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La Chiesa di Dio

André Gibert

Indice: Introduzione 1. Prima parte : I principi del radunamento cristiano 1.1 La Chiesa secondo il pensiero di Dio 1.1.1 Il suo prezzo 1.1.2 I propositi di Dio 1.1.3 La sua precisa posizione 1.1.4 La sua composizione 1.1.5 Figure e aspetti della sua unità Sposa di Cristo Corpo di Cristo Casa di Dio Santa città 1.1.6 Perché la Chiesa sulla terra? 1.1.7 Le sue preziose prerogative 1.1.8 Risorse e mezzi 1.1.9 Responsabilità 1.2 Che cosa gli uomini hanno fatto della Chiesa 1.2.1 Gli inizi 1.2.2 Dagli apostoli ai nostri giorni 1.2.3 Cristianità e chiesa 1.3 Come comportarsi nello stato attuale 1.3.1 Le diverse categorie dei gruppi cristiani Chiese cattoliche (romana e ortodossa) Chiese non cattoliche «Fuori dal campo» (Ebrei 13:13) 1.3.2 Una chimera: il ritorno della cristianità alle origini 1.3.3 Ciò che rimane valido 1.3.4 Le caratteristiche permanenti di un’assemblea di Dio 1.3.5 Posizione conseguente a questi caratteri 2. Seconda parte : Il radunamento secondo Dio: la pratica 2.1 Il problema della terminologia 2.2 L’opera del servizio 2.2.1 Clero e ministerio ufficiale 2.2.2 I «doni» 2.2.3 Gli incarichi 2.2.4 Libertà e dipendenza 2.2.5 Il ministerio delle donne 2.3 Le riunioni 2.3.1 Riunioni speciali e riunioni normali previste dalla Scrittura 2.3.2 L’assemblea che si rivolge a Dio La preghiera La riunione per l’adorazione 2.3.3 L’assemblea che riceve da Dio 2.4 Il cammino dell’assemblea 2.4.1 «Seguitando verità in carità» (o «essendo veri nell’amore») (Efesini 4:15) 2.4.2 L’esercizio dell’autorità nel nome del Signore da parte della Chiesa La sfera di competenza dell’assemblea L’ammissione alla tavola del Signore La «disciplina» Valore delle decisioni di un’assemblea Le divisioni Conclusione

Introduzione

«Chi non raccoglie con me disperde» (Matteo 12 :30)

Esistono numerosi trattati validi concernenti la Chiesa di Dio (*); non sono diffusi però come dovrebbero, soprattutto fra i giovani credenti, molti dei quali non hanno avuto l’occasione di leggerli. Queste pagine sono state scritte con lo scopo di ricordare l’insegnamento della Parola di Dio su un argomento così fondamentale.

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(*) I due termini «chiesa», e «assemblea» sono equivalenti. In questo studio il termine Chiesa con la C maiuscola sia ad indicare la Chiesa del Signore, quella vera, composta da tutti i veri credenti; «chiesa» con la c minuscola una confessione o denominazione cristiane (chiesa cattolica, luterana, ecc.) il termine assemblea è usato, invece, per designare una chiesa locale, un radunamento di credenti.
Il termine greco «Ekklesia», da cui deriva il termine Chiesa, significa assemblea (nel mondo greco era usato per indicare le assemblee di cittadini, i raduni, i comizi) ma, etimologicamente, ha il senso di «chiamati fuori da».
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Lo stato del mondo cristianizzato odierno non è più quello dei tempi in cui, per mezzo di servitori qualificati, il Signore rimise in luce molte verità dimenticate (*); queste verità si sono diffuse, ma il nemico le ha diluite con vari artifizi in una moltitudine di errori perniciosi. Non è sempre facile distinguere ciò che è fondato sulla Parola di Dio e ciò che non lo è. Non per niente dobbiamo stare in guardia contro le «novità», perché si presentano bene, con conversazioni, letture, predicazioni; dobbiamo esortarci reciprocamente a «custodire il buon deposito per mezzo dello Spirito Santo che abita in noi» (2 Timoteo 1:14).

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(*) L’autore fa allusione ai risvegli dei secoli scorsi.
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È dunque utile considerare i principi del radunamento secondo la Parola, in quanto anche coloro che li hanno conosciuti hanno consentito al nemico il suo lavoro di distruzione e di dispersione. Riconosciamo con umiliazione le nostre incoerenze e la loro causa: la mancanza di amore e di fedeltà. Ma la verità resta valida, e dobbiamo ricercarla, attenendoci ad essa, con cuori pieni dell’amore di Cristo.

Spesso si insiste solo sulla necessità di attenersi a certe «pratiche» senza conoscerne (o senza farne conoscere) il fondamento biblico. Il pericolo, senza dubbio più grande di quanto immaginiamo, è quello di accettare abitudini considerate come ortodosse, in quanto consone a quelle dei nostri predecessori, e accontentarci, anche se non vogliamo ammetterlo, di una sorta di codice dei fratelli. È estremamente importante non «copiare» i nostri conduttori, ma andare alla sorgente dalla quale essi hanno attinto. Dobbiamo imitare «la loro fede» considerando la fine della loro condotta (la loro condotta derivava dalla loro fede).

Spesso sentiamo dire, in certe situazioni: «I nostri fratelli anziani avrebbero agito diversamente», o in maniera più generale: «I fratelli hanno sempre fatto così». Questo può essere un pensiero prezioso ; ma sapremmo spiegare o giustificare con la Parola divinamente ispirata, questi modi di agire che, per quanto buoni, non avrebbero altra autorità che quella di una tradizione e condurrebbero ad una «routine»?

La Parola e lo Spirito ci ammaestrino, incitandoci alla ricerca costante del pensiero di Dio sul soggetto del radunamento.

1. Prima parte : I principi del radunamento cristiano

Le istruzioni e le esortazioni del Nuovo Testamento considerano raramente il cristiano da solo, ma lo vedono come, facente parte di un insieme, quello dei «santi» (Romani 1:7, 1 Corinti 1:2, 14:33. 16:40, Giuda 4, ecc...). La qualifica di «santi» non è dovuta a meriti propri, ma dipende dall’appello di Dio, in virtù dell’opera perfetta di Cristo. I riscattati del Signore sono tutti «fratelli santi», partecipi di una celeste vocazione (Ebrei 3:1).

La portata di questi insegnamenti è generalmente collettiva. Quando Paolo ordina a chiunque nomina il nome del Signore di ritirarsi dall’iniquità, o quando esorta Timoteo ripetendogli «ma tu», egli orienta i pensieri del fedele verso un insieme con il quale deve fedelmente servire il Signore. I termini dell’ingiunzione di 1 Timoteo 6:11 «fuggi... persegui...» si ritrovano in 2 Timoteo 2:22 dove però sono seguiti, essendo per un tempo di maggior rovina, da questa preziosa indicazione: «... con quelli che di cuore puro invocano il Signore». È dunque molto importante sapere perché, dove, come, con chi, dobbiamo radunarci secondo Dio. Troppo spesso si seguono a questo riguardo le abitudini della propria famiglia, del proprio ambiente e del proprio paese.

Il mondo cristianizzato è formato da numerosi raggruppamenti che si qualificano cristiani, alcuni dei quali si nominano ufficialmente «chiesa» con una collocazione caratteristica: chiesa cattolica, chiesa anglicana, riformata, luterana, presbiteriana, metodista, libera, battista, ecc...l’elenco di tutte le denominazioni cristiane sarebbe molto lungo.

Molti credenti sinceri, rattristati da queste divisioni, lavorano attualmente per ricostruire l’unità della Chiesa, cercando di riunire membri di «chiese» diverse ma in accordo su un certo numero di punti comuni; purtroppo questi punti non sono sempre essenziali, cioè verità dottrinali. Gli stessi promotori più convinti di questo movimento ecumenico (altrimenti detto universale), già non sarebbero d’accordo nel definire cosa significa essere «cristiano». Che dire delle divergenze d’opinione sull’ispirazione delle Scritture, sulla divinità di Gesù, sulla realtà della sua risurrezione? Ci sarà una concezione di Dio valevole per tutti?

Ci rallegriamo per tutto ciò che vienefatto per avvicinare pacificamente gli uomini. Umanamente riconosciamo apprezzabile il proclamare un comune attaccamento agli insegnamenti di Cristo nella speranza di migliorare il mondo (ammesso che sia migliorabile). Siamo felici di pensare che molti di coloro che lavorano in quest’opera siano dei veri e cari figli di Dio. Ma in tale campo la buona volontà non basta. Questi generosi sforzi applicati ad elaborare compromessi che preservino le convinzioni profonde dei vari adepti, e ad edificare una chiesa lasciando sussistere chiese diverse, non si basano minimamente sugli insegnamenti della Parola di Dio intorno alla vera unità cristiana e al radunamento secondo il Signore. È a questa Parola che dobbiamo riferirci.

Un’iniziale ed essenziale constatazione è che la Parola non tratta mai di diverse chiese tra le quali i credenti si trovano divisi e che bisogna riunire. Essa parla di loro come facenti parte di una sola e medesima Chiesa, di cui possono esistere un gran numero di espressioni locali, cioè di radunantenti in vari luoghi. La Parola non riconosce altra Chiesa all’infuori di questa.

Gravi confusioni provengono dall’esistenza di punti di vista molto differenti. Da un lato c’è la Chiesa tale quale è agli occhi di Dio, e dall’altro la forma che sulla terra gli uomini hanno dato a questa Chiesa. Il disegno e il pensiero di Dio da un lato, e dall’altro la responsabilità dell’uomo e i risultati del suo lavoro.

Per sapere come dobbiamo condurci in seno alla Chiesa oggi esistente sulla terra, bisogna avere innanzitutto un’idea giusta di quello che essa è agli occhi di Dio.

1.1 La Chiesa secondo il pensiero di Dio

1.1.1 Il suo prezzo

Non mediteremo mai abbastanza su quanto la Parola ci dice circa il valore che la Chiesa ha per Cristo e per Dio. Cristo la chiama «la mia Chiesa» (Matteo 16:18), e questa espressione è sufficiente per evidenziare la presunzione degli uomini nel momento in cui vogliono fondare la loro propria Chiesa. Essa è la Chiesa di Cristo; ed è Lui che la edifica. Ha tutti i diritti su di essa; è di sua proprietà. Il versetto ben conosciuto di Efesini 5:25 descrive questi diritti, che sono dettati dall’amore; ci dice a quale prezzo Egli l’ha acquistata: «Cristo ha amato la Chiesa e ha dato se stesso per lei». Il mercante della parabola ha venduto tutto ciò che aveva per comperare la perla di gran prezzo, ma Cristo ha pagato molto di più: ha dato la sua vita per la Chiesa.

La Parola usa l’espressione «Chiesa di Dio» più frequentemente che «Chiesa di Cristo», e questo fa risaltare ancora di più il valore elevato che ha nei pensieri e nelle affezioni divine, perché il «Capo di Cristo è Dio» (1 Cor. 11:3). Paolo raccomanda agli anziani di Efeso di «pascere la Chiesa di Dio», e aggiunge subito dopo: «La quale Egli ha acquistata col proprio sangue» (o «col sangue del suo proprio Figliuolo») (Atti 20:28).

Ciascuno di noi consideri tali espressioni. Il soggetto della Chiesa non è lasciato alla nostra personale valutazione, non è un argomento di controversie inutili. Ecco quanto la Chiesa è stimata da Cristo e da Dio. Informiamoci attentamente su ciò che essa è, e sul modo in cui noi dobbiamo condurci in essa, sul ruolo e sulla posizione che la Parola le assegna quaggiù, sulla sua speranza, sul suo avvenire. Hanno diritto gli uomini di plasmarla a loro piacere?

È grave disprezzare «la Chiesa di Dio» (1 Cor. 11:22, Apocal. 3:9). Ogni leggerezza, ogni indifferenza a questo riguardo sarebbe un deplorevole disinteresse perciò che Dio ama, per ciò che Cristo ama. Il sangue del Figlio di Dio, il sacrificio di Cristo, l’amore di Cristo non ci toccano? O ci accontenteremmo egoisticamente di sapere che siamo salvati, senza considerare caro e prezioso al nostro cuore ciò che ha grande valore per il Signore?

1.1.2 I propositi di Dio

Non temiamo di approfondire un tale soggetto. Non si può avere una giusta visione di tutto ciò che è in rapporto con la Chiesa se non si presta attenzione a quello che le Scritture rivelano del disegno di Dio verso di essa, per la Sua gloria.

La Chiesa è nei consigli eterni di Dio destinata a condividere la gloria di Cristo, che è divenuto il Figlio dell’uomo per morire per noi, che è risuscitato dai morti, ed ora è seduto alla destra di Dio nel cielo. Ben presto «secondo il mistero della sua volontà» Dio riunirà in uno tutte le cose in Cristo, «tanto quelle che sono nei cieli quanto quelle che sono sopra la terra» (Efesini 1:10).

La Chiesa sarà associata a questo Re. Gli è data perché Egli sia capo di tutte le cose, e perché gli sia unita come il suo stesso corpo, «il compimento (o la pienezza) di Colui che porta a compimento ogni cosa in tutti» (Efesini 1:23). Per un tale avvenire essa è stata formata!

1.1.3 La sua precisa posizione

Da quanto considerato si comprende la particolare posizione assegnata quaggiù alla Chiesa. Il credente benché nel mondo non è del mondo, perché Cristo non lo è (Giovanni 17:14).

La «chiamata fuori» dalla comunità ebraica di Gerusalemme la troviamo descritta in Atti 2:47 e 5:14; quella di Atti 18:7 e 19:9 fa uscire i credenti dal giudaesimo in generale; quanto alla separazione dei pagani, era ovvia (Galati 1:4; 1 Cor. 12:2).

In 1 Corinzi 10:32 troviamo la più netta distinzione possibile: «Non siate motivo di intoppo né ai Giudei, né ai Greci, né alla Chiesa di Dio». I Giudei erano il popolo terreno di Dio, in procinto di essere rigettati, i Greci rappresentavano il rimanente degli uomini; la «Chiesa di Dio» è formata da coloro che non sono più né Giudei né Greci, ma «uno in Cristo Gesù» (Galati 3:28).

1.1.4 La sua composizione

La Chiesa è formata unicamente da coloro che posseggono la vita nuova di Cristo, la vita di Dio. «Noi tutti abbiamo ricevuto il battesimo di un unico Spirito per formare un unico corpo, e Giudei e Greci, e schiavi e liberi, e tutti siamo stati abbeverati di un unico Spirito» (1 Cor. 12:13). Questi «noi» sono evidentemente, con l’apostolo, coloro ai quali si indirizza la sua epistola, cioè i santificati in Cristo Gesù, «chiamati ad essere santi» (1 Cor. 1:2). Essi appartengono a Cristo, Egli è il «Signore loro e nostro». Li ha acquistati a Dio per mezzo del suo sangue e il suo Spirito dimora in loro. Essi «sono di Cristo» (Galati 3:29). Sono tutti accettati da Dio come figli. La loro posizione davanti a Lui è la stessa di Cristo; potrebbe Dio accettare qualcuno che non sia «in Cristo»?

Tutti i credenti senza distinzione fanno parte per sempre della Chiesa; la loro posizione relativa alla salvezza è sicura. Ma quando dei non credenti si vantano di far parte della Chiesa cristiana, o quando una «chiesa» che si nomina cristiana annovera tra i suoi membri e associa alla sua vita persone palesemente inconvertite, la responsabilità è molto grave. Non sono i riti o le formalità esteriori, come il battesimo, che salvano, ma la fede personale in Gesù Cristo. Lo Spirito Santo mette il suo sigillo su questa fede e la manifesta.

La Chiesa è formata da tutti i credenti, dal giorno della discesa dello Spirito Santo alla Pentecoste, fino alla venuta del Signore. Questo insieme, completo, Cristo lo presenterà a se stesso come Chiesa gloriosa, senza macchia, né ruga, né cosa alcuna simile (Efesi 5:27). Sino a quel glorioso momento, gli insegnamenti dati dalla Parola riguardano la Chiesa sulla terra, formata dai credenti viventi e di cui Cristo si prende cura (v. 26), cioè la Chiesa come insieme dei credenti esistenti sulla terra nello stesso momento. Non possono conoscersi tutti, ma Dio conosce tutti i suoi figli; essi sono tutti allo stesso titolo membri della sua Chiesa. L’unità proviene dal fatto che hanno tutti la stessa vita, quella di Cristo risuscitato.

1.1.5 Figure e aspetti della sua unità

Il Nuovo Testamento impiega diverse figure per presentarci la Chiesa. Esse si riferiscono tutte (sotto punti di vista diversi) all’unità di tutti i «nati di nuovo».

a) Sposa di Cristo

La Sposa, una con lo Sposo da cui è tratta, come Eva da Adamo, «ossa delle sue ossa e carne della sua carne», è l’oggetto del suo tenero affetto. Nessuna relazione è più intima e dolce. Il matrimonio ne offre una pallida immagine: si è marito e moglie soltanto per la terra, ma la Chiesa sarà la Sposa di Cristo per l’eternità come è evidenziato in maniera particolare negli ultimi capitoli dell’Apocalisse. Le cure attuali di Cristo per la Chiesa sono quelle dello Sposo che attende il momento di venire a prendere la sua sposa, con un santo affetto al quale Egli vuole che essa risponda.

«Colui che ode dica: Vieni».

b) Corpo di Cristo

I mariti sono esortati ad amare le loro mogli perché esse sono «il proprio corpo», come lo è la Chiesa per Cristo. Questa espressione è usata in Efesini 1:23, 4:12, 5:22-32, come pure in 1 Corinzi 12:12-26 e, sebbene in modo meno significativo, in Romani 12:5. Si sa che questo termine «corpo» é caratteristico dell’insegnamento di Paolo, particolarmente prescelto per porre in luce questo punto, data la sua importanza. Nulla può eguagliare la forza di tale espressione: il corpo di Cristo. Qui non vi è soltanto una relazione, per quanto intima essa sia, ma un’unità vitale, assicurata da un medesimo Spirito che lega il Capo al Corpo. «V’è un corpo unico ed un unico Spirito, come pure siete stati chiamati ad un’unica speranza, quella della vostra vocazione» (Efesini 4:4).

Tutto ciò presuppone la vita. Quelli che fanno parte del corpo hanno la vita di Dio, la vita del Signore, e hanno come speranza il momento in cui ciò che è ancora mortale in loro sarà assorbito dalla vita (2 Cor. 5:4). Nell’istante in cui Cristo glorificato «afferrò» Paolo (Fil. 3:12), Egli mise quest’unità in evidenza: «Io sono Gesù che tu perseguiti», perché perseguiti i miei discepoli. «Voi siete il corpo di Cristo, e membra di Lui, ciascuno per parte sua» (1 Cor. 12:27). Non è parlato di «membri» della Chiesa o di un’assemblea, ma di membra del corpo di Cristo. «Questo mistero è grande...».

c) Casa di Dio

La Chiesa è anche la casa di Dio. Il medesimo Spirito, che assicura e mantiene l’unità vitale di Cristo glorificato col suo corpo ancora sulla terra, è in ciascuno dei suoi membri e abita nella Chiesa sulla terra. Ogni credente è «il tempio dello Spirito Santo», che è in lui e che egli ha da Dio (1 Cor. 6:19); e la Chiesa intera è «il tempio di Dio» (1 Corinti 3:16), «la dimora di Dio per lo Spirito» (Efesini 2:22). E la casa di Dio (1 Timoteo 3:15), costruita su un fondamento solido, la Roccia, che è la persona gloriosa confessata da Pietro come il Cristo, il Figlio del Dio vivente. È lui che la edifica, ed è formata da pietre viventi (i credenti), a partire da Pietro (1 Pietro 2:5). Per far parte sia della casa di Dio che del corpo di Cristo, la realtà della vita divina è condizione essenziale.

L’edificio dà l’idea di qualche cosa di stabile; e la solidità della Chiesa è tale che «le porte dell’Ades non la potranno vincere». È Dio che costruisce, e pertanto non vi è nulla da temere. Ma è la casa di Dio, il tempio santo del Signore. Tutto quindi deve corrispondere al carattere divino; il nome di Dio è conosciuto, onorato, lodato, e Dio veglia affinché il modo di vivere di coloro che ne fanno parte sia in armonia con la santità del Suo nome. È il luogo del servizio divino, di un sacerdozio santo.

d) Santa città

Sposa, corpo, casa, (*) la Chiesa porta tutti questi caratteri sin dall’inizio della sua esistenza. Ma, come il credente preso individualmente è già da quaggiù totalmente «compiuto in Cristo», dunque pronto per la gloria, ed è plasmato progressivamente nel corso della sua vita in vista della sua manifestazione nel giorno di Cristo, così la Chiesa è già vista in Cristo nella sua perfezione, e nel medesimo tempo è formata poco a poco, attraverso il lavoro dello Spirito Santo durante il tempo della grazia, in vista del cielo. Cristo purifica la Chiesa attraverso il lavaggio dell’acqua, con la Parola; il corpo di Cristo cresce, per mezzo delle benedizioni spirituali che vengono dal Capo, e «ben collegato e ben connesso mediante l’aiuto fornito da tutte le giunture, trae il proprio sviluppo nella misura del vigore d’ogni singola parte, per edificare se stesso nell’amore» (Efesini 4:16); «l’edificio ben compatto, cresce per essere un tempio santo del Signore» (Efesini 2:21). Il completamento sarà visto nel cielo; ma è già, per così dire, presente potenzialmente, come un provetto operaio vede già nel suo pensiero il suo lavoro ultimato, e vede nello stesso tempo tutto ciò che sarà necessario fare per portarlo a questa ultima fase.

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(*) Esistono altri aspetti della Chiesa, oltre quelli che l’autore ha fin qui esaminato: essa e come un «gregge» di cui il Signore è Pastore (Giov. 10:16) e come un «popolo» di cui il Signore è Re (1 Pietro 2:9).
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Quando la Chiesa prenderà realmente posto nei luoghi celesti con Cristo, apparirà come la sua Sposa unita a Lui, come il suo Corpo, pienezza (o compimento) di Colui che porta a compimento ogni cosa in tutti (Efesini 1:23). L’edificio, l’abitazione di Dio per lo Spirito, diventa la «santa città», la nuova Gerusalemme, alla quale si addice questo titolo di Sposa, di moglie dell’Agnello. Così saranno manifestate le sue perfezioni eterne, frutto del lavoro e dell’amore di Cristo, agli occhi di tutto il mondo nei mille anni di Regno di Cristo, e poi nei nuovi cieli e nella nuova terra (Apocalisse 21:2-6, 21:9-27).

Nell’attesa, in mezzo al mondo che ha rigettato e rifiutato Cristo, essa non può essere che straniera. La nuova creazione alla quale appartiene è certamente in contrasto con l’antica creazione nella quale si trova. La Chiesa non è, contrariamente a quanto alcuni pensano, una parte - la piú nobile - di questo mondo; essa ne è stata tratta e si trova normalmente opposta al mondo, per il suo carattere celeste, come lo è stato Cristo quando camminò quaggiù.

Essa non è, in definitiva, la chiesa degli uomini, è la Chiesa di Dio.

1.1.6 Perché la Chiesa sulla terra?

Viene spontaneo chiedersi il motivo per il quale la Chiesa è lasciata sulla terra e quali funzioni è chiamata ad esercitarvi.

La Chiesa è sulla terra per glorificare Dio, glorificando Cristo. Questa è la vocazione individuale di ogni cristiano, tempio dello Spirito Santo; questa è la vocazione della Chiesa, abitazione di Dio per lo Spirito. Essa è sulla terra «affinché nel tempo presente, ai principati e alle potestà, nei luoghi celesti, sia data a conoscere, per mezzo della Chiesa, la infinitamente varia sapienza di Dio» (Elèsini 3:10).

Gli attributi della Chiesa per rispondere a questo grande scopo sono molteplici:

1) Per prima cosa deve manifestare questa unità di natura divina, che non trova uguale nella cose umane. L’esitenza stessa della Chiesa deve mostrare la grazia e la potenza di Dio. Il Signore Gesù aveva in vista una tale testimonianza quando, nella sua preghiera di Giovanni 17, domandava: «Che siano tutti uno; che come tu, o Padre, sei in me, ed io sono in te, anche essi siano in noi: affinché il mondo creda che tu mi hai mandato» (v. 21). Il valore che il Signore attribuisce alla manifestazione di questa unità per mezzo dei suoi è talmente grande che grazie ad essa, dice, il mondo avrebbe creduto. Quando Cristo manifesterà la Chiesa in gloria, quest’unità sarà resa evidente e il mondo la conoscerà (v. 23), anche i nemici; ma attendendo che Egli ci «renda perfetti nell’unità», ci pone nel mondo perché esso veda la vita nuova nella sua prova più evidente: l’unità della famiglia di Dio, affinché gli increduli ne cerchino la sorgente e credano. Questa sarebbe la più efficace evangelizzazione!

Non è necessario soltanto manifestare l’unità della famiglia, ma anche l’unità del corpo; essa si evidenzia quando i credenti serbano «l’unità dello Spirito» (Efesini 4:3) con il legame della pace. Questo ruolo deve essere l’impegno di tutti, in quanto tutti sono stati chiamati alla stessa vocazione, fanno parte del medesimo corpo, e sono animati dallo stesso Spirito.

Questa testimonianza resa nell’amore (Efesini 4:2) può essere tale solo nella separazione dal male. La santità pratica è richiesta a tutti coloro che portano il nome di Dio: «Siate santi, poiché io sono santo». Essa è rappresentata, a proposito della Chiesa, dalla «pasta senza lievito» di 1 Corinzi 5:7.

2) La Chiesa, testimone della potenza della grazia di Dio per unire i credenti nella santità, è quaggiù la depositaria della verità; «la Chiesa dell’Iddio vivente» è «colonna e sostegno della verità» (1 Timoteo 3:15). Dio l’ha stabilita tale. Essa non è la sorgente della verità; la verità non procede dalla Chiesa. La Parola di Dio è la verità, il Signore Gesú è la verità, lo Spirito Santo è la verità, non la Chiesa.

Essa l’ha ricevuta, ed ha ricevuto anche il compito di renderla pubblica nel suo ambito e nel mondo e di mantenerla intatta. Dio abita nella Chiesa che è la sua casa; in essa la verità deve essere vista; la Chiesa ha il dovere di sostenerla come se fosse una colonna, senza permettere che venga indebolita, alterata o dimenticata.

3) La casa di Dio è una casa di preghiera. Questo valeva già per il tempio del popolo terrestre di Dio, e tanto più vale per la Chiesa. Il Signore (Matteo 18:19) lo stabilisce, dando a coloro che sono riuniti nel suo nome anche se sono solo «due o tre» l’assicurazione, di essere esauditi perché Egli stesso è in mezzo a loro.

4) La Chiesa, sacerdozio santo, ha da assolvere al servizio della lode. Adora il suo Signore ed Egli stesso, risuscitato, intona in mezzo ad essa le lodi del Padre (Salmo 22:22). Per mezzo suo, la Chiesa loda Dio il Padre. Essa adora. «A Lui sia la gloria nella Chiesa e in Cristo Gesù» (Efesini 3:21). Le preziose relazioni individuali dell’anima con Dio per celebrarlo e ringraziarlo, si sublimano fondendosi insieme in questo servizio collettivo.

Al centro di questo servizio di adorazione si pone il ricordo della morte del Signore. Nella Chiesa è eretta la tavola del Signore, alla quale si celebra la cena del Signore (1 Corinzi 10:16-21 ; 11:20-34). Essa parla della sua opera, proclama il Signore come Salvatore e centro del radunamento. Lo fa nel ricordo (reso visibile col memoriale istituito da Lui stesso) del Signore che offre la sua vita: «fate questo in memoria di me». E ciò rappresenta anche una testimonianza: la morte del Signore è annunciata.

5) Mentre è rivolta verso il passato per ricordare il sacrificio unico, la Chiesa si volge anche verso il futuro per attendere la venuta del Signore. Essa può dire con amore: «Vieni, Signore Gesù» per mezzo dello Spirito che è in mezzo a lei e con lei (Apocalisse 22).

Ecco alcune delle preziose funzioni che la Chiesa quaggiù deve svolgere. Ne esistono indubbiamente altre. Sarebbe utile ricordare tutto ciò che nelle assemblee di credenti (che sono tante piccole espressioni della grande Chiesa) le anime possono trovare: incoraggiamento, conforto, insegnamento, edificazione, in una comunione fraterna che ha la sua sorgente nell’amore del Signore per i suoi.

L’assemblea è il rifugio di chiunque, stanco di questo mondo, viene a cercare la pace presso il Salvatore. Essa riconosce, approva e sostiene i servitori che il Signore manda. Tutte le epistole di Paolo ci mostrano come questo potente servitore di Dio, non dipendente da nessuno, contava sul sostegno spirituale dell’assemblea in ogni luogo, e come era riconoscente per le cure materiali di cui era circondato. Con quali espressioni di gioia si rallegrava della parte che i Filippesi prendevano all’Evangelo! E come riconosceva che la condotta dei Tessalonicesi rafforzava ovunque la sua predicazione!

1.1.7 Le sue preziose prerogative

Abbiamo parlato di funzioni e di doveri ma dobbiamo ora parlare dei privilegi. I santi dell’Antico Testamento non li conoscevano, in quanto era necessario che Cristo fosse glorificato affinché questo tesoro si aprisse. Essi non avevano parte né all’unico corpo, né all’unico Spirito, né all’unica speranza della vocazione (Efesini 4:4). Ora, «benedetto sia l’Iddio e Padre del nostro Signore Gesù Cristo, che ci ha benedetti di ogni benedizione spirituale nei luoghi celesti in Cristo» (Efesini 1:3).

La Chiesa è stabilita affinché, godendo di queste benedizioni celesti, ne emani quaggiù lo splendore e il profumo, con una testimonianza collettiva che onori il suo Capo conosciuto e amato, autore della salvezza e unico centro del radunamento.

1.1.8 Risorse e mezzi

Per esercitare realmente queste prerogative e rendere questa testimonianza, la Chiesa quaggiù è provvista di ogni risorsa; come anche ogni singolo credente che non è lasciato a se stesso, per la grazia di Dio.

Queste risorse sono infinite e inesauribili. È tutta la infinita grazia di Dio. Riconoscere realmente l’autorità del Signore e sottomettervisi, lasciare agire liberamente lo Spirito Santo, la cui missione è di glorificare Gesù esaltato, e ubbidire alla Parola: questo è tutto!

Cristo glorificato «dona» in grazia ciò che è necessario (Efesini 4:7), tutti i «ministeri» necessari per formare e nutrire la Chiesa (Efesini 4:8-16). Lo Spirito distribuisce con sapienza i vari servizi (1 Corinzi 12). Così è avvenuto in tutta la storia della Chiesa. Cristo mostrerà, per la sua gloria, quanto Egli sarà stato fedele occupandosi di colei che ha tanto amato.

Ma in opposizione all’azione divina si scatenano, purtroppo, tutte le offensive di Satana e del mondo, per disperdere, distruggere, alterare. Il credente è in continua lotta. Ma l’assemblea dispone, per preservarsi, di un’arma particolare: un’autorità speciale dovuta alla presenza del Signore è in mezzo a Lei.

Troviamo questo pensiero già in Matteo 18:17-20, con lo scopo di assicurare l’ordine e la pace tra i fratelli, i figli di Dio. La presenza del Signore in mezzo ai suoi è assicurata, in questi versetti, in rapporto alla preghiera dei due o tre, ma questa preghiera stessa è in rapporto col potere di «legare e sciogliere» in materia di relazioni fraterne. Lo scopo evidentemente è che i «fratelli dimorino insieme», fatto «buono e piacevole», sorgente di benedizione e testimonianza resa all’unità della famiglia di Dio.

Il potere conferito ad ogni assemblea è presentato in modo ampio e solenne in 1 Corinzi 5. Si deve togliere il vecchio lievito, il lievito del peccato, per essere una nuova pasta. In altri termini l’assemblea è tenuta a purificarsi dal male e deve esercitare una disciplina su chi lo commette (il «malvagio» 1 Cor. 5:12) che può giungere fino alla sua esclusione. Al pari di Matteo 18, l’autorità posta nell’assemblea è dovuta esclusivamente alla presenza del Signore (v. 4) e alla potenza del suo nome. Essa è esercitata da parte del Signore, nel nome del Signore, non come un tribunale umano, ma in vista del bene di tutti e particolarmente di colui che ha sbagliato (2 Corinzi 2:5-9).

1.1.9 Responsabilità

La grandezza di questi privilegi, la realtà di queste risorse superano ciò che gli antichi testimoni possedevano e pertanto fanno pesare sulla Chiesa una notevole responsabilità.

Ma essa non è stata in grado di assolvere al compito che le è stato dato. Non ha saputo impiegare le sue risorse. Ha manifestato una volta di più che l’uomo non è capace di mantenere intatto ciò che Dio gli affida. La verità che la Chiesa doveva custodire era molto preziosa, ma l’ha trascurata.

Indubbiamente questo è avvenuto perché, alla fine, tutta la gloria vada a Dio soltanto, il quale compirà il suo volere per mezzo di Gesù Cristo, il solo uomo fedele in cui Dio si sia compiaciuto.

Ciò non toglie, però, che fintanto che la storia della Chiesa sulla terra non sarà conclusa, chiunque ha a cuore i veri interessi di Cristo deve impegnarsi nel cammino della fedeltà.

1.2 Che cosa gli uomini hanno fatto della Chiesa

1.2.1 Gli inizi

La formazione della Chiesa ha avuto inizio nel giorno della Pentecoste, quando lo Spirito Santo è sceso sulla terra e gli apostoli ne furono ripieni. Pietro, per primo, ricevette la potenza per annunciare l’Evangelo, proclamando la risurrezione e la gloria di Gesù. Ma la Chiesa è apparsa nella sua originale identità solo dopo le rivelazioni fatte a Paolo: quando i Giudei respinsero definitivamente «il consiglio di Dio», l’Evangelo si sparse tra le nazioni. Nell’Antico Testamento non era stato rivelato il mistero dell’unico corpo che avrebbe abbracciato sia coloro che erano lontani, i Gentili, sia coloro che erano vicini, i Giudei, avendo tutti accesso al Padre per mezzo di un solo Spirito. Solo alcune allusioni profetiche della Scrittura, alcuni tipi, non compresi fino alla venuta di Cristo, nascondevano il segreto che Paolo ebbe il privilegio di rivelare.

Non ci proponiamo di riscrivere la storia della Chiesa sulla terra. Quanto ci riferisce la Parola è sufficiente per far capire quale sarebbe stato il suo sviluppo. Il libro degli Atti e le epistole di Paolo, di Pietro, di Giacomo, di Giovanni e di Giuda, non solo annunciano il declino, ma mostrano che questo era già ampiamente iniziato ai loro tempi. Tutti i caratteri dei mali che si sono sviluppati in seguito, e che noi troviamo oggigiorno, erano visibili già allora.

Ai primordi, a Gerusalemme, la Chiesa rifletteva il pensiero di Cristo: coloro che avevano creduto manifestavano l’unità dello Spirito, perseveravano insieme nella dottrina e nella comunione degli apostoli, nella frazione del pane e nelle preghiere. L’amore, nello Spirito, operava con potenza tra loro e faceva loro mettere tutto in comune; erano di un solo cuore e di una sola anima. Ma questo felice inizio fu ben presto turbato. La cupidigia e la menzogna, le negligenze riguardo alle vedove e i mormorii che ne seguirono, furono repressi perché lo Spirito Santo agiva con potenza, ma solo per un tempo, come si vede nell’epistola di Giacomo. Le difficoltà che i credenti Giudei ebbero nell’ammettere le nazioni sullo stesso loro piano, scatenarono quasi uno scisma. Falsi fratelli si infiltrarono nelle assemblee (vedere epistola ai Galati, di Giuda, di Giovanni). Falsi dottori, gnostici, giudaizzanti e razionalisti, provocarono numerosi danni. Alcuni cristiani si distolsero dalla croce per seguire i loro interessi (epistola ai Filippesi e a Timoteo). Paolo prigioniero fu abbandonato da molti. Egli spesso preannuncia dei tempi difficili negli ultimi giorni, che già stavano manifestandosi. Giovanni dichiara che lo spirito dell’anticristo era già presente, e che quella era l’ultima ora.

1.2.2 Dagli apostoli ai nostri giorni

Diciannove secoli hanno purtroppo dimostrato, in maniera inequivocabile, che l’uomo, come sempre, rovina tutto ciò che Dio gli affida. Certamente Dio ha mantenuto fedeli testimoni, ha permesso felici ritorni alla verità, ha magnificato ovunque la sua grazia; Egli si è mostrato fedele! E anche oggi continua a operare: la Parola è intatta e continua a spandersi, l’Evangelo è annunciato e numerose anime si convertono.

I figli di Dio sono stati dispersi dai lupi rapaci che dei pastori negligenti hanno lasciato entrare nel gregge. Tra gli stessi pastori si sono levati uomini dalle dottrine perverse che hanno trascinato dei discepoli nella loro scia. L’autorità del Maestro è stata calpestata ed è stata rinnegata. E per «prurito di udire» non solo non riconoscono più la voce del Pastore, ma si sono accumulati «dottori secondo le proprie voglie» (2 Timoteo 4:3).

L’apparenza esteriore della cristianità potrebbe creare illusioni, oggi più che mai, ma la «grande casa» ha lasciato che il mondo entrasse largamente in essa e dominasse.

I materiali umani (1 Corinzi 3:12-15) sono stati mescolati ovunque alle «pietre viventi», i profanatori del tempio di Dio si sono moltiplicati. Si nominano «cristiani» intere moltitudini che non manifestano minimamente la vita di Cristo. Credenti e non credenti, associati, sono organizzati secondo i principi delle società umane. La zizzania si è mescolata sempre più al grano. Ma tutto questo era stato preannunciato e non dobbiamo stupircene.

Le sette lettere di Apocalisse cap. 2 e 3 tracciano un quadro profetico al quale la realtà corrisponde fedelmente. Ma bisogna rassegnarsi? Dio noi voglia. Fino alla fine, l’appello del Signore vuole risvegliare dei «vincitori». E ciò perché Lui è vittorioso, e perché si serberà dei fedeli testimoni fino alla fine. L’opera dell’uomo avrebbe già da lungo tempo totalmente e irrimediabilmente rovinato l’opera di Dio, se non fosse realmente la Sua opera.

Così, da un lato, la vera Chiesa di Dio, opera delle sue mani, non è più umanamente identificabile, e dall’altro la Chiesa professante ma senza la vita, opera degli uomini, non è ancora privata del suo titolo di chiesa.

Non lasciamoci turbare da questa apparente contraddizione. Ancora e sempre le due facce del «sigillo» di 2 Timoteo 2 ci rassicurano e ci ammaestrano riguardo a questo duplice aspetto. Quanto al primo: «Dio conosce quelli che sono suoi»; la fede rimette a Dio la cura della Sua opera. Quanto al secondo: «Si ritragga dall’iniquità chiunque nomina il nome del Signore»; la stessa fede ubbidisce e si separa dal male. Sì, «il solido fondamento di Dio rimane fermo».

Ritrarsi per restare soli’? Certamente no (Proverbi 18:1), ma per unirsi a coloro che invocano il Signore di cuore puro, cioè senza alleanze con ciò che disonora questo Nome. Chiunque ama il Signore troverà un cammino preparato da Lui per incontrare altri credenti animati dal medesimo desiderio. Anche questo è opera di Dio. In ogni tempo quello è un «cammino» puro. Elia ne fece l’esperienza quando si credeva solo; Dio sa riservarsi un rimanente fedele. A coloro che lo compongono Egli domanda (e di conseguenza li mette in grado di farlo) di gustare insieme i privilegi e di assumere insieme le preziose funzioni che sono proprie della Chiesa di Dio. La grande promessa fatta dal Signore rimane valida, malgrado tutta l’infedeltà degli uomini: «Dovunque due o tre sono radunati nel mio nome, io sono qui in mezzo a loro», Un radunamento potrebbe ridursi letteralmente a questo piccolo numero e sarebbe ben lontano dal manifestare la totalità della Chiesa sulla terra; ma ne sari un’espressione, approvata da Colui che è sempre con il «popolo afflitto e umiliato che si confida nel nome dell’Eterno» (Sofonia 3:12).

Abbiamo ritenuto necessaria questa panoramica introduzione prima di addentrarci nell’esame dello stato attuale della Chiesa.

1.2.3 Cristianità e chiesa

Nonostante la confusione attuale, una certezza ci conforta: Dio ha sulla terra, oggi come in altri tempi, un gran numero di suoi figli, di riscattati di Cristo, che costituiscono, tutti insieme, la Chiesa di Dio. Vi è un corpo di Cristo sulla terra, cioè l’insieme di coloro che, nati di nuovo, sono legati in modo vitale dallo Spirito Santo.

Nulla è cambiato, né nel modo con cui si diventa figli di Dio (coloro che «credono nel suo nome») né nel modo con cui Cristo nutre e ama teneramente la Chiesa che è il suo corpo. Non dimentichiamoci questo pensiero che, oggi come ai tempi degli apostoli, la Chiesa di Dio è solo formata da tutti i veri credenti, si chiamino essi cattolici, protestanti o in altro modo; e sono più numerosi di quanto possiamo credere e conoscere, e per Cristo e davanti a Dio la loro unità è altrettanto reale oggi quanto lo era ieri. Non li separiamo nei nostri cuori, e non usiamo il nome di «Chiesa» senza ricordare tutti i riscattati di Cristo.

Ma dove vedere quaggiù questa Chiesa di Dio? È evidente che se ne cerchiamo un’espressione globale non la troviamo. Essa è perduta da molto tempo. Molto rapidamente, fin dall’inizio, non sarebbe più stato possibile censire esattamente coloro che facevano realmente parte della Chiesa di Dio; è precisamente ciò che Paolo dice in 2 Timoteo 2: «Il Signore conosce quelli che sono suoi». Da una parte, milioni di persone che hanno ricevuto il battesimo non hanno mai manifestato la vita: dall’altra, i veri credenti sono divisi in un gran numero di gruppi diversi.

La pretesa di chiamarsi cristiani non manca, né quella di essere la Chiesa, o una Chiesa cristiana, pur considerando cristiani degli inconvertiti. Vi è in questo una profanazione odiosa per Dio, perché non si può portare abusivamente il Suo nome. E dal momento che uno dichiara di far parte della Chiesa di Cristo o di appartenergli, Dio attribuisce a questa professione tutta la responsabilità che essa comporta. Al mondo che si autodefinisce cristiano, alle sue organizzazioni che si dicono chiese cristiane, il Signore dice: «Io conosco le tue opere». Che cosa le ha ispirate? Dov’è la fede, l’amore, la speranza? Cosa ne hai fatto della mia Parola? Cosa ne hai fatto del mio nome con cui pretendi di essere chiamato? Cosa ne hai fatto del mio memoriale? Che cosa hai ricercato quaggiù?

La sua pazienza aspetta ancora. Come non essere toccati considerando con quale longanimità Egli parla a Sardi e a Laodicea? «Io ti consiglio... Tutti quelli che amo io li riprendo e li castigo». Il Signore continua a considerare questa cristianità come essa pretende (senza rendersi conto di quanto ciò sia solenne) e cioè portatrice della professione cristiana. Ma Egli è testimone fedele e verace. Ben presto la vomiterà dalla sua bocca. Del resto, Egli si è occupato di essa lungo tutto il corso della sua storia, castigando, riprendendo, lodando ciò che era bene, incoraggiando i fedeli, ma anche denunciando ciò che non poteva approvare. Il governo divino non è mai cessato: il giudizio comincia dalla casa di Dio. Ben presto questo giudizio sarà completo e definitivo. Il Signore cesserà di chiamare «Chiesa» colei che l’ha abbandonato e messo fuori. Quando avrà preso con sé i suoi, quando lo Sposo avrà rapito la Sposa nel cielo dove si celebreranno le nozze, sulla terra non rimarrà altro che la «grande prostituta», usurpatrice di questo bel nome di Sposa. Fino a quel momento Egli sopporterà anche le cose più riprovevoli; ma poiché questa grazia che attende ancora è disprezzata, ne risulterà un più severo giudizio. Il padrone della parabola dei talenti non contesta il titolo di servo al malvagio servitore, ma gli applica tutto il rigore del trattamento dovuto al «servo inutile».

1.3 Come comportarsi nello stato attuale

1.3.1 Le diverse categorie dei gruppi cristiani

I gruppi che formano la cristianità attuale potrebbero essere suddivisi in tre categorie. Le prime due comprendono tutto ciò che viene ufficialmente denominato «chiese». Sono società organizzate, con leggi e regole, ciascuna col suo clero distinto dai semplici fedeli.

a) Chiese cattoliche (romana e ortodossa)

La chiesa romana afferma di essere la Chiesa, l’unica, e monopolizza il titolo di cattolica, cioè universale. La stessa rivendicazione caratterizza le grandi Chiese orientali (o ortodosse) che non riconoscono il papa di Roma (*). Secondo il loro insegnamento, ogni individuo deve ricorrere ad esse per ottenere la salvezza, l’amministrazione dei loro sacramenti dispensa al fedele la grazia divina, ed è necessario per questo un clero investito di un potere divino, che è trasmesso dal tempo degli apostoli per ordinazione.

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(*) Recentemente queste chiese stanno compiendo grossi sforzi per avvicinarsi, cercando di eliminare le antiche barriere di natura dottrinale che portarono allo scisma nell’anno 1054. (n.d.r.)
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Non è questo il momento di esporre le loro dottrine e ancor meno di sollevare controversie. Non avremmo molta difficoltà a contestare che questa unità così enfatizzata contiene, in realtà, una molteplicità di interpretazioni e di forme religiose. Rileviamo soltanto che l’insegnamento della Scrittura non considera la Chiesa come un organismo che dà la salvezza, ma come un organismo formato da persone salvate, il che è completamente diverso.

b) Chiese non cattoliche

Le altre chiese sono delle organizzazioni religiose che si sono separate dalla chiesa romana all’epoca della Riforma protestante, per costituire chiese indipendenti, distinte dal resto della Cristianità. Siano esse «nazionali» o no, ciò non cambia nulla al loro principio. Normalmente esse riconoscono quella che viene chiamata «Chiesa invisibile» edificata da Cristo e di cui Dio solo conosce tutti i membri, ma si considerano come delle associazioni, stabilite nel modo migliore a seconda delle epoche e dei paesi, necessarie per riunire adepti in maggior numero possibile, ammaestrarli e condurli a celebrare servizi religiosi.

La loro base di radunamento consiste in una particolare confessione di fede. Possiamo affermare che queste chiese ufficializzano il frazionamento della Chiesa. Ciascuna è separata dalle altre, anche se riconosce la presenza anche in quelle di veri cristiani_ Qualunque sia il cammino individuale dei loro ministri, dei loro pastori o dei fedeli, cammino sovente irreprensibile, il loro principio, la loro stessa organizzazione, nega l’unità di tutti i credenti.

Delle due categorie sopra ricordate, la prima, la chiesa cattolica, pretende di avere l’unità, l’altra di fatto la disconosce; entrambe sono formate da un insieme di veri credenti e di professanti non convertiti.

c) «Fuori dal campo» (Ebrei 13:13)

Un’altra categoria è formata dai radunamenti di credenti usciti dalle chiese delle due prime categorie per riunirsi secondo gli insegnamenti della Parola, senza clero, senza regolamenti particolari, ma soltanto nel nome del Signore Gesù. Sicuramente ve ne sono stati in tutti i tempi, ma quando lo Spirito di Dio ha soffiato per risvegliare la Chiesa, agli inizi dell’ottocento, col pensiero della imminente venuta dello Sposo, molte anime si sono poste questa domanda: Dov’è la Chiesa nella confusione attuale? E hanno deciso di uscire verso Cristo, fuori da ogni ambiente ecclesiastico.

Purtroppo, anche in questo caso il Nemico è stato attivo ed è riuscito a creare tanto disordine e a provocare tante divisioni al punto che, dopo quasi cinque generazioni, non ci rimane che chinare il capo, con vergogna. Molte anime sincere si domandano: Cosa fare? Dov’è il sentiero della verità?

Siamone certi, vi è sempre il modo di ubbidire al Signore, una via da percorrere che occhio non ha veduto e che non è salita in cuor d’uomo, ma preparata da Dio per coloro che lo amano.

1.3.2 Una chimera: il ritorno della cristianità alle origini

Non riusciremmo più a costruire la Chiesa com’era all’inizio degli Atti. È impossibile. Un principio generale presente in tutta la Scrittura è che Dio non restaura mai ciò che l’uomo ha rovinato, ma dà sempre qualche cosa di migliore.

Dio sopporta ancora la cristianità, e noi siamo tenuti a camminare con le risorse e le indicazioni che Egli fornisce. Non dobbiamo sognare una restaurazione che contraddirebbe l’insegnamento stesso degli apostoli come è stato prima ricordato. Del resto ci mancherebbero gli elementi capitali di quell’epoca: gli apostoli con la loro potenza e i segni che accompagnavano la loro predicazione. Gli apostoli hanno posto il fondamento, hanno adempiuto al loro compito, non sono stati sostituiti. Spettava alla Chiesa essere fedele.

Così, vi sono cose che non ritorneranno mai. Quando noi diciamo che ci raduniamo come i primi cristiani non è del tutto esatto.

1.3.3 Ciò che rimane valido

I credenti di oggi devono fare esattamente come i primi cristiani: ubbidire alla Parola, quella che gli apostoli da lungo tempo ci hanno lasciato dopo averla trasmessa fedelmente secondo l’ispirazione che avevano ricevuto. Il fondamento che essi hanno posto è immutabile, e dobbiamo basarci su questo fondamento che è Cristo stesso, il Cristo degli evangeli e delle epistole, e non sul fondamento di pensieri umani, di dottrine teologiche o di sistemi filosofici, poiché «nessuno può porre altro fondamento che quello già posto, cioè Gesù Cristo» (1 Corinzi 3:11).

Dio non ha smesso di lavorare, Cristo continua a costruire, e la casa spirituale di 1 Pietro 2:5 continua ad essere edificata nella sua perfezione. Nel contempo, la casa visibile sulla terra è affidata alla responsabilità dell’uomo (1 Corinzi 3:12).

Volenti o nolenti, come cristiani «noi vi edifichiamo sopra»; facciano dunque ben attenzione a «come edifichiamo»! Con quali materiali, quali direttive, quali forze? Che cosa, del nostro lavoro, sopporterà la prova del fuoco? Ma non ci scoraggiamo. Ricordiamoci che disponiamo sempre di tre grandi risorse permanenti:

           &nbsp- la Persona di Gesù, il centro di radunamento

           &nbsp- la Parola di Dio

           &nbsp- lo Spirito Santo, Spirito d’amore, di potenza e di consiglio (2 Timoteo 1:7).

Il profeta Aggeo ha incoraggiato i fedeli a ricostruire la casa dell’Eterno (non certamente identica a quella di Salomone, ma con l’altare posto sullo stesso basamento) dicendo loro: «Fortificati, o popolo mio... poiché Io son con voi; e la Parola... e il mio Spirito dimorano tra voi». (Aggeo 2:4 - 5). Quanto più dimorerà con i credenti che vogliono ubbidire!

Queste divine presenze sono a nostra disposizione come ai primordi della cristianità, e non verranno mai a mancare finché la Chiesa sarà sulla terra. «Siate forti e costruite».

1.3.4 Le caratteristiche permanenti di un’assemblea di Dio

Per quanto concerne il radunamento, ci è prescritto di non abbandonarlo, «e questo tanto più che voi vedete avvicinarsi il gran giorno» (Ebrei 10:25). Non dobbiamo pretendere di ricostruire la Chiesa o essere la Chiesa; è però necessario che siamo convinti di quanto in tutti i tempi il Signore ha richiesto alla Chiesa, cioè l’adempimento delle funzioni precedentemente ricordate con la consapevolezza dei privilegi che Egli le ha conferito. Anche se non ha adempiuto fedelmente la missione affidatale, essa non è stata esonerata da questa missione: glorificare Cristo, testimoniare dell’unità che Cristo ha fatto, attendere il Signore, far conoscere la Sua grazia.

Perché una riunione di «due o tre» nel nome del Signore porti ben evidenti le caratteristiche di un’assemblea di Dio, bisogna che ciascuno di questi due o tre sia individualmente convinto di ciò che il Signore richiede in merito. Se essa non manifesta queste caratteristiche, perché riunirsi? Ma se le manifesta, allora la Chiesa di Dio, che è diventata invisibile nel suo insieme, per colpa degli uomini, sarà resa visibile là dove questi due o tre sono radunati. Un tale radunamento è un’assemblea di Dio. È importante non il numero delle persone riunite, ma i caratteri del loro radunamento.

Da quali caratteri un radunamento può e deve essere riconosciuto come un’assemblea di Dio?

Riassumiamo i caratteri che ci sembrano essere indispensabili:

1°) DEVE ESSERE COMPOSTA SOLO DA VERI CREDENTI (2 Corinzi 6:14 - 18)

2°) DEVE RIUNIRSI NEL NOME DEL SIGNORE GESÙ (Matteo 18)

3°) DEVE SOTTOMETTERSI ALLA SOLA AUTORITÀ DEL SIGNORE (Apocalisse 1)

4°) DEVE SOTTOMETTERSI ALL’UNICA GUIDA DELLO SPIRITO SANTO (1 Corinzi 12:14)

5°) DEVE SOTTOMETTERSI ALL’INSEGNAMENTO DELLA PAROLA ACCETTATA NELLA SUA GLOBALITÀ

6°) NON DEVE TOLLERARE CHE IL NOME DEL SIGNORE SIA ASSOCIATO AL MALE (1 Corinzi 5:5-9, 2 Timoteo 2).

Questi caratteri possono essere mantenuti solo se i cuori sono ripieni di quell’amore che procede da un cuore puro, da una buona coscienza e da una fede non finta (1 Timoteo 1:5). E non devono essere soltanto esteriori.

1.3.5 Posizione conseguente a questi caratteri

I caratteri sopra descritti implicano una presa di posizione che potrebbe anche essere mal compresa e mal giudicata dagli altri cristiani; ed essa ha valore solo se dettata dall’obbedienza, nell’umiltà e in un profondo amore per tutta la Chiesa.

Questa posizione si trova necessariamente al di fuori delle prime due categorie ecclesiastiche precedentemente considerate, in quanto la prima pretende, a torto, di monopolizzare la vera Chiesa, e la seconda di fatto la fraziona. È necessario proclamare l’unità di tutta la Chiesa e nello stesso tempo separarsi da ogni sistema, anche se in esso vi sono dei membri del corpo di Cristo.

Il principio di tale radunamento è quello dell’unità del corpo di Cristo, il solo che sia approvato dalla Parola. Questa unità è manifestata alla tavola del Signore, secondo 1 Corinzi 10:16 - 17. Si partecipa ad un solo pane perché tutti i credenti sono un solo pane, un solo corpo. Il fatto che tutti i credenti siano o non siano effettivamente presenti, non esclude il privilegio e il dovere di coloro che son radunati di pensare a tutti i santi. La tavola del Signore non appartiene certamente soltanto a coloro che l’attorniano realmente, ma è rizzata per tutti i veri credenti.

In caso contrario essa diverrebbe la tavola di una setta o di una confessione particolare e negherebbe l’unità del corpo. Tutti dovrebbero essere presenti, e coloro che vi si trovano dovrebbero sentire dolorosamente il vuoto degli assenti.

Quando parliamo di un convertito che «chiede il suo posto» alla tavola del Signore, l’espressione è corretta, mentre non è esatto dire che lo si fa membro di tale o tal’altra assemblea, perché si intenderebbe con questo un gruppo indipendente dalle altre assemblee locali.

Non mettiamo in dubbio che molti credenti godano della Cena come memoriale della morte del Signore nelle varie confessioni nelle quali essa viene celebrata, ma «la tavola del Signore» non può sussistere che sul riconoscimento dell’unità del corpo di Cristo, di cui tutti i figli di Dio sono ugualmente membri.

Di conseguenza i radunamenti formati in località diverse dove la tavola è stabilita su questo principio, sono uniti perché posti nella medesima «comunione» del corpo e del sangue di Cristo. Ognuno è l’espressione dell’assemblea locale, inserita nella grande unità della Chiesa universale. Infatti l’apostolo Paolo si indirizzava alla Chiesa di Corinto, di Efeso, come se parlasse all’intera Chiesa di Dio.

L’assemblea è chiamata a tener lontano dalla tavola del Signore ogni forma di male. Essa, per questo scopo, possiede l’autorità del Signore e la esercita perché Egli è presente. Se non fosse presente essa non sarebbe nemmeno l’assemblea del Signore.

Secondo l’insegnamento di 1 Corinzi 11:28-34, coloro che mangiano il pane e bevono al calice alla tavola del Signore sono tenuti a giudicare se stessi, e l’assemblea ha la responsabilità di «togliere il vecchio lievito» nel momento in cui, se è stato trascurato il giudizio individuale, si manifesti e permanga uno stato di peccato, malgrado gli avvertimenti e la disciplina fraterna.

Non si esercita un generico diritto a giudicare (che tristezza sarebbe!), ma si rende al Signore ciò che gli è dovuto, nella preoccupazione dell’onore del suo nome e del bene della sua assemblea.

D’altronde, il medesimo principio dell’unità del corpo per cui la decisione di un’assemblea locale è valevole ovunque, impedisce di avere comunione con radunamenti dove questa disciplina non è osservata e dove un male morale o dottrinale è tollerato. (Questo fu una delle cause delle «divisioni» avvenute fra coloro che si erano inizialmente radunati al di fuori dei sistemi religiosi). «Un po’ di lievito fa lievitare tutta la pasta». Senza dubbio manchiamo di pazienza e di spirito di sopportazione, rischiamo continuamente di sostituire le nostre vedute personali al pensiero del Signore e di lasciare agire la nostra propria volontà; ma Egli non potrebbe mai sopportare che si associ al male il suo Nome.

Riassumendo:

1°) Se non vogliamo essere una setta, non dobbiamo mai perdere di vista l’unità del corpo di Cristo, proclamata nella partecipazione all’«unico pane» e, pur umiliandoci dello stato attuale della cristianità (alla quale noi apparteniamo, non dimentichiamolo), dobbiamo mantenere con riconoscenza le prerogative della Chiesa secondo il pensiero di Dio sino alla fine.

2°) Se non vogliamo essere «colpevoli verso il corpo e il sangue del Signore» (1 Cor. 11:27), dobbiamo esercitare il giudizio individuale e collettivo, affinché la comunione con Lui e tra di noi sia mantenuta con verità. Questo significa «serbare l’unità dello Spirito».

Chi è all’altezza di questo? Il segreto è avere cuori sensibili agli interessi del Signore e che amano quelli che sono Suoi; è nell’unità di spirito e nella fedeltà in tutti i settori della vita cristiana.

Gli ultimi risvegli che il Signore ha suscitato per gli ultimi giorni sono in declino come tutto il rimanente. Il Signore è il solo testimone fedele e verace; tuttavia, le promesse fatte a Filadelfia sussistono. Chiediamogli, e ci sarà concesso, lo stato di spirito e di cuore di colui al quale Egli può dire: «Pur avendo poca forza hai serbato la mia parola, e non hai rinnegato il mio nome» (Apoc. 3:8).

2. Seconda parte : Il radunamento secondo Dio: la pratica

Riunirsi secondo principi non scritturali rappresenta una pura forma religiosa. Certamente un’anima sincera, anche se mal illuminata, vi troverà qualcosa e Dio porrà tenerla per «accettevole» (Atti 10:35). Ma resterà estraea alla testimonianza resa all’unità del corpo di Cristo e ignorerà la benedizione «quivi ordinata», come lo era a Sion per il popolo terreno (Salmo 133), la rugiada che discende dall’Hermon, l’olio prezioso che discende dalla testa del vero Aronne. Non conoscerà la libera azione dello Spirito Santo che lega «i fratelli che dimorano insieme» a Cristo risuscitato.

Ma radunarsi al di fuori delle molteplici organizzazioni umane della cristianità, non significa aggiungere ulteriori divisioni? È questo un argomento continuamente sollevato contro coloro che si sono sentiti costretti, per ubbidienza al Signore, ad uscire «fuori del campo» (Ebrei 13:13), per radunarsi attorno a Lui. Non ci è possibile impedire questa accusa. Dobbiamo però stare attenti a non meritarla, e pertanto è necessario bandire dai nostri cuori ogni spirito settario. Il Signore ci chiama non ad essere una parte della Chiesa che ha la pretesa di agire meglio delle altre, ma a camminare nel sentiero dove dovrebbe trovarsi la Chiesa come se, nella sua totalità, essa fosse attorno a Cristo, seguendo le sue orme.

2.1 Il problema della terminologia

Iniziamo da un argomento sovente trattato con leggerezza. Dobbiamo rifiutare ogni appellativo con il quale noi manifesteremmo una divisione in più della Chiesa. Quando altri cristiani si dicono cattolici, protestanti, calvinisti, luterani, metodisti, battisti ecc... essi si attribuiscono il nome della loro chiesa. Ma non dobbiamo conoscere altra Chiesa all’infuori della Chiesa di Dio. Il mondo, religioso o no, può definirci come vuole; i soprannomi, spesso canzonatori, non sono mai mancati nella storia del popolo di Dio. Ma identificarci in un appellativo particolare sarebbe negare il principio dell’unità che è tipico del radunamento cristiano. L’apostolo Paolo, quando rimproverava i Corinzi perché si dichiaravano uno di Paolo, l’altro di Apollo, l’altro di Cefa, l’altro di Cristo, protestava dicendo: «Cristo è Egli diviso?» (1 Corinzi 1:12).

Il nuovo Testamento parla di «cristiani», Questo nome fu attribuito allora ai credenti in Cristo, forse per derisione. Piacesse a Dio che per la nostra testimonianza il mondo ci qualificasse con questo nome, il nome di coloro che seguono Cristo!

Negli Atti troviamo il termine «santi». Ci sentiremmo in difficoltà ad usare questo termine, anche se l’apostolo ispirato lo applicava ai cristiani di Corinto e delle altre assemblee locali, le «assemblee dei santi» (1 Corinzi 14:33, Romani 1:7, 2 Corinzi 1:1, Efesini 1:1, Filippesi 1:1 ecc...). A volte si abusa di questo termine senza comprenderlo bene; inoltre, quando è usato nei rapporti con il mondo può creare confusione oppure essere oggetto di «scandalo». Ricordiamoci come il nostro Maestro ha agito in Matteo 17:27! Tuttavia per grazia tutti i riscattati di Cristo sono santi, per la chiamata di Dio e per l’opera di Cristo; così siamo esortati a vivere «come si conviene a dei santi» (Efesini 5:3).

Nel libro degli Atti degli apostoli e nelle epistole, ricorre con notevole frequenza il nome di «fratelli». Cristo non si vergogna di chiamare così coloro che Egli stesso santifica: essi sono dei «fratelli santi, partecipi di una celeste vocazione» (Ebrei 2:11, 3:1). Questo termine «fratelli» è adatto per la famiglia di Dio e deve essere usato correntemente fra i figli di Dio. Non cerchiamone altri. Ma non rivendichiamone l’uso esclusivo perché così facendo dimenticheremmo il gran numero di coloro che, figli di Dio come noi, ci sono sconosciuti perché sparsi nel mondo cristianizzato, e proveremo nei nostri cuori il sentimento doloroso ma necessario della famiglia oggi incompleta.

Noi non siamo «i fratelli» ma «dei fratelli» che la grazia raduna in un tempo in cui i figli di Dio sono dispersi.

2.2 L’opera del servizio

2.2.1 Clero e ministerio ufficiale

L’assenza di «clero» e di ministri ufficialmente consacrati è senza dubbio il fatto più saliente dei radunamenti costituiti al di fuori delle diverse organizzazioni ecclesiastiche. Spesso stupisce ed anche turba anime sincere ma abituate alle loro forme religiose. Essi si chiedono: Non troviamo forse nel Nuovo Testamento i vescovi (cioè i sorveglianti), gli anziani, i diaconi, i pastori, gli evangelisti, i dottori, gli apostoli e i profeti? Questo è fuori dubbio. Ma facciamo anzitutto notare che in nessuna parte del Nuovo Testamento questi uomini costituiscono un corpo distinto dal resto dei fedeli per esercitare delle funzioni sacerdotali, celebrare il culto, compiere in esclusiva alcune cerimonie. Al contrario, nel Nuovo Testamento tutti i cristiani sono considerati, allo stesso titolo, come sacerdoti. L’apostolo Pietro non fa distinzione tra loro quando scrive: «Anche voi, come pietre viventi, siete edificati qual casa spirituale per essere un sacerdozio santo per offrire sacrifici spirituali, accettevoli a Dio per mezzo di Gesù Cristo» (1 Pietro 2:5). La nozione stessa di clero è estranea all’insegnamento del Nuovo Testamento.

Nessun versetto della Scrittura presenta o prevede, nel cristianesimo, una successione di preti o di ministri, assicurata tramite una consacrazione o un’ordinazione: diverse «Chiese» accettano tale successione anche se molte (particolarmente le chiese dissidenti) respingono l’idea di un clero di tipo cattolico. Per quanto concerne gli apostoli, è evidente che sono stati designati dal Signore e che essi non ne hanno stabiliti altri dopo di loro. È vero che un altro «ha preso il posto» di Giuda, ma non sono stati gli undici a sceglierlo (Atti 1:24). Quanto a Paolo, egli insiste nei suoi scritti sul fatto che ha ricevuto il suo apostolato da Dio e non dagli uomini, e non ha designato successori. Il principio è lo stesso per tutti i ministeri o i servizi. Invano si cercheranno altri insegnamenti sull’argomento nel Nuovo Testamento.

Possiamo notare che prima della completa rivelazione della Parola, mentre la Chiesa era ancora in formazione, gli apostoli hanno designato dei diaconi, cioè servitori (Atti 6:1-3) e, nelle assemblee formatesi fra le nazioni, degli anziani (Atti 14:23) in analogia a ciò che esisteva da tempo in Israele (Atti 11:30, Giacomo 5:1-16).

L’apostolo Paolo, in base alla sua autorità apostolica, diede a Tito dei compiti speciali in Creta (Tito 1:5) e forse, anche se non detto espressamente, anche a Timoteo in Efeso (1 Timoteo 3). Leggiamo in Atti 13:1-4 che i profeti e i dottori dell’assemblea di Antiochia imposero le mani a Paolo e a Barnaba, ma non per conferire loro un servizio, poiché era lo Spirito Santo che li chiamava; con questo atto essi testimoniavano solamente la loro comunione e la loro piena approvazione nel servizio. Rileviamo inoltre che Timoteo, oggetto di profezie particolari (1 Timoteo 1:18), ricevette un dono di grazia quando gli furono imposte le mani dal collegio degli anziani («insieme all’imposizione» o «con l’imposizione» 1 Timoteo 4:14) e «per l’imposizione» delle mani dell’apostolo Paolo (2 Timoteo 1:6): gli anziani riconobbero che l’apostolo era il solo competente per conferire tale dono di grazia e che lo conferiva solo per ingiunzione dello Spirito Santo espressa per profezia. Questi sono fatti incontestabili: ma non dobbiamo trarne una regola o un’indicazione permanente in favore di un’investitura ufficiale.

Non solamente gli apostoli non hanno avuto successori, ma la Parola non menziona nemmeno una eventuale trasmissione dell’autorità apostolica o una nomina di uomini rivestiti di una funzione ufficiale. Nessuno oggi può arrogarsi un’autorità data da Dio a questo scopo.

La Parola insiste sull’azione dello Spirito Santo per distribuire doni e servizi (Atti 13:2, 1 Corinzi 12). Ed è proprio questa azione che non è riconosciuta nel mondo cristiano. Infatti, se nella maggior parte dei casi non si accetta neppure la presenza dello Spirito Santo come persona quaggiù, come si potrebbe ammettere la sua azione libera e sovrana? Conseguentemente i regolamenti di un’organizzazione umana si sostituiscono allo Spirito Santo, ed è necessaria un’investitura per esercitare una funzione nella Chiesa. L’affermazione di consacrare a tali funzioni solo uomini chiamati da Dio, è seguita però sempre da una consacrazione proveniente da un’autorità ufficiale e particolare, di cui non troviamo menzione nella Parola di Dio. Essa ci fornisce direttive precise sull’ordine e l’edificazione nell’assemblea ed afferma semplicemente che il solo e medesimo Spirito opera tutte le cose, distribuendo i suoi doni «a ciascuno in particolare come Egli vuole». Non è dunque prerogativa dell’assemblea, né di un clero «distribuire» doni e servizi.

Abbiamo veramente bisogno di essere preservati, non solamente dalle forme, ma da questo spirito clericale che, sopprimendo l’esercizio collettivo, affida ad un singolo la responsabilità esclusiva della vita dell’assemblea. Saremo liberati da un tale errore, credendo semplicemente alla presenza dello Spirito Santo nell’assemblea e sottomettendoci ad esso. Egli vi agisce in molti modi, oltre che per mezzo «dei doni spirituali» (lett. doni di grazia).

2.2.2 I «doni» (*)

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(*) Il termine greco tradotto con «dono» (karisma) significa più propriamente «favore», «dono della grazia». In questo testo comparirà quindi sovente come «dono di grazia».
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La Chiesa, in effetti, non potrebbe vivere senza l’esercizio di ciò che la Parola chiama i «doni di grazia». Il «dono» è propriamente una facoltà, o una capacità, donata da Dio a una determinata persona per agire nei confronti degli uomini. Cristo non li lascia mancare alla Chiesa. Egli ha donato, dona e donerà per mezzo dello Spirito Santo, tutto ciò che è necessario e sufficiente, fintanto che essa sarà sulla terra, per nutrirla ed edificarla.

Vi sono numerosi tipi di doni. I vari versetti che trattano l’argomento ci presentano diversi elenchi, ciascuno con un particolare scopo, ma di cui nessuno, ovviamente, è limitativo.

Vi sono, per l’insieme della Chiesa, i doni «in vista del perfezionamento dei santi, per l’opera del ministerio, per l’edificazione del corpo di Cristo» (Efesini 4:11-12). Egli stesso, glorificato come Testa di questo corpo, «ha dato gli uni come apostoli, gli altri come profeti, gli altri come evangelisti, gli altri come pastori e dottori». Si tratta in questo contesto essenzialmente del «servizio della Parola», e ad esso soprattutto ci si deve riferire quando si impiega il termine «ministerio». Quello degli apostoli continua ancora oggi in quanto il loro messaggio fa ora parte degli scritti ispirati. I profeti, secondo i tempi, applicano la Parola di Dio ai bisogni che Dio fa loro discernere nella Chiesa con la risposta che Egli vuole darvi; essi mettono, per così dire, gli uomini in contatto con Dio stesso. Gli evangelisti lavorano fra gli uomini del mondo per trarli fuori e condurli nell’assemblea. I pastori hanno il compito di fornire il nutrimento spirituale opportuno e vegliano sul gregge che è continuamente minacciato dal mondo e da Satana. I dottori espongono in modo sano e chiaro la verità (*).

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(*) Il ministerio degli apostoli continua per mezzo degli scritti ispirati nel Nuovo Testamento. È necessario attirare l’attenzione sui mezzi di edificazione che Dio mette a nostra disposizione mediante scritti, indubiamente non ispirati, ma che racchiudono il ministerio di coloro che sono stato dei veri profeti e dottori, per insegnare e «tagliare rettamente» la Parola. Essi hanno espresso ciò che il Signore aveva da comunicare per il loro tempo e che è utile anche a noi. Si dimentica troppo spesso questo «cibo», dispensato da un ministerio secondo Dio (il «vitto a suo tempo» Matteo 24:45) per leggere qualsiasi altro cosa.
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Il capitolo 12 della 1a Epistola ai Corinzi, che insiste soprattutto sulla sovranità dello Spirito Santo nella distribuzione dei doni, ci ricorda che Dio nella Chiesa ha messo «degli apostoli; in secondo luogo dei profeti; in terzo luogo dei dottori; poi i miracoli, poi i doni di guarigione, le assistenze, i doni di governo, la diversità delle lingue» (v. 28).

I doni che i Corinzi prediligevano tanto, miracoli e lingue, erano dei «segni» per gli increduli (*); in questo capitolo non vengono menzionati gli evangelisti in quanto qui l’apostolo considera le manifestazioni spirituali tipiche di un’assemblea locale, nella sua vita diretta dallo Spirito.

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(*) Detti doni erano usati dai servitori del Signore per accreditare la predicazione del Vangelo, rivelazione del tutto nuova per i Giudei e tanti più per i pagani ; ma non ne è promessa la continuità, come invece è promessa alla fede, alla speranza e all’amore (1 Corinzi 3 :8 e 13). Vediamo inoltre chiaramente che il dono di guarigione non venne mai esercitato a favore di credenti come invece alcuni pretendono di fare (Paolo non guarì né Epafrodito, Fil. 2:27-28, né Timoteo, 1 Tim. 5:23, né Trofimo, 2 Tim. 4:20).
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In Romani 12 troviamo non soltanto il servizio della Parola, ma l’insieme dei «servizi» cristiani, che ci sono presentati come «doni di grazia». Essi vanno dalla profezia, che è limitata ad alcuni, all’esercizio della misericordia che certamente tutti i fedeli, fratelli e sorelle, possono praticare.

Tutti hanno ricevuto e tutti sono esortati a dare. Nello stesso tempo, tutti sono richiamati alla «misura di fede che Dio ha assegnata a ciascuno» per non oltrepassarla, in modo che il corpo intero funzioni armoniosamente.

In 1 Pietro 4:10 -11, la diversità dei doni «della svariata grazia di Dio» è distribuita, dice l’apostolo, a «ciascuno» di voi che siete chiamati ad esserne i «buoni amministratori». Di modo che «se uno parla, lo faccia pure come annunciando oracoli di Dio; se uno esercita un ministerio, lo faccia come con la forza che Dio fornisce». L’amore fervente al quale tutti i fedeli sono invitati, fa si che «si faccia valere al servizio degli altri» i doni di grazia che ciascuno, fratello o sorella, ha ricevuto.

Questi insegnamenti della Parola non debbono restare per noi considerazioni teoriche; la loro portata pratica è di estrema importanza. Vi è una grande diversità di «doni». Noi siamo portati a definire così solo i doni più evidenti, in particolare il ministerio della Parola, e ad apprezzarli nella misura in cui essi sono esercitati in modo brillante o accattivante; ma agli occhi di Dio non vi sono tali distinzioni. Il ministro della Parola è solo un canale, colui che esercita la misericordia è un focolare d’amore. Il più umile servizio nell’assemblea ha sovente più valore di un altro molto più in vista.

Questi «doni» per «l’opera del ministerio» a tutti i livelli conferiscono non un’autorità ufficiale, ma una responsabilità per coloro che ne sono investiti. Essere servitore è essere ciò che è stato Cristo. Pretenderebbe qualcuno di essere più del suo Maestro? «Che hai tu che non l’abbia ricevuto?» (1 Cor. 4:7). Così «chi presiede» o «è preposto» (essere alla testa) non è affatto un capo nel senso in cui lo intendono gli uomini; egli è al pari dei suoi fratelli, ma messo in un posto di responsabilità particolare. Il pericolo, per chi ha ricevuto un dono che potrebbe metterlo in evidenza (come quello di presentare la Parola), è di erigersi a capo e di distogliere le anime da Cristo attaccandole in maniera più o meno consapevole a se stesso. D’altra parte esiste anche per gli altri il pericolo, non meno grande, di adagiarsi passivamente su qualche dono che Dio ha dato e addormentarsi nella «routine», provocando così, forse senza accorgersene, la nascita e il permanere di un clero.

Ciascuno ha un «dono». Ciascuno deve sapere ciò che ha ricevuto dal Signore e obbedirgli, nella dipendenza dello Spirito Santo. Perché il corpo cresca e funzioni, è necessario che ogni membro adempia al suo compito, con serietà, come troviamo in 1 Corinzi 12. Siamo membra gli uni degli altri; è per il bene comune, e non per una nostra soddisfazione personale, che dobbiamo desiderare «ardentemente i doni maggiori» (1 Cor. 12:31). Ma davanti a noi è aperta una via che è «la via per eccellenza», quella dell’amore (1 Cor. 13).

Pensiamo con gioia al fatto che il Signore «dona» per i bisogni della Chiesa che Egli ama; mai cesserà di fornirle i doni necessari. Ma come sono esercitati? e come è ricevuto il loro esercizio da coloro che ne usufruiscono? Nello stato attuale delle cose, molti doni sono perduti perché inutilizzati, anche se ci sono. Questo aspetto dell’impiego dei doni ci viene presentato in Romani 12. Agiamo secondo il dono che ci è stato dato. Se non è cosi è una perdita per tutti. Lo stato attuale della Chiesa mette in evidenza non l’assenza dei doni, ma l’assenza del loro esercizio o il loro cattivo impiego. Timoteo è esortato a «ravvivare il dono di Dio» che è in lui, Archippo a «badare al ministerio» che ha ricevuto nel Signore. Il Signore può dire a tutti noi: «Che cosa hai fatto di quello che ti ho dato?» (*).

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(*) Altro pericolo e quello di exercitare un ministerio senza averlo ricevuto dal Signore o agire come se si avesse ricevuto un dono senza però averlo ricevuto. In questo caso il ministero sarà inconcludente e senza edificazione, e l’assemblea ne soffrirà e non potra crescere (n.d.r.).
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Lungi da noi il pensiero che tutti i doni suscitati attualmente da Dio si trovino tra i fratelli coi quali ci si raduna. E non abbiamo la pretesa di conoscerli tutti. Voglia Dio che, tra noi, non ci sia altra azione che quella dello Spirito Santo che si esercita attraverso i «doni», e che ciascuno agisca nella dipendenza, secondo quanto ha ricevuto dal Signore stesso.

2.2.3 Gli incarichi

Il Nuovo Testamento chiama sovente fratelli incaricati di occuparsi dell’assemblea locale col nome di «anziani» o vescovi (o «sorveglianti») o come «servitori» o «diaconi» (Atti 11:30, 14:23, 20:17, Filippesi 1:1, 1 Timoteo 3, Tito 1, Pietro 5:1, Giacomo 5:14, Ebrei 13:17). Questi incarichi non sono incompatibili con l’esercizio di un dono di presentazione della Parola, come lo mostrano i casi di Stefano e di Filippo, ma non necessarianiente collegati a questo dono.

L’ordine deve essere mantenuto nell’assemblea; il disordine deve essere rimproverato; le anime debbono essere curate ed incoraggiate. È necessario che uomini e donne (Febe era diaconessa dell’assemblea di Cencrea) devoti, si occupino delle cose materiali la più piccola delle quali ha la sua importanza; i diaconi istituiti in Atti 6 si occupavano dei poveri e distribuivano il cibo alle mense. I fedeli che aspirano a tali funzioni «desiderano un’opera buona».

Le qualità richieste per tali incarichi sono elencate dall’apostolo Paolo nel cap. 3 della l’Epistola a Timoteo e nell’epistola a Tito (1:7). Sono necessari credenti fondati, sperimentati, pii. La carenza di queste qualità spiega perché, nei nostri tempi, nella vita delle assemblee locali, mancano sorveglianti e servitori. Ma dove ci sono dobbiamo riconoscerli ed onorarli.

Ancora una volta notiamo che la Parola non dà delle direttive per quanto riguarda l’investitura ufficiale e regolamentata di questi incarichi. «Lo Spirito Santo vi ha costituiti vescovi per pascere la Chiesa di Dio», dice agli anziani di Efeso (Atti 20:28).

Storicamente, gli anziani (presbuteroi: preti), i sorveglianti (episkopoi: vescovi) e i servitori (diakonoi: diaconi) si sono a poco a poco separati dai fedeli per formare il clero. Essi si sono considerati (e sono stati considerati) nelle chiese cattoliche come i soli investiti dei «doni» e incaricati di ogni tipo di ministerio: insegnamento, culto, servizio divino. Infine, si sono autoreclutati e, quale corpo speciale, si ritengono come i soli qualificati per riconoscere nuovi preti, secondo un potere che deriverebbe loro dagli apostoli e che sarebbe trasmesso senza interruzione. Basta leggere il Nuovo Testamento per constatare che queste pretese non sono giustificate dalla Scrittura e che si oppongono alla sovranità dello Spirito Santo nell’Assemblea. Nella maggior parte delle denominazioni protestanti, gli «anziani» non costituiscono, per l’esattezza, un clero del tipo precedentemente descritto, ma formano tuttavia una categoria ufficiale e sono eletti dall’insieme dei fedeli, cosa che non troviamo nella Scrittura. Al momento della designazione dei sette diaconi in Atti 6:1-6, l’insieme dei discepoli «elegge» (letteralmente «getta lo sguardo su di loro») alcuni fratelli e li presenta agli apostoli, e sono poi questi che li stabiliscono in base alla loro autorità. Di fatto, noi riteniamo che non esista oggi sulla terra nessuna autorità competente per stabilire anziani o servitori. Ma sarebbe altrettanto pericoloso affermare che essi non hanno più ragione di esistere, e sarebbe dubitare dell’amore del Signore per la sua Chiesa il pensare che Egli abbia fatto cessare ciò che è indispensabile alla benedizione delle assemblee locali. Essi sono necessari quanto i doni. Al pari dell’esercizio del ministerio per mezzo dei «doni», l’amministrazione di questi «incarichi» richiede, unite alle capacità e qualità morali che la Parola definisce in Timoteo 3:8-13 e in Atti 6:3 (che si riassumono nella pietà), una saggezza, un amore per i santi e un amore per il Signore del tutto particolari. I fratelli che li hanno devono compiere un santo dovere nell’obbedienza, e non occupare un posto eminente o di dominio (1 Pietro5:1-14).

2.2.4 Libertà e dipendenza

Insistiamo ancora su quanto già detto. L’assenza di clero e di ministerio ufficiale non significa una sorta di democrazia religiosa dove ognuno ha tutti i diritti. Nessuno ha dei diritti sui suoi fratelli, ma ognuno ha dei doveri che il Signore gli assegna. Basterà lasciare allo Spirito Santo la sua libera azione perché ogni elemento dell’organismo funzioni per il bene dell’insieme e secondo la volontà di Dio. I «sistemi» religiosi non concepiscono radunamenti senza una direzione designata, un ordine stabilito, una liturgia, in quanto la presenza effettiva dello Spirito Santo nell’assemblea non è compresa. Potrebbero forse alcuni uomini, anche se spinti dalle migliori intenzioni, essere più saggi e più potenti dello Spirito Santo?

Facciamo però attenzione che con il pretesto di essere liberati da una dominazione umana, non agiamo nell’indipendenza riguardo a Colui che prende ciò che è di Cristo per comunicarlo (Giovanni 16:14, 14:26) e mette i cuori e le coscienze alla presenza di Cristo stesso. Senza di Lui, la Chiesa non potrebbe esistere. Quando Egli è contristato o spento essa perde il suo carattere. L’assemblea deve forse diventare un luogo dove la carne si può manifestare liberamente senza essere repressa?

Un «dono» per essere esercitato non deve attendere di essere ratificato dalla Chiesa: essa deve riconoscerne l’esercizio, discernendo se è da Dio nella misura in cui concorre all’edificazione (1 Corinzi 14:29, 1 Tessalonicesi 5:19-21, 1 Giovanni 2:20, 4:1). Secondo i momenti e i luoghi può essere necessario un evangelista, un pastore, un dottore; Dio li susciterà secondo i bisogni che solo Lui conosce. Il dono è totalmente libero nei confronti degli uomini.

Purtroppo la carne è sempre portata ad usare la libertà per imporsi. Alcuni possono esercitare un ministerio pretendendo di avere un dono che non hanno; altri, forse, esercitano fuori tempo il dono che hanno o in misura più grande di quanto abbiano ricevuto. Quale danno infliggono all’assemblea le nostre frequenti mancanze a questo riguardo! Occupati di noi stessi più che di Cristo e dei suoi, a volte rifiutiamo di valorizzare il dono che abbiamo ricevuto, ed è così che molti fratelli che potrebbero edificare l’assemblea non aprono mai bocca; o, in qualche caso, nell’esercizio del ministerio della Parola, una serie di discorsi fuori luogo prendono il posto della vera parola in grado di edificare.

Notiamo con molta tristezza che a volte tutto si svolge come se il fatto di non avere nelle riunioni una presenza ufficiale desse a tutti il diritto di agire. Nulla è più contrario alla Parola di questo modo di vedere che denota la più completa misconoscenza dei caratteri della Chiesa, dei diritti di Cristo e del posto che deve occupare lo Spirito Santo. La conoscenza del sacro Libro, la capacità di comunicarla ad altri, un sobrio buon senso, sono indispensabili; essi sono per così dire la parte evidente del dono. Inoltre, colui che ha la responsabilità di un dono non può esercitarlo utilmente se non ha diligenza, amore per Cristo e per la Chiesa e umile dipendenza. Non sono la facilità di parola, l’istruzione o la sapienza umana che conferiscono un dono, e non chiunque sappia esprimersi chiaramente o eloquentemente è per questo qualificato dal Signore. È vero però che un credente che abbia tali facoltà deve domandarsi perché le ha ricevute e se fa bene ad impiegarle per il mondo e non per il Signore. Le facoltà dell’uomo non servono, se non nella misura in cui lo Spirito Santo può servirsi di esse e usarle tramite coloro che Egli chiama.

Se coloro che vogliono sempre mettersi in evidenza devono prestare attenzione a non oltrepassare «il muro» con il quale Dio ha limitato il loro dono (Ecclesiaste 10:8), è però necessario, d’altra parte, esortare i «timidi» a non lasciarsi fermare quando si sentono chiamati dal Signore ad un servizio. Vi si impegnino dunque con quella «franchezza nella fede che è in Cristo Gesù» (1 Timoteo 3:13), proveniente da Dio, di cui il libro degli Atti parla a più riprese.

Ricerchiamo la comunione dei santi, e non le approvazioni lusinghiere, a volte sospette e sempre da temere; la «critica sana» è sempre riconoscibile perché ispirata all’obbedienza, alla Parola e all’amore. Un fratello scrisse: «Ciò di cui abbiamo bisogno è di pazienza, fede nel Dio vivente, amore per Cristo, vera sottomissione allo Spirito, studio diligente della Parola e una sincera sottomìssione gli uni agli altri nel timore del Signore».

2.2.5 Il ministerio delle donne

Il Nuovo Testamento lo indica come estremamente prezioso in vari e appropriati contesti: insegnamento nella famiglia o in riunioni private (Priscilla era vicina ad Aquila per istruire Apollo; le quattro figlie di Filippo profetizzavano) e tutti i vari «servizi» (come quello che Febe esercitava nell’assemblea di Cencrea) dove la donna è insostituibile: ospitalità, cura dei malati, ecc... Per quanto concerne il servizio pubblico della Parola nell’assemblea, l’insegnamento scritturale è così chiaro che basta trascriverlo: «Tacciansi le donne nelle assemblee, perché non è loro permesso di parlare… È cosa indecorosa per una donna parlare in assemblea... Non permetto alla donna d’insegnare… ma stia in silenzio» (1 Corinzi 14:34-35, 1 Timoteo 2:11-14). Non perché a loro manchino le capacità o la conoscenza o la devozione, ma semplicemente per onorare il Signore nell’assemblea rispettando l’ordine voluto da Dio.

Così, l’uguaglianza di tutti i figli di Dio, uomini e donne, come sacerdoti non significa affatto uniformità. Il «sacerdozio universale» non significa ministerio universale e intercambiabile. Vi è diversità di doni, ma un solo Spirito.

2.3 Le riunioni

Una sola ed unica preziosa esortazione domina tutta la vita pratica dell’assemblea: «Tutte le cose vostre siano fatte con amore» (1 Corinzi 16:14). Questo amore inseparabile dalla verità (2 Giovanni 3) è il «vincolo della perfezione» che lega i credenti specialmente nelle occasioni in cui l’assemblea è riunita. Infatti è ordinato che tutto si faccia per l’edificazione ed è l’amore che edifica (1 Corinzi 14:26, 8:1).

Nell’assemblea, d’altra parte, poiché Dio non è un Dio di disordine, ma di pace, è necessario «che ogni cosa sia fatta con decoro e con ordine» (1 Corinzi 14:40).

L’assemblea deve riunirsi nel nome del Signore. Egli è la sorgente della benedizione. Se Egli non è presente, a quale scopo riunirsi? Ma dal momento che ci si raduna nel suo nome, Egli sarà presente, fedele alla sua promessa.

Siamo esortati a non abbandonare una tale «comune adunanza» (Ebrei 10:25). Non si tratta di una legge imposta, ma di richiamo ad una condizione indispensabile per la vita del corpo. Disertare questo radunamento «come alcuni sono usi di fare», è privare se stessi e gli altri, con cui siamo uniti, di quanto è necessario per la crescita comune. Ma facciano anche attenzione a non privarci, quando si è riuniti, della benedizione che il Signore vuole donarci, non portando ciò che gli è dovuto. L’apostolo Paolo rimproverava i Corinzi perché non si radunavano per il meglio (cioè per il loro progresso) ma per il peggio (cioè per il loro danno) (1 Corinzi 11:17). È triste pensare che possiamo radunarci in maniera non conforme alle indicazioni del Signore fino ad «attirar su di noi un giudizio» (v. 34); è detto che «le mosche morte fanno puzzare e imputridire l’olio del profumiere» (Ecclesiaste 10:1).

Come presso i Corinzi, la prima causa di una tale perdita consiste nelle «divisioni» (1 Corinzi 11:18-19): dissensi persistenti, gelosie, rancori più o meno palesi, tutte cose che intralciano l’azione dello Spirito nel radunamento e impediscono la libertà davanti al Signore. Ricordiamoci dell’esortazione sempre attuale di Gesù in Matteo 5:23-24 e riconciliamoci col nostro fratello prima di venire «davanti all’altare» ad offrire la nostra offerta!

Un’altra causa di grave danno è la misconoscenza, nel radunamento, della dignità del Signore. Egli è presente e pertanto ci troviamo su un terreno santo dove dobbiamo toglierci i sandali dai piedi. I Corinzi celebravano «indegnamente» la cena, e per questo molti fra loro erano malati e alcuni si erano addormentati (cioè erano morti).

Infine, vi può essere la mancanza di discernimento riguardo all’esercizio dei doni spirituali nelle riunioni dell’assemblea (1 Corinzi 12:14).

2.3.1 Riunioni speciali e riunioni normali previste dalla Scrittura

L’assemblea può essere riunita su proposta di uno o più fratelli che il Signore chiama per dare un insegnamento tramite una meditazione o uno studio (Atti 11:26). Essi possono avere parole di avvertimento e di consolazione da parte del Signore (Atti 15:30), oppure desiderano dare notizie intorno all’opera del Signore, come si vede in Atti 14:26 dove Paolo e Barnaba, ritornando ad Antiochia «da dove erano stati raccomandati alla grazia di Dio per l’opera che avevano compiuta», riunirono l’assemblea per raccontare «tutte le cose che Dio aveva fatto per loro mezzo». Una tale comunione nel servizio è veramente preziosa!

Talvolta ci si sbaglia sul carattere di queste riunioni e si esita adefinirle «nel nome del Signore» o effettuate intorno a Lui. In tale maniera limiteremmo, per abitudine o per punti di vista particolari e restrittivi, le occasioni nelle quali l’assemblea può trovarsi riunita nel nome del Signore Gesù e contare sulla sua presenza. Senza dubbio, il servitore di Dio che convoca una riunione, o permette che sia convocata sotto la sua responsabilità, lo fa per esercitare il suo ministerio, deve pertanto sempre valutare questa responsabilità davanti al Signore, e avere il sentimento che una tale riunione è stata da Lui desiderata. È evidente la serietà del servizio di ogni fratello che visita le assemblee locali, e resta fermo il principio che il Signore opera per mezzo dei «doni», sotto la direzione dello Spirito Santo. In una riunione di questo genere, l’assemblea è riconoscente a Colui che vuole edificarla per mezzo di un servitore. È a Lui che l’assemblea guarda per ricevere il messaggio. Ciascuno deve domandare per quel servitore, prima e durante la riunione, la guida divina.

Chi parla è un canale, e si prega perché egli resti connesso alla sorgente per fornire acqua pura. Una verifica costante deve avere luogo, grazie a quella «unzione del Santo» che ogni credente possiede, perché tutto ciò che è detto sia conforme alla Parola, e perché l’assemblea riceva con gioia il «nutrimento» adatto senza rischiare di accogliere o tollerare un insegnamento non sano (Atti 17:11, 1 Tessalonicesi 5:19-21, 2 Giovanni 9-10).

Stiamo trattando qui del lavoro di edificazione nell’interno dell’assemblea. Non si potrebbe chiamare riunione d’assemblea una riunione d’evangelizzazione tenuta nel mondo, normale sfera di azione per un evangelista. Certamente la parola di evangelizzazione può avere il suo posto in ogni tipo di riunione dell’assemblea, soprattutto nei nostri tempi dove bisogna insistere «a tempo e fuor di tempo» e fare «opera di evangelista», anche con altri doni e altre funzioni. Tuttavia l’assemblea non si riunisce con lo specifico scopo di evangelizzare. Quando Cornelio dice a Pietro (Atti 10:33) «siamo tutti qui presenti davanti a Dio, per udire tutte le cose che ti sono state comandate dal Signore», lo Spirito Santo era certamente all’opera con potenza; tuttavia non si trattava ancora di assemblea riunita in quanto al di fuori di Pietro e dei fratelli che l’accompagnavano, gli uditori non avevano ancora ricevuto lo Spirito Santo.

A differenza delle riunioni così convocate dai ministri della Parola, il Nuovo Testamento ci parla esplicitamente di riunioni regolari dell’assemblea, nelle quali si esprime abitualmente la vita di un’assemblea locale.

Esse sono un fatto collettivo, dall’inizio alla fine. Tutti sono chiamati, non semplicemente ad assistervi ma a parteciparvi. «Quando... vi radunate assieme», o «quando v’adunate in assemblea», o ancora «quando dunque tutta la chiesa si raduna assieme», dice l’apostolo ai Corinzi (1 Corinzi 11:18-20, 14:23-26). In tale caso non si tratta dell’esercizio di un «dono» particolare, ma della funzione normale dei doni. Esse rappresentano le riunioni fondamentali dell’assemblea che ricerca la presenza personale del Signore per esercitare le funzioni collettive che le sono connesse. L’assemblea riguarda a Lui solo, con fede, senza sapere in anticipo chi lo Spirito Santo condurrà ad «agire».

Non si deve aspettare un insorgere improvviso di impulsi incoerenti, che manifesterebbero solamente un’attività insensata della carne (1 Corinzi 14:23), ma tutto deve svolgersi in maniera pacifica ed equilibrata, mostrando il funzionamento di un corpo in buona salute, animato dalla potenza invisibile di un solo Spirito.

2.3.2 L’assemblea che si rivolge a Dio

Nell’esercizio di queste funzioni collettive, tra le preziose prerogative dell’assemblea che abbiamo considerato precedentemente, la preghiera in comune e l’adorazione in comune rappresentano le attività nelle quali l’assemblea si indirizza a Dio, parla a Dio.

Per parlare a Dio, sia che gli si rivolgano richieste (preghiera) o che gli si offrano ringraziamenti e lodi (adorazione), tutti i fratelli sono uguali, hanno lo stesso titolo di sacerdoti, e il loro sacerdozio è unito, per l’intercessione come per l’adorazione, a quello di Cristo glorificato. Ciascuno può pregare, indicare un cantico, ringraziare Dio a nome di tutti, purché lo faccia nella dipendenza dello Spirito che agisce nell’assemblea. Colui che apre la bocca è allora la voce dell’assemblea.

Preghiere e azioni di grazie dell’assemblea possono essere indirizzate a Dio in tutte le riunioni. Tuttavia, l’ordine che si addice alla casa di Dio suggerisce che alcune riunioni siano più specificatamente dedicate alla preghiera o all’adorazione.

a) La preghiera

La preghiera in comune, in Matteo 18, è associata alla promessa della presenza di Gesù, che è ciò che le dà il suo reale valore. Non deve mancare in un’assemblea locale una regolare riunione di preghiera, come non è possibile che un credente non preghi individualmente. Se così fosse si priverebbe del privilegio di attingere alla sorgente delle benedizioni. Non si ripeterà mai abbastanza quanto sia negativo il fatto che le riunioni di preghiera non siano frequentate; in molte località la maggioranza dei fratelli e delle sorelle sembrano disinteressarsene completamente, lasciandone solo ad alcuni la regolare frequenza.

Per essere sinceri, alcuni di coloro che vi prendono parte spesso ne falsano il carattere, con il rischio di allontanare le anime anziché attirarle! Quando le preghiere sono troppo lunghe, o fatte di ripetizioni vaghe, in cui abbondano formule banali, o diventano degli esposti di dottrina, come se dovessimo ricordare a Dio le verità della Parola, si perde molto, più di quanto si creda.

Discorsi interminabili e fastidiosi, anche se sono sinceri, impediscono ai giovani fratelli o a fratelli timidi di pregare, sia perché non se ne lascia loro il tempo, sia perché questa prolissità li scoraggia. Preghiamo pure a lungo in privato, ma tacciamolo più succintamente nell’assemblea. Molto è stato detto e scritto su questo soggetto, ma lo dimentichiamo facilmente e ricadiamo nello stesso errore tutte le volte che ci inginocchiamo in assemblea. Come si è ristorati quando vengono espressi in modo preciso, breve ma fervente, i bisogni reali che pesano veramente sul cuore di tutti.

La riunione di preghiera non s’improvvisa. Essa presuppone dei cuori preparati, dei soggetti di richiesta anticipatamente considerati, possibilmente concertati. Diremmo di più: presuppone una vita abitualmente vissuta col Signore, piena di amore per Lui ed i suoi, e quel discernimento che solo un «esercizio» continuo può dare (Ebrei 5:14). La riunione di preghiera implica d’altra parte l’accordo tra fratelli (Matteo 18:19), e dovrebbe essere l’occasione per regolare questioni controverse e giungere a un medesimo sentimento.

Principalmente essa richiede la libertà d’azione dello Spirito Santo: «Pregando per lo Spirito Santo» dice Giuda 20 (vedere anche Efesini 6:16). Non solamente Egli ci aiuta nella nostra infermità ma ci insegna a domandare quanto conviene, e dà l’ardire per farlo nel nome del Signore Gesù.

L’indifferenza per le riunioni di preghiera e la loro deformazione rappresentano i segni più appariscenti di un declino. Riunioni caratterizzate da poche preghiere o arricchite artificialmente da lunge orazioni, non sono forse la prova di una mancanza di vita spirituale? Non serve a nulla lamentarci su ciò che non va; dobbiamo piuttosto esortarci reciprocamente e ritrovare il rimedio, così semplice e così efficace: «Accostiamoci dunque con piena fiducia al trono della grazia, affinché otteniamo misericordia e troviamo grazia per essere soccorsi nel momento opportuno» (Ebrei 4:16). Chi di noi non può ringraziare Dio d’aver trovato, in momenti difficili, il più potente incoraggiamento in una riunione di preghiera, forse umile e inutile agli occhi degli uomini, ma in cui la grazia divina ci ha fatto gustare la sua pace? (Filippesi 4:7) «Egli è fedele».

b) La riunione per l’adorazione

La casa di Dio è una casa di «preghiera» e una casa di «sacrifici spirituali». Adorare è certamente la più alta funzione dell’assemblea. Tutti i figli di Dio sono sacerdoti per intercedere, ed anche per offrire l’incenso e presentare l’olocausto; sono gli adoratori in spirito e verità, che il Padre ha cercato.

La lode è offerta a Dio per mezzo di Gesù Cristo, il quale purifica l’iniquità delle nostre sante offerte (Esodo 28:38).

I temi sono i meravigliosi soggetti che lo Spirito Santo propone ai credenti: l’amore di Dio, la persona di Cristo nella sua divinità e la sua umanità, le sue sofferenze, le sue glorie infinite... Questa riunione ha Dio come oggetto, Gesù Cristo come soggetto e lo Spirito Santo come potenza.

Ciascuno di noi individualmente è chiamato a «benedire Dio in ogni tempo» come faceva il salmista (Salmo 34:1); ma c’è anche una lode collettiva, di cui Cristo risuscitato è il centro (Ebrei 2:12). Egli stesso prende posto «in mezzo all’assemblea» per intonare le lodi del «suo Dio» di cui Egli «annuncia il nome ai suoi fratelli». L’assemblea è il luogo del «sacerdozio santo», dove vengono offerti con solennità e gioia «sacrifici di lode». Non esiste altro luogo dove offrire insieme questi sacrifici.

Circa il giorno in cui l’assemblea deve riunirsi per l’adorazione, non abbiamo comandamenti formali, al pari di altri tipi di riunione. Nel Nuovo Testamento l’esistenza di un «giorno per il Signore» s’impone ad ogni spirito ed a ogni coscienza sensibile a ciò che Egli aspetta dai suoi. Questo giorno, il primo della settimana, è quello della risurrezione, alla sera del quale Egli venne e si trovò in mezzo ai suoi radunati. Alcuni versetti (Atti 20:7, 1 Corinzi 16:2) dimostrano che i cristiani del tempo dell’apostolo Paolo, sceglievano quel giorno per riunirsi in particolare per rompere il pane. Ciò dimostra che la domenica non ha niente a che vedere col «sabato», se non nel fatto che deve essere onorata come lo era il sabato (Isaia 58:13).

L’adorazione intelligente si svolge nella libertà dello Spirito. Ogni azione della carne è particolarmente stonata, sia come organizzazione preliminare, sia come direzione umana, sia come impulsi senza controllo. Lo Spirito crea una corrente di pensiero percepita da ogni fratello sensibile, che si traduce in inni, cantici, azioni di grazie, lettura della Parola, il tutto presentato in una vivente armonia, ad un livello più o meno elevato a seconda dello stato spirituale di ogni singolo e dell’insieme. È un concerto dalle note molteplici, ma che concorrono ad un’espressione di unità, sotto la direzione del suo invisibile, ma sempre presente direttore.

Nessuno dovrebbe restare inerte nella riunione per l’adorazione. Tutti dovrebbero avere qualcosa da portare, a meno che il loro cuore, durante la settimana, sia stato occupato dalle cose del mondo, e allora il «paniere» (Deut. 26) vuoto dovrebbe indurre a un salutare giudizio di se stesso. In una vera adorazione, i silenzi non sono intervalli vuoti, nei quali ci si spazientisce, perché, come la casa era ripiena dall’odore del profumo che Maria versava ai piedi del Signore senza parlare, l’atmosfera è impregnata di una muta adorazione. Questi silenzi non costituiscono pause destinate a far riprendere respiro tra varie manifestazioni verbali, ma intervalli di raccoglimento fra azioni che hanno lo scopo di esprimere ciò che lo Spirito forma nei cuori alla gloria di Dio Padre e Dio Figlio. La lettura della Parola serve a far scaturire la lode.

Va evitata ogni routine, ogni fiducia nell’uomo. «Noi... offriamo il nostro culto per mezzo dello Spirito di Dio, ... ci gloriamo in Gesù Cristo e non confidiamo nella carne», dice l’apostolo (Filippesi 3:3). La riunione per l’adorazione non rappresenta la sede idonea ove i doni, anche i più qualificati per il ministerio della Parola, debbano essere manifestati. Tutta l’assemblea parla per mezzo dei suoi componenti, e l’attività dello Spirito può interrompersi se uno di loro esprime pensieri non inerenti all’adorazione, anche se contengono verità elevate. Affidare ad alcuni o, peggio ancora, a una persona sola l’impegnativo compito di «indirizzare» l’adorazione, certamente priva l’assemblea di grandi benedizioni. Nessuno è «consacrato» per rendere grazie al momento della commemorazione della morte del Signore, alla cena.

La riunione di adorazione può anche aver luogo senza la celebrazione della cena; ma è bene che la cena sia celebrata nel contesto di una tale riunione. Essa si accompagna alle lodi ed alle azioni di grazie. Di solito è celebrata nel momento culminante dell’adorazione; essa dovrebbe rappresentarne la massima espressione. Alle riunioni per l’adorazione si ricollegano, infatti, tutti i risultati della morte di Cristo. Riuniti «il primo giorno della settimana per rompere il pane» come i santi della Troade, commemoriamo alla tavola del Signore la manifestazione più elevata dell’amore divino. Se fossimo realmente consapevoli di questo amore, pronunceremmo poche parole e le azioni di grazie sarebbero brevi.

Il memoriale della morte del Signore Gesù Cristo parla; per mezzo di esso Egli ci ricorda la sua morte e noi «facciamo questo in memoria di Lui». In questa celebrazione consiste la più potente testimonianza resa a Cristo in questo mondo da coloro che non ne fanno più parte e che attendono il loro Maestro: «annunciamo la morte del Signore finché Egli venga». Pertanto questo atto deve essere celebrato «degnamente» e per prendervi parte ogni credente è tenuto a «provare se stesso» (giudicare se stesso e non solo i propri atti). Essa è la tavola del Signore e non la nostra. È triste pensare che alcuni dei suoi non si uniscano per rispondere al suo invito. Nessuno di coloro che gli appartengono ha ragioni valide per tenersene lontano; se qualche cosa nella vita di un credente lo trattiene, questo «qualcosa» può avere il sopravvento sulla più pura delle gioie. È scritto che ciascuno «provi se stesso, e cosi mangi del pane e beva al calice», e non «si astenga».

Nel contempo a questa tavola si realizza la comunione, nell’espressione di «un solo corpo» secondo 1 Corinzi 10:15-17. Bisogna pensare a tutti i figli di Dio, lavati nel sangue del Signore, membra di questo corpo. Presenti o assenti, conosciuti o sconosciuti, li vediamo uno in Lui.

Ma il fatto stesso che possiamo radunarci solo sulla base dell’unità del corpo ci impone l’obbligo di serbare l’unità dello Spirito. A questa luce, come ci appaiono insensate e meschine tante cose che spesso trascuriamo di giudicare e che turbano la comunione!

D’altra parte, il sentimento della santa presenza di Dio indurrà l’assemblea a purificarsi dal «vecchio lievito», giungendo fino a «togliere il malvagio» dopo aver provato con tutti i mezzi a ricondurlo. Questa purificazione pratica, individuale e collettiva, è indispensabile all’esercizio del «santo sacerdozio». In figura vediamo qui la conca di rame; Aronne e i suoi figli vi si «lavavano» quando entravano nella tenda di convegno e quando s’accostavano all’altare (Esodo 40:31-32).

2.3.3 L’assemblea che riceve da Dio

Quando l’assemblea è radunata, il Signore opera per l’edificazione dei suoi con «doni» adatti per questo scopo. In una riunione di edificazione i credenti non rappresentano più la bocca dell’assemblea per parlare a Dio, ma quella di Dio per parlare all’assemblea (1 Pietro 4:11). Ciò può avvenire in tutte le direzioni: anche nella riunione di preghiera o di adorazione, lo Spirito si può servire della Parola per risvegliare i cuori, spronare le coscienze, condurre le anime al livello voluto. Ma questo caratterizza particolarmente le riunioni che noi abbiamo l’abitudine di classificare col nome di «riunioni d’edificazione» come le presenta 1 Corinzi 14. Possiamo notare che, secondo l’insegnamento di questo capitolo, le preghiere, gli inni, le azioni di grazie, trovano il loro posto in tali riunioni e concorrono all’edificazione al pari dell’esercizio dei «doni». Del resto sarebbe pericoloso voler schematizzare eccessivamente i differenti tipi di riunioni; sarebbe limitare l’azione dello Spirito.

In alcune località sono troppo poco frequenti queste riunioni in cui ci si affida completamente al Signore per ricevere direttamente da Lui, e ciò rappresenta l’inizio di una grande debolezza spirituale. In altre località, queste riunioni non esistono affatto. Vi sono assemblee che, oltre all’adorazione, non hanno altre riunioni se non quelle tenute occasionalmente da «fratelli di passaggio». Così, sono prive di nutrimento, il che è anomalo; che dìre infatti di un corpo che non si nutre?

Talvolta queste riunioni sono sostituite, nella vita dell’assemblea locale, da qualcosa di completamente differente; cioè da una riunione affidata ad un fratello. In alcuni casi così si svolgono le riunioni dette di edificazione, ma tali tipi di riunioni, se sono occasionali e non sistematiche, potrebbero essere assimilate alla categoria delle riunioni convocate. Esse possono essere molto utili; l’assemblea rischia però di essere nutrita in modo troppo uniforme e di affidarsi, anche senza accorgersene, ad un uomo più che al Signore; e così, inconsciamente, prepara una sorta di clero. Essa non funziona più come un corpo, e un corpo che non funziona si atrofizza. L’attività dei fratelli qualificati non sarebbe sminuita se si esercitasse nel corso di riunioni dove la piena libertà fosse lasciata allo Spirito; anzi sarebbe certamente più fruttuosa, senza rischiare di sopprimere gli altri mezzi di edificazione.

È necessario, quando ci si raduna, contare solo sul Signore e si sarà edificati e arricchiti. Egli darà il necessario per consolare, per esortare, per «edificare». I doni saranno esercitati senza l’obbligo di parlare quando non hanno nulla da comunicare. Se sarà necessario, altri doni saranno manifestati; il Signore susciterà questi «profeti» che parlano da parte sua in modo comprensibile per l’edificazione. Saranno «due o tre» (1 Cor. 14:29) a parlare durante la stessa riunione: quale benedizione quando alcuni fratelli presentano, uno dopo l’altro, aspetti differenti di un medesimo soggetto! Si è detto molte volte che cinque parole, come i cinque pani d’orzo che saziarono una moltitudine, hanno spesso più effetto di lunghi discorsi (1 Corinzi 14:19). Quanti doni rimangono inutilizzati, trattenuti sia da una falsa umiltà da parte di chi li ha, sia da una troppo ricca attività di altri fratelli dotati!

Bisogna impegnarsi ad evitare che la libertà dello Spirito diventi «un’occasione per la carne» (Gal. 5:13), come se ciascuno avesse il diritto di parlare. Purtroppo ciò accade! Questo soggetto è già stato trattato a proposito del ministerio; il fratello che nell’assemblea si compiace in ciò che dice, non porta profitto per i suoi uditori; parla fuori tempo e fuori luogo! Ciascuno deve capire se veramente ciò che sta dicendo lo riceve dal Signore, per lo Spirito, o se esprime solo i propri pensieri; infatti è scritto «gli spiriti dei profeti sono sottoposti ai profeti». Ma la sensibilità spirituale dell’assemblea deve essere sempre elevata; se essa è in uno stato normale, colui che parla abitualmente senza edificare sarà avvertito, e se continua, gli si ingiungerà di tacere, per il bene dell’assemblea perché la libertà cristiana deve comportare una critica sana ed opportuna. Senza dubbio è necessario uno spirito di sopportazione; le cose devono essere espresse nell’amore fraterno e con dolcezza, dopo aver molto pregato su quanto fa così soffrire il gregge; il Signore, allora, può intervenire anche senza essere costretti a parlare. Tutto si deve fare per il bene comune, alla gloria di Dio. Troppo sovente le critiche vengono fatte sconsideratamente, al di fuori, nelle famiglie, senza amore e senza discernimento, turbando così gli animi.

È importante sottolineare ancora che anche nelle riunioni come quella per l’adorazione, il silenzio non sempre è sinonimo di inattività; lo Spirito Santo può agire potentemente nel corso dei silenzi; ma quando questi sono opprimenti, chiaramente vuoti, ciò deve risvegliare le nostre coscienze, farci gridare al Signore, affinché ci aiuti a individuare e a rimuovere le cause di un tale stato, e ci apra la sua Parola. L’importante è avvertire la Sua presenza! È Lui che ci raduna. Non vi sarà allora né precipitazione né ritardo; non si sentirà il bisogno di un intervento umano per organizzare qualcosa anticipatamente o per mantenere un certo ordine. Osserviamo attentamente l’insegnamento di 1 Corinzi 14. Ci è stato dato perché vi era a Corinto molto disordine per abuso di certi doni; alcuni li usavano non per l’edificazione dell’assemblea, ma per la loro propria soddisfazione.

Non esiste in questo capitolo una sola parola su un’organizzazione destinata a prevenire il disordine, né sulla necessità di una visibile presidenza. Tutto è affidato allo Spirito, nella dipendenza del quale tutti devono stare. I Corinzi, che erano usciti dal paganesimo dove le manifestazioni soprannaturali erano esuberanti, desideravano doni brillanti; ma il Dio di ordine e di pace ingiunge loro di fare «ogni cosa per l’edificazione». Essi agivano come dei bambini, e allora è detto loro: «Quanto a senno siate uomini fatti». Anche noi che sovente usiamo con puerilità le preziose risorse assicurate alla Chiesa di Dio, dobbiamo essere «uomini fatti»!

Che Dio ci accordi, ogni volta che ci raduniamo, di considerare seriamente i due grandi privilegi che stanno alla base del radunamento: la presenza del Signore Gesù e l’opera dello Spirito Santo nell’assemblea. Ogni dettaglio pratico delle riunioni, che non è il caso di trattare in queste pagine, sarà risolto se teniamo conto di queste due realtà e agiamo di conseguenza (*).

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(*) Per esempio, la puntualità: vorremmo fare aspettare il Signore? E l’abbigliamento: ci raduniamo per gli uomini o per il Signore? Teniamo conto anche delle condizioni del locale di radunamento: la casa del Signore dovrà essere meno decorosa della nostra? O la sua santa presenza ammetterà un lusso che dà soddisfazione alla nostra carne?
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2.4 Il cammino dell’assemblea

2.4.1 «Seguitando verità in carità» (o «essendo veri nell’amore») (Efesini 4:15)

La vita dell’assemblea non si limita alle riunioni; in realtà il suo funzionamento comprende la completa vita cristiana di tutti i credenti. Tutti i dettagli della vita spirituale di ciascun credente si ripercuotono sull’insieme.

L’attuale dispersione dei veri credenti e la confusione generale tra mondo e cristianità risultano ancor più penose e più umilianti da questo solo pensiero: oggi è diventato praticamente impossibile realizzare una comunione sincera e vitale con tutti, se non col cuore e nella preghiera, e vedendoci tutti «uno» nell’unico pane durante la cena. Certamente siamo felici di gustare l’amore cristiano con tutti coloro che possiamo incontrare ed identificare come veri credenti. Ma la pratica dei rapporti fraterni, realtà benedetta e rallegrante, è purtroppo limitata dall’impossibilità di fare lo stesso cammino con quanti si scostano dalla verità; e così procediamo insieme finché è possible «continuare a camminare per la stessa via» (Filippesi 3:16).

Se avessimo a cuore gli interessi di Cristo nell’assemblea, e se la sollecitudine per «tutte le chiese» ci preoccupasse come assillava ogni giorno l’apostolo Paolo (2 Corinzi 11:28), avremmo più spesso sulla bocca l’esclamazione afflitta del profeta: «Come mai s’è oscurato l’oro, s’è alterato l’oro più puro? Come mai le pietre del santuario si trovano sparse qua e là ai canti di tutte le strade?» (Lamentazioni 4:1). Ma nello stesso tempo noi proveremmo una più sincera riconoscenza verso Dio le cui compassioni fanno sì che «non siamo consumati» (3:22), e verso Colui che ha fornito alla debole testimonianza di Filadelfia le più ferme promesse. Non cessiamo dunque di domandargli la grazia di essere suoi testimoni.

Coloro che la grazia di Dio ha voluto riunire, in testimonianza al valore permanente del nome di Gesù come centro di radunamento, devono vegliare perché i diritti del Signore siano mantenuti in questa sfera, come dovrebbero esserlo dovunque nella Chiesa. Essi devono condursi come se costituissero la totalità della Chiesa. Ciò richiede l’attività continua dell’amore nella verità. Quale testimonianza sarebbe resa e quante anime sincere sarebbero rese salde, se tutti i rapporti fra noi fossero contraddistinti da questa duplice caratteristica! «Procacciate la pace con tutti, e la santificazione... badando bene che nessuno resti privo della grazia di Dio» (Ebrei 12:15). Quante volte la Parola ci invita ad esortarci reciprocamente, a sopportarci, a soccorrerci l’un l’altro!

Tutto l’insegnamento pratico del Nuovo Testamento si concretizza in questo, ed è strettamente connesso alla dottrina che ci è data affinché «tutti arriviamo all’unità della fede e della piena conoscenza del Figliuol di Dio, allo stato d’uomini fatti, all’altezza della statura perfetta di Cristo» (Efesini 4:13). Le esortazioni pratiche delle epistole agli Efesini e ai Colossesi che, più di altre, abbracciano tutta la vita dei credenti quaggiù, sono in rapporto con la Chiesa. Questa vita non è mai considerata solo in rapporto col singolo individuo. Dai passi sopra citati è chiara l’importanza di tutto ciò che il Signore ha posto «nel corpo» per l’edificazione, affinché, «seguitando verità in carità, noi cresciamo in ogni cosa verso Colui che è il capo, cioè Cristo. Da Lui tutto il corpo ben collegato e ben connesso mediante l’aiuto fornito da tutte le giunture, trae il proprio sviluppo nella misura del vigore di ogni singola parte, per edificare se stesso nell’amore» (Efesini 4:15-16). Ogni parte del corpo (e ciascuno di noi ne rappresenta una), funziona come dovrebbe? Lasciamo che ogni giuntura agisca liberamente per collegare fra loro i vari organi e fornire ad essi da parte del Signore il necessarie nutrimento?

2.4.2 L’esercizio dell’autorità nel nome del Signore da parte della Chiesa

a) La sfera di competenza dell’assemblea

L’assemblea come tale ha diritto-dovere di intervenire nei rapporti fra gli individui. Matteo 18 ce la indica come il più alto punto di riferimento sulla terra alla quale un fratello offeso da un altro possa ricorrere. Essa non può disinteressarsi della buona armonia tra i membri del corpo di Cristo. Paolo era felice nel sapere che i Filippesi erano «fermi in uno stesso spirito, combattendo assieme d’un medesimo animo» (Filippesi 1:27). Avrebbe reso la sua allegrezza perfetta il vederli di un medesimo sentimento, di uno stesso pensiero, uno stesso amore; e per supplicare Evodia e Sintiche ad avere un medesimo sentimento nel Signore, egli si serve della stessa epistola che scrive a tutta l’assemblea. Inoltre ognuno deve vegliare sul comportamento dei suoi fratelli e sorelle coi quali costituisce la testimonianza collettiva.

L’assemblea è anche l’ambiente nel quale i credenti devono crescere e portare frutto, in pace, nella gioia d’una comunione fraterna. Ma questa è, come sappiamo, una cosa molto fragile, e bisogna lavorare senza tregua per mantenerla. Fiducia fraterna, cure e attenzioni reciproche, sotto l’autorità del Signore e la sottomissione alla Parola, vanno di pari passo.

Senza dubbio, non è l’assemblea che fa entrare qualcuno nel corpo di Cristo, contrariamente a quanto alcuni pretendono. Ogni persona che è nata da Dio (per mezzo dello Spirito e della Sua Parola) diventa membro di questo corpo grazie al «battesimo» dello Spirito Santo.

L’assemblea, come tale, non interviene neppure nel battesimo con l’acqua (introduzione nella professione cristiana); infatti non troviamo in nessuna parte della Scrittura il battesimo praticato dalla Chiesa o nel nome della Chiesa, ma solo da servitori del Signore nel nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo (o nel nome del Signore Gesù).

L’assemblea ha il privilegio di riconoscere e di ricevere coloro che «Cristo ha accolto per la gloria di Dio» (Romani 15:7). Essa li accoglie alla tavola del Signore, dove s’esprime, non lo si dirà mai abbastanza, l’unità del corpo di Cristo.

Essa ha la responsabilità di preservare la santità di questa tavola e la purezza della «casa di Dio». Questo per la gloria del Signore e per il bene spirituale dei suoi. Vi è un ordine da mantenere e questo compito appartiene all’assemblea.

Essa prende decisioni, secondo il principio enunciato dal Signore Gesù: «In verità vi dico: tutte le cose che avrete legate sulla terra saranno legate nel cielo, e tutte le cose che avrete sciolte sulla terra, saranno sciolte nel cielo» (Matteo 18:18).

Questa gestione spirituale competerebbe a tutti i credenti esistenti in una località, ma, nello stato attuale delle cose, a causa delle divisioni che ci sono, deve essere realizzata almeno da quelli che hanno le caratteristiche di una vera assemblea del Signore. Coloro che «lo Spirito Santo ha stabilito come sorveglianti» e, in modo più generico, tutti coloro che hanno a cuore gli interessi di Cristo nell’assemblea, se ne occuperanno senza dubbio con uno zelo speciale, e secondo l’ordine stabilito nella Scrittura. I fratelli hanno un ruolo nella vita dell’assemblea che le sorelle non debbono rivendicare; ma le decisioni non possono essere prese che dall’assemblea intera, fratelli e sorelle, avendo anche queste ultime fatto conoscere il loro pensiero.

Non si tratta di procedure o di formule; è importante un continuo esercizio della coscienza dell’assemblea davanti al Signore, perché tutto sia fatto secondo Lui, per Lui, nel suo nome, nella piena libertà dello Spirito.

b) L’ammissione alla tavola del Signore

Solo la preoccupazione della gloria del Signore deve guidare nell’ammissione di un credente alla tavola del Signore. Lo si riconosce come vero credente, fatto dimostrato non solo dalle sue parole (egli confessa «con la bocca Gesù come Signore», credendo «col cuore che Dio l’ha risuscitato dai morti»; Romani 10:9), ma anche dalla sua condotta. Non si esigerà da questa persona la perfezione, ma un cammino separato dal male, nel giudizio di se stesso: praticamente, una condotta riconosciuta buona, e l’assenza di ogni legame con dottrine che porterebbero pregiudizio alla persona di Cristo (2 Giovanni 9-10).

Non si tratta di possedere una conoscenza più o meno approfondita; non vi sono esami da far sostenere, ma l’assemblea deve avere la certezza che colui che ha fatto tale domanda è sano nella fede e che conforma la sua vita a questa fede.

È superfluo dire che più le false dottrine si moltiplicano nella cristianità, più è necessaria un’attenta vigilanza per ammettere alla tavola del Signore. I fratelli più scrupolosi a questo riguardo sono a volte considerati troppo «stretti»; eppure, nella maggioranza dei casi, è col cuore contrito, ma con la convinzione assoluta di difendere i diritti del loro Maestro, che essi mantengono il muro di cinta e non aprono ulteriormente la porta.

Quante volte non si è sufficientemente vegliato a questo proposito!

c) La «disciplina»

La «disciplina» dell’assemblea riguardo a «quelli di dentro», come dice l’apostolo, è altrettanto indispensabile (1 Corinzi 5:12). Essa consiste nel consigliare, nell’avvertire, nel riprendere se è necessario, prima di giungere al triste obbligo dì «giudicare». Un credente che non pratichi l’indispensabile giudizio di se stesso e si allontani poco a poco dal sentiero, corre verso una grave caduta, che pregiudicherà non solamente la sua testimonianza, ma quella dell’intera assemblea. In tale frangente, l’amore fraterno deve manifestarsi per «ricondurre», coprendo «una moltitudine di peccati» (Giacomo 5:19-20; 1 Pietro 4:8; Galati 6:1; 2 Tessalonicesi 3:14-15). Uno spirito umile, contristato per le mancanze altrui, che pratica quel lavaggio dei piedi di cui il Signore ci ha lasciato l’esempio, sarà molto spesso più efficace di severi rimproveri. Dio moltiplichi tra noi dei pastori che abbiano la saggezza e l’energia per esercitare un efficace ministerio «in privato» con la giusta intransigenza verso il peccato commesso ma anche con tenerezza e misericordia verso colui che ha sbagliato. L’assemblea, e non solamente uno o l’altro fratello individualmente, ha il dovere di occuparsi di coloro che «camminano disordinatamente»; ma sarà un lavoro fatto male se non fa cordoglio sul peccato commesso (1 Corinzi 5), umiliata, prendendo come proprio questo peccato di uno dei suoi, invece di atteggiarsi a giudice. Se la disciplina non ha effetto, se il carattere di «malvagio» si manifesta, allora essa deve «mettere fuori», dove «Dio giudica» (1 Corinzi 5:13) (cioè escludere dalla comunione) colui che non si è lasciato rincondurre. «Togliendo il malvagio» l’assemblea si purifica, nell’umiliazione e nel dolore. Nei confronti di colui da cui si separa, essa agisce in vista del ricupero di chi ha peccato; nei confronti di se stessa, si giudica davanti al Signore. «Noi abbiamo peccato, abbiamo agito malvagiamente», diceva Nehemia (Nehemia 1:6).

d) Valore delle decisioni di un’assemblea

Le decisioni dell’assemblea, prese sotto lo sguardo del Signore, sono contraddistinte dalla Sua autorità; ciò che è ratificato in un’assemblea locale ha valore per tutte le altre assemblee locali. Da quanto precede, fra l’altro, si ricava il pensiero della necessità del l’uso di «lettere di raccomandazione» mediante le quali un’assemblea locale è informata che un nuovo venuto, ad essa sconosciuto, è veramente in comunione in un’altra assemblea; così, un credente è certo di essere ricevuto ovunque si presenterà (Romani 16:1; 2 Corinzi 3:1).

e) Le divisioni

In verità, niente è più semplice del principio del funzionamento di un’assemblea fondata sull’unità del corpo di Cristo. La sua applicazione invece è diventata una delle cose più delicate data la confusione ecclesiastica attuale.

Ecco un soggetto che travaglia e affligge ogni anima che ama il Signore: la molteplicità delle comunità cristiane separate anch’esse dai grandi sistemi religiosi della cristianità.

Dove trovare la vera tavola del Signore? Dove si può essere certi di radunarsi in piena buona coscienza, nell’ubbidienza alla Parola?

Non stupiamoci dell’accanimento di Satana contro ogni testimonianza suscitata da Dio e del fatto che sia riuscito, approfittando della nostra scarsa vigilanza, a dividere anche coloro che erano usciti «fuori dal campo». Abbiamo tutti la nostra colpa in questa umiliante situazione. Dobbiamo riconoscerlo, ma senza l’orgoglio e lo scoraggiamento del profeta Elia che diceva: «Hanno abbandonato il tuo patto, hanno demolito i tuoi altari...; sono rimasto io solo»! (1 Re 19:10). Domandiamo al Signore il discernimento e lo zelo necessari per riconoscere i «settemila» che Egli s’è riservato (1 Re 19:18), perché «Egli conosce quelli che sono suoi», sempre però ritirandoci dall’iniquità, poiché non vi può essere comunione tra le tenebre e la luce. Ancora una volta, siamo certi che «il solido fondamento di Dio rimane fermo» e porta sempre lo stesso doppio sigillo.

L’intelligenza spirituale farà discernere se una tavola può essere o meno considerata «del Signore» esaminando i principi che vi sono professati e informandosi circa il modo con cui essa è stata istituita. È un dovere per ogni assemblea sapere quale condotta tenere verso chi si presenta per rompere il pane.

Supponiamo il caso che esistano in una stessa località due tavole «indipendenti» l’una dall’altra; riconoscere l’una e l’altra egualmente come tavola del Signore, sarebbe rifiutare deliberatamente di serbare l’unità dello Spirito, ed equivarrebbe a negare l’unità del corpo. È dunque indispensabile informarsi attentamente. Un tale dualismo può essere la conseguenza di false dottrine da cui credenti fedeli hanno dovuto separarsi. Può trattarsi di uno scisma senza ragione causato da dissensi particolari per casi di disciplina; oppure persone le quali, giunte in quella località, hanno voluto, a torto, erigere «la loro tavola» senza tener conto di quella che già esisteva. Non dovremmo restare indifferenti di fronte a questo fatto. Sarebbe mostrare o una colpevole insensibilità verso la santità del nome del Signore o associarsi ad un’azione settaria.

D’altra parte, la tavola del Signore non potrebbe esistere in una località e restare indipendente da quelle che esistono altrove sullo stesso principio. Non sarebbe pensabile, per esempio, ricevere qualcuno che è escluso altrove o rifiutare qualcuno ch’e vi è ricevuto, senza negare l’unità del corpo.

Un ambiente in cui i principi del mondo, l’autorità e i regolamenti degli uomini si mescolano espressamente all’azione dello Spirito Santo, o ancora dove è ammesso che si tolleri il male consapevolmente non giudicato, non può avere la tavola del Signore. L’infallibilità è dunque la condizione indispensabile per il radunamento? No. Se così fosse non sarebbe possibile radunarsi. Nell’assemblea possono esservi, e vi sono in effetti, difetti, errori, mancamenti che saranno perdonati dal Signore quando saranno stati giudicati e confessati. Rifiutare il riconoscimento di una assemblea perché ha mancato, è contrario allo spirito degli insegnamenti della Parola. Se questi errori non sono giudicati, potranno costringere il Signore ad intervenire sia per purificare l’assemblea con dolorose prove, sia per togliere «il candelabro dal suo posto» (Apoc. 2:5). Noi rischiamo talvolta di volerci sostituire a Lui nel ruolo di Colui che cammina «in mezzo ai sette candelabri d’oro».

Se una decisione dell’assemblea non sembra giusta, e può non esserlo, o se un’assemblea non ha preso una decisione che sarebbe sembrata giusta, non bisogna dimenticare con ciò che «tutte le cose che voi - l’assemblea - avrete legate sulla terra saranno legate nel cielo, e tutte le cose che avrete sciolte sulla terra, saranno sciolte nel cielo». (Matteo 18:18). È molto doloroso sentire sovente criticare, non senza leggerezza o presunzione, una decisione o una mancata decisione da parte dell’assemblea. Ma la signoria di Cristo è intangibile, e il suo amore non muta. Dobbiamo gridare a Lui se qualche cosa sembra non essere stata fatta secondo la Sua volontà, affinché Egli intervenga; dobbiamo essere sottomessi a Lui con la fiducia assoluta che Egli salvaguarderà la gloria del Suo nome. Egli stesso saprà far sentire a dei fratelli di altre assemblee il dovere di fare eventualmente delle «rimostranze» divenute necessarie. Ma bisogna che queste siano fatte dalla parte del Signore e ciò sarà dimostrato dal modo con cui saranno presentate: nell’amore vero, con la preoccupazione di mantenere o ristabilire una comunione la cui perdita causerebbe un’afflizione profonda. La pazienza dell’amore saprà aspettare che il Signore metta in evidenza ciò che è da giudicare e conduca l’assemblea a giudicarlo affinché le sue decisioni siano veramente ratificate dal Signore.

Ben diverso è il caso in cui un’assemblea accetta per principio, e non in seguito ad un errore occasionale, di tollerare il male, morale o dottrinale - il secondo più nefasto del primo - lasciando a ciascuno la sua responsabilità senza considerare la propria come impegnata, anche dopo l’azione di un’altra assemblea. In tali casi, la nozione stessa dell’unità del corpo è distrutta, i diritti del Signore sono disprezzati e, come è stato detto più sopra, una tale assemblea non potrebbe più essere riconosciuta come una assemblea che porta i caratteri di un’assemblea di Dio.

Conclusione

Con tristezza dobbiamo trattare soggetti così poco edificanti, mentre l’argomento della Chiesa di Dio dovrebbe essere tutto amore, dolcezza e gioia. Si è costretti a lottare per le verità che la concernono, mentre si vorrebbe solamente trovare in essa una rocca inviolabile di pace in mezzo a questo mondo frenetico. Ma il cuore si sente consolato e confortato al pensiero che, come il sole splende al di sopra della più impenetrabile nuvola, così il proposito divino riguardo alla Chiesa resta immutabile e glorioso.

L’amore che sorpassa ogni conoscenza dirige gli interessi di Cristo verso di essa. Egli la nutre e la cura teneramente; presto la prenderà presso di sé. Afferriamo dunque queste realtà vivificanti: Cristo nella gloria, lo Spirito Santo sulla terra, una sola Chiesa e la speranza legata alla sua vocazione celeste. Non sono aride verità e neppure ferree regole (come dei meccanismi inanimati, destinati ad agitare sterilmente una materia inerte); esse ci pongono nella piena vita, la vita divina. La sorgente di questa vita è Cristo solo, il «Capo glorificato» del corpo che è sulla terra, ma che è esso pure destinato alla gloria del cielo.

Maggiormente occupati di Lui e più coscienti dell’immensità delle benedizioni spirituali di cui siamo benedetti in Lui, ci troveremo senza sforzo radunati, perché legati a Lui, come quelle particelle di limatura ferrosa attratte tutte con la medesima forza verso una punta calamitata. Fra poco, addormentati in Lui o viventi, tutti i santi verranno attratti al cielo con potenza e Cristo presenterà a se stesso la sua Chiesa, senza macchia, né ruga o cosa alcuna simile, ma nella sua bellezza e unità. Che questa speranza faccia di noi dei vincitori!

«Or a Colui che può, mediante la potenza che opera in noi, fare infinitamente al di là di quel che domandiamo o pensiamo, a Lui sia la gloria nella Chiesa e in Cristo Gesù, per tutte le età, nei secoli dei secoli. Amen» (Efesini 3:20-21).