sia felice, tu e i tuoi figliuoli dopo di te, quando avrai fatto ciò che è retto agli occhi dell’Eterno» (vers. 23-25). Non si trattava fino a che punto gl’Israeliti comprendessero queste cose; non avevano che da ubbidire, onde essi prosperassero e i loro figli dopo loro; si trattava di riconoscere i diritti sovrani di Dio.

Dopo aver fatto quest’eccezione, il legislatore riprende il soggetto così importante del culto pubblico. «Ma quanto alle cose che avrai consacrate o promesse per voto, le prenderai e andrai al luogo che l’Eterno avrà scelto, e offrirai i tuoi olocausti, la carne e il sangue, sull’altare dell’Eterno, che è il tuo Dio; e il sangue dei tuoi sacrifici dovrà esser sparso sull’altare dell’Eterno, del tuo Dio, e tu ne mangerai la carne» (vers. 26-27).

Se la ragione o la volontà propria potessero parlare, direbbero forse: «Perché dovevano andar tutti allo stesso luogo? Non si poteva forse avere un altare in casa, o altrimenti, uno in ogni città principale, o al centro di ogni tribù?». Noi risponderemo: Iddio aveva comandato diversamente; e questo bastava per ogni vero Israelita. Anche quando fossimo incapaci, data la nostra ignoranza di vedere il perché delle cose, la semplice obbedienza è un obbligo e un dovere, e se camminiamo umilmente, gioiosamente e semplicemente, in questo sentiero dell’obbedienza, le nostre anime saranno certamente illuminate, e troveremo un’abbondanza di benedizioni ineffabili in questa vicinanza di Dio in cui saremo, e che è conosciuta soltanto da quelli che amano osservare i suoi comandamenti.

Sì, caro lettore, tale è il modo di rispondere a tutti i ragionamenti e a tutte le domande dello spirito carnale, che non si sottomette alla legge di Dio, e neppure lo può. Siamo noi tenuti a rendere conto agli increduli e ai ragionatori del motivo che ci fa agire? No, non ci compete; sarebbe una perdita di tempo e di pena, tanto più che queste persone sono del tutto incapaci di risponderci. Come potrebbe, un incredulo, per esempio, o una mente carnale, comprendere perché era comandato alle dodici tribù d’Israele, di adorare davanti ad un solo altare, di riunirsi in un solo luogo, attorno ad un solo centro? Impossibile; il grande motivo morale di un’istituzione così bella, è al disopra della sua comprensione.

Invece l’uomo spirituale, ne vede facilmente tutta la beltà; l’Eterno radunava il suo popolo diletto attorno a Sé, affinché si rallegrassero insieme davanti a Lui, e che Egli stesso potesse trovare una gioia particolare in loro. Non era questo una cosa preziosissima per il cuore di tutti quelli che amavano realmente il Signore?

Se il cuore era freddo e indifferente verso Dio, poco gl’importava il luogo di culto; ma ogni cuore amante e sincero, dai confini di Dan fino a Beer-Sheba, si recava con gioia nel luogo che l’Eterno aveva designato per invocare il suo nome, e ove Egli doveva incontrare il suo popolo. «Io mi son rallegrato quando mi han detto: Andiamo alla casa dell’Eterno» (Salmo 122:1-2) — centro di Dio per Israele.

Abbiamo qui le dolci effusioni, d’un cuore che amava l’abitazione dell’Iddio d’Israele — il suo centro benedetto, il luogo di radunamento delle dodici tribù di Israele — quel luogo a cui era associato, per ogni vero Israelita, tutto ciò che vi era di bello e di rallegrante in rapporto col culto dell’Eterno, e con la comunione del suo popolo.

Studiando il sedicesimo capitolo del nostro libro, avremo occasione di ritornare su questo bel soggetto; terminiamo questa parte citando gli ultimi versetti del capitolo che abbiamo sott’occhio.

«Quando l’Eterno, l’Iddio tuo, avrà sterminate davanti a te le nazioni là dove tu stai per entrare a spodestarle, e quando le avrai spodestate e ti sarai stanziato nel loro paese, guardati bene dal cadere nel laccio, seguendo il loro esempio, dopo che saranno state distrutte davanti a te, e dall’informarti dei loro dèi, dicendo: Queste nazioni come servivano esse ai loro dèi? Anch’io vo’ fare lo stesso. Non così farai riguardo all’Eterno, all’Iddio tuo; poiché esse praticavano verso i loro dèi tutto ciò che è abominevole per l’Eterno, e ch’Egli detesta; davan perfino alle fiamme i loro figliuoli e le loro figliuole, in onore dei loro dèi. Avrete cura di mettere in pratica tutte le cose che vi comando; e non vi aggiungerai nulla, e nulla ne toglierai».

La preziosa parola di Dio doveva formare come un recinto sacro attorno al suo popolo, dentro al quale potessero godere della sua presenza, e trovare il loro diletto nell’abbondanza della sua misericordia e della sua grazia; luogo in cui essi dovevano essere completamente da parte da tutto ciò che era contrario alla santità di Colui, la cui presenza era ad un tempo, la loro gloria, la loro gioia e la loro salvaguardia morale, contro ogni laccio e ogni abominazione.

Ma, purtroppo, essi non perseverarono; ben presto abbatterono i muri di questa cinta e si allontanarono dai santi comandamenti di Dio. Fecero le cose stesse che erano state loro proibite, e bentosto dovettero raccoglierne le terribili conseguenze. Ritorneremo più tardi su questo soggetto.

13. Capitolo 13

Questo capitolo contiene dei principi di grande importanza; si divide in tre parti distinte, ognuna delle quali è degna di particolare attenzione. Senza dubbio queste parole s’indirizzano anzitutto ad Israele, ma sono state scritte anche per il nostro ammaestramento, e più le studieremo accuratamente, più riconosceremo che gl’insegnamenti che racchiudono hanno un’importanza generale.

«Quando sorgerà in mezzo a te un profeta o un sognatore che ti mostri un segno o un prodigio, e il segno o il prodigio di cui ti avrà parlato succede ed egli ti dica: — Andiamo dietro a dèi stranieri (che tu non hai mai conosciuto) o ad essi serviamo; tu non darai retta alle parole di quel profeta o di quel sognatore; perché l’Eterno, il vostro Dio, vi mette alla prova per sapere se amate l’Eterno, il vostro Dio, con tutto il vostro cuore e con tutta l’anima vostra. Seguirete l’Eterno, l’Iddio vostro, temerete Lui, osserverete i suoi comandamenti, ubbidirete alla sua voce, a Lui servirete e vi terrete stretti. E quel profeta o quel sognatore sarà messo a morte, perché avrà predicato la ribellione contro l’Eterno, il vostro Dio, che vi ha tratti dal paese d’Egitto e vi ha redenti dalla casa di schiavitù, per spingerti fuori della via per la quale l’Eterno, il tuo Dio, t’ha ordinato di camminare. Così toglierai il male di mezzo a te» (vers. 1-5).

Vediamo qui come Iddio prevede tutti i casi di falsa dottrina e di falsa influenza religiosa. Sappiamo tutti come il povero cuore umano si lasci facilmente sedurre da ogni sorta di segni o di miracoli, soprattutto quando queste cose sono in rapporto con la religione. Si è visto questo non soltanto in Israele; ma ovunque e in ogni tempo. Tutto ciò che è soprannaturale o che sembra innalzarsi al disopra delle leggi ordinarie della natura, agisce sempre fortemente sullo spirito umano. Un profeta che sorgeva in mezzo al popolo, e accompagnava la sua dottrina con miracoli e segni e prodigi, era certo d’essere ricevuto, ascoltato, e acquistare influenza.

Satana ha sempre lavorato in questo modo, e continuerà con successo sino alla fine di questo secolo, per ingannare e trascinare alla loro distruzione eterna quelli che non vogliono ricevere le preziose verità dell’Evangelo. «Il mistero d’iniquità», che ha lavorato durante 18 secoli (*) nella Chiesa professante, sarà compiuto nella persona di «quell’empio, che il Signor Gesù distruggerà col soffio della sua bocca, e annienterà con l’apparizione della sua venuta. La venuta di quell’empio avrà luogo, per l’azione efficace di Satana, con ogni sorta di opere potenti, di segni e di prodigi bugiardi, e con ogni sorta d’inganno e d’iniquità a danno di quelli che periscono perché non hanno aperto il cuore all’amor della verità per esser salvati. E perciò Iddio manda loro efficacia d’errore onde credano alla menzogna; affinché tutti quelli che non han creduto alla verità ma si son compiaciuti nell’iniquità, siano giudicati» (2 Tessalonicesi 2:8-12).

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(*) Testo scritto nel XIX secolo.
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Al capitolo 24 di Matteo, anche il Signore mette i suoi discepoli in guardia contro questa stessa influenza: «Allora, se alcuno vi dice: — Il Cristo eccolo qui, eccolo là — non lo credete; perché sorgeranno falsi Cristi e falsi profeti, e faranno gran segni e prodigi da sedurre, se fosse possibile, anche gli eletti. Ecco, ve l’ho predetto» (Matteo 24:23-25).

Vediamo anche al capitolo 13 dell’Apocalisse, la seconda Bestia che sale dalla terra, il falso profeta, l’Anticristo, che fa grandi miracoli «fino a far scendere del fuoco dal cielo sulla terra in presenza degli uomini. E seduceva quelli che abitavano sulla terra coi segni che le era dato di fare in presenza della bestia, dicendo agli abitanti della terra di fare un’immagine della bestia che aveva ricevuta la ferita della spada ed era tornata in vita» (Apocalisse 13:13-14).

Ciascuno di questi tre passi della Santa Scrittura si riferisce a degli avvenimenti che accadranno dopo il rapimento della Chiesa. Ma non proseguiremo in questo soggetto; il nostro scopo, citando questi versetti, era di far vedere al lettore fin dove la potenza di Satana può giungere in segni e miracoli per sedurre e distogliere dalla verità, e per mostrare ad un tempo la sola salvaguardia divina e, per conseguenza, perfetta contro la potenza di seduzione del nemico.

Il cuore umano non ha assolutamente nessuna forza per resistere all’influenza dei «grandi segni e miracoli» fatti per sostenere l’errore più mortale; la sola cosa che possa fortificare l’anima e renderla capace di resistere al diavolo e a tutti i suoi inganni, è la Parola di Dio; possedere questo prezioso tesoro nel cuore, è il segreto divino per essere preservati da ogni errore, fosse anche appoggiato dai prodigi più stupefacenti.

Nel passo citato della 2a epistola ai Tessalonicesi, vediamo che il motivo per cui il mondo sarà sedotto dai segni e prodigi di menzogna di «quel Malvagio», è nel fatto «che essi non hanno ricevuto l’amar della verità per essere salvati». È l’amore della verità che preserva dall’errore, per quanto persuasivo ed affascinante sia, sostenuto persino dalla potenza evidente di segni e miracoli. Abilità, facoltà intellettuali, scienza ecc., tutto ciò è perfettamente impotente di fronte alle macchinazioni e alle astuzie di Satana. La più elevata intelligenza umana diventa facilmente la preda delle astuzie del serpente.

Ma, sia benedetto Iddio, gli artifizi, la furberia, i segni e i prodigi di menzogna, in una parola, tutti i mezzi che Satana può adoperare, non hanno alcuna potenza sopra un cuore governato dall’amore della verità. Persino un fanciullo che conosce, crede e ama la verità, è particolarmente protetto contro la potenza seduttrice del Maligno.

Quand’anche diecimila falsi profeti sorgessero e compissero i miracoli più straordinari per provare che la Bibbia non è la parola ispirata da Dio, o che il nostro Signor Gesù Cristo non è Dio sopra tutte le cose, benedetto eternamente, o per combattere la verità gloriosa che il sangue di Gesù Cristo, il Figliuol di Dio, purifica da ogni peccato, ovvero per distruggere qualche altra verità rivelata nella Santa Scrittura, tutto ciò non avrebbe nessun effetto qualsiasi, sul più semplice dei riscattati di Cristo, il cui cuore fosse governato dalla parola di Dio. Se anche un angelo, disceso dal cielo, predicasse qualche dottrina contraria a ciò che la Parola di Dio ci insegna, Iddio stesso ci autorizzerebbe a pronunciare l’anatema su lui, senza discussione o argomenti qualsiasi. Che grazia ineffabile è mai questa sicurezza morale e questo riposo che appartengono al più semplice e al più illetterato dei figli di Dio! Non siamo chiamati ad analizzare le false dottrine, né a considerare le prove esibite in loro favore; rigettiamo con fermezza tanto le une come le altre, semplicemente perché abbiamo la certezza della verità nel cuore, e che l’amiamo. «Non darai retta alle parole di quel profeta o di quel sognatore; perché l’Eterno, il vostro Dio, vi mette alla prova per sapere se amate l’Eterno, il vostro Dio, con tutto il vostro cuore e con tutta l’anima vostra».

Era questo, caro lettore, il punto importante per gli Israeliti; ed è lo stesso per noi. Per loro come per noi e per tutti, e sempre, la vera sicurezza morale è di avere il cuore fortificato dall’amore della verità, che non è che un’espressione diversa dell’amore di Dio. L’Israelita fedele, che amava l’Eterno con tutto il cuore e con tutta l’anima, aveva per tutti i falsi profeti che potevano sorgere, questa risposta: «Non darai retta». Quando non si ascolta il nemico, esso non giungerà al cuore. Le pecore seguono il Pastore; «poiché conoscono la sua voce. Esse non seguiteranno un estraneo», — nonostante segni e miracoli, — «ma fuggiranno lungi da lui». Perché? Forse perché sono capaci di discutere e d’analizzare? No, grazie e lode siano rese a Dio! ma «perché non conoscono la voce degli estranei». Il semplice fatto di non conoscere la sua voce, è un motivo sufficiente per non seguire il falso profeta.

Tutto questo è ben atto a consolare e incoraggiare le pecore del gregge di Cristo. Esse odono la voce del loro fedele e buon Pastore, possono radunarsi attorno a Lui e trovare nella sua presenza un vero riposo ed una sicurezza perfetta. Egli le fa riposare in verdeggianti pascoli, e li conduce lungo le acque tranquille del suo amore. Lo stato di debolezza in cui possono trovarsi, non è un ostacolo al riposo e alla benedizione, anzi, questa debolezza stessa li spinge a cercare un rifugio nelle braccia dell’Onnipotente. Riconoscendola, è meno da temere che una forza illusoria, attinta in una vana fiducia nella nostra propria saggezza, nella nostra intelligenza e nelle nostre cognizioni scritturali. Soltanto, dobbiamo aver cura di tenerci ben vicini al Signore, nel sentimento della nostra propria debolezza, della nostra nullità; custodiamo la sua preziosa Parola nei nostri cuori, ch’essa sia il cibo giornaliero delle anime nostre, il pane vivente dell’uomo interiore.

Giungiamo ora al secondo paragrafo del nostro capitolo, ove il popolo dell’Eterno è messo in guardia contro un altro laccio del diavolo. Quanto sono numerosi e vari! Che terribili pericoli offrono al popolo di Dio! Ma, sia benedetto il suo santo nome, Egli ha provveduto ampiamente a tutto nella sua Parola.

«Se il tuo fratello, figliuolo di tua madre, o il tuo figliuolo o la tua figliuola o la moglie che riposa sul tuo seno o l’amico che ti è come un altro te stesso t’inciterà in segreto dicendo: — Andiamo, serviamo ad altri dèi; dèi che né tu, né i tuoi padri avete mai conosciuti, dèi dei popoli che vi circondano, vicini a te o da te lontani, da un’estremità all’altra della terra, tu non acconsentire, non gli dar retta; l’occhio tuo non abbia pietà per lui; non lo risparmiare, non lo ricettare; anzi uccidilo senz’altro; la tua mano sia la prima a levarsi su lui, per metterlo a morte; poi venga la mano di tutto il popolo; lapidatelo, e muoia, perché ha cercato di spingerti lungi dall’Eterno dall’Iddio tuo, che ti trasse dal paese d’Egitto, dalla casa di schiavitù. E tutto Israele l’udrà e temerà e non commetterà più nel mezzo di te una simile azione malvagia» (vers.6-11).

Qui abbiamo qualcosa di completamente diverso dal falso profeta o dal sognatore. Migliaia di persone che avrebbero forse resistito all’influenza di costoro, cederebbero alla potenza attraente e seduttrice delle affezioni naturali, tanto è difficile di resistervi.

Un occhio semplice, un proposito deciso del cuore, e una dedizione completa, sono cose indispensabili per agire fedelmente di fronte a quelli che sono legati ai nostri cuori da tenere affezioni. Resistere ad un profeta col quale non si ha nessuna relazione personale, non è una prova paragonabile a quella di dover agire con ferma decisione, verso una moglie diletta, un caro fratello o un intimo amico.

Ma quando i diritti di Dio, di Cristo, della verità, sono in gioco, non ci dev’essere esitazione di sorta. Se qualcuno cercasse di servirsi dei legami d’affezione per distoglierci dall’obbedienza a Cristo, dovremmo resistergli con fermezza assoluta. «Se uno viene a me e non odia suo padre, e sua madre, e la moglie, e i fratelli, e le sorelle, e finanche la sua propria vita, non può essere mio discepolo» (Luca 14:26).

È molto importante per noi di ben comprendere questo lato della verità, e di dargli il posto che gli appartiene, poiché la povera ragione cieca non può che pervertirlo per quelli che le prestano orecchio. Purtroppo, essa è un agente di cui Satana si serve costantemente per esercitare il suo potere nelle cose di Dio. In materia umana e terrestre, la ragione può aver il suo valore; ma in tutto ciò che appartiene al dominio divino e celeste, non soltanto è senza valore, ma positivamente perniciosa.

Qualcuno chiederà: Qual’è dunque il vero senso morale di Luca 14:26 e di Deuteronomio 13:8-10? Questi passi non significano certamente che dobbiamo essere «senza affezione naturale», carattere particolare dell’apostasia degli ultimi giorni. Iddio stesso, ha stabilito le nostre relazioni naturali, e ad ognuna d’esse rispondono delle affezioni, il cui esercizio è in armonia col pensiero di Dio. Il cristianesimo non è incompatibile con le nostre relazioni naturali, ma introduce una potenza per cui le responsabilità inerenti a queste relazioni, sono comprese e compiute alla gloria di Dio. Inoltre, lo Spirito Santo ci ha dato nelle epistole le istruzioni più particolareggiate, riguardo ai mariti, alle mogli, ai genitori, ai figli, ai padroni e ai servitori, mettendo in tal modo la sanzione divina su queste relazioni e sulle affezioni che ne derivano.

Tutto questo è chiaro; ma come farlo accordare con ciò che ci è detto in Luca 14 e Deuteronomio 13? Facendo attenzione, vedremo che vi è fra questi passi e quel che ci occupa, un’armonia divina; essi si applicano unicamente a dei casi in cui le nostre relazioni e affezioni naturali si pongono fra noi e i diritti di Dio e di Cristo; allora bisogna rinunciare, poiché se si impadroniscono d’un dominio del tutto divino, la sentenza di morte deve essere pronunciata su di esse.

Contemplando la vita del solo uomo perfetto che abbia mai camminato sulla nostra terra, possiamo vedere in qual modo divino rispondeva a ciò che il suo doppio titolo d’uomo e di servitore reclamava. Egli poteva dire a sua madre: «Donna, che vi è fra me e te?» e più tardi al momento opportuno, raccomandare questa madre con una tenerezza squisita, alle cure del discepolo ch’Egli amava. Come anche poteva dire ai suoi genitori: «Non sapevate ch’io dovevo attendere alle cose del Padre mio?» e, ad un tempo, ritornare con loro a Nazareth ed esser loro sottomesso. Così i precetti delle Sante Scritture, e le vie perfette di Cristo, ci insegnano come rispondere giustamente ai diritti della natura e a quelli di Dio.

Può darsi tuttavia che il lettore provi una gran difficoltà a conciliare il comandamento di Deuteronomio 13:9-10, con un Dio d’amore, e con la grazia e la mansuetudine e la tenerezza manifestata nel Nuovo Testamento. Facciamo attenzione anche qui di non ascoltare la ragione che pretende sempre di immischiarsi di ciò che, in modo assoluto, il governo divino prescrive. In realtà non fa che dimostrare così il suo accecamento e la sua follia.

Per venire in aiuto ad ogni anima sincera che non fosse al chiaro su questa questione, ricordiamoci ciò che, nell’esame dei primi capitoli di questo libro, abbiamo detto sul soggetto delle dispensazioni governamentali di Dio verso Israele e verso le nazioni. È pure molto importante di fare la differenza fra le due dispensazioni della legge e della grazia. Se questa differenza non è afferrata in modo chiaro, dei passi come quello di Deuteronomio 13:9-10, offriranno grandi difficoltà. Il gran principio caratteristico della dispensazione giudea era la giustizia, e quello del cristianesimo la grazia, pura, senza mescolanza. Se questa verità è ben capita, ogni difficoltà cade. Era perfettamente giusto, coerente, e in perfetta armonia coi pensieri di Dio, che Israele uccidesse i suoi nemici; l’Eterno glielo aveva comandato, come pure d’eseguire il giudizio, anche fino alla morte, verso ogni membro dell’assemblea che avesse cercato di attirarli verso i falsi dèi, come lo leggiamo qui. Agire così era del tutto in accordo con i grandi principi di governo e di legge, sotto cui gli Israeliti erano posti, secondo la sapienza di Dio. Vediamo lo stesso principio in tutto l’Antico Testamento. Il governo di Dio in Israele e il suo governo nel mondo, in rapporto con Israele, erano sul principio della giustizia; e nel futuro, sarà lo stesso. «Io farò sorgere a Davide un Germoglio giusto, il quale regnerà da re, e prospererà e farà ragione e giustizia nel paese» (Geremia 23:5).

Nel cristianesimo vediamo tutt’altra cosa. Il Nuovo Testamento, gl’insegnamenti e gli atti del Figliuol di Dio, ci pongono sopra un terreno interamente nuovo, in una nuova atmosfera; brevemente, è la grazia in tutta la sua purezza.

Come esempio di questa dottrina della grazia, citiamo un brano o due di ciò che è chiamato il Sermone sul monte: «Voi avete udito che fu detto: Occhio per occhio e dente per dente. Ma io vi dico: Non contrastate al male; anzi, se uno ti percuote sulla guancia destra, porgigli anche l’altra; ed a chi vuol litigar teco e toglierti la tunica, lasciagli anche il mantello. E se uno ti vuol costringere a far seco un miglio, fanne con lui due. Dà a chi ti chiede, e a chi desidera da te un imprestito, non voltar le spalle. Voi avete udito che fu detto: Ama il tuo prossimo e odia il tuo nemico. Ma io vi dico: Amate i vostri nemici, benedite quelli che vi maledicono, fate del bene a quelli che vi odiano, e pregate per quelli, che vi perseguitano, affinché siate figliuoli del Padre vostro che è nei cieli; poiché Egli fa levare il sole sopra i malvagi e sopra i buoni, e fa piovere sui giusti e sugl’ingiusti... Voi dunque siate perfetti, com’è perfetto il Padre vostro celeste» (Evang. di Matteo 5:38-48).

Non è nostra intenzione di fermarci su questi bei brani; li abbiamo semplicemente citati al lettore, per fargli vedere la differenza immensa che esiste fra la dispensazione giudea e la dispensazione cristiana, ciò che era perfettamente giusto e coerente per il giudeo, poteva essere esattamente il contrario per un cristiano.

Questo è tanto semplice che un fanciullo lo comprenderebbe, e tuttavia parecchi dei diletti di Dio sembra non siano al chiaro su questo soggetto. Pare loro del tutto legittimo, per dei cristiani di andare per giustizia o alla guerra, e di mescolarsi al mondo. Chiederemo a tali persone: «Dove è insegnato questo nel Nuovo Testamento? Vi troviamo forse una sola parola uscita dalle labbra del nostro Signore Gesù Cristo, o dalla penna dello Spirito Santo, per sanzionarlo?». È inutile dire: «Noi pensiamo così». I nostri pensieri non hanno nessun peso. Di tutto ciò che si rapporta alla fede e alla condotta cristiane, bisogna dire: «Che cosa dice il Nuovo Testamento? Che cosa c’insegna il nostro Signore e Maestro, e come ha Egli agito?» Egli c’insegna che il suo popolo di oggi non deve agire come il suo popolo d’Israele. Giustizia, era il principio dell’antica dispensazione; grazia è quello della nuova.

Numerosi brani della Scrittura ci mostrano che tale era l’insegnamento di Cristo. E come agiva Egli stesso? Manteneva Egli i suoi diritti? Esercitava forse una potenza mondana? Ricorreva forse alla legge? Si vendicava Egli, o rendeva forse il contraccambio? Quando i suoi poveri discepoli, completamente ignoranti dei principi celesti, e dimenticando totalmente il suo modo d’agire, gli chiedono il permesso di far scendere il fuoco dal cielo perché consumasse gli abitanti d’un certo villaggio di Samaritani che s’erano rifiutati di ricevere il Signore, che cosa risponde Egli? «Ma Egli, rivoltosi, li sgridò e disse: Voi non sapete da quale spirito siate animati! E se ne andarono in un altro villaggio» (Luca 9:54-56). Era perfettamente in accordo con lo spirito, col principio e con la dispensazione di cui Elia era il rappresentante, di far scendere il fuoco dal cielo onde consumare gli uomini mandati da un’re empio, per arrestare il profeta. Ma il nostro Signore Gesù Cristo era il perfetto e divino rappresentante d’una tutt’altra dispensazione. Dal principio alla fine, la sua vita è stata una vita di rinunciamento e di sottomissione. Non ha mai fatto valere i suoi diritti. Egli venne su questa terra per rappresentare Dio, per essere, in ogni cosa, la perfetta espressione del Padre. Il carattere del Padre si mostrava, con la massima evidenza, nel suo sguardo, nelle sue parole, nei suoi atti, nei suoi stessi movimenti.

Tale era Cristo, il Signore, quand’era quaggiù fra gli uomini, e tale era il suo insegnamento. Egli faceva ciò che insegnava, e insegnava ciò che faceva. Le sue parole esprimevano quel ch’Egli era, e le sue vie dimostravano le sue parole. Venne per servire e per dare, e tutta la Sua vita è stata marcata da questi due caratteri, dalla mangiatoia alla croce.

Gesù non è forse il nostro grande esempio in ogni cosa? Il nostro carattere e la nostra carriera come cristiani, non debbono forse essere formati secondo i suoi insegnamenti e le sue vie? Come impareremmo il modo in cui dobbiamo camminare quaggiù, se non ascoltando le sue parole e considerando le sue vie perfette? Se noi, cristiani, dovessimo essere guidati e governati dai principi e dai precetti della legge mosaica, allora certamente dovremmo ricorrere alla legge, mantenere i suoi diritti, impegnarci a combattere per distruggere i nostri nemici. Che ne sarebbe allora dell’esempio del nostro adorabile Signore e Salvatore, e degl’insegnamenti dello Spirito Santo nel Nuovo Testamento? Comprende, il lettore, che condursi così sarebbe per il cristiano agire in flagrante opposizione con gl’insegnamenti e l’esempio del suo Signore e Salvatore?

Qui, nuovamente, ci si presenterà l’antica domanda, tanto sovente ripetuta: «Che diverrebbero il mondo, le sue istituzioni, la società, se tali principi dominassero universalmente?». Lo storico incredulo, parlando dei primi cristiani e del loro rifiuto di unirsi all’esercito romano, chiede ironicamente: «Che cosa sarebbe divenuto l’impero circondato com’era dai barbari da ogni lato, se ognuno si fosse permesso di avere idee così pusillanimi?». Risponderemo che, se questi principi spirituali e celesti dominassero universalmente, non vi sarebbero né guerre, né lotte, e così nessun bisogno né di soldati, né di eserciti, né di agenti di polizia; non si commetterebbero misfatti, non vi sarebbero dispute a riguardo di proprietà, e per conseguenza nessun bisogno di corti di giustizia, di giudici e di magistrati; in una parola, il mondo com’è al presente finirebbe; i regni della terra diverrebbero i regni del nostro Signore e del suo Cristo.

Ma il fatto è che questi principi non sono affatto per il mondo, e il mondo non potrebbe adottarli o conformarsi ad essi nemmeno per un istante; ciò recherebbe una completa rottura di tutto il sistema di cose attuale, la dissoluzione di tutta la costituzione sociale quale esiste ora.

Perciò le obiezioni degli increduli cadono come polvere ai nostri piedi, nello stesso modo come le questioni e le difficoltà basate su esse, sono senza alcuna forza morale. I principi celesti non sono per questo «presente secolo malvagio», sono per la Chiesa che non è del mondo, come Gesù non è del mondo. Il nostro Signore disse a Pilato: «Se il mio regno fosse di questo mondo, i miei servitori combatterebbero perché io non fossi dato in man dei Giudei; ma ora il mio regno non è di qui» (Evang. di Giovanni 18:36).

Notate la parola «ora». Bentosto i regni di questo mondo diverranno quelli del nostro Signore; ma ora Egli è rigettato, e tutti quelli che gli appartengono sono chiamati ad essere rigettati come Lui, a seguirlo fuori del campo, e a camminare come dei pellegrini e degli stranieri quaggiù, aspettando il momento in cui Egli verrà per prenderli a Sé, affinché dove Egli è, siano essi pure.

Quel che produce la terribile confusione attuale, è il continuo sforzo di Satana per mescolare il mondo e la Chiesa; è una delle sue astuzie speciali, la quale ha contribuito più di quel che si supponga, a distruggere la testimonianza della Chiesa di Dio e ad impedirne i progressi. È ciò che sconvolge tutto e confonde delle cose che differiscono essenzialmente e sono in flagrante opposizione col vero carattere della Chiesa, con la sua posizione, il suo cammino e la sua speranza. Talvolta udiamo quest’espressione: «il mondo cristiano». Che cosa significa? È semplicemente lo sforzo di unire due cose che, nella loro sorgente, nella loro natura e nel loro carattere, sono tanto differenti come il giorno e la notte. È voler cucire un pezzo di panno nuovo ad un vestito vecchio, il che, come lo dice il nostro Signore, non fa che rendere lo strappo più grande.

Lo scopo di Dio non è di cristianizzare il mondo, ma di chiamare il suo popolo fuori del mondo, per essere un popolo celeste, governato da principi celesti, formato per uno scopo celeste, e rallegrato da una speranza celeste. Finché non abbiamo capito questo, e non è realizzata in potenza vivente nell’anima la verità riguardo all’appello e al cammino della Chiesa, vi saranno dei gravi errori nella nostra opera, nel nostro cammino e nel nostro servizio. Faremo un falso uso delle Scritture dell’Antico Testamento, non solo riguardo ai soggetti profetici, ma in ciò che si rapporta a tutto il nostro cammino pratico; è impossibile di calcolare la perdita che può risultare dal non aver capito la chiamata, la posizione e la speranza della Chiesa di Dio, la sua associazione, la sua identificazione, la sua unione vivente con un Cristo rigettato, risuscitato e glorificato.

Non possiamo estenderci di più su questo soggetto così prezioso e interessante; tuttavia, indicheremo ancora al lettore alcuni esempi del modo in cui lo Spiorito cita ed applica la Scrittura dell’Antico Testamento. Leggete, fra l’altro, il brano seguente del bel Salmo 34: «La faccia dell’Eterno è contro quelli che fanno il male, per sterminar di sulla terra la loro memoria». Poi, notate il modo in cui lo Spirito Santo cita questo versetto nella 1a epistola di Pietro, cap. 3:12: «La faccia del Signore è contro quelli che fanno il male». Non parla di sterminare. E perché? Per il motivo che il Signore non agisce ora sul principio di sterminare il malvagio sulla terra; agiva così sotto la legge, e lo farà nel suo regno più tardi; ma ora agisce in grazia e in pazienza. La sua faccia è tanto decisamente contro quelli che fanno il male, come lo è stata o come lo sarà, ma non adesso per sterminare dalla terra la loro memoria. L’esempio più colpente di questa meravigliosa grazia, di questa clemenza, e della differenza fra i due principì su cui ci siamo fermati, è dimostrato dal fatto che gli uomini stessi i quali, con mani inique, han crocifisso il suo unico e diletto Figliuolo, invece di essere sterminati di sulla terra, sono stati i primi a udire il messaggio di perdono completo e gratuito per mezzo del sangue della croce.

Potrà sembrare a qualcuno che diamo troppa importanza ad una semplice frase dell’Antico Testamento; non credetelo. Se non avessimo che questo solo esempio, sarebbe un grave errore di trattarlo con indifferenza. Il fatto è che vi è una quantità di brani dello stesso carattere di quello che abbiamo citato, e che mostrano tutti il contrasto fra le dispensazioni giudaiche e cristiane, e anche fra il cristianesimo e il regno futuro.

Iddio agisce ora in grazia verso il mondo, e noi dovremmo fare lo stesso, se desideriamo essere simili a Lui, ed è ciò a cui siamo chiamati. «Voi, dunque, siate perfetti, com’è perfetto il vostro Padre celeste» (Matteo 5:48). E anche: «Siate dunque imitatori di Dio come figliuoli diletti, e camminate nell’amore, come anche Cristo ci ha amati e ha dato Se stesso per noi, come offerta e sacrificio a Dio, in profumo di buon odore» (Efesi 5:1-2).

Ecco il nostro modello. Siamo esortati a seguire l’esempio del nostro Padre, a imitarlo. Non mette il mondo sotto la legge, non mantiene i suoi diritti con la mano forte del potere. Bentosto lo farà; ma ora è il giorno della grazia, Egli spande le sue benedizioni in profusione, sopra quelli la cui vita è inimicizia e ribellione contro Lui.

Tutto questo è meraviglioso, e noi cristiani, siamo chiamati ad agire secondo questo glorioso principio morale. Si dirà forse: «Come potremmo vivere in questo mondo, e dirigere i nostri affari secondo tali principi? Saremmo derubati, rovinati; persone male intenzionate s’approfitterebbero di noi, se sapessero che non ci rivolgeremmo ai giudici; ci rapirebbero i nostri beni, si farebbero imprestare del denaro, o occuperebbero le nostre case, e rifiuterebbero di pagarci. In una parola, non potremmo camminare in un tale mondo, se non mantenessimo i nostri diritti. Perché ci sarebbero le leggi, se non per insegnare alle persone a condursi bene? Le autorità ordinate da Dio, non lo sono forse con lo scopo di mantenere la pace e il buon ordine fra noi? Che diverrebbe la società, se non avessimo dei soldati, dei magistrati e dei giudici? E se Dio ha stabilito tali cose, perché noi, suo popolo, non ne approfitteremmo? E non solo questo, ma chi è più capace del popolo di Dio di occupare dei posti d’autorità e di potenza, o di maneggiare la spada della giustizia?»

Vi è senza dubbio molta forza apparente in tutta questa serie di argomenti. Le potenze che esistono sono stabilite da Dio. Il re, il governatore, il giudice, il magistrato sono, ognuno, al proprio posto, l’espressione della potenza di Dio. È Dio che riveste ognuno del potere che ha; è Lui che ha messo la spada in mano al principe, per punire quelli che fanno il male e lodare quelli che fanno il bene. Tutto ciò è chiaro. Il mondo, com’è ora, non potrebbe sussistere un sol giorno, se l’ordine non fosse mantenuto dalla forte mano delle autorità. Non potremmo vivere, o almeno, la vita sarebbe intollerabile, se i malfattori non fossero trattenuti dalla spada della giustizia.

Ma, pur ammettendo tutto ciò, come ogni cristiano intelligente e ammaestrato dalla Scrittura deve farlo, questo non concerne affatto la questione del cammino del cristiano in questo mondo. Il cristianesimo riconosce pienamente tutte le istituzioni governative del paese, ma il cristiano non deve ingerirsene, non lo concerne. Ovunque si trova, e qualunque siano il carattere o i principi del governo del paese ove abita, è suo dovere di riconoscere la sua autorità, di pagar le imposte, di pregare per le autorità, di onorare i magistrati nel loro incarico, di rispettar le leggi, di pregare per la pace del paese, e di vivere in pace con tutti, per quel che gli è possibile. Il nostro Maestro, sia benedetto il suo santo Nome, ce ne ha dato un perfetto esempio.

Nella sua notevole risposta agli Erodiani, riconosce il principio della sottomissione alle autorità che esistevano: «Rendete a Cesare quel che è di Cesare e a Dio quel che è di Dio» (Evang. di Matteo 22:21). E non solo questo, ma lo troviamo pure che paga il tributo, benché personalmente ne fosse esente. Essi non avevano il diritto di esigerlo da Lui, come lo fa vedere a Pietro. Si potrebbe dire: «Perché non reclama egli?». Avrebbe egli voluto reclamare o accusare? No; ascoltate l’ammirevole risposta che da a Pietro: «Ma, per non scandalizzarli, vattene al mare, getta l’amo e prendi il primo pesce che verrà su; e, apertagli la bocca, troverai uno statere. Prendilo e dallo loro per me e per te» (Matteo 17:27).

E qui ritorniamo alla nostra tesi, cioè: Qual è il sentiero del cristiano in questo mondo? Egli deve seguire il suo Maestro, imitarlo in ogni cosa. Faceva forse valere i suoi diritti? Ricorreva alla legge? Cercava forse di governare il mondo? Si ingeriva forse degli affari politici o giudiziari? Si serviva della spada? Acconsentiva d’essere giudice o arbitro, anche quando lo si chiamava? Tutta la sua vita non è forse stata, dal principio alla fine, una vita di rinunciamento e d’abnegazione?

Lasciamo che il lettore cristiano cerchi da sé nel proprio cuore la risposta a queste domande, e ciò affinché ne sia prodotto l’effetto pratico nel suo cammino. Speriamo pure che le verità presentate più su, gli diano l’intelligenza di brani simili a quelli di Deuteronomio 13:9-10. L’opposizione all’idolatria, e la separazione dal male certamente tanto necessarie per noi come un tempo per Israele, non si manifestano nello stesso modo. La Chiesa è chiamata a rigettare il male e quelli che lo commettono, ma non nello stesso modo d’Israele: non è suo dovere di lapidare gl’idolatri ed i bestemmiatori, o di bruciare gli stregoni. La Chiesa di Roma ha agito su questo principio, e anche dei protestanti — questo alla vergogna del protestantesimo — hanno seguito il suo esempio (*).

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(*) La morte di Servet, bruciato nel 1553, a causa delle sue opinioni teologiche, è una terribile macchia nella storia della Riforma e dell’uomo che ha sanzionato un modo di procedere così anticristiano. Le idee di Servet erano, è vero, interamente false; egli sosteneva l’eresia di Ario che è una bestemmia contro il Figliuol di Dio. Ma fare morire lui o altri a causa d’una falsa dottrina, era un peccato flagrante contro lo spirito e i principi del Vangelo, era un frutto deplorevole dell’ignoranza riguardo alla differenza essenziale che esiste fra il Giudaismo e il Cristianesimo.
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La Chiesa non è chiamata a servirsi della spada temporale. Le è assolutamente vietato; sarebbe una smentita netta data alla sua chiamata, al suo carattere e alla sua missione. Quando Pietro, nel suo zelo ignorante e carnale, trasse la spada per difendere il suo Maestro, questi lo riprese con le sue parole fedeli, e lo insegnò col suo atto di misericordia: «Rimetti la tua spada nel fodero; poiché tutti quelli che avranno presa la spada, periranno per la spada» (Matteo 26:52). Rimproverato così il suo discepolo ben intenzionato ma poco intelligente, Egli riparò il suo sbaglio guarendo il male. «Le armi della nostra guerra non sono carnali, ma potenti nel cospetto di Dio a distruggere le fortezze; poiché distruggiamo i ragionamenti ed ogni altezza che si eleva contro alla conoscenza di Dio e facciamo prigione ogni pensiero traendolo all’ubbidienza di Cristo» (2 Corinzi 10:4-5).

La chiesa professante si è completamente sviata per quanto riguarda questa grande ed importante questioni. Si è unita al mondo, ed ha cercato di sostenere la causa di Cristo per mezzo d’un’azione mondana e carnale; nella sua ignoranza, ha cercato di mantenere la fede cristiana rinnegandola in modo vergognoso, nella pratica. Degli eretici posti dietro suoi ordini sul rogo, ecco una terribile macchia sulle pagine della storia della Chiesa, e non ci si può fare una giusta idea delle terribili conseguenze risultanti dalla falsa nozione, che la Chiesa sia chiamata a prendere il posto d’Israele e ad agire secondo i suoi principi (*). Questo ha falsato completamente la sua testimonianza e le ha tolto il suo carattere essenzialmente spirituale e celeste; è ciò che l’ha condotta in una via che fa capo a quel che leggiamo in Apocalisse 17 e 18. Chi legge, comprenda.

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(*) Sono due cose del tutto diverse per la Chiesa, di trarre ammaestramento dalla storia d’Israele o di prendere il posto di questo popolo, di agire secondo i suoi principi e di appropriarsi le sue promesse. La prima è un dovere e un privilegio della Chiesa, l’altra è un fatale errore in cui essa è caduta.
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Speriamo che ciò che è stato detto più su impegni i nostri lettori a considerare bene alla luce del Nuovo Testamento il soggetto che ci ha occupati e che Iddio, nella sua bontà infinita, si serva di questo mezzo per condurli a vedere chiaramente il sentiero di assoluta separazione nel quale, come cristiani, siamo chiamati a camminare nel mondo, ma non come essendo del mondo; il nostro Signor Gesù Cristo non era del mondo. Questa verità, una volta capita, risolverà una quantità di difficoltà, e fornirà un gran principio generale che potrà applicarsi a molti particolari della vita pratica.

Terminiamo ora il nostro studio sul 13° capitolo del Deuteronomio, esaminando il contenuto degli ultimi versetti.

«Se sentirai dire di una delle tue città che l’Eterno, il tuo Dio, ti dà per abitarle: Degli uomini perversi sono usciti di mezzo a te e hanno sedotto gli abitanti della loro città dicendo: Andiamo, serviamo ad altri dèi (che voi non avete mai conosciuti), tu farai delle ricerche, investigherai, interrogherai con cura; e, se troverai che sia vero, che il fatto sussiste e che una tale abominazione è stata realmente commessa in mezzo a te, allora mettimi senz’altro a fil di spada gli abitanti di quella città, la voterai allo sterminio, con tutto quel che contiene, e passerai a fil di spada anche il suo bestiame. E radunerai tutto il bottino in mezzo alla piazza, e darai interamente alle fiamme la città con tutto il suo bottino, come sacrificio arso intieramente all’Eterno, che è il vostro Dio; essa sarà in perpetuo un mucchio di rovine, e non sarà mai più riedificata. E nulla di ciò che sarà così votato allo sterminio s’attaccherà alle tue mani, affinché l’Eterno si distolga dall’ardore della sua ira, ti faccia misericordia, abbia pietà di te e ti moltiplichi, come giurò di fare ai tuoi padri, quando tu obbedisca alla voce dell’Eterno, del tuo Dio, osservando tutti i suoi comandamenti che oggi ti dò, e facendo ciò che è retto agli occhi dell’Eterno, che è il tuo Dio» (vers. 12-18).

Abbiamo qui un ammaestramento dei più solenni e della più grande importanza, e il lettore noterà che è basato sopra una verità d’indicibile valore, quella dell’unità nazionale d’Israele. Ecco quel che dà una forza reale a queste parole. Un caso di fatto grave si presenta in una delle città d’Israele, e si formula la domanda: «Tutte le città erano forse colpite a causa del male d’una sola?» (*).

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(*) È importante di notare che il male individuato era di natura molto grave, si trattava di un tentativo di distogliere il popolo dal solo Dio vivente e vero, ciò che colpiva il fondamento stesso dell’esistenza nazionale d’Israele. Il caso non era semplicemente locale o municipale, bensì nazionale.
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Certamente, poiché la nazione è una. Le città e le tribù non erano indipendenti le une dalle altre, ma unite insieme da un sacro legame d’unità nazionale, unità che aveva il suo centro nel luogo ove si trovava la presenza di Dio. I dodici pani sulla tavola d’oro nel santuario, formavano il bell’emblema di quest’unità, ed ogni vero Israelita la riconosceva e se ne rallegrava. Le dodici pietre nel Giordano; le dodici pietre in riva al fiume; le dodici pietre di Elia sul monte Carmel, rappresentavano tutte la stessa, grande verità — l’unità indissolubile delle dodici tribù d’Israele. Il buon re Ezechia riconobbe quest’unità, quando ordinò l’olocausto e il sacrificio per il peccato, per tutto Israele (2 Cronache 29:24). Il fedele re Giosia agì pure secondo questa verità, quando ordinò una riforma in tutti i paesi che appartenevano ai figliuoli d’Israele (2 Cronache 34:33). Paolo, nel suo straordinario discorso davanti al re Agrippa, rende testimonianza alla stessa verità, quando dice: La speranza della promessa fatta da Dio ai nostri padri; della qual promessa le nostre dodici tribù, che servono con fervore a Dio notte e giorno, sperano di vedere il compimento» (Atti 26:7) (*).

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(*) Può interessare il lettore di sapere che nel brano citato, il vocabolo tradotto per «dodici tribù» è in greco al singolare. Questo dà certamente un’espressione ben viva alla grande idea d’unità indissolubile, così preziosa a Dio, e per conseguenza preziosa per la fede.
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Anticipando il glorioso avvenire, vediamo questa stessa verità brillare con splendore celeste, nel capitolo 7 dell’Apocalisse, ove le dodici tribù sono suggellate e serbate per il riposo, la benedizione e la gloria, in compagnia d’una folla innumerevole d’infra le nazioni. E infine, nel capitolo 20 dell’Apocalisse, vediamo i nomi delle dodici tribù, scritti sulle porte della santa città, seggio e centro della gloria di Dio e dell’Agnello.

Così, dalla tavola d’oro del Santuario fino alla città d’oro, scendente dal cielo da presso a Dio, abbiamo una catena meravigliosa di prove evidenti di queste grande verità, l’unità indissolubile delle dodici tribù d’Israele.

E se si chiede dove si può vedere quest’unità e come Elia, Ezechia, Giosia, e l’apostolo Paolo han potuto vederla, risponderemo che fu per la fede. Guardando nel santuario, potevano vedere i dodici pani che significavano ad un tempo che ogni tribù era distinta e che formavano tuttavia una perfetta unità. Nulla di più bello; la verità di Dio deve sussistere per sempre. L’unità d’Israele si vedeva nel passato e sarà vista in avvenire; e benché, simile all’unità più elevata della Chiesa, essa sia ora invisibile, la fede crede e mantiene questa verità e la confessa di fronte a tutte le influenze contrarie.

Vediamo ora l’applicazione pratica di questa gloriosa verità, come ci è presentata negli ultimi versetti del nostro capitolo. Si diffonde la notizia in una città situata a nord del paese d’Israele, che un grave errore è insegnato in una città del sud, errore pernicioso che tende a distogliere i suoi abitanti dal vero Dio.

Che cosa fare? La legge è al riguardo molto positiva: il sentiero del dovere è così chiaramente tracciato che basta un occhio semplice per vederlo e un cuore devoto per seguirlo. «Allora tu farai delle ricerche investigherai, interrogherai con cura» (vers. 14). Questo è ben chiaro.

Alcuni degli abitanti della città avrebbero potuto dire: «Che cosa c’importa di quest’errore insegnati così lontano da noi? Grazie a Dio, questo male non è in mezzo a noi, è una cosa interamente locale, ogni città ha la sua propria responsabilità. Si può forse esigere che esaminiamo ogni errore insegnato nel paese? vi perderemmo inutilmente il tempo consacrato ai nostri lavori, ne abbiamo abbastanza a far la guardia alle nostre frontiere. Riguardo all’errore lo condanniamo certamente, e se qualcuno venisse qui ad insegnarlo, gli chiuderemmo le porte; la nostra responsabilità non va al di là».

Ed ora, quale sarebbe la risposta d’un Israelita fedele, a tutti questi argomenti, per quanto appaiano plausibili al giudizio naturale? Direbbe che ragionando così si rinnegherebbe l’unità d’Israele; che, se ogni tribù avesse voluto mettersi sopra un terreno indipendente, al sommo sacerdote non rimaneva che togliere i dodici pani dalla tavola d’oro dal cospetto dell’Eterno e spanderli qua e là, poiché il popolo essendosi diviso in frammenti indipendenti, non avendo nessun terreno nazionale, l’unità rappresentata dai pani sopra una sola tavola aveva preso fine.

L’Israelita fedele potrebbe continuare a rispondere, che d’altronde il comandamento è distinto ed esplicito: «Tu farai delle ricerche, investigherai, interrogherai con cura». Poiché Israele era limitato da questi due grandi principi, l’unità della nazione e il comandamento di Dio, era impossibile che alcuni individui del popolo potessero dire: «Non c’è errore insegnato in mezzo a noi, a meno di separarsi dal resto della nazione; poiché tutto il popolo era compreso nelle parole: «Se una tale abominazione è stata realmente commessa in mezzo a te». Un errore insegnato a Dan, influenza ugualmente gli abitanti di Beersheba. Perché? Per il fatto che Israele era uno. Tutto Israele doveva sentirsi colpito dall’errore, e non poteva né incrociar le braccia, né conservare una fredda indifferenza o una colpevole neutralità. Era coinvolto in questo male e nelle sue nefaste conseguenze, finché se ne fosse purificato giudicandolo con inflessibile decisione e severità spiegata.

E se tutto ciò era vero per l’sraele, a ben più forte ragione lo è per la Chiesa di Dio! Ove si tratta di Cristo, siamo certi che tutto ciò che appare indifferenza è odioso agli occhi di Dio. I disegni eterni ed il consiglio di Dio sono di glorificare il suo Figliuolo, affinché ogni ginocchio si pieghi dinanzi a Lui, ed ogni lingua confessi ch’Egli è Signore alla gloria di Dio Padre: «Affinché tutti onorino il Figliuolo come onorano il Padre» (Giovanni 5:23).

Per conseguenza se Cristo è disonorato, se sono insegnate delle dottrine che attaccano la gloria della Sua Persona, l’efficacia dell’opera sua, dobbiamo rigettare fermamente tali dottrine. L’indifferenza o la neutralità in tutto ciò che riguarda la persona di Cristo, è giudicata come crimine di alto tradimento al tribunale del cielo. Se si trattasse della nostra propria reputazione, del nostro carattere personale, o della nostra famiglia, non rimarremmo indifferenti; saremmo molto sensibili alla minima accusa riguardante noi stessi o quelli che ci son cari. Quanto più profondamente, dovremmo sentire il minimo attacco a ciò che concerne la gloria, l’onore, il nome e la causa di Colui a cui dobbiamo tutto nel presente e tutto nell’avvenire eterno, Colui che ha messo da parte la sua gloria, per venire in questo povero mondo a morire sulla croce di morte ignominiosa, per salvarci dalle fiamme eterne dell’inferno! Potremmo forse essere indifferenti al suo riguardo, restare neutri in ciò che lo concerne? Ce ne guardi Iddio!

No, lettore. L’onore e la gloria di Cristo devono esserci più preziosi di tutto il resto: reputazione, beni, famiglia, amici, tutto deve essere messo da parte, se i diritti di Dio sono compromessi. Ogni lettore cristiano non è forse d’accordo su ciò con tutta l’energia dell’anima sua? Certamente, già fin d’ora; e che sarà quando lo vedremo a faccia a faccia, nella piena luce della sua gloria morale? Con quali sentimenti considereremmo l’idea d’indifferenza o di neutralità in rapporto a Lui?

Abbiamo forse torto dichiarando che la verità che tocca da più vicino la gloria del Capo è quella dell’unità del suo corpo, cioè la Chiesa? No, di certo. Se la nazione d’Israele era una, il corpo di Cristo è uno! E se l’indipendenza non conveniva in Israele, quanto meno nella Chiesa di Dio! Il fatto è che l’idea d’indipendenza non può essere mantenuta un solo istante, alla luce del Nuovo Testamento. Si potrebbe altrettanto attestare che la mano è indipendente dal piede, o l’occhio dall’orecchio, se si afferma che le membra del corpo di Cristo sono indipendenti l’una dall’altra. «Poiché siccome il corpo è uno ed ha molte membra, e tutte le membra del corpo, benché siano molte, formano un unico corpo, così anche è di Cristo. Infatti noi tutti abbiam ricevuto il battesimo di un unico Spirito per formare un unico corpo, e Giudei e Greci, e schiavi e liberi; e tutti siamo stati abbeverati di un unico Spirito… OR VOI SIETE IL CORPO DI CRISTO, E MEMBRA D’ESSO, CIASCUNO PER PARTE SUA» (1 Corinzi 12:12-27).

Non cercheremo di commentare queste meravigliose parole, desideriamo soltanto richiamare l’attenzione del lettore cristiano sulla verità speciale che vi è messa in evidenza, e che concerne intimamente ogni vero credente sulla faccia della terra, cioè ch’egli è membro del corpo di Cristo.

Questa grande verità pratica comporta ad un tempo i più alti privilegi e le più grandi responsabilità. Non è soltanto una dottrina vera, un principio sano o un’opinione ortodossa; è un fatto vivente destinato ad essere una potenza divina nell’anima. Il cristiano non può più considerarsi come persona indipendente, non avendo né associazione, né legame vitale con altri. Come tutti i figli di Dio è legato in modo vivente a tutti i veri credenti, a tutte le membra di Cristo su tutta la faccia della terra.

«Noi tutti abbiamo ricevuto il battesimo di un unico Spirito per formare un unico corpo». La Chiesa di Dio non è una semplice società, un’associazione o una confraternita; essa è un corpo, unito dallo Spirito Santo al suo Capo nel cielo, e tutte le sue membra sulla terra sono indissolubilmente legate assieme. Ne segue naturalmente che tutte le membra del corpo sono influenzate dallo stato e dal cammino di ciascuno. «E se un membro soffre, tutte le membra soffrono con lui», cioè tutte le membra del corpo. Se il piede è malato, la mano lo sente. In che modo? Per mezzo della testa. Così è nella Chiesa di Dio; se qualcosa va male in un individuo, tutte le membra lo sentono per mezzo del Capo con cui tutte sono in relazione vivente per mezzo dello Spirito Santo.

Alcuni dei miei lettori troveranno forse questa verità molto difficile da afferrare, e tuttavia è chiaramente rivelata nelle pagine ispirate, non per essere criticata, o sottoposta in qualche modo al giudizio umano, ma semplicemente per essere creduta. È una rivelazione divina, nessuna mente umana avrebbe mai concepito un tale pensiero; ma Iddio l’ha rivelata, la fede l’accetta e cammina nella potenza benedetta di questa verità.

Il lettore potrebbe anche chiedere: «Com’è possibile che lo stato d’un solo credente influenzi quelli che non lo conoscono affatto?». La risposta è «Se un membro soffre, tutte le membra soffrono con lui». Tutte le membra di che casa? D’un’assemblea locale o d’una società che, per caso, conosce quella persona, o è in relazione con lei? No, ma si tratta delle membra del corpo ovunque si trovino. Anche nello stesso Israele, ove l’unità non era che nazionale, abbiamo visto che, se qualche male esisteva in una delle loro città, tutto il popolo ne era colpito e influenzato. Quando Acan, per esempio, peccò, benché vi fossero migliaia di persone totalmente ignoranti del fatto, l’Eterno disse: «Israele ha peccato» e tutta l’assemblea a causa di ciò, subì un’umiliante disfatta.

La ragione può forse afferrare questa verità? No, ma la fede lo può. Se ascoltiamo la ragione, non crederemo nulla; ma se, per la grazia di Dio, non ascoltiamo la ragione, crederemo quel che Dio dice, perché Egli lo dice.

Oh! caro lettore cristiano, che immensa verità è questa unicità del corpo! Che conseguenze pratiche ne derivano! Come esse sono evidentemente calcolate per produrre la santità nella vita e nel cammino! Come ciò dovrebbe renderci vigilanti su noi stessi, sulle nostre abitudini, sulle nostre vie, su tutto il nostro stato morale! Quanto ciò dovrebbe renderci attenti per non disonorare il Capo a cui siamo uniti, per non contristare lo Spirito per il quale siamo legati gli uni agli altri, o ferire le membra con le quali siamo formati in un sol corpo!

Nonostante il desiderio di prolungare la nostra meditazione su una delle più belle, delle più profonde e delle più potenti verità che meritano tutta la nostra attenzione, bisogna terminare questo capitolo. Voglia il Signore, per mezzo del suo Spirito Santo, far sì che questa verità divenga una potenza vivente nell’anima di ogni vero credente sulla superficie della terra!.

14. Capitolo 14

«Voi siete i figliuoli dell’Eterno, che è l’Iddio vostro; non vi fate incisioni addosso, e non vi radete i peli tra gli occhi per lutto d’un morto; poiché tu sei un popolo santo, consacrato all’Eterno, all’Iddio tuo, e l’Eterno ti ha scelto, perché tu gli fossi un popolo specialmente suo, fra tutti i popoli che sono sulla faccia della terra» (vers. 1-2).

Questo principio del capitolo ci mette dinanzi la base di tutti i privilegi e di tutte .le responsabilità dell’Israele di Dio. Si sa che bisogna essere in una relazione prima di poter conoscere le affezioni che vi si riferiscono, o di poter adempiere i doveri inerenti ad essa. Se un uomo non è padre, nessun ragionamento, nessuna spiegazione potrà fargli capire i sentimenti o le affezioni di un cuore di padre; ma appena è entrato in questa relazione, conosce che cosa sia.

È così nelle cose di Dio. Non possiamo comprendere le affezioni o i doveri d’un figlio di Dio, finché non siamo su questo terreno. Bisogna essere cristiano prima di poter compiere i doveri d’un cristiano. E anche quando siamo cristiani, soltanto per la grazia dello Spirito Santo possiamo camminare come tali; ma è chiaro che se non ci troviamo sul terreno cristiano, non possiamo saper nulla circa le affezioni o i doveri del cristiano.

Ora è evidentemente la prerogativa di Dio di prescrivere ai propri figli come devono condursi, mentre a loro incombe il grande privilegio e la santa responsabilità di cercare in ogni cosa la sua approvazione. «Voi siete i figliuoli dell’Eterno, che è l’Iddio vostro; non vi fate incisioni addosso». Non appartenevano più a loro stessi; appartenevano a Lui, perciò non avevano il diritto di farsi nessuna incisione o di sfigurarsi per i morti. Nel suo orgoglio e nella sua volontà propria, l’uomo naturale potrebbe dire: «Perché non possiamo fare come gli altri? Che male ci può essere nel farci delle incisioni o nel radersi fra gli occhi? È soltanto l’espressione del nostro dolore, una testimonianza d’affetto verso dei cari defunti; certamente non può esservi nulla di moralmente cattivo in questo».

Non c’era che una risposta semplice, ma concludente, ad un tale ragionamento: «Voi siete i figliuoli dell’Eterno, che è l’Iddio vostro». Questo fatto cambia tutto. I poveri pagani, ignoranti e incirconcisi, potevano sfigurarsi, in quanto non conoscevano Iddio e non erano in relazione con Lui; ma Israele era sul terreno santo ed elevato di vicinanza con Dio, e questo fatto doveva dare il tono e il carattere a tutte le loro abitudini.

Non era per diventare figli di Dio che essi erano chiamati ad astenersi da certi usi o abitudini, o adottarne altri. Sarebbe stato, come si dice, cominciare dalla fine, ma essendo suoi figliuoli, era loro dovere di agire come tali.

«Tu sei un popolo santo, consacrato all’Eterno, all’Iddio tuo». Non è detto: Voi dovreste essere un popolo santo. Come avrebbero mai potuto essere per se stessi un popolo santo, prezioso all’Eterno? Impossibile. Se non fossero stati suo popolo, nessuno sforzo loro avrebbe mai potuto renderli tali; ma Iddio, nella sua grazia sovrana, in conformità al suo patto coi loro padri, li aveva fatti suoi figliuoli, un popolo particolare d’infra tutte le nazioni che erano sulla terra. Tale era la solida base dell’edificio morale di Israele. Tutte le loro abitudini, tutti i loro usi, i loro atti, il loro nutrimento, i loro vestiti, tutto ciò che facevano, tutto ciò da cui si astenevano, doveva derivare dal grande fatto che non procedeva da loro più della loro nascita naturale, cioè che essi erano di fatto i figliuoli dell’Eterno, il loro Dio, il popolo scelto da Lui, un popolo che era la sua proprietà speciale.

Ora, è un immenso privilegio di avere l’Eterno così vicino a noi, e che s’interessa così di tutte le nostre abitudini e di tutte le nostre vie.

Naturalmente, per l’uomo che non conosce il Signore e non è in relazione con Lui, soltanto l’idea della sua santa presenza, il pensiero d’essere così vicino a Lui, gli sarebbe intollerabile. Ma per ogni vero credente, per chi ama realmente Dio, è infinitamente prezioso di pensare che Egli ci è così vicino, e di sapere che s’interessa ai minimi particolari della nostra vita, che si occupa di noi notte e giorno, addormentati o svegli, in casa o fuori; in una parola, che la sua sollecitudine per noi oltrepassa quella della più tenera madre per il suo neonato.

Tutto ciò è meraviglioso, e certo, se lo realizzassimo più completamente, la nostra vita sarebbe ben differente e la nostra testimonianza tutt’altra. Che santo privilegio, che preziosa realtà di sapere che il Signore, nel suo amore, ci segue costantemente nel nostro sentiero e che il suo occhio veglia su noi in tutte le nostre occupazioni. Diventi, questo sentimento, una potenza vivente nel cuore di ogni figliuolo di Dio!

Dal verso 3 al 20, abbiamo la legge riguardante le bestie nette e quelle impure. I principi che vi si riferiscono hanno già attirato la nostra attenzione nell’11° capitolo del Levitico(*). Ma vi è una differenza molto importante fra queste due parti delle Scritture. Nel Levitico le istruzioni sono date prima a Mosè e ad Aaronne, mentre in Deuteronomio, sono date direttamente al popolo. Ciò caratterizza perfettamente i due libri. Il Levitico può essere chiamato la guida del sacerdozio; in Deuteronomio, invece, i sacerdoti sono lasciati nello sfondo; il popolo occupa il primo posto. Lo si vede chiaramente in tutto il libro, talché non c’è nessun fondamento all’asserzione che pretende che il Deuteronomio sia una ripetizione del Levitico. Nulla è più errato. Ogni libro ha il suo proprio soggetto, il suo scopo speciale, la sua opera particolare. Ogni persona che studia diligentemente le Scritture, riconosce questa verità con gioia. Gli increduli sono volontariamente ciechi; non possono vedere nulla.

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(*) Preghiamo il lettore di vedere nelle nostre «Note sul Levitico», capitolo 11 ci che crediamo essere il senso scritturale dei versetti 4 a 20 del nostro capitolo.
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Al vers. 21 del nostro capitolo, è presentata in modo colpente la distinzione fra l’Israele di Dio e lo straniero: «Non mangerete alcuna bestia morta da sé; la darai allo straniero che sarà entro le tue porte perché la mangi, o la venderai a qualche estraneo; poiché tu sei un popolo consacrato all’Eterno, che è il tuo Dio». Il grande fatto della relazione d’Israele con Dio, li separava interamente da tutte le nazioni che sono sotto il sole. Non è perché fossero in loro stessi migliori o più santi degli altri; ma perché l’Eterno era santo, ed essi erano suo popolo: «Siate santi, poiché io sono santo».

La gente del mondo ha sovente l’idea che i cristiani sono dei farisei separandosi dagli altri, e rifiutandosi di partecipare ai piaceri e ai divertimenti del mondo; ma in realtà non comprendono il perché. Il fatto è che quando un cristiano partecipa alle vanità e alle follie d’un mondo di peccato, è come se un Israelita mangiasse qualche bestia morta da sé. Il cristiano ha per nutrirsi qualche cosa di meglio che le povere cose morte di questo mondo. Iddio sia benedetto, ha il pane vivente che è disceso dal cielo, la vera manna; e non solo questo, ma egli mangia «del frutto del paese di Canaan» (Giosuè 5:12), tipo dell’Uomo risuscitato e glorificato nei cieli. Il povero mondano inconvertito non conosce nulla di queste cose così preziose; si nutre di ciò che il mondo può offrirgli. Non si tratta di sapere se le cose sono buone o cattive in sé, poiché nessuno avrebbe mai pensato che vi potesse essere del male a mangiare qualche animale morto da sé, se Dio non avesse detto che non bisognava farlo.

È il punto importante per noi. Non possiamo aspettarci che il mondo veda o senta come noi, riguarda ciò che è bene o male; è il nostro dovere di considerare le cose dal punto di vista divino. Molte cose che un mondano può fare senza inconseguenza, non potrebbero neppure essere toccate da un cristiano, è ciò perché egli è cristiano. La domanda che il vero credente deve farsi ogni volta che una cosa gli si presenta dinanzi è semplicemente: «Posso fare ciò alla gloria di Dio? Il nome di Cristo può egli esservi associato?». Se così non è, non devo toccarvi.

In una parola, per il cristiano, il movente e la pietra di paragone in ogni occasione, è Cristo. Questo semplifica ogni cosa. Invece di chiederci se tale o tal’altra cosa si accorda con la nostra professione, i nostri principì, il nostro carattere o la nostra reputazione, dobbiamo domandarci: Si accorda questo con Cristo? Tutto quel che è indegno di Cristo è indegno d’un cristiano. Quando è ben compreso, ciò diverrà una regola pratica applicabile a mille particolari. Se il cuore è francamente di Cristo, se camminiamo secondo gli istinti della natura divina, fortificati dall’azione dello Spirito, e guidati dall’autorità delle Sante Scritture, riguardo a ciò che è bene o male, tali questioni non ci turberanno nella nostra vita giornaliera.

Prima di citare al lettore i bei versetti che terminano il nostro capitolo, desideriamo attirare la sua attenzione sull’ultima parte del versetto 21: «Non farai cuocere il capretto nel latte di sua madre». Il fatto che questa prescrizione è data in tre luoghi diversi, prova che ha un interesse speciale e un’importanza pratica. Che cosa significa? Che ammaestramento dobbiamo ricavarne? Crediamo che questo versetto ci insegni molto chiaramente che il popolo del Signore deve evitare accuratamente tutto ciò che è contrario alla natura. Ora, evidentemente era agire contrariamente alla natura di far cuocere un animale in ciò che era destinato a nutrirlo. La Parola di Dio attribuisce una grande importanza a ciò che è secondo la natura, a ciò che è convenevole. «La natura stessa non v’insegna ella?» (1 Corinzi 11:14 ), dice l’apostolo ispirato alla assemblea di Corinto.

Vi sono nella natura certi sentimenti e certi istinti che il Creatore vi ha posti e che non bisogna mai oltraggiare. Si può porre come principio che nessun atto che fa violenza alle suscettibilità proprie alla natura, possa venire da Dio. Lo Spirito di Dio può sovente condurci al di là e al disopra della natura, mai contro di essa.

Vediamo ora gli ultimi versetti del nostro capitolo che racchiudono alcune istruzioni particolarmente pratiche. «Avrete cura di prelevare la decima da tutto quello che produrrà la tua semenza, da quello che ti frutterà il campo ogni anno. Mangerai nel cospetto dell’Eterno, del tuo Dio, nel luogo ch’Egli avrà scelto per dimora del Suo nome, la decima del tuo frumento, del tuo mosto, del tuo olio, e i primi parti dei tuoi armenti e dei tuoi greggi, affinché tu impari a temer sempre l’Eterno, l’Iddio tuo. Ma se il cammino è troppo lungo per te, sì che tu non possa portar colà quelle decime, essendo il luogo che l’Eterno, il tuo Dio, avrà scelto per stabilirvi il suo nome troppo lontano da te (perché l’Eterno, il tuo Dio, t’avrà benedetto), allora le convertirai in denaro, terrai stretto in mano questo denaro, andrai al luogo che l’Eterno, il tuo Dio, avrà scelto, e impiegherai quel denaro a comprarti tutto quello che il cuor tuo desidera: buoi, pecore, vino, bevande alcoliche, o qualunque cosa possa più piacerti; e quivi mangerai nel cospetto dell’Eterno, del tuo Dio, e ti rallegrerai, tu, con la tua famiglia. E il Levita che abita dentro le tue porte, non lo abbandonerai, poiché non ha parte né eredità con te. — Alla fine d’ogni triennio, metterai da parte tutte le decime delle tue entrate del terzo anno, e le riporrai entro le tue porte; e il Levita che non ha parte né eredità con te, e lo straniero e l’orfano e la vedova che saranno entro le tue porte verranno, mangeranno e si sazieranno, affinché l’Eterno, il tuo Dio, ti benedica in ogni opera a cui porrai la mano» (vers. 22-29).

Questo passo, profondamente interessante, è di grande importanza, poiché ci pone dinanzi con una grande semplicità, la base, il centro e i caratteri pratici della religione nazionale e domestica d’Israele. Il grande fondamento del culto d’Israele era il fatto che tanto loro quanto il loro pane, appartenevano all’Eterno. Il paese era Suo, essi non ne erano che i gerenti. Essi erano chiamati a rendere periodicamente testimonianza a questa preziosa verità, dando fedelmente la decima di ciò che il loro paese produceva. «Avrete cura di prelevare la decima da tutto quello che produrrà la tua semenza, da quello che ti frutterà il campo ogni anno» (vers. 22).

Riconoscevano così, in modo pratico, i diritti dell’Eterno come possessore della terra, e non dovevano mai perdere di vista che non avevano alcun altro padrone che l’Eterno, il loro Dio. Tutto quel che essi erano e tutta quel che avevano apparteneva a Lui. Tale era il solido fondamento del loro culto nazionale, — della loro religione.

Il centro del loro culto è indicato altrettanto chiaramente. Essi dovevano radunarsi nel luogo che l’Eterno aveva scelto per dimora del Suo nome. Prezioso privilegio per tutti quelli che amavano veramente quel Nome glorioso! Vediamo in questo passo, come anche in molte altre parti della parola di Dio, quale importanza Iddio attribuiva ai radunamenti periodici del suo popolo attorno a Sé. Trovava piacere nel vedere il suo popolo diletto radunato nella Sua presenza, felice in Lui, e che si rallegrava nella sua sorte comune, e si nutriva in una dolce e fraterna comunione, del frutto del paese dell’Eterno. «Tu mangerai nel cospetto dell’Eterno, del tuo Dio, nel luogo ch’Egli avrà scelto per dimora del suo nome, la decima del tuo frumento,... affinché tu impari a temer sempre l’Eterno, l’Iddio tuo» (vers. 23).

Era il solo luogo di radunamento per tutti gl’Israeliti sinceri, per tutti quelli che amavano veramente l’Eterno. Tutti costoro trovavano piacere a venire insieme nel luogo benedetto ove questo nome venerato era invocato. Quelli che non conoscevano l’Iddio d’Israele, e non si curavano, di Lui, potevano trovar strano di vedere quel popolo percorrere sovente una gran distanza, per recare le decime in un luogo particolare. Qualcuno domanderà forse a che cosa ciò serviva e perché non si potevano mangiar quelle decime a casa. Ma questa domanda mostrerebbe semplicemente l’ignoranza della cosa, e la completa incapacità di apprezzarne il valore. Il grande motivo morale per l’Israele di Dio di viaggiare così fino al luogo designato, si trovava in questa gloriosa divisa: Geova-Shamma, cioè «l’Eterno è là». Se un Israelita avesse deciso di restare in casa sua, a di andare in qualche luogo di sua propria scelta, non avrebbe incontrato là né l’Eterno, né i suoi fratelli, e avrebbe in tal modo dovuto prendere il suo pasto da solo. Una tale condotta avrebbe attirato un giudizio da parte di Dio; sarebbe stata un’abominazione. Non c’era che un solo centro, scelto non dall’uomo, ma da Dio stesso. L’empio re Geroboamo, per agire secondo le sue vedute politiche ed egoistiche, ebbe la presunzione di contravvenire al comandamento divino e pose dei vitelli d’ora a Bethel e a Dan; ma il culto offerto in quei luoghi era ai demoni e non a Dio. Era un atto audace di malvagità che fece cadere su lui e sulla sua casa il giusto giudizio di Dio; e noi vediamo in seguito, nella storia d’Israele che fare come «Geraboamo, figlio di Nebath,» caratterizza l’iniquità di tutti i re malvagi.

Riguardo a tutti gl’Israeliti fedeli, si era sicuri di trovarli riuniti attorno al centro divino ed in nessun altro luogo. Non avrebbero presentato ogni sorta di scuse per rimanere in casa loro; non si sarebbero visti correre qua e là, a luoghi di loro propria scelta o a quelli degli altri; no, li avreste trovati radunati li ove l’Eterno aveva messo il suo nome e là soltanto. Era forse per ristrettezza o bigotteria? No, per timore di Dio, e per amore per Lui. Poiché l’Eterno aveva designato un luogo ove voleva incontrare il suo popolo; certamente il suo popolo doveva recarvisi.

Non soltanto aveva designato un luogo, ma nella sua bontà infinita, aveva provveduto ai mezzi per rendere quel luogo accessibile quand’era possibile per il Suo popolo d’adoratori, come lo vediamo qui: «Ma se il cammino è troppo lungo per te, sì che tu non possa portar colà quelle decime, essendo il luogo che l’Eterno, il tuo Dio, avrà scelto per stabilirvi il suo nome troppo lontano da te (perché l’Eterno, il tuo Dio, t’avrà benedetto) allora le convertirai in denaro, terrai stretto in mano questo denaro, andrai al luogo che l’Eterno, il tuo Dio, avrà scelto, e impiegherai quel denaro a comprarti tutto quel che il cuor tuo desidererà... e quivi mangerai nel cospetto dell’Eterno, del tuo Dio, e ti rallegrerai, tu con la tua famiglia» (vers. 24-26).

Tutto ciò è grandemente bello. L’Eterno, nelle sue tenere cure e nella sua sollecitudine, teneva conto di tutto; non voleva lasciare la minima difficoltà sul cammino del suo popolo, quando si trattava del suo radunamento attorno a Sé. Gioiva di vedere il suo popolo riscattato, felice nella sua presenza; e tutti quelli che amavano il suo nome, rispondevano con gioia al desiderio del suo cuore radunandosi attorno a quel centro divino.

Un Israelita che avesse trascurato l’occasione benedetta di radunarsi coi suoi fratelli, nel luogo e al momento designato dall’Eterno, avrebbe dimostrato di non aver cuore né per Dio né per il suo popolo, o quel che era peggio, di restare volontariamente assente. Avrebbe potuto pretendere di essere felice in casa sua, felice altrove, ma sarebbe stata una falsa felicità, poiché si sarebbe trovato in un sentiero di negligenza volontaria riguardo a ciò che Iddio aveva stabilito.

Tutto questo è pieno d’insegnamenti preziosi per la Chiesa di Dio! La volontà di Dio, adesso non meno di allora, è che il suo popolo si raduni nella sua presenza, su un terreno ed attorno ad un centro che Egli stesso ha indicato. È ciò che non potrebbe esser messo in dubbio da chiunque possiede una scintilla di luce divina nell’anima sua. Gl’istinti della natura divina in noi, la direzione dello Spirito Santo, e gl’insegnamenti delle Sante Scritture, tutto conduce il popolo di Dio a radunarsi per l’adorazione, la comunione e l’edificazione. Benché le dispensazioni di Dio possano differire, vi sono certi grandi principi e certi tratti caratteristici che rimangono sempre; e il radunamento di noi stessi è certamente di questo numero.

Sia sotto l’antica o sotto la nuova dispensazione; il radunamento del popolo di Dio è d’istituzione divina. Ora non si tratta affatto della nostra felicità, del nostro godimento, benché sappiamo che tutti i veri cristiani saranno felici di trovarsi al posto che Iddio ha loro assegnato. Vi è sempre gioia profonda e benedizione nell’assemblea del popolo di Dio.

È impossibile di non essere realmente felici, quando siamo riuniti alla presenza del Signore. È il cielo sulla terra per i diletti dell’Eterno, per quelli che amano il suo Nome, la sua Persona, per quelli che si amano l’un l’altro, d’essere riuniti assieme attorno alla Sua tavola, attorno a Lui stesso. Quale felicità maggiore vi potrebbe essere come di spezzare il pane assieme, in commemorazione del nostro diletto e adorabile Salvatore; di annunziare la Sua morte finché Egli venga; di far salire in un santo accordo i nostri rendimenti di grazie e le nostre lodi a Dio e all’Agnello; edificandoci, esortandoci e consolandoci l’un l’altro, secondo i doni e la grazia che ci sono dispensati dal Capo risuscitato e glorificato della Chiesa, di spandere i nostri cuori in una dolce comunione, in preghiera, in supplicazioni, in intercessione per tutti gli uomini, per i re e per tutte le autorità, per tutta la famiglia della fede, la Chiesa di Dio, il corpo di Cristo, per l’opera del Signore, e per i suoi operai su tutta la terra?

Quale vero cristiano, in un buono stato d’animo, non troverebbe tutto il suo piacere in ciò che abbiamo menzionato, e non direbbe dal fondo del cuore, che non c’è nulla di paragonabile in questo mondo?

Ma, lo ripeto, non si tratta della nostra felicità; è una cosa secondaria. In questo, come in ogni altra cosa, dobbiamo essere guidati dalla volontà di Dio, com’è rivelata nella sua santa Parola. La questione è per noi semplicemente questa: È secondo il pensiero di Dio che i suoi figli si radunino per il culto e la comune edificazione? Se così è, guai a tutti quelli che per un motivo qualsiasi, rifiutano deliberatamente, o trascurino di farlo per indifferenza; non solo vi è una gran perdita per le anime loro, ma essi disonorano Dio, contristano il suo Spirito e oltraggiano l’assemblea del suo popolo.

Sono queste delle cose molto importanti e che richiedono la seria attenzione di tutti quelli che appartengono al Signore. È certamente la volontà di Dio che i suoi si radunino nella sua presenza. Siamo esortati, nel decimo capitolo dell’epistola agli Ebrei, a non abbandonare la nostra comune radunanza. All’assemblea si collegano un valore, un interesse e un’importanza particolari. La verità che vi si riferisce comincia a splendere per noi nelle prime pagine del Nuovo Testamento. Così in Matteo 18:20, leggiamo quelle parole del nostro Signore: «Ove due o tre sono radunati nel mio nome, io sono in mezzo a loro». Abbiamo qui il centro divino: «Mio nome». Ciò corrisponde al «luogo che l’Eterno avrà scelto per dimora del suo nome», parole tante volte ripetute e sulle quali si è tanto insistito nel libro nel Deuteronomio. Era assolutamente necessario che Israele si radunasse in quell’unico luogo. Nessun’alternativa era lasciata al popolo. Era «il luogo che l’Eterno, il tuo Dio, sceglierà», e nessun altro.

Non è altrimenti per la Chiesa di Dio. Non si tratta di scelta umana, né d’un giudizio o d’un’opinione d’uomo. Tutto è divino. Il terreno del nostro radunamento è divino, poiché è la redenzione compiuta. Il centro attorno al quale siamo radunati è divino, poiché è il nome di Gesù. La potenza per la quale siamo radunati è divina, poiché è lo Spirito Santo, e l’autorità sotto cui si effettua il nostro radunamento è divina, poiché è la Parola di Dio.

Tutto ciò è chiaro quanto prezioso, e tutti abbiam bisogno di semplicità di fede per accettare questa verità ed agire in conseguenza. Il ragionare ci conduce nell’oscurità; ascoltare le opinioni umane, equivale ad immergersi in una perplessità disperante fra tutte le sette ed i partiti in lotta nella cristianità. Il nostro solo rifugio, la nostra sola risorsa, la nostra sola forza, la nostra sola autorità, è la preziosa parola di Dio. Toglietela, e non ci rimane assolutamente nulla. Dateci questo tesoro, e non ci manca più nulla.

La verità riguardo al nostro radunamento è tanto chiara, semplice, e incontestabile quanto la verità concernente la nostra salvezza. È il privilegio di tutti i cristiani d’esser altrettanto sicuri che siano radunati sul terreno di Dio, attorno al centro di Dio, per mezzo della potenza di Dio, e sotto l’autorità di Dio, come lo sono d’essere compresi nel cerchio benedetto della salvezza di Dio.

Se ci si chiede come possiamo essere certi d’essere attorno al centro di Dio, risponderemo semplicemente: per mezzo della parola di Dio. Come poteva Israele avere una certezza riguardo al luogo scelto da Dio, onde vi si radunassero? Per mezzo del suo preciso comandamento. Mancavano essi di direzione? No, certamente; la sua Parola era tanto chiara e distinta circa il luogo del loro culto quanto in rapporto a qualsiasi altra cosa. Non v’era alcun motivo di incertezza. La cosa era posta così chiaramente davanti a loro, che metterla in dubbio non poteva derivare che dall’ignoranza o da una positiva disobbedienza.

Sarebbero dunque i cristiani meno ammaestrati di Israele riguardo al luogo ove devono adorare, riguardo al centro e al terreno del loro radunamento? Siamo forse lasciati nel dubbio o nell’incertezza circa tale questione? Può ognuno deciderla secondo quel che meglio gli pare? Non ci ha Iddio dato nessuna norma positiva e definitiva sopra un soggetto così importante? Potremmo noi credere per un solo istante che Colui il quale nella sua grande misericordia, ha accondisceso a dare al suo popolo di un tempo delle direzioni riguardo a cose che, nella nostra pretesa sapienza, giudicheremmo indegne d’essere menzionate, potremmo noi credere, dico, che quel Dio lasciasse ora la sua Chiesa senza una direzione precisa riguardo al terreno, al centro, e ai dati caratteristici del culto da renderGli? È impossibile. Ogni credente spirituale deve rigettare con decisione ed energia un simile pensiero.

No, caro lettore cristiano, voi sapete che il nostro Dio, pieno di grazia, non potrebbe agire così col suo popolo celeste. È vero che attualmente non esiste nessun luogo particolare designato, per che tutti i cristiani vi si rechino periodicamente per adorare. Vi era un tale luogo per il popolo terrestre, e ve ne sarà uno più tardi per Israele ristabilito nella sua terra e per le nazioni: «Avverrà, negli ultimi giorni, che il monte della casa dell’Eterno si ergerà sulla vetta dei monti, e sarà elevato al disopra dei colli; e tutte le nazioni affluiranno ad esso. Molti popoli v’accorreranno e diranno: Venite, saliamo al monte dell’Eterno, alla casa dell’Iddio di Giacobbe; Egli ci ammaestrerà intorno alle sue vie, e noi cammineremo per i suoi sentieri. Poiché da Sion uscirà la legge, e da Gerusalemme la parola dell’Eterno» (Isaia 2:2-3). E anche: «E avverrà che tutti quelli che saran rimasti di tutte le nazioni venute contro Gerusalemme, saliranno d’anno in anno a prostrarsi davanti al Re, all’Eterno degli eserciti, e celebrare la festa delle Capanne. E quanto a quelli delle famiglie della terra che non saliranno a Gerusalemme per prostrarsi davanti al re, all’Eterno degli eserciti, non cadrà pioggia su loro» (Zaccaria 14:16-17).

Ecco due brani tratti, uno dal primo, l’altro dal penultimo dei profeti divinamente ispirati, che ci trasportano in anticipo al tempo glorioso in cui Gerusalemme sarà il centro, scelto da Dio, per Israele e per tutte le nazioni. E possiamo affermare con fiducia, che il lettore troverà tutti i profeti d’accordo e in perfetta armonia con Isaia e Zaccaria, su questo interessante soggetto. Applicare tali passi alla Chiesa o al cielo, è fare violenza alle dichiarazioni più chiare e più belle che mai siano pervenute all’orecchio dell’uomo; è confondere le cose terrestri con le celesti, e smentire le parole dei profeti e degli apostoli.

Sarebbe inutile moltiplicare le citazioni. In tutta la Scrittura si vede che Gerusalemme era e sarà il centro terrestre scelto da Dio, per il suo popolo e per tutte le nazioni. Ma attualmente, cioè dal giorno della Pentecoste in cui lo Spirito Santo scese per formare la Chiesa di Dio, il corpo di Cristo, fino al giorno in cui il nostro Signore Gesù Cristo scenderà dal cielo per rapire i suoi dalla terra, non c’è né luogo, né città, né località sacra, né centro terrestre per il popolo di Dio. Parlare ai cristiani di luoghi santi o di terreni consacrati, è loro tanto estraneo — o almeno dovrebbe esserlo — quanto lo sarebbe stato per un Giudeo di sentir dire che il suo luogo di culto era il cielo.

Il lettore troverà al capitolo 4 dell’evangelo di Giovanni, nel discorso meraviglioso del nostro Signore con la donna di Sichar, un prezioso insegnamento a questo riguardo: «La donna gli disse: Signore, io vedo che tu sei profeta. I nostri padri hanno adorato su questo monte e voi dite che Gerusalemme è il luogo ove si conviene adorare. Gesù le disse: Donna, credimi: l’ora viene che voi adorerete il Padre né su questo monte, né a Gerusalemme. Voi adorate quel che non conoscete; noi adoriamo quel che conosciamo, perché la salvezza vien dai Giudei. Ma l’ora viene, anzi è già venuta, che i veri adoratori adoreranno il Padre in ispirito e verità; poiché tali sono gli adoratori che il Padre richiede. Iddio è spirito; e quelli che l’adorano, bisogna che l’adorino in ispirito e verità» (vers. 19-24).

Questo brano mette interamente da parte il pensiero che vi possa essere ora un luogo di culto speciale, «L’Altissimo non abita in templi fatti da man d’uomo»; come dice il profeta: «Il cielo è il mio trono, e la terra lo sgabello dei miei piedi. Qual casa mi edificherete voi? dice il Signore, o qual sarà il luogo del mio riposo? Non ha la mia mano fatto tutte queste cose?» (Atti 7:48-50). E anche: «L’Iddio che ha fatto il mondo e tutte le cose che sono in esso, essendo Signore del cielo e della terra, non abita in templi fatti d’opera di mano, e non è servito da mani d’uomini, come se avesse bisogno di alcuna cosa; Egli, che dà a tutti la vita, il fiato ed ogni cosa» (Atti 17:24-25).

L’insegnamento del Nuovo Testamento riguardo al culto è chiarissimo, dal principio alla fine; e il lettore cristiano deve seriamente farvi attenzione, cercare di comprenderlo, e sottomettere tutto il suo essere morale alla sua autorità. Dai tempi più remoti della storia della Chiesa, vi è sempre stato una forte e fatale tendenza a ritornare al giudaismo, non solo riguardo alla giustizia davanti a Dio, ma anche riguardo al culto. In tal modo i cristiani sono stati posti non soltanto sotto la legge quanto alla vita e alla giustizia, ma anche, fino a un certo punto, sotto il rituale levitico per l’ordine e il carattere del loro culto. Abbiamo trattato il primo soggetto nei capitoli 4 e 5 di queste «Note», ma l’ultimo non è meno importante nel suo effetto sull’insieme e sul carattere della vita e della condotta cristiana.

Bisogna ricordarci che il grande scopo di Satana è di far scadere la Chiesa dal posto eccellente che le appartiene, riguardo alla sua posizione, al suo cammino e al suo culto. Non appena la Chiesa fu stabilita il giorno della Pentecoste, egli cominciò ad introdurvi dei principi di corruzione e di rovina, e non ha cessato durante 18 secoli (*) di proseguire l’opera sua. In presenza stessa delle parole così chiare citate più su, in rapporto col carattere del culto che il Padre cerca ora, e riguardo al fatto che Iddio non abita in templi fatti di mano d’uomo, abbiamo visto in tutti i tempi questa forte tendenza a ritornare allo stato di cose esistente sotto la dispensazione mosaica. Perciò il desiderio di avere grandi edifici, un rituale imponente, un ordine sacerdotale, dei servizi splendidi, dei cori ecc., tutte cose che sono in opposizione diretta col pensiero di Cristo e con gl’insegnamenti più precisi del Nuovo Testamento. La Chiesa professante, in tutto ciò si è interamente allontanata dallo Spirito del Signore e ha disconosciuta la sua autorità; e tuttavia, cosa triste e strana ad un tempo, si appella a queste cose come prove del progresso meraviglioso del cristianesimo. Alcuni dei suoi dottori dicono persino che l’apostolo Paolo aveva una debole idea della grandezza che la Chiesa raggiungerebbe, e che se vedesse una delle nostre cattedrali con le sue ampie navate, le sue invetriate e se udisse il suono degli organi e le voci dei cori, sarebbe sorpreso del cambiamento e dei progressi operati dal tempo in cui i discepoli si radunavano nell’alto solaio a Gerusalemme! (**).

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(*) Testo scritto nel XIX secolo.
(**) Bisogna ricordarsi che l’autore in questo brano non ha soltanto in vista la chiesa romana, ma anche quel numeroso partito che nella chiesa anglicana, si chiama i ritualisti. (Nota del Traduttore)

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Che seduzione del nemico, caro lettore! La Chiesa ha progredito, è vero, ma nella falsa direzione, non avanti, ma indietro, lontano da Cristo, lontano dal Padre, lontano dallo Spirito, lontano dalla Parola.

Vorrei rivolgere al lettore questa sola domanda: Se l’apostolo Paolo arrivasse qui o altrove, una domenica, dove troverebbe ciò che trovò a Troas in un simile giorno, mille ottocento anni fa, come è riferito in Atti 20:7? Dove troverebbe i discepoli radunati semplicemente dallo Spirito Santo, nel nome di Gesù, per rompere il pane in memoria di Lui, annunzianti così la Sua morte finché Egli venga? Tale era allora l’ordine divino, e tale deve essere attualmente. Non possiamo credere che l’apostolo avrebbe accettato qualcosa altro. Cercherebbe soltanto ciò che è secondo l’ordine divino. Dove dunque lo troverebbe? Dove potrebbe andare e trovare la tavola del suo Signore, rizzata come Egli stesso l’aveva comandato, nella notte in cui fu tradito?

Siamo certi che l’apostolo Paolo insisterebbe per avere la tavola e la cena del Signore, tali come l’aveva ricevuto direttamente dal Signore nella gloria, e come l’ha trasmesso per lo Spirito, nella sua epistola ai Corinzi cap. 10 e 11, — epistola indirizzata «a tutti quelli che in ogni luogo invocano il nome del nostro Signore Gesù Cristo, Signore loro e nostro» (1 Corinzi 1:2). Non possiamo credere che l’apostolo insegnasse l’ordine di Dio nel 1° secolo e accettasse il disordine dell’uomo nel 20° secolo. L’uomo non ha nessun diritto di mescolare del suo con una istituzione divina. Non ha più autorità di cambiare un solo iota o un tratto di lettera a ciò che si rapporta alla cena, di quel che l’avesse Israele di cambiare checchessia all’ordinamento della pasqua,

Ripetiamo la nostra domanda, e supplichiamo il lettore di ponderarla seriamente e di rispondervi nella presenza di Dio e alla luce della sua Parola: Dove troverebbe ciò l’apostolo a Londra, a Parigi, o in qualsiasi luogo in tutta la cristianità, il primo giorno della settimana? Dove potrebbe egli andare a prender posto alla tavola del suo Signore, rizzata in mezzo ad un radunamento di discepoli riuniti sul terreno d’un sol corpo, attorno ad un solo centro, il nome di Gesù, per la potenza dello Spirito Santo e sotto l’autorità della parola di Dio? Dove troverebbe egli una sfera in cui potesse esercitare i suoi doni senza un’autorità, un appello, o una consacrazione umana? Presentiamo queste domande, onde esercitare il cuore e la coscienza del lettore. Siamo pienamente convinti che vi siano dei luoghi, qua e là, ove Paolo potrebbe trovare queste cose realizzate, benché nella debolezza e con molte manchevolezze, e crediamo che una solenne responsabilità s’imponga pure al lettore cristiano di scoprirle. Ahimè! ahimè! essi sono in piccolo numero e ben disseminate paragonati alla massa dei cristiani che si radunano in altro modo. Ci si dirà forse che se la gente sapesse che è l’apostolo Paolo, gli permetterebbe volentieri di esercitare il suo ministerio. Ma egli non chiederebbe né accetterebbe il loro permesso, poiché gli ci dice chiaramente, al 1° capitolo dell’epistola ai Galati che il suo ministerio era «non dagli uomini, né per mezzo d’alcun’uomo, ma per mezzo di Gesù Cristo e di Dio Padre che l’ha risuscitato d’infra i morti» (Galati 1:1).

Non solo, ma possiamo essere certi che l’apostolo insisterebbe onde la tavola del Signore fosse rizzata sul terreno divino d’un sol corpo, e non acconsentirebbe a partecipare alla cena del Signore se non secondo l’ordine divino com’è dato nel Nuovo Testamento. Non accetterebbe null’altro che la realtà divina. Non potrebbe ammettere nessuna intrusione dell’uomo in una istituzione divina; non accetterebbe neppure nessun nuovo terreno di radunamento, né nessun nuovo principio d’organizzazione. Egli ripeterebbe le sue proprie parole ispirate: «Vi è un solo corpo e un solo Spirito»; e anche: «Noi che siam molti, siamo un solo pane, un solo corpo; poiché partecipiamo tutti ad un solo e medesimo pane». Queste parole si applicano a «tutti coloro che in ogni luogo invocano il nome del nostro Signor Gesù Cristo»; e queste parole sono vere in tutti i tempi dell’esistenza della Chiesa sulla terra.

È importante che il lettore sia completamente al chiaro riguardo a questa questione. Il principio di Dio intorno al radunamento e all’unità non deve essere abbandonato a nessun costo. Appena gli uomini cominciano ad organizzare, a formare delle società, delle chiese, agiscono in opposizione diretta con la parola di Dio, il pensiero di Cristo, e l’azione attuale dello Spirito Santo. Formare una chiesa è un’opera essenzialmente divina. Lo Spirito Santo discese il giorno della Pentecoste, per formare la Chiesa di Dio, il corpo di Cristo; ed è la sola Chiesa, il solo corpo che lo Spirito riconosce; ogni altra organizzazione è contraria a Dio, per quanto sanzionata e difesa possa essere da migliaia di veri cristiani.

Il lettore ci comprenda bene. Non parliamo di salvezza, di vita eterna, o di giustizia divina, ma del vero terreno di radunamento, del principio divino su cui la tavola del Signore deve essere rizzata, e la cena celebrata. Migliaia di cari figliuoli di Dio han vissuto e son morti nella comunione della chiesa di Roma; e la Chiesa di Roma non è la Chiesa di Dio, ma un’orribile apostasia; e il sacrificio della messa non è la cena del Signore, ma una miserabile invenzione di Satana. Se nella mente del lettore, la domanda fosse semplicemente questa: Che quantità d’errori si possono sanzionare senza perdere la salvezza dell’anima? Sarebbe inutile di proseguire il grande ed importante soggetto di cui ci occupiamo. Ma qual’è il cuore affezionato a Cristo che potrebbe accontentarsi d’essere messo sopra un terreno così basso? Che cosa si penserebbe d’un Israelita che, contento d’essere figlio d’Abramo e di godere della propria vigna, del proprio fico e dei propri greggi, non avesse mai avuto il pensiero di andare ad adorare nel luogo che l’Eterno aveva assegnato per invocare il suo nome? Quale fedele Giudeo non amerebbe quel luogo sacro? «O Eterno, io amo il soggiorno della tua casa e il luogo ove risiede la tua glorria» (Salmo 26:8).

E quando, a causa del peccato d’Israele, il governo nazionale ebbe preso fine e che il popolo fu condotto in cattività, udiamo gli esiliati sinceri d’infra loro alzare i loro gridi di lamento con le parole così commoventi e così eloquenti del Salmo 137:1-7: «Là presso i fiumi di Babilonia, sedevamo e anche piangevamo ricordandoci di Sion», ecc.

E anche, nel 6° capitolo del libro di Daniele, troviamo questo diletto uomo di Dio, che apre, nel suo esilio, la sua finestra verso Gerusalemme, tre volte al giorno, per pregare, benché sapesse benissimo che la fossa dei leoni sarebbe il suo castigo. Ma perché volgersi così dalla parte di Gerusalemme? Era forse per una superstizione giudea? No, era una magnifica applicazione del principio divino, una testimonianza resa in mezzo alle tristi ed umilianti conseguenze della follia e del peccato d’Israele. Gerusalemme, è vero, era in rovina, ma i pensieri di Dio riguardo a Gerusalemme non erano in rovina; essa era sempre il centro divino, per il suo popolo terrestre. «Gerusalemme, che sei edificata come una città ben compatta, dove salgono le tribù, le tribù dell’Eterno, secondo l’ingiunzione fattane ad Israele, per celebrare il nome dell’Eterno. Perché quivi son posti i troni per il giudizio, i troni della casa di Davide. Pregate per la pace di Gerusalemme! Prosperino quelli che t’amano! Pace sia entro i tuoi bastioni, e tranquillità nei tuoi palazzi! Per amore dei miei fratelli e dei miei amici, io dirò adesso: Sia pace in te! Per amore della casa dell’Eterno, dell’Iddio nostro, io procaccerò il tuo bene» (Salmo 122:3-9).

Gerusalemme era il centro per le dodici tribù d’Israele, nei tempi passati, e ne sarà così in avvenire. Applicare questi versetti, ed altri simili, alla Chiesa di Dio ora, o al suo futuro su la terra o nel cielo, è semplicemente mettere le cose a rovescio, confondere ciò che è essenzialmente differente, e così fare un torto incalcolabile sia alla Scrittura, sia alle anime. Non ci può permettere di prenderci delle libertà così inescusabili con la parola di Dio.

Gerusalemme era e sarà il centro terrestre per il popolo di Dio; ma ora la Chiesa di Dio non dovrebbe riconoscere altro centro che il nome infinitamente prezioso e glorioso di Gesù. «Ovunque due o tre sono radunati nel mio nome, io sono lì mezzo a loro». Prezioso centro! Il Nuovo Testamento ci mostra questo solo centro, attorno al quale lo Spirito Santo raduna. Poco importa ove siamo radunati, a Roma, a Londra, a Parigi, a Canton; la questione non è dove, ma come ci si raduna.

Ma ricordiamo che deve essere una cosa d’una realtà divina. Non serve a nulla professare d’essere riuniti nel nome di Gesù, se non lo siamo realmente. Le parole dell’apostolo a riguardo della fede, possono applicarsi con uguale forza alla questione del nostro centro di radunamento. «Che giova, fratelli miei, se uno dice» che è radunato nel nome di Gesù? (Giacomo 2:14). Iddio agisce per mezzo delle realtà morali, e, mentre è perfettamente chiaro che un uomo il quale desidera essere vero in Cristo, non può assolutamente acconsentire a riconoscere qualche altro centro o terreno di radunamento all’infuori del suo Nome, tuttavia è purtroppo possibile, e quanto sovente accade che delle persone facciano professione d’essere su questo terreno santo e benedetto, mentre il loro Spirito, la loro condotta, le loro abitudini, in una parola tutta la loro vita e il loro carattere, provino che non conoscono la potenza della loro professione.

L’apostolo dice ai Corinzi: «Non in parola, ma in potenza» (1 Corinzi 4:20), parole di somma importanza, certamente, e necessarie in ogni tempo, particolarmente utili in rapporto con l’importante soggetto posto dinanzi a noi. Desideriamo ardentemente mettere sulla coscienza del lettore cristiano, la responsabilità che ha di considerare questo soggetto con un santo raccoglimento in presenza del Signore e alla luce del Nuovo Testamento. Non lo lasci da parte sotto pretesto che non e essenziale. Anzi, lo è, al grado più elevato, in quanto concerne la gloria di Dio e il mantenimento della Sua verità, ed è la sola pietra di paragone per decidere ciò che è essenziale e ciò che non lo è. Era forse essenziale per Israele di radunarsi nel luogo che Dio aveva designato? Era forse una cosa da discutere? Poteva ciascuno scegliersi un centro per sé? Ponderate la vostra risposta alla luce di Deuteronomio 14. Era assolutamente essenziale che l’Israele di Dio si radunasse attorno al centro dell’Iddio d’Israele, ciò non può essere messo in dubbio. Guai all’uomo che avesse preteso di volgere le spalle, al luogo dove l’Eterno aveva messo il suo nome. Sarebbe stato bentosto forzato di riconoscere il suo errore. E se ciò era vero per il popolo terrestre, non è forse ugualmente vero per la Chiesa e per il cristiano individualmente? Certamente. Abbiamo il dovere, per tutto ciò che vi è di più elevato e di più sacro, di ripudiare ogni terreno di radunamento, salvo quello del solo corpo, ogni centro all’infuori del nome di Gesù, ogni potenza di radunamento all’infuori dello Spirito Santo, ogni autorità di radunamento se non la Parola di Dio. Possano tutti i figli di Dio, in ogni luogo, essere condotti a considerare queste cose nel timore e nell’amore del suo santo Nome!

Termineremo citando l’ultimo paragrafo del nostro capitolo, in cui troviamo alcuni insegnamenti molto pratici: «Alla fine d’ogni triennio, metterai da parte tutte le decime delle tue entrate del terzo anno e le riporrai entro le tue porte; e il Levita, che non ha parte né eredità con te, e lo straniero e l’orfano e la vedova che saranno entro le tue porte verranno, mangeranno e si sazieranno, affinché l’Eterno, il tuo Dio, ti benedica in ogni opera a cui porrai mano» (vers. 28-29).

Abbiamo qui una scena di famiglia ben commovente, che mette in luce il carattere divino, e fa risplendere i raggi della grazia e della misericordia dell’Iddio d’Israele. Il cuore è rallegrato respirando l’aria vivificane d’un brano come questo. Che contrasto impressionante col freddo egoismo della scena che ci circonda. Iddio insegnava al suo popolo a pensare a tutti i bisognosi e ad aver cura di loro. Le decime gli appartenevano, ma lasciava ai suoi il delizioso privilegio di servirsene per rallegrare il cuore degli altri.

Vi è una dolcezza particolare in quelle parole «verranno », «mangeranno», e «si sazieranno». Come questo dipinge bene la grazia del nostro Dio! Egli prova piacere a rispondere ai bisogni di tutti, Egli apre la mano, e sazia abbondantemente ogni creatura vivente. E non solo, ma prova piacere a fare dei suoi i canali attraverso cui la grazia, la bontà e la simpatia del suo cuore scorre per tutti. Com’è prezioso! Che privilegio d’essere i donatori da parte di Dio, i dispensatori della sua bontà e della sua grazia! Piacesse a Dio che entrassimo più pienamente nelle profondità di queste verità! Potessimo respirare maggiormente l’atmosfera della presenza divina, e allora rifletteremmo fedelmente il carattere divino!

Poiché il soggetto interessantissimo e pratico del vers. 28 e 29 ci sarà nuovamente presentato nel nostro studio del cap. 26, non vi ci fermeremo di più, per ora.

15. Capitolo 15

«Alla fine d’ogni settennio celebrerete l’anno di remissione. Ed ecco il modo di questa remissione: ogni creditore sospenderà il suo diritto relativamente al prestito fatto al suo prossimo; non esigerà il pagamento dal suo prossimo, dal suo fratello, quando si sarà proclamato l’anno di remissione, in onore dell’Eterno. Potrai esigerlo dallo straniero; ma quanto a ciò che il tuo fratello avrà del tuo, sospenderai il tuo diritto. Nondimeno, non vi sarà alcun bisognoso tra voi; poiché, l’Eterno senza dubbio ti benedirà nel paese che l’Eterno, il tuo Dio, ti dà in eredità perché tu lo possegga, purché però tu ubbidisca diligentemente alla voce dell’Eterno, ch’è il tuo Dio, avendo cura di mettere in pratica tutti questi comandamenti, che oggi ti dò. Il tuo Dio, l’Eterno, ti benedirà, come l’ha promesso e tu farai dei prestiti a molte nazioni, e non prenderai nulla in prestito; dominerai su molte nazioni, ed esse non domineranno su te» (vers. 1-6).

Com’è edificante di vedere il modo in cui l’Iddio di Israele cercava sempre di attirare a Sé il cuore del suo popolo per mezzo dei sacrifici, delle solennità e delle svariate istituzioni del rituale levitico. Vi era l’agnello offerto sera e mattina, ogni giorno; vi era il santo sabato, ogni settimana; la nuova luna, ogni mese; vi era la pasqua, ogni anno; le decime ogni tre anni; l’anno di remissione, ogni sette anni; e infine il giubileo, ogni cinquant’anni.

Tutto questo è di profondo interesse, ha per noi un prezioso significato, e insegna ai nostri cuori una preziosa lezione. L’agnello del mattino e della sera, lo sappiamo, rappresentava «l’Agnello di Dio che toglie il peccato del mondo». Il sabato è il tipo del riposo che resta per il popolo di Dio. La nuova luna prefigura in modo ammirevole il tempo in cui Israele ristorato rifletterà i raggi del sole di giustizia sulle nazioni. La pasqua era il memoriale perpetuo della liberazione di Israele dalla servitù d’Egitto. L’anno delle decime rappresentava il fatto del possesso del paese per mezzo dell’Eterno, come pure il modo commovente in cui l’entrata doveva servire a sovvenire ai bisogni dei suoi operai e dei suoi poveri. L’anno sabbatico era la promessa d’un tempo felice in cui tutti i debiti sarebbero estinti, in cui si sarebbe liberati dai prestiti e sbarazzati da ogni fardello, infine il giubileo era il tipo magnifico del tempo del ristabilimento di tutte le cose, in cui il prigioniero sarà liberato, in cui l’esiliato ritornerà al suo focolare a lungo abbandonato, e in cui il paese d’Israele e tutta la terra si rallegreranno sotto il governo benefico del Figliuol di Davide.

Da tutte queste istituzioni risaltano due dati principali e caratteristici, cioè la gloria di Dio, e la benedizione dell’uomo. Queste due cose sono congiunte assieme da un legame divino ed eterno. Iddio ha ordinato tutto, in modo che la Sua gloria e la benedizione della sua creatura fossero legate indissolubilmente, verità che procura una gioia profonda ai nostri cuori, e ci aiuta a comprendere meglio la forza e la bellezza di quella parola ben conosciuta: «Noi ci gloriamo nella speranza della gloria di Dio» (Romani 5:2). Quando questa gloria brillerà in tutto il suo splendore, allora certamente, le benedizioni, il riposo e la felicità raggiungeranno il loro completo ed eterno sviluppo.

Vediamo un bel tipo ed una figura di quel beato momento nel settimo anno. Era «la remissione dell’Eterno», la cui influenza benedetta era sentita da ogni povero debitore, da Dan sino a Beer-Sheba. L’Eterno concedeva al suo popolo l’immenso privilegio d’aver comunione con Lui, facendo cantare di gioia il povero debitore. Egli voleva insegnare a chi desiderava impararla, la profonda benedizione che c’è a perdonare tutto, senza riserva. È ciò in cui Egli stesso trova piacere, benedetto sia per sempre il suo nome grande e glorioso!

Ma, purtroppo! il povero cuore umano non è all’altezza di queste cose; non è pienamente preparato a camminare in questo sentiero celeste, è, sventuratamente impedito da un misero egoismo, ad afferrare e praticare il principio divino della grazia; la carne non si sente affatto a suo agio in quest’atmosfera celeste, essa non è atta ad essere il vaso e il canale di questa grazia regale che brilla con tanto splendore in tutte le vie di Dio. Ciò spiega troppo bene le esortazioni racchiuse nei versetti seguenti: «Quando vi sarà in mezzo a te qualcuno dei tuoi fratelli che sia bisognoso in una delle tue città nel paese che l’Eterno, l’Iddio tuo, ti dà, non indurerai il cuor tuo, e non chiuderai la mano davanti al tuo fratello bisognoso, anzi gli aprirai largamente la mano e gli presterai quanto gli abbisognerà per la necessità nella quale si trova. Guardati dall’accogliere in cuor tuo un cattivo pensiero, che ti faccia dire: Il settimo anno, l’anno di remissione è vicino! e ti spinga ad essere spietato verso il tuo fratello bisognoso, sì da non dargli nulla; poiché egli griderebbe contro di te all’Eterno, e ci sarebbe del peccato in te. Dagli liberalmente; e quando gli darai non te ne dolga il cuore; perché a motivo di questo, l’Eterno, l’Iddio tuo, ti benedirà in ogni opera tua e in ogni cosa a cui porrai la mano. Poiché i bisognosi non mancheranno mai nel paese; perciò io ti dò questo comandamento, e ti dico: Apri liberalmente la tua mano al tuo fratello povero e bisognoso nel tuo paese» (vers. 7-11).

Le sorgenti dell’egoismo dei nostri poveri cuori sono qui messi allo scoperto e giudicate. Nulla come la grazia, manifesta le radici nascoste del male nella natura umana. L’uomo dev’essere rinnovato nelle più intime profondità del suo essere morale, prima di poter diventare il vaso dell’amore divino; e anche quelli che sono così rinnovati dalla grazia, devono vegliare continuamente contro le forme vergognose d’egoismo di cui la nostra natura scaduta si riveste. Soltanto la grazia può mantenere il cuore aperto a tutti i bisogni che possono presentarsi nell’uomo. È necessario che dimoriamo ben vicino alle fontane dell’amore celeste, per diventare dei canali di benedizione in mezzo alla scena di miseria e di desolazione in cui siamo chiamati a vivere.

Come son belle le parole: «Apri liberalmente la tua mano!». Esse respirano l’atmosfera stessa del cielo. Un cuore aperto e una mano generosa sono da Dio. «Iddio ama un donatore allegro» (2 Corinzi 9:7). «Iddio dona a tutti liberalmente, senza rinfacciare» (Giacomo 1:5). E vuole accordarci il privilegio d’essere i suoi imitatori. Meravigliosa grazia, il cui solo pensiero riempie il cuore di ammirazione, d’amore e di lode. Non soltanto siamo salvati per grazia, ma dimoriamo nella grazia, ne respiriamo l’atmosfera stessa, e siamo chiamati ad essere la manifestazione vivente di questa grazia, non soltanto per i nostri fratelli, ma per tutta la famiglia umana. «Così dunque, secondo che ne abbiamo l’opportunità, facciam del bene a tutti; ma specialmente a quei della famiglia dei credenti» (Galati 6:10).

Lettore cristiano! applichiamoci diligentemente a ritenere nei nostri cuori quest’insegnamenti divini. Noi non ne gusteremo il valore reale che praticandoli. La miseria umana, i dolori, le necessità si presentano a noi sotto mille forme diverse; ovunque vediamo dei cuori straziati, degli spiriti abbattuti, dei focolari vuoti. Ogni giorno, nel nostro andare e venire, incontriamo la vedova, l’orfano e lo straniero. Come ci comportiamo a riguardo di tutti questi sofferenti? Restano i nostri cuori freddi e insensibili verso di loro? Chiudiamo noi le nostre mani a loro? Ovvero cerchiamo noi di agire nello spirito di misericordia dell’Eterno, che dava «l’anno di remissione?». Ricordiamoci che siamo chiamati a riflettere la natura e il carattere di Dio e ad essere direttamente i canali di comunicazione fra il cuore pieno d’amore del Padre nostro e tutti i bisogni dell’uomo. Non dobbiamo vivere per noi stessi; sarebbe la più triste smentita data ai principi e ai caratteri morali di questo cristianesimo glorioso che professiamo. È il nostro santo e grande privilegio, sì, è la nostra missione speciale, di spandere attorno a noi la luce benedetta del cielo a cui apparteniamo. Ovunque siamo, nel cerchio della famiglia, ai campi, al mercato, alla fabbrica o all’ufficio, ovunque, quelli che sono in contatto con noi dovrebbero vedere la grazia di Gesù brillare nei nostri atti, nelle nostre parole, nei nostri sguardi stessi. E se allora si presenta a noi qualche bisogno, qualche sofferenza da alleviare, se non possiamo far altro, diamo almeno una parola consolante, una lacrima o un sospiro di vera simpatia a chi soffre.

Lettore, ne è così di noi? Viviamo noi abbastanza vicino alla sorgente di quest’amore divino, e respiriamo noi l’aria stessa del cielo, in tal modo che il prezioso profumo sia sparso attorno a noi? Ovvero manifestiamo noi l’odioso egoismo della nostra natura, il carattere e le disposizioni empie della nostra umanità scaduta e corrotta? Che oggetto deforme è un cristiano egoista! È una contraddizione costante, una menzogna vivente. Il cristianesimo ch’egli professa non fa che mettere in rilievo il tremendo egoismo che governa il suo cuore e si mostra nei suoi atti.

Voglia il Signore concedere a tutti quelli che hanno la professione e il nome di cristiani, di condursi in tal modo nella vita giornaliera da essere un’epistola senza macchia di Cristo, conosciuta e letta da tutti gli uomini! In tal modo l’incredulità sarà privata di uno dei suoi argomenti più potenti, d’una delle sue obiezioni più gravi. Nulla fornisce un pretesto più plausibile all’incredulità che la vita incoerente dei cristiani.

Non è che una simile scusa possa avere il minimo valore dinanzi al tribunale di Cristo; poiché chiunque avrà avuto alla sua portata le Sante Scritture sarà giudicato secondo esse, se anche non ci fosse su tutta la superficie della terra un solo cristiano. Nondimeno, i cristiani sono responsabili di fare risplendere la loro luce dinanzi agli uomini, in modo ch’essi vedano le loro buone opere e glorifichino il nostro Padre che è nei cieli (Matteo 5:16). La nostra vita di ogni giorno deve essere come un’esposizione ed un esempio dei principi celesti che la Parola di Dio ci insegna, in tal modo che l’incredulo non abbia da accampare il minimo pretesto.

Possiamo noi avere a cuore queste cose! Potremo allora benedire Iddio per questa meditazione sulla bella istituzione della «remissione dell’Eterno».

Citeremo ora il passo concernente il servitore ebreo. Sentiamo sempre più quanto sia importante di presentare il linguaggio stesso dello Spirito Santo. Benché possiamo rimandare il lettore alla sua Bibbia, sappiamo che sovente si prova un certo disagio a interrompere la propria lettura per cercare i passi indicati; d’altronde non c’è nulla di tale come la Parola di Dio; e lo scopo di qualche riflessione che offriamo, è semplicemente di aiutare il lettore cristiano a comprendere e ad apprezzare le Scritture che citiamo: «Se il tuo fratello ebreo, o una sorella ebrea si vende a te, ti servirà sei anni; ma il settimo, lo manderai via da te libero. E quando lo manderai via da te libero, non lo rimanderai a vuoto; lo fornirai liberalmente di doni tratti dal tuo gregge, dalla tua aia e dal tuo strettoio; gli farai parte delle benedizioni che l’Eterno, il tuo Dio, t’avrà largite» (vers. 12-14).

Con quale bellezza risalta qui la grazia ineffabile del nostro Dio! Non vuole che si lasci andare il fratello a vuoto. La libertà e la povertà non sarebbero in armonia morale. Il fratello doveva essere mandato via libero e colmato, emancipato e dotato non soltanto della libertà, ma di beni propri.

Questo è veramente divino; non è necessario di dire a quale scuola si insegna una morale così squisita. Essa porta il sigillo stesso del cielo ed esala il profumo del paradiso di Dio. Non è forse così che Dio ha agito verso noi? Ogni lode sia al suo nome glorioso! Non soltanto ci ha dato la vita e la libertà, ma provvede a tutto ciò di cui possiamo aver bisogno per il tempo presente e per l’eternità. Egli ci ha aperto i tesori inesauribili del cielo; ha dato per noi ed a noi il suo Figliuolo diletto, per renderci felici; ci ha dato tutto ciò che appartiene alla vita e alla pietà; tutto ciò di cui abbiam bisogno per la vita presente e per quella futura è abbondantemente e perfettamente dispensato dalla mano liberale del nostro Padre celeste.

Non è forse profondamente commovente di vedere l’espressione stessa del cuore di Dio nel modo in cui voleva che il servitore ebreo fosse trattato? «Lo fornirai liberalmente». Non per obbligo, né scarsamente, ma in modo degno di Dio. Il suo popolo, nei suoi atti deve essere il riflesso di Lui stesso; siamo chiamati all’elevata e santa dignità di essere i suoi rappresentanti morali. È meraviglioso, ma la sua grazia infinita ha voluto così. Egli non solo ci ha liberati dalle fiamme eterne dell’inferno, ma ci ha chiamati ad agire per Lui, e ad esserGli simili in un mondo che ha crocifisso il suo Figliuolo. Non soltanto ci ha conferito questa sublime dignità, ma ci ha arricchiti in modo da poter sostenerla. A nostra disposizione sono le risorse inesauribili del cielo. «Ogni cosa è nostra!» (Vedere 1 Corinzi 3:22) per la sua grazia infinita. Oh! possiamo noi realizzare meglio i nostri privilegi, e così assolvere più fedelmente le nostre sante responsabilità!

Il motivo presentato al popolo al vers. 15 del nostro capitolo, è molto commovente, ammirevole, calcolato per risvegliare le sue affezioni e le sue simpatie. «E ti ricorderai che sei stato schiavo nel paese d’Egitto, e che l’Eterno, il tuo Dio ti ha redento; perciò io ti dò oggi questo comandamento». Il ricordo della grazia dell’Eterno che li aveva riscattati dal paese d’Egitto, doveva essere il movente permanente ed onnipotente del loro modo d’agire verso il fratello povero. È un principio infallibile; non potrà sussistere nulla di meno elevato. Se cerchiamo i nostri moventi altrove che in Dio, la nostra vita pratica fallirà. È soltanto conservando dinanzi al cuore la meravigliosa grazia di Dio spiegata verso noi nella redenzione che è nel Cristo Gesù, che saremo capaci d’esercitare una vera ed attiva benevolenza, sia verso i nostri fratelli, sia verso quelli del di fuori. Dei semplici sentimenti di compassione provenienti dai nostri propri cuori, o svegliati dalle sofferenze, dalla distretta e dai bisogni del nostro prossimo, svaniranno bentosto. È nell’Iddio vivente stesso che troveremo dei continui moventi d’azione.

Al vers. 16, si presenta il caso in cui un servitore preferisca rimanere col suo padrone: «Ma se avvenga ch’egli ti dica: Non voglio andarmene da te, perché ama te e la tua casa e sta bene da te, allora prenderai una lesina, gli forerai l’orecchio contro la porta, ed egli ti sarà schiavo per sempre».

Paragonando questo passo con Esodo 21:1-6, notiamo una differenza proveniente dal carattere distintivo di ogni libro. Nell’Esodo, è messo in rilievo il dato tipico; nel Deuteronomio, è messo in rilievo il dato morale. Da questo proviene il fatto che in quest’ultimo libro, lo scrittore ispirato, omette tutto quel che si rapporta alla moglie e ai figli, come estraneo al suo scopo, benché tanto essenziale alla bellezza e alla perfezione del tipo di Esodo 21. Menzioniamo questo semplicemente come una delle numerose prove che il Deuteronomio è lungi d’essere un’arida ripetizione dei libri che precedono. Non c’è né ripetizione da un lato, né contraddizione dall’altro, ma una meravigliosa varietà in perfetto accordo con il disegno di Dio ed il suo scopo in ogni libro. È alla confusione degli scrittori increduli, che nella loro sprezzabile strettezza ed ignoranza hanno avuto la temerarietà empia di lanciare i loro dardi contro questa magnifica parte degli oracoli di Dio.

Nel nostro capitolo, dunque, abbiamo l’aspetto morale di questa interessante istituzione. Il servitore amava il suo padrone, ed era felice con lui. Preferiva una schiavitù perpetua e il segno di questa schiavitù con un padrone che amava, alla libertà, lontano da lui con un dono della sua liberalità. Ciò, naturalmente parlava in favore del padrone e dello schiavo; è sempre buon segno quando simili relazioni sono di lunga durata, mentre che in tesi generale, un cambiamento continuo è prova che qualcosa non va moralmente. Senza dubbio vi sono delle eccezioni; e nelle relazioni fra padrone e servitore, come in tutte le altre, vi sono due lati da considerare. Bisogna esaminare, per esempio, se è il padrone che cambia continuamente di domestici, o se è il domestica che cambia di padrone. Nel primo caso le apparenze sarebbero contro il padrone; nel secondo, contro il servitore.

Il fatto è che abbiam tutti da giudicarci a questo riguardo. Quelli di noi che sono padroni devono considerare se cercano realmente il bene, la felicità e l’interesse dei loro servitori. Ricordiamoci, relativamente ai nostri servitori, che non dobbiamo soltanto pensare alla quantità di lavoro che possiamo trarre da loro. Pur avendo per principio il comune proverbio «vivere e lasciar vivere», siamo obbligati di cercare ad ogni modo, a rendere felici i nostri servitori, a far loro sentire che hanno un focolare sotto il nostro tetto, e che non ci deve bastare di avere il lavoro delle loro mani, ma che desideriamo anche l’affezione dei cuori. Si chiedeva un giorno al capo di un grandissimo stabilimento: «Quanti cuori impiegate?» Egli scosse il capo, e confessò con reale dolore come poco cuore esiste nelle relazioni fra padrone e impiegato o operaio. Da questa deriva quell’espressione banale: «adoperare della mano d’opera».

Ma il padrone cristiano è chiamato ad agire secondo un principio più elevato; egli ha il privilegio d’essere un imitatore del suo maestro, Cristo. Se egli se ne ricorda, tutto sarà ben regolato nelle sue relazioni col servitore; avrà cura di studiare il suo divino Modello, onde riprodurre il suo carattere in tutti i particolari della vita pratica giornaliera.

Così è del servitore cristiano. Deve studiare il grande esempio postogli dinanzi nel sentiero e nel ministero del solo vero Servitore che mai sia camminato su questa terra. Egli è chiamato a seguire le sue tracce, ad abbeverarsi del suo Spirito; a studiare la sua Parola. È colpente di vedere che lo Spirito Santo dà più direzioni ai servitori che a tutte le altre relazioni prese insieme. È ciò che il lettore può vedere nelle epistole agli Efesi, ai Colossesi e a Tito.

Il servitore cristiano può ornare l’insegnamento che è del nostro Dio Salvatore, non trafugando nulla e non essendo contraddicente. Può servire il Signore nei doveri più ordinari della vita privata; in modo altrettanto efficace dell’uomo chiamato a parlare a migliaia d’anime sulle grandi realtà dell’eternità.

Talché, quando padrone e servitore sono entrambi governati da principì celesti, cercando ognuno di servire e glorificare il loro solo Signore, cammineranno felicemente assieme. Il padrone non sarà severo, assoluto, esigente; il servitore non cercherà il proprio interesse; non sarà collerico, arrogante; adempiendo così fedelmente ognuno d’essi i propri doveri, contribuirà al benessere e alla felicità dell’alto, alla pace e alla felicità di tutto il cerchio domestico. Piacesse a Dio che in ogni casa cristiana su questa terra, vi fosse più conformità al modello celeste! Allora la verità di Dio sarebbe giustificata, la sua Parola onorata, e il suo Nome glorificato nelle nostre relazioni domestiche e nella nostra vita pratica.

Al vers. 18 abbiamo una parola d’avvertimento che ci rivela fedelmente, ma con gran delicatezza, una delle cose che si trovano in fondo al povero cuore umano. «Non ti sia grave rimandarlo da te libero, poiché t’ha servito sei anni, e un mercenario ti sarebbe costato il doppio; e l’Eterno, il tuo Dio, ti benedirà in tutto ciò che farai».

Queste parole sono molto commoventi. Vedete come l’Iddio eccelso condiscende a perorare presso un cuore d’uomo — il cuore d’un padrone, — la causa del suo povero servitore, e stabilisce i diritti di costui! È come se chiedesse un favore per Lui stesso. Non omette nulla di quel che può essere in favore del servitore, ricordando al padrone il valore dei suoi sei anni di servizio, incoraggiandolo con la promessa d’un aumento di benedizioni come ricompensa della sua generosità. È d’una perfetta bellezza. L’Eterno non vuole soltanto che l’atto di generosità si compia, ma che sia fatto in modo da rallegrare il cuore dello schiavo. Non pensa soltanto all’azione in se stessa, ma al modo in cui è fatta. Possiamo, talvolta, sforzarci a fare qualche buona azione; se agiamo per dovere, sempre ci parrà duro di dover farla; così tutto l’incanto di quest’azione è tolto. È la generosità del cuore che dà all’atto il suo valore. Dovremmo fare il bene, in modo tale che colui che ne è l’oggetto sia accertato che il nostro proprio cuore vi trova anche la sua gioia.

Ecco il modo divino di agire: «E non avendo essi di che pagare, condonò il debito ad ambedue» (Luca 7:42). «Bisognava far festa e rallegrarsi» (Luca 15:32). «V’è allegrezza dinanzi agli angeli di Dio per un solo peccatore che si ravvede» (Luca 15:10). Oh! ci sia dato di riflettere meglio questa preziosa grazia del cuore del nostro Padre!

Prima di terminare le nostre osservazioni su quest’interessante capitolo, ne citeremo l’ultimo paragrafo: «Consacrerai all’Eterno, il tuo Dio, ogni primogenito maschio che ti nascerà nei tuoi armenti e nei tuoi greggi. Non metterai al lavoro il primogenito della tua vacca e non toserai il primogenito della tua pecora. Li mangerai ogni anno con la tua famiglia, in presenza dell’Eterno, dell’Iddio tuo, nel luogo che l’Eterno avrà scelto. E se l’animale ha qualche difetto, se è zoppo o cieco, o ha qualche grave difetto, non lo sacrificherai all’Eterno, al tuo Dio; lo mangerai entro le tue porte; e colui che sarà impuro e colui che sarà puro ne mangeranno senza distinzione, come si mangia della gazzella e del cervo. Però non ne mangerai il sangue; lo spargerai per terra come acqua» (vers. 19-23).

Non si poteva offrire a Dio che ciò che era perfetto, — il primogenito maschio, senza difetto, figura dell’Agnello di Dio offerto senza alcuna macchia a Dio, sulla croce per noi, — fondamento imperituro della nostra pace, e prezioso nutrimento delle anime nostre in presenza di Dio. Era la cosa divina: l’assemblea radunata attorno al centro divino, che festeggia in presenza di Dio, che mangia di ciò che era il tipo di Cristo, che è ad un tempo il nostro sacrificio, il nostro centro e il nostro nutrimento. Omaggio eterno al Suo nome glorioso!

16. Capitolo 16

Giungiamo ora ad una delle parti più profonde e più estese del libro del Deuteronomio. Lo scrittore ispirato ci presenta ciò che si può chiamare le tre grandi feste principali dell’anno giudaico, cioè la Pasqua, la Pentecoste, e la festa dei Tabernacoli, cioè la Redenzione, lo Spirito Santo e la gloria. Abbiamo qui una veduta più limitata di queste belle istituzioni, di quella che ci è presentata nel Levitico (cap. 23), ove si contano con il sabato, otto feste; ma se consideriamo il sabato a parte, come tipo del riposo eterno di Dio, vi sono sette feste, cioè: la Pasqua, la festa dei pani senza lievito, la festa delle primizie, la Pentecoste, la festa delle trombe, il giorno delle propiziazioni e la festa dei Tabernacoli o festa delle Capanne.

Tale è l’ordine delle feste nel libro del Levitico che, come l’abbiam notato nei nostri studi su questo Libro, può essere chiamato «la guida del sacerdote». Ma nel Deuteronomio, che è soprattutto il Libro del popolo, abbiamo meno particolari rituali, e il legislatore si limita a quei grandi caratteri morali e nazionali, che si adattano al popolo e presentano nel modo più semplice il passato, il presente e l’avvenire.

«Osserva il mese di Abib e celebra la Pasqua in onore dell’Eterno, del tuo Dio; poiché nel mese d’Abib, l’Eterno, il tuo Dio, ti trasse dall’Egitto, durante la notte. E immolerai la Pasqua all’Eterno, all’Iddio tuo, con vittime dei tuoi greggi e dei tuoi armenti, nel luogo che l’Eterno avrà scelto per dimora del suo nome. Non mangerai con queste offerte pane lievitato; per sette giorni mangerai con esse pane azzimo, pane d’afflizione (poiché usciste in fretta dal paese d’Egitto); affinché tu ti ricordi del giorno che uscisti dal paese d’Egitto, tutto il tempo della tua vita. Non si vegga lievito presso di te, entro tutti i tuoi confini, per sette giorni; e della carne che avrai immolata la sera del primo giorno, nulla se ne serbi durante la notte fino al mattino. Non potrai immolare la Pasqua in una qualunque delle città che l’Eterno, il tuo Dio, ti dà; anzi, immolerai la Pasqua soltanto nel luogo che l’Eterno, il tuo Dio avrà scelto per dimora del suo nome; la immolerai la sera, al tramontar del sole, nell’ora in cui uscisti dall’Egitto. Farai cuocere la vittima, e la mangerai nel luogo che l’Eterno, il tuo Dio, avrà scelto; e alla mattina te ne potrai tornare e andartene alle tue tende. Per sei giorni mangerai pane senza lievito; e il settimo giorno vi sarà una solenne raunanza; in onore dell’Eterno, che è l’Iddio tuo; non farai lavoro di sorta» (vers. 1-8).

Poiché abbiamo dato molti particolari sui grandi principi di questa festa fondamentale, nelle nostre «Note sull’Esodo», dobbiamo rimandarvi il lettore se desidera studiare il soggetto. Ma vi sono certi dati particolari al Deuteronomio sui quali ci sentiamo in dovere di attirare l’attenzione. Anzitutto notiamo con quale cura è specificato qui il «luogo» ove la festa doveva essere celebrata. L’importanza pratica ne è grande. Il popolo non doveva scegliere il luogo. Sotto l’aspetto umano, poteva sembrare poco importante di sapere dove e come doveva essere celebrata la festa, purché lo fosse. Ma rifletta seriamente il lettore e ponderi bene la cosa, e si convincerà che un giudizio d’uomo non aveva nessun peso nell’affare; si trattava di pensiero e d’autorità divini. Iddio aveva il diritto di prescrivere e decidere dove voleva incontrarsi col suo popolo, ed è quello che ci è dimostrato nel passo citato più su, ove tre volte ripete le parole: «Nel luogo che l’Eterno, il tuo Dio, avrà scelto».

È forse una vana ripetizione? Nessuno sia tanto temerario di pensarlo, ancor meno di affermarlo. La cosa è veramente necessaria. E perché? A causa della nostra indifferenza e della nostra volontà propria. Iddio, nella sua infinita bontà, ha specialmente cura di scolpire sul cuore, sulla coscienza e sull’intelligenza del suo popolo, che Egli voleva avere un luogo particolare ove la memorabile ed importante festa della pasqua dovesse essere celebrata.

Notiamo che soltanto nel Deuteronomio è insistito sul luogo della celebrazione. Non abbiamo nulla di ciò nell’Esodo, perché quivi la festa si celebrava in Egitto; non ne è fatta menzione nei Numeri, perché ivi era celebrata nel deserto. Ma, nel Deuteronomio, tutto era stabilito con autorità e in modo definitivo, perché questo libro racchiude le istruzioni che convenivano al popolo stabilito nel paese. È un’altra prova colpente che il Deuteronomio è ben lungi dall’essere soltanto una ripetizione sterile dei libri precedenti.

Il motivo capitale per cui è così fortemente insistito sul «luogo», nelle tre grandi solennità riportate nel nostro capitolo, è questa, che Dio voleva radunare attorno a Sé il popolo ch’Egli amava, affinché potessero celebrare la festa assieme nella Sua presenza, ch’Egli potesse rallegrarsi in loro, ed essi in Lui, e gli uni negli altri, cosa che non poteva farsi se non nel luogo designato da Dio. Tutti quelli che desideravano accostarsi all’Eterno, e incontrare il suo popolo, tutti quelli che desideravano un culto e una comunione secondo Dio, si recavano con riconoscenza al centro scelto da Dio. Qualcuno avrebbe potuto dire: «Non posso forse celebrare la festa in seno alla mia famiglia? Che necessità c’è di fare quel lungo viaggio? Quando c’è sincerità di cuore, il luogo poco importa». La sola risposta è che la prova migliore e più chiara di rettitudine di cuore sarà il desiderio semplice e serio di fare la volontà di Dio. A chi amava e temeva Dio bastava sapere che Iddio aveva designato un luogo ove si troverebbe col suo popolo; quivi ogni anima retta voleva recarsi. Soltanto la Sua presenza poteva procurare gioia, forza e benedizione, a tutte le grandi riunioni nazionali. Non era il semplice fatto di radunarsi in grandissimo numero, tre volte all’anno, per celebrare la festa e rallegrarsi insieme, ciò che avrebbe potuto favorire l’orgoglio umano, la propria soddisfazione e l’eccitamento. No, ma radunarsi per incontrare l’Eterno, radunarsi alla Sua presenza, al luogo ch’Egli aveva scelto per farvi abitare il Suo Nome, era una gioia profonda per ogni cuore vero e leale nelle dodici tribù d’Israele. Chi fosse rimasto volontariamente a casa, o fosse andato in un luogo non designato dal Signore, non soltanto avrebbe trascurato e insultato il suo Nome, ma avrebbe fatto atto di ribellione contro la sua suprema autorità.

Dopo aver parlato brevemente del luogo della festa, gettiamo uno sguardo sul modo di celebrarla. Anche qui, come ci si poteva aspettare, troveremo ciò che caratterizza il nostro Libro. Il dato principale qui è «i pani azzimi»; ma il lettore noterà il fatto interessante che questo pane è chiamato «il pane d’afflizione». Perché questa designazione? Comprendiamo tutti che il pane senza lievito è il tipo di quella santità di cuore e di vita assolutamente necessarie al godimento d’una vera comunione con Dio. Non siamo salvati per mezzo d’una santità personale; ma grazie a Dio, siamo salvati per la santità. Il lievito tollerato è il colpo di morte alla comunione e al culto.

Non dobbiamo mai, neppure per un momento, perdere di vista questo grande principio, nella. vita di santità personale e di pietà pratica che abbiamo il dovere come anche il privilegio di praticare giorno dopo giorno, in mezzo alla scena e alle circostanze che attraversiamo nel nostro pellegrinaggio verso il cielo. Parlare di comunione e di culto, mentre si vive in un peccato conosciuto, è la triste prova che non conosciamo nulla di queste due cose. Per godere della comunione con Dio, o della comunione dei santi, per adorare in ispirito e verità, bisogna vivere una vita di santità personale, una vita di separazione da ogni male conosciuto. Prendere posto nell’assemblea del popolo di Dio, e aver l’aria di partecipare alla comunione e al culto che gli appartengono, pur vivendo in un peccato segreto, o tollerando il male negli altri, è contaminare l’assemblea, contristare lo Spirito Santo, peccare contro Cristo, e attirare su di sé il giudizio di Dio, che giudica ora la sua casa e castiga i suoi figli, onde non siano condannati col mondo.

Questo è molto solenne e richiede la seria attenzione di tutti quelli che desiderano realmente camminare con Dio, e servirlo con riverenza e timore. Una cosa è d’aver afferrato con l’intelligenza la dottrina che il tipo insegna, e altra cosa è d’aver scolpita nel cuore e praticata nella vita la sua grande lezione morale. Tutti quelli che professano di aver la loro coscienza purificata dal sangue dell’Agnello, cerchino d’osservare la festa dei pani azzimi. «Non sapete voi che un po’ di lievito fa lievitare tutta la pasta? Purificatevi dal vecchio lievito, affinché siate una nuova pasta; come già siete senza lievito. Poiché anche la nostra pasqua, cioè Cristo è stata immolata. Celebriamo dunque la festa, non con vecchio lievito, né con lievito di malizia e di malvagità, ma con gli azzimi della sincerità e della verità» (1 Corinzi 5:6-8).

Ma che cosa significa quell’espressione: «i pani di afflizione!». Non penseremmo forse che i canti di gioia, di lode, e di trionfo, sarebbero più in rapporto con una festa commemorativa della liberazione dalla schiavitù e dal giogo degli Egizi? Senza dubbio, la realizzazione della verità benedetta d’una piena liberazione della nostra condizione primitiva con tutte le sue conseguenze, è infatti un soggetto di gioia profonda e reale, di riconoscenza e di lode. Ma si vede molto chiaramente che tali non erano i dati dominanti della festa pasquale, poiché non sono neppure nominati. Noi abbiamo «i pani d’afflizione», ma non una parola di gioia, di lode o di trionfo.

Perché dunque? Qual’è la grande lezione morale che questi «pani d’afflizione» danno ai nostri cuori? Crediamo che vi sia una figura di quei profondi esercizi di cuore che lo Spirito Santo produce, rappresentandoci con potenza quel che costò al nostro adorabile Signore e Salvatore la liberazione dai nostri peccati, e dal giudizio che questi peccati meritavano. Abbiamo anche una figura di quei profondi esercizi d’animo, nelle «erbe amare» di Esodo 12, e se ne vedono numerosi esempi nella storia dei figliuoli d’Israele che erano condotti, per mezzo dell’azione potente della Parola e dello Spirito di Dio, a disciplinarsi e ad «affliggere le anime loro» nella presenza di Dio.

Ricordiamoci pure che in questi santi esercizi, non è alcun vestigio di elemento legale, o d’incredulità; tutt’altro! Quando un Israelita mangiava dei pani d’afflizione con la carne arrostita dell’Agnello pasquale esprimeva forse il minimo dubbio o il minimo timore riguardo alla sua completa liberazione? No, certamente. Egli era nel paese; si rallegrava coi suoi fratelli nel luogo stesso designato da Dio, nella sua propria presenza; come avrebbe potuto dubitare della sua perfetta liberazione dal paese d’Egitto?

Ma benché non avesse né dubbio, né timore riguardo alla sua liberazione, doveva mangiare i pani d’afflizione; era l’elemento essenziale della festa pasquale: «Poiché uscisti in fretta dal paese d’Egitto, affinché tu ti ricordi del giorno che uscisti dal paese d’Egitto, tutto il tempo della tua vita» (vers. 3).

Era un’opera molto profonda e molto reale. Gl’Israeliti non dovevano mai dimenticare la loro uscita dal paese d’Egitto, ma conservarne il ricordo, nella terra promessa, attraverso tutte le generazioni. Dovevano fare la commemorazione della loro liberazione con una festa, emblema di quei santi esercizi che sempre caratterizzano la vera pietà cristiana.

Desideriamo richiamare la seria attenzione del lettore cristiano sull’insieme della verità indicata dai «pani d’afflizione». Questo è molto necessario per quelli che professano di essere versati in ciò che si chiama la dottrina della grazia. I giovani cristiani soprattutto corrono gran rischio, cercando, di evitare il legalismo e lo spirito di servitù, di gettarsi nell’estremo opposto, nel rilassamento — questo laccio terribile. I cristiani vecchi ed esperimentati non sono tanto esposti a cadere in questo male; sono i giovani che, fra noi, hanno gran bisogno d’essere solennemente avvertiti. Essi odono parlare molto della salvezza per grazia, di giustificazione per fede, di affrancamento dalla legge, e di tutti i privilegi particolari alla posizione cristiana. È appena necessario di dire che tutte queste cose sono d’un’importanza capitale, ed è impossibile di udirne parlare troppo; migliaia di cari figliuoli di Dio restano continuamente nelle tenebre, nel dubbio, ed in una servitù legale, per ignoranza di queste grandi verità fondamentali.

Ma d’altra parte, quanti ce ne sono che hanno afferrato per mezzo dell’intelligenza i principi della grazia e che, a giudicarne dalle loro abitudini, dai loro modi, dal loro genere di vita, conoscono ben poco la potenza santificante di questi grandi principi, la loro influenza sul cuore e nella vita!

Ritornando alla dottrina della festa pasquale, non sarebbe stato secondo il pensiero di Dio che qualcuno cercasse di celebrare la festa senza pani azzimi, «i pani d’afflizione». Una simile cosa non sarebbe stata tollerata in Israele. Era un ingrediente assolutamente essenziale.

Siamo dunque certi che, per noi pure, cristiani, è una parte integrale della festa che dobbiamo celebrare, il coltivare la santità personale e quella condizione d’animo così ben espressa dalle «erbe amare» di Esodo 12, ovvero dai «pani d’afflizione» del Deuteronomio, e di cui questi ultimi sembrano essere la figura permanente per il paese. Abbiamo molto bisogno di questi sentimenti, di queste affezioni spirituali, di questi profondi esercizi d’animo che lo Spirito Santo produce rivelando ai nostri cuori le sofferenze di Cristo, — ciò che Gli è costato il perdono dei nostri peccati, ciò che ha sopportato per noi, quando i flutti e le onde della giusta ira di Dio contro i nostri peccati son passati su di Lui.

Purtroppo manchiamo molto (se è permesso di parlare per altri) di quella profonda contrizione che proviene da un cuore occupato spiritualmente delle sofferenze e della morte del nostro prezioso Salvatore. Una cosa è di aver la coscienza purificata dal sangue di Cristo, e altra cosa è aver la morte di Cristo applicata spiritualmente al cuore e la croce di Cristo applicata in modo pratico a tutto il corso e al carattere della nostra vita.

Come mai possiamo commettere con tanta leggerezza dei peccati in pensieri, in parole, in atti? Come vi può essere tanta leggerezza, insottomissione, indulgenza per sé, tanti agi carnali, tanta superficialità e frivolezza? Non è forse perché la cosa di cui «i pani d’afflizione» sono il tipo, manca nelle nostre feste? Non potremmo dubitarlo. Temiamo che vi sia un’assenza deplorevole di profondità e di serietà nel nostro cristianesimo. Si parla e si discute troppo sui profondi misteri della fede cristiana; vi è troppa conoscenza spirituale senza potenza interna.

Dobbiamo prestare a questo la più seria attenzione. Non possiamo impedirci di pensare che una delle cause di questo triste stato di cose sia un certo modo di predicare l’Evangelo, fatto, senza dubbio, con la migliore intenzione, ma che non è meno pernicioso nel suo effetto morale.

È buona cosa di predicare il semplice evangelo. Ma siamo persuasi che vi sia un difetto molto grave nel genere di predicazione di cui parliamo. Essa manca di profondità spirituale, di santa gravità. Nello sforzo fatto per combattere il legalismo, vi è tendenza al rilassamento. Ora se il legalismo è un male grave, il rilassamento è ben peggiore. È importante di stare in guardia contro queste due forme di male. La grazia è il rimedio contro il primo, e la verità contro il secondo; ma sono necessarie la sapienza e l’intelligenza spirituali per renderci atti a mantenerli entrambi al loro posto e applicarli convenientemente. Se, per esempio, incontriamo qualcuno profondamente esercitato sotto l’azione potente della verità, travagliato dal ministero dello Spirito Santo, si tratta in questo caso di versare le consolazioni della pura e preziosa grazia di Dio, come è spiegata nel sacrificio divinamente efficace di Cristo. Ecco il rimedio divino per un cuore rotto, uno spirito contrito, una coscienza convinta di peccato. Quando un solco profondo è stato scavato dal vomere spirituale, non rimane che da gettarvi il seme incorruttibile dell’Evangelo di Dio, con la certezza che vi germoglierà e porterà del frutto a suo tempo.

Ma, d’altra parte, se vediamo una persona senza serietà e che non manifesta affatto un cuore rotto, parlare con enfasi della grazia, levandosi contro il legalismo e cercando in modo del tutto umano di mostrare un mezzo facile di salvezza, è il caso di applicare solennemente la verità al cuore e alla coscienza.

Temiamo che vi sia molto di questo ultimo elemento nella chiesa professante. Per parlare il linguaggio del nostro tipo, vi è tendenza a separare la pasqua dalla festa dei pani azzimi, cioè ad adagiarsi sul fatto che si è liberati dal giudizio, e dimenticare l’agnello arrostito, i pani di santità e i pani d’afflizione. In realtà, queste cose non possono essere separate, poiché Iddio le ha riunite; perciò non possiamo credere che qualcuno possa realmente godere della preziosa verità che la «nostra pasqua, cioè Cristo, è stata immolata», e non cerchi di celebrare «la festa con dei pani senza lievito di sincerità e verità». Quando lo Spirito Santo spiega dinanzi ai nostri cuori qualcosa della profonda benedizione, del pregio e dell’efficacia della morte del nostro Signore Gesù Cristo, ci conduce a meditare sul mistero delle sue sofferenze; a ripassare nei nostri cuori tutto quel che Gesù ha dovuto soffrire per noi, tutto ciò che Gli è costata la nostra salvezza dalle conseguenze eterne del peccato dal quale, purtroppo ci lasciamo sovente trascinare con leggerezza. È questo un lavoro molto profondo e santo, che conduce l’anima a quegli esercizi di cui «i pani d’afflizione», nella festa dei pani azzimi, erano l’immagine. Vi è una grande differenza fra i sentimenti che proviamo occupandoci dei nostri peccati, e quelli che provengono dalla visione delle sofferenze di Cristo per togliere quei peccati.

Non possiamo mai è vero, dimenticare i nostri peccati, e la profondità dell’abisso donde siamo stati tratti; ma altro è considerare l’abisso, ed altro ben diverso e più profondo, di pensare alla grazia che ce ne ha tratti fuori, e a tutto quel che ciò è costato al nostro prezioso Salvatore. È di questo soprattutto che ci è tanto necessario di conservare continuamente il ricordo nei nostri cuori. Siamo così leggeri, così pronti a dimenticare!

Abbiamo molto bisogno di guardare a Dio, e di chiederGli insistentemente di renderci atti ad entrare più profondamente e in modo più pratico nelle sofferenze di Cristo, e ad applicare la croce a tutto ciò che in noi Gli è contrario. Questo ci renderà più profondamente pii, più delicati nelle nostre coscienze, e produrrà un’aspirazione intensa verso la santità di cuore e di vita, una separazione pratica dal mondo in tutte le cose, una santa sottomissione, una vigilanza gelosa su noi stessi, sui nostri pensieri, sulle nostre parole, sulle nostre vie, in breve su tutta la nostra condotta nella vita giornaliera. Come ciò darebbe al cristianesimo, un carattere differente da quello che vediamo attorno a noi e che, purtroppo, manifestiamo nella nostra propria storia personale! Possa lo Spirito di Dio, col suo ministerio diretto e potente, farci comprendere sempre meglio ciò che significano «l’agnello arrostito», «i pani azzimi», e «i pani d’afflizione» (*).

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(*) Il lettore troverà delle osservazioni più particolareggiate sulla pasqua e sulla festa dei pani azzimi, nelle Note sull’Esodo 12 e su Numeri 9. In questo ultimo capitolo specialmente, vedrà il rapporto che esiste fra la pasqua e la cena, soggetto del massimo interesse e di importanza pratica. La pasqua anticipava la morte di Cristo; la cena la ricorda. Ciò che la pasqua era per l’Israelita fedele, la cena lo è per la Chiesa. Se queste verità fossero meglio capite, ciò aiuterebbe a combattere il rilassamento, l’indifferenza e l’errore, che ora dominano riguardo alla tavola e alla cena del Signore.
     Deve parere strano a chi vive abitualmente nella santa atmosfera delle Scritture, di vedere la confusione di pensieri e la diversità di pratica a riguardo di questo soggetto così importante, presentato in modo così chiaro e così semplice nella parola di Dio.
     Non può essere messo in dubbio da chiunque s’inchina davanti alla Scrittura, che gli apostoli e la Chiesa primitiva si riunissero il primo giorno della settimana per rompere il pane. Non c’è nessun’ombra di fondamento nel Nuovo Testamento che limiti quest’ordinamento così prezioso ad esser celebrato una volta al mese, ovvero ogni tre o sei mesi. Non si può considerare ciò che come un intervento umano in un’istituzione divina. Sappiamo che si cerca di prevalersi di queste parole: «Fate questo, ogni volta ecc. » (1 Corinzi 11:26); ma non vediamo come possano servire di base ad un argomento qualunque, dinanzi a ciò che leggiamo negli Atti degli Apostoli cap. 20:7. Il primo giorno della settimana è, incontestabilmente, il giorno in cui la Chiesa deve celebrare la cena.
     Ammette questo il lettore cristiano? E se lo ammette agisce egli in conseguenza? È cosa seria di trascurare un ordinamento speciale di Cristo, stabilito da Lui in circostanze così commoventi, la notte stessa in cui fu tradito. Tutti quelli che amano il Signore Gesù Cristo in sincerità, desiderano certamente ricordarsi di Lui, in questo modo speciale, secondo le sue proprie parole: «Fate questo in memoria di me» (1 Corinzi 11:24). Non possiamo concepire che qualcuno che ami realmente Cristo, possa vivere in una negligenza abituale di questo prezioso memoriale. Se un Israelita avesse trascurato di celebrare la pasqua, sarebbe stato «reciso». Ma allora si era sotto la legge, e noi siamo sotto la grazia, si dirà. È vero, ma è forse un motivo per trascurare il comandamento del nostro Signore?
     Raccomandiamo questo soggetto alla seria attenzione del lettore. È molto più esteso di quanto lo pensino la più parte di noi. Tutta la storia della cena in questi 19 ultimi secoli è piena d’interesse e d’ammaestramento. Il modo in cui si è trattato la tavola del Signore è un indice morale della vera condizione della Chiesa. Man mano che la Chiesa si è allontanata da Cristo, ha trascurato e pervertito la preziosa, istituzione della cena. D’altra parte, ogni volta che lo Spirito di Dio ha agito con potenza nella Chiesa, la cena ha trovato il suo vero posto nel cuore dei suoi.
     Non possiamo estenderci di più su questo soggetto in una semplice nota; abbiamo soltanto desiderato, presentarlo al lettore, e speriamo che sarà incoraggiato a studiarlo da se stesso. Non dubitiamo che vi trovi interesse e profitto.

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Consideriamo ora brevemente la festa della Pentecoste che segue la Pasqua. «Tu conterai sette settimane; poi celebrerai la festa delle settimane in onore dell’Eterno, del tuo Dio, mediante offerte volontarie, che presenterai nella misura delle benedizioni che avrai ricevute dall’Eterno, ch’è il tuo Dio. E ti rallegrerai in presenza dell’Eterno del tuo Dio, tu, il tuo figliuolo e la tua figliuola, il tuo servo e la tua serva, il Levita che sarà entro le tue porte, e lo straniero, l’orfano e la vedova che saranno in mezzo a te, nel luogo che l’Eterno, il tuo Dio, avrà scelto per dimora del suo nome. Ti ricorderai che fosti schiavo in Egitto, e osserverai e metterai in pratica queste leggi» (vers. 9-12). La pasqua rappresenta la morte di Cristo. Il covone delle primizie è il tipo colpente di Cristo risuscitato. E nella festa delle settimane, abbiamo in figura la discesa dello Spirito Santo, cinquanta giorni dopo la risurrezione.

Si comprende che parliamo dei pensieri di Dio che queste feste ci comunicano, dei pensieri di Dio a nostro riguardo, indipendentemente dall’intelligenza che Israele aveva del loro significato. È il nostro privilegio di considerare tutte queste istituzioni tipiche alla luce del Nuovo Testamento; e noi siamo pieni di ammirazione dinanzi alla bellezza, alla perfezione divine e all’ordine di tutti questi tipi meravigliosi.

Non solo, ma vediamo — ciò che ha un immenso valore per noi — come le Scritture del Nuovo Testamento si collegano a quelle dell’Antico; vediamo la bella unità del volume divino, e come è manifesto che un solo e medesimo Spirito abbia ispirato il tutto, dal principio alla fine. Siamo in tal modo fortificati nella nostra fede nella preziosa verità della divina ispirazione delle Sante Scritture, ed i nostri cuori sono preservati contro tutti gli attacchi blasfematori degli scrittori increduli. Le anime nostre si elevano fino alla cima del monte ove le glorie morali del libro divino brillano su di noi in tutto il loro splendore celeste, e donde possiamo veder svanire ai nostri piedi le nubi e la bruma glaciale dei pensieri dell’incredulità; esse non possano influenzarci, poiché sono ben al di sotto del livello ove, per la grazia infinita di Dio, siamo posti. Gli scrittori increduli non sanno assolutamente nulla delle glorie morali della Scrittura, ma vi è una cosa la cui certezza fa tremare, cioè che un momento passato nell’eternità annienterà i pensieri di tutti gli increduli e atei che hanno parlato o scritto contro la Bibbia e il suo autore.

Esaminando i particolari di questa festa così interessante delle settimane ossia della Pentecoste, siamo colpiti dalla differenza con la festa dei pani azzimi. Anzitutto è parlato d’una «offerta volontaria». Abbiamo qui una figura della Chiesa formata dallo Spirito Santo, e presentata a Dio, come «una specie di primizie delle sue creature» (Giacomo 1:18).

Ci siamo fermati su questo carattere del tipo nelle «Note sul Levitico», cap. 23, perciò non vi ritorniamo su; ci limiteremo a quel che è particolare al carattere del Deuteronomio. Il popolo doveva offrire un tributo di offerta volontaria, secondo che l’Eterno, il suo Dio, l’aveva benedetto. Nulla di simile vi era nella Pasqua, perché questa festa prefigurava Cristo che offriva Sé stesso per noi in sacrificio; e non un’offerta che provenisse da noi. La festa di Pasqua ci ricorda la nostra liberazione dal peccato e da Satana, e ciò che è costata questa liberazione.

Vi vediamo le profonde sofferenze del nostro prezioso Salvatore prefigurate dall’agnello arrostito. Ci ricordiamo che i nostri peccati erano su di Lui. Egli è stato fiaccato per le nostre iniquità, giudicato in vece nostra, e questo pensiero produce una profonda contrizione del cuore, ciò che possiamo chiamare il vero pentimento cristiano. Poiché non bisogna mai dimenticare che il pentimento non è la semplice commozione passeggera d’un peccatore che, per la prima volta, apre gli occhi sul suo stato, è invece lo stato morale permanente del cristiano alla vista della croce e della passione del nostro Signore Gesù Cristo. Se si comprendesse meglio questa verità, se l’anima vi entrasse in modo più completo, si vedrebbe nella vita e nel carattere cristiano una profondità ed una solidità che mancano, purtroppo alla più parte di noi.

Ma, nella festa di Pentecoste, vediamo la potenza dello Spirito Santo e i vari effetti della sua presenza benedetta in noi e con noi. Ci rende atti a presentare i nostri corpi e tutto ciò che abbiamo in offerta volontaria al nostro Dio, secondo come ci ha benedetti. Questo non può essere prodotto che dalla potenza dello Spirito Santo; e perciò il tipo colpente ci è presentato non nella Pasqua che prefigura la morte di Cristo, né nella festa dei pani azzimi, che mostra l’effetto morale di questa morte su noi, in pentimento, in giudizio di sé, e in santità pratica; ma, nella Pentecoste, tipo riconosciuto del dono prezioso dello Spirito Santo.

Ora, è lo Spirito che ci rende atti ad afferrare i diritti di Dio su noi — diritti che non possono essere valutati che per mezzo dell’estensione della benedizione divina. Egli ci dà di vedere e comprendere che tutto quel che siamo e quel che abbiamo appartiene a Dio. Ci fa trovar piacere a consacrarci a Dio interamente, anima, spirito e corpo, ciò che è veramente «un’offerta volontaria»; non v’è un atomo di servitù, poiché «dov’è lo Spirito del Signore, ivi è libertà» (2 Cor. 3:17).

Riassumendo, abbiamo qui lo spirito e il carattere morale di tutta la vita e di tutto il servizio cristiano. Un’anima sotto la legge non può comprenderne né la forza né la bellezza, perché non ha mai ricevuto lo Spirito. Le due cose sono del tutto incompatibili. È quel che l’apostolo dice alle povere assemblee sviate di Galazia: «Questo soltanto desidero sapere da voi: avete ricevuto lo Spirito per la via delle opere della legge o per la predicazione della fede? … Colui dunque che vi somministra lo Spirito ed opera fra voi dei miracoli, lo fa Egli per la via delle opere della legge o per la predicazione della fede?» (Galati 3:2, 5). Il prezioso dono dello Spirito è una conseguenza della morte, della risurrezione, dell’ascensione e della glorificazione del nostro adorabile Signore e Salvatore Gesù Cristo, e non può in tal modo aver nulla di comune con le «opere della legge» di qualsiasi natura siano. La presenza dello Spirito Santo sulla terra, la sua abitazione con tutti i veri credenti e in loro, è una grande verità caratteristica del cristianesimo, che non era e non poteva essere conosciuta nei tempi dell’Antico Testamento. Non lo era neppure dei discepoli durante la vita del nostro Signore sulla terra. Egli stesso dice loro, alla vigilia di lasciarli: «Pure, io vi dico la verità, egli v’è utile ch’io me ne vada; perché, se non me ne vo, non verrà a voi il Consolatore, ma se me ne vo, io ve lo manderò» (Giovanni 16:7).

Questo prova nel modo più concludente che quelli i quali godono del grande e prezioso privilegio di vivere nella compagnia personale del Signore, dovevano essere posti in una posizione più vantaggiosa ancora per mezzo della sua partenza e della venuta del Consolatore. Leggiamo anche: «Se voi mi amate, osserverete i miei comandamenti. E io pregherò il Padre, ed Egli vi darà un altro Consolatore, perché stia con voi in perpetuo, lo Spirito della verità, che il mondo non può ricevere, perché non lo vede e non lo conosce. Voi lo conoscete, perché dimora con voi, e sarà in voi» (Giovanni 14:15-17). Non possiamo qui entrare con particolari in questo soggetto così vasto; ci mancherebbe lo spazio, per quanto piacere avremmo facendolo. Bisogna limitarsi ad uno o due punti suggeriti dalla festa delle settimane, come ce la presenta il nostro capitolo.

Abbiam fatto allusione al fatto così interessante che lo Spirito di Dio è la sorgente viva e la potenza divina d’una vita di devozione e di consacrazione personale prefigurata dal «tributo d’un’offerta volontaria ». Il sacrificio di Cristo è il fondamento, e la presenza dello Spirito Santo è la potenza della consacrazione del cristiano a Dio — spirito, anima e corpo. «Io vi esorto dunque, fratelli, per le compassioni di Dio, a presentare i vostri corpi in sacrificio vivente, santo, accettevole a Dio; il che è il vostro servizio intelligente» (Romani 12:1).

Ma vi è un altro punto dell’interesse più profondo presentato al vers. 11 del nostro capitolo: «E ti rallegrerai in presenza dell’Eterno, del tuo Dio». Non abbiamo nulla di simile nella Pasqua, né nella festa dei pani azzimi. La gioia non sarebbe stata in rapporto morale né con l’una, né con l’altra di queste feste. È vero che la Pasqua è la base stessa di tutta la gioia che possiamo realizzare o che realizzeremo quaggiù o nell’eternità; ma questa festa ci fa sempre pensare alla morte di Cristo, alle sue sofferenze, ai suoi dolori, a tutto ciò che Egli ha sopportato quando le onde e i flutti della giusta ira di Dio passavano sull’anima sua. I nostri cuori dovrebbero fissarsi su questi profondi misteri soprattutto quando siamo riuniti attorno alla tavola del Signore, e quando celebriamo la festa che ricorda la sua morte finché Egli venga.

Ma, nella festa della Pentecoste, la gioia era uno dei caratteri dominanti. Non vi vediamo né «le erbe amare», né «i pani d’afflizione», perché questa festa è il tipo della venuta dell’altro Consolatore, della discesa dello Spirito Santo procedente dal Padre, e mandato da Cristo risuscitato, salito in alto, e glorificato nel cielo, onde riempire il cuore dei suoi di lode, di rendimenti di grazie, e d’allegrezza, conducendoli in una comunione perfetta e felice con il loro Capo glorificato, nel suo trionfo sul peccato, sulla morte, sull’inferno, su Satana e su tutte le potenze delle tenebre. La presenza dello Spirito è legata alla libertà, alla luce, alla potenza e alla gioia. Così leggiamo: «I discepoli erano pieni d’allegrezza e di Spirito Santo» (Atti 13:52). I dubbi, il timore e la servitù legale si dissipavano dinanzi al prezioso ministerio dello Spirito Santo.

Ma dobbiamo far distinzione fra la sua opera in noi e la sua abitazione in noi; fra l’atto per il quale Egli vivifica e il fatto che Egli è il suggello messo su di noi. Il primo barlume di convinzione di peccato nell’anima è il risultato dell’azione dello Spirito. È la sua opera benedetta che conduce ad ogni vero pentimento, e ciò non produce la gioia. È una buona cosa, necessaria e anche assolutamente indispensabile, ma lungi dal recare la gioia, produce un dolore profondo. Ma quando, per la grazia, siamo resi capaci di credere in un Salvatore risuscitato e glorificato, allora lo Spirito Santo viene a dimorare in noi come sigillo della nostra accettazione ed arra della nostra eredità.

Questo ci riempie d’una gioia inesprimibile e gloriosa; e colmati, in tal modo, noi stessi, diventiamo dei canali di benedizione per altri. «Chi crede in me» — come ha detto la Scrittura — fiumi d’acqua viva sgorgheranno dal suo seno. Or disse questo dello Spirito, che dovevano ricevere quelli che crederebbero in Lui; poiché lo Spirito non era ancora stato dato, perché Gesù non era ancora glorificato» (Giovanni 7:38-39). Lo Spirito è la sorgente della potenza e della gioia nel cuore del credente. Ci qualifica, ci riempie, e ci adopera per essere dei vasi che amministrano la benedizione alle povere anime assetate che ci attorniano. Egli ci associa all’Uomo nella gloria, ci mantiene in una vivente comunione con Lui, e ci qualifica per essere, nella nostra debole misura, l’espressione di quel ch’Egli è. Ogni movimento del cristiano dovrebbe spandere il buon odore di Cristo. Se qualcuno pretende essere cristiano e mostra un carattere profano, dei sentimenti egoisti, uno spirito d’avarizia, di concupiscenza e di mondanità, un cuore ambizioso, geloso, invidioso e orgoglioso, rinnega la propria professione, disonora il santo nome di Cristo, e getta l’obbrobrio su quel glorioso cristianesimo che egli professa e del quale abbiamo la bella figura nella festa delle settimane, — festa specialmente caratterizzata dalla gioia, — gioia che ha la sua Sorgente nella bontà di Dio, che si espande vicino e lontano, e che abbraccia nel suo cerchio benedetto tutto ciò che è sofferente e bisognoso. «E ti rallegrerai in presenza dell’Eterno, del tuo Dio, tu, il tuo figliuolo e la tua figliuola, il tuo servo e la tua serva, il Levita che sarà entro le tue porte, e lo straniero, l’orfano e la vedova che saranno in mezzo a te» (vers. 11).

Com’è bello tutto questo! Che perfezione di sentimenti! Oh! se il mondo potesse vederne la realizzazione più fedelmente riprodotta fra noi! Dove sono quelle acque ristoratrici che dovrebbero scaturire dalla Chiesa di Dio? Dove sono quelle epistole, di Cristo conosciute e lette da tutti gli uomini? Dove possiamo vedere nelle vie del popolo di Dio una riproduzione della vita di Cristo, di modo che si possa esclamare: «Ecco del vero cristianesimo»? Oh! possa lo Spirito di Dio risvegliare nei nostri cuori il desiderio più intenso d’essere più conformi all’immagine di Cristo, in ogni cosa! Si degni rivestire con la sua onnipotenza la sua Parola che abbiamo fra le mani e nelle nostre case, affinché parli ai nostri cuori e alle nostre coscienze, e ci conduca a giudicare noi stessi e le nostre vie, e le nostre associazioni, al chiarore della sua luce celeste, e così aumenti il numero di quei veri testimoni al suo nome al di fuori di tutto, per aspettare il suo ritorno!

Ci fermeremo ora un momento sulla bella istituzione della festa dei tabernacoli, o delle Capanne, che completa in modo così straordinario la serie delle verità presentate nel nostro capitolo.

«Celebrerai la festa delle Capanne per sette giorni, quando avrai raccolto il prodotto della tua aia e del tuo strettoio; e ti rallegrerai in questa tua festa, tu, il tuo figliuolo e la tua figliuola, il tuo servo e la tua serva, e il Levita, lo straniero, l’orfano e la vedova che saranno entro le tue porte. Celebrerai la festa per sette giorni in onore dell’Eterno, del tuo Dio, nel luogo che l’Eterno avrà scelto; poiché l’Eterno; il tuo Dio, ti benedirà in tutta la tua raccolta e in tutta l’opera delle tue mani, e tu ti darai interamente alla gioia. Tre volte all’anno ogni tuo maschio si presenterà davanti all’Eterno, al tuo Dio, nel luogo che questi avrà scelto: nella festa dei pani azzimi, nella festa delle settimane e nella festa delle Capanne; e nessuno si presenterà davanti all’Eterno a mani vuote. Ognuno darà ciò che potrà, secondo le benedizioni che l’Eterno, l’Iddio tuo t’avrà date» (vers. 13-17).

Abbiamo qui la figura colpente e magnifica dell’avvenire d’Israele. La festa dei tabernacoli non ha ancora avuto il suo antitipo. La Pasqua e la Pentecoste hanno avuto il loro adempimento nella preziosa morte di Cristo, e nella discesa dello Spirito Santo; ma la terza grande solennità ci conduce in avanti, verso il tempo «del ristabilimento di tutte le cose, di cui Dio ha parlato per la bocca dei suoi santi profeti di tutti i tempi» (Atti 3:21). Noti il lettore anzitutto particolarmente il momento in cui questa festa doveva celebrarsi: «Quando avrai raccolto il prodotto della tua aia e del tuo strettoio»; in altri termini, era dopo la mietitura e la vendemmia; e v’è una differenza molto notevole fra queste due cose. L’una parla di grazia, l’altra di giudizio. Alla fine del secolo, Iddio raccoglierà il suo frumento nel suo granaio; e allora la vendemmia sarà pigiata, in un giudizio terribile.

Abbiamo al 14° capitolo dell’Apocalisse, un passo molto solenne che si riferisce al soggetto posto dinanzi a noi. «E vidi ed ecco una nuvola bianca; e sulla nuvola assiso uno simile a un figliuol d’uomo, che aveva sul capo una corona d’oro, e in mano una falce tagliente. Ed un altro angelo uscì dal tempio, gridando con gran voce a colui che sedeva sulla nuvola: Metti mano alla tua falce e mieti; poiché l’ora di mietere è giunta, poiché la messe della terra è ben matura. E colui che sedeva sulla nuvola lanciò la sua falce sulla terra, e la terra fu mietuta» (vers. 14-16). Qui abbiamo la mietitura; e in seguito: «E un altro angelo. Uscì dal tempio che è nel cielo, avendo anch’egli una falce tagliente. E un altro angelo che aveva potestà sul fuoco (emblema del giudizio), uscì dall’altare e gridò con gran voce a quella che aveva la falce tagliente, dicendo: Metti mano alla tua falce tagliente, e vendemmia i grappoli della vigna della terra, perché le sue uve sano mature. E l’angelo lanciò la sua falce sulla terra e vendemmiò la vigna della terra e gettò le uve nel gran tino dell’ira di Dio. E il tino fu calcato fuori della città, e dal tino uscì del sangue che giungeva fino ai freni dei cavalli per una distesa di milleseicento stadi» (vers. 17-20). Distesa equivalente a tutta la lunghezza del paese della Palestina (km. 296).

Ora queste figure apocalittiche poste dinanzi a noi in moda così caratteristico, sono delle scene che debbono avvenire prima della celebrazione della festa delle Capanne. Cristo radunerà il suo frumento nel suo granaio celeste, e dopo ciò Egli verrà e farà cadere i suoi giudizi sulla cristianità. Così ogni sezione del volume ispirato: Mosè, i Salmi, i profeti, gli evangeli — cioè gli atti di Cristo, — gli atti della Spirito Santo, le epistole e l’Apocalisse, tutto tende a stabilire in modo incontestabile il fatto che il mondo non sarà convertito dall’Evangelo, che lo stato di cose sulla terra non andrà migliorandosi, anzi andrà di male in peggio. Il tempo glorioso prefigurato dalla festa delle Capanne, deve essere preceduto dalla vendemmia della vigna della terra, i cui grappoli saranno gettati e calcati nel gran tino dell’ira dell’Iddio Onnipotente.

Come mai davanti ad un tal numero di prove divine, fornite da ogni sezione del canone ispirato, gli uomini persistono a nutrire la vana speranza di un mondo convertito per mezzo dell’Evangelo? Che cosa significano «il frumento raccolto» e il «tino calcato?». Non è certamente un mondo convertito. Ci si dirà forse che non possiamo basare qualcosa sulle figure mosaiche e sui simboli apocalittici. Potrebbe darsi, se non avessimo che delle figure e dei simboli. Ma quando tutti i raggi della luce celeste dell’ispirazione convergono su queste figure e su questi simboli e ne rivelano il profondo significato alle anime nostre, li troviamo in perfetta armonia con la voce dei profeti e degli apostoli, e con i viventi insegnamenti del nostro Signore stesso. In una parola, tutti parlano lo stesso linguaggio, tutti insegnano la stessa lezione, portano la stessa testimonianza, non equivoca, alla solenne verità che alla fine del presente secolo, invece d’un mondo convertito, preparato per un millennio spirituale, vi sarà una vigna coperta di quei grappoli completamente maturi per il tino dell’ira dell’Iddio Onnipotente.

Oh! se tutti, uomini e donne nella cristianità, con quelli che li insegnano, potessero applicare i loro cuori a queste solenni realtà! Possano queste cose entrare nei loro orecchi e penetrare nelle profondità dei loro cuori, in tal modo che essi gettino al vento le illusioni che accarezzano, e accettino in loro vece la verità di Dio stabilita così pienamente e chiaramente!

Ma dobbiamo terminare questa divisione del nostro Libro, e anzitutto, ricordare al lettore cristiano che dobbiamo mostrare nella nostra vita di ogni giorno l’influenza benedetta di tutte le grandi verità presentate nei tre tipi interessanti che abbiamo meditati. Il cristianesimo è caratterizzato da questi tre grandi fatti fondamentali: la redenzione, la presenza dello Spirito Santo e la speranza della gloria. Il cristiano è salvato dal prezioso sangue di Cristo, suggellato dallo Spirito Santo, ed aspetta il Salvatore.

Sì, caro lettore, sono dei fatti ben stabiliti, delle realtà divine, delle grandi verità fondamentali. Non sono semplicemente dei principi o delle opinioni, ma delle verità destinate ad essere una potenza vivente nelle nostre anime, ed a brillare nelle nostre vite. Vedete come queste cose solenni, su cui ci siamo fermati, sono essenzialmente pratiche; notate pure quali accenti di lode, di rendimenti di grazie, di gioia e di benedizione si facevano udire nell’assemblea d’Israele, quando era riunita attorno all’Eterno nel luogo ch’Egli aveva scelto! La lode e i rendimenti di grazie salivano a Dio e i flutti benedetti d’una generosa beneficenza scendevano dal cuore di tutti quelli che erano nel bisogno. «Tre volte all’anno ogni tuo maschio si presenterà davanti all’Eterno, al tuo Dio, nel luogo che questi avrà scelto... e nessuno si presenterà davanti all’Eterno a mani vuote. Ognuno darà ciò che potrà, secondo le benedizioni che l’Eterno, l’Iddio tuo, t’avrà date» (vers. 16-17).

Che parole! Essi non dovevano presentarsi davanti all’Eterno a mani vuote; dovevano andare col cuore pieno di lode e con le mani piene dei frutti della bontà divina, per rallegrare i cuori degli operai del Signore e dei suoi poveri. L’Eterno radunava il suo popolo attorno a Sé, per colmarlo di gioia e d’allegrezza e fare di loro i canali delle sue benedizioni per gli altri. Non dovevano rimanere sotto la loro vigna e sotto il loro fico, e quivi felicitarsi mutuamente delle svariate ricchezze che li circondavano. Avrebbe potuto essere giusto e buono al suo posto; ma non avrebbe risposto pienamente al pensiero e al cuore di Dio. No; tre volte all’anno essi dovevano andare al luogo che l’Eterno aveva designato per radunarli, e là intonare i loro alleluia all’Eterno, al loro Dio, e là pure far partecipare liberalmente quelli che erano nel bisogno a tutto ciò che era stato loro accordato. Iddio concedeva al suo popolo il magnifico privilegio di rallegrare il cuore del Levita, dello straniero, della vedova e dell’orfano. È l’opera a cui Egli stesso trova il suo piacere, sia benedetto per sempre il suo nome, e voleva far partecipare questa felicità al suo popolo. Voleva che si conoscesse, che si vedesse e si sentisse che il luogo ove Egli incontrava il suo popolo era una sfera di gioia e di lodi, e un centro di dove fiumi di benedizione dovevano traboccare in tutte le direzioni.

Tutte queste cose non racchiuderebbero un ammaestramento per la Chiesa di Dio? Non parlano esse al cuore di colui che scrive e di quelli che leggono queste righe? Certamente, e possiamo noi trarne profitto! Possa la grazia ineffabile di Dio agire sui nostri cuori, in tal modo che siano pieni d’adorazione e le nostre mani piene di buone opere. Se le ombre e i tipi delle nostre benedizioni davano luogo a tanti rendimenti di grazie e d’attività benefica, quanto più potente dovrebbe essere l’effetto delle benedizioni stesse!

Ma, ahimè realizziamo noi le nostre benedizioni? Ce le appropriamo noi? Le afferriamo forse con la forza che una fede semplice dà? In ciò sta tutto il segreto. Si incontrano forse molti cristiani di professione nel pieno godimento di quello di cui la Pasqua era una figura, cioè la liberazione dal giudizio e da questo presente secolo malvagio? Li vediamo forse nel completo godimento della loro Pentecoste, cioè dell’abitazione in loro dello Spirito Santo, che è il sigillo, il pegno, l’unzione e il testimonio? Chiedete alla grande maggioranza di professanti se hanno ricevuto lo Spirito Santo, e vedrete che cosa vi risponderanno. E il lettore che risposta darà? Può forse dire: «Sì, ne sia benedetto Iddio, so che sono lavato nel prezioso sangue di Cristo, e suggellato dallo Spirito Santo?». Purtroppo; un numero di persone comparativamente piccolo, nella moltitudine dei professanti che ci attorniano, conoscono queste preziose verità che, nondimeno, sono il privilegio assicurato del membro più infimo del corpo di Cristo.

Così pure, riguardo alla festa dei tabernacoli, come son pochi quelli che ne comprendono il significato! È vero che essa non è ancora stata adempiuta, ma il cristiano è chiamato a vivere nella potenza attuale del suo antitipo. «Or la fede è certezza di cose che si sperano, dimostrazione di cose che non si vedono» (Ebrei 11:1). La nostra vita deve essere governata e il nostro carattere formato dalla doppia influenza della «grazia» nella quale siamo, e della «gloria» che aspettiamo.

Ma se non siamo stabiliti nella grazia, se non sappiamo neppure che i nostri peccati sono perdonati, se ci viene insegnato che è presunzione l’essere certo della propria salvezza, e che conviene restare nell’umiltà e vivere in dubbio timori perpetui, se pensiamo che nessuno possa essere sicuro della propria salvezza prima di comparire davanti al tribunale di Cristo, come potremmo rimanere sopra un terreno cristiano, manifestare i frutti della vita cristiana, o rallegrarci nella speranza propria del cristiano? Se un Israelita avesse dubitato d’essere figliuolo d’Abramo, o membro della congregazione dell’Eterno, o nel paese, come avrebbe potuto celebrare la festa dei pani azzimi, quella della Pentecoste, o quella dei tabernacoli? Esse non avrebbero avuto per lui né senso, né valore; possiamo persino affermare che nessun Israelita avrebbe potuto avere un pensiero così assurdo.

Come mai, dunque, dei cristiani professanti, di cui parecchi sono dei veri figli di Dio, non ne dubitiamo, sembra che non possano mai prendere possesso del terreno cristiano? La loro vita trascorre nel dubbio e nel timore. I loro esercizi religiosi, invece d’essere l’espressione della vita che posseggono e di cui godono, sono adempiuti da loro come un obbligo legale ed una preparazione morale alla vita futura. Molte anime, veramente pie, rimangono tutta la loro vita in questo stato, e riguardo alla «beata speranza» che la grazia ci ha messo dinanzi per rallegrare i nostri cuori e distaccarci dalle cose presenti, esse non la comprendono, ovvero non vi si fermano. Esse la considerano come una semplice utopia, accarezzata da alcuni entusiasti qua e là. Aspettano il giorno del giudizio, invece d’aspettare «la stella lucente del mattino». Pregano per il perdono dei loro peccati e chiedono a Dio di dar loro il suo Spirito Santo, mentre dovrebbero rallegrarsi nella certezza che possiedono la vita eterna, la giustizia divina e lo Spirito d’adozione.

Tutto questo è in contraddizione aperta con l’insegnamento chiaro e semplice del Nuovo Testamento, è completamente estraneo allo spirito del cristianesimo, è atto a distruggere la pace del cristiano e ad impedire ogni culto vero ed intelligente, ogni servizio o testimonianza. Certo, è impossibile di presentarsi davanti al Signore, col cuore pieno di rendimenti di grazie per dei privilegi di cui non si gode, o con le mani piene di benedizioni che non si sono mai realizzate.

Richiamiamo su quest’importante soggetto la seria attenzione di tutti i figliuoli di Dio dispersi nella chiesa professante. Li supplichiamo di investigare le Scritture e di vedere se vi si trova un solo passo che autorizzi le anime ad esser tenute tutta la loro vita nelle tenebre, nel dubbio e nella schiavitù. Vi si trovano solenni avvertimenti, appelli incalzanti, serie esortazioni, è vero, e ne benediciamo Iddio: ne abbiamo bisogno e non dobbiamo trascurarli. Ma comprenda bene il lettore che il prezioso privilegio del più giovane figliuolo in Cristo, è di sapere che i suoi peccati son perdonati, che è accettato in un Cristo risuscitato, che è suggellato dallo Spirito Santo, ed erede della gloria eterna.

Tali sono, per la grazia infinita e sovrana, le sue benedizioni assicurate e certe, benedizioni che l’amore di Dio ci concede, per le quali il sangue di Cristo l’ha reso atto, e che la testimonianza dello Spirito Santo gli assicura.

Voglia il sovrano Pastore e sorvegliante delle anime condurre tutti i suoi diletti, gli agnelli e le pecore del gregge riscattato dal suo sangue, a conoscere per mezzo dell’insegnamento del suo Spirito Santo, quali sono le cose che son loro gratuitamente date da Dio! E possano quelli che le conoscono in una certa misura, imparare a conoscerle più pienamente e manifestarne i frutti preziosi per mezzo d’una vita di completa dedizione a Cristo e al suo servizio!

C’è motivo di temere che parecchi di noi, che facciamo professione di conoscere le più alte verità della fede cristiana, non siamo all’altezza della nostra professione; non agiamo secondo il principio del vers. 17 del nostro capitolo: «Ognuno darà ciò che potrà, secondo le benedizioni che l’Eterno, l’Iddio tuo, t’avrà date». Sembriamo dimenticare che, benché non abbiamo nulla a fare, e nulla a dare per la nostra salvezza, possiamo tuttavia fare molto per il Salvatore e dare molto per i suoi operai ed i suoi poveri. Vi è un gran pericolo nell’esagerare il principio che non abbiamo nulla da fare o a dare. Se, al tempo della nostra ignoranza e del nostro legalismo, abbiamo lavorato e dato secondo un principio falso e un falso oggetto in vista, non dobbiamo certamente fare meno e dare meno, ora che professiamo di sapere che, non soltanto siamo salvati, ma benedetti d’ogni benedizione spirituale in un Cristo risuscitato e glorificato. Dobbiamo fare attenzione di non accontentarci della semplice comprensione intellettuale e della professione verbale di queste grandi e gloriose verità, allorché il cuore e la coscienza non ne hanno mai sentito l’azione benedetta, e che la condotta e il carattere non ne hanno subito la santa e potente influenza.

Presentiamo con affetto al lettore queste considerazioni pratiche, incoraggiandolo ad esaminarle con preghiera. Non vorremmo ferire, né offendere, o scoraggiare il più debole agnello del gregge di Cristo. Inoltre, assicuriamo il lettore, che non gettiamo la pietra a nessuno; scriviamo semplicemente, come nell’immediata presenza di Dio, e facciamo udire alla Chiesa una parola d’avvertimento a riguardo di ciò che sentiamo essere un pericolo per noi tutti. Crediamo che tutti abbiamo gran bisogno di considerare le nostre vie, di umiliarci dinanzi al Signore a causa delle nostre numerose mancanze, dei nostri falli e delle nostre incoerenze, e cercare presso di Lui, la grazia d’essere, in questi giorni tenebrosi e cattivi, più veraci, più intieramente devoti e più decisi nella nostra testimonianza.

17. Capitolo 17

Dobbiamo ricordarci che la divisione della Scrittura in capitoli e in versetti è un lavoro del tutto umano, sovente molto comodo senza dubbio per aiutare nelle ricerche, ma che frequentemente non si giustifica e spezza il legame dei soggetti. Così ci accorgiamo subito che i versetti che terminano, il capitolo 16 si collegano molto più a ciò che segue che a ciò che precede.

«Stabilisciti dei giudici e dei magistrati in tutte le città che l’Eterno, il tuo Dio, ti dà, tribù per tribù; ed essi giudicheranno il popolo con giusti giudizi. Non pervertirai il diritto, non avrai riguardi personali, e non accetterai doni: perché il dono acceca gli occhi dei savi e corrompe le parole dei giusti. La giustizia, solo la giustizia seguirai, affinché tu viva e possegga il paese che l’Eterno, il tuo Dio, ti dà» (Deuteronomio 16:18-20)

Queste parole ci insegnano una doppia lezione: ci presentano anzitutto la giustizia imparziale e la perfetta verità che caratterizzano sempre il governo di Dio. Ogni caso è giudicato secondo i suoi propri meriti e sul terreno dei fatti che si collegano ad esso. Il giudizio è così chiaro e semplice che non occorre fare una sola obiezione; ogni discussione è inutile. E se sorge un mormorio, il silenzio è imposto con le parole: «Amico mio, io non ti faccia torto». Questo s’applica in ogni tempo al santo governo di Dio, e ci fa aspirare al momento in cui questo governo sarà stabilito da un mare all’altro mare, e dal gran nume all’estremo limite della terra.

Ma, d’altra parte, il passo che abbiamo citato, ci mostra quel che vale il giudizio dell’uomo quando egli è lasciato a se stesso. Non ci si può mai fidare. L’uomo è capace di «pervertire il diritto, di aver riguardi personali, di ricevere dei doni», di dare importanza a qualcuno per la sua posizione e i suoi beni. Poiché è messo in guardia contro tutto ciò, è evidente che è capace di agire così. Non dimentichiamolo; se Iddio proibisce all’uomo di rubare, è evidente che il furto è nella umana natura.

Per conseguenza, la giustizia umana e il governo umano sono suscettibili della più volgare corruzione. I giudici e i magistrati lasciati a sé, e non di retti da principi divini, son capaci di distogliersi dalla giustizia per amor del guadagno; di favorire un malvagio perché è ricco, e condannare un uomo giusto perché è povero; di pronunciare un verdetto in diretta opposizione con i fatti più evidenti per ottenere un vantaggio qualsiasi: denaro, influenza, popolarità o potere.

Per provarlo, non è necessario di nominare un Pilato e un Erode, un Felice e un Festo; non abbiamo bisogno di cercare più lontano del passo citato per vedere che cos’è l’uomo, anche quando è rivestito delle insegne ufficiali, seduto sul trono del governo o sul seggio giudiziario.

Alcuni, leggendo queste righe, diranno forse come Hazael: «Ma che cos’è mai il tuo servo, un cane, per fare delle cose simili?». Ma si ricordino che il cuore umano è la terra produttrice di ogni peccato, di tutte le malvagità, delle abominazioni e delle cose vili e spregevoli che si son commesse e si commettono in questo mondo; la prova irrefutabile ne è data, negli ordinamenti, nei comandamenti e nei divieti che si leggono nelle pagine sacre del volume ispirato.

Ed è quel che ci dà una risposta alla domanda così sovente ripetuta: «Che cosa abbiam noi da fare con la maggior parte delle leggi e delle istituzioni mosaiche? Perché tali cose sono menzionate nella Bibbia? Saranno esse ispirate?». Sì, lo sono, e si trovano nelle pagine sacre onde vediamo, come in uno specchio perfetto, di quali materiali morali siamo fatti, di quali pensieri siamo capaci, quali parole e quali atti potrebbero procedere da noi.

Non ha forse ciò la sua importanza? Non è forse profittevole, per esempio, di vedere in alcuni passi di questo libro del Deuteronomio, così bello e così profondo, che la natura umana è capace, e per conseguenza noi siamo capaci, di fare delle cose che ci pongono moralmente al disotto del livello dei bruti? Certamente, e sarebbe bene che molti di quelli che camminano nel loro orgoglio farisaico, gonfi della loro cosiddetta dignità e della loro alta moralità, imparassero questa lezione così profondamente umiliante.

Ma quale bellezza morale, quale purezza, quale delicatezza e quale elevatezza nei precetti divini per i figliuoli d’Israele! Non dovevano distogliersi dalla giustizia, ma lasciarla seguire il suo corso uguale e retto senza riguardi personali. Il povero, vestito di cenci doveva essere trattato come il ricco. La sentenza del tribunale non doveva essere influenzata da nessuna parzialità né prevenzione, e la toga del giudice non doveva essere contaminata dalla minima macchia di corruzione.

Oh! che bel tempo per questa povera terra, che ora geme, quando sarà governata dalle leggi ammirevoli che si leggono nelle pagine ispirate del Pentateuco; quando un re regnerà in giustizia ed i principi presiederanno con equità! «O Dio, dà i tuoi giudizi al re e la tua giustizia al figliuolo del re; ed egli giudicherà il tuo popolo con giustizia, e i tuoi miseri con equità!» (Salmo 72). Non si allontaneranno dalla giustizia, non vi sarà corruzione né parzialità.

Il cuore aspira al tempo felice in cui tutto ciò sarà realizzato, in cui la terra sarà piena della conoscenza dell’Eterno, come le acque coprono il mare, in cui il Signore Gesù eserciterà la sua grande potenza ed entrerà nel suo regno, e in cui la Chiesa, nel cielo, rifletterà i raggi della sua gloria sulla terra.

Allora le dodici tribù d’Israele si riposeranno sotto la vigna e sotto il fico nella loro terra promessa, e tutte le nazioni della terra si rallegreranno sotto il governo pacifico e benefico del Figliuol di Davide. Grazie e lodi siano al nostro Dio, queste cose avverranno fra non molto, tanto certamente come il suo trono è nei cieli. Ancora un po’ di tempo e tutto si realizzerà, secondo i consigli eterni e le promesse immutabili di Dio; e fino a quel momento, caro lettore cristiano possiamo noi vivere nella costante e seria attesa di quel tempo felice e benedetto; e attraversare questo mondo empio come degli stranieri e dei pellegrini che non vi hanno né posto, né parte, ripetendo senza posa la preghiera: «Vieni, Signor Gesù».

Nelle ultime righe del capitolo 16, Israele è messo in guardia contro ogni imitazione dei costumi religiosi delle nazioni circonvicine. Gli Israeliti dovevano evitare con cura tutto ciò che poteva farli cadere nelle abominevoli idolatrie delle nazioni pagane che li circondavano. L’altare di Dio doveva essere completamente distinto e separato da quegli idoli d’Astarte o idoli femminili, oggetto di culti infami (*). In breve, tutto ciò che poteva allontanare il cuore dal solo Dio vivente e vero, doveva essere evitato con cura.

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(*) Può essere interessante per il lettore di sapere che parlando dell’altare di Dio, nel Nuovo Testamento, lo Spirito Santo non si serve della stessa parola adoperata per designare un altare pagano; si serve d’un vocabolo comparativamente nuovo e sconosciuto agli autori classici. L’altare pagano è bômon (Atti 17:23). L’altare di Dio è thusiasterion. Il primo non si trova che una volta sola; il secondo ventitre volte. E con questa cura gelosa che il culto del solo vero Dio è preservato dal contatto contaminato dell’idolatria pagana. Qualcuno chiederà forse perché ne sia così, ovvero che cosa possa fare un nome all’altare di Dio? Risponderemo che lo Spirito Santo ha più saviezza di noi, e benché il vocabolo pagano sia più corto e comodo, Egli rifiuta di adoperarlo per designare l’altare del solo Dio vivente e vero.
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Inoltre, non bastava conservare una forma esteriore corretta; le statue e le Astarte dovevano essere distrutte, e benché la nazione riconoscesse il dogma dell’unità di Dio, poteva esservi nel culto un’assenza completa di sincerità e di devozione a Dio; perciò leggiamo: «Non immolerai all’Eterno, al tuo Dio, bue o pecora che abbia qualche difetto o qualche deformità, perché sarebbe cosa abominevole per l’Eterno, ch’è il tuo Dio».

Soltanto quel che era perfetto poteva convenire all’altare di Dio e rispondere al suo cuore. Offrirgli una cosa difettosa, era far prova d’una mancanza totale di cuore per Lui e del sentimento di quel che Gli è dovuto. Offrirgli un sacrificio imperfetto, era proferire l’orribile bestemmia che tutto era abbastanza buono per Lui.

Leggiamo gli accenti d’indignazione dello Spirito di Dio per bocca del profeta Malachia 1:7-14.

Tutto questo non dice forse nulla alla chiesa professante? Non vi è forse nel nostro culto, privato o pubblico, una deplorevole mancanza di cuore, di vera devozione, di profonda serietà, di santa energia, di sincerità d’intento? Non vi sono forse molte cose che corrispondono all’offerta di ciò che è zoppo o malato, di ciò che è difettoso e disprezzabile? Non dobbiamo forse giudicarci per la nostra aridità, la nostra freddezza, le nostre distrazioni, persino alla tavola del Signore? Quanto sovente soltanto i nostri corpi sono nella sua presenza, mentre i nostri cuori leggeri e i nostri pensieri vagabondi ne sono ben lontani! Noi sovente esprimiamo più di quello che sentiamo. Cantiamo ciò che non proviamo.

Lettore cristiano, consideriamo queste cose, il soggetto del culto e della devozione nella presenza divina e a riguardo di quella grazia che ci ha salvati dal fuoco eterno. Riflettiamo con calma a tutti i diritti, preziosi e potenti, che Cristo ha su di noi. Non apparteniamo più a noi stessi, siamo stati comprati a gran prezzo. Dobbiamo a Colui che s’è dato per noi, non soltanto ciò che abbiamo di migliore, ma tutto quel che possediamo. Lo riconosciamo forse? E allora, se i nostri cuori lo riconoscono, possano le nostre vite esprimerlo. Possiamo noi mostrare sempre più distintamente a chi apparteniamo e chi serviamo! Possano i nostri cuori, i nostri capi, le nostre mani, i nostri piedi, il nostro essere intero, esserGli consacrati in una dedizione senza riserva, per mezzo della potenza della Spirito Santo e secondo l’insegnamento delle Scritture. Voglia Iddio che ne sia così di noi e di tutti i suoi diletti!

Un soggetto molto importante e molto pratico reclama ora la nostra attenzione. «Se si troverà nel tuo mezzo, in una delle città che l’Eterno, l’Iddio tuo, ti dà, un uomo o una donna che faccia ciò che è male agli occhi dell’Eterno, del tuo Dio, trasgredendo il suo patto, e che vada e serva ad altri dèi e si prostri dinanzi a loro, dinanzi al sole o alla luna o a tutto l’esercito celeste, cosa che io non ho comandata, quando ciò ti sia riferito e tu l’abbia saputo, informatene diligentemente; e se è vero, se il fatto sussiste, se una tale abominazione è stata realmente commessa in Israele» — qualche cosa concernente tutta la nazione — «farai condurre alle porte della tua città quell’uomo o quella donna che avrà commesso quell’atto malvagio, e lapiderai quell’uomo o quella donna, sì che muoia. Colui che dovrà morire sarà messo a morte sulla deposizione di due o di tre testimoni; non sarà messo a morte sulla deposizione di un solo testimonio. La mano dei testimoni sarà la prima a levarsi contro di lui per farlo morire; poi, la mano di tutto il popolo; così torrai il male di mezzo a te» (Deuteronomio 17:2-7).

Abbiamo già avuto occasione di menzionare il gran principio esposto in questo passo: cioè che occorre assolutamente di avere una sufficiente testimonianza prima di formulare un giudizio in un caso qualsiasi. È una regola invariabile nel governo divino; la ritroviamo ovunque nella Scrittura; essa è sicura e salutare, e se la trascuriamo ci smarriremo. Non dovremmo mai permetterci di formare un giudizio senza la testimonianza di due o di tre testimoni, ancor meno di esprimere o di agire secondo un giudizio così formato. Un solo testimonio non basta per arrivare ad una conclusione, per quanto degno di fede egli possa essere. Possiamo essere convinti che una cosa è vera, perché è affermata da una persona di cui abbiamo piena fiducia, ma Iddio è più savio di noi: Può darsi che questo testimonio sia retto e sincero, incapace di dire quel che non è, o di presentare una falsa testimonianza contro chicchessia; ma noi dobbiamo attenerci alla regola divina: «Sulla deposizione di due o di tre testimoni il fatto sarà stabilito» (Deuteronomio 19:15).

Piacesse a Dio che questa regola fosse più seguita nella Chiesa! La sua importanza è incalcolabile in tutti i casi di disciplina e in tutti quelli in cui si trovano implicati il carattere o la reputazione di chicchessia. Prima di giungere ad una conclusione o di formare un giudizio, in un dato caso qualsiasi, un’assemblea deve avere delle evidenze sufficienti. Se non si presentano, tutti devono aspettarsi a Dio con pazienza e fiducia, ed Egli supplirà certamente a ciò che manca.

Se, per esempio, si trova in un’assemblea di cristiani un male morale o un errore di dottrina che non sia conosciuto che da uno solo, ma che egli ne sia perfettamente convinto, che cosa deve fare? Aspettare che Iddio provveda altri testimoni. Agire altrimenti, è trasgredire un principio divino più volte ripetuto nella parola di Dio con la maggior chiarezza. L’unico testimonio dovrebbe forse sentirsi offeso o affliggersi perché la sua testimonianza non è presa in considerazione? No, certamente, anzi non deve presentarsi come testimonio prima di poter aggiungere alla sua testimonianza quella di una o di due altre. L’assemblea sarebbe forse giudicata indifferente o addormentata, perché rifiuta di agire sulla testimonianza d’un solo uomo? No, se lo facesse sarebbe disobbedire apertamente al comandamento divino.

Questo grande principio pratico non si limita ai casi di disciplina, o alle questioni in rapporto con le assemblee dei figliuoli di Dio; è di un’applicazione generale. Non dovremmo mai pronunciare un giudizio o venire ad una conclusione, senza avere la misura d’evidenza stabilita da Dio; se ci manca, il nostro dovere è di aspettare, e se è necessario assolutamente di giudicare, Iddio ci procurerà, a suo tempo, l’evidenza necessaria.

Questo soggetto richiede la seria attenzione del lettore, qualunque sia la sua posizione. Siamo tutti pronti a giudicare senza riflettere, a lasciarci guidare dalle nostre impressioni, a lasciarci andare a dei sospetti, e a delle prevenzioni senza fondamento. Stiamo guardinghi contro tutto ciò. Abbiam bisogno di calma, di serietà e di sangue freddo, quando formiamo ed esprimiamo il nostro giudizio sugli uomini e sulle cose. Sugli uomini, in particolare, poiché possiamo cagionare grave torto ad un amico, ad un fratello, o ad un vicino, esprimendo una falsa impressione od un’accusa infondata, e diventare così il mezzo per cui la reputazione d’un altro viene intaccata. Questo è colpevole agli occhi di Dio, e dobbiamo vegliarci per noi e riprenderlo nei nostri fratelli, quando abbiamo l’occasione di farlo. Se una persona ne accusa un’altra nella sua assenza, dovremmo insistere onde essa provi o ritiri la sua accusa. Agendo in tal modo, si eviterebbero molte maldicenze che sono non soltanto inutili, ma positivamente colpevoli.

Prima di lasciare questo soggetto, faremo notare che la storia sacra ci fornisce più d’un esempio di un uomo giusto che fu condannato e tuttavia si era seguito apparentemente la regola di Deuteronomio 17:6-7. Vedete il caso di Naboth in 1° Re 21; il caso di Stefano in Atti 6 e 7 e anzitutto, il caso del solo Uomo perfetto che abbia mai camminato su questa terra. Purtroppo gli uomini possono avere l’apparenza di fare attenzione alla lettera dei precetti della Scrittura; sanno citare le sue parole sacre per scusare l’ingiustizia più flagrante e l’immoralità più scandalosa. Due testimoni accusarono Naboth di avere bestemmiato contro Dio e contro il re, e quel fedele Israelita fu spogliato della sua eredità e messo a morte, sulla testimonianza di due mentitori assoldati dagli ordini di una donna empia e crudele. Stefano, un uomo pieno dello Spirito Santo, fu lapidato sotto pretesto d’aver proferito parole blasfematorie, sulla deposizione di falsi testimoni, accettata dai capi della religione che, senza dubbio, potevano appoggiarsi sull’autorità del capitolo 17 del Deuteronomio.

Ma tutto questo, mostrando ciò che è l’uomo e la religione umana senza la coscienza, non influenza in nulla la regola morale posta al principio del nostro capitolo. La religione senza la coscienza o il timor di Dio, è la cosa che degrada, demoralizza e indurisce di più il cuore dell’uomo; uno dei suoi caratteri più terribili è precisamente questo, che degli uomini sotto la sua influenza, non hanno vergogna o non temono di servirsi della lettera della Santa Scrittura, come d’un mantello con cui coprono la più terribile malvagità.

Ma, sia benedetto il nostro Dio, la sua Parola brilla dinanzi all’anima nostra in tutta la sua purezza celeste, la sua divina virtù, la sua santa moralità, e rigetta in faccia al nemico tutti i suoi tentativi di trovare nelle pagine sacre una scusa per qualsiasi cosa che non sia vera, venerabile, giusta, pura, amabile e di buona fama.

Passiamo ora al secondo paragrafo del nostro capitolo: «Quando il giudizio d’una causa sarà troppo difficile per te, sia che si tratti d’un omicidio o d’una contestazione o d’un ferimento, di materie da processo entro le tue porte, ti leverai e salirai al luogo che l’Eterno, il tuo Dio, avrà scelto; andrai dai sacerdoti levitici e dal giudice in carica a quel tempo; li consulterai, ed essi ti faranno conoscere ciò che dice il diritto; e tu ti conformerai a quello ch’essi ti dichiareranno nel luogo che l’Eterno avrà scelto, e avrai cura di fare tutto quello che t’avranno insegnato. Ti conformerai alla legge ch’essi t’avranno insegnata e al diritto come te l’avranno dichiarato; non devierai da quello che t’avranno insegnato, né a destra, né a sinistra. E l’uomo che avrà la presunzione di non dare ascolto al sacerdote che sta là per servire l’Eterno, il tuo Dio, o al giudice, quell’uomo morrà; così torrai via il male da Israele; e tutto il popolo udrà la cosa, temerà e non agirà più con presunzione».

Iddio stesso provvede qui a tutto ciò che era necessario per regolare in modo perfetto tutte le questioni che potevano sorgere nell’assemblea di Israele. Dovevano essere portate nella presenza di Dio, nel luogo che Egli aveva scelto, e decise dalle autorità ch’Egli stesso aveva istituite. Si era così guardati contro la presunzione e la propria volontà. Tutti i soggetti di controversia dovevano essere definitivamente regolati dal giudizio di Dio espresso dal sacerdote, o dal giudice stabilito da Dio, a questo scopo.

Brevemente, era unicamente un affare d’autorità divina. Non bisognava che un uomo si elevasse di sua propria volontà contro un altro; ciò non era convenevole nell’assemblea di Dio. Ognuno doveva sottomettere la propria causa ad un tribunale divino e inchinarsi dinanzi alla sua decisione. Non vi potevano essere dei ricorsi, poiché non c’era tribunale più elevato. Il sacerdote o il giudice, stabilito da Dio, parlava come oracolo di Dio, e il querelante come il difensore, dovevano sottomettersi senza mormorio alla sua decisione.

Il lettore vede chiaramente che nessun membro della congregazione d’Israele avrebbe mai pensato di portare la sua causa davanti ad un tribunale dei gentili. Sarebbe stato un vero insulto all’Eterno stesso, che era in mezzo all’assemblea per giudicare tutte le cause che potevano presentarsi. Egli era sufficiente a ciò, poiché conosceva i minimi particolari, il pro e il contro, il principio e la fine di tutte le discussioni per imbrogliate e difficili fossero. Tutti dovevano guardare a Lui e recare le loro cause al luogo ch’Egli aveva scelto e non altrove. Non si sarebbe avuto per un solo istante l’idea che due membri dell’assemblea di Dio potessero presentarsi dinanzi ad un tribunale d’incirconcisi. Ciò avrebbe supposto un difetto all’organizzazione stabilita da Dio per la congregazione.

Questo non c’insegna forse nulla? Come debbono i cristiani decidere i loro casi di discussione? Forse prendendo il mondo per giudice? Non vi è forse nell’assemblea di Dio tutto quel che occorre per regolare le controversie che potrebbero sorgere? Ascoltate ciò che l’apostolo ispirato dice a questo riguardo all’assemblea di Corinto e a «tutti quelli che in ogni luogo invocano il nome del Signor nostro Gesù Cristo, Signore loro e nostro,» e, per conseguenza, a tutti i veri cristiani di adesso: «Ardisce alcun di voi, quando ha una lite con un altro, chiamarlo in giudizio dinanzi agli ingiusti anziché dinanzi ai santi? Non sapete voi che i santi giudicheranno il mondo? E se il mondo è giudicato da voi, siete voi indegni di giudicare delle cose minime? Non sapete voi che giudicheremo gli angeli? Quanto più possiamo giudicare delle cose di questa vita! Quando dunque avete da giudicare delle cose di questa vita, costituitene giudici quelli che sono i meno stimati nella chiesa. Io dico questo per farvi vergogna. Così non v’è egli tra voi neppure un savio che sia capace di pronunziare un giudizio tra un fratello e l’altro? Ma il fratello processa il fratello, e lo fa dinanzi agl’infedeli. Certo è già in ogni modo un vostro difetto l’aver fra voi dei processi. Perché non patite piuttosto qualche torto? Perché non patite piuttosto qualche danno? Invece, siete voi che fate torto e danno; e ciò a dei fratelli. Non sapete voi che gl’ingiusti non crederanno il regno di Dio? Non v’illudete» (1 Corinzi 6:1-9).

Abbiamo qui delle istruzioni divine per la Chiesa di Dio in ogni tempo. Non dimentichiamo mai che la Bibbia è il Libro per ogni tappa della carriera terrestre della Chiesa. È vero, purtroppo, che la Chiesa non è più ciò che era quando le parole riportate più su furono scritte dall’apostolo ispirato. Un immenso cambiamento si è prodotto nella sua condizione. Non era punto difficile nei primi tempi di far distinzione fra la Chiesa e il mondo; fra «i santi» e «gl’increduli»; fra «quelli del di dentro» e «quelli del di fuori». La linea di demarcazione era profonda e distinta in quei giorni; non ci si poteva sbagliare. Se si considerava la società, sotto l’aspetto religioso, si vedevano tre cose che non si potevano confondere: il paganesimo, il giudaismo e il cristianesimo — il gentile, il Giudeo e la Chiesa di Dio — il tempio pagano, la sinagoga e l’assemblea di Dio. L’assemblea cristiana formava un contrasto notevole con tutto il resto. Il cristianesimo era fortemente e chiaramente professato in quei tempi primitivi. Non era punto una questione nazionale o parrocchiale, ma una cosa personale, una realtà vivente e pratica, una fede divina, una potenza vivente nel cuore e che si manifestava nella vita.

Ora le cose sono cambiate totalmente: la Chiesa e il mondo sono talmente mescolati, che la grande maggioranza dei professanti avrebbe difficoltà a comprendere la forza e la vera applicazione del passo citato. Se parlassimo loro dei «santi» che si processano «dinanzi all’ingiusti» crederebbero di udire una lingua straniera. Il termine «santo» è persino raramente adoperato nella chiesa professante, salvo in senso ironico, o quando lo si applica a quelli che sono stati canonizzati da un rispetto superstizioso.

Ma la parola di Dio e le grandi verità che svela alle anime nostre hanno forse subito qualche cambiamento? I pensieri di Dio sono forse variati, riguardo a ciò che è la Chiesa e il mondo, o riguardo ai rapporti che debbono avere fra loro? Non si sa forse chi sono i «santi» e chi sono gl’«ingiusti»? Non è forse più un fallo che un fratello processi un fratello e dinanzi agli increduli? In una parola, la Scrittura ha forse perduto la sua potenza, la sua divina applicazione? Non è essa più la nostra guida, la nostra autorità, la nostra sola regola perfetta ed infallibile? Il grande cambiamento sopraggiunto nello stato morale della Chiesa ha forse tolto alla parola di Dio tutta la sua potenza d’applicazione a noi «a tutti quelli che in ogni luogo invocano il nome del nostro Signor Gesù Cristo?». La preziosa Rivelazione del nostro Padre sarebbe a volte diventata lettera morta, uno scritto caduto in disuso, un documento del tempo passato? Il nostro cambiamento di condizione ha forse tolto alla parola di Dio una sola delle sue glorie morali?

Lettore, quale risposta dà il vostro cuore a queste domande? Vi invitiamo seriamente a considerarle in ogni umiltà e con preghiera davanti al Signore. La vostra risposta sarà l’indice esatto della vostra reale posizione e del vostro stato morale. Non vedete voi chiaramente e non ammettete pienamente che la Scrittura non può mai perdere la sua potenza, e che i principi posti in 1 Corinzi 6, non possono mai cessare di legare la Chiesa di Dio? Non si può negare che tutto sia infelicemente ben cambiato, ma «la Scrittura non può essere annullata», e per conseguenza, ciò che era «un fallo» al primo secolo non può essere un bene al ventesimo; vi può essere più difficoltà a mettere in pratica i principi divini, ma non dobbiamo mai acconsentire di abbandonarli o di agire secondo dei motivi meno elevati. Appena si ammettesse che, perché la chiesa responsabile s’è sviata, sia impossibile di camminare bene, tutto il principio dell’obbedienza cristiana sarebbe messo da parte. È tanto male oggi che un «fratello processi un altro fratello dinanzi agli increduli», come lo era ai giorni in cui l’apostolo scriveva la sua epistola all’assemblea di Corinto (*). È vero che l’unità visibile della Chiesa è sparita; essa è spogliata di molti doni; si è allontanata dalla sua condizione normale, ma i principi della parola di Dio non possono per questo perdere la loro potenza più di quel che non perda il sangue di Cristo la sua virtù, o il suo sacerdozio la sua efficacia.

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(*) È bene ricordarsi che ovunque «due o tre» sono radunati nel nome del Signore Gesù, in qualsiasi debolezza si trovino, se sono realmente nell’umiltà e nella dipendenza da Dio, sarà loro data la saggezza spirituale per giudicare tutto quel che potrebbe elevarsi tra fratelli. Essi possono contare su questa saggezza divina per guidarli nel regolare ogni questione o controversia, senza che sia bisogno di rivolgersi ad un tribunale del mondo.
     Quest’idea farà sorridere, senza dubbio, gli uomini del mondo, ma noi dobbiamo attenerci alla Scrittura. Un fratello non deve chiamare in giudizio un altro fratello dinanzi agl’increduli. Ecco quel che è chiaro e netto. Vi sono per l’Assemblea delle risorse in Cristo, il Capo e il Signore, per regolare qualsiasi questione.
     Considerino seriamente questo soggetto, i figli di Dio. Vedano anzitutto se sono radunati sul terreno della Chiesa di Dio, e allora, pur avendo coscienza che le cose non sono più quel che erano un tempo nella Chiesa, benché sentano la loro grande debolezza e tutte le loro mancanze, troveranno, nondimeno, che la grazia di Cristo è sempre sufficiente e che la Parola di Dio è piena di tutte le istruzioni di cui hanno bisogno, senza che mai sia necessario di ricorrere al mondo per aver aiuto, consiglio, o giudizio. «Ovunque due o tre sono radunati nel mio nome, io sono quivi in mezzo a loro».
     Certamente questo basta a tutto. Vi è forse una sola questione che il nostro Signore non possa risolvere? Abbiamo noi bisogno di abilità naturale, di sapienza mondana, di grande scienza, di sagacità, quando abbiamo Cristo? No, certamente, tutte queste cose sarebbero per noi come l’armatura di Saul per Davide. Quel che abbisogniamo, è semplicemente di fare uso delle risorse che abbiamo in Cristo. Troveremo per certo «nel luogo ove il suo Nome è invocato», la saviezza sacerdotale per giudicare tutte le cause che possono sorgere tra fratelli.
     Inoltre, si ricordino i cari figli di Dio che, nei casi di difficoltà locali che possono sorgere, non è affatto necessario di chieder soccorso al di fuori, di scrivere a destra e sinistra, o far venire qualcuno abile per aiutarli. Naturalmente, se il Signore manda in un tale momento uno dei suoi diletti servitori, la sua simpatia, i suoi consigli e il suo aiuto saranno altamente apprezzati. Non desideriamo incoraggiare all’indipendenza gli uni dagli altri, ma insistiamo sul fatto che dobbiamo dipendere completamente e assolutamente da Cristo, nostro Capo e nostro Signore.

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Ricordiamoci, inoltre, che vi sono delle risorse di sapienza, di grazia, di potenza e di doni spirituali, in riserva per la Chiesa, in Cristo, suo capo, e che sono sempre alla disposizione di quelli che hanno abbastanza fede per farne uso. Non ci sono limiti in quelle risorse. Non possiamo aspettarci di vedere la casa di Dio ritornare al suo stato normale sulla terra, nondimeno è il nostro privilegio di riconoscere quale è il suo vero terreno, ed è il nostro dovere d’occupare questo terreno e nessun altro.

È un cambiamento meraviglioso, quello che avviene in tutta la nostra condizione, nel nostro modo di vedere le cose, nei nostri pensieri su noi stessi, e su quelli che ci attorniano, appena posiamo il nostro piede sul vero terreno della Chiesa di Dio. Tutto sembra completamente diverso. La Bibbia appare un libro nuovo. Vediamo ogni cosa sotto un altro aspetto. Brani della Scrittura che abbiamo letto per degli anni senza interesse e senza profitto, brillano ora d’una luce divina e ci riempiono di stupore, d’amore e di lode. Vediamo tutto sotto un altro aspetto: il nostro orizzonte morale è cambiato; siamo sfuggiti alla brumosa atmosfera che avvolge tutta la chiesa professante, e ora possiamo guardarci attorno e distinguere chiaramente le cose alla luce celeste della Scrittura. Sembra di fatto che sia una nuova conversione, e scopriamo allora che possiamo leggere la Bibbia con intelligenza, perché ne abbiamo la chiave divina. Vediamo che Cristo è il centro e l’oggetto di tutti i pensieri, dei disegni e dei consigli di Dio dall’eternità, e allora siamo condotti in quella meravigliosa sfera di grazia e di gloria che lo Spirito Santo si compiace di svolgere nella preziosa parola di Dio.

Possa il lettore essere condotto a comprendere bene tutto ciò per mezzo del ministero immediato e potente dello Spirito Santo! Possa egli essere reso capace di dedicarsi allo studio della Scrittura e abbandonarsi senza riserva al suo insegnamento e alla sua autorità! Non prenda consiglio dalla carne e dal sangue, ma si getti, come un piccolo fanciullo, nelle braccia del Signore e cerchi d’esser condotto in intelligenza spirituale e in conformità pratica al pensiero di Cristo.

Vediamo ora i versetti che terminano il nostro capitolo, presentando una visione straordinaria sull’avvenire d’Israele e anticipando il momento in cui cercheranno di darsi un re.

«Quando sarai entrato nel paese che l’Eterno, il tuo Dio, ti dà e ne avrai preso possesso e l’abiterai, se dici: “Voglio costituire su di me un re come tutte le nazioni che mi circondano”, dovrai costituire su di te come re colui che l’Eterno, il tuo Dio, avrà scelto. Costituirai su di te come re uno dei tuoi fratelli; non potrai costituire su di te uno straniero che non sia tuo fratello. Però, non abbia egli gran numero di cavalli, e non riconduca il popolo in Egitto per procurarsi gran numero di cavalli, poiché l’Eterno vi ha detto: “Non rifarete mai più quella via”. E neppure abbia gran numero di mogli, affinché il suo cuore non si svii; e neppure abbia gran quantità d’argento e d’oro» (vers. 14-17).

Com’è notevole che le tre cose che il re non doveva fare, fossero precisamente quelle che fecero, su larga scala, i monarchi d’Israele più grandi e più savi. «Il re Salomone costruì anche una flotta ad Etsion-Gheber, presso Eloth, sul lido del mar Rosso, nel paese di Edom. Hiram mandò su questa flotta, con la gente di Salomone, la sua propria gente: marinai che conoscevano il mare. Essi andarono a Ofir, vi presero dell’oro 420 talenti e li portarono al re Salomone». «E Hiram aveva mandato al re 120 talenti d’oro». «Or il peso dell’oro che giungeva ogni anno a Salomone, era di 666 talenti d’oro (32800 kg circa), oltre quello ch’ei percepiva dai mercanti, dal traffico dei negozianti, da tutti i re d’Arabia e dai governatori del paese». «E il re fece sì che l’argento era in Gerusalemme così comune come le pietre…». «I cavalli che Salomone aveva, gli venivan menati dall’Egitto... Ma il re Salomone... amò molte donne straniere... Ebbe 700 principesse per mogli, e 300 concubine; e le sue mogli gli pervertirono il cuore» (1 Re, capitoli 9, 10 e 11).

Che triste storia! Quale commentario dell’uomo nel suo stato migliore e più elevato! Ecco un uomo dotato di sapienza più di tutti, circondato di benedizioni, di dignità, d’onori e di privilegi straordinari; il suo calice era colmo, nulla gli mancava di ciò che il mondo può dare per contribuire alla felicità terrena. E non solo, ma la sua notevole preghiera alla consacrazione del tempio, poteva far concepire di lui le speranze migliori, riguardo al suo carattere personale o regale.

Ma, ahimè! egli fallì nel modo più deplorevole, su tutti i punti che la legge del suo Dio aveva definito così positivamente e così chiaramente. Gli aveva detto di non accumulare molto denaro, né molto oro, e tuttavia egli lo fece. Gli aveva detto di non ritornare in Egitto per radunare cavalli, e tuttavia si fece condurre dei cavalli dall’Egitto. Gli aveva detto di non prendere molte mogli, e ne ebbe un migliaio le quali gli pervertirono il cuore. Tale è l’uomo! Oh! come poco si può contare su di lui! «Ogni carne è come erba e tutta la sua gloria come il fiore dell’erba: l’erba si secca, e il fiore cade» (1 Pietro 1:24). «Cessate di confidarvi nell’uomo nelle cui narici non è che un soffio, poiché qual caso se ne può fare?» (Isaia 2:22).

Come spiegare la triste ed umiliante caduta di Salomone? In risposta a questa domanda non abbiamo che da leggere i versetti che terminano il nostro capitolo.

«E quando s’insedierà sul suo trono reale, scriverà per suo uso in un libro, una copia di questa legge secondo l’esemplare dei sacerdoti. E terrà il libro presso di sé, e vi leggerà dentro tutti i giorni della sua vita, per imparare a temere l’Eterno, il suo Dio, a mettere diligentemente in pratica tutte le parole di questa legge e tutte queste prescrizioni, affinché il cuor suo non si elevi al disopra dei suoi fratelli, ed egli non devii da questi comandamenti, né a destra, né a sinistra, e prolunghi così i suoi giorni nel suo regno, egli coi suoi figliuoli in mezzo ad Israele» (vers. 18-20).

Se Salomone avesse prestato attenzione a queste preziose e solenni parole, la storia della sua vita sarebbe stata ben diversa. Non vediamo che abbia scritto una copia della legge, e supponendo l’avesse fatta, non vi conformò certamente la sua vita, anzi, se ne sviò apertamente e fece le cose stesse che gli erano state proibite. In una parola, la causa di tutta la rovina e di tutte le sventure che succedettero così rapidamente agli splendori del regno di Salomone, fu la negligenza della parola di Dio.

Questo è solenne per noi, ai giorni nostri, e ci induce a supplicare il lettore di prestarvi attenzione. La intera Chiesa di Dio ha bisogno di essere risvegliata a questo riguardo. La negligenza della parola di Dio è la sorgente di ogni male, di ogni confusione, di ogni errore, sette e scismi che sono stati e sono ora nel mondo. E si può aggiungere, con la stessa certezza, che il solo vero e sovrano rimedio per la nostra triste posizione attuale, sarà di ritornare ognuno ed ognuna in particolare, alla semplice autorità della parola di Dio, così deplorevolmente trascurata. Ciascuno consideri quanto si è allontanato, con tutta la chiesa professante, dall’insegnamento semplice e positivo del Nuovo Testamento, dai comandamenti del nostro diletto Signore e Salvatore Gesù Cristo. Umiliamoci sotto la potente mano del nostro Dio, a causa del nostro peccato comune, volgiamoci verso Lui giudicandoci in sincerità, e, nella sua grazia, Egli ci ristorerà e ci benedirà, e ci condurrà nel prezioso sentiero dell’obbedienza aperto ad ogni anima veramente umile.

Possa lo Spirito Santo, nella sua potenza irresistibile, mettere dinanzi al cuore e alla coscienza di ogni membro del corpo di Cristo, la necessità assoluta di una sottomissione immediata e intera all’autorità della parola di Dio.

18. Capitolo 18

Il paragrafo con cui questo capitolo comincia suggerisce una serie di verità eminentemente interessanti e pratiche.

«I sacerdoti leviti, tutta quanta la tribù di Levi, non avranno parte né eredità con Israele, vivranno dei sacrifici fatti mediante il fuoco all’Eterno e della eredità di lui. Non avranno, dico, alcuna eredità tra i loro fratelli: l’Eterno è la loro eredità, com’Egli ha detto loro. Or questo sarà il diritto dei sacerdoti sul popolo, su quelli che offriranno come sacrificio sia un bue, sia una pecora: essi daranno, al sacerdote la spalla, le mascelle e il ventricolo (stomaco), gli darai le primizie del tuo frumento, del tuo mosto e del tuo olio, e le primizie della tosatura delle tue pecore; poiché l’Eterno, l’Iddio tuo, l’ha scelto fra tutte le sue tribù, perché si presentino a fare il servizio nel nome dell’Eterno, egli e i suoi figliuoli in perpetuo. E quando un Levita, partendo da una qualunque delle città deve soggiornare in Israele, verrà, seguendo il pieno desiderio del suo cuore, al luogo che l’Eterno avrà scelto, e farà il servizio nel nome dell’Eterno, del suo Dio, come tutti i suoi fratelli Leviti che stanno quivi davanti all’Eterno, egli riceverà, per il suo mantenimento, una parte uguale a quella degli altri, oltre quello che gli può venire alla vendita del suo patrimonio» (vers.1-8).

Qui, come ovunque nel libro del Deuteronomio, i sacerdoti sono classificati con i Leviti, in modo del tutto speciale. Richiamiamo l’attenzione del lettore su questo dato caratteristico del nostro libro, ma ora non vi ci fermeremo che un istante, per indicare il motivo della differenza che presenta a questo riguardo il libro del Deuteronomio con l’Esodo, col Levitico e con i Numeri. Crediamo che ciò provenga dal fatto che, nel Deuteronomio, lo scopo di Dio è di mettere maggiormente in evidenza tutta l’assemblea d’Israele. Perciò vi vediamo apparire raramente i sacerdoti nelle loro funzioni ufficiali. Il grande pensiero del Deuteronomio, è la relazione immediata d’Israele con l’Eterno.

Ora nel passo che ci occupa, i sacerdoti ed i Leviti sono associati insieme e presentati come i servitori dell’Eterno, intieramente dipendenti da Lui, e intimamente identificati col suo altare e il suo servizio. Questo è di grande interesse e apre un vasto campo di verità pratiche alla Chiesa di Dio.

E percorrendo la storia del popolo d’Israele, possiamo notare che quando tutto andava bene, l’altare di Dio era servito bene, e, per conseguenza, i sacerdoti ed i Leviti non mancavano di nulla. Se l’Eterno aveva la parte che gli era dovuta, i suoi servitori potevano essere sicuri di avere la loro, se Egli era trascurato, essi lo erano pure; erano legati insieme. Il popolo doveva portare le sue offerte a Dio, ed Egli le divideva coi suoi servitori. I sacerdoti ed i Leviti non dovevano esigere nulla o chiedere al popolo, ma il popolo aveva il privilegio di portare i suoi doni all’altare di Dio, che permetteva ai suoi servitori di nutrirsi dei frutti provenienti dalla devozione del suo popolo per Lui.

Tale era l’intenzione divina dell’Eterno riguardo ai suoi servitori di allora. Dovevano nutrirsi delle offerte volontarie presentate a Dio da tutta la congregazione. È vero che troviamo uno stato di cose interamente differente nei giorni oscuri e tristi dei figli di Eli: «Ed ecco qual era il modo di agire di questi sacerdoti riguardo al popolo: quando qualcuno offriva un sacrificio, il servo del sacerdote veniva, nel momento in cui si faceva cuocere la carne, avendo in mano una forchetta a tre punte; la piantava nella caldaia o nel paiuolo, o nella pentola o nella marmitta; e tutto quello che la forchetta tirava su, il sacerdote lo pigliava per sé. Così facevano a tutti gli Israeliti che andavano là, a Sciloh. E anche prima che si fosse fatto fumare il grasso, il servo del sacerdote veniva, e diceva all’uomo che faceva il sacrificio: Dammi della carne da fare arrostire, per il sacerdote; giacché egli non accetterà da te carne cotta, ma cruda. E se quell’uomo gli diceva: Si faccia prima di tutto fumare il grasso, poi prenderai quello che vorrai, egli rispondeva: No, me la devi dare ora; altrimenti la prenderò per forza! Il peccato dunque di quei giovani era grande oltremodo agli occhi dell’Eterno, perché la gente sprezzava le offerte fatte all’Eterno» (1 Samuele 2:13-17).

Tutto questo era deplorevole e recò il terribile giudizio di Dio sulla famiglia di Eli. Non poteva essere altrimenti. Se quelli che servivano all’altare potevano rendersi colpevoli d’un’iniquità e d’un’empietà così grande bisognava che il giudizio avesse il suo corso.

Ma lo stato normale delle cose, com’è descritto nel nostro capitolo, offriva un contrasto completo con tutto quel male. L’Eterno si circondava delle offerte volontarie del suo popolo, e con esse nutriva i suoi servitori che servivano al suo altare. Per conseguenza, quando le offerte abbondavano sull’altare di Dio, i sacerdoti ed i Leviti avevano una ricca parte, un’abbondante provvista; mentre quando l’Eterno e il suo altare erano trascurati, i servitori dell’Eterno lo erano pure, nella stessa proporzione. Essi erano, in una parola, identificati intimamente con il culto e il servizio dell’Iddio d’Israele.

Nel medesimo modo per esempio, ai bei giorni del buon re Ezechia, in cui i cuori erano felici e sinceri, leggiamo: «Ezechia ristabilì le classi dei sacerdoti e dei Leviti nelle loro funzioni, ognuno secondo il genere del suo servizio, sacerdoti e Leviti; per gli olocausti e i sacrifici di azioni di grazie, per il servizio, per la lode e per il canto; entro le porte del campo dell’Eterno. Stabilì pure la parte che il re preleverebbe dai suoi beni per gli olocausti, per gli olocausti del mattino e della sera, per gli olocausti dei sabati, dei noviluni e delle feste, come sta scritto nella legge dell’Eterno; e ordinò al popolo, agli abitanti di Gerusalemme, di dare ai sacerdoti e ai Leviti la loro parte, affinché potessero darsi all’adempimento della legge dell’Eterno. Non appena quest’ordine fu pubblicato, i figliuoli di Israele dettero in gran quantità le primizie del grano, del vino, dell’olio, del miele, e di tutti i prodotti dei campi; e portarono la decima d’ogni cosa in abbondanza. I figliuoli d’Israele e di Giuda che abitavano nelle città di Giuda menarono anch’essi la decima dei buoi e delle pecore, e la decima delle cose sante che erano consacrate all’Eterno, al loro Dio, e delle quali si fecero tanti mucchi. Cominciarono a fare quei mucchi il terzo mese e finirono il settimo mese. Ezechia e i capi vennero a vedere quei mucchi, e benedissero l’Eterno e il suo popolo Israele. Ed Ezechia interrogò i sacerdoti e i Leviti, relativamente a quei mucchi; e il sommo sacerdote Azaria, della casa di Tsadok, gli rispose: Da che s’è cominciato a portar le offerte nella casa dell’Eterno, noi abbiam mangiato; ci siamo saziati, e v’è rimasta roba in abbondanza, perché l’Eterno ha benedetto il suo popolo; ed ecco qui la gran quantità ch’è rimasta» (2 Cronache 31:2-10).

Come tutto ciò è bello ed incoraggiante! Il fiume profondo d’una intera devozione scorreva attorno all’altare di Dio, portando nel suo seno ampie provviste per i bisogni dei servitori dell’Eterno, e vi erano persino dei «mucchi» di resto. Possiamo essere certi che questo era gradito al cuore dell’Iddio d’Israele, come al cuore di quelli che, al suo appello, s’erano votati al servizio del suo altare e del suo santuario.

Notiamo particolarmente le parole seguenti: «Come sta scritto nella legge dell’Eterno». Ecco qual’era l’autorità di Ezechia; il fondamento sicuro e fermo della sua condotta. È vero che l’unità visibile della nazione aveva preso fine, e che lo stato delle cose, quand’egli incominciò l’opera sua, era dei più scoraggianti; ma la parola dell’Eterno nella sua applicazione, era tanto vera, tanto positiva e tanto diretta, ai giorni di Ezechia, come ai giorni di Davide o di Giosuè. Ezechia sentiva, con ragione, che Deuteronomio 18:1-8 si applicava al suo tempo e alla sua coscienza e che sia lui che il popolo erano responsabili di agire in conseguenza, secondo il loro potere. I sacerdoti ed i Leviti dovevano essi soffrire la fame, perché l’unità nazionale d’Israele era cessata? No, certamente. Essi sussistevano o cadevano assieme alla Parola, al culto e all’opera di Dio. Le circostanze potevano cambiare, e l’Israelita poteva trovarsi in una posizione in cui non gli sarebbe stato possibile osservare tutti i particolari delle cerimonie levitiche, mai però poteva trovarsi in tali circostanze per cui non potesse avere l’immenso privilegio di esprimere largamente la devozione del suo cuore al servizio, all’altare e alla legge dell’Eterno.

Vediamo dunque costantemente nella storia d’Israele, che quando le cose andavano bene, era abbondantemente provvisto per quel che si trattava del culto dell’Eterno, del suo servizio e dei suoi servitori. Invece, quando lo stato morale s’abbassava, i cuori si raffreddavano e l’egoismo prendeva il sopravvento, allora tutti questi grandi oggetti erano trattati con fredda indifferenza. Vedete, per esempio, il capitolo 13 di Neemia. Quando questo fedele servitore ritornò a Gerusalemme, dopo un’assenza di alcuni giorni, vide con profondo dolore che, durante quel breve periodo, molte cose si erano svolte male, e fra l’altro, i poveri Leviti erano stati lasciati senza nutrimento. «Seppi pure che le porzioni dovute ai Leviti non erano state date, e che i Leviti e i cantori, incaricati del servizio se n’eran fuggiti, ciascuno alla sua terra» (Neemia 13:10). Non c’erano «mucchi» di primizie in quei giorni tristi, e non era secondo la legge di Dio, né secondo il suo cuore, che degli uomini dovessero lavorare e cantare e non aver nulla da mangiare. Era un’onta per il popolo che i servitori dell’Eterno fossero obbligati, a causa della negligenza del popolo, di abbandonare il Suo culto e il Suo servizio onde non morir di fame.

Era uno stato di cose deplorevole, e Neemia lo sentì profondamente, poiché leggiamo: «E io censurai i magistrati, e dissi loro: Perché la casa di Dio è ella stata abbandonata? Poi radunai i Leviti e i cantori e li restabilii nei loro uffici. Allora tutto Giuda portò nei magazzini le decime del frumento, del vino e dell’olio; e affidai la sorveglianza dei magazzini al sacerdote Scelemia ecc., perché erano reputati uomini fedeli,» — avevano diritto alla fiducia dei loro fratelli — «il loro ufficio era di fare le ripartizioni tra i loro fratelli ». Occorrevano degli uomini a tutta prova e fedeli per occupare quest’elevato incarico, e distribuire i frutti preziosi della devozione del popolo; dovevano consigliarsi fra loro, e vegliare a che il tesoro dell’Eterno fosse fedelmente amministrato secondo la Sua parola, e fosse provveduto ai bisogni dei suoi servitori, senza parzialità. Tale era l’ordine ammirevole prescritto dall’Iddio d’Israele, ordine che tutti i veri Israeliti, come Neemia ed Ezechia, trovavano piacere ad osservare. Il fiume delle benedizioni scorreva dall’Eterno verso il suo popolo e ritornava dal suo popolo a Lui, ed a questo fiume i suoi servitori dovevano attingere abbondantemente per tutti i loro bisogni. Era per Lui un disonore che i Leviti fossero obbligati di ritornare ai loro campi; era una prova che la Sua casa era abbandonata, e che non vi era di che nutrire i suoi servitori.

Che lezione possiamo ricavare da tutto questo? Che cosa può imparare la Chiesa di Dio da Deuteronomio 18:1-8? Per rispondere a queste domande, leggiamo il capitolo 9 della 1a epistola ai Corinzi, ove l’apostolo tratta il soggetto così importante del modo in cui l’Assemblea deve provvedere ai bisogni dei servitori di Dio, soggetto ben poco compreso dalla maggioranza dei cristiani professanti. La regola è quanto mai chiara. «Chi è mai che fa il soldato a sue proprie spese? Chi è che pianta una vigna e non ne mangia del frutto? O chi è che pasce un gregge e non si ciba del latte del gregge? Dico io queste cose secondo l’uomo? Non le dice anche la legge? Difatti nella legge di Mosè è scritto: «Non metter la musoliera al bue che trebbia il grano». Iddio si occupa forse dei buoi? O non dice Egli così proprio per noi? Certo, per noi fu scritto così; perché chi ara deve arare con speranza, e chi trebbia il grano deve trebbiare con la speranza d’averne la sua parte. Se abbiam seminato per voi i beni spirituali, è egli gran che se mietiamo i vostri beni materiali? Se altri hanno questo diritto su voi, non l’abbiamo noi molto più? Ma noi — e qui la grazia brilla in tutto il suo splendore — non abbiamo fatto uso di questo diritto; anzi sopportiamo ogni cosa, per non creare alcun ostacolo all’Evangelo di Cristo. Non sapete voi che quelli i quali fanno il servizio sacro mangiano di quel che è offerto nel tempio? e che coloro i quali attendono all’altare, hanno parte all’altare? Così ancora, il Signore ha ordinato che coloro i quali annunziano l’Evangelo vivano dell’Evangelo. Io però — e qui ancora la grazia mostra la sua santa dignità — non ho fatto uso d’alcuno di questi diritti, e non ho scritto questo perché si faccia così a mio riguardo; perché preferirei morire, anziché veder qualcuno render vano il mio vanto. Perché se io evangelizzo, non ho da trarre vanto, poiché necessità me n’è imposta; e guai a me se io non evangelizzo! Se lo faccio volonterosamente, ne ho ricompensa; ma se non lo faccio volonterosamente è per sempre un’amministrazione che m’è affidata. Qual’è dunque la mia ricompensa? Questa: che annunziando l’Evangelo, io offra l’Evangelo gratuitamente, senza valermi del mio diritto nell’Evangelo» (1 Corinzi 9:7-18).

Questo soggetto così interessante e così importante è considerato qui sotto tutti i suoi aspetti. L’apostolo proclama nel modo più chiaro e positivo, la legge divina a questo riguardo; non c’è da sbagliarsi. «Il Signore ha ordinato che coloro i quali annunziano l’Evangelo vivano dell’Evangelo», cioè che, come anticamente i sacerdoti e i Leviti vivevano delle offerte presentate dal popolo, così ora quelli che sono realmente chiamati da Dio, dotati da Cristo, e preparati dallo Spirito Santo a predicare l’evangelo, e che si dedicano interamente a quest’opera eccellente, costoro hanno diritto moralmente d’essere sostentati riguardo ai loro bisogni temporali. Non è a dire ch’essi debbano aspettarsi da quelli a cui essi predicano la Parola, un pagamento fisso. Non c’è nulla di simile nel Nuovo Testamento. L’operaio deve aspettarsi soltanto al suo Maestro per il suo mantenimento. Guai a lui se si aspetta alla Chiesa o a degli uomini, chiunque siano! I sacerdoti e i Leviti avevano la loro parte nell’Eterno e la ricevevano da Lui; Egli era la porzione della loro eredità. È vero che Egli voleva che gli Israeliti lo servissero nella persona dei suoi servitori. Diceva loro quel che essi dovevano dare, e dando erano benedetti; dare era il loro privilegio, quanto il loro dovere; se, avessero rifiutato o trascurato di farlo, la siccità e la sterilità dei loro campi ne sarebbe stata la conseguenza (Aggeo 1:5-11).

Ma i sacerdoti ed i Leviti dovevano confidarsi soltanto nell’Eterno. Se il popolo mancava di recare le sue offerte, i Leviti dovevano ritornare ai loro campi e lavorare per il loro mantenimento. Non potevano entrare in lite a riguardo delle decime e delle offerte, dovevano ricorrere unicamente all’Iddio d’Israele che li aveva consacrati al suo servizio e aveva loro affidato quel servizio.

Così è dei servitori del Signore adesso; devono aspettarsi a Lui solo. Bisogna che siano ben certi di essere stati qualificati e chiamati da Lui per l’opera, prima di azzardarvisi e di dedicarsi interamente al servizio della predicazione.

Bisogna che distolgano completamente gli occhi dagli uomini, da tutte le risorse che provengono dall’uomo, da ogni sostegno umano, e che s’appoggino esclusivamente sull’Iddio vivente. Si vedono delle conseguenze deplorevoli risultare dal fatto che si è agito con leggerezza in questa solenne questione; degli uomini non chiamati da Dio, né qualificati per il suo servizio, abbandonano le loro occupazioni per dedicarsi, così dicono essi, all’opera e vivere di fede. Delle cadute deplorevoli ne sono sempre il risultato. Gli uni, quando cominciano a vedere le serie realtà del cammino, sono così allarmati da perdere il loro equilibrio morale, e persino talvolta la ragione per un tempo; altri perdono la pace; altri infine ritornano al mondo.

Brevemente, siamo convinti, dall’esperienza di quarant’anni, che sono molto rari i casi in cui un cristiano possa, in assoluta sicurezza, abbandonare la propria professione che è ciò che gli dà da vivere, per predicare l’Evangelo. Bisogna, in questo caso che la chiamata sia così chiara e così distinta, talché quel cristiano possa dire, come Lutero, alla dieta di Worms: «Eccomi; non posso fare altrimenti: Iddio mi sia in aiuto! Amen». Allora potrà essere perfettamente certo che Dio sarà con lui nell’opera a cui Egli l’ha chiamato, e che supplirà a tutti i suoi bisogni, «secondo le sue ricchezze in gloria per il Cristo Gesù». Riguardo agli uomini e a quel che possono pensare di lui e del suo modo di fare, non ha che da rimandarli al suo Maestro. Poiché egli non chiede loro di mantenerlo, non ha da rendere nessun conto, e non è responsabile che verso il suo Maestro.

Ma considerando il bel passo di 1 Corinzi 9, che abbiamo citato, vediamo che l’apostolo, dopo aver pienamente stabilito i diritti che aveva di essere mantenuto, vi rinunzia completamente. «Io però non ho fatto uso d’alcuno di questi diritti». Egli lavorava con le proprie mani, lavorava giorno e notte per non essere a carico di nessuno. Queste mani, — dice egli in Atti 20:24 — hanno provveduto ai bisogni miei e di coloro che erano meco». Egli non concupiva né l’oro, né il denaro, né il vestimento di nessuno. Viaggiava, predicava, faceva visite di casa in casa, era l’apostolo instancabile, lo zelante evangelista, il pastore diligente; aveva cura di tutte le chiese. Non avrebbe forse avuto il diritto di essere mantenuto? Certamente. La Chiesa di Dio avrebbe dovuto essere felice di provvedere a tutti i suoi bisogni; ma egli non fece mai valere i suoi diritti, e persino vi rinunziò. Manteneva sé e i suoi compagni, con il lavoro delle proprie mani, e ciò per esser di esempio, come lo dice agli anziani dell’assemblea d’Efeso: «In ogni cosa vi ho mostrato ch’egli è con l’affaticarsi così, che bisogna venire in aiuto ai deboli, e ricordarsi delle parole del Signor Gesù, il quale disse egli stesso: Più felice cosa è il dare che il ricevere».

Non è forse da stupire di vedere questo caro e venerato servitore di Cristo, oltre a tutti i suoi grandi viaggi, da Gerusalemme e fino in Illiria, il suo immensa lavoro come evangelista, pastore e dottore, trovare ancora il tempo di lavorare con le proprie mani per sovvenire ai suoi bisogni e a quelli delle persone che lo accompagnavano? Veramente egli occupava un’elevata posizione morale. La sua vita fu una censura costante contro ogni sorta di spirito mercenario. Le allusioni ironiche degl’increduli a riguardo dei ministri largamente pagati, non potrebbero applicarsi a lui. Egli non predicava certamente per il guadagno.

E tuttavia riceveva con riconoscenza l’aiuto di quelli che sapevano dare.

Più volte, la cara assemblea di Filippi provvide ai bisogni del suo venerato e diletto padre in Cristo, e ciò non sarà mai dimenticato. Migliaia di cristiani hanno letto la commovente relazione della devozione dei Filippesi, e sono stati ristorati dal profuma del loro sacrificio; esso è scritto nel cielo, ove nulla di simile è mai dimenticato ed è persino scolpito sul cuore di Cristo.

Ascoltate come l’apostolo esprime il suo cuore riconoscente, indirizzandosi ai suoi figliuoli diletti: «Io mi sono grandemente rallegrato nel Signore che finalmente avete fatto rinverdire le vostre cure per me; ci pensavate, sì, ma vi mancava l’opportunità. Non lo dico perché io mi trovi in bisogno; giacché ho imparato ad esser contento nello stato in cui mi trovo. Io so essere abbassato e so anche abbondare; in tutto e per tutto sono stato ammaestrato ad esser saziato e ad aver fame; ad esser nell’abbondanza e ad esser nella penuria. Io posso ogni cosa in Colui che mi fortifica. Nondimeno avete fatto bene a prender parte alla mia afflizione. Anche voi sapete, o Filippesi, che quando cominciai a predicar l’Evangelo, dopo aver lasciato la Macedonia, nessuna chiesa mi fece parte di nulla per quanto concerne il dare e l’avere, se non voi soli; poiché anche a Tessalonica m’avete mandato una prima volta di che sovvenire al mio bisogno. Non già ch’io ricerchi i doni; ricerco piuttosto il frutto che abbondi a conto vostro. Or io ho ricevuto ogni cosa ed abbondo. Sono pienamente provvisto, avendo ricevuto da Epafrodito quel che m’avete mandato, e che è un profumo d’odor soave, un sacrificio accettevole, gradito a Dio. E l’Iddio mio supplirà ad ogni vostro bisogno secondo le sue ricchezze e con gloria, in Cristo Gesù» (Filippesi 4:10-19).

Che privilegio è mai quello di poter rallegrare il cuore d’un tale servitore di Cristo alla fine della sua carriera e nella solitudine della sua prigione a Roma!

Come era accettevole ed a proposito l’offerta dei Filippesi e quale dovette essere la loro gioia ricevendo le testimonianze di riconoscenza dell’apostolo! E com’era preziosa la sicurezza che la loro offerta era salita come un profumo d’odor soave fino al trono e al cuore di Dio! Chi non preferirebbe d’essere un Filippeso, che suppliva ai bisogni dell’apostolo, piuttosto di un Corinzio che metteva in dubbio il suo ministerio, o di un Galato che gli straziava il cuore? Che immensa differenza! L’apostolo non poteva ricevere nulla dall’assemblea di Corinto; il loro stato non lo permetteva.

Alcuni membri di quell’assemblea vennero in suo aiuto, e il fatto è riferito nelle pagine ispirate, è scritto nei cieli, e sarà abbondantemente ricompensato nel regno futuro, «Io mi rallegro della venuta di Stefano, di Fortunato e d’Acaico, perché essi hanno riempito il vostro prodotto dalla vostra assenza; poiché hanno ricreato lo spirito mio e il vostro; sappiate apprezzare cotali persone» (1 Corinzi 16:17-18).

Vediamo dunque chiaramente che sia sotto la legge, sia sotto l’evangelo, è secondo la volontà e secondo il cuore di Dio che quelli che sono realmente chiamati da Lui all’opera, e che vi si dedicano interamente e fedelmente, abbiano la simpatia cordiale e gli aiuti materiali dei suoi figliuoli. Tutti quelli che amano Cristo considereranno come una felicità ed un privilegio di poter farGli parte dei loro beni nella persona dei suoi servitori. Quand’Egli era sulla terra, si degnava di accettare degli aiuti dalla parte di quelli che l’amavano che avevano approfittato del suo prezioso ministerio: «Certe donne che erano state guarite da spiriti maligni e da infermità: Maria, detta Maddalena, dalla quale erano usciti sette demoni, e Giovanna, moglie di Cuza, amministratore d’Erode, e Susanna e molte altre che assistevano Gesù ed i suoi coi loro beni» (Luca 8:2-3).

Donne felici e privilegiate! Che gioia di poter assistere il Signore di gloria nei giorni della sua umiliazione e dei suoi bisogni terreni! I loro nomi hanno l’onore d’essere registrati nelle pagine divine, iscritti dallo Spirito Santo, e portati sul fiume del tempo fin nell’eternità. Come fecero bene quelle donne di non aver perso il loro denaro in cose superflue, né di averlo ammucchiato per essere in maledizione alle anime loro, come avviene quando non ce ne serviamo per Dio!

Ma, d’altra parte, vediamo come sia necessario che tutti quelli che agiscono, sia al didentro, sia al difuori dell’assemblea, si mantengano perfettamente liberi da ogni influenza umana, e non si confidino punto nell’uomo, in qualsiasi modo. È con Dio che devono aver da fare nel segreto delle anime loro; altrimenti soccomberanno tosto o tardi. Devono aspettarsi a Lui solo per sovvenire al loro bisogni. Se la Chiesa li trascura, è lei che vi perderà di più. Se possono bastare ai loro bisogni per mezzo del lavoro delle loro mani, senza nuocere al loro servizio per Cristo, tanto meglio; evidentemente è ciò che val meglio, ne siamo pienamente persuasi. Non c’è nulla di più bello, moralmente e spiritualmente, che quello di vedere un vero servitore di Cristo che mantiene sé e la sua famiglia col sudore della fronte o del cervello, e che si dedica ad un tempo, con zelo all’opera del Signore, sia come evangelista, come pastore o dottore. L’estremo opposto si mostra nella persona d’un uomo che, senza doni e senza vita spirituale, abbraccia quel che si chiama il ministerio, come qualsiasi altra professione o mezzo d’esistenza. La posizione d’un tal uomo è moralmente pericolosa e miserabile all’estremo. Non ci fermeremo su questo, poiché usciremmo dal nostro soggetto, e preferiamo continuare lo studio del nostro capitolo.

«Quando sarai entrato nel paese che l’Eterno, l’Iddio tuo ti dà, non imparerai ad imitare le abominazioni delle nazioni che son quivi. Non si trovi in mezzo a te chi faccia passare il suo figliuolo e la sua figliuola per il fuoco, né chi eserciti la divinazione, né pronosticatore, né augure (chi predice il futuro), né mago, né incantatore, né chi consulti gli spiriti, né chi dica la buona fortuna, né negromante; perché chiunque fa queste cose è in abominio all’Eterno; e, a motivo di queste abominazioni, l’Eterno, il tuo Dio, sta per cacciare quelle nazioni d’innanzi a te. Tu sarai integro verso l’Eterno, l’Iddio tuo; poiché quelle nazioni del cui paese tu vai ad impossessarti, danno ascolto ai pronosticatori e agl’indovini; ma quanto a te, l’Eterno, il tuo Dio, ha disposto altrimenti» (vers. 9-14).

Può darsi che leggendo questo passo, il lettore si chieda che applicazione può avere ai cristiani di professione. Gli chiederemo a nostra volta se non vi sono dei cristiani di professione che vanno ad assistere a ciò che fanno gl’incantatori, i maghi, e i negromanti.

Non ve ne sono forse che si occupano di tavolini che girano, di spiriti che battono colpi, di magnetismo animale o di seconda vista? Se così è, il passo che abbiamo citato si applica a loro e ciò in modo solenne. Crediamo fermamente che tutte queste cose siano del diavolo. Siamo persuasi che quando ci si presta, in un modo o in un altro, alla terribile evocazione degli spiriti, ci si pone fra le mani di Satana per essere trascinati e ingannati dalle sue menzogne. Che bisogno hanno di tavolini girevoli o di spiriti che battono colpi, quelli che hanno fra le mani una rivelazione perfetta di Dio? Nessun bisogno, certamente. E se, non soddisfatti di avere questa preziosa Parola, si volgono verso gli spiriti di amici defunti o d’altri, che cosa possono aspettarsi se non che Dio li abbandoni ad essere accecati e sviati da spiriti maligni che appaiono e personificano i defunti, e pronunziano ogni sorta di menzogna?

Non cercheremo di approfondire questo soggetto ora; non abbiamo né il tempo; né il desiderio di farlo, ma ci sentiamo spinti a mettere il lettore in guardia contro il grande pericolo che vi è a consultare gli spiriti di quelli che non sono più. Non entreremo nella questione di sapere se le anime possono ritornare in questo mondo; senza dubbio Dio potrebbe permetterlo se lo giudica a proposito, ma noi lasciamo questo soggetto da parte. Il gran punto che dobbiamo sempre avere dinanzi ai nostri cuori, è la perfetta sufficienza della rivelazione divina. Che bisogno abbiamo degli spiriti? L’uomo ricco immaginava che se Lazzaro fosse ritornato sulla terra e avesse parlato egli stesso ai suoi cinque fratelli, ciò avrebbe prodotto un grande effetto su loro: «Ti prego, dunque, o padre, che tu lo mandi a casa di mio padre, perché ho cinque fratelli, affinché attesti loro queste cose, onde non abbiano anch’essi a venire in questo luogo di tormento. Abramo disse: Hanno Mosè ed i profeti; ascoltino quelli. Ed egli: No, padre Abramo; ma se uno va a loro dai morti, si ravvedranno. Ma Abramo rispose: Se non ascoltano Mosè e i profeti, non si lasceranno persuadere neppure se uno dei morti resuscitasse» (Luca 16:2731).

Ecco quel che decide la questione. Se gli uomini non ascoltano la parola di Dio, se non vogliono credere quel che essa dice loro, in modo così chiaro e solenne, su loro stessi, sul loro stato attuale e sul loro destino futuro, non sarebbero persuasi neppure se anche migliaia di spiriti ritornassero a dir loro ciò che hanno visto, udito e provato nel cielo o nell’inferno; questo non produrrebbe su loro nessun effetto permanente o salutare. Potrebbe causare una grande sensazione, essere il soggetto di molte conversazioni e riempire i giornali, ma nulla più. Gli uomini non interromperebbero le loro occupazioni, i loro piaceri, i loro guadagni e le loro follie. «Se non ascoltano Mosè ed i profeti» — e possiamo aggiungere Cristo ed i suoi santi apostoli, — non si lasceranno persuadere neppure se uno dei morti risuscitasse». Il cuore che non si sottomette all’evidenza delle Scritture, non sarà convinto da nulla; e quanto al vero credente, egli trova nella Scrittura tutto ciò di cui può aver bisogno, e per conseguenza non sa che fare dei tavolini girevoli e della magia: «Se vi dice: Consultate quelli che evocano gli spiriti e gl’indovini, quelli che sussurrano e bisbigliano, rispondete: Un popolo non dev’egli consultare il suo Dio? Si rivolgerà egli ai morti a pro dei vivi? Alla legge e alla testimonianza! Se il popolo non parla così, non vi sarà per lui alcuna aurora!» (Isaia 8:19-20).

Quivi, in ogni tempo e in ogni luogo, è la risorsa divina per i figli di Dio, ed è a questo che Mosè manda l’assemblea nel magnifico paragrafo che termina il nostro capitolo. Egli mostra loro chiaramente che non hanno bisogno di rivolgersi agl’indovini, ai maghi, agl’incantatori, e ai negromanti che erano tutti in abominazione all’Eterno. «L’Eterno, il tuo Dio, ti susciterà un profeta come me, in mezzo a te, d’infra i tuoi fratelli; a quello darete ascolto! Avrai così per l’appunto quello che chiedesti all’Eterno, al tuo Dio, in Horeb, il giorno della raunanza, quando dicesti: Ch’io non oda più la voce dell’Eterno, dell’Iddio mio; e non veda più questo gran fuoco, ond’io non muoia. E l’Eterno mi disse: Quello che han detto sta bene; io susciterò loro un profeta come te, di mezzo ai loro fratelli, e porrò le mie parole nella sua bocca, ed egli dirà loro tutto quello che io gli comanderò. E avverrà che se qualcuno non darà ascolto alle mie parole ch’egli dirà in mio nome, io gliene domanderò conto. Ma il profeta che avrà la presunzione di dire in mio nome qualcosa che io non gli abbia comandato di dire o che parlerà in nome di altri dèi, quel profeta sarà punito di morte. E se tu dici in cuor tuo: Come riconosceremo la parola che l’Eterno non ha detta? Quando il profeta parlerà in nome dell’Eterno, e la cosa non succede e non si avvera, quella sarà una parola che l’Eterno non ha detta; il profeta l’ha detta per presunzione; tu non lo temere» (vers. 15-22).

Non potremmo esitare a riconoscere in questo profeta il nostro adorabile Signore e Salvatore Gesù Cristo. Al capitolo 3 degli Atti, Pietro gli applica così le parole di Mosè: «E ch’Egli vi mandi il Cristo che v’è stato destinato, cioè Gesù, che il cielo deve tenere accolto fino ai tempi della restaurazione di tutte le cose; tempi dei quali Iddio parlò per bocca dei suoi santi profeti che sono stati fin dal principio. Mosè infatti, disse: Il Signore Iddio si susciterà di fra i vostri fratelli un profeta come me; ascoltatelo in tutte le cose che vi dirà. E avverrà che ogni anima la quale non avrà ascoltato codesto profeta, sarà del tutto distrutta di fra il popolo» (vers. 20-23).

Che prezioso privilegio quello di ascoltare la voce d’un tale profeta! È la voce stessa di Dio che parla per bocca dell’Uomo Cristo Gesù, non di mezzo ai tuoni e ai lampi, e al fuoco consumante, ma col suono dolce e sottile dell’amare e della grazia che ristora il cuore affranto e lo spirito contrito, e cade come la rugiada dai cieli sulla terra assetata. Troviamo questa voce nella Santa Scrittura, la preziosa rivelazione, postaci così costantemente e potentemente davanti nel nostro studio di questo bel libro del Deuteronomio. Non dimentichiamolo mai; la voce della Scrittura è la voce di Cristo, e la voce di Cristo è la voce di Dio.

Non abbiamo bisogno d’altro. Se qualcuno avesse la pretesa di venire con una nuova rivelazione, o qualche nuova verità che non si trova nel volume divino, dovremmo giudicare lui e il suo insegnamento alla luce della Scrittura e rigettarli completamente. «Tu non lo temere». Di solito i falsi profeti si presentano con elevate pretensioni, con parole pompose ed un’apparenza di devozione. Cercano di attorniarsi di una aureola di dignità e d’importanza che si impone sovente agl’ignoranti; ma non possono resistere alla potenza scrutatrice della parola di Dio. Un semplice passo della Santa Scrittura toglie loro tutta l’importanza e toglierà alla radice la loro meravigliosa rivelazione. Quelli che conoscono la voce del vero Profeta non ne ascolteranno nessun’altra; quelli che hanno udita la voce del buon Pastore non ascolteranno la voce d’uno straniero.

Lettore, fate attenzione di ascoltare soltanto la voce di Gesù.

19. Capitolo 19

«Quando l’Eterno, il tuo Dio, avrà sterminato le nazioni delle quali l’Eterno, il tuo Dio, ti dà il Paese, e tu succederai a loro e abiterai nelle loro città e nelle loro case, ti metterai da parte tre città, in mezzo al paese, del quale l’Eterno, il tuo Dio, ti dà il possesso. Preparerai delle strade, e dividerai in tre parti il territorio del paese che l’Eterno, il tuo Dio, ti dà come eredità, affinché qualsivoglia omicida si possa rifugiare in quelle città» (vers. 1-3).

Che straordinaria mescolanza di «bontà e di severità» vediamo in queste poche righe! Abbiamo lo sterminio delle nazioni di Canaan, a causa delle loro iniquità diventate intollerabili e a lato d’essa abbiamo una prova commovente della bontà divina in quest’accomodamento fatto per il povero omicida (*) nel giorno della sua angoscia, quando se ne fugge dinanzi al vendicatore del sangue.

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(*) Si tratta d’un omicidio involontario (vedi vers. 4-5).
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Il governo e la bontà di Dio, sono entrambi perfetti. Vi sono dei casi in cui la bontà non sarebbe che pura tolleranza del male e della ribellione, ciò che non può aver luogo sotto il governo di Dio. Se gli uomini s’immaginano che, perché Dio è buono, essi possono continuare a peccare a loro piacimento vedranno, presto o tardi, come s’ingannano.

«Considera dunque, — dice l’apostolo — la bontà e la severità (*) di Dio!» Iddio sterminerà certamente i malvagi che disprezzano la sua bontà e la sua lunga pazienza. Egli è lento all’ira e di grande bontà, ne sia benedetto il suo santo nome! Sopportò per lunghi anni le sette nazioni di Canaan, fino a che la loro malvagità si fu elevata fino al cielo, e che la terra non li potè più sopportare. Sopportò le iniquità delle città colpevoli della pianura, e se si fossero trovati dieci giusti in Sodoma, l’avrebbe risparmiata per amore di loro. Ma il giorno d’una terribile vendetta giunse, ed esse furono distrutte.

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(*) La parola tradotta per «severità» è apotomia che, letteralmente, vuol dire «sterminio».
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Sarà così in breve della cristianità colpevole: «Anche tu sarai recisa». Il tempo della retribuzione giungerà, e sarà terribile; al solo pensarci il cuore trema.

Ma notate come la «bontà» divina brilla in queste prime righe del nostro capitolo. Vedete che pena si dà il nostro Dio, perché la città di rifugio sia anche accessibile il più possibile al micidiale (omicida). Le tre città dovevano essere «in mezzo al paese», e non in angoli remoti, o in luoghi di difficile accesso. E non sol questo, ma anche «preparerai delle strade». Inoltre: «tu dividerai in tre parti il territorio del paese». Tutto doveva essere fatto affinché il micidiale potesse fuggire facilmente. Il Signore si degnava di pensare all’angoscia dell’infelice che fuggiva «per afferrare saldamente la speranza che gli era posta dinanzi» (Ebrei 6:18). La città di rifugio doveva essere molto vicina, proprio come «la giustizia di Dio» è vicina al povero peccatore perduto, così vicina da essere alla portata di «colui che non opera, ma crede in Colui che giustifica l’empio».

Vi è una dolcezza particolare nella raccomandazione: «Preparerai delle strade». Come emana bene dal nostro Dio di grazia, «dall’Iddio e Padre del nostro Signor Gesù Cristo!». E tuttavia era lo stesso Dio che sterminava le nazioni di Canaan col suo giusto giudizio, e che pensava così in grazia al micidiale. «Considera dunque la bontà e la severità di Dio».

«Ed ecco in qual caso l’omicida che si fuggirà, avrà salva la vita. Chiunque avrà ucciso il suo prossimo involontariamente senza che l’abbia odiato prima, come se uno, ad esempio, andasse al bosco col suo compagno a tagliar della legna e, mentre la mano avventa la scure per abbatter l’albero, il ferro gli sfuggisse dal manico e colpisse il compagno, sì ch’egli ne muoia quel tale si rifugerà in una di queste città ed avrà salva la vita; altrimenti, il vendicatore del sangue, mentre l’ira gli arde in cuore, potrebbe inseguire l’omicida e, lungo il cammino — grazia commovente — raggiungerlo e colpirlo a morte, mentre non era degno di morte, in quanto che non aveva prima odiato il compagno. Perciò ti dò quest’ordine: Mettiti da parte tre città» (vers. 4-7).

Abbiamo qui la descrizione più minuziosa dell’uomo per il quale era la città di rifugio. Se non corrispondeva a queste condizioni, la città non era per lui; ma, nel caso contrario, poteva avere l’assoluta sicurezza che un Dio di grazia aveva pensato a lui e gli aveva procurato un luogo di rifugio, ove avrebbe potuto essere completamente al sicuro. Appena il micidiale aveva varcato le mura della città di rifugio, poteva respirare liberamente e riposarsi senza timore. La spada vendicatrice non poteva colpirlo, nessun capello del suo capo poteva essere toccato.

Egli era in sicurtà, sì, in perfetta sicurtà; ed inoltre ne aveva la perfetta certezza. Non sperava di essere salvato, era sicuro di esserlo. Era nella città e questo bastava. Prima di giungervi, aveva sofferto terribili angosce, molti dubbi e timori e penose lotte. Fuggiva per aver salva la vita, e non poteva pensare ad altro. Non potremmo rappresentarci il micidiale che si fermasse nella sua fuga precipitosa per cogliere dei fiori sul ciglio della strada. «Dei fiori!» avrebbe detto, «che cosa ho da fare dei fiori in questo momento? La mia vita è in pericolo. Me ne fuggo dal cospetto del vendicatore del sangue, e se m’attardo a cogliere dei fiori, potrebbe raggiungermi. No, la città di rifugio è l’unico scopo delle mie speranze; null’altro potrebbe allettarmi o interessarmi. Il mio solo desiderio è ora di essere salvato». Ma dal momento in cui aveva varcato le porte della città, egli era salvo, e lo sapeva. Come lo sapeva? Per mezzo dei suoi sentimenti, per delle prove, per delle esperienze? No, semplicemente per la parola di Dio. Senza dubbio ne avrà avuto il sentimento, la prova e l’esperienza, ben preziosa dopo i suoi sforzi disperati per arrivare, ma non erano affatto queste impressioni la base della sua sicurezza, il fondamento della sua pace. Egli sapeva di essere salvato, perché Dio gliela aveva detto. La grazia di Dio, l’aveva salvato, e la parola di Dio gliene dava la certezza.

Non potremmo immaginare un micidiale che, una volta entrato nella città, si esprimesse come lo fanno molti cristiani a riguardo della certezza e della sicurezza della salvezza. Non si sarebbe creduto presuntuoso d’essere certo che egli era in sicurtà. Se qualcuno gli avesse chiesto: «Siete certo d’essere al sicuro?» — «Oh!» avrebbe risposto, «come non lo sarei? Non sono forse un micidiale? Non sono io fuggito in questa città di rifugio? E l’Eterno, l’Iddio del nostro patto, non ha forse detto: Si rifugerà in una di queste città ed avrà salva la vita?». Sì, ne sia benedetto Iddio, sono perfettamente certo d’essere al sicuro. Ho dovuto molto correre e lottare per arrivare. Sovente ho creduto che il vendicatore del sangue stesse per afferrarmi e mi son creduto perduto, ma nella sua grazia infinita, Iddio ha voluto che l’accesso alla città fosse così facile e la strada così buona che, nonostante tutti i miei dubbi e timori, eccomi sano e salvo. La lotta è terminata, le mie angosce sono passate. Posso respirare liberamente ora e andare dove mi pare e piace, imperfetta sicurezza in questo luogo di benedizione, lodando l’Iddio del nostro patto, per aver, nella sua grande bontà, preparato un rifugio così prezioso per un povero micidiale involontario come me.

Può il lettore esprimersi nello stesso modo a riguardo della sua sicurezza in Cristo? È egli salvato, e lo sa egli? Se non lo è, possa lo Spirito di Dio applicare al suo cuore il tipo così semplice del micidiale entrato nella città di rifugio! Possa egli conoscere «la ferma consolazione» che è la parte assicurata, perché è divina, di tutti quelli che «hanno cercato il loro rifugio nell’afferrar saldamente la speranza» (Ebrei 6:18).

Proseguendo lo studio del nostro capitolo, vedremo che il soggetto delle città di rifugio comprendeva altre questioni oltre a quella della salvezza del micidiale. Abbiamo visto che, da questo lato, tutto era perfettamente regolato; ma la gloria di Dio, la purezza del suo paese e l’integrità del suo governo, dovevano essere salvaguardate. Se si toccavano queste cose, non c’era più sicurezza per nessuno. Questo grande principio brilla in ognuna delle pagine della storia delle dispensazioni di Dio verso l’uomo. La vera felicità dell’uomo e la gloria di Dio sono indissolubilmente collegate, e l’una e l’altra riposano sullo stesso fondamento irremovibile, cioè su Cristo e la sua opera preziosa.

«E se l’Eterno, il tuo Dio, allarga i tuoi confini, come giurò ai tuoi padri di fare, e ti dà tutto il paese che promise di dare ai tuoi padri, qualora tu abbia cura d’osservare tutti questi comandamenti che oggi ti dò, amando l’Eterno, il tuo Dio, e camminando sempre nelle sue vie, aggiungerai tre altre città a quelle prime tre, affinché non si sparga sangue innocente in mezzo al paese che l’Eterno, il tuo Dio, ti dà in eredità, e tu non ti renderai colpevole di omicidio. Ma se un uomo odia il suo prossimo, gli tende insidie, l’assale, lo percuote in modo da cagionargli la morte, e poi si rifugia in una di quelle città, gli anziani della sua città lo manderanno a trarre di là, e lo daranno nelle mani del vendicatore del sangue affinché sia messo a morte. L’occhio tuo non ne avrà pietà; torrai via da Israele chi ha sparso il sangue innocente, e così sarai felice» (vers. 8-13).

Così, si trattasse di grazia per il micidiale involontario, o di giudizio per chi aveva malvagiamente ucciso il suo prossimo, la gloria di Dio e le esigenze del suo governo dovevano essere mantenute. Il micidiale involontario trovava il provvedimento della grazia; il colpevole cadeva sotto la sentenza d’una giustizia inflessibile. Non dobbiamo mai dimenticare la solenne realtà del governo divino. Lo incontriamo ovunque, e se fosse riconosciuto meglio, saremmo liberati dalle vedute errate sul carattere di Dio. Prendiamo, per esempio, delle parole come le seguenti: «L’occhio tuo non ne avrà pietà». Chi le ha pronunciate? L’Eterno. Chi le ha fatte scrivere? Lo Spirito Santo. Che cosa significano? Un giudizio solenne contro la malvagità. Si guardino gli uomini di trattare leggermente queste cose importanti, ed i figli di Dio badino bene anche di non lasciarsi andare a ragionare follemente su dei soggetti interamente al disopra della loro portata. Si ricordino che la falsa sentimentalità si trova costantemente collegata all’audace incredulità, per giudicare e criticare gli atti solenni del governo divino. È questa una ben seria considerazione. I malvagi devono aspettarsi un giudizio certo da parte d’un Dio che odia il peccato. Se un micidiale volontario pretendesse di approfittare del rifugio preparato da Dio per il micidiale involontario, la mano della giustizia si sarebbe impadronita di lui e lo avrebbe messo a morte senza misericordia. Tale era un tempo il governo di Dio in Israele e tale sarà in un giorno molto prossimo. Oggi Dio pazienta ancora verso il mondo; è il giorno della salvezza, il tempo favorevole. Ma il giorno dell’ira s’avvicina. Oh! come gli uomini farebbero meglio di cercare rifugio in quel prezioso Salvatore che morì sulla croce, onde salvarci dalle fiamme del fuoco eterno, invece di ragionare sulla giustizia delle disposizioni di Dio verso i malvagi!

Il versetto 14 del nostro capitolo ci offre una nuova prova delle tenere cure di Dio per il suo popolo, e del suo commovente interesse per tutto ciò che lo concerneva, direttamente o indirettamente. «Non sposterai i termini del tuo prossimo, posti dai tuoi antenati, nell’eredità che avrai nel paese di cui l’Eterno, il tuo Dio, ti dà il possesso».

Questo passo, preso in tutta la sua portata e nella sua primitiva applicazione, ci mostra il cuore pieno d’amore del nostro Dio, e ci fa vedere in qual modo meraviglioso Egli s’interessava di tutte le circostanze del suo popolo. I limiti non dovevano essere toccati. La parte di ciascuno doveva rimanere intatta secondo i limiti tracciati anticamente. L’Eterno aveva dato il paese a Israele, e, inoltre, aveva assegnato ad ogni tribù e ad ogni famiglia la sua posizione, indicata con perfetta previsione, e segnata da limiti così visibili da non generare nessuna confusione, nessuna collisione d’interessi, nessun motivo di processi o di attriti a riguardo delle proprietà. Gli antichi limiti erano fissati, segnanti la parte di ognuno in modo da impedire ogni pretesto di disputa. Ognuno era come sublocatario dell’Iddio d’Israele, e conosceva tutto quel che riguardava la sua piccola proprietà; e ogni sublocatario aveva la felicità di sapere che gli occhi del Padrone e Signore Onnipotente riposavano sul suo piccolo dominio, e che la sua mano lo proteggerebbe contro chi volesse introdurvisi. Poteva dunque riposarsi in pace sotto la sua vigna e sotto il suo fico, e godere della porzione che gli era stata assegnata dall’Iddio d’Abrahamo, d’Isacco e di Giacobbe.

Ecco abbastanza sul senso letterale di questo bel passo; ma vi è pure un significato spirituale e profondo. Non vi è forse, per la Chiesa di Dio, e per ognuno dei suoi membri, dei limiti spirituali che marcano con divina esattezza i limiti della nostra celeste eredità, limiti stabiliti da tempi antichi dagli apostoli del nostro Signore e Salvatore Gesù Cristo? Sì, certamente, e Dio li vede e non permette che si spostino impunemente. Guai all’uomo che osa toccarli! Dovrà renderne conto a Dio. È cosa seria di intromettersi in ciò che concerne la posizione, la parte e la speranza della Chiesa di Dio, e molti lo fanno senza rendersene conto.

Non determineremo quali sono questi limiti; abbiamo cercato di farlo nel primo volume delle «Note sul Deuteronomio», come nei quattro altri volumi precedenti; ma crediamo essere nostro dovere di avvertire, in modo solenne, tutti quelli che ciò concerne, di far bene attenzione a non fare, nella Chiesa di Dio, quel che corrisponde allo spostamento dei limiti in Israele. Se qualcuno in Israele avesse proposto un nuovo accomodamento nell’eredità delle tribù, per spartire le proprietà secondo un nuovo principio e stabilire nuovi limiti, quale sarebbe stata la risposta d’un Israelita fedele? Avrebbe certamente risposto nel linguaggio di Deuteronomio 19:14, e detto: «Non vogliamo niente di nuovo; siamo perfettamente contenti di quei limiti sacri e venerati, che i nostri predecessori hanno piantati nella nostra eredità. Siamo decisi a conservarli e a resistere con fermezza ad ogni moderna innovazione».

Tale sarebbe stata la risposta d’un membro fedele dell’assemblea d’Israele, e certamente il cristiano non deve essere meno deciso a rispondere a tutti quelli che, sotto pretesto di progresso e di sviluppo, vorrebbero toccare i limiti della Chiesa di Dio, ed offrirci le cosidette luci della scienza e le risorse della filosofia al posto delle preziose istruzioni di Cristo e dei suoi apostoli. Grazie a Dio, non ne abbiamo affatto bisogno. Abbiamo Cristo e la sua Parola, che cosa ci abbisogna di più? Che bisogno abbiamo dei progressi e degli sviluppi umani, poiché abbiamo ciò che era dal principio». Che cosa possono dare la scienza e la filosofia a quelli che posseggono «tutta la verità?». Naturalmente, desideriamo progredire nella conoscenza di Cristo, e veder la sua vita manifestarsi più completamente in noi, ma la scienza e la filosofia non possono aiutarci in questo, anzi non farebbero che ostacolarci.

Lettore cristiano, cerchiamo di dimorare vicino a Cristo e alla sua Parola. È la nostra sola sicurtà in questi giorni malvagi. Separati da Lui, non siamo nulla, non abbiamo nulla, non possiamo nulla. In Lui abbiamo tutto. Egli è la parte della nostra eredità e della nostra bevanda. Ci sia concesso di sapere che cosa significhi, non solo d’essere in sicurtà in Lui, ma messi da parte per Lui, e soddisfatti di Lui, fino a quel giorno glorioso in cui Lo vedremo come Egli è, in cui noi Gli saremo resi simili, e saremo con Lui per sempre.

I versetti che terminano il nostro capitolo richiedono poche spiegazioni. Presentano una verità pratica a cui i cristiani di professione faranno bene di prestare attenzione, nonostante tutte le loro luci e le loro conoscenze.

«Un solo testimone non sarà sufficiente contro ad alcuno, qualunque sia il delitto o il peccato che questi abbia commesso; il fatto sarà stabilito sulla deposizione di due o di tre testimoni» (vers. 15).

È un soggetto che abbiamo già trattato, ma sul quale non si potrebbe mai insistere troppo fortemente. Possiamo giudicare della sua importanza, dal fatto che non soltanto Mosè vi attira a più riprese l’attenzione d’Israele, ma che il nostro Signore Gesù Cristo stesso, e lo Spirito Santo per mezzo dell’apostolo Paolo in due delle sue epistole, insistono su questo principio di «due o di tre testimoni» in ogni caso che si presenta. Per quanto degno di fiducia sia, non basta un solo testimone. Se questa regola fosse meglio seguita, quante dispute e quante risse sarebbero evitate! Noi possiamo, nella nostra pretesa sapienza, immaginarci che un testimone di fiducia debba bastare per decidere una questione. Ricordiamoci che Dio è più savio di noi, e che la nostra sapienza come la nostra grande sicurezza morale, è di tenerci fermamente attaccati alla sua Parola, che non inganna mai.

«Quando un testimonio iniquo si leverà contro qualcuno per accusarlo d’un delitto, i due uomini fra i quali ha luogo la contestazione compariranno davanti all’Eterno, davanti ai sacerdoti e ai giudici in carica in quei giorni. I giudici faranno una diligente inchiesta; e se quel testimonio risulta un testimonio falso, che ha deposto il falso contro il suo fratello, farete a lui quello ch’egli aveva intenzione di fare al suo fratello. Così torrai via il male di mezzo a te. Gli altri l’udranno e temeranno, e d’allora in poi non si commetterà più in mezzo a te una simile malvagità. L’occhio tuo non avrà pietà: vita per vita, occhio per occhio, dente per dente, mano per mano, piede per piede» (vers. 16-21).

Vediamo da quel che precede come Iddio odii i falsi testimoni, e dobbiamo ricordarci che, benché non siamo sotto la legge, ma sotto la grazia, il falso testimonio non è meno odioso agli occhi di Dio; e meglio capiremo la grazia che ci è stata fatta, più avremo in orrore ogni falsa testimonianza, ogni calunnia e ogni maldicenza, sotto qualunque forma. Ci preservi il Signore da ogni cosa simile!

20. Capitolo 20

«Quando andrai alla guerra contro i tuoi nemici e vedrai cavalli e carri e gente in maggior numero di te, non li temere, perché l’Eterno, il tuo Dio, che ti fece salire dal paese d’Egitto, è teco. E quando sarete sul punto di dar battaglia, il sacerdote si farà avanti, parlerà al popolo e gli dirà: Ascolta, Israele! Voi state oggi per impegnar battaglia coi vostri nemici; il vostro cuore non venga meno; non temete, non vi smarrite e non vi spaventate dinanzi a loro perché l’Eterno, il vostro Dio, è colui che marcia con voi per combattere per voi contro i vostri nemici, e per salvarvi».

Com’è meraviglioso di rappresentarsi l’Eterno come un guerriero che combatte contro i nemici del suo popolo! Molte persone non possono abituarsi a quest’idea, e comprendere che un Essere buonissimo possa rivestire un simile carattere. Questo proviene dal fatto che non fanno differenza fra le varie dispensazioni. L’Iddio d’Abrahamo, d’Isacco e di Giacobbe, mantiene tanto il Suo carattere combattendo contro i suoi nemici, quanto l’Iddio e Padre del nostro Signor Gesù Cristo perdonando loro.

E poiché è il carattere sotto cui Dio si rivela che dà al suo popolo il modello sul quale esso deve formarsi e secondo il quale deve agire, Israele era tanto coerente sterminando i suoi nemici, come noi lo siamo amandoli, pregando per loro e facendo loro del bene.

Se ci ricordassimo di questo principio così semplice, si eviterebbero molti malintesi e discussioni. È evidente che la Chiesa di Dio non debba fare la guerra. Nessuna persona, esente da pregiudizi può leggere il Nuovo Testamento senza esserne convinta. Ci è positivamente comandato di amare i nostri nemici, di far del bene a quelli che ci odiano, e di pregare per quelli che ci fanno torto e ci perseguitano. «Rimetti la tua spada nel fodero; poiché tutti quelli che avranno preso la spada, periranno per la spada». E in altro Evangelo: «Gesù dunque disse a Pietro: Rimetti la spada nel fodero; non berrò io il calice che il Padre mi ha dato?» (Giovanni 18:11). E più lungi il nostro Signore dise a Pilato: «Il mio regno non è di questo mondo; se il mio regno fosse di questo mondo, i miei servitori combatterebbero» — sarebbe stato per loro convenevole di farlo, — «ma ora il mio regno non è di qui», e perciò sarebbe stato per loro del tutto incoerente e male di combattere.

Tutto questo è così chiaro che non possiamo che dire: «Come leggi?». Il nostro diletto Salvatore non combatteva: sopportava con dolcezza e pazienza ogni sorta d’ingiurie e cattivi trattamenti, e così ci ha lasciato un esempio affinché seguiamo le sue tracce. Se ci chiedessimo con sincerità: «Che farebbe Gesù in tale o tal altro caso?» questo porrebbe fine ad ogni discussione su questo punto come su molti altri. Non occorre ragionare. Se le parole e l’esempio del nostro prezioso Salvatore e l’insegnamento positivo del suo Spirito per mezzo dei suoi apostoli, non sono sufficienti per guidarci, ogni discussione è inutile.

E se ci chiedono che cosa insegna lo Spirito Santo su questo grande soggetto pratico, ascoltate queste parole così chiare e penetranti: «Non fate le vostre vendette, cari miei, ma cedete il posto all’ira di Dio, poiché sta scritto: A me la vendetta; io darò la retribuzione, dice il Signore. Anzi, se il tuo nemico ha fame, dagli da mangiare; se ha sete dagli da bere, poiché facendo così, tu raunerai dei carboni accesi sul suo capo. Non esser vinto dal male, ma vinci il male col bene» (Romani 12:19-21).

Tale è l’ammirevole morale della Chiesa di Dio, i principi di quel regno celeste a cui appartengono tutti i veri cristiani. Sarebbero essi convenuti ad Israele? No, certamente. Se Giosuè avesse trattato i Cananei secondo i principi presentati in Romani 12, sarebbe stata un’incoerenza tanto positiva quanto se noi agissimo secondo i principi del cap. 20 del Deuteronomio. Donde ciò proviene? Semplicemente dal fatto che, al tempo di Giosuè, Iddio eseguiva il giudizio in giustizia, mentre ora Egli agisce in grazia. Il principio secondo il quale Iddio agisce è il grande regolatore morale per figli di Dio di tutti i tempi, e questo, se è ben capito, pone fine ad ogni discussione.

«E riguardo al mondo», si chiederà forse, «potrebbe esso adottare il principio della grazia, e condurci secondo la dottrina del versetto 20 di Romani 12?». No, il solo pensiero ne è assurdo. Cercare di mescolare i principi della grazia con la legge delle nazioni, o di fare entrare lo spirito del Nuovo Testamento nei sistemi di economia politica, immergerebbe immediatamente la società civilizzata in una confusione irrimediabile. Ed è appunto in questo che molte persone eccellenti e bene intenzionate si sbagliano; esse vorrebbero costringere le nazioni della terra ad adottare un principio che sarebbe la rovina della loro esistenza nazionale. Non è ancora venuto il tempo in cui i papali forgeranno con le loro spade dei vomeri e con le loro lance delle roncole, e non impareranno più la guerra. Questo tempo felice verrà, quando questa terra che geme sarà piena della conoscenza dell’Eterno, come le acque coprono il fondo del mare. Ma pretendere che le nazioni agiscano ora secondo dei principi di pace, è volere ch’esse cessino d’esistere; è un tentativo perfettamente vano e sterile. Non siamo chiamati a regolare il mondo, ma ad attraversarlo come stranieri e pellegrini. Gesù non è venuto per raddrizzare il mondo; è venuto per cercare e salvare ciò che era perduto; e riguardo al mondo, Egli ha reso la testimonianza che le sue opere erano malvagie. Egli verrà bentosto a ristabilire tutte le cose. Con la sua gran potenza, Egli regnerà. I regni di questo mondo diverranno i regni del nostro Signore e suo Cristo. Toglierà dal suo regno tutto ciò che è contaminato e tutti quelli che fanno il male. Tutto ciò è vero, ne sia benedetto Iddio, ma dobbiamo aspettare il suo tempo. È perfettamente inutile di cercare, nella nostra ignoranza di creare uno stato di cose che, secondo la testimonianza di tutta la Scrittura, non può essere introdotto che per mezzo della presenza personale e del regno del nostro adorabile Signore e Salvatore Gesù Cristo.

Ma ritorniamo al nostro capitolo. I figliuoli d’Israele erano chiamati a combattere le battaglie dell’Eterno. Dal giorno in cui posarono il piede sulla terra di Canaan, ebbero da fare la guerra coi suoi abitanti. «Delle città di questi popoli che l’Eterno, il tuo Dio, ti dà in eredità, non lascerai in vita nulla di ciò che respira». Era chiaro e formale. Non soltanto la progenie d’Abrahamo doveva possedere il paese di Canaan, ma essa doveva essere lo strumento per eseguire il giusto giudizio di Dio sugli abitanti colpevoli, i cui peccati si erano elevati fino al cielo ed erano diventati intollerabili.

Se qualcuno crede di dover giustificare il modo in cui Dio agisce verso le sette nazioni di Canaan, sappia per certo che i suoi sforzi sono del tutto superflui. Che follia per dei poveri vermi il credere di poter intraprendere questo compito, e che follia in quelli che chiedono una giustificazione o una spiegazione! Era un grande onore conferito agli Israeliti di dover sterminare quelle nazioni colpevoli, onore di cui si mostrarono del tutto indegni, poiché non si conformarono a quel ch’era stato loro comandato. Essi lasciarono in vita un gran numero di quelli che avrebbero dovuto essere interamente distrutti, e quelli divennero i cattivi strumenti della loro propria rovina, incitandoli alle stesse iniquità che avevano attirato su loro i giudizi divini.

Esaminiamo un poco quali erano le qualità necessarie a quelli che combattevano le battaglie dell’Eterno. Il principio del nostro capitolo è pieno d’istruzioni preziose per noi, nelle lotte spirituali a cui siamo chiamati.

Il lettore noterà che quando bisognava accostarsi per combattere, il popolo era anzitutto arringato dal sacerdote e in seguito dagli ufficiali. Quest’ordine è bello. Il sacerdote esponeva al popolo i suoi grandi privilegi, poi gli ufficiali gli ricordavano la sua responsabilità. Tale è l’ordine divino. «Il sacerdote si farà avanti, parlerà al popolo e gli dirà: Ascolta, Israele! Voi state oggi per impegnar battaglia coi vostri nemici; il vostro cuore non venga meno; non temete, non vi smarrite e non vi spaventate dinanzi a loro, perché l’Eterno, il vostro Dio, è colui che marcia con voi per combattere per voi contro i vostri nemici e per salvarvi».

Com’erano belle ed incoraggianti queste parole! atte a bandire ogni timore e ad ispirare il coraggio e la fiducia al cuore più timido! Il sacerdote era l’espressione stessa della grazia di Dio, il suo ministerio, un fiume di consolazioni preziose stillante dal cuore del Dio d’Israele verso ogni combattente. Le sue parole erano necessarie per cingere i lombi dello spirito e fortificare il braccio più debole per il combattimento. Egli assicura gl’Israeliti che la presenza divina li accompagna. Non c’è né questione, né condizione, né «se», né «ma». È un’asserzione positiva. L’Eterno-Elohim era con loro; e certamente era sufficiente. Poco importava il numero e la potenza dei loro nemici; sarebbero come la pula spazzata via dal vento in presenza dell’Eterno degli eserciti, dell’Iddio degli eserciti d’Israele.

Ma il magistrato doveva essere ascoltato quanto il sacerdote. «E gli ufficiali parleranno al popolo, dicendo: C’è qualcuno che abbia edificata una casa nuova e non l’abbia ancora inaugurata? Vada, torni a casa sua, onde non abbia a morire in battaglia, e un altro inauguri la casa. C’è qualcuno che abbia piantato una vigna e non ne abbia ancora goduto il frutto? Vada, torni a casa sua, onde non abbia a morire in battaglia, e un altro ne goda il frutto. C’è qualcuno che si sia fidanzato con una donna, e non l’abbia ancora presa? Vada, torni a casa sua, onde non abbia a morire in battaglia, e un altro se la prenda. E gli ufficiali parleranno ancora al popolo dicendo: C’è qualcuno che abbia paura e senta venirgli meno il cuore? Vada, torni a casa sua, onde il cuore dei suoi fratelli non abbia ad avvilirsi come il suo. E come gli ufficiali avranno finito di parlare al popolo, costituiranno i capi delle schiere alla testa del popolo» (vers. 5-9).

Impariamo da questo che due cose erano assolutamente essenziali a tutti quelli che combattevano le battaglie dell’Eterno, cioè un cuore completamente sbarazzato da tutto quel che aveva attinenza con la natura e con la terra, ed una fiducia sicura e ferma in Dio. «Uno che va alla guerra non s’impaccia delle faccende della vita; e ciò, affin di piacere a colui che l’ha arruolato» (2 Timoteo 2:4). Vi è una differenza importante fra l’essere impegnato negli affari di questa vita e l’esserne impacciato. Un uomo potrebbe possedere una casa, una vigna ed una moglie, e tuttavia essere atto a fare la guerra. Queste cose non erano in se stesse degli ostacoli, ma se si possedevano in condizioni che le rendevano imbarazzanti, allora il loro possessore non era atto al combattimento.

È bene che ci ricordiamo di questo. Come cristiani, siamo chiamati a dei costanti combattimenti spirituali. Dobbiamo disputare ogni pollice di terreno celeste. Ciò che i Cananei erano per Israele, le forze spirituali della malvagità nei luoghi celesti lo sono per noi. Non abbiamo da combattere per la vita eterna, la riceviamo in dono gratuito da Dio prima di cominciare la lotta. Non abbiamo da combattere per la salvezza, siamo salvati prima d’entrare nel conflitto. È assolutamente necessario di sapere per che cosa e contro chi dobbiamo lottare. Combattiamo per stabilire, conservare e manifestare, in pratica, la nostra posizione e il nostro carattere celesti in mezzo alle scene e alle circostanze della vita umana e giornaliera. I nostri nemici spirituali sono le potenze spirituali di malvagità che sono attualmente nei luoghi celesti. «Il combattimento nostro non è contro sangue e carne, — come per Israele in Canaan — ma contro i principati, contro le potestà, contro i dominatori di questo mondo di tenebre, contro le forze spirituali della malvagità, che sono nei luoghi celesti» (Efesini 6:12).

Ora che cosa abbisogniamo per questa lotta? Dobbiamo forse abbandonare le nostre legittime vocazioni terrestri? Dobbiamo troncare quelle relazioni naturali e sanzionate da Dio? È forse necessario diventare un asceta, un mistico o un monaco, per impegnarci nella lotta spirituale a cui siamo chiamati? No, anzi, un cristiano che così agisse, proverebbe che non ha affatto capito la sua vocazione, avvera che, fin dall’inizio soccombette nella lotta. Ci è positivamente ordinato di lavorare con le nostre mani a ciò che è buono, onde abbiamo di che dare a quelli che sono nel bisogno. Ed inoltre, abbiamo nel Nuovo Testamento, le direzioni più chiare riguardo a ciò che dobbiamo fare nelle diverse relazioni naturali che Dio stesso ha stabilite, e su cui ha messo il suggello della sua approvazione. È, per conseguenza, evidente che le vocazioni terrestri e le relazioni naturali non sono in sé degli ostacoli alla riuscita della nostra lotta spirituale.

Di che cosa dunque ha bisogno il soldato cristiano? D’un cuore completamente sbarazzato delle cose terrene e naturali, e d’una assoluta fiducia in Dio. Ma come avere queste cose? Ascoltiamo la risposta divina: «Perciò, prendete la completa armatura di Dio, affinché possiate resistere nel giorno malvagio», — il giorno malvagio, cioè tutto il tempo che trascorre fra la croce e la venuta di Cristo, — «e, dopo aver tutto sormontato, restare in piè. State dunque saldi avendo presa la verità a cintura dei fianchi, essendovi rivestiti della corazza della giustizia, e calzati i piedi della preparazione dell’Evangelo della pace; prendendo oltre a tutto ciò la scudo della fede, col quale potrete spegnere tutti i dardi infuocati del maligno. Prendete anche l’elmo della salvezza e la spada dello Spirito, che è la Parola di Dio; orando in ogni tempo, per lo Spirito, con ogni sorta di preghiere e di supplicazioni per tutti i santi» (Efesini 6:14-18 versione corretta).

Lettore, notate come lo Spirito Santo caratterizza il soldato cristiano. Non si tratta punto di casa, di vigna, o di moglie, bensì di aver l’uomo interiore governato dalla «verità»; la condotta diretta da una reale «giustizia» pratica, le abitudini e le vie morali caratterizzate dalla dolce «pace» dell’Evangelo, l’uomo interamente coperto dallo scudo impenetrabile della «fede», il seggio dell’intelligenza protetto dalla assoluta sicurezza della «salvezza», e il cuore costantemente sostenuto e fortificato dalla preghiera perseverante e dalle supplicazioni, spandentesi in vivente intercessione per tutti i santi e specialmente per i diletti servitori del Signore e per la loro opera. In questo modo l’Israele spirituale di Dio deve essere equipaggiato per il combattimento ch’egli è chiamato ad impegnare contro le potenze spirituali di malvagità che sono nei luoghi celesti. Voglia il Signore, nella Sua infinita bontà, far sentire alle anime nostre la realtà di tutte queste cose e darci di metterle in pratica nella nostra vita giornaliera.

La fine del nostro capitolo sviluppa i principì che dovevano dirigere gli Israeliti nelle loro guerre. Dovevano far differenza fra le città che erano molto lontane da loro e quelle che appartenevano alle sette nazioni condannate. Alle prime dovevano dapprima fare offerte di pace; invece, alle altre, non dovevano fare nessuna grazia. «Quando ti avvicinerai a una città per attaccarla, le offrirai prima la pace,» — strano modo di combattere! — «E se acconsente alla pace e t’apre le sue porte, tutto il popolo che vi si troverà, ti sarà tributario e soggetto. Ma se esso non vuol far pace teco e ti vuol far guerra, allora l’assedierai; e quando l’Eterno, il tuo Dio te l’avrà data nelle mani, ne metterai a fil di spada tutti i maschi;» — i maschi indicano l’energia del male; — «ma le donne, i bambini, il bestiame, e tutto ciò che sarà nella città, tutto quanto il suo bottino» — tutto ciò che poteva essere utilizzato per il servizio di Dio e del suo popolo, — «te li prenderai come tua preda; e mangerai il bottino dei tuoi nemici, che l’Eterno, l’Iddio tuo, t’avrà dato. Così farai per tutte le città che sono molto lontane da te, e che non sono città di queste nazioni».

Una cieca carneficina ed uno sterminio generale non erano punto il dovere d’Israele. Le città che erano disposte ad accettare le proposte di pace dovevano avere il privilegio di diventare tributarie, del popolo di Dio; e quelle che non volevano trattare la pace, tutto quel che esse contenevano di utile doveva essere conservato.

Vi sono nella natura e sulla terra delle cose che possono essere utilizzate per Dio, che sono santificate dalla Parola di Dio e dalla preghiera. Ci è detto di farci degli amici con le ricchezze ingiuste, onde quando verremo a mancare, siamo ricevuti nei tabernacoli eterni. Ciò vuol dire semplicemente che se il cristiano possiede delle ricchezze terrene, deve adoperarle al servizio di Cristo, farne parte liberalmente ai poveri e a tutti gli operai del Signore; in una parola, deve farle servire alla propagazione dell’opera del Signore in ogni luogo.

In tal modo, queste ricchezze stesse, che, male adoperate, potrebbero sfuggire dalle sue mani come polvere o diventare come ruggine per l’anima sua, produrranno dei frutti preziosi che aiuteranno a procurargli una entrata abbondante nel regno eterno del nostro Signore e Salvatore Gesù Cristo.

Molti cristiani sono imbarazzati da questo passo di Luca 16:9; ma il senso ne è tanto chiaro e positivo quanto praticamente importante. Troviamo la stessa lezione in 1 Timoteo 6: «A quelli che son ricchi in questo mondo ordina che non siano d’animo altero, che non ripongano la loro speranza nell’incertezza delle ricchezze, ma in Dio, il quale ci somministra copiosamente ogni cosa perché ne godiamo; che facciano del bene, che siano ricchi in buone opere, pronti a dare, a far parte dei loro averi, in modo da farsi un tesoro ben fondato per l’avvenire, a fin di conseguire la vera vita» (*).

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(*) E non «la vita eterna». Le quattro principali autorità sono d’accordo per leggere ontôs invece di aiôniou in Timoteo 6:19. La sola vita vera e reale è di vivere per Cristo; di vivere in vista dell’eternità, di adoperare tutto ciò che possediamo per l’avanzamento della gloria di Dio e in vista delle dimore eterne. Questo solo è veramente la vita.
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Nulla di quel che diamo a Cristo sarà perduto più tardi. Benché questo pensiero non debba affatto essere il nostro movente, è atto tuttavia ad incoraggiarci a consacrare tutto quel che possediamo, come anche le nostre persone, al servizio del nostro diletto Signore e Salvatore, Gesù Cristo.

Tale è l’insegnamento molto chiaro che ci danno Luca 16 e 1 Timoteo 6: sforziamoci di comprenderlo. L’espressione: «Affinché vi ricevano nei tabernacoli eterni», significa semplicemente che ciò che è speso per Cristo avrà la sua ricompensa nel giorno futuro. Anche solo un bicchiere d’acqua fredda dato nel suo nome prezioso non perderà la sua ricompensa nel suo regno eterno. Oh! spendiamo per Lui noi stessi e ciò che abbiamo.

Terminiamo questa sezione citando le ultime righe del nostro capitolo che offrono un bel esempio del modo in cui il nostro Dio si occupa delle minime cose, e della sua sollecitudine onde nulla sia perduto o danneggiato. «Quando cingerai d’assedio una città per lungo tempo, attaccandola per prenderla, non ne distruggerai gli alberi a colpi di scure; ne mangerai il frutto, ma non li abbatterai; poiché l’albero della campagna è forse un uomo che tu l’abbia ad includere nell’assedio? Potrai però distruggere e abbattere gli alberi che saprai non essere alberi da frutto, e ne costruirai delle opere d’assedio contro la città che fa guerra teco, finch’essa cada» (vers. 19-20).

«Che nulla si perda» tale è l’ordine del nostro Maestro, ordine che non dovremmo mai dimenticare. Ogni creatura di Dio è buona, e nessuna è da rigettare. Dobbiamo accuratamente guardarci contro ogni sciupio, e quest’avvertimento riguarda particolarmente i servitori d’una casa. Troppo sovente si vede gettare del cibo che potrebbe costituire il pranzo d’una povera famiglia. Se dei domestici cristiani leggono queste righe, li invitiamo a considerare questo soggetto nella presenza di Dio, e a non lasciar mai perdere la minima cosa che potrebbe essere utile ad altri. Siamo certi che la prodigalità dispiace al Signore. Ricordiamoci che i suoi sguardi sono su di noi, e cerchiamo con tutto il cuore ad esserGli graditi in tutta la nostra condotta.

21. Capitolo 21

«Quando nella terra di cui l’Eterno, il tuo Dio, ti dà il possesso si troverà un uomo ucciso, disteso in un campo, senza che si sappia chi l’abbia ucciso, i tuoi anziani e i tuoi giudici» — i guardiani dei diritti della verità e della giustizia — «usciranno e misureranno la distanza fra l’ucciso e le città dei dintorni. Poi gli anziani della città più vicina all’ucciso prenderanno una giovenca, che non abbia ancora lavorato né portato il giogo, e gli anziani di quella città faranno scendere la giovenca presso un torrente perenne, in luogo dove non si lavora e non si semina, e quivi troncheranno il collo alla giovenca nel torrente. E i sacerdoti figliuoli di Levi,» — ministri della grazia e della misericordia, — «si avvicineranno; poiché l’Eterno, il tuo Dio, li ha scelti per servirlo e per dar la benedizione nel nome dell’Eterno, e la loro parola ha da decidere ogni controversia e ogni caso di lesione,» — fatto benedetto e ben consolante! — «Allora tutti gli anziani di quella città che sono i più vicini all’ucciso, si laveranno le mani sulla giovenca a cui si sarà troncato il collo nel torrente; e, prendendo la parola diranno: Le nostre mani non hanno sparso questo sangue, e i nostri occhi non l’hanno visto spargere. O Eterno, perdona al tuo popolo Israele che tu hai riscattato, e non far responsabile il tuo popolo Israele del sangue innocente. E quel sangue sparso sarà loro perdonato. Così torrai via di mezzo a te il sangue innocente, perché avrai fatto ciò ch’è giusto agli occhi dell’Eterno» (vers. 1-9).

Abbiamo qui dinanzi un passo interessante, atto a farci riflettere, e che richiede la nostra attenzione. Un delitto è commesso, un uomo è trovato ucciso nel paese, ma nessuno sa da chi, e neppure se si tratta d’un assassinio o d’un uccisione involontaria. Tutto è mistero; ma il fatto è avvenuto. Un crimine è stato commesso; è una macchia sul paese dell’Eterno, e l’uomo è totalmente incapace di giudicare la cosa.

Che cosa bisognerà fare? La gloria di Dio e la purezza del suo paese devono essere mantenute. Iddio conosce tutto quel che è avvenuto, ed Egli solo può agire, e lo fa in un modo pieno di preziosi insegnamenti.

Anzitutto, gli anziani e i giudici appaiono sulla scena. Le esigenze della verità e della giustizia devono essere perfettamente mantenute; è questa una verità capitale che si trova in tutta la parola di Dio. Bisogna che il peccato sia giudicato prima che i peccati possano essere perdonati, o che il peccatore possa essere giustificato. Prima che la voce celeste della grazia possa farsi udire, bisogna che la giustizia sia perfettamente soddisfatta, i diritti di Dio mantenuti e il suo nome glorificato. La grazia deve regnare per mezzo della giustizia. È così, ne sia benedetto Iddio! Che gloriosa verità per tutti quelli che hanno preso il loro vero posto come peccatori! Iddio è stato glorificato riguardo alla questione del peccato e, per conseguenza Egli può, in giustizia, perdonare il peccatore e giustificarlo.

Ma dobbiamo limitarci all’interpretazione del passo che ci è posto dinanzi, e che ci dà un sunto meraviglioso dell’avvenire d’Israele. La grande verità fondamentale dell’espiazione vi è ben presentata, ma è in rapporto con Israele. La morte di Cristo si vede sotto i suoi due grandi aspetti, come espressione della colpevolezza dell’uomo, e come spiegamento della grazia di Dio; il primo ha per tipo l’uomo trovato ucciso nel campo; il secondo, la giovenca sgozzata nella valle ove non si lavora, né si semina. Ora che gli anziani e i giudici hanno trovato quale è la città più vicina all’uomo ucciso, nulla può salvare se non il sangue d’una vittima senza macchia — il sangue di Colui che fu messo a morte fuori della città colpevole di Gerusalemme.

Dal momento che le esigenze della giustizia sono soddisfatte per la morte della vittima, un nuovo elemento è introdotto sulla scena. «I sacerdoti, figliuoli di Levi, si avvicineranno». È la grazia che agisce sul terreno della giustizia. Come è mai perfetta la Scrittura! Com’è ammirevole dal principio alla fine! Soltanto dopo lo spargimento del sangue della vittima, i ministri della grazia potevano presentarsi. La giovenca sgozzata nella valle, presso al torrente, cambiava completamente l’aspetto delle cose. «I sacerdoti, figliuoli di Levi si avvicineranno; poiché, il tuo Dio, li ha scelti per servirlo e per dare la benedizione nel nome dell’Eterno, e la loro parola ha da decidere ogni controversia e ogni caso di lesione» — fatto benedetto per Israele! fatto benedetto per ogni vero credente! Tutto dev’essere giudicato sull’eterno e glorioso principio della grazia regante per mezzo della giustizia.

È così che Dio agirà bentosto verso Israele; ed è a questo popolo che si applicano, anzitutto, tutte quelle istituzioni straordinarie che troviamo in questo meraviglioso libro del Deuteronomio. Racchiude, senza dubbio, anche delle lezioni preziose per noi, ma il vero mezzo di comprendere e apprezzare queste lezioni, è di afferrarne l’importanza vera e propria. Che consolazione, per esempio, nel fatto che è per la parola del ministro della grazia che ogni controversia ed ogni caso di lesione devono essere giudicati, sia per Israele pentito nel futuro, sia per ogni anima pentita al presente! Perdiamo forse qualcosa di questa benedizione, riconoscendo l’applicazione diretta della Scrittura? Al contrario, il vero segreto per approfittare pienamente di ogni passo della Parola di Dio, è di comprenderne il senso e la portata.

«Allora tutti gli anziani di quella città che sono i più vicini all’ucciso, si laveranno le mani sulla giovenca a cui si sarà troncato il capo nella valle (*), al torrente». «Io lavo le mie mani nell’innocenza, e così fo il giro del tuo altare, o Eterno!» (Salmo 26:6). Il solo luogo per lavarsi le mani è quello ove il sangue dell’espiazione ha per sempre cancellato la nostra colpevolezza. «E prendendo la parola, diranno: Le nostre mani non hanno sparso questo sangue, e i nostri occhi non l’hanno visto spargere. O Eterno, perdona al tuo popolo Israele che tu hai riscattato, e non far responsabile il tuo popolo Israele del sangue innocente».

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(*) Che forza nella figura di questa valle. Come rappresenta bene ciò che fu questo mondo in generale e il paese d’Israele in particolare, per il nostro diletto. Signore e Salvatore! Fu certamente per Lui una terribile valle, un luogo d’umiliazione, una terra deserta e arida, una terra ove non si lavorava né si seminava. Ma, gloria al suo nome! per mezzo della sua morte nell’aspra valle, Egli ha procurato per questa terra e per il paese d’Israele, una ricca messe di benedizioni, che sarà raccolta durante il millennio alla lode dell’amore redentore. E già fin d’ora, dal trono della maestà celeste, Egli può, e noi in ispirito con Lui, gettare uno sguardo indietro su questa valle, come al luogo ove fu compiuta l’opera benedetta che costituisce la base imperitura della gloria di Dio, della benedizione della Chiesa, del completo ristoramento d’Israele, della gioia delle nazioni, e della gloriosa liberazione della creazione che geme e sospira.
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«Padre, perdona loro, perché non sanno quel che fanno». «A voi per i primi Iddio, dopo aver suscitato il suo Servitore, l’ha mandato per benedirvi, convertendo ciascuno di voi dalle sue malvagità» (Atti 3:26). Così, bentosto, tutto Israele sarà salvato e benedetto, secondo i consigli eterni di Dio, e in virtù della sua promessa e del suo giuramento fatti ad Abrahamo, ratificati e stabiliti per sempre per mezzo del prezioso sangue di Cristo, a cui sia ogni omaggio e gloria per sempre!

I versetti 10 a 17 trattano in modo speciale delle relazioni d’Israele con l’Eterno; non ci fermeremo su questo adesso.

I versetti 18 a 21 trattano il caso d’un «figlio caparbio e ribelle». Anche qui abbiamo Israele, ma considerato sotto un altro aspetto. È la generazione apostata per la quale non c’è perdono. «Quando un uomo avrà un figliuolo caparbio e ribelle che non ubbidisce alla voce né di suo padre, né di sua madre, e benché l’abbiano castigato non dà loro retta, suo padre e sua madre lo prenderanno e lo meneranno dagli anziani della sua città, alla porta del luogo ove abita, e diranno agli anziani della sua città: Questo nostro figliuolo è caparbio e ribelle; non vuol ubbidire alla nostra voce, è un dissipatore e un ubriaco; e tutti gli uomini della sua città lo lapideranno, sì che muoia; così toglierai via di mezzo a te il male, e tutto Israele lo saprà e temerà».

Il lettore vedrà con interesse il contrasto che esiste fra l’azione solenne della legge del governo nel caso del figlio ribelle, e la parabola così commovente del figliuol prodigo, in Luca. Non possiamo fermarci qui, benché ne avremmo gran gioia a farlo. È meraviglioso di pensare che lo stesso Dio parla ed agisce in Deuteronomio 21 e in Luca 15. Ma come tutto è diverso! Sotto la legge il padre deve condurre il proprio figlio ad essere lapidato. Sotto la grazia il padre corre incontro al figliuol prodigo, gli getta le braccia al collo, lo bacia, lo riveste del più bell’abito, gli mette un anello al dito e dei sandali ai piedi; fa uccidere il vitello ingrassato, lo fa sedere a tavola con sé, e la casa risuona della gioia che riempie il suo proprio cuore per aver ritrovato il povero figliuolo smarrito e prodigo.

Che contrasto straordinario! In Deuteronomio 21 vediamo la mano di Dio in giusto governo, che esegue il giudizio sul ribelle. In Luca 15, vediamo il cuore di Dio traboccare di tenerezza verso il povero peccatore pentito, e dargli la dolce assicurazione della gioia che Egli stesso prova ritrovando colui che era perduto. Il ribelle indurito è colpito dalla pietra del giudizio; il peccatore penitente incontra il bacio dell’amore.

Terminando, richiameremo l’attenzione del lettore sull’ultimo versetto del nostro capitolo. «L’impiccato è maledetto da Dio, e tu non contaminerai la tenda che l’Eterno, il tuo Dio, ti dà come eredità» (vers. 23). L’apostolo Paolo vi fa allusione in modo notevole, al capitolo 3 dei Galati: «Cristo ci ha riscattati dalla maledizione della legge, essendo stato fatto maledizione per noi (poiché sta scritto: «Maledetto chiunque è appeso al legno)».

Questa citazione ha un grande valore, non solo perché ci presenta la grazia preziosa del nostro Signore e Salvatore Gesù Cristo, divenuto Egli stesso maledizione per noi, onde la benedizione d’Abrahamo potesse cadere su noi, poveri peccatori d’infra le nazioni, ma anche, perché ci mostra lo Spirito Santo che mette il suo suggello sugli scritti di Mosè, in generale, e sul capitolo 21 del Deuteronomio, in particolare. Tutte le parti della Scrittura si legano così perfettamente tra loro che toccandone una si guasta il tutto. È lo stesso Spirito che si manifesta negli scritti di Mosè, nelle pagine dei profeti, nei quattro evangeli, negli Atti, in tutte le epistole apostoliche, e in quel libro prezioso e profondo che termina il volume divino. Stimiamo essere nostro dovere (come è nostro privilegio) insistere su questa importante verità presso tutti quelli a cui ci avviciniamo, e invitiamo seriamente il lettore a prestarle tutta la sua attenzione, a tenerla fermamente, e a renderle una costante testimonianza in questi giorni di rilassatezza, di fredda indifferenza e di positiva ostilità.

22. Capitoli 22-25

La parte del nostro libro a cui siamo giunti, benché non richieda molta spiegazione, ci insegna tuttavia due lezioni pratiche molto importanti. Anzitutto, parecchie delle istituzioni e degli ordinamenti che vi troviamo, provano, in modo straordinario, la terribile depravazione del cuore umano. Ci mostrano all’evidenza, di che cosa è capace l’uomo quando è lasciato a sé stesso. Non dimentichiamo mai, leggendo certi passi di questa parte del Deuteronomio, che lo Spirito Santo li ha dettati. Nella nostra pretesa saviezza, siamo condotti a chiedere perché tali passi siano stati scritti, e se è ben possibile che siano stati realmente ispirati dallo Spirito Santo, e di quale utilità possano essere per noi. Se sono stati scritti per il nostro ammaestramento, che cosa dunque ci insegnano?

La risposta a tutte queste domande è semplice. I passi stessi che non ci saremmo aspettati di trovare nelle pagine ispirate, ci mostrano, a loro modo, di che cosa siamo fatti, e la profondità della nostra depravazione morale. E non è forse questo di grande importanza? Non è forse utile di avere dinanzi agli occhi uno specchio fedele ove possiamo veder riflettersi ogni dato del nostro essere morale? Evidentemente. Si parla molto della dignità della natura umana, e molte persone trovano difficile di ammettere che esse sarebbero veramente capaci di commettere alcuni dei peccati proibiti nei capitoli di cui ci occupiamo, e in altre parti della Scrittura; ma possiamo essere certi che quando Dio ci dice di non commettere tale o tal altro peccato, è perché siamo veramente capaci di commetterlo. La sapienza divina non innalzerebbe mai una diga se non vi fosse un torrente da trattenere. Non sarebbe necessario di dire ad un angelo di non rubare, ma il furto è nella natura dell’uomo, e perciò il comandamento s’applica a lui. È lo stesso, per tutte le altre cose proibite; il divieto prova la tendenza. Dobbiamo ammettere questo fatto, altrimenti dire, ciò che sarebbe una bestemmia, che Dio abbia parlato per nulla.

Ma parecchi dicono che se alcuni esseri degradati dell’umanità scaduta sono capaci di commettere alcune delle abominazioni proibite nella Scrittura, tuttavia non tutti lo sono. È un errore completo. Ascoltate quel che dice la Spirito Santo al capitolo 17 del profeta Geremia: «Il cuore è ingannevole più d’ogni altra casa, e insanabilmente maligno». Di qual cuore parla? Forse del cuore di qualche abominevole criminale o di qualche razza pagana? No, è del cuore umano in generale, di quello dell’autore e di quello del lettore di queste righe.

Ascoltiamo anche ciò che dice il Signore Gesù per quanto riguarda questo soggetto: «Poiché dal cuore vengono pensieri malvagi, omicidi, adultèri, fornicazioni, furti, false testimonianze, diffamazioni». Il cuore di chi? Quello d’un essere miserabile e depravato, indegno di far parte della buona società? No, è del cuore umano in generale, — di quello dell’autore e di quello del lettore di queste righe.

Non dimentichiamo questo: abbiamo tutti bisogno di ricordarci che se Dio ritirasse per un solo istante il soccorso della sua grazia, non ci sarebbe profondità d’iniquità ove non saremmo capaci di scendere, e possiamo aggiungere con la riconoscenza più viva, che è soltanto la sua mano piena di misericordia che ci guarda e ci impedisce di fare naufragio fisicamente, moralmente, spiritualmente. Possiamo conservare sempre questo pensiero nei nostri cuori, onde camminare con umiltà e vigilanza, appoggiandoci su quel braccio che solo può sostenerci e preservarci dal male!

Ma un altro insegnamento prezioso si trova in questa parte del nostro libro. Vi vediamo in qual modo meraviglioso Iddio provvedeva a tutto quel che concerneva il suo popolo. Nulla sfuggiva alla sua tenera sollecitudine; nulla era al disotto delle Sue cure paterne. Una madre non avrebbe potuto essere più attenta ai bisogni del suo bimbo, che l’Iddio Onnipotente, Creatore e Governatore dell’universo, nei particolari più minuziosi della vita giornaliera del suo popolo. Li seguiva di giorno e di notte, nella veglia e nel sonno, nella casa e fuori. Si è pieni di stupore, d’amore e di adorazione, vedendo in qual modo ammirevole tutto era regolato e disposto per il popolo d’Israele; i loro vestiti, il loro cibo, la loro condotta gli uni verso gli altri, la costruzione delle loro case, l’aratura e la semina dei loro campi, e, fino ai particolari più intimi della loro vita privata, Iddio aveva provveduto a tutto. Vediamo da ciò in modo colpente che non c’è nulla di troppo piccolo per il nostro Dio, quando si tratta del suo popolo. Egli manifesta un interesse paterno alle sue minime circostanze. Si è meravigliati di vedere l’Iddio altissimo, il Creatore degli estremi limiti della terra, Colui che sostiene il vasto universo, degnarsi di dare delle direzioni a riguardo d’un nido d’uccello. Ma perché stupirsene, sapendo che per Lui è la stessa cosa di nutrire un passero quanto migliaia d’esseri umani?

Ma il gran fatto che doveva essere sempre dinanzi ad ogni membro dell’assemblea d’Israele, era quello della presenza divina in mezzo a loro. Questo fatto doveva agire su tutte le loro abitudini e tutta la loro condotta. «Poiché l’Eterno, il tuo Dio, cammina in mezzo al tuo campo per liberarti o per darti nelle mani i tuoi nemici; perciò il tuo campo dovrà esser santo; affinché l’Eterno non abbia a vedere in mezzo a te alcuna bruttura e a ritrarsi da te» (Capitolo 23:14).

Che prezioso privilegio aver l’Eterno che cammina in mezzo a loro! Che potente motivo per avere una condotta pura ed una squisita delicatezza nei loro costumi e nelle loro abitudini giornaliere! Se Egli era in mezzo a loro per assicurare loro la vittoria sui loro nemici, vi era pure per esigere la santità della loro vita. Non dovevano mai per un solo istante dimenticare Colui che camminava con loro. E se questo pensiero era per alcuni sgradevole, era per quelli che non amavano la santità, la purezza e l’ordine morale. Tutti i veri Israeliti dovevano essere felici al pensiero di avere in mezzo a loro Colui che non poteva tollerare niente di contaminato, di indecente o d’impuro.

Il lettore cristiano non mancherà di afferrare la forza morale e l’applicazione di questo principio. Abbiamo il privilegio di avere lo Spirito Santo che abita in noi, individualmente e collettivamente. Leggiamo in 1 Corinzi 6:19: «Non sapete voi che il vostro corpo è il tempio dello Spirito Santo che è in voi il quale avete da Dio, e che non appartenete a voi stessi?». Questo è individuale. Ogni credente è un tempio dello Spirito Santo, e questa verità gloriosa e preziosa è il motivo dell’esortazione data in Efesini 4:30: «Non contristate lo Spirito Santo di Dio col quale siete stati suggellati per il giorno della redenzione».

Com’è importante di conservare questo pensiero sui nostri cuori! Che potente motivo per coltivare con cura la purezza del cuore e la santità della vita! Quando siamo tentati di lasciarci andare a pensieri, sentimenti, parole, che non sono secondo Dio, quale potente correttivo è quello di realizzare il fatto che lo Spirito Santo abita nei nostri corpi come suo tempio! Se sapessimo sempre ricordarcelo, questo ci preserverebbe da molti pensieri vagabondi, da molte parole leggere o vane, da molti atti inconseguenti.

Non soltanto lo Spirito Santo abita in ogni credente individualmente, ma è anche collettivamente nella Chiesa. «Non sapete voi che siete il tempio di Dio, e che lo Spirito di Dio abita in voi?» (1 Corinzi 3:16). Su questo fatto l’apostolo fonda la sua esortazione di 1 Tessalonicesi 5:19: «Non spegnete lo Spirito». Quale perfezione nella Scrittura, e come tutte le sue parti si collegano fra loro! Lo Spirito Santo abita in noi individualmente, perciò non dobbiamo contristarlo. Abita nell’assemblea, per conseguenza non dobbiamo spegnerlo, ma dargli il posto che gli conviene e lasciare ogni libertà alla sua opera. Possano queste grandi verità pratiche essere radicate nei nostri cuori, ed esercitare una influenza più potente sul nostro cammino, sia nella vita privata, sia nell’assemblea!

Citeremo ora alcuni passi dei capitoli ai quali siamo giunti, passi che ci mostrano chiaramente la sapienza, la bontà, la tenerezza, la santità e la giustizia che caratterizzano tutte le dispensazioni di Dio verso il suo popolo. Prendete, per esempio, questo primo paragrafo: «Se vedi smarriti il bue o la pecora del tuo fratello, tu non farai vista di non averli scorti, ma avrai cura di ricondurli al tuo fratello. E se tuo fratello non abita vicino a te e non lo conosci, raccoglierai l’animale in casa tua, e rimarrà da te finché il tuo fratello non ne faccia ricerca; e allora gliela renderai. Lo stesso farai del suo asino, lo stesso della sua veste, lo stesso di qualunque altro oggetto che il tuo fratello abbia perduto e che tu trovi; tu non farai vista di non averli scorti. Se vedi l’asino del tuo fratello, o il suo bue caduto nella strada, tu non farai vista di non averli scorti, ma dovrai aiutare il tuo fratello a rizzarlo» (cap. 22:1-4).

Abbiamo qui le due lezioni di cui abbiam parlato. Che quadro umiliante del cuore umano in questa sola frase: «Tu non farai vista di non averli scorti!». Siamo capaci di un egoismo tanto vile da sottrarsi alle richieste di simpatia e di soccorso dei nostri fratelli, da rifiutare di occuparci dei loro interessi, da pretendere di non vedere il bisogno che hanno del nostro aiuto. Tale è l’uomo; tali siamo tutti!

Ma come brilla il carattere del nostro Dio in questo passo! Il bue d’un fratello, o il suo montone, o il suo asino, non doveva essere abbandonato, ma ricondotto, curato e reso sano e salvo al suo proprietario. Così per i vestiti. Com’è commovente! Sentiamo il soffio della presenza divina, la pura atmosfera della bontà, delle tenerezze e della sollecitudine divine. Che immenso e santo privilegio d’essere condotto, diretto e formato da ordinamenti e statuti così perfetti!

Vediamo anche nel passo seguente la prova evidente della sollecitudine divina: «Quando edificherai una casa nuova, farai un parapetto intorno al tuo tetto, per non metter sangue sulla tua casa, nel caso che qualcuno avesse a cascare di lassù».

L’Eterno voleva che il suo popolo avesse dei riguardi per gli altri, e per conseguenza, quando costruivano le loro case, non dovevano pensare soltanto a loro stessi e alle loro convenienze, ma anche alla sicurezza degli altri.

I cristiani non hanno forse nulla da imparare da ciò? Come siamo portati a non pensare che a noi stessi, ai nostri propri interessi, alle nostre comodità, alle nostre convenienze! Com’è raro che pensiamo agli altri, quando edifichiamo o ammobiliamo le nostre case! Purtroppo, l’«io» è troppo sovente il nostro movente in tutte le nostre imprese, e non può esserne altrimenti, a meno che il cuore sia governato da moventi che appartengono al cristianesimo. Bisogna che viviamo nella pura e celeste atmosfera della nuova creazione per poter librarci al disopra del vile egoismo che caratterizza l’umanità scaduta. Ogni uomo inconvertito, chiunque sia, non ha per movente che l’«io», sotto una forma o sotto un’altra. L’«io» è il centro, l’oggetto, il motivo di tutte le azioni.

È vero che ci sono delle persone più amabili, più affettuose, più caritatevoli, più disinteressate, meno egoiste d’altre; ma è impossibile che «l’uomo naturale» possa essere diretto da motivi spirituali, o che un uomo carnale sia stimolato dalle cose celesti. Purtroppo, dobbiamo confessare con profonda umiliazione, che noi i quali facciamo professione d’essere spirituali, non siamo che troppo proclivi a vivere per noi stessi, a cercare i nostri propri interessi, a consultare i nostri agi e le nostre convenienze. Quando si tratta dell’«io», siamo tutto zelo e tutta energia.

Tutto ciò è triste ed umiliante, e non sarebbe così se prendessimo di più Cristo come nostro supremo esempio e nostro modello in ogni cosa. Il vero segreto di ogni cristianesimo pratico è l’occupazione costante del cuore con Cristo. Non sono le regole e i regolamenti che ci renderanno simili a Cristo nella nostra condotta, nel nostro spirito, nei nostri modi. Dobbiamo essere impregnati del suo spirito, camminare sulle sue tracce, investigare le sue glorie morali, e allora saremo resi conformi alla sua immagine. «E noi tutti, contemplando a viso scoperto, [come in uno specchio,] la gloria del Signore, siamo trasformati nella stessa immagine di Lui, di gloria in gloria, come per il Signore in Ispirito» (2 Corinzi 3:18).

Le importanti istruzioni pratiche che troviamo nei versetti 9-11, si applicano in modo notevole a tutti gli operai del Signore: «Non seminerai nella tua vigna semi di specie diverse, perché altrimenti il prodotto di ciò che avrai seminato e la rendita della vigna saranno cosa consacrata».

Che principio importante! Lo comprendiamo, noi realmente? Ne vediamo la vera applicazione spirituale? C’è da temere che, vi siano molte «specie di semi» seminate nella così detta vigna spirituale d’oggi. Quanta «filosofia» e «vane delusioni», quanta «scienza falsamente così chiamata», ed «elementi del mondo» troviamo mescolati con l’insegnamento e le predicazioni della chiesa professante! Come poco il puro seme della parola di Dio, il «seme incorruttibile» del prezioso evangelo di Cristo, è seminato nel campo della cristianità ai giorni nostri! Soltanto un piccolo numero di quelli che seminano si accontentano di attenersi a quel che racchiude la Scrittura come materiali del loro ministerio; e quelli che, per la grazia di Dio, sono abbastanza fedeli per farlo, sono considerati come uomini di una sola idea, uomini della vecchia scuola, stretti e antiquati.

Ebbene, benedica Iddio gli uomini che hanno una sola idea, gli uomini della preziosa scuola dell’insegnamento apostolico! Li felicitiamo di tutto cuore, della loro beata strettezza e del rimanere indietro da questi tempi tenebrosi d’incredulità. Sappiamo perfettamente a che cosa ci esponiamo esprimendoci in tal modo, ma non importa. Siamo persuasi che ogni vero servitore di Cristo deve essere un uomo d’una sola idea, e quest’idea è Cristo; deve appartenere alla scuola più antica, quella di Cristo; deve essere tanto stretto quanto la verità di Dio, e rifiutare con la più grande fermezza di fare un solo passo dal lato di questo secolo incredulo. Non potremmo dubitare che gli sforzi che i predicatori e i dottori della cristianità fanno per mantenersi al livello della letteratura odierna, spieghino, in gran parte, i rapidi progressi del razionalismo e dell’incredulità. Si sono allontanati dalla Santa Scrittura, ed hanno cercato di ornare il loro ministerio con le risorse della filosofia, della scienza e della letteratura. Hanno pensato più all’intelligenza che al cuore e alla coscienza. Le preziose dottrine della Santa Scrittura, il latte puro della Parola, l’evangelo della grazia di Dio e della gloria di Cristo, sono stati giudicati insufficienti per tirare e conservare delle numerose congregazioni. Come Israele aveva disprezzato la manna, se n’era disgustato, e la chiamava un cibo leggero, così la chiesa professante si è disgustata delle pure dottrine di questo glorioso cristianesimo rivelato nelle pagine del Nuovo Testamento ed ha desiderato qualche cosa che piacesse all’intelligenza e nutrisse l’immaginazione. Le dottrine della croce in cui l’apostolo si gloriava, hanno perso la loro attrattiva, e chiunque è abbastanza fedele per attenersi unicamente a queste dottrine nel suo ministerio, può esser certo di non esser popolare.

Nondimeno, che tutti i veri fedeli ministri di culto, tutti i veri operai nella sua vigna, s’applichino a seguire il principio spirituale esposto in Deuteronomio 22:9; rifiutino risolutamente di seminare «due specie di semi» nella vigna spirituale; si limitino, nel loro ministerio, alle «parole della fede e della buona dottrina» e cerchino sempre di «esporre giustamente la parola della verità», onde non essere coperti di vergogna, ma ricevere una piena ricompensa nel giorno in cui l’opera di ciascuno sarà provata. Possiamo essere sicuri che la parola di Dio — il puro seme — è la sola che l’operaio spirituale debba adoperare. Noi non disprezziamo punto l’istruzione, anzi la consideriamo come ben preziosa, quando è al suo vero posto. I fatti della scienza e le risorse d’una sana filosofia possono anche servire a sviluppare e spiegare le verità della Santa Scrittura. Vediamo che il Maestro stesso e i suoi apostoli, si sono serviti nel loro insegnamento pubblico, dei fatti della storia e della natura; e nessuno penserebbe di mettere in dubbio il valore e l’importanza d’una conoscenza sufficiente delle lingue originali ebraica e greca, per lo studio particolare e l’esposizione pubblica della parola di Dio.

Ma l’ammissione di tutto questo, non tocca affatto il grande principio pratico che ci occupa, e tutti i servitori di Cristo sono tenuti a riconoscere che lo Spirito Santo è la sola potenza, e la Santa Scrittura la sola autorità, di ogni vero ministerio nell’Evangelo e nella Chiesa di Dio.

Se ciò fosse meglio capito e praticato più fedelmente, vedremmo ovunque, nella vigna di Cristo, uno stato di cose ben differente.

Ma, dobbiamo terminare i nostri capitoli. Abbiamo trattato altrove il soggetto del «giogo ineguale». Gli Israeliti non dovevano arare con un bue e un asino accoppiati, e non dovevano vestirsi con una stoffa tessuta con diverse materie, come di lana e di lino. L’applicazione spirituale di queste due proibizioni è anche semplice quanto importante. Il cristiano non deve associarsi con un incredulo per qualsiasi cosa, sia esso un legame domestico, religioso, filantropico o commerciale; non deve neppure lasciarsi dirigere da principi diversi. Occorre che il suo carattere sia formato e la sua condotta governata dai principi puri ed elevati della parola di Dio. Possa esserne così di tutti quelli che si chiamano cristiani!

23. Capitolo 26

«E quando sarai entrato nel paese che l’Eterno, il tuo Dio, ti dà come eredità, e lo possederai e ti ci starai stanziato, prenderai delle primizie di tutti i frutti del suolo da te raccolti nel paese che l’Eterno, il tuo Dio, ti dà, le metterai in un paniere, e andrai al luogo che l’Eterno, l’Iddio tuo, avrà scelto per dimora del suo nome». — Non in un luogo che essi stessi sceglierebbero, o altri per loro. — «E ti presenterai al sacerdote in carica in quei giorni, e gli dirai: Io dichiaro oggi all’Eterno, all’Iddio tuo, che sono entrato nel paese che l’Eterno giurò ai nostri padri di darci. Il sacerdote prenderà il paniere dalle tue mani, e lo deporrà davanti all’altare dell’Eterno, del tuo Dio» (vers. 1-4).

Il capitolo al quale siamo giunti racchiude il commovente ordinamento del paniere delle primizie. Esso ci presenta dei principi di profondo interesse, e ad un tempo delle verità pratiche di grande importanza. I frutti di quel paese potevano soltanto essere offerti dopo che l’Eterno aveva introdotto il suo popolo nella terra promessa. Bisognava dunque essere in Canaan, prima di poter recare all’altare i frutti di Canaan. L’adoratore poteva dire: «Io dichiaro oggi all’Eterno, all’Iddio tuo, che sono entrato nel paese che l’Eterno giurò ai nostri padri di darci».

«Sono entrato». Ecco il punto di partenza. Non dice: «Sto per entrare, spero pervenire»; no, ma «sono entrato». Sempre dev’essere così. Dobbiamo saperci salvati, prima di poter offrire i frutti d’una salvezza conosciuta. Possiamo essere perfettamente sinceri nel nostro desiderio della salvezza e pieni di zelo nei nostri sforzi per raggiungere questo scopo, ma gli sforzi per essere salvati, e i frutti d’una salvezza conosciuta e di cui si gode, son due cose del tutto diverse. L’Israelita non offriva il paniere delle primizie dei frutti con lo scopo di entrare nel paese, ma perché vi era realmente. «Io dichiaro oggi che sono entrato». Non c’è né equivoco, né dubbio, neppure l’espressione d’una speranza a questo riguardo; io sono veramente nel paese, ed eccone i frutti.

«E tu pronunzierai queste parole davanti all’Eterno, che è il tuo Dio: Mio padre era un Arameo errante (o che stava per morire); scese in Egitto, vi stette come straniero con poca gente, e vi diventò una nazione grande, potente e numerosa. E gli Egiziani ci maltrattarono, ci umiliarono e c’imposero un duro servaggio. Allora gridammo all’Eterno, all’Iddio dei nostri padri, e l’Eterno udì la nostra voce, vide la nostra umiliazione, il nostro travaglio e la nostra oppressione, e l’Eterno ci trasse dall’Egitto con potente mano e con braccio disteso, con grandi terrori, con miracoli e con prodigi, e ci ha condotti in questo luogo e ci ha dato questo paese, paese ove scorre il latte e il miele. Ed ora, ecco, io reco le primizie dei frutti del suolo che tu, o Eterno, mi hai dato! E le deporrai davanti all’Eterno, al tuo Dio, e ti prostrerai davanti all’Eterno, al tuo Dio; e ti rallegrerai, tu col Levita e con lo straniero che sarà in mezzo a te, di tutto il bene che l’Eterno, il tuo Dio, avrà dato a te e alla tua casa»(vers. 5-11).

Vi è qui una bella immagine del culto: «Un Arameo che stava per morire». Tale era la loro origine. Per quel che concerneva la natura non c’era motivo di vantarsi; e in quale condizione li aveva trovati la grazia? Nella dura servitù del paese d’Egitto, gementi in mezzo ai forni da mattoni, sotto la sferza degli ispettori di Faraone.

Ma allora «noi gridammo all’Eterno». In ciò era la loro sicura risorsa. Non potevano fare niente di più che gridare, ma era abbastanza. Quel grido della loro impotenza salì diritto al trono e al cuore di Dio, e lo condusse nel mezzo stesso delle fornaci da mattoni d’Egitto. Ascoltate le parole di grazia dell’Eterno a Mosè: «Ho veduto, ho veduto l’afflizione del mio popolo che è in Egitto, e ho udito il grido che gli strappano i suoi angariatori; perché conosco i suoi affanni; e sono sceso per liberarlo dalla mano degli Egiziani, e per farlo salire da quel paese in un paese buono e spazioso, in un paese ove scorre il latte e il miele... Ed ora, ecco le grida dei figliuoli d’Israele son giunte a me, ed ho anche veduto l’oppressione che gli Egiziani fanno loro soffrire» (Esodo 3:7-9).

Tale fu la risposta immediata dell’Eterno al grido del suo popolo: «Io sono disceso per liberarlo». Sì, benedetto sia il suo nome, Egli scese, nella sua grazia libera e sovrana, per liberare il suo popolo, e nessuna potenza degli uomini o dei demoni, della terra o dell’inferno, non potè ritenerli un istante di più del momento fissato per questa liberazione. Perciò, nel nostro capitolo, abbiamo il grande risultato presentato nelle parole dell’adoratore e nei frutti del suo paniere. «Sono entrato nel paese che l’Eterno giurò ai nostri padri di darci... Ed ora, ecco, io reco le primizie dei frutti del suolo che tu, o Eterno, m’hai dato!». L’Eterno aveva compiuto tutto, secondo l’amore che era nel suo cuore, e secondo la fedeltà della sua parola. Non vi mancava un iota. «Sono entrato». E «reco le primizie dei frutti». Di quali frutti? Dell’Egitto? No, ma, «del suolo che tu, o Eterno, mi hai dato!». La bocca dell’adoratore proclamava la perfezione dell’opera dell’Eterno; il paniere dell’adoratore conteneva i frutti della terra dell’Eterno; nulla poteva essere più semplice e più reale. Non c’era luogo a nessun dubbio. Non aveva che da dichiarare ciò che l’Eterno aveva fatto e mostrare i frutti. Tutto era da Dio, dal principio alla fine. È Lui che li aveva fatti uscire dall’Egitto e condotti in Canaan; che aveva riempito i loro panieri dei frutti squisiti del suo paese e i loro cuori della sua lode.

Ed ora, diletto lettore, vi chiediamo: credete voi che fosse presunzione da parte dell’Israelita, di esprimersi come lo faceva? Era giusto, era dell’umiltà per lui di dire: «Io sono entrato?». Sarebbe forse stato più convenevole per lui il limitarsi ad esprimere la debole speranza di pervenire una volta o l’altra? Forse che il dubbio e l’esitazione riguardo alla sua posizione e alla sua parte sarebbero stati più graditi? Che risposta darete? Può darsi che al nostro argomento voi diciate che non c’è analogia. Ma perché no? Se un IsraeIita poteva dire: «Sono entrato nel paese che l’Eterno giurò ai nostri padri di darci», perché non potrebbe il credente dire ora: «Sono venuto a Gesù?». È vero che, in uno dei casi, era la vista, nell’altro è la fede. Ma l’uno non è forse meno reale dell’altro? L’apostolo, non dice forse agli Ebrei: «Voi siete venuti al monte di Sion?». E anche: «Ricevendo un regno che non può essere smosso, riteniamo la grazia per la quale serviamo Dio in modo che gli sia gradito, con riverenza e timore?». Se abbiamo dei dubbi riguardo ad essere «venuti» o ad aver «ricevuto il regno», allora è impossibile di rendere culto in verità, o di servire in modo gradito. È soltanto quando abbiamo il possesso pacifico e cosciente del nostro posto e della nostra parte in Cristo, che il nostro culto può realmente salire al trono celeste, e che possiamo servire in modo effettivo quaggiù nel campo spirituale.

Poiché, lo chiediamo, che cos’è il vero culto? È semplicemente dichiarare, nella presenza di Dio, ciò che Egli è quel che ha fatto. È il cuore che si occupa di Dio, e che trova il suo piacere in Lui e in tutte le sue meravigliose dispensazioni. Se dunque non conosciamo Dio e non crediamo a quel che ha fatto, come possiamo rendergli culto? «Bisogna che colui che si accosta a Dio, creda che Dio è, e che è il rimuneratore di quelli che Lo cercano». Ma conoscere Dio è la vita eterna. Io non posso adorare Dio, se non lo conosco, e non posso conoscerlo senza avere la vita eterna. Gli Ateniesi avevano innalzato un altare «all’Iddio sconosciuto», e Paolo dice loro che essi adoravano nell’ignoranza, e annunzia loro il vero Dio, rivelato nella persona e nell’opera dell’Uomo Cristo Gesù.

È di somma importanza d’essere al chiaro su questo. Bisogna conoscere Dio prima di poterlo adorare. Lo si può cercare e, come «a tastoni», sforzarsi di trovarlo, ma cercare qualcuno che non ho ancora trovato e adorare Colui che ho trovato e che amo, sono due case totalmente diverse. Iddio si è rivelato a noi, ne sia benedetto il suo nome! Egli ci ha dato, la luce della conoscenza della sua gloria nella faccia di Gesù Cristo. Egli si è accostato a noi nella persona di quel prezioso Salvatore, talché possiamo conoscerlo, amarlo, confidarci in Lui, rallegrarci in Lui, e ricorrere a Lui nella nostra debolezza e in tutti i nostri bisogni. Non dobbiam più cercarlo a tastoni nelle tenebre della natura, neppure nelle nebbie d’una falsa religione sotto le sue migliaia di forme; no, il nostro Dio si è fatto conoscere per mezzo d’una rivelazione così evidente che nessuno può ingannarvisi. Il cristiano può dire: «Io so chi ho creduto». Ecco la base di ogni vero culto. Vi possono essere molte forme di pietà carnale, di religione esteriore, di cerimonie abituali, senza un solo atomo di vero culto spirituale. Questi non deriva che dalla conoscenza di Dio.

Ma non abbiamo per oggetto di fare una dissertazione sul culto; abbiamo soltanto cercato di dare ai nostri lettori il significato del bell’ordinamento dell’offerta delle primizie dei frutti. Abbiamo mostrato che il culto era la prima cosa per un Israelita che si trovava in possesso del paese, e che noi pure, ora, dobbiamo conoscere il nostro posto e i nostri privilegi in Cristo, prima di poter adorare il Padre in modo vero e intelligente.

«Quando avrai finito di prelevare tutte le decime delle tue entrate, il terzo anno, l’anno delle decime, e le avrai date al Levita, allo straniero, all’orfano e alla vedova perché ne mangino entro le tue porte e siano saziati, dirai, dinanzi all’Eterno, al tuo Dio: Io ho tolto dalla mia casa ciò che era consacrato, e l’ho dato al Levita, allo straniero, all’orfano e alla vedova, interamente secondo gli ordini che mi hai dato; non ho trasgredito, né dimenticato alcuno dei tuoi comandamenti» (vers. 12-13).

Non c’è nulla di più bello dell’ordine morale di queste cose. È quello che troviamo in Ebrei 13: «Offriamo, dunque, per mezzo di Lui, del continuo a Dio, un sacrificio di lode: cioè il frutto di labbra confessanti il suo nome!». Ecco il culto. «E non dimenticate di esercitar la beneficenza e di far parte agli altri dei vostri beni; perché è di tali sacrifici che Dio si compiace». Ecco la beneficenza attiva. Unendoli assieme, abbiamo ciò che possiamo chiamare il lato superiore e il lato inferiore del carattere del cristiano — lodare Dio e far del bene agli uomini. Preziosi caratteri! Sapessimo manifestarli più fedelmente! Una cosa è certa, cioè che essi vanno sempre uniti. Se un uomo ha il cuore pieno d’adorazione verso Dio, il cuore di quest’uomo è anche pieno di simpatia per tutte le forme della miseria umana. Può non possedere delle ricchezze secondo il mondo, può essere obbligato di dire come un tempo l’apostolo, che non ne aveva vergogna: «Io non ho né argento, né oro», ma avrà le lacrime della simpatia, lo sguardo affettuoso, la parola di consolazione; e queste cose fanno più bene ad un cuore sensibile che vedere una borsa aperta e udire il suono delle monete d’oro e d’argento. Il nostro adorabile Signore e Maestro, il nostro grande Modello, «andava di luogo in luogo facendo il bene», ma non leggiamo che desse del denaro a chicchessia; inoltre, abbiam motivo di credere che non possedesse mai neppure un denaro. Quando volle rispondere agli Erodiani a riguardo del pagamento del tributo a Cesare, fu obbligato di dir loro di mostrargli una moneta; e quando gli si chiese di pagare il tributo, mandò Pietro a cercarlo nel mare. Non portava mai denaro su di Sé, e certamente il denaro non è mai nominato nella lista dei doni che conferiva ai suoi servitori. Tuttavia andava di luogo in luogo, facendo del bene; e noi dobbiamo far lo stesso nella nostra debole misura; è ad un tempo il nostro dovere e il nostro grande privilegio.

Notate l’ordine divino esposto in Ebrei 13 e il cui tipo si trova in Deuteronomio 26. L’adorazione ha il primo posto, il più alto, non dimentichiamolo mai. Potremmo immaginarci nella nostra pretesa saggezza o nella nostra sentimentalità, che la beneficenza, l’attività per il bene, la filantropia, dovrebbero occupare il primo posto. Ma non è così. «Chi sacrifica lode mi glorifica» (Salmo 50:23). Iddio sta in mezzo alle lodi del suo popolo. Gode di circondarsi di cuori pieni, fino a traboccare, del sentimento della sua bontà, della sua grandezza e della sua gloria. Perciò, dobbiamo offrire «del continuo» il sacrificio di lode a Dio. Così il salmista dice: «Io benedirò in ogni tempo; la sua lode sarà del continuo nella mia bocca» (Salmo 34:1). Non è soltanto ogni tanto, ovvero quando tutto va bene; no, ma «in ogni tempo» — continuamente». Il fiume di rendimenti di grazie deve colare senza interruzione, senza intervalli per i mormorii, i lagni, il malcontento, la tristezza e lo scoraggiamento. La lode e il rendimento di grazie devono occuparci incessantemente. Dobbiamo sempre coltivare lo spirito d’adorazione. Ogni nostra aspirazione dovrebbe essere un alleluia. Un giorno sarà così. La lode sarà il nostro felice e santo servizio durante tutta l’eternità. Quando non saremo più chiamati a «far parte dei nostri beni», che non ci sarà più motivo di manifestare o ricevere della simpatia, quando avremo detto addio a questa scena di dolori, di pene, di morte e di desolazione, allora loderemo il nostro Dio sempre, senza ostacolo, senza interruzione, lassù, nel santuario, nella Sua presenza.

«Ma non dimenticate la beneficenza, e di far parte dei vostri beni». L’apostolo fa questa raccomandazione in modo particolarmente interessante. Non dice: «Ma non dimenticate di offrire il sacrificio di lode». No, ma per tema che nel pieno e felice godimento della nostra posizione e della nostra parte in Cristo, dimentichiamo che attraversiamo quaggiù una scena di bisogni, di miserie, di prove e di tribolazioni, aggiunge l’esortazione così salutare ed urgente, di esercitare la beneficenza e di far parte dei beni. L’Israelita spirituale doveva non soltanto rallegrarsi di tutti i beni che l’Eterno gli aveva dati, ma anche ricordarsi del Levita, dello straniero, dell’orfano e della vedova; cioè di colui che non ha nessuna porzione terrestre ed è interamente, dedicato all’opera del Signore, e di quelli che non hanno focolare, un protettore naturale o una dimora fissa quaggiù. — Deve sempre essere così; la ricca corrente di grazia che scorre dal seno di Dio, riempie i nostri cuori e trabocca al difuori, ristorando e rallegrando tutta la sfera ove agiamo. Se vivessimo costantemente nel godimento di ciò che ci appartiene in Dio, ogni nostro atto, ogni nostro movimento, ogni nostra parola, i nostri sguardi stessi, farebbero del bene. Secondo il pensiero divino, il cristiano dovrebbe abitualmente avere una mano levata verso Dio, presentandoGli il sacrificio di lodi, e l’altra mano piena dei frutti d’una vera benevolenza verso tutti gl’indigenti.

O amato lettore! Ci sia dato di valutare seriamente queste cose, di applicarvi realmente i nostri cuori, e di cercare una realizzazione più completa, ed una espressione più vera di questi due principali rami del cristianesimo pratico.

Gettiamo ora un rapido colpo d’occhio sul terzo punto del capitolo in corso. L’Israelita, presentando il suo paniere e distribuendo le sue decime, diceva: «Non ho mangiato cose consacrate, durante il mio lutto; non ne ho tolto nulla quand’ero impuro, e non ne ho dato nulla in occasione di qualche morto; ho ubbidito alla voce dell’Eterno, dell’Iddio mio, ho fatto interamente come tu m’hai comandato. Volgi a noi lo sguardo dalla dimora della tua santità, dal cielo, e benedici il tuo popolo d’Israele e la terra che ci hai dato, come giurasti ai nostri padri, terra ove scorre il latte e il miele. Oggi, l’Eterno, il tuo Dio, ti comanda di mettere in pratica queste leggi e queste prescrizioni; osservale dunque, mettile in pratica con tutto il tuo cuore, con tutta l’anima tua. Tu hai fatto dichiarazione oggi all’Eterno ch’Egli sarà il tuo Dio, purché tu cammini nelle sue vie e osservi le sue leggi, i suoi comandamenti, le sue prescrizioni, e tu ubbidisca alla sua voce. E l’Eterno t’ha fatto oggi dichiarare che gli sarai un popolo specialmente suo, com’egli t’ha detto, e che osserverai tutti i suoi comandamenti, ond’Egli ti renda eccelso per gloria, rinomanza e splendore, su tutte le nazioni che ha fatte, e tu sia un popolo santo, consacrato all’Eterno, al tuo Dio, com’Egli t’ha detto» (vers. 14-19).

Abbiamo qui la santità personale, la santificazione pratica, ed un intera separazione da tutto quel che non conveniva al luogo santo e alla relazione in cui Israele era stato introdotto dalla grazia sovrana e dalla misericordia di Dio. Non vi può essere quivi né lutto, né contaminazione, né opere morte. Non abbiamo né posto, né tempo disponibile per simile cose; esse non appartengono a quella felice sfera in cui abbiamo il privilegio di vivere, di muoverci, e nella quale noi siamo. Abbiamo tre cose da fare: innalzare i nostri sguardi verso Dio e offrire il sacrificio di lodi, — guardarci attorno in questo mondo di miseria, e farvi del bene, — guardare nel cerchio del nostro proprio essere, nella nostra vita interiore, e cercare, per la grazia, di conservarci senza contaminazione. «La religione (o il servizio religioso) pura e immacolata dinanzi a Dio e Padre è questa: visitar gli orfani e le vedove nelle loro afflizioni, e conservarsi puro dal mondo» (Giacomo 1:27). Talché, sia che ascoltiamo Mosè al capitolo 26 del Deuteronomio, o Paolo al capitolo 13 agli Ebrei, o Giacomo nella sua epistola, così sanamente pratica ed utile, è lo stesso Spirito che ci parla e ci dà le stesse istruzioni, — istruzioni d’un valore inesprimibile e d’un’immensa importanza morale, particolarmente in questi giorni di professione rilassata ove le dottrine della grazia sono afferrate e ritenute dall’intelligenza soltanto e mescolate ad ogni sorta di mondanità e di rilassamento.

Abbiamo certamente un bisogno urgente che vi sia in mezzo a noi un ministerio più potente e più pratico. Vi è nel nostro ministerio un’assenza dolorosa dell’elemento pastorale e profetico. Per elemento profetico intendiamo quel carattere del ministerio che agisce sulla coscienza e conduce l’anima nella presenza immediata di Dio. Questo è estremamente necessario. Nel ministerio vi è molto per l’intelligenza; ma sventuratamente troppo poco per il cuore e per la coscienza. Il dottore parla all’intelligenza; il profeta parla alla coscienza (*); il pastore parla al cuore. Naturalmente parliamo in modo generale. Può accadere che i tre elementi si trovino nel ministerio dello stesso uomo, ma sono distinti; e abbiamo il sentimento che se i doni di profeta e di pastore mancano in un’assemblea, i dottori dovrebbero supplicare il Signore d’accordare la potenza spirituale necessaria per agire sui cuori e sulle coscienze dei suoi. Il Signore ha presso di Sé tutte le risorse necessarie di grazia e di potenza per i suoi servitori, benedetto sia il Suo nome. Dobbiamo confidarci in Lui, con sincerità di cuore, con reale sollecitudine e certamente, Egli ci provvederà di tutta la grazia e della capacità morale necessarie per ogni servizio al quale potremmo essere chiamati nella sua Chiesa.

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(*) Un gran numero di persone pensano che un profeta sia qualcuno che predice gli avvenimenti che debbono avvenire; ma sarebbe un errore limitare così il significato della parola. 1 Corinzi 14:28-32, ci fa conoscere quel che vogliono dire le espressioni «profeta» e «profetizzare». Il dottore e il profeta sono strettamente collegati. Il dottore dimostra la verità secondo la parola di Dio; il profeta l’applica alla coscienza; e, possiamo aggiungere, il pastore vede come questo doppio ministerio agisce sul cuore e nella vita pratica.
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Oh! possano tutti i servitori di Dio essere animati d’uno zelo più profondo e più ardente nei vari servizi dell’opera sua! Possiamo noi «insistere a tempo e fuor di tempo» (2 Timoteo 4:2), e non lasciarci in alcun modo sconcertare dallo stato di cose che ci circonda, ma piuttosto considerare questo stesso stato come un motivo tanto più forte per essere maggiormente devoti!

24. Capitolo 27

«E Mosè e gli anziani d’Israele dettero quest’ordine al popolo: Osservate tutti i comandamenti che oggi vi do. E quando avrete passato il Giordano per entrare nel paese che l’Eterno, l’Iddio vostro, vi dà, rizzerai delle grandi pietre; e le intonacherai di calcina. Poi vi scriverai sopra tutte le parole di questa legge, quando avrai passato il Giordano per entrare nel paese che l’Eterno, il tuo Dio, ti dà; paese ove scorre il latte e il miele, come l’Eterno, l’Iddio dei tuoi padri, ti ha detto. Quando dunque avrete passato il Giordano, rizzerete sul monte Ebal queste pietre, come oggi vi comando, e le intonacherete di calcina. Quivi edificherai pure un altare all’Eterno, ch’è il tuo Dio; un altare di pietre, sulle quali non passerai ferro. Edificherai l’altare dell’Eterno, del tuo Dio, di pietre intatte, e su d’esso offrirai dagli olocausti all’Eterno, al tuo Dio. E offrirai dei sacrifici di azioni di grazie, e quivi mangerai, e ti rallegrerai dinanzi all’Eterno, al tuo Dio. E scriverai su quelle pietre tutte le parole di questa legge, in modo che siano nitidamente scolpite. E Mosè e i sacerdoti levitici parlarono a tutto Israele, dicendo: “Fa’ silenzio e ascolta, o Israele! Oggi sei divenuto il popolo dell’Eterno, del tuo Dio. Ubbidirai quindi alla voce dell’Eterno, del tuo Dio, e metterai in pratica i suoi comandamenti e le sue leggi che oggi ti do”. In quello stesso giorno Mosè diede pure quest’ordine al popolo: Quando avrete passato il Giordano; ecco quelli che staranno sul monte Gherizim per benedire il popolo: Simeone, Levi, Giuda, Issacar, Giuseppe e Beniamino; ed ecco quelli che staranno sul monte Ebal, per pronunziare la maledizione: Ruben, Gad, Ascer, Zabulon, Dan e Neftali» (vers. 1-13).

Non vi potrebbe essere contrasto più colpente di quello che si trova fra il principio e la fine di questo capitolo. Nel paragrafo che abbiamo trascritto, vediamo Israele che entra nel paese della promessa, quel paese bello e fertile, stillante latte e miele ed innalza quivi, sul monte Ebal, un altare per offrirvi de gli olocausti e dei sacrifici di prosperità. Non si tratta qui di sacrifici per il peccato; né di riparazione. Tutta la legge doveva essere scritta «nitidamente» sulle pietre intonacate di calcina, e il popolo, nella piena relazione riconosciuta dal patto, doveva offrire sull’altare quelle offerte particolari di soave odore, esprimenti così bene il culto ed una santa comunione. Il soggetto, qui, non è colui che ha trasgredito coi suoi atti, né il peccatore nella sua natura, che si avvicina all’altare di rame con un sacrificio di riparazione, o per il peccato, ma piuttosto un popolo completamente liberato, accettato e benedetto — un popolo nel godimento presente della sua relazione con Dio e della sua eredità.

È vero che tutti erano colpevoli e peccatori, e che, come tali, avevano bisogno delle preziose risorse dell’altare di rame. Ciò è perfettamente evidente per ogni persona ammaestrata da Dio; ma si vede pure chiaramente che non è il soggetto di Deuteronomio 27:1-13, e il lettore spirituale ne afferrerà subito il motivo. Quando vediamo l’Israele di Dio, nella piena relazione del patto, che entra in possesso della sua eredità, ed ha la volontà rivelata dall’Eterno, il suo Dio del patto, scritta chiaramente e per intero dinanzi a sé, possiamo concludere che ogni questione riguardo alla colpevolezza e ai peccati è definitivamente regolata, e che un popolo così privilegiato e riccamente benedetto non aveva altro che da circondare l’altare del Dio del patto, e presentarGli quelle offerte di buon odore che gli erano gradite.

In una parola, tutta la scena che si svolge dinanzi agli occhi nostri nella prima metà del nostro capitolo, è d’una bellezza perfetta. Poiché Israele aveva riconosciuto l’Eterno come suo Dio, e poiché l’Eterno aveva riconosciuto Israele come suo popolo particolare, che voleva innalzare al disopra di tutte le nazioni che aveva fatte, per essere un popolo santo all’Eterno, suo Dio, come ne aveva parlato; essendo Israele così privilegiato, benedetto ed esaltato, in pieno possesso del buon paese, avente tutti i comandamenti di Dio dinanzi agli occhi, che cosa rimaneva da fare se non presentare i sacrifici di lode e di rendimenti di grazie, in un culto santo e in una felice comunione?

Ma l’ultima parte del nostro capitolo, ci presenta qualcosa del tutto differente. Mosè designa sei tribù per stare sul monte Garizim (Gherizim), onde benedire il popolo; le altre sei dovevano stare sul monte Ebal per maledire. Ma, purtroppo, quando ci riportiamo alla storia stessa, ai fatti positivi, non v’è una sola sillaba di benedizione, anzi, dodici terribili maledizioni, confermate ognuna da un solenne «amen» di tutta la congregazione. Che triste cambiamento! Che colpente contrasto! Questo ci ricorda ciò che abbiamo visto studiando Esodo 19. Non vi potrebbe essere un commentario più impressionante delle parole dell’apostolo Paolo ai Galati (3:10). «Poiché tutti coloro che si basano sulle opere della legge sono sotto maledizione; poiché sta scritto:» — e qui l’apostolo cita Deuteronomio 27 — «Maledetto chi non si attiene alle parole di questa legge, per metterle in pratica!».

Qui abbiamo la vera soluzione della questione. Riguardo alla sua condizione morale attuale, Israele era sul terreno della legge, perciò, quand’anche i primi versetti del nostro capitolo presentino un quadro così bello dei pensieri di Dio concernenti Israele, la fine ci mostra il risultato triste ed umiliante dello stato reale di questo popolo dinanzi a Dio. Dal monte di Garizim, non si ode una sola parola di benedizione; invece, maledizione su maledizione vengono a colpire le orecchie del popolo.

Non poteva essere altrimenti. Si discuta pure su questo finché si vorrà, non vi può essere che maledizione su «tutti quelli che sono sul principio delle opere di legge». Non è soltanto detto: «su tutti quelli che non osservano la legge», benché sia vero; ma come se lo Spirito Santo volesse presentare questa verità nel modo più chiaro e più forte, Egli dichiara che per tutti, chiunque siano, Giudei, gentili o cristiani professanti, per tutti quelli che sono sul terreno o sul principio delle opere della legge, c’è e non può esserci che maledizione.

È così che possiamo renderci conto in modo intelligente, del profondo silenzio che regnava sul monte Garizim ai giorni di Deuteronomio 27. Il fatto è che, se una sola benedizione si fosse fatta udire, avrebbe contraddetto tutto l’insegnamento delle Sante Scritture concernente la legge. Poiché abbiamo studiato abbastanza completamente il soggetto importante della legge, nel primo volume di queste «Note», non crediamo di doverci ritornare. Diremo soltanto che più studiamo le Scritture, e approfondiamo la questione della legge alla luce del Nuovo Testamento, più siamo meravigliati del modo in cui parecchi persistono a mantenere l’opinione che i cristiani sono sotto la legge, per la vita, la giustizia, la santità, o checchessia.

Come può sussistere un tale pensiero in presenza della seguente dichiarazione così magnifica e concludente di Romani 6: «Poiché non siete sotto la legge, ma sotto la grazia»?

25. Capitolo 28

Cominciando lo studio di questa parte così notevole del nostro Libro, il lettore deve ricordarsi che non può essere presa come un seguito del capitolo 27. Per spiegare l’assenza di benedizioni in quest’ultimo, alcuni commentatori hanno voluto vederle qui. Ma, è un grande errore, errore fatale all’intelligenza di ognuno di questi capitoli. È un fatto che essi sono interamente distinti nella loro base, nel loro scopo, nella loro applicazione pratica. In poche parole, il capitolo 27 è morale e personale; il capitolo 28 è dispensazionale e nazionale. Quello tratta del grande principio fondamentale della condizione morale dell’uomo come peccatore, interamente rovinato e incapace d’incontrare Dio sul terreno della legge; questi, si occupa d’Israele come nazione, sotto il governo di Dio. Brevemente, un accurato paragone dei due capitoli farà afferrare al lettore la loro completa diversità. Che rapporto, per esempio, si potrebbe trovare fra le sei benedizioni del nostro capitolo e le dodici maledizioni del capitolo 27? Nessuno; mentre un fanciullo può vedere il legame morale che esiste fra le benedizioni e le maledizioni del capitolo 28.

Citiamo uno o due passi all’appoggio di quel che affermiamo. «Ora, se tu ubbidisci diligentemente alla voce dell’Eterno, del tuo Dio, avendo cura di mettere in pratica tutti i suoi comandamenti che oggi ti dò, avverrà che l’Eterno il tuo Dio, ti renderà eccelso sopra tutte le nazioni della terra; e tutte queste benedizioni verranno su te e si compiranno per te, se darai ascolto alla voce dell’Eterno, dell’Iddio tuo: Sarai benedetto nelle città e sarai benedetto nella campagna. Benedetto sarà il frutto delle tue viscere, il frutto del tuo suolo e il frutto del tuo bestiame; benedetti i parti delle tue vacche e delle tue pecore. Benedetti saranno il tuo paniere e la tua madia; sarai benedetto al tuo entrare e benedetto al tuo uscire» (vers. 1-6). Non è forse perfettamente chiaro che non sono queste le benedizioni pronunciate dalle sei tribù sul monte Garizim? Ciò che qui ci è presentato, è la dignità nazionale d’Israele, la sua prosperità e la sua gloria fondate sull’osservazione diligente di tutti i comandamenti posti dinanzi a lui in questo libro. Il disegno eterno di Dio era che Israele fosse al disopra di tutte le nazioni. Questo disegno si compirà certamente, benché Israele; nel passato, abbia vergognosamente mancato a quella perfetta obbedienza che doveva formare la base della sua gloria e della sua preminenza come nazione.

Non bisogna mai dimenticare né abbandonare questa grande verità. Alcuni commentatori hanno adottato un sistema d’interpretazione per cui le benedizioni accordate ad Israele sono spiritualizzate e applicate alla Chiesa di Dio. È un errore molto fatale, ed è difficile esprimere i perniciosi effetti d’un simile modo di trattare la preziosa Parola di Dio. Questa interpretazione è diametralmente opposta al pensiero e alla volontà di Dio. Non potrebbe sanzionarla, né approvare che si svii così dal loro vero significato le benedizioni ed i privilegi del suo popolo d’Israele.

È vero che nel terzo capitolo dell’epistola ai Galati leggiamo: «... affinché la benedizione d’Abrahamo venisse sui Gentili in Cristo Gesù, affinché ricevessimo» che cosa? Delle benedizioni nelle città e nella campagna? Delle benedizioni nel nostro paniere e nella nostra madia? No, ma — «affinché ricevessimo, per mezzo della fede, lo Spirito promesso». Sappiamo pure, dalla stessa epistola, al capitolo 4 che sarà permesso ad Israele ristorato di annoverare fra i suoi figliuoli tutti quelli che sono nati dallo Spirito durante il periodo cristiano. «Ma la Gerusalemme da alto è libera, ed essa è nostra madre. Poiché egli è scritto: «Rallegrati, o sterile che non partorivi! Prorompi in grida, tu che non avevi sentito doglie di parto! Poiché i figliuoli dell’abbandonata saranno più numerosi di quelli di colei che aveva il marito».

Tutto questo è vero, ma non presenta nessun motivo per trasferire ai credenti del Nuovo Testamento le promesse fatte ad Israele. Iddio si è impegnato con giuramento di benedire la progenie d’Abrahamo — suo amico — di benedirlo di ogni benedizione terrestre, nel paese di Canaan. Questa promessa è mantenuta ed è assolutamente inalienabile. Guai a quelli che tenterebbero di mettere in dubbio il suo adempimento letterale, al tempo voluto da Dio.

Avendo esaminato questo soggetto nei nostri studi della prima parte di questo libro, ci limiteremo ad avvertire seriamente il lettore di stare in guardia contro ogni sistema d’interpretazione che porta tali serie conseguenze riguardo alla parola e alle vie di Dio. Non bisogna mai perdere di vista che le benedizioni d’Israele sono terrene, e quelle della Chiesa, celesti. «Benedetto sia l’Iddio e Padre del nostro Signor Gesù Cristo, che ci ha benedetti d’ogni benedizione spirituale nei luoghi celesti in Cristo Gesù» (Efesini 1:3).

Così la natura quanto la sfera delle benedizioni della Chiesa, sono del tutto differenti da quelle promesse ad Israele, e non devono mai essere confuse. Ma il sistema d’interpretazione menzionato più su li confonde a detrimento dell’integrità delle Sante Scritture, e porta così un danno ben serio alle anime. Cercando d’applicare alla Chiesa di Dio, sia al presente o al futuro, sulla terra, o nel cielo, le promesse fatte ad Israele, si capovolgono completamente le cose, e si getta la confusione più completa nell’esposizione e nell’applicazione delle Scritture. Sentiamo il bisogno, per fedeltà alla parola di Dio e per il bene dell’anima del lettore, di sollecitarlo a fermarsi con seria attenzione su questo soggetto; si persuada che questa questione è delle più importanti. Quanto a noi, siamo convinti che chi confonde Israele e la Chiesa, ciò che è terrestre con ciò che è celeste, non può essere un sano ed esatto interprete della parola di Dio.

Non proseguiremo qui lo studio di questo soggetto. Abbiamo fiducia che lo Spirito di Dio sveglierà nel cuore del lettore il sentimento dell’interesse e dell’importanza che merita, egli accorderà di vedere quanto sia necessario che la parola di verità sia esposta giustamente (vedete 2 Timoteo 2:15). Se così sarà, il nostro scopo sarà pienamente raggiunto.

Per quel che riguarda questo capitolo 28 del Deuteronomio, se il lettore ha ben afferrato il fatto che esso differisce interamente dal precedente, sarà capace di leggerlo con un’intelligenza spirituale ed un reale profitto. Non esige un lungo studio; si divide chiaramente e naturalmente in due parti. Nella prima abbiamo un esposto completo dei risultati dell’obbedienza (vedete verso 1-15); nella seconda parte si trova l’esposto solenne e colpente delle terribili conseguenze della disobbedienza (vedete verso 16-68); e quel che è degno di nota, è la divisione che contiene le maledizioni la quale è circa tre volte più lunga di quella che racchiude le benedizioni. L’intero capitolo sviluppa con potenza quel che è il governo di Dio e il fatto che «il nostro Dio è un fuoco consumante» (Ebrei 12:29).

Tutte le nazioni della terra possono imparare dalla storia meravigliosa d’Israele che Dio deve punire la disobbedienza, e in primo luogo nei suoi. E se non ha risparmiato il suo popolo, quale sarà la fine di quelli che non lo conoscono? «Gli empi se n’andranno al soggiorno dei morti, sì, tutte le nazioni che dimenticano Iddio» (Salmo 9:17). «È cosa spaventevole cadere nelle mani dell’Iddio vivente» (Ebrei 10:31). È il colmo della follia il cercare di eludere l’importanza di simili passi, o di distruggerne la forza. Non lo si può. Si legga questo capitolo paragonandolo alla storia attuale d’Israele, e si vedrà che, tanto sicuramente che vi è un Dio sul trono della maestà nei cieli, Egli punirà quelli che fanno il male, fin d’ora come più tardi. Non può esserne altrimenti. Un governo che potesse o volesse tollerare il male senza giudicarlo, condannarlo e punirlo, non sarebbe un governo perfetto, non sarebbe quello di Dio. Invano si presenterebbero degli argomenti che non si fondano che sulla bontà, la longanimità e le compassioni di Dio. Benedetto sia il Suo nome, Egli è tenero, buono, misericordioso, pieno di grazia, di sopporto e di compassione. Ma Egli è santo e giusto, retto e vero; e «ha fissato un giorno, nel quale giudicherà il mondo con giustizia, per mezzo dell’uomo ch’Egli ha stabilito, del che ha fatto fede, a tutti, avendolo risuscitato dai morti» (Atti 17:31).

Dobbiamo terminare questa sezione; ma dapprima, sentiamo essere nostro dovere di richiamare l’attenzione del lettore sopra un punto molto interessante in rapporto col versetto 13 del nostro capitolo. «L’Eterno ti metterà alla testa e non alla coda, e sarai sempre in alto e mai in basso, se ubbidirai ai comandamenti dell’Eterno, del tuo Dio, i quali oggi ti do perché tu li osservi e li metta in pratica».

Questo, indubbiamente, si riferisce ad Israele come nazione, perché è destinato ad essere alla testa di tutte le nazioni della terra. Tale è il proposito ed il disegno decretato di Dio concernente questo popolo. Benché sia caduto, disperso e perduto fra le nazioni, sofferente delle terribili conseguenze della sua persistente disobbedienza, addormentato, come lo leggiamo al capitolo 12 di Daniele, nella polvere della terra; tuttavia, come nazione, si leverà e brillerà d’una gloria molto più grande di quella di Salomone.

Tutto ciò è vero, e dimostrato in modo incontestabile in parecchi passi dei libri di Mosè, dei Salmi, dei Profeti e del Nuovo Testamento. Ma, percorrendo la storia d’Israele, troviamo alcuni esempi molto colpenti d’individui che, per la grazia di Dio, si sono appropriate le preziose promesse contenute nel versetto 13, e ciò anche in periodi molto tenebrosi ed umilianti della storia nazionale d’Israele, quando, come nazione, era alla coda e non alla testa. Non citeremo che un esempio o due, non soltanto per rendere il soggetto più chiaro, ma anche per presentare al lettore un principio d’un’immensa importanza pratica e d’un’applicazione universale.

Prendiamo, per esempio, il libro d’Ester — libro così poco capito ed apprezzato, ma che, certamente, ha un posto tutto suo e insegna una lezione che nessun altro libro dà. Appartiene, per certo, ad un periodo in cui Israele non era alla testa, bensì alla coda, e nondimeno vi leggiamo la storia d’un figlio d’Abrahamo che si conduce in modo da raggiungere una posizione delle più elevate, e che riporta una gloriosa vittoria sul nemico più accanito d’Israele.

Quanto alla condizione del popolo d’Israele ai giorni d’Ester, essa era tale che Iddio non poteva riconoscerlo pubblicamente. Perciò, dal principio alla fine, il Suo nome non è menzionato in questo libro. Il gentile era alla testa e Israele alla coda. La relazione fra Dio e Israele non poteva più essere apertamente riconosciuta, ma il cuore dell’Eterno non poteva mai dimenticare il suo popolo, e possiamo aggiungere che il cuore d’un Israelita fedele non avrebbe mai potuto dimenticare l’Eterno o la sua santa legge; e sono appunto questi due fatti che caratterizzano questa parte così interessante della Parola. Iddio agiva per Israele dietro la scena, e Mardocheo agiva per Dio sulla scena. È degno di nota che né il migliore amico d’Israele, né il suo più grande nemico, sono nominati neppure una volta in tutto il libro d’Ester, benché gli atti di entrambi lo riempiano da un capo all’altro. Il dito di Dio è stampato su ogni anello della meravigliosa catena provvidenziale che si svolge in favore dei Giudei; mentre da un altro lato, l’amara inimicizia di Amalek (Satana) si manifesta nel crudele complotto dell’orgoglioso Agaghita.

Tutto questo offre il maggior interesse. Terminato lo studio di questo libro, possiamo ben esclamare: «Che narrazione umana uguaglierebbe in interesse questa semplice storia?». Ma non possiamo estenderci ora su questo soggetto come lo desidereremmo. Vi abbiamo semplicemente fatto allusione per rilevare l’indicibile valore e l’importanza della fedeltà individuale in un momento in cui la gloria nazionale era svanita. Mardocheo restava saldo come una roccia per la verità di Dio. Rifiuta inflessibilmente di riconoscere Amalek. Salva la vita d’Assuero, e si sottomette alla sua autorità come espressione della potenza di Dio, ma non vuole inchinarsi dinanzi ad Haman. La sua condotta in questa faccenda era governata semplicemente dalla parola di Dio. L’autorità per la quale egli agiva si trova nel libro del Deuteronomio: «Ricordati di ciò che ti fece Amalek, durante il viaggio, quando usciste dall’Egitto: com’egli ti attaccò per via, piombando per di dietro su tutti i deboli che ti seguivano, quand’eri già stanco e sfinito, e come non ebbe alcun timore di Dio. Quando dunque l’Eterno, il tuo Dio, t’avrà dato requie, liberandoti da tutti i tuoi nemici all’intorno nel paese che l’Eterno, il tuo Dio, ti dà come eredità, perché tu lo possegga, cancellerai la memoria di Amalek di sotto al cielo: non te ne scordare! (cap. 25:17-19).

Questo era abbastanza chiaro per ogni orecchio circonciso, per ogni cuore obbediente, per ogni coscienza retta. Il linguaggio d’Esodo 17 è altrettanto chiaro: «E l’Eterno disse a Mosè: Scrivi questo fatto in un libro, perché se ne conservi il ricordo, e fa sapere a Giosuè che io cancellerò interamente di sotto al cielo la memoria di Amalek. E Mosè edificò un altare, al quale pose nome: L’Eterno è la mia bandiera; e disse: La mano è stata alzata contro il trono dell’Eterno, e l’Eterno farà guerra ad Amalek d’età in età» (vers.14-16).

È su questa autorità che Mardocheo si fondava per rifiutare di dare ad Haman il minimo segno di deferenza. Come avrebbe potuto, un membro fedele della casa d’Israele, inchinarsi dinanzi ad un uomo della casa contro cui l’Eterno era in guerra? Era impossibile. Mardocheo poteva coprirsi d’un sacco, digiunare e piangere per il suo popolo, ma non poteva, non voleva, non avrebbe osato inchinarsi dinanzi ad un Amalekita. Poco gl’importava che lo si accusasse di presunzione, d’una cieca ostinazione, di stupida bigotteria, o anche d’una sprezzabile strettezza di spirito. Rifiutare di rendere al più gran signore del regno i segni ordinari di rispetto, poteva sembrare una follia inaudita da parte sua; ma quel signore era un Amalekita, e ciò bastava per Mardocheo. La sua apparente follia era semplicemente dell’obbedienza.

È ciò che rende il caso così interessante e così importante per noi. Nulla può distruggere la nostra responsabilità di obbedire alla parola di Dio. Si sarebbe potuto dire a Mardocheo che il comandamento riguardante Amalek era una cosa passata, che si riferiva soltanto ai giorni gloriosi d’Israele. Era bene per Giosuè di combattere contro Amalek; anche Saul avrebbe dovuto obbedire alla parola dell’Eterno, invece di risparmiare Agag; ma al tempo d’Ester tutto era cambiato; la gloria aveva abbandonato Israele, era dunque del tutto inutile di cercar di agire secondo Esodo 17 o Deuteronomio 25.

Siamo persuasi che simili argomenti non avrebbero avuto valore per Mardocheo. Gli bastava di sapere che l’Eterno aveva detto: «Ricordati di ciò che ti fece Amalek... Non te ne scordare». Fino a quando erano valevoli queste parole? «D’età in età». La guerra dell’Eterno contro Amalek non doveva cessare fino a che il nome di costui e la sua memoria fossero cancellati di sotto ai cieli. E perché? A causa del modo vile e crudele con cui aveva agito verso Israele. Tale era la bontà di Dio, verso il suo popolo. Come avrebbe potuto, dopo ciò, un Israelita fedele prostrarsi dinanzi ad un Amalekita? No. Lo fece forse Samuele? No, «egli fece squartare Agag in presenza dell’Eterno a Ghilgal» (1 Samuele 15:33). Come dunque avrebbe potuto Mardocheo inchinarsi dinanzi a lui? Non lo poteva a nessun costo. Poco gl’importava che il patibolo fosse preparato per sé; poteva esservi appeso, ma non poteva rendere omaggio ad Amalek.

E quale fu il risultato di questa fedeltà? Un trionfo magnifico. — Da un lato, vediamo l’orgoglioso Amalekita accanto al trono, rallegrarsi ai raggi del favore regale, gloriarsi nelle Sue ricchezze, nella sua grandezza, nella sua gloria, pronto a schiacciare sotto ai piedi la progenie d’Abrahamo. Da un altro lato, il povero Mardocheo coperto di sacco e di cenere, nelle lacrime, era alla porta del palazzo. Che poteva fare? Obbedire. Egli non aveva né ferro, né spada, ma aveva la parola di Dio, e obbedendo semplicemente a questa Parola, riportò una vittoria su Amalek, tanto decisiva e strepitosa nel suo genere, come quella che Giosuè riportò, in Esodo 17, — vittoria che Saul non poté riportare, benché fosse circondato da un esercito di guerrieri scelti d’infra le dodici tribù d’Israele. Amalek cercava di fare impiccare Mardocheo; ma al contrario fu obbligato di servirgli da servitore, e di condurlo con pompa e splendore regale attraverso le vie della città. «E Haman disse al re: “All’uomo che il re voglia onorare? Si prenda la veste reale che il re suol portare, e il cavallo che il re suol montare, e sulla cui testa è posta una corona reale; si consegni la veste e il cavallo a uno dei principi più nobili del re; si rivesta di quella veste l’uomo che il re vuole onorare, lo si faccia percorrere a cavallo le vie della città e si gridi davanti a lui: Così si fa all’uomo che il re vuole onorare!” Allora il re disse a Haman: “Fa’ presto, e prendi la veste e il cavallo, come hai detto, e fa’ a quel modo a Mardocheo, a quel giudeo che siede alla porta del re; e non tralasciar nulla di quello che hai detto.” E Haman prese la veste e il cavallo, rivestì della veste Mardocheo, lo fece percorrere a cavallo le vie della città, e gridava davanti a lui: “Così si fa all’uomo che il re vuole onorare!” Poi Mardocheo tornò alla porta del re, ma Haman s’affrettò d’andare a casa sua, tutto addolorato, e col capo coperto» (Ester 6:7-12).

Qui, certamente, Israele era alla testa e Amalek alla coda. Israele, non come nazione, ma individualmente. Ma non era che il principio della sconfitta d’Amalek e della gloria d’Israele. Haman fu appeso alla forca stessa che era stata preparata per Mardocheo. «E Mardocheo uscì dalla presenza del re con una veste reale di porpora e di lino bianco, con una grande corona d’oro e un manto di bisso e di scarlatto; la città di Susa mandava grida di gioia ed era in festa»(cap. 8:15).

Non fu tutto. L’effetto di quella meravigliosa vittoria si fece sentire lontano e vicino, nelle 127 province dell’Impero. «E in ogni provincia e in ogni città, dovunque giungevano l’ordine del re e il suo decreto, vi furon tra i Giudei, gioia, allegrezza, conviti, e giorni lieti. E molti appartenenti ai popoli del paese si fecero Giudei, perché lo spavento dei Giudei s’era impossessato di loro» (cap. 8:17). E, per coronamento di tutto ciò, leggiamo che «Mardocheo, il Giudeo, era il secondo dopo il re Assuero; grande fra i Giudei, e amato dalla moltitudine dei suoi fratelli; cercò il bene del suo popolo, e parlò per la pace di tutta la sua stirpe» (cap. 10:3).

Tutto questo non ci prova forse nel modo più colpente l’immensa importanza della fedeltà individuale? Questa narrazione non è forse atta ad incoraggiarci a star saldi per la verità di Dio, checché possa accaderci? Considerate soltanto i meravigliosi risultati della condotta d’un solo uomo! Parecchi avrebbero condannato Mardocheo, e tacciato d’ostinazione inconcepibile il rifiuto di dare un semplice segno di rispetto al più grande signore dell’Impero. Ma invece era semplicemente dell’obbedienza, derivante da un cuore deciso per Dio, e le conseguenze ne furono una magnifica vittoria, i cui frutti furono raccolti dai suoi fratelli fino alle estremità della terra.

Per illuminare di più il soggetto suggerito da Deuteronomio 28:3, ricordiamo anche Daniele 3 e 6. Quivi vedremo quali risultati moralmente gloriosi possono essere ottenuti dalla fedeltà individuale al vero Dio, al momento in cui era tramontata la gloria nazionale d’Israele, quando la città santa e il popolo erano in rovina. I tre uomini fedeli rifiutano di prostrarsi davanti alla statua d’oro. Essi osano affrontare l’ira del re, resistere alla voce universale dell’impero, esporsi persino alla fornace ardente piuttosto di disobbedire. Essi potevano dare la loro vita, ma non abbandonare la verità di Dio. E quale fu il risultato della loro fedeltà? Una gloriosa vittoria! Essi camminarono in mezzo alla fornace col Figliuol di Dio, e furono tratti fuori dalla fornace per essere i testimoni ed i servitori dell’Iddio Altissimo. Glorioso privilegio! Meravigliosa dignità! E tutto ciò fu il semplice risultato dell’obbedienza. Se avessero seguito la folla e curvato la testa davanti al dio nazionale, onde sfuggire alla terribile fornace, che perdita avrebbero fatto! Ma, sia benedetto Iddio, essi furono resi capaci di tener saldamente la confessione di quella grande verità fondamentale di un Dio unico — verità che era stata calpestata in mezzo agli splendori del regno di Salomone, e il racconto della loro fedeltà ci è stato trasmesso dallo Spirito Santo, affin di incoraggiarci a camminare con passo sicuro nel sentiero della devozione individuale di fronte ad un mondo che odia Dio e rigetta Cristo, e di fronte ad una cristianità che trascura la verità. È impossibile leggere questa narrazione senza che il nuovo uomo in noi ne sia commosso e animato d’un sincero desiderio di dedicarsi più interamente a Cristo e alla sua causa preziosa.

Lo studio di Daniele ci deve produrre lo stesso effetto. Non possiamo né citare, né sviluppare questo soggetto. Vogliamo semplicemente raccomandare all’attenzione del lettore questo racconto ben atto a stimolare le anime nostre, e che presenta una lezione molto appropriata ai nostri giorni di professione rilassata, di ricerca dei propri agi, e ove non costa nulla di dare un assentimento orale alle verità del cristianesimo, mentre in realtà vi è così poco desiderio o prontezza di seguire, con un cuore intiero e deciso, un Signore rigettato, o a sottomettersi ai suoi comandamenti con un’obbedienza implicita.

In presenza di tanta fredda indifferenza, come ristora di leggere la narrazione della fedeltà di Daniele!

Con una decisione inflessibile, persisteva nella sua santa abitudine di pregare tre volte al giorno, con la finestra aperta verso Gerusalemme, benché sapesse che l’attendeva la fossa dei leoni. Avrebbe potuto chiudere la finestra, tirare le tendine, e ritirarsi nel segreto della sua camera per pregare, oppure aspettare l’ora di mezzanotte, quando nessun occhio umano l’avrebbe visto o udito. No, quel fedele servitore di Dio non voleva nascondere la sua luce sotto un maggio. Un gran principio era in gioco. Non soltanto voleva pregare il solo Dio vivente e vero, ma voleva farlo con le «finestre aperte verso Gerusalemme». E perché verso Gerusalemme? Perché quivi era il centro stabilito da Dio. Ma la città era in rovina; è vero, per il presente, sotto l’aspetto umano. Ma per la fede, e per Dio, Gerusalemme era il centro stabilito da Dio per il suo popolo terrestre. Essa lo era e lo sarà. E non sol questo, ma la sua polvere stessa è preziosa all’Eterno, e perciò Daniele era in piena comunione col pensiero di Dio quando egli apriva le sue finestre dal lato di Gerusalemme per pregare. E così facendo, egli aveva dalla sua parte le Scritture, come il lettore può vederlo in 2 Cronache 6:38: «Se tornano a te con tutto il loro cuore e con tutta l’anima loro nel paese del loro servaggio dove sono stati menati schiavi, e ti pregano rivolti al loro paese, il paese che tu desti ai loro padri, alla città che tu hai scelta, e alla casa ch’io ho costruita al tuo nome».

È su questo fondamento che Daniele agiva; e ciò senza riguardo alcuno per le opinioni umane, e senza tener conto neppure delle pene e del castigo. Preferiva essere gettato nella fossa dei leoni piuttosto di abbandonare la verità di Dio. Preferiva il cielo con una buona coscienza, che restare sulla terra con una coscienza cattiva.

E quale fu il risultato? Un altro splendido trionfo! «E Daniele fu tratto fuori dalla fossa, e non si trovò su di lui lesione di sorta, perché S’ERA CONFIDATO NEL SUO DIO».

Servitore benedetto! Nobile testimone! Certamente, egli era alla testa, in quell’occasione, e i suoi nemici alla coda. E per quale mezzo? Obbedendo semplicemente alla parola di Dio. È questo che, ai giorni attuali, pensiamo sia di grande importanza morale; ed è col desiderio di mettere in luce e d’appoggiare questa verità, che menzioniamo questi brillanti esempi di fedeltà individuale in un tempo in cui la gloria nazionale d’Israele era nella polvere, la sua unità perduta, e ove, come popolo, egli non aveva più governo. È un fatto molto interessante, pieno d’incoraggiamenti e atto a fortificare, il vedere in quei giorni, i più tenebrosi della storia d’Israele come nazione, questi esempi così notevoli di fede e di devozione personali. Richiamiamo la seria attenzione del lettore cristiano su questo punto eminentemente atto a fortificare e rilevare i nostri cuori, e a tener fermamente per la verità di Dio al tempo attuale, in cui vi sono tanti soggetti di scoraggiamento nello stato generale della chiesa professante. Non è a dire che dobbiamo aspettarci a dei risultati così pronti, così colpenti e tanto meravigliosi come nei casi che abbiamo menzionati. Non sta in questo la questione. Ciò che dobbiamo ritenere nei nostri cuori, è il fatto che, qualunque sia lo stato di ciò che porta il nome di popolo di Dio ad una certa epoca, il privilegio di ogni uomo di Dio individualmente è di seguire il sentiero stretto,e raccogliere i preziosi frutti d’una semplice obbedienza alla parola di Dio e ai comandamenti del nostro Signore e Salvatore Gesù Cristo. Siamo persuasi che sia questa una verità essenziale per i nostri giorni. Possiamo noi tutti provarne la santa potenza! Siamo in un pericolo imminente, per lo stato generale delle cose, di abbassare il livello della dedizione personale. Sarebbe un errore fatale, una suggestione positiva del nemico di Cristo e della Sua causa. Se Mardocheo, Shadrac, Meshac, Abed-Nego e Daniele avessero agito in questo modo, quale ne sarebbe stato il risultato?

Badiamoci bene, caro lettore. Abbiamo sempre presente allo spirito che il nostro dovere è di obbedire e di lasciare i risultati a Dio. Può accadere ch’Egli creda bene d’accordare ai suoi servitori di vedere dei grandi risultati, come pure di lasciarli aspettare il gran giorno a venire, ove non ci sarà più nessun pericolo che siamo gonfi d’orgoglio vedendo alcuni frutti della nostra testimonianza. Ad ogni modo, il nostro dovere chiaro e semplice è di seguire il sentiero luminoso e pieno di benedizioni, che ci è tracciato dai comandamenti del nostro Signore e Salvatore Gesù Cristo.

Iddio ce ne renda capaci per la grazia del suo Spirito Santo! Ci sia dato di rimanere attaccati con tutto il cuore alla verità di Dio, senza preoccuparci dell’opinione degli uomini che ci accuseranno forse di strettezza, di bigotteria o d’intolleranza. Non abbiamo che da seguire il Signore!

26. Capitolo 29

Con questo capitolo termina la seconda grande divisione del nostro libro. Contiene l’appello più solenne alla coscienza della congregazione. È come il riassunto e l’applicazione pratica di tutto ciò che precede in questo libro così profondo, pratico e incoraggiante. «Queste sono le parole del patto che l’Eterno comandò a Mosè di stabilire coi figliuoli d’Israele nel paese di Moab, oltre il patto che aveva stabilito con essi a Horeb» (capitolo 29:1). Abbiamo già fatto allusione a questo passo come prova fra altri della grande differenza che esiste fra il Deuteronomio e il libro che precede. Ma richiama l’attenzione del lettore sopra un altro punto. Parla di un patto speciale fatto con i figliuoli d’Israele nel paese di Moab, in virtù del quale essi dovevano essere condotti nel paese. Questo patto era tanto distinto dal patto trattato a Sinai, come lo era dal patto fatto con Abrahamo, Isacco e Giacobbe. In una parola, non era né la legge, ne la pura grazia, ma il governo esercitato in una misericordia sovrana.

È perfettamente chiaro che Israele non poteva entrare nel paese sul principio del patto di Sinai o di Horeb, poiché aveva completamente mancato facendo il vitello d’oro. Essi avevano perduto ogni diritto e ogni titolo al possesso del paese; soltanto la sovrana misericordia di Dio verso loro, in seguito alla mediazione e all’ardente intercessione di Mosè, li aveva salvati da una distruzione subitanea. È ugualmente chiaro che Israele non poteva entrare nel paese sul principio del patto di grazia trattato con Abrahamo, poiché se così fosse avvenuto, non avrebbero potuto esserne scacciati. Né l’estensione del paese che essi possedettero, né il tempo di cui ne godettero, non rispondono ai termini del patto fatto coi loro padri. Fu secondo le condizioni del patto fatto in Moab che essi entrarono in possesso temporaneo e limitato del paese di Canaan. Ma essi hanno fallito sotto il patto di Moab come sotto quello d’Horeb, cioè tanto completamente sotto il governo che sotto la legge, e perciò sono stati espulsi dal paese e dispersi in tutta la terra, secondo le dispensazioni del governo di Dio.

Ma non per sempre. Benedetto sia l’Iddio d’ogni grazia, la progenie di Abrahamo, suo amico, possederà ancora il paese di Canaan, secondo le magnifiche condizioni del patto primitivo. «I doni di grazia e l’appello di Dio sono senza pentimento» (Romani 11:29). I doni e l’appello non devono essere confusi con la legge e il governo. Il monte di Sion non può essere messo sullo stesso piede di Horeb e Moab. Il nuovo ed eterno patto di grazia, ratificato dal prezioso sangue dell’Agnello di Dio sarà gloriosamente adempiuto; lo sarà alla lettera, nonostante tutte le potenze riunite della terra e dell’inferno. «Ecco i giorni vengono, dice il Signore, che io concluderò con la casa d’Israele e con la casa di Giuda un patto nuovo; non un patto come quello che feci coi loro padri nel giorno che li presi per la mano per trarli fuori dal paese d’Egitto; perché essi non han perseverato nel mio patto, ed io alla mia volta non mi son curato di loro, dice il Signore. E questo è il patto che farò con la casa d’Israele dopo quei giorni, dice il Signore: lo porrò le mie leggi nelle loro menti; e le scriverò sui loro cuori; e sarò il loro Dio, ed essi saranno il mio popolo. E non istruiranno più ciascuno il proprio concittadino e ciascuno il proprio fratello, dicendo: Conosci il Signore! Perché tutti mi conosceranno, dal minore al maggiore di loro, poiché avrò misericordia delle loro iniquità, e non mi ricorderò più dei loro peccati. Dicendo: Un nuovo patto, Egli ha dichiarato antico il primo. Ora, quel che diventa antico e invecchia è vicino a sparire» (Ebrei 8:8-13).

Il lettore deve guardarsi accuratamente di applicare questo bel passo prezioso alla Chiesa. Farebbe, ad un tempo, torto alla verità di Dio, alla Chiesa e ad Israele. Dato la sua immensa importanza abbiamo, a parecchie riprese, insistito su questo punto nel corso dei nostri studi sul Pentateuco. Abbiamo la profonda ed intima convinzione che nessuno, se confonde Israele e la Chiesa, possa comprendere e ancor meno spiegare la parola di Dio. Le due cose sono tanto distinte quanto il cielo e la terra. Se dunque vogliamo applicare alla Chiesa quel che Dio dice d’Israele, di Gerusalemme e di Sion, non può risultarne che una completa confusione. Questo sistema d’interpretazione della parola di Dio distrugge ogni esattezza, toglie alla Scrittura quella santa precisione e quella sicurezza divina che essa è destinata a produrre. Questo sistema porta pregiudizio all’integrità della verità, nuoce alle anime dei santi, e ostacola i loro progressi nella vita divina e nell’intelligenza spirituale. In una parola, non potremmo esortare abbastanza il lettore a stare in guardia contro un metodo così falso d’interpretare le Sante Scritture.

Dobbiamo guardarci dal manomettere il disegno della profezia e la vera applicazione delle promesse di Dio. Non abbiamo nessun diritto d’intervenire nella sfera divinamente tracciata dei patti; l’apostolo ci dice positivamente, nel nono capitolo ai Romani, che essi appartengono ad Israele, e se cerchiamo di toglierli ai padri dell’Antico Testamento per trasferirli alla Chiesa di Dio, al corpo di Cristo, facciamo quel che l’Eterno Iddio non sanzionerà mai.

La Chiesa non fa parte delle vie di Dio verso Israele e la terra. Il suo posto, i suoi privilegi, le sue speranze sono interamente celesti. Essa vien formata durante il tempo del rigetto di Cristo, per essere associata a Lui, là ove Egli è al presente, nascosto nei cieli, ed è chiamata a condividere la sua gloria nel giorno futuro. Se il lettore ha afferrato questa grande e gloriosa verità, essa l’aiuterà molto a porre ogni cosa al suo vero posto. Portiamo ora la nostra attenzione sull’applicazione pratica alla coscienza di ogni membro della congregazione, di tutto ciò che è passato dinanzi ai nostri sguardi.

«Mosè convocò dunque tutto Israele, e disse loro: Voi avete veduto tutto quello che l’Eterno ha fatto sotto gli occhi vostri, nel paese d’Egitto, a Faraone, a tutti i suoi servitori e a tutto il suo paese; gli occhi tuoi han veduto le calamità grandi con le quali furon provati, quei miracoli, quei gran prodigi; ma fino a questo giorno, l’Eterno non v’ha dato un cuore per comprendere, né occhi per vedere, né orecchi per udire».

Questo è particolarmente solenne. I miracoli e i prodigi più stupefacenti possono operarsi dinanzi a noi, e lasciare il cuore insensibile. Queste cose possono produrre un effetto passeggero sullo spirito e sui sentimenti naturali; ma, a meno che la coscienza sia condotta nella luce della presenza divina, e che il cuore sia stato posto sotto l’azione immediata della verità, per mezzo della potenza dello Spirito di Dio, non vi sarà nessun risultato permanente. Nicodemo concludeva dai miracoli di Cristo ch’Egli era un dottore venuto da Dio; ma ciò non bastava. Doveva imparare il profondo e meraviglioso significato di quella verità: «Bisogna che nasciate di nuovo». Una fede fondata su dei miracoli può lasciare un’anima senza il possesso della salvezza, senza benedizione, senza conversione; terribilmente responsabile, senza dubbio, ma assolutamente inconvertita. Leggiamo alla fine del secondo capitolo dell’evangelo di Giovanni che molti professarono di credere in Cristo, quando videro i suoi miracoli; ma «Egli non si fidava loro». Non c’era opera divina, niente in cui uno si potesse fidare. Vi deve essere una vita nuova, una nuova natura, ed è appunto ciò che i miracoli e i segni non possono comunicare. Bisogna che nasciamo di nuovo, che nasciamo dalla Parola e dallo Spirito di Dio. La nuova vita è comunicata dal seme incorruttibile dell’evangelo di Dio, piantato nel cuore dalla potenza dello Spirito Santo. Non è una fede dell’intelligenza fondata su dei miracoli, ma la fede del cuore nel Figliuol di Dio. Un qualcosa che non si poteva conoscere sotto la legge o sotto il governo. «Il dono di Dio è la vita eterna nel Cristo Gesù» (Romani 6:23). Dono prezioso! Gloriosa sorgente! Canale benedetto! Lode universale sia resa per sempre all’eterna Trinità.

«Io vi ho condotti quarant’anni nel deserto; le vostre vesti non vi si son logorate addosso, né i vostri calzari vi si son logorati ai piedi. Non avete mangiato pane, non avete bevuto vino né bevanda alcoolica, affinché conosceste che io sono l’Eterno, il vostro Dio» (vers. 5-6). Cure meravigliose! La mano stessa di Dio li vestiva e li nutriva. «L’uomo mangiò del pane dei potenti» (Salmo 78:25). Non avevano bisogno divino, né di cervogia, né di stimolanti. «Bevevano alla roccia spirituale che li seguiva: e la roccia era Cristo» (1 Corinzi 10:4). Quella sorgente pura li dissetava nel deserto arido, e la manna celeste li sosteneva giorno per giorno. La sola cosa di cui avevano bisogno era la capacità di godere di quelle risorse divine.

Qui, purtroppo, simili a noi, fallirono. Si stancarono del cibo celeste, e concupirono altre cose. Come è triste che noi facciamo come loro! Quanto è umiliante che noi sappiamo apprezzare così poco Colui che dovrebbe esserci così prezioso, quel Gesù che Dio ci ha dato affinché sia la nostra vita, la nostra parte, il nostro oggetto, il nostro tutto in tutti! Com’è terribile di riconoscere che i nostri cuori ricercano le misere vanità e le follie di questo povero mondo che passa, le sue ricchezze, i suoi onori, la sua stima, i suoi piaceri, tutte quelle cose che periscono, e che, se pur durassero, non sono da paragonare con le «ricchezze inscrutabili di Cristo!». Possa Iddio, nella sua infinita bontà, concederci secondo le ricchezze della Sua gloria, «d’essere potentemente fortificati mediante lo Spirito Suo, nell’uomo interiore, e faccia sì che Cristo abiti per mezzo della fede nei nostri cuori, affinché essendo radicati e fondati nell’amore, siamo resi capaci di comprendere con tutti i santi qual sia la larghezza, la lunghezza, l’altezza e la profondità dell’amore di Cristo che sorpassa ogni conoscenza, affinché giungiamo ad esser ripieni di tutta la pienezza di Dio» (Efesini 3:16-20). Oh! possa questa preghiera trovare una risposta nella profonda e costante esperienza di ciascuno di noi!

«E quando siete arrivati a questo luogo, e Sihon re di Heshbon, e Og re di Basan» — questi formidabili e terribili nemici, — «sono usciti contro noi per combattere, noi li abbiamo sconfitti, abbiam preso il loro paese, e l’abbiamo dato come proprietà ai Rubeniti, ai Gaditi e alla mezza tribù di Manasse» (vers. 7-8). Oserebbe qualcuno paragonare ciò con quel che la storia narra riguardo all’invasione dell’America del Sud da parte degli Spagnoli? Ci si sbaglierebbe grandemente, poiché Israele aveva l’autorità diretta di Dio per agire come fece a riguardo di Sihon e di Og, mentre gli Spagnoli non erano per nulla autorizzati a trattare, come lo fecero, i poveri selvaggi ignoranti dell’America del Sud. Ecco l’immensa differenza fra i due casi. Iddio e la sua autorità rispondono perfettamente ad ogni questione, e risolvono ogni difficoltà. Possiamo, noi avere questo fatto importante scolpito nella nostra mente come antidoto divino contro tutti i suggerimenti dell’incredulità!

«Osserva dunque le parole di questo patto» — quello di Moab, — «e mettetele in pratica, affinché prosperiate in tutto ciò che farete» (vers. 9). L’obbedienza semplice alla Parola di Dio è stata e sarà sempre il segreto profondo e reale di ogni vera prosperità. Naturalmente, per il cristiano, la prosperità non sta nelle cose terrestri o materiali, ma nelle cose celesti e spirituali, e non bisogna mai dimenticare che i progressi o la prosperità nella vita divina non sono possibili che per mezzo di un’obbedienza implicita a tutti i comandamenti del nostro adorabile Signore e Salvatore Gesù Cristo. «Se dimorate in Me, e le mie parole dimorano in voi, domanderete ciò che vorrete e vi sarà fatto. In questo è glorificato il Padre mio: che portiate molto frutto, e così sarete miei discepoli. Come il Padre mi ha amato, così anch’io ho amato voi; dimorate nel mio cuore. Se osservate i miei comandamenti, dimorerete nel mio amore; com’io ho osservato i comandamenti del Padre mio, e dimoro nel suo amore» (Giovanni 15:7-10). Tale è la vera prosperità cristiana! Desideriamola ardentemente e procacciamo con diligenza il vero mezzo di raggiungerla!

«Oggi voi comparite tutti davanti all’Eterno, al vostro Dio, i vostri capi, le vostre tribù, i vostri anziani, i vostri ufficiali, tutti gli uomini d’Israele, i vostri bambini», — fatto commovente ed interessante, — «le vostre mogli, lo straniero ch’è in mezzo al tuo campo, da colui che ti spacca la legna a colui che ti attinge l’acqua, per entrare nel patto dell’Eterno, ch’è il tuo Dio: patto formato con giuramento, e che l’Eterno, il tuo Dio, fa oggi con te, per stabilirti oggi come suo popolo, e per essere tuo Dio, come ti disse, e come giurò ai tuoi padri, ad Abrahamo, ad Isacco e a Giacobbe. E non soltanto con voi fo io questo patto e questo giuramento, ma con quelli che stanno qui oggi con noi davanti all’Eterno, ch’è l’Iddio nostro, e con quelli che non son qui oggi con noi. Poiché voi sapete come abbiam dimorato nel paese d’Egitto, e come siamo passati per mezzo alle nazioni che avete attraversate, e avete vedute le loro abominazioni e gl’idoli di legna, di pietra, d’argento e d’oro, che son fra quelle» (vers. 10:17).

Questo serio appello è non soltanto generale, ma anche del tutto individuale; è molto importante da notare. Siamo sempre propensi a generalizzare, e in tal modo a lasciar da parte l’applicazione della verità alla nostra coscienza individuale. È un grave errore ed una perdita seria per le anime nostre. Ognuno di noi è responsabile di obbedire implicitamente ai comandamenti del nostro Signore. È così che entriamo nel godimento reale della nostra relazione, come Mosè lo dice al popolo: «Per stabilirti oggi come suo popolo, e per esser tuo Dio». Nulla di più prezioso e tuttavia nulla di più semplice. Non vi è in ciò nulla di vago, di oscuro o di mistico. Si tratta semplicemente di avere i suoi comandamenti serrati nei nostri cuori, agenti nelle nostre coscienze, e manifestati nella nostra vita. Tale è il vero segreto per realizzare abitualmente la nostra relazione col nostro Padre e col nostro Signore e Salvatore Gesù Cristo.

Chiunque s’immagina di poter godere del felice sentimento d’una relazione intima con Dio, pur vivendo nella negligenza abituale dei comandamenti del nostro Signore è il giocattolo d’una pericolosa illusione. «Se osservate i miei comandamenti, dimorerete nel mio amore». Ecco il gran punto. Ponderiamolo seriamente: «Se mi amate, osservate i miei comandamenti». Non chiunque mi dice: Signore, Signore, entrerà nel regno dei cieli, ma chi fa la volontà del Padre mio che è nei cieli» (Matteo 7:21) «Poiché chiunque avrà fatta la volontà del Padre mio che è nei cieli, esso mi è fratello e sorella e madre» (Matteo 12:50). «La circoncisione è nulla, e la incirconcisione è nulla; ma l’osservanza dei comandamenti di Dio è tutto» (1 Corinzi 7:19).

Quali parole appropriate ai giorni nostri di professione rilassata, negletta e mondana! Possano esse penetrare profondamente nei nostri cuori, prender possesso di tutto il nostro essere morale, e portare del frutto in ognuno di noi! Questo lato pratico delle cose è di grande importanza. Cercando di metter da parte tutto quel che assomiglia al legalismo, corriamo gran rischio di gettarci in un male opposto, cioè il rilassamento carnale. I passi della Santa Scrittura che abbiamo citato — e ce ne sono molti altri — ci presentano la salvaguardia divina contro questi due errori perniciosi e mortali. È perfettamente vero che siamo condotti nella santa relazione di figliuoli dalla grazia sovrana di Dio, dalla potenza della sua Parola e del suo Spirito. Questo solo fatto taglia alla sua radice ogni seme nocivo di legalismo.

Ma questa relazione ha delle affezioni che le sono proprie; ha i suoi doveri e le sue responsabilità; riconoscendole realmente, avremo il vero rimedio contro il terribile male del rilassamento carnale che prevale da ogni lato. Se siamo liberati dalle opere della legge — come, grazie a Dio, lo siamo come veri cristiani, non è per non far nulla, né per compiacere a noi stessi, ma affinché le opere di vita si producano in noi alla gloria di Colui di cui portiamo il nome, a cui apparteniamo e che, per tutti i motivi possibili, ha diritto al nostro amore, alla nostra obbedienza e al nostro servizio.

Possiamo noi, caro lettore, applicare seriamente i nostri cuori a quest’ordine di cose pratico. Siamo imperiosamente chiamati a farlo, e possiamo contare pienamente sulla grazia abbondante del nostro Signor Gesù Cristo, per essere resi capaci di rispondere a quell’appello, nonostante i mille ostacoli e le difficoltà che si trovano sul nostro sentiero. Oh! vi possa essere un’opera più profonda della grazia nelle anime nostre, un cammino più intimo con Dio, un carattere di discepoli più pronunciato.

Ascoltiamo ora il solenne appello del legislatore: egli esorta il popolo a badare che «non vi sia fra voi uomo o donna, o famiglia o tribù che volga oggi il cuore lungi dall’Eterno, ch’è il nostro Dio, per andare a servire agli dèi di quelle nazioni; non siavi tra voi radice alcuna che produca veleno e assenzio» (vers. 18).

L’apostolo richiama queste serie parole nell’epistola agli Ebrei: «Badando bene, dice egli, che nessuno resti privo della grazia di Dio; che nessuna radice velenosa venga fuori a darvi molestia sì che molti di voi restino infetti» (Ebrei 12:15). Com’è salutare quest’esortazione, e come mostra bene la solenne responsabilità di tutti i cristiani gli uni verso gli altri, la cura gelosa, santa e pia, che dobbiamo avere l’uno dell’altro. Purtroppo, è una cosa ben poco capita o riconosciuta. Non tutti siamo chiamati ad essere pastori o dottori, e il passo citato non s’indirizza particolarmente a quelli che sono tali. Riguarda tutti i cristiani, e dobbiamo prestarvi attenzione. Da ogni parte si odono dei lagni sulla mancanza di cure pastorali, e, infatti, la Chiesa di Dio manca di veri pastori, come anche di tutti gli altri doni. Ma c’era da prevederlo. Come sarebbe altrimenti? Come aspettarsi ad un’abbondanza di doni spirituali nel misero stato in cui ci troviamo attualmente. Lo Spirito è contristato e spento dalle nostre lamentevoli divisioni, dalla nostra mondanità, dalla nostra generale mancanza di fedeltà. C’è forse da meravigliarsi della nostra deplorevole povertà?

Ma in mezzo alla nostra rovina e alla nostra desolazione spirituale, il nostro prezioso Signore e Salvatore spiega le sue tenere e profonde compassioni; e se soltanto volessimo umiliarci sotto la sua potente mano, Egli ci rileverebbe nella sua misericordia, e ci renderebbe atti a colmare in vari modi questa lacuna di doni pastorali in mezzo a noi. Potremmo, col soccorso della sua grazia preziosa, vegliare con più diligenza ed amore gli uni sugli altri, e cercare i progressi spirituali e la prosperità l’uno dell’altro.

Non s’immagini il lettore che noi abbiamo l’intenzione di incoraggiare delle investigazioni indiscrete, o uno spionaggio non scusabile fra cristiani. Lungi da noi questo pensiero! Consideriamo invece queste cose come perfettamente intollerabili nella Chiesa di Dio. Esse sono l’antipode delle cure pastorali, sante, tenere e devote, di cui parliamo, e che vorremmo vedere esercitate fra noi.

Il lettore non vede forse che, pur tenendoci più possibile separati da questo male, possiamo interessarci con amore gli uni per gli altri, ed esercitare con preghiera questa santa e accurata vigilanza, che può impedire che qualche radice d’amarezza germogli in mezzo a noi? È vero che non siamo tutti chiamati ad essere pastori; è vero pure che nella Chiesa di Dio, vi è una affliggente penuria di quei veri pastori dati dal Capo della Chiesa — di quegli uomini dotati d’una potenza e d’un cuore veramente pastorali. È incontestabile e, per questo stesso motivo, il cuore dei diletti del Signore, in ogni luogo, dovrebbe essere spinto ad implorare da Lui la grazia d’essere resi atti ad esercitare quelle tenere cure e quella vigilanza fraterna gli uni verso gli altri, ciò che supplirebbe molto alla penuria di pastori fra noi. Nel passo di Ebrei 12, non è parlato di pastori. È semplicemente una seria esortazione rivolta a tutti i cristiani.

Quanto è necessaria questa vigilanza, e che terribili radici quelle di cui è parlato! Come sono amare, e, come i germogli si estendono sovente! Che danno irreparabile causano! Quanti sono contaminati da esse! Quanti preziosi legami d’amicizia hanno spezzato, e quanti cuori straziato! Sì, lettore, quante volte alcune cure pastorali e giudiziose, qualche riguardo fraterno, un consiglio affettuoso e pio, avrebbero distrutto il principio del male nella sua radice, e impedito così una quantità di mali e di dolori. Ci sia dato di avere a cuore tutte queste cose, e chiedere con più insistenza la grazia necessaria per fare quel che è in nostro potere, onde impedire che queste radici d’amarezza germoglino e spandano lontano la loro influenza deleteria!

Ascoltiamo ora altre parole serie e penetranti del venerabile legislatore. Egli ci pone dinanzi un quadro solenne della fine di colui che ha dato luogo al germogliamento della radice d’amarezza.

«E non avvenga che alcuno, dopo aver udito le parole di questo giuramento, si lusinghi in cuor suo dicendo: Avrò pace, anche se camminerò secondo la caparbietà del mio cuore; in guisa che chi ha bevuto largamente tragga a perdizione chi ha sete» (vers. 19). Fatale illusione quella che consiste a gridare, pace, quando non c’è pace, ma il giudizio e l’ira a venire. — «L’Eterno non vorrà perdonargli; ma in tal caso l’ira dell’Eterno e la sua gelosia s’infiammeranno contro quell’uomo» — invece della pace che si prometteva vanamente; — «e tutte le maledizioni scritte in questo libro si poseranno su lui, e l’Eterno cancellerà il nome di lui di sotto al cielo» (vers. 20). Terribile avvertimento rivolto a quelli che agiscono come radici d’amarezza fra il popolo di Dio, e a tutti quelli che li incoraggiano!

«E l’Eterno lo separerà, per sua sventura, da tutte le tribù d’Israele, secondo tutte le maledizioni del patto scritto in questo libro della legge. La generazione a venire, i vostri figliuoli che sorgeranno dopo di voi, e lo straniero che verrà da paese lontano, anzi tutte le nazioni, quando vedranno le piaghe di questo paese e le malattie onde l’Eterno l’avrà afflitto, e che tutto il suo suolo sarà zolfo, sale, arsura e non vi sarà più sementa, né prodotto, né erba di sorta che vi cresca, come dopo la rovina di Sodoma, di Adma e di Tseboim che l’Eterno distrusse nella sua ira e nel suo furore, diranno...» (vers. 21-23). Che esempi impressionanti delle vie governamentali dell’Iddio vivente, e come queste parole dovrebbero risuonare come voce di tuono alle orecchie di tutti quelli che volgono in dissoluzione la grazia del nostro Dio, e rinnegano il nostro unico Padrone e Signore Gesù Cristo! (Giuda 4).

«Tutte le nazioni... diranno: Perché l’Eterno ha egli trattato così questo paese? Perché l’ardore di questa ira? E si risponderà: Perché hanno abbandonato il patto dell’Eterno, dell’Iddio dei loro padri, il patto ch’egli firmò con loro quando li ebbe tratti dal paese d’Egitto, perché sono andati a servire ad altri dèi e si son prostrati dinanzi a loro: dèi ch’essi non avevano conosciuti, e che l’Eterno non aveva assegnati loro. Per questo s’è accesa l’ira dell’Eterno contro questo paese per far venire su di esso tutte le maledizioni scritte in questo libro; e l’Eterno li ha divelti dal loro suolo con ira, con furore, con grande indignazione, e li ha gettati in un altro paese come oggi si vede» (vers. 24-28).

Lettore, come sono solenni queste parole, con quale potenza fanno risaltare ciò che dice l’apostolo Paolo: «È cosa spaventevole cadere nelle mani dell’Iddio vivente» e anche: «Il nostro Dio è un fuoco consumante».

Come la chiesa professante dovrebbe fare attenzione a questi avvertimenti, poiché certamente dovrebbe trarre molto ammaestramento dalla storia delle vie di Dio verso il suo popolo Israele; Romani 11 è particolarmente chiaro e concludente su questo punto. L’apostolo, parlando del giudizio divino sui rami increduli dell’ulivo, s’indirizza nel seguente modo alla cristianità: «E se pure alcuni dei rami sono stati troncati, e tu, che sei olivastro, sei stato innestato in luogo loro e sei divenuto partecipe della radice e della grassezza dell’ulivo, non t’insuperbire contro ai rami; ma, se t’insuperbisci, sappi che non sei tu che porti la radice, ma la radice che porta te. Allora tu dirai: Sono stati troncati dei rami perché io fossi innestato. Bene: sono stati troncati per la loro incredulità, e tu sussisti per la fede. NON T’INSUPERBIRE, MA TEMI. Perché se Dio non ha risparmiato i rami naturali, non risparmierà neppure te. Vedi dunque la benignità e la severità di Dio; la severità verso quelli che son caduti; ma verso te la benignità di Dio, se pur tu perseveri nella sua benignità; altrimenti, anche tu sarai reciso» (Romani 11:17-22).

Purtroppo! la chiesa professante non ha perseverato nella bontà di Dio. È impossibile di leggere la sua storia, alla luce della Scrittura, e non riconoscere questo fatto. Essa non ha perseverato, e dinanzi a sé non ha che l’ira dell’Iddio Onnipotente. Le dilette membra del corpo di Cristo che, triste a dire, si sono mescolate alla massa corrotta del corpo professante, ne saranno tratte fuori e saranno radunate nel posto preparato per loro nella casa del Padre. Dovranno allora, se non l’hanno fatto prima, riconoscere il loro torto di essere rimaste in relazione con ciò che era opposto in modo flagrante al pensiero di Cristo, come le Sante Scritture ce lo rivelano in semplicità e divina chiarezza.

Ma riguardo alla grande cosa conosciuta sotto il nome di cristianità, essa sarà «vomitata» e «recisa». Sarà loro mandato un energia d’errore onde credano alla menzogna «affinché tutti quelli che non han creduto alla verità, ma si son compiaciuti nell’iniquità, siano giudicati» (2 Tessalonicesi 2:11-12).

Parole terribili! possano esse risuonare alle orecchie e raggiungere i cuori di quelle migliaia d’anime che vivono giorno dopo giorno, settimane dopo settimane, anni dopo anni, con la forma della pietà ma avendone rinnegata la potenza, «amici delle voluttà, anzichè di Dio» (2 Timoteo 3:4-5).

Com’è spaventevole lo stato e la sorte di quelle migliaia d’anime che corrono ai piaceri e si precipitano ciecamente, storditamente, con le loro folli passioni, sul pendio ripido d’una miseria disperata ed eterna! Voglia Iddio, nella Sua bontà infinita, per la potenza del Suo Spirito e l’azione potente della sua Parola, svegliare i cuori dei suoi in ogni luogo a un sentimento più profondo e più reale di queste cose!

Prima di terminare questo capitolo, dobbiamo ora dirigere brevemente l’attenzione del lettore sull’ultimo versetto. È uno di quei passi della Scrittura mal capiti e male applicati. «Le cose occulte appartengono all’Eterno, al nostro Dio, ma le cose rivelate sono per noi e per i nostri figliuoli, in perpetuo, perché mettiamo in pratica tutte le parole di questa legge »(vers. 29). Ci si serve costanteménte di questo versetto per ostacolare i progressi delle anime nella conoscenza delle «cose profonde di Dio», ma il suo significato semplicissimo è questo: le cose «rivelate» sono quelle che abbiamo avuto davanti a noi nel capitolo precedente di questo libro; le cose «nascoste» sono quelle risorse di grazia che Iddio aveva in serbo per manifestarle quando il popolo avrebbe totalmente mancato di «praticare tutto ciò che è scritto nel libro della legge». Le cose rivelate sono quelle che Israele avrebbe dovuto fare e non ha fatto; le cose nascoste sono quelle che Dio vuol fare, nonostante i tristi e vergognosi mancamenti d’Israele, cose che ci sono presentate nei capitoli seguenti; quei consigli d’una grazia divina e d’una sovrana misericordia che si spiegheranno quando Israele avrà imparato a fondo la lezione risultante dal suo mancamento completo ai due patti di Moab e di Horeb.

Questo passo dunque, ben compreso, lungi dall’autorizzare l’interpretazione che gli si dà abitualmente, incoraggia piuttosto il cuore a investigare quelle cose che, benché nascoste ad Israele, nelle pianure di Moab, ci sono pienamente e chiaramente rivelate, per il nostro profitto, la nostra consolazione e la nostra edificazione (*). Lo Spirito Santo è disceso nel giorno della Pentecoste, per condurre i discepoli in tutta la verità. Il canone delle Scritture è completo; tutti i disegni e i consigli di Dio sono pienamente rivelati. Il mistero della Chiesa completa il cerchio intero della verità divina. L’apostolo Giovanni poteva dire a tutti i figli di Dio: «Quanto a voi, avete l’unzione del Santo, e conoscete ogni cosa» (1 Giovanni 2:20).

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(*) 1 Corinzi 2:9 è pure uno di quei passi mal capiti e male applicati: «Ma come è scritto: Le cose che occhio non ha vedute e che orecchio non ha udite, e che non son salite in cuor d’uomo, sono quelle che Dio ha preparate per quelli che l’amano». Qui molte persone s’arrestano e concludono che ci è impossibile di sapere qualcosa delle cose preziose che Dio ha in serbo per noi. Ma il versetto che segue prova che una tale conclusione è errata, poiché è aggiunto: «Ma a noi Dio le ha rivelate per mezzo dello Spirito; perché lo Spirito investiga ogni cosa, anche le cose profonde di Dio. Infatti, chi fra gli uomini conosce le cose dell’uomo se non lo spirito dell’uomo che è in lui? E così nessuno conosce le cose di Dio, se non lo Spirito di Dio. Or noi» — cioè tutti i figliuoli di Dio, — abbiam ricevuto non lo spirito del mondo, ma lo Spirito che vien da Dio, affinché conosciamo le cose che ci sono state donate da Dio». Talché questo passo, come quello di Deuteronomio 29:29 insegna l’opposto stesso di quel che ne è costantemente dedotto. Com’è importante di esaminare e ponderare il contesto dei passi che si citano.
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Tutto il Nuovo Testamento fornisce dunque delle prove evidenti dell’interpretazione errata che si dà così sovente di Deuteronomio 29:29.

Abbiamo insistito su questo punto, sapendo quanto la sua falsa interpretazione arresta il progresso di molti cari figli di Dio nella conoscenza delle cose di Dio. Il nemico cerca sempre di mantenere le anime nell’oscurità, quando invece dovrebbero camminare alla luce splendente della rivelazione divina; egli si sforza di ritenere allo stato di piccoli fanciulli nutrentisi di latte, mentre dovremmo, come «uomini fatti», nutrirci di quella carne solida di cui la Chiesa di Dio è così ampiamente provvista. Vediamo ben debolmente quanto lo Spirito di Dio è contristato e Cristo disonorato, a causa del basso livello che esiste in mezzo a noi riguardo alle cose di Dio! Dov’è che i privilegi propri al cristiano sono compresi, creduti e realizzati? Com’è mai limitata la nostra intelligenza delle cose divine, e com’è lenta la nostra crescita a questo riguardo! Com’è debole presso di noi nella pratica la manifestazione della verità di Dio! Che epistola di Cristo, poco distinta, presentiamo!

Caro lettore cristiano, riflettiamo seriamente su queste cose in presenza di Dio! Cerchiamo con integrità la radice di tutti questi mancamenti, giudichiamola e strappiamola affinché possiamo testimoniare più fedelmente a chi apparteniamo e chi serviamo! E diventi così più evidente che Cristo è il nostro unico oggetto!

27. Capitolo 30

Questo capitolo è profondamente interessante e di grande importanza. È profetico, e ci presenta alcune delle «cose nascoste» a cui la fine del capitolo precedente fa allusione. Esso rivela alcune delle preziose risorse racchiuse nel cuore di Dio, e che si manifesteranno quando Israele, per non aver osservato la legge, sarà disperso fino agli estremi limiti della terra.

«Or quando tutte queste cose ch’io t’ho posto dinanzi, la benedizione e la maledizione, si saranno effettuate per te, e tu te le ridurrai a memoria fra tutte le nazioni, dove l’Eterno, il tuo Dio, t’avrà sospinto, e ti convertirai all’Eterno, al tuo Dio, e ubbidirai alla sua voce, tu e i tuoi figliuoli, con tutto il tuo cuore e con l’anima tua, secondo tutto ciò che oggi io ti comando, l’Eterno, il tuo Dio, farà ritornare i tuoi dalla schiavitù, avrà pietà di te, e ti raccoglierà di nuovo fra tutti i popoli, fra i quali, l’Eterno, il tuo Dio, t’aveva disperso» (vers. 1-3).

Come tutto ciò è commovente e perfettamente bello! Non si tratta d’osservazione della legge, ma di qualcosa d’infinitamente più profondo e più prezioso; è il ritorno di cuore e d’anima, all’Eterno, in un tempo ove l’obbedienza letterale alla legge era del tutto impossibile. È un cuore rotto e contrito che si volge verso Dio, e Dio che lo riceve, nelle sue tenere e profonde compassioni. Tale è la vera benedizione in tutti i luoghi e in tutti i tempi. È qualcosa al disopra e al di là di tutte le vie dispensazionali. È Dio stesso, in tutta la sua pienezza e la sua ineffabile grazia, che riceve un’anima pentita, e possiamo dire, in verità, che quando quest’incontro avviene, tutto è perfettamente ed eternamente regolato.

Dev’essere ben evidente al lettore, che quel che abbiamo ora sotto gli occhi è qualcosa di tanto lontano dall’osservanza della legge e dalla giustizia dell’uomo, quanto il cielo è lontano dalla terra. Il primo versetto del nostro capitolo prova, nel modo più evidente, che il popolo d’Israele è considerato quivi in una tale condizione per cui la messa in pratica degli ordinamenti della legge era un’impossibilità. Ma, ne sia benedetto Iddio, non vi è luogo così remoto su tutta la superficie della terra dove il cuore non possa volgersi verso Dio. Se le mani non potevano presentare la vittima all’altare; o se i piedi erano incapaci di camminare sino al luogo designato per il culto, il cuore nondimeno poteva andare fino a Dio. Sì, il povero cuore fiaccato, rotto, contrito, poteva andare direttamente a Dio, e Dio, nella profondità delle sue compassioni e della sua tenera misericordia, poteva andare incontro a quel cuore, fasciare le sue piaghe, e riempirlo fino a traboccare delle ricche consolazioni del suo amore e della piena gioia della sua salvezza.

Ma ascoltiamo ancora queste «cose occulte» che «appartengono all’Eterno», cose preziose al di là di ogni umano pensiero. «Quand’anche i tuoi esuli fossero all’estremità dei cieli, l’Eterno, il tuo Dio, ti raccoglierà di là, e di là ti prenderà. L’Eterno, il tuo Dio, ti ricondurrà nel paese che i tuoi padri avevano posseduto, e tu lo possederai; ed egli ti farà del bene, e ti moltiplicherà più dei tuoi padri» (vers. 4-5).

Queste parole sono ben preziose, ma vi è qualcosa di meglio. Non solo l’Eterno li radunerà, li ricondurrà e li moltiplicherà, e agirà in potenza in loro favore, ma opererà in loro una potente opera di grazia, d’un valore, ben maggiore di una prosperità esteriore. «E l’Eterno, il tuo Dio, circonciderà il tuo cuore e il cuore della tua progenie affinché tu ami l’Eterno, il tuo Dio, con tutto il tuo cuore e con tutta l’anima tua; e così tu viva. E l’Eterno, il tuo Dio, farà cadere tutte queste maledizioni sui tuoi nemici e su tutti quelli che t’avranno odiato e perseguitato. E tu ti convertirai, ubbidirai alla voce dell’Eterno, e metterai in pratica tutti questi comandamenti che oggi ti dò» (vers. 6-8).

Nulla può uguagliare la bellezza morale di questa parola. Questo popolo radunato, ricondotto, moltiplicato, circonciso di cuore, interamente consacrato all’Eterno, e che obbedisce sinceramente a tutti i suoi preziosi comandamenti! Quale benedizione potrebbe sorpassare questa per un popolo sulla terra?

«E l’Eterno, il tuo Dio, ti colmerà di beni, facendo prosperare tutta l’opera delle tue mani, il frutto delle tue viscere, il frutto del tuo bestiame e il frutto del tuo suolo; poiché l’Eterno si compiacerà di nuovo nel farti del bene, come si compiacque nel farlo ai tuoi padri, perché ubbidirai alla voce dell’Eterno, ch’è il tuo Dio, osservando i suoi comandamenti e i suoi precetti scritti in questo libro della legge, perché ti sarai convertito all’Eterno, al tuo Dio, con tutto il tuo cuore e con tutta l’anima tua. Questo comandamento che oggi di dò, non è troppo alto per te, né troppo lontano da te. Non è nel cielo, perché tu dica: Chi salirà per noi nel cielo e ce lo recherà e ce lo farà udire perché lo mettiamo in pratica? Non è di là dal mare, perché tu dica: Chi passerà per noi di là dal mare e ce lo recherà e ce lo farà udire perché lo mettiamo in pratica? Invece questa parola è molto vicina a te; è nella tua bocca e nel tuo cuore, perché tu la metta in pratica» (vers. 9-14).

Questo passo è particolarmente interessante. Dà la chiave di quelle «cose occulte», a cui abbiamo già fatto allusione, e mette innanzi i grandi principi della giustizia divina, in contrasto vivente e magnifico con la giustizia legale sotto tutti i suoi aspetti. Secondo la verità qui rivelata, poco importa ove l’anima si trova: «La parola è molto vicina a te». Non poteva essere più vicina; poiché essa è «nella tua bocca e nel tuo cuore». Non c’è da fare, per così dire, nessun movimento per raggiungerla. Se fosse al disopra di noi o al dilà, potremmo lagnarci della nostra incapacità per arrivarvi. Ma così non è; non ci occorrono né le nostre mani né i nostri piedi, in questo affare così importante. Son chiamati soli ad agire il cuore e la bocca.

Vi è una bellissima allusione a questo passo nel capitolo 10 dell’epistola ai Romani. La citeremo per esteso.

«Fratelli, il desiderio del mio cuore e la mia preghiera a Dio per loro è che siano salvati. Poiché io rendo loro testimonianza che hanno zelo per le cose di Dio, ma zelo senza conoscenza. Poiché, ignorando la giustizia di Dio, e cercando di stabilire la loro propria, non si son sottoposti alla giustizia di Dio, poiché il termine della legge è Cristo, per esser giustizia ad ognuno che crede. Infatti Mosè descrive così la giustizia che vien dalla legge: L’uomo che farà quelle cose, vivrà per esse. Ma la giustizia che vien dalla fede dice così: Non dire in cuor tuo: Chi salirà in cielo? (questo è un farne scendere Cristo) né: Chi scenderà nell’abisso? (questo è un far risalire Cristo d’infra i morti). Ma che dice ella? La parola è presso di te, sulla tua bocca e nel tuo cuore; questa è la parola della fede che noi predichiamo; perché, se con la bocca avrai confessato Gesù come Signore; e avrai creduto col cuore che Dio l’ha risuscitato dai morti, sarai salvato; infatti col cuore si crede per ottener la giustizia e con la bocca si fa confessione per esser salvati. Difatti la Scrittura dice: Chiunque crede in Lui, non sarà svergognato».

Notate la parola: «chiunque». Comprende certamente il Giudeo. Questa parola s’indirizza a lui, povero esiliato, ovunque sia, alle estremità della terra, in circostanze in cui l’obbedienza alla legge, come tale, era impossibile; ma ove la ricca e preziosa grazia di Dio e la sua gloriosa salvezza potevano incontrarlo nella sua profonda miseria. Là ove non gli era possibile osservare la legge, egli poteva confessare il Signore Gesù con la bocca, e credere nel suo cuore che Dio l’aveva risuscitato d’infra i morti; e qui sta la salvezza.

Ma allora, questo «chiunque» non può assolutamente limitarsi al Giudeo; perciò l’apostolo dice: «Non c’è distinzione fra Giudeo e Greco». Sotto la legge, vi era la più grande differenza possibile. La linea di demarcazione tracciata dal legislatore fra il Giudeo e il Greco non avrebbe potuto essere più distinta o più profonda; ma questa linea è cancellata per due motivi: anzitutto perché «tutti hanno peccato e son privi della gloria di Dio» (Romani 3:23). E in secondo luogo, perché «lo stesso Signore è Signore di tutti, ricco verso tutti quelli che lo invocano; poiché chiunque avrà invocato il nome del Signore, sarà salvato» (Romani 10:12-13).

Quante benedizioni racchiudono queste semplici parole: «credere», — «confessare». Nulla può sorpassare la grazia che brilla in queste espressioni; ciò suppone, senza dubbio, che l’anima sia vera e il cuore impegnato con Dio. Iddio vuole delle realtà morali. Non si tratta d’una fede nominale, di avere certe nozioni nella mente; ciò che abbisogna, è una fede operata nel cuore dallo Spirito Santo, una fede vivente che unisce l’anima a Cristo in modo divino, con un legame eterno.

Allora viene la confessione della bocca, che è di grande importanza. Qualcuno potrebbe dire: «Io credo nel mio cuore, ma non sono uomo da fare sfoggio della mia religione; non sono un chiacchierone, conservo per me i miei sentimenti. È un affare unicamente fra l’anima mia e Dio; non credo sia necessario d’importunare gli altri con le mie impressioni religiose. Molti di quelli che fan gran rumore in pubblico della loro religione, fanno triste figura nella vita privata, e naturalmente non ci tengo a rassomigliar loro. Ho in orrore chiacchiere. Ho bisogno di fatti e non di parole».

Tutto ciò può sembrare molto plausibile, ma non può sussistere alla luce di Romani 10:9. Occorre ci sia questa confessione della bocca. Molti che vorrebbero essere salvati da Cristo, indietreggiano dinanzi all’obbrobrio che la confessione del nome Suo attirerebbe su di loro. Desiderano sì, andare in cielo quando morranno, ma non si preoccupano di essere identificati con un Cristo rigettato. Ora Iddio non riconosce questo. Aspetta dai suoi una vera, sincera ed energica confessione di Cristo in presenza d’un mondo ostile. Cristo, nostro Signore, aspetta anche questa confessione. Egli dichiara che chiunque lo confesserà davanti agli uomini, Egli lo confesserà davanti agli angeli di Dio; ma chiunque lo rinnegherà davanti agli uomini, Egli lo rinnegherà davanti agli angeli di Dio. Si vedono nel brigante sulla croce i due grandi principi della vera fede che salva. Egli credette nel cuore e confessò con la bocca. Sì, egli diede una smentita formale al mondo intero nella questione più vitale, quella relativamente a Cristo. Egli era discepolo dichiarato di Cristo. Oh! ve ne fossero di più! Quanti se ne trovano di quei professanti indecisi, freddi e doppi di cuore, che contristano lo Spirito Santo, offendono Cristo, e sono odiosi agli occhi di Dio! Come si desidererebbe vedere una franca decisione ed una testimonianza netta e vivente resa al nostro Signore Gesù Cristo! Voglia Iddio, per mezzo del suo Spirito, rianimare i nostri cuori e condurci, in una consacrazione di cuore più assoluta, a Colui che ha dato gratuitamente la sua vita per salvarci dal fuoco eterno.

Termineremo questa sezione, citando al lettore gli ultimi versetti del nostro capitolo, nei quali Mosè fa un appello particolarmente solenne al cuore ed alla coscienza del popolo, parola di potente esortazione.

«Io ti ho posto davanti la vita e il bene, la morte e il male». Così è sempre nel governo di Dio. Le due cose sono inseparabilmente legate. Nessuno abbia la temerarietà di volerne rompere il legame. Iddio «renderà a ciascuno secondo le sue opere: vita eterna a quelli che con la perseveranza nel bene oprare cercano gloria e onore e immortalità, ma a quelli che son contenziosi e non ubbidiscono alla verità ma ubbidiscono alla ingiustizia, ira e indignazione. Tribolazione e angoscia sopra ogni anima d’uomo che fa il male; del Giudeo prima e poi del Greco; ma gloria e onore e pace a chiunque opera bene; al Giudeo prima e poi al Greco; poiché dinanzi a Dio non c’è riguardo a persone» (Romani 2:6-11).

L’apostolo, in questo passo, non mette in questione di sapere se l’uomo ha o non ha la potenza per giungere alla gloria; constata semplicemente il fatto generale, applicabile a tutti gli uomini, sotto tutte le dispensazioni, governo, legge e cristianità; sarà sempre vero che «Dio renderà a ciascuno secondo l’opera sua». E questo è molto importante. Possiamo averlo sempre presente allo spirito. Si dirà forse: Non sono i cristiani sotto la grazia? — Sì, ne sia benedetto Iddio; ma questo indebolisce forse in qualcosa il grande principio governamentale citato più su? Anzi, questo lo rinforza e lo conferma.

Può anche darsi che qualcuno dica: «Può una persona inconvertita fare il bene?». Rispondiamo che questa questione non è sollevata nel passo che abbiamo citato. Ogni persona ammaestrata da Dio sa, sente e riconosce, che non un atomo di «bene» è mai stato fatto in questo mondo altrimenti che per la grazia di Dio, e che l’uomo, lasciato a sé, non farà che del male, e continuamente. «Ogni donazione buona e ogni dono perfetto vengon dall’alto, discendendo dal Padre delle luci» (Giacomo 1:17). Ogni anima pia riconoscerà con azioni di grazie questa preziosa verità, ma questo non riguarda affatto ciò che è presentato in Deuteronomio 30, e confermato da Romani 2, cioè che la vita e il bene, la morte e il male sono uniti assieme da un legame indissolubile. Possiamo noi non dimenticarlo mai!

«Vedi, io pongo oggi davanti a te la vita e il bene, la morte e il male; poiché io ti comando oggi d’amare l’Eterno, il tuo Dio, di camminare nelle sue vie, d’osservare i suoi comandamenti, le sue leggi e i suoi precetti affinché tu viva e ti moltiplichi, e l’Eterno, il tuo Dio, ti benedica nel paese dove stai per entrare per prenderne possesso. Ma se il tuo cuore si volge indietro, e se tu non ubbidisci, e ti lasci trascinare a prostrarti davanti ad altri dèi e a servir loro, io vi dichiaro oggi che certamente perirete, che non prolungherete i vostri giorni nel paese, per entrare in possesso del quale voi siete in procinto di passare il Giordano. Io prendo oggi a testimoni contro voi il cielo e la terra, che io ti ho posto davanti la vita e la morte, la benedizione e la maledizione; scegli dunque la vita, onde tu viva, tu e la tua progenie, amando l’Eterno, il tuo Dio, ubbidendo alla sua voce e tenendoti stretto a Lui»; — cosa di somma importanza ed essenziale per ognuno, per tutti, sorgente e potenza di ogni vera religione in tutte le età, in ogni luogo, — «(poich’egli è la tua vita e colui che prolunga i tuoi giorni), affinché tu possa abitare sul suolo che l’Eterno giurò di dare ai tuoi padri Abrahamo, Isacco e Giacobbe» (vers. 15-20).

Non c’è nulla di più solenne di quest’ultimo appello alla congregazione, in piena armonia con il tono e il carattere di tutto il libro del Deuteronomio — libro così notevole da un capo all’altro, per le potenti esortazioni che racchiude. Non abbiamo nulla di così commovente nelle altre sezioni del Pentateuco. Come abbiamo già detto, ogni libro ha il suo scopo speciale, il suo oggetto e il suo carattere distinti; così il gran tema del Deuteronomio, dal principio alla fine, è l’esortazione; la sua tesi, la parola di Dio; il suo oggetto, l’obbedienza sincera, completa del cuore, fondata sopra una relazione conosciuta, su dei privilegi di cui si gode.

28. Capitolo 31

Qui il cuore di Mosè s’indirizza ancora con profonda tenerezza e sollecitudine affettuosa alla congregazione, come se non si stancasse di far loro udire le sue più serie esortazioni. Sentiva i loro bisogni, prevedeva i pericoli a cui sarebbero esposti e, come un vero e fedel pastore, cercava di prepararli a quel che li aspettava con tutta la tenera e profonda affezione del suo cuore largo ed amoroso. È impossibile di leggere le sue ultime parole, senza essere colpiti dalle loro solennità. Ci rammentano i commoventi addii di Paolo agli anziani d’Efeso. Questi due fedeli servitori sentivano profondamente la serietà della loro particolare posizione e di quella delle persone a cui s’indirizzavano. Essi capivano la gravità degli interessi che erano in gioco, e la necessità urgente di agire con fedeltà sul cuore e sulla coscienza. Questo spiega ciò che possiam chiamare la terribile solennità dei loro appelli. Tutti quelli che entrano realmente nella situazione e nel destino del popolo di Dio in un tale mondo, debbono essere seri. Il vero sentimento di queste cose, l’intelligenza che ne abbiamo nella presenza divina, debbono necessariamente dare una santa gravità al carattere, e una potenza speciale e penetrante alla testimonianza.

«E Mosè andò e rivolse ancora queste parole a tutto Israele. Disse loro: Io sono oggi in età di centoventi anni; non posso più andare e venire, e l’Eterno m’ha detto: Tu non passerai questo Giordano» (vers. 1-2). Quant’è commovente quest’allusione alla sua età avanzata, e alle dispensazioni solenni del governo di Dio verso lui personalmente! Il suo scopo diretto ed evidente ricordandole, era di dare più peso al suo appello sul cuore e sulla coscienza del popolo, di rendere più potente la leva morale per mezzo di cui cercava di farli camminare nell’obbedienza. Se attira l’attenzione sui suoi capelli bianchi, o sulla santa disciplina esercitata verso di sé, non è certamente con lo scopo di far sfoggio di sé, delle sue circostanze o dei suoi sentimenti, ma semplicemente per colpire, con tutti i mezzi possibili, le molle più profonde del loro essere morale.

«L’Eterno, il tuo Dio, sarà quegli che passerà davanti a te, come l’Eterno ha detto. E l’Eterno tratterà quelle nazioni come trattò Sihon e Og re degli Amorei; ch’egli distrusse col loro paese. L’Eterno le darà in vostro potere, e voi le tratterete secondo tutti gli ordini che v’ho dato» (vers. 3-5). Non una parola di mormorio o di lagno per quel che lo concerne; non il minimo sentimento d’invidia o di gelosia verso colui che l’avrebbe sostituito; al contrario, ogni considerazione egoista sparisce dinanzi al suo solo grande scopo, cioè d’incoraggiare il popolo a seguire con passo fermo e risoluto il sentiero dell’obbedienza che era allora e sarà sempre, il sentiero della vittoria, della benedizione e della pace.

«Siate forti, fatevi animo, non temete e non vi spaventate di loro, perché l’Eterno, il tuo Dio, è quegli che cammina teco; Egli non ti lascerà e non ti abbandonerà» (vers. 6). Che parole preziose ed incoraggianti, amato lettore cristiano, eminentemente atte ad elevare il cuore al disopra di ogni influenza contraria! La coscienza della presenza del Signore e il ricordo delle sue vie d’amore verso noi nel passato, saranno sempre il vero segreto della forza per proseguire. La stessa mano potente che aveva abbattuto davanti a loro Sihon e Og, poteva vincere tutti i re di Canaan. Gli Amorei erano formidabili come i Cananei: l’Eterno era più di loro tutti. «O Dio, noi abbiamo udito coi nostri orecchi, i nostri padri ci hanno raccontato l’opera che compisti ai loro giorni, ai giorni antichi. Tu con la tua mano schiacciasti le nazioni e stabilisti i nostri padri; distruggesti dei popoli per estender loro» (Salmo 44:1-2).

Rappresentiamoci Dio che scaccia i popoli di sua propria mano! Che risposta a tutti gli argomenti e a tutte le difficoltà che una sentimentalità inferma oppone! Come sono superficiali ed errati i pensieri di molti circa le vie governamentali di Dio! Che nozioni limitate e misere del suo carattere e dei suoi atti! Com’è assurdo voler misurare Dio coi sentimenti e il giudizio umani! È evidente che Mosè non aveva quei sentimenti quando rivolgeva alla congregazione d’Israele la magnifica esortazione citata più su. Egli conosceva qualcosa della gravità e della solennità del governo di Dio, qualcosa pure del privilegio di averlo per scudo nel giorno della battaglia, e come rifugio e risorsa all’ora della distretta e del pericolo.

Ascoltiamo le parole incoraggianti rivolte all’uomo che doveva sostituirlo: «E Mosè chiamò Giosuè e gli disse in presenza di tutto Israele: Sii forte e fatti animo, poiché tu entrerai con questo popolo nel paese che l’Eterno giurò ai loro padri di dar loro, e tu sarai quello che gliene darai il possesso. E l’Eterno cammina Egli stesso davanti a te; egli sarà con te, non ti lascerà e non ti abbandonerà; non temere e non ti perder d’animo» (vers. 7-8).

Giosuè aveva bisogno di parole che s’indirizzassero a lui specialmente, chiamato come lo era ad occupare un posto preminente e distinto nella congregazione. Ma quel che gli è detto racchiude la stessa preziosa verità dell’esortazione rivolta a tutta l’assemblea. Riceve l’assicurazione che la presenza e la potenza divine sono con lui. E questo deve bastare ad ognuno e a tutti; è sufficiente per il membro più umile dell’assemblea, quanto per Giosuè.

Sì, lettore, basta anche per te, chiunque tu sia, o qualunque sia la tua sfera d’azione. Poco importano i pericoli e le difficoltà che ti stanno dinanzi; il nostro Dio basta pienamente a tutto. Se soltanto avessimo il sentimento della presenza dell’Eterno con noi, e dell’autorità della sua Parola per l’opera nella quale siamo impegnati, potremmo andare avanti con una piena e gioiosa fiducia, nonostante tutti gli ostacoli e tutte le influenze ostili.

«E Mosè scrisse questa legge e la diede ai sacerdoti figliuoli di Levi che portano l’arca del patto dell’Eterno, e a tutti gli anziani d’Israele. Mosè diede loro quest’ordine: Alla fine d’ogni settennio, al tempo dell’anno di remissione, alla festa delle Capanne, quando tutto Israele verrà a presentarsi davanti all’Eterno, al tuo Dio, nel luogo ch’egli avrà scelto, leggerai questa legge dinanzi a tutto Israele, in guisa ch’egli l’oda. Radunerai il popolo, uomini, donne, bambini, con lo straniero che sarà entro le tue porte, affinché odano, imparino a temere l’Eterno, il vostro Dio, e abbiano cura di mettere in pratica tutte le parole di questa legge. E i loro figliuoli, che non ne avranno avuto ancora conoscenza l’udranno e impareranno a temer l’Eterno, il vostro Dio, tutto il tempo che vivrete nel paese del quale voi andate a prender possesso, passando il Giordano».

Due cose in questo passo reclamano la nostra attenzione speciale. Anzitutto, il fatto che l’Eterno attribuiva la più grande importanza a che il suo popolo si radunasse pubblicamente con lo scopo di udire la sua Parola. «Tutto Israele» — uomini, donne e fanciulli — con lo straniero che avesse legato la propria sorte alla loro, a tutti era ordinato di radunarsi per ascoltare la lettura del libro della legge di Dio, onde imparare a conoscere la sua santa volontà e i loro doveri. Ogni membro dell’assemblea, dal più anziano al più giovane, doveva essere messo in contatto diretto e personale con la volontà rivelata dell’Eterno, affinché ognuno conoscesse la solenne responsabilità che gravava su di sé.

In secondo luogo, dobbiamo considerare il fatto che i figli dovevano essere radunati davanti all’Eterno per ascoltare la Sua Parola. Questi due doveri contengono un ammaestramento importante per tutti i membri della Chiesa di Dio, ammaestramento molto necessario, poiché si manca ovunque in modo deplorevole riguardo a questi due punti. Noi trascuriamo, triste a dirsi, il nostro radunamento quando si tratta d’una semplice lettura delle Sante Scritture. Sembra che non ci sia per radunarci abbastanza attrazione nella parola di Dio stessa. Vi è un malsano desiderio d’altre cose: eloquenza umana, musica, eccitazioni religiose diverse, sembrano necessarie per attirare le persone; si vuol di tutto eccetto la preziosa parola di Dio.

Si dirà forse che ciascuno ha in casa propria la parola di Dio, che le cose non sono le stesse che al tempo d’Israele, che potendo ognuno leggere a casa sua, la Bibbia, non c’è la stessa necessità d’una lettura in pubblico. Una tale scusa non sussisterà affatto in presenza della verità; siamo certi che se la parola di Dio fosse amata, apprezzata e studiata individualmente e nella famiglia, lo sarebbe tanto più in pubblico. Troveremmo tutto il nostro piacere a l’adunarci attorno alla sorgente delle Sante Scritture, per ristorarci alle sue acque vive, in una felice comunione.

Ma non è così. La parola di Dio non è amata e studiata né individualmente, né in pubblico. Le persone si nutrono in casa loro d’una letteratura malsana, poi in pubblico sono avide di musica, di forme, di cerimonie imponenti, e di servizi rituali. Migliaia di persone accorreranno e pagheranno per udire della musica, e poche avranno questo stesso zelo per venire ad ascoltare la lettura delle Sacre Scritture! Sono dei fatti, e i fatti sono argomenti a cui non ci si può opporre. Si vede una sete crescente, di esercitazioni religiose, ed anche una ripugnanza sempre più accentuata per lo studio calmo delle Sante Scritture e per gli esercizi spirituali delle assemblee cristiane. Non si può negarlo o chiudere gli occhi su questo stato di cose; le prove abbondano da ogni parte.

Tuttavia, ne sia lodato Iddio, alcuni qua e là amano realmente la parola di Dio, e provano piacere a radunarsi in una santa comunione, per lo studio delle sue preziose verità. Voglia il Signore aumentarne il numero e benedirli abbondantemente. Prendiamo posto con loro fino al termine del pellegrinaggio! Non sono che un debole ed oscuro residuo, ma essi amano Cristo e si tengono stretti alla sua Parola; e i loro più ricchi godimenti sono di riunirsi per pensare a Lui, parlare di Lui e celebrarLo. Voglia Iddio guardarli e benedirli! Possa Egli approfondire l’opera sua nelle anime loro, unirli sempre più strettamente a Sé e gli uni agli altri, e prepararli in tal modo, nelle loro affezioni, all’apparizione della «Stella lucente del mattino!»

Torniamo ora agli ultimi versetti del nostro capitolo, in cui l’Eterno parla al suo diletto servitore, in termini solenni e commoventi, della sua propria morte e dell’avvenire così buio e così triste del popolo d’Israele.

«E l’Eterno disse a Mosè: Ecco il giorno della tua morte s’avvicina, chiama Giosuè, e presentatevi nella tenda di convegno perch’io gli dia i miei ordini. Mosè e Giosuè dunque andarono e si presentarono nella tenda di convegno. L’Eterno apparve nella tenda in una colonna di nuvola; e la colonna di nuvola si fermò all’ingresso della tenda.

E l’Eterno disse a Mosè: Ecco tu stai per addormentarti coi tuoi padri; e questo popolo si leverà, e si prostituirà, andando dietro agli dèi stranieri del paese nel quale va a stare; e mi abbandonerà e violerà il mio patto che io ho formato con lui. In quel giorno, l’ira mia s’infiammerà contro a lui; e io li abbandonerò, nasconderò loro la mia faccia, e saranno divorati, e molti mali e molte angosce cadranno loro addosso; talché in quel giorno diranno: Questi mali non ci son forse caduti addosso perché il nostro Dio non è in mezzo a noi? E io, in quel giorno, nasconderò del tutto la mia faccia a cagione di tutto il male che avranno fatto, rivolgendosi ad altri dèi» (vers. 14-18).

«I dolori di quelli che corron dietro ad altri dèi saran moltiplicati». Così dice lo Spirito di Cristo al Salmo 16. Israele è stato, lo è, tuttora, e sarà ancora più pienamente più tardi, la prova evidente della verità solenne di queste parole. La sua storia passata, la sua dispersione e la sua desolazione attuali e, per di più tutta quella «gran tribolazione» per cui dovrà passare, — tutto tende a confermare e sviluppare questa verità, che il modo più sicuro e più certo di moltiplicare le nostre angosce è quello di allontanarci dall’Eterno, e di guardare alle risorse della creatura.

È questa una delle numerose lezioni pratiche che dobbiamo ritrarre dalla storia meravigliosa della progenie d’Abrahamo. Voglia Iddio che le impariamo in modo efficace, e che ci teniamo stretti al Signore con tutto il cuore, distogliendoci con santa decisione da ogni altro oggetto. Siamo persuasi che sia questo il solo sentiero della vera felicità e della pace. Possiamo noi sempre camminare in esso!

«Scrivetevi dunque questo cantico, e insegnatelo ai figliuoli d’Israele; mettetelo loro, in bocca, affinché questo cantico mi serva di testimonio contro i figliuoli d’Israele. Quando li avrò introdotti nel paese che promisi ai padri loro con giuramento, paese ove scorre il latte e il miele, ed essi avranno mangiato, si saranno saziati e ingrassati e si saranno rivolti ad altri dèi per servirli e avranno sprezzato me e violato il mio patto, e quando molti mali e molte angosce saran piombati loro addosso, allora questo cantico leverà la sua voce contro di loro come un testimonio; poiché esso non sarà dimenticato e, rimarrà sulle labbra dei loro posteri; giacché io conosco quali siano i pensieri ch’essi concepiscono, anche ora, prima ch’io li abbia introdotti nel paese che giurai di dare loro» (vers. 19-21).

Come tutto ciò è impressionante e solenne! Invece d’essere Israele un testimonio per l’Eterno davanti a tutte le nazioni, il cantico di Mosè doveva essere in testimonianza contro i figliuoli d’Israele. Essi erano chiamati ad essere i Suoi testimoni; erano responsabili di annunziare il suo nome e proclamare la sua lode in quel paese, ove li aveva condotti la sua fedeltà e la sua grazia sovrana. Ma purtroppo, essi vi mancarono completamente e fallirono in modo vergognoso; perciò un cantico doveva essere scritto, che, come lo vediamo, doveva in primo luogo fare risaltare in accenti magnifici la gloria di Dio; e, in secondo luogo, ricordare con fedeltà inflessibile le deplorevoli mancanze d’Israele in tutte le fasi della sua storia.

«Così Mosè scrisse quel giorno questo cantico, e lo insegnò ai figliuoli d’Israele. E l’Eterno dette i suoi ordini a Giosuè, figliuolo di Nun, e gli disse: Sii forte e fatti animo, poiché tu sei quello che introdurrai i figliuoli d’Israele nel paese che giurai di dare loro; e io sarò teco» (vers. 22-23). Giosuè non doveva scoraggiarsi, né spaventarsi a causa dell’infedeltà predetta del popolo. Come il suo grande predecessore, doveva essere forte nella fede, dando gloria a Dio. Doveva proseguire con gioiosa fiducia, appoggiandosi sul braccio dell’Eterno, confidando nella parola dell’Iddio d’Israele, non lasciandosi spaventare dai suoi avversari, ma riposandosi sulla preziosa sicurezza che, quand’anche la progenie d’Abrahamo mancasse all’obbedienza e attirasse su lei, come conseguenza, i giudizi predetti, l’Iddio d’Abrahamo manterrebbe e compirebbe infallibilmente la sua promessa, e glorificherebbe il suo nome nella restaurazione finale e nella benedizione eterna del suo popolo eletto.

Tutto ciò risulta con straordinaria potenza dal cantico di Mosè; e Giosuè era chiamato a servire nella fede in queste cose. Doveva fissare gli sguardi non sulle vie d’Israele, ma sulla stabilità eterna del patto divino fatto con Abrahamo. Doveva condurre Israele attraverso il Giordano e stabilirlo in quella bella eredità che gli era destinata nei consigli di Dio. Se lo spirito di Giosuè fosse stato occupato d’Israele, avrebbe deposto la spada e si sarebbe dato alla disperazione. Ma no, doveva fortificarsi nell’Eterno, suo Dio, e servirlo con l’energia d’una fede che tiene saldo, come vedendo colui che è invisibile.

Preziosa fede che sostiene l’anima e onora Dio! Possa il lettore, qualunque sia la sua vocazione o la sua sfera di attività, conoscere nelle profondità dell’anima sua la potenza morale di questo principio divino! Possa ogni diletto figlio di Dio e ogni servitore di Cristo conoscerla! È la sola cosa che ci renda capaci di lottare contro le difficoltà, gli ostacoli, e le influenze ostili che ci attorniano sulla scena che attraversiamo, e compiere la nostra corsa con gioia.

«E quando Mosè ebbe finito di scrivere in un libro tutte queste parole di questa legge, diede quest’ordine ai Leviti che portavano l’arca del patto dell’Eterno: Prendete questo libro della legge e mettetelo allato all’arca del patto dell’Eterno, ch’è il vostro Dio; e quivi rimanga come testimonio contro di te; perché io conosco il tuo spirito ribelle e la durezza del tuo collo. Ecco, oggi, mentre sono ancora vivente tra voi, siete stati ribelli contro l’Eterno; quanto più lo sarete dopo la mia morte! Radunate presso di me tutti gli anziani delle vostre tribù e i vostri ufficiali; io farò loro udire queste parole, e prenderò a testimoni contro di loro il cielo e la terra. Poiché io so che dopo la mia morte, voi certamente vi corromperete e lascerete la via che v’ho prescritta; e la sventura, vi incaglierà nei giorni a venire, perché avrete fatto ciò che è male agli occhi dell’Eterno, provocandolo a sdegno con l’opera delle vostre mani» (vers. 24-29).

Come queste parole ci ricordano vivamente il discorso d’addio dell’apostolo Paolo agli anziani d’Efeso! «Io so che dopo la mia partenza entreranno fra voi dei lupi rapaci, i quali non risparmieranno il gregge; e di fra voi stessi sorgeranno uomini che insegneranno cose perverse per trarre li discepoli dietro a sé. Perciò vegliate, ricordandovi che per lo spazio di tre anni, notte e giorno, non ho cessato d’ammonire ciascuno con lacrime. E ora, io vi raccomando a Dio e alla parola della sua grazia; a Lui che può edificarvi e darvi l’eredità con tutti i santificati» (Atti 20:29-32). L’uomo è sempre e ovunque il medesimo. La sua storia è contaminata dal principio alla fine; ma che sollievo e che consolazione per il cuore di sapere e di ricordarsi che Iddio è sempre il medesimo, e che la Sua Parola dimora ed è «stabile in eterno nei cieli». Questa Parola è nascosta allato dell’arca del patto, e conservata là intatta, nonostante i peccati così gravi e la follia del popolo. È ciò che dà in ogni tempo riposo al cuore in presenza delle mancanze dell’uomo, della decadenza e della rovina di tutto quel che gli è stato affidato. «La parola del nostro Dio dimora in eterno» e, pur rendendo una testimonianza vera e solenne contro l’uomo e le sue vie, questa Parola comunica al cuore la certezza più preziosa e più rassicurante che Dio è al di sopra del peccato e della follia dell’uomo, che le sue risorse sono assolutamente inesauribili, e che bentosto la sua gloria apparirà e riempirà tutta la scena. Sia lodato l’Eterno per questa preziosa consolazione!

29. Capitolo 32

«Mosè dunque pronunziò dal principio alla fine le parole di questo cantico, in presenza di tutta la raunanza d’Israele». La parte del volume divino, che abbiamo dinanzi, è fra le più belle e le più significative, e richiede che la leggiamo con preghiera e seria attenzione. Comprende il seguito completo delle dispensazioni di Dio verso Israele, dalla prima fino all’ultima, e offre la narrazione più solenne del loro peccato, dell’ira divina e del giudizio. Ma, sia benedetto Iddio, questo cantico comincia e finisce con Lui, e quale ricca e profonda benedizione è per l’anima! Se così non fosse, e avessimo soltanto la malinconica storia delle vie dell’uomo, ne saremmo completamente abbattuti.

Ma in questo magnifico cantico come in tutta la Scrittura, cominciamo con Dio e finiamo con Lui. È ciò che assicura lo spirito e ci rende capaci di proseguire la storia dell’uomo con calma e santa fiducia, benché tutto si spezzi fra le sue mani, come anche di notare le macchinazioni del nemico in opposizione coi consigli e coi disegni di Dio. Siamo resi capaci di vedere l’intero fallimento e la rovina completa della creatura, perché sappiamo con certezza che, nonostante tutto, Dio resterà, Egli avrà l’alta sua mano alla fine su tutto e allora tutto sarà e dovrà essere bene. Iddio sarà tutto in tutti, non vi sarà né nemico, né male, in quel vasto universo di felicità, di cui il nostro adorabile Signore e Cristo sarà il sole e il centro per l’eternità.

«Porgete orecchio, o cieli, e io parlerò, e ascolti la terra le parole della mia bocca. Si spanda il mio insegnamento come la piaggia, stilli la mia parola come la rugiada, come la pioggerella sopra la verdura, e come un acquazzone sopra l’erba, poiché io proclamerò il nome dell’Eterno. Magnificate il nostro Dio!» (vers. 1-3).

Ecco dov’è il fondamento solido e imperituro di ogni cosa. Checché ne sia, il nome del nostro Dio sussisterà per sempre. Nessuna potenza della terra o dell’inferno può agire contro i disegni di Dio, né arrestare lo splendore della gloria divina. Che riposo dà questo al cuore; in un mondo così oscuro, prigioniero del peccato, e dinanzi al successo apparente dei disegni del nemico! Il nostro rifugio, la nostra risorsa e la nostra consolazione si trovano nel nome dell’Eterno, il nostro Dio, l’Iddio e Padre del nostro Signor Gesù Cristo. In verità, questo nome prezioso deve essere sempre come una rugiada ristoratrice e una dolce pioggia che discende nei nostri cuori; dottrina celeste e divina di cui l’anima può nutrirsi, e che la sostiene in ogni tempo e in tutte le circostanze.

«Egli è la Rocca» — non soltanto una rocca. Non c’è e non può esservi altra Rocca, all’infuori di Lui. «L’opera sua è perfetta»; tutto quel che viene dalla Sua mano benedetta porta il sigillo d’una perfezione assoluta. Questa verità sarà ben presto resa nota ad ogni creatura intelligente. Lo è già per la fede, ed è una sorgente di consolazione divina per tutti i veri credenti. Soltanto il pensiero di questa perfezione distilla come una rugiada sull’anima assetata. «Poiché tutte le sue vie sono giustizia. È un Dio fedele e senza iniquità; Egli è giusto e retto» (vers. 4). Gl’increduli possono beffarsi o cercare, nella loro pretesa sapienza, di criticare gli atti di Dio, ma la loro follia sarà manifestata a tutti. «Sia Dio riconosciuto verace, ma ogni uomo bugiardo, siccome è scritto: Affinché tu sia riconosciuto giusto nelle tue parole, e resti vincitore quando sei giudicato.» (Epistola ai Romani 3:4). Iddio avrà finalmente l’alta mano. Badi bene l’uomo a quel che fa mettendo in dubbio quel che l’Iddio Onnipotente dice o fa, Lui il solo verace e il solo savio.

Vi è qualcosa di particolarmente bello nelle prime parole di questo cantico. È un riposo per il cuore di sapere che, se l’uomo e persino il popolo di Dio mancano e sono rovinati, noi abbiamo da fare con Colui che rimane fedele, che non può rinnegar Se stesso, le cui vie sono perfette e che, quando il nemico avrà fatto tutti i suoi sforzi e maturato tutti i suoi disegni di malvagità, Egli si glorificherà ed introdurrà una benedizione universale ed eterna.

Bisogna, è vero, che il giudizio sia eseguito sulle vie dell’uomo. Iddio è obbligato di prendere la verga della disciplina e di servirsene talvolta con una severità terribile sul suo proprio popolo. Egli non può tollerare il male in quelli che portano il suo santo nome. Ciò è evidente con particolare solennità in questo cantico. Le vie d’Israele vi sono esposte senza riguardi o restrizioni; nulla è passato sotto silenzio; tutta è messo in luce con precisione e fedeltà. Così leggiamo: «ma essi si sono condotti male verso di lui; non sono suoi figliuoli, l’infamia è di loro, razza storta e perversa. È questa la ricompensa che date all’Eterno, o popolo insensato e privo di saviezza? Non è egli il padre tuo che t’ha creato? Non è egli colui che t’ha fatto e ti ha stabilito?» (vers. 5-6).

Qui si fa udire la prima parola di rimprovero in questo cantico, ma è subito seguito dalla più preziosa testimonianza resa alla bontà, alla longanimità, alla fedeltà e alle tenere compassioni dell’Eterno, l’Elohim d’Israele, l’Altissimo, l’Elion di tutta la terra. «Ricordati dei giorni antichi, considera gli anni delle età passate, interroga tuo padre, ed egli te lo farà conoscere, i tuoi vecchi, ed essi te lo diranno. Quando l’Altissimo (Elion) diede alle nazioni la loro eredità, quando separò i figliuoli degli uomini, egli fissò i confini dei popoli, tenendo conto del numero dei figliuoli d’Israele» (vers. 7-8).

Che fatto glorioso è spiegato qui ai nostri occhi, e tuttavia poco afferrato o preso in considerazione dalle nazioni della terra! Si dimentica che, nello stabilimento d’origine dei grandi limiti nazionali, l’Altissimo aveva in vista «i figliuoli d’Israele!». Il lettore farebbe bene di cercare d’afferrare questo fatto così grande e così interessante. Considerando la geografia e la storia sotto l’aspetto divino, troviamo che Canaan e la progenie di Giacobbe sono per Iddio il centro di tutto sulla terra. Sì; Canaan, questa piccola striscia di terra situata lungo la costa orientale del Mediterraneo, occupante una superficie di 22 mila chilometri quadrati, è il centro della geografia divina: e le dodici tribù d’Israele sono l’oggetto centrale della storia di Dio. Come poco vi han pensato i geografi e gli storici! Hanno descritto dei passi e scritto la storia di nazioni che, secondo la loro estensione geografica e la loro importanza politica, superano di molto la Palestina e il suo popolo, secondo il pensiero umano, ma che, agli occhi di Dio, non sono nulla in paragone di quel piccolo angolo di terra, ch’Egli si degna di chiamare il suo paese, e che secondo il suo fermo Proposito, la progenie d’Abrahamo, suo amico, deve ereditare (*).

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(*) Com’è vero che i pensieri di Dio non sono i nostri pensieri, e che le sue vie non sono le nostre vie! L’uomo attribuisce importanza a vasti territori, alla forza materiale, alle risorse pecuniarie, agli eserciti ben disciplinati, alle flotte potenti. Iddio invece, non tiene nessun conto di queste cose; esse Gli sono come la polvere minuta d’una bilancia. «Non lo sapete? Non l’avete sentito? Non v’è stato annunziato fin dal principio? Non avete riflettuto alla fondazione della terra? Egli è Colui che sta assiso sul globo della terra, e gli abitanti d’essa sono per lui come locuste; Egli distende i cieli come una cortina, e li spiega come una tenda per abitarvi; Egli riduce i principi a nulla, e annienta i giudici della terra» (Isaia 40:21-23). Queste parole ci fanno vedere il motivo morale per cui, scegliendo un paese per centro dei suoi piani e dei suoi consigli sulla terra, l’Eterno non ne ha preso uno di vasta estensione, ma ha preferito quella porzione di terra di poco valore nei pensieri dell’uomo. Ma quale importanza è legata a quel piccolo paese! Quali principi vi sono stati spiegati! Quali avvenimenti vi hanno avuto luogo! Quali cose vi sono state compiute! Nessun luogo sulla terra intera interessa tanto il cuore di Dio come il paese di Canaan e la città di Gerusalemme!
     La Scrittura abbonda in prove all’appoggio di quest’asserzione. Il tempo s’avvicina rapidamente in cui dei fatti palpabili opereranno ciò che la testimonianza più chiara delle Scritture non ha potuto fare, cioè: convincere gli uomini che il paese d’Israele era, è, e sarà per sempre il centro terrestre di Dio. Tutte le nazioni che hanno avuto dell’importanza, dell’interesse, o un posto qualsiasi nelle pagine ispirate, lo debbono semplicemente al fatto che, in un modo o in un altro, esse sono state in relazione col paese o col popolo d’Israele. Come poco gli storici lo sanno o anche lo sospettano! Ma certamente, ogni anima che ama Dio dovrebbe saperlo e pensarci.

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Non possiamo fermarci su questo soggetto importante, ma preghiamo il lettore di considerarlo seriamente. Lo troverà sviluppato pienamente e illuminato in modo colpente negli scritti profetici dell’Antico e del Nuovo Testamento.

«Poiché la parte dell’Eterno è il suo popolo, Giacobbe è la porzione della sua eredità. Egli lo trovò in una terra deserta, in una solitudine piena di urli e di desolazione, Egli lo circondò; ne prese cura, lo custodì come la pupilla dell’occhio suo, pari all’aquila che desta la sua nidiata, si libra al volo sopra i suoi piccini spiegai le sue ali, li prende e li porta sulle penne, l’Eterno solo l’ha condotto, e nessun Dio straniero era con lui. Egli l’ha fatto passare a cavallo sulle alture della terra, e Israele ha mangiato il prodotto dei campi; gli ha fatto succhiare il miele ch’esce dalla rupe, l’olio ch’esce dalle rocce più dure, la crema delle vacche e il latte delle pecore. Gli ha dato il grasso degli agnelli, dei montoni di Basan e dei capri, col fior di farina del frumento; e tu hai bevuto il vino generoso, il sangue dell’uva» (vers. 9-4).

È forse necessario dire che queste parole s’applicano come principio ad Israele? La Chiesa, senza dubbio, può ritrarne ammaestramento ed approfittarne, ma applicarle alla Chiesa implicherebbe un doppio errore, errore dei più seri; sarebbe nientemeno che riabbassare la Chiesa da un livello celeste ad uno terrestre, e darle, senza esservi autorizzato, il posto e la parte che Dio ha assegnati ad Israele. Che cosa ha da fare la Chiesa di Dio, il corpo di Cristo, con lo stabilimento delle nazioni della terra? Assolutamente nulla. La Chiesa, secondo il pensiero di Dio, è straniera sulla terra. La sua parte, la sua speranza, la sua patria, la sua eredità, tutto per lei è celeste. Se anche non si fosse mai udito parlare della Chiesa, nessuna differenza vi sarebbe stata al corso della storia di questo mondo. La sua vocazione, il suo cammino, il suo destino e il suo carattere, i suoi principi e la sua morale sono celesti, o almeno, dovrebbero esserlo. La Chiesa non ha nulla a che fare con la politica di questo mondo. La sua cittadinanza è nei cieli, donde essa aspetta il Salvatore. Intromettendosi negli affari del mondo, rinnega il suo Signore, la sua vocazione e i suoi principi. Il suo grande e santo privilegio è d’essere legata e moralmente identificata ad un Cristo rigettato, crocifisso, risuscitato e glorificato. Non ha da fare col sistema attuale delle cose, o con il corso della storia di questo mondo, più di quello che abbia da fare il suo Capo glorificato nel cielo. Parlando del suo popolo, Cristo, nostro Signore, disse: «Essi non sono del mondo, come io non sono del mondo» (Giovanni 17:16).

Queste parole sono concludenti e determinano la nostra posizione e il nostro sentiero nel modo più preciso e più definito. «Quale Egli è, tali siamo anche noi in questo mondo» (1 Giovanni 4:17). Questo passo racchiude una doppia verità, vale a dire: la nostra perfetta accettazione davanti a Dio e la nostra completa separazione dal mondo. Noi siamo nel mondo, ma non del mondo. Dobbiamo attraversarlo come dei pellegrini e degli stranieri aspettando la venuta del nostro Signore, l’apparizione della brillante stella del mattino. Non è affar nostro di prender parte agli affari municipali o politici. Siamo chiamati ed esortati ad obbedire alle autorità stabilite, a pregare per tutti quelli che sono in dignità, a pagare il tributo, e non dover nulla a nessuno; ad essere «irreprensibili e schietti, figliuoli di Dio senza biasimo in mezzo a una generazione storta e perversa, nella quale voi risplendete come luminari del mondo, tenendo alta la Parola della vita» (Filippesi 2:15-16).

Da tutto ciò che precede, possiamo comprendere un poco l’immensa importanza pratica che vi è nell’«esporre rettamente la parola della verità» (2 Timoteo 2:15). Confondendo Israele con la Chiesa, ciò che è terrestre con ciò che è celeste, facciamo torto sia alla verità di Dio, sia ai figli di Dio. Ciò è un ostacolo ad ogni progresso nella conoscenza delle Scritture, e nuoce all’integrità del cammino cristiano e della testimonianza. Si può trovare quest’asserzione esagerata, ma abbiam visto molti esempi che ne stabiliscono la verità; e abbiamo desiderato una volta di più rendere attento il lettore su questo soggetto.

Proseguiamo ora lo studio del nostro capitolo.

Il versetto 15 ci fa udire una nota ben diversa del cantico di Mosè. Fin qui abbiamo avuto dinanzi Iddio, i suoi atti, i suoi disegni, i suoi consigli, i suoi pensieri, il suo interesse pieno d’amore per il suo popolo Israele, le sue vie piene di compassione verso lui. Tutto vi è pieno delle più ricche benedizioni. Non vi è quivi nessun ritorno indietro, e non potrebbe esservene. Quando abbiamo Dio e le sue vie dinanzi, non c’è nessun ostacolo ai godimenti del cuore. Tutto è perfezione, perfezione divina, assoluta, e scoprendola, i nostri cuori sono pieni d’ammirazione, d’amore e di lode.

Ma vi è il lato dell’uomo, e qui, purtroppo, tutto è fallimento e delusione. Così al verso 15 del nostro capitolo, leggiamo: «Ma Jeshurun (nome poetico d’Israele) s’è fatto grasso ed ha ricalcitrato, — ti sei fatto grasso, grosso e pingue — ha abbandonato l’Iddio che l’ha fatto, e ha sprezzato la Rocca della sua salvezza. Essi l’han mosso a gelosia con divinità straniere, l’hanno irritato con abominazioni, hanno sacrificato a demoni che non son Dio, a dèi che non avevan conosciuti, dèi nuovi, apparsi di recente, dinanzi ai quali i vostri padri non avean tremato. Hai abbandonato la Rocca che ti diè là vita, e hai obliato l’Iddio che ti mise al mondo» (vers. 15-18). Troviamo in queste parole un solenne avvertimento. Ognuno di noi è in pericolo di seguire il sentiero morale ch’esse indicano. Circondati dalle tenere e ricche compassioni di Dio, siamo propensi a servircene per alimentare uno spirito di propria soddisfazione. Ci serviamo dei doni per escludere il Donatore. In una parola, noi pure, come Israele, ci ingrassiamo e ricalcitriamo. Dimentichiamo Dio. Perdiam il dolce e prezioso sentimento della sua presenza e della sua perfetta sufficienza, e ci volgiamo verso altri oggetti, come Israele verso i falsi dèi. Quanto sovente dimentichiamo la Rocca che ci ha generati, l’Iddio che ci ha fatti! E quest’ingratitudine è tanto più inescusabile in noi, in quanto i nostri privilegi sono ben più elevati di quelli d’Israele.

Noi siamo introdotti in una posizione e in una relazione che il popolo terrestre ignorava totalmente; i nostri privilegi e le nostre benedizioni sono dell’ordine più elevato; il nostro privilegio è d’aver comunione col Padre e col suo Figliuolo, Gesù Cristo; siamo gli oggetti di quell’amore perfetto che non si è risparmiato per introdurci in una posizione che ci permette di dire: «Come Egli (Cristo) è siamo anche noi in questo mondo». Nulla può superare la benedizione che si trova in questo; l’amor divino stesso non avrebbe potuto fare di più. Non soltanto l’amore di Dio ci è stato manifestato nel dono e nella morte del suo unigenito e diletto Figliuolo, e nel dono del suo Spirito ma quest’amore è stato reso perfetto verso noi, ponendoci nella stessa posizione di quel Diletto sul trono di Dio. Tutto ciò è meraviglioso e oltrepassa ogni conoscenza. E tuttavia, come noi siano portati a dimenticare Colui che ci ha così amati, che è stato in travaglio per noi, e che ci ha benedetti! Quanto sovente scivoliamo lungi da Lui nei nostri pensieri e nelle affezioni dei nostri cuori! Non si tratta qui soltanto di ciò che ha fatto la chiesa professante nel suo insieme; la questione è più intima; è ciò che i nostri poveri miseri cuori sono costantemente propensi a fare. Dimentichiamo facilmente Dio per volgerci verso altri oggetti, e ciò alla nostra seria perdita e al suo disonore.

Vogliamo noi sapere quel che il cuore di Dio ne prova? Desideriamo formarcene una giusta idea? Ascoltiamo le parole ardenti che Mosè, nel suo cantico, rivolge al popolo sviato. Ci sia dato di ascoltarlo attentamente in modo da approfittarne in realtà.

«E l’Eterno l’ha veduto e ha reietto i suoi figliuoli e le sue figliuole che l’avevano irritato; e ha detto: Io nasconderò loro la mia faccia, e starò a vedere quale ne sarà la fine; poiché sono una razza quanto mai perversa, figliuoli in cui non è fedeltà di sorta. Essi m’han mosso a gelosia con ciò che non è Dio, m’hanno irritato coi loro idoli vani; e io li moverò a gelosia con gente che non è un popolo, li irriterò con una nazione stolta. Poiché un fuoco s’è acceso nella mia ira e divamperà fino in fondo al soggiorno dei morti; divorerà la terra e i suoi prodotti, e infiammerà le fondamenta delle montagne. Io accumulerò su loro dei mali, esaurirò contro a loro tutte le mie frecce. Essi saran consunti dalla fame, divorati dalla febbre, da mortifera pestilenza; lancerò contro a loro le zanne delle fiere, col veleno delle bestie che striscian nella polvere. Di fuori la spada, e di dentro il terrore spargeranno il lutto, mietendo giovani e fanciulle, lattanti e uomini canuti» (vers. 19-25).

Abbiamo qui un esposto solenne delle vie governamentali di Dio, eminentemente atte a far risaltare la verità terribile di Ebrei 10:31: «È cosa spaventevole cadere nelle mani dell’Iddio vivente!». La storia d’Israele nel passato, la sua condizione attuale, e ciò per cui dovrà passare in avvenire, tutto si accorda per provare in modo strepitoso che «il nostro Dio è un fuoco consumante» Nessuna nazione sulla terra è stata chiamata a passare per una disciplina così severa come il popolo d’Israele. L’Eterno lo ricorda loro nelle seguenti parole penetranti: «Voi soli ho conosciuto fra tutte le famiglie della terra; perciò io vi punirò per tutte le vostre iniquità» (Amos 3:2). Nessun’altra nazione è mai stata chiamata a godere del privilegio elevato d’una relazione attuale con l’Eterno. Questa dignità era riserbata ad una sola nazione; ma la dignità stessa di questa posizione era la base d’una solenne responsabilità. Se i figliuoli d’Israele erano chiamati ad essere suo popolo, dovevano condursi in modo degno d’una posizione così meravigliosa, ovvero sopportare dei castighi più terribili che mai nazione sotto il sole abbia sofferto. Gli uomini possono ragionare su questo, e chiedere se conviene al carattere d’un Dio di bontà di agire secondo quel che troviamo ai versetti 22-25 del nostro capitolo. Ma tutte queste obiezioni e tutti questi ragionamenti saranno tosto o tardi trovati non essere che follia. È perfettamente inutile all’uomo di argomentare contro gli atti solenni del governo divino, o contro la terribile severità della disciplina esercitata verso il popolo eletto di Dio. Com’è più savio, migliore e più sicuro, di lasciarsi avvertire dai fatti della storia d’Israele, a fuggire l’ira a venire e afferrare la vita eterna e la piena salvezza rivelata nel prezioso evangelo di Dio.

Quanto a noi, cristiani, possiamo ricavare un immenso profitto del racconto delle vie di Dio verso il suo popolo, imparando dalle sue esperienze come abbiamo bisogno di camminare, nella nostra elevata e santa posizione, con umiltà, nella vigilanza e nella preghiera. Possediamo, è vero, la vita eterna; siamo gli oggetti privilegiati di quella grazia magnifica che regna per mezzo della giustizia in vita eterna, per Gesù Cristo nostro Signore; siamo membra del corpo di Cristo, i templi dello Spirito Santo, e gli eredi delta gloria eterna. Ma questi privilegi così elevati offrono forse il minimo pretesto per trascurare la voce d’avvertimento che la storia d’Israele fa risuonare alle nostre orecchie? Ci autorizzano forse a camminare nella noncuranza, ed a sprezzare gl’insegnamenti salutari che questa storia del popolo terrestre ci dà? Al contrario, dobbiamo prestare la più seria attenzione alle cose che lo Spirito Santo ha scritte per nostro ammaestramento. Più i nostri privilegi sono elevati, più ricche sono le nostre benedizioni, più le nostre relazioni ci avvicinano a Dio, e più siamo nell’obbligo di essere fedeli, e di cercare in ogni cosa a condurci in modo da essere graditi a Colui che ci ha chiamati ad occupare il posto più elevato e più ricco in benedizione, che il suo amore perfetto potesse accordarci. Voglia il Signore nella sua bontà infinita, accordarci di ponderare queste cose nella sua santa presenza, con un cuore vero e sincero, e cercare seriamente di servirlo con riverenza e timore.

Il versetto 26 presenta un punto del maggior interesse in rapporto con la storia delle dispensazioni divine verso Israele. «Io direi: Li spazzerò via d’un soffio, farò sparire la loro memoria di fra gli uomini». E perché non lo fece? La risposta a questa domanda racchiude una verità d’un valore e d’un’importanza infinita per Israele, una verità che è alla base stessa di tutte le sue benedizioni future. Per quel che li concerneva, meritavano per certo che la loro memoria fosse fatta sparire di fra gli uomini, ma Iddio ha i suoi pensieri, i suoi consigli, i suoi disegni propri a loro riguardo; inoltre, Egli tien conto dei pensieri e degli atti delle nazioni relativamente al suo popolo. Risulta questo in modo ben notevole al versetto 27, ove Iddio condiscende a darci il motivo per cui Egli non cancella ogni traccia di questo popolo peccatore e ribelle: «Se non temessi gl’insulti del nemico, e che i loro avversari, prendendo abbaglio fossero tratti a dire: È stata la nostra potente mano e non l’Eterno, che ha fatto tutto questo».

Nulla è più commovente della grazia che trapela da queste parole. Iddio non permetterà alle nazioni di trattare il suo povero popolo sviato come se Egli l’avesse dimenticato. Si servirà ben di loro come verga per castigarlo, ma quando, abbandonandosi alla loro animosità, esse tentassero di oltrepassare i limiti ch’Egli ha assegnato, spezzerà la verga e renderà manifesto a tutti che Lui stesso agisce verso il popolo che Egli non ha cessato di amare, e che benedirà alla fine per la Sua propria gloria.

Questa verità è d’un pregio inestimabile. Il proposito deciso dell’Eterno e quello d’insegnare a tutte le nazioni della terra, che Israele ha un posto particolare nel suo cuore ed una posizione di eccellenza sulla terra. Ciò è incontestabile. Gli scritti dei profeti comprovano pienamente questa verità. Se le nazioni lo dimenticano o vi si oppongono, è a loro detrimento. È invano che tenteranno di agire contro i consigli divini, perché certamente, l’Iddio d’Abrahamo, d’Isacco e di Giacobbe, confonderà ogni piano formato contro il popolo di sua scelta. Gli uomini possono, nel loro orgoglio e nella loro follia, immaginarsi che il loro braccio è potente, ma impareranno che quello di Dio lo è molto più.

Non possiamo soffermarci ancora nello studio di questo soggetto così profondamente interessante; invitiamo il lettore a continuarlo da sé alla luce delle Sante Scritture. Vi troverà profitto ed edificazione per l’anima sua. Può vedere nel magnifico cantico di Mosè, un riepilogo di tutte le vie di Dio verso Israele, e d’Israele a riguardo di Dio, di quella storia che espone in modo così colpente i grandi principi della grazia, della legge, del governo e della gloria.

Nei versetti 29 e seguenti, abbiamo un appello commovente: «Se fosser savi, lo capirebbero, considererebbero la fine che li aspetta. Come potrebbe un solo inseguirne mille, e due metterne in fuga diecimila, se la Rocca loro non li avesse venduti, se l’Eterno non li avesse dati in man del nemico? Poiché la rocca loro non è come la nostra Rocca; i nostri stessi nemici ne son giudici; ma la loro vigna vien dalla vigna di Sodoma e dalle campagne di Gomorra; le loro uve sono uve avvelenate, i loro grappoli amari, il loro vino è un tossico di serpenti, un crudel veleno d’aspidi» (vers. 29-33). Terribile quadro della condizione morale d’un popolo! Ma è così che Iddio vede lo stato reale la cui rocca non è come la Rocca d’Israele. Un giorno di vendetta verrà. È differito a causa della longanimità misericordiosa di Dio, ma verrà; è tanto sicuro quanto è sicuro che vi è un Dio sopra il trono del cielo. Un giorno viene, in cui tutte quelle nazioni che hanno agito orgogliosamente verso Israele, avranno da rispondere al tribunale del Figliuol dell’uomo, a render conto della loro condotta, a udire la sua solenne sentenza, e subire la sua ira: «Tutto questo non è egli tenuto in serbo presso di me, sigillato nei miei tesori? A me la vendetta e la retribuzione, quando il loro piede vacillerà! Poiché il giorno della loro calamità è vicino, e ciò che per loro è preparato, s’affretta a venire. Sì, l’Eterno giudicherà il suo popolo, ma avrà pietà dei suoi servi, quando vedrà che la forza è sparita, e che non riman più tra loro né schiavo né libero. Allora egli dirà: Ove sono i loro dèi, la rocca nella quale confidavano, gli dèi che mangiavano il grasso dei loro sacrifici e bevevano il vino delle loro libazioni? Si levino essi a soccorrervi, a coprirvi della loro protezione! Ora vedete che io solo son Dio, e che non v’è altro Dio accanto a me. Io fo morire e fo vivere, ferisco e risano, e non v’è chi possa liberare dalla mia mano. Sì, io alzo la mia mano al cielo e dico: Com’è vero ch’io vivo in perpetuo, quando aguzzerò la mia folgorante spada e metterò mano a giudicare, farò vendetta dei miei nemici e darò ciò che si meritano a quelli che m’odiano. Inebrierò di sangue le mie frecce, del sangue degli uccisi e dei prigionieri; la mia spada divorerà la carne, le teste dei condottieri nemici» (vers. 34-42).

Qui abbiamo la fine delle terribili sentenze di giudizio, d’ira e di vendetta, espresse brevemente nel cantico di Mosè, ma esposte largamente in tutti gli scritti profetici. Il lettore potrà confrontare con molto interesse e profitto Ezechiele 38 e 39, ove troviamo il giudizio di Gog e Magog, il grande nemico del nord che si leverà alla fine contro il paese d’Israele, le incontrerà quivi una fine ignominiosa ed una completa distruzione.

Anche in Gioele 3 si leggono delle parole di balsamo e di consolazione per l’Israele futuro: «Poiché, ecco, in quei giorni, in quel tempo, quando ricondurrò dalla cattività quei di Giuda e di Gerusalemme, io radunerò tutte le nazioni e le farò scendere nella valle di Giosafat; e verrò quivi in giudizio con esse, a proposito del mio popolo e d’Israele, mia eredità, che esse hanno disperso fra le nazioni, e del mio paese che hanno spartito fra loro» (vers. 1-2).

Vediamo così come la voce dei profeti s’armonizza perfettamente col cantico di Mosè, e come, per mezzo di tutti, lo Spirito Santo dimostra chiaramente e completamente la grande verità della ristorazione, d’Israele, della sua supremazia e della sua gloria future.

Com’è rallegrante la nota che termina il nostro cantico! Che magnifico coronamento di tutto l’edificio! Le nazioni ostili sono giudicate, sia Gog e Magog, gli Assiri, o il re del Nord, — tutti i nemici d’Israele saranno confusi e designati per la perdizione eterna; ma allora si fanno udire quelle dolci parole: «Nazioni, cantate le lodi del suo popolo! Poiché l’Eterno vendica il sangue dei suoi servi, fa ricadere la sua vendetta sopra i suoi avversari, ma si mostra propizio alla sua terra, al suo popolo» (vers. 43).

Qui ha fine questo cantico ammirevole. Comincia con Dio, termina con Lui, e riassume in modo preciso la storia passata, presente e futura del suo popolo terrestre, Israele. Ci mostra le nazioni stabilite sulla terra in rapporto diretto coi disegni di Dio relativamente alla progenie d’Abrahamo. Rivela anche il giudizio finale di tutte quelle nazioni che hanno agito ed agiranno ancora opponendosi alla progenie eletta; poi infine, quando Israele sarà pienamente ristorato e benedetto, secondo il patto coi padri, le nazioni salvate saranno invitate a rallegrarsi col popolo di Dio. Che gloria in questo spiegamento delle verità presentate alle anime nostre in questo 32° capitolo del Deuteronomio! Come non esclamare contemplandole: «Iddio è la Rocca, la sua opera è perfetta!». Il cuore si riposa così, checché accada, in una santa tranquillità. Tutto, fra le mani dell’uomo, si infrange, tutto ciò che è umano finisce per cadere in rovina; ma «la Rocca» dimorerà ferma per sempre, ed ogni «opera» proveniente dalla mano divina brillerà in una perfezione eterna alla gloria di Dio e per la benedizione perfetta del suo popolo.

Tale è questo cantico di Mosè, il suo scopo, la sua portata e la sua applicazione. Non occorre far notare al lettore intelligente che la Chiesa di Dio, il corpo di Cristo, questo mistero di cui il beato apostolo Paolo è stato fatto ministro, non trovano posto in questo cantico. Quando Mosè scriveva queste parole, il mistero della Chiesa era nascosto nel seno di Dio. Uno spirito semplice, ammaestrato esclusivamente dalle Scritture, vedrà chiaramente che il cantico di Mosè ha per tesi il governo di Dio, in rapporto con Israele e le nazioni; per sfera, la terra, e per centro, il paese di Canaan.

«E Mosè venne con Giosuè, figliuolo di Nun, e pronunziò in presenza del popolo tutte le parole di questo cantico. E quando Mosè ebbe finito di pronunziare tutte queste parole dinanzi a tutto Israele, disse loro: Prendete a cuore tutte le parole con le quali testimonio oggi contro a voi. Le prescriverete ai vostri figliuoli, onde abbian cura di mettere in pratica tutte le parole di questa legge. Poiché questa non è una parola senza valore per voi: anzi è la vostra vita; e per questa parola prolungherete i vostri giorni nel paese del quale andate a prender possesso, passando il Giordano» (vers. 44-47).

Così dal principio alla fine del Deuteronomio, vediamo Mosè, questo devoto servitore di Dio che insiste presso il popolo sul dovere solenne d’un’obbedienza implicita, completa e cordiale alla parola di Dio. In ciò sta il prezioso segreto della vita, della pace, dei progressi e della prosperità spirituale. Non avevano altro a fare che obbedire. Beato compito! Dolce e santo dovere! Sia il nostro, caro lettore, in questi giorni di conflitto e di confusione ove la volontà dell’uomo domina in modo così terribile. Il mondo e la cosiddetta chiesa corrono insieme con rapidità spaventevole nel buio sentiero della propria volontà, sentiero che deve metter capo alle tenebre eterne. Consideriamo con cura la cosa e cerchiamo seriamente di seguire lo stretto sentiero d’una semplice obbedienza a tutti i preziosi comandamenti del nostro Signore e Salvatore Gesù Cristo. In tal modo, i nostri cuori saranno conservati in una dolce pace, e benché possiamo sembrare singolari e stretti agli occhi degli uomini del mondo, e anche dei cristiani professanti, non lasciamoci distogliere, neppur dello spessore d’un capello, dal sentiero che la parola di Dio ci indica. Che la parola di Cristo abiti in noi riccamente, e la pace di Cristo regni nei nostri cuori, sino alla fine!

È anche molto notevole di vedere terminare questo capitolo ricordando una volta ancora le vie governamentali di Dio verso il suo fedele servitore Mosè. «E in quello stesso giorno, l’Eterno parlò a Mosè dicendo: Sali su questo monte di Abarim, sul monte Nebo, ch’è nel paese di Moab, di faccia a Gerico, e mira il paese di Canaan, ch’io do a possedere ai figliuoli d’Israele. Tu morrai sul monte sul quale stai per salire, e sarai riunito al tuo popolo, come Aaronne, tuo fratello, è morto sul monte di Hor ed è stato riunito al suo popolo, perché commetteste un’infedeltà contro di me in mezzo ai figliuoli d’Israele e alle acque di Meriba a Kades, nel deserto di Tsin, e perché non mi santificaste in mezzo ai figliuoli d’Israele. Tu vedrai il paese davanti a te, ma là, nel paese ch’io do ai figliuoli d’Israele, non entrerai» (vers. 48-52).

Quanto è solenne il governo di Dio e atto a sottomettere le anime! Solo il pensiero di disobbedire dovrebbe far tremare il cuore. Se un eminente servitore com’era Mosè è stato giudicato per aver parlato disavvedutamente, quale sarà la fine di quelli che vivono giorno per giorno, settimana dopo settimana, mese per mese, anno per anni, in una negligenza abituale e deliberata dei più semplici comandamenti di Dio, e in un disprezzo positivo ed ostinato della sua autorità?

Oh! ci conceda Iddio uno spirito sottomesso, un cuore rotto e contrito. Ecco quel che cerca, e in cui trova piacere; è con tali ch’Egli dimora. «Ecco su chi io poserò lo sguardo: su colui che è umile, che ha lo spirito contributo e trema alla mia parola» (Isaia 66:2). Voglia Iddio accordare molto di questo spirito di dolcezza e d’umiltà ad ognuno dei suoi diletti figliuoli, per amore di Gesù!

30. Capitolo 33

«Or questa è la benedizione con la quale Mosè, uomo di Dio benedisse i figliuoli d’Israele, prima di morire».

È interessante e consolante di vedere una benedizione senza limiti nelle ultime parole del legislatore. Ci siamo fermati sulle diverse allocuzioni, sugli avvertimenti solenni e incalzanti che rivolgeva alla congregazione d’Israele; abbiamo meditato su quel meraviglioso cantico espressione volta a volta della grazia e del governo: qui sono soltanto parole dolcissime di benedizione e di consolazione, traboccanti dal cuore stesso dell’Iddio d’Israele e comunicanti i suoi propri pensieri d’amore verso il suo popolo, lasciandoci intravvedere il suo glorioso avvenire.

Il lettore noterà senza dubbio una differenza accentuata fra queste ultime parole di Mosè e quelle espresse da Giacobbe, nel capitolo 49 della Genesi. È superfluo dire che questi due passi, scritti dalla stessa penna, sono entrambi divinamente ispirati. Così, benché differenti, non sono in contraddizione, cosa impossibile fra due passi del Libro di Dio. È questo una verità capitale, un principio fondamentale e vitale, che dev’essere fermamente ritenuto e confessato in assoluta fedeltà da ogni cristiano sincero e pio, di fronte a tutti gli assalti insolenti dell’incredulità.

Non entreremo qui nel paragone particolareggiato di questi due capitoli; segnaleremo soltanto il punto principale di diversità, facile da afferrare a prima vista. Giacobbe rammenta gli atti dei suoi figli, atti sovente, purtroppo, dei più tristi e dei più umilianti; Mosè presenta, invece gli atti della grazia divina in loro o verso loro. Ciò spiega immediatamente la differenza. Le malvagie azioni di Ruben, di Simeone e di Levi, sono riferite da Giacobbe, ma omesse del tutto da Mosè. È forse una contraddizione? No, anzi, un’armonia divina. Giacobbe ha in vista i suoi figli, nella loro storia personale, e Mosè nelle loro relazioni di patto con l’Eterno. Giacobbe mostra i falli dell’uomo, le sue infermità e i suoi peccati; Mosè mette in rilievo la fedeltà, la bontà e le compassioni di Dio. Giacobbe ci parla degli atti degli uomini e del loro giudizio; Mosè presenta i consigli di Dio e la benedizione che ne deriva. Grazia e gloria ne siano al nostro Dio! I suoi consigli, le sue benedizioni e la sua gloria sono al di sopra di tutte le mancanze dell’uomo, del suo peccato e della sua follia. Alla fine, la Sua volontà si compirà interamente, e per sempre. Israele e le nazioni saranno pienamente benedetti, e si rallegreranno insieme della ricca bontà di Dio. Proclameranno la sua lode «da un mare all’altro, e dal fiume fino all’estremità della terra» (Salmo 72).

Non faremo che citare le diverse benedizioni delle tribù. Esse son piene di preziosi insegnamenti e non richiedono molta spiegazione.

«Disse dunque: L’Eterno è venuto dal Sinai, e s’è levato su loro da Seir; ha fatto splender la sua luce dal monte di Paran, è giunto dal mezzo delle sante miriadi; dalla sua destra usciva per essi il fuoco della legge. Certo, l’Eterno ama i popoli (o le tribù); ma tutti i suoi santi son nella tua mano, ed essi si tengono ai tuoi piedi e ricevono le tue parole» (vers. 1-3, versione corretta). Vero segreto d’una sicurezza perfetta. Dono benedetto! Tesoro prezioso! Ogni parola che esce dalla bocca dell’Eterno è più preziosa di migliaia di monete d’oro e d’argento; più dolce del miele che stilla dai favi. — «Mosè ci ha dato una legge, eredità della raunanza di Giacobbe; ed egli è stato re in Jeshurun, quando s’adunavano i capi del popolo e tutte assieme le tribù d’Israele. Viva Ruben! ch’egli non muoia; ma siano gli uomini suoi ridotti a pochi» (vers. 4-6).

Non è ricordata qui la poca fermezza di Ruben, nulla del suo peccato. La grazia domina; le benedizioni scorrono in ricca abbondanza dal cuore amoroso di Colui che si compiace a benedire e a circondarsi di cuori ripieni del sentimento della sua bontà.

«E questo è per Giuda. Egli disse: Ascolta, o Eterno, la voce di Giuda, e riconducilo al suo popolo; con tutte le sue forze egli lotta per esso; tu gli sarai d’aiuto contro i suoi nemici». Giuda è la stirpe reale. «Il nostro Signore è sorto da Giuda», mostrando così in modo meraviglioso, come la grazia divina si eleva in tutta la sua maestà al disopra del peccato dell’uomo, e trionfa gloriosamente sulle circostanze che rivelano l’assoluta debolezza dell’uomo. «Giuda generò Perets e Zerach da Tamar!». Chi, se non lo Spirito Santo avrebbe scritto queste parole? Come esse dichiarano chiaramente che i pensieri di Dio non sono i nostri pensieri! Quale mano umana avrebbe introdotto Tamar nella genealogia del nostro adorabile Signore e Salvatore Gesù Cristo? Non una sola. Il sigillo di Dio è stampato in modo sorprendente su Matteo 1:3, come lo è su ogni versetto del santo Volume, dal principio alla fine. Lodato sia il Signore che ne sia così.

«Giuda, te loderanno i tuoi fratelli; la tua mano sarà sulla cervice dei tuoi nemici; i figliuoli di tuo padre si prostreranno dinanzi a te. Giuda è un giovine leone; tu risali dalla preda, figliuol mio; egli si china, s’accovaccia come un leone, come uria leonessa: chi lo farà levare? Lo scettro non sarà rimosso da Giuda, né il bastone del comando di fra i suoi piedi, finché venga Colui che darà il riposo, e al quale ubbidiranno i popoli. Egli lega il suo asinello alla vite, e il puledro della sua asina, alla vite migliore; lava la sua veste col vino, e il suo manto col sangue dell’uva. Egli ha gli occhi rossi dal vino, e i denti bianchi dal latte» (Genesi 49:8-12).

«E vidi nella destra di Colui che sedeva sul trono, un libro scritto di dentro e di fuori sigillato con sette suggelli. E vidi un angelo potente che bandiva con gran Voce: Chi è degno d’aprire il libro e di romperne i suggelli? E nessuno, né in cielo, né sulla terra, né sotto la terra, poteva aprire il libro o guardarlo. E io piangevo forte perché non s’era trovato nessuno che fosse degno d’aprire il libro, o di guardarlo. E uno degli anziani mi disse: Non piangere; ecco, il Leone che è della tribù di Giuda, il Rampollo di Davide, ha vinto per aprire il libro e i suoi sette suggelli. Poi vidi, in mezzo al trono e alle quattro creature viventi e in mezzo agli anziani, un Agnello in piedi, che pareva essere stato immolato, ed aveva sette corna e sette occhi che sono i sette Spiriti di Dio, mandati per tutta la terra» (Apoc. 5:1-6).

Com’è favorita la tribù di Giuda! È certamente un onore insigne d’essere segnalata nella linea genealogica da cui il nostro Signore è sorto; e non di meno sappiamo — poiché il nostro stesso Signore l’ha detto — che è un privilegio ben più elevato e benedetto di ascoltare la parola di Dio e di osservarla. Fare la volontà di Dio e serrare i suoi preziosi comandamenti nei nostri cuori, ci conduce moralmente più vicino a Cristo del fatto stesso d’essere del suo parentado secondo la carne (vedete Matteo 12:46-50).

«Poi disse di Levi: I tuoi Thummim (perfezioni) e i tuoi Urim (luci) appartengono all’uomo pio che ti sei scelto; che tu provasti a Massa, e col quale contendesti alle acque di Meriba. Egli dice di suo padre e di sua madre: Io non li ho visti! non riconosce i suoi fratelli, e nulla sa dei propri figliuoli; perché i Leviti osservano la tua parola e sono custodi del tuo patto. Essi insegnano i tuoi statuti a Giacobbe e la tua legge a Israele; metton l’incenso sotto le tue nari, e l’olocausto sopra il tuo altare. O Eterno, benedici la sua forza, e gradisci l’opera delle sue mani. Trafigge le reni a quelli che insorgono contro di lui, che gli sono nemici, sì che non possan risorgere» (vers. 8-11).

Il lettore noterà che Simeone è omesso qui, benché in Genesi 49 sia così intimamente associato a Levi. «Simeone e Levi sono fratelli: le loro spade sono strumenti di violenza. Non entri l’anima mia nel loro consiglio segreto, non si unisca la mia gloria alla loro raunanza! Poiché nella loro ira hanno ucciso degli uomini, e nel loro mal animo han tagliato i garetti ai tori. Maledetta l’ira loro, perch’è stata violenta, e il loro furore perché stato crudele! Io li dividerò in Giacobbe, e li disperderò in Israele».

Ora se paragoniamo il passo della Genesi con quello del Deuteronomio, osserviamo due cose: la responsabilità dell’uomo da un lato; e la sovranità di Dio dall’altro; vi vediamo, inoltre, la natura e i suoi atti; la grazia e i suoi frutti. Giacobbe considera Simeone e Levi uniti l’uno all’altro dalla natura, e riproducenti il carattere e le vie della natura. Riguardo a ciò che li concerne individualmente, entrambi meritano egualmente la maledizione. Ma in Levi vediamo il trionfo della grazia sovrana; è per mezzo della grazia che fu reso capace, al tempo del vitello d’oro, di cinger la spada per la gloria dell’Iddio d’Israele. «E Mosè si fermò all’ingresso del campo e disse: Chiunque è per l’Eterno, venga a me! E tutti i figliuoli di Levi si radunarono presso a lui. Ed egli disse loro: Così dice l’Eterno, l’Iddio d’Israele: Ognun di voi si metta la spada al fianco; passate e ripassate nel campo, da una porta all’altra d’esso, e ciascuno uccida il fratello, ciascuno l’amico, ciascuno il vicino! I figliuoli di Levi eseguirono l’ordine di Mosè, e in quel giorno caddero circa tremila uomini. E Mosè disse: Consacratevi oggi all’Eterno, anzi ciascuno si consacri a prezzo del proprio figliuolo e del proprio fratello, onde l’Eterno v’impartisca una benedizione» (Esodo 32:26-29).

Dov’era Simeone in quell’occasione? Lui che vediamo associato a Levi nel giorno della propria volontà, dell’ira e del corruccio crudele; perché non lo è più nel giorno in cui bisognava mostrarsi deciso per l’Eterno? Pronto a seguire il fratello per vendicare un insulto fatto alla famiglia, perché non lo era anche per difendere l’onore dovuto a Dio, oltraggiato dall’atto idolatra dell’intera congregazione? Direbbe forse qualcuno che Simeone non era responsabile? Guardiamoci dal formulare una simile domanda. L’appello di Mosè s’indirizzava a tutta la congregazione; Levi solo vi rispose, ed è lui che fu benedetto. L’aver sostenuto la causa di Dio, in giorni oscuri e malvagi, gli valse l’onore del sacerdozio, — la dignità più elevata che potesse essergli conferita.

Iddio è sovrano. Fa ciò che gli piace senza dover rendere conto a nessuno delle sue vie. Se qualcuno chiedesse: «Perché il nome di Simeone è omesso in Deuteronomio 33?». La risposta più semplice e più concludente è questa: «O uomo, chi sei tu che replichi a Dio?» (Romani 9:20).

In Simeone vediamo giudicati gli atti della natura; in Levi, vediamo ricompensati i frutti della grazia, e in entrambi la verità di Dio rivendicata e il nome suo glorificato. È sempre stato e sarà sempre così. L’uomo è responsabile e Dio sovrano. Siamo noi chiamati a conciliare queste due proposizioni? No, ma a crederle. Esse sono già conciliate in quanto esse appaiono a lato l’una dell’altra nelle pagine ispirate. Questo basta ad ogni anima pia; e riguardo a quelli che contestano per incredulità, avranno bentosto la risposta alle loro obiezioni (*).

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(*) Per maggiori particolari sulla tribù di Levi, rimandiamo il lettore alle «Note sull’Esodo», cap. 32, come pure alle «Note sui Numeri», capitoli 3, 4 e 8.
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« Di Beniamino disse: L’amato dell’Eterno abiterà sicuro presso di lui. L’Eterno gli farà riparo del continuo, e abiterà fra le sue spalle» (vers. 12 versione corretta).

Beato posto per Beniamino, come anche per ogni figlio di Dio! Com’è prezioso questo pensiero di poter abitare in ogni sicurezza nella presenza divina, in una prossimità cosciente del vero e fedele Pastore e Sorvegliante delle anime nostre, riparati giorno e notte sotto le sue ali protettrici.

Possiate, caro lettore, cercare di conoscere sempre più la reale felicità che si trova nel posto e nella parte di Beniamino. Che il godimento della presenza di Cristo, il sentimento permanente della sua comunione e della sua prossimità, soddisfino da soli il vostro cuore. Siatene certo, è questo il vostro beato privilegio. Nulla ve ne privi. Dimorate vicino al Pastore, riposate nel suo amore, pascolate nei suoi grassi pascoli, lungo le acque tranquille. Il Signore ci dia di fare l’esperienza di queste preziose benedizioni. Possiamo noi conoscere il valore inapprezzabile d’una profonda intimità personale con Lui. Ecco che cosa abbiamo imperiosamente bisogno in questi giorni, in cui si vede tanta conoscenza intellettuale della verità, ma così poca conoscenza del cuore e di vero apprezzamento di Cristo.

«Poi disse di Giuseppe: il suo paese sarà benedetto dall’Eterno coi doni più preziosi del cielo, con la rugiada, con le acque dell’abisso che giace in basso, coi frutti più preziosi che il sole matura, con le cose più squisite che ogni luna arreca, coi migliori prodotti dei monti antichi, coi doni più preziosi dei colli eterni, coi doni più preziosi della terra e di quanto essa racchiude. Il favor di Colui che stava nel pruno venga sul capo di Giuseppe, sulla fronte di colui ch’è principe tra i suoi fratelli! Del suo toro primogenito egli ha la maestà; le sue corna son di bufalo. Con esse darà di cozzo nei popoli tutti quanti assieme, fino alle estremità della terra. Tali sono le miriadi d’Efraim, tali sono le migliaia di Manasse» (vers. 13-17).

Giuseppe è un tipo molto notevole di Cristo; lo abbiam visto nel nostro studio sulla Genesi. Il lettore noterà come Mosè rileva il fatto ch’egli è stato separato dai suoi fratelli. Fu rigettato e messo nella fossa. È passato in figura per le acque profonde della morte, ed è così pervenuto ad una posizione di dignità e di gloria. Fu tratto dal fondo della prigione per essere governatore del paese d’Egitto, e divenne il protettore, e il sostegno dei suoi fratelli. La spada gli è penetrata nell’animo, e ha dovuto gustare l’amarezza della morte prima di entrare nella sfera della gloria. Tipo colpente di Colui che è stato inchiodato sulla croce, messo nella tomba, e che ora siede sul trono della maestà nel cielo.

Non si può che essere colpiti vedendo l’abbondanza delle benedizioni pronunziate da Mosè su Giuseppe, nel nostro capitolo, e da Giacobbe nel 49° capitolo della Genesi. Vi è qualcosa di particolarmente bello nelle espressioni di Giacobbe: «Giuseppe è un ramo d’albero fruttifero; un ramo d’albero fruttifero vicino a una sorgente; i suoi rami si stendono sopra il muro. Gli arcieri l’hanno provocato, gli han lanciato dei dardi, l’hanno perseguitato; ma l’arco suo è rimasto saldo; le sue braccia e le sue mani sono state rinforzate dalle mani del Potente di Giacobbe, da Colui che è il pastore e la roccia d’Israele, dall’Iddio di tuo padre che t’aiuterà, e dall’Altissimo che ti benedirà con benedizioni del cielo di sopra, con benedizioni dell’abisso che giace di sotto; con benedizioni delle mammelle e del seno materno. Le benedizioni di tuo padre sorpassano alle benedizioni dei miei progenitori, fino a raggiungere, la cima delle colline eterne. Esse saranno sul capo di Giuseppe, sulla fronte del principe dei suoi fratelli» (Genesi 49:22-26).

Che serie magnifica di benedizioni! E tutte provengono dalle sofferenze di Giuseppe e su esse sono basate. È superfluo di aggiungere che bentosto si realizzeranno per Israele. Le sofferenze del vero Giuseppe formeranno il fondamento imperituro delle future benedizioni dei suoi fratelli nel paese di Canaan; e non solo, ma i loro flutti profondi e abbondanti sgorgheranno da quel paese allora favorito, benché deserto ora, e andranno a ristorare tutta la terra. «E in quel giorno avverrà che delle acque vive usciranno da Gerusalemme» (Zaccaria 14:8). Che brillante prospettiva per Gerusalemme, per il paese d’Israele, e per tutta la terra! E che triste sbaglio di voler applicare queste profezie alla dispensazione dell’evangelo o alla Chiesa di Dio! Come ciò è contrario alla testimonianza delle Sante Scritture, al cuore di Dio e allo spirito di Cristo!

«Poi disse di Zabulon: Rallegrati, o Zabulon nel tuo uscire, e tu Issacar, nelle tue tende! Essi chiameranno i popoli al monte, e quivi offriranno sacrifici di giustizia; poich’essi succhieranno la dovizia del mare e i tesori nascosti nella rena» (vers. 18-19).

Zabulon deve rallegrarsi nel suo uscire, e Issacar restando nelle sue tende. Vi sarà gioia al difuori e al di dentro; vi sarà pure una potenza che agirà verso altri, chiamando i popoli al monte dell’Eterno per offrire sacrifici di giustizia. Tutto ciò basato sul fatto che essi stessi succhieranno la dovizia del mare e i tesori nascosti. In principio è sempre così. Il nostro costante privilegio è di rallegrarci nel Signore, checché accada, e attingere alle sorgenti eterne dei tesori nascosti che si trovano in Lui stesso. Allora saremo nello stato d’animo conveniente per chiamarne altri a gustare e a vedere quanto il Signore è buono; e non solo, ma potremo presentare a Dio quei sacrifici di giustizia che Gli sono graditi.

«Poi disse di Gad: Benedetto colui che mette Gad al largo! Egli sta nella sua dimora come una leonessa, e sbrana braccio e cranio. Egli s’è scelto le primizie del paese, poiché quivi è la parte riserbata al condottiero ed egli v’è giunto alla testa del popolo, ha compiuto la giustizia dell’Eterno e i suo decreti, insieme ad Israele » (vers. 20-21).

«Poi disse di Dan: Dan è un leoncello che balza da Bashan» (vers. 22).

«Poi disse di Neftali: O Neftali; sazio di favori e ricolmo di benedizioni dell’Eterno, prendi possesso dell’occidente e del mezzodì!» (vers. 23).

«Poi disse di Ascer: Benedetto sia Ascer fra i figliuoli d’Israele! Sia il favorito dei suoi fratelli, e tuffi il suo piede nell’olio! Sian le sue sbarre di ferro e di rame, e duri quanto i tuoi giorni la tua quiete! O Jeshurun, nessuno è pari a Dio che, nel carro dei cieli, corre in tuo aiuto, che nella sua maestà, s’avanza sulle nubi: l’Iddio che ab antico è il tuo rifugio; e sotto a tè stanno le bracci eterne. Egli scaccia d’innanzi a te il nemico e ti dice: Distruggi! Israele starà sicuro nella sua dimora, la sorgente di Giacobbe sgorgherà solitaria in un paese di frumento e di mosto, e dove il cielo stilla la rugiada. Te felice, o Israele! Chi è pari a te, un popolo salvato dall’Eterno, ch’è lo scudo che ti protegge, e la spada che ti fa trionfare? I tuoi nemici verranno a blandirti, e tu calpesterai le loro alture» (vers. 24-29).

Veramente ogni commentario umano è qui inutile. Nulla può uguagliare il pregio della grazia che queste ultime righe del nostro capitolo manifestano. Le benedizioni che racchiude, come il cantico del capitolo 32, cominciano e terminano con Dio e con le sue vie meravigliose verso Israele. Questa magnifica conclusione del Deuteronomio rallegra e ristora al di là di ogni espressione. La grazia e la gloria vi brillano d’uno splendore del tutto particolare. Iddio sarà ancora glorificato in Israele, e Israele sarà pienamente e per sempre benedetto in Dio. Nulla può ostacolarlo. I doni e l’appello di Dio sono senza pentimento. Ogni iota o tratto di lettera delle preziose promesse fatte ad Israele si adempirà. Le ultime parole del legislatore lo testimoniano nel modo più chiaro e più certo, se anche non avessimo che i quattro ultimi versetti di questo prezioso capitolo, basterebbero ampiamente a provare in modo incontestabile la restaurazione finale, la benedizione, la preminenza e la gloria delle dodici tribù d’Israele nel loro proprio paese.

Ma è pur vero che anche il popolo di Dio d’oggi può ricavare ammaestramento, consolazione e ristoro dalle benedizioni pronunziate su Israele. Sì, sia benedetto Iddio, noi sappiamo che cosa vuol dire essere «sazio di favori e ricolmo di benedizioni dell’Eterno». Per noi pure «l’Iddio ab antico è il nostro rifugio, e sotto di noi stanno le braccia eterne». Noi possiamo dire tutto questo e ben più ancora. Le benedizioni e i privilegi della Chiesa sono celesti e spirituali, ciò che non c’impedisce di trovare delle consolazioni nelle promesse fatte ad Israele. Il grande sbaglio dei cristiani professanti è di applicare esclusivamente alla Chiesa quel che concerne, in modo evidente, il popolo terrestre di Dio. Perciò supplichiamo una volta di più il lettore cristiano di stare in guardia contro questo errore così serio. Non deve affatto temere di perdere nessuna delle sue benedizioni speciali, lasciando alla progenie d’Abrahamo il posto e la parte che le sono state assegnate dai consigli e dalle promesse di Dio. Al contrario, è soltanto dopo aver chiaramente afferrato e riconosciuto queste verità, che possiamo far un uso intelligente delle Scritture dell’Antico Testamento. Poniamo come principio fondamentale, che è impossibile di comprendere o d’interpretare la Scrittura, se non si è saputo discernere chiaramente la grande differenza che esiste fra Israele e la Chiesa di Dio.

31. Capitolo 34

Questo breve capitolo forma una specie d’appendice ispirata al libro del Deuteronomio. Non ci è detto quale è stato lo strumento adoperato dall’Eterno per scriverlo; ma questo poco importa al cristiano serio che studia le Sacre Scritture. Siamo del tutto persuasi che quest’appendice è veramente ispirata come tutto il Deuteronomio e tutto il Libro di Dio.

«Poi Mosè salì dalle pianure di Moab sul Monte Nebo, in vetta al Pisga, che è di faccia a Gerico. E l’Eterno gli fece vedere tutto il paese: Galaad fino a Dan, tutto Neftali, il paese di Efraim e di Manasse, tutto il paese di Giuda fino al mare occidentale, il mezzogiorno, il bacino del Giordano e la valle di Gerico, città delle palme, fino a Tsoar. — L’Eterno gli disse: Questo è il paese riguardo al quale io feci ad Abrahamo, a Isacco e Giacobbe, questo giuramento: Io lo darò alla tua progenie. — Io te l’ho fatto vedere con i tuoi occhi, ma tu non v’entrerai. — E Mosè, servo dell’Eterno, morì quivi nel paese di Moab, come l’Eterno aveva comandato. E l’Eterno lo seppellì nella valle, nel paese di Moab, dirimpetto a Beth-Peor; e nessuno fino a questo giorno ha mai saputo dove fosse la sua tomba» (vers. 1-6).

Nei nostri studi sul libro dei Numeri e su quello del Deuteronomio, abbiamo già avuto l’occasione di fermarci sul fatto solenne riportato in queste parole: non vi aggiungeremo che poche parole. Ricorderemo soltanto al lettore che per avere una piena intelligenza di tutto il soggetto, bisogna considerare Mosè sotto un doppio aspetto, cioè sotto il suo carattere ufficiale e sotto il suo carattere personale. Se lo consideriamo sotto il primo aspetto, apparirà evidente che la sua missione non era di condurre Israele nella terra promessa. La sua sfera d’azione era il deserto; non era suo affare condurre il popolo attraverso il fiume della morte, fino all’eredità che gli era destinata. Il suo ministerio era in rapporto con la responsabilità dell’uomo sotto la legge e sotto il governo di Dio, per conseguenza non poteva condurre il popolo al godimento della promessa. Questa missione era riserbata al suo successore Giosuè, tipo del Salvatore risuscitato.

Tutto questo è chiaro e di profondo interesse. Ma dobbiamo considerare Mosè anche sotto l’aspetto personale. Si presenta allora a noi sotto un doppio aspetto, come oggetto del governo di Dio e come oggetto della Sua grazia, distinzione importante che non bisogna perder di vista. Tutta la Scrittura cene offre degli esempi impressionanti nella storia di molti diletti del Signore e in quella dei suoi servitori più eminenti. Questo soggetto della grazia e del governo di Dio richiede la nostra più seria attenzione. Benché ne abbiamo già parlato parecchie volte nel corso dei nostri studi, non potremmo troppo insistere sulla sua importanza morale e sul suo immenso valore pratico, soprattutto al momento attuale.

È il governo di Dio che, secondo una risoluzione inflessibile, non permise che Mosè, nonostante il suo ardente desiderio, entrasse nella terra promessa. Aveva parlato disavvedutamente; non aveva glorificato Dio alla presenza della congregazione alle acque di Meriba, e per questo motivo, gli fu interdetto di attraversare il Giordano e posare il piede nel paese della promessa.

Pensiamo seriamente a questo, caro lettore cristiano, e cerchiamo di afferrarne pienamente la forza morale e l’applicazione pratica. Abbiamo certamente bisogno di molta delicatezza e molto amore, per ricordare il fallo d’uno dei più distinti servitori di Dio: dobbiamo però farlo, poiché questo fatto è stato riferito per il nostro ammaestramento e come avvertimento solenne.

È bene ricordarsi che, benché sotto la grazia, siamo anche gli oggetti del governo di Dio. Siamo sulla terra sotto una seria responsabilità e sotto un governo di cui non ci si può beffare. Siamo, è vero, figli del Padre; amati d’un amore eterno e infinito, persino amati come Gesù è amato; siamo membra del corpo di Cristo, amati teneramente e nutriti secondo tutto l’amore perfetto del suo cuore.

Qui non si tratta di responsabilità, né di possibilità di mancanze; tutto è divinamente stabilito, divinamente sicuro; ma noi siamo anche sotto il governo di Dio. Non perdiamo di vista neppur per un istante questa verità, e guardiamoci dalle false e perniciose nozioni sulla grazia. Il fatto stesso che siamo gli oggetti del favore e dell’amore divini, figli di Dio, membra di Cristo, ci deve condurre ad avere tanto più rispetto per il governo divino.

Sarebbe lo stesso riguardo ai figli d’un sovrano, sotto un governo umano; sono tenuti a rispettarlo tanto più in quanto sono figli del principe; quanto più deve essere così sotto il governo di Dio! «Voi soli ho conosciuto fra tutte le famiglie della terra; perciò io vi punirò per tutte le vostre iniquità» (Amos 3:2). «Poiché è giunto il tempo in cui il giudizio ha da cominciare dalla casa di Dio; e se comincia prima da noi, qual sarà la fine di quelli che non ubbidiscono al vangelo di Dio? E se il giusto è difficilmente salvato, dove comparirà l’empio e il peccatore?» (1 Pietro 4:17). Come queste parole sono serie e degne di tutta la nostra considerazione!

Ma, come l’abbiam detto, Mosè era sotto la grazia, quanto sotto il governo; e, veramente questa grazia brilla con splendore particolare, alla cima del Pisga. Quivi fu permesso al venerabile servitore di Dio di stare alla presenza del suo Maestro, e, con un occhio che nulla oscurava, contemplare il bel paese della promessa. Poté vederlo ad un punto di vista divino, non solo come posseduto da Israele, ma come dato da Dio.

E in seguito? Mosè s’addormentò e fu raccolto ai suoi padri. Morì non debole e logoro come un vecchio, ma in tutta la forza e il vigore dell’età matura. «Or Mosè aveva centovent’anni quando morì; la vista non gli s’era indebolita e il vigore non gli era venuto meno». Colpente testimonianza! Fatto raro negli annali della nostra razza scaduta! La vita di Mosè si divide in tre periodi importanti e distinti di quarant’anni ciascuno: passò quarant’anni nel deserto. Quanti ammaestramenti per noi in questa vita così straordinaria, in questa storia così ricca di avvenimenti! Come lo studio di essa è interessante! Seguire questo servitore di Dio dalla sponda del Nilo quando, piccolo bambino abbandonato, riposava nel suo canestro di giunchi, fino alla sommità del Pisga ove, in compagnia del suo Signore, contemplava la bella eredità dell’Israele di Dio; poi vederlo di nuovo sul monte della trasfigurazione con Elia «mentre parlava con Gesù» sul soggetto più grande che possa occupare la mente degli uomini o degli angeli. Che vita meravigliosa! Quale altro uomo fu così privilegiato? Dove troveremo un simile servitore?

Ascoltiamo ancora la testimonianza divina resa a quest’uomo di Dio. «Non è mai più sorto in Israele un profeta simile a Mosè, che l’Eterno abbia conosciuto a faccia a faccia. Niuno è stato simile a lui in tutti quei segni e miracoli che Dio lo mandò a fare nel paese d’Egitto contro il Faraone, contro tutti i suoi servi e contro tutto il suo paese; né simili a lui in quegli atti potenti e in tutte quelle gran cose tremende, che Mosè fece dinanzi agli occhi di tutto Israele» (vers. 10-12).

Voglia il Signore nella sua grazia infinita, benedire il nostro studio del libro del Deuteronomio! Possano le sue preziose lezioni essere scolpite sulle tavole dei nostri cuori per mezzo della potenza dello Spirito Santo; e produrre il loro risultato formando il nostro carattere, governando la nostra condotta e mostrandoci il sentiero che dobbiamo seguire attraverso questo mondo! Ci sia dato di cercare con realtà di camminare umilmente e con passo deciso nel sentiero stretto dell’obbedienza, fino al termine del nostro pellegrinaggio!




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